BELPAESE
LA RINUNCIA A GOVERNARE
Il libro denuncia
L’Italia in presadiretta, sintetizza l’esperienza della
trasmissione televisiva Presadiretta, andata in onda su Rai3
all’inizio del 2011. Un titolo forte che ammonisce il
lettore su quanto il nostro Paese sia diventato
oggettivamente meno libero
Riccardo Iacona*
«Con
uno stipendio medio che non supera i 2000 euro e con i
prezzi che praticano i privati, nessuno può sperare di
affittare un appartamento dentro la città e allora siamo noi
che glielo dobbiamo trovare. È per questo che solo in questo
ultimo anno il Comune ha comprato dodicimila appartamenti».
A parlare è Jean-Yves Mano, l’assessore alle Politiche per
la casa del Comune di Parigi. Ogni anno il suo assessorato
compra dai privati centinaia di palazzi, vecchie fabbriche e
aree dismesse.
Tutto rigorosamente dentro la
città. Lo può fare perché una legge francese prevede per gli
enti pubblici un diritto di prelazione sui privati. Una
volta comprato, l’edificio viene ristrutturato e gli
appartamenti messi sul mercato, a prezzi convenzionati o
popolari, a seconda dell’esigenza del momento. A furia di
acquisire palazzi, il comune di Parigi è diventato il più
grande proprietario di tutta la città. Ogni anno che passa
aumentano sempre di più le zone della capitale francese che
vengono sottratte al privato e al libero mercato: «Nello
scorso mandato abbiamo assegnato 30.000 nuovi alloggi che
avevamo acquisito sul mercato e nei prossimi tre anni
puntiamo ad assegnarne altri 40.000. Prima, a chi aveva
diritto a una casa popolare facevamo scegliere tra l’est di
Parigi e i tanti quartieri satellite nell’estrema periferia,
dove sono state costruite le case popolari.
Oggi invece cerchiamo di far
restare la gente dove vive, dentro la città, non fuori,
perché è qui che stiamo creando l’edilizia pubblica. Se
avessimo lasciato libero il mercato, due affittuari su tre
avrebbero dovuto lasciare Parigi. E noi questo non lo
vogliamo, non vogliamo che a decidere chi vive o non vive a
Parigi sia la speculazione edilizia, vogliamo essere noi a
governare la città, perché a Parigi devono poter vivere
tutti: i poliziotti, gli infermieri, gli insegnanti, i
piccoli negozianti e non solo chi guadagna dai duecentomila
euro in su. Se aspettiamo che ci pensi il privato non
succederà mai, siamo noi che dobbiamo garantire la coesione
sociale».
Altrove la politica ha rinunciato
a governare e sono state le grandi società immobiliari
private e i costruttori a cambiare la faccia delle città. A
Milano tutto è successo in pochi anni ed è visibile a tutti,
perché a mano a mano che la proprietà pubblica perdeva
terreno e cominciavano le grandi cessioni e
cartolarizzazioni degli enti e delle società di
assicurazioni, la speculazione si è mangiata tutti gli
spazi.
Se si esclude una piccola misera
quota di edilizia pubblica, qualche decina di immobili «in
convenzionato», il resto è tutto in mano al privato. Con il
risultato che oggi tutta la città ha un «prezzo unico», cioè
alto dappertutto, e di fatto la periferia non esiste più. A
Milano ormai vive solo chi si può permettere i prezzi
imposti dal privato e basta attraversare di sabato e di
domenica i quartieri più prestigiosi per rendersene conto:
sono vuoti, gli appartamenti chiusi e le palazzine
presidiate solo dai portieri. Quelli che li occupano sono
tutti professionisti che il weekend raggiungono le seconde
case, al mare o in montagna. Altro che coesione sociale. Qui
sono rimasti solo loro, quelli con i soldi. Se aspetti il
lunedì e fai una passeggiata per le strade di quei
quartieri, scopri anche che non ci sono più le botteghe, gli
artigiani e i piccoli negozi: non hanno retto
all’innalzamento degli affitti che, mano a mano che
scadevano i vecchi contratti, chiedevano i nuovi
proprietari.
Se poi segui gli ufficiali
giudiziari che vanno di casa in casa a recapitare le
ingiunzioni di sfratto, scopri che più della metà delle
situazioni di cui si devono occupare a Milano è
rappresentata da anziani a cui è semplicemente scaduto il
contratto; il resto è costituito da donne separate e
famiglie monoreddito in difficoltà, cui si aggiungono,
sempre più spesso, coloro che non sono più riusciti a
onorare il mutuo che avevano stipulato per comprare un
appartamento.
