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Edizione n. 11

Nei primi giorni di maggio ho partecipato ad una puntata de “L’Infedele” su La 7, and il programma di Gad Lerner, incentrata sul cosiddetto velinismo politico e sull’annunciato divorzio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Nei giorni seguenti, ho scoperto che Aldo Grasso rimprovera sottilmente Gad Lerner di avermi invitato allo scopo di fare ascolto (cosa che puntualmente si è verificata) e che Francesco Specchia, bravo giornalista di “Libero”, non solo mi imputa di aver difeso le veline che si mostrano con il culo scoperto e le tette al vento, ma sostiene che io non crederei in ciò che dico, visto che pubblico e dirigo “una rivista coltissima come l’Attimo fuggente”.

Con i critici, come Grasso, che s’infischiano degli ascolti, non polemizzo, sarebbe inutile: non si curano neanche dell’offesa che portano a milioni di telespettatori che seguono i programmi da loro tenacemente disprezzati. Sono un po’ esasperato, invece, dalle trappole in cui cade anche Specchia e dunque vorrei puntualizzare, schematicamente, per correttezza verso coloro che non abbiano seguito il programma, ciò che penso sui temi sdruccioli affrontati con l’abituale stile, fazioso e moraleggiante, dall’Infedele.

 

Veronica e il titolo di “Libero”

 

Mi sarebbe piaciuto, in primis, che a Specchia non fosse sfuggita l’appassionata difesa che ho fatto dell’ormai storico titolo di Feltri: “Veronica velina ingrata”. Vittorio Feltri non ha bisogno di difensori e tanto meno del mio sostegno, ma un chiarimento mi è sembrato doveroso, non tanto per amicizia, ma perchè, in assenza dell’imputato, al titolo si faceva continuamente riferimento come a un disgustoso episodio, a un intollerabile oltraggio verso la signora Lario.

Ho detto dunque che Feltri, da grandissimo giornalista, tra le sue capacità possiede anche quella di saper sintetizzare il comune sentire nelle poche parole di un titolo. In questo caso il messaggio forte (e persuasivo) era chiaro: “Cara Veronica, lei, sia per la sua carriera di attrice sia per i ventinove anni di matrimonio con il Cavaliere, non ha, oggi, l’autorevolezza e la credibilità per scatenare un pandemonio del genere: parlando delle veline come di ciarpame e manifestando all’improvviso una intolleranza insostenibile verso gli usi e costumi del marito”.

Ovviamente, un titolo dev’essere congruo con il linguaggio usato dal giornale verso i suoi lettori: su Libero ci sta e fa storia, sul Corriere e su altri giornali più castigati sarebbe impensabile.

 

Le veline nei programmi tivu

 

Considero inaccettabile l’ipocrisia (furiosa) di chi detesta che in alcuni programmi televisivi qualche bella ragazza si proponga in abiti succinti. Allora: io non sono né un missionario, né un educatore, sono un artigiano che cerca di fare il suo lavoro al meglio delle sue possibilità. Le veline fanno parte della società di oggi, ne prendo atto e non le combatto con l’irruenza dell’Infedele e con la veteroindignazione delle femministe di oggi come fossero il diavolo corruttore dei nostri tempi! Le ospito, all’occorrenza, in tivu, con spirito libertario: rispetto le idee e le battaglie, anche mistiche, di chiunque, ma rivendico anch’io i diritti della mia libertà.

E nei confini della mia libertà c’è il dovere di rispondere solo a quattro riferimenti: 1. le leggi; 2. l’editore che mi ha affidato l’incarico; 3. il pubblico, che in qualsiasi momento può bocciarmi; 4. la mia coscienza. Nient’altro. Più chiaramente: non influenza le mie scelte ciò che possono pensare, dico non a caso, Aldo Grasso o Gad Lerner, o Francesco Specchia, le femministe o qualsiasi altro movimento politico o pseudo politico, religioso, culturale o pseudoculturale, eccetera.

 

Realtà e televisione

 

Ma come considero questo tipo di televisione, di continuo sotto processo? L’ho detto e lo ripeto: è neorealismo televisivo, paragonabile al neorealismo cinematografico dell’immediato dopoguerra 1945/’50. Gli amici, i tronisti, gli uomini e donne di Maria De Filippi – un genio della comunicazione – sono come gli sciuscià di quegli anni. Come fu per De Sica, Rossellini, anche la De Filippi e tanti altri sono apprezzati da un certo pubblico, ma ignorati e anzi tormentati dai critici e dai moralisti, quelli che arrivano a capire sempre “dopo”. Maria, il “Grande fratello”, il “Ciao Darwin” di Paolo Bonolis, l’Isola e alcuni programmi della mia conduttrice Paola Perego tra vent’anni saranno oggetto di studio, saranno un cult per chi vorrà capire come si viveva agli inizi del terzo millennio. Oggi, dobbiamo sorbirci le filippiche dei critici prudenti e ottusi e dell’Infedele! Pazienza…

Per parte mia, l’Attimo vi propone una magnifica analisi di Marco Salvati, autore di reality di successo, col titolo esplicito “Perché non possiamo non dirci trash? (a pag. 10).

 

Le veline candidate alle elezioni

 

A parte il fatto che si tratta di un falso problema perchè le presunte candidate nelle liste non ci sono, il confine è sempre quello: la libertà. Ma perché le veline non dovrebbero avere il diritto (costituzionalmente previsto per loro come per tutti) di candidarsi alle elezioni? Dov’è lo scandalo? Inveisce la signora Margherita Hack all’Infedele: perchè non hanno alcuna competenza politica.

Il ragionamento è reversibile: la signora Hack è stimabile come scienziata, ma in politica (per di più a 84 anni) quale competenza ha? Per me, che si candidino tutte, dunque, le veline e la Hack: poi alla fine gli elettori decideranno (come il pubblico in televisione). Oppure deve decidere, preventivamente, qualcun altro? E chi? La Hack? L’Infedele? I critici…? Sento profumo, anzi il cattivo odore, di voglia di censura.

 

Il corpo delle donne

 

Altri veementi strali, nel programma, verso le donne – Alba Parietti è stata invitata come evidente bersaglio, le mando tutta la mia solidarietà – che decidono di rifarsi le tette, la bocca, ecc…

Margherita Hack, sempre lei, inveiva contro, addirittura, i “mostri”. Ma, dico io, lasciando da parte i discutibili criteri di giudizio su ciò che è bello o no: se una donna vuole rifarsi il seno, sarà libera di farlo o deve chiedere il permesso alla signora Hack? Voglio dire che ciò che rifiuto maggiormente, da liberale assoluto, è questa proterva vocazione all’indignazione facile… Domando e dico: ci saranno altre vere e serie motivazioni, in questo sporco mondo, per indignarsi, piuttosto che prendersela con qualche bella ragazza?

 

Il documentario sulla tivu scandalosa

 

La scorrettezza più grave: là dove si scopre che da una parte ci sono liberali e libertari, dall’altra un pericoloso fanatismo. All’Infedele è stato mostrato un documento in cui, montando chiappa su chiappa e tetta su tetta (tanto per strizzare l’occhio agli ascolti, anche da moralisti!), si sosteneva implicitamente che la televisione italiana è fatta di quel “ciarpame” a cui alludeva la signora Lario. Un’operazione scorretta e malintenzionata, la televisione è fatta di ben altro… Ho ricordato che il maestro Lorin Maazel (personaggio snob e inavvicinabile, uno che non aveva mai concesso niente di sé) ha rilasciato a settant’anni la prima intervista della sua vita a Paola Perego. Bene: montando solo quelle immagini, s’indurrebbe lo spettatore a pensare che “Buona domenica” sia un programma di alta musica. Di più: Gad Lerner in un certo momento ha detto di sé, testuale, che “è anche un maiale”. Bene: montando solo quelle immagini e quelle parole, si indurrebbe la gente a pensare che Gad sia solo un maiale, non un ottimo giornalista che sarebbe grandissimo se non fosse, purtroppo, fazioso e illiberale.

Bene: questi sistemi artificiosi, queste manipolazioni a mio parere dovrebbero provocare maggior indignazione delle tette e dei culi (per caso, alla radice di tanto sdegno, c’è forse qualche complesso sessuale?). Invece, da libertario, ne sorrido. Fate dunque (ma lasciateci anche fare) come preferite: il pubblico deciderà.

 

Cesare Lanza

 

IL DESIDERIO DI DIPINGERE
Gli attimi fuggenti, le preziose citazioniche punteggiano la nostra rivista,propongono come tema il desiderio.Apriamo con un classico tratto da Baudelairee chiudiamo, in quarta di copertina,con Vasco Rossi, a dimostrazioneche il desiderio è da sempre ed ancora un motore delle nostre vite.

Sventurato può essere l’uomo, ma felice l’artista che il desiderio strazia!
Io brucio di dipingere quella che di rado mi apparve e che sparì troppo in fretta, come una cosa bella da rimpiangere lasciatasi dietro dal viaggiatore portato nella notte. Come è già tanto tempo da che essa svanì!
È bella, e più che bella: è sorprendente. In lei il nero abbonda: e da lei ogni ispirazione è notturna e profonda. Ha occhi come antri in cui scintilla vago il mistero e il suo sguardo illumina come la folgore: è un’esplosione nella tenebra.
Vorrei somigliarla ad un sole nero, se mai ci fosse un astro nero che versi la luce e la felicità. Ma lei più volentieri richiama alla mente la luna, che senza dubbio l’ha marchiata del suo temibile influsso: non la luna candida degli idilli, che somiglia a una gelida sposa, ma la luna sinistra e snervante, sospesa in fondo a una notte di bufera e travolta dalle nuvole in corsa. Non la placida discreta luna che visita il sonno degli uomini puri; ma la luna strappata dal cielo vinta e ribelle, che le Stregonesse tessale costringono duramente a ballare sull’erba in terrore!
Nella sua stretta fronte abitano la volontà tenace e la passione per la preda. Più in basso, nell’inquietudine del viso, dove le nobili narici aspirano l’ignoto e l’impossibile, lampeggia, in grazia inesprimibile, il riso di una grande bocca, rossa e bianca, e deliziosa, che fa pensare al miracolo di un fiore superbo sbocciato in una pietra vulcanica.
Vi sono femmine che istigano la voglia di batterle e trionfare di loro: ma lei regala il desiderio di lentamente morire sotto il suo sguardo.

 

Charles Baudelaire


Marco Salvati - Perchè non possiamo dirci trash?

La prima televisione commerciale è stata un fulgido esempio di kitsch catodico con i suoi spericolati accostamenti di colori, abbigliamenti e scenografie sgargianti

Marco Salvati*

Miss Padania

 

Sere fa, durante uno dei miei pigri “scanalamenti” televisivi notturni, mi sono imbattuto in un programma che, chissà come mai, avevo colpevolmente ignorato gli scorsi anni. Il programma in questione era “Miss Padania”, un succedaneo della più nota kermesse perizomica “Miss Italia”, ma con l’esclusione dal concorso di tutte le belle ragazze che abbiano avuto la sventura di nascere al di sotto del Po.

A richiamare la mia attenzione però non è stata la nuance cripto-razzista della manifestazione, ma l’estetica del prodotto, il suo look and feel, come dicono quelli che la sanno lunga.

Sapevo, guardando “Miss Padania”, che non sarebbe stata premiata dagli ascolti (cosa regolarmente avvenuta), eppure non riuscivo a spiegarmi il perché della mia certezza. In fondo c’era tutto quello che doveva esserci: le miss, i costumini succinti, due conduttori di esperienza, le sfilate, i commenti degli ospiti vip, i giudici, le premiazioni con le fasce.

Tutto come a “Miss Italia”, mi dicevo. E allora da dove arrivava questa sensazione di smarrimento? Perché mi dibattevo tra la voglia di guardare e quella di cambiare canale?

Semplice. Le Miss “polentone” non erano poi così glamour, le luci sembravano quelle di un supermercato, il teatro ricordava una parrocchia e gli applausi della nomenklatura leghista (tutti di verde accessoriati) erano a volte esageratamente partecipi.

Era evidente l’emulazione di un modello “alto” ma, mi duole dirlo, non del tutto riuscita.


Allora, cos’è il trash?

 

Questo piccolo preambolo per introdurre quella che oggi è la definizione da tutti accettata del trash: un termine tecnico che serve a definire il risultato imperfetto dell’emulazione di un modello.

Padre di questa formidabile ed efficace semplificazione è l’autore milanese Tommaso Labranca che molto ha scritto sull’argomento (“Andy Warhol era un coatto” e “Estasi del pecoreccio” ed. Castelvecchi), cercando di tracciare la storia del trash, definendone l’estetica fino ad elevarlo allo status di “genere”. Infatti, oggi il trash, così come il barocco o l’impressionismo, ha una sua dignità e una sua collocazione precisa nel pantheon delle arti espressive e in quanto genere non ha connotazioni negative né positive.

Ma di trash si parla spesso, e impropriamente, nell’ambito televisivo per etichettare un programma percepito come brutto o volgare, magari punteggiato da risse e schiamazzi, con intermezzi di tette generosamente esposte dalle vallette raccomandate di turno.

Ma se l’assioma del trash era in origine la completa inconsapevolezza, possiamo ancora definire trash una televisione che ricerca l’estetica del brutto (su cui più tardi scomoderemo Eco) con caparbietà e determinazione?

La risposta è no.

 

Le origini del trash televisivo

 

Nel libro “Il mucchio selvaggio. La strabiliante, epica, inverosimile ma vera storia della televisione locale in Italia” (ed. Mondadori), viene raccontata la nascita delle tv “private” italiane con dovizia di aneddoti e biografie dei personaggi che hanno (inconsapevolmente) cambiato la nostra televisione.

Il ritratto di questa televisione “rupestre” è anche l’epopea del vero e indiscusso trash televisivo.

Alla fine degli anni ’70 Telebiella, Telemilano, GBR, Telecapri, Telenorba e decine di altre emittenti rivoluzionano l’etere italiano mettendo in scena un irripetibile teatro di freak, una mostruosa carrellata di figure da commedia dell’arte, di magnifici cialtroni, televenditori, maghi e cartomanti.

Quei primi imprenditori pionieri che osano sfidare la Rai, trasformando la cantina o la legnaia in uno studio televisivo, si trovano subito innanzi al problema di dover riempire i propri palinsesti con “qualcosa da mandare in onda”.

Ed ecco apparire dal nulla personaggi come Guido Angeli (l’indimenticato sacerdote di Aiazzone, suo il mottoprovare per credere), Pierre la Sultana (all’anagrafe Pietro Imperatore, cartomante circondato/a da enormi clisteri), Wanna Marchi e Concetta Mobili (le regine indiscusse delle televenditrici estreme) e via così fino ad arrivare a Gigetto “il maghetto imperfetto” e a Richard Benson (l’anziano metallaro che bardato di borchie e parrucche tenta di spacciarsi per icona rock).

E non vanno dimenticati gli eroi spirituali Chuck e Nora che ancora oggi, grazie a TBNE, cercano adepti per una strampalata chiesa evangelica trasmettendo dallo studio-cattedrale ornato di ori, immagini sacre, feticci religiosi e statue di cartapesta in perfetto kitsch americano; l’arma segreta sono i video del predicatore Benny Hinn che incanta le platee di tutto il mondo guarendo con un tocco sulla fronte – più spesso una “mazzata” – qualsiasi malato gli si pari davanti, vero o attore che sia.

Questi e altri mostri hanno avuto la sventura di doversi misurare con i modelli della tv tradizionale, diventandone goffi epigoni, ma grazie ad una provvidenziale mancanza di preparazione e più spesso di umiltà hanno prodotto un risultato spiazzante capace di tenere incollato chiunque davanti allo schermo.

Carmelo Bene, genio e insonne, pare passasse le notti immerso nella visione dell’astrologa Demetra – una romanaccia piuttosto greve – e ne era affascinato, forse inorridito, comunque rapito.

E lì dove il sublime attore incontrava nell’estasi i freak subumani, il trash prendeva forma e, inconsapevolmente, diventava genere.

 

La bellezza del cattivo gusto

 

Parte prima: il kitsch in tv

 

Se ora abbiamo più chiaro il concetto di trash, vale la pena fare i conti con i suoi parenti nobili, per capire meglio da dove nasce l’estetica e la cultura del cattivo gusto.

Nella “Storia della bruttezza” (a cura di Umberto Eco – Bompiani), si fa risalire il termine kitsch alla seconda metà dell’Ottocento, quando i turisti americani a Monaco, volendo acquistare un quadro, ma a poco prezzo, chiedevano uno schizzo (sketch). Di lì in poi il termine sarebbe stato usato per indicare paccottiglia per acquirenti desiderosi di facili esperienze estetiche. Ma cosa succede quando questa paccottiglia per qualcuno non è più tale?

La cultura “alta” definisce kitsch le statuine della Madonna fosforescenti, gli accendini degli ambulanti cinesi, i nanetti da giardino, l’arte celebrativa di Hitler o Mussolini, le copie artificiali e grottesche di città europee che troviamo a Las Vegas o Disney World.

Ma c’è chi si compiace del kitsch e lo trova molto più appagante di un’esperienza culturale “tradizionale”. Quando Fellini girò “La dolce vita” preferì ricostruire via Veneto a Cinecittà, anziché girare nella location originale, ritenendo che la realtà riprodotta in cartapesta fosse estremamente più interessante della realtà vera e propria (concetto estetico ribadito ne “E la nave va”, dove il piroscafo appare volutamente finto e baraccone).

Gli ammiratori del kitsch, anche quelli “colti”, lo vedono come qualcosa che provoca un effetto passionale e non contemplativo, e ciò che è kitsch deve suscitare la reazione emotiva del fruitore.

In comune con il trash potremmo dire che anche il kitsch tende all’imitazione, ma in questo caso il modello di riferimento è più alto e “borghese”; ed ecco che gli intellettuali se ne innamorano e la “paccottiglia” diventa arte a tutti gli effetti e senza riserve.

La prima televisione commerciale, quella di Berlusconi per intenderci, è stata un fulgido esempio di kitschcatodico con i suoi spericolati accostamenti di colori, abbigliamenti e scenografie sgargianti, le abbuffate di chroma-keye benessere straripante distribuito in ogni settore produttivo (vedi “Premiatissima”, “Grand hotel”, “Risatissima”, “Ric e Gian folies”, “Odiens”, “Superclassifica show”, “Ok! Il prezzo è giusto”).

Il kitsch televisivo ha poi conosciuto vette irraggiungibili grazie alle scenografie di Cappellini e Licheri, che celebrano il trionfo della bachelite e del tropical decò americano nei programmi “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, in cui Frassica, le ragazze Coccodè e Renzo Arbore vestito da ammiraglio sfoggiavano il “cattivo gusto” con una sfrontatezza mai vista prima.

Oggi tracce di kitsch d’autore si trovano ancora in “Striscia la notizia”, nei vari “Mai dire…” della Gialappa’s, nelle produzioni di Chiambretti, nel Bagaglino e – ma forse lui non lo sa – nei programmi di Michele Guardì.

Parte seconda: arriva il camp!

 

Laddove il trash si porta dietro il retaggio maschilista dei film di serie Z degli anni ’70 (Edwige Fenech e Alvaro Vitali ne furono i massimi protagonisti), il camp è la risposta della comunità omosessuale al culto del “brutto” al quale viene aggiunto un elemento distintivo unico: la fierezza dell’appartenenza. Non a caso il termine camp indica proprio un campetto, una cerchia ristretta di amici “parrocchiani”: chi non è del gruppo molto difficilmente riesce a cogliere la chiave di lettura.

Susan Sontag nel suo “Note sul camp” del 1964 descrive questo genere come una forma di sensibilità che non tende a tramutare il frivolo in serio, bensì il serio in frivolo. Il gusto camp quindi nasce come segno di riconoscimento tra i membri di una èlite intellettuale, così snob (e mi prendo la responsabilità del termine) da poter decidere che ciò che era di cattivo gusto, per loro volere, ora non lo è più; “è bello perché orribile”, ci ricorda Sontag e aggiunge che “ciò che era banale può, col trascorrere del tempo, diventare fantastico”.

Se i riferimenti cinematografici dell’estetica camp sono certe regie di Visconti, il “King Kong” degli anni ’30 e tutte le pellicole delle grandi “dive” hollywoodiane (Marylin Monroe, Greta Garbo e Marlene Dietrich, ecc.), in televisione sono tanti e vari i programmi che, più o meno intenzionalmente, soddisfano i criteri di questo genere.

Pescando nel passato recente, la cultura camp si è appropriata di tutti i varietà che hanno portato alla ribalta le “prime donne” a partire dagli anni ’70; Lorella Cuccarini, Heather Parisi, Raffaella Carrà e più recentemente Simona Ventura sono diventate le vestali del gusto pompier grazie anche alla comunità gay che le ha trasformate in vere e proprie icone.

Oggi gli esempi più evidenti di estetica camp in TV sono i programmi condotti da Victoria Cabello (“Very Victoria” e “Victor Victoria”), la quale saggiamente non perde mai occasione di sottolineare quanto di “nicchia” possa essere il suo pubblico (un vero e proprio campetto di eletti) e quanto questo si senta appagato da un florilegio di cliché del genere. Notevole anche il contributo di Fabio Canino (“Cronache marziane”), Ambra Angiolini (“Stasera niente MTV”), Amanda Lear (“Cocktail d’amore”), Platinette in tutte le sue apparizioni e della produzione ideativo-coreografica del talentuoso Luca Tommassini.

Aggiungo – osando – che i reality show, purché vengano confezionati con perizia e con una precisa volontà autoriale a turbare il cosiddetto buon gusto, potrebbero entrare di diritto nella categoria camp.

C’è infine da sottolineare che il mondo camp è estremamente critico nei confronti del trash, visto come privo di valore o contenuto, autodistruttivo ed infantile. E quando la diatriba con i trashisti si fa particolarmente dura c’è sempre un asso da calare: Andy Warhol era completamente camp!

 

Parte terza: il cult, ovvero l’assoluzione

 

Non si può parlare di cult senza scomodare Marco Giusti, storico autore televisivo padre di “Blob” e “Stracult” (ha anche pubblicato “Stracult. Dizionario dei film italiani”, “Dizionario dei cartoni animati” e “Il grande libro di Carosello”).

In un’intervista Giusti afferma che “il cinema cult italiano è tutto quello che va fuori certe regole, che spacca, o ti piace o non ti piace! […] Spacca e contemporaneamente c’è il rifiuto di Nanni Moretti del cinema ideologico, del cinema comico più alto. Se poi parliamo di culto, secondo Giovanni Buttafava nasceva nel momento in cui un film veniva adorato e celebrato rivedendolo […] Tuttavia il film culto, ci da anche l’idea che in qualche modo siamo sempre in pochi ad amarlo, in fondo siamo noi contro gli altri, è un culto per un piccolo gruppo e non per un grande gruppo”.

In realtà, come si evince dalle parole dello stesso Giusti, il cult non è un genere di per sé, ma è la santificazione, il Nirvana a cui tendono tutti i generi votati al “brutto”, trashkitsch o camp che siano.

Quante volte ci siamo ritrovati tra coetanei a scoprire stupiti quanta televisione apparentemente dimenticata sia ancora condivisa nella memoria di molti?

Quante volte abbiamo sfidato gli amici a canticchiare le sigle di “Miami vice” e “Supercar” o glorificato serie televisive come “Arnold”, “Starsky & Hutch” e “Charlie’s Angels”? E che dire di “Jeeg Robot di acciaio”, “Mazinga” e il “Supertelegattone”? E le lacrime che scorrono ripensando a quei meravigliosi protagonisti dei Caroselli come Carmencita e il pianeta Papalla… Non erano certo esempi di televisione “alta”, ma oggi, senza alcun dubbio, sono diventati cult.

Ecco quindi cosa è cult: l’occhio benevolo e distante della memoria che assolve l’antica “bruttezza” e la trasforma in bellezza, in qualcosa di sacro – di “culto” appunto – purché ci sia ancora un piccolo manipolo di adepti pronto a celebrare il rito del “ti ricordi quel programma…?”.

Ma attenti a non commettere l’errore di molti critici: non si può perdonare qualsiasi nefandezza promuovendola al rango di cult, solo perché lontana nel tempo!

 

Conclusioni

 

Questa piccola (e per niente esaustiva, molto ci sarebbe da scrivere) storia del “brutto” televisivo si è resa necessaria per sottolineare l’uso improprio del termine “trash” per la televisione che non piace a chi si suppone abbia i titoli per giudicarla.

Se abbiamo accettato il concetto di trash come “emulazione inconsapevole” pare chiaro che i programmi urlati e caciaroni non possano essere inscritti nella categoria, poiché dietro a questi prodotti non c’è inconsapevolezza onaiveté, bensì l’esatto opposto: il totale compiacimento nel far “male”. Se invece è genere, il trash non può essere sinonimo di “brutto programma”, perchè un genere, soprattutto quando diventa classico, non ha connotazioni negative.

Quindi, se mai qualcuno avesse voglia di brevettare un aggettivo o un marchio per la TV che non piace, si faccia pure avanti. E si concentri sui quei bei talk sguaiati, sulle ballerine scosciate, sui tronisti maleducati, sui reality sopra-le-righe. Ma pensi anche all’effetto magnetico che trasmettono, al sottile piacere che dà il culto del “cattivo gusto”, al sapere che forse si appartiene ad una casta di eletti che decide che ciò che è orribile può diventare bello.

Io provo a suggerire un paio di ipotesi: “neo-brutto” oppure (con il permesso di D’Agostino) “cafonal”.

Ma comunque si vorrà etichettarli, io continuerò fieramente a vedere quei programmi. Divertito.

*Dice di sé.

Marco Salvati, 45 anni di Roma, ha firmato molti programmi, alcuni sorprendentemente di successo: tre “Festival di Sanremo”, tre edizioni de “La Talpa”, e poi qualche sabato sera di RaiUno, molte “Buona Domenica”, una manciata di “Domenica In”, “Scommettiamo che?” e tanti, troppi, altri. 

 

Di sè dice:

Sono nato “trash”, brutta copia.

Sono cresciuto “camp”, fiero di essere brutta copia.

Invecchio “kitsch”, esempio per le prossime brutte copie.

Spero almeno di morire un po’ “cult”.

 

 

JOHANN WOLFGANG GOETHEQuale brivido mi corre nelle vene quando per caso le mie ditatoccano le sue, quando i nostri piedi s’incontrano sottola tavola. Mi ritiro como dal fuoco, ma una segreta forzami spinge avanti di nuovo e tutti i miei sensisono presi da una vertigine.(Da I dolori del giovane Werther”, 1774)

 

Corrado Calabrò - Variazioni
CORRADO CALABRÒ
Variazioni

Se un po’ alla volta mi stai dimenticando

amore mio

a poco a poco ti scorderò anch’io.

Ma se un mattino ravviandoti i capelli

non ti ricorderai d’aver sognato

vuol dire che quel sogno

amore mio

non l’ho sognato mai nemmeno io.

 

 

PROTAGONISTI Antonio Eustor - Innocenzo Cipolletta, una vita finalmente ad alta velocità?

“Ferrovie dello Stato è ‘la’ grande azienda del paese, ricca di competenze che rappresentano un patrimonio per tutti noi”, dice il presidente. Ma, dalla politica ai pendolari, i nodi da sciogliere sono molti e storicamente complessi

Antonio Eustor*

Non è semplice tracciare un profilo sintetico del professor Innocenzo Cipolletta, perché si correrebbe inevitabilmente il rischio di dimenticare qualcosa. Di sicuro è uno dei protagonisti della scena imprenditoriale del nostro paese, avendo avuto per indole e capacità l’opportunità di lasciare la sua impronta in alcune della più importanti realtà industriali italiane. Attualmente è presidente di Ferrovie dello Stato e dell’Università di Trento, ma è stato presidente de “Il Sole 24 Ore”, della “Marzotto SpA”, direttore generale di Confindustria. Ha avuto incarichi di insegnamento all’Università la Sapienza di Roma, alla Luiss, alla Cesare Alfieri di Firenze ed all’Università di Reggio Calabria. È membro del comitato scientifico della fondazione del Nord Est, membro dell’Advisory board di BT Albacom e Economic advisor di Ubs. Autore di numerosi articoli scientifici e divulgativi, è inoltre cavaliere di Gran Croce.

 

Ferrovie, università, insegnamento, solo per citare alcuni dei suoi impegni. La sua giornata è di 24 ore, o per caso gode di una proroga?

 

“Se si usano bene, 24 ore non sono poche e c’è spazio, se uno vuole ed ha il carattere adatto, per molte attività di lavoro e di vita privata. Ho sempre ritenuto per me che fosse necessario avere più interessi (non solo di lavoro) per fare bene le cose. Ritengo che una molteplicità di interessi impedisca di diventare monomaniaci, permetta di vedere le cose con maggiore distacco e consenta di trovare soluzioni trasversali, ossia soluzioni sperimentate in alcuni campi e che possono essere adattate in altri. Ovviamente questo non vale in assoluto per tutti, ma solo per certi caratteri e in specifici periodi della propria vita professionale. Oggi, avendo superato l’età degli incarichi prettamente operativi (ho 67 anni), posso dedicarmi a funzioni più di strategia, che consentono di spaziare in diversi campi”.

 

Curriculum enciclopedico, eppure non un accenno alla sua vita privata. Perché?

 

“Non ho misteri da nascondere. Quando scrivo un curriculum vitae so cosa mettere che può interessare a chi deve leggerlo. Invece, con riferimento alla vita privata, ho maggiori difficoltà a scegliere cosa mettere in evidenza. Comunque, se vuole qualche notizia, posso dire che in gioventù ho praticato molto sport; in particolare ho giocato a basket arrivando fino alla serie B ed ho fatto per un periodo l’allenatore di una squadra di Palestrina, in provincia di Roma. Continuo a fare sport ogni tanto (tennis e sci), mi piacciono il cinema ed il teatro, leggo romanzi ed ho tre figli ormai grandi, tanto che sono nonno di tre bei nipoti. Mi fermo qui per non trasformare l’intervista in una storia personale”.

 

Quando da ragazzo immaginava il suo futuro, sognava di diventare?

 

“Non ho mai pensato ad una professione specifica, ma mi è sempre piaciuto viaggiare e conoscere nuovi paesi. Per questo ho iniziato la mia vita attiva, quando ancora frequentavo il corso di laurea in scienze statistiche ed attuariali presso l’università La Sapienza di Roma, con uno stage a Bruxelles presso la Comunità economica europea nel 1964, ossia in un’epoca in cui fare uno stage all’estero non era affatto comune. Questa permanenza all’estero mi ha marcato per sempre e mi ha dato il gusto di vivere su più paesi e su più città. Le mie successive scelte professionali riflettono anche questa prima impronta”.

 

C’è una persona che considera il suo mentore e maestro?

 

“Ce ne sono molte a cui sono debitore. La mia famiglia ed i miei genitori in primo luogo, anche se ho fatto scelte diverse dalle loro e che loro non hanno totalmente condiviso. Mio padre era magistrato alla Corte dei conti e mia madre era un dirigente del ministero dell’Agricoltura. Immaginavano per me una carriera “statale” che non si è realizzata. Ho un debito con il mio primo allenatore di basket Luigi Riccardi, che mi ha insegnato l’umiltà di lavorare per una squadra.

Sono stato molto legato ed influenzato dal professor Paolo Sylos Labini, che mi ha trasmesso il gusto dell’economia sperimentale e al mio direttore all’Isco, la dottoressa Almerina Ipsevich, che mi ha insegnato il mestiere dell’economista e la pratica del dubbio investigativo. Ma ne potrei citare altri, perché nella vita si incontrano tante persone interessanti ed io sono sempre stato aperto ai contatti e curioso di conoscere”.

 

Una carriera fulminante, che la porta ad essere protagonista di alcune delle più importanti realtà imprenditoriali italiane, ultima in ordine di tempo Ferrovie dello Stato. Dopo tre anni che valutazione ne da oggi? Quali i punti di forza e quelli di debolezza?

 

“Non tanto fulminante. Ci tengo a precisare che durante la mia vita lavorativa ho fatto tutti i percorsi di iniziazione senza saltare tappe intermedie. La differenza, con altri casi, sta nel fatto che il mio percorso di carriera professionale non è avvenuto nella stessa azienda, ma spostandomi da una realtà ad un’altra, come da mia indole e, credo, come ormai richieda anche un moderno mercato del lavoro.

Sono stato nominato Presidente del gruppo Ferrovie dello Stato nel settembre del 2006, a 65 anni, dopo aver gestito altre realtà produttive ed aver ricoperto diversi incarichi. Ferrovie dello Stato è una grande azienda italiana, forse è “la” grande azienda del paese, ricca di competenze distintive che rappresentano un patrimonio per l’azienda e per il paese. Un’azienda che sa rispondere se i comandi sono chiari. Assieme all’amministratore delegato Mauro Moretti, che è stato nominato assieme a me, avevamo fatto un piano per riportare in equilibrio il conto economico delle FS in tre anni, partendo da un disavanzo di 2 miliardi e 115 milioni di euro. Tutti ci dicevano che era impossibile. Ebbene lo abbiamo realizzato in due anni: nel 2008 il conto economico del gruppo FS si è chiuso con un avanzo di 16 milioni di euro. Non solo, ma abbiamo lanciato il nuovo servizio di Alta velocità ed Alta capacità che sta avendo un grande successo. Ecco, la mia valutazione è che FS sono una azienda capace di reagire e di cogliere le occasioni. Se dovessi fare un paragone, abbiamo compiuto un rovesciamento non dissimile a quello fatto dalla Fiat in questi stessi anni.

I punti di forza del gruppo FS, oltre alle sue professionalità e conoscenze distintive, sono quelli di operare in un settore che ha potenzialità di crescita enormi: la domanda di trasporto collettivo cresce dappertutto, sia nelle aree metropolitane che per il traffico di media e lunga percorrenza, dove i treni ad alta velocità stanno sostituendo auto e aerei.

I punti di debolezza risiedono anche essi, principalmente, nel mercato di riferimento. Il servizio metropolitano e parte del servizio di lunga e media percorrenza, che rappresentano una parte rilevante del business di FS, sono servizi di tipo universale e in tutti i paesi sono svolti con un contratto con il settore pubblico (Stato o Regioni). In Italia, date le note difficoltà finanziarie, questi servizi sono sotto finanziati e quindi sono svolti con rischi di perdite e con qualità non adeguata. Restano poi problemi di cultura nell’azienda, che ha ereditato una tradizione di servizio pubblico in monopolio, ciò che ritarda la capacità di fornire servizi a clienti di mercato, come dovrebbe essere oggi”.

 

Dal 12 dicembre scorso, come diceva, l’alta velocità è diventata realtà su diverse importanti tratte, prima di tutte la Roma Milano. Una reale concorrenza al trasporto aereo?

 

“Il dato più importante è che si è finalmente realizzata la svolta che attendevamo da anni, e che ci consente di allinearci alle migliori esperienze europee. La concorrenza farà bene al treno e all’aereo. Che l’Alta velocità rappresenti una vera svolta nel trasporto in Italia è dimostrato dal successo dei “Frecciarossa” in questi primi mesi di attività: tre milioni di passeggeri in soli tre mesi, una quota di mercato sul Milano-Roma oggi intorno al 50%. E, a fine anno, il tempo si ridurrà a tre ore, due ore e quaranta per i treni no-stop.

Occorre poi ricordare che il treno Av aumenta di molto la possibilità di rispondere alla domanda di mobilità nel paese, sicché è da ritenere che aumenterà significativamente il numero di passeggeri che faranno questa tratta e la gente potrà scegliere tra treno, aereo o auto. Alla fine ci sarà un numero ben maggiore di viaggiatori, quindi l’aumento della quota di quanti prenderanno il treno deriverà in primo luogo da passeggeri che prima non potevano fare questo viaggio.

 

Può darci un primo bilancio dei treni “low cost”?

 

“Siamo solo al primo mese di lancio dell’offerta, è un po’ presto per fare bilanci, ma la risposta del mercato è già ampiamente positiva. 130 mila biglietti già venduti, una media di oltre seimila prenotazioni al giorno. In questi ultimi anni, le FS hanno realizzato una rivoluzione anche culturale. Le compagnie low cost ci hanno insegnato che il cliente va cercato, conquistato, attratto a fare il viaggio: è inutile aspettare che si presenti in biglietteria, come avveniva un tempo.

Per questo, stiamo utilizzando sempre più le opportunità offerte da internet e dalla comunicazione mobile. Chi viaggia si sarà già accorto che sono sempre più coloro che non hanno il tradizionale cartoncino del biglietto, ma la memoria di un semplice numero o un foglio stampato sul computer di casa. E nella facilità di utilizzo delle modalità ticketless, le Ferrovie italiane sono oggi all’avanguardia in Europa”.

 

Molto spesso, il trasporto ferroviario è sotto accusa e non solo per i ritardi: treni obsoleti, mancanza di servizi a bordo, sporcizia. E quando si viaggia verso il sud la situazione diventa ancora più pesante. Quali soluzioni pensate di mettere in atto?

 

“Molto stiamo già facendo. Nelle pulizie, ad esempio, abbiamo indetto le gare per rinnovare completamente il servizio, e i risultati si vedranno a brevissimo. Ma è inutile nascondere che, per questo come per altri problemi, le FS sono prigioniere di un sistema di regole obsoleto, che andrebbe adeguato alla realtà della concorrenza. Oggi sono da un lato un’impresa con l’obbligo di presentare i bilanci in pareggio, e dall’altro un’azienda che non ha, invece, la libertà di muoversi come un operatore privato. Per rinnovare gli appalti delle pulizie, ad esempio, abbiamo dovuto vincere 5 ricorsi al TAR e 2 al Consiglio di Stato! Una perdita di tempo e di risorse che un operatore privato non sarebbe certo stato costretto a subire.

Nei trasporti regionali e locali, il quadro se possibile è ancora più complicato. Siamo i primi a riconoscere che il livello dei servizi attuale è inadeguato, insufficiente. Ma ai cittadini va spiegato chiaramente che occorre sciogliere il nodo di chi paga il costo del servizio. In tutti i paesi del mondo, i trasporti locali sono pagati in parte dal privato e in parte dal pubblico, in proporzioni diverse a seconda delle scelte politiche.   L’Italia ha il singolare primato di avere il prezzo del biglietto più basso in Europa e corrispettivi pubblici che non sono pari neanche alla metà degli altri paesi. Con ricavi e corrispettivi a livelli così minimi, è difficile per qualsiasi impresa non solo assicurare servizi di qualità, ma addirittura garantire la sopravvivenza del servizio.

È evidente che, in tali condizioni, nessun operatore privato sarà mai disposto ad entrare nel mercato. Le FS sono invece favorevoli alla liberalizzazione anche in questo campo Se a prevalere sono le regole del mercato, è altresì necessario che alle imprese vengano date garanzie sulla durata dei contratti di servizio con le Regioni, per avere certezza delle risorse e poter programmare adeguatamente gli investimenti. L’ultimo “decreto incentivi”, recentemente emanato dal Governo, introduce positivamente la possibilità di sottoscrivere contratti per un periodo di sei anni, rinnovabili per altri sei. La via per avere servizi migliori e più treni passa anche da queste necessarie riforme. Purtroppo, in nessun paese al mondo è stata ancora trovata la formula per avere qualità alta a prezzi minimi e per consentire alle imprese di sopravvivere continuando ad operare in perdita”.

 

Quando il trasporto ferroviario costituirà l’alternativa valida al trasporto su gomma?

 

“È la vera, grande sfida che abbiamo avanti e che dobbiamo assolutamente vincere. L’Alta velocità (che, non a caso, si chiama anche Alta capacità perché consente anche il trasporto merci) è una prima soluzione al problema. Infatti, con l’Av/Ac la capacità delle linee sulle principali direttrici di traffico si raddoppia. Si crea un’alternativa di trasporto collettivo per gli spostamenti individuali, ma soprattutto si liberano i binari per sviluppare e rendere più veloce il traffico merci.

Ma occorrono anche scelte politiche coraggiose per incentivare l’intermodalità, selezionare gli investimenti per i porti e gli interporti senza disperdere le risorse, sviluppare i processi logistici. Oggi in Italia si danno agevolazioni al trasporto su gomma e non si caricano sulla gomma i costi esterni che pesano sul paese in termini di congestione e di danni ambientali. Invece in altri paesi, questi costi esterni vengono ribaltati sulle tariffe del trasporto in base al principio “chi inquina paga” e ciò rende più corretta la concorrenza tra gomma e ferrovia”.

 

Nel 2011 partiranno i treni della Ntv, primo operatore privato nel trasporto ferroviario. Questo come inciderà nella politica e nell’offerta di Trenitalia?

 

“La competizione è benvenuta. Le FS hanno dimostrato con i successi dell’offerta Alta velocità di aver ormai acquisito una cultura di mercato e non temono in alcun modo la concorrenza. In tutto il mondo, è ormai dimostrato che la competizione è il principale stimolo per le imprese e che sono i clienti, alla fine, a trarne i principali vantaggi. Siamo talmente favorevoli alla concorrenza, che ci proponiamo di esportare i nostri servizi anche in Francia. La concorrenza è un valore, e tutta l’Europa deve muoversi in questo senso”.

 

L’attuale crisi economica impone necessariamente un ripensamento del sistema capitalistico. Quale secondo lei la strada da perseguire?

 

“Preferisco parlare di sistema di mercato, più che di sistema capitalistico. Penso che questa crisi sia dovuta all’inosservanza di molte regole che il sistema di mercato si era imposto nel passato e credo che dovremo tornare a far rispettare queste regole. Ecco, è tramontata l’idea che il mercato possa essere una cosa che si autoregola da solo. Invece è necessario che ci siano regole condivise dai diversi paesi ed autorità preposte a farle rispettare”.

 

La carriera politica l’ha mai affascinata?

 

“Non ho mai pensato alla politica come ad una carriera, ma come un servizio. In questo senso, credo che molti facciano politica, anche senza entrare in carriera. Penso invece che in politica, intesa come carriera, sia più opportuno essere chiamati dal consenso sulle proprie idee che dalla voglia di fare carriera”.

 

Se le fosse chiesto, ha un consiglio, spassionato, da dare a maggioranza e opposizione?

 

“Suggerirei di smettere di parlare di riforme: una parola che ormai non significa più niente e che viene brandita contro presunti privilegi degli uni e malintese inefficienze degli altri. La minaccia di riforma, brandita a destra o a sinistra, spacca il paese tra chi è a favore e chi è contro e rappresenta spesso, per chi governa, un alibi a non far nulla in attesa della mai realizzata “riforma”. In effetti, si può governare bene un paese con le regole che ci sono. Le regole vanno cambiate gradualmente e pragmaticamente, perché siano accettate ed abbiano effetti duraturi. L’Italia ha vissuto e vive ancora nell’attesa di queste fantomatiche riforme e intanto si è già modificata senza bisogno di nuove regole”.

 

Università e mondo del lavoro sembrano, talora, seguire binari paralleli, con pochissimi scambi. Su quali ambiti intervenire e come trattenere, per esempio, i tanti ricercatori che decidono di lasciare il nostro Paese perché altrove sono meglio trattati e pagati?

 

“Occorre che università ed imprese dialoghino di più. È un percorso da fare da entrambe le parti. Io sono fiducioso che ciò avverrà sempre di più, perché la massa di innovazione che sta caratterizzando questo momento storico favorisce il riavvicinamento tra il mondo della ricerca e quello della produzione, e già vi sono elementi positivi che emergono. Penso che nel prossimo futuro ci sarà un processo di selezione tra le università italiane, dove emergeranno quelle più vocate alla ricerca che avranno crescenti contatti con le imprese.

Per le università che si specializzeranno nella didattica sarà necessario che si sviluppino di più i sistemi di stage e di collaborazione nella determinazione dei corsi di laurea. Invece non credo affatto che dobbiamo “trattenere” i nostri ricercatori nel nostro paese. Essi devono andare all’estero ed anche avere la possibilità di restarci. Quello che conta è che l’Italia abbia la capacità anche di attrarre ricercatori dall’estero, perché la ricerca e le università non possono vivere su base nazionale, ma sono, per loro natura, universali”.
*Dice di sé.
Antonio Eustor. Un americano a Roma: ha studiato e a lungo vissuto a New York, con preziose esperienze manageriali. Poi, in Italia, è da trent’anni il braccio destro di Cesare Lanza. In Rai per sette anni consulente di “Domenica in” e di altri programmi. Dal 2005, a Canale 5, segue in particolare, come uno degli autori, il programma di Paolo Bonolis “Il senso della vita”.


EMILY DICKINSON
Lo sai, perché tu sai tutto… trovarsi così vicina al tuo desiderio –sfiorarlo mentre passavo, perché il mio sonno è irrequieto espesso viaggerei dalle tue braccia nella notte felice,ma tu mi riprenderai, non è vero? Perché è solo là che chiedodi stare – e ti dico, che se mai sentissi il desiderio più vicino – chenel nostro dolce passato, forse non riuscirei a resisteredal benedirlo, ma devo, perché sarebbe giusto.(Da “Lettere a Otis P. Lord”, 1878)
PROFILI Antonella Parmentola - Gaetano Blandini, uno sherpa alla direzione generale per il cinema

La recente rinascita del prodotto italiano è legata non solo a registi ed attori, ma anche a produttori, a tecnici e a tutti coloro che dietro le quinte si muovono per la buona riuscita di un film

Antonella Parmentola*

La statuetta di un lottatore di sumo, regalo del ministro Bondi, ed un magnete con su scritto in inglese una frase che suona più o meno così “Gli altri parlano, noi lavoriamo”, dono del figlio dodicenne, sono gli unici elementi estranei di una scrivania strabordante di fogli, cartelline, appunti, a dimostrazione che quanto scritto sul magnete è vero.

Nel 2004 Gaetano Blandini, dopo una lunga ed importante carriera sempre all’interno del ministero, è nominato dall’allora Ministro Urbani direttore generale per il cinema, le cui attività si concentrano in particolare su interventi finanziari di sostegno e promozione della cultura cinematografica.

La nostra chiacchierata avrà ovviamente il cinema come oggetto principale, ma ci sarà anche il modo e il tempo per carpire qualche dettaglio della sua vita privata: di mamma greca e papà siciliano, sposato con un figlio, negli ultimi mesi ha avuto più successo nel perdere qualche chilo che nel tentativo di smettere di fumare.

 

Navigando in Internet, le informazioni che si ricavano su di lei sono tutte legate alla sua professione. Nulla della sua vita privata. Scelta precisa o caso?

 

“È frutto di una scelta precisa. Desidero difendere la mia famiglia da ciò che è il mio lavoro. Devo ammettere che ho una moglie molto paziente che si occupa di nostro figlio che ha ormai dodici anni e come le dicevo, spero di riuscire a mantenere i due ambiti distinti”.

