SOCIETA’

LA “SCIMMIA NUDA” LA VESTONO DOLCE & GABBANA


Un seno florido e glutei tondeggianti da sempre sono stati indice di un ottimo stato di nutrizione, di salute, di fertilità. Allora perché impera un modello alternativo di donna magra al limite dell’anoressia?


 

Franco Avenia*

 

SOCIETÀ – Dolce&Gabbana, collezione primavera estate 2011Sfogliando una raccolta di copertine di Playboy dal ‘53 ad oggi, a chi potrebbe venir in mente Lesley Hornby, meglio conosciuta come Twiggy? E già, perché difficilmente la risicata modella degli anni ‘60 vive nell’immaginario sessuale degli uomini. Eppure, fu un fenomeno mediatico di tali proporzioni da creare una significativa rottura nel campo della moda e non solo.

La sua scoperta si deve al fotografo sudafricano Barry Lategan, che lavorava per Vogue. La successiva valorizzazione fu del fotografo britannico David Bailey. La consacrazione avvenne quando, a 17 anni, Mary Quant le fece indossare la minigonna, lanciandola in tutto il mondo.

Era il 1966, fu un fenomeno di costume legato alla moda. Una frattura con i vecchi codici estetici, così come lo furono, appunto, le minigonne, i capelli lunghi dei ragazzi e i Beatles. Ma ha lasciato un segno profondo nella nostra società, costruendo un modello irreale e patologico di donna, seminando sofferenza, disagio psicologico e frequentemente morte. L’inquietante spettro della magrezza a tutti i costi che ha disturbato e disturba le notti insonni di tante giovani (e non giovani) è nato negli anni ‘60, nella Swinging London, e Twiggy ne divenne l’icona.

Certo, lei non fu responsabile, né tanto meno chi la lanciò e, peraltro, allora non era possibile immaginare quel che avrebbe prodotto. La colpa fu (ed è) di altri che hanno cavalcato un’espressione di creatività sfruttandola commercialmente ed imponendo la propria indifferenza ai richiami della femminilità, il proprio disgusto per forme procaci e curve sensuali.

Pochi anni prima, nel ‘58, al Rugantino di Roma, lo spogliarello improvvisato, dalla formosa ballerina turca Aichè Nanà, fece scandalo ed aprì le porte alla Dolce vita. Di lì a poco, le prorompenti forme di Anita Ekberg ne divennero il simbolo. E ancora, per quanto le restò prima della prematura morte, Marilyn Monroe albergò nei sogni di milioni di maschi. Da noi, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Rosanna Schiaffino, Silvana Pampanini e tante altre seguitarono ad incarnare l’ideale fisico della donna: prosperosa, procace e burrosa.

E ciò è continuato e continua negli anni: perché così è.

L’essere umano, si sa, è un mix di natura, cultura ed esperienza.

In lui agisce “l’eterna Volontà di vivere” – come la chiamava Schopenhauer – che si attua in una incessante competizione, che inizia ancor prima del suo concepimento, a livello di spermatozoi. La natura non sa di bene e di male, di giusto o di sbagliato, di bello e di brutto. La natura si manifesta nella necessità della sopravvivenza. All’Uomo questo non è mai piaciuto. Schiavo del suo narcisismo e della sua mania di potenza, da un lato scopre le leggi che regolano l’universo e dall’altro cerca di asservirle. Ma non si accontenta, vuole legittimarle, renderle giuste e si oppone alla natura. Prigioniero di leggi trascendenti e ineludibili, si illude di sfuggirle rendendole umane, rimuovendolo nel profondo della loro inflessibilità costitutiva ed assoggettandole al pensiero, alle regole della mente e della cultura. Nella sua megalomania, crea un modello parallelo, del quale si illude di essere signore e padrone e di poterne comprendere e guidare gli accadimenti, senza rendersi conto che ciò di cui può disporre è solo quel che percepisce, il resto agisce in lui.

