ARTE
I CRITICI D’ARTE SI SENTONO PIÙ ARTISTI DEGLI ARTISTI CHE
GIUDICANO
Un dialogo serrato con il
pittore e scultore Gabriele Giardini consente, in veloci
battute, di comprendere quale sia lo stato dell’arte
Ilaria Berlingeri*
Gabriele
Giardini è un giovane artista con estro e slancio creativo
del tutto particolari nel panorama attuale. Solidissimo
disegnatore, dominatore di molteplici tecniche, Giardini
spazia nella sua creatività dalla più audace plasmazione
della materia con un acuto e personale senso della realtà
trasfigurata, ad un’intelligente e disinvolta attitudine a
inventare forme astratte ma sempre nutrite di un senso
simbolico che àncora l’immagine a una concretezza di idee e
sentimenti mai perse di vista.
Così parla di lui il critico,
notissimo conferenziere ed ex soprintendente al Polo museale
di Roma, professor Claudio Strinati. Giardini arriva
da una famiglia d’artisti, dal nonno Luigi Giardini,
anch’esso artista eclettico, ha ereditato emozioni,
impressioni e amore per l’arte.
Hai respirato da subito il
profumo dell’arte. Quanto ha influito questo a partire dalla
tua infanzia?
“Fin da piccolo, vedendo mio
nonno che scolpiva il legno, ho sentito in me la voglia di
emularlo”.
Artisti si nasce o si diventa?
È importante frequentare le scuole d’arte e le accademie per
diventare artista?
“Si nasce artista e l’accademia
affina il proprio estro”.
Nel corso del programma tv
Studio254 Show, realizzato dagli allievi dell’accademia
di Cesare Lanza, sei sempre in scena intento in
un’interessantissima performance art. Come questa
esperienza televisiva sta influenzando le tue creazioni?
“Io dipingo e creo la
scenografia. Quando sono in scena, le mie creazioni vengono
influenzate da ciò che viene detto in studio e questo
programma mi dà modo di pensare e creare nuove opere”.
Secondo te la televisione
lascia il giusto spazio al mondo dell’arte? Tolti alcuni
programmi di settore come Art news, e le aste d’arte
televisive su canali privati, se ne dovrebbe parlare di più?
“La televisione non lascia spazio
al mondo dell’arte ed è ovvio che occorrerebbe più
visibilità”.
Scultore, pittore,
disegnatore, scenografo. Nel corso della tua carriera ti sei
avvicinato a tecniche artistiche diverse seppur spesso molto
complementari. Quale ti rappresenta di più?
“Una cosa è legata all’altra e
tutte le discipline mi rappresentano”.
Nel tuo ricco curriculum
ricorre la parola teatro. Quale lavoro ricordi con più
piacere?
“Con la compagnia teatrale Le
Vibrisse ho recitato e realizzato le scenografie di
varie opere teatrali, ma quella che mi ricordo con più
piacere è
La Locandiera di Goldoni.
Parlando del panorama
artistico italiano attuale, c’è qualche artista che stimi
particolarmente?
“Ho avuto modo di apprezzare
qualche opera di giovani artisti, ma non volendo fare torto
a nessuno, mi astengo dal fare dei nomi”.
Secondo te com’è la situazione
attuale del mercato italiano dell’arte?
“Disastrosa”.
Dando un’occhiata al mercato
mondiale, cosa ne pensi? Cosa c’è che vale realmente al di
fuori delle valutazioni economiche?
“Il mercato mondiale purtroppo
gravita intorno a nomi di artisti già morti. Ci vorrebbe, da
parte degli estimatori dell’arte, più coraggio nello
scoprire e far scoprire nuovi giovani talenti”.
Cosa è cambiato nel mondo
dell’arte dai primissimi anni Ottanta, dal momento della
nascita della transavanguardia italiana, movimento
teorizzato e sistematizzato dal critico Achille Bonito
Oliva?
“Non è cambiato niente sotto il
sole; sono sempre alcuni importanti critici che muovono il
mondo dell’arte, sponsorizzando artisti a loro vicini,
sentendosi più artisti dell’artista”.
Dopo alcuni anni di
dominazione dell’arte concettuale, la Transavanguardia
teorizzava un ritorno alla manualità, alla gioia ed ai
colori della pittura. Sembra che in alcuni punti si possa
riconoscere la tua creazione artistica. Ti senti
appartenente a questo movimento?
“Per quanto mi riguarda sostengo
che non è necessario per un’artista essere inquadrato ed
identificato in una corrente. Sono un artista libero e seguo
soltanto le mie emozioni! Non ho padroni”.
Nell’arte, nel cinema, nella
musica, sembra che i critici abbiano sempre il potere di
creare e distruggere tramite la loro violenza
interpretativa, prevaricando l’autore stesso. In quale
proporzione, a tuo parere, è realmente rilevante la critica?
“La critica serve, se è
oggettiva”.
Ti farò un po’ di nomi che, da
alcuni anni, gravitano nel mondo dell’arte con implicazioni
diverse. Te la senti di darmi due aggettivi per ogni nome?
Marina Abramovic?, Maurizio Cattelan, Arnaldo Pomodoro,
Christo, Michelangelo Pistoletto, Gianfranco Baruchello,
Marco Lodola.
“Pur conoscendoli non mi sento di
dare giudizi, in quanto ognuno di loro esprime un proprio
concetto d’arte”.
Per chiudere ti lancio una
piccola provocazione. Ogni opera è come un figlio. Senti di
poter tradire questo proverbio dicendomi che c’è una tua
opera a cui sei legato più che alle altre?
“Per me ogni scarafone è bello a
mamma sua”.
*Dice di sé.
Ilaria Berlingeri. Critica cinematografica, giornalista di
musica, arte, spettacolo e politica anche definita come arte
di governare le società. Pensa che la cultura sia l’arma più
forte che ci resta, che per essa valga la pena di battersi e
che senza la vita non avrebbe significato.
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