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Edizione n. 13

INTRODUZIONE Cesare Lanza - Le ipocrisie in morte di Mike

“Un poeta dadaista”, health “un eroe della Resistenza”, clinic “un martire di Mauthausen”, addirittura “più importante di Garibaldi”. Sui mass media è esplosa e ancora non si è consumata (ma ormai è una moda, ci sono importanti precedenti) una curiosa gara all’esaltazione del defunto. Ma siamo sicuri di non esagerare? Nel caso di Bongiorno, spesso a esaltarlo sono stati gli stessi che gli impedirono di diventare senatore a vita.

Che sofferenza e che disagio, ancora una volta, leggere e ascoltare adulazioni e celebrazioni, in dosi industriali, in occasione della morte di un personaggio popolare. Mi riferisco a Mike Bongiorno. Un’orgia dolciastra di riconoscimenti e di esaltazioni, tali da mandare in tilt la glicemia di chiunque. Analoghe esagerazioni ci furono quando se ne andarono Federico Fellini (credo che proprio dalla sua morte e da quel giorno sia partita questa grottesca stagione, ormai una moda, di commemorazioni prive di un pur minimo limite di oggettività) e poi Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Luciano Pavarotti, e Gianni Agnelli, e figuriamoci il Papa: un diluvio per giorni e giorni di pagine e titoli, di programmi televisivi, in un tripudio di conformismi odiosi e melensi luoghi comuni.

Non credo che l’uomo abbia un ruolo centrale nell’universo e non penso – è un’ovvietà, ma ricordiamola, dal momento che vistosamente si scorda – che la morte sia un fatto straordinario. Gli uomini muoiono, come il giorno e la notte, i fiori, gli alberi, una volta i dinosauri e oggi i cani e i gatti, gli uccelli, muoiono gli uomini come muoiono in vita i loro sogni, le avidità, le meschinità, i desideri, le ambizioni, le tentazioni, muoiono come tutte le caducità della nostra misera apparizione terrestre.

Muoiono i nostri vicini di casa, i nostri genitori e i nostri figli, moriremo noi: è normale. La morte porta quasi sempre sofferenza, emozione e dolore, ma è un evento inevitabile e spesso atteso, prevedibile; e riguarda tutti, “livella” tutti, come insegna la geniale poesia di Totò. Non capisco allora perché, quando si tratti di un personaggio famoso e popolare, si debba trattare la morte come una ghiotta occasione per una frettolosa santificazione del defunto, un episodio epocale, immancabilmente da consegnare alla storia…

Questo meccanismo compulsivo e, scusatemi, con tutto il rispetto per i vivi e per i morti, anche un po’ sciocco, scatta ormai regolarmente, inesorabilmente, da ogni angolazione, senza memoria e senza pudore, con irresistibile e dilagante ipocrisia: perfino in morte di Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice di mostruosa bravura, odiata, detestata e ferocemente aggredita in vita… perfino lei fu insultata un po’ meno, quando ci lasciò, o addirittura elogiata dai suoi acerrimi precedenti avversari.

Non c’è limite per le esagerazioni. Così, di Mike Bongiorno, abbiamo appreso – sono citazioni testuali! – che addirittura fu più importante di Garibaldi, per la storia italiana. E che può essere considerato un poeta dadaista e un attore vittoriano. Che ha unificato gli italiani, poveri analfabeti, con il linguaggio dei suoi programmi. Anzi, abbiamo appreso che, proprio lui, italo-americano, ha insegnato l’italiano agli italiani. E che dunque ha prodotto cultura. Non solo. Abbiamo appreso che Mike va celebrato non tanto per i suoi popolari quiz, ma, guai a chi non ricordi!, come una vittima della Gestapo, un martire di Mauthausen, un eroe della Resistenza. E anche un genio del candore, un campione di democrazia, l’amico di tutti, il pioniere dell’innovazione, l’anticipatore del futuro.

Dunque: santo subito? E perché no, a questo punto? Che almeno si inizi, ufficialmente, il processo di beatificazione. Vorrei però sommessamente sottolineare che elogi clamorosi, in misura copiosa, vengono oggi elargiti perfino da chi gli negò la realizzazione del suo intimo sogno, da quando un importante giornalista, Massimo Donelli, lanciò l’idea, tanto stravagante quanto, al fondo, ragionevole (in contrapposizione non dichiarata ad altre discutibili nomine): eleggerlo senatore a vita.

Sempre sommessamente, quanto al linguaggio di Mike unificante e istruttivo per il popolo analfabeta (ma vogliamo dire, per non esagerare anche in questo, che al massimo si può parlare di semianalfabetismo, nell’Italietta del dopoguerra?), prima che al popolare presentatore direi che il merito di una crescita, se non culturale quanto meno al livello della scuola elementare, debba essere attribuita al linguaggio, enfatico, ma essenziale, della divulgazione degli eventi sportivi nazionalpopolari, ai quattro giornali sportivi (un record mondiale) che raccontavano le imprese di Coppi e Bartali, della Nazionale di calcio, del Grande Torino, della Juventus, del Milan, dell’Inter; e, comunque, non certo solo a Mike, ma all’avvento della televisione in genere, da Carosello ai cosiddetti romanzi sceneggiati. Perciò mi appare apprezzabile forse l’unico commento controcorrente registrato in questi giorni, quello di Paolo Villaggio: il livellamento culturale operato da Mike certo ci fu, ma in basso.

