INTERVISTE
FRANCO ABRUZZO, UN CALABRESE IN LOMBARDIA
L’avvento delle nuove
tecnologie ha cambiato la professione, resta, però, il
cronista e resta la cucina giornalistica: non si può
prescindere dalle donne e dagli uomini, che cercano le
notizie, che le scrivono e che le impaginano… e che le
titolano in maniera magari cazzuta come diceva Gaetanino
Afeltra
Antonella Parmentola*
Francesco
Franco Abruzzo, nasce a Cosenza
il 3 agosto 1939. Si laurea (con lode) in scienze politiche
e seguendo gli insegnamenti di un martellante professore di
storia decide che per continuare a sognare deve trasferirsi
a Milano.
È giornalista professionista dal
3 febbraio 1963 e dopo aver iniziato la professione presso
le redazioni calabresi dei quotidiani
Il Tempo e il Giornale d’Italia
è a Il Giorno di Milano dal
giugno 1965 al novembre 1983: suoi direttori saranno Italo
Pietra, Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi. Dal dicembre
1983 (chiamato da Gianni Locatelli) al marzo 2001 lavora a
Il Sole 24 Ore, anche se uscendo di casa per andare a
lavorare continuerà a dire “Vado al Giorno”, provocando così
l’ironia e l’ilarità delle figlie. Sarà assunto da Eugenio
Scalfari nel
1975 a
Repubblica, come cronista giudiziario, ma rinuncerà
presto all’incarico.
Per oltre diciotto anni sarà presidente dell’Ordine dei
giornalisti di Lombardia, guadagnando per questo il titolo
di “storico presidente dell’Ordine”.
È nell’elenco de “I
5062 italiani notevoli” di Giorgio dell’Arti e
Massimo Parrini, Catalogo dei viventi, Marsilio 2006.
Il
suo sito francoabruzzo.it porta un significativo
sottotitolo: giornalisti per la Costituzione. Oggi, per sua stessa ammissione,
vive di pc, internet e Blackberry. E dovendo realizzare
un’intervista a distanza, questa si è rivelata una vera
fortuna!
Giornalista professionista dal 1963. Come è cambiata la
professione da quando è diventato giornalista ad oggi?
“Procedo
con esempi banali: allora dovevo scarpinare per procurarmi
certe sentenze o per consultare codici e leggi. Oggi ho
tutto sul computer di casa. Sono abbonato a una banca dati e
ho a disposizione in fretta testi aggiornatissimi. Lo Stato
italiano peraltro ha un sito con tutte le leggi in vigore
(www.normattiva.it). La Gazzetta Ufficiale,
che è una miniera di notizie, è leggibile sul sito del
Comune di Jesi. Sulla home page
del mio sito si possono leggere le principali rassegne
stampa di quotidiani e periodici senza andare all’edicola.
Su Google c’è tutto e il contrario di tutto. Grazie agli
alert di Google mi procuro giornalmente notizie particolari
su almeno 100 argomenti che mi stanno a cuore e che sono al
centro dei miei interessi professionali (dalla
privacy alle ultimissime
sull’editoria).