Un seno florido e dei glutei pieni e ben tondeggianti da sempre sono stati indice di un ottimo stato di nutrizione, di salute, di possibilità di sostenere una gravidanza anche in carenza di cibo, capacità di allattamento. I geni che sono nell’uomo – e che lo utilizzano per la sopravvivenza – lo guidano, pertanto, in una naturale attrazione verso la donna formosa. Fianchi abbondanti e vita stretta, capigliatura ricca e pelle liscia e ben tirata sono chiari segni di fertilità, che ogni donna dalla menopausa in poi rimpiange. E l’uomo ne è immancabilmente soggiogato, perché la finalità prima del suo istinto sessuale è la riproduzione dei geni-padroni.

Nella nostra evoluzione – come già molti anni fa sottolineò Desmond Morris – quando si passò ad accoppiarsi viso a viso, abbandonando l’incontro posteriore, il seno e le labbra delle bocca presero il posto, come richiami sessuali per il maschio, delle natiche e delle labbra vaginali.

Un seno rigoglioso e labbra turgide rappresentano, dunque, due fondamentali segnali sessuali che, anche in questo momento di confusione di immagine sociale della donna, quale quello che stiamo vivendo, permangono nella loro rilevanza.

Si pensi, infatti, all’omologazione attuale tra i sessi. Teorica parità di diritti e di ruoli. Convergenza verso un normotipo di fisico unisex: glabro e muscoloso. Sostanziale uniformità d’abbigliamento. Libero accesso degli uomini alle creme, decolorazioni e colorazioni dei capelli, anelli, bracciali, orecchini. Insomma, sempre di più, uomini e donne si assomigliano esteriormente (effetto culturale) e ciò ha portato alla tendenza d’esasperare i caratteri sessuali primari (effetto naturale).

Vediamo così che le donne accrescono sempre di più e più frequentemente le misure del seno e delle labbra della bocca (ultimamente anche della vagina); mentre gli uomini danno sempre maggior importanza alle dimensioni del pene, utilizzando i metodi più improbabili per accrescerle o entrando in depressione, quando non riescono ad accedere ad un fallo plastica d’allungamento e ingrandimento.

Collateralmente, notiamo che le nuove generazioni di ragazze, se da un lato si allineano alla tendenza a desiderare seni prorompenti e labbra iperturgide, dall’altro iniziano a non gradire più la curva che si crea tra la vita e i fianchi. Le mitiche misure 90-60-90 stanno andando in soffitta? Probabilmente sì.

Da quando, con l’avvento degli anticoncezionali, si è svincolata la funzione riproduttiva da quella sessuale e quest’ultima ha assunto una rilevanza sociale primaria, i fianchi larghi, carattere di fertilità, sono divenuti inutili ed antiestetici. La ragazza moderna rivendica il diritto alla sessualità più che alla maternità, ingombro che ostacola la libertà, la ricerca del divertimento e del piacere, la carriera, l’autodeterminazione. Probabilmente, in un prossimo futuro, ogni inseminazione sarà artificiale ed extracorporea, come la gestazione. E scomparirà, di conseguenza, anche il parto. Ciò potrà permettere al genere umano di svincolarsi dalle anguste strettoie dell’utero e generare figli macrocefali, liberando, così, la corteccia cerebrale che per troppo tempo è stata costretta in una scatola cranica insufficientemente capiente. Svilupperemo allora potenzialità inespresse? Se così sarà, l’avrà – ancora una volta – voluto la natura ed il genere umano ne prenderà solo atto.

Ma torniamo al corpo femminile, alla magrezza ed ai modelli imposti.

Se la donna, per attirare sessualmente gli uomini, deve essere “prosperosa, piena di curve, procace e burrosa” (altrimenti Hefner, creatore di Playboy, avrebbe presto cambiato mestiere, pubblicando, magari, una rivista di caccia e pesca), perché allora impera un modello alternativo di donna magra al limite dell’anoressia?

Alcune rapide considerazioni: prima, il modello Twiggy, è ambito dalle donne, ma niente affatto gradito dagli uomini; seconda, tale modello è imposto dagli stilisti di moda; terza, tutte le altre forme d’uso (sfruttamento) del corpo femminile ricorrono alla tradizionale immagine di prosperosità, compresa la pornografia.