È, questa, una forma di asprezza critica, verso l’illustre scomparso? Assolutamente no. E certo è da condividere – questo è un dato incontestabile – che Mike Bongiorno sia stato, se non il re, uno dei protagonisti dominanti, in 55 anni, della televisione italiana.

Vorrei però semplicemente notare che sarebbe stato interessante anche ricordare, a fronte dei suoi eccezionali successi, il limite artistico dell’inventore o meglio dell’importatore – in Italia – del quiz: quello di aver sempre e soltanto insistito, senza mai una deviazione o una diversa iniziativa, su un’unica idea di programma, proposto nelle più diverse e allo stesso tempo sempre uguali dimensioni. Il quiz.

Mike era di un’avarizia divertente e incredibile (più di quella, leggendaria, di Alberto Sordi) e ha sfruttato fino alle ultime gocce i programmi impostati sul quiz, quiz e sempre quiz, dai trionfi iniziali fino a quando, anche per la moltitudine di imitazioni, non era rimasto quasi più niente da spremere, relegandosi a collocazioni minori, con ascolti modesti, lui che aveva ipnotizzato un intero Paese e obbligato i gestori dei cinematografi, al giovedì sera, a lasciare da parte i film e a trasmettere su schermi giganteschi il suo mitico “Lascia o raddoppia?”.

Succedeva negli anni cinquanta e l’epopea proseguì per lustri e lustri. Poi Mike era pressoché scomparso da ogni grande ribalta negli ultimi anni, fino a quando Fiorello, genio del divertimento e dell’intrattenimento, non lo riscoprì e non lo rilanciò in una veste del tutto nuova, quella del vecchio nonno simpatico, petulante e, solo in apparenza, rimbambito. Oggi, quei formidabili spot continuano a essere trasmessi, tanto da indurre molti a dire che con una presenza vitale e importante, secondo le ferree leggi del marketing, il popolare presentatore propone una sua personale immortalità.

E così, infine, direi che un merito assoluto comunque vada riconosciuto a Mike Bongiorno, quello di essersi sempre proposto con positività e propositività, in un mondo che si estinguerebbe senza il fascino illusorio della produzione e delle trappole dell’ottimismo. E tuttavia, ma questo è solo un fatto privato di pessimismo individuale (certo non mi permetto di proporlo a nessuno e tanto meno di condividerlo con i lettori) ecco un’ultima obiezione che da tempo mi ritorna in mente, guardandomi intorno – anche oggi, molte settimane dopo il suo funerale, di fronte al celebre slogan rilanciato da Fiorello davanti alla sua bara e ancora e ancora, dappertutto, nelle interminabili commemorazioni: “Allegria!”? Vorrei chiedergli ciò che non ho mai avuto il coraggio di domandargli in vita… Ma di che? Ma perchè?

 


Cesare Lanza

Corrado Calabrò - Sotto le palpebre
CORRADO CALABRÒ

Sotto le palpebre

Il mio oroscopo passa
poiché alzerai le palpebre
per il tuo primo sguardo del mattino:
così attraversa l’aurora il nuovo giorno.

ATTUALITÀ Marco Benedetto - Dalla Bella Rosin a Noemi e Patrizia: meno male che il maggioritario non c'è

Ci sono due poli, a destra e a sinistra, ciascuno dei quali pudicamente premette la magica parola “centro” perché anche il più estremista sa che comunque, non solo in Italia, i voti si prendono al centro

Marco Benedetto*

Ogni giorno che passa si rende sempre più evidente una caratteristica della politica italiana di oggi: non c’è molto di diverso, nella struttura di quella che francesizzando è stata definita seconda repubblica, rispetto alla prima.

Sono cambiati i nomi dei partiti, non c’è più la guerra fredda con pericolo comunista incorporato, che calamitava e teneva assieme la massa di voti democristiani, gran parte di chi fa politica oggi la faceva anche prima, e meno male, molta gente nuova è entrata, ex soubrette incluse, ed è bene perché un po’ di ricambio ci vuole.

Ci sono i due “poli”, a destra e a sinistra, ciascuno dei quali, pudicamente, premette la magica parola “centro” perché anche il più estremista sa che comunque, non solo in Italia, i voti si prendono al centro.

C’è soprattutto il fenomeno Berlusconi, cui si potrebbe applicare una lunga serie di aggettivi, che, sul piano politico, non sono tutti necessariamente negativi.

Berlusconi ha sconvolto l’agenda della politica, ha spostato le priorità, e paradossalmente, con la violenza del conflitto che gli si è acceso attorno, ha anestetizzato tutto il resto, cioè tutto quello che non fosse riferito a lui.

Kabul ha fatto apparire in tutta la sua evidenza la principale debolezza della politica italiana e la sua principale somiglianza con il passato: alla base del governo non c’è un partito, ma una maggioranza, una coalizione, esattamente come accadeva ai bei tempi andati.

Anche se è probabile che Berlusconi sogni ancor oggi di essere incoronato Cesare, anche se si atteggia, con perfetta coerenza di logica aziendale, come il chief executive dell’Italia srl, quando poi è costretto a svegliarsi di fronte alla dura realtà quotidiana, si muove secondo le logiche dei vecchi capi di governo democristiani.

Per mancanza di voti, la DC non ha quasi mai potuto governare da sola, ma sempre appoggiandosi a coalizioni disomogenee, che andavano dai liberali (cioè l’unica destra vera) ai soti.