Eppure avendo a che fare con il cinema si immaginerebbe tanta mondanità e gossip. È un’immagine errata o lei preferisce rimanerne fuori?

 

“In questi cinque anni di direzione generale, sono rare le volte in cui ho coinvolto la moglie: e quando si verifica è piuttosto un’eccezione, non certo la regola della nostra quotidianità”.

 

Dal suo curriculum si evince una carriera straordinaria. Possiamo quindi dedurre che era uno di quegli studenti sempre piegati sui libri?

 

“Il mio curriculum di studi è alquanto regolare. Dopo la maturità classica, attraverso un concorso ho cominciato a lavorare alla Presidenza del consiglio. Ma ho continuato a studiare e mi sono laureato in scienze politiche. Amavo il cinema e lo spettacolo e il mio desiderio era lavorare all’ufficio produzioni cinematografiche.

Poi, nel 1989, avevo 27 anni, incontrai Carmelo Rocca, una persona eccezionale, un maestro di vita. Per me il più importante direttore dello spettacolo in questi quarant’anni. A lui chiesi di essere trasferito all’ufficio produzioni cinematografiche: lui mi rispose di avere pazienza, perché in quel momento aveva bisogno di me e sono rimasto con lui. Per anni ho fatto il segretario della commissione censura, visionando centinaia di film.

Nel 2004, l’allora Ministro Urbani, dopo una serie di vicissitudini legate alla direzione generale del cinema, ebbe la necessità di trovare referenti più giovani e pescò nell’apparato amministrativo. Collaborando alla stesura della legge 28 mi ero guadagnato il titolo di sherpa, così mi fu proposta la direzione generale per il cinema, che presiedo ormai da cinque anni. Siamo uno degli apparati meno numerosi, cinquanta tre unità in tutto, ma devo dire che se abbiamo portato a casa qualche buon risultato lo devo soprattutto alla grande professionalità del mio gruppo di lavoro. Poi gli errori ci sono, ma spero di aver sbagliato poco”.

 

Prima che professione, dunque, il cinema era tra le sue passioni?

 

“Si, certo. Da ragazzino, alla fine degli anni ’60, andare al cinema costava meno che avere una baby-sitter. Avevo una sala parrocchiale vicino casa e lì trascorrevo parecchie ore”.

Ricorda il primo film che ha visto?

 

“Non lo ricordo, ma sicuramente sarà stato un western. Amo moltissimo i film di Sergio Leone e quelli di Alberto Sordi, di alcuni so perfettamente a memoria le battute. Una cosa che ricordo, però, di quegli anni sono le sedie di legno scomodissime. All’epoca ero molto meno burroso di oggi e forse per questo mi sembravano ancora più dure”.

 

Da quando era solo uno spettatore ad oggi come è cambiato? E quanto è diverso ciò che arriva al pubblico da ciò che si muove dietro le quinte?

 

“Il cinema cambia sempre, è in perenne evoluzione. Fotografa la nostra società, i suoi sogni, le sue illusioni. Qualche volta addirittura li anticipa, altre volte li mortifica. I maestri del nostro neorealismo hanno formato i cineasti di tutto il mondo. Il cinema continua ad essere non solo il passatempo più economico, ma anche un luogo di aggregazione sociale, una costante delle nostre vite.

Certamente, però, il lavoro che c’è dietro un film è colto solo dai cinefili, quelli che non si alzano quando scorrono i titoli di coda (anche se oggi spesso li tagliano per far spazio alla pubblicità!). Se a tal proposito ci fosse una consapevolezza maggiore e condivisa si riuscirebbero a sfatare tanti luoghi comuni. Abbiamo professionisti e tecnici apprezzati in tutto il mondo. Dante Ferretti, un nome su tutti, è una nostra bandiera. Siamo dei caposcuola. La recente rinascita del cinema italiano è legata non solo ai registi e agli attori, ma anche e soprattutto ai produttori, ai tecnici, appunto, e a tutti coloro che dietro le quinte si muovono per la buona riuscita di un prodotto cinematografico”.

 

Il rapporto tra cinema e tv è sempre stato antagonistico. Lei pensa che invece una maggiore interazione possa essere efficace?

 

“La tv per certi aspetti è stata distruttiva. Oggi non esiste più uno star system, o meglio le star sono quelle della televisione: donne procaci e uomini dagli occhi blu. La televisione è diventata grande grazie al cinema, ma poi è come se l’avesse dimenticato. Il grande cinema non entra più nei palinsesti della tv generalista ed anche le piattaforme a pagamento sono sempre più avare nel trasmettere prime visioni, specie quando si tratta di cinema italiano o europeo”.

A proposito di cinema italiano, sono anni ormai che si diagnostica la crisi del settore. Dalla sua prospettiva ci può illustrare quale sia la situazione reale?

 

“In Italia abbiamo il vizio, spesso, di piangerci addosso. Se si prende un qualsiasi libro di storia del cinema si può leggere facilmente che De Sica, Rossellini facevano una fatica enorme a produrre i loro film. Non solo. Quando questi uscivano nelle sale erano dei flop. Poi hanno acquisito, giustamente, un’aura di grandiosità e tutti li considerano dei capolavori.

Per tornare ad oggi, negli ultimi anni, invece, abbiamo realizzato degli ottimi prodotti. Cito per tutti Garrone e Sorrentino che rispettivamente con “Gomorra” e il “Divo”, oltre ad aver trionfato a Cannes hanno dimostrato quanto sia vivo il nostro cinema, anche grazie a nuove leve di attori e attrici che si stanno imponendo a diversi livelli”.

 

Eppure, quest’anno al festival di Cannes parteciperà un solo film italiano “Vincere” di Marco Bellocchio. Come giudica questa scelta?

 

“Direi che possiamo essere soddisfatti. La partecipazione a festival importanti come Cannes è anche una questione di tempi: i film di Placido, Tornatore e del giovane Giorgio Diritti non sono ancora pronti, e credo che fossero nelle corde di una manifestazione del genere.

Ma ribadisco, avere un film a Cannes è importante e devo riconoscere che come Direzione generale del cinema siamo stati fortunati: il film di Bellocchio è prodotto da Mario Gianani (già produttore di Saverio Costanzo, che con “Private” ha trionfato a Berlino), ed attinge per quanto concerne i filmati storici all’archivio dell’Istituto Luce. Non solo, vorrei ricordare che la cineteca comunale di Bologna presenta a Cannes alcune pellicole restaurate nella sezione “Retrospettive”. Quindi, come italiani saremo ben presenti e rappresentati”.

 

Rientrando in Italia, i Festival di Venezia e di Roma in che misura sono funzionali alla promozione dei film?

 

“Venezia è il festival internazionale del cinema del nostro Paese. Marco Muller è sempre stato criticato, anche aspramente, ma bisogna riconoscere che ha riportato a Venezia il cinema di tutto il mondo, le grandi star, i grandi film, ricollocando il festival lagunare ai livelli che le competono. Ed onore e merito vanno anche al Ministero dei beni culturali che verso Venezia ha operato un sostegno finanziario in misura tripla rispetto al minimo richiesto.

Roma è diversa perché nasce come una festa, ha un’anima più popolare ed è aperta anche ai non addetti ai lavori. Certamente ha avuto l’opportunità di prestare maggior attenzione al cinema italiano di qualità, cosa che a Venezia non è sempre possibile per consentire al festival un respiro appunto più internazionale. A Roma, però, ci sono gli spazi e le condizioni per creare un nuovo mercato e Rondi lo ha intuito, dunque ci sono grandi possibilità di crescita”.

 

In un’intervista di qualche giorno fa, Catherine Deneuve ha sottolineato la progressiva riduzione di coproduzioni Italia Francia. È realmente così?

 

“In parte lo è, ma bisogna considerare anche l’aspetto finanziario che incide notevolmente in questo ambito. La mia omologa francese al Cnc, Veronique Cayla, dispone di un budget di circa cinquecento milioni di euro; in Italia ne abbiamo novanta e su questi gravano anche le istituzioni. Dunque è difficile fare nozze con i fichi secchi. La norma francese poi è fortemente protezionista a favore dei loro prodotti e produttori anche quando questi si trovano in condizione di minoranza.

Qualche passo in avanti, però, si sta facendo. Proprio recentemente abbiamo istituito un fondo per la scrittura proprio per le coproduzioni italo francese. La prima tappa sarà quella di verificare se esista una sensibilità comune ai due paesi e riuscire dunque a capire i gusti del pubblico”.

 

Negli Stati Uniti riferendosi al cinema si parla di industria, per l’enorme mole di attività che vengono messe in moto, dalla fase della produzione a quella della distribuzione. Perché in Italia sul cinema non si è mai investito in maniera strutturale?

 

“Bella domanda, da girare a qualche politico… Negli ultimi trenta anni il cinema non è stato vissuto come industria, perché gli investimenti fatti nel cinema sono considerati quelli a più alto rischio. La prima cosa da fare sarebbe di creare un sistema di regole che dia certezze anche agli investitori. Le dico una cosa che può risultare esemplificativa: il pubblico registro cinematografico in Italia non è costitutivo di diritti, ciò in poche parole vuol dire che è nullo: l’iscrizione al pubblico registro non è garanzia di buon fine del film. E così le produzioni iniziano, ma non finiscono o se finiscono non escono nelle sale.

Mi auguro che il Parlamento proceda ad una legge di sistema di investimenti nel cinema. E poi c’è il cancro della pirateria contro il quale bisogna fare muro. Infine, come dicevo, la televisione. Ora sono tutti innamorati dei reality e sempre meno film passano in prima serata sulla tv generalista. La gente si sta disabituando ad andare a vedere i film nelle sale”.

 

Molti sono però anche i film, specie di piccole produzioni, che non arrivano nelle sale per i rischi di cui diceva. Ci sono reali possibilità che le cose cambino?

 

“Partiamo dal presupposto che in Italia abbiamo poche sale e mal distribuite. Oggi poi c’è una concentrazione di multisala nelle periferie, mentre i centri storici ne sono sempre più sprovvisti. In tal modo dalla fruizione cinematografica è tagliata una gran fetta della popolazione che per mille motivi non si muove, perché le sale sono lontane o perché le proposte non corrispondono ai propri gusti. Un esempio per tutti: mia madre, che ha 80 anni, pur amando il cinema non può andarci, così ha ripiegato sull’offerta di una tv a pagamento, ma anche in questo caso deve accontentarsi di quello che passa.

Le regioni, i comuni dovrebbero intervenire nell’apertura di nuove sale, che oltre al valore economico, creano anche un collante culturale e sociale. Non si deve dimenticare che il cinema è ancora uno dei passatempo più economici e popolari, ed accessibile a tutti”.

 

Il maggior pregio e il maggior difetto di quelli che fanno cinema in Italia?

 

“Il pregio è la straordinaria creatività, l’intelligenza di riuscire a fare bene con poco. Il difetto è essere stato per tanti anni autoreferenziale: un cinema fatto cioè più per quelli che facevano cinema che per il pubblico. Oggi invece assistiamo alla nascita di film scritti a più mani da una nuova generazione di sceneggiatori e questo è importante.

Però potremmo fare un salto di qualità quando si riuscirà a fare squadra coinvolgendo l’intera filiera. In questo modo sarà possibile la nascita di uno zoccolo duro di produzioni indipendenti che non avranno più necessità di ricorrere ai finanziamenti dello Stato, che per anni ha fatto da ammortizzatore”.

 

A questo proposito, le procedure di finanziamento al cinema costituiscano un reale beneficio per la produzione cinematografica.

 

“Bisogna essere onesti nei confronti dei cittadini ed analizzando gli anni in cui il cinema ha goduto di un sostegno pubblico potremmo riconoscere tre fasi: periodo dell’accumulo, dagli anni ’60 agli ’80. Lo Stato prestava i soldi, i film incassavano e i produttori restituivano attraverso il fondo di rotazione (art. 28 opere prime e seconde); dagli anni ’80 in poi inizia un periodo pieno di ombre, in cui anche la legislazione consentiva di finanziare qualcosa come cento film l’anno. Che poi i film uscissero nelle sale o rimanessero nell’armadio poco importava. Chiaramente anni dello spreco.

Oggi c’è una sensibilità diversa, che ha portato verso un riordino generale. Si punta non tanto e non solo a risultati economici, ma anche al successo di produttori indipendenti. E devo ammettere che la direzione generale sta creando diverse situazioni favorevoli finalizzate proprio a questo rilancio. Una volta consolidati i risultati ottenuti, arriverà il giorno in cui lo Stato potrà farà un passo indietro”.

 

Film leggeri e film impegnati: c’è una reale distinzione o il cinema è solo evasione?

 

“I dati economici e di affluenza di pubblico ci dicono chiaramente che il cinema di evasione riscontra maggiormente il favore del pubblico. Anche se oggi il pubblico è più maturo e sceglie con più consapevolezza: questo è merito della concorrenza e di un’offerta decisamente più ampia, in cui anche la commistione di generi ha avuto il suo peso”.

 

Ha mai pensato di mettere la sua esperienza al servizio della politica attiva?

 

“No. Mio padre era un avvocato, ma non ha mai esercitato perché è stato un funzionario della Dc e mi ha sempre detto di tenermi alla larga dalla politica. Per ora confesso, non ne subisco il fascino”.

Se volesse dare alla sua vita il titolo di un film, quale sarebbe?

 

“La vita è una cosa meravigliosa”. Mi considero una persona fortunata: godo di una grande serenità nella mia vita privata e faccio un lavoro straordinariamente interessante. Un privilegio”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza.

KA-TZETNIK 135633I desideri ardenti che si annidano nel cuore umano,
sono come semi gettati nell’invisibile grembo del cosmo.
Essi fioriscono, per lo più, ma quasi sempre in forma tale
che il cuore che li ha concepiti non riesce a riconoscerli.
(Da “La case delle bambole”, 1955)

 

LUIGI PIRANDELLOUn desiderio vago, come un’aura dell’anima,
aveva schiuso pian piano per lei, come per me,
una finestra nell’avvenire, donde un raggio dal tepore
inebriante veniva a noi, che non sapevamo intanto
appressarci a quella finestra né per richiuderla
né per vedere che cosa ci fosse di là.
(Da “Il fu Matia Pascal”, 1904)
ATTUALITÀ Rino Fisichella - Identità dissolta, ecco perchè l'Europa deve tornare alle sue radici cristiane

Come credenti nella vittoria del bene sul male sempre e dovunque, noi lavoriamo perché la crisi che stiamo vivendo possa trasformarsi in un reale momento di confronto e di progresso per tutti

Rino Fisichella*

Avvolti nel mistero

 

“È sentimento del poeta divulgare il mistero e confidarcelo ancora prima dell’azione o almeno di certo durante… Il mistero deve venir fuori, dovessero pure annunciarlo le pietre” (Göethe, “Shakespeare und kein Ende”, citato da H.U. von Balthasar, in “Teodrammatica I Introduzione al dramma”, Milano 1980, 264).

Il mistero di cui parliamo è quello dello svolgersi della storia e delle vicende che in essa avvengono. La maggioranza delle volte queste prescindono dal volere degli uomini perché c’è sempre qualcosa che regola in maniera autonoma e previdente, porta a compimento, nonostante noi, un piano che è carico di salvezza. Da dove è sorta l’unità di queste terre che ora chiamiamo Unione europea e cosa ha spinto uomini e donne ha mettersi in cammino sfidando tutto e mettendo a rischio la propria vita?

Certamente delle spiegazioni logiche, veritiere e storiche le possiamo dare; eppure, alla base permane un qualcosa che non riusciamo a cogliere pienamente, che sfugge a ogni tentativo della ragione di farlo suo; è il mistero che ci viene incontro, che ci affascina e chiede di essere lasciato nella sua libertà di esprimersi e di agire così come spesso lo percepiamo nella nostra stessa esistenza personale. Il pellegrino che si mette in viaggio sa da cosa è mosso, può darne spiegazione con il desiderio di conoscere nuovi orizzonti, di dare forza alla propria fede e di vivere un’esperienza di comunione e partecipazione. Nello stesso tempo, percepisce che qualcosa lo spinge ed egli non riesce a comprimere perché è più forte e più convincente; se non si oppone resistenza, questa forza è tale da trasformare e permette di percorrere sentieri che il vero pellegrino scopre come frutto della grazia e dell’amore gratuito dello Spirito che tutto rinnova.

Il lento cammino dell’unità

Esiste, purtroppo, una malattia che contagia non solo le singole persone, ma intere popolazioni, è l’oblio. Nulla, come la dimenticanza, annienta l’uomo e gli fa percepire la sua profonda contraddizione. Ne è testimonianza feconda un brano del Deuteronomio; al popolo che dopo il lungo peregrinare nel deserto sta per entrare nella terra promessa, viene chiesto di evitare la tentazione di dimenticare tutti i benefici ricevuti: “Il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, orzo, fichi e melograni; paese di ulivi, olio, miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame. Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato.

Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti do. Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare in ogni cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile… Guardati, dunque, dal pensare: la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore tuo Dio perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze… Ma se tu dimenticherai il Signore tuo Dio e seguirai altri dei e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che certo perirete” (Deut 8,7-20).

Come si nota, la sapienza antica è sempre maestra di vita. Se l’Europa non è capace di fare una memoria storica che le permette di mantenere viva la sua tradizione culturale e religiosa, non potrà pretendere di spiccare il volo. L’icona di Icaro dovrà essere presente per non illudersi che le ali con cui si sta volando sono di cera; dimenticare gli insegnamenti del padre Dedalo può far innalzare per un po’ oltre il labirinto, ma avvicinandosi al sole quelle ali si sciolgono e la caduta è inevitabilmente mortale. A poco possono valere le lacrime di quanti piangono per la morte se prima non ci si è preoccupati di dare solidità di insegnamento e far prendere coscienza dei propri strumenti.

Per alcuni versi, torna alla mente la grande unità che aveva segnato la stagione europea dopo la caduta dell’impero romano e nello stesso tempo balzano immediate le divisioni religiose e sociali che caratterizzarono l’epoca moderna, segnata dalla centralità della scoperta scientifica. Quando, di fatto, una legittima richiesta di autonomia della scienza divenne il pretesto per relegare nell’angolo Dio e i valori fondamentali che avevano segnato il sorgere stesso dell’unità europea. Diventava chiara così la crisi interiore e spirituale che mostra oggi i segni più marcati nella persistente convinzione che si possa facilmente sbarazzarsi del patrimonio culturale di millenni, senza nulla perdere della propria identità. Illusione devastante.

L’Europa è stata veramente se stessa e profondamente grande nel creare forme di autentica civiltà e progresso dei popoli a livello universale, solo nel momento in cui ha trasmesso quei valori costitutivi che le provenivano dalla fede cristiana, avendoli fatti diventare patrimonio di cultura e identità di popoli. Il ritorno di un’unità potrà essere tale solo nella misura in cui verranno poste come fondamenta una serie di valori che esprimono con evidenza l’identità dell’Europa, frutto della sua lunga storia che, nel bene e nel male, ci appartiene e di tradizioni culturali che hanno creato progresso e civiltà nel corso di questi secoli.

Di questo, la Chiesa si sente in prima persona responsabile perché il suo legame con l’Europa è intimo; per molti versi le due hanno un destino comune. Hanno percorso insieme un periodo scandito dallo scorrere dei secoli ed entrambe sono segnate dalle stesse vicende storiche. Il cristianesimo, infatti, è legato in modo del tutto peculiare alla storia dell’Europa e questa, da parte sua, ha nel cristianesimo le sue radici più profonde. Certo, il cristianesimo nasce in quella terra santa che ha visto Gesù di Nazareth percorrere le sue strade e i suoi sentieri annunciando il Regno di Dio. Da quella terra è partito, portando con sé il carico di una tradizione che ben presto con l’acutezza di Paolo ha trovato la sua via maestra e ha esplicitato con un’originalità che non conosce confronti.

È sufficiente riprendere tra le mani la lettera ai Galati per verificare direttamente cosa si è verificato nei primi anni di vita della Chiesa. La sfida più grande si è giocata proprio sulla forza dell’originalità dell’annuncio di Gesù Cristo che non poteva essere imbrigliato nella logica della legge mosaica, come a più riprese afferma l’apostolo. La libertà che Cristo aveva portato nel mondo era di tale spessore che non trovava riscontro nel mondo giudaico né in quello greco e romano. Coniugando la libertà con la verità e questa ritrovata nell’amore, si veniva a porre nel mondo una miscela talmente esplosiva che solo le generazioni future avrebbero sperimentato nella loro profondità: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù… In Cristo non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità… Voi, infatti, siete stati chiamati a libertà… ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 51.6.13).

Nonostante questo, il cristianesimo ha trovato in Europa il suo ambiente vitale; ciò che le ha permesso di esprimere al meglio la sua novità con l’aiuto di uno strumentario concettuale e linguistico che alla luce dell’originalità dottrinale ha permesso uno sviluppo culturale senza precedenti. Il cristianesimo, infatti, si immette nelle culture e nelle società non distruggendo il bene di ciò che trova, frutto della saggezza e dell’intelligenza dei popoli, ma lo rinnova e indirizza, facendolo sfociare verso la pienezza di ciò che contiene in nuce. L’espressività più efficace dal punto di vista concettuale, linguistico e culturale è stata realizzata pertanto all’interno di quel tessuto territoriale e culturale che conosciamo come Europa.

Una memoria storica

L’Europa è nata cristiana e solo nella misura in cui rimarrà tale potrà pensare di conservare a pieno le proprie idealità e il proprio apporto originale alla costruzione di una civiltà post-moderna. La Chiesa, da parte sua, è stata davvero la comune e antica madre che ha dato vita all’unione di tanti popoli, che alcuni oggi sembrano voler dimenticare senza comprendere dove affondano le proprie origini. Per comprenderlo a fondo, è necessario ritornare al IV secolo per individuare la grave crisi dell’impero romano e il sorgere del nuovo soggetto storico, culturale e politico rappresentato dalla Chiesa.

Per capire cosa sia avvenuto bisogna partire da Roma e dalla sua storia. Un’immagine suggestiva è offerta nei Fori imperiali; a metà strada, procedendo verso il Colosseo, sono collocate quattro steli di porfido in cui si racconta l’estendersi di questa città. Nel primo riquadro, Roma è segnata con un puntino bianco che emerge solenne nel nero dello spazio intorno: è il tempo delle origini. Al quarto riquadro, ci si trova a spaziare nella grandezza dell’impero sotto Domiziano: è l’epoca d’oro; il porfido nero è costretto a lasciare il posto al bianco della massima espansione. Roma è stata questa realtà che le ha permesso di essere definita con ragione caput mundi.

La storia di Roma, tuttavia, va oltre la storia dell’impero. Il canto dei suoi ultimi poeti mostrano con evidenza che la sua grandezza era ormai al declino; certo, Claudiano poteva ancora scrivere versi quali:

Haec est in gremium victos quae sola recepit

Humanumque genus communi nomine fovit

Matris, non dominae ritu, civesque vocabit

Quos domuit nexuque pio longinqua revinxit

Cuncti gens una sumus

(Questa è colei che, sola, accolse nel proprio grembo i vinti e come madre non come signora, protesse il genere umano nel nome che tutti accomuna: cittadini chiamò quelli che lei aveva dominato, legando a sé con vincolo pio le genti lontane. Tutti siamo così un’unica gente).

E Rutilio Numaziano poteva aggiungere:

Fecisti patriam diversis gentibus unam

profuit iniustis te dominante capi.

Dumque offers victis propria consortia iuris

Urbem feristi quod prius orbis erat

(Da tante genti diverse hai fatto una sola patria: ai popoli incivili giovò essere conquistati da te. E mentre offri ai vinti di partecipare alla tua legge, hai fatto di tutto il mondo una sola urbe”).

Alcuni testi di Sant’Ambrogio, proprio verso la fine della Roma imperiale proverebbero che la presenza del cristianesimo non è stato per Roma un caso fortuito, ma una vocazione particolare che le ha impresso la grandezza che la rende fino ad oggi unica. Se dinanzi al mondo essa fu sempre ricordata come caput mundi per essere vero crocevia di incontro, di accoglienza e di convivenza tra i popoli, tanto da farla riconoscere come communis patria, questo è dovuto al cristianesimo che subentrò alla grave crisi di Roma. Dimenticare in questo frangente il ruolo svolto da papa Leone Magno che nei pressi di Mantova incontra Attila re degli Unni (452), convincendolo a riprendere la via del ritorno o con Genserico re dei Vandali (455) che sulla sua parola non mise Roma a ferro e fuoco significherebbe non comprendere il lento ma inarrestabile imporsi di una nuova visione del mondo che veniva data dal cristianesimo.

Si può parlare di Europa, ma se lo si fa con memoria storica, allora si deve necessariamente parlare dell’opera di Gregorio uno dei primi grandi “europei”. Egli costituisce il vero baluardo non solo per la difesa di Roma da parte dei Longobardi, ma della loro stessa conversione e progressiva civilizzazione. La sua opera fu altamente politica; egli riuscì, infatti, ad imporsi nei confronti dei Longobardi come il vero mediatore con Bisanzio e comprese l’opera di trasformazione che si poteva realizzare mediando tra la lex romana e la cultura longobarda. Non è forse sua l’azione di inviare 40 monaci in Gran Bretagna per riprendere dopo circa 150 anni il suo rapporto con l’Europa? Eppure quest’opera non gli sarebbe stata possibile se non fosse stato figlio di Benedetto.

Ma è possibile pensare anche all’opera di Benedetto e alla sua Regola senza far riferimento alla tradizione romana che egli fu brillantemente capace di coniugare con i principi della fede cristiana? L’intuizione di porre in giusta sintesi l’attività della contemplazione cristiana e l’agire tipico dell’uomo nel lavoro rappresenta la sinergia coerente che ha reso civili le popolazioni barbare, creando il presupposto indelebile per lo sviluppo della civiltà medievale e moderna. Il sorgere dei monasteri, la creazione delle università hanno permesso lo scambio fruttuoso tra i monaci e i primi maestri dell’epoca.

Anselmo d’Aosta poteva muoversi con facilità fino a Canterbury e divenire vescovo santo di quella città, scrivendo opere memorabili per i suoi monaci d’Inghilterra; alla stessa stregua, Tommaso d’Aquino poteva andare da Maestro Alberto, il grande di Colonia e ambedue insegnare a Parigi senza alcun problema di competenza territoriale. Come si può osservare da questa rapidissima sintesi, il cristianesimo si contraddistinse per conservare non per distruggere la ricchezza culturale e giuridica che aveva trovato a Roma.

Il codex Iustinianum (525) solo per fare un esempio sintetico, raccoglie l’intero diritto romano; la Chiesa, però, lo ha gelosamente custodito, posto in atto e trasformato sulla base di quei principi fondamentali di dignità della persona e bene comune che provenivano dal vangelo di Gesù Cristo. A tutto questo è necessario aggiungere il pellegrinare ininterrotto attraverso l’Europa che i cristiani realizzarono avendo come meta Roma e Santiago e le varie cattedrali che sorgevano dappertutto. Come si nota, la lingua madre era veramente il cristianesimo e il pellegrino sorgente di unità profonda.

Muoversi da un Paese all’altro, conoscere differenti lingue e culture, usi e costumi, creando un confronto e una comunicazione che aggiungeva ricchezza a ricchezza è stato possibile perché il pellegrino trovava la forza antica di lasciare la sua casa e la sua terra per addentrarsi in luoghi che mediante lui sarebbero divenuti maggiormente uniti. A fondamento di tutto, comunque, si ritrova la stessa fede. Le lingue potevano cambiare, le usanze erano certamente differenti tra loro, ma ognuno comprendeva la madre lingua della fede. Questa creava unità, comunicazione, cultura e progresso. Dimenticare questo aspetto potrà certamente sollevare l’anima di qualcuno, ma non consentirà di rispettare la verità storica.

Ripartire dalla centralità della persona

Questa memoria deve riprendere posto ai nostri giorni, non per vanagloria né per trionfalismo alcuno, ma solo ed esclusivamente per permettere un salto qualitativo nell’attuale momento di passaggio culturale. Vorrei solamente accennare al ruolo determinante che l’occidente ha avuto nel momento in cui ha compreso l’originalità del concetto cristiano di persona. Se si vuole, è intorno a questo termine che si può rileggere la storia del progresso e della maturazione religiosa, civile, culturale, sociale e politica.

Fino al IV secolo, il termine è soggetto a una lunga discussione sul suo significato più coerente. Nell’accezione latina – che risentiva dell’origine etrusca – il termine persona va ricondotto allo spazio del teatro; indica la maschera che copriva il volto dell’attore. Nella semantica greca, il termine pròsopon indica ugualmente la maschera teatrale, ma insieme ad esso anche “che cade sotto gli occhi”, “ciò che si vede”. La diatriba sul termine nasce proprio nel momento in cui si vuole esplicitare la fede nella Trinità e la presenza di tre persone con un’unica natura; alla stessa stregua, i primi cristiani dovevano esplicitare nei confronti di Gesù Cristo, sul fatto che la sola persona divina era presente nella natura umana e in quella divina.

Si deve alla grande intelligenza di Agostino la soluzione più adeguata che rimarrà fino ai nostri giorni. Egli ha saputo armonizzare il termine con il concetto, mostrando che la persona è se stessa nella relazione con l’altro. Saranno i concili, in seguito a stabilire dogmaticamente l’esattezza della formula; ciò che importa, comunque, è verificare che sulla base della chiarificazione trinitaria e cristologica del concetto si viene a produrre una delle conquiste più rivoluzionarie della cultura universale. Persona è un’identità propria che si qualifica nella sua relazione con l’altro.

 Per cogliere in profondità il valore semantico, è necessario comprendere la sua derivazione dalla sfera della fede nella Trinità. Nell’unità della natura divina, che non è divisa, ma partecipata totalmente, le tre Persone si qualificano e differenziano come Padre, Figlio e Spirito Santo; ognuna delle tre persone vive solo in relazione con l’altra in una forma di donazione e accoglienza totale che permette loro di essere identificate come Padre che tutto dona, Figlio che tutto riceve e Spirito Santo come frutto del tutto dare e del tutto ricevere. La persona, insomma, si qualifica per la relazione d’amore che le permette di essere ciò che è.

È alla luce di questa prospettiva che possiamo comprendere il valore portante della persona nel mondo contemporaneo e lo sviluppo che essa ha avuto nelle diverse istanze scientifiche. Dal concetto di persona scaturisce, come conseguenza, quello della sua dignità e del suo valore universale e, quindi, l’attenzione che è dovuta per ogni persona, per tutta la persona e per il bene di tutte le persone. Non è azzardato affermare che solo nella misura in cui si vuole salvaguardare il concetto di persona e la sua dignità è determinante che essa rimanga legata a Dio che ne garantisce l’esatta comprensione ed esplicitazione. Nella misura in cui si dimentica Dio si dimentica anche la persona che reca impressa in sé la sua immagine e somiglianza; nella misura in cui si dimentica la persona, si dimentica anche Dio che ne è la sua garanzia ultima.

La conseguenza inevitabile che sembra proiettarsi all’orizzonte è quella di un’ulteriore svolta; questa, tuttavia, non pone più al centro l’uomo, ridotto ormai a un ruolo marginale nei confronti della stessa natura, ma la tecnica. Se, d’altronde, la tecnica è in grado di determinare l’esistenza personale fin dai suoi primordi e neppure la scienza sente il bisogno di porre limiti alla sperimentazione perfino sull’embrione, scavalcando le stesse regole che si era data in precedenza, allora non si potranno che verificare le logiche conseguenze. L’uomo, sulla scena del teatro di questo mondo, non potrà più giocare il ruolo di protagonista a cui si era abituato per secoli, ma deve necessariamente lasciare il posto a chi ora pretende di determinare la sua stessa esistenza. Si riaffaccia sulla scena del mondo la tetra figura di Medea che uccide i suoi figli; è proprio così, la tecnica creata dall’uomo per rendere più umana la sua esistenza, sembra respingere in un angolo l’uomo stesso quasi si trattasse di un nuovo e mai mutato complesso di Edipo.

È ormai condivisa l’analisi secondo la quale, il nostro contemporaneo ha talmente delegato la tecnica a produrgli ogni cosa, da non comprendere più il grave pericolo in cui è caduto. La tecnica, infatti, ha assunto il ruolo di padrona non solo della natura, ma anche dell’uomo riducendolo a un oggetto della sua sperimentazione senza curarsi più delle sue reazioni. Se cresce la tecnica, ma non aumenta di conseguenza anche l’orizzonte spirituale dell’uomo e la persona non permane in una dinamica di maturazione verso la trascendenza, allora si viene spogliati di ciò che possediamo come di più prezioso: la coscienza di sé, del proprio limite e dell’apertura infinita verso cui si è indirizzati.

Condizione mortale, perché in questo modo non solo cessa il vero progresso, ma l’uomo stesso muore per asfissia. Egli, infatti, non ha più uno spazio spirituale che gli consente di andare oltre se stesso verso quell’orizzonte di senso ultimo che da risposta alle sue domande fondamentali. Per paradossale che possa sembrare, la tecnica allontana anche ogni domanda sul limite, illudendo di un’eternità che non può essere data dalla produzione dell’uomo.

Si dovrà guardare con occhio vigile a come il pensiero maturato in Europa si porrà nel prossimo futuro nei confronti della sofferenza e della morte. La morte non sarà più l’ultimo baluardo da affrontare nella libertà propria della decisione di vita, ma un evento da scongiurare per l’illusione dell’immortalità. La morte non sarà più interpretata come un accadimento naturale e inevitabile della vita, piuttosto una sciagura da evitare come qualsiasi altra malattia.

Come si porrà l’uomo davanti alla morte dopo l’illusione della tecnica di allontanarla per sempre da lui? Con la dignità propria della libertà cosciente o come una stupida conclusione che non si è potuto evitare? E se la vita sarà più o meno indefinita, ci sarà ancora qualcuno disposto a offrire la propria vita per gli altri? Le biotecnologie favoriranno un attaccamento alla vita oppure la renderanno insopportabile? Interrogativi non affatto ovvi e tanto meno inattuali; saranno sul tappeto nello sviluppo del pensiero a partire già da domani.

La crisi di identità che l’Europa vive è sotto gli occhi di tutti. Tolto il concetto di persona si allontana quello della sua sacralità e tutto cade nell’arroganza del più forte. Ne deriva la pretesa di imporre il diritto individuale sulla stessa legge naturale e senza alcun riferimento alla dimensione sociale e la conseguente distruzione di modelli sui quali l’occidente è fondato. Imporre l’esistenza del diritto individuale porta a imprimere nella società la volontà degli individui, spezzando in questo modo il concetto stesso di persona come relazione. Contraddizione insanabile, frutto dell’individualismo che regna sovrano, avendo distrutto ogni possibile tensione verso il bene comune.

La prima conseguenza di questo stato di crisi è la solitudine in cui è caduto l’uomo contemporaneo. Privo di una relazione salda che gli consente di comprendere se stesso, è diventato ormai estraneo a se stesso, incapace a doversi collocare e comprendere tende a rinchiudersi in sé con la conseguente mancanza di amore e donazione gratuita. I rapporti diventano soggetti all’interesse individuale e la violenza dell’uno sull’altro ha la meglio. In questo contesto è necessario porre anche la crisi del matrimonio e della famiglia. Incapace a essere se stesso e colto dalla paura di un’incapacità stabile alla relazionalità e all’amore, si apre la strada a modelli che contraddicono e distruggono ogni relazione sociale. Il tentativo di minare alla base anche lo stesso concetto di matrimonio monogamico e tra persone di sesso diverso non è che uno degli ultimi bastioni che una cultura in crisi intende abbattere per l’imposizione di un progetto, estraneo al mondo, alla natura e alla stessa cultura che ha il solo intento di eliminare l’uomo.

Recupero di responsabilità

La Chiesa ha una profonda responsabilità in questo momento. Senza alcuna forma di presunzione, a me sembra che sia rimasta solo lei a far sentire la sua voce per fermare questo insano desiderio di autodistruzione. È importante, quindi, che la Chiesa provochi una riflessione che prendendo la ragione come compagna di strada, illumini anche i molti non credenti, che sparsi per le diverse strade del mondo hanno compreso i gravi rischi a cui l’Occidente è esposto.

Si tratta, in ultima analisi, di riprendere a cercare con maggior vigore e insistenza il bene dell’uomo, a quanto egli produce con sapienza e a farlo diventare responsabile del suo futuro. Tolta la parentesi in cui tutto gli viene concesso in forza di un diritto soggettivo che lo ha viziato facendolo sentire come figlio unico, è determinante recuperare il senso della relazionalità in quanto parte di un’unica famiglia. L’assunzione del principio di responsabilità è una delle priorità che vediamo all’orizzonte; esso impegna a una fatica che sa rimettere alla base i veri diritti iscritti nel cuore di ogni uomo e per ciò stesso garanti dell’uguaglianza e della libertà a cui il legislatore deve ispirare la sua opera. Come credenti nella vittoria del bene sul male sempre e dovunque, noi lavoriamo perché la crisi che stiamo vivendo possa trasformarsi in un reale momento di confronto e di progresso per tutti.

L’Europa ha bisogno di credere ancora in se stessa, lo potrà fare con autentico e profondo significato, nella misura in cui porrà dinanzi a se stessa ciò che è stata e in ciò che dovrà essere. Sono convinto che solo mediante un recupero forte del concetto di tradizione questo sarà possibile. La tradizione, infatti, è forma di una trasmissione che inserisce in un processo più ampio e che genera conoscenza; a nostro avviso, esprime una risorsa di cui i credenti anzitutto dovrebbero farsi carico. La tradizione per noi non significa soltanto il riferimento a una storia bimillenaria che, nel bene e nel male ci appartiene, indica, piuttosto, la partecipazione diretta a una viva trasmissione della fede che ispira e genera cultura.

I cristiani dovrebbero ricuperare, in questo frangente, la memoria perenne dell’evento salvifico di cui sono responsabili nel mondo e, all’interno di questo momento, ripensare il ruolo della loro partecipazione alla missione evangelizzatrice della Chiesa in Europa. Ogni azione del credente, infatti, anche il pellegrinaggio ha una valenza sociale, politica e culturale oltre che religiosa; essa porta con sé la peculiarità di essere annuncio del vangelo che salva. Il recupero del senso della tradizione e del suo valore per la costruzione dell’Europa è una strada da percorrere.

Essa non è semplice; richiede, infatti, uno sforzo di originalità e un recupero di spessore speculativo. Se i credenti perderanno il senso e il peso della tradizione, il rischio per aver costruito un’Europa sulle fragili fondamenta di un interesse puramente economico sarà irreversibile ed essi ne saranno in parte responsabili. Se, invece, il recupero della coscienza storica farà da sostegno, allora anche le obiezioni e gli scetticismi di oggi potranno essere risolti e svanire alla vista della ricchezza che la tradizione ha saputo mantenere.

La Chiesa, in questo frangente, forte della sua storia di maestri e di santi che hanno reso queste terre fermento continuo di cultura e di civiltà, si sente interpellata direttamente ad assumersi le sue responsabilità. Essa dovrà instancabilmente riproporre la fede in Gesù Cristo morto e risorto come premessa per il riconoscimento pieno della persona, della sua dignità e dell’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali che sono patrimonio di tutti. Senza illusioni, se mi è dato di guardare con serenità al futuro, io intravedo l’opera dei credenti come un’azione convinta che saprà produrre nuova cultura sulla forza della fede di sempre.

Non perderemo la nostra identità, perché non potremmo comprendere le nostre città senza un campanile che richiami a rientrare in noi stessi; non potremo mai assuefarci a un mondo dove non esiste l’amore che porta la nostra impronta. Il rispetto che abbiamo verso tutti e verso chi non condivide la nostra scelta di fede, ci impone di qualificare sempre meglio la nostra identità per evitare di diventare erranti senza più una meta e cittadini senza più una patria. L’Europa, quindi, potrà essere davvero patria comune di popoli con lingue diverse e tradizioni differenti solo nella misura in cui saprà ritrovare il cristianesimo come lingua madre attraverso cui rinsaldare gli slanci per una nuova stagione di pace e di promozione umana.

*Dice di sé.
Rino Fisichella. Nativo di Lodi, ma romano d’adozione. Studi al Collegio San Francesco di Lodi dei Padri Barnabiti. Ordinato sacerdote per la diocesi di Roma il 13 marzo 1976 dal cardinale Ugo Poletti. Consacrato vescovo ausiliare di Roma dal cardinale Camillo Ruini il 12 settembre 1998, Rettore magnifico della Pontificia università lateranense dal 18 gennaio 2002. Dal 1994 rettore della chiesa di San Gregorio Nazianzeno alla Camera dei deputati. Il 17 giugno 2008 dal Santo Padre Benedetto XVI nominato presidente della Pontificia accademia per la vita.
(Il testo è parte di un intervento teologico pastorale).

Marco Politi - La Chiesa del no

Sui temi etici le gerarchie ecclesiastiche oppongono una resistenza accanita, temendo che l’Italia si dia nuove regole secondo i moduli invalsi nei paesi dell’Europa occidentale (1)

Marco Politi*

Le tre corone di Ratzinger

Come si gioca il pessimismo profondo del cardinale Ratzinger, diventato Benedetto XVI, nel rapporto con la situazione italiana? Non c’erano differenze di linea con Wojtyla su aborto, matrimonio, biogenetica, omosessualità. Ma con il nuovo pontificato si è rafforzata ulteriormente la posizione dottrinaria del papato, tracimando nell’impulso a imporre ai politici cattolici una disciplina di voto nel nome dell’ubbidienza al magistero ecclesiastico. Questa rigidità dogmatica – anche se i dogmi non c’entrano – rovescia due secoli di storia durante i quali i cattolici impegnati in politica si sono conquistati lentamente il riconoscimento della loro autonomia. L’orientamento di Ratzinger svuota di sostanza la libertà di coscienza, di mediazione e di negoziato dei parlamentari cattolici.

Già nel gennaio 2003, da prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, Ratzinger aveva pubblicato un documento per indicare ai politici cattolici come comportarsi “quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali, che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno”. I temi sono quelli di sempre.

Aborto, eutanasia, embrione, famiglia monogamica, scuola cattolica. Demoni da esorcizzare sono “indifferentismo, relativismo religioso, libertinismo, individualismo”. Il comandamento è inequivocabile. Guai a quei cattolici che pensano di basarsi sulla loro autonomia nell’agire politico.

“Sarebbe un errore” scrive Ratzinger “confondere la giusta autonomia, che i cattolici in politica debbono assumere, con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa”.

L’obiettivo di ogni credente, sottolinea il cardinale, deve essere quello di prospettare e cercare di raggiungere la verità. Perciò sul piano legislativo ci sono questioni che non tollerano compromessi, quando (a giudizio insindacabile dell’autorità ecclesiastica) sono in gioco “esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili”.

È il preannuncio della strategia che durante il pontificato ratzingeriano verrà battezzata la dottrina dei “principi non negoziabili”. In pratica, intransigenza su tutta la linea. Niente leggi su aborto o divorzio. Leggi sull’eutanasia. Tutela legislativa dell’embrione umano. Salvaguardia della famiglia “fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso”.

E quindi no al riconoscimento legale delle coppie di fatto e meno che mai delle convivenze gay. All’elenco si aggiunge la richiesta della “libertà di educazione” dei genitori, che in parole semplici significa finanziamenti per le scuole cattoliche. La lista degli imperativi è accompagnata da un omaggio alla libertà d’opinione dei cattolici, subito condizionata da un monito preciso. “Nessun fedele può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”.

Così impostata, l’attuazione del documento implica che sui temi cosiddetti etici i parlamentari cattolici diventino cinghia di trasmissione del magistero ecclesiastico.

Ma c’è qualcosa di più. Da pontefice Ratzinger ribadisce di non rivolgersi soltanto ai fedeli della sua Chiesa, ma si pone come interprete della legge naturale comune a tutti gli uomini e contemporaneamente diffida lo Stato dall’invadere il terreno della legge di natura, di cui il papato si erge a protettore.

Ricevendo nel marzo del 2006 i parlamentari aderenti al Partito popolare europeo, papa Ratzinger li richiama alla difesa attiva di “principi che non sono negoziabili” – l’elenco è il solito – e questi principi, incalza, “sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità”. In ultima analisi la produzione legislativa dei parlamenti è subordinata alla legge naturale. “Nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore” afferma Benedetto XVI.

Ogni ordinamento giuridico, sia a livello interno che internazionale, “trae ultimamente la sua legittimità dal radicamento nella legge naturale”. Anzi, la legge naturale è in definitiva il solo valido baluardo contro l’arbitrio del potere o gli inganni della manipolazione ideologica. Sul piano teorico papa Ratzinger ripete spesso che la Chiesa “non è e non intende essere un agente politico” e che anzi l’agire in ambito politico spetta ai “fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità”.

Però cosa rimane di questa autonomia quando l’autorità ecclesiastica determina essa stessa i principi supremi di quella legge naturale che dovrebbero valere per tutta l’umanità, compresi credenti e non credenti, seguaci delle diverse religioni e correnti filosofiche del mondo intero?

Anche la ragione finisce per essere sottomessa al potere spirituale. “La fede cristiana” esclama Ratzinger “purifica la ragione e l’aiuta a essere meglio se stessa”.

Persino la laicità viene misurata con il metro della volontà papale. Laicità “sana” è riconoscere il ruolo pubblico della religione, laicità “positiva”, scandisce il pontefice, è quella di uno Stato che riconosce spazio nella sua legislazione a una fondamentale dimensione dell’essere umano: l’apertura alla Trascendenza.

Emerge da questi interventi un papato che assume ogni corona, ogni scettro. Lo scettro della fede, lo scettro della ragione, lo scettro della natura.

Sul piano pratico della politica – benché Benedetto XVI da pensatore lo negherebbe – lo sbocco finale è un approccio teocratico, in cui l’autorità religiosa vaglia la legittimità dell’operato parlamentare e ne autorizza o meno il procedere.

Il culmine di questa visione si ha in un messaggio papale indirizzato nel 2005 all’allora presidente del Senato Marcello Pera, il cui movimento Magna carta ha promosso a Norcia un convegno su libertà e laicità. Benedetto XVI dichiara categoricamente: “I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono inscritti nella natura stessa della persona umana, e sono pertanto rinviabili ultimamente al Creatore”.

È un ritorno alla visione del Sinai – Dio concede le Tavole della legge – in dissonanza stridente con il ruolo sovrano dei parlamenti nella cultura democratica europea e occidentale.

Sui cosiddetti temi etici le gerarchie ecclesiastiche oppongono una resistenza accanita, temendo che l’Italia si dia nuove regole secondo i moduli invalsi nei paesi dell’Europa occidentale, incuranti del fatto che nella società attuale, invece, uomini e donne vogliono organizzare la propria esistenza in modo diverso. È questo il nodo del contendere.