Insomma tutte categorie fragili,
che in Francia riceverebbero sussidi e sostegno per poter
andare avanti mentre da noi hanno un’unica possibilità:
abbandonare la casa, il quartiere, la città dove sono nati e
cresciuti e andare fuori Milano, mentre gli anziani, dopo
anni di tira e molla, finiscono nelle case popolari del
Comune o della Regione.
L’appartamento che lasciano, naturalmente, viene
immediatamente ristrutturato e messo sul mercato a prezzi
quattro o cinque volte più alti. Se si considera che a
Milano, come nel resto d’Italia, non si costruiscono più
case popolari da quasi trent’anni, ma anzi si dismettono
quelle che ci sono, «regalandole» a prezzi di favore agli
inquilini, spesso a ridosso delle votazioni più importanti,
è facile intuire perché nel giro di pochi anni le zone di
residenza pubblica e popolare diventano care come quelle del
centro e si profila sempre più chiaramente il disastro
provocato dalla «rinuncia a governare».
Cercasi casa a Roma
A Roma la
situazione è ancora più drammatica, intanto per le
dimensioni della città – due volte più grande di Milano –
poi per la drammatica lista di attesa di quelli che hanno
chiesto una casa popolare – più di 40.000 domande ancora
inevase, 120.000 persone che avrebbero diritto a una casa
popolare e che l’aspettano inutilmente da anni – e infine
per il fatto che nella capitale le dismissioni e le
cartolarizzazioni hanno coinvolto negli ultimi quindici anni
centinaia di migliaia di persone. E le dismissioni non sono
ancora finite: a ottobre del 2010 l’Enasarco, l’ente di
previdenza degli agenti di commercio, metterà in vendita
tutti gli appartamenti che possiede nella capitale: sono
15.000, per un totale di 60.000 inquilini che a ottobre
dovranno fare i conti con i prezzi del mercato.
A Presadiretta abbiamo
seguito da vicino una di queste dismissioni, quella di via
Pincherle. Si tratta di una strada del quartiere Marconi che
si trova immediatamente al di là del Tevere, nella zona sud
della capitale, vicino alla basilica di San Paolo Fuori le
mura. Sono due palazzine con 270 appartamenti,
originariamente di proprietà della Fata Assicurazioni.
Quando la società ha deciso di dismettere, ha mandato una
lettera a tutti gli inquilini comunicando che, se volevano,
potevano comprare l’appartamento dove molti avevano vissuto
per più di trent’anni, e 146 dei 270 inquilini lo hanno
fatto. La signora Piccirillo fa parte del gruppo dei
«compratori» e ci mostra la busta paga del marito: «Eccola
qui, è un vigile urbano e guardi qui quanto guadagna, 1234
euro al mese. E con questo stipendio ci siamo messi sulle
spalle a sessantacinque anni di età un mutuo di trent’anni
che ci costa 830 euro al mese. 1234 euro di stipendio e 830
euro di mutuo».
Per comprarsi la casa, la
famiglia Piccirillo si è indebitata con la banca, ipotecando
il 65 per cento del proprio reddito e ora le rimangono per
vivere 404 euro al mese, poco più di 13 euro al giorno.
Tutto per una stanza da letto, una cucina, un piccolo bagno
e un soggiorno, un piccolo appartamento di
66 metri quadri, balconi compresi,
nella periferia sud di Roma: «Noi siamo stati costretti a
comprare, prendere o lasciare, altrimenti se la comprava un
altro e a noi ci cacciavano via. Adesso non dormiamo più la
notte per il pensiero, e se uno di noi due si ammala? Ma non
era meglio che continuavamo a pagare l’affitto di 400 euro
al mese e adesso non avevamo un debito e potevamo andare in
pensione con 1200 euro al mese e vivere tranquilli?».
Invece 124 inquilini hanno deciso
di non comprare e parlando con loro si capisce subito
perché. La signora Giulia, per esempio, ha settantun anni e
dopo la morte del marito vive da sola in via Pincherle, in
un miniappartamento di
44 metri quadri. L’unico suo reddito è
la pensione di reversibilità del marito, 550 euro al mese, e
ciononostante ha sempre pagato i 270 euro di affitto che la Fata Assicurazioni le chiedeva, costringendosi a
vivere con 280 euro al mese, poco più di 9 euro al giorno.
La signora Maria sta un po’ meglio: prende 700 euro di
pensione e paga 380 euro al mese di affitto; le rimangono
per vivere 320 euro al mese, 10 euro e 50 centesimi al
giorno. Stefania invece vive con 7 euro e 50 centesimi al
giorno, 230 euro al mese, la differenza tra i 550 euro di
pensione e i 320 euro di affitto che paga tutti i mesi. «Io
qualche volta vado dalle mie figlie, rimedio la cena ora da
una ora da un’altra e andiamo avanti così» ci dice con un
po’ di vergogna un altro pensionato che paga per l’affitto
della casa più della metà della sua pensione.