Da qui gli equilibrismi, l’instabilità, le contorsioni dell’azione di governo, che doveva necessariamente tenere conto di tutte le spinte e di tutte le esigenze elettorali di tutti i partiti della coalizione, perché se uno di questi faceva venire meno l’appoggio al governo, questo cadeva.

Con la fumosità del linguaggio politico dell’epoca queste cose arrivavano di rado ai cittadini che difficilmente riuscivano a capire il perché delle crisi, delle verifiche, dei rimpasti.

Oggi, grazie alla ruvidezza dei modi e al linguaggio diretto della Lega e di Umberto Bossi, tutti gli altri sono costretti a adeguarsi e i termini del contrasto politico sono più trasparenti, si capisce chi vuole che cosa e ci si rende conto delle spinte in azione.

Magra consolazione, perché con tutti i suoi soldi Berlusconi è costretto a subire da Bossi le stesse angherie che subiva, vent’anni fa, Andreotti dall’amico e protettore di Berlusconi, Craxi.

Berlusconi è sempre stato consapevole della debolezza del sistema elettorale uscito dalla stagione dei referendum e alla base della seconda repubblica. Ha provato, da capo dell’opposizione, la strada della grande riforma, attraverso la Bicamerale, che ci avrebbe potuto consegnare un sistema elettorale più stabile non fosse stato per la presunzione di D’Alema, che ha ingenuamente sottovalutato l’avversario, combinata con l’avidità di Berlusconi.

Berlusconi, sotto il tavolo della Bicamerale, aveva ottenuto lo stravolgimento di un disegno di legge, noto con il suo numero di registro al Senato, il 1138, che aveva lo scopo di limitare l’esorbitante afflusso di risorse alla tv, di Stato e commerciale; gente degnissima e perbenissimo fu costretta dalla disciplina di partito a farsi guidare la mano dagli uomini di Berlusconi nella riscrittura degli articoli di legge (che poi in ogni caso abortì per la superiore capacità di azione di Berlusconi).

Non contento, Berlusconi rialzò la posta: voleva la sottomissione del sistema giudiziario, ma mentre mandare a morte i giornali e favorire la Tv non solo rientrava nel modo di pensare di D’Alema ma trovava forte sponda nella maggioranza di sinistra dell’epoca, dove il partito Rai era fortissimo, andare contro i giudici, a loro volta influentissimi, per D’Alema era impossibile.

Berlusconi fece saltare il tavolo e fu persa l’occasione, a sinistra di convogliare dentro un unico grande partito tutte le spinte, incluse quelle che oggi si chiamano della sinistra radicale, a destra di incorporare con quasi dieci anni di anticipo l’ex Msi e di mettere fuori gioco la Lega.

Alla fine Berlusconi è riuscito a assorbire An, anche se sembra venirne qualche sussulto post mortem. Con la Lega la paga tutta.

Nel frattempo c’è anche da dire che i limiti di un sistema maggioritario che non sia rigidamente bilanciato da fortissimi contro-poteri sono apparsi evidenti a tutti.

Il sistema maggioritario funziona dove il parlamento è realmente portatore delle spinte degli elettori e alla base c’è un federalismo radicato nel territorio, come negli Usa.

In Italia, dove tutto scende dal vertice e oggi il parlamento è predefinito al singolo nome da scelte di vertice, un maggioritario tipo inglese o americano lascia un po’ perplessi. Oggi, se fosse in vigore, Berlusconi avrebbe la maggioranza parlamentare per farsi incoronare re.

In Germania ricordano ancora come Hitler diventò fuhrer per via elettorale e per stare tranquilli preferiscono la coabitazione tra nemici (oggi hanno un governo che da noi sarebbe Berlusconi – Franceschini), pur imponendo dei livelli minimi di voti alla rappresentanza in parlamento, che hanno consentito di eliminare i partitini.

Ritornando in Italia, con un brivido di sollievo, non si può che riconoscere che è meglio qualche figuraccia in più col resto del mondo per colpa delle prepotenze di Bossi che un ritorno alla monarchia. Anche perché al posto della Bella Rosin avremmo Noemi e Patrizia. E la bella Rosin, direbbe Calderoli, almeno era piemontese.
*Dice di sé.
Marco Benedetto. (Genova, 26 gennaio 1945). È un giornalista e dirigente d’azienda, ex amministratore delegato del gruppo editoriale L’Espresso. Laureato in scienze politiche, inizia la sua attività professionale come giornalista nell’agenzia di informazione Ansa nelle sedi di Genova e Londra. Successivamente ricopre l’incarico di capoufficio stampa della Fiat e amministratore delegato dell’Editrice 
La Stampa.
Entra a far parte del Gruppo editoriale L’Espresso nel 1984 come amministratore delegato dell’Editoriale L’Espresso e della Finegil Editoriale. Dal 1992 al settembre 2008 ha guidato il gruppo. Nel marzo del 2009, lancia un’iniziativa editoriale completamente on-line: nasce Blitz quotidiano, un aggregatore di news on-line.

TONI SERVILLOHo scoperto il teatro vedendo una compagnia russa daragazzino a Napoli, recitavano “I Bassifondi” di Gorky;non capivo esattamente quello che dicevano, ma rimasiincantato dal loro modo di stare insieme, di mangiare,di innamorarsi, di odiare, di seguire le ambizioni, di interpretare il

destino. E questo e’ quello che il teatro racconta.

