LIBRI

ELIO VITTORINI, SCRITTURA E UTOPIA


Il rifiuto della pubblicazione del Gattopardo da parte dello scrittore siracusano resta uno dei momenti più contraddittori della letteratura italiana. Il saggio di Edoardo Esposito, ripercorrendo la parabola letteraria di Vittorini, affronta anche questa nota dolente con razionale lucidità


 

Edoardo Esposito*

 

LIBRI – Il Gattopardo, pietra di scandalo per Elio VittoriniLuogo e occasione fra i più noti e discussi del lavoro culturale di Vittorini, e quindi di (parziale) applicazione delle sue convinzioni critiche e teoriche fu la valutazione in sede editoriale, e la «bocciatura», di un romanzo destinato invece a un lungo e duraturo successo: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Non discuteremo in questa sede del valore dell’opera – ultimamente e fortemente sottolineato, al di là e al di fuori del «caso» entro cui si vuole invece qui restare confinati, da un bel saggio di Francesco Orlando – né delle varie ragioni del suo successo. Ci importa solo riconsiderare la vicenda in rapporto al ruolo che vi ebbe Vittorini, distinguendo il giudizio culturale e letterario che ne resta testimoniato dall’eventuale miopia che gli può essere managerialmente attribuita: l’una e l’altra cosa normalmente e indebitamente mescolate e confuse, nella divulgazione che ne è stata fatta, all’insegna di una pregiudiziale ideologica da cui raramente si sono salvati sia i protagonisti della vicenda che i loro critici.

Riassumendo le vicende e il dibattito di quel tempo, un biografo di Tomasi, David Gilmour, scriveva ad esempio nel 1988 che «L’intellettuale più sconcertato del successo del Gattopardo fu Elio Vittorini», il quale, «imbarazzato dalla faccenda, cercò di giustificare i suoi rifiuti ricorrendo a tesi alquanto strane», anche perché il successo del libro ne aveva reso pubblico non solo l’«errato giudizio», ma aveva inficiato la sua stessa idea di letteratura e di rinnovamento letterario. E mi limito a citare Gilmour perché il suo intervento è di pacato carattere storico, mentre nell’ambito letterario troveremmo posizioni ben più accese, a cominciare dal livore (sarebbe difficile definirlo con altri termini) espresso negli anni settanta da un libro di Giuseppe Paolo Samonà; va invece reso atto al figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, di essere sempre stato in proposito uno dei testimoni e commentatori più equilibrati e corretti: il che non è poco, trattandosi di una delle persone che più avrebbero dovuto dolersi di come andarono le cose.

I due «no» di Vittorini al Gattopardo si situano in due distinti momenti cronologici e in due situazioni editoriali diverse: il primo è datato 22 ottobre 1956, ed è pronunciato nell’ambito della casa editrice Mondadori; il secondo è datato 2 luglio 1957, e l’ambito editoriale è questa volta quello einaudiano.

Nel 1956, all’atto di inviare la propria opera all’editore Mondadori, Tomasi è uno sconosciuto nel mondo delle lettere, e si deve avvalere della presentazione del cugino Lucio Piccolo, che nello stesso anno ha pubblicato i suoi Canti barocchi grazie al sostegno di Montale. Vittorini è invece scrittore affermato e intellettuale di prestigio, che soprattutto tra il ‘45 e il ‘47, con la direzione del «Politecnico», ha fatto molto parlare di sé. Ha un’indiscussa autorità, e una lunga esperienza maturata nei rapporti via via tenuti con Mondadori, Bompiani, Einaudi, che dovrebbe renderlo in grado di valutare oculatamente le proposte editoriali.

Nel caso del Gattopardo, checché se ne sia detto e si continui a dire, il suo giudizio non è affatto negativo. Pur non basandosi, come pare, su una lettura diretta dell’opera, egli capisce dalle schede di lettura che l’editore ha commissionato che il romanzo merita interesse, e lo segnala ai responsabili:

Per i due primi lettori il lavoro manca soltanto di abilità; per il terzo di determinazione morale. Manca comunque di qualcosa che rende monco il libro pur pregevole. Non si può far capire all’autore che dovrebbe rimetterci le mani (e in qual senso?). Intanto restituirei avendo cura di assicurarci che autore rispedisca a noi dopo fatta revisione.