Qualcuno dirà: oggi è facile lavorare, ieri invece… Non è
così: le enormi quantità di notizie che si trovano nella
rete, e io mi ritengo un cacciatore di notizie,
presuppongono nel giornalista una capacità di analisi molto
profonda, una preparazione multidisciplinare. Sullo sfondo
c’è il rischio della pigrizia che spinge al copia e incolla…
attenzione: lo sputtanamento, come in America, è altrettanto
facile…
Che dire del computer. Produco articoli, saggi e notizie
in quantità industriale. Della Olivetti 42 ho un ricordo
terrificante: la battitura delle 700 pagine della mia tesi
di laurea sulla guerra d’Algeria vista attraverso le pagine
del “Giorno”. Il pc consente velocità, e poi non c’è lo
scanner? O la trasmissione a distanza degli articoli grazie
a internet? Quando negli anni 60 battevo il Nord Milano in
certe ore della notte davo la caccia a un telefono fisso per
collegarmi con il giornale. Oggi il cellulare ha
rivoluzionato le comunicazioni tra centro e periferie,
corrispondenti e inviati. Si parla da qualsiasi parte del
mondo… Qualcuno ricorda ancora i dispacci telegrafici di
Luigi Barzini durante la guerra nippo-russa del 1905? E poi
le agenzie che arrivano direttamente nel computer… con un
semplice comando (F10 al Sole) vengono trasferite nell’area
della produzione… per essere lavorate… la tipografia
gutenberghiana non c’è più: è nel computer con le pagine già
disegnate…
Resta, però, il cronista e resta la cucina giornalistica:
non si può prescindere dalle donne e dagli uomini, che
cercano le notizie, che le scrivono e che le impaginano… e
che le titolano in maniera magari cazzuta (come diceva
Gaetanino Afeltra)… Restano uomini e donne con la loro
umanità, con la loro capacità di parlare con la gente e di
farsi raccontare i particolari di una storia, con la loro
cultura e poi con la capacità di scrivere 80 righe sul
tamburo in 30 minuti o di sintetizzare tutto in un servizio
di 4 o 6 minuti per la tv o per la radio… Gli avvocati
consultano i codici e la giurisprudenza, i medici quando
hanno dubbi sottopongono il paziente a una tac. Il
giornalista quando è sui fatti di cronaca, magari in posti
lontani e sperduti, è solo…con il cellulare e in redazione
aspettano il pezzo magari improvvisato e di getto. Lo stress
accompagna la vita dei giornalisti e sottopone testa e cuore
a emozioni anche rischiose…”.
Nel 1975 Eugenio Scalfari le offrì l’incarico di cronista
giudiziario a Repubblica. Perché rinunciò?
“I calabresi in
Lombardia”. Potrebbe essere il titolo di un libro dedicato a
una storia lunga almeno cinquant’anni. Da quando i
calabresi, abbandonate le vie delle Americhe e dell’Europa
continentale, hanno preferito orientarsi verso il Nord
dell’Italia. Prima i contadini, poi i figli dei ceti medi,
poi gli intellettuali. È stato un viaggio senza ritorno, di
sola andata.
Racconto la mia vicenda, perché è
emblematica. La vicenda di un ex studente liceale (“Liceo
Telesio” di Cosenza) e precoce lettore de “Il Giorno” di
Milano, il quotidiano più moderno dell’Italia di metà degli
Anni 50, ma già con la vocazione del giornalista nella
testa. Era “Il Giorno” di Enrico Mattei e di (e poi dal ‘60
di Italo Pietra). E si sa che i calabresi hanno sì la testa
dura, ma sanno anche sognare e qualcuno si scopre con gli
anni anche oppositore sociale. Il professore di storia era
martellante nelle sue tesi: “Ragazzi,
Milano ha fatto l’Italia. Se doveste decidere di andare via,
puntate su Milano e basta. Milano vi renderà liberi”.
E così è stato. In effetti Milano ha deciso nel bene e nel
male dal ‘700 ad oggi tutte le svolte nazionali,
dall’Illuminismo al Risorgimento, alla Grande Guerra, al
Fascismo, alla Resistenza, al Centrosinistra, da
Tangentopoli alla Lega Nord, da Forza Italia al Popolo della
Libertà. Il sindacato operaio, come il movimento socialista,
è nato da queste parti. Lo stesso discorso riguarda i
giornali. Da Il Secolo al
Corriere della Sera, da
Il Giorno al
Giornale di Indro Montanelli, a
Libero di Vittorio Feltri. Qui
prosperano le grandi case editrici.
Non sono stato il solo, tra i
miei coetanei calabresi, a sognare di lavorare come
giornalista a Milano. Posso citare Gino Morrone e Salvatore
Scarpino (Cesare Lanza aveva bruciato tutti, ma verso
Genova). Posso dire che mi è andata bene. Ho lavorato a
Il Giorno di Italo Pietra,
Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi e poi a
Il Sole 24 Ore di Gianni
Locatelli, Salvatore Carrubba ed Ernesto Auci. Mi ha assunto
Eugenio Scalfari a Repubblica:
era il luglio 1975, ma poi ho preferito rimanere dov’ero.