(Da “America oggi”, 2009)


 

DISCORSO SUL TEATROGli attimi fuggenti, le preziose citazioniche punteggiano la nostra rivista,propongono, in questo numero, come tema il teatro.Si parte con il maestro Pirandello e si chiude

con l’eclettica Monica Guerritore.

 

 

Il Teatro non può morire.

Forma della vita stessa, tutti ne siamo attori;

e aboliti o abbandonati i teatri, il teatro seguiterebbe nella vita, insopprimibile; e sarebbe sempre

spettacolo la natura stessa delle cose.

Parlare di morte del teatro in un tempo come il

nostro così pieno di contrasti e dunque così ricco di materia drammatica, tra tanto fermento di

passioni e succedersi di casi che sommuovono

l’intera vita dei popoli, urto d’eventi e instabilità di situazioni e il bisogno sempre più da tutti avvertito d’affermare alla fine qualche certezza nuova in mezzo a un così angoscioso ondeggiare di dubbi, è veramente un non senso.

 

 

Luigi Pirandello

( Da “Discorso al convegno Volta sul teatro drammatico”, 1934)


TELEVISIONE Antonella Parmentola - Angelo Guglielmi, il padre della tv verità

Dagli inizi nel piccolo schermo, alla rivoluzione di Rai 3, passando per il grande cinema e la politica attiva. Ricordi e aneddoti di una lunga e prestigiosa carriera

Antonella Parmentola*

Angelo Guglielmi, classe 1929. Critico letterario è protagonista dell’esperienza del Gruppo ’63. Nel 1954 con concorso entra in Rai, lavorando ai programmi culturali. Successivamente passa al Centro di produzione Rai e alla sede regionale del Lazio. Dal 1987 al 1994 ricopre la carica di direttore di Raitre (una delle direzioni più longeve).

Sotto la sua direzione la terza rete della Rai non solo acquisisce un’identità ben specifica, ma moltiplica gli ascolti con programmi innovativi, che ancora oggi sono dei caposcuola: quelli cosiddetti di servizio come “Un giorno in pretura” (dal 1988), “Telefono giallo” (1987-1993), “Chi l’ha visto?” (dal 1989), “Samarcanda” (1987-1992), “Mi manda Lubrano” (1990-1997), di satira come “Avanzi” (1991-1993) e “Tunnel” (1994), che lanciano una nuova generazione di comici, di intrattenimento come “Quelli che il calcio” (1993) passato poi a Rai Due.

Dal 1995 al 2001 è presidente ed amministratore delegato dell’Istituto cinematografico Luce.

Nel 2004 il sindaco di Bologna Sergio Cofferati lo assolda nella sua giunga come assessore alla cultura.

Da giudice super partes valuta l’attuale spettacolo televisivo tendenzialmente brutto perchè slegato da qualsiasi contenuto significativo e di Mike Bongiorno dice: “È l’unico nome capace di racchiudere in sè la storia della tv italiana dagli inizi ad oggi”.

Televisione, cinema, politica: tutto questo rientrava nei suoi sogni di ragazzo? O c’era altro?

 

“No, da ragazzo non sognavo nulla di preciso, a meno che i giuochi solitari ai quali mi dedicavo non siano stati rivelatori. Giocavo a fare il re che passa in rassegna le truppe o il capostazione (mio padre era ferroviere) in continuo viaggio di servizio. Passavo ore sotto il letto dei miei genitori fingendomi in treno”.

 

Dopo la laurea, è entrato in Rai con un concorso nel 1954. Ricorda in cosa consisteva la prova del concorso?

 

“Di quel concorso ricordo che eravamo 8000 e fummo assunti in 60. L’esame scritto ci chiedeva di riflettere sul valore della parola oppure di sceneggiare un racconto (dagli esaminatori indicato) di Zola.

Ma il meglio fu agli orali: intanto tutti potevano partecipare al concorso, anche non in possesso di titolo di studio superiore e ciascuno veniva interrogato su quello che diceva di sapere: importante era accertare se e come poteva e sapeva trasformare quel che sapeva in programmi televisivi”.

 

Che idea aveva della televisione?

 

“Allora la televisione non aveva ancora cominciato il servizio regolare. Sarebbe stata inaugurata tra qualche mese. Della tv avevo l’idea di cosa straordinaria (mi affascinavano le interviste tra la gente) dove mi sarebbe piaciuto lavorare. Ma era il desiderio nascosto di tanti. Allora si diceva che al concorso aveva partecipato anche Pasolini”.

 

E quando si è trovato a lavorarci la sua idea è cambiata?

 

“Avrei voluto lavorare al telegiornale; fui invece destinato ai programmi. Ovviamente nel settore documentari e inchieste dove, dopo qualche anno, riuscii a fare cose di tutto rispetto come la serie “Teatro inchiesta.

Le vite sceneggiate”, “Specchio segreto” ecc., cioè programmi di carattere informativo, tuttavia trattati con il linguaggio dello spettacolo”.

Il 15 dicembre del 1979 partivano i programmi di Rai 3. Cosa ricorda di quell’anno? Che Italia era? E la televisione ne era lo specchio?

