LIBRI
ELIO VITTORINI, SCRITTURA E UTOPIA
Il rifiuto della
pubblicazione del Gattopardo da parte dello scrittore
siracusano resta uno dei momenti più contraddittori della
letteratura italiana. Il saggio di Edoardo Esposito,
ripercorrendo la parabola letteraria di Vittorini, affronta
anche questa nota dolente con razionale lucidità
Edoardo Esposito*
Luogo
e occasione fra i più noti e discussi del lavoro culturale
di Vittorini, e quindi di (parziale) applicazione delle sue
convinzioni critiche e teoriche fu la valutazione in sede
editoriale, e la «bocciatura», di un romanzo destinato
invece a un lungo e duraturo successo: Il Gattopardo
di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Non discuteremo in questa sede
del valore dell’opera – ultimamente e fortemente
sottolineato, al di là e al di fuori del «caso» entro cui si
vuole invece qui restare confinati, da un bel saggio di
Francesco Orlando – né delle varie ragioni del suo successo.
Ci importa solo riconsiderare la vicenda in rapporto al
ruolo che vi ebbe Vittorini, distinguendo il giudizio
culturale e letterario che ne resta testimoniato
dall’eventuale miopia che gli può essere managerialmente
attribuita: l’una e l’altra cosa normalmente e indebitamente
mescolate e confuse, nella divulgazione che ne è stata
fatta, all’insegna di una pregiudiziale ideologica da cui
raramente si sono salvati sia i protagonisti della vicenda
che i loro critici.
Riassumendo le vicende e il
dibattito di quel tempo, un biografo di Tomasi, David
Gilmour, scriveva ad esempio nel 1988 che «L’intellettuale
più sconcertato del successo del Gattopardo fu Elio
Vittorini», il quale, «imbarazzato dalla faccenda, cercò di
giustificare i suoi rifiuti ricorrendo a tesi alquanto
strane», anche perché il successo del libro ne aveva reso
pubblico non solo l’«errato giudizio», ma aveva inficiato la
sua stessa idea di letteratura e di rinnovamento letterario.
E mi limito a citare Gilmour perché il suo intervento è di
pacato carattere storico, mentre nell’ambito letterario
troveremmo posizioni ben più accese, a cominciare dal livore
(sarebbe difficile definirlo con altri termini) espresso
negli anni settanta da un libro di Giuseppe Paolo Samonà; va
invece reso atto al figlio adottivo dello scrittore,
Gioacchino Lanza Tomasi, di essere sempre stato in proposito
uno dei testimoni e commentatori più equilibrati e corretti:
il che non è poco, trattandosi di una delle persone che più
avrebbero dovuto dolersi di come andarono le cose.
I due «no» di Vittorini al
Gattopardo si situano in due distinti momenti
cronologici e in due situazioni editoriali diverse: il primo
è datato 22 ottobre 1956, ed è pronunciato nell’ambito della
casa editrice Mondadori; il secondo è datato 2 luglio 1957,
e l’ambito editoriale è questa volta quello einaudiano.
Nel 1956, all’atto di inviare la
propria opera all’editore Mondadori, Tomasi è uno
sconosciuto nel mondo delle lettere, e si deve avvalere
della presentazione del cugino Lucio Piccolo, che nello
stesso anno ha pubblicato i suoi Canti barocchi
grazie al sostegno di Montale. Vittorini è invece scrittore
affermato e intellettuale di prestigio, che soprattutto tra
il ‘45 e il ‘47, con la direzione del «Politecnico», ha
fatto molto parlare di sé. Ha un’indiscussa autorità, e una
lunga esperienza maturata nei rapporti via via tenuti con
Mondadori, Bompiani, Einaudi, che dovrebbe renderlo in grado
di valutare oculatamente le proposte editoriali.
Nel caso del Gattopardo,
checché se ne sia detto e si continui a dire, il suo
giudizio non è affatto negativo. Pur non basandosi, come
pare, su una lettura diretta dell’opera, egli capisce dalle
schede di lettura che l’editore ha commissionato che il
romanzo merita interesse, e lo segnala ai responsabili:
Per i due primi lettori il
lavoro manca soltanto di abilità; per il terzo di
determinazione morale. Manca comunque di qualcosa che rende
monco il libro pur pregevole. Non si può far capire
all’autore che dovrebbe rimetterci le mani (e in qual
senso?). Intanto restituirei avendo cura di assicurarci che
autore rispedisca a noi dopo fatta revisione.