Suggerisce, cioè, di stabilire con l’autore un rapporto che consenta una migliore messa a punto dell’opera garantendosene al contempo la prelazione, secondo una prassi per lui normale nell’ambito einaudiano, ma che non appare invece praticabile ai dirigenti della Mondadori.

Ha scritto Ferretti:

La ragione per cui i dirigenti mondadoriani finiscono per non ascoltare la raccomandazione di Vittorini, si può ricondurre verosimilmente e soprattutto all’atteggiamento complessivo che già da tempo caratterizza una grande casa editrice come la Mondadori: un processo decisionale molto accentrato, una sostanziale insofferenza per i laboriosi e complicati rapporti con gli autori nuovi, per le incerte e lunghe pratiche sperimentali (al contrario di quanto avviene per I gettoni, con eccezioni ora e in seguito […] che non valgono comunque nell’occasione del Gattopardo.

L’ipotesi interlocutoria di Vittorini viene dunque scartata, ma non è a lui che si deve far carico del rifiuto, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto commerciale della questione, dato che almeno una delle schede di lettura parlava di «buona letteratura d’intrattenimento», e dunque faceva immaginare i possibili risvolti positivi dell’operazione, che pur restava da perfezionare.

Su questo primo giudizio ha poi gettato la sua ombra, finendo non solo per oscurarlo ma per capovolgerlo, quello successivo, dato certo con maggiore cognizione di causa e in maniera più dettagliata e esplicita, ma certamente deciso nel suo diniego. Dopo alcuni mesi, infatti, il libraio-editore palermitano Salvatore Fausto Flaccovio invia il dattiloscritto di Tomasi direttamente a Vittorini, proponendolo per la collana dei «Gettoni», e Vittorini ne accusa ricevuta il 16 aprile ‘57:

Caro Flaccovio, La ringrazio molto per il manoscritto Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi che ha voluto spedirmi. Lo leggerò volentieri emi auguro sia veramente buono. Per un giudizio mi dia un po’ di tempo: potrò scrivergliene soltanto fra qualche settimana.

La risposta, datata 2 luglio ‘57, non era priva di apprezzamenti, ma, come ha scritto Gioacchino Lanza Tomasi, «Era il resoconto di una lettura attenta da parte di un intellettuale che, per la sua collocazione, era il meno adatto a recepirlo».

Leggiamo, infatti, la famosa lettera di Vittorini:

Egregio Tomasi,

il Suo Gattopardo l’ho letto davvero con interesse e attenzione. Anche se come modi, tono, linguaggio e impostazione narrativa può apparire piuttosto vecchiotto, da fine Ottocento, il Suo è un libro molto serio e onesto, dove sincerità e impegno riescono a toccare il segno in momenti di acuta analisi psicologica, come nel cap. V [quello che sarà poi il VII, relativo alla morte del principe], forse il più convincente di tutto il romanzo. Tuttavia, devo dirLe la verità, esso non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti, e io credo che questo «squilibrio» sia dovuto ai due interessi, saggistico (storia, sociologia ecc.) e narrativo, che si incontrano e si scontrano nel libro con prevalenza, in gran parte, del primo sul secondo. Per più di una buona metà, ad esempio, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del «giovane signore» siciliano (la recita quotidiana del rosario, la passeggiata in giardino con il cane Bendicò, la cena a Villa Salina, il «salto» a Palermo, dall’amante ecc.), mentre il resto finisce per risultare piuttosto schematico e affrettato. Voglio dire che seguendo passo passo il filo della storia di Don Fabrizio Salina, il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto di un’epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del Principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca.