“Nel 1979, con il terrorismo ancora in atto, l’Italia viveva gli ultimi lampi del boom. In Rai nasceva appunto la terza rete e proseguiva l’esperienza felice della seconda rete di Fichera; io venni chiamato – ma già dall’anno prima – a dirigere la sede Lazio. Nel Paese ormai si avvertivano le prime scosse di quel terremoto che avrebbe portato all’abbattimento del muro di Berlino, alla fine della guerra fredda e, per noi, alla conclusione della prima repubblica. Dunque fu un anno interessante, come sono sempre gli anni che annunciano grandi novità”.

 

Avrebbe mai immaginato che un giorno si sarebbe ritrovato a dirigerla?

 

“Arrivai a dirigere Rai 3 quando cadde l’ostacolo del fattore K. (Il fattore K fu lanciato dal giornalista Ronchey e faceva riferimento alla conventio ad escludendum applicata a coloro che venivano considerati amici dei comunisti). A quel punto ero tra i pochi che sapesse di televisione (gli altri erano tutti da tempo impegnati nelle altre due reti e cioè la 1 e la 2) e quelli che allora comandavano, Veltroni e Agnes, non hanno avuto difficoltà di scelta”.

 

In questi 30 anni qual è stata l’innovazione più significativa della terza rete?

 

“Quando arrivai alla direzione della rete mi dissi che avrei dovuto cercare un nuovo pubblico e non rubacchiare pezzi di pubblico alle altre due reti.

Cioè mi dissi che non avrei mai adoperato autori e soprattutto conduttori già attivi sulla rete 1 e 2. Mi obbligai a utilizzare sempre e dappertutto facce nuove.

Facce nuove significava idee e format nuovi. Quelle facce nuove che per la prima volta apparivano in televisione erano Chiambretti, Fazio, Ferrara, la Dandini e socie, Raffai, Augias, Gad Lerner, Barbato, Riotta, Baricco, Lubrano e Santoro (questi ultimi due avevano lavorato precedentemente ai telegiornali, in ruoli minori) e alcuni altri. E forse non è per caso che firmano ancora oggi i programmi migliori”.

C’è uno dei suoi programmi che l’ha resa particolarmente fiero? Ed uno del quale si è pentito?

 

“I programmi migliori sono il “Rosso e Nero” di Santoro e “Blob”. Il peggiore non saprei indicarlo, anche perche quando un programma non funzionava non aspettavamo la seconda puntata per accorgerci che non aveva futuro”.

 

Come detto prima, un’intera generazione di presentatori e comici è nata sotto la sua direzione… Come gestiva il rapporto con loro? Da cosa erano ispirate le sue scelte?

 

“Il rapporto con gli autori era molto buono, anche perchè grazie al mio ingaggio erano diventati, più o meno, tutti decisamente danarosi”.

 

Nei palinsesti di oggi cosa manca?

 

“Gli attuali palinsesti sono poverissimi. Si sono ridotti a trasmettere un solo programma per sera, preceduto da un preserale acchiappa pubblico. Rai3 solo nello spazio 20-20.30 trasmetteva: “Il portalettere” di Chiambretti, “Cinico Tv”, “Blob” e “La cartolina” di Barbato; seguiva il programma di prima sera (“Rosso e Nero”, “Chi l’ha visto”, “Mi manda Lubrano”, ecc.), l’edizione serale del Tg, “Milano-Italia” (quotidiano) – e, infine, “Pubblimania”. Erano tutti programmi degni della prima serata”.

 

Crede che l’introduzione del digitale terrestre costituisca un reale arricchimento dell’offerta per il telespettatore? Ci sarà modo di sperimentare o è solo un trucco o un pretesto per offrire frittate già preparate altrove?

 

“Il digitale è senz’altro una opportunità notevole; dubito che sarà usato per arricchire e sveltire la programmazione. Per questo c’è Sky”.

 

Per la presidenza Rai era circolato anche il suo nome. Che cosa avrebbe fatto, subito, per stabilire nuovi indirizzi?

 

“Come presidente avrei svolto il ruolo che spetta alla minoranza. Che non può imporsi alla maggioranza, ma impedirle di farla fuori dal vaso scoprendo le sue contraddizioni”.

Cosa hanno scritto di lei che le ha dato più fastidio?

 

“Non ha mai letto nulla su di me che mi abbia offeso o solo dispiaciuto”.

Di frequente si attribuiscono alla tv alcuni mali del cinema. Ritiene che ci sia un fondo di verità?

 

“Cinema e Tv si odiano e si amano; qualche volta si fanno male, ma l’uno non può vivere (sopravvivere) senza l’altro”.

 

Ci confida, infine, un suo ricordo o un aneddoto su Mike Bongiorno?

 

“Mi chiede di Mike Bongiorno? A chiunque si chiedesse di riassumere in una sola parola il tragitto della televisione italiana dagli inizi a oggi non potrebbe rispondere che Mike Bongiorno”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza. 

GIORGIO STREHLER…io so e non so perché lo faccio il teatro, ma so che devo farlo,che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto mestesso, uomo politico e no, civile e no, ideologo, poeta, musicista,attore, pagliaccio, amante, critico, me insomma, con quelloche sono e penso di essere e quello che penso e credo siavita. Poco so, ma quel poco lo dico…


 

DAVID LYNCHQuanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le
luci. Non so perché. C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario
inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo.
(Da “In acque profonde”, 2006)
MUSICA Mara Maionchi - Non ho l'età

Maria Maionchi, uno dei tre temibili giudici del talent show targato Rai 2, ripercorre i momenti salienti della sua carriera. Suo il record di essere stata la prima donna a ricoprire un ruolo importante nella discografia italiana (1)

Mara Maionchi

Intro

 

La tensione è altissima. Nonostante “X Factor” abbia ormai raggiunto la terza edizione, la prima puntata della stagione continua a fare paura, come il ritorno a scuola dopo le vacanze estive, come un salto nel vuoto senza paracadute.