L’accusa, che retrospettivamente il direttore di “Avvenire” Dino Boffo rivolgerà a Prodi e all’ultimo governo dell’Ulivo, è di avere tenuto per un biennio la Chiesa “con il fiato sospeso”, lavorando per nuovi “format sociali”.

La colpa, in altre parole, è di aver provato a ripetere la stagione che portò negli anni settanta e ottanta all’approvazione delle leggi sul divorzio e l’aborto.

Si spiega soltanto così il sollievo di Benedetto XVI all’avvento del quarto governo Berlusconi, quando il pontefice – benché la compagine governativa fosse appena formata – sostenne pubblicamente di individuare “con particolare gioia segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo”.

Ad uno sguardo pacato l’interventismo della gerarchia ecclesiastica nelle vicende parlamentari italiane finisce per immiserire la portata della grande questione che Benedetto XVI da teologo e pensatore pone alla comunità cristiana, e non solo a essa, alle soglie del terzo millennio.

Qual è il posto di Dio nella società occidentale contemporanea? Perché nonostante il revival religioso degli ultimi due decenni il processo di secolarizzazione è irreversibile. L’eclissi del sacro non è annullabile.

Gli uomini e le donne – anche i credenti – dell’Occidente contemporaneo non hanno più l’idea di sacro dei loro antenati e soprattutto non scandiscono più le loro giornate e l’intera loro esistenza secondo i moduli di un calendario divino. Dio, dunque, non è morto, ma – per chi crede – va riportato in ogni generazione attraverso nuove forme di testimonianza e in modi che non possono essere ripresi automaticamente dal passato.

Persone che ben conoscono l’animo di Benedetto XVI sostengono che il suo pontificato ruoti fondamentalmente intorno a un concetto: “Tutelare l’integrità della fede e mostrare che il cristianesimo è gioia”.

Portare avanti questa missione è un compito di gran respiro. Ma non ammette scorciatoie. Ha detto il cardinale Ratzinger nel suo dialogo con il filosofo tedesco Jürgen Habermas, tenutosi a Monaco di Baviera nel 2004, che la società moderna dovrebbe rovesciare il detto del filosofo olandese seicentesco Grozio, secondo cui bisognava agire etsi Deus non daretur. Come se Dio non ci fosse.

Questo poteva valere, sostiene Ratzinger, per i tempi in cui gli europei vivevano, al di là delle loro convinzioni in materia di fede, secondo un patrimonio di idee alimentato comunque dalla cultura cristiana. Nell’odierna disgregazione dei valori, afferma Benedetto XVI, il traguardo dovrebbe essere di vivere veluti Deus daretur. Agire come se Dio ci fosse.

La massima ha il fascino di un’acuta provocazione filosofica e tuttavia, se applicata alla società pluralista europea, rischia di condurre fatalmente in un vicolo cieco.

Quale sarebbe la divinità a cui fare riferimento? Il Dio cristiano nell’accezione protestante o cattolica, ortodossa o neoevangelica? ebraico? dell’islam? Il non-dio del buddhismo? E lo stoico o l’agnostico liberale, in che modo potrebbero essere costretti a misurare i valori fondamentali sul metro di un Trascendente in cui non riescono a credere? Non c’è altro destino in Occidente per il cristianesimo che considerarsi “parte” della società. Attiva, dinamica, appassionata – se si vuole – ma definitivamente parte.

È sorprendente vedere quanto la linea di Benedetto XVI, il primo papa tedesco dopo dieci secoli, attinga alle riflessioni del grande poeta romantico suo connazionale Novalis. Dopo i rivolgimenti della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche Novalis riteneva fondamentale ritornare al cristianesimo e afferrarsi alla sponda sicura della Chiesa cattolica.

Nell’epoca post-rivoluzionaria il poeta vedeva il diffondersi di un “odio antireligioso”. I suoi contemporanei gli apparivano instancabilmente occupati a “cancellare ogni traccia di sacro”, a rimpiazzare la fede e l’amore con il sapere e l’avere, a invischiarsi nell’egoismo togliendo spazio al “raccoglimento interiore”.

“Dove non ci sono dei, imperano gli spettri” esclamava Novalis. Così Ratzinger, dopo il terremoto della secolarizzazione e il trauma dei totalitarismi del secolo XX, vede come unica via d’uscita per l’Europa e l’Occidente un ritorno alle sorgenti cristiane.

Al fondo, ma il pontefice non può dirlo, la sua proposta suona, “vivere come se ci fosse il Dio cattolico”, ascoltando la legge spiegata dalla Chiesa di Roma, sicura interprete di Dio, della Ragione e della Natura. Esattamente questo da due secoli in Europa non è più possibile.

Il regime di “cristianità” è definitivamente tramontato. il tentativo di resuscitare la dottrina cattolica come spina dorsale del corpo sociale non può che portare a continue frizioni con la laicità dello Stato come sta avvenendo in Italia con crescente intensità da oltre dieci anni a questa parte.

Però non è soltanto con le istituzioni che la Chiesa entra in collisione. È con la società che si apre un fossato. Rispetto all’invadenza politica ecclesiastica i cattolici del quotidiano, nella loro soggettività, si collocano altrove e ribadiscono testardamente – quando interrogati – di voler decidere con il proprio cuore e la propria mente.

Tra il 1999 e il 2000 in vari paesi europei, fra cui l’Italia, venne svolta un’indagine sul pluralismo religioso e culturale. Dai dati italiani risulta un’indicazione precisa. Domanda chiave: “Nella stesura di leggi su questioni morali come aborto ed eutanasia bisognerebbe consultare i rappresentanti delle principali religioni?”. Per niente d’accordo risponde il 46 per cento degli interrogati, molto d’accordo è solo il 10.

Una maggioranza schiacciante del 62 per cento ritiene che “la religione non deve avere alcuna influenza sulla politica”, mentre solo il 4,5 afferma che “deve avere una grande influenza sulla politica”.

Attraverso gli anni, con varie espressioni, questo trend di fondo che fa leva sull’autonomia individuale rimane immutato. Un’indagine Ipsos del 2007 fra i cattolici praticanti, pur segnalando uno slittamento consistente delle intenzioni di voto dal centrosinistra al centrodestra, rendeva evidente che i temi eticamente sensibili non c’entravano. Infatti, soltanto una minoranza di praticanti dichiarava di considerare sempre vincolanti le indicazioni della Chiesa: il 25 per cento. Invece il 74 per cento sosteneva che le posizioni della Chiesa vanno ascoltate, ma poi “prevale la propria coscienza”.

Dopo le elezioni del 2008 il quadro si ripropone negli stessi termini. Un’inchiesta dell’istituto Swg rileva che lo spostamento a destra dei cattolici praticanti (di ben ventun punti) è dovuto a questioni specificamente socio-politiche. Lo testimoniano le risposte a domande cruciali. Due specialmente. “Solo l’avvento di un leader forte può risollevare il paese”: risponde di sì il 71 per cento dei cattolici praticanti.

Altro quesito. “Magari a prezzo di una perdita di democrazia sarebbe meglio avere un sistema che consenta decisioni più rapide”: risponde affermativamente il 61 per cento dei cattolici praticanti. Altissimo è il tasso di fiducia nelle forze dell’ordine: 79 per cento.

L’omologazione dei cattolici praticanti alle richieste, alle ansie, alle paure di gran parte del paese è fotografata dai trend che riguardano l’atteggiamento nei confronti degli immigrati, considerati una risorsa o un problema di ordine pubblico.

Tra il 1997 e il 2004 l’atteggiamento positivo è crescente, con punte del 57 per cento nel 2003 e del 61 nell’anno 2004. Invece nel 2007 la fiducia dei cattolici praticanti nell’immigrazione cade al 43 per cento.

Ma sul punto di fondo – la libertà dei legislatori – la posizione resta incrollabile. L’80 per cento dei praticanti definisce tuttora valido l’insegnamento della Chiesa e contemporaneamente rivendica la non interferenza ecclesiastica nella produ­zione delle leggi.

L’Swg ha posto la questione: “La non dovrebbe in alcun modo cercare di condizionare le leggi dello Stato”. Risponde con l’assenso il 68 per cento dei cattolici praticanti e l’82 per cento di coloro che frequentano saltuariamente la messa.

La voce di popolo è questa.

1) Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, uno stralcio dal libro “La Chiesa del no”, di Marco Politi (Mondadori 2009). Riproduzione riservata

*Dice di sé.
Marco Politi. Firma di “Repubblica”, lavora come corrispondente vaticano e editorialista. Autore di numerose inchieste, dal 1987 al 1993 è stato corrispondente a Mosca. Collabora con la Cnn, la Bbc e altre importanti emittenti televisive internazionali.

JAQUES PRÉVERTTre fiammiferi accesi uno per uno nella notteil primo per vederti tutto il visoil secondo per vederti gli occhil’ultimo per vedere la tua boccae tutto il buio per ricordarmi queste cosementre ti stringo tra le braccia.

(Da “Parole”, 1946)

Pierluigi Magnaschi - Le nuove frontiere del quinto potere

Giornali, radio, televisioni, Internet hanno rivoluzionato, in tempi e modi diversi, il mondo del giornalismo. E non è ancora finita

Pierluigi Magnaschi*

Anni fa sarebbe stato molto più semplice parlare di giornalismo. Allora, il giornalismo era solo la carta stampata. Un universo, tutto sommato, omogeneo, governato da regole semplici e facilmente decifrabili. Poi arrivò la radio, a movimentare il panorama della comunicazione. Quindi si aggiunse la televisione. E ogni volta che un nuovo media si affacciava alla ribalta della sua utilizzazione di massa, si commise l’errore che si sta commettendo anche adesso, di giudicare come spacciato il media più vecchio.

Non a caso, gli esperti dell’epoca, vaticinarono che, con la radio, i giornali sarebbero andati in soffitta perché, con la radio, c’era addirittura chi te li leggeva, i giornali. Per sapere che cosa dicevano questi giornali diffusi nell’etere (non a caso, tali trasmissioni giornalistiche vennero definite “giornali radio”) non solo non era necessario andare in edicola, ma le voci che ti davano le informazioni (o il divertimento) ti raggiungevano dov’eri. In casa tua, con le prime e voluminose radio a valvole. E poi ti seguivano addirittura dove ti trovavi o dove ti stavi spostando grazie alle minuscole ed economicissime radio a transistor. Ciò nonostante la radio non ce la fece ad ammazzare i giornali.

Dopo la radio si affermò la televisione. A questo punto, la diagnosi sulle sorti della radio furono unanimi. La radio era un media destinato a scomparire sicuramente. Infatti, la televisione era una radio che, in più, veicolava anche le immagini. Non era qualcosa di diverso dalla radio (come la radio invece era diversa dai quotidiani), ma era, molto semplicemente, una radio al cubo. Era cioè un media che “incorporava” la radio. Ed, incorporandola, non poteva che renderla superflua.

Gli eventi, anche in questo caso, si sono sviluppati in un modo completamente diverso. Tant’è che, dopo un’iniziale eclissi, l’ascolto della radio è andato aumentando, complice anche una variabile che era stata trascurata e cioè i giganteschi e sempre crescenti ingorghi automobilistici nelle grandi aree urbane, sempre più popolate. Siccome si può guidare ascoltando la radio, ma non si può guidare vedendo la televisione (anche se c’è in giro qualche sciagurato che fa anche questo) la radio è tornata ad essere un mezzo di grande e crescente ascolto.

Ovviamente, l’affermarsi della televisione, con la crescita esponenziale dei canali tv disponibili gratuitamente o a pagamento, ha fatto concludere che, anche in questo caso, la carta stampata sarebbe stata sconfitta. Ma anche questa profezia però non si è verificata. I giornali sono stati modificati dalla tv, ma non sono certo scomparsi.

Con il successivo diffondersi dei pc e l’affermarsi tumultuoso di Internet, si è verificata, nel mondo dei media, un’altra rivoluzione, molto più profonda e gravida di conseguenze, che non tutte altre che l’avevano preceduta e che poc’anzi abbiamo rapidamente esaminato.

Il web, la rete, l’interconnessione istantanea dei siti di tutto il mondo, le trasmissioni ad alta velocità, la miscelazione dei generi (la famosa multimedialità) costituiscono uno snodo nel mondo (e nei modi) della comunicazione che potrebbe essere paragonato alla scoperta dell’America o, come qualcuno si è azzardato a dire, potrebbe essere assimilato anche a una sorta di big-bang. Un momento zero, a partire dal quale tutto cambia.

La rivoluzione di Internet (di cui i media sono soltanto un aspetto) è una rivoluzione vera, che modifica in profondità la vita di relazione e di produzione nel mondo intero. Se la definitiva e completa mondializzazione si è affermata con la velocità della luce (il fenomeno della mondializzazione era, infatti, già in atto da diversi secoli) ciò lo si deve a Internet che ha introdotto le comunicazioni istantanee e pressoché gratuite a livello planetario.

Internet però, prima ancora di introdurre delle variabili organizzative o economiche, ha rivisto dei concetti culturali profondi, connessi, da sempre, alla civiltà umana. Internet, ad esempio, ha cancellato i concetti di centro e di periferia che sono concetti geometrici esistenti da sempre e riconosciuti da tutti. Fino a pochi anni fa chi viveva sulla Maiella era, per definizione e indipendentemente dalle sue qualità, un tagliato fuori. Non poteva certo fare della ricerca. O progettare qualcosa assieme a un pool di altri ricercatori sparsi nel mondo. O semplicemente leggere ciò che di nuovo nasceva continuamente nel suo settore.

Adesso, invece, chiunque sia scientificamente e tecnologicamente capace e risieda dovunque egli voglia, può mettersi in rete. E quindi può accedere istantaneamente a tutte le informazioni scientifiche, tecnologiche ed economiche che vuole. O può lavorare gomito a gomito con chicchessia. E dovunque esso sia. Questo concetto trova conferma nella vita di ognuno di noi. Quando debbo interloquire con un mio giornalista, faccio prima a mettermi in comunicazione via Internet con un mio corrispondente a New York che non con un collaboratore che si trova nella stanza accanto a me.

Con Internet, non solo il mondo si è rimpicciolito (lo diceva già 40 anni fa, molto prima che esplodesse Internet, il famoso massmediologo McLuhan quando parlava di un mondo ridotto a “villaggio globale”), ma il mondo ha perso le sue periferie. Tutto, adesso, grazie al web, è diventato centro. La rivoluzione prevista da McLuhan (il mondo come “villaggio globale”) era solo un anticipo, un anticipo modesto, un acconto di una rivoluzione che adesso tutti noi abbiamo sotto gli occhi e nella quale ognuno di noi, coscientemente o no, ci sta vivendo dentro.

Anche il mondo mediatico è stato profondamente modificato dal web. In un primo momento si è pensato che il web avrebbe fatto scomparire i quotidiani (lo ha detto, recentemente, persino l’editore del “New York Times”, indicando addirittura una data molto prossima per i loro funerali, ma, evidentemente, costui, aveva confuso le sorti del suo giornale con i giornali in genere). E invece i giornali sono andati in panne, non per il web, ma per la crisi, del tutto finanziaria, originata, negli Usa, dai sub-prime che, mettendo in ginocchio il mondo, ha inaridito le fonti di pubblicità che costituiscono gran parte degli introiti giornalistici.

Per contro, mentre ha tutto sommato risparmiato i giornali (sia pure costringendoli a cambiare) il web ha colpito, in modo deflagrante e risolutivo in settori che non venivano nemmeno presi in considerazione fra le vittime della rete. Le enciclopedie, ad esempio, sono state polverizzate dal web.

Erano voluminose (spesso, addirittura, voluminosissime), costose (spesso costosissime), difficili da consultare ed erano inevitabilmente sempre in arretrato rispetto ai fatti, in un momento, come quello che stiamo vivendo, di forsennata innovazione tecnologica, scientifica e culturale. Le enciclopedie sono letteralmente scomparse dalla circolazione. E i pochissimi che insistono nel tenerle sul mercato fanno una figura pessima (perché tengono sul mercato opere ch non sono aggiornate) o producono risultati economici rovinosi.

Così, con il web, sono andate in soffitta anche le cartine geografiche. Oggi, le mappe si possono consultare molto più facilmente e più specificatamente con il GPS, non solo in automobile, ma anche con il cellulare. Da qui l’inevitabile decisione della De Agostini, ad esempio, di sbaraccare tutta la sua divisione cartografica che, un tempo, era una fonte di grandi profitti e dava lavoro a un sacco di persone.

Con il web, sono finiti fuori strada anche gli orari ferroviari che adesso si consultano sul pc mentre si acquistano i biglietti. Sono state investite dalla modernità anche le librerie e soprattutto i negozi di musica o di dvd. L’acquisto di libri (e soprattutto di cd musicali o di film in dvd) avviene sempre più, oggi, per transazione elettronica. Fra poco andranno in soffitta anche i piccoli annunci immobiliari (sul web, infatti, già oggi, puoi chiedere se c’è in vendita un appartamento di tot metri quadrati, in un certo quartiere, a un certo piano e a non più di un certo prezzo. Se questo appartamento c’è, esso salta fuori con un semplice clic e, dello stesso appartamento si può vedere la via dove si trova e fare una carrellata tv al suo interno).

Analogamente, ben presto, nessuno, o ben pochi, presteranno attenzione alle pagine dei giornali con le tabelle finanziarie, visto che queste tabelle sono leggibili in tempo reale, in tutti i trattamenti possibili e a costo zero sul pc. E cosi nessuno, fra poco, guarderà le pagine delle programmazioni cinematografiche. Dal cellulare, si può già sapere che film ci sono in programmazione, dove, con che orari. Di essi si potranno leggere fulminee recensioni e prenotare biglietti e posti, pagando con carta di credito. Queste possibilità tecnologico informative sono già possibili oggi ma non sono ancora di vasta utilizzazione. Lo diverranno.

Gli abbagli presi da coloro che per primi, hanno investito somme enormi nel settore del web, sono stati numerosi. Gli operatori telefonici, ad esempio, erano partiti dall’idea che il cellulare sarebbe stato, non solo lo strumento per fare delle conversazioni telefoniche, ma anche quello per ricevere informazioni mediatiche. In base alle loro previsioni il cellulare sarebbe diventato il giornale o la tv del futuro. Ben presto invece ci si accorse che sul cellulare ogni utente sarebbe diventato editore di se stesso. Il cellulare, infatti, grazie ai messaggi in sms, anche se nessuno l’avrebbe previsto nelle dimensioni (anche economiche) straordinarie con le quali questi messaggini si sono manifestati, è diventato un diffusissimo mezzo di comunicazione scritto. I contenuti degli sms però non ce li mettono gli editori o i giornalisti ma gli stessi utenti che dialogano fra di loro scambiandosene milioni al giorno, con grande soddisfazione delle compagnie telefoniche, ben contente di aver preso questo abbaglio.

In questo tornado di novità, i media scritti, invece, e nonostante tutte le voci contrarie, hanno, nonostante tutto, conservato la loro posizione, anche se dovranno adattarsi radicalmente, come formula, alle nuove esigenze. Cosa che invece non hanno fatto sinora, o stanno facendo troppo timidamente e lentamente. Che i giornali abbiano mantenuto la loro posizione, nonostante tutte le pressappochiste valutazioni contrarie, lo dimostrano i dati di diffusione che, se si include in essi, anche le diffusioni dei quotidiani gratuiti, sono addirittura aumentate.

Togliere dalla diffusione complessiva dei quotidiani, i quotidiani gratuiti (con la scusa che essi sono gratuiti) sarebbe come togliere dall’audience televisiva nazionale i tre canali Mediaset con la scusa che essi non costano nulla a chi li guarda.

L’operazione falserebbe gravemente la realtà del mercato. I giornali gratuiti, infatti, assomigliano, come logica di mercato, alle tv dette commerciali (e quindi senza canone o abbonamento).

Entrambi questi media non sono, nel senso proprio del termine, dei media gratuiti ma dei media che si fanno pagare, anziché da chi li legge o da chi li vede, dagli inserzionisti pubblicitari che ci tengono a interloquire con chi li legge o con chi li vede.

I media elettronici hanno sicuramente tolto ai giornali il modo tradizionale di dare le notizie.

Queste ultime, l’uomo comune, le apprende già dalla televisione, la sera prima. Purtroppo spesso, anche in Italia (anzi, soprattutto in Italia) i giornali (e sovente quelli che fanno questo errore sono proprio i grandi giornali nazionali) aprono la loro prima pagina con la notizia, spesso politica, che era già stata data con grande evidenza dai Tg della sera precedente.

In tal modo, il lettore che prende in mano questi quotidiani ha, primo, la sensazione di leggere il giornale del giorno precedente (perché rilegge le notizie che sa già) e, secondo, non nota la differenza fra un quotidiano e l’altro.

Quindi i quotidiani nazionali del futuro (anche se, per il bene dei giornali, mi augurerei che fossero quelli di domani mattina) dovrebbero essere diversi dai Tg e dovrebbero anche essere fra di loro alternativi.

Dovrebbero scegliere meglio gli argomenti, gerarchicizzarli in modo alternativo più evidente, scegliere nuovi approcci, scrivere pezzi più brevi, corredare i fatti con opinioni secche, autorevoli e immediatamente comprensibili. E soprattutto dovrebbero avere meno pagine. I quotidiani obesi, infatti, respingono i lettori perché li fanno sentire in colpa di non aver letto tutto l’interessante o l’utile che viene loro proposto.

Più facile è la reazione all’accelerazione da web, da parte dei quotidiani locali che, per definizione, essendo focalizzati sulle diverse realtà locali, sfuggono più facilmente alla morsa della ripetizione compulsiva dei titoli dei Tg.

La rivoluzione da web, accanto alla necessità di una rivisitazione strutturale dei media pre-esistenti a Internet, comporta anche altri effetti.

Il primo effetto, è che l’accesso ai media è stato, come si dice, democraticizzato. Io però, senza scomodare inutilmente la democrazia, che ha dell’altro da fare, preferirei dire che l’accesso ai media è stato popolarizzato. Prima di Internet e delle opportunità elettroniche ad esso connesse o contemporanee, che hanno rivoluzionato anche le procedure tipografiche, per poter produrre un quotidiano (per piccolo e locale che esso fosse) ci volevano risorse economiche molto importanti.

Bisognava disporre di un reparto di composizione, fare affidamento su una rotativa, stipulare onerosi abbonamenti alle agenzie. Adesso invece, per editare un quotidiano, se ci si limita all’edizione elettronica, basta un pc e qualche modesta attrezzatura. E se ci si vuol inoltrare nella stampa, basta, in aggiunta al poco che è stato indicato, un contratto con una tipografia limitatamente alle copie prodotte.

Il secondo effetto è che i media hanno perso i loro confini tradizionali. Un’edizione giornalistica on line può trasformarsi, con aggiunte o meno, in un giornale scritto.

E viceversa. Una radio può alimentare un giornale on line (e viceversa). Una tv può arricchire un giornale on line. E viceversa. Siamo tutti, insomma, sulla grande giostra della comunicazione contemporanea cioè, per dirla con altri termini, siamo nel mondo della multimedialità. Un mondo nel quale i vari media coabitano fra di loro, esaltando, ognuno, le sue specificità. Un mondo con una soglia di accesso poco costosa. Nel quale quindi gli operatori (professionali o dilettanti) si moltiplicano. Un mondo nel quale le risposte su misura, adatte anche a nicchie molto ristrette di utenti, possono essere predisposte ed economicamente sostenibili. La proliferazione dei siti non è una palese dimostrazione.

Naturalmente il mondo della multimedialità è anche un mondo cacofonico.

Potendosi esprimere in tanti (dato che, come abbiamo visto, la soglia economica per potersi guadagnare il diritto di tribuna è molto basso) il rischio, anzi la certezza, che sta sotto gli occhi di tutti, è la confusione. Dalla quale ci si salva (la tecnologia crea dei problemi ma anche li risolve; basta pagarla) con il ricorso ai motori di ricerca, che sono sempre più puntuali, esaustivi e mirati. Una cosa però è certa.

Oggi, accedere ai media, è molto più facile che in passato. Un tempo, infatti, gli imbuti nei quali ci si doveva strizzare per poter interloquire con l’opinione pubblica attraverso i media tradizionali erano pochissimi e, spesso, già occupati, da altri operatori più introdotti o da altri interessi più corposi e quindi più idonei e difendersi.

Con la moltiplicazione del numero dei media, resa possibile dalla riduzione dell’altezza della soglia di ingresso, sono aumentate le possibilità di far conoscere le proprie ragioni. Oggi, infatti, non mancano i media.

Ciò che mancano, semmai, sono coloro che sono disposti a leggere o ad ascoltare o a vedere i vecchi e i nuovi media. Ad esempio, sull’edizione Internet del “Wall street journal” che è il quotidiano economico americano che ha, via web, un milione di abbonati a pagamento, che generano più introiti che non con la carta stampata, è stato rilevato che la stragrande maggioranza di essi, legge solo il titolo e il sommario dei vari servizi.

Da qui discende la necessità e l’accortezza, ad esempio, di scrivere poco e in modo efficace, entrando subito nel merito della questione, senza introduzioni di sorta ed esprimendosi in un italiano semplice, diretto, contemporaneo e non involuto. Cioè giusto l’opposto di ciò che ci hanno fatto imparare al liceo.

*Dice di sé.
Pierluigi Magnaschi, piacentino di nascita, milanese di adozione, apolide di testa, è stato costretto dalle circostanze ad organizzare il lavoro degli altri: redattore capo di “Tempo illustrato”, direttore de “La Discussione”, condirettore de “il Giorno”, vicedirettore de “La Notte”, direttore della “Domenica del Corriere”, di “Italia Oggi”, di “Milano Finanza” e infine, per sette anni, dell’“Ansa”. Ora è vicepresidente operativo di “ClassEditori” e docente al master di Giornalismo della Luiss. E può così dedicarsi alla scrittura, che gli piace tanto.

RICHARD DAVID BACH

 

Può forse una distanza materiale separarci

davvero dagli amici? Se desideri essere accanto

a qualcuno che ami, non ci sei forse già?

(Da “Nessun luogo è lontano”, 1976)

Giuliano Crisalli - Achtung bambini

In Qatar, un paese ricco dove tutto dovrebbe essere sotto controllo, con i giacimenti di petrolio che rendono miliardi di dollari, dilaga un particolare sfruttamento dei bambini, legato alle popolari corse dei cammelli (1)

Giuliano Crisalli*

L’Asia si racconta

Dall’Africa all’Asia, il tragitto è lungo solo apparentemente. Siamo già a Jalabad in Afghanistan per ascoltare un dodicenne. Le lingue sono diverse, ma il tono della voce è sempre lo stesso: “Mi ha rapito un gruppo di donne. Abbiamo viaggiato a lungo, prima in auto e poi a piedi sulle montagne del Laghman. Non sapevo cosa volessero, avevo paura. Un giorno mi hanno lasciato solo in una stanza con la porta aperta e sono fuggito. Ho camminato per due settimane. Finalmente sono tornato a casa”. A Regshamarkh, uno dei quartieri di Jalabad. Volevano venderlo ai banditi.

Non è andata altrettanto bene a due tredicenni. I loro corpi martoriati sono stati ritrovati in una capanna abbandonata nel villaggio di Barbat, tre chilometri dal capoluogo. “Erano privi di reni e cuore. Organi rubati, non si sa se venduti al miglior offerente sul libero mercato degli organi, oppure già commissionati da un cliente”, spiegano Nakib Achmad e Kaez Fazli, studenti di scienze politiche all’università locale (informazioni tratte da un articolo di Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della Sera”.

C’è di peggio. Si racconta di bambini assassinati i cui corpi squarciati sono stati riempiti di pacchetti di droga e trasportati, con finti funerali, a Peshawar, in Pakistan. Queste “notizie” ci portano ad approfondire anche ciò che accade in Afghanistan, dove “la situazione politica e la destabilizzazione generale vedono il fenomeno del traffico dei minori maggiormente radicato nelle cosiddette zone tribali lungo il Pakistan e tra le montagne che guardano a Oriente”, lo sostiene Hezrat Alì, capo della polizia afghana a Jalabad. Sa quello che dice. A una trentina di chilometri in linea d’aria si trovano le colline di Tora Bora, l’ultima fortezza di Al Qaida, da dove le truppe di molti Paesi alleati hanno inutilmente cercato di snidare Osama Bin Laden.

L’intera provincia resta sempre in balia della guerriglia: qui criminalità comune e terrorismo islamico si dimostrano pericolosamente congiunti. Quanti bambini sono scomparsi? Il ministero dell’Interno di Kabul, nel 2004, denunciava la sparizione di 200 bambini nei 12 mesi precedenti. Secondo l’Unicef sarebbero stati 300. Ma sono cifre imprecise, con quello che sta accadendo. Gli strateghi la definiscono “evoluzione”, noi continuiamo a chiamarlo “ignobile massacro”. Sono le vittime sacrificali. Nel mese di novembre 2007 sempre in Afghanistan, a Baghlan, c’è stato il peggior attentato nella storia del Paese: 75 vittime di cui 59 bambini, allievi di una scuola (non molto tempo dopo, in seguito ad un bombardamento aereo su un presunto villaggio di talebani, furono spazzati via altri 50 piccoli innocenti).

L’attentato suicida, che nessuno ha rivendicato, ha ucciso anche cinque insegnanti e sei deputati del Parlamento, in una zona relativamente tranquilla del Paese, a nord di Kabul. Il kamikaze si è fatto saltare in aria in mezzo alle scolaresche che dovevano dare il benvenuto ai diciotto membri del Parlamento arrivati a Kabul per l’inaugurazione di uno zuccherificio. L’esplosione violentissima è avvenuta mentre un bambino stava consegnando un mazzo di fiori a un deputato. Numerosi piccoli sanguinanti sono stati ricoverati in condizioni molto gravi con emorragie interne. Alcune famiglie hanno recuperato i corpi dei loro bambini morti dal luogo dell’esplosione senza avvisare le autorità, per cui il bilancio delle vittime potrebbe essere stato ancora più alto.

In Afghanistan il rapimento dei bambini, spesso anche molto piccoli, è un fenomeno antico. “Merce” destinata ad alimentare il mercato internazionale della pedofilia, il traffico di organi e a soddisfare una domanda molto particolare: quella dei “fantini super leggeri” destinati alle gare di cammelli negli Emirati arabi. “È quest’ultima una tradizione diffusa tra i paesi del Golfo” (gli Emirati arabi avrebbero proibito, nel 2007, le corse con i bimbi fantino. Sono in pochi a crederlo), spiega un funzionario della Croce rossa internazionale. Ma parlarne in pubblico è proibito perché ci troviamo in Qatar, un paese ricco dove tutto dovrebbe essere sotto controllo, senza scandali ed ingiustizie.

Qui, con i giacimenti di petrolio che rendono miliardi di dollari, sfruttano i bambini perché vanno di moda le corse dei cammelli. Logico che per far correre un cammello, per rendere milionarie le giocate milionarie ci vuole un bravo fantino. Facile trovarlo tra i bambini che arrivano dai Paesi poveri: India, Pakistan, Bangladesh. Un vero e proprio traffico, come racconta Alessandro Grandi su “Peace reporter”. I bambini-fantini vengono alimentati in modo particolare, perché il loro peso non deve aumentare: a vederli dimostrano, pur avendo 10-12 anni, la metà della loro età.

In base alle leggi, regolamenti, circolari, rapporti, comunicazioni internazionali, eccetera, eccetera dovrebbero essere salvaguardati i diritti del fanciullo (Convenzioni numero 29 sul lavoro forzato, 138 sull’età minima e 182 sulle forme peggiori di lavoro minorile), ma nel Qatar non ci fanno caso. Si divertono, eccome, ad assistere alle corse; chi monta i cammelli non ha poi tanta importanza, ciò che conta è che non protesti, che non abbia fame e che… vinca le gare, o per lo meno ce la metta tutta (peso e fame compresi) per vincerle.

C’è, naturalmente, chi è più “fortunato” e grazie a sua maestà d’Arabia saudita non viene frustato “come meriterebbe”. È bastato un grazioso gesto di clemenza del custode delle due sacre moschee, per chiudere il caso di una ragazzina di Qatif che, stuprata da sette uomini, aveva osato denunciare la banda, guadagnandosi, per questo motivo, una condanna alla prigione e alle frustate. La ragazza deve ringraziare re Abdullah d’Arabia ed essergli eternamente riconoscente. Il sovrano magnanimo, ha annullato, con decreto, la condanna a sei mesi di carcere e a duecento frustate che le era stata inflitta da un tribunale d’appello nel novembre del 2006.

La storia di questa giovane ha fatto il giro del mondo. Sorpresa da sette uomini (sunniti) in auto con un ex fidanzato, era stata rapita, picchiata e stuprata ripetute volte. La ragazza, aiutata dal celebre avvocato e difensore dei diritti umani Abdel-Rahman Al Lahim, aveva denunciato la gang. E dopo la prima sentenza aveva anche fatto appello, contro la pena troppo lieve inflitta ai sette violentatori (da dieci mesi a cinque anni) e contro le novanta frustate a cui lei stessa era stata condannata perché rea di “khalwa”, ovvero promiscuità, cioè la “vicinanza” con un ragazzo (l’ex fidanzato) estraneo alla sua famiglia.

L’appello le era stato costato molto caro, una punizione esemplare: le frustate erano diventate duecento, s’era aggiunto il carcere (anche se solo sulla carta). E questo perché “promiscua”, ma soprattutto perché aveva osato spifferare tutto ai media, anziché tacere come è norma in Arabia (e non solo). Pure l’avvocato Al Lahim aveva pagato: ritiro della licenza, deferimento ad una commissione disciplinare. Ma anche questa volta, la ragazza e l’avvocato avevano parlato, annunciando un altro ricorso e trovato sostegno a Washington e Bruxelles. Poi è intervenuto il re. Speriamo non per la prima ed unica volta.

(1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio dal libro “Achtung bambini – Reportage dal mondo dell’infanzia rubata”, di Giuliano Crisalli (Redazione editore, 2009). Riproduzione riservata.

*Dice di sé.
Giuliano Crisalli. Genovese, come inviato speciale del “Secolo XIX” ha descritto i principali eventi degli anni ??60 e ??70 in Italia e nel resto del mondo. Nel 1982, sempre come inviato speciale, ha seguito a Roma Michele Tito al quotidiano economico “Il globo”. In seguito ha diretto il “Corriere del giorno” di Taranto. Nella sua lunga carriera ha collaborato tra l’altro con “Il Messaggero” e la rivista “Itinerari”. Negli ultimi anni ha assunto la direzione del “Medico d’Italia” e successivamente quella del “Giornale della previdenza dei medici e degli odontoiatri”, il più diffuso mensile dell’area medica. Per Redazione editore ha pubblicato la biografia “Eolo Parodi, vita da medico”.

ELIZABETH BARRETT BROWNINGLe mie lettere! Carta morta, bianca, muta! Ma vive e vibranti trale mani che trepide stanotte il nastro sciolgono lasciandole caderegiù, sulle ginocchia. Questa dice:- un tempo lui desiderò

avermi per amica; qui fissava un giorno in primavera,

per venire a toccarmi la mano. Un nulla, ma io piansi.

(Da “Lettere a Robert Browning”, 1845)

 



FEDERICO GARCIA LORCA
Nella mattina verde, volevo essere cuore. Cuore.
E nella sera matura volevo essere usignolo. Usignolo.(Da “Canzoncina del primo desiderio”)
INTERVISTE Mariano Sabatini - Cesare Lanza. Il giorno in cui Montanelli mi confidò la rottura con il Corriere

Aneddoti, curiosità e ricordi nell’intervista integrale rilasciata dal nostro direttore a Mariano Sabatini. In “Ci metto la firma!” un resoconto sugli anni della gavetta di prestigiose firme del giornalismo italiano (1)

Mariano Sabatini

Da “Buona domenica” alla “Talpa”, dal “Festival di Sanremo” a “Domenica in”: molta televisione popolare degli ultimi anni – criticata per le scivolate trash, ma seguita da orde di telespettatori – è firmata da Cesare Lanza, giornalista di lungo e fortunato corso.

 

Perché decise di diventare giornalista?

 

“Non ho mai avuto altro in mente per il mio futuro. Ricordo che da bambino, alle scuole elementari, mio padre portava in casa un solo giornale, sportivo: “Tuttosport”. Io m’inventavo un campionato di calcio con risultati diversi, scrivevo i resoconti e disegnavo i portieri, che erano battuti dagli attaccanti oppure si opponevano con fantastiche parate”.

 

Qual è stata la sua gavetta?

 

“Gavetta precoce e tormentata. Pubblicai il primo articolo nel 1956, a quattordici anni, sul “Corriere mercantile” di Genova. Scrissi una lettera, emozionato per ciò che avevo visto al telegiornale: l’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Il capocronista la lesse e la pubblicò come se fosse un articolo. Poi mi invitò in redazione, che all’epoca si trovava a fianco della scuola che frequentavo: ero in quarta ginnasio, nel liceo Doria di piazza della Vittoria. Mi assegnarono qualche piccola cronaca da svolgere. Purtroppo non ricordo il nome di quel giornalista, mi sembra Giorgio Striglia. Se mi sbaglio, chiedo scusa.

La gavetta continuò al “Nuovo cittadino”, un quotidiano cattolico di Genova diretto da un prete molto simpatico, monsignor Luigi Andrianopoli. Ma l’evento decisivo fu un’altra lettera che indirizzai al direttore di “Tuttosport”, Antonio Ghirelli. Una lettera ricca di critiche e di osservazioni: Antonio, anziché offendersi, mi affidò le prime interviste e mi pubblicò con incredibile rilievo. Avevo diciassette anni.

Il guaio fu che mio padre, funzionario di banca, desiderava tutt’altro destino, per me: un posto in banca, come il suo. Era un padre molto severo, si oppose ai miei sogni con tutte le sue forze. Dopo un duro scontro, scappai di casa: vissi per due mesi, nel 1959, in una camera in affitto nei quartieri malfamati di Genova, a Prè. Lasciai la scuola, mi guadagnavo da vivere andando porta a porta a vendere bibbie. Due mesi intensi che mi aiutarono a crescere.

A dicembre prima di Natale mia madre scongiurò un suo fratello, che viveva e lavorava a Cosenza, come assicuratore, di venire a Genova, prelevarmi e portarmi con sé. E così fu. Uno zio splendido. Tornai a scuola, al liceo Bernardino Telesio, e continuai a fare il giornalista: ero il vice di Gino Sesti, corrispondente de “Il Tempo”, avevamo una o due pagine da riempire ogni giorno. Per due/tre anni scrissi qualsiasi cosa: non ricordo quante volte, arrivando sui luoghi dei morti ammazzati prima della polizia, chiusi gli occhi a cadaveri d’ogni tipo.

Così, come tanti, sono convinto che se cominci con la cronaca nera, in seguito, puoi affrontare qualsiasi esame. Fu una stagione indimenticabile per me: avevo ottenuto dal preside del liceo l’autorizzazione ad entrare a scuola, e uscire, quando volevo. Per alcuni compagni ero un mito, da altri ero contestato e odiato. Poi tornai a Genova, scrissi ancora per “Tuttosport” e successivamente per la “Gazzetta dello sport”, a fianco di un bravo giornalista e caro amico, ora scomparso, Piero Dardanello. Scrivevo anche per una famosa rivista, “Nord e Sud”, diretta da Francesco Compagna. Non ero particolarmente attirato dal giornalismo sportivo, ma cercavo un posto sicuro, affidabile. E, finalmente, nel ‘65, Ghirelli mi assunse a Roma: era diventato direttore del “Corriere dello Sport”. Assunto per modo di dire: ero, come si diceva allora, un abusivo. Stabile, con uno stipendio fisso, ma abusivo!”.

 

Il suo primo giorno in redazione?

 

“Lascio perdere le esperienze, pur importanti e straordinarie, negli uffici di corrispondenza de “Il Tempo”, a Cosenza, e della “Gazzetta dello sport”, a Genova. La mia vera e prima vita di redazione cominciò al “Corriere dello Sport”, nel ruolo di abusivo, come ho detto: una figura ora impensabile, tollerata dai sindacati, certo non agguerriti come oggi. Così si diventava giornalisti all’epoca. Dopo un tirocinio svolto abusivamente: guadagnavo 96mila lire al mese (era il 1965), mi sposai con una ragazza di Cosenza e pagavamo 45mila lire la pigione di un appartamento sulla Cristoforo Colombo, che si affacciava sulla ferrovia. Difficile arrivare alla fine del mese, condivisi la fame con un amico del cuore, anche lui abusivo: Franco Recanatesi. Ci aiutavamo con reciproci prestiti e soprattutto eravamo campioni al poker, con partite dopo la chiusura del giornale, a volte fino all’alba. Tra i giocatori Giorgio Tosatti, il caporedattore, un orso buono. Perdente, s’irritava e reagiva con urla devastanti. Ma noi riuscivamo così a guadagnarci la pagnotta.

Il primo giorno? L’emozione fu imparare a disegnare la pagina, preparare un menabò, subito, senza tante chiacchiere, sotto la guida di Gastone Alecci, confezionare i titoli e infine scendere in tipografia, per impaginare, chiudere la bozza… Mi vengono i brividi per la nostalgia!”.

 

Quali erano o sono gli aspetti piacevoli della vita di un giornalista?

 

“Se si ha una certa vocazione, come io credo di avere sempre avuto, non c’è gioia migliore di poter fare il lavoro che ti piace e che sognavi. Un piacere retribuito… Poi, c’è la possibilità di toglierti curiosità di ogni genere, seguendo l’attualità più diversa: una squadra di calcio, un delitto, un incidente aereo, una truffa volgare o da colletti bianchi, uno sciopero, un amore scandaloso, un intrigo politico o economico, insomma qualsiasi cosa… Però, sono convinto che sia indispensabile avere un pur minimo successo, per alimentare di continuo non solo voglia e ambizione, ma anche nuove scoperte: in caso contrario il rischio è di diventare impiegati, burocrati…”.

Quelli insopportabili?

 

“Non vedo aspetti insopportabili. Se c’è la vocazione, la mancanza di orari precisi, la fame, le difficoltà economiche iniziali, le sregolatezze, ecc… non si avvertono come sacrifici”.

 

Le difficoltà che ha incontrato?

 

“Ho avuto una carriera atipica: un successo precoce. Arrivai giovanissimo al vertice di giornali importanti: prima vicedirettore del “Secolo XIX” di Genova a trent’anni, e il direttore era il simpaticissimo editore Sandrino Perrone che non veniva mai a Genova perché impegnato a Roma, come editore e direttore del “Messaggero”, a difendere la sua posizione dall’assalto di Edilio Rusconi e Luigi Barzini junior.

Poi, nel ‘76, a trentaquattro anni, direttore del “Corriere d’Informazione”, l’edizione pomeridiana del “Corriere della Sera”. In poche parole, diventai direttore quasi subito e perciò ho avuto due soli, grandi direttori: Antonio Ghirelli e Piero Ottone. Poi il destino e le opportunità mi obbligarono a cavarmela da solo. Mi sarebbe piaciuto crescere alla scuola di altri grandi giornalisti, come Indro Montanelli, Enzo Biagi, Eugenio Scalfari”.

 

Quella dei giornalisti può definirsi una “casta stampata”?

 

“Purtroppo, sì. Per i privilegi e per il potere, per la compattezza che assumono, corporativamente, quando sono insidiati da qualsiasi estraneo. Pochi anni fa, quando ero autore di Paolo Bonolis in tivù, lo scongiurai di non accettare la proposta di condurre su Canale 5 il programma “Serie A”, con le partite di calcio per la prima volta passate dalla Rai a Mediaset. Paolo si illudeva di portare la sua anima brillante, aggiungere un pizzico di divertimento e di ironia alla sintesi delle partite. “Conosco bene i giornalisti sportivi” gli dicevo invano. “Avremo mille ostacoli e ci faranno a fettine. Li manderai a quel paese, in poco tempo.” E così fu. Paolo, indignato e scazzato, se ne andò una sera, di colpo”.

 

Lei ha mai fatto una marketta?

 

“Se per marketta si intende trattare bene un amico e guardare più bonariamente personaggi ed eventi che ci piacciono e ci intrigano, certamente sì. Come tutti, oserei dire, i giornalisti grandi e piccoli. Ma se si allude a un corrispettivo come scambio, certamente no: anche in questo caso, come tutti o quasi”.

 

Whisky, sigari, sregolatezze… il cinema ha esagerato nel raccontare il giornalismo?

 

“Assolutamente no. Oggi il giornalismo è cambiato, ma al mio esordio le cose funzionavano così. Aggiungi le partite a carta, le scommesse…”.

 

Com’è la sua giornata lavorativa?

 

“Quando facevo il giornalista, ebbi l’onore di dirigere due giornali della sera, “Il Corriere d’Informazione” e “La Notte” – il che significava alzarsi all’alba, alle cinque, e cominciare prima delle sei. Per fortuna ho sempre dormito poco e non sentivo la necessità di recuperare. Nei giornali del mattino, da direttore, una volta chiusa la prima pagina in tipografia, andavo a cena con redattori o amici e, spesso, al casinò – da Genova a Sanremo, da Milano a Campione. E si facevano le ore piccole, si tornava all’alba!”.

 

Quanti giornali legge?

 

“Leggere è una parolona. Ne sfoglio dieci o dodici. Leggo gli articoli che mi interessano di “Repubblica”, “Corriere della sera”, “Stampa”, “Messaggero”, “Libero”, “Il Foglio”, “Il Giornale”, “Il Messaggero”. Non dimentico le mie origini sportive e quindi do un’occhiata ai titoli e ai pezzi più intriganti dei tre sportivi. Però cerco le cose più interessanti anche sul “Sole 24 Ore”, i settimanali, qualche giornale regionale se mi capita, in primis il mio vecchio “Secolo XIX”.

 

Dove le piace scrivere?

 

“Scrivo sempre più raramente. Qualche anno fa, interviste e rubriche, contemporaneamente o quasi, su “Il Giornale”, “Panorama”, “Libero”, “Il Messaggero”, “Capital” e il magazine del “Corriere della sera”. Poi, un po’ per il lavoro televisivo e un po’ per qualche diversità di vedute, sono uscito da quasi tutto”.

 

Chi è il suo maestro?

 

“Il primo maestro fu Antonio Ghirelli: m’insegnò a titolare, impaginare, ad essere chiaro e diretto nel linguaggio, ad essere ironico, malizioso, tollerante. Umano. Poi ebbi come direttore Piero Ottone: giornalista di radice anglosassone, asciutto, essenziale, privo di fronzoli. Tutti e due mi hanno insegnato a dirigere, a farsi rispettare da un gruppo di lavoro sempre molto difficile, nei giornali. In particolare la lezione arrivò da Piero: ero il più giovane, al “Secolo XIX” e credo che Ottone mi scelse come suo caporedattore proprio per l’età e per la grinta, in contrapposizione ai giornalisti più vecchi – che lo contestavano o facevano fronda, semplicemente perché abituati a un giornalismo più convenzionale”.