Queste persone vivono già sotto
il livello di povertà, sopravvivono grazie all’aiuto dei
figli e non possono sobbarcarsi un mutuo per comprare
l’appartamento in cui abitano.
«Io prendo 900 euro di pensione»
ci dice un’altra inquilina. «Il prezzo proposto dalla Fata
Assicurazioni era di 220.000 euro; sono andata in banca a
farmi fare un calcolo e mi sarebbe venuto 1200 euro al mese
di mutuo, impossibile.» Tra i 124 inquilini che hanno deciso
di non comprare non ci sono solo i pensionati, ma anche
numerose famiglie monoreddito, come quella di Giorgio
Malori, che lavora con un contratto a tempo indeterminato ai
servizi di terra dell’aeroporto di Fiumicino e che con il
suo unico stipendio deve mantenere la moglie e le due
figlie: «Li abbiamo fatti e rifatti i calcoli, io e mia
moglie, non ci abbiamo dormito la notte, ma proprio non ce
la facciamo.
Non so neanche a chi andarli a
chiedere, anche perché i nostri parenti non è che navigano
nell’oro, lavorano come noi e ce la fanno per miracolo ad
arrivare a fine mese». Per evitare la «rogna» di gestire i
124 appartamenti non venduti, caso per caso e con il
contenzioso legale inevitabile in queste situazioni, e
avendo anche bisogno di far cassa subito, la Fata Assicurazioni
decide di cedere in blocco tutto l’invenduto a un
immobiliarista di Genova, Mario Giacomazzi, il quale si fa
due conti e vede che l’affare conviene. Eppure, viste da
vicino, le due palazzine sono veramente ridotte male.
«Questi buchi li fanno i topi» ci dice una signora che abita
al pianterreno e le cui finestre si affacciano direttamente
su uno dei giardini interni. «Uno lo vedo girare qui, tutte
le mattine, si fa una passeggiatina, da quel buco a quel
cespuglio e ritorno. Sono grossi come gatti. Io li ho avuti
anche in casa, mentre alla vicina è uscito fuori dalla tazza
del bagno. Anche a me, quando piove tanto, mi escono fuori i
liquami dalla vasca da bagno.»
I tubi degli scarichi dei liquami
sono vecchi ed evidentemente sottodimensionati rispetto al
fabbisogno. Così alla prima emergenza le fogne si intasano.
La facciata delle due palazzine versa in condizioni pietose
e i ferri che escono dal cemento sbrecciato dei balconi
lasciano intuire che qui sono anni che non si fa una
manutenzione degna di questo nome. Dentro, gli infissi in
legno degli appartamenti non sono mai stati cambiati dal
1960, da quando cioè le palazzine sono state costruite. Lo
stesso dicasi per i pavimenti, le scale, i corrimano, le
cassette della posta, le luci dell’ingresso e degli androni.
Le tubature che portano l’acqua nei singoli appartamenti
sono fatiscenti, anche queste mai sostituite, e disegnano
chiazze di umidità in corrispondenza degli attacchi
dell’acqua. L’impianto elettrico non è mai stato messo a
norma, né quello condominiale né quello dei singoli
appartamenti, tutti sprovvisti di messa a terra. Scendendo
negli scantinati si nota una lunga crepa che attraversa
tutto il palazzo, sicuramente il segno di un cedimento delle
fondazioni.
Per
finire, tutti i camini hanno ancora le canne fumarie in
eternit, che passano proprio davanti alle finestre degli
appartamenti. In definitiva in quasi cinquant’anni la Fata Assicurazioni
ha speso davvero poco in manutenzione e tutte le migliorie
sono state fatte a spese degli inquilini. Eppure appena
Giacomazzi mette in vendita a 3750 euro al metro quadro gli
appartamenti dei 124 inquilini che non hanno potuto comprare
non fa nessuna fatica a trovare i primi acquirenti: a meno
di un chilometro da via Pincherle, infatti, c’è la Terza Università di Roma e gli appartamenti qui
sono molto richiesti, sia dalle famiglie degli studenti
fuorisede, che arrivano a pagare in questa zona dai 270 ai
300 euro in nero per un posto letto, sia da chi è in cerca
di investimenti.
Affitti folli e nuova povertà
Per i 124
inquilini, proprio quelli più fragili, che dovrebbero essere
protetti e sostenuti, è cominciata la discesa all’inferno,
che in Italia di solito ha un unico esito: prima o poi i
nuovi proprietari li cacceranno via, o perché non sono in
grado di pagare gli affitti che il mercato privato chiede o
perché le case servono a quelli che le hanno comprate.
