MARCIA SEDOC, UNA CACAO MERAVIGLIAO CON PIGLIO DA LEADER
Nella trasmissione culto
Indietro Tutta! era una delle bellissime finto-brasiliane
che reclamizzava l’immaginario cacao. Oggi è punto di
riferimento in uno dei quartieri più disagiati della
capitale
Ilaria Ammirati*
Questa
intervista è stata realizzata all’VIII Municipio del comune
di Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, nella stanza
dove Marcia Sedoc, soubrette ed ex Cacao meravigliao della
trasmissione cult Indietro tutta!, presta la sua
attività di volontaria. È arrivata con due ore di ritardo.
Si trovava con alcuni immigrati alla Questura competente per
aiutarli a sbrigare alcune formalità e, come è noto, negli
uffici si sa quando si entra, ma mai quando si esce.
Durante le ore di attesa mi sono
passate davanti agli occhi madri, anziani, bambini, ragazzi,
uomini e donne. Mi sono sentita una sorta di extra-terreste
precipitato in un altro pianeta: che enorme abissale
differenza tra la zona in cui abito io, a Roma Nord, e
questa. Non erano più leggende, ma realtà. Realtà ancora
peggiore di come l’avessi mai immaginata: un mondo grigio,
sporco, brutto, senza via di scampo se ci nasci.
Un signore si lamentava
dell’aumento di 10 euro del suo affitto e, senza voler
assolutamente fare un discorso retorico, pensavo che quegli
stessi 10 euro a cui si attaccava disperatamente io li
spendo ogni giorno tra l’edicola ed il bar.
Mentre osservavo e ciò che vedevo
diveniva riflessione, mi chiedevo come mai la Sedoc avesse scelto il suo
ufficio proprio lì: e mi ha risposto che è andata dove c’era
bisogno.
È vero. Mi è bastato guardarmi
intorno, senza neanche addentrarmi nei meandri di un
quartiere sorto negli anni ’80 e diventato simbolo dei
problemi della periferia romana, che verrà in gran parte
demolito e ricostruito, secondo una notizia di questi
giorni, nell’ambito di un più vasto progetto capitolino. Ma
quel che mi incuriosiva maggiormente era come fosse
possibile che una soubrette abituata ai lustrini del mondo
dello spettacolo facesse veramente qualcosa lì in mezzo. I
conti non mi tornavano. E se lo fa lei perché io sto ferma a
non fare niente come te che mi stai leggendo? Poi è
arrivata. In carne ed ossa. Ed i conti sono tornati. Non ne
voglio fare una santa. È una persona che non conosco e con
cui ho solamente passato una piacevole ora. Però una cosa la
posso garantire: le mani se le sporca. Con energia e
coraggio da vendere.
Nata nell’ex colonia olandese
del Suriname, dopo una carriera da modella iniziata da
giovanissima, sei arrivata in Italia 24 anni fa. Cosa ti ha
spinto a venire nel nostro Paese?
“Sono venuta per un musical. Fui
scelta in Olanda nella scuola di ballo e canto dove
studiavo. Dovevo restare solo tre mesi. Poi mi sono
innamorata dell’Italia e del sole e non sono più andata
via”.
Hai conosciuto il successo con
la fortunatissima trasmissione Indietro Tutta!, di
Renzo Arbore, nel 1987. Come è iniziata questa avventura?
“Sono letteralmente capitata al
provino per la trasmissione. E non è un modo di dire. Quel
giorno c’erano Renzo Arbore, il produttore Ugo Porcelli,
Alfredo Cerruti e Arnaldo Santoro, coautori con Arbore, Nino
Frassica e Mario Marenco. Mi sottoposero ad una serie di
domande. Basta. Che cavolo di provino, pensai! Poi venni
rivista. E questa seconda volta mi venne detto che dovevo
portare il costume. Mi misero in una stanza con la musica e
mi dissero di ballare. Venni presa, ma non sapevo
assolutamente per cosa”.
E ben presto sei diventata la
capogruppo delle ragazze del Cacao Meravigliao.
“È successo. Io sono fatta così.
Tendo a fare la capa, la leader. Ovviamente
non andavamo tutte d’accordo. Non puoi mettere cinque
primedonne insieme: è un casino! Strano sarebbe il
contrario. Poi, quando terminò la trasmissione, chiesi il
permesso ad Arbore e depositai il marchio del Cacao per il
gruppo, non quello per il prodotto, sul quale invece ci sono
state varie vicende giudiziarie. Proposi anche alle ragazze
un impresario serio tra tutti quelli che bussarono alla
nostra porta. All’inizio eravamo le stesse della
trasmissione. Abbiamo fatto tantissimi spettacoli: più di
200 serate in un anno, in lungo e largo per l’Italia ed
andammo perfino al Festival di Sanremo. Poi, dopo quattro
anni, sempre insieme, tutti giorni, ci siamo sciolte. Io,
però, ho mantenuto il marchio per il gruppo e, con ragazze
via via diverse, continuo a lavorare”.
