SOCIETA’
LA “SCIMMIA NUDA” LA VESTONO DOLCE & GABBANA
Un seno florido e glutei
tondeggianti da sempre sono stati indice di un ottimo stato
di nutrizione, di salute, di fertilità. Allora perché impera
un modello alternativo di donna magra al limite
dell’anoressia?
Franco Avenia*
Sfogliando
una raccolta di copertine di Playboy dal ‘53 ad oggi,
a chi potrebbe venir in mente Lesley Hornby, meglio
conosciuta come Twiggy? E già, perché difficilmente la
risicata modella degli anni ‘60 vive nell’immaginario
sessuale degli uomini. Eppure, fu un fenomeno mediatico di
tali proporzioni da creare una significativa rottura nel
campo della moda e non solo.
La sua scoperta si deve al
fotografo sudafricano Barry Lategan, che lavorava per Vogue.
La successiva valorizzazione fu del fotografo britannico
David Bailey. La consacrazione avvenne quando, a 17 anni,
Mary Quant le fece indossare la minigonna, lanciandola in
tutto il mondo.
Era il 1966, fu un fenomeno di
costume legato alla moda. Una frattura con i vecchi codici
estetici, così come lo furono, appunto, le minigonne, i
capelli lunghi dei ragazzi e i Beatles. Ma ha lasciato un
segno profondo nella nostra società, costruendo un modello
irreale e patologico di donna, seminando sofferenza, disagio
psicologico e frequentemente morte. L’inquietante spettro
della magrezza a tutti i costi che ha disturbato e disturba
le notti insonni di tante giovani (e non giovani) è nato
negli anni ‘60, nella Swinging London, e Twiggy ne
divenne l’icona.
Certo, lei non fu responsabile,
né tanto meno chi la lanciò e, peraltro, allora non era
possibile immaginare quel che avrebbe prodotto. La colpa fu
(ed è) di altri che hanno cavalcato un’espressione di
creatività sfruttandola commercialmente ed imponendo la
propria indifferenza ai richiami della femminilità, il
proprio disgusto per forme procaci e curve sensuali.
Pochi anni prima, nel ‘58, al
Rugantino di Roma, lo spogliarello improvvisato, dalla
formosa ballerina turca Aichè Nanà, fece scandalo ed aprì le
porte alla Dolce vita. Di lì a poco, le prorompenti forme di
Anita Ekberg ne divennero il simbolo. E ancora, per quanto
le restò prima della prematura morte, Marilyn Monroe albergò
nei sogni di milioni di maschi. Da noi, Sophia Loren, Gina
Lollobrigida, Silvana Mangano, Rosanna Schiaffino, Silvana
Pampanini e tante altre seguitarono ad incarnare l’ideale
fisico della donna: prosperosa, procace e burrosa.
E ciò è continuato e continua
negli anni: perché così è.
L’essere umano, si sa, è un mix
di natura, cultura ed esperienza.
In lui agisce “l’eterna Volontà
di vivere” – come la chiamava Schopenhauer – che si attua in
una incessante competizione, che inizia ancor prima del suo
concepimento, a livello di spermatozoi. La natura non sa di
bene e di male, di giusto o di sbagliato, di bello e di
brutto. La natura si manifesta nella necessità della
sopravvivenza. All’Uomo questo non è mai piaciuto. Schiavo
del suo narcisismo e della sua mania di potenza, da un lato
scopre le leggi che regolano l’universo e dall’altro cerca
di asservirle. Ma non si accontenta, vuole legittimarle,
renderle giuste e si oppone alla natura. Prigioniero di
leggi trascendenti e ineludibili, si illude di sfuggirle
rendendole umane, rimuovendolo nel profondo della loro
inflessibilità costitutiva ed assoggettandole al pensiero,
alle regole della mente e della cultura. Nella sua
megalomania, crea un modello parallelo, del quale si illude
di essere signore e padrone e di poterne comprendere e
guidare gli accadimenti, senza rendersi conto che ciò di cui
può disporre è solo quel che percepisce, il resto agisce in
lui.