 

I suoi errori più gravi agli esordi?

 

“Una determinazione, una sfrontatezza, un decisionismo rapido e brusco – che poteva essere scambiato per arroganza o forse era proprio un comportamento arrogante, presuntuoso. Peraltro, come amo definirmi con chi lavora con me, mi considero un “ottimizzatore” del tempo, il vero patrimonio che abbiamo tutti in mano: solo da noi dipende l’uso che ne faremo. Detesto chiacchiere e perdite di tempo prezioso”.

 

La sua prima soddisfazione?

 

“Al “Corriere dello sport”, un’intervista a Pier Paolo Pasolini, affidatami da Antonio Ghirelli. La soddisfazione: fu la prima volta che un giornale sportivo diede grande rilievo a un personaggio non sportivo (e per di più, Pasolini!). E nell’intervista c’erano anche riflessioni mordaci di Pasolini, sul giornalismo sportivo e su vizi e vezzi del calcio giocato, di cui peraltro lo scrittore/poeta era appassionato (ricordo una bella partita con lui, sotto una pioggia battente).”

 

Bisogna ricercare lo scoop a tutti i costi?

 

“Per carità. Si rischierebbe di prendere scivoloni, capitomboli pazzeschi”.

 

Lo scoop di cui va fiero?

 

“Scrissi per “Il Mondo” l’intervista a Indro Montanelli, che contestava la linea sinistrorsa del “Corriere della sera” e parlava pesantemente di Piero Ottone e della proprietaria, Giulia Maria Crespi. Fu uno scoop casuale. Indro era avvelenato e si sfogò: alla fine mi disse che era convinto che il pezzo finisse sul “Secolo XIX”, di cui ero vicedirettore. Quando gli dissi che sarebbe apparso sul “Mondo”, dunque con rilevanza nazionale, ebbe un attimo d’incertezza e poi mi disse (che personaggio straordinario!) di non cambiare una sola virgola.

Ci fu una tempesta, a mio parere pilotata, e Ottone prese la palla al balzo per licenziare Montanelli dal Corriere perché aveva annunciato la sua intenzione di fondare un giornale (che poi sarebbe stato “Il Giornale”) come anti-Corriere. Un bruttissimo episodio nella storia del giornalismo italiano. Montanelli, in seguito, quando ci incontravamo, mi definiva “la levatrice” della sua leggendaria impresa, il successo del Giornale – che nelle intenzioni doveva essere un forte giornale lombardo e subito diventò un quotidiano di opinione a diffusione nazionale.”

 

I più grandi colleghi del passato?

 

“Nella carta stampata Montanelli: un mito, per tutti. In televisione, citerei i primi a capire l’importanza del video – e questo assegna loro un primato: Sergio Zavoli, Piero Angela, Arrigo Levi, Maurizio Costanzo…”.

 

E oggi a chi va la sua stima?

 

“A Giuliano Ferrara, un dio della scrittura, e a Vittorio Feltri, un dio della polemica: anche se di recente, dopo anni di sincera e leale amicizia, ha consentito che mi venisse inflitto uno sgarbo immeritato. Una grande amarezza. Tra i più giovani, i miei allievi Ferruccio de Bortoli e Gian Antonio Stella, che ebbi il piacere di assumere all’Informazione, quando erano ragazzi. Mio allievo, il più versatile, fu anche Massimo Donelli, che da un paio di anni ha lasciato il giornalismo e dirige Canale 5. Per il giornalismo televisivo, due nomi: Clemente J. Mimun ed Enrico Mentana”.

 

E la sua disistima?

 

“Per i giornalisti sportivi che hanno aggredito, impuniti e volgarmente, con parole ed espressioni indegne Paolo Bonolis: il direttore dei servizi sportivi Ettore Rognoni (da Bonolis ribattezzato come “Er penombra”), Paolo Liguori e Piccinini. Anche Giampiero Mughini, che però è un intellettuale: gli si possono perdonare gli eccessi dialettici”.

 

Come si diventa una “firma”?

 

“Con la specializzazione, scrivendo più o meno degli stessi argomenti, e facendo meglio dei concorrenti”.

 

Agevola andare nei talk show, un tanto a gettone?

 

“Per la notorietà sì. Per il prestito e per l’immagine, proprio no”.

 

Per scrivere un pezzo, lei come lavora?

 

“La televisione e la musica mi fanno compagnia, non mi piace lavorare nel silenzio. Se si tratta di un’opinione, sono abbastanza rapido. Per buttar giù un’intervista, dipende da come ho raccolto gli appunti: spesso sono confusi, il disordine è il mio problema, lavoro secondo un vecchio stile, solo appunti, nessuna registrazione”.

 

Fa molte ricerche e dove?

 

“Una volta avevo un archivio cartaceo formidabile, lo curavo per mezze giornate. Oggi, personalmente, non faccio ricerche. All’occorrenza ho un manipolo di collaboratrici bravissime a navigare in Internet”.

 

Quello dell’inviato è ancora una figura mitica?

 

“Da trent’anni sostengo una tesi impopolare: nessun inviato. Trent’anni fa non c’era Internet, ma bastavano le agenzie e la televisione a sommergerci di materiale. Facciamo un esempio: le Olimpiadi. Anziché un inviato (che costa un’enormità, anche per la trasferta) un bravo redattore, capace di seguire agenzie e tivù e a trarre il meglio, per qualsiasi tipo di pezzo. Del resto l’inviato fa lo stesso, a migliaia di chilometri di distanza: difficilmente ha il tempo, la possibilità, l’opportunità di avvicinare da solo i protagonisti. E dunque? Se si deve lavorare sulle agenzie, meglio farlo in redazione: si risparmia tempo e denaro e si hanno pezzi più completi, senza l’angoscia dell’orario per il pezzo dell’inviato che, quasi sempre, arriva tardi, in condizioni precarie”.

Perché non si fanno quasi più inchieste?

 

“Lo sappiamo benissimo: i giornali e le televisioni non dipendono più da “editori puri”, senza altri interessi preminenti, ma da banche, finanzieri, imprenditori, politici, ecclesiastici, costruttori, avventurieri… con le mani in pasta in interessi d’ogni tipo. Se si fa un’inchiesta seria, si toccano e si urtano questi interessi. Così, meglio rinunciare alle inchieste. Il giornalismo d’evasione, che punta sulle battute di personaggi dello show-system, nasce da questa esigenza voluttuosa”.

 

L’inchiesta o il pezzo di cui va più fiero?

 

“Una volta Antonio Ghirelli, diventato direttore dell’“Avanti” in età senile, mi affidò un’inchiesta sulla Fiat: una quindicina di pezzi, sotto ogni aspetto. L’Avanti, organo del partito sota, aveva una scarsa diffusione. Ma c’era un grosso problema politico: Bettino Craxi era capo del governo e aveva nel mirino la Fiat, per motivi politici. Io ero amico di Bettino, ma pensavo anche che la Fiat non meritasse aggressioni. Ed ero allievo di Ghirelli e non volevo fare brutte figure. Non fu facile. Di pezzo in pezzo ero attaccato dai soti vicini a Craxi o da Bettino – o dai dirigenti della Fiat. Però nessuno riuscì a contestarmi, concretamente, imprecisioni o sviste o errori… Alla fine Ghirelli mi elogiò e sia Bettino sia i vertici Fiat mi concessero il loro apprezzamento. Un miracolo, più o meno”.

 

Quando un articolo può dirsi perfetto?

 

“Mai. Com’è umano e niente è perfetto, neanche al di fuori del giornalismo. Si può sempre migliorare”.

 

E un’intervista?

 

“È un po’ diverso. Un’intervista vera, infatti, dovrebbe partire da una diffusa curiosità, da una domanda che aspetta una risposta su un argomento preciso: è vero che farai cadere il governo? È vero che lascerai la panchina della Roma per trasferirti alla Juventus? È vero che lascerai tuo marito perché ami un altro?…(Oppure, per quanto riguarda quella mia intervista a Montanelli: è vero che non ne puoi più del Corriere, vuoi uscire e fondare un giornale concorrente?), e così via. Se si riesce a indurre l’intervistato a rispondere alla domanda-base, e a spiegare il perché, l’intervista, se non perfetta, può dirsi soddisfacente”.

 

L’obiettività esiste?

 

“Assolutamente no. Ma si può tentare di perseguirla: con coraggio e in buona fede, e soprattutto con modestia – il che vuol dire senza lasciarsi trascinare dalle proprie opinioni o, peggio, prevenzioni”.

 

Meglio un Pulitzer o la stima dei lettori?

 

“Il Pulitzer passa, la stima dei lettori resta”.

 

Le è capitato di non riuscire, come si dice, a portare a casa il “pezzo”?

 

“No. Qualcosa si deve portare a casa, sempre. È la responsabilità del buon padre di famiglia: deve portare a casa qualcosa da mangiare. Anche solo pane e acqua, ma qualcosa è indispensabile; meglio se c’è una bistecca (come definisco io uno scoop). Ma almeno un pezzo di pane è doveroso portarlo. Da direttore, su questo punto ero inflessibile: mai arrendersi!

Di recente ho avuto una delusione. Per “Buona domenica” ho inviato a Gravina una persona giovane (non cito il nome perché, spero, una rondine non fa primavera) con l’incarico di portarmi una cosa “nostra”, esclusiva, nel quadro della tragedia dei due fratellini precipitati e morti nella casa abbandonata. Ebbene, questa persona arriva a Gravina in auto a mezzogiorno e la sera, alle venti, mi telefona, è già in autostrada, dice di aver provato ogni pista (!) e di non aver trovato niente di niente. Ma come si fa? Il fegato stava per scoppiarmi. I giornalisti della mia generazione sarebbero morti piuttosto che tornare a mani vuote e tornare tanto presto!”.

 

I fatti sempre separati dalle opinioni?

 

“Si deve provare, è fondamentale. Per rispetto della chiarezza e dei lettori, che hanno diritto di essere informati per bene, prima di passare a un commento”.

 

Chi, dove, come, quando e perché… quale domanda aggiunge?

 

“Sono più che sufficienti. Magari si riuscisse a rispondere a tutte e cinque le domande, sempre e con compiutezza”.
Come sceglie l’attacco?

 

“Secondo i casi: le prime righe devono comunque indurre il lettore ad andare avanti, quindi sono fondamentali!”.

 

Giornalisti – cani da guardia del potere: è sempre meno vero?

 

“No, è sempre vero”.

 

S’impara meglio iniziando dalla cronaca nera?

 

“L’ho già detto. È fondamentale per due aspetti: è un mestiere difficile, a contatto con poliziotti, delinquenti, assassini, vittime, orribili eventi; e poi insegna a fissare la priorità dei fondamentali “chi, dove, come, quando e perché”, i luoghi, i nomi, le ore, le modalità… Di più: è importante usare anche un linguaggio chiaro, accessibile a tutti”.

 

Le doti caratteriali o psicologiche di un buon giornalista?

 

“La curiosità, innanzitutto. Non si può essere bravi giornalisti, se non si è curiosi. Poi, la capacità di porsi e porre domande ardite, sgradevoli”.

 

L’aggressività serve?

 

“Può essere controproducente”.

 

La tenacia?

 

“ È sufficiente per arrivare al traguardo”.

 

La curiosità?

 

“Come detto, fondamentale. Addirittura, in un reporter, può essere l’unica vera qualità: avere curiosità su tutto, e non arrendersi fino a quando non si è riusciti (o almeno tentato) di rispondere a tutte le curiosità”.

 

L’agenda (i numeri, i contatti…) serve?

 

“Certo. Essenziale! Come ti muovi, se non hai riferimenti affidabili, riservati, confidenziali?”.

Al giornalismo ha dato più Truman Capote o Oriana Fallaci?

 

“Truman Capote. Ho regalato decine di copie del suo libro “A sangue freddo” a giovani aspiranti giornalisti. Un capolavoro. Come ricostruire un terribile, insolito delitto con cura estrema per i particolari…e questo si può insegnare e imparare… e con una eccezionale capacità di scrittura…e questa è una vocazione, un dono di natura, ma si può migliorare”.

 

Di quali oggetti (pc, rubriche, taccuini) non sa fare a meno?

 

“Taccuini, notes… li adoro: una mezzora in cartoleria per me è una gioia rasserenante!

Ho bisogno di una biro particolare (“Tratto pen”, se si può citare), se no mi sento nudo. E il bello è che colleziono penne stilografiche, ma non le uso quasi mai. Quanto al computer, a casa non posso farne a meno”.

 

È più utile saper scrivere o avere fiuto per le notizie?

 

“Fiuto, a meno di non fare il parassita. Un altro ha il fiuto, e tu riconosci la notizia e sai scriverla. Confesso che ci fu una mia breve stagione parassitaria: a Torino, come reporter al seguito della Juventus, quando ero giovanissimo. I cronisti ai campi di allenamento erano intimoriti dai dirigenti della Juventus e dai metodi spicci di Heriberto Herrera. C’era un grande giornalista, Vladimiro Caminiti, che sapeva tutto e capiva tutto. Eravamo amici e mi passò un’infinità di piccole notizie, che lui non utilizzava, giorno per giorno”.

 

Come deve essere l’italiano giornalistico?

 

“Nessuna parola difficile, nessuna citazione: un centinaio di parole comprensibili per tutti. Confesso di non essere un riferimento: mi piacciono le citazioni e non resisto alla tentazione di scrivere anche parole inusuali”.

 

Carta stampata, tv, radio, internet… Qual è il futuro?

 

“Ci sarà ancora per molto tempo spazio per tutti, via via, come già ora si vede, la supremazia è della televisione”.

In questo mestiere contano le raccomandazioni?

 

“Fino ad un certo punto, sì. Purtroppo. Una volta si arrivava a diventare giornalisti attraverso la dura gavetta dell’abusivato, un tirocinio che selezionava per qualità e difetti. La partita era alla luce del sole: tutti potevano vedere e giudicare. Oggi, sei assunto senza tirocinio e quindi la “spintarella” è più semplice: chi può contestare un direttore o un editore per le sue scelte?”.

 

Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare?

 

“ È una vecchia battuta. Fare bene il giornalista significa lavorare sodo. È, comunque, un lavoro privilegiato”.

 

Si smette mai di essere giornalisti?

 

“Per me, no. Di fronte ad una notizia, non resisti”.

 

Lei che posto occupa nella storia del mestiere?

 

“Cito una battuta di Gian Antonio Stella, che fu detta in mia assenza e mi fu riferita da comuni amici. Era un gioco, la scelta di una lapide… Questa: “Lanza ha dato al giornalismo assai più di quanto il giornalismo abbia dato a lui.” Commovente e troppo buono: una buona lapide, ironica, per me è quella inventata da una mia amica: “Era un uomo tutto case e famiglie”.

Vorrei essere ricordato come un bravo artigiano che ha creduto nelle qualità e nel talento dei giovani e che ha assunto e lanciato, quando più o meno avevano i pantaloni corti, molti bravissimi ragazzi destinati a diventare grandi giornalisti: Massimo Donelli, Ferruccio de Bortoli, Gian Antonio Stella, Gigi Moncalvo, Edoardo Raspelli, Ivo Carezzano, Francesco Cevasco, Renzo Rosati, Luisa Forti, Carlo Brusati (scomparso prematuramente, era assistente di Fedele Confalonieri), Riccardo Bormioli, insieme con tanti altri”.

 

Un aspirante giornalista che libri deve leggere?

 

“A sangue freddo” di Capote, ho già detto. I classici, sempre validi. E poi tutti i libri di attualità che escono, per tenersi aggiornati”.

Bisogna “trattare con serietà le cose frivole e con leggerezza le cose gravi”, sosteneva Camilla Cederna. È sbagliato?

 

“Non è semplice, ma può essere una buona regola”.

 

Le scuole di giornalismo servono?

 

“Non molto. Meglio la strada, la praticaccia”.

 

Consiglierebbe ad un giovane di fare il giornalista?

 

“Sì, ma solo se è sicuro di avere una vera vocazione”.

 

Il suo motto professionale?

 

“Nella bacheca alle mie spalle ho scritto alcuni slogan, tipo: “Provarci sempre”, “La curiosità è tutto”. E poi anche un mio epigramma auto-ironico, che potrebbe adattarsi non solo a me, ma anche a molti miei colleghi. Il contesto?/ Sono mesto:/ non riuscirò/ a capirlo presto”.

 

 

1) “Ci metto la firma! La gavetta dei giornalisti famosi”, di Mariano Sabatini (Aliberti editore, 2009). Riproduzione riservata.

 

RABINDRANATH TAGOREIo desidero te, soltanto te, il mio cuore lo ripeta senza fine.
Sono falsi e vuoti i desideri che continuamente mi distolgono da te.
Come la notte nell’oscurità cela il desiderio della luce,
così nella profondità della mia incoscienza risuona questo grido:
“Io desidero te, soltanto te”.
(Da “Poesie d’amore”, 2000)
Pina Bevilacqua - Andrea Ronchi: PdL non solo partito, ma nuovo sistema politico

COSÌ NACQUE IL POPOLO DELLA LIBERTÀ

Parla il ministro Andrea Ronchi: “Vogliamo costruire un vero e proprio sistema politico nuovo, capace di garantire continuità e stabilità”. E la Lega per ora non entra…

Pina Bevilacqua*

Il 21 e 22 marzo, a Roma, davanti a 1800 delegati, si è tenuto il congresso risolutivo di Alleanza nazionale confluita, come ha detto Gianfranco Fini, nella “nuova casa” del Popolo della libertà, il maggiore partito italiano, nato una settimana dopo (dal 27 al 29 marzo), sempre a Roma, davanti a circa 6000 delegati, tra standing ovation e cori da stadio.

Dall’unione di Forza Italia, Alleanza nazionale, appunto, ed altri partiti minori che orbitano nel centrodestra, dopo 15 anni di coalizione nelle varie tornate elettorali prima con il Polo delle libertà, poi nella CdL, si punta ora al Pdl. La Lega, che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto molti voti, recuperando regioni storicamente rosse a proprio vantaggio, per il momento resta fuori. Abbiamo raccolto i commenti del Ministro per le politiche europee Andrea Ronchi.

Ministro, la fusione tra Fi ed An è dunque definitiva?

“Certamente, il dado è tratto e non si torna indietro. Per tutti noi è il compimento di una sfida, di un sogno: quello di creare un grande partito moderato riformatore di destra e centro-destra. Il Popolo delle libertà non nasce sulla base di una infatuazione estemporanea, ma è frutto di un percorso virtuoso iniziato molto tempo fa. Forza Italia e Alleanza Nazionale sono nati entrambi 15 anni fa e da allora sono sempre stati fedelmente alleati.

Per questo la scelta di unirci è una scelta di sistema, che nasce dalla volontà di creare non solo una formazione, ma un vero e proprio sistema politico nuovo, capace di garantire continuità e stabilità, in poche parole, certezze a tutti coloro che hanno deciso di votare per noi. Senza più il penoso balletto delle alleanze obbligate e strette nella morsa della necessità e del ricatto.

Il PdL nasce con la prospettiva di essere un partito di maggioranza, potendo contare su una base di voti che è già oltre la soglia del 44 per cento e che, come non utopisticamente ha ricordato il presidente Berlusconi, punta a raggiungere il 51 per cento dei consensi. Questo significa, specie in momenti difficili come quelli che viviamo, dare un punto di riferimento forte al Paese. Non siamo un accidente numerico, ma la speranza dell’Italia”.


E in Europa?

“La nostra destinazione naturale è il Ppe, per tradizione e condivisione di valori che sono alla base stessa del PdL. Dico di più, l’ingresso nel Ppe rappresenta un ulteriore salto di qualità, verso un futuro post-ideologico, nella famiglia del Partito popolare europeo che a tutti gli effetti consideriamo un punto di approdo. Non solo. Con i nostri numeri contiamo di essere il primo gruppo al suo interno”.

Nonostante lo scioglimento dei due partiti, i circoli giovanili continuano ad essere due entità separate.

“Ci vuole tempo perché si trovino i giusti equilibri. Sarebbe sbagliato imporre le trasformazioni dall’alto. I circoli giovanili, come li definisce lei, di Alleanza nazionale hanno una storia, un vissuto e un presupposto diverso da quelli nati all’interno di Forza Italia.

Soprattutto un modo diverso di vivere la militanza. Ma le differenze a mio giudizio rappresentano un valore e un’opportunità capace di generare nuova linfa. Sono sicuro che questo è ciò che avverrà, lontani da attriti o contrapposizioni”.


Perché Berlusconi presidente del Popolo della libertà?

“Perché ne è stato l’ideatore, il promotore, l’ispiratore e quindi il leader naturale. Però non è certo l’unico protagonista della nuova forza politica. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sempre appoggiato, spesso con un sano e costruttivo spirito critico, la nascita del PdL. Contribuendo alla costruzione di un progetto politico profondo prima ancora che una “scatola” in cui far confluire i nostri partiti d’origine. Riconoscendo a Silvio Berlusconi quella “lucida follia” che gli ha permesso, spesso contro le perplessità e i pronostici anche di alcuni alleati molto vicini, di nutrire l’intuizione che oggi ha portato alla nascita del PdL”.

Le novità del neonato maggiore partito italiano…

“Credo che il PdL abbia in sé gli strumenti per leggere la realtà di oggi attraverso un approccio più moderno, innovativo e concreto e possa produrre una sintesi feconda tra competenze, interessi, culture e professionalità.

C’è un altro punto che fa la differenza col passato: la capacità del centrodestra di confrontarsi con la diversità avendo ben presente la propria identità. Una consapevolezza che è l’antefatto necessario per realizzare una vera integrazione e una pacifica convivenza tra confessioni religiose e etnie in un Paese come l’Italia, destinato a fare i conti con i flussi migratori e con le generazioni dei nuovi italiani.

Un incontro che può diventare fecondo soltanto se gestito con maturità e realismo. Non solo. Il nostro è un partito dinamico in cui vogliamo ci sia pluralismo senza correntismo. Il tutto con una chiara ispirazione europea. La carta del Ppe contiene, infatti, i nostri valori fondanti: libertà, democrazia, parità uomo donna, difesa della famiglia. Valori che tra l’altro, da sempre, appartengono al popolo italiano”.

Alla fine la Lega entrerà nel PdL?

“Al momento sembra escluso, ma questo non cambia nulla nella compattezza dello schieramento delle forze di maggioranza. Come giustamente ricordava Ignazio La Russa, proprio nei giorni del congresso, con gli amici della Lega si può e si deve trovare un percorso che non può che essere in un quadro di intesa forte e profonda. Questo, chiaramente, deve passare attraverso la rimodulazione delle formule di collaborazione. È chiaro che nel futuro una riflessione andrà fatta perché, come abbiamo più volte ricordato anche al leader dell’Udc Casini, per il PdL il modello di riferimento e il punto di arrivo per la politica italiana è senza dubbio il bipolarismo”.

*Dice di sé.
Pina Bevilacqua. A dieci anni, leggendo i quotidiani di papà, diceva “da grande farò la giornalista perché è il mestiere più bello del mondo”. A venti, “faccio la giornalista per cambiare il mondo”. A trenta, “scrivo per capire il mondo”. Ed oggi, “essenzialmente per capire me stessa”.

NICCOLÒ MACHIAVELLILa natura ha creato gli uomini in modo che possono desiderare
ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa; talché essendo
sempre maggiore il desiderio, che la potenza dello acquistare,
ne risulta la magra contentezza di quello che si possiede,
e la poca satisfazione di esso.

(Da “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, 1513)
Rachele Zinzocchi - Ischia e Capri, come nasce un festival del cinema

Dopo le polemiche sui premi letterari, Pascal Vicedomini racconta le difficoltà e i sostegni (soprattutto dai privati) che hanno accolto le sue iniziative

Rachele Zinzocchi*

Non si è ancora spenta l’eco dello scandalo Grinzane Cavour, che non solo ha travolto un personaggio come Giuliano Soria, ricoperto sino al giorno prima di ogni onore, ma ha rischiato, in nome della consuetudine sin troppo invalsa da noi a far di ogni erba un fascio, di gettare fango su tanti numerosissimi premi letterari che rendono vivo il panorama culturale del nostro Paese.

“Business sì, business no”: questo il dubbio allungatosi come un’ombra silenziosa anche su altri premi, nella sottesa domanda se, dietro sostegni pubblici talora assai cospicui, non si celi un utilizzo un po’ troppo spensierato dei finanziamenti. Senza contare polemiche di diverso segno, ma ugualmente pesanti, che hanno coinvolto premi storici come lo Strega, reo per alcuni di presunta scarsa trasparenza nel meccanismo di elezione del vincitore.

In tanti hanno cercato di stemperare le polemiche, mostrando che nulla sarebbe tanto sbagliato come “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. La maggior parte dei premi letterari italiani, infatti, rimette il proprio sostegno alla libera iniziativa di sponsor privati e di budget infinitamente inferiori, spesso anche di svariati zeri, ai milioni di euro di cui il Grinzane ha beneficiato per anni.

Ma come stanno le cose con i premi cinematografici del nostro Paese? Nessuno ne parla, eppure proprio questi rappresentano una tra le principali leve per la diffusione della cultura cinematografica (e della cultura tout court) in Italia.

Per fare il punto della situazione, ci siamo rivolti a colui che ha fondato, e tuttora produce e dirige, alcune tra le più importanti manifestazioni cinematografiche, divenute nel tempo così insigni da aver varcato i confini nazionali ed essersi spinte sino a Hollywood, con star che ormai fanno a gara per “esserci”.

Stiamo parlando di Pascal Vicedomini, ideatore di eventi come “Capri Hollywood”, “Ischia Global Fest”, “Los Angeles Italia Film Fest”. Vicedomini, in piena preparazione proprio del festival di Ischia che aprirà a luglio, è subito chiaro: “Noi siamo nati e continuiamo a vivere quasi soltanto grazie all’iniziativa di privati, di tanti che hanno deciso di rimboccarsi le maniche, per il nostro Sud ben prima che per pubblicità. Professionisti che hanno creduto nelle nostre iniziative, in quanto leva per far crescere non solo l’immagine, ma anzitutto la ricchezza e la solidità del nostro Mezzogiorno. Il Sud è una terra piena di risorse, di oro. Basta volerlo vedere e impegnarsi affinché al Meridione venga restituita quella centralità che da sempre ha e che deve essere riconosciuta da tutti a livello mondiale”.

Come nascono i premi cinematografici oggi in Italia? E i suoi, a Ischia e Capri?

“Non voglio entrare nelle polemiche che, in campo letterario, hanno riguardato il Grinzane Cavour o altri premi. In Italia esistono tanti festival del cinema: alcuni grandiosi, che ci hanno fatto conoscere in tutto il mondo e sono entrati a far parte della storia del nostro Paese, come quello di Venezia o, più di recente, quello di Roma. Io posso parlare dei festival che ho fondato: in primo luogo, l’Ischia Global e il Capri Hollywood. Sono manifestazioni più piccole, nate in una terra delicata come il Mezzogiorno: area problematica, ma con mille risorse, che sono lì, solo da scoprire e per le quali tutti noi dovremmo fare il massimo per rilanciarle come meritano. Ebbene, proprio queste manifestazioni devono dire grazie per la loro esistenza anzitutto alla iniziativa libera – e perciò tanto più ammirevole – di privati che hanno scelto di mettersi in gioco personalmente per sostenere realtà in grado di aiutare il Sud”.

Gli enti pubblici non l’hanno sostenuta?

“Sì, ma sono venuti dopo e sempre “a rimorchio”. L’appoggio dei privati è nato a monte, è stato il primo e da lì siamo partiti. I privati anzitutto, in forma massiccia, hanno voluto darsi da fare e realizzare qualcosa di concreto per avviare una vera riqualificazione del Sud. Hanno detto: “Non aspettiamo che il pubblico venga da noi, andiamo noi a prendere il pubblico”. Hanno messo mano al portafoglio, affinché la situazione delle nostre aree potesse migliorare, culturalmente e artisticamente. Diverso è quando le manifestazioni nascono in altro modo: modi che a me, spesso, francamente sfuggono.

E se quei privati si sono comportati così, lo hanno fatto anzitutto per il Meridione.

Il nostro problema principale, infatti, è sempre stato quello di dare visibilità e credibilità a zone massacrate in termini di comunicazione: talora giustamente, ma il più delle volte in maniera gratuita. Dovremmo essere il giardino d’Europa e invece facciamo i conti da sempre con un gap da superare. Prima ancora di partire, siamo chiamati a dimostrare al mondo che siamo persone e professionisti affidabili.

Per fortuna crescono ogni giorno le persone convinte che occorra far di tutto per aiutare il Sud e rilanciarlo. Ma poi bisogna trovare quelle giuste, che si impegnano, ben inserite e con la voglia di mettersi in gioco davvero”.

Siete riusciti nel vostro obiettivo?

“Credo proprio di sì. Il successo delle manifestazioni che ho costruito, in collaborazione con l’Accademia Ischia e l’Istituto Capri nel mondo, nasce dall’idea di “fare sistema” messo in atto fra due isole che prima neanche si parlavano. L’area ha riconquistato dignità dal punto di vista artistico. Non a caso i due eventi sono diventati un classico: dell’estate per Ischia e dell’inverno per Capri. Anche politicamente tanto la destra quanto la sinistra sanno perfettamente che si tratta di due momenti decisivi per la promozione della regione.

Questo è un risultato acquisito sul campo e per me una medaglia. Chi mi conosce sa bene quale intento filantropico e culturale, sempre mirato sui contenuti, io abbia avuto nell’avviare queste iniziative. Sono abituato fin dalla nascita a lottare come un disperato. Sto sempre sul prodotto, non ho mai lesinato niente. Anche in situazioni estreme, se ad esempio all’ultimo minuto arriva una star, ma non ho in budget i soldi per pagarla, mi rimbocco le maniche.

Intanto le dico di venire, poi mi metto a fare la colletta e trovo il modo di capire come coprire la nuova spesa”.

Le risorse umane – uomini e donne con la loro buona volontà – sono il primo “oro” di cui il Sud può godere, anche in questo caso?

“Assolutamente sì. Mi fa sempre una certa impressione pensare ad aziende importanti del Mezzogiorno, generalmente lontane dall’iniziativa privata, che nel nostro caso hanno fatto un’eccezione e si sono spese con noi e per noi. Un gruppo come “Cafè do Brasil” sponsorizza solo la Ferrari e Gigi Proietti. Con noi invece è entrato quattro anni fa e ci è sempre più vicino. Lo stesso vale per il Gruppo Sangemini, per Fiuggi o per il Casinò di Venezia, che con i suoi tanti clienti campani ritiene opportuno fare comunicazione là dove ha potenziale di raccolta. E poi ci sono le banche, il marchio Honda per Capri Hollywood.

La cosa più bella è che sono stati loro a cercare me, non il contrario. Sia chiaro, io busso sempre a mille porte. Spesso però tante possibilità si perdono negli infiniti rivoli e rivoletti di premi senza capo né coda. Ma poi i risultati arrivano. Quando hai un brand forte e fai progetti qualificati, basta saper aspettare. Il mercato alla fine ti dà ragione”.

I budget di cui gode sono cospicui?

“Veramente a me di soldi ne hanno dati sempre pochi, con la scusa che tanto ero bravo e sarei riuscito comunque a portare a casa il risultato. D’altronde se le cose non le facessi bene, non mi farebbero neanche lavorare.

Con Capri ho iniziato nel 1995, con Ischia nel 2003 e poi con Los Angeles nel 2006. Ho avuto Mickey Rourke, Pupi Avati. A Ischia sono arrivati Hillary Swank, Naomi Watts, Oliver Stone, Roman Polanski, Rosario Dawson. L’altro giorno ho ricevuto un’email del manager di Jennifer Lopez: “Senti”, mi diceva, “avrei bisogno di parlarti, vorrei sapere se Jennifer può venire a Ischia”. Jennifer Lopez, capisce? Ischia all’inizio non era certo nella mappa della star di Hollywood, ma alla fine sono venuti tutti. Il tam tam è stato fondamentale. Nella notte degli Oscar non si parlava che di Ischia”.

Fra tanti onori, qualche nemico?

“Certo difficoltà come per tutti, nel mio caso nate spesso dall’invidia. A Washington avevo messo in piedi un festival che è andato avanti per quattro anni, con grande successo. Poi però sono stato costretto a rinunciare. Troppi bastoni fra le ruote. Eppure a me sembrava un’idea magnifica. Nel mondo ci sono milioni di italiani. Già negli Stati Uniti saranno almeno trenta.

Se solo il 10% di loro, cioè tre milioni, venisse facilitato nel rendere testimonianza al proprio Paese, l’industria culturale italiana sarebbe la più solida in assoluto. E se fossero anche solo un milione e mezzo, ci riuscirebbero ugualmente. Alla fine però sembrava che fosse un piacere solo mio fare il festival a Washington. Così, strategicamente, ho scelto di concentrarmi sulle altre mie manifestazioni, che bastano e avanzano nel darmi una soddisfazione immensa, in grado di ripagarmi di tutto. Il processo ormai è condiviso a livello globale. Anche quando io non ci sarò più, basterà una qualunque altra persona di ingegno per portare avanti l’iniziativa, facendo vivere queste kermesse ancora per chissà quanto”.

Lei ha sempre fatto da solo. Non invidia un po’ chi può contare su un sostegno pubblico più forte, che forse renderebbe tutto più semplice?

“Ho sempre detestato chi si piange addosso, chi pensa agli altri e non a se stesso, alle proprie attività. È vero, in altri festival ci sono le fondazioni, fortemente sostenute dallo Stato. Ma è vero anche che una kermesse come la Biennale fa un lavoro straordinario per il nostro Paese. Venezia è una capitale mondiale per l’arte e la cultura e il Festival rappresenta un momento decisivo, in cui si costruisce la promozione internazionale di una città che è ormai patrimonio mondiale. Anche per Roma il cinema è una realtà essenziale. Non si possono fare paragoni generici.

E poi i politici fanno il loro mestiere, lo devono fare, inutile criticarli. Bisogna smettere di piangersi addosso e accusarli. Ognuno ha i suoi problemi. Io per le mani ho “solo” la mia piccola Ischia, la mia piccola Capri. Ma ritengo che tutto sia bene se fatto con giudizio. Di premi cinematografici potrebbero essercene pure uno all’anno, e finanziato da chi più fosse interessato: purché alla base vi sia un’opportuna strategia di marketing, un piano intelligente e serio in cui le nuove iniziative facciano sistema con le altre. D’altronde se ognuno di noi facesse il proprio dovere in questo Paese, cioè essere italiani, avremmo già risolto la metà dei problemi. Essere italiani è una gran fortuna. Sa il mio successo a cosa lo devo? Al fatto di essere italiano. Quando vado all’estero e mi dicono “italiano!”, per me è fantastico, è la svolta. Tanto si sa: è solo il merito che paga”.

*Dice di sé.
Rachele Zinzocchi. Fiorentina di nascita, ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla scuola Normale superiore di Pisa – sulla metafisica e la finitezza umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa pensare: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.

MARY WOLLSTONECRAFTMa, amata o trascurata che sia, il suo primo desiderio
(della donna) dovrebbe essere di rendersi rispettabile,
e non di dipendere per la propria felicità da un essere soggetto
alle sue stesse debolezze.

(Da “Rivendicazione dei diritti della donna”, 1792)

 

 

NINO SALVANESCHILa curiosità femminile è spesso l’avanguardia del desiderio.
(Da “Il tormento di Chopin”, 1949)

 

TELEVISIONE Paolo Taggi - Le frasi celebri della tv (o soltanto le più utilizzate)

La genialità di un domanda consiste nelle aperture che crea, nel numero di opzioni che apre, nella capacità di smuovere chi la riceve

Paolo Taggi*

Le domande da un milione di dollari

“Questa domanda vale un milione di dollari” in realtà nasce come risposta. Scatta in automatico quando l’intervistato, pur abituato a questo genere di interrogativi, si trova spiazzato o non trova il coraggio di ripetere le stesse convincenti parole che ha consumato orgogliosamente – con buoni risultati, gli ha confermato l’agente in un sintetico sms – un momento prima, nell’ultimo programma da cui è transitato. E che ha nobilitato.

Magari la trasmissione precedente andrà in onda giorni dopo, e certamente saranno in pochi, tra gli spettatori potenziali – a vederlo in entrambe le versioni. E non è detto che i pochi fortunati conserveranno memoria della risposta già obliterata, ma lo studio è a pochi passi, il tempo intercorso troppo breve, e la sensazione di ripetersi è troppo forte e prevale. Allora l’intervistato aziona il sorriso di circostanza quattordici e sfodera la frase di rito, che gli consente di guadagnare secondi preziosi, al termine dei quali possono scattare tre possibili continuazioni, che unite alle variabili elencate danno luogo ad una varietà di uscite praticamente infinite:

1) il conduttore distratto, turbato, emozionato, impreparato, fuori dalla traiettoria dell’autore suggeritore ecc. dimentica, formulata la domanda, di aspettare la risposta e passa a quella successiva. (A seconda dell’aggettivo accostato al conduttore si sviluppano da questa situazione tipo innumerevoli possibilità solo apparentemente simili tra loro)

1.a il conduttore (qualunque sia l’aggettivo utilizzato, con l’aggiunta dell’incompetenza assoluta) teme di aver sbagliato la domanda (l’ordine di apparizione o il tempo di formulazione) e la cancella o la modifica parzialmente, tuffandosi in un periodo ipotetico praticamente infinito, fino a quando sono gli spettatori a dimenticare l’essenza della domanda troppo impegnativa.

2) il conduttore ripete la domanda, senza la minima variante, per sfoggio di autorità, gusto della sfida, mancanza di elasticità, reale curiosità (ipotesi più rara). La fierezza con la quale fissa l’ospite dimostra insieme la soddisfazione di aver centrato un punto nevralgico della conversazione e la sua volontà di imprimere al programma un proprio stile. Almeno autoritario, se l’autorevolezza è una meta distante.

Non cedere sulla domanda clou significa riaffermare la non convenzionalità dell’incontro, e la cieca fiducia nella bontà dei testi, che accompagnano il conduttore in tutte le tappe della sua traversata: stampate in corpo 26 sui fogli appoggiati alla cartellina (che volano appallottolati non appena consumato il loro breve contenuto); nel computer appoggiato in luoghi strategici, nel gobbo elettronico in alto e di fronte, sulla bocca sussurrante dell’autore di riferimento, che sillaba le lettere come l’omino con i baffi di un’antica pubblicità.

(Il comportamento dell’intervistato, a questo punto, esula dalle tematiche di questo libro. A puro titolo indicativo oscilla tra la ricerca di una via d’uscita di basso profilo – accompagnata da un leggero fastidio per camuffare la povertà del contenuto, quasi si trattasse della scelta di non concedersi più di tanto – alla citazione di genere (“come diceva Petrolini…”), a quella colta e sorprendente (in genere fuori luogo, ma nessuno ha il coraggio di verificarla, per paura di non aver colto il legame sottile e simbolico, fino alla concessione di un pezzo inedito di biografia, con conseguente aumento del tasso di emotività in gioco: (“…per rispondere a questa domanda, che mi tocca particolarmente da vicino, sono costretto a ritornare alla mia infanzia, quando…”)

3) Il conduttore risponde per l’ospite, sostituendosi a lui, per invidia del suo spazio o per paura del suo imbarazzo. Per gentilezza eccessiva, delicatezza tardiva, semplicemente terrore del vuoto televisivo.

In genere il conduttore non ha la capacità/possibilità/concentrazione per trovare al volo la risposta che l’ospite non ha saputo estrarre da qualche scaffale della sua mente. Sapendolo, ha incaricato un redattore o uno o più autori di provarel’intervista, prima sulla carta (inviando le domande via mail qualche giorno prima), poi in camerino – risposte comprese.

Se ciononostante per qualche ragione imprevista (ad esempio l’imbarazzo inaspettato della ripetizione sopra descritto) salta il piano opportunamente testato il conduttore perfezionista fa scattare il piano di emergenza. Sceglie dal suo copione la risposta da proporre o ne elenca alcune, sul modello del multiple choice dei quiz di nuova generazione. L’ospite non deve fare altro che ripeterle, dopo averle ascoltate, ad una ad una, scartando progressivamente quelle che non lo convincono fino a salvare quella definitiva.

4) Il conduttore anticipa volontariamente la risposta dell’ospite, per destarne l’ammirazione e riceverne il consenso. Con questa mossa a sorpresa (relativa) ostenta la sua confidenza con il personaggio ospitato (per logica dovrebbe essere un gradino più in alto nella scala della popolarità) ed il forte grado di empatia tra loro, che gli consente di leggere nella sua mente prima ancora che trasformi i pensieri in parole. A quel punto all’ospite non resta che aggiungere un breve commento dopo l’inaspettata manifestazione di trasparenza.

 

Le domande da un milione di dollari – esempi

 

Qual è il segreto del tuo successo?

 

Aree di diffusione: talk show, varietà, contenitori di tutte le ore

Grado di diffusione: estremo

Grado di interesse percepito del pubblico: debolissimo

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: molto alto

Grado di variabilità delle risposte: molto basso

Tono: toccante, coinvolto e coinvolgente

Ipotesi di reato: millantato credito (da parte dell’intervistato)

Risposte tipo: “Credo che sia la mia sincerità”; “Il pubblico sente la passione che ci metto in ogni mia interpretazione”; “Non ho mai tradito il pubblico”; “Ho origini semplici e non le ho mai dimenticate e la gente mi premia anche per questo”; “Credo che il segreto sia nel lavoro instancabile e vorrei dirlo soprattutto ai giovani che mi stanno seguendo che bisogna crederci fino in fondo, anche se uno su mille ce la fa…” (a questo punto il conduttore interviene con un “…e tu ce l’hai fatta!”, seguito da un applauso spontaneo. Se non c’è stato over standing all’ingresso dell’ospite, è questo il momento per rimediare all’omissione e recuperare il tempo perduto.

 

Dove sei stato in questo tempo?

 

Presuppone che l’ospite non sia sulla cresta dell’onda, ma se non si tratta di un programma specificamente dedicato al suo essere meteora, deve anche contenere una plausibile giustificazione. A che cosa si deve il suo ritorno? Alla progressiva estinzione degli ospiti ospitabili ? Al cambiamento del partito di riferimento? Ad un sussulto improvviso – un brano che ha scalato le classifiche, un memoriale scandalo, un fatto di cronaca, un ricatto spettacolare?

Spesso non c’è risposta, e la domanda confonde le acque e consente una diplomatica via d’uscita. Se il conduttore chiede “dove sei stato?” il dovere dell’ospitalità esige che sappia che la risposta sarà trionfale, anche se velata da un’opportuna spruzzata di modestia.

Nel tempo in cui nessuno si è collegato con lui l’ospite ha raccolto consensi nel mondo e questa occasione gli è gradita per raccontare per massimi capi l’itinerario di una deriva trionfale.

Aree di diffusione: talk show, varietà, contenitori di tutte le ore, programmi nostalgia

Grado di diffusione: medio

Grado di interesse percepito del pubblico: discreto

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: notevole.

Tono: orgoglioso, tendente al fiero, con nervature di rivincita verso un nemico impronunciabile (persona fisica o fato, comunque colpevole del provvisorio oblio)

Ipotesi di reato: falsa testimonianza, fabbricazione di alibi devianti

Risposte tipo (selezione): “Ho cercato tra la gente nuove ispirazioni, ho preso la metropolitana, ho fatto la spesa al mercato, ed ora eccomi qui, con un pezzo che segna una nuova tappa nel mio percorso artistico…”; “Sono stato in giro per il mondo ed è incredibile quanto la gente mi voglia bene anche lontano dall’Italia. E questo mi fa piacere non solo per me, ma per il nostro Paese…”; “Ho scelto una pausa di riflessione, mi sono fatto delle domande, tra l’altro è nata mia figlia e l’ho vista crescere ed è proprio lei che mi ha ispirato il pezzo che vi presento questa sera…”

Che cosa provi in questo momento?

 

Aree di diffusione:

– intrattenimento: talk show, varietà, contenitori di tutte le ore, programmi nostalgia

– informazione: tg, programmi di approfondimento

– sport: all’interno di telecronache di eventi o alla loro conclusione

Grado di diffusione: virale

Grado di interesse percepito del pubblico: distratto

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia:

a. notevole se segue una performance vincente (qualunque sia il genere televisivo in cui viene pronunciato)

b. seccato o rannuvolato/amareggiato se segue una sconfitta parziale o totale o comunque suggella un momento difficile del protagonista

Tono: sicuro, ma venato d’emozione. Anche i vip abitudinari, che frequentano i salotti tv più della cucina di casa hanno un’anima da appoggiare sul petto, come un distintivo o un post it.

Variante a: se a rispondere è gente comune, la domanda può riguardare semplicemente l’emozione dell’essere in video. In questo caso l’interesse dello spettatore varia notevolmente (se si appresta ad andare a sua volta in tv è altissimo; se c’è già stato, nullo). Il tono varia a seconda del momento in cui la domanda viene rivolta ed il conduttore lo sa bene. In genere viene giocata per sottolineare la posta in gioco e presuppone una risposta in cui si miscelano l’emozione per l’essere lì e la tensione per l’esito della propria missione.

Ipotesi di reato: nessuna

Risposte tipo (selezione): “Una grande emozione, perché come ha scritto un grande del teatro “Gli esami non finiscono mai…”; “Frequento i palcoscenici da trent’anni, ma in certe occasioni è come se fosse la prima volta…”; “Non ci crederai, ma essere qui con te, davanti a questo pubblico meraviglioso mi fa sentire un’enorme responsabilità…”; “Hai una domanda successiva?”; “Te lo dico dopo, quando avrò finito la mia esibizione”; “Ho avuto tanto dalla mia carriera, ma questa sera si realizza un sogno…”

 

Vuoi dire qualcosa a chi ti sta guardando?

 

Di solito viene rivolta a chi sta godendosi un piccolo trionfo, sia che si tratti di un dilettante dello spettacolo, che ha stravinto sui morbidi avversari di quella sera, sia che si tratti del campione fuggitivo di uno sport individuale e poco popolare.

La domanda dalla risposta obbligata esalta il valore rafforzativo del mezzo televisivo. Sottintende la certezza da parte dell’intervistatore del fatto che qualunque messaggio lanciato in quel momento davanti alle telecamere assumerà un’accelerazione, una forza, un’eco impensabili, anche se si sparge dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno solo per raggiungere una persona in particolare (o al massimo in nucleo familiare).