La donna, in questi anni di grande trasformazione di valori, di costumi e di stili di vita è alla ricerca di una nuova identità. L’abbigliamento – come sempre è stato, ma forse di più – è capace, in una vita veloce, liquida e d’immagine, di connotare facilmente, camuffando o esprimendo quello che si è, si vorrebbe essere o si vorrebbe far credere di essere.

L’industria della moda (soprattutto femminile, per le ragioni espresse) è divenuta un’industria primaria in molti paesi, soprattutto quelli che si arrampicano sulla creatività e la trasformazione (vedi, in prima fila l’Italia).

Così, si è rapidamente sovrapposta alla tradizionale figura femminile un’immagine sociale della donna, stile top model: magra, algida, altera, aggressiva, ricercata. Una donna per “uso” sociale, ma non desiderabile. Una donna con la quale gli uomini amerebbero andare a cene e ricevimenti, ma che scambierebbero sotto le lenzuola con la più modesta, ma formosa collega di lavoro.

Ora, però, se la filiforme mannequin, non piace agli uomini; se i pubblicitari e i porno produttori, che investono somme incalcolabili nel loro lavoro, seguitano a proporre con evidente ritorno l’immagine tradizionale (naturale) della donna; se ci si è accorti (seppur colpevolmente in ritardo) che il modello top model rinforza e promuove l’anoressia; perché dalla moda seguita ad essere imposta questa tipizzazione femminile?

Perché la maggioranza degli stilisti sono omosessuali ed i modelli di femminilità sono trasformati attraverso la loro ottica, dove il corpo femminile, nell’immagine tradizionale-naturale, si trasforma da attraente, in neutro o addirittura repellente. S’impone, dunque, quello che piace agli stilisti gay ed ai loro epigoni: forme spodestate da qualunque richiamo sessuale. Corpi senza identità, utilizzabili solo per appoggiarvi - magari graziosamente – un abito.

Il glamour che avvolge la moda sospinge così una donna alternativa, negazione di se stessa, naturalmente improbabile e pericolosamente accattivante per le menti più fragili, e – più o meno – velatamente si promuove l’omosessualità, come fosse una virtù, un must, invece che una semplice modalità d’essere.

Questo è quello che proviene oggi da un certo tipo di cultura. L’ennesima opposizione alla natura. E, non a caso, questa imposizione culturale contro la natura conduce all’anoressia, alla morte.

Alcuni mesi or sono, il fotografo Oliviero Toscani, cui è stata insensatamente vietata una campagna contro l’anoressia, ha detto: “La moda è in mano agli omosessuali che non amano le donne e pretendono degli attaccapanni; le donne cadono in questo tranello pensando di dover diventare esattamente come i modelli di queste elucubrazioni omosessuali degli stilisti della moda. Con questo nessuno è contro l’omosessualità, ma ogni modo di essere può provocare dei problemi”.

Per evitare qualsiasi accidentale fraintendimento, sottolineo con Oliviero Toscani che questo discorso non ha, neanche in sottofondo, il tono della polemica contro l’omosessualità, ma è volto solo ed unicamente ad evidenziare quali possano essere le matrici di rinforzo ad una problematica drammatica quale l’anoressia.

D’altronde chi lanciò Twiggy non era omosessuale: Barry Lategan ha proseguito la sua carriera immortalando donne bellissime e femminili, lasciando ritratti che trasudano sensualità; David Bailey si è sposato 4 volte, di cui una con la meravigliosa Catherine Deneuve; Mary Quant era felicemente sposata, tanto che il suo matrimonio rappresentò anche uno stretto sodalizio d’affari. Tutto è accaduto dopo, quando dell’acerba mannequin, che Newsweek descrisse come “quattro arti verticali in cerca di un corpo femminile”, se ne impossessarono gli stilisti – entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo – e ne fecero un modello, una proposta sociale cui non si poteva resistere.