E in questo senso, per la verità, non mi sembrano letterariamente nuovi i rapporti di Don Fabrizio Salina col nipote «garibaldino» Tancredi o col rappresentante della «nuova classe» in ascesa, Don Calogero Sedara, o il matrimonio di Tancredi con Angelica, la figlia del Sedara ecc. Il linguaggio, più che le scene e le situazioni, mi pare riveli meglio, qua e là, il prevalente interesse saggistico sociologico del romanzo. Mi permetto di citarLe qualche brano […]. Veda ancora, in proposito, il lungo colloquio di Don Fabrizio Salina con l’inviato piemontese Chevalley, da pag. 124 a pag. 133, e soprattutto i «discorsi» del principe al piemontese. Queste, in definitiva, sono le mie impressioni di lettore e gliele comunico pensando che, in qualche modo, potrebbero anche interessarLe. Per il resto, purtroppo,mi trovo nell’assoluta impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il programma dei «Gettoni» è ormai chiuso per almeno quattro anni. Ho già in riserva, accettati per la pubblicazione, una ventina di manoscritti che potranno uscire al ritmo di non più di quattro l’anno.

Il manoscritto glielo faccio avere con plico a parte.

Con i migliori saluti. Suo

Elio Vittorini

Al di là dei contenuti del discorso, è da notare la correttezza di Vittorini: il quale, ricordando i giudizi di lettura già espressi in sede mondadoriana e conoscendo dunque in anticipo il carattere del Gattopardo come del tutto difforme dal tipo di narrativa che egli cercava di promuovere, avrebbe potuto liquidare il discorso con le generiche frasi d’uso, magari appellandosi semplicemente alla sua oggettiva impossibilità di assumere nuovi impegni di pubblicazione. Erano infatti in corso precise trattative con l’editore per ridimensionare o chiudere l’esperienza dei «Gettoni», e l’interruzione avverrà, di fatto, di lì a poco: gli ultimi «Gettoni» saranno pubblicati tra il ‘57 e il ‘58, e si trattava di opere già programmate da tempo. Vittorini, invece, non si nasconde dietro frasi di comodo, e rispetta la prassi abituale nella redazione dei «Gettoni» di lettura, valutazione e discussione del libro proposto, e di una risposta precisa all’autore; tanto che lo stesso Tomasi se ne compiacerà, osservando con Gioacchino: «Come recensione non c’è male, ma pubblicazione niente».

Diverso, naturalmente, il discorso sul «merito» di questa recensione, come si dirà. Ma vorrei intanto aggiungere che anche in sede mondadoriana, nonostante la soluzione burocratica adottata, il libro fu sottoposto ad attenta valutazione, come dimostrano le tre letture che restano testimoniate, compiute la prima da un lettore abituale della casa editrice, Adolfo Ricci, e le altre due da letterati e autori essi stessi di tutto rispetto, Sergio Antonielli e Angelo Romanò. Ora, mi sembra degno di considerazione il fatto che queste tre letture, date come si può immaginare sine ira et studio, con l’unico obiettivo di un’adeguata valutazione, si siano rivelate singolarmente concordi fra loro e con quella successiva di Vittorini nel sottolineare, accanto ai pregi, i notevoli limiti dell’opera. Ed è forse il caso di spenderci qualche parola.

Il Gattopardo viene composto da Tomasi tra la fine del ‘54 e l’aprile del ‘57: poco più di due anni, che vedono una fase di avvio relativamente lenta e una marcia assai spedita in seguito. Alla data del 31 marzo ‘56 ne appaiono composte tre parti, almeno stando a una lettera che Tomasi scrive all’amico Guido Lajolo e in cui parla dell’avvenuta composizione di «un romanzo: per meglio dire tre lunghe novelle collegate tra loro».

Secondo Gioacchino,

queste tre novelle vanno identificate con la prima parte (villa Salina), con la seconda e la terza (il viaggio e il soggiorno a Donna fugata, comprendente i principali episodi storico-politici, fidanzamento di Tancredi, plebiscito, offerta del laticlavio) e con l’ultima (le reliquie).

Ma l’identificazione con le parti attuali del libro è problematica, perché si tratta di parti successivamente ampliate e rielaborate: ciò che originariamente costituiva una «novella», e che probabilmente fu letta come tale dal principe ai suoi amici (cosa che rientrava nelle sue abitudini), non è escluso che divenisse poi un seguito di parti diverse. Poco dopo appare composta anche la parte relativa alla morte del principe (futura parte VII), e il 24 maggio ‘56 quattro di queste parti (I, II, VII, VIII) vengono spedite dattiloscritte a Federico Federici, capo ufficio della segreteria editoriale della Mondadori, con una lettera di accompagnamento di Lucio Piccolo che parla di «un ciclo di novelle intitolato Il Gattopardo».