Un seno florido e dei glutei
pieni e ben tondeggianti da sempre sono stati indice di un
ottimo stato di nutrizione, di salute, di possibilità di
sostenere una gravidanza anche in carenza di cibo, capacità
di allattamento. I geni che sono nell’uomo – e che lo
utilizzano per la sopravvivenza – lo guidano, pertanto, in
una naturale attrazione verso la donna formosa. Fianchi
abbondanti e vita stretta, capigliatura ricca e pelle liscia
e ben tirata sono chiari segni di fertilità, che ogni donna
dalla menopausa in poi rimpiange. E l’uomo ne è
immancabilmente soggiogato, perché la finalità prima del suo
istinto sessuale è la riproduzione dei geni-padroni.
Nella nostra evoluzione – come
già molti anni fa sottolineò Desmond Morris – quando si
passò ad accoppiarsi viso a viso, abbandonando l’incontro
posteriore, il seno e le labbra delle bocca presero il
posto, come richiami sessuali per il maschio, delle natiche
e delle labbra vaginali.
Un seno rigoglioso e labbra
turgide rappresentano, dunque, due fondamentali segnali
sessuali che, anche in questo momento di confusione di
immagine sociale della donna, quale quello che stiamo
vivendo, permangono nella loro rilevanza.
Si pensi, infatti,
all’omologazione attuale tra i sessi. Teorica parità di
diritti e di ruoli. Convergenza verso un normotipo di fisico
unisex: glabro e muscoloso. Sostanziale uniformità
d’abbigliamento. Libero accesso degli uomini alle creme,
decolorazioni e colorazioni dei capelli, anelli, bracciali,
orecchini. Insomma, sempre di più, uomini e donne si
assomigliano esteriormente (effetto culturale) e ciò ha
portato alla tendenza d’esasperare i caratteri sessuali
primari (effetto naturale).
Vediamo così che le donne
accrescono sempre di più e più frequentemente le misure del
seno e delle labbra della bocca (ultimamente anche della
vagina); mentre gli uomini danno sempre maggior importanza
alle dimensioni del pene, utilizzando i metodi più
improbabili per accrescerle o entrando in depressione,
quando non riescono ad accedere ad un fallo plastica
d’allungamento e ingrandimento.
Collateralmente, notiamo che le
nuove generazioni di ragazze, se da un lato si allineano
alla tendenza a desiderare seni prorompenti e labbra
iperturgide, dall’altro iniziano a non gradire più la curva
che si crea tra la vita e i fianchi. Le mitiche misure
90-60-90 stanno andando in soffitta? Probabilmente sì.
Da quando, con l’avvento degli
anticoncezionali, si è svincolata la funzione riproduttiva
da quella sessuale e quest’ultima ha assunto una rilevanza
sociale primaria, i fianchi larghi, carattere di fertilità,
sono divenuti inutili ed antiestetici. La ragazza moderna
rivendica il diritto alla sessualità più che alla maternità,
ingombro che ostacola la libertà, la ricerca del
divertimento e del piacere, la carriera,
l’autodeterminazione. Probabilmente, in un prossimo futuro,
ogni inseminazione sarà artificiale ed extracorporea, come
la gestazione. E scomparirà, di conseguenza, anche il parto.
Ciò potrà permettere al genere umano di svincolarsi dalle
anguste strettoie dell’utero e generare figli macrocefali,
liberando, così, la corteccia cerebrale che per troppo tempo
è stata costretta in una scatola cranica insufficientemente
capiente. Svilupperemo allora potenzialità inespresse? Se
così sarà, l’avrà – ancora una volta – voluto la natura ed
il genere umano ne prenderà solo atto.
Ma torniamo al corpo femminile,
alla magrezza ed ai modelli imposti.
Se la donna, per attirare
sessualmente gli uomini, deve essere “prosperosa, piena di
curve, procace e burrosa” (altrimenti Hefner, creatore di
Playboy, avrebbe presto cambiato mestiere, pubblicando,
magari, una rivista di caccia e pesca), perché allora impera
un modello alternativo di donna magra al limite
dell’anoressia?
Alcune rapide considerazioni:
prima, il modello Twiggy, è ambito dalle donne, ma niente
affatto gradito dagli uomini; seconda, tale modello è
imposto dagli stilisti di moda; terza, tutte le altre forme
d’uso (sfruttamento) del corpo femminile ricorrono alla
tradizionale immagine di prosperosità, compresa la
pornografia.
