MUSICA
CHI CERCAVA DI UCCIDERE TENCO SUBITO PRIMA CHE MORISSE?
Una tra le tante domande
rimaste senza risposta... Quel Festival del 1967 e il
mistero irrisolto sulla morte del cantante. Suicidio? Tesi
improbabile, non provata
Giulia Lanza*
Quando
si parla di Luigi Tenco è sempre impossibile ignorare la sua
morte che, come un pugno allo stomaco, irrompeva come un
imprevedibile e inatteso evento tra canzoni d’amore in gara,
giornalisti curiosi, fotografi smaniosi, truccatori e fiori
di quel Festival di Sanremo 1967. Che si affrettò ad
archiviare e a “nascondere il fatto dietro il palcoscenico”
per proseguire con la manifestazione canora. Senza
interruzioni.
Nel 1967 le indagini furono
frettolose e ambigue: niente guanto di paraffina, niente
autopsia, un verbale di ricognizione sulla scena del crimine
praticamente inconsistente. Il fascicolo dell’epoca conta
appena 12 pagine. Una grande confusione, un mare di
contraddizioni, buchi e indagini al limite del grottesco. Un
mistero che trascina con sè, ancora oggi, dubbi rimasti
sospesi nell’aria, nonostante la procura di Sanremo nel 2005
abbia riaperto l’inchiesta, riesumando la salma di Tenco. Le
indagini si riaprirono grazie alla pressione di tre
giornalisti, Aldo Fegatelli Colonna, Marco Buttazzi e Andrea
Pomati, che nel tempo hanno svolto ricerche senza
abbandonare mai la determinazione a fare chiarezza.
L’inchiesta, chiusa nel 2006, ha confermato il
suicidio. Il proiettile che uccise Tenco non fu mai
ritrovato. Domande e dubbi degli studiosi del caso e dei
testimoni di quella tragedia non hanno avuto risposta.
Come si può, per esempio,
ignorare che un grande amico di Tenco, Paolo Dossena, lo
storico discografico, continui a dichiarare (anche di
recente al mensile Musica Leggera – Giugno 2010) che
il cantautore era minacciato di morte e per questo girava
con una pistola? Una strana coincidenza prima del suicidio?
Sempre Dossena, in un’intervista a Sorrisi e
canzoni del 5 /2/ 2004, ricordando la tragedia,
dichiarava “Andammo al bar del Casinò e Luigi ordinò un
whiskey. Io non volevo che bevesse, gli dissi di piantarla e
presi il bicchiere cominciando a bere. Lui mi guardò dritto
negli occhi e mi disse: “Sei un amico che si mette tra me e
il bicchiere. Ma sei così amico da metterti sulla
traiettoria di una pallottola che parte da una pistola che
mi spara?”. Dossena racconta anche di aver portato la
macchina di Tenco a Sanremo perchè il cantautore era partito
in treno. Durante quel viaggio, nel cruscotto dell’auto,
trovò la pistola di Tenco “... ma come, giri con una pistola
in macchina? Ma sei pazzo?”. Lui mi disse che era la terza
volta che cercavano di ucciderlo. L’ultima volta era
successo poche settimane prima, a Santa Margherita Ligure:
due macchine lo avevano stretto e avevano cercato di
spingerlo fuori strada. “E allora mi sono comprato una
pistola. Ma non chiedermi chi ce l’ha con me, perché non ne
ho idea. Non lo capisco”; a fine intervista Dossena aggiunge
che di cose ne poteva raccontare tante..., “peccato che mai
un poliziotto o un magistrato me le abbia chieste ”.
Gli aspetti chiari della tragedia
sono pochi. Tenco è morto a Sanremo nel pieno della
manifestazione, ucciso da un colpo di pistola alla tempia.