Dico «quattro» anche se Gioacchino Lanza Tomasi ha parlato di un invio di cinque parti e, alternativamente, di quattro includendo però anche la III nella II. Anche la lettera di Tomasi a Lajolo del 7 giugno 1956 dà il romanzo come ormai composto «da cinque lunghi racconti », precisando che i primi tre «si svolgono nel 1860, anno della spedizione dei Mille in Sicilia, il quarto nel 1883; l’ultimo, l’epilogo, nel 1910»: cosa che rispecchia l’andamento dei primi e degli ultimi capitoli del romanzo. Ma ai dati forniti dalla memoria mi pare meglio sostituire quelli accertabili documentalmente, e che inducono a credere che la parte III – fosse pure già stesa – non fu inviata a Mondadori fino al 10 ottobre 1956, unitamente alla IV che proprio durante l’estate ‘56 si sviluppa insieme a quella e riceve il suo assetto definitivo.

Il 10 ottobre, infatti, Piccolo torna a scrivere a Federici a proposito del romanzo, pregandolo «di accogliere altri due capitoli che erano allora in elaborazione e che adesso ultimati troverà qui acclusi. Essi sono il 3° e il 4° dell’opera ed andrebbero quindi inseriti secondo l’ordine delle pagine». Non si fa menzione di eventuali interferenze o sovrapposizioni rispetto alla parte II già inviata: che quindi doveva essere anche allora quella che noi leggiamo oggi, come ulteriormente si evince dall’esame delle schede di lettura mondadoriane, che non fanno riferimento a nulla che appunto nella I e II parte, oltre che nella VII e VIII, non fosse e non sia tuttora compreso. Questo, perché le schede di lettura sono datate 12 giugno, 5 settembre e 10 ottobre 1956, e non poterono dunque tenere conto delle parti inviate proprio il 10 ottobre: né restano documenti che attestino l’avvenuta presa in esame anche di quegli ulteriori capitoli.

Ecco: quando pensiamo alla «vicenda Mondadori», dobbiamo tenere conto che i giudizi furono dati su una non meglio definita opera (romanzo? novelle?) composta di sole quattro delle otto parti che ne offriranno poi la fisionomia definitiva, e che Vittorini ne vedrà per Einaudi sei delle otto. È pur vero che – si dice familiarmente – per giudicare della bontà di un vino non è necessario svuotare l’intera bottiglia, ma non è meno vero che un romanzo non è fatto solo di un certo numero di belle pagine.

Una delle letture mondadoriane, ad esempio, quella di Ricci, sottolineava l’importanza di certe «pagine a sé», non meno però degli «errori di montaggio»; e Romanò parlava esplicitamente di «sproporzione quantitativa tra i vari capitoli» e di momenti narrativi fra loro separati: «Preso ognuno a sé, i bozzetti hanno una loro vivacità aggraziata e brillante; ma il libro, come tale, non regge»; infine, Antonielli: «Un libro abbastanza buono, non privo di spunti felici, la cui pubblicazione potrebbe essere presa in considerazione se l’A. avesse con maggiore coerenza sviluppato il suo tema».

La scheda di Sergio Antonielli ha particolare importanza sia per l’ampiezza del giudizio che vi è sviluppato, sia per il rapporto che lega Antonielli con Vittorini. L’amicizia fra i due data almeno dal ‘53, quando Antonielli sottopone alla lettura di Vittorini un romanzo, La tigre viziosa, che subito piacerà e che uscirà come «Gettone» l’anno successivo. La simpatia e la stima che immediatamente si stabiliscono è testimoniata dal fatto che subito dopo è Vittorini a chiedere ad Antonielli un parere di lettura su un suo romanzo poi destinato a restare incompiuto, Le città del mondo, e a interpellarlo nel ‘55 per un lavoro comune:

«Caro Antonielli, […] avrei una piccola proposta da farti per un articolo da firmare in due. Per una rivista americana. Ci staresti?».