Non me la sentivo di lasciare Il
Giorno. Era stato il mio giornale sognato. Non capivo
che l’Eni si stava sganciando lentamente. Ho passato
un’estate tremenda, non dormivo, mi svegliavo di notte, mi
sembrava di tradire una mia scelta di vita.
L’appuntamento nella redazione milanese di
Repubblica era fissato per la
prima settimana di ottobre. Il giornale sarebbe uscito il 14
gennaio 1976, come poi è avvenuto. Sono stato fortunato:
nell’autunno del 1983, un tram è passato sotto casa e mi ha
portato al Sole 24 Ore, dove,
con il direttore Gianni Locatelli, ho trovato altri colleghi
del vecchio Giorno. Questa
volta non ho esitato: l’Eni ormai sopportava
Il Giorno perché doveva
ubbidire alla dirigenza dc e socialista. Mi capitava di dire
quando uscivo di casa: “Vado al Giorno”; le mie figlie si
divertivano a correggermi: “Ma non sei più al Giorno”. Anche
loro hanno sofferto quando ho lasciato
Il Giorno. Nella mia famiglia aleggiava e aleggia
ancora oggi il mito del vecchio Giorno di Baldacci e
Pietra”.
La crisi economica e politica che ha colpito il mondo
occidentale quali effetti ha prodotto sul giornalismo e
l’informazione in generale?
“Ha determinato, negli anni 2008, 2009 e
2010, una crisi spaventosa, pagata dai giornalisti
sessantenni. Ne sono stati rottamati finora 1.100, ma
arriveranno entro il
2012 a 1.500.
La Fieg ha ammesso che diversi bilanci
societari sono stati risanati grazie all’allontanamento
forzato di tanti redattori maturi ed anche prestigiosi. In
quei tre anni, la crisi ha colpito le entrate pubblicitarie,
mentre anche le vendite nelle edicole sono entrate in una
sofferenza vistosa”.
Ha ancora un senso un Ordine dei giornalisti?
“Sono convinto di
sì. Senza la legge sulla professione di giornalista
(69/1963) i cronisti diventerebbero degli impiegati del
computer e di internet. Questa affermazione si comprende
SOLTANTO se si tiene presente che le regole della
professione in Italia sono fissate per legge e, quindi,
formano un vincolo che obbliga tutti a determinati
comportamenti. L’anomalia italiana nasce dalla Costituzione,
che vuole un esame di Stato per accedere alle varie
professioni intellettuali. L’esame di stato presuppone un
percorso formativo determinato sempre dalla legge. Nessuno
disconosce che quella del giornalista sia anch’essa una
professione intellettuale. Se è così, deve rispettare gli
stessi vincoli delle altre professioni.
Con la direttiva comunitaria
89/48/Cee (dlgs 115/1992), l’Europa ha deciso che i
professionisti “regolamentati” debbano avere almeno una
laurea triennale. I dlgs 277/2003 (direttiva 2001/19/CE) e
319/1994 (direttiva 92/51/CEE) dicono che la professione
giornalistica (italiana), – organizzata (ex legge 69/1963)
con l’Ordine e l’Albo (come vuole l’art. 2229 Cc) e
costituzionalmente legittima (sentenze 11 e 98/1968, 2/1971,
71/1991, 505/1995 e 38/1997 della Consulta) –, ha oggi il
riconoscimento dell’Unione europea. Il sistema ordinistico
italiano è compatibile con la Ue (direttiva 2005/36/Ce o
“direttiva Zappalà”).