L’arma ritrovata dalla polizia è
la Ppk
calibro 7.65 che apparteneva a Tenco. Viene trovato nella
sua camera d’albergo, la 219 dell’Hotel Savoy, nella notte
tra il 26 e il 27 gennaio del 1967, dopo la sua esibizione
con Dalida della sua bella canzone “ Ciao amore ciao”. È
proprio la cantante a ritrovarlo senza vita, quando verso le
2 rientra in albergo, dopo essere stata a cena con amici
discografici, al ristorante Nostromo. Tenco non partecipa
alla cena: amareggiato per l’esito della gara e
l’eliminazione, vuole rientrare in albergo. Prima della sua
esibizione, aveva bevuto e preso tranquillanti e/o
antidolorifici, in quei giorni era in cura dal dentista.
Quando la polizia interviene in albergo, porta
frettolosamente il cadavere all’obitorio e da qui lo
trasporta nuovamente nella camera del Savoy, per permettere
ai cronisti di fotografarlo. È stato ritrovato un biglietto
con poche e, ormai note, righe di protesta per
l’esito della gara, un biglietto che verrà considerato la
prova di un addio alla vita.
Il mistero. Contraddizioni e lati
oscuri sono molti. Un giornalista esperto d’armi, tra i
primi ad entrare nella camera della tragedia, è sicuro di
aver visto una Beretta 22 e non
la Ppk
7.65 del cantautore. Lo sparo in albergo non è stato sentito
da nessuno, neanche dai vicini di camera. Dalida e Dossena,
i primi a trovare il cadavere di Tenco, a primo impatto
pensano a un malore, un incidente, non vedono quindi la
pistola che – per forza di cose – doveva trovarsi vicino al
cadavere. Il fratello Valentino, accorso subito dopo la
tragedia, cerca invano l’addetto di turno alla reception per
chiedere spiegazioni e ricostruire gli ultimi momenti di
vita del fratello. Valentino Tenco è stato il primo a non
credere al suicidio. L’arma del fratello, che gli viene
riconsegnata dalla polizia, è perfettamente pulita, come se
non avesse mai sparato. Il noto biglietto d’addio viene
ritrovato in camera da Dalida, che lo tiene con sè fino
all’arrivo della polizia, mentre al Savoy regnava già una
gran confusione. Piero Vivarelli, amico di Tenco, raccontò
che si trattava di un biglietto privato per lui e altri
amici e, all’arrivo della polizia, visto l’accaduto, hanno
ritenuto opportuno consegnarlo. Sembra certo che Lucien
Morisse, ex marito di Dalida, quella sera fosse a Sanremo.
Il commissario Arrigo Molinari,
che all’epoca guidò le indagini dichiarò in seguito che
“sulla morte di Tenco e su tutto quello che è accaduto nelle
ore successive alla scoperta del suo cadavere, non è stata
ancora scritta tutta la verità”.
Ospite a Domenica In nel
2004, Molinari parla dell’ipotesi che dietro quella tragedia
ci sarebbe stato un giro di scommesse clandestine legato al
Festival. Racconta che c’erano due obitori, uno per le morti
naturali, l’altro per ospitare le vittime truffate al gioco,
suicide. Secondo Molinari anche re Farouk d’Egitto scommise
e perse un miliardo di lire. Dice anche che, dopo la morte
di Tenco, Ugo Zatterin, allora presidente della Commissione
selezionatrice di quel Festival, avrebbe insistito perché il
Festival proseguisse.
Queste pressioni, ha spiegato
Molinari, “mi costrinsero a riportare il cadavere di Tenco
dall’obitorio all’hotel, per mostrarlo a tutti e far capire
che il Festival non poteva proseguire”. Arrigo Molinari,
comunque, non ha potuto contribuire alla ricostruzione della
vicenda, finalmente riaperta. Quando le indagini si
riaprirono nel 2005, Molinari era morto, assassinato mesi
prima da un ladro, nella sua abitazione.
Aldo Fegatelli Colonna, autore di
tre biografie su Tenco, amico del fratello Valentino,
frequentò casa Tenco fino al 1997: ha conosciuto la donna
misteriosa di Tenco, Valeria (le lettere di Tenco alla sua
donna segreta furono pubblicate nel 1992 dal Secolo XIX)
e da queste rivelazioni con vari particolari, appuntamenti e
progetti di vita, tutto si può desumere, tranne che nelle
intenzioni di Tenco ci fosse il suicidio.