Un elemento variabile è ancora una volta il chi la pronuncia: per l’ordinary people si tratta di un’occasione unica e senza repliche di riconoscere pubblicamente le persone più importanti della loro vita.

Per i membri del club celebrity di riconfermare il destinatario o di aggiornare le agende del gossip in caso di nuovo indirizzo.

Per gli sportivi uno spazietto va sempre lasciato ad allenatori, sponsor, compagni di squadra.

Un tono particolare assumono le frasi lanciate sguardo al cielo, a chi non c’è più, ma è sempre vivo in mezzo a noi e ha protetto la persona amata anche in questa delicata occasione.

Qualche volta la risposta risuona come un messaggio in codice. Può nascondere volontà di rivincita, o addirittura di velata minaccia verso ignoti. Altre di augurio rivolto a se stesso in forma di assicurazione per un desiderio presupposto e non verificato (forse non verificabile)

 

Variante 1

Se il protagonista sta elaborando il proprio lutto per un finale non all’altezza delle aspettative, il conduttore o il giornalista smaliziato evitano questa domanda, a meno che si trovino a corto di idee (cosa che capita con sconvolgente puntualità negli ultimi tempi).

In ogni caso la risposta non cambia: “Dico loro che tornerò presto e che quello che ho fatto stasera è dedicato a loro che mi hanno sempre capito (variante: aiutato) anche nei momenti difficili e che gli voglio bene…”. In genere a questo punto la commozione fa la sua parte e la voce del protagonista se ne va in leggera dissolvenza, mentre ancora la bocca si apre, ma non emette più alcun suono. In caso contrario è l’intervistatore che tronca la risposta, che ha ormai perso ogni interesse con due possibili varianti:

a) Il tempo ci impedisce di continuare…(intrattenimento)

b) I colleghi premono per avere il nostro ospite e dobbiamo lasciarglielo (sport)

Aree di diffusione: molto varie

Grado di diffusione: discreto

Grado di interesse percepito del pubblico: Debole. Forte in caso di identità nascosta del mittente (caso piuttosto raro, ma sempre possibile)

Tono: ammiccante

 

Le frasi di circostanza

 

Più che frasi, sono veri e propri schemi di conversazione, applicati meccanicamente, senza alcun timore di ridondanza.

Come se la ripetitività dei dialoghi (e la loro prevedibilità assoluta) fossero una regola imprescindibile della tv ( e forse potrebbe esserlo. L’inseriamo qui come “Regola potenziale 101”). La frase di circostanza sembrerebbe riduttiva, elementare e banale, se viaggiasse da sola e non combinata in un’architettura complessiva che se non la nobilita le dà una funzione, se un senso proprio non ce l’ha.

Se la genialità di una domanda consiste nelle aperture che crea, nel numero di opzioni che apre, nella capacità di smuovere chi la riceve, scardinandone le prime difese, la frase di circostanza, al contrario, si abbina con poche possibili continuazioni, che non aggiungono informazione, ma hanno il solo scopo di riaffermare la presenza viva (se non attiva) del destinatario.

 

Lascia che te lo dica: sei davvero molto bravo/brava

 

Aree di diffusione: talk show, varietà, contenitori di tutte le ore, festival e concorsi (solo per gli ospiti d’onore o per i concorrenti quando le giurie si sono già pronunciate. In questo caso la frase diventa sei stato/a molto bravo/a e si estende anche agli eliminati dei reality che rientrano in studio, prima di rivedere il filmato emozionale che ripercorre la loro breve o lunga avventura)

Grado di diffusione: pari alla percentuale di ipocrisia e conformismo che si incontrano nella vita quotidiana

Grado di interesse percepito dagli spettatori: debolissimo. (Il pubblico televisivo ne avverte il debolissimo tasso di informazione – l’affermazione è gratuita e quasi mai sentita – ma ne riconosce la necessità, come avviene per gli applausi, che fanno da punteggiatura sonora ai programmi. Il mancato complimento di routine potrebbe risuonare o essere interpretato come un segnale di ostilità evidente, con tutte le conseguenze del caso)

Grado di soddisfazione di chi la riceve: molto alto, tendente al compiaciuto, chiunque sia a pronunciarlo (vedi Tono). In casi eccezionali, si rasenta la rappresentazione dello stupore e dell’incredulità, che possono sfociare in un silenzio imbarazzato o in una furtiva lacrima, immediatamente ripresa dalla camera a mano.

Grado di variabilità del commento: molto basso

Ipotesi di reato: falso in atto pubblico

Tono:

– Se chi formula il complimento è gerarchicamente inferiore a chi lo riceve (adulazione ascendente) lo caratterizza una forma di speciale timidezza e la soddisfazione è evidente.

– Se chi lo formula è superiore a chi lo riceve, (adulazione discendente) il suo tono è autorevole, fiero della propria posizione, e risuona come una distratta o coinvolta –ma comunque obbligata- investitura.

Frase ricorrente: in tutti e due i casi per eccesso di formalismo o per gratitudine sincera l’affermazione iniziale è seguita da una sola frase ricorrente: “Detto da te mi fa particolarmente piacere perché sai quanto ti stimo.”

 

Avrei molte altre cose da chiederti, ma il tempo è volato via

 

Formula completa: “Peccato, avrei ancora tante cose da chiederti, ma… non mi sono accorto che sono già volati i minuti che ci hai dedicato e purtroppo c’è una scaletta da rispettare”; in televisione il ritmo è fondamentale.

           Varianti principali dell’incipit: “Vorrei parlare per ore con te…”; “Staremmo ad ascoltarti per ore…”

           Variante principale del finale: “…ma in tv il tempo è tiranno…”

Anche se l’essenza della tv è la diretta, di fatto la tv abolisce il presente. Non c’è mai tempo (di finire una frase, di approfondire un argomento, di…). Precipitarsi a capofitto nel momento successivo è l’ essere televisione della televisione.

L’unica cosa che conta davvero è quello che viene dopo. L’unica che sia valsa la pena di fare (e di guardare) è quella che ci siamo quasi dimenticati. Cioè la stessa che a suo tempo abbiamo aspettato, ma quando è arrivata è scivolata via perché nel frattempo aspettavamo già l’immagine, il momento, il colpo di scena, il risultato successivo. La stessa che poi, nel suo insieme, ci è sembrata criticabile o, peggio, deprecabile.
Quando dissero a un capo indiano che con la ferrovia ci sarebbero voluti tre giorni per colmare distanze di settimane lui rispose: e il resto del tempo che cosa farete? La tv ha trovato la risposta: in tutto il tempo che risparmiato andranno in onda le repliche.

Aree di diffusione: tutti i generi televisivi, esclusi i reality, dove il tempo si dilata a dismisura in cerca di share e gli eventi sportivi (dove la frase scatta solo se il tempo effettivo di gioco si è prolungato oltre misura).

Grado di diffusione: molto elevato

Grado di interesse percepito del pubblico: non verificato

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: debolissimo (il limite che il conduttore/intervistatore si autoimpone deve risultare un limite insopportabile e comunque davvero doloroso)

Grado di variabilità delle reazioni: inesistente (non c’è il tempo per verificarle, la linea è già altrove)

Tono: addolorato, contrito, subdolamente orientato ad ottenere il perdono immediato dell’interlocutore

Ipotesi di reato: omissione di (ulteriore) soccorso

Frasi di commento ricorrenti (incompiute): “Vorrei solo aggiungere una cosa al volo: domani aspetto tutto il mio pubblico sulla piazza di Varese Ligure dove inizia la mia tournèe”; “Permettimi di ringraziare chi mi è stato vicino…”; “Abbiamo già finito? Il tempo è davvero volato qui con voi…”

 

Hai dimostrato ancora una volta la tua grande sensibilità, anche se non ce n’era bisogno

È il suggello di un incontro: amichevole, delicato, che nei momenti più intensi ha magari sfiorato l’intimità. O di una esibizione nella quale -anche se si trattava della milionesima volta- l’ospite ha saputo infondere una particolare intensità, mettendoci tutto se stesso. L’ha fatto, naturalmente, per rispetto del pubblico, per amicizia verso il conduttore, perché quel pezzo gli appartiene più di ogni altro e riproporlo gli dà “sempre una particolare emozione”. Il discorso vale per tutti gli altri del suo repertorio, naturalmente, e per tutte le altre platee di fronte alle quali si è esibito e si esibirà nel futuro prossimo e remoto.

Aree di diffusione: talk show, varietà, contenitori di tutte le ore, speciali Tg1 (sezione Mollica)

Grado di diffusione: molto elevato

Grado di interesse percepito del pubblico: debolissimo

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: notevole

Grado di variabilità del commento del destinatario: inesistente

Tono: sentito, amichevole, rassicurante, paterno, filiale, toccante, compiaciuto. Coinvolgente.

Ipotesi di reato: corruzione, circonvenzione d’incapace

Reazioni standard : “Detto da te mi fa particolarmente piacere…”; “Ti ringrazio, ma penso di essere come tutti, solo che ho imparato ad ascoltare il mio cuore e cerco di trasmettere quello che mi dice perché il nostro dovere è rendere felice il pubblico, questo pubblico!”; “Lo senti, ho la pelle d’oca perché avverto che la sincerità con cui me lo dici…”

 

Il vostro affetto mi ripaga di ogni sacrificio

 

Pronunciata di fronte ad una vasta platea, meglio se non composta da figuranti; ancora meglio se non si tratta di uno studio televisivo, ma di una piazza o un anfiteatro naturale, dove si è radunato un pubblico autentico, sinceramente felice di vedere da vicino una star. Ma la percentuale di autenticità in più non cambia radicalmente lo stato delle cose. Il vip di turno la ripeterebbe comunque in ogni altra condizione, e così il conduttore, soprattutto se di ritorno da un più o meno o lungo esilio dal piccolo schermo. Poche parole, tutte misurate, tutte essenziali. Una miniatura di adulazione boomerang, destinata a ritornare carica di ulteriore ammirazione, comprensione, sostegno per la serata o per l’esibizione che sta per iniziare.

Aree di diffusione: varietà soprattutto, ammesso che ne esistano ancora.

Grado di diffusione: notevole

Grado di interesse percepito del pubblico: discreto

Grado di emozione di chi la pronuncia: direttamente proporzionale alla sua capacità di mentire o alla sua posizione nell’oscillante classifica della popolarità

Grado di variabilità delle risposta del pubblico: modello unico (un grande applauso)

Tono: struggente, trascinante, manifestamente mirato alla captatio benevolentiae

Reazione unica: un grandeapplauso

 

In questo meraviglioso scenario…!

 

È la frase di rito, opportunamente ripetuta, che scatta nelle interminabili serate d’occasione create per promuovere decine di località turistiche italiane. Che si premi il miglior autore di musical degli anni ’70 o si recuperi la memoria di un artista locale prematuramente scomparso (dalle scene, ma meglio se dalla vita), l’importante è che ci sia uno scenario da citare, oltreché da riprendere e soprattutto da enfatizzare, insieme alle altre amene caratteristiche del luogo.

Sempre accogliente, popolato da gente simpatica, ricco di sorprese e sollecitazioni per tutte le età. “In questo meraviglioso scenario” è la parola d’ordine che consente alla regia di panoramicare sul luogo che finanzia generosamente la serata (consegnando gratuitamente alla tv un programma che diventerà una miniera d’oro una volta farcito con gli sporadici spot estivi di gelati, bibite e uscite a fascicoli settimanali). I sindaci, i notabili e i dirigenti degli enti del turismo locali si gonfiano di soddisfazione e si ripetono mentalmente le poche incisive parole che presto saranno chiamati a pronunciare per rafforzare il messaggio che il conduttore ha così fantasticamente lanciato.

Aree di diffusione: programmi estivi d’occasione, premiazioni, finali di festival

Grado di diffusione: capillare, mirato

Grado di interesse percepito del pubblico: nullo, tranne che per gli spettatori locali, pervasi da una ventata d’orgoglio

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: esibito

Grado di variabilità delle risposta del pubblico: inesistente

Tono: enfatico, per nascondere l’imbarazzo di un atto abbondantemente dovuto

Reazione unica: un applauso ancora più caloroso che nella frase precedente

 

Le paradossali bugie

 

Anche tu qui?

 

È un’ espressione di stupefatta sorpresa, che si accompagna perfettamente con una serie di accorgimenti teatrali: si pronuncia con gli occhi spalancati, unita ad ampi gesti delle mani e tono adeguato. Il conduttore la rivolge ad un ospite (in genere il più importante della puntata), come se la sua apparizione fosse una epifania insperata, fino a quel momento inimmaginabile.

La simulazione della sorpresa infinita, quasi si trattasse di una vera e propria magia, non tiene conto del fatto che la presenza dell’ospite che fa la differenza (proprio perché in grado di farla) è stato annunciato sui comunicati stampa, ripetuto nei promo della trasmissione, sbandierato dal conduttore stesso negli eventuali collegamenti con il Tg e nell’anteprima, nella quale spesso l’ha voluto di fianco a sé: “Ci vediamo tra qualche minuto”.

Aree di diffusione: talk show, varietà, contenitori domenicali

Grado di diffusione: elevatissimo

Grado di interesse percepito del pubblico: molto debole, ma evidentemente chi fa tv non ne vuole prendere atto

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: altissimo

Grado di variabilità delle risposte: nullo

Tono: ispirato agli incontri di Alice nel paese delle meraviglie

Tipologia delle risposte: praticamente non ci sono risposte aldilà di un sorriso imbarazzato e un solo monosillabo: “sì”.

Variante principale: “Che fantastica sorpresa!”

 

Qui puoi dirlo, sei tra amici…

 

La forza dell’affermazione dovrebbe consistere nel suo contenuto paradossale. Siamo di fronte ad un ossimoro perfetto, ed in questo la tv ancora una volta è specchio della società che la esprime.

Proviamo a scomporlo parola per parola: Qui (cioè in tv, dove si realizza il massimo dell’intimità pubblica, dove qualcosa di privato affiora nella dimensione sospesa tra rapporto interpersonale e comunicazione di massa); puoi dirlo (non è una forma concessiva, né un consiglio amichevole, ma un imperativo vellutato, il segnale concordato per ribadire l’imminenza del momento clou); sei tra amici : può suonare come un’omissione – gli amici fisicamente presenti sono una goccia nel mare di tutti gli sconosciuti che sono in vigile ascolto – ma in realtà è una voluta forma di coinvolgimento allargato.

La parola amici si allarga come una marea ammiccante e raggiunge ogni singolo spettatore, che si sente membro di un club privato, coinvolto in una rivelazione il cui valore va oltre i suoi contenuti.

Il fatto che sia considerato amico (non importa se vale per qualche milione di persone) lo colpisce al cuore, prima ancora di solleticare la sua curiosità per una rivelazione che senza dubbio non sarà all’altezza delle premesse. Ma non è questo che conta.

Aree di diffusione: talk show, varietà con uso di realtà

Grado di diffusione: medio

Grado di interesse percepito del pubblico: buono

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: compiaciuto della bontà della battuta e fiducioso negli esiti successivi, che dovrebbero portare un salto di qualità nella conversazione

Grado di variabilità delle risposte: alto

Tono: ammiccante. Convinto. In genere tendente all’intimità confidenziale; solo raramente lascia trasparire un velo di sottile ironia (secondo gli accordi già presi in fase di preparazione del programma e la rete in cui la trasmissione va in onda)

Ipotesi di reato: diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare la quiete pubblica

Risposte tipo: “Non ho mai trovato il coraggio o l’occasione di dire queste cose che ho sempre conservato gelosamente…”; “Non avrei mai creduto di sentirmi così a mio agio, così capito/a, per cui vi farò una confidenza”; “Quello che sto per dirvi lo sanno davvero poche persone e credo di non averlo mai rivelato in televisione, ma tu mi sei così simpatico/a che…”

Variante principale: qui puoi sfogarti, tanto non ci sente nessuno…

Nel nostro mondo l’amicizia è rara, ma noi siamo amici davvero

 

Spesso, nella sua dichiarata superficialità, le frasi di circostanza nascondono significati più complessi. “Nel nostro mondo…”, ad esempio, contiene un sottile ricatto e si può considerare una vera e propria trappola comunicativa.

L’ospite viene coinvolto in un’affermazione/giudizio/premessa che crea una linea di divisione tra gli altri, i cattivi (che non sono lì in quel momento) e i buoni (chi si sta parlando in quell’attimo). Delegittimando il sentimento di amicizia nei colleghi il conduttore trascina l’ospite in un pronunciamento impegnativo, che senza scrupoli verrà smentito (in maniera indiretta) nel programma seguente.

C’è sempre un’amicizia particolare da celebrare tra artisti e ci sono sempre degli altri generici che non lo sono (la maggioranza, che è sempre indefinita e altrove).

Il fatto che l’amico di quel momento sia uno dei non amici dei giorni successivi sfugge ai più e permette ai protagonisti del duetto momentaneo di sentirsi sinceri, spontanei, sicuri della loro affermazione, che vale solo qui e ora, nei ruoli che in quel momento interpretano, nell’assoluta provvisorietà di tutto ciò che in televisione appare come definitivo.

Aree di diffusione: senza confini apparenti

Grado di diffusione: estremo

Grado di interesse percepito del pubblico: debole, tendente al debolissimo

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: variabile, a seconda del destinatario

Grado di variabilità del commento: inesistente

Tono: soddisfatto, perentorio, amichevole, presuntuoso, esitante, autorevole, sfumato, vibrato, secondo le circostanze e il vero stato delle relazioni tra conduttore e ospite (o della capacità da parte di entrambi di nasconderlo o falsificarlo)

Ipotesi di reato: concorrenza sleale

Commenti tipo (antologia minima): “Mi fa piacere che sia tu a dirlo, perché sento che tra di noi c’è davvero un rapporto speciale”; “Tu sai che per venire da te ho rinunciato a tutti gli altri impegni, sarei dovuta essere a Singapore per un torneo di canasta in cui ero ospite d’onore invece… eccomi qui! E l’ho fatto per te”; “Il pubblico che mi conosce bene sa quanto conti per me l’amicizia e tu sei tra i pochi amici sinceri che porto sempre nel mio cuore”; “Agli inizi siamo stati rivali, ma sono stati i giornali ad inventare tutto, perché ti ho stimato fin da quando eri una ragazzina/un ragazzino e iniziavi la tua carriera e ti stimo non solo per quello che fai ma per quello che sei…”

 

Abbiamo riflettuto a lungo sull’opportunità di parlarne…

 

In realtà la frase è solo una parte di una premessa ancora più lunga e comunque doverosa, che si completa così: “Non è nel nostro stile occuparci di queste cose. Se lo facciamo è perché…” (qui la premessa si fa seria e sfocia in una serie di motivazioni etiche, sociologiche e culturali per le quali la rivelazione successiva o il fatto che sta per avvenire diventano per il conduttore un dovere sofferto, capaci di dissipare anche il più lontano e comunque lecito sospetto che si tratti di una mossa tattica per trattenere gli spettatori ancora un po’.

L’importanza della premessa è sacrale per il conduttore, che sa bene come muoversi nello spazio sottile che divide l’atteggiamento del programma nei confronti dei fatti presentati dal suo nei confronti del programma stesso, della sua formula e dei suoi aspetti più delicati. Affrontare un argomento scabroso o comunque provocatorio, muoversi sul crinale di una parete drammaticamente scoscesa diventa un atto di coraggio, e persino una dimostrazione di orgoglio.

Un coinvolgimento ribadito che nasce da una attenta riflessione, una scelta motivata che – per inciso – incolla lo spettatore al video, se non altro per poter giudicare se davvero si è trattato della scelta giusta.

Aree di diffusione: reality di prima e seconda generazione, talk show impegnati, Late night

Grado di diffusione: discreto

Grado di interesse percepito del pubblico: ottimo

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: notevole

Grado di variabilità delle risposta: non rilevabile (destinatario è lo spettatore)

Tono: compìto, drammatico, con qualche sfumatura di compiacimento per l’importanza del proprio programma

 

Ti (vi) seguo sempre

L’ospite accenna alle sue ultime fatiche (quando eccede in modestia) o ai suoi ultimi successi (quando la lascia da parte).

Il conduttore, impaziente e soprattutto ansioso di esaurire il copione che stringe tra le mani, prende la scorciatoia e tronca il tentativo di biografia accelerata con una frase che non ammette altre repliche, anche se risuona particolarmente gentile: “So tutto di te, perché ti (vi) seguo sempre”. Dove? Come? Impegnato a stare in scena ventiquattro ore su ventiquattro dove trova il tempo, il nostro conduttore di seguire anche gli altri? Tutti gli altri? Cosa segue? Il suo percorso artistico o le sue scorribande sulle bibbie del gossip?

Le bugie televisive hanno le gambe corte, anzi cortissime, ma non devono coprire spazi troppo grandi. E soprattutto non fanno male a nessuno.

Aree di diffusione: tutti i programmi della tv generalista

Grado di diffusione: alto

Grado di interesse percepito del pubblico: debolissimo

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: discreto

Grado di variabilità delle risposte: molto basso

Tono: mellifluo, a volte incerto, come qualcuno che non vede l’ora di finire la bugia che sta dicendo prima di commettere l’errore fatale

Risposta tipo: “Ti ringrazio. So quanto sei attento e soprattutto – lasciamelo dire – quanto sei generoso. Non è facile, credimi, trovare un personaggio del tuo livello così disponibile verso i colleghi… ”

 

Abbiamo seguito la tua scalata e siamo felici per te…

Continua con: …posso dirti che te la meriti tutta!

 

È la variante (o la continuazione ideale) della frase precedente.

Non si può dire di aver seguito qualcuno precipitato nel buio più profondo della dimenticanza o nella penombra delle sagre di Paese.

Si può, al limite, fingere di sapere della sua decisione di esplorare altri mondi (“So che in questi anni sei stato molto all’estero) o condividere la scelta di concentrarsi per un po’ su se stessi, lontano dal rutilante ma faticoso mondo dello spettacolo (“In questi anni hai deciso giustamente di riflettere un po’ e di dedicarti alla tua famiglia/ai tuoi hobby/cercare nuovi percorsi”).

In ogni caso, il fatto che il vip appartato sia lì segna un’inversione di tendenza, dal momento che nessun conduttore ammetterà che alcuni ospiti vengono convocati all’ultimo istante, scelti con cura tra quelli che abitano il limbo deipressoché dimenticati, ma non completamente.

Sono quelli che un tempo prenotavano una stanza in hotel vicino al teatro dove si svolgeva il Telegatto e facevano sapere di essere pronti, in smoking o abito lungo di circostanza, trucco compreso per qualunque esigenza dell’ultima ora (vedi ospiti saltati per uno sciopero aereo o per un gufaggio particolarmente riuscito).

Nei loro confronti l’attenzione dichiarata del conduttore per lo sviluppo (mancato) della carriera deve essere comunque un po’ più smorzato, per non perdere l’ultimo briciolo di credibilità. Negli altri casi, si interpreta come un omaggio doveroso, che raggiunge due obiettivi contemporaneamente: esalta il valore dell’ospite e la preparazione del conduttore stesso.

Aree di diffusione: talk show, varietà, contenitori di tutte le ore

Grado di diffusione: alto

Grado di interesse percepito del pubblico: debole, tendente al mosso

Grado di soddisfazione di chi la pronuncia: molto alto nel caso di personaggi realmente importanti. Debole negli altri casi

Grado di variabilità delle risposte: molto basso

Tono: trionfale nel primo caso. Titubante nel secondo

Ipotesi di reato: se, come sempre accade, il conduttore non ha davvero seguito la parabola dell’ospite si configura il reato di missione di atti d’ufficio, che si aggiunge a quello di falsa testimonianza
*Dice di sé.
Paolo Taggi. Ha passato gran parte della vita a realizzare cose che potessero finire in una quarta di copertina realistica e accattivante. Poi si è accorto che neanche questo gli avrebbe cambiato la vita. Ma è troppo tardi per tornare indietro: e poi, per fare che cosa? Tutto quello che sa fare è scrivere, insegnare a scrivere (cinema e televisione), fare fotografie, ideare programmi e realizzare documentari, cercando di dare un senso a tutto questo, anche se un senso non sempre ce l’ha. Glielo avevano detto quando era adolescente, ma allora non credeva a niente di quello che gli dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non gli resta che aspettare: che gli editori gli paghino i diritti su i suoi libri, che i programmi italiani si vendano all’estero e che il Novara torni in serie A. 

GUSTAW HERLING-GRUDZIN´SKIÈ meglio desiderare qualcosa di irraggiungibile che sapere chesi è avverata solo l’ombra dei nostri sogni.(Da Un mondo a parte”, 1951)

 

MARCEL PROUSTNon è il desiderio di divenire celebri, ma l’abitudinedi essere laboriosi che ci permette di creare un’opera.(Da “All’ombra delle fanciulle in fiore”, 1919)
LETTURE Silvana Giacobini - Conosco il tuo segreto

Una giovane ed affascinante giornalista riesce a risolvere  un intricato thriller grazie ai suoi poteri paranormali (1)

Silvana Giacobini*

Prologo

Nella carrozza 1 di prima classe dell’Eurostar diretto a Venezia, la climatizzazione non funzionava se non a tempi alterni. I viaggiatori perlopiù leggevano, dormicchiavano, scambiavano qualche parola, sventolandosi con i giornali ogni volta che il flusso d’aria fredda smetteva improvvisamente di circolare nello scompartimento. Gli unici che sembravano non patire il caldo erano quattro turisti giapponesi che occupavano gli ultimi sedili della carrozza. Conversavano in allegria, prorompendo di tanto in tanto in un lieve schiamazzo a cui nessuno però faceva caso. Destava invece più irritazione il lamento continuo di un bambino seduto in braccio alla mamma, di fianco al corridoio. Nonostante la donna tentasse in tutti i modi di distrarlo, agitandogli sotto il naso un cagnolino di gomma, il piccolo non smetteva un attimo di frignare.

“Oh Tommy, guarda chi arriva!” La mamma fece ballare le ginocchia, facendo andare il figlioletto su e giù come su una giostra.

“Li vedi quei signori là? Sono poliziotti” scandì l’ultima parola con il tono enfatico che avrebbe usato nel nominare l’orco delle favole. Per un istante il bambino tacque, fissando ipnotizzato i due uomini che stavano venendo verso di lui.

“Ehi, ciao piccolino!” esclamò il poliziotto della Polfer Michele Calabrò, passandogli accanto.

“Fai ciao ai signori, amore” la mamma agitò la manina del figlio verso i poliziotti che però avevano già oltrepassato il loro scompartimento.

“Siamo quasi arrivati alla fine” sospirò Calabrò. Aveva il retro della camicia blu fradicio di sudore. Era un po’ a disagio, fortuna che il blu scuro mimetizzava le chiazze di bagnato.

“Meno male. Qui dentro si muore” rispose il collega Antonio Celletta. “Sembrerebbe tutto tranquillo. Che dici, torniamo indietro?”

“Diamo prima un’occhiata alla toilette”.

“Autentico sprezzo del pericolo. Anche se le puliscono, non sai mai che sorprese ci puoi trovare” ironizzò Celletta.

Il segnale all’esterno era verde.

“È libera”. Calabrò abbassò la maniglia, ma la porta non si aprì. Riprovò con più forza. “È bloccata dall’interno. Fantastico, così uno fa a tempo a farsela addosso”.

“Lascia provare me”. Celletta, il più robusto dei due, prese una breve rincorsa e assestò un’energica spallata alla porta che si aprì di colpo. Un tanfo di escrementi misto a un afrore dolciastro li investì all’improvviso, costringendoli ad arretrare per il disgusto.

“Mio Dio” esclamò sottovoce Calabrò, di colpo sbiancato in viso.

Seduta sul water in modo scomposto, le gambe divaricate, la testa bionda reclinata all’indietro contro la parete bianca, c’era una donna. Aveva gli occhi sbarrati come se fissasse qualcosa con stupore, un filo di bava le colava all’angolo della bocca semiaperta.

Tra i seni, che spuntavano da una generosa scollatura, era piantato un elaborato spillone per cappelli. Calabrò e Celletta guardarono con ribrezzo il rivolo di urina ed escrementi che le aveva arabescato polpacci e caviglie fino ai piedi, dalle unghie laccate di rosso, infilati in un costoso paio di sandali di vernice bianca col tacco alto.

Calabrò pensò, rabbrividendo, che sua moglie ne aveva un paio molto simili. Per un attimo né lui né il collega riuscirono a muoversi, tanto meno a parlare. Era la prima volta che si trovavano faccia a faccia con un cadavere. Per quanto sapessero che era un rischio del mestiere, mai e poi mai avrebbero immaginato che diventasse realtà nella toilette di un treno. “Assicurati che non arrivi nessuno”. Calabrò si coprì naso e bocca con il fazzoletto ed entrò nell’angusta toilette.

“Sono tutti seduti” riuscì a dire Celletta con un filo di voce, gettando una frettolosa occhiata alla carrozza.

“È un bel casino. Maledizione. Un bel casino”. Calabrò aspettò che anche il collega fosse entrato, dopodiché chiuse la porta del bagno, bloccandola in modo che nessuno potesse entrare. Entrambi sapevano che non dovevano toccare nulla per non inquinare la scena del crimine, impresa non facile dato lo spazio angusto. Con estrema cautela Calabrò si chinò sul cadavere. Sul collo c’erano lividi bluastri, come da strangolamento. Con il palmo della mano sfiorò la fronte della donna. Era fredda. Doveva essere morta già da qualche ora.

“Cerchiamo i documenti” disse, guardandosi nervosamente in giro. Aveva notato che la vittima indossava un abito elegante di seta azzurro senza tasche. A terra, una borsetta semiaperta.

“No, nella borsa non c’è niente. Forse, troveremo anche il suo bagaglio, se riuscissimo a scoprire dove era seduta… ” Celletta guardò la morta. C’era qualcosa nel suo volto che, nonostante il raccapriccio, tratteneva il suo sguardo. “Quanti anni avrà avuto?”

“Una quarantina, forse meno”.

“Era una bella donna” sospirò Calabrò, riuscendo finalmente a distogliere gli occhi dal cadavere. Una vita era stata appena stroncata in modo orribile. E sia Calabrò che Celletta sapevano che, adesso, a qualcuno sarebbe spettato il compito di dare un senso a quell’orrore.

 

1

 

Alle sei e mezzo di mattina le due donne correvano a passo cadenzato nei giardini di Porta Venezia. Avevano già completato una volta il perimetro del parco e ora si accingevano a concludere il secondo giro.

“Mi farai scoppiare, Silvia”.

“Vedi di non lamentarti, Paola. Ringraziami, piuttosto, almeno ti tengo in forma…”. Silvia sorrise senza rallentare. Fare jogging nel verde la riconciliava con Milano, persino in una giornata afosa come quella. Nonostante l’ora, il sole era già caldo e l’aria gravida di umidità. Certo, Silvia doveva ancora abituarsi alla frenesia dei milanesi, ma non le dispiacevano affatto la loro puntualità, il loro modo di camminare come tanti soldatini in marcia verso un obiettivo preciso. E poi non era vero che a Milano il verde non c’era. Bastava cercarlo. A volte ti sorprendeva oltre la facciata di un palazzo, esplodendo rigoglioso all’interno di un cortile, incantevole come un giardino segreto. In ogni caso non aveva molto senso lamentarsi.

L’aveva chiesto lei il trasferimento da Roma. La verità era che Silvia non si era ancora del tutto ripresa dal caso delle sette sataniche, sebbene l’indagine fosse servita a saldare il suo debito con il passato. Assicurando alla giustizia i capi della setta, tra cui figurava anche la famosa ex modella Maité Persella, moglie del magnate del mattone più chiacchierato del momento, per Silvia era stato come rendere finalmente giustizia al fratello Roberto, plagiato e spinto al suicidio da una congrega di satanisti dieci anni prima, senza che lei avesse potuto fare nulla per salvarlo.

Cambiare aria non poteva dunque farle che bene, rifletté, mentre Paola Monti alle sue spalle ansimava cercando di starle dietro.

“Per ricambiarti il favore un giorno o l’altro ti porterò da Rolando così ti aggiusterà quella testa da uccellino sparuto”.

“Capello corto, cervello fino” rispose Silvia, scoccandole una delle sue proverbiali occhiate tranchant. Paola stava per ribattere, ma fu interrotta dallo squillo del cellulare del commissario.

“Anche a quest’ora. Incredibile!” Silvia si fermò, piegandosi un attimo in avanti, le mani sulle ginocchia, per rallentare il respiro. Sul display del suo Nokia lampeggiava il nome di Barbera.

“Dimmi, Pacì”.

Paola approfittò per sedersi su una panchina. Qualcosa nell’espressione improvvisamente tesa di Silvia la convinse che per quel giorno il jogging era finito.

“Dove è successo?” Silvia si era seduta accanto a Paola. “Va bene, il tempo di fare un salto a casa e cambiarmi e arrivo subito”.

“Il lavoro chiama” ironizzò Paola.

Silvia non udì la battuta dell’amica. Con la testa era già altrove.

“Quindi la donna dell’Eurostar non è morta per strangolamento o perché lo spillone le ha trafitto il cuore. È morta per overdose…”.

Silvia si accese una sigaretta, la quinta della giornata. Se fosse stata un po’ meno tesa, l’avrebbe gustata forse di più, specie dopo il rituale caffè nero della macchinetta. Una sigaretta fumata nervosamente era comunque meglio di niente. Per fortuna l’ufficio che le avevano riservato al Commissariato aveva una finestra più grande di quello di Roma, finestra che lei teneva socchiusa anche in inverno. Fissò il pacchetto semivuoto di Marlboro sulla scrivania. Malgrado i buoni propositi, sbandierati a tutti i colleghi, anche quel giorno presumibilmente avrebbe raggiunto quota trenta.

Il suo vice Pacì Barbera, che la conosceva bene, ne indovinò il pensiero con una semplice occhiata, ma non disse nulla. Barbera non era capace di contraddire il suo capo. In nessuna circostanza. Questa era la sua più grande debolezza. Ma era anche una forma di amore. Quando Silvia gli aveva chiesto di trasferirsi con lei a Milano, aveva accettato subito, come se non esistessero alternative.

“Questo è il referto dell’autopsia” le allungò sul tavolo un fascicolo in una cartelletta di plastica. “Un’iniezione letale. Ma anche il fumo uccide, commissario…” disse, spalancando la finestra. Silvia non gli badò. Sfilò il documento e si mise a leggere. “C’è un segno molto chiaro dove è stato introdotto l’ago”.

“Sì, il dottor Scelsi dice che l’iniezione ha preceduto di poco, di pochissimo, lo spillone e lo strangolamento”.

“Sì, ma che senso ha strangolarla e infilarle uno spillone se stava morendo…”.

Barbera si strinse nelle spalle. “Un rituale? A ogni modo la Scientifica sta analizzando tutte le tracce”.

“Non risultano casi analoghi, se non sbaglio”.

“No, nessuno. Ho controllato”.

“Questo esclude l’ipotesi di un serial killer conosciuto. Speriamo solo che non sia il primo di una lunga serie. Si sa nulla della vittima?”

Barbera scosse la testa. “Nulla. La borsetta era vuota. Certo che lo spillone nel cuore è una strana modalità…”.

Silvia sollevò gli occhi dal fascicolo: “In che senso?”.

“Be’, è una modalità femminile. Hai visto per caso il film di Almodóvar, Matador?”

“Non ho molto tempo per andare al cinema, Barbera”.

“Oh, è un vecchio film, di almeno vent’anni fa. Praticamente c’era un’assassina che, ispirandosi al rituale del matador, uccideva gli amanti proprio sul più bello, nel momento dell’orgasmo, conficcandogli uno spillone nel petto”.

“Questa volta è una donna a essere stata uccisa, Barbera. E non mi sembra che stesse spassandosela particolarmente…!

“Sì, sì, commissario. Dicevo solo che la modalità mi sembrava…”.

“Diramiamo la foto della vittima a stampa e tv. Qualcuno dovrà pure riconoscerla”.

“Consideralo già fatto”.

Silvia studiò di nuovo il fascicolo assorta. “Il mistero delle tre morti…” disse tra sé, aggrottando la fronte.

“Silvia?”

Barbera la chiamò. “Commissario?”

“Sì?”

“Il tuo cellulare. Sta squillando”.

“Oh, ma dove cavolo…” Silvia gli lanciò un’occhiata impaziente, mentre cercava il cellulare nella borsa. “Eccolo! Barbera, puoi andare”.

Attese che il suo vice fosse uscito, poi rispose.

“Pronto”.

Leggere il nome sul display le aveva provocato un piccolo tuffo al cuore. Chiara spense il cellulare. Aveva bisogno di tranquillità. In bagno, scrutò la propria espressione preoccupata allo specchio. Non le piaceva per niente come la pelle si era increspata tra le sopracciglia, rabbuiandole lo sguardo. Ovviamente non ne faceva una questione estetica. Il problema era un altro. Per un attimo si pentì persino di avere fatto quella telefonata. Si ricordò all’improvviso di una frase che le ripeteva sempre nonna Lia: “Il passato è come un fantasma, Chiara, va lasciato in pace, altrimenti torna a infestare il futuro”. Era una frase insolita per una persona anziana. Chiara aveva sempre pensato che i vecchi vivessero essenzialmente di memorie.

Ma nonna Lia non era certo una donna convenzionale, possedeva una saggezza che non veniva dai libri. La saggezza di nonna Lia veniva tutta dagli occhi e dalle orecchie, era la saggezza dell’esperienza. Pensando a lei, Chiara vide le proprie labbra distendersi in un sottile sorriso. Piano piano anche l’increspatura tra le sopracciglia si attenuò fino a scomparire. Per un istante, attraverso il proprio riflesso, le sembrò di vedere il volto felice della nonna quando l’accoglieva a braccia aperte nella sua casa un po’ fatiscente ma ugualmente bellissima di Pieve Santo Stefano, dove Chiara da bambina trascorreva le vacanze estive. Rivide la sua pelle ambrata e rugosa per il troppo sole, con un reticolo di venuzze blu intorno al naso e sulle gote, ma soprattutto rivide i suoi occhi vispi, che sembravano non conoscere l’imbarazzo. Era da tempo che non pensava più a lei. Si ricordò dell’ultima volta che l’aveva vista.

Chiara aveva da poco compiuto dieci anni e quella sarebbe stata la sua ultima estate a Pieve. Dopo di allora, per molti anni, niente sarebbe stato più come prima nella sua vita. Rabbrividì. Perché pensarci proprio adesso, dopo tutto quel tempo? Non poteva certo essere stata la telefonata a Silvia Giorgini a risvegliare il ricordo di nonna Lia e dell’ultima estate con lei. Scosse la testa, furiosa con se stessa. Ecco, ci stava ricascando.

Ogni volta che un pensiero insolito le affiorava alla mente, lo attribuiva subito alle sue capacità. Possibile che fosse così stupida e presuntuosa da ritenere che il mondo ruotasse tutto intorno a lei e ai suoi poteri? Il rimprovero della coscienza la fece sentire subito meglio. Forse era stata solo la conversazione con Silvia a riportarla indietro, al tempo in cui vivevano entrambe a Roma. Si erano conosciute durante un’indagine che il commissario stava svolgendo sulle sette sataniche.

Chiara l’aveva aiutata a trovare i colpevoli e a salvare la vita di due persone, e quella esperienza, seppure dolorosa e difficile, aveva significato per entrambe una sorta di catarsi, se non addirittura una rinascita: Chiara aveva finalmente imparato ad accettare il proprio Dono, quello di vedere con gli occhi della mente; Silvia aveva saldato i suoi conti con il passato. Da quella esperienza era nata un’amicizia speciale, fatta di condivisioni profonde – Silvia le chiamava vibrazioni –, che andava ben oltre le parole, e che era continuata nel tempo, nonostante il trasferimento di Silvia al Commissariato di Milano.

Anche nel lavoro di Chiara c’erano delle novità: il Boss di Telestella, Ermanno Forte, aveva deciso di affidare proprio a lei un talk show che si registrava negli studi di Roma. La trasmissione, Il segreto, durava mezz’ora, e in quel lasso di tempo Chiara doveva intervistare una celebrità invitandola a fare confessioni inedite sulla propria vita e a togliersi insospettabili sassolini dalla scarpa. Certo, la rete era quella che era, pagava poco, l’audience non era alta, ma si trattava comunque di una buona opportunità. Se non altro questa volta aveva ottenuto un programma tutto suo, e una certa libertà d’azione: poteva per esempio scegliere il personaggio e proporre la scaletta degli argomenti. E anche se l’impegno era gravoso – c’erano giorni in cui lavorava dalle otto del mattino fino alle undici di sera, curando personalmente i testi e i servizi filmati – cominciava ad avere le prime soddisfazioni, come le e-mail di gradimento delle telespettatrici.

“Un’altra delle tue casalinghe disperate?” ironizzavano i colleghi al suono squillante della posta in arrivo nella sua casella di Outlook. In effetti, non avevano tutti i torti. A scriverle erano più che altro casalinghe, anche se non così ignoranti e disperate come scrivevano certi critici televisivi il cui unico scopo sembrava quello di bistrattare a ogni costo Telestella e chi ci lavorava. Pensando alla prossima ospite in trasmissione, che sarebbe stata Maria De Filippi, Chiara si chiedeva quale segreto sarebbe stata disposta a rivelare al pubblico la nota conduttrice televisiva. Da parte sua, lei non era ancora soddisfatta delle domande che si era preparata. Per fortuna aveva ancora qualche giorno per documentarsi e per trovare un paio di spunti validi.

Archiviò quindi il pensiero per il momento, aprì il rubinetto dell’acqua calda della doccia e si sfilò la camicia da notte, felice perché quel giorno avrebbe potuto presentarsi in ufficio un po’ più tardi: l’appuntamento con Tony, per montare l’intervista della vincitrice di X Factor Anita Mauri, era solo alle undici e trenta.

Aveva perciò due ore abbondanti tutte per sé. Mentre aspettava che l’acqua raggiungesse la temperatura ottimale, ripensò alla conversazione con Silvia e al motivo della sua irritazione.

“Indovina un po’ cos’ho per le mani?” le aveva chiesto il commissario con una vena di cupo sarcasmo nella voce.

“Un omicidio senza movente e senza colpevole”.

Chiara aveva tirato a indovinare. Il lungo sospiro dall’altra parte le aveva fatto capire che aveva fatto centro. Ma non aveva voluto chiedere altro all’amica, aveva cambiato discorso e, poco dopo, Silvia aveva chiuso la telefonata, piuttosto sbrigativamente. In quel congedo frettoloso a Chiara era parso di cogliere un pizzico di delusione, come se l’amica si fosse aspettata qualcosa di più da lei. Il pensiero la infastidiva ancora.

Quante volte avrebbe dovuto ripetere, a chi conosceva il suo Dono, che le visioni non funzionano come un congegno elettronico da accendere e spegnere con il telecomando? Cosa diamine si aspettava Silvia da lei?

Non pensarci più. Niente e nessuno ti rovineranno questa splendida mattinata tutta per te, si disse entrando nella doccia e abbandonandosi alla sensazione ipnotica del getto d’acqua sul corpo. Subito, la tensione che avvertiva dietro al collo e alle spalle si allentò, e una miriade di piccoli brividi caldi la invase da capo a piedi in un unico formicolio piacevolissimo. Sarebbe stato perfetto se sotto la doccia con lei ci fosse stato anche Paolo, l’uomo della sua vita, come si divertiva sempre a chiamarlo, scherzando ma non troppo.

Paolo però era a New York per un corso di specializzazione in diritto internazionale sulle evasioni fiscali e non sarebbe tornato prima di un paio di mesi. All’inizio, lontana da lui, Chiara si era sentita perduta, come se le fosse venuta a mancare una parte di sé, eppure si telefonavano spesso.

“Mi costi troppo” scherzava lui, e Chiara stava al gioco “Stai zitto, tu che sei più ricco di me”. Era con il suo umorismo garbato, mai invadente, che Paolo De Felice l’aveva conquistata. Non che non avesse giocato un ruolo anche l’avvenenza del giovane avvocato. Ma non era stata l’attrazione fisica a far capitolare Chiara, a farle vincere la sua istintiva diffidenza verso gli uomini.

“È colpa di quello che ho sofferto da ragazzina dopo la separazione dei miei” si giustificava Chiara con le amiche ogni volta che lasciava un ragazzo dopo un breve flirt. A quelle parole, in genere le amiche mostravano comprensione. Anche se non tutte. Un giorno, mentre si stava truccando in camerino, la collega Maria Pia Rossini l’aveva rimproverata con durezza: “Psicologia d’accatto, tesoro. Attribuire i propri fallimenti ai genitori e a quello che si è patito da piccoli è un bell’alibi. La verità è che non hai ancora trovato uno capace di farti perdere la testa”.

Maria Pia aveva ragione. Con Paolo, le sue difese si erano sciolte come neve al sole, e lei si era lasciata andare, finalmente, per la prima volta in vita sua. E adesso non aveva nemmeno più paura di perderlo.

Dopo la doccia, si preparò una tazza di tè verde e una fetta di pane integrale tostato con un filo di miele. Chissà, se al ritorno di Paolo, sarebbe stata pronta al grande passo. Guardò l’orologio della cucina, le nove e trenta. A New York erano le due e trenta di mattina. Ma sì, pensò, alzandosi di colpo per andare a prendere il cellulare lasciato in bagno. Il movimento doveva essere stato troppo brusco perché a un tratto aveva visto nero e avvertito una morsa dolorosa alla testa. Mentre cercava sostegno alla parete, si impose di rallentare il respiro. È solo uno sbalzo di pressione. Si guardò intorno.

Tutto era a posto e rassicurante. Bene. Poi lo ripeté a voce alta, per convincersi. Sotto i piedi nudi, il pavimento era insolitamente freddo. Come una lastra di ghiaccio. Anche le mani, ora che ci faceva caso, erano ghiacciate. Le staccò bruscamente dalla parete, pensando che fosse stato il contatto con le piastrelle, e si strinse nell’accappatoio di spugna. Subito dopo sentì il corpo farsi leggero, incredibilmente leggero. D’un tratto i colori delle cose attorno presero a risplendere di una lucentezza che feriva lo sguardo. Captò un fugace aroma di tè. Una traccia, ma spasmodicamente intensa.

Si accorse che recepiva ogni minimo odore, persino le briciole abbrustolite rimaste intrappolate nella griglia del tostapane, per non parlare di quello del sudore che le ricopriva in un velo di brividi tutto il corpo. Senza rendersene conto, urtò il piatto di ceramica sul tavolo. Ma il rumore giunse al suo orecchio come uno sparo. Era nauseata dalla forza innaturale di tutte quelle sensazioni. Si costrinse ad abbassare lo sguardo, cercando di resistere all’abbacinante fulgore del pavimento. Concentrati, sul qui e ora, concentrati. Anche i pensieri sembravano rimbombarle amplificati nella testa. Chiuse gli occhi. Prima che potesse rendersene conto e fare qualcosa per impedirlo, si trovò, dopo tanto tempo, di nuovo in quell’AltroveL’Altrove delle visioni.

