VIRGINIA AGNELLI, MADRE E FARFALLA
Marina Ripa di Meana e
Gabriella Mecucci ricostruiscono, con meticolosità, le
vicende della principessa di San Faustino, che fu donna
forte, tenace e trasgressiva, ma anche una madre attenta,
una creatura tanto furba quanto affascinante
Vanessa Mustari*
Certe volte
ci si chiede come andrebbe la nostra vita se
potessimo azzerare i kilometri macinati lungo la
strada. Staremmo lì a vedere cosa succede o cosa
sarebbe accaduto se avessimo scelto di fare
altro. Forse Virginia Bourbon Del Monte non
avrebbe mai immaginato di diventare la Signora
Agnelli, la premier Dame di Torino, forse non
comprese fin da subito cosa comportasse l’unione
con la famiglia più potente d’Italia, seconda
solo a quella reale dei Savoia, forse non
avrebbe mai creduto che sarebbe finita
nell’oblio, prigioniera della memoria,
dimenticata, occultata agli occhi e alle
orecchie di tutti proprio da suo figlio Gianni
Agnelli.
Sì, perché la storia di Virginia,
madre e farfalla, è stata per anni ed anni
celata. A nulla è servito il libro Vestivamo
alla marinara scritto nel 1975 da Suni,
Susanna Agnelli, una dei sette figli che
Virginia darà alla luce grazie al suo matrimonio
con Edoardo, che documentò l’epopea famigliare.
L’Avvocato infatti acquistò nel ‘77 i
diritti non solo del libro della sorella e
dell’editore Arnoldo Mondadori, ma anche una
sceneggiatura pronta a diventare un film ed una
serie tv, chiudendo di fatto la storia in un
cassetto. Viene da chiedersi perché l’abbia
fatto visto che, grazie alla scrupolosa ricerca
di Marina Ripa Di Meana e Gabriella Mecucci,
emergono aneddoti su Virginia sì scomodi per il
costume dell’epoca, ma anche qualità lodevoli e
delle quali andar fieri. La principessa di San
Faustino è una donna forte, tenace, trasgressiva
ma anche una madre attenta, una creatura tanto
furba quanto affascinante.
Si apre così, come se mi fossi appena
seduta ad un cinematografo di altri tempi, la
storia di una famiglia che conoscevo molto poco,
di una donna che non avevo mai sentito nominare
e di un’ Italia che avrei preferito dimenticare.
Quell’Italia degli usi e costumi, l’Italia dei
nobili decaduti e delle ereditiere americane a
caccia di titoli, l’Italia di Forte dei Marmi...
ma anche l’Italia dell’ Ovra, quella delle spie
e di Mussolini. Tante cose per un libro solo, ma
credetemi se vi dico che ogni tassello si
concatena perfettamente come in vero e proprio
romanzo.
Ci si trova, infatti, a pensare a
Virginia come ad una eroina romantica: perde
tragicamente il marito Edoardo mezzo decapitato
dall’elica di un aeroplano, ama i suoi figli e
lotterà un’asprissima battaglia legale per
evitare che suo suocero, il senatore Giovanni
Agnelli, l’uomo FIAT, non le porti via la sua
famiglia, i suoi sette agnelli.
Come un’ eroina romantica vivrà un
amore burrascoso e spiatissimo dagli agenti
dell’Ovra, con lo scrittore Curzio Malaparte, un
narciso, un uomo complesso, intellettuale amante
del successo e del lusso. E lo scontro tra
Virginia ed il senatore simile a quello di due
nazioni belligeranti, sembra anticipare cosa
avverrà nel mondo di lì a poco: la marcia su
Roma, il potere del Duce, lo scoppio della
seconda guerra mondiale con l’occupazione di
Roma da parte dei tedeschi fino alla
capitolazione degli stessi e l’arrivo delle
forze alleate.
Due gli episodi in particolare da
citare, uno più sentimentale, se vogliamo, ed
uno storicamente di estrema importanza per la
capitale. Il primo: quando arrivò l’ordinanza
del tribunale dei minori di Torino il 18
dicembre 1936, nella quale si comunicava alla
signora Agnelli di aver perso la patria potestà
sui figli a favore del suocero, Virginia partì
in treno diretta a Roma con la sua famiglia.