Da molti anni il gruppo “Luigi
Tenco 60’s -la verde isola- “, con il suo sito internet e
tramite Facebook, sostiene “Le 5 prove dell’omicidio di
Luigi Tenco, ridiamogli una dignità”. Una battaglia,
supportata da documenti, foto, ricostruzioni e analisi
dettagliate, alla quale partecipano in migliaia, su
internet, chiedendo la riapertura delle indagini. Nel 2009
il dottor Sante Pisani, segretario politico del Pda ed il
dottor Domenico Scampeddu, responsabile nazionale del
dipartimento delle politiche abitative dell’Udeur, hanno
inviato due esposti al Consiglio superiore della
magistratura, all’onorevole Alfano, al Consiglio dei
ministri e al cancelliere della Corte europea dei diritti
dell’uomo di Strasburgo, con le prove. L’esposto in versione
integrale è disponibile alla pubblica lettura.
In sintesi le cinque prove
sostenute dal gruppo “la verde isola” sono: 1) il guanto di
paraffina sulla mano di Tenco non dimostra che abbia
sparato. Per la positività del test devono risultare almeno
2 di 3 elementi chimici e la mano di Tenco ne riporta solo
uno, che qualsiasi fumatore riporterebbe. La pistola di
Tenco riconsegnata al fratello era pulita e oleata; 2) nelle
foto scattate all’epoca, sotto i glutei di Tenco, non c’e’
la sua Ppk 7.65, ma una Beretta calibro 22; 3) foto a lungo
inedite mostrano ferite lacero-contuse sul volto di Tenco,
come se fosse stato picchiato, non riportate sul referto
ufficiale della polizia; 4) la lettera d’addio riporta
calchi come se fosse l’ultima pagina di una lunga denuncia.
Si vedono le parole “già” e “gioco”.
La firma è contraffatta; 5) foto
che mostrano sul viso, sui pantaloni e sull’auto di Tenco
tracce di sabbia: potrebbe quindi essere stato ucciso in
spiaggia. Tutto il materiale è ben visibile sul sito
(www.luigitenco60s.it).
Una cosa è certa: se Tenco
morisse oggi, basterebbe un’unghia di tutta questa valanga
d’indizi per scatenare un processo mediatico; sarebbe
bastato sapere che un giovane cantautore di 29 anni gira con
un’arma per difesa personale, impaurito da minacce di morte,
e sulla tragedia si sarebbero costruite intere trasmissioni
televisive, plastici della camera d’albergo con le varie, e
assurde, posizioni del corpo e della pistola, sarebbero
intervenuti periti, testimoni e opinionisti per discutere
del caso, fino alla nausea. A Tenco sicuramente non sarebbe
piaciuta quest’Italia di oggi, così diversa dagli anni
sessanta quando non si guardava dal buco della serratura.
Tenco sarebbe stato critico verso un certo tipo di
giornalismo, al quale oggi siamo abituati. Ma questo
giornalismo sicuramente sarebbe servito per pressare gli
inquirenti a fare chiarezza e giustizia sulla sua morte.
*Dice di sé.
Giulia Lanza. Segue uffici stampa nel mondo dello spettacolo
e della musica. Idealista e sognatrice, ma anche testarda e
tenace: si appassiona e sostiene “battaglie perse”, che per
lei non lo sono mai!
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GIOVANNI FLORIS
Il genio è anche
questo, l’idea di un padre che non accetta
di vedere il figlio tagliato fuori dal
lavoro che sogna. Ma è giusto che le cose
vadano così? Può il merito affidarsi
all’inventiva del singolo? Per uno che può
contare su un padre così determinato,
quanti bravi professionisti non riescono a
saltare il fosso che protegge il castello
dell’avvocatura, o del notariato, o del
giornalismo, o dell’insegnamento
universitario? Quanti principi del foro
ci siamo persi? Quanti ottimi
professionisti?
(Da “Mal di merito”,
2007)
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