SOCRATE 2000 RITORNO AL MERITO
IL RACCONTO FENICIO
Il racconto fenicio, anzi,
“un qualcosa di fenicio”, è un mito di fondazione, che si
differenzia dai miti narrati dai poeti perché è artificiale
e dichiaratamente falso, tanto che Socrate lo espone con
esitazione e vergogna. (Libro VIII Repubblica di Platone)
“Cercherò
di persuadere prima gli stessi governanti e i soldati, poi
anche il resto dei cittadini, che tutta quell’educazione
fisica e spirituale che noi davamo loro, essi credevano di
sentirla e di riceverla, ma non erano che dei sogni; e
veramente allora essi si trovavano entro la terra, già
plasmati e allevati, essi stessi, le loro armi e tutto il
resto del loro equipaggiamento. E quando in ogni dettaglio
fu ultimata la loro preparazione, la terra loro madre li
mise alla luce: ora essi sono tenuti a provvedere e a
difendere la terra che abitano come se fosse la loro madre e
nutrice, se qualcuno l’assale, e a considerare gli altri
cittadini come fratelli e “nati dalla terra...
Voi tutti nella polis siete
fratelli, ma il dio, mentre vi plasmava, a quelli di voi che
hanno attitudine al governo mescolò, nella loro generazione,
dell’oro, e perciò altissimo è il loro pregio; agli
ausiliari, argento; ferro e bronzo agli agricoltori e agli
altri artigiani. Per questa generale comunanza di origine,
dovreste generare figli per lo più simili a voi; ma c’è caso
che da oro nasca prole d’argento, e da argento prole d’oro,
e così reciprocamente nelle altre nascite. Perciò il dio
ordina prima e particolarmente ai governanti di non essere
di nessuno tanto buoni guardiani e di non custodire nulla
con tanto impegno quanto i figli, osservando attentamente
quale fra questi metalli si trova mescolato nelle anime
loro; e se uno stesso loro figlio ha in sé alla nascita
bronzo o ferro, di non averne nessuna pietà, ma di usare
alla physis il riguardo dovutole e di respingerlo tra gli
artigiani; e reciprocamente, se da costoro nascono figli che
abbiano in sé oro e argento, di rendere loro gli onori
dovuti e d’innalzare questi ai compiti di custodia, quelli
ai compiti di difesa; perché esiste un oracolo per cui la
polis sia destinata a perire, quando la sua custodia sia
affidata al guardiano di ferro o a quello di bronzo.”
Si ritiene che il mito fenicio
abbia la funzione retorica di far metabolizzare, a un
pubblico portato a trovarla inaccettabile, una
organizzazione della società fondata sulla “meritocrazia”, e
non più sull’aristocrazia della nascita o della ricchezza:
le attitudini e le capacità della persone non dipendono
dalla classe sociale. Un agricoltore può avere come figlio
un uomo d’oro, e un guardiano può essere padre di un uomo di
ferro. In questa prospettiva, l’espediente retorico della
nascita dalla terra e della conseguente “naturalizzazione”
dell’educazione serve a nascondere la storia della
formazione dei cittadini entro una rappresentazione – falsa
– della natura. La verità è diversa: noi siamo come siamo
non in virtù della nostra nascita, ma per la nostra storia e
la nostra educazione; le differenze nella gerarchia sociale
non dipendono dalla natura, bensì, storicamente e
culturalmente, dal nostro merito.
Di vero, alla base del racconto,
c’è solo il fatto che la capacità di controllare le nozioni
nella nostra mente in maniera vigile e attiva si sviluppa,
in ciascuno, in un modo differente. Questa capacità,
tuttavia, non spunta dalla terra, né viene trasmessa per via
ereditaria, come la proprietà privata o il patrimonio
genetico, bensì cresce in un lungo e faticoso processo di
educazione e di confronto con gli altri. Ma proprio questa
conquista introduce la disuguaglianza – una disuguaglianza
che insiste sulla capacità di dominare ciò che si sa.
L’elemento esplicitamente falso del racconto è il carattere
non storico, bensì innato di questa disuguaglianza.
Il racconto fenicio può essere
inteso come volto a legittimare, contro l’idea aristocratica
del diritto di nascita, una gerarchia basata sul merito
dianoetico-etico, che, ingannevolmente e retoricamente.
viene fatto passare per innato. Ma può essere letto ancora
in un altro modo: l’oro che è in qualcuno di noi non viene
da lui o dalla sua famiglia, ma deriva da un humus comune e
indisponibile ai singoli. Questo humus viene,
ingannevolmente e retoricamente, fatto passare per natura:
esso, in realtà, è frutto della storia – ma di una storia
che non dipende esclusivamente dall’azione individuale nella
sua originarietà.
Platone vuole costruire una
gerarchia politico-sociale di carattere meritocratico. Per
questo, è in disaccordo con i fautori di una aristocrazia
fondata sulla nascita e si vale, nel racconto fenicio, della
legittimazione in base alla nascita solo per motivi
retorici, a causa della forza mitica di un simile argomento
nella sua tradizione culturale. Questo non significa,
tuttavia, che ciò che i singoli conoscono e sanno fare
derivi esclusivamente da loro. La base della meritocrazia
platonica non è individualistica: i singoli non producono da
sé il metallo che è nella loro anima, ma lo ricevono in
assegnazione. Nella realtà, l’assegnazione viene compiuta
dalla storia che i singoli hanno in comune; nel mito,
l’assegnazione viene fatta dal dio, cioè dalla natura.
Questa è la falsità del racconto. Non è falso, invece, il
fatto che ciò che conosciamo e sappiamo fare non derivi
interamente da noi, e che, nella distribuzione delle
capacità e dei meriti, sia possibile la disuguaglianza.
In questo senso, la bugia di
Platone non può ridursi all’esteriorità di un espediente
retorico: la disuguaglianza, per quanto sia frutto della
storia e non della natura, non è eliminata. Ne segue,
pertanto, che, anche se la conoscenza venisse resa, in linea
di principio, disponibile a tutti, essa verrebbe fatta
propria in maniera disuguale. Ma ciò comporterà una
conseguenza molto grave: l’impossibilità di una
legittimazione cognitiva che sia effettivamente e
consapevolmente riconosciuta da tutti. Questo è il
principale paradosso della fondazione del potere sulla
conoscenza: chi non sa, vedrà inevitabilmente il potere come
qualcosa di opaco e iniziatico. Senza l’universalità attuale
della condivisione della conoscenza, ogni pretesa di società
trasparente suonerà come una menzogna, agli occhi di coloro
che non riusciranno a penetrarne le ragioni.
Da Il politico di Platone Maria Chiara Pievatolo,
Copyright © 2009, Università di Pisa.
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