L’articolo, o piuttosto saggio, verrà effettivamente realizzato, e comparirà nell’autunno del ‘55 sulla rivista «Books Abroad» con il titolo Contemporary Italian Literature: uno schizzo della letteratura contemporanea che, dato il carattere di attualità e l’impegno di critica militante richiedeva necessariamente una buona dose di accordo. Ed è su questa consentaneità che possiamo meglio capire la decisione di Vittorini relativa al Gattopardo, anche in assenza di una lettura diretta del testo.

Osservava dunque Antonielli, dopo un breve riassunto dell’opera:

La trama dunque è fatta di nulla: ancora una volta i fasti e la decadenza d’una nobile famiglia siciliana. Ma quel che l’A. riesce a rendere abbastanza bene è l’ambiente ottocentesco provinciale in cui la vicenda ha inizio. Tale ambiente è messo in risalto principalmente per mezzo di aneddoti. Garbati aneddoti sceneggiati potrebbero essere definiti diversi capitoli, come garbate caricature un po’ tutti i personaggi, dal grande Principe al gesuita religioso-di-casa. Corretti, sullo sfondo, ed efficaci i rimandi al fatto storico dei Mille, e sempre intelligenti le notazioni psicologiche e di costume con cui i personaggi vengono progressivamente costruiti. Per questo aspetto, il libro si legge volentieri e in qualche pagina con piacere.

Come si vede, le notazioni positive non mancano, ma:

Il danno maggiore all’unità dell’opera è però costituito dal fatto che, accentrandosi la vicenda sul personaggio del principe, la conclusione è poi affidata, con gran salto di tempo, alle tre figlie invecchiate e alle prese col Cardinale. Il Principe è il vero tema del racconto nei primi tre quarti: riempie le pagine della sua presenza. Poi, dalla scena in cui Tancredi, il nipote garibaldino, s’incontra con Angelica, la splendida donna che sarà sua moglie, il romanzo si distrae dal suo tema e si frantuma. Praticamente, il salto di tempo con cui si passa alla morte del Principe, e quindi ancora all’ultimo capitolo, appare ingiustificato. Il romanzo, nei suoi pregi e nei suoi limiti, era concluso: seguono due appendici, la prima delle quali (morte del Principe) stona col resto e la seconda appare estranea, un discreto racconto in sé e per sé.

Infine, stile e originalità dell’opera:

Si aggiunga che il modo di scrivere del Tomasi è piuttosto anonimo: corretto, efficace in qualche punto, ma anche convenzionale e risaputo. E la materia stessa del romanzo, lasciata così a presentare in se stessa le sue giustificazioni, finisce con lo sparire in tanta altra letteratura «borbonica» che non riesce, appunto, a superare il livello della rievocazione aneddotica.

La conclusione, di Antonielli come degli altri lettori, era dunque che i pregi del romanzo non ne compensavano adeguatamente gli evidenti difetti:

Buona letteratura d’intrattenimento, perciò. Un libro interessante e anche divertente nella prima metà, che non mantiene le sue promesse e non trova la giusta conclusione da sviluppare dal suo interno.

Questo, per quanto riguarda la vicenda editoriale del Gattopardo: che, dunque, non mi pare affatto condotta con miopia da nessuna delle parti in causa se non, paradossalmente, proprio da Tomasi. Il quale, mandando a Mondadori prima delle parti non ben collegate fra loro e presentandole come «ciclo di novelle», poi integrandole sotto l’etichetta di un «romanzo» tuttavia ancora lontano dall’aver ricevuto adeguato sviluppo, mostra insieme un’ingenuità e un’impazienza che spiegano già da sole la negatività del risultato. Aggiungo che la correttezza dell’operato vittoriniano è stata sottolineata e riconosciuta esplicitamente da testimoni «non sospetti» come il figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, e l’accuratissimo biografo Andrea Vitello. Gioacchino ha ricordato del resto che alla lettura che il principe andava facendo agli amici dei capitoli via via composti, «Nessuno vi vide un gran romanzo», e lo stesso Bassani, che ne fu invece entusiasta fin dalle prime pagine, riconosceva come gli altri lettori che lo svolgimento ne risultava a un certo punto monco, strozzato, tanto che fece lui stesso ciò che Vittorini aveva suggerito a Mondadori di far fare: cercò, cioè, le pagine che lo potessero completare, e le trovò perché l’autore stesso, forse spinto da analoga insoddisfazione, vi aveva di fatto posto mano, lavorandovi fino all’aprile 1957.