L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963
sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà
questi rischi:
a) quella dei giornalisti non sarà più una professione
intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.
b) risulterà abolita la deontologia professionale fissata
negli articoli 2 e 48 della legge professionale n. 69/1963.
c) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed
editori) la norma che impone il rispetto del “segreto
professionale sulla fonte delle notizie”. Nessuno in futuro
darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del
segreto professionale.
d) senza legge professionale, direttori e redattori
saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da
un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli
obblighi di fedeltà verso l’azienda e il direttore non
sarebbe giuridicamente nelle condizioni di garantire
l’autonomia della sua redazione.
e) una volta abolito l’Ordine, scomparirà l’Inpgi. I
giornalisti finiranno nel calderone dell’Inps, regalando
all’Inps un patrimonio di 3.000 miliardi di vecchie lire
(immobili e riserve).
Per
favore non facciamo paragoni con gli Stati Uniti. Il primo
emendamento della Costituzione americana vieta di fare leggi
sulla libertà di stampa e quindi anche sui giornalisti.
Amici giornalisti americani mi dicono che quello che abbiano
noi (Ordine, Fnsi, Contratto, Inpgi, Casagit e Fondo) nel
loro grande Paese è impensabile, è un sogno, è una ipotesi
di terzo grado”.
A tal proposito, l’accesso all’Ordine, con i meccanismi che
conosciamo, non è diventato anacronistico? Di fatto sforna,
ogni anno, centinaia di giornalisti che spesso vanno solo ad
incrementare le fila dei precari e dei disoccupati…
“Non è più così. Posso dare un dato
fresco. Nel registro dei praticanti dell’Ordine di Milano
sono iscritti appena 470 giovani. Fino a qualche anno fa
erano 1500/1800. I precari ci sono anche tra i medici e gli
ingegneri, i laureati in lettere e in legge. I nostri
disoccupati per contratto sono soltanto i professionisti e i
praticanti, che hanno perso il lavoro. I pubblicisti vivono
di altro (impieghi pubblici e privati, mestieri, altre
professioni). L’Inpgi presto presenterà una proposta
seducente agli editori: se assumono, non pagheranno i
contributi per due anni. L’incentivo è consistente e
dovrebbe generare occupazione”.
Le scuole di giornalismo hanno, di fatto, sostituito la
pratica della professione, ma sono diventate anche corsie
preferenziali per l’ingresso nella professione: più che
giornalisti il rischio è che si stiano formando degli
impiegati…
“Ho dedicato 22 anni della mia vita
all’Istituto Carlo De Martino per
la Formazione
al giornalismo di Milano (il mitico Ifg). Abbiamo formato in
32 anni (dal 1977 al 2009) ben 683 giornalisti, di cui una
cinquantina sono direttori di importanti testate, molti
occupano posti preminenti nei grandi giornali italiani. Solo
gli ultimi due bienni hanno visto un calo netto degli
assunti, ma tutti lavorano come co.co.pro o hanno contratti
a termine per effetto della crisi. Si tratta di colleghi
preparati e anche aggressivi, certamente non assimilabili
agli impiegati. Questo discorso vale anche per le altre 15
scuole. I saperi universitari sono indispensabili per
governare e capire la realtà complessa dei nostri tempi e
anche per utilizzare la rete in maniera intelligente e
produttiva”.
La pubblicazione delle intercettazioni è diventata, ormai,
pratica abituale. Quali le responsabilità dei giornalisti e
quali quelle dei magistrati?
“È un mio cavallo
di battaglia. Io rivendico il diritto di mettere le mani e
gli occhi sugli atti giudiziari (sentenze e carte con le
intercettazioni depositate nelle segreterie dei pm e dei
gip). L’ho detto in numerosi dibattiti anche in Cassazione e
due volte in corsi davanti a giovani magistrati organizzati
dal Csm.
Bisogna capire che il diritto di cronaca non prevale sulla
dignità delle persone. Se in quelle carte si parla di
persone violentate o abusate, di situazioni scabrose, di
persone non inquisite, è evidente che non pubblicherò nulla.
