INTERVISTE
EGIDIO EGIDI, MAESTRO NEL GIOCO D’AZZARDO DELLA RICERCA
PETROLIFERA
Mattei ebbe il merito di
tirar fuori da persone giovani e inesperte, dirigenti validi
e grandemente motivati, ponendoci, giovanissimi, a capo di
società caposettore
Cesare Lanza*
Classe
1922 Egidi, manager di lunga e grandissima esperienza, vanta
una carriera come pochi in Italia. Entrato in Eni all’epoca
di Enrico Mattei ha scalato le cariche manageriali di tutte
le aziende nelle quali ha lavorato, fino a raggiungerne i
vertici. In questa intervista tratteggia e ricorda mondi e
rapporti industriali che oggi si fa sempre più fatica a
ritrovare.
Entrò all’Eni nel 1949, assunto da Enrico Mattei. Che
ricordo ha dell’uomo e dell’imprenditore?
“Mi sia
concessa una breve premessa. Poiché mi viene chiesto di
raccontare un “pezzo” importante della mia vita (30 anni
trascorsi all’Eni/Agip), dovendo attingere ai miei ricordi,
debbo premettere che, oltre a fare valutazioni personali
magari non condivisibili da altri, il tempo avrà certamente
contribuito ad offuscare o abbellire qualche dettaglio.
Tuttavia ritengo di non essermi
lasciato troppo prendere dai miti o dalle leggende che,
inevitabilmente, si tramandano nel tempo. Mi riferisco
sopratutto alla “leggenda” Mattei. Gli si fa spesso torto
dipingendolo da alcuni come un santo, da altri un corruttore
spregiudicato. Evidentemente non era né l’uno né l’altro.
Era
semplicemente un grande italiano che desiderava contribuire
alla rinascita del nostro Paese uscito dalla guerra con le
ossa rotte (…l’Italietta del fascismo e dell’autarchia,
magistralmente immortalata da Fellini in Amarcord!).
In Eni ha scalato tutti i gradini fino ad arrivare a
cariche manageriali. Che valore aveva il merito in quegli
anni? “La ricerca petrolifera è
sempre vicina al gioco d’azzardo, almeno quando si affronta
un’area inesplorata.
Se noi
avevamo all’inizio pochi mezzi tecnici (gli impianti di
perforazione di allora non erano proprio un modello di
modernità), possedevamo tuttavia il necessario know-how
tecnico/geologico, ottime maestranze, e grande entusiasmo.
E tutti noi, fin dai primi anni
‘50 raggiungevamo il Texas, la California…per
apprendere sul campo il “mestiere” del petroliere. E
imparammo alla svelta tant’è vero che assai presto,
essendoci portati al livello tecnico/economico delle majors,
venivamo accettati, anzi richiesti, per formare joint
ventures internazionali (Mare del Nord, Nigeria, Indonesia,
ecc.)
Fu questa la prova che, pur
essendo un’azienda di Stato, eravamo considerati a tutti gli
effetti alla stregua di azienda privata. Avevamo ereditato
da Mattei il coraggio e la forza morale di decidere con
grande autonomia, assai spesso by-passando le lungaggini
decisionali e le burocrazie romane.
Mattei ha avuto anche il merito di tirar fuori, da persone
giovani e inesperte, dirigenti validi e grandemente
motivati, ponendoci, giovanissimi, a capo di società
caposettore”.
Nel ‘62 Mattei morì in un incidente aereo per il quale
nel 2005 è stato stabilito ci fu dolo. Lei che idea si è
fatto? A chi Mattei aveva dato fastidio?
“Al momento della caduta dell’aereo,
alcuni piloti della flottiglia aerea ENI, colleghi del
pilota Bertuzzi, accorsi quella notte sul posto del
disastro, ritennero si trattasse di un incidente dovuto alle
pessime condizioni atmosferiche nell’atterraggio a Linate.
Al sabotaggio credettero in pochi, anche perché a chi
avrebbe giovato (delle 7 Sorelle) fare di Mattei un martire?
Tanto più che avrebbe dovuto fra non molto incontrare
Kennedy”.
Quali erano i rapporti, all’epoca, tra imprenditori e
politici?