La storia della mancata pubblicazione del Gattopardo, dunque, costituisce un vero e proprio capitolo della sua storia critica, o piuttosto della sua «preistoria», ma non si può contrabbandare come esempio dell’insensibilità estetica o della sordità ideologica dell’ambiente editoriale e di Vittorini in particolare. Fino a questo punto, infatti, abbiamo visto la vicenda svolgersi su un piano squisitamente letterario; le riserve dei lettori mondadoriani – ci trovino oppure no concordi – riguardano il linguaggio, la struttura, il grado di originalità o meno che caratterizza la narrazione; e anche la lettera di Vittorini si mantiene, come si è visto, sullo stesso ordine di considerazioni: vi si parla di linguaggio e impostazione narrativa «da fine Ottocento», di «acuta analisi psicologica» ma di squilibrio in senso saggistico della scrittura, di situazioni e rapporti «letterariamente non nuovi». Il rifiuto che se ne concludeva era dettato dall’idea stessa di letteratura che Vittorini cercava di affermare attraverso la sua collana, e che era improntata al valore della ricerca e della sperimentazione assai più che a quelli della bella pagina.

Rifiuto letterario, dunque e nonostante tutto, anche se non ci nascondiamo che – essendo ogni opera artistica creazione di un mondo e proposta di un’interpretazione del mondo – il giudizio che se ne dà implica un confronto e magari un conflitto di tipo ideologico, o meglio filosofico: come bene mostrerà la successiva «storia critica» del Gattopardo.

Vittorini, lo sappiamo, si batteva per un programma di politica culturale, per una letteratura che non si accontentasse (l’aveva detto in «Politecnico ») di una funzione consolatoria, ma che sapesse farsi parte attiva della vita e dei problemi dell’uomo: non poteva provare simpatia per un’opera che si affida tuttora nel ricordo dei lettori a una massima come «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; ma, per quanto si possa criticare la sua posizione, essa era lungi dal costituire un semplice giudizio di gusto, e ne va riconosciuta la coerenza all’interno di tutto il lavoro letterario da lui compiuto fin dagli anni trenta. Le stesse riflessioni teoriche che egli conduce nei suoi ultimi anni, e che abbiamo visto consegnate nella loro incompiutezza e disorganicità al volume postumo Le due tensioni, sono caratterizzate da un tipo di istanza e da un’intransigenza che sono forse difficili da accettare, ma che costituiscono testimonianza di lucidità e coraggio intellettuale. Basti ricordare che il rifiuto opposto all’insufficiente grado di novità artistica altrui, Vittorini lo applica prima di tutto a se stesso, precludendosi di pubblicare quanto gli appaia ormai inadeguato alla realtà moderna e alle sue esigenze, come meglio vedremo nel prossimo capitolo. E rimarrà infatti nel cassetto il romanzo Le città del mondo, interrotto per quella che egli dirà la sua «avversione e antipatia per il romanzo lungo, complesso e costruito», carico «di tessuto connettivo» e dunque «non moderno». Sono dichiarazioni dell’agosto 1957: la concomitanza con il giudizio sul Gattopardo non ha bisogno di essere sottolineata.

A questa ricostruzione dei fatti vanno aggiunte le testimonianze rese in più occasioni da Raffaele Crovi, a lungo collaboratore di Vittorini e in particolare facente parte, con Vito Camerano e Giuseppe Grasso, della redazione milanese dei «Gettoni». Si veda in particolare il suo Il lungo viaggio di Vittorini, dove si rivela apocrifa la stesura dell’incriminata lettera vittoriniana:

Il 27 marzo ‘57 Salvatore Fausto Flaccovio inviò a Vittorini […] un dattiloscritto de Il gattopardo formato dai capitoli I, II, III, IV, VII, VIII. Il testo fu letto da Giuseppe Grasso e da me; demmo conto della nostra opinione in due relazioni; Vittorini le lesse e le «riscontrò» esaminando personalmente il testo; discutemmo a tre l’impostazione di una lettera da inviare all’autore; essendo la collana «I gettoni» avviata a chiusura, ed essendo già partita la progettazione de «il menabò», si sarebbe potuto motivare la restituzione del testo con l’«emergenza editoriale»; Vittorini decise, invece, di scrivere all’autore e non al libraio una lettera con giudizio di merito, la cui stesura fu affidata a Grasso.