Non posso pubblicare nulla. È un dovere ed è un obbligo
giuridico. Ora è stata presentata dal Pd una nuova proposta
di legge, che scarica la repressione sull’Ordine dei
Giornalisti e che punisce solo i cronisti, cioè l’anello
debole della catena. Alfano punta a punire magistrati,
aziende editoriali e cronisti. Il Pd punisce solo i
cronisti. Non ci siamo. Posso confessare, ma i reati sono
prescritti, che negli anni trascorsi al Palazzo di Giustizia
di Milano, ed erano gli anni della mafia a Milano, del
terrorismo e dei sequestri di persona, ottenevo le notizie
dai magistrati e dai giudici, dagli avvocati e dai
cancellieri e anche dagli ufficiali e agenti della polizia
giudiziaria. Temo che anche oggi quel meccanismo funzioni
egregiamente”.
La calunnia è un venticello… Più che venticello oggi
assistiamo a vere e proprie campagne di fango, operate da
giornalisti dell’una e dell’altra parte politica. È
giornalismo anche questo?
“Questo non è giornalismo. I giornali
schierati producono questo genere di giornalismo, che ha
determinano la perdita di 2 milioni di copie. La gente non
ne può più e si allontana gradatamente. I giornali oggi
dicono di tirare 4,5 milioni di copie al giorno. Non si
capisce se tiratura significa diffusione. La diffusione
comprende le vendite nelle edicole, gli abbonamenti, le
copie omaggio e le campagne promozionali. Qualche anno fa
una fonte giornalistica (Lsdi) parlò di vendite effettive
per 2,5 milioni di copie. Ads sta per “Accertamento
diffusione stampa”: i dati all’Ads vengono forniti dalle
aziende. La verità esce fuori dai bilanci specialmente dai
bilanci delle società quotate in borsa. I grandi quotidiani
sono ancora in difficoltà, così dice il più recente (22
aprile) “bollettino” mensile dell’Ads. A partire dal
Corriere della Sera, che a
gennaio ha perso quasi 40mila copie (-7,4%) rispetto allo
stesso mese del 2010, scivolando a quota 489mila.
Leggermente più contenuto il calo di
Repubblica che perde oltre 30mila copie (-6,3%) a
449mila. Giù anche Il Sole 24 Ore,
che diffonde 19mila copie in meno (-6,8%) e passa a quota
267mila; stesso calo percentuale per La Stampa, che perde 20mila copie diffuse e si
attesta sulle 278mila. Interessante notare che il ritorno di
Vittorio Feltri a Libero non sembra riflettersi sulle
diffusioni, calate a gennaio del 6,5% (7300 copie in meno, a
quota 105mila), mentre il calo del
Giornale è contenuto nell’1,5% (182 mila copie
diffuse, 2700 meno di gennaio 2010). I numeri non sono
opinioni…”.
Lo scorso marzo, intervistato da Paolo Bracalini sul
Giornale, a proposito della denuncia di stalking avanzata
dall’onorevole Bocchino, ha parlato di un tentativo di
quest’ultimo di limitare la libertà di critica. Ma con
l’alibi del diritto di cronaca ci hanno abituato a leggere
di tutto. Il diritto di cronaca corrisponde dunque a una
libertà totalmente priva di confini?
“Da anni
vado conducendo una crociata per la diffusione delle
sentenze della Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo: la Convenzione europea,
che viene fatta rispettare da quel tribunale, è vincolante
per tutti i paesi della Ue perché dal 1° dicembre 2009 fa
parte integrante della Costituzione europea.
La Corte ha condannato
la Turchia
e ha stabilito che si configura come violazione dell’art. 10
della Convenzione una condanna al risarcimento danni ed
interessi per diffamazione di un uomo politico quando la
determinazione della somma, da effettuare in base allo
status, alla funzione e alla situazione economica delle
parti, sia eccessivamente ampia e cioè priva di un rapporto
ragionevole di proporzionalità con il fine perseguito nella
legislazione nazionale. Nella specie, il richiedente che era
stato accusato e condannato per diffamazione nei confronti
del Presidente della Repubblica, era stato condannato a
versare a titolo di risarcimento danni e interessi cinque
miliardi di lire turche e cioè circa 55 mila euro, privando
lo stesso, a suo dire, della metà del suo patrimonio.