E mentre si lasciava trascinare in quel vortice senza gravità, non riuscì a scacciare il pensiero che Silvia Giorgini c’entrasse qualcosa con quello che le stava capitando.

(1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio dal libro “Conosco il tuo segreto” di Silvana Giacobini (Cairo edizioni-Rai Eri, 2009). Riproduzione riservata.

*Dice di sé.
Silvana Giacobini. Romana di nascita e milanese di adozione, è sposata e ha una figlia. È stata direttore di Gioia, ha progettato e diretto Chi, e attualmente dirige Diva e donna, che ha ideato per Cairo editore. Ha collaborato inoltre con vari quotidiani e condotto trasmissioni per la Rai e per Mediaset. 

EPICUROPer tutti i desideri bisogna chiedersi: cosa mi accadràse quanto questo desiderio richiede ha compimento,e cosa mi accadrà se non l’ha?

(Da “Gnomologio vaticano”)

 

 

Salvo Sottile - Più scuro di mezzanotte

ROSA MARTINEZ, LA PROTAGONISTA DELL’ULTIMO LIBRO DELL’ANCHORMAN DI CANALE 5

È cresciuta in una famiglia all’antica, con due fratelli maschi e un padre opprimente che la comanda a bacchetta.
Dopo il matrimonio con un capomafioso, scopre che… (1)

Salvo Sottile*

Corleone, 1986

 

ERA il 1° marzo.

Corleone festeggiava il suo patrono, San Leoluca.

Durante la processione un ragazzo con la mano destra rattrappita, la camminata sghemba e i capelli dritti in testa, correva in senso contrario alla marcia del santo.

“Aiuto! Aiuto!” gridava, cercando di confondersi nella folla.

Tre uomini lo inseguivano.

“Fredo!” urlava uno. “Vieni qua, ti vogliamo solo parlare!”.

“Non ci voglio parlare con voi, siete cattivi!” ansimava il poveretto, che ogni tanto si guardava alle spalle e cercava di mulinare le gambe con scatti sempre più veloci. Alfredo Gariffo, detto Fredo, non era molto intelligente, ma era una lepre quando si trattava di darsela a gambe.

Un saettone.

Anche quella volta era stato così veloce che i tre che gli stavano alle costole si arresero. Dopo neanche trecento metri schiantarono a terra con la lingua penzoloni. Fredo, con la canottiera tutta sudata e un dolore lancinante al fianco destro, continuò a correre. Da via Bentivegna girò per via San Martino, svoltò a sinistra, si infilò in vicolo Firmaturi. Fece un altro paio di zig zag e si dileguò. Quella notte in paese non si fece più vedere, la testa gli aveva detto che era meglio se dormiva fuori casa.

Intorno alle due del mattino Occhiuzzo corse a svegliare Nino Giaconia.

“Ninuzzo, alzati, abbiamo un problema!”

“Che è successo?”

“Devi trovare subito Fredo”.

“Fredo?” chiese l’altro con gli occhi gonfi di sonno. “Perché? Che combinò?”

Lui e Fredo avevano la stessa età, vent’anni.

Da bambini abitavano l’uno di fronte all’altro, erano cresciuti insieme. Stessi giochi, stessi amici, ma fortune diverse. Alfredo era considerato un ritardato, un povero cristo con qualche rotella fuori posto. Non aveva dei veri amici se non lui, Nino Giaconia, che gli voleva bene come un fratello minore e guai a chi glielo toccava. Ancora se la ricordavano tutti a Corleone la volta che un loro coetaneo, un ciccione che si atteggiava a duro, si permise di fermare Fredo alla villa comunale e lo mise in mezzo.

Lo scimmiottò davanti a tutti.

Lo chiamò scemo di guerra.

Lo umiliò a tal punto da farlo piangere. Il ciccione fece divertire gli amici, si fece un sacco di risate a spese di Fredo, ma non sapeva da chi era protetto lo scemo di guerra. La stessa sera, mentre camminava verso casa, ebbe l’imprudenza di infilare un vicolo buio. Un’ombra scura gli cadde sulla testa, gli piombò addosso con la forza di un meteorite.

Il ciccione non ebbe neanche il tempo di realizzare cosa stesse succedendo. Si ritrovò con le braccia e le gambe spezzate. Mentre urlava di dolore percepì una voce rauca che gli sussurrava in un orecchio.

“La prossima volta che ve la prendete con Fredo ti apro in due come una cucuzza, siamo intesi?”

Da quel momento, Alfredo Gariffo a Corleone diventò un intoccabile.

Dicevano che era il pupillo di un pericoloso latitante, uno che viveva sulle montagne, uno che era meglio non incontrare mai per strada.

“Me lo vuoi dire che ha combinato?” continuava a chiedere Giaconia a Occhiuzzo mentre con le mani a coppa prendeva acqua fredda da una bacinella e se la gettava sulla faccia.

“Lo hanno visto che parlava con Cagnazzo”, rispose Occhiuzzo tirandogli addosso un asciugamano, “non vorrei che gli avesse raccontato quella cosa…”

Il capitano Domenico Cagnazzo era il comandante dei carabinieri della compagnia di Corleone. Stava indagando sull’esplosione di un ordigno che aveva distrutto mezzo caseificio del barone Rizzini, un ricco imprenditore che non voleva ragionare.

L’attentato era stato ordinato da Casimiro Ciciliato, il vecchio capomafia del paese, che – non essendoci riuscito con le buone – sperava in questo modo di convincere il barone a sborsare quella decina di milioni che servivano, gli aveva detto, a comprare la sua protezione.

Rizzini per settimane aveva fatto il vago.

Ogni volta che gli emissari del boss si presentavano nel suo ufficio per battere cassa chiedeva altro tempo. Continuò così per un paio di mesi, finché non esplose la bomba in un deposito pieno di macchinari e lui stesso andò a cercare Ciciliato per pagare.

I danni ammontavano a centinaia di milioni.

Per dare quella bella lezione a Rizzini, il boss si era rivolto a due picciottazzi del paese, Gaspare Occhiuzzo e Nino Giaconia. Erano due sfaccendati che a faticare nei campi o a trovarsi un lavoro onesto non ci avevano mai pensato. Nelle loro vene sentivano scorrere il sangue dei tiranni.

A vent’anni avevano la fedina penale “macchiata”. Avevano cominciato con i furti di bestiame e i danneggiamenti. Entravano e uscivano continuamente di prigione, poi col tempo si erano affrancati dai piccoli reati ed erano stati dichiarati “sospetti mafiosi”.

Sulla carta erano disoccupati tutti e due. Non erano semplicemente amici o soci, da qualche tempo erano diventati pure cognati. Gaspare aveva sposato la sorella di Nino, Teresa. Nel burocratese che imperava nei fascicoli a loro nome custoditi nella caserma dei carabinieri, risultavano ufficialmente “irreperibili”.

Erano entrambi latitanti.

La notte della bomba al magazzino Rizzini – qualche giorno prima della festa di San Leoluca – Nino si era tirato dietro pure Fredo. Occhiuzzo era contrario. La sola vista di quel ragazzo gli faceva venire l’orticaria.

“Ma che minchia ce lo portiamo a fare quello lì? È solo d’impaccio!” ruggiva Gaspare, sperando di convincere il cognato a mollare lo svitato alla villa comunale.

“Ma che male fa?” lo difendeva Nino. “Noi andiamo a sbrigare il lavoro e lui resta in macchina. Non ci darà nessun problema, te lo garantisco!”

“Va bene, come dici tu.”

Il capitano Cagnazzo, un giovane ufficiale che veniva da Pescara, da mesi dava la caccia ai due cognati terribili di Corleone. Erano diventati il suo chiodo fisso. Da una fonte confidenziale aveva saputo che “Fredo il ritardato” era un protetto di Nino e aveva iniziato a torchiarlo per farsi dire dove poterlo scovare.

“Guarda che se questo ha parlato col capitano, siamo fottuti”, si incupì Occhiuzzo, “ho mandato tre picciotti a cercarlo ieri sera, ma è riuscito a scappare. Devi trovarlo e pure alla svelta!”

“Non ti preoccupare”, lo tranquillizzò Giaconia, “io lo conosco Fredo, non è un traditore e comunque adesso vado a cercarlo e ci parlo.”

“Ma lo sai dov’è?”

“Forse sì.”

Nino cercò subito Fredo nell’unico posto in cui era quasi sicuro di trovarlo: la cascata delle due rocche. Era una gola naturale ai piedi del Castello soprano. Ci andavano a giocare insieme da bambini ed era il loro rifugio preferito quando volevano isolarsi per un po’ dal resto del mondo.

Con la macchina, Giaconia ci arrivò in una decina di minuti.

Lasciò l’auto sul ciglio della strada, spense i fari, scavalcò il guardrail e dopo una ripida discesa tra i ciottoli, cominciò a seguire il letto di un torrente in secca.

Il buio era pressoché totale.

Alla sua sinistra cresceva una vegetazione fitta.

A un certo punto distinse la sagoma dell’amico. Stava seduto su un pietrone sulla sponda destra del torrente, ai piedi di un terrapieno da cui in lontananza si intravedevano le luci di Corleone.

“Fredo?”

Il ragazzo all’inizio non lo riconobbe. Vide qualcuno avvicinarsi e cominciò a correre a perdifiato, come solo lui sapeva fare.

“Fredo! Sono io, Nino! Fermati!”

Appena sentì quel nome Fredo si bloccò all’istante.

“Sono venuto per aiutarti, aspettami! Voglio solo parlare!”

La voce di Giaconia rimbombava sulle pareti della gola.

Fredo rallentò, come se i razzi ai suoi piedi si fossero spenti di colpo. Fece dietrofront e lo raggiunse di corsa.

“Nino, aiutami tu”, lo implorò quasi piangendo. “Mi vogliono ammazzare!”

Giaconia cercò di rassicurarlo.

“Ma che dici, Fredo? Ci sono io, no? Nessuno ti farà del male…”

“Sì, invece. Tuo cognato Gaspare mi vuole scannare. Ce l’ha con me perché ho parlato con Cagnazzo.”

La voce di Nino si fece improvvisamente fredda e tagliente.

“E tu che gli hai detto al capitano?”

“Di tuo cognato, niente, ma Cagnazzo mi ha minacciato. Mi ha detto che se non gli raccontavo qualcosa, qualsiasi cosa, mi sbatteva in cella e buttava via la chiave.”

Giaconia si accigliò.

“Che cosa gli hai raccontato, Fredo?”

“Mi ha chiesto se ero passato dal magazzino del barone Rizzini la sera della bomba e gli ho risposto che ci sono passato con te, che sei il mio angelo custode, quello che mi protegge dai cattivi…”

Fredo fece una pausa, guardò l’amico con la sua faccia paciosa e domandò: “Ho fatto bene, vero? Tanto a te non fanno niente, giusto, Ninetto?”

Giaconia, con la faccia tirata, rispose senza troppa convinzione.

“Giusto Fredo, giusto… Ma non gli hai detto dove mi nascondo, vero?”

Fredo fissò il cielo, come se cercasse una risposta tra milioni di stelle. Poi con un gesto molle della testa, tornò a posare gli occhi su Nino e accennò un sorriso ebete.

Balbettò qualcosa, infine rispose, vago: “Non me lo ricordo”.

Giaconia masticò un’imprecazione tra i denti e gli tese una mano.

“Non ti preoccupare, Fredo, è tutto a posto, adesso vieni qui, avanti, abbracciami!”

L’altro gli si avvicinò.

Finalmente sorrideva felice. Guardò Nino con i suoi occhi grandi, ingenui e sperduti, come quelli di un bambino.

Ora si sentiva tranquillo, al sicuro.

Giaconia lo strinse forte a sé.

Quindi, fulmineo, impugnò con la mano destra la pistola che teneva nella tasca del giubbotto, appoggiò la canna al petto di Fredo e tirò due volte il grilletto.

Due colpi secchi, all’altezza del cuore.

L’eco degli spari rimbombò per tutta la gola.

Fredo si protese in avanti, cadde addosso a Giaconia come un peso morto. Pareva che le sue gambe fossero diventate di carta.

Nino sentiva nelle orecchie l’agonia dell’amico, l’aria che lentamente svuotava i polmoni. Percepì prima un respiro, poi un altro più lungo, poi un rantolo e poi… nulla più. Adagiò delicatamente il suo corpo a terra, lo guardò in faccia. Fredo era morto come aveva vissuto, col sorriso sulle labbra.

Giaconia era stato più veloce della sua testa malata. Non gli aveva dato neanche il tempo di cambiare espressione. Era come se avesse fatto di tutto per fermare il suo cuore senza dovergli spiegare che non esistono gli amici quando ci sono in mezzo gli affari.

Tanto questo Fredo non lo poteva capire.

 

Palermo, 1996

 

Nino Giaconia non era un latitante come gli altri. Era un mafioso Corleonese, una razza a parte. Traditore. Cane senza padrone. Grassottello, non troppo alto, con i baffi e i capelli brizzolati, parlava un italiano stentato, ne scriveva uno peggiore. Non aveva

mai lavorato in vita sua. Sparare era la cosa che sapeva fare meglio.

Da piccolo si era allenato in montagna. Ci saliva di notte e impallinava le pecore che pascolavano senza guida ai piedi di Rocca Busambra. Era capace di colpirne una da cinquanta metri.

Anche al buio. Una mira infallibile. L’omicidio di Fredo era stato il suo battesimo del fuoco. Da lì in poi si erano aggiunti molti altri delitti.

Gaspare Occhiuzzo, suo cognato, nel giro di qualche anno era diventato il capo dei Corleonesi e lui il suo braccio destro. Cosa nostra per Nino era tutto, veniva prima di tutto.

Neanche lui sapeva quanti uomini aveva ucciso dalla sera della morte di Fredo, da quando aveva cominciato a sognare di diventare leggenda.

Ma non rimpiangeva nulla del proprio passato. Neanche il fatto che la sua vita, così come quella di sua moglie Rosa, in fondo fosse l’epopea di due fantasmi senza fama e senza gloria, una corsa consapevole verso l’infelicità e la solitudine.

Rosa Martinez aveva quasi diciotto anni. Era cresciuta in una famiglia all’antica, con due fratelli maschi e un padre opprimente che la comandava a bacchetta. Era un uomo a cui doveva sempre chiedere il permesso, anche per aprire bocca.

Aveva una passione, la danza classica.

Era stata costretta a rinunciare anche a quella. A diciassette anni aveva smesso di ballare perché il padre non trovava decorosa quella sua passione.

“Finché eri più piccola andava bene”, le aveva spiegato, “le bambine in tutù sono tenere e dolcissime. Ma adesso no, sei grande, e diventa sconveniente studiare danza. Le ballerine lo sai come sono, Rosa, sono tutte donnacce!”

Rosa viveva da reclusa, in una casa modesta, al piano ammezzato di una palazzina a tre piani, a Palermo, nel cuore della borgata dell’Addaura. Andava a scuola e tornava. Non le permettevano di fare altro. Se tardava più di venti minuti dopo lo squillare della campanella erano guai.

La sua stanza dava sulla strada e aveva i vetri specchiati per evitare che qualcuno la spiasse da fuori. C’erano pure le sbarre alle finestre. Suo padre le aveva fatte montare da un fabbro. Ufficialmente per scoraggiare i topi d’appartamento, che in quella zona facevano razzia di frigoriferi e lavastoviglie, in realtà per evitare che la figlia scappasse ancora una volta di casa.

Era successo la sera della festa per i diciott’anni di Clara, la sua amica del cuore, che aveva impiegato una settimana per organizzare la serata.

“Dai, devi venire, Rosa, ci sono tutti i nostri amici!” aveva detto Clara a scuola durante la ricreazione.

Ci sarebbe stata la torta, avrebbero ascoltato musica: insomma, una serata d’allegria, diversa dalle solite.

Clara abitava al terzo piano di un palazzo dall’altra parte della strada. Rosa conosceva tutta la sua famiglia. Una volta si era presa pure una mezza cotta per suo fratello Matteo, che era poco più grande di lei e manco la guardava perché aveva una fidanzata più grande, carina, una di cui era molto innamorato.

“Papà, stasera ci posso andare da Clara?”

Il padre di Rosa si storceva sempre quando sapeva che la figlia doveva uscire senza di lui. Fosse anche per andare solo dal droghiere all’angolo della strada, diventava malmostoso.

Di sera, poi, manco a parlarne.

Era geloso, di una gelosia morbosa, asfissiante.

Un senso di possesso dal quale in anni e anni non era riuscito a guarire, ma che in genere mascherava facendo la parte del genitore inflessibile.

“No, non puoi, è tardi, e poi domani c’è la scuola”, aveva sentenziato dalla sua poltrona.

Avevano appena finito di cenare.

“Ti prego, papà, Clara ci tiene! Ci sono tutti i miei amici!”

“Ti ho detto di no, glielo spiegherò io al padre di Clara perché non ci sei potuta andare. Adesso dammi un bacio, vai in camera tua e non ti fare vedere fino a domani. Buonanotte.”

La festa cominciava alle nove.

Rosa di solito ubbidiva, ma quella festa era troppo importante per lei. Non chiedeva mai niente e poi era stanca di chiudersi nella sua stanza e piangere. I suoi fratelli uscivano e tornavano all’ora che volevano, lei no.

Maledizione, non sono più una bambina.

Per una volta aveva fatto di testa sua.

Aveva chiamato Clara, che era tutta preoccupata, e l’aveva rassicurata.

“Sta’ tranquilla, in qualche modo arrivo, ciao.”

Si era infilata un paio di jeans e un golfino blu, aveva spento la luce e si era sdraiata sul letto vestita, aspettando che tutti andassero a dormire.

Verso le dieci, quando non aveva più sentito alcun rumore, aveva aperto la finestra e aveva guardato di sotto. Non poteva andarsene dalla porta principale. Il padre l’avrebbe sentita. L’unica alternativa era calarsi da quella dannata finestra.

Che ci vuole? Ce la posso fare.

Così era salita sul cornicione, si era accucciata, dando le spalle alla strada, e aggrappandosi con entrambe le mani al parapetto di marmo aveva fatto scivolare lentamente le gambe fuori dalla finestra. Poco alla volta, un centimetro dopo l’altro, aveva cominciato a calarsi giù, ma a un certo punto, quando ormai più della metà del corpo era fuori, si era bloccata cacciando un urlo di dolore. Tre dita della mano sinistra, che erano ancorate a un’intelaiatura di metallo, avevano toccato uno spuntone ed erano scattate a sangue.

Dio, che male!

Rosa si era lasciata andare, cadendo sul marciapiede. Aveva cercato di attutire il colpo con le gambe, ma era finita col culo per terra e la caviglia destra che le faceva un male cane.

Si era presa una storta, una di quelle toste.

Sentiva la schiena indolenzita, le faceva male un braccio, le era scoppiato un tremendo mal di testa.

E il dolore non si attutiva, non passava, anzi.

Come cavolo faccio adesso?

Non c’era nessuno per strada, neanche una fottuta macchina che passasse per caso.

Non riusciva a muoversi.

Aveva cominciato a gridare.

“Aiuto, aiuto!”

Sentiva le voci dei suoi amici che si divertivano, la musica, attutita dai muri, che rimbombava dentro casa di Clara.

Era Vasco, andava pazza per Vasco.

Cantava Albachiara.

Respiri piano lallalallalà…

La caviglia le faceva così male che non riusciva neanche a respirare. Era distesa a terra, la mente annebbiata, gli occhi persi nel cielo scuro sopra di lei.

…sei chiara come lallalallalà…

…diventi rossa lallalallalà…

La sua mente cantava con Vasco e non riusciva a fermarsi.

…e sei fantastica lallalallalà…

Rosa cominciava a odiare quella musica, con quel dolore al piede le sembrava insopportabile, fastidiosissima.

Una tortura.

Zitto… basta…

…nei tuoi problemi lallalallalà…

Aveva riprovato a gridare ancora più forte.

“Aiuto, aiuto, papà!!!”

Qualcuno nello stabile già dormiva, qualcun altro no.

Non era neanche tanto tardi.

Rosa aveva guardato verso il suo appartamento: un serpentone di luci si stava snodando poco alla volta. Prima si era illuminato il corridoio, poi la cucina, infine la sua stanza.

L’ultima immagine che le era rimasta impressa nella memoria, prima di finire in ospedale, era stata quella di suo padre in vestaglia che la fissava immobile dalla finestra con la delusione stampata negli occhi.

La odiava per quello che aveva fatto.

Aveva tradito la sua fiducia.

Le sbarre alle finestre erano arrivate il giorno dopo.

Nino Giaconia era da un po’ che teneva d’occhio Rosa.

Quella ragazza gli piaceva da pazzi. Anche se non la conosceva, la voglia di diventare parte della sua vita gli sembrava una strada da percorrere, obbligata, inevitabile, un po’ come il dolore.

Era una donna già fatta, con una classe e un portamento che non avevano niente da invidiare a quelli delle modelle in televisione.

In un certo senso era come se la immaginasse già al suo fianco.

Mia moglie, la mia signora!

Nino l’aveva incrociata la prima volta per caso. Si era come pietrificato, e quella era stata anche la prima volta che aveva disobbedito a Cosa Nostra.

Da allora aveva solo lei in testa.

La sua faccia se la sognava pure la notte.

Minchia, è la fine del mondo!

Di mattina seguiva il cognato nei suoi soliti giri, di pomeriggio si andava a piazzare davanti all’ingresso della scuola di danza solo per vedere uscire Rosa. La guardava mentre gli passava davanti e si beava tutto il giorno dell’ebbrezza di quel ricordo. Lei lo aveva capito e ogni tanto gli regalava il brivido di un sorriso pudico e compiaciuto.

“Si è accorta di me, io le piaccio, ne sono sicuro!”

“Lasciala stare quella lì”, gli continuava a ripetere Occhiuzzo, che lo aveva accompagnato una volta fino alla scuola di Rosa, “meglio di lei ce ne sono mille!”

“Non credo Gaspare, non credo proprio”, ribatteva Giaconia con la faccia stralunata e gli occhi pieni d’amore.

Da una settimana Nino non vedeva più Rosa a danza e si sentiva nervoso. Come un avvoltoio che gira intorno a una carcassa, passava e ripassava col vespino davanti casa sua nella speranza che la ragazza facesse capolino – anche solo per un attimo – da dietro la finestra.

Aveva bisogno di vederla per non uscire pazzo.

Il perimetro di quello stabile Giaconia lo conosceva a menadito.

Doveva averlo percorso con lo scooter almeno un milione di volte. L’appartamento di lei era a piano terra, con due affacci sulla strada e altri due sul cortile interno.

In una delle due finestre sul retro, quella della camera di Rosa, Nino notò qualcosa di diverso. C’erano le sbarre. Erano state messe da poco, perché la calce tutto intorno ai ferri era ancora fresca. Con i vetri specchiati lui non poteva sbirciare all’interno, ma Rosa, invece, vedeva benissimo lui. Non sapeva neanche come si chiamasse quel ragazzo, ma sapeva che era lì per lei. Questa cosa la faceva sentire bene.

Non era abituata a ricevere così tante attenzioni.

Da tre settimane, dalla notte della festa di Clara, Rosa era in punizione, murata viva nella sua stanza. Si era slogata una caviglia e zoppicava. Il padre le aveva permesso solo di girare per casa e solo per aiutare la madre nelle faccende.

Per il resto non la voleva tra i piedi.

Giaconia passava sotto la sua finestra a orari fissi. Alle dieci del mattino e alle cinque di pomeriggio. Arrivava e si metteva a girare con il motorino. Ormai aveva fatto i solchi intorno al palazzo. Restava per un paio d’ore e poi spariva. Rosa aveva imparato a riconoscere il vespino dal rumore e un pomeriggio – approfittando che la madre era al telefono – con la scusa di lavare i vetri aprì la finestra e si fece vedere.

I loro occhi si incrociarono in un attimo e in un attimo si fusero.

Diventarono una cosa sola.

Si guardarono per un po’ senza dirsi niente, lei con il Vetril in mano, lui con la sigaretta in bocca.

A un tratto annuirono entrambi, nello stesso momento, come se si stessero parlando col pensiero.

Rosa chiuse la finestra.

Nino diede un colpo secco alla pedivella del vespino e se ne andò.

“Basta, ho deciso, stasera me ne vado, scappo”, confidò per telefono Rosa alla sua amica del cuore, “sono stanca di questa vita. Voglio essere libera.”

“Ma Rosa, sei sicura, ci hai pensato bene?” l’ammonì Clara.

“E poi questo Nino non lo conosci neanche. Cosa sai di lui?”

“Niente”, disse lei, “ma non ha importanza, mi basta sapere che vive lontano da qui.”

“Quando ti rivedrò?”

“Presto, Clara, non aver paura. Ti voglio bene, ciao.”

Quella notte stessa la vedova Merlo, la vicina di casa dei Martinez, fu svegliata da un boato che le fece tremare la camera da letto. Per un attimo pensò che fosse scoppiata una bomba. Quando alzò le tapparelle e guardò fuori ebbe la sensazione che

un aereo avesse bombardato il palazzo. Si accorse che nell’appartamento accanto al suo c’era una specie di voragine. Sparpagliati sulla strada, c’erano un pezzo di persiana, la cerniera, il telaio della finestra, la grata, un mucchio di calcinacci.

Nino si era procurato una jeep, una di quelle massicce, con un argano e un cavo d’acciaio. Aveva fissato il gancio alle sbarre e schiacciando il pedale dell’acceleratore aveva fatto il botto.

Si era portato via Rosa.

Erano fuggiti insieme.

Per un paio di giorni andarono a vivere in casa di Occhiuzzo, che li ospitò senza troppo entusiasmo. Poi Nino spiegò a Rosa che con lei voleva fare sul serio.

“Mi vuoi sposare?” le chiese un attimo dopo.

“Sì”, rispose lei d’istinto.

Non ne era affatto convinta, ma doveva andarsene da lì. Sognava di cambiare strada, quartiere, magari anche città. Si sentiva soffocare dentro quel mondo. Se amasse o meno Nino, era un problema secondario. Quel ragazzo l’aveva salvata. Col tempo magari avrebbe imparato a volergli bene.

Giaconia fece le cose come si deve e andò a chiedere la mano di Rosa al padre. Gli portò i soldi per riparare la finestra e “una milionata” extra per fare un regalo alla moglie. Fosse stato un altro ragazzo, il signor Martinez lo avrebbe pestato a sangue e magari avrebbe tenuto Rosa segregata in casa per un altro anno o due. Ma sapeva chi era Nino, nel quartiere aveva sentito parlare sia di lui sia dei suoi amici Corleonesi.

Quando Giaconia gli chiese il permesso di impalmare sua figlia, Mariano Martinez non ebbe il coraggio di dire no.

La sua benedizione era solo una formalità. Sapeva che tanto ormai la “fuitina” l’avevano fatta, e che sua figlia non era più solo “cosa sua”.

A Rosa Nino non piaceva particolarmente. Gli si era buttata tra le braccia perché aveva sconfitto suo padre, perché si sarebbe messa pure col diavolo pur di andarsene da quella casa. Nino forse era peggio del diavolo, ma lei ancora non lo poteva sapere.

(1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio dal romanzo “Più scuro di mezzanotte”, di Salvo Sottile (Sperling & Kupfer 2009). Riproduzione riservata.

*Dice di sé.
Salvo Sottile. Nato a Palermo nel 1973, giornalista e scrittore, è caporedattore e conduttore del TG 5. Sta lavorando alla sceneggiatura di un film tratto dal suo primo romanzo, “Maqueda”, i cui diritti sono stati comprati dal produttore cinematografico Valsecchi. 

ANDRÉ GIDETe lo dico in verità, Natanaele,ogni desiderio mi ha arricchito più che il possesso sempre falsodell’oggetto stesso del mio desiderio.

(Da “I nutrimenti terrestri”, 1897)


BELPAESE Elda Lanza - Ma il Gattopardo qualcosa ha cambiato

Il romanzo dell’ottocento è la strategia di comunicazione della nuova borghesia italiana. Un viaggio tra autori ed opere che hanno comunicato meglio e più di altri la nascita, la crescita e l’affermazione della nuova classe media

Elda Lanza*

Qui mira e qui si specchia

secol superbo e sciocco…

Giacomo Leopardi

 

 

Non è mia intenzione tracciare la storia della borghesia attraverso i romanzi dell’ottocento. Mi ha incuriosito il rapporto, spesso contraddittorio, attraverso cui il romanzo e la poesia hanno raccontato, sostenuto o boicottato, la nascita e il potere della borghesia italiana. In alcuni casi mortificando una nobiltà passiva accusata di essere ostacolo al progresso; in altri, esaltando gli ideali e i sacrifici che hanno consentito l’affermarsi di una classe disposta a governare responsabilmente un nuovo percorso politico culturale e sociale. Secondo una strategia di comunicazione che ha dato i suoi frutti.

Non ricordo chi l’abbia scritto, ma concordo con l’idea che la borghesia, soprattutto in Italia, abbia sostituito la nobiltà assumendone pregi e difetti, diritti e doveri, con una scala di merito che potrebbe corrispondere a quella che distingue un principe da un borghese. Proust, ne “La recherche”, ha sdoganato lo snobismo e lo ha reso sublime. Non mi vergogno, quindi, di dichiarare il mio snobismo andando a cercare, in una letteratura vasta, ricca e variegata, soltanto le voci contrarie. Quelle sublimi dell’opposizione.

 

Giacomo Leopardi

 

Difficile sottrarsi al poeta che più di ogni altro riscattò il secolo XIX dalla mediocrità e dall’ipocrisia. Per cercare le ragioni dell’ostinato dissenso nei suoi scritti, prose o liriche, occorre accettare la sua posizione negativa nei confronti del secolo che si proponeva al cambiamento.

Le “Operette” furono giudicate un libro scandaloso. Lo stesso Tommaseo lo giudicò un libro “meglio scritto, ma i principi, tutti negativi, non fondati a ragione, ma solo a qualche osservazione parziale, diffondono nelle immagini e nello stile una freddezza che fa ribrezzo, una desolante amarezza”.

Gli “intellettuali” parlavano e scrivevano di progresso civile, politico ed economico; Leopardi chiedeva se tutto questo progresso avrebbe potuto mutare l’infelicità dell’individuo. Qui mira e qui si specchia/secol superbo e sciocco… Sfoga la polemica con il proprio tempo, attraverso le rime satiriche del “Conte Leccafondi”, liberale moderato, invaghito di idee romantiche e dei sistemi filosofici idealistici, progressista.

 

Vendite nuove ed utili officine

similmente ogni dì si vedean porre,

merci del loro e merci pellegrine

in copia grande ai passeggeri esporre,

stranie comodità far cittadine,

nuovi teatri il popolo occorre,

qui strade a racconciar la plebe intenta,

là d’un palagio a por le fondamenta.

 

Nei “Paralipomeni” traveste ogni sorta di personaggio in bestia.

 

dirovvi il parer mio da mal pensante

qual da non molto in qua son divenuto…

 

Nella cultura dell’ottocento Leopardi fu un isolato: gli si riconobbe incondizionatamente il merito di essere un grande poeta, ma gli si imputò di essere fuori dai processi storici. Io rivendico l’originalità del suo pensiero, mai inutile, confermando la tesi che l’intellettuale non ha il compito di avere sempre ragione, né di essere sempre e completamente inserito nella cultura del proprio tempo. Molto spesso – e questo è un pensiero di Benedetto Croce – gli intellettuali dimostrano la loro utilità nell’essere coscienza infelice di un’epoca, cioè discorde.

Il Romanticismo in Italia

 

Si definì Romanticismo la cultura che si affermò in Europa nella prima metà dell’800, in stretta relazione con la crescita della borghesia che stava acquisendo una propria coscienza di classe non più subalterna ad altre classi sociali. La nuova borghesia, proponendo una propria concezione di vita e una propria scala di valori, elaborò una cultura funzionale alle proprie esigenze e, attraverso il romanzo, una eccellente strategia di comunicazione. A torto si attribuisce alla rivoluzione francese questo ribaltamento di valori sociali.

Nel 1780 gli Stati generali erano rappresentati da nobili, clero, borghesia, a significare che la borghesia aveva già un ruolo evidente al potere. Al posto di re decapitati o di signorie decadute, emerge una società di ricchi: sono i mercanti, gli amministratori scaltri, i confidenti diventati all’improvviso, con l’ascesa di Napoleone, i nuovi padroni. Si confermerà borghesia; e dopo il fallimento dei movimenti rivoluzionari riscatterà il proprio ruolo di classe dirigente. Affidando alla letteratura e alla poesia del secolo la discussione tra valori e ruoli, tra nobiltà e nuovo spirito sociale.

Per raccontare la borghesia che si stava formando, volutamente ho evitato la letteratura italiana post-romantica, a carattere prevalentemente regionale.

Il movimento antiborghese della “scapigliatura”. Il lungo tragitto che dal decadentismo, che ha segnato il razionalismo esasperato e la conflittualità di classe, è sfociato nella memoria e nel rimpianto del passato con Fogazzaro e il suo “Piccolo mondo antico”.

Per raccontare gli ultimi tentativi di resistenza della vecchia classe superata, e la nascita della nuova borghesia, con maggiore lucidità e distacco, ho scelto invece due romanzi totalmente diversi: “Il resto di niente” di Enzo Striano e il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Entrambi scritti a metà del 1900, ma fortemente ancorati, stilisticamente e storicamente, tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, il primo a Napoli, il secondo in Sicilia.

 

L’utopia repubblicana

 

Striano racconta con scoraggiata malinconia l’inutile resistenza dei napoletani – per una volta ricchi e poveri insieme – uniti in un’utopia repubblicana contro il re straniero, Ferdinando di Borbone. Protagonista sublime, e sfortunata, Eleonora Pimentel de Fonseca (neppure napoletana). Racconta del suo coraggio, della sua diversità dalle donne dell’epoca, della sua tragica fine. È la Napoli dei sobborghi, con la sua folla variopinta di preti, lazzari, nobili, militari, prostitute, travestiti. È la Napoli della cultura, della musica, della filosofia. È la Napoli dell’orgoglio.

 

Quella laggiù, dunque, quel vasto presepio di luci sparse tra macchie d’alberi dalle colline al mare, quell’immota distesa nel grembo fra edifici e monti, in cui il Vesuvio verberava fuochi e le case barbagli d’oro vecchio, era Napoli.

 

Dalla casa dove abiterà, Léonor si affaccia al balcone, “in una gloria di sole”.

 

Vide un continuo, lento salire d’uomini scalzi recanti sulle spalle, in bilico sul capo, cestoni d’uva, fichi. Alcuni reggevano mazzi brunodorati di sorbe, grappoli di melloni gialli. Arrancavano trabiccoli carichi di broccoli, finocchi, peperoni multicolori, pomodori scarlatti. Salivano carrettini zeppi di ceste; fra trine d’alghe vi luceva l’argento di cefali, alici, merluzzi…

 

La vicenda di Léonor, costruita realisticamente su documenti dell’epoca, dalla sua clandestinità tra i patrioti napoletani dei palazzi e dei fondi, fino al patibolo, è raccontata come un romanzo, mescolando realtà e ipotesi, fatti realmente accaduti e supposti sentimenti.

Un ritratto di straordinaria potenza emotiva. Verso la conclusione del romanzo, ecco puntuale la frase che riassume la filosofia del tempo e del luogo.

 

Pulcinella non è un tipo allegro. Sa le cose nascoste. Ca la Repubblica adda fernì, come finisce tutto, ca ll’uommene se credono de fa’ questo, de fa’ chello, de cagnà lo munno, ma non è vero niente. Le cose cambiano faccia, non sostanza; vanno sempre comme hanno da ì. Come vo’ lo Padrone

 

Alla finestra

 

“Le cose cambiano faccia, non sostanza”. E questo ci richiama il Gattopardo, la famosa frase del principe Salina: “Perché tutto cambi bisogna che niente cambi”. La filosofia del tempo e del luogo. Due mondi così diversi, così distanti, non soltanto nella stesura del racconto, ma nella realtà dei due autori: giornalista il primo, principe il secondo. Nel primo c’è la glorificazione della città di Napoli, grande tragica protagonista, con il sole, i barbagli d’oro sulle case, i colori e gli odori della verdura, citata una a una con meticoloso realismo; nell’altro c’è la superba giustificazione di un fallimento.

 

Questo paesaggio che ignora le vie di mezzo tra la mollezza e l’arsura dannata di sei mesi di febbre a quaranta gradi, maggio giugno luglio agosto settembre, che non è mai meschino, terra terra, distensivo, come dovrebbe essere un paese razionale. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua, questi monumenti magnifici ma incomprensibili, perché non edificati da noi, che ci stanno attorno come bellissimi fantasmi muti, governi venuti da fuori, hanno formato il carattere nostro, condizionato da fatalità esteriori e da una terrificante insularità d’animo. I siciliani sono unici, non somigliano a nessuno.

 

Due storie parallele negli obiettivi: cacciare il re straniero, lo stesso padrone. Che a Napoli costa il prezzo altissimo della vita e della sconfitta, in Sicilia qualche baruffa in attesa che Garibaldi faccia da solo il resto.

 

Quell’avventuriero tutto capelli e barba era mazziniano. Avrebbe combinato guai. Ma se il re galantuomo lo ha fatto venire quaggiù vuol dire che è sicuro di lui. Si rassicurò. Si sedette sul divano. In attesa del Rosario, e mentre aspettava notò che il Vulcano dipinto sul soffitto rassomigliasse un po’ alle litografie di Garibaldi che aveva visto a Torino. Sorrise. “Un cornuto”.

 

Tomasi di Lampedusa, nel “Gattopardo”, ci offre attraverso interni ed esterni di straordinaria potenza realistica la percezione del cambiamento. Il giardino della casa di campagna, le famose rose portate dalla Francia: quasi un peccato di lussuria. L’ora del rosario, con le tende che il vento gonfia e affloscia sul ritmo della preghiera. I vestiti delle donne nobili sempre scuri, per dare risalto alla bellezza sfacciata della proletaria Angelica. Il sorriso appena accennato della giovane Salina, che non osa guardare il bel cugino di cui è innamorata, e la risata sguaiata di Angelica che vuole attirare l’attenzione persino dell’anziano principe. Se questi continui riferimenti contrastanti tra i due mondi a confronto, vogliono mettere in risalto il cambiamento della società e dei costumi, non c’è dubbio che di tutti i personaggi del romanzo è proprio lui, il Gattopardo, il solo a rendersi conto della fine. Tomasi di Lampedusa, per testimoniarlo senza retorica, si serve nell’ultima pagina del romanzo di un simbolo: il gattopardo impagliato che vola dalla finestra.

 

Durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi, e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.

 

Due romanzi, totalmente diversi e opposti, che pure rappresentano l’inizio del cambiamento. Dal “Gattopardo” nascerà la nuova borghesia dei Calogero Sedàra, dove soldi e bellezza non avranno più pudore. Dal “Resto di niente”, gli ideali che rendono uguali ricchi e poveri, nobili e plebei, che si attraggono attraverso la potenza della ragione e nei diritti della libertà.

Quando i due romanzi sono stati scritti e pubblicati, la borghesia era già affermata da oltre un secolo come perno sociale e economico del Paese; tuttavia il percorso che i romanzi tracciano, al di là dell’ispirazione e della fantasia poetica, rappresentano un’ipotesi reale. Non dovunque e non per tutti, ma questo è davvero accaduto. Uno, pessimista sul futuro della nobiltà e dei suoi compiti; l’altro, portatore di ideali che il tempo, e l’economia, ridurranno in capitoli di storia.

 

Gli eroi perdenti

 

L’ottocento è stato il secolo determinato dall’unità d’Italia. Il Risorgimento, Garibaldi, Cavour, re Francesco di Borbone (u’ Franceschiello), re Vittorio Emanuele II. Le lotte clandestine; la nobiltà che si piega ai bisogni della gente. Un grande musicista, Giuseppe Verdi, che interpreta il desiderio di un’Italia unita. Le ribellioni popolari, l’indipendenza dai dominatori stranieri. Città-simbolo, come Milano, Napoli, Roma… L’unità d’Italia.

Se questa è la storia che ha segnato l’ottocento, la cultura si identifica in due filoni distinti, il romanticismo – che ci ha regalato, salvo rare eccezioni, melense storie d’amore quasi sempre infelici, o sublimi drammi di sopravvivenza – e il neoclassicismo che accentua il carattere nazionalistico della letteratura italiana.

Si riscopre la storia come fonte di ispirazione letteraria (Manzoni e i “Promessi sposi”). Nasce l’esigenza di una lingua unitaria. Si valorizzano sentimento, fantasia, fede religiosa: i valori morali, che di solito emergono quando l’ondata popolare avanza. Si delinea il grande “ciclo dei vinti”: Luigi Capuana, Giovanni Verga, Antonio Fogazzaro, Emilio De Marchi, Edmondo De Amicis. La saga degli eroi perdenti. Storie di una tradizione contadina, o marinara, che si esprime attraverso la lingua della povera gente, le tradizioni, i gesti, i rumori, il riso e il pianto. Studiati e riportati, persino nei dialetti, per farli riconoscere. Sull’altro versante, i salotti della buona società. Che cede all’amor di patria e si concede ai buoni sentimenti. Anche i costumi diventano più sobri. Si perde il vezzo di raccontare gli abiti, i gioielli, lo sfarzo, i saloni e le carrozze (che dovranno aspettare di rivivere nella prosa di una fragile signora bionda che si chiama Liala), e si privilegiano i sentimenti, l’amor di patria, l’eroismo clandestino, il lavoro.

 

Giovanni Verga

 

Non ho scelto Giovanni Verga per “I Malavoglia”, senza dubbio la più straordinaria testimonianza della sacrificata ricerca di beni materiali che l’ottocento abbia prodotto. In Verga ho cercato il pessimismo scientifico e l’atteggiamento ideologico, in campo politico e sociale; l’anticapitalismo reazionario; la sua sostanziale sfiducia nel progresso. I bisogni e la miseria sono “I Malavoglia”. Poi la voglia di ricchezza diventerà “Mastro Don Gesualdo”; la vanità aristocratica “La Duchessa Leyra”; e infine l’ambizione passerà dall’“Onorevole Scipioni” all’“Uomo di lusso”. Il congegno delle passioni si allarga e si complica; i comportamenti nelle diverse situazioni diventano meno originali, ma testimoniano la sottile influenza che l’educazione esercita sui caratteri e anche quanto di artificiale ci sia nella civiltà.

Il razionale progetto dei “vinti” ha un taglio psicologico che porta lo scrittore a considerare il diverso rapporto dei protagonisti con il progresso che avanza. Dal povero pescatore dei Malavoglia fino all’intellettuale che riunisce in sé tutte le virtù necessarie alla sopravvivenza, tutti sono “vinti che la corrente ha deposto sulla riva”, pur essendo diversi di fronte alla disfatta. Il pescatore siciliano è l’emblema di quella umanità che vive del proprio bisogno, senza rendersi conto dei processi storici di cui è testimone passivo. L’uomo di lusso al contrario rappresenta la coscienza critica della società. Anche Giovanni Verga fu considerato un isolato, di difficile collocazione. Tuttavia “Vita dei campi”, “I Malavoglia”, “Novelle rusticane” e “Mastro Don Gesualdo” sono considerati tra i capolavori della narrativa italiana, qualunque fosse l’obiettivo politico e sociale dell’autore.

Interni di famiglia borghese

 

In quel Piemonte morigerato, già alla soglia del novecento, Guido Gozzano ci regala alcuni celebri ritratti, romanzi in poche quartine. Delle quali Eugenio Montale dirà: la poesia di Guido Gozzano è la più sicura del 900.

Guido Gozzano, infatti, apre una nuova elaborazione poetica, che tiene conto del diverso atteggiamento esistenziale di chi l’ha preceduto (Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio). Si chiamerà “crepuscolare”. Una formula critica del nuovo assetto politico e sociale, osservato per la prima volta anche attraverso l’uso dell’ironia.

 

…ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono/ sentimentale giovine romantico…/ Quello che fingo d’essere e non sono.

 

Ed ecco l’interno/esterno piccolo borghese che quest’uomo d’altri tempi ci regala. Nel paese, ristretto tra poche case contadine e alcune ville padronali, arriva il forestiero, il dottore. E il farmacista lo presenta, non senza malizia, alla signorina Felicita rimasta sola a custodire la grande casa agiata di famiglia.

 

Talora – già la cena era imbandita –

mi trattenevi a cena. Era una cena

d’altri tempi, col gatto e la falena

e la stoviglia semplice e fiorita

e il commento dei cibi e Maddalena

decrepita, e la siesta, e la partita.

 

Un quadro, con quei colori un po’ appassiti dal sole e dalla polvere. L’acciottolio delle stoviglie ‘fiorite’ nell’acquaio, con la serva decrepita che sparecchia, il tappeto sulla tavola, le carte un po’ usate e i bicchieri mezzi vuoti, per il notaio, il dottore, il farmacista. La siesta e la partita.

 

Tosti il caffé o cuci i lini.

Penso l’arredo – che malinconia!

penso l’arredo squallido e severo

antico e nuovo, la pirografia

sui divani corinzi dell’Impero,

la cartolina della Bella Otero

alla specchiera… che malinconia!

Semplicità là dove tu vivi sola

Con tuo padre la tua semplice vita!

 

 

Il libro Cuore di Edmondo De Amicis

 

Ovvero: il valore dell’infelicità nella questione sociale. Il catechismo del sentimentalismo. La pacificazione di ogni tensione della vita reale. Il pareggio tra miseria e bontà, tra ricchezza e generosità. La retorica dei buoni sentimenti.

Io ho letto molto, anche da bambina. Fino ai nove anni i libri me li sceglieva il maestro Palmi, un ex-prete che i nonni paterni, con i quali vivevo, avevano assunto per farmi scuola privatamente. Non ero malata; ma a quel tempo per bambine della mia condizione la scelta era tra lezioni private e il collegio.

Il maestro Palmi, del quale conservo ancora un ricordo straordinario per il suo modo di insegnarmi la consapevolezza di quello che imparavo, non mi ha mai lasciato leggere il libro “Cuore” – che ho letto da adulta, per ragioni professionali. Una specie di diario, che diario non è. Una raccolta di fatti che riguardano un gruppo di ragazzi di una scuola. Ogni bozzetto ha un titolo e per protagonista un bambino – coraggioso, sfortunato, generoso, pusillanime – la cui storia esalta o l’amor di patria o l’amore filiale, comunque i cosiddetti buoni sentimenti, fino a sacrifici estremi, spesso irragionevoli. Non lasciando al lettore alcuno sforzo interpretativo, perché tutto viene servito con evidenza, come una zuppa calda.