Suggerisce, cioè, di stabilire
con l’autore un rapporto che consenta una migliore messa a
punto dell’opera garantendosene al contempo la prelazione,
secondo una prassi per lui normale nell’ambito einaudiano,
ma che non appare invece praticabile ai dirigenti della
Mondadori.
Ha scritto Ferretti:
La ragione per cui i dirigenti
mondadoriani finiscono per non ascoltare la raccomandazione
di Vittorini, si può ricondurre verosimilmente e soprattutto
all’atteggiamento complessivo che già da tempo caratterizza
una grande casa editrice come la Mondadori: un processo
decisionale molto accentrato, una sostanziale insofferenza
per i laboriosi e complicati rapporti con gli autori nuovi,
per le incerte e lunghe pratiche sperimentali (al contrario
di quanto avviene per I gettoni, con eccezioni ora e in
seguito […] che non valgono comunque nell’occasione del
Gattopardo.
L’ipotesi interlocutoria di
Vittorini viene dunque scartata, ma non è a lui che si deve
far carico del rifiuto, soprattutto per quanto riguarda
l’aspetto commerciale della questione, dato che almeno una
delle schede di lettura parlava di «buona letteratura
d’intrattenimento», e dunque faceva immaginare i possibili
risvolti positivi dell’operazione, che pur restava da
perfezionare.
Su questo primo giudizio ha poi
gettato la sua ombra, finendo non solo per oscurarlo ma per
capovolgerlo, quello successivo, dato certo con maggiore
cognizione di causa e in maniera più dettagliata e
esplicita, ma certamente deciso nel suo diniego. Dopo alcuni
mesi, infatti, il libraio-editore palermitano Salvatore
Fausto Flaccovio invia il dattiloscritto di Tomasi
direttamente a Vittorini, proponendolo per la collana dei
«Gettoni», e Vittorini ne accusa ricevuta il 16 aprile ‘57:
Caro Flaccovio, La ringrazio
molto per il manoscritto Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi
che ha voluto spedirmi. Lo leggerò volentieri emi auguro sia
veramente buono. Per un giudizio mi dia un po’ di tempo:
potrò scrivergliene soltanto fra qualche settimana.
La risposta, datata 2 luglio ‘57,
non era priva di apprezzamenti, ma, come ha scritto
Gioacchino Lanza Tomasi, «Era il resoconto di una lettura
attenta da parte di un intellettuale che, per la sua
collocazione, era il meno adatto a recepirlo».
Leggiamo, infatti, la famosa
lettera di Vittorini:
Egregio Tomasi,
il Suo Gattopardo l’ho letto
davvero con interesse e attenzione. Anche se come modi,
tono, linguaggio e impostazione narrativa può apparire
piuttosto vecchiotto, da fine Ottocento, il Suo è un libro
molto serio e onesto, dove sincerità e impegno riescono a
toccare il segno in momenti di acuta analisi psicologica,
come nel cap. V [quello che sarà poi il VII, relativo alla
morte del principe], forse il più convincente di tutto il
romanzo. Tuttavia, devo dirLe la verità, esso non mi pare
sufficientemente equilibrato nelle sue parti, e io credo che
questo «squilibrio» sia dovuto ai due interessi, saggistico
(storia, sociologia ecc.) e narrativo, che si incontrano e
si scontrano nel libro con prevalenza, in gran parte, del
primo sul secondo. Per più di una buona metà, ad esempio, il
romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del
«giovane signore» siciliano (la recita quotidiana del
rosario, la passeggiata in giardino con il cane Bendicò, la
cena a Villa Salina, il «salto» a Palermo, dall’amante
ecc.), mentre il resto finisce per risultare piuttosto
schematico e affrettato. Voglio dire che seguendo passo
passo il filo della storia di Don Fabrizio Salina, il libro
non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto di
un’epoca e, insieme, il racconto della decadenza di
quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni
psicologiche del Principe alle modificazioni politiche e
sociali di quell’epoca.