Tuttavia nella città eterna arrivò sola poiché
gli uomini di Arturo Bocchini, capo della
polizia e aggancio del senatore,
fermarono il treno e rapirono i figli di
Virginia nel bel mezzo del viaggio.
L’episodio commovente e pieno di
pathos si riferisce alla lunga attesa di
Virginia a Palazzo Venezia per essere ricevuta
dal Duce. Tornò giorno dopo giorno tenacemente
fino a quando il Duce in persona non la
ricevette e si fregiasse del ruolo di deus ex
machina in quella contesa favorendo le
ragioni della madre.
Il secondo fa riferimento invece
all’allora riservatissima Operazione Farnese
alla quale la principessa di San Faustino prese
parte vigorosamente. Si tratta dell’incontro
segreto tra il papa Pio XII ed il generale
tedesco Karl Wolff avvenuto il 10 maggio 1944.
Con tale udienza si tentò, con impensabile
successo, di far ritirare i tedeschi dalla
“città aperta” senza che facessero terra
bruciata all’arrivo degli alleati e non si
facessero saltare i ponti già minati sotto
espresso ordine del Duce. Fu così che i tedeschi
si ritirarono senza procurar danni e la città di
Roma fu salva.
Virginia morì giovane, a soli
quarantasei anni in un incidente stradale. Ha
macinato i suoi ultimi chilometri con la
consapevolezza di aver vinto le sue battaglie,
di aver tenuto testa all’uomo più potente del
Paese, di aver contribuito a salvare una città
che amava ed aveva nel cuore, di aver
conquistato l’amore incondizionato dei propri
figli, ma soprattutto, vinse la battaglia più
grande, quella di aver vissuto da donna libera e
di aver amato ogni giorno senza riserve. Non
importa più, a questo punto, quale strada abbia
o no percorso, c’era sempre lei al volante e
questo bastava.
Certe volte ci si chiede come andrebbe la nostra
vita se potessimo azzerare i kilometri macinati
lungo la strada. Staremmo lì a vedere cosa
succede o cosa sarebbe accaduto se avessimo
scelto di fare altro. Forse Virginia Bourbon Del
Monte non avrebbe mai immaginato di diventare la
Signora Agnelli, la premier Dame di Torino,
forse non comprese fin da subito cosa
comportasse l’unione con la famiglia più potente
d’Italia, seconda solo a quella reale dei
Savoia, forse non avrebbe mai creduto che
sarebbe finita nell’oblio, prigioniera della
memoria, dimenticata, occultata agli occhi e
alle orecchie di tutti proprio da suo figlio
Gianni Agnelli.
Sì, perché la
storia di Virginia, madre e farfalla, è stata
per anni ed anni celata. A nulla è servito il
libro
Vestivamo alla marinara scritto nel 1975 da
Suni, Susanna Agnelli, una dei sette figli che
Virginia darà alla luce grazie al suo matrimonio
con Edoardo, che documentò l’epopea famigliare.
L’Avvocato
infatti acquistò nel ‘77 i diritti non solo del
libro della sorella e dell’editore Arnoldo
Mondadori, ma anche una sceneggiatura pronta a
diventare un film ed una serie tv, chiudendo di
fatto la storia in un cassetto. Viene da
chiedersi perché l’abbia fatto visto che, grazie
alla scrupolosa ricerca di Marina Ripa Di Meana
e Gabriella Mecucci, emergono aneddoti su
Virginia sì scomodi per il costume dell’epoca,
ma anche qualità lodevoli e delle quali andar
fieri. La principessa di San Faustino è una
donna forte, tenace, trasgressiva ma anche una
madre attenta, una creatura tanto furba quanto
affascinante.
Si apre così,
come se mi fossi appena seduta ad un
cinematografo di altri tempi, la storia di una
famiglia che conoscevo molto poco, di una donna
che non avevo mai sentito nominare e di un’
Italia che avrei preferito dimenticare.
Quell’Italia degli usi e costumi, l’Italia dei
nobili decaduti e delle ereditiere americane a
caccia di titoli, l’Italia di Forte dei Marmi...
ma anche l’Italia dell’ Ovra, quella delle spie
e di Mussolini. Tante cose per un libro solo, ma
credetemi se vi dico che ogni tassello si
concatena perfettamente come in vero e proprio
romanzo.