Quando hai capito che la
trasmissione sarebbe diventato un cult?
“Non l’ho capito subito. Ero
giovane e fondamentalmente mi divertivo. Come molte cose che
capitano nella vita, ho realizzato la portata della faccenda
quando abbiamo finito”.
Al di là delle gag, alcune
memorabili, dei personaggi curiosi, delle canzoni e dei
finti giochi a premi, Indietro tutta! è stata una
trasmissione con una forte volontà di stigmatizzare la
televisione commerciale, allora nascente, e che di lì a poco
si è imposta. Senza ombra di dubbio Le Cacao Meravigliao
e le Ragazze Coccodè possono essere considerate le
antesignane delle attuali veline, letterine. Considerando
gli scandali degli ultimi mesi, una domanda sorge spontanea
e sicuramente hai già capito...
“No. Assolutamente no. Ovviamente
ricevevamo inviti a cena, ma come può succedere a qualsiasi
bella ragazza”.
Ed allora, da donna e collega,
cosa ne pensi dell’attuale mercificazione di queste giovani
soubrette?
“È uno schifo. Non mi piace. Sono
per la meritocrazia. Bisogna lottare per avere qualcosa.
Devi fare esperienza. Devi fare la gavetta. È necessaria per
acquisire preparazione. Cerco sempre di insegnare questo.
Trovo giusto sorridere dei fidanzamenti tra calciatori e
veline. È un’altra cosa! I calciatori non hanno tempo per
rimorchiare. Sono miliardari, ma fanno una vita da servizio
militare. Le veline gli cascano in braccio! E fanno bene!
Entrambi!”
Indietro tutta ha lanciato
diversi personaggi del cinema e della televisione.
Ricordiamo, ad esempio, Maria Grazia Cucinotta ed il Mago
Forest. A chi il tempo non ha decretato il giusto successo?
“Proprio a noi. Meritavamo
sicuramente di più. Abbiamo ricevuto anche il Telegatto. Ce
lo consegnò Berlusconi stesso.
La Rai
invece non ci ha riconosciuto nulla. Tutto quello che ho
fatto dopo l’ho fatto grazie a me, senza chiedere niente a
nessuno. È stata una gran fatica, ma anche una grossa
soddisfazione perché almeno mi posso guardare allo specchio.
E, comunque, sono una persona fortunata. Ho sempre lavorato
tanto”.
E dopo Indietro tutta!?
“Appunto! Ho sempre lavorato. Io
sono cantante, ballerina, attrice di cinema e di teatro.
Grazie alla popolarità raggiunta sono stata ospite in varie
trasmissioni Rai: Telethon, L’Italia in diretta,
Pronto Raffaella?, Maurizio Costanzo Show,
Uno Mattina e moltissime altre. Ho preso parte alle
miniserie tv I Vigili Urbani e Il commissario
Corso. Al cinema ha lavorato per Federico Fellini in
Ginger e Fred, questo veramente prima di Indietro
tutta, poi per Lamberto Bava in Le foto di gioia,
per Tinto Brass in Snack Bar Budapest e per Claudio
Bonivento in Le giraffe e poi ancora con Pupi Avati,
Gianni Lepre e Bruno Corbucci”.
Dal 2004 sei presidente e
direttore artistico di Fajaloby, da te fondata. Di
cosa si tratta?
“È un’associazione culturale la
cui attività è divisa in due parti: quella relativa allo
spettacolo, che è il mio lavoro, e quella attinente invece
la promozione di iniziative culturali volte a sensibilizzare
i cittadini italiani e stranieri, cioè i nuovi cittadini
italiani, ad un modello di convivenza e di integrazione
multietnica e interreligiosa. In questo caso lo spettacolo
che facciamo serve da richiamo. Per fare un esempio sono
stata animatrice del concorso Miss Africa in Italia,
manifestazione in cui le ragazze sfilavano con gli abiti
tradizionali dei loro Paesi di origine e questo proprio col
fine dell’integrazione di culture e tradizioni completamente
diverse”.
Integrazione in Italia, in
particolare a Roma. A che punto siamo?
“Siamo punto e a capo.
Paradossalmente i problemi maggiori li hanno quelli che
vivono in Italia da tanti anni. Chi arriva adesso è molto
più agevolato. I nuovi cittadini italiani vengono
discriminati dagli italiani. Loro invece si sentono
italiani. Alcuni sono nati qui e sono addirittura misti. Il
paradosso è che quando compiono 18 anni non sono più
italiani. Infatti, secondo la legge, devono chiedere il
permesso di soggiorno.