Quando, vent’anni dopo, nella trasmissione di libri per ragazzi che io curavo per la televisione, “Avventure in libreria”, ho detto le stesse cose che ho scritto ora, sono stata richiamata dalla direzione generale. Credo che mi abbiano accusata di mancanza di sensibilità. Grazie, maestro Palmi.

Questo libro, ispirato ai buoni sentimenti dei poveri e ai buoni propositi dei ricchi, rappresenta in gran parte il senso della comunicazione che la borghesia nascente voleva esprimere e divulgare.

Non aveva alcun bisogno di farsi accettare, perché economia e società erano già in suo potere. Ma per stravincere, doveva poter contare sui sentimenti. Piegare l’orgoglio dei poveri ma buoni.

E il libro “Cuore” ci prova. In una serie di bozzetti presenta una borghesia condiscendente, disponibile alla pietà. Una borghesia che commuove. E una povertà che è spesso causa di se stessa. Quando la povera gente alzerà la voce, e il pugno chiuso, la borghesia sarà ormai salda al potere. Da questo momento nasceranno in Italia – come in Europa, in Russia e in America – due importanti filoni letterari: il romanzo sociale (Emilio De Marchi) e il romanzo esistenziale (Luigi Pirandello, Italo Svevo). Mentre il nuovo secolo è pronto a salutare uno dei miti dell’estetismo, Gabriele D’Annunzio, e si concede al culto della velocità e delle tecnologie (il Futurismo), si comincia a fare i conti con il simbolismo di Nietzsche, che influenzerà il pensiero filosofico e si aprirà alle teorie psicoanalitiche di Freud.

 

Una donna

 

Mi piacerebbe terminare con una donna, Sibilla Aleramo, che rappresenta il realismo sociale degli inizi del secolo XX. Il suo primo romanzo chiaramente autobiografico, “Una donna”, fu considerato uno dei primi romanzi femministi apparsi in Italia.

Sibilla Aleramo, femminista, pacifista e comunista, non cercò mai di somigliare agli schemi e ai ruoli tradizionali della propria epoca. Discussa come donna e come scrittrice, fu definita da Giuseppe Prezzolini il “lavatoio sessuale della cultura italiana”.

Non stupisce che una donna anticonformista anche nelle proprie scelte sessuali, con un talento di relazioni forse superiore al suo talento di scrittrice, turbasse l’alta opinione che il mondo letterario di quel principio di secolo aveva dei propri rappresentanti, non soltanto in Italia. Uno di loro, infatti, ebbe il cattivo gusto di farsi definire “vate”. Forse varrebbe la pena, a questo punto, ricordare Luigi Pirandello, considerato a piena ragione appartenente alla letteratura del novecento, e perciò scivolato via da un progetto che voleva guardare alla trasformazione della società nel secolo XIX in senso critico. Tuttavia, non è difficile immaginare che la donna Sibilla Aleramo somigli ad alcuni personaggi cui Pirandello ha affidato, nelle commedie e nei racconti, un ruolo di introspezione assolutamente moderno. Come percepire il proprio volto – la propria anima? – soltanto quando si ha coscienza della propria maschera.

È passato un secolo, da quell’ottocento rivoluzionario; così controverso, prodigo di buoni principi. Forse non è un caso che la letteratura italiana, oggi, consapevole del proprio ruolo di comunicazione di costumi, è rappresentata da protagonisti che parlano soprattutto di se stessi. Il resto sono buone intenzioni.

Il resto di niente, appunto.
*Dice di sé.
Elda Lanza. Scrittrice e giornalista. Docente di storia del costume.

JEAN DE LA BRUYÉRELe cose più desiderate non si realizzano; o, se si realizzano,ciò non accade nel tempo e nelle circostanze in cui esseavrebbero arrecato un estremo piacere.

(Da “I caratteri”, 1688)

COSTUME - Giancarlo Livraghi - Lev Tolstoj: Non c'è grandezza dove non c'è semplicità

Come ogni grande, appassionato amore, anche quello per la semplicità non è facile. Richiede cura, attenzione, dedizione. Con gioia quando nasce l’armonia, smarrimento quando, con il semplicismo, si infrange

Giancarlo Livraghi*

C’è mai stato, in qualche antico rito, un tempio dedicato al culto della semplicità? Non sono mai riuscito a trovarne alcuna notizia. Se ci fosse, sarei curioso di capire la cultura da cui è generato, di conoscerne le forme e i rituali, per imparare se (e come) possono aiutare a far crescere in noi il gusto, il piacere, la voglia di coltivare quell’arte sottile e illuminante.

Non è necessario che sia un culto. Ma mi piacerebbe che ci fossero in tutte le piazze del mondo (e in tutte le scuole, università e accademie) monumenti dedicati alla semplicità. E che i migliori scultori del mondo facessero a gara per rappresentarla nel suo affascinante splendore.

Michelangelo diceva che è facile fare una statua. Basta vederla dentro un blocco di marmo e togliere quello che avanza. C’è qualcosa di straordinario nell’arte del più modesto scalpellino. Sovrumano nell’opera di un grande scultore. Eppure ognuno di noi, con un guizzo di felice intuito, può fare lo stesso miracolo: cogliere la semplicità che si nasconde dentro un’apparente complicazione.

Un errore diffuso è pensare che la stupidità sia semplice, l’intelligenza complicata. Che semplificare sia facile, complicare difficile. Molto spesso è vero il contrario (1). Lo constatava Ovidio duemila anni fa. La semplicità, cosa rarissima ai nostri tempi. Chissà che cosa direbbe oggi.

Si trova in giro, citata qua e là, una frase attribuita a Leonardo da Vinci. La semplicità è l’estrema perfezione. Non trovo riscontri che ne confermino l’autenticità. Ma sono convinto che Leonardo, se fosse qui a parlarne con noi, si riconoscerebbe in quel concetto (e si dispiacerebbe di aver talvolta ceduto alla tentazione di complicare, come nella tecnica di affresco del Cenacolo).

Ebbene sì, anche i geni sbagliano (e sbagliando imparano). Ma se sono davvero geniali sanno quanto sia importante (e impegnativa) la conquista della semplicità – e non si arrendono alle insidie della complicazione.

 

Semplicità e armonia – scrittori, artisti, filosofi

 

La semplicità è armonia. Lo sanno i più grandi artisti, i più bravi scrittori, i migliori filosofi. Anche nella scienza i più grandi progressi sono spesso soluzioni semplici di problemi che sembravano inestricabilmente complicati (su questo tema ritorneremo più avanti).

La semplicità è eleganza. Non solo nell’abbigliamento, nell’arredamento, nello stile. Anche nel pensiero e in ogni genere di attività. Non è un caso che una soluzione particolarmente efficace (e perciò brillantemente semplice) sia spesso definita “elegante” in diversi mestieri e discipline.

Nulla è vero, se non ciò che è semplice (Johann Goethe). La semplicità è la forma della vera grandezza(Francesco De Sanctis). Non c’è grandezza dove non c’è semplicità (Lev Tolstoj). In carattere, maniera, stile, in tutte le cose, la suprema eccellenza è la semplicità (Henry Wadsworth Longfellow). Molti altri l’hanno detto. Soprattutto, i migliori l’hanno fatto. È affascinante, illuminante, disarmante, la semplicità con cui si sa esprimere un grande scrittore o un autentico poeta.

Semplice vuol dire sciocco? È un modo diffuso di esprimersi o di pensare. Ma è profondamente sbagliato. Le sottilissime astutie di Bertoldo (come le chiamava Giulio Cesare Croce) sono davvero così diverse dalle piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino? Nella malinconica ironia di Miguel Cervantes, c’è più saggezza e nobiltà in Don Chisciotte o in Sancho Panza? Nel racconto di Italo Calvino, è più consapevole Agilulfo, il “tutto pensiero” cavaliere inesistente, o il “tutto fisico” Gurdulù? Nell’Idiota di Dostoevskij c’è più sensibilità e umanità nel principe Myskin che in tutti gli arroganti presuntuosi che lo circondano.

Tutti noi, nelle esperienze della nostra vita, incontriamo persone “semplici” che sono molto più intelligenti di tanti cosiddetti “intellettuali”.

Lo dice un filosofo (non particolarmente noto per la facilità del suo pensiero). Gli aspetti delle cose che sono più importanti per noi sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità – Ludwig Wittgenstein.

Vogliamo il parere di un architetto? Eccolo. Semplicità e armonia sono le qualità che misurano l’autentico valore di ogni opera d’arte – Frank Lloyd Wright.

Le opinioni di due musicisti molto diversi. La semplicità è la conquista finale. Dopo che si è suonata una vasta quantità di note, e poi ancora tante note, è la semplicità che emerge come il premio incoronante dell’arte – Frederic Chopin. Rendere il semplice il complicato è luogo comune, rendere il complicato semplice, stupendamente semplice, quella è creatività – Charles Mingus.

Grazie, Charlie. Così mi dai la nota giusta – lo spunto per un argomento che non può mancare in questi ragionamenti. Di che cosa stiamo parlando quando diciamo “creatività” o “creativo”?

 

Che cosa vuol dire “creatività”?

 

Questa è una delle parole più stupidamente usate – e abusate – nel linguaggio di oggi. Stranamente ci sono mestieri che si definiscono “creativi”. Quando cerco di spiegare perché questa usanza è assurda e ridicola, spesso faccio un semplice esempio. Se chiedessimo a Mozart, a Raffaello o a Einstein “che mestiere fai?” ci sentiremmo rispondere musicista, pittore o fisico (con una certa tendenza di Einstein a dire “non saprei, diciamo essere umano”). Si metterebbero a ridere se qualcuno li chiamasse “creativi”.

Un’amica (Elda Lanza: il suo stile è noto anche ai lettori dell’Attimo fuggente) ha conosciuto Coco Chanel. Un giorno le ho fatto una domanda. Che cosa avrebbe detto Coco a qualcuno che le avesse chiesto qual era il suo mestiere? La risposta è stata quella che mi aspettavo. Si chiamava orgogliosamente “sarta” – certo non “stilista”.

C’è gente che va in giro con l’etichetta “creativo” e non ha mai creato qualcosa di interessante – se non forse un’ideuzza trent’anni fa che si è fatta notare per un paio di giorni perché dava fastidio a qualche benpensante (e che si continua a citare nelle agiografie come se fosse chissà quale rivoluzionaria meraviglia). Mentre c’è chi ha davvero trovato sintesi significative e non sopporta l’idea di lasciarsi classificare con quella goffa definizione.

Una categoria immune da questo malanno sembra essere quella degli scrittori. Nessuno, che io sappia, è mai stato definito “creativo” (anche se qualcuno ha avuto il cattivo gusto di lasciarsi chiamare “vate”). Forse dipende dal fatto che conoscono un po’ meglio l’uso della lingua. (Non è colpa di Dante se qualcun altro ha appiccicato alla sua commedia l’aggettivo “divina”).

La creatività esiste, ma è tutt’altra cosa. Una sintesi che semplifica la complessità. Ci sono, nei secoli e nei millenni, persone che sono meritatamente passate alla storia per aver avuto, in tutta la loro vita, una sola intuizione di quel genere.

 

Quando la scienza si complica, è in una fase confusa

 

Molte cose nel mondo di oggi ci fanno venire il dubbio che Giacomo Leopardi avesse ragione quando era scettico sulle magnifiche sorti e progressive (2). Ma c’è un campo in cui il progresso è reale – e sconcertante. La ricerca scientifica. I confini della conoscenza si stanno allargando al di là della nostra capacità di capire. Ciò che cinquanta o cento anni fa sembrava una scoperta sconvolgente, oggi è superato in nuovi orizzonti sempre più interessanti, ma sempre più difficili.

A parte la mia scarsa competenza in materie molto spetiche, come la cosmologia, la fisica quantistica e la genetica, un approfondimento di questi temi andrebbe molto oltre lo spazio e la sostanza di questo articolo. Ma un fatto è chiaro. Siamo in una fase in cui si moltiplica la complicazione. Ogni sostanziale passo avanti deve andare, presto o tardi, nella direzione della semplicità, ma è difficile capire come si possa arrivare alla sintesi – che, se e quando ci sarà, sarà davvero il superamento di una soglia fondamentale.

Così diceva Albert Einstein. Se non lo sai spiegare semplicemente, non l’hai capito abbastanza bene. Quante sono le cose, non solo sulle estreme frontiere della fisica, che qualcuno non ci sa spiegare semplicemente, perché non le ha capite abbastanza bene? Quante le “presunzioni” di sapere che qualcuno ci somministra perché non si rende conto di quanto non ha capito o perché sta cadendo nell’errore del semplicismo?

Niels Bohr, nel 1927. Chi non è confuso dalla teoria dei quanti non la capisce. Più icasticamente Richard Feynman, nel 1967. Nessuno capisce la teoria dei quanti. Non sembra che oggi, dopo altri quarant’anni di studi, le difficoltà siano diminuite.

Spero che gli scienziati mi perdonino un’impertinente osservazione da incompetente catecumeno. Ho l’impressione che il crescente numero di “particelle” variamente conosciute o ipotizzate – come le proliferazioni terminologiche in altre scienze – sia un’accozzaglia di nomi di cose presunte di cui non è identificabile l’esistenza (o non si riesce a capire che cosa siano). Probabilmente questo tormentato passaggio è necessario, ma è faticosamente dispersivo. In attesa che un nuovo Archimede, o Newton, o Darwin, o Mendeleev, o Einstein, sciolga i nodi delle complicazioni e ci dia un nuovo strumento di sintesi cognitiva.

Il vantaggio intrinseco della scienza è che ha il dovere di non sapere – di dubitare perennemente, essere sempre aperta alla possibilità di rimettere in discussione ciò che sembrava “certezza”. Ma proprio per questo ogni tentativo di divulgazione è pericoloso quando è assolutistico o banalizzante.

L’affascinante “teoria delle stringhe” potrebbe essere uno strumento essenziale per capire “la natura delle cose”, come la chiamava Lucrezio. Ma ciò non vuol dire che (con l’aiuto di un buffo errore di traduzione) qualcuno possa venire a spiegarci che l’universo è una scarpa (3).

 

La perversità della complicazione

 

Quando l’intelligenza si propone in modo intricato, o difficilmente comprensibile, vuol dire che è immatura. Per raggiungere la sua piena efficacia e chiarezza dovrà evolversi verso la semplicità.

Complicare è facile, semplificare è difficile. Non solo nelle forme più elevate della filosofia, della scienza, della cultura, ma anche nella pratica del lavoro, o nelle piccole esperienze di ogni giorno, le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.

La semplicità, purtroppo, è vulnerabile. Ci sono forze spaventose che si accaniscono in mille modi per rendere le cose inutilmente e assurdamente complicate. Ero ancora adolescente quando cominciavo a preoccuparmi per le molteplici insidie di un tenebroso e perverso organismo chiamato Uccs – Ufficio complicazione cose semplici. Sono passati tanti anni, i mille tentacoli del mostro ci avvolgono in modo sempre più minaccioso.

Quella piaga contagiosa non nasce solo negli apparati burocratici che intenzionalmente complicano ogni genere di procedure per affermare il loro potere e asservirci alle loro fisime. Ma anche in infinite situazioni dove nessuno lo fa di proposito, ma ugualmente i nodi diventano gordiani – e purtroppo non sempre è possibile brandire la spada di Alessandro (anche perché, un po’ troppo spesso, siamo noi a cadere inavvertitamente nella trappola della complicazione – e tagliarci le mani, o spaccarci il cervello, sarebbe una terapia troppo drastica).

 

Svegliare la bella addormentata

 

Una sigla che non ho inventato io, ma si insegnava (con scarso successo pratico) nelle scuole di gestione, è Kiss. Che ovviamente vuol dire “bacio”, ma sta anche per Keep it simple, stupid (pressappoco si può tradurre “non fare lo stupido, cerca di semplificare”). Già parecchi anni fa, ancora prima che si arrivasse a certe complicazioni oggi imperversanti, tenevo appeso nel mio ufficio un cartello che diceva KISS.

Quando qualcuno (succedeva spesso) arrivava con qualche problema esageratamente complicato, il mio primo gesto era indicare (se possibile, con un sorriso) la “parolina magica”. Ma più spesso il promemoria serviva per ricordare a me che le soluzioni semplici ci sono quasi sempre, il problema è che non riusciamo a vederle (compreso il fatto che talvolta un problema è davvero insolubile – e allora è meglio prenderne chiaramente coscienza anziché disperdersi nella ricerca di soluzioni impossibili o impraticabili).

L’esperienza illuminante, spesso affascinante, della sintesi creativa – o di un’intuizione che ci aiuta a risolvere un problema – ci porta quasi sempre a constatare che la soluzione “col senno di poi” appare ovvia, ma il nostro modo di ragionare e percepire si era complicato in modo da impedirci di vederla.

Da che mondo è mondo, uno dei problemi che ci rovinano la vita è l’assillante accumulo di complicazioni inutili. In un periodo di transizione complessa, come quello in cui stiamo vivendo, questo fenomeno assume una particolare intensità.

Molte cose sono diventate più semplici, rispetto a un non lontano passato, per la diffusione di conoscenze e risorse che prima non c’erano o erano disponibili solo a pochi privilegiati. Ma ci stiamo anche complicando la vita in infiniti modi, che in parte dipendono dalla farraginosa inefficienza delle comunicazioni, in parte dal nostro comportamento e da quello di altre persone – e in parte da una sbagliata concezione e da un cattivo uso delle tecnologie (più si complicano, peggio funzionano).

Un mondo in cui l’assurdità della complicazione ha raggiunto livelli astronomici (ma continua a crescere con una caparbietà da fare invidia a un buco nero) è quello delle tecnologie cosiddette “avanzate”. Nella sua divertente “Hitch-Hiker’s guide to the galaxy”, Douglas Adams spiega con questo assioma il comportamento della “Sirius Cybernetics Corporation”, gigantesca impresa elettronica interspaziale. La principale differenza fra una cosa che può andare male e una cosa che non può mai andare male è che, quando una cosa che non può mai andare male va male, di solito si scopre che è impossibile raggiungerla o aggiustarla (4).

Queste stupide complicazioni sono una cosa molto diversa dal serio e profondo problema della complessità, così come è studiato dalla “teoria del caos”. Su questo argomento ci sono alcune “impertinenti” annotazioni (forse fin troppo semplificate) in una breve appendice a “Il potere della stupidità” (5).

 

I complici della complicazione

 

Non sempre la complicazione nasce dalla perversa volontà di rendere le cose difficili. Più spesso è il frutto involontario di umana incomprensione e stupidità. Ma non è raro che il potere, in tutte le sue forme, grandi o piccole, palesi o nascoste, se ne serva per confondere le cose, renderle incomprensibili, nascondere la semplice realtà dei fatti dietro una cortina di inestricabili complessità (6).

Non solo la burocrazia, ma anche altre oligarchie, consorterie o corporazioni usano spesso un gergo complicato, incomprensibile per i “non addetti”, che serve ad affermare il loro predominio e tenere in soggezione il resto dell’umanità.

Anche il mondo accademico o “intellettuale” ricorre spesso allo stesso trucco. Si esprime in modo incomprensibile per nascondere il fatto che non sa di che cosa stia parlando. E anche per suscitare fra i catecumeni un riverente timore – la percezione di essere stupidi perché non riescono a capire. Un’osservazione di Marcel Proust su qualcuno che si comportava in quel modo. Come molti intellettuali, era incapace di dire semplicemente una cosa semplice. E una tagliente ironia di Jacques Prévert. Non bisogna lasciare che gli intellettuali giochino con i fiammiferi.

C’è una differenza sostanziale fra intelligenza e intellettualismo. Sarebbe superficiale e semplicistico dire che l’uno è il contrario dell’altra. Ma è un fatto che non sono la stessa cosa – e che l’intelligenza è tanto più utile e consapevole quanto più si sa esprimere in modo semplice e chiaro.

 

La semplicità è di moda? Non è confortante

 

Pare che in questo periodo (anche per l’ovvio ingombro di perniciose complicazioni) la semplicità sia di moda. Ma questo non ci avvicina alla soluzione del problema. Anzi, lo può peggiorare.

La “semplicità di moda” si riduce quasi sempre a patetica finzione o a superficiale banalità. Al semplicismo di vuote promesse o di squallidi luoghi comuni. A modi di dire che non semplificano, non risolvono, non spiegano, ma ripetono all’infinito gli stessi insulsi manierismi.

Quando la semplicità è ridotta e umiliata a un tale squallore, può accadere di doversi affezionare, almeno provvisoriamente, alla complessità. Come passo necessario per uscire dal pantano, andare oltre – nella speranza di poter trovare, all’altro capo del labirinto, il tesoro nascosto della vera semplicità.

 

Le trappole del semplicismo

 

Il “rovescio della medaglia” sta nella falsa semplicità. Nella stupida arroganza di chi ha la pretesa di spiegare ciò che non ha capito. Nell’invadenza dei tuttologi presuntuosi, degli opinionisti senza arte né parte, dei pressappochisti enciclopedici, dei pettegoli frettolosi che si sentono in dovere di avere un’opinione prima ancora di aver capito di che cosa si sta parlando.

Per esempio, nel campo della burocrazia, si moltiplicano le promesse di semplificazione. Credo che qualcuno, talvolta, abbia tentato davvero. Ma il compito è arduo – le resistenze dei sistemi (non solo quelli pubblici) sono profondamente radicate e ostinatamente stupide (7).

In Italia (dove siamo afflitti da una delle peggiori burocrazie del mondo e da un’allucinante moltiplicazione di norme e regole mal concepite e peggio applicate) c’è perfino un “ministero della semplificazione”. Che cosa sia e a che cosa serva (oltre a creare inutili sovrastrutture) non è facile capire. La realtà dei fatti è che le complicazioni continuano ad aumentare – e dove (caso raro) c’era davvero una piccola semplificazione è stata poi divorata da qualche successivo inghippo.

Quanto a sistemi di informazione e di educazione… la divulgazione, quando è ben fatta, è una risorsa preziosa. Ma è un compito delicato e difficile. Dobbiamo essere molto grati ai bravi divulgatori, quando riescono a proporci in modo semplice e chiaro il frutto di anni di studio e approfondimento. Ma troppo spesso con la scusa di divulgare o semplificare ci si somministra di tutto fuorché utile informazione e cultura.

Lo diceva un giornalista, Erwin Knoll. Tutto ciò che leggiamo nei giornali è assolutamente vero, fuorché nel raro caso in cui si tratta di un argomento di cui abbiamo conoscenza diretta. Non è raro che ci sia lo stesso problema in congressi, convegni, dibattiti, lezioni universitarie, libri di testo o altre opere con (apparenti) intenzioni divulgative.

Alla radio accade spesso che l’ossessione del tempo (la presunta necessità di dire tutto in un minuto) porti a frettolose semplificazioni che confondono invece di spiegare. In televisione siamo fortunati quando un bravo cronista sa riassumere efficacemente una notizia – o un buon conduttore sa equilibrare bene un dibattito. Ma troppo spesso vediamo incompetenti presuntuosi che interrompono chi sa di che cosa sta parlando con la pretesa di “spiegare meglio” qualcosa che non hanno capito.

Da quarant’anni (da venti in modo diffuso) abbiamo una risorsa che non c’era mai stata in tutta la storia dell’umanità. Quella che con una semplificazione eccessiva (ma, in questo caso, accettabile) siamo abituati a chiamare “internet”. Uno strumento molto utile, se lo sappiamo usare. Ma con tutto lo stupido fracasso sulle velocità di connessione, che non sono la risorsa più importante, si è diffusa, anche in questo caso, una tragicomica cultura del semplicismo.

Possiamo, è vero, con gli strumenti che ci offre l’internet, fare in pochi giorni, o in poche ore, ricerche che prima richiedevano settimane o mesi in biblioteca. Ma questo non è un buon motivo per cadere nella superficialità. In rete si trova di tutto e il contrario di tutto. Quando è capita bene, questa è una risorsa. Ma se cadiamo nella trappola del semplicismo le stupidaggini e le deformazioni si moltiplicano – e non diventano meno stupide o devianti solo perché le troviamo (o si diffondono) più in fretta (8).

I tempi cambiano, gli strumenti si evolvono, ma la sostanza è sempre la stessa. Il gustoso frutto della semplicità può talvolta spuntare inaspettatamente da una fortunata coincidenza. Ma più spesso nasce da lunga, attenta e paziente coltivazione.

 

Innamorarsi della semplicità

 

L’intelligenza è luce o lucidità – non oscurità. Il peggiore degli stupidi non è chi non capisce, ma chi non si sa spiegare. Il punto delicato, quanto fondamentale, sta nel non confondere la semplicità con il semplicismo. Una spiegazione apparentemente semplice può essere solo un’insulsa banalità, un infondato luogo comune, un preconcetto diffuso quanto sbagliato – o una semplificazione solo apparente che ci viene somministrata per disorientarci, per toglierci il desiderio di capire o di approfondire.

In altre parole, la complicazione è quasi sempre stupida, ma non sempre ciò che sembra semplice è intelligente.

L’arte della semplicità è difficile e sottile quanto l’esercizio dell’intelligenza. L’una e l’altro richiedono impegno, pazienza, approfondimento, un’insaziabile curiosità – e una perenne coltivazione del dubbio. Per quanto chiara, nitida ed efficace possa essere una soluzione, dobbiamo continuare a chiederci se e come ce ne possa essere un’altra ancora più funzionale, più lucida e più semplice.

Sembra faticoso – e spesso è impegnativo. Ma se sappiamo come apprezzarne il gusto può essere molto divertente. Trovare soluzioni o spiegazioni autenticamente semplici è rasserenante, stimolante, piacevole, allegro, spesso entusiasmante.

La semplicità non è solo una conquista intellettuale, è anche un’emozione. Scoprire la chiave semplice di un problema apparentemente complesso ha un intenso valore estetico. È una gioia in sé, prima ancora delle sue piacevoli conseguenze. Ci dà una chiara, inconfondibile percezione di bellezza e di armonia.

Innamorarsi della semplicità è un’esperienza affascinante. Ed è uno dei modi più efficaci per coltivare l’intelligenza, migliorare la nostra vita e quella degli altri.

1) Vedi “L’arte difficile della semplicità”, capitolo 20 di “Il potere della stupidità” (anche online gandalf.it/stupid/cap20.htm ).

2)  Vedi “Le ambiguità dell’innovazione” (online gandalf.it/arianna/innovaz.htm).

3) Vedi la voce string (che non vuol dire “stringa”) in “Ambiguità di alcune parole inglesi” (online gandalf.it/ambigui.pdf).

4) The major difference between a thing that might go wrong and a thing that cannot possibly go wrong is thatwhen a thing that cannot possibly go wrong goes wrong it usually turns out to be impossible to get at or repair.Un testo un po’ più esteso di Douglas Adams su questo argomento si trova online gandalf.it/stupid/sirius.htm Sulla stupidità delle tecnologie vedi anche il capitolo 19 di “Il potere della stupidità” (onlinegandalf.it/stupid/cap.19.htm).

5) “Pensieri semplici sulla complessità” (si trova anche online gandalf.it/stupid/caos.htm).

6) Vedi “La stupidità del potere”, capitolo 10 di “Il potere della stupidità” (anche onlinegandalf.it/stupid/cap10.htm).

7) Vedi “La stupidità della burocrazia”, capitolo 12 di “Il potere della stupidità” (anche online gandalf.it/stupid/cap12.htm).

8) Vedi “La stupidità e la fretta”, capitolo 16 di “Il potere della stupidità” (anche online gandalf.it/stupid/cap16.htm).

*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, ha anche scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere della stupidità”). Il suo sito online èhttp://gandalf.it 

GIORGIO GABERAmore

non ti prendo sul serio quello che ci manca

si chiama desiderio.

Il desiderio

è la cosa più importante

è l’emozione del presente

è l’esser vivi in tutto ciò che si può fare

non solo nell’amore

il desiderio è quando inventi ogni momento

è quando ridere e parlare è una gran gioia

e questo sentimento

ti salva dalla noia.

(Da “La mia generazione ha perso”, 2001)


AMARCORD Domenico Mazzullo - Mario Tobino: gioia, sofferenza e grandezza del manicomio

“La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo”

 Domenico Mazzullo*

Se nella vita ci fosse dato in sorte, da bambini, o al massimo da adolescenti, di poter gettare, per un attimo, lo sguardo nel nostro futuro e vedere noi stessi da adulti, in qualche momento della nostra esistenza futura, anche solo per una piccola, ma significativa scena della nostra recita sul palcoscenico della vita, allora forse molti di noi rinuncerebbero a vivere, forse si ritirerebbero dalla rappresentazione, ma alcuni tra noi, me compreso, per i quali l’infanzia e l’adolescenza non sono state per nulla entusiasmanti, probabilmente avrebbero vissuto e sopportato un po’ più leggermente e di buon grado il peso di quelle età ingrate e sofferte, a dispetto di quanto i luoghi comuni recitano, sulla felice innocenza dell’infanzia e sulla gioiosa spensieratezza della adolescenza.

Se durante un compito in classe, davanti al foglio incomprensibile della versione di latino, o greco, o ad una interrogazione alla lavagna, davanti allo sguardo imperturbabile ed impenetrabile della professoressa di matematica e di fronte ad una formula astrusa, dalla quale si sarebbe dovuto cavare un risultato, chiaro ed evidente per tutti, meno che per me, avessi avuto come per miracolo, l’intuizione che tutto questo un giorno sarebbe finito, forse lo sgomento, il terrore, il senso drammatico di solitudine, il sentimento di inadeguatezza e di incolmabile insufficienza, la disperazione di quanto si ritiene senza fine, sarebbe stato, non certo abolito, ma in qualche modo sopportato un poco meglio.

Se nei lunghi anni degli studi universitari di medicina, se davanti agli esami difficili e che richiedevano una lunga e penosa preparazione, se dopo aver abbandonato per due anni gli studi per una severa depressione e già pensavo che mai più sarei riuscito a laurearmi, se quando per due anni ho fatto il vigile urbano a Roma, avendo rinunciato a essere medico, avessi avuto intuizione che tutto ciò sarebbe finito e si sarebbe felicemente risolto, avrei vissuto certamente in maniera meno disperante quegli anni.

Se, quando, nei primi anni settanta, studente di medicina alle prime armi, avendo già deciso di voler essere psichiatra, alla ricerca di una figura di riferimento, di un modello da seguire, di un ideale da prendere ad esempio, in un clima di totale smarrimento, quando mi nutrivo di letture che avevano come argomento la follia e come protagonista o autore uno psichiatra, se in quegli anni di ricerca di una identità, avessi avuto modo di proiettarmi, anche per un solo attimo, in un remoto futuro, per mezzo di una fantascientifica macchina del tempo e precisamente in un lontanissimo 19 gennaio 2009 e mi fossi visto, solo, sul palcoscenico del meraviglioso teatro comunale di Lucca, davanti ad un pubblico di più di ottocento persone che riempivano la platea e i palchi del teatro, fino al loggione, commemorare la figura, il personaggio e l’opera di un loro concittadino, Mario Tobino, psichiatra e scrittore, non avrei mai creduto ai miei occhi, e avrei pensato ad un tragico errore della fantasia, ad un drammatico equivoco, ad uno scherzo crudele.

Ma come, proprio io? Chiamato a commemorare Mario Tobino? Lo psichiatra e scrittore che, da quando lo avevo scoperto attraverso le sue opere più famose, “Le libere donne di Magliano” e “Per le antiche scale”, a sua insaputa, lo avevo eletto e assurto al ruolo di mentore e maestro, di figura di riferimento, di modello da imitare e cui ispirarmi idealmente e affettivamente, di esempio da seguire?

Finalmente, allora, avevo trovato una figura vera e reale cui riferirmi, anche se irraggiungibile, pur se conosciuta solamente attraverso i suoi libri, i romanzi, le poesie, i racconti, qualche intervista e fotografia che avevo ricavato dai giornali. I tempi di Internet erano ancora disperatamente lontani e non ci si poteva documentare, come ora, attraverso “la rete”.

Mario Tobino, nato a Viareggio nel 1910, ma vissuto per la maggior parte della sua vita a Lucca, o meglio a Maggiano, località vicinissima alla città e sede del manicomio da lui diretto (Lucca, lo ricompensò per il suo amore e la sua fedeltà conferendogli nel 1987 la cittadinanza onoraria), si spense nel 1991 ad Agrigento, patria di Luigi Pirandello, ove si era recato per ritirare il premio intitolato al commediografo palermitano.

E la stessa Lucca volle commemorare, ad un anno dalla morte, la sua memoria ponendo all’interno del manicomio, sul muro di casa Medici – ove Mario Tobino aveva vissuto sempre, anche dopo il pensionamento, occupando due “stanzette” adibite ad abitazione, una lapide, con inciso il migliore, il più onorevole, il più commovente tributo, che mai gli si sarebbe potuto dedicare, una frase tratta dal suo capolavoro, il suo primo libro “Le libere donne di Magliano”:

La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe e tramonti e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento sono ritornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare.

Poche, semplici, straordinarie parole che ci illuminano in un attimo, con lucida precisione e commovente emotività, sull’animo, la semplicità, la chiarezza intellettuale, il sentimento di Mario Tobino, che ha avuto nella sua vita un solo scopo: la cura e l’amore per i suoi malati, quello che dovrebbe essere l’unico, o il supremo e principale scopo di ogni medico.

E quell’unico, supremo scopo, Mario Tobino continua a perseguirlo anche ora, anche dopo la sua morte fisica, ma non morale, attraverso i suoi scritti, trattino essi di manicomio e malati, di guerra in Libia, di lotta partigiana, di amore, di Dante Alighieri, di fascismo o ricordi autobiografici.

E l’anima di Mario Tobino era, secondo me, ma non solo secondo me, in quell’ormai lontano, ma vicinissimo nel ricordo e nell’emozione, 19 gennaio 2009, nel teatro di Lucca, vicino a noi, vicino ai suoi concittadini, vicino a me, vicino alla sua città, ma soprattutto vicino ai suoi malati, anche essi presenti tra noi, che parlavamo di lui e di loro.

Mario Tobino, scrittore lo fu certamente, basta per scorrere la sua bibliografia, ancor prima di diventare medico e poi psichiatra. Psichiatra lo fu certamente e integralmente come lo attestano i quaranta anni trascorsi in manicomio, alla sua direzione, vivendo al suo interno, i giorni della sua esistenza. Ma perché “coraggioso”, come recita il titolo che ho voluto dare a questo scritto?

Per rispondere a questo interrogativo dobbiamo fare un passo indietro e ripercorrere la vita di Tobino che si interseca e si inserisce nella vita e nella storia della psichiatria, soprattutto quella italiana. Tobino si laurea, infatti, in medicina a Bologna nel 1936, subito dopo assolve il servizio militare negli Alpini. Congedato si specializza in neurologia e psichiatria ed inizia a lavorare nell’ospedale psichiatrico di Ancona. Allo scoppio della seconda guerra mondiale viene richiamato ed inviato sul fronte libico, ove rimane fino al 1942, quando ferito e invalido, viene rimpatriato. Per inciso dall’esperienza di ufficiale medico in Libia nascono due libri bellissimi: “Il deserto della Libia” nel 1952 e “Il perduto amore” nel 1979.

Rientrato in Italia, inizia subito a lavorare come psichiatra nel manicomio di Maggiano, ove rimarrà per sempre. Qui lo coglie l’otto settembre del 1943 e partecipa attivamente alla resistenza contro il nazifascismo in Toscana.

Da questa esperienza nascerà, nel 1962, un libro, unico nel suo genere, che proporrei come lettura storica nelle scuole: “Il Clandestino”. In esso Tobino descrive, con grandissimo acume, ma anche straordinaria obiettività e onestà intellettuale, il clima della guerra civile che vide italiani opporsi ad altri italiani, spesso nell’ambito delle stesse famiglie. Obiettività ed onestà intellettuale tanto più evidente ed apprezzabile, se si tiene conto che Tobino. nel suo privato, prese una posizione netta e precisa, attiva ed inconfondibile. Finita la guerra continuò ad occuparsi, sempre a Maggiano, dei suoi malati e della sua letteratura.

Mi si perdonerà questa precisione cronologica nella vita di Mario Tobino, forse noiosa, ma indispensabile per rispondere alla domanda e comprendere il significato di “coraggioso”.

Tobino ha avuto, infatti, la sorte, non posso dire la fortuna, di vivere e di essere testimone delle tre fondamentali epoche storiche che caratterizzano la psichiatria e quella italiana nello specifico.

Gli anni della laurea, della specializzazione e del lungo dopoguerra, sono quelli in cui la psichiatria è, salvo i contributi apportati dalla psicoanalisi, ma in ambito specifico e non prettamente scientifico, sostanzialmente quella del secolo precedente, una psichiatria manicomiale, nella quale agli psichiatri, vere Cenerentole della medicina, in assenza di strumenti terapeutici validi ed efficaci, era riservato il compito di diagnosticare e descrivere le malattie mentali nelle loro caratteristiche e nella loro evoluzione e, ahimè, solo custodire i malati di tali gravi malattie, in ambienti adatti, i manicomi, ove ci si potesse prendere cura di loro, evitando soprattutto che nuocessero a se stessi, o agli altri. Di più non era dato fare, dalle conoscenze di allora.

Unico strumento veramente terapeutico, era il tanto famigerato elettroshock, inventato a Roma da Cerletti e Bini e che, lungi dall’essere lo strumento di tortura che si vorrebbe far credere, e nonostante i moltissimi pregiudizi frutto di ignoranza, continua a salvare vite umane ed essere un valido mezzo terapeutico in situazioni specifiche, quando e dove lo si può ancora usare, ad esempio nei paesi anglosassoni e nella civilissima Europa, meno che in Italia, naturalmente, ove il pregiudizio regna sovrano.

Questa situazione di drammatico immobilismo e di impotenza terapeutica nei confronti della patologia psichica fu interrotta quasi miracolosamente nel 1952, quando fu scoperto, per caso, il primo psicofarmaco, la cloropromazina, attiva sui deliri, le allucinazioni, lo stato di grave agitazione della schizofrenia e di altre patologie psichiche altrettanto gravi e fino a quel momento totalmente incurabili.

Il 1952 annus mirabilis segna lo spartiacque tra una psichiatria solo istituzionale e di custodia ed una psichiatria finalmente terapeutica, che per la prima volta nella sua storia dispone, come le altre branche della medicina, di farmaci, di medicine efficaci atte a curare le malattie psichiche fin qui lasciate, abbandonate alla loro naturale evoluzione.

A questo punto la strada era aperta e l’armamentario terapeutico degli psichiatri si arricchì ben presto, di altri farmaci analoghi al primo e con le stesse indicazioni terapeutiche, cui venne dato il nome di neurolettici. Poco dopo anche il destino di altri malati psichici, altrettanto sofferenti nell’animo e nel corpo, sarebbe cambiato, con la sintesi di farmaci atti a curare e a guarire un’altra patologia altrettanto seria e causa di acuto e grave dolore: la depressione.

Non è retorica affermare che i farmaci antidepressivi restituirono il sorriso ai pazienti depressi, restituendoli alla vita e anche agli psichiatri che, per la prima volta avevano in mano uno strumento valido ed efficace per curare e guarire i pazienti depressi che si rivolgevano loro chiedendo aiuto, nei confronti dei quali nulla prima potevano, se non la umana vicinanza e comprensione.

Per ultimo furono sintetizzate, negli anni ’60, le benzodiazepine, sostanze dotate di una attività specificatamente ansiolitica e miorilassante. L’uso terapeutico degli psicofarmaci mutò radicalmente l’attività degli psichiatri, che non si risolveva più nella diagnosi e nella descrizione dei sintomi delle malattie, ma anche e finalmente nella cura di esse. Ancor di più, l’avvento degli psicofarmaci e solamente quello, mutò radicalmente l’aspetto esteriore e interno dei luoghi di cura, dei manicomi, prima solo ambienti di custodia degli sfortunati malati, che una volta entrati in essi, raramente ne uscivano, ora finalmente e per la prima volta ospedali nel senso moderno del termine, ossia luoghi ove le malattie vengono curate, nella migliore delle ipotesi anche guarite e nei quali si entra, ma si esce anche.

L’avvento degli psicofarmaci e solamente di quelli, lo ripeto senza spunti polemici, ma con forza e convinzione, permise la nascita di una nuova logica, di una nuova filosofia nei confronti della malattia mentale e quindi nella cura di questa, ma anche nella prassi di assistenza dei malati, che per la prima volta non erano più, come detto prima, solo custoditi, ma anche curati e a volte guariti.

Scomparvero le gravissime crisi di agitazione nei malati più seri, distruttive ed autodistruttive, impressionanti per chi vi assisteva, contenute dai farmaci e non più da “strumenti di contenimento” non certo felici e gradevoli a vedersi, ma unico rimedio possibile per evitare danni peggiori; si risolvevano le crisi e i deliri melanconici nelle gravi depressioni endogene, si scioglievano i deliri dei pazienti schizofrenici e si allentavano le allucinazioni di questi. Cominciarono a scomparire le dizioni macabre di “reparto agitati”, “reparto violenti”, le stanze con le pareti imbottite e tante altre immagini iconografiche, che purtroppo ancora sono lungi da scomparire nella fantasia collettiva, ancora propensa ad identificare gli psichiatri come sadici torturatori di inconsapevoli vittime, piuttosto che medici come tutti gli altri, mossi dagli stessi intenti e animati dallo stesso desiderio di essere di aiuto, ma dedicatisi, per loro scelta e vocazione, alla cura di malattie fino a quel momento purtroppo incurabili e dall’aspetto e dalle manifestazioni inquietanti e spesso sconvolgenti.

Alcuni malati poterono essere dimessi ed affidati alle famiglie, altri, che in tempi precedenti avrebbero necessitato di un ricovero, ora potevano essere curati in casa e, parallelamente al mutare della malattia e delle possibilità terapeutiche nei confronti di questa, cominciarono a mutare le logiche terapeutiche ed assistenziali nei confronti dei malati stessi e così anche l’organizzazione interna degli ospedali psichiatrici, alias manicomi, che certamente avrebbero avuto una loro naturale e logica evoluzione, come è avvenuto in tutti gli altri paesi, se in Italia, e solo in essa, non si fosse sviluppata ed instaurata una vera e propria “rivoluzione psichiatrica”, che nulla ha da invidiare alla meglio nota rivoluzione francese, almeno per quanto riguarda il “terrore” e le vittime innocenti che esso fece, per quanto concerne il dominio ed il deleterio prevalere dell’irrazionalità e delle spinte emotive, del più bieco fanatismo sul controllo ed autocontrollo razionale, che invece sempre dovrebbe prevalere, quando si compiono scelte importanti e dalle grandi conseguenze.

Nacque alla fine degli anni ’60, inserito nel contesto del non autoctono e importato ’68, il cosiddetto movimento dell’antipsichiatria, un’ideologia politica e come tale non certamente scientifica, che partendo dall’assurdo presupposto che la malattia mentale non esiste, ma è il prodotto delle distorsioni e della crudeltà della società capitalistica, che i “matti” sono le vittime di questa società responsabile di aver inventato i manicomi per rinchiudere ed escludere i dissidenti, giunge inevitabilmente e conseguentemente alla pretesa e alla volontà di chiudere i manicomi e di “liberare i matti” in essi rinchiusi e prigionieri.

Va da sé che gli psichiatri sono considerati degli aguzzini torturatori, servi del potere, le loro diagnosi una etichetta equivalente ad una condanna e l’ospedale psichiatrico un infame strumento di esclusione dei dissidenti dalla società capitalistica, prima responsabile dei loro disturbi.

Tale assurda tesi risulterebbe però meno assurda se fosse stata sostenuta e alimentata da un politico imbevuto di ideologie rivoluzionarie e destrutturanti, ma non, come invece è avvenuto, da uno psichiatra Franco Basaglia, da un medico psichiatra che per definizione dovrebbe aver studiato e conosciuto la malattia mentale nella sua essenza e nella sua esistenza, uno psichiatra che era a quotidiano contatto con i malati psichici ricoverati negli ospedali psichiatrici che dirigeva, di Gorizia e di Trieste, città che divennero le capitali rivoluzionarie dell’antipsichiatria.

Basaglia divenne il campione, il paladino della antipsichiatria, ma con questo abiurò il suo essere medico e psichiatra, trasformandosi in uomo politico d’assalto, portatore e sostenitore di un’ideologia fanatica, destituita di ogni sostenibilità scientifica, ma che, come ogni fanatismo, trovò una larga schiera di seguaci e sostenitori.

Purtroppo, quando la medicina perde il linguaggio obiettivo e scientifico che le è congeniale ed assume il linguaggio politico, cessa immediatamente di essere scienza e si trasforma in ideologia, religione, fede, sostantivi rispettabilissimi in sé, ma ben distanti e lontani da ciò che universalmente viene chiamata obbiettività scientifica.

E come sempre, purtroppo, avviene in natura, quando si intraprende una strada in discesa, la velocità aumenta col procedere, analogamente tesi scellerate, ma che corrispondono ai sentimenti e alle emozioni del momento e allo spirito del tempo, con il procedere in avanti superano spesso addirittura le iniziali intenzioni di chi le ha per primo sostenute, vivono di vita propria e travolgono con forza dirompente e distruttiva chi con lungimiranza loro si oppone intuendone il pericolo e la forza destrutturante. La storia purtroppo insegna, ma gli uomini non imparano.

È quanto accadde negli anni ’70 con il movimento dell’antipsichiatria, che capeggiato da Franco Basaglia trasformatosi da psichiatra in tribuno del popolo, con un ampio seguito di consensi e conforme allo spirito del momento in cui la parola d’ordine era “vietato vietare”, condusse alla promulgazione, in tutta fretta e senza per nulla preoccuparsi delle conseguenze, della legge 180, meglio conosciuta come legge Basaglia, che sanciva, in poche parole, la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici e la dimissione dei malati in essi ricoverati.

Ricorderò sempre il titolo di un giornale straniero che così commentava il provvedimento: “L’Italia ha guarito definitivamente la malattia mentale, per cui gli ospedali psichiatrici, divenuti inutili, vengono chiusi”.

In realtà la malattia mentale non era per nulla guarita, ma continuava ad esistere come esiste tutt’ora. Semplicemente, e con un tratto di penna, venivano chiusi gli ospedali, ove essa era curata e dove gli ammalati trovavano ricovero, mettendoli fuori, abbandonandoli a se stessi, alle loro famiglie, al loro destino. Gli ospedali psichiatrici venivano sostituiti da …niente, o quasi niente.