Ci si trova,
infatti, a pensare a Virginia come ad una eroina
romantica: perde tragicamente il marito Edoardo
mezzo decapitato dall’elica di un aeroplano, ama
i suoi figli e lotterà un’asprissima battaglia
legale per evitare che suo suocero, il senatore
Giovanni Agnelli, l’uomo FIAT, non le porti via
la sua famiglia, i suoi sette agnelli.
Come un’ eroina
romantica vivrà un amore burrascoso e
spiatissimo dagli agenti dell’Ovra, con lo
scrittore Curzio Malaparte, un narciso, un uomo
complesso, intellettuale amante del successo e
del lusso. E lo scontro tra Virginia ed il
senatore simile a quello di due nazioni
belligeranti, sembra anticipare cosa avverrà nel
mondo di lì a poco: la marcia su Roma, il potere
del Duce, lo scoppio della seconda guerra
mondiale con l’occupazione di Roma da parte dei
tedeschi fino alla capitolazione degli stessi e
l’arrivo delle forze alleate.
Due gli episodi
in particolare da citare, uno più sentimentale,
se vogliamo, ed uno storicamente di estrema
importanza per la capitale. Il primo: quando
arrivò l’ordinanza del tribunale dei minori di
Torino il 18 dicembre 1936, nella quale si
comunicava alla signora Agnelli di aver perso la
patria potestà sui figli a favore del suocero,
Virginia partì in treno diretta a Roma con la
sua famiglia. Tuttavia nella città eterna arrivò
sola poiché gli uomini di Arturo Bocchini, capo
della polizia e aggancio del
senatore,
fermarono il treno e rapirono i figli di
Virginia nel bel mezzo del viaggio.
L’episodio
commovente e pieno di pathos si riferisce alla
lunga attesa di Virginia a Palazzo Venezia per
essere ricevuta dal Duce. Tornò giorno dopo
giorno tenacemente fino a quando il Duce in
persona non la ricevette e si fregiasse del
ruolo di deus ex machina in quella contesa favorendo le ragioni della madre.
Il secondo fa
riferimento invece all’allora riservatissima
Operazione Farnese alla quale la principessa di
San Faustino prese parte vigorosamente. Si
tratta dell’incontro segreto tra il papa Pio XII
ed il generale tedesco Karl Wolff avvenuto il 10
maggio 1944. Con tale udienza si tentò, con
impensabile successo, di far ritirare i tedeschi
dalla “città aperta” senza che facessero terra
bruciata all’arrivo degli alleati e non si
facessero saltare i ponti già minati sotto
espresso ordine del Duce. Fu così che i tedeschi
si ritirarono senza procurar danni e la città di
Roma fu salva.
Virginia morì giovane, a soli quarantasei
anni in un incidente stradale. Ha macinato i
suoi ultimi chilometri con la consapevolezza di
aver vinto le sue battaglie, di aver tenuto
testa all’uomo più potente del Paese, di aver
contribuito a salvare una città che amava ed
aveva nel cuore, di aver conquistato l’amore
incondizionato dei propri figli, ma soprattutto,
vinse la battaglia più grande, quella di aver
vissuto da donna libera e di aver amato ogni
giorno senza riserve. Non importa più, a questo
punto, quale strada abbia o no percorso, c’era
sempre lei al volante e questo bastava.
*Dice di sé.
Vanessa Mustari. Sempre lei, sempre io. Viaggia perchè sa
che per strada non ci si può fermare; allora scrive, poiché
scrivendo, le parole la facciano sentire a casa...ovunque.
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DEMI MOORE
Il gossip è una bestia sanguinaria, i
paparazzi mi hanno tormentata per anni.
Visto che non posso eliminarli, cerco di
batterli sul loro terreno e le foto me le
faccio da sola. Ho fatto io quella foto,
poi l'ho messa in Rete. Ho perso l'incisivo
tempo fa in un incidente... Adesso vedo la
mia età come un'opportunità per
ridefinirmi, senza preconcetti. Voglio il
meglio da me e non c'è niente di male in
questo. L'errore sta nell'inseguire la
giovinezza cercando di diventare una
persona diversa. Quella è una catastrofe.
Hanno scritto che ho speso 400mila dollari
in chirurgia estetica, ma la sfido a
trovare i segni di un solo intervento
chirurgico sul mio viso.
(Da “Il Corriere della Sera”, aprile 2009)
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