La donna, in questi anni di
grande trasformazione di valori, di costumi e di stili di
vita è alla ricerca di una nuova identità. L’abbigliamento –
come sempre è stato, ma forse di più – è capace, in una vita
veloce, liquida e d’immagine, di connotare facilmente,
camuffando o esprimendo quello che si è, si vorrebbe essere
o si vorrebbe far credere di essere.
L’industria della moda
(soprattutto femminile, per le ragioni espresse) è divenuta
un’industria primaria in molti paesi, soprattutto quelli che
si arrampicano sulla creatività e la trasformazione (vedi,
in prima fila l’Italia).
Così, si è rapidamente
sovrapposta alla tradizionale figura femminile un’immagine
sociale della donna, stile top model: magra, algida,
altera, aggressiva, ricercata. Una donna per “uso” sociale,
ma non desiderabile. Una donna con la quale gli uomini
amerebbero andare a cene e ricevimenti, ma che
scambierebbero sotto le lenzuola con la più modesta, ma
formosa collega di lavoro.
Ora, però, se la filiforme
mannequin, non piace agli uomini; se i pubblicitari e i
porno produttori, che investono somme incalcolabili nel loro
lavoro, seguitano a proporre con evidente ritorno l’immagine
tradizionale (naturale) della donna; se ci si è accorti
(seppur colpevolmente in ritardo) che il modello top
model rinforza e promuove l’anoressia; perché dalla moda
seguita ad essere imposta questa tipizzazione femminile?
Perché la maggioranza degli
stilisti sono omosessuali ed i modelli di femminilità sono
trasformati attraverso la loro ottica, dove il corpo
femminile, nell’immagine tradizionale-naturale, si trasforma
da attraente, in neutro o addirittura repellente. S’impone,
dunque, quello che piace agli stilisti gay ed ai loro
epigoni: forme spodestate da qualunque richiamo sessuale.
Corpi senza identità, utilizzabili solo per appoggiarvi -
magari graziosamente – un abito.
Il glamour che avvolge la
moda sospinge così una donna alternativa, negazione di se
stessa, naturalmente improbabile e pericolosamente
accattivante per le menti più fragili, e – più o meno –
velatamente si promuove l’omosessualità, come fosse una
virtù, un must, invece che una semplice modalità d’essere.
Questo è quello che proviene oggi
da un certo tipo di cultura. L’ennesima opposizione alla
natura. E, non a caso, questa imposizione culturale contro
la natura conduce all’anoressia, alla morte.
Alcuni mesi or sono, il fotografo
Oliviero Toscani, cui è stata insensatamente vietata una
campagna contro l’anoressia, ha detto: “La moda è in mano
agli omosessuali che non amano le donne e pretendono degli
attaccapanni; le donne cadono in questo tranello pensando di
dover diventare esattamente come i modelli di queste
elucubrazioni omosessuali degli stilisti della moda. Con
questo nessuno è contro l’omosessualità, ma ogni modo di
essere può provocare dei problemi”.
Per evitare qualsiasi accidentale
fraintendimento, sottolineo con Oliviero Toscani che questo
discorso non ha, neanche in sottofondo, il tono della
polemica contro l’omosessualità, ma è volto solo ed
unicamente ad evidenziare quali possano essere le matrici di
rinforzo ad una problematica drammatica quale l’anoressia.
D’altronde chi lanciò Twiggy non
era omosessuale: Barry Lategan ha proseguito la sua carriera
immortalando donne bellissime e femminili, lasciando
ritratti che trasudano sensualità; David Bailey si è sposato
4 volte, di cui una con la meravigliosa Catherine Deneuve;
Mary Quant era felicemente sposata, tanto che il suo
matrimonio rappresentò anche uno stretto sodalizio d’affari.
Tutto è accaduto dopo, quando dell’acerba mannequin, che
Newsweek descrisse come “quattro arti verticali in cerca
di un corpo femminile”, se ne impossessarono gli stilisti –
entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo – e ne
fecero un modello, una proposta sociale cui non si poteva
resistere.
L’anoressia - è ovvio – non
esiste perché ci sono gli stilisti gay, ma loro hanno dato
e, purtroppo, seguitano a dare un potenziamento culturale a
tale dolorosa realtà, proponendo modelli e miti che in una
società mediatica si radicano pervicacemente.