Per quanto mi riguarda, l’agitazione è passata e ha lasciato il posto al “Facciamola finita e cominciamo!”, più consono al mio carattere. Per il secondo anno consecutivo mi sono stati affidati i gruppi, e sono molto soddisfatta della mia squadra di artisti: quattro formazioni diversissime, dal pop più classico di A&K al rockabilly degli Horrible Porno Stuntmen, dalle atmosfere nordiche delle Yavanna alla sonorità irresistibile dei Luana Biz. I cantanti si aggirano dietro le quinte, provando abiti e scambiandosi battute nervose, gettando sguardi curiosi ai ragazzi delle altre categorie.

La competizione deve ancora prendere ufficialmente il via, ma sono già pronti a salire sul palco per dare il meglio. Per tutti loro sta per cominciare un’avventura appassionante, un’esperienza che – a prescindere da quelli che saranno i risultati finali – sicuramente ricorderanno come qualcosa di eccezionale. Certo, quando io avevo la loro età non c’era nulla di simile a “X Factor”.

Tuttavia, non si può certo dire che la mia vita non sia stata divertente e costellata di imprevisti. Una vita fitta di incontri con persone ricche di qualità, con uomini e donne che hanno fatto la storia della musica leggera italiana. Perché alla fine, diciamolo, io non ho mica scoperto nessuno: ho solo incontrato dei talenti. E la storia della mia vita è la storia di questi incontri.

 

Bologna

 

Bologna, per come la ricordo io, è la stessa di cui parla Guccini nella sua canzone: “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli” – no, non sto parlando di me, parlo di Bologna. Anche perché quando ci abitavo mica ero la vecchia signora che sono ora: ero una ragazzina, sveglia e un po’ turbolenta. Fin dalla mia nascita, nel 1941, nel pieno della Seconda guerra mondiale: momento meno opportuno non avrei potuto scegliere, considerando il bel casino che si viveva in Italia all’epoca. Tanto più che il peggio doveva ancora arrivare, con i bombardamenti alleati sulla città nel 1943 e le sofferenze della lotta partigiana.

E poi, non è che i miei genitori fossero lì tutti concentrati nel tentativo di avere un figlio. Ma evidentemente non erano nemmeno così attenti a evitare l’arrivo di un pargolo. Quando nacqui io in famiglia c’era già una bambina, mia sorella maggiore, e alla loro età papà e mamma non pensavano più di riprodursi: avevano rispettivamente quarantasei e trentotto anni. Lei, come la maggior parte delle donne dell’epoca, faceva la casalinga; papà, originario di Lucca, aveva un buon lavoro che gli permetteva di mantenere se stesso e le quattro donne di famiglia, moglie, figlie e suocera.

Era un uomo perennemente in movimento, che prendeva la vita di petto e non amava stare con le mani in mano: al punto che quando morì, a ottantuno anni, ancora lavorava. Metteva anima e corpo in tutto quello a cui si dedicava, e lo stesso pretendeva da noi figlie. Questo atteggiamento di certo non gli facilitò la vita negli anni in cui io portavo avanti la mia carriera scolastica. Sì, perché la scuola non mi piaceva, non mi interessava minimamente, e di conseguenza i risultati erano tutt’altro che brillanti.

Ma non intendo scaricare la colpa sugli insegnanti o sul fato avverso. Certo, nessuno era in grado di stimolare in me curiosità o interesse, però va anche detto che gran parte degli altri ragazzini seduti ai banchi questa curiosità e questo interesse da qualche parte li trovavano. E allora evidentemente ero io che non riuscivo a entrare nello spirito giusto per apprezzare la scuola. Insomma, gli anni di studio furono una faticaccia. Ma non per me, per gli altri. Io non facevo assolutamente nulla, quindi fatica zero.

Erano quelli che mi stavano intorno a impazzire per cercare di salvare il salvabile, cacciandomi nella zucca refrattaria qualche misera nozione. E dire che in famiglia non mancavano cugini geniali che venivano ammessi alla Normale di Pisa per poi andarsene a insegnare filologia romanza a Parigi, alla Sorbona, con la stessa facilità e soddisfazione che io potevo trovare nell’andare al bar a bermi un caffè. Beati loro! Fu così che giunsi alla fine dell’ennesimo anno scolastico tribolato. Una mattina del 1959, dopo l’intervallo di metà mattina, il professore di matematica fece il suo ingresso in aula con qualche decina di fogli protocollo a quadretti sottobraccio.

Non ci voleva un genio per capire che si trattava dei compiti in classe della settimana prima, corretti e valutati. Il professore seguiva sempre lo stesso ordine nel consegnare i lavori, partendo da quelli che avevano ottenuto i voti più alti per poi scendere inesorabile verso gli abissi delle insufficienze gravi. Mi misi comoda ad aspettare, visto che di solito le mie prove si attestavano nelle ultime posizioni, insieme a quelle di un gruppetto di irriducibili abbonati ai voti bassi come me.