In un colloquio trascritto e documentato Basaglia dice: “…mi è stato chiesto, i matti escono dai manicomi, bene, ma chi è che li prende in carico?” Io ho risposto, senta lei è una donna, appartiene al movimento di liberazione della donna, quando la donna si è liberata chi è che la prende in carico?”.

Queste parole che sintetizzano meravigliosamente lo spirito e gli stati d’animo del momento, rendono ragione dell’assurdità e dell’utopia di pensiero di uno psichiatra, che imbevuto di ideologia, piuttosto che di scienza e coscienza, forse agiva ancora in buona fede, avendo però smarrito la strada del corretto ragionamento clinico, e forse non solo clinico.

Non altrettanta buona fede mostrarono i suoi colleghi e seguaci, che pur rendendosi conto delle assurdità e delle pericolosità di tale fanatismo, lo seguirono e lo assecondarono proni e sottomessi, traendone utili personali. Non altrettanta buona fede mostrarono i politici, che assecondando e divenendo promotori di una concezione falsamente rivoluzionaria e libertaria, videro in essa un’occasione di un considerevolissimo vantaggio economico, liberandosi tout-court di una spesa gravosa e impegnativa, quella del mantenimento degli ospedali psichiatrici, sollevandosi in un attimo dell’assistenza a pazienti difficili ed impegnativi, che ricascò totalmente sulle famiglie, creando non pochi drammi. Gli unici felici e soddisfatti, accanto ai promotori, furono i proprietari di strutture assistenziali private e spesso convenzionate con la sanità pubblica.

A distanza di trenta anni dalla promulgazione della legge e dalla chiusura de iure degli ospedali psichiatrici pubblici, essi non sono affatto scomparsi, ma “usciti dalla porta, sono rientrati dalla finestra”, come si suol dire, semplicemente hanno cambiato nome e aspetto.

Sono proliferate, infatti, a dismisura le strutture private e convenzionate, che sotto vari nomi e dizioni di strutture di riabilitazione psichica o di istituti per disabili, sono dei veri e propri mini-ospedali psichiatrici, ove sono ricoverati “volontariamente”, pazienti psichiatrici, incapaci di provvedere a se stessi, o che le famiglie non possono sostenere.

Tali strutture, private, ricevono dalla sanità pubblica appaltatrice, un congruo emolumento per le cure fornite, previo un “controllo” dei servizi realmente erogati. Pur non volendo minimamente mettere in dubbio l’onestà e la limpidezza di questi privati, mi chiedo, se fosse logico e intelligente sopprimere strutture già esistenti e funzionanti, per spezzettare, occultamente e subdolamente, l’assistenza di questi malati così difficili e problematici, in tante ministrutture, poco controllabili e a fronte di una spesa enormemente superiore, senza tener minimamente conto dei gravissimi disagi e dei drammi personali cui si espongono in primis i malati e le famiglie stesse.

Mario Tobino, ho detto prima, ebbe la sorte, ma non la fortuna, di essere protagonista e testimone di queste tre epoche della psichiatria italiana, quella prefarmacologica, quella farmacologica e terapeutica e quella ahimè della antipsichiatria e della chiusura dei manicomi.

La sua partecipazione e testimonianza si evince e si riscontra mirabilmente nella “trilogia” di libri nei quali egli profuse e ci consegnò la sua esperienza e la sua esistenza di psichiatra: “Le libere donne di Magliano” del 1953, “Per le antiche scale” del 1971 con il quale vinse il premio Campiello e “Gli ultimi giorni di Magliano” del 1982.

Le date stesse di pubblicazione, oltre che naturalmente i contenuti, ci rendono ragione di come i tre libri siano la testimonianza e la memoria delle tre epoche della psichiatria attraverso le quali Mario Tobino visse e operò, condusse la propria esistenza, che ebbe come unico, precipuo scopo, quello di essere vicino, al fianco dei propri malati, come padre, fratello maggiore, nonno…stare continuamente con i malati, frequentarli come amici, imparare il loro linguaggio, immedesimarsi, amarli, anche loro creature umane”, ma anche vicino, al fianco della follia, mistero e protagonista, compagna fedele della sua vita, “la follia è qui, angelo appollaiato sulla mia spalla a cantarmi le sue arie, la follia, una delle più profonde, meravigliose, misteriose manifestazioni umane”.

Nel primo dei tre, “Le libere donne di Magliano”, Tobino, seguendo un ordine, non cronologico, ma dettato dal filo dei ricordi e delle emozioni personali, ci narra e descrive la vita del manicomio e delle sue protagoniste femminili, le cui vicende umanissime e dolorose si intrecciano, sotto forma di frammenti narrativi, di memorie che tornano e si riaffacciano alla mente dell’autore.

Dieci anni dopo Tobino disse a proposito del suo libro: “Scrissi questo libro per dimostrare che i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico, usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di menteCorrevo al mio scopo, tentai di richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia”.

Il libro comincia con queste parole: “Oggi è arrivata, proveniente da Firenze, una malata, una matta, giovane, fresca, alta, con lo stampo della salute fisica….è affetta da schizofrenia, quella malattia mentale che scompone la persona umana, rendendola senza senso e senza scopo”.

Di tono e contenuto diverso è il secondo, “Per le antiche scale” in cui, per bocca di un infermiere, Anselmo, si traccia e si delinea la vita del manicomio in quella delicata e complessa fase di passaggio, tra due concezioni della psichiatria e quindi anche dei luoghi di cura ove essa si esercita, ossia il passaggio tra una psichiatria ancora medica, tesa alla cura e se possibile alla guarigione della malattia, seppur mentale, e una psichiatria che, rinunciando alle sue origini mediche e scientifiche, si riveste e si ammanta di ruoli sociologici e sociali, ideologici, che forse non le competono e che ne snaturano la essenza scientifica, come branca e specialità della medicina.

Nella prima parte del libro, Anselmo ci parla dell’immagine e dell’esistenza del dottor Bonaccorsi, figura chiave e protagonista della vita nel manicomio di Magliano, che aveva intrapreso il suo lavoro come una missione e che aveva conosciuto la follia direttamente, da alcune vicende familiari. Non è difficile leggere, intravedere, nel dottor Bonaccorsi, Mario Tobino stesso.

Poi, narra sempre Anselmo, il Bonaccorsi muore e il manicomio cambia, a causa delle nuove idee sulla malattia mentale, secondo le quali la malattia mentale stessa, non è più considerata grave e meritevole di specifiche e particolari cure, ma piuttosto come una conseguenza di disagi sociali, di ingiustizie della società e della violenza di questa sui più deboli. È evidente come la morte del dottor Bonaccorsi rappresenti la morte di una concezione della psichiatria come scientifica e medica e la sostituzione di questa con una psichiatria sempre più sociologia. Anselmo, nel suo racconto illustra il passaggio fra queste due diverse concezioni e si rammarica del “nuovo corso” assunto dalla psichiatria.

In questo rammarico di Anselmo è racchiuso il prologo, l’anticipazione del terzo ed ultimo libro della trilogia, “Gli ultimi giorni di Magliano”, certamente il più triste e disperato tra i libri di Tobino.

È il 1982, la tragedia della legge 180 e della chiusura dei manicomi si è già consumata e Mario Tobino ci racconta la sua disperazione, il suo dolore, il suo rammarico nel vedere i suoi malati, i suoi matti abbandonati a se stessi “questi bambini senza più culla…. Molti malati, infatti, sono preoccupati, angosciati. Mi fermano per i viali, mi domandano: Ci manderanno via vero?… Non volevo più scrivere di pazzi, ma come posso?… Mi diano pure del reazionario, servo del potere, ma la mia la debbo dire. È mio dovere.”.

E Mario Tobino, fedele a se stesso, il proprio dovere lo compie fino in fondo, fino all’ultimo e, d’altra parte, non avrebbe potuto fare altrimenti, fedele come è sempre stato agli ideali di Giuseppe Mazzini, che del dovere fece un principio ed una legge.

Mario Tobino compie il proprio dovere, assumendo una posizione netta e precisa, chiara ed inequivocabile, unica e solitaria, ed è qui che si evince il significato di “coraggioso”, in esplicita, chiara, evidente, coraggiosa opposizione con l’ideologia corrente, con la follia della chiusura dei manicomi, con la assurdità di una legge che chiudeva gli ospedali psichiatrici, senza sostituirli con strutture alternative, che esistevano solo sulla carta, ma non sono mai state realizzate, lasciando i pazienti abbandonati a se stessi e al loro destino.

“Mi provocò dolore; bisognerebbe sapere quale è stato il prezzo, il numero dei morti dovuti a quella Legge. Ne sono morti a migliaia. Si sono trovati liberi e chi era malinconico e amava la morte, abbracciò la morte. Son lasciati liberi di avvicinarsi alla morte e in lei affondare. Sembra che questi morti non siano veri. L’importante è che sia ucciso il manicomio. Gli umani non contano. Si impicchino, o rimangano in vita, a nessuno deve interessare. I novatori socialpsichiatrici di fronte all’elenco dei morti che si allunga, tranquilli, saputi, rispondono: – È il prezzo che si deve pagare”.

Mario Tobino “coraggioso” perché solo.

In un lungo articolo, pubblicato sul quotidiano “La Nazione”, il più diffuso in Toscana, “Lasciateli in pace, è la loro casa”, Egli denunciò l’insensatezza della riforma, incapace di assicurare al malato “la carità continua che altro non è che il non perdere mai la pazienza, mai irritarsi, mai rimandare a dopo, ed essere ben consapevoli che mai avremo gratitudine da nessuno; al massimo, forse il lampo di uno sguardo”.

Nessuno ebbe il coraggio di prendere posizione accanto a lui, nessuno ebbe il coraggio di esprimere la propria opinione, nessun altro ebbe il coraggio di opporsi al nuovo corso imperante.

Gli rispose solo “il capo dei novatori”, come lo chiamava Tobino, Franco Basaglia, ben ritto sul carro di trionfo, dalle colonne di “Paese Sera”: “Tobino parla di carità continua e aspetto umano, ma quale significato reale hanno queste espressioni? Nessuno. Il discorso è politico… l’istituzione che vogliamo distruggere è il potere stesso…la psichiatria è la scienza che serve il potere, per controllare la persona emarginata… si affida alla penna cecoviana di uno scrittore l’analisi di un ambiente che è, in realtà, l’ideologia dominante”.

Ho voluto riportare integralmente le parole di Tobino e di Basaglia, perchè il lettore possa rendersi conto personalmente dello stile, dei contenuti e della diversa umanità dei due. Ma il dramma di Tobino, ne “Gli ultimi giorni di Magliano”, non è solo il dramma collettivo dei suoi malati senza più casa, ma anche un dramma personale, acuto e dolorosissimo. Ancora una volta la vicenda personale, intima, di Tobino, si interseca e si lega a quella dei suoi pazienti.

Gli ultimi giorni di Magliano, sono gli “ultimi”, non solo per loro, ma anche per lui, ormai settantenne e giunto al limite della sua attività professionale. Deve andare in pensione. “Dovevo abbandonare Magliano, il manicomio… avrei forse potuto tornare come un ladro, di sfuggita. Non più Magliano parte di me, non più io di lui”.

Tutta qui la grandissima, profonda umanità di Mario Tobino, che nella sua grande modestia, non se ne attribuì il merito, ma lo donò alla Giovanna, alla donna che amò nella vita, confessando “che per lei, per la Giovanna potei resistere per quaranta anni a non essere il solito psichiatra che fa la visita e fugge, ma invece io a abitare coi matti, viverci insieme, alzarsi la mattina e scorgerli alla finestra, essere la notte per addormentarsi e udire i loro richiami”.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.

Marzia Apice - Le visioni di Pasolini. Immagini di una profezia

Una giovane scrittrice alle prese con uno dei più grandi registi italiani. Il frutto di questo incontro è un cammino che propone una diversa prospettiva per la lettura di alcune opere del celebre artista (1)

Marzia Apice*

Ragione e mito. I modelli classici

 

Gli anni ‘60 ormai stanno per volgere alla fine. Pasolini ha già da tempo pronunciato la celebre “abiura dal ridicolo decennio”, quello della ideologia comunista degli anni 1945-55. Il mondo è cambiato, e il regista friulano pur non avendone previsto gli esiti, ne ha puntualmente registrato i disumani paradigmi con la dolorosa lucidità del profeta. Ecco quindi che tramonta come vana illusione l’utopia di un terreno fertile per il ripristino di un rinnovato senso di umanità, incarnata dagli abitanti delle borgate e delle periferie romane. Quei residui “violenti” perché vitali di un mondo contadino obsoleto, così mirabilmente affrescati nelle sue poesie e nei suoi film, ormai non esistono più, omologati dal funesto grigiore dello stile di vita tipico della società dei consumi.

Ma Pasolini, che forse come intellettuale si sente ormai disarmato e quasi sconfitto, non si rassegna come artista all’equazione razionalizzare = girare a vuoto del presente, dalla quale è stato impietosamente privato di tutti i suoi “credo” più autentici e di tutte le sue speranze più intime senza contropartite etico-politiche condivisibili. Egli al contrario decide di risalire con più coraggio di prima al grande serbatoio dell’inconscio, messo in scena, oltre che dal sogno, dal mito arcaico in antiche tragedie e dai miti storici e/o leggendari del teatro shakespeariano.

In questo percorso si collocano i tre film realizzati da Pasolini a distanza di un anno l’uno dall’altro, dal 1967 al 1969:Edipo reChe cosa sono le nuvole?Medea.

Nel riproporre opere letterarie tra le più celebri di tutta la tradizione classica occidentale, come appunto gli “Edipo re” e “a Colono” di Sofocle, l’“Otello” di Shakespeare e la “Medea” di Euripide, Pasolini procede in profondità, sviscerandone, quasi chirurgicamente, l’essenza, svelando i grandi temi universali racchiusi in esse, e riuscendo, per così dire, a piegarle ai suoi voleri, a far sì che divergano da sé pur rimanendo se stesse.

L’esperienza dell’inconscio mitico-psicologica, più o meno remota, non fa che smentire il mondo attuale e le relative concezioni ideologiche, scalzati come sono dall’irrompere di eventi fatali quanto casuali e dai drammi esistenziali, anche strettamente personali, che ne conseguono, e che, portati sulla scena nel ruolo di protagonisti, lasciano nell’animo e negli occhi degli spettatori un’orma indelebile.

È importante ribadire che in nessuno di questi tre film presi in analisi si prospetta una sterile fuga dalla storia o dal presente. Pasolini non vuole nascondersi, né occultare quello che non può che turbare la propria e l’altrui coscienza. Anzi ciò che più gli interessa è la messa a fuoco degli elementi “metastorici” che s’intrecciano a ogni vicenda umana, e inevitabilmente la condizionano.

 

3.1) Edipo re (1967)

 

Sinossi del film: anni ’20, in un piccolo paese del nord Italia. Un bimbo nasce e vede il mondo per la prima volta in un prato. Suo padre è subito geloso di lui perché teme che quel figlio gli contenderà l’amore di sua moglie, la donna che lo ha fatto nascere. Quando cresce, il bambino piange se resta solo. Una notte, dopo che, al rientro da una festa, i genitori hanno fatto l’amore, il bambino riceve la visita del padre che con odio lo solleva dal letto afferrandolo con forza per le caviglie. Il bambino soffre. L’azione poi si sposta sul Monte Citerone, dove un servo abbandona il piccolo Edipo, figlio del re tebano Laio, non avendo il coraggio di eseguirne l’ordine di ucciderlo. Il nome del mitico eroe, piedi gonfi, allude al crudele trattamento inflittogli. Qui comincia la “tragedia” di Edipo, che si consuma nel vano tentativo di sfuggire ai responsi profetici di parricida e sposo incestuoso di sua madre: l’allontanamento dalla città di Corinto per salvaguardare i suoi genitori che non sa essere adottivi; l’uccisione inconsapevole, sulla strada di Tebe, del vero padre Laio; l’arrivo a Tebe e il suo successo nella risoluzione dell’enigma della Sfinge che affligge da tempo la città; il matrimonio e l’amore con la madre Giocasta; la scoperta della raccapricciante verità, il suicidio di Giocasta e l’autoaccecamento di Edipo. Si torna poi al precedente, moderno scenario: anni ’60, guidato da un Angelino-Antigone, Edipo vaga cieco sotto i portici bolognesi. Finalmente ritrova il prato della sua infanzia, e rievoca nella mente le prime immagini viste da bambino.

 

Pasolini rivela un particolare interesse per la tragedia greca all’incirca agli inizi degli anni ’60, quando cioè decide di tradurre l’“Orestiade” di Eschilo: egli si è reso sempre più conto che la Grecia e i suoi autori sono una miniera ricchissima di temi fondamentali che trovano in lui eco profonda, e sono dunque da riprendere e far rivivere anche con accenti e angolazioni poeticamente nuovi. A partire dal ’66, pertanto, il regista friulano lavora sulle opere teatrali per ricavarne successivamente (oltre all’ “Edipo re” e a “Medea”) gli “Appunti per un’Orestiade africana, Teorema e Porcile”, anche se in questi ultimi due film i richiami alla tragedia greca si profilano in modo indiretto.

L’“Edipo re” viene presentato al Festival di Venezia il 3 settembre del 1967, e vince il Premio speciale della giuria ex aequo con “Bella di giorno” di Luis Buñuel e “La chinoise” di Jean-Luc Godard. Anche Alfredo Bini vince un premio: a lui l’Associazione dei critici cinematografici assegna il Nastro d’argento come miglior produttore. Questa sarà, però l’ultima pellicola che la coppia Pasolini-Bini realizzerà insieme.

Inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato per lo più in Romania, ma poi il regista opta per la terra africana, molto più primordiale e selvaggia, in effetti non ancora contaminata dall’industrializzazione (proprio come era il Marocco di allora), che, dunque, appare uno scenario ideale in cui ambientare gli “esterni” del mito ancestrale di Edipo.

Come dice Moravia nella sua recensione al film, “Pasolini quei monti, quei villaggi, quei riti li sente come elementi essenziali del mito e riesce a comunicarci il suo sentimento” (2). Le immagini solennemente arcaiche di un ambiente non ancora “disagiato” dalla civiltà raggiungono picchi di grandiosa e struggente bellezza. Il prologo e l’epilogo, invece, a noi contemporanei, vengono girati in Italia, in Veneto e nella bassa Lombardia (le scene cittadine sono realizzate, come si è detto, a Bologna).

Per la prima volta Pasolini ha a disposizione maggiori mezzi economici e può girare interamente in technicolor; e, diversamente dalle pellicole precedenti, può valersi di importanti attori professionisti: oltre a Silvana Mangano nel ruolo di Giocasta, Carmelo Bene interpreta il re di Corinto, Creonte, Alida Valli è la regina Nerope, Tiresia ha il volto di Julian Beck del Living Theatre. E questa volta anche Pasolini si riserva un ruolo (quello del sacerdote), accanto ai suoi fedelissimi Franco Citti e Ninetto Davoli.

Con l’“Edipo re” Pasolini affronta in prima persona (e in modo esplicito) il fantasma del triangolo erotico madre-padre-figlio, che da tanti anni lo ossessiona.

“La differenza profonda tra Edipo e gli altri miei film è che è autobiografico, mentre gli altri o non lo erano o lo erano inconsciamente, indirettamente. In “Edipo re” racconto la storia del mio complesso d’Edipo” (3): questo ci fa sapere che è lui il bambino del prologo, e ci mostra come si presentassero alla sua mente i suoi genitori. Ecco perché questo film è stato definito come il più “privato” che Pasolini abbia mai realizzato.

La Grecia che Pasolini ci vuole restituire, invece, è quella ancora barbara del mito, e per questo giustamente, anche a prescindere dalla filologia, egli accantona del tutto, soprattutto nella resa dei personaggi, l’impostazione, diciamo (neo)classicheggiante, adottata abitualmente nei confronti della tragedia antica: una Grecia in questo senso allucinata (Pasolini stesso definisce il film una “allucinazione”), punto di fuga in cui l’autore si immerge come nella sua stessa vita: un ponte gettato tra il prologo e l’epilogo del film, e non soltanto in funzione dei drammi edipici vissuti dal piccolo Pasolini, ma di un passato svincolato dalla storia, e dunque, mitico.

Il mito è il sogno. Prologo ed epilogo del film sono sì nei nostri tempi, ma nel sogno di un bambino e della sua proiezione adulta che incarnano il dramma e il mito di Edipo così “come lo ha raccontato Sofocle e come lo ha interpretato Freud” (4), e come lo “gira” Pasolini, che si sente vivo tramite da tra i due. A questo “gruppo” non può appartenere invece Marx: Pasolini, infatti, ha scelto se non di abbandonare la storia per il mito, di rovesciarne almeno i rapporti e questo provoca automaticamente l’esclusione di chi auspicava il definitivo tramonto del mito col trionfo della scienza. Ecco perché molti critici di sinistra sono particolarmente severi nel giudicare il regista all’indomani dell’uscita del film, e vedono in quest’opera una vera e propria fuga dall’impegno sociale e politico in cui Pasolini si era sempre profuso.

Inutile dire che l’Edipo-Citti è un diverso, come il Cristo del Vangelo, e come si sente il regista stesso: questo Edipo non è l’incarnazione di sentimenti universali né il portatore di valori condivisi, e neppure ha niente a che fare con quanto espresso dal sublime linguaggio del testo originale di Sofocle: il personaggio ha una grossolana fisicità pre-industriale (ma che rimanda inevitabilmente al sottoproletariato urbano), è violento, facile preda di ira e passioni sfrenate, in completa balia delle sue sconosciute pulsioni naturali. Non solo: a differenza dell’eroe sofocleo, così intransigente con se stesso, così lucido nello scandagliare il proprio animo, così pronto ad essere anche spietato nel giudicare le proprie azioni, la sua metà nascosta, cioè l’Edipo-Citti, appare, per usare le parole di Antonio Repetto, come “una complessa proiezione autobiografica della componente istintuale e preborghese del poeta diverso”18. In altri termini, l’angoscia e l’orrore che Edipo prova scorrendo a ritroso la sua vita a partire dal presente infausto sono gli stessi che in Pasolini nutrono le ossessioni della sua esistenza.

Il regista in effetti sembra sottolineare non tanto il tentativo di Edipo di scoprire una pur terribile verità, quanto la sua “incredibile” innocenza, descrivendoci un personaggio ben lontano da un eroe nel senso più scontato del termine.

In Sofocle si tratta dell’impari conflitto tra fato e libero arbitrio: Edipo è senz’altro un eroe, ma al contempo appare come vittima, salvatore di molte vite e, paradossalmente o peggio tragicamente, anche rovina di tante altre, compresa la sua. Eppure la volontà di acquistare coscienza di sé e del suo essere uomo è più forte di tutto, anche della agghiacciante verità, anche del dolore più intenso, anche della vergogna che, alla fine, lo spingerà al gesto (forse addirittura più estremo del suicidio) di accecarsi. Pasolini invece parte dal mito di Edipo, interpretato freudianamente, e ne fa sia lo specchio della propria vita interiore proiettata all’esterno, che il cardine dei propri drammi esistenziali: di qui l’esasperazione drammatica delle scene del parricidio e dell’incesto, l’insistenza sulle passioni più selvagge e violente, che in Sofocle sono trattate in modo più sfumato ed elusivo.

Tuttavia, pur non rappresentando le gesta di un eroe guerresco, l’Edipo pasoliniano assume spesso toni epici grazie al ruolo-chiave che ha nel film la musica. Popolare, malinconica o festosa, funebre, moderna o classica, solo la musica riesce in effetti a esprimere l’inesprimibile “odissea” di Edipo. Il leitmotiv fondamentale è costituito da canzoni popolari rumene e da antiche melodie giapponesi, che si scandiscono in sequenze, per noi ambigue e misteriose, di suoni essenziali, e la cui origine sembra difficile da localizzare, se non nei primordi e nei precordi.

Questa scelta fa sì che la parola, nel film, si riveli mezzo espressivo ormai superfluo: il linguaggio è rarefatto, tende a scomparire rispetto alla musica e alle immagini, e nei fotogrammi dell’“Edipo re” si realizza il miracolo “della realtà che si esprime con la realtà”, nucleo semantico della poetica di Pasolini. L’impulso arcaico del “vedere”, in particolare, che “trova, proprio nella cecità che si autoinfligge il protagonista, la sua sublimazione simbolica”19, soppianta quello evolutivo del “conoscere”, fondamentale nella tragedia sofoclea proprio perché Edipo è “un personaggio che nell’obbligo della conoscenza della realtà e nel tentativo di sfuggirvi gioca tutto il suo destino”20.

In questo film, invece, il regista portatore di un complesso mai (o infelicemente) superato, è il personaggio principale, con il suo amore incestuoso per la madre, inappagabile, e quindi, secondo le concezioni allora correnti, “deviato” nell’eros omosessuale. Impressionante il parallelismo tra certe sequenze dell’“Edipo re” (soprattutto quelle interpretate da Silvana Mangano, nel ruolo di Giocasta) e i versi della stupenda lirica “Supplica a mia madre”, scritta da Pasolini nel 1962:

 

È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

 

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

 

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

 

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

 

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

 

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

 

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

 

Era l’unico modo per sentire la vita,

l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

 

Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

 

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…21

 

Pasolini guarda la madre, dall’interno, con gli occhi di un “feto adulto”, come lui stesso più volte si è definito: in cambio riceve da lei una risposta ambigua, uno sguardo indecifrabile che contiene in sé l’amore materno e allo stesso tempo la consapevolezza di un’ineluttabile, lacerante separazione. Così, nel film, Edipo è il “feto adulto”, che viene punito benché, come tale, sia intimamente innocente, cioè ignaro portatore di un destino atroce, e del quale le immagini del “delittuoso” amplesso tra Giocasta e suo figlio sono presagio: con il montaggio, infatti, Pasolini le accosta a quelle dei Tebani morti di peste, abbandonati alla mercé degli avvoltoi. Eros e thanatos sono al lavoro, come al solito e qui più che mai, intrecciati inestricabilmente.

Del conflittuale rapporto con il figlio, di cui ci racconta il prologo, è, ovviamente per Pasolini, pienamente responsabile il padre, la cui voce interiore, come si legge nella sceneggiatura, è tutta in questa direzione: “Eccolo questo qui, il figlio, che un po’ alla volta prenderà il tuo posto nel mondo. Sì, ti caccerà dal mondo e prenderà il tuo posto. Ti ammazzerà. Egli è qui per questo. Lo sa. La prima cosa che ti ruberà sarà la tua sposa, la tua dolce sposa che credi sia tutta per te. E invece c’è, l’amore di questo qui per lei; e lei, già lo sai, lo ricambia, ti tradisce. Per amore di sua madre, questo qui ammazzerà suo padre. E tu non puoi farci niente. Niente”. A questo complesso d’inferiorità e senso d’impotenza egli non sa reagire che con violenza contro il suo stesso figlio.

Dopo questa premessa “eziologica”, del tutto realistico-descrittiva, il linguaggio cinematografico cambia, attestandosi su una stilizzazione maggiore. La macchina a mano largamente usata in molte sequenze è lo strumento attraverso il quale Pasolini indaga lo sguardo di Edipo: le sue soggettive sono assolutamente tali in quanto realizzano una piena identificazione tra il pensiero e il carattere del personaggio e il regista stesso. Al montaggio invece è affidato il compito di esaltare la contrapposizione tra il mondo industriale (quello del prologo e dell’epilogo) e il mondo arcaico, rappresentato dalla potente espressività della terra africana.

Tutto il racconto filmico ha palesemente una struttura circolare: le immagini dell’inizio sono le stesse con cui il regista conclude la pellicola: la panoramica nostalgica sulla fila di pioppi verdi che il bambino guardava nel prologo riappare immancabilmente nell’epilogo. Guidato dal fedele Angelo (Davoli), Edipo, a questo punto cieco, ci trasporta di nuovo nell’atmosfera dell’inizio, quando i primi istanti di pellicola ci avevano mostrato il mondo dei nostri giorni e un bambino ancora in fasce eppure già inguaribilmente infelice; e se sembra strano vederlo camminare ormai adulto in strade cittadine, lontanissime da quelle calpestate nel mito, è pur vero che noi percepiamo che egli quelle strade le sente in realtà intimamente sue.

Moravia ci assicura che, alla fine nel film, “Pasolini ha preferito l’elegia al dramma. Ha sostituito Antigone con Angelo, ha fatto trapassare l’Edipo fisicamente cieco del mito nella realtà del mondo moderno. Edipo che era nato a Tebe, qui si identifica con il bambino nato in una piccola città italiana. Una fine privata, simbolica, tristissima ma non catartica”22, alludendo forse alla folgorante, commossa frase, con cui l’opera si conclude: “O luce che non vedo più, che prima eri stata in qualche modo mia, ora mi illumini per l’ultima volta. Sono tornato. La vita finisce dove comincia”.

1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio da “Le visioni di Pasolini. Immagini di una profezia”, di Marzia Apice (Bibliopolis, Napoli 2009). Riproduzione riservata.

2) A. Moravia, ne L’Espresso, 17 settembre 1967.

3) Cfr. in N. Naldini, “Pasolini, una vita”, Einaudi, Torino 1989, p. 314.

4) Vedi il saggio di F. Crispino, “La dimensione onirica nel percorso pasoliniano”, in Aa.Vv.

*Dice di sé.
Marzia Apice. Romana, classe 1978, dopo la laurea al Dams diventa giornalista nel 2003. Odia chi è fazioso e poco umile, ama il mare e chi fa tanti sogni, purché sappia come realizzarli. È fermamente convinta che la vera arte, in ogni sua espressione, sia una cosa seria e non un gioco da ragazzi. Giudice inquisitore nei confronti di se stessa, esige molto anche dagli altri, e per questo è spesso delusa. Tra una pagina letta e un’altra scritta, attende ancora che il vento della leggerezza le scompigli la vita. 

 

PABLO NERUDA

Ho fame della tua bocca, della tua voce,
dei tuoi capelli e vado per le strade senza nutrirmi,
silenzioso non mi sostiene il pane, l’alba mi sconvolge,
cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.
(Da “Cento sonetti”, 1924)

 

PROVOCAZIONIMarta Lanza - Il desiderio, motore della vita

È un sentire infinito, eterno e democratico perché non conosce distinzioni di età o classe sociale

Marta Lanza*

Che cos’è il desiderio, come nasce, come si manifesta? Etimologicamente la parola de-siderio deriva dal latino de-siderare e significa “che non ha stelle”, cioè “che manca del senso della vita, che è riposto nel cielo”. A ben vedere, dunque, esattamente il contrario di quella che è l’idea comune legata al desiderio e cioè l’espressione di un capriccio momentaneo.

Anche la filosofia si è occupata del desiderio e lo ha classificato come un impulso determinato indirizzato a un oggetto esterno, di cui si desidera il possesso. Il desiderio provoca in ognuno di noi emozioni che possono essere dolorose o piacevoli, in relazione alla realizzazione della soddisfazione o meno del desiderio stesso. Per esempio, si prova dolore per l’assenza della persona amata o della condizione di cui si ha assolutamente bisogno, ma anche la gradevole e coinvolgente sensazione di poter presto rivivere un momento o situazione piacevole.

Secondo il greco Epicuro la classificazione del desiderio poneva al centro i concetti di piacere, intesi come desideri naturali, e di dolore, intesi come desideri vani. Il desiderio naturale quindi è legato al benessere del corpo, al piacere e alla ricerca del gradevole, mentre il desiderio vano è legato a ciò che è irrealizzabile, come la gloria e l’immortalità.

In realtà il desiderio è eterno e infinito perchè appena un desiderio è soddisfatto, ne sorgono altri infiniti, perchè la nostra volontà è inesauribile. E aggiungerei democratico perché il desiderio non conosce distinzioni di età o classi sociali. Per esempio i giovani desiderano completare gli studi per poter avere un lavoro che possa soddisfarli, sognano di poter viaggiare per conoscere il mondo, desiderano essere indipendenti e conquistare la propria libertà.

Crescendo subentra il desiderio di affermarsi nel lavoro, acquisendo così una stabilità economica che consenta di avere una famiglia, dei figli, comprare una casa in cui trascorrere il proprio futuro. Ogni uomo, dunque, qualsiasi età abbia o a qualsiasi classe sociale appartenga è spinto dal desiderio di realizzare ciò che sogna.

E i tanto discussi Vip, come si pongono rispetto al desiderio? Spesso invidiati, perché grazie alla fama, al successo e alle oggettive maggiori disponibilità economiche possono soddisfare ogni capriccio, arrivano, come tanti, ad un passaggio della vita che li vede desiderosi di realizzare ciò che non sempre madre natura regala loro con immediatezza.

E così, come non pensare alla maternità, il principe dei desideri, che dalle veline alle grandi dive sembra di fare di tutte le donne dello spettacolo un fascio? Essere genitori, infatti, o meglio essere madri è un desiderio che la donna porta con sé fin da sempre e in tutte le tradizioni è identificato come il coronamento di un legame sentimentale e coniugale.

Le pagine patinate delle più importanti riviste rosa propongono spesso in copertina decine di dichiarazioni legate a questo desiderio. Anche la “pantera” Naomi Campbell non fa eccezione e così dichiara: Adesso è tutto ok, posso avere figli. È nelle mani di Dio. Vorrei tanto avere una famiglia”. (Da gossipblog.it”, 10 settembre 2008).

La conoscenza è alla base della ragione del desiderare, infatti, è il significato che diamo al desiderio che fa sì che esso sia positivo per la nostra vita; potremmo dire quindi che è l’amore a sostenere il desiderio di maternità benché sia vincolato da passaggi obbligati alla costruzione del nucleo familiare.

E così veniamo a conoscenza delle intenzioni della showgirl Antonella Mosetti: “La voglia di sposarci, di creare la nostra famiglia e di avere altri figli è tanta, il suo desiderio di diventare padre è fortissimo, ma dobbiamo prima capire come poterci organizzare al meglio. C’è la scuola di Asia, mia figlia, il cantiere navale del papà di Aldo, dove lui lavora, il mio lavoro, la casa da trovare. L’unica cosa certa è che ci amiamo e vogliamo stare insieme”. (Da “Chi” 27 marzo 2009)

Il desiderio di paternità invece oggi è diventato un progetto di vita. Mentre i volti noti di donne della televisione sfoggiano pancioni e riescono a far conciliare il desiderio di maternità e il lavoro, l’uomo desidera chiarire primariamente il senso della propria vita (un desiderio istintivo e profondo per la propria completezza). Si riesce, infatti, a governare quel desiderio in virtù del proprio benessere e del piacere di arricchire la propria vita di esperienze e gratificazioni personali che aiuteranno il futuro padre a sentirsi maturo per l’evento e porteranno beneficio anche al bambino.

Così Aldo Montano: “Adesso sono pronto e posso diventare papà”, dopo due anni e mezzo di “prove” con Antonella Mosetti, Aldo Montano si è deciso e adesso rivela il suo desiderio di avere un figlio, maschio, dalla sua compagna. “Fino a due anni fa non ci pensavo a cos’è un bambino. Ora con Asia (la figlia di 12 anni di Antonella, ndr), sto imparando e me la cavo bene”, confessa il campione olimpico. (Da “Chi” 27 marzo 2009).

Sulla medesima linea d’onda Sergio Assisi: “Adesso non mi spaventerebbe più – ha spiegato, riferendosi a una possibile gravidanza della compagna – ma non bisogna ragionare troppo su una cosa tanto importante perché se ci pensi non trovi mai il momento giusto: bisogna farlo e basta”. (Da “Tv Sorrisi e Canzoni” 25/03/08).

Anche il Presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, uno dei pochi politici ad aver fatto outing sulla propria omosessualità dichiara: “Ho un forte desiderio di genitorialità. Il sangue non c’entra, per me la paternità non è un dato fisiologico, limitato al proprio seme. Allevare un figlio significa accudirlo, conoscerlo e ascoltarlo”. (Da
www.river-blog.com”).

La cantante canadese Celine Dion, già madre, desidera una nuova maternità: “Speriamo di essere benedetti e di diventare genitori ancora una volta – ha detto l’artista – e se succederà saremo felicissimi”. (Da “Quebec” 4 Marzo 2009)

Il pirata Morgan, giurato del talent show Xfactor, un po’ filosoficamente, come è abituato a fare, definisce così il desiderio: “L’amore è: io ti voglio bene, tu puoi anche stare con altro, per me non cambia. Il desiderio, invece, implica un bisogno di avere. In casi rari, dare e avere vanno insieme, e allora il rapporto è una vera relazione.

Questo, in termini linguistici, si traduce in espressioni diverse: se due dicono “scopare” esprimono l’unione di desiderio e sentimento, ma piuttosto che “fare l’amore”, tanto vale giocare a bridge. O dormire”. (Da “La Stampa”, 27 marzo 2009)

Alla fine di tutte queste dichiarazioni abbiamo le idee più chiare su cosa sia il desiderio? È certo un motore sia nella vita privata sia in quella pubblica, perché spinge ogni persona ad andare avanti, a migliorarsi. Per alcuni è la realizzazione di qualcosa di materiale e legato al quotidiano, alla conquista di piccoli piaceri che rendono ogni giorno speciale.

Per altri, è una ragione di vita, l’essere buoni genitori, ad esempio, porta a muoversi in quella direzione lavorando sulle proprie emozioni e su quelle dei figli a tempo indeterminato. Per altri ancora il desiderio è qualcosa che supera se stessi, è quel che si realizzerà un domani in un’altra vita o quel che vediamo realizzato negli altri in questa. E poi ci sono eccezioni come Madre Teresa di Calcutta che si è dedicata solo al prossimo desiderando esclusivamente il bene dell’altro.
*Dice di sé.
Marta Lanza. Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Seneca

 

CHARLOTTE BRONTË

Qualche volta ho nei suoi confronti una sensazione curiosa,
specialmente quando mi è vicina, come ora.
Mi sembra di avere una corda nella parte sinistra nel mio petto
strettamente legata a una corda analoga nella parte
corrispondente della sua personcina. E se mare e terra
si frapporranno tra noi, tempo che quella congiunzione andrà
spezzata, e ho la convinzione che comincerò a sanguinare
dentro.. quanto a lei.. mi dimenticherà!
(Da “Jane Eyre”, 1847)

INDICE DEI NOMI

Abdullah d’Arabia 
Achmad, Nakib 
Adams, Douglas 
Aiazzone 
Alecci, Gastone 
Aleramo, Sibilla 
Alessandro Magno 
Alfieri, Cesare 
Alì, Hezrat 
Al Lahim, Abdel-Rahman
Andrianopoli, Luigi 
Angela, Piero 
Angeli, Guido 
Angiolini, Ambra 
Apice, Marzia
Arbore, Renzo 
Archimede 
Assisi, Sergio 
Attila 
Avati, Pupi 
Bach, Richard D. 
Barzini, Luigi jr. 
Baudelaire, Charles
Beck, Julian 
Bellocchio, Marco 
Bene, Carmelo 
Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) 
Benso, Camillo conte di Cavour 
Benson, Richard 
Berlusconi, Silvio
Bernstein, Carl 
Bevilacqua, Pina
Biagi, Enzo 
Bibliopolis 
Bini, Alfredo 
Bin Laden, Osama 
Blandini, Gaetano
Boffo, Dino 
Bohr, Niels 
Bompiani 
Bonaparte, Napoleone 
Bonolis, Paolo
Bormioli, Riccardo 
Bosco, Gian Fabio (Gian) 
Brontë, Charlotte
Browning, Elizabeth
Brusati, Carlo 
Buñuel, Luis 
Buonarroti, Michelangelo 
Buttafava, Giovanni 
Cabello, Victoria 
Cairo editore
Calabrò, Corrado
Cappellini, Alida 
Calvino, Italo 
Caminiti, Vladimiro 
Campbell, Naomi 
Canino, Fabio 
Capuana, Luigi 
Capote, Truman
Carezzano, Ivan 
Carrà, Raffaella 
Casini, Pierferdinando 
Castelvecchi editore 
Cayla, Veronique 
Cederna, Camilla 
Cevasco, Francesco 
Chanel, Coco 
Chiambretti, Piero 
Chopin, Frederic
Cipolletta, Innocenzo
Citti, Franco 
Class Editori 
Claudiano 
Compagna, Francesco 
Confalonieri, Fedele 
Corona, Fabrizio 
Coruzzi, Mauro (Platinette) 
Costanzo, Maurizio 
Costanzo, Saverio 
Craxi, Bettino 
Cremonesi, Lorenzo 
Crespi, Giulia Maria 
Crisalli, Giuliano
Crispino, F. 
Croce, Benedetto 
Croce, Giulio Cesare 
Cuccarini, Lorella 
D’Agostino, Roberto 
D’Annunzio, Gabriele 
d’Aosta, Anselmo 
d’Aquino, Tommaso 
Dardanello, Piero 
Darwin, Charles 
da Vinci, Leonardo 
Davoli, Ninetto
Dawson, Rosario 
De Agostini editore 
De Amicis, Edmondo 
de Cervantes, Miguel 
De Filippi, Maria
de La Bruyére, Jean 
De Marchi, Emilio 
Deneuve, Catherine 
De Sanctis, Francesco 
De Sica, Vittorio
Dickinson, Emily
Dietrich, Marlene 
Dion, Celine 
Diritti, Giorgio 
Domiziano 
Donelli, Massimo
Dostoevskij, Fëdor M. 
Eco, Umberto 
Einstein, Albert 
Epicuro 
Euripide 
Eschilo 
Eustor, Antonio 
Fallaci, Oriana 
Fazli, Kaez 
Fellini, Federico 
Feltri, Vittorio
Fenech, Edwige 
Ferdinando di Borbone 
Ferrara, Giuliano 
Ferretti, Dante 
Feynman, Richard 
Fini, Gianfranco 
Fisichella, Rino 
Fogazzaro, Antonio 
Forti, Luisa 
Frassica, Nino 
Freud, Sigmund
Gaber, Giorgio
Garbo, Greta 
Garcia Lorca, Federico
Garibaldi, Giuseppe 
Garrone, Matteo 
Genserico 
Gesù Cristo
Giacobini, Silvana 
Gianani, Mario 
Gide, André
Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla)
Ghirelli, Antonio
Giusti, Marco 
Godard, Jean-Luc 
Goethe, Johann W.
Gozzano, Guido 
Grandi, Alessandro 
Grasso, Aldo
Gregorio Magno 
Grozio, Ugo 
Guardì, Michele 
Habermas, Jürgen 
Hack, Margerita
Hall, Chuk 
Hall, Nora 
Herling-Grudzin´ski, Gustaw
Herrera, Heriberto 
Hinn, Benny 
Hitler, Adolf 
Imperatore, Pietro (Pierre la Sultana) 
Ipsevich, Almerina 
Ka-Tzetnik
Knoll, Erwin 
Labranca, Tommaso 
Lanza, Cesare
Lanza, Elda 
Lanza, Marta 
La Russa, Ignazio 
Lario, Veronica 
Lear, Amanda 
Leone Magno 
Leone, Sergio 
Leopardi, Giacomo
Lerner, Gad 
Levi, Arrigo 
Liala (Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi) 
Licheri, Giovanni 
Liguori, Paolo 
Livraghi, Giancarlo
Lloyd Wright, Frank 
Lopez, Jennifer 
Lucrezio 
Maazel, Lorin 
Machiavelli, Niccolò 
Madre Teresa di Calcutta 
Magnaschi, Pierluigi
Mangano, Silvana 
Manzoni, Alessandro 
Marchi, Wanna 
Marx, Karl 
McLuhan, Marshall 
Mendeleev, Dmitrij 
Mentana, Enrico 
Mimun, Clemente J. 
Mingus, Charles 
Miniggio, Riccardo (Ric) 
Mobili, Concetta 
Mondadori
Moncalvo, Gigi 
Monroe, Marylin 
Montale, Eugenio 
Montanelli, Indro
Montano, Aldo 
Moravia, Alberto 
Moretti, Mauro 
Moretti, Nanni 
Morgan 
Mosetti, Antonella 
Mozart, Wolfgang Amadeus 
Mughini, Giampiero 
Muller, Marco 
Mussolini, Benito 
Naldini, Nico 
Neruda, Pablo
Newton, Isaac 
Nietzsche, Friedrich 
Novalis (Georg F.P.F. von Hardenberg) 
Numaziano, Rutilio 
Ottone, Piero 
Ovidio 
Parietti, Alba 
Parisi, Heather 
Parmentola, Antonella
Parodi, Eolo 
Pasolini, Pier Paolo
Pascoli, Giovanni 
Pera, Marcello 
Perego, Paola 
Perrone, Sandro 
Petrolini, Ettore 
Piccinini, Sandro 
Pietrantonio, Rocco 
Pimentel de Fonseca, Eleonora 
Pirandello, Luigi
Placido, Michele 
Polanski, Roman 
Poletti, Ugo 
Politi, Marco
Prévert, Jaques 
Prezzolini, Giuseppe 
Prodi, Romano 
Proietti, Gigi 
Proust, Marcel 
Rai Eri 
Raspelli, Edoardo 
Recanatesi, Franco 
Redazione editore 
Repetto, Antonio 
Riccardi, Luigi 
Rocca, Carmelo 
Ronchi, Andrea 
Rondi, Gianluigi 
Rosati, Renzo 
Rossellini, Roberto
Rossi, Vasco
Rourke, Mickey 
Ruini, Camillo 
Rusconi, Edilio 
Sabatini, Mariano
Salvaneschi, Nino 
Salvati, Marco 
San Benedetto 
San Paolo 
Sant’Alberto 
Sant’Ambrogio 
Sanzio, Raffaello 
Scalfari, Eugenio 
Sesti, Gino 
Shakespeare, William
Sofocle
Sontag, Susan 
Sordi, Alberto 
Soria, Giuliano 
Sorrentino, Paolo 
Sottile, Salvo 
Specchia, Francesco
Sperling & Kupfer 
Stella, Gian Antonio
Stone, Oliver 
Striglia, Giorgio 
Svevo, Italo 
Swank, Hillary 
Sylos Labini, Paolo 
Striano, Enzo 
Taggi, Paolo 
Tagore, Rabindranath 
Tito, Michele 
Tolstoj, Lev
Tommaseo, Niccolò 
Tomasi di Lampedusa, Giuseppe
Tommassini, Luca 
Tornatore, Giuseppe 
Urbani, Giuliano
Valli, Alida 
Valsecchi, Pietro 
Vendola, Nichi 
Ventura, Simona 
Verdi, Giuseppe 
Verga, Giovanni 
Vicedomini, Pascal
Visconti, Luchino
Vitali, Alvaro 
Vittorio Emanuele II 
von Balthasar, Hans Urs 
Wadsworth Longfellow, Henry 
Warhol, Andy 
Watts, Naomi 
Wittgenstein, Ludwig 
Wollstonecraft, Mary
Zavoli, Sergio 
Zinzocchi, Rachele