E in questo senso, per la
verità, non mi sembrano letterariamente nuovi i rapporti di
Don Fabrizio Salina col nipote «garibaldino» Tancredi o col
rappresentante della «nuova classe» in ascesa, Don Calogero
Sedara, o il matrimonio di Tancredi con Angelica, la figlia
del Sedara ecc. Il linguaggio, più che le scene e le
situazioni, mi pare riveli meglio, qua e là, il prevalente
interesse saggistico sociologico del romanzo. Mi permetto di
citarLe qualche brano […]. Veda ancora, in proposito, il
lungo colloquio di Don Fabrizio Salina con l’inviato
piemontese Chevalley, da pag.
124 a pag. 133, e soprattutto i
«discorsi» del principe al piemontese. Queste, in
definitiva, sono le mie impressioni di lettore e gliele
comunico pensando che, in qualche modo, potrebbero anche
interessarLe. Per il resto, purtroppo,mi trovo nell’assoluta
impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il
programma dei «Gettoni» è ormai chiuso per almeno quattro
anni. Ho già in riserva, accettati per la pubblicazione, una
ventina di manoscritti che potranno uscire al ritmo di non
più di quattro l’anno.
Il manoscritto glielo faccio
avere con plico a parte.
Con i migliori saluti. Suo
Elio Vittorini
Al di là dei contenuti del
discorso, è da notare la correttezza di Vittorini: il quale,
ricordando i giudizi di lettura già espressi in sede
mondadoriana e conoscendo dunque in anticipo il carattere
del Gattopardo come del tutto difforme dal tipo di
narrativa che egli cercava di promuovere, avrebbe potuto
liquidare il discorso con le generiche frasi d’uso, magari
appellandosi semplicemente alla sua oggettiva impossibilità
di assumere nuovi impegni di pubblicazione. Erano infatti in
corso precise trattative con l’editore per ridimensionare o
chiudere l’esperienza dei «Gettoni», e l’interruzione
avverrà, di fatto, di lì a poco: gli ultimi «Gettoni»
saranno pubblicati tra il ‘57 e il ‘58, e si trattava di
opere già programmate da tempo. Vittorini, invece, non si
nasconde dietro frasi di comodo, e rispetta la prassi
abituale nella redazione dei «Gettoni» di lettura,
valutazione e discussione del libro proposto, e di una
risposta precisa all’autore; tanto che lo stesso Tomasi se
ne compiacerà, osservando con Gioacchino: «Come recensione
non c’è male, ma pubblicazione niente».
Diverso, naturalmente, il
discorso sul «merito» di questa recensione, come si dirà. Ma
vorrei intanto aggiungere che anche in sede mondadoriana,
nonostante la soluzione burocratica adottata, il libro fu
sottoposto ad attenta valutazione, come dimostrano le tre
letture che restano testimoniate, compiute la prima da un
lettore abituale della casa editrice, Adolfo Ricci, e le
altre due da letterati e autori essi stessi di tutto
rispetto, Sergio Antonielli e Angelo Romanò. Ora, mi sembra
degno di considerazione il fatto che queste tre letture,
date come si può immaginare sine ira et studio, con
l’unico obiettivo di un’adeguata valutazione, si siano
rivelate singolarmente concordi fra loro e con quella
successiva di Vittorini nel sottolineare, accanto ai pregi,
i notevoli limiti dell’opera. Ed è forse il caso di
spenderci qualche parola.
Il Gattopardo
viene composto da Tomasi tra la fine del ‘54 e l’aprile del
‘57: poco più di due anni, che vedono una fase di avvio
relativamente lenta e una marcia assai spedita in seguito.
Alla data del 31 marzo ‘56 ne appaiono composte tre parti,
almeno stando a una lettera che Tomasi scrive all’amico
Guido Lajolo e in cui parla dell’avvenuta composizione di
«un romanzo: per meglio dire tre lunghe novelle collegate
tra loro».
Secondo Gioacchino,
queste tre novelle vanno
identificate con la prima parte (villa Salina), con la
seconda e la terza (il viaggio e il soggiorno a Donna
fugata, comprendente i principali episodi storico-politici,
fidanzamento di Tancredi, plebiscito, offerta del
laticlavio) e con l’ultima (le reliquie).