In sostanza la sentenza mette in
evidenza che eccessivi e sproporzionati risarcimenti del
danno a carico di giornalisti ed editori possono costituire
una forma di intimidazione che viola la libertà
d’informazione. Ho
percepito una minaccia alla libertà di stampa
nell’iniziativa di Italo Bocchino, parlamentare, giornalista
ed editore. Le mie posizioni sono abbastanza note e sono
allineate a quelle della Cassazione: il diritto di cronaca e
di critica ha un limite interno, che è il rispetto della
dignità della persona. Questo argomento non fa presa e così
giornali e giornalisti vengono spesso condannati a risarcire
le parti offese. Sono estensore di una proposta di legge in
materia presa sul serio dal ministro della Giustizia in
carica nel 1999, Piero Fassino: io sostenevo che la
rettifica doveva essere pubblicata in tempi rapidissimi e
con giusta ed equilibrata evidenza. Il diffamato poteva
agire in giudizio solo se aveva chiesto la rettifica.
Spettava poi al giudice valutare se la rettifica tempestiva
avesse coperto il danno in tutto o se rimanevano parti
scoperte da monetizzare in termini ragionevoli. Quel
progetto di legge fece un bel tratto di strada in
Parlamento, poi fu bloccato dalla fine della legislatura”.
Anche nel giornalismo, come in numerosi altri ambiti, dalla
politica alla finanza, il potere è in mano ad ultra
sessantenni. Perché questa difficoltà a dare spazio, a
delegare ai giovani?
“Devo confessare che una quindicina di
anni fa in un dibattito con direttori 45-50enni ho sostenuto
che mi auguravo di avere direttori almeno sessantenni, che
avessero già maturato la pensione e sistemato i figli.
Ritenevo e ritengo che solo i sessantenni erano e sono in
grado di dire qualche no, mentre i 45/50enni chinano la
testa nei momenti cruciali, eseguono ciecamente le
“direttive superiori”, perché se perdono il posto dove
vanno? possono ricominciare la carriera da semplici
redattori? Spesso i giovani direttori mascherano la
insufficiente preparazione con decisioni arroganti e
sprezzanti dell’altrui dignità”.
Internet e nuovi media: sempre più giornali sono sfogliati
su supporti tecnologici. È questo il futuro del giornalismo?
La carta stampata è destinata a morire?
“Le più recenti previsioni accorciano i
tempi: i giornali di carta non moriranno nel 2042 ma attorno
al 2027-2030. Io non ci credo: credo con Indro Montanelli
che i nostri quotidiani rimarranno, formeranno una nicchia
per le classi dirigenti del Paese. Personalmente vivo di pc,
internet e Blackberry. Questi mezzi, con la tv e la radio,
hanno cambiato il panorama dell’informazione. Oggi corriamo
e andiamo di fretta. I dispacci dell’Ansa li leggo sul
Blackberry, ma ne ricavo le notizie. So quel che è successo
in Italia e nel mondo. Ma i commenti, le analisi, i
reportage vanno letti almeno sul video del pc e scaricati
per conservarli. Controllo ogni giorno le rassegne stampa
delle Camere, dei Ministero della Difesa e dell’Economia,
del Csm. Mi costruisco il mio giornale sempre su carta”.
Il Suo sito si pone l’obiettivo di fornire notizie (anche in
controtendenza) sul mondo dei media. È un traguardo
raggiunto? Ritiene che l’informazione sia, da sinistra e da
destra, omologata e acritica?
“Il
problema è quello di far circolare le notizie nel mondo
giornalistico e tra i giornalisti: solo questo obiettivo è
raggiunto. I nostri giornali sono schierati, ideologicamente
schierati. Un mio vecchio direttore, Italo Pietra, leggeva
anche 20 giornali al giorno. Lo incontrai nel giugno
1991 in
piazza San Babila. Mi puntò il dito e mi disse: “Noi due
abbiano lavorato al Giorno....”. Mi confessò che leggeva
sempre in maniera incessante: “Anche
per ricostruire i fatti bisogna leggere 3, 4, 7 giornali”.