La storia recente è ricca di
modelli. Si pensi, ad esempio, al sostegno del consumo di
droghe che possono aver dato le canzoni di Bob Dylan (Tamburin
man, ovvero lo spacciatore, cui si chiedeva: let me
forget about today until Tomorrow, lasciami dimenticare
l’oggi fino a domani); Donovan, che identificava lo
spacciatore con il Kandy man, l’uomo che vende
dolciumi ai bambini; o i Beatles che inneggiavano all’acido
lisergico (LSD) con la canzone Lucy in the Sky with Diamonds.
Se da una parte agisce in noi la
natura, dall’altra la cultura modella le nostre risposte
sociali, frammentandole in una miriade di comportamenti
individuali che si rinforzano l’un l’altro.
Alcuni anni fa, in Europa e in
Giappone, venne condotto uno studio in cui, con l’aiuto del
computer, si chiedeva alle donne di scegliere il viso del
partner ideale. La gran parte delle donne scelse un viso dai
tratti leggermente femminei. La spiegazione fu che i volti
dai tratti mascolini ispiravano infedeltà, violenza,
disonestà. Con grande sorpresa dei ricercatori, però, le
donne che si trovavano nei giorni fertili o cui veniva
chiesto di scegliere il viso di un uomo solo per
un’avventura, si orientavano verso i visi da macho. Mentre
le donne che assumevano regolarmente la pillola
anticoncezionale seguitavano a scegliere visi effeminati.
Come spiegare tutto ciò? I tratti
decisamente mascolini sono indicatori di virilità, di
aggressività, di forza. Tutte qualità da sempre necessarie
alla donna per generare figli sani ed assicurare a se stessa
ed alla prole protezione e sostentamento. Oggi, però, le
donne possono difendersi da sole e sono divenute
autosufficienti economicamente, e dette qualità non sono più
strettamente necessarie. Meglio avere accanto un uomo più
simile a loro, più fedele, che possa aiutarle nel crescere i
figli ed accudire le faccende domestiche. Se poi si tratta
di un’avventura o del periodo fertile, riemerge le natura
che vuole i geni più forti.
Ancora una volta, la cultura si
piega e si modella sulla natura. Ciononostante, dove
possibile, esprime tutta la sua influenza nelle scelte e nei
comportamenti umani. Uomini e donne si incontrano, si
attraggono, si accoppiano, si amano.
L’uomo è uno, così come la donna.
Chi vuole, per suo piacere o
interesse, proporre modelli alternativi, dimentica la
natura, destabilizzando e creando disagio, e quando ha in
mano il potere mediatico rischia di fare danni
irreversibili.
Scriveva Desmond Morris, nella
Scimmia nuda, proprio negli anni ‘60: “Esistono 193
specie viventi di scimmia con coda e senza coda; di queste
solo 192 sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da
uno scimmione nudo che si è autochiamato homo sapiens.
Questa razza eccezionale ed estremamente capace trascorre
molto tempo ad esaminare i propri moventi più nobili ed
altrettanto ad ignorare quelli fondamentali”.
È passato mezzo secolo e la
scimmia nuda ora la vestono Dolce & Gabbana.
*Dice di sé.
Franco Avenia. Sociologo, sofrologo, sessuologo, è nato a
Roma, dove tuttora risiede ed esercita la professione,
www.francoavenia.com.
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CESARE CANALIS
Mia figlia è felice e serena. Chi parla di
contratto tra lei e George lo fa perché
spera che provocandola lei risponda. Ma
non abboccherà mai… Tra mia figlia e Clooney
c’è sincero affetto. Elisabetta non
accetterebbe mai di fare qualcosa in cui
non crede fino in fondo. E non si
presterebbe mai a fare qualcosa solo per
calcolo. Non è da lei. Mia moglie
quest’estate ha conosciuto Clooney e da
allora siamo ancora più tranquilli: come
io pensavo ancora prima che lo
incontrasse, è un uomo molto umano, per
bene, apprezzabile per come ha saputo
conservare la sua normalità a dispetto
della fama.
(Da “Virgilio Gossip”, dicembre 2009)
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