“Sicuramente Vanoni, Ministro delle
Finanze del Governo De Gasperi appoggiò e valorizzò
l’enfatizzazione della scoperta del giacimento di
Cortemaggiore. Anche i rapporti di Andreotti furono non
conflittuali. E poi Mattei ci proteggeva nel senso che
rappresentava l’interfaccia con i politici. Agivamo in una
quasi completa autonomia che difendevamo quotidianamente da
ogni tentativo di invasione di campo”.
Nel 1980 dopo essere stato commissario straordinario
dell’Eni, il Presidente Cossiga La nominò presidente. Ma Lei
rifiutò. Per quale motivo?
“Avevo
chiesto, ripetutamente, al Presidente Cossiga di lasciarmi
libero e tornare nel “privato”, ma sulla gazzetta ufficiale
del 2 maggio apparve il decreto di nomina. Ero deciso a non
accettare la carica, decisione che divenne irrevocabile
allorchè ebbi un colloquio alquanto sgradevole (ma
illuminante!) col ministro delle Partecipazioni statali
dell’epoca, il quale doveva controfirmare il decreto della
mia nomina e che, all’indomani, sarebbe diventato il mio
“capo” (sic!). E, in tale veste, cominciò a darmi degli
ordini, non proprio di politica industriale…
Da
tale colloquio trassi l’impressione, non credo troppo
erronea, che si voleva da me un’ubbidienza acritica, una
specie di burattino i cui fili venivano tirati da altri. Era
forse l’inizio della lottizzazione?! Il colloquio terminò
con la mia semplice reazione: “Ministro, se ne cerchi un
altro!”. E uscii. Me ne tornai alla Fiat”.
Dopo 30 anni di Eni/Agip Lei entrò in un’altra grande
azienda italiana, la Fiat, con un’impronta
familiare molto forte. Quali le differenze sostanziali tra i
tre grandi gruppi?
“Il passare
da un gruppo pubblico – l’Eni - ad uno privato, fu per me un
notevole arricchimento tecnico-culturale. E poi la filosofia
del MERITOCRATICO! Tuttavia, dal punto di vista
gestionale/manageriale, il “salto” non fu affatto
traumatico, dato che nella società, l’Agip, che avevo
lasciata i comportamenti tecnico/economici, la conduzione
manageriale, ecc. erano del tutto simili a quelli praticati
da Fiat.
Del
resto la controprova è nelle varie joint-ventures fra l’Agip
e le principali società petrolifere americane ed europee,
nei vari continenti in cerca di petrolio, che furono rese
possibili dall’assoluto criterio “privatistico” istillato da
Mattei e dai suoi successori in tutte le aziende Eni”.
Negli anni 1992-93 scoppia Tangentopoli e, dopo il
suicidio di Cagliari, circola nuovamente il Suo nome per la
presidenza Eni, sponsorizzato anche da De Benedetti. Ma poi,
a sorpresa fu nominato Luigi Meanti, proveniente da Snam…
“È vero che dopo il suicidio di Cagliari
il Premier Amato mi telefonò insistendo affinché accettassi la Presidenza Eni.
Tale richiesta si basava anche su un preciso suggerimento di
De Benedetti. Ma rifiutai”.
In questo momento storico, in Italia, le stanze dei
bottoni sono quasi tutte occupate da ultrasessantenni di
sesso maschile. Le nuove generazioni hanno la strada
sbarrata perché sono oggettivamente incapaci o perché gli
anziani fanno fatica a lasciare il potere?
“È proprio vero che le stanze dei bottoni
siano ora occupate stabilmente da ultrasessantenni, con la
cadreca incollata al loro “didietro”. Mattei faceva
esattamente il contrario, dando a noi, trentenni, importanti
posti di grande responsabilità. Affermava che se uno, non
oltre i 35 anni, non avesse raggiunto la piena capacità di
“comando” cioè di leadership, dimostrando entusiasmo,
spirito di sacrificio e di missione, non poteva stare a quel
determinato posto di responsabilità (…e per il malcapitato
significava l’allontanamento!)”.
*Dice di sé.
Cesare Lanza. Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono
molto, per quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina
Poletti: “Era un uomo tutte case e famiglie”. L’altra,
pensata da un ex allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da
ragazzo si comportava come un adulto. Da adulto, come un
ragazzo”. Gli mancheranno molto i cinque figli, che in vita
ha trascurato, le due mogli, gli amori vissuti o anche
semplicemente sognati, il poker, le scommesse, i libri... e
anche le partite del Genoa, non importa se vincenti o
perdenti. Tante cose, tanti affetti: perchè morire?
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