Diventano clandestini,
delinquenti tra virgolette. È la preoccupazione di tanti
genitori stranieri che hanno i figli che stanno arrivando
alla maggiore età”.
Con l’obiettivo di favorire
l’integrazione, due volte a settimana svolgi servizio di
volontariato presso l’VIII Municipio del Comune di Roma.
Quali attività svolgi?
“È detto il municipio delle Torri
e interessa la suddivisione amministrativa della Capitale
posta ad est del centro storico. Si tratta di un municipio
particolarmente disagiato e perciò c’è molto da fare. Vi
afferiscono circa 240.000 persone, provenienti dai quartieri
più poveri della città. Per lo più si tratta di giovani e
per l’appunto tantissimi stranieri, che si sentono persi.
Purtroppo ci sono persone che speculano sui loro bisogni:
numerose associazioni promettono di aiutarli, si fanno dare
una marea di soldi e poi non fanno niente. Dopo questo
ladrocinio, di denaro e di speranza, arrivano allo
sportello, diventato oramai unico punto di riferimento per
tutta Roma. È un lavoro che mi porto a casa. Il sabato, la
domenica, la notte. Hanno addirittura il mio cellulare. Sono
disponibile in qualsiasi momento. D’altronde sono
disperati”.
Come mai questa vocazione al
volontariato?
“Perché mi reputo una persona
fortunata e mi sono sentita in colpa per tutte le persone in
difficoltà, disagiate. Il volontariato lo faccio con amore e
mi dà tante soddisfazioni. Ci metto tanta energia. E poi è
una tradizione di famiglia: anche mia madre si occupa di
volontariato ad Amsterdam”.
Praticamente in cosa consiste
la tua attività?
“Noi offriamo una serie di
servizi gratuiti: facciamo consulenza legale, aiutiamo a
compilare e reperire i documenti, siamo un punto d’ascolto
per gli adolescenti e le donne che spesso hanno problemi di
maltrattamento e non possono lasciare il marito, perché non
avendo lavoro e soldi non sanno dove andare.
Ci preoccupiamo di cercare posti
di lavoro, e perciò mi occupo di raccogliere informazioni
sugli studi e le esperienze di coloro che vengono qui e sono
disoccupati, in modo da soddisfare eventuali richieste.
Recentemente i magazzini Zara
volevano ragazzi di colore alti e muscolosi per il servizio
di sicurezza: stiamo facendo le selezioni e con l’azienda
abbiamo già occupato alcuni giovani. La reputo una vittoria
importante perché è un lavoro dignitoso che permette loro di
portare a casa qualche soldino per non pesare sulla
famiglia, magari anche per aiutare i genitori, ed in più
sono liberi di poter offrire una pizza alla fidanzata”.
Nel 1998 hai scritto un libro
di aforismi sui bambini e sull’amore intitolato “I buoni
muoiono giovani”. Perché questo titolo così forte?
“È una realtà. È un libro nato
dalla mia esperienza di vita e dalla mia passione per gli
aforismi. Nella mia infanzia ho sofferto: i miei genitori si
separarono e fui costretta per anni a non vedere mia madre.
Mio padre ci portò via, a me ed agli atri cinque fratelli. È
una storia che lascia il segno. Ed io già allora scrivevo.
Sono una pensatrice. Però ho avuto un carattere positivo. Il
libro è dedicato a mia figlia”.
*Dice di sé.
Ilaria Ammirati. Trentottenne romana è mamma di tre bambine,
la sua rivincita alla condizione di figlia unica. Ama i cani
ed il cinema, che definisce il posto più bello del mondo.
Insieme a Stromboli, l’isola del cuore. Ha il sogno di
scrivere una sceneggiatura e di firmala Lapilla.
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LIDIA
RAVERA
Il merito è
questione centrale. Nella politica,
nelle pubbliche amministrazioni,
nella cultura, nella scuola. Lo stallo
della meritocrazia taglia le gambe ai
più giovani: a che scopo con-correre
se vince quella che ci sta, o quello più
servile? Nell’editoria, nel cinema, nel
teatro, in televisione si valorizzano
i “conformi”, quelli che sono sempre ben
attenti a non dire quello che non
deve essere detto, a non pestare piedi,
a sottomettersi alle regole di mercato.
Il successo, da condizione di cui
vergognarsi è diventato l’unico
progetto perseguibile. Stretta fra
conformismo e voglia di essere
premiati, la povera cultura produce
ripetizione, si annoia di se stessa e
non svolge il suo compito principale:
raccontare questo mondo com’è e
immaginarne un altro. Magari migliore.
(Da “L’Unità”, 29
marzo 2010)
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