Quando venne il momento il professore mi chiamò alla cattedra e pronunciò una frase che mai dimenticherò: “Maionchi, se è vero che con il passare delle generazioni le famiglie migliorano, non vorrei mai conoscere i suoi genitori!”. Lasciò cadere sul piano di legno il mio foglio protocollo: rispetto a quello che ricordavo di aver consegnato solo sette giorni prima appariva stravolto e sfigurato da un mare di segni rossi. L’insufficienza c’era. Pure grave. Alzando lo sguardo verso il volto dell’insegnante rimasi colpita dalla sua espressione.

Negli occhi di quel poveruomo si leggeva uno sconforto estremo, la disfatta di chi le aveva provate tutte per poi giungere alla conclusione che cercare di ottenere da me risultati meno che disastrosi era impresa disperata quanto lo spremere il famigerato sangue dalle rape. A smuovere la mia coscienza, quindi, fu lo scoramento del professore, ben più che il baratro che l’ennesima insufficienza mi spalancava sotto i piedi.

Bastò un attimo per confessarmi quella verità che avevo già letto chiara e netta negli occhi dell’insegnante: la scuola non faceva per me. O forse, a voler essere precisi, ero io a non essere adatta alla scuola. Insomma, comunque stessero le cose, era certo che lo studio e la sottoscritta appartenevano a due universi paralleli, di quelli che non si incontrano mai. Ormai non ero più una bambina, avevo diciotto anni e, giunta a questa età, era meglio lasciare perdere piuttosto che insistere senza costrutto.

Presi il coraggio a due mani e discussi della questione con i miei genitori, stando ben attenta a sottolineare che con quella decisione facevo un favore immenso, più che a me stessa, ai professori: poveracci, grazie a me si erano già guadagnati troppi capelli bianchi. Mio padre forse se l’aspettava: sta di fatto che non visse la decisione di abbandonare la scuola come una tragedia.

Anzi, anche se non lo ammise mai apertamente, sospetto che tirò un sospiro di sollievo all’idea di risparmiare il denaro e la fatica necessari a spingermi a calci verso il traguardo di una laurea qualunque. Tutto ciò che disse in risposta al discorso in cui annunciavo di voler mettere la parola fine alla mia esperienza di studentessa fu: “Io a casa a far niente non ti ci tengo. Nell’Ottocento le signorine di buona famiglia come te se ne stavano tranquille a ricamare in salotto in attesa di trovare marito. Ma l’Ottocento ce lo siamo lasciato alle spalle e quindi, se non vuoi studiare, vedi di trovarti un’occupazione”.

Mai frase suonò più dolce alle mie orecchie. Mi avventai sulla pagina degli annunci del “Resto del Carlino” passando in rassegna le offerte di lavoro. La voglia di darmi da fare non mi mancava: anzi, non vedevo l’ora di mettermi alla prova su qualcosa di pratico, che mi consentisse di ottenere dei risultati concreti, di guadagnare qualche soldo e di liberarmi almeno in parte dalla dipendenza economica dai genitori. Per fortuna i tempi erano propizi, e il mio spirito di iniziativa si sposava perfettamente con un contesto sociale ed economico molto favorevole.

A quindici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Italia era fantastica, un Paese in pieno fermento: il boom economico era sul punto di manifestarsi in tutta la sua potenza e chiunque fosse disposto a rimboccarsi le maniche trovava facilmente un’occupazione, anche buona ed eccitante.

Non che mi fossi posta il problema di cercare un lavoro che mi piacesse. In primo luogo non mi era ancora chiarissimo quale fosse – se mai c’era – la mia vocazione professionale. E poi era troppo l’entusiasmo all’idea di abbandonare le costrizioni scolastiche (grembiule compreso): ad attendermi là fuori c’era il mondo degli adulti, ricco di opportunità da cogliere e di sogni da realizzare. Mi ci buttai a capofitto.

1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio da “Non ho l’età”, di Mara Maionchi (Rizzoli, 2009). Riproduzione riservata.

INTERVISTE Barbara Leone - Un teatro gioiello in un palazzo del seicento. E Gustavo Cuccurullo prova a conquistare il cuore di Roma

La missione dell’impresario napoletano è far diventare il Teatro dei Comici un punto di riferimento per ogni tipo di evento: teatrale, musicale, culturale e privato

Barbara Leone*

“Napule è ’nu paese curioso: è ’nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca senza cuncierto scenne p’ ’e strate e sape recità. Nunn’è c’ ’o ffanno apposta; ma pe’ lloro o panurama è ‘na scenografia, o popolo è ’na bella cumpagnia, l’elettricista è Dio ch’ ’e fa campà”.

Soltanto chi conosce la più intima e recondita essenza di Napoli, può comprendere appieno queste parole di Eduardo. Napoli è una città complessa, multiforme e altrettanto sfaccettata è la sua lingua. Prendiamo il termine curioso: un bergamasco – così come un foggiano o un reatino – solitamente usa l’aggettivo curioso per indicare una persona che ha voglia di sapere, conoscere o che magari desidera farsi i fatti altrui. A Napoli, invece,curioso è quasi sempre sinonimo di bizzarria, eccentricità, è un vocabolo che rivela qualcosa di insolito, strano e finanche buffo.