Ma l’identificazione con le parti
attuali del libro è problematica, perché si tratta di parti
successivamente ampliate e rielaborate: ciò che
originariamente costituiva una «novella», e che
probabilmente fu letta come tale dal principe ai suoi amici
(cosa che rientrava nelle sue abitudini), non è escluso che
divenisse poi un seguito di parti diverse. Poco dopo appare
composta anche la parte relativa alla morte del principe
(futura parte VII), e il 24 maggio ‘56 quattro di queste
parti (I, II, VII, VIII) vengono spedite dattiloscritte a
Federico Federici, capo ufficio della segreteria editoriale
della Mondadori, con una lettera di accompagnamento di Lucio
Piccolo che parla di «un ciclo di novelle intitolato Il
Gattopardo».
Dico «quattro» anche se
Gioacchino Lanza Tomasi ha parlato di un invio di cinque
parti e, alternativamente, di quattro includendo però anche
la III nella II. Anche la lettera di Tomasi a Lajolo del 7
giugno 1956 dà il romanzo come ormai composto «da cinque
lunghi racconti », precisando che i primi tre «si svolgono
nel 1860, anno della spedizione dei Mille in Sicilia, il
quarto nel 1883; l’ultimo, l’epilogo, nel 1910»: cosa che
rispecchia l’andamento dei primi e degli ultimi capitoli del
romanzo. Ma ai dati forniti dalla memoria mi pare meglio
sostituire quelli accertabili documentalmente, e che
inducono a credere che la parte III – fosse pure già stesa –
non fu inviata a Mondadori fino al 10 ottobre 1956,
unitamente alla IV che proprio durante l’estate ‘56 si
sviluppa insieme a quella e riceve il suo assetto
definitivo.
Il 10 ottobre, infatti, Piccolo
torna a scrivere a Federici a proposito del romanzo,
pregandolo «di accogliere altri due capitoli che erano
allora in elaborazione e che adesso ultimati troverà qui
acclusi. Essi sono il 3° e il 4° dell’opera ed andrebbero
quindi inseriti secondo l’ordine delle pagine». Non si fa
menzione di eventuali interferenze o sovrapposizioni
rispetto alla parte II già inviata: che quindi doveva essere
anche allora quella che noi leggiamo oggi, come
ulteriormente si evince dall’esame delle schede di lettura
mondadoriane, che non fanno riferimento a nulla che appunto
nella I e II parte, oltre che nella VII e VIII, non fosse e
non sia tuttora compreso. Questo, perché le schede di
lettura sono datate 12 giugno, 5 settembre e 10 ottobre
1956, e non poterono dunque tenere conto delle parti inviate
proprio il 10 ottobre: né restano documenti che attestino
l’avvenuta presa in esame anche di quegli ulteriori
capitoli.
Ecco: quando pensiamo alla
«vicenda Mondadori», dobbiamo tenere conto che i giudizi
furono dati su una non meglio definita opera (romanzo?
novelle?) composta di sole quattro delle otto parti che ne
offriranno poi la fisionomia definitiva, e che Vittorini ne
vedrà per Einaudi sei delle otto. È pur vero che – si dice
familiarmente – per giudicare della bontà di un vino non è
necessario svuotare l’intera bottiglia, ma non è meno vero
che un romanzo non è fatto solo di un certo numero di belle
pagine.
Una delle letture mondadoriane,
ad esempio, quella di Ricci, sottolineava l’importanza di
certe «pagine a sé», non meno però degli «errori di
montaggio»; e Romanò parlava esplicitamente di «sproporzione
quantitativa tra i vari capitoli» e di momenti narrativi fra
loro separati: «Preso ognuno a sé, i bozzetti hanno una loro
vivacità aggraziata e brillante; ma il libro, come tale, non
regge»; infine, Antonielli: «Un libro abbastanza buono, non
privo di spunti felici, la cui pubblicazione potrebbe essere
presa in considerazione se l’A. avesse con maggiore coerenza
sviluppato il suo tema».
La scheda di Sergio Antonielli ha
particolare importanza sia per l’ampiezza del giudizio che
vi è sviluppato, sia per il rapporto che lega Antonielli con
Vittorini. L’amicizia fra i due data almeno dal ‘53, quando
Antonielli sottopone alla lettura di Vittorini un romanzo,
La tigre viziosa, che subito piacerà e che uscirà
come «Gettone» l’anno successivo. La simpatia e la stima che
immediatamente si stabiliscono è testimoniata dal fatto che
subito dopo è Vittorini a chiedere ad Antonielli un parere
di lettura su un suo romanzo poi destinato a restare
incompiuto, Le città del mondo, e a interpellarlo nel
‘55 per un lavoro comune:
«Caro Antonielli, […] avrei una
piccola proposta da farti per un articolo da firmare in due.