Il fatto non altera comunque la questione, sia perché Vittorini, firmando la lettera, se ne assumeva comunque la responsabilità, sia perché egli ha confermato quel giudizio in tutte le occasioni che lo hanno successivamente visto coinvolto nella polemica. È sempre Crovi a ricordare ad esempio l’intervista rilasciata a Roberto De Monticelli e pubblicata sul «Giorno» del 24 febbraio 1959, in cui a una domanda sul Gattopardo Vittorini rispondeva:

Il libro è certo piacevole, e si pone senza dubbio su un elevato livello letterario, ma non è di alta statura. Fosse uscito intorno al 1930 si potrebbe collocarlo nella storia letteraria italiana un po’ più su (ma anche tanto più a destra) delle fatiche di Nino Savarese. Uscito oggi finirà per restarne al di sotto. È una seducente decantazione dei Viceré di Federico De Roberto a livello della prosa dei cosiddetti rondeschi. Poi io non posso soffrirne, in particolare, diverse cose che pur ne determinano l’esistenza. Quel «senno di poi», per esempio, che l’autore ha messo dentro al suo personaggio, e anzi addirittura sulla sua bocca, invece di profonderlo (come sarebbe stato veramente da romanzo storico) nelle cose intorno a lui. Oppure, per fare un altro esempio, quella sua concezione della morte (e cioè della paura di essa, e della sua accettazione) che è così vecchia e scontata, così antiquatamente patetica, perfino con la bella donna che appare in ultimo come s’è visto addirittura nel film sulla vita di Toulouse-Lautrec. Oggi è ben altro il modo in cui gli uomini temono e aspettano la morte, e l’accettano.

L’impressione che si ricava da questa nota – bisogna dirlo – non è gradevole; Vittorini è sulla difensiva (in quattro mesi erano state vendute del Gattopardo 40.000 copie) e l’equilibrio della sua posizione – esposto sulla ribalta di un grande quotidiano – cede al gusto della polemica e della rivalsa che hanno sempre costituito parte importante del nostro giornalismo e della nostra politica. Quel riferimento a una «destra » evocata non senza intenzioni di spregio introduceva nel dibattito qualcosa di spurio e di stonato, anche se non ingiustificato rispetto allo spirito dell’opera. Eppure, vorrei sostenere, Vittorini si batteva comunque per un obiettivo che non era soltanto politico (le sue posizioni, del resto, erano andate alquanto mutando nel corso degli anni cinquanta, e si potevano dire vicine a un liberalismo di tipo anglosassone), ma che era di politica culturale, per una letteratura che non si accontentasse più (l’aveva già detto in «Politecnico») di una funzione consolatoria, ma che sapesse farsi parte attiva della vita e dei problemi dell’uomo evitando di lasciare il tempo (come egli diceva dell’opera di Tomasi) «tale quale lo trova»45. Una posizione che rimanda a un illuminismo di tipo radicale e che si può anche giudicare astratto o velleitario, ma che neanche in questo caso è guidato da miopia o malafede-



*Dice di sé.
Edoardo Esposito. Insegna Letterature comparate e Teoria della letteratura presso l’Università di Milano. Collaboratore di riviste come Belfagor e L’Indice, ha curato di Elio Vittorini, con Carlo Minoia, il volume Lettere 1952-1955 apparso presso Einaudi nel 2006, cui sta per seguire quello del periodo 1956-1965. Fra le sue opere, Poesia del Novecento in Italia e in Europa (Feltrinelli, 2000) e Il verso. Forme e teoria (Carocci, 2003).



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