Dietro ogni singola espressione napoletana, si celano quelle repentine e variegate sfumature che rendono questa lingua – perché di lingua si tratta e non di dialetto – uno straordinario “fritto misto” (come ci disse tempo fa lo scrittore partenopeo Ruggero Guarini), un pot-pourri che a noi piace ancora di più immaginare come un grande millefoglie, composto di stratificazioni latine, spagnole, francesi e addirittura slang americano. Il tutto insaporito da una forte dose di ritmo interno e melodiosità, che rende questa lingua particolarmente rotonda, vellutata, musicale ed armonica. Una lingua che rispecchia perfettamente la natura articolata, e spesso contorta, della terra che l’ha partorita.

Tutti conoscono le bellezze di questa città, in troppi blaterano dei suoi tanti problemi, ma sono pochi coloro i quali ne sanno cogliere la profonda essenza, che affonda le radici in un passato tanto ricco quanto tumultuoso. Del resto è sempre la storia che ci permette di decodificare usi e costumi di un popolo, e quello napoletano è davvero un popolo a parte, perché Napoli stessa è un mondo a parte, un universo nell’universo.

Perla del Mediterraneo, vivace e chiassoso porto di mare, crocevia di popoli, tradizioni, odori, sapori e suoni, Napoli evoca nel nostro immaginario i colori tenui del suo golfo, sul quale troneggia il severo Vesuvio, l’intenso profumo dei babà e delle pizze appena sfornate, il talento sublime dei suoi innumerevoli artisti, la struggente melanconia delle sue canzoni, la geniale comicità di Totò e il mistero di San Gennaro.

Chi visita i suoi monumenti e gode dei suoi panorami mozzafiato se ne torna a casa contento. Però, se tenta di spingersi oltre la superficie, i conti non tornano. E questo perché Napoli sfugge ad ogni interpretazione: è l’unica città al mondo dove l’appartenere ad essa non è solo uno status giuridico e territoriale, ma una condizione dello spirito, dell’anima. La napoletanità è qualcosa che non si può spiegare a parole. È un modo di essere, di approcciare ai problemi, agli imprevisti ed alle cose del mondo.

E al centro di tutto, la grande commedia della vita. Napoli è un teatro sempre aperto. E lo è da sempre, fa parte del suo codice genetico. Teatro ad ogni angolo di strada, teatro in ogni sua manifestazione. Basta un piccolo spunto, un fatterello nuovo e curioso, ed ecco che arriva qualcuno pronto a rappresentare pubblicamente, e molto spesso in chiave ironica, l’accaduto. Rappresentazioni improvvisate nei bassi come nelle pubbliche piazze, negli scantinati come nelle private abitazioni. E da lì fino ai palcoscenici veri e propri.

Uno dei primi teatri istituiti a Napoli nel ventesimo secolo, fu il teatro Trianon (con l’accento – e anche piuttosto marcato – rigorosamente sulla “o”), che sorse a piazza Vincenzo Calenda, nel quartiere Forcella, cuore antico della città, così chiamato per il suo caratteristico bivio a Y. Un dedalo di strade, grovigli di vicoli su cui si accalcano palazzi fatiscenti e altrettanti edifici dall’inestimabile valore artistico. Un rione delimitato dalla mole dell’ex Tribunale e da via Duomo, spartiacque naturale con l’altra metà dei Decumani dov’è fiorente il commercio dell’arte presepiale. Una città nella città.

La Forcella di ieri è il luogo che ospitò la vicenda raccontata nel primo episodio del film di Vittorio De Sica “Ieri, oggi e domani”, in cui Adelina (una venditrice abusiva di sigarette interpretata da una splendida Sophia Loren) si fa mettere ripetutamente incinta dal marito per evitare il carcere. Nella Forcella di oggi, purtroppo, c’è poco folclore e molto dramma, come testimoniano le sciagurate vicende di sangue che affollano le cronache degli ultimi anni. E qui, nella piazza intitolata al magistrato che si batté perché l’antica reggia rimanesse sede dei Tribunali, s’erge il teatro Trianon, inaugurato l’8 novembre 1911 dalla compagnia di Eduardo Scarpetta. Il teatro prende il suo nome dal luogo dove Luigi XIV di Francia fece costruire una casa per sfuggire all’etichetta della corte. Sin dal gennaio successivo all’inaugurazione diede vita a spettacoli di varietà nei cui programmi figuravano spesso, oltre a cantanti di primo piano, addirittura tre, ed anche quattro, vedette per volta.

Sul suo palcoscenico si susseguirono Pasquariello, Donnarumma, Gill, Fulvia Musette, Maldacea, Tecla Scarano, Diego Giannini, Gina De Chamery. Nel 1940, Gustavo Cuccurullo acquista il Teatro e nel 1947 lo trasforma in sala cinematografica. Cinquanta anni dopo, un pronipote omonimo del precedente, riporta la sala all’antica condizione di teatro, inaugurandola il 7 dicembre 2002. Un’eredità importante quella di Cuccurullo, il quale, dopo la felice gestione del Trianon (terminata nel 2006) ha deciso di approdare nella Capitale rilevando l’antico teatro Rossini, rimesso a nuovo nella veste e nei contenuti.

“Un progetto importante e ambizioso – ci dice l’impresario napoletano – a cominciare dalla denominazione: questo posto si chiama Teatro dei Comici Palazzo Santa Chiara, quando si occupa di attività teatrale. Viceversa si chiama Palazzo Santa Chiara Teatro dei Comici quando si parla delