LIBRI
L’UOMO CHE INVENTÒ SE STESSO, VITA E COMMEDIA DI GIACOMO
CASANOVA
Seduttore e libertino, spia,
millantatore, giocatore dissoluto, massone, mago,
avventuriero, filosofo, rafinto scrittore. Chi era Giacomo
Casanova? Emilio Ravel traccia un inedito ritratto del
gentiluomo veneziano ispirandosi alle sue monumentali
Memorie
Emilio Ravel*
L’uomo
delle fate
È grazie all’inganno
che possiamo rendere
la crudeltà della natura
più accettabile e, talvolta,
dare un significato alla vita...
(Anonimo gesuita)
Casanova: zimbello degli
psicologi, dei pedagoghi, delle spie e in genere di tutti
quelli che si fanno i fatti altrui e si accalorano a
scoprire le magagne dei cattivi soggetti. A darlo in pasto
agli psicanalisti, poi, Giacomo diventa un piatto
succulento: ha tutte le seduzioni dell’impostore. A lui
l’imbroglio dà un senso di potenza impagabile. Presentarsi
da gransignore e, così travestito, stare in bilico sul
rasoio dell’incertezza, lo rende euforico, geniale. Non si
contano le vittime dei suoi raggiri.
Terrà sulla corda per anni
l’attempata marchesa d’Urfé, simpatica matta, con un
beverone di galanterie e di occultismo. La povera marchesa
si sottopone a molte notti di formule magiche e di figure
nude che escono dal buio. Poi al mattino – è vero – torna il
banale quotidiano, ma Giacomo trova sempre un colpo di
scena, un estremo colloquio con gli spiriti sublimi, per
rilanciare l’avventura al prossimo capitolo: così mantiene
il potere sui suoi creduli seguaci.
Ma non è un truffatore così
semplice. A quei prodigiosi poteri un po’ ci crede anche
lui. Appare come un prestigiatore ironico. Non sappiamo se
il suo numero sia uno scherzo, un raggiro o un miracolo che
lo sorprende. Per capire è necessario ancora una volta
spiare negli anni dell’infanzia, quando incominciò a provare
su se stesso tutto l’effetto di queste suggestioni che lo
liberarono dal suo stato di semidiozia e dalle continue
perdite di sangue dal naso.
Dalla nascita fino ad otto anni e
mezzo non ricorda nulla. Il trauma d’origine deve essere
stato devastante se è riuscito a cancellare questo lungo
tratto di memoria.
Un giorno nonna Marzia, che
abbiamo visto seguire il pulcino mentre la chioccia saltella
per i palcoscenici del mondo, lo porta in gran segreto a
Murano.
Qui una fattucchiera friulana,
con i convenevoli del caso, rinchiude dentro una cassa il
ragazzino spaurito col fazzoletto compresso sul naso.
Rannicchiato là dentro, nel buio,
Giacometto sente intorno i rumori di una sarabanda
infernale. Tratto fuori, cosparso di unguenti e confortato
con pillole miracolose si rinfranca: il sangue finalmente
ristagna nel naso; intanto il cuore pulsa più forte, e la
memoria comincia a incidere. E che memoria d’acciaio sarà la
sua!... La notte dopo lo shock della fattucchiera Giacometto
si sveglia e...
Vidi o credetti di vedere
scendere dal camino una splendida donna in crinolina, tutta
elegante e con in testa una corona costellata di pietre
preziose che mi pareva mandassero faville infuocate. A lenti
passi e con un’aria dolce e maestosa venne a sedersi sul mio
letto [sembra quasi di vedere la Zanetta in scena, soffusa
dalle luci del proscenio].
Trasse di tasca alcune
scatolette e me ne rovesciò il contenuto sul capo,
mormorando alcune parole. Quindi, dopo aver rivolto un lungo
discorso, di cui non compresi una parola, e dopo avermi
baciato, se ne andò per dove era venuta e io mi
riaddormentai.
Impallidirono col tempo queste
favole infantili, ma rimase la sensazione che aveva provato
sfiorando il bel fantasma azzurro; chissà quali rivincite si
potevano ottenere col suo aiuto...
Certamente Casanova adulto –
cresciuto alla scuola della strada e avviato alla filosofia
scettica – non credeva più alle fate, ma che piacere
governare gli altri con quelle suggestioni!
Che divertimento promettere la
scoperta di un tesoro, restando al centro della tela di
ragno e giocare con tutte le mosche catturate!... Non gli
bastava essere un furfante. Avrebbe potuto contentarsi di
gabbare il mondo a colpi di destrezza, intascare i quattrini
e passare oltre. E invece ecco che si ferma suggestionato
dalle sue stesse fandonie. Gioca con le stregonerie come a
dire: “A rubare soltanto non c’è sugo...”. Vuole sentirsi un
incantatore, un santone.
Estate del 1749, Casanova ha
ventiquattro anni e si è dovuto allontanare ancora una volta
da Venezia; è entrato in sospetto degli inquisitori di Stato
per pratiche cabalistiche: insomma le spie hanno
annusato che sta insupando la testa di alcuni ricchi
signori per sottrarre denaro come vedremo. Le spie, che
hanno incominciato a tenerlo d’occhio, non lo molleranno più
negli anni successivi.
Al solito prende il largo. Gli
piace viaggiare: Verona, Milano, Cremona, Mantova dove fa
l’incontro sgradevole con
la Fragoletta, la prima amante di Giacomo
Casanova.
Il nostro eroe – tanto per
cambiare – è reduce da una malattia venerea. Soffre un poco
l’aria stagnante, il fetore della canapa nelle marcite, la
vita di provincia. La fantasia lo spinge a dare uno
scrollone alla noia e così muove il gioco dell’avventura:
promette ad un ricco contadino del ferrarese di trovare il
tesoro che costui va cercando da anni attorno alla sua casa,
segnalato da fuochi fatui e da misteriosi rumori.
La prima cosa che Giacomo nota è
tuttavia un altro tesoro, tutt’altro che nascosto: la figlia
maggiore del contadino, Genoveffa, che dimostra diciotto
anni e ne ha appena quattordici. L’odore di canapa in
macerazione ammorba l’aria, tanto che Casanova si offre di
comperare per quaranta scudi l’intero raccolto affinché lo
allontanino di casa. Quell’odore tuttavia ha fama di essere
eccitante, sicché le donne di Ferrara e di Cesena sono
famose – nei detti popolari padani – per il loro robusto
appetito sessuale. A Giacomo l’appetito certo non manca e
così, mentre assicura al ricco contadino che gli troverà
senza fallo il tesoro, pensa bene di istallarsi nella sua
casa avvertendolo: “io mangio due volte al giorno, bevo
soltanto Sangiovese e per colazione prendo la cioccolata che
ho cura di portare sempre con me, pertanto è necessario
qualcuno che sappia sbattermela a dovere”.
C’è poi da provvedere a tutta
l’organizzazione magica. Dice che, per prima cosa, ha
bisogno di una vergine tra i quattordici e i diciotto anni
con la quale appartarsi per cucire l’abito talare
indispensabile per i rituali spiritistici.
Che caso fortunato! Proprio
Genoveffa è in quella età, pura di corpo e d’anima ed
esperta cucitrice. Senza pudore il nostro mascalzone
racconta:
Per fare qualcosa di magico
bagnai una salvietta nell’acqua e, pronunciando parole
spaventevoli in una lingua che non esisteva, lavai gli
occhi, le tempie e il petto che Genoveffa non mi avrebbe
lasciato toccare se non avessi cominciato col petto peloso
di suo padre.
Accertato che la ragazza ha seni
sodi, si può passare sopra al fatto che abbia la carnagione
scura e la bocca troppo grande: mostra del resto bei denti e
il labbro inferiore un poco sporgente “come se fosse fatto
per raccogliere baci”.
Bisogna purificarsi per il rito,
purificare tutti. Così il mago si fa portare una vasca da
bagno e lava personalmente il contadino, poi passa alle
abluzioni della giovane cucitrice.
Con aria dolce e seria andai a
mettermi a un capo della vasca da bagno. Lei era adagiata su
un fianco, ma la invitai a sdraiarsi sulla schiena e la
pregai di guardarmi, mentre pronunciavo il sacro rito.
Obbedì dolcemente e la lavai bene in tutte le posizioni...
le chiesi se ciò che avevamo fatto le era dispiaciuto e le
mi rispose che anzi le aveva fatto piacere.
“Allora” dissi “spero che
domani non le dispiacerà entrare nel bagno dopo di me e
farmi le stesse abluzioni che ho fatto a lei”.
“Volentieri. Ma sarò capace?”.
“Le insegnerò”...
Un’ora prima di cena mi andai
a mettere nella vasca. Quando la chiamai Genoveffa venne e
mi fece le stesse abluzioni... Passai
un’ora piacevolissima rispettando solo l’essenziale. A un
certo punto, vedendo che la coprivo di baci, Genoveffa
ritenne di poter fare altrettanto con me che non glielo
proibivo.
La notte seguente avrebbe dovuto
svolgersi la grande operazione magica.
Giacomo indossa la grande cotta
cucita dalle mani pure di Genoveffa, si scioglie i capelli e
si mette in capo una corona di cartapecora a sette punte.
Dispone in terra un cerchio magico formato da trenta fogli
di carta sui quali ha dipinto in nero lettere e figure
spaventose.
Ma intanto si avvicina una nuvola
che diventa sempre più grande, copre tutto il cielo finché
si scatena un diluvio di folgori che illuminano a giorno
tutta la pianura.
Sembra che si sia rotto il vaso
della collera e perfino Casanova comincia a rabbrividire, il
suo sistema nervoso a prova di bomba va in pezzi: si
raccomanda al cerchio magico e vede affacciarsi nel buio il
volto di un dio vendicatore.
Dopo il diluvio, in un cielo
sgombro di nuvole si staglia più bella che mai la luna. E
Casanova ritrova se stesso:
Dormii otto ore e mi svegliai
disgustato della commedia che avevo iscenato...
per una sorta di superstizione conclusi che lo stato di
innocenza di quella ragazza era protetto dal cielo e che
sarei morto se avessi osato attentarvi.
In realtà Casanova aveva capito
che oramai tutto il succo dell’avventura era stato spremuto
e così – con un pretesto – decise di partire lasciando nella
più nera disillusione tanto il contadino che la figlia.
I sette spiriti guardiani del
tesoro mi hanno ordinato di rimandare l’operazione. Ma
oramai so tutto. Tornerò presto e saremo tutti felici.
Aspettatemi.
Un attimo dopo si è avviato, a
piedi, ma a passo rapido, sulla strada per Cesena. Cosa
rimugina l’imbroglione che se ne va al termine della sua
impresa inutile?
A sentire gli psicanalisti egli è
quasi obbligato a comportarsi così. Prova un bisogno
insopprimibile di essere amato da quelli che incontra, prova
in ogni modo a catturare l’affetto e l’attenzione che non è
riuscito ad ottenere dai genitori e dai fratelli.
Una volta ottenuto lo scopo è
spinto poi a deludere quelli che lo hanno avuto caro; per
vendicarsi di loro o meglio di quelli che in passato
dovevano amarlo e non lo hanno amato. Il fatto che tutti, ma
proprio tutti, si lascino ingannare dà al suo narcisismo una
grande soddisfazione.
È la felicità degli impostori. Ma
questo è un armeggione che, a sua volta, ha bisogno di
favole.
*Dice di sé.
Emilio Ravel. Nome d’arte di Emilio Raveggi, giornalista ed
autore televisivo.
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CRISTINA PALUMBO CROCCO
Un talento che si
esplica senza esercizio e applicazione
sembra perdere il suo reale valore. Ad
esempio, si può cantare sotto la doccia
per diletto. Tuttavia, si merita di essere
definito un cantante se si corrisponde a
determinati criteri di valutazione
sociale. Il talento di per sé è la
possibilità che un individuo ha per
caratterizzarsi, per esprimersi. Ma per
avere merito occorre competere nell’agone
sociale, misurarsi con le sfide del
proprio tempo.
(Da “Meritocrazia”,
2007)
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