E fuori li aspetta un mercato
folle, dove il canone di solito equivale a un intero
stipendio. Si parte dai 1300-1400 euro al mese per 40 metri quadri a piazza
Bologna e dintorni, un quartiere residenziale a due passi da
Porta Pia e ben collegato a metropolitana, tram e autobus, e
si arriva ai 750 al mese nel quartiere di Tor Di Nona, oltre
il raccordo anulare nell’estrema periferia est della città –
dove ci sono le case, ma mancano le strade – per un
appartamento di
70 metri
quadri dove il citofono non funziona, l’ascensore neanche
perché devono ancora finire i lavori dell’impianto
elettrico, e quando entri in casa scopri che l’acqua che
esce dal rubinetto non è potabile perché viene dal pozzo,
che il gas non c’è, quindi bombole per cucinare e niente
riscaldamento e anche il contratto non c’è perché il
proprietario i 750 euro li vuole in nero. Ecco cosa succede
quando si «rinuncia a governare» e si lascia tutto in mano
al mercato e a chi ci specula. Succede che la città si
trasforma, palazzo per palazzo, quartiere per quartiere,
dismissione su dismissione, e diventa inaccessibile, fuori
dalla portata di chi la abita, diventa una città chiusa.
«Io abitavo a pochi chilometri da
qui. E pagavo 500 euro al mese di affitto» ci racconta
Emanuele, un giovane elettricista romano. Lo incontriamo
nell’appartamento che ha occupato due anni fa con la moglie
Daniela e dove vive con i due figli: Lorenzo, il maggiore, e
Nicole, nata dopo l’occupazione. «Quando è scaduto il
contratto, il proprietario è venuto da me e mi ha chiesto
800 euro al mese. Mi ha detto che i prezzi in zona erano
cresciuti, che anzi il prezzo giusto sarebbe stato di 1000
euro, che insomma era un favore che mi faceva se me la dava
a 800. Io e Daniela abbiamo fatto due conti ed era
impossibile. Io ho un contratto a tempo indeterminato ma
guadagno 1200 euro al mese. Come facevo a dargliene 800?» E
poi aggiunge: «Io non so come andrà a finire, se ci
cacceranno via o se riusciremo a trovare un accordo con il
proprietario.
Ma una cosa è certa: senza questa
occupazione lei oggi non ci sarebbe» e indica con la mano la
piccola Nicole, che ancora mezza addormentata si lascia
coccolare, in braccio alla madre. «Se veramente avessi
dovuto dare 800 euro al mese al mio vecchio proprietario, la
gravidanza non l’avremmo portata a termine, questo è
sicuro.» Oltre a Nicole, in due anni nello stabile sono nati
altri quattordici bambini, tutti figli della stessa
occupazione.
Quanto è diventata importante nel
bilancio delle famiglie italiane la spesa per la casa. Sono
bastati due anni di occupazione, due anni senza avere sul
collo gli affitti che prosciugano più del 50 per cento dello
stipendio, e le coppie hanno ripreso a fare figli. Di coppie
come Emanuele e Daniela se ne trovano tantissime nell’ambito
delle occupazioni organizzate a Roma dai movimenti per il
diritto alla casa: tutta gente che lavora, ma non guadagna
abbastanza per pagare i prezzi imposti dal libero mercato. E
a mano a mano che la crisi avanza, mentre si perdono ogni
anno decine di migliaia di posti di lavoro e milioni di
italiani sono in cassa integrazione, con lo stipendio
decurtato del 30-40 per cento, questa fascia di persone,
questa povertà da reddito basso è destinata ad aumentare,
ogni mese che passa.
Si
potrebbe obiettare che l’80 per cento degli italiani sono
proprietari di casa perciò l’emergenza abitativa riguarda
ancora una minoranza del paese e non richiede quindi tutte
queste preoccupazioni, questi investimenti pubblici. Ma la
realtà è che moltissimi proprietari di casa per diventarlo
si sono dovuti indebitare pesantemente con le banche per
quindici, venti, trent’anni, e al momento non stanno molto
meglio dei poveri affittuari. E poi resta il problema dei
figli, che prima o poi dovranno uscire fuori di casa: se
abiti a Terni e tuo figlio deve andare all’università a
Roma, gli dovrai prendere in affitto un appartamento; e
quando finalmente avrà un lavoro, dovrà trovare anche lui
una casa dove cominciare una vita e metter su famiglia.
Oppure si pensa che gli italiani, già strozzati dalle rate
del mutuo, che si aggiungono a quelle per la macchina, il
motorino, il televisore al plasma e il divano del salotto,
debbano comprare un appartamento a testa per tutti i singoli
componenti della famiglia? E con quali soldi, con quali
stipendi gli italiani dovrebbero continuare a comprare
macchine, motorini, televisori, divani e appartamenti?
*Dice di sé.
Riccardo Iacona. Giornalista Rai da più di vent’anni, è
autore e conduttore di Presadiretta su Rai3.
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