Per una rivista americana. Ci staresti?».
L’articolo, o piuttosto saggio,
verrà effettivamente realizzato, e comparirà nell’autunno
del ‘55 sulla rivista «Books Abroad» con il titolo
Contemporary Italian Literature: uno schizzo della
letteratura contemporanea che, dato il carattere di
attualità e l’impegno di critica militante richiedeva
necessariamente una buona dose di accordo. Ed è su questa
consentaneità che possiamo meglio capire la decisione di
Vittorini relativa al Gattopardo, anche in assenza di
una lettura diretta del testo.
Osservava dunque Antonielli, dopo
un breve riassunto dell’opera:
La trama dunque è fatta di
nulla: ancora una volta i fasti e la decadenza d’una nobile
famiglia siciliana. Ma quel che l’A. riesce a rendere
abbastanza bene è l’ambiente ottocentesco provinciale in cui
la vicenda ha inizio. Tale ambiente è messo in risalto
principalmente per mezzo di aneddoti. Garbati aneddoti
sceneggiati potrebbero essere definiti diversi capitoli,
come garbate caricature un po’ tutti i personaggi, dal
grande Principe al gesuita religioso-di-casa. Corretti,
sullo sfondo, ed efficaci i rimandi al fatto storico dei
Mille, e sempre intelligenti le notazioni psicologiche e di
costume con cui i personaggi vengono progressivamente
costruiti. Per questo aspetto, il libro si legge volentieri
e in qualche pagina con piacere.
Come si vede, le notazioni
positive non mancano, ma:
Il danno maggiore all’unità
dell’opera è però costituito dal fatto che, accentrandosi la
vicenda sul personaggio del principe, la conclusione è poi
affidata, con gran salto di tempo, alle tre figlie
invecchiate e alle prese col Cardinale. Il Principe è il
vero tema del racconto nei primi tre quarti: riempie le
pagine della sua presenza. Poi, dalla scena in cui Tancredi,
il nipote garibaldino, s’incontra con Angelica, la splendida
donna che sarà sua moglie, il romanzo si distrae dal suo
tema e si frantuma. Praticamente, il salto di tempo con cui
si passa alla morte del Principe, e quindi ancora all’ultimo
capitolo, appare ingiustificato. Il romanzo, nei suoi pregi
e nei suoi limiti, era concluso: seguono due appendici, la
prima delle quali (morte del Principe) stona col resto e la
seconda appare estranea, un discreto racconto in sé e per
sé.
Infine, stile e originalità
dell’opera:
Si aggiunga che il modo di
scrivere del Tomasi è piuttosto anonimo: corretto, efficace
in qualche punto, ma anche convenzionale e risaputo. E la
materia stessa del romanzo, lasciata così a presentare in se
stessa le sue giustificazioni, finisce con lo sparire in
tanta altra letteratura «borbonica» che non riesce, appunto,
a superare il livello della rievocazione aneddotica.
La conclusione, di Antonielli
come degli altri lettori, era dunque che i pregi del romanzo
non ne compensavano adeguatamente gli evidenti difetti:
Buona letteratura
d’intrattenimento, perciò. Un libro interessante e anche
divertente nella prima metà, che non mantiene le sue
promesse e non trova la giusta conclusione da sviluppare dal
suo interno.
Questo, per quanto riguarda la
vicenda editoriale del Gattopardo: che, dunque, non
mi pare affatto condotta con miopia da nessuna delle parti
in causa se non, paradossalmente, proprio da Tomasi. Il
quale, mandando a Mondadori prima delle parti non ben
collegate fra loro e presentandole come «ciclo di novelle»,
poi integrandole sotto l’etichetta di un «romanzo» tuttavia
ancora lontano dall’aver ricevuto adeguato sviluppo, mostra
insieme un’ingenuità e un’impazienza che spiegano già da
sole la negatività del risultato. Aggiungo che la
correttezza dell’operato vittoriniano è stata sottolineata e
riconosciuta esplicitamente da testimoni «non sospetti» come
il figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi,
e l’accuratissimo biografo Andrea Vitello. Gioacchino ha
ricordato del resto che alla lettura che il principe andava
facendo agli amici dei capitoli via via composti, «Nessuno
vi vide un gran romanzo», e lo stesso Bassani, che ne fu
invece entusiasta fin dalle prime pagine, riconosceva come
gli altri lettori che lo svolgimento ne risultava a un certo
punto monco, strozzato, tanto che fece lui stesso ciò che
Vittorini aveva suggerito a Mondadori di far fare: cercò,
cioè, le pagine che lo potessero completare, e le trovò
perché l’autore stesso, forse spinto da analoga
insoddisfazione, vi aveva di fatto posto mano, lavorandovi
fino all’aprile 1957.