In barba al principio “i fatti da
una parte e i commenti dall’altra”.
Pietra si riferiva alla politica ovviamente. Ma anche certi
avvenimenti di cronaca subiscono trattamenti politici in
base alla collocazione dei protagonisti. L’obiettività non
esiste, è o dovrebbe essere un traguardo per ogni buon
giornalista.
È possibile, come ha scritto Umberto Eco, una obiettività
minima: se su un fatto circolano 4 versioni, il buon
giornalista pubblica tutte e 4 le versioni e cerca di
comportarsi come uno “storico dell’istante o del presente”:
applica il metodo storico alla ricostruzione dei fatti.
Cerca testimoni e carte. I giornali ogni tanto dovrebbero
pubblicare opinioni dissenzienti rispetto alla linea
editoriale: essere cerchiobottisti o terzisti in questo
nostro Paese non è poi così male, meglio cerchiobottisti/terzisti
che doppiopesisti. Questi ultimi trattano bene gli amici e
attaccano gli avversari solo perché sono avversari e stanno
dall’altra parte. Quello dei doppiopesisti è un giornalismo
pregiudizialmente fazioso. I cerchiobottisti/terzisti
cercano, invece, di star nel mezzo e di ascoltare le ragioni
dell’une e dell’altro…
L’informazione omologata esiste e riguarda soprattutto il
mondo delle banche, delle finanze, dell’economia. Va avviato
un grande dibattito in ogni parte della Nazione sui
condizionamenti delle banche e della pubblicità nella vita
dei giornali di carta, tv, radiofonici e web con l’obiettivo
di proporre al Parlamento un’organica riforma dell’editoria
che faccia prevalere il diritto di cronaca e il diritto dei
cittadini all’informazione sulle azioni dei proprietari dei
giornali stessi. Gli slogan di questa battaglia altamente
civile sono questi: “Banchieri, giù le mani dai giornali” e
“La pubblicità stia al suo posto e non sostituisca
l’informazione”. Sviluppare un’intensa campagna nei luoghi
di lavoro, perché siano respinte certe offerte indebite di
favori da parte di p.r. e aziende. Gli uffici marketing non
devono interferire con il lavoro dei direttori e delle
redazioni.
“Il
popolo può ritenersi “sovrano”, come vuole la Costituzione, solo se viene pienamente informato
di tutti i fatti d’interesse pubblico”. Questo
virgolettato è la sintesi di una bella sentenza recente
della Cassazione, che ha speso giudizi significativi anche
sul giornalismo d’inchiesta (un genere passato di moda): “Il
giornalismo di inchiesta è espressione più alta e nobile
dell’attività di informazione; con tale tipologia di
giornalismo, infatti, maggiormente si realizza il fine di
detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale
volta alla raccolta, al commento e all’elaborazione di
notizie destinate a formare oggetto di comunicazione
interpersonale attraverso gli organi di informazione, per
sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche
meritevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”. I
giornalisti dovrebbero battersi per far vincere questa
sentenza, ma non vedo in giro una sufficiente tensione
morale. La crisi ha generato paura nelle redazioni, paura di
perdere il posto e di essere rottamati”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il
fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso
originale e della successiva evoluzione. È profondamente
convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e
detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la
differenza.
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ROBERTO SAVIANO
Oggi in Italia
nessuno è disposto ad accettare che se
qualcuno ottiene un risultato, un ruolo,
un titolo, sia perché è il migliore.
Piuttosto, si dice che è per qualche ragione
infima, raccomandazioni, imbrogli,
corruzione. È la logica del gossip: il
gossip è oggi insieme al racket delle mafie
il principale strumento di estorsione che
esista. Il controllo del consenso è fatto
attraverso il gossip, che ti fotografa
quando sei sul cesso: e dopo, qualunque
cosa tu dica e faccia, anche la più nobile,
ci sarà sempre un'immagine di te sul cesso
pronta ad avvilire ogni cosa, a togliere
autorevolezza e credibilità a tutto.
(Da “Wired”, marzo
2011)
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