L’anoressia - è ovvio – non esiste perché ci sono gli stilisti gay, ma loro hanno dato e, purtroppo, seguitano a dare un potenziamento culturale a tale dolorosa realtà, proponendo modelli e miti che in una società mediatica si radicano pervicacemente.

La storia recente è ricca di modelli. Si pensi, ad esempio, al sostegno del consumo di droghe che possono aver dato le canzoni di Bob Dylan (Tamburin man, ovvero lo spacciatore, cui si chiedeva: let me forget about today until Tomorrow, lasciami dimenticare l’oggi fino a domani); Donovan, che identificava lo spacciatore con il Kandy man, l’uomo che vende dolciumi ai bambini; o i Beatles che inneggiavano all’acido lisergico (LSD) con la canzone Lucy in the Sky with Diamonds.

Se da una parte agisce in noi la natura, dall’altra la cultura modella le nostre risposte sociali, frammentandole in una miriade di comportamenti individuali che si rinforzano l’un l’altro.

Alcuni anni fa, in Europa e in Giappone, venne condotto uno studio in cui, con l’aiuto del computer, si chiedeva alle donne di scegliere il viso del partner ideale. La gran parte delle donne scelse un viso dai tratti leggermente femminei. La spiegazione fu che i volti dai tratti mascolini ispiravano infedeltà, violenza, disonestà. Con grande sorpresa dei ricercatori, però, le donne che si trovavano nei giorni fertili o cui veniva chiesto di scegliere il viso di un uomo solo per un’avventura, si orientavano verso i visi da macho. Mentre le donne che assumevano regolarmente la pillola anticoncezionale seguitavano a scegliere visi effeminati.

Come spiegare tutto ciò? I tratti decisamente mascolini sono indicatori di virilità, di aggressività, di forza. Tutte qualità da sempre necessarie alla donna per generare figli sani ed assicurare a se stessa ed alla prole protezione e sostentamento. Oggi, però, le donne possono difendersi da sole e sono divenute autosufficienti economicamente, e dette qualità non sono più strettamente necessarie. Meglio avere accanto un uomo più simile a loro, più fedele, che possa aiutarle nel crescere i figli ed accudire le faccende domestiche. Se poi si tratta di un’avventura o del periodo fertile, riemerge le natura che vuole i geni più forti.

Ancora una volta, la cultura si piega e si modella sulla natura. Ciononostante, dove possibile, esprime tutta la sua influenza nelle scelte e nei comportamenti umani. Uomini e donne si incontrano, si attraggono, si accoppiano, si amano.

L’uomo è uno, così come la donna.

Chi vuole, per suo piacere o interesse, proporre modelli alternativi, dimentica la natura, destabilizzando e creando disagio, e quando ha in mano il potere mediatico rischia di fare danni irreversibili.

Scriveva Desmond Morris, nella Scimmia nuda, proprio negli anni ‘60: “Esistono 193 specie viventi di scimmia con coda e senza coda; di queste solo 192 sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è autochiamato homo sapiens. Questa razza eccezionale ed estremamente capace trascorre molto tempo ad esaminare i propri moventi più nobili ed altrettanto ad ignorare quelli fondamentali”.

È passato mezzo secolo e la scimmia nuda ora la vestono Dolce & Gabbana.



*Dice di sé.
Franco Avenia. Sociologo, sofrologo, sessuologo, è nato a Roma, dove tuttora risiede ed esercita la professione, www.francoavenia.com.






CESARE CANALIS

Mia figlia è felice e serena. Chi parla di contratto tra lei e
George lo fa perché spera che provocandola lei risponda. Ma
non abboccherà mai… Tra mia figlia e Clooney c’è sincero
affetto. Elisabetta non accetterebbe mai di fare qualcosa in
cui non crede fino in fondo. E non si presterebbe mai a fare
qualcosa solo per calcolo. Non è da lei. Mia moglie
quest’estate ha conosciuto Clooney e da allora siamo ancora
più tranquilli: come io pensavo ancora prima che lo
incontrasse, è un uomo molto umano, per bene, apprezzabile
per come ha saputo conservare la sua normalità a dispetto
della fama.

(Da “Virgilio Gossip”, dicembre 2009)







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