La storia della mancata
pubblicazione del Gattopardo, dunque, costituisce un
vero e proprio capitolo della sua storia critica, o
piuttosto della sua «preistoria», ma non si può
contrabbandare come esempio dell’insensibilità estetica o
della sordità ideologica dell’ambiente editoriale e di
Vittorini in particolare. Fino a questo punto, infatti,
abbiamo visto la vicenda svolgersi su un piano squisitamente
letterario; le riserve dei lettori mondadoriani – ci trovino
oppure no concordi – riguardano il linguaggio, la struttura,
il grado di originalità o meno che caratterizza la
narrazione; e anche la lettera di Vittorini si mantiene,
come si è visto, sullo stesso ordine di considerazioni: vi
si parla di linguaggio e impostazione narrativa «da fine
Ottocento», di «acuta analisi psicologica» ma di squilibrio
in senso saggistico della scrittura, di situazioni e
rapporti «letterariamente non nuovi». Il rifiuto che se ne
concludeva era dettato dall’idea stessa di letteratura che
Vittorini cercava di affermare attraverso la sua collana, e
che era improntata al valore della ricerca e della
sperimentazione assai più che a quelli della bella pagina.
Rifiuto letterario, dunque e
nonostante tutto, anche se non ci nascondiamo che – essendo
ogni opera artistica creazione di un mondo e proposta di
un’interpretazione del mondo – il giudizio che se ne dà
implica un confronto e magari un conflitto di tipo
ideologico, o meglio filosofico: come bene mostrerà la
successiva «storia critica» del Gattopardo.
Vittorini, lo sappiamo, si
batteva per un programma di politica culturale, per una
letteratura che non si accontentasse (l’aveva detto in
«Politecnico ») di una funzione consolatoria, ma che sapesse
farsi parte attiva della vita e dei problemi dell’uomo: non
poteva provare simpatia per un’opera che si affida tuttora
nel ricordo dei lettori a una massima come «Se vogliamo che
tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; ma, per
quanto si possa criticare la sua posizione, essa era lungi
dal costituire un semplice giudizio di gusto, e ne va
riconosciuta la coerenza all’interno di tutto il lavoro
letterario da lui compiuto fin dagli anni trenta. Le stesse
riflessioni teoriche che egli conduce nei suoi ultimi anni,
e che abbiamo visto consegnate nella loro incompiutezza e
disorganicità al volume postumo Le due tensioni, sono
caratterizzate da un tipo di istanza e da un’intransigenza
che sono forse difficili da accettare, ma che costituiscono
testimonianza di lucidità e coraggio intellettuale. Basti
ricordare che il rifiuto opposto all’insufficiente grado di
novità artistica altrui, Vittorini lo applica prima di tutto
a se stesso, precludendosi di pubblicare quanto gli appaia
ormai inadeguato alla realtà moderna e alle sue esigenze,
come meglio vedremo nel prossimo capitolo. E rimarrà infatti
nel cassetto il romanzo Le città del mondo,
interrotto per quella che egli dirà la sua «avversione e
antipatia per il romanzo lungo, complesso e costruito»,
carico «di tessuto connettivo» e dunque «non moderno». Sono
dichiarazioni dell’agosto 1957: la concomitanza con il
giudizio sul Gattopardo non ha bisogno di essere
sottolineata.
A questa ricostruzione dei fatti
vanno aggiunte le testimonianze rese in più occasioni da
Raffaele Crovi, a lungo collaboratore di Vittorini e in
particolare facente parte, con Vito Camerano e Giuseppe
Grasso, della redazione milanese dei «Gettoni». Si veda in
particolare il suo Il lungo viaggio di Vittorini,
dove si rivela apocrifa la stesura dell’incriminata lettera
vittoriniana:
Il 27 marzo ‘57 Salvatore
Fausto Flaccovio inviò a Vittorini […] un dattiloscritto de
Il gattopardo formato dai capitoli I, II, III, IV, VII,
VIII. Il testo fu letto da Giuseppe Grasso e da me; demmo
conto della nostra opinione in due relazioni; Vittorini le
lesse e le «riscontrò» esaminando personalmente il testo;
discutemmo a tre l’impostazione di una lettera da inviare
all’autore; essendo la collana «I gettoni» avviata a
chiusura, ed essendo già partita la progettazione de «il
menabò», si sarebbe potuto motivare la restituzione del
testo con l’«emergenza editoriale»; Vittorini decise,
invece, di scrivere all’autore e non al libraio una lettera
con giudizio di merito, la cui stesura fu affidata a Grasso.
Il fatto non altera comunque la
questione, sia perché Vittorini, firmando la lettera, se ne
assumeva comunque la responsabilità, sia perché egli ha
confermato quel giudizio in tutte le occasioni che lo hanno
successivamente visto coinvolto nella polemica. È sempre
Crovi a ricordare ad esempio l’intervista rilasciata a
Roberto De Monticelli e pubblicata sul «Giorno» del 24
febbraio
1959, in cui a una domanda sul
Gattopardo Vittorini rispondeva:
Il libro è certo piacevole, e
si pone senza dubbio su un elevato livello letterario, ma
non è di alta statura. Fosse uscito intorno al 1930 si
potrebbe collocarlo nella storia letteraria italiana un po’
più su (ma anche tanto più a destra) delle fatiche di Nino
Savarese. Uscito oggi finirà per restarne al di sotto. È una
seducente decantazione dei Viceré di Federico De Roberto a
livello della prosa dei cosiddetti rondeschi. Poi io non
posso soffrirne, in particolare, diverse cose che pur ne
determinano l’esistenza. Quel «senno di poi», per esempio,
che l’autore ha messo dentro al suo personaggio, e anzi
addirittura sulla sua bocca, invece di profonderlo (come
sarebbe stato veramente da romanzo storico) nelle cose
intorno a lui. Oppure, per fare un altro esempio, quella sua
concezione della morte (e cioè della paura di essa, e della
sua accettazione) che è così vecchia e scontata, così
antiquatamente patetica, perfino con la bella donna che
appare in ultimo come s’è visto addirittura nel film sulla
vita di Toulouse-Lautrec. Oggi è ben altro il modo in cui
gli uomini temono e aspettano la morte, e l’accettano.
L’impressione che si ricava da questa nota – bisogna
dirlo – non è gradevole; Vittorini è sulla difensiva (in
quattro mesi erano state vendute del Gattopardo
40.000 copie) e l’equilibrio della sua posizione – esposto
sulla ribalta di un grande quotidiano – cede al gusto della
polemica e della rivalsa che hanno sempre costituito parte
importante del nostro giornalismo e della nostra politica.
Quel riferimento a una «destra » evocata non senza
intenzioni di spregio introduceva nel dibattito qualcosa di
spurio e di stonato, anche se non ingiustificato rispetto
allo spirito dell’opera. Eppure, vorrei sostenere, Vittorini
si batteva comunque per un obiettivo che non era soltanto
politico (le sue posizioni, del resto, erano andate alquanto
mutando nel corso degli anni cinquanta, e si potevano dire
vicine a un liberalismo di tipo anglosassone), ma che era di
politica culturale, per una letteratura che non si
accontentasse più (l’aveva già detto in «Politecnico») di
una funzione consolatoria, ma che sapesse farsi parte attiva
della vita e dei problemi dell’uomo evitando di lasciare il
tempo (come egli diceva dell’opera di Tomasi) «tale quale lo
trova»45. Una posizione che rimanda a un illuminismo di tipo
radicale e che si può anche giudicare astratto o
velleitario, ma che neanche in questo caso è guidato da
miopia o malafede-
*Dice di sé.
Edoardo Esposito. Insegna Letterature comparate e Teoria
della letteratura presso l’Università di Milano.
Collaboratore di riviste come Belfagor e L’Indice, ha curato
di Elio Vittorini, con Carlo Minoia, il volume Lettere
1952-1955 apparso presso Einaudi nel 2006, cui sta per
seguire quello del periodo 1956-1965. Fra le sue opere,
Poesia del Novecento in Italia e in Europa (Feltrinelli,
2000) e Il verso. Forme e teoria (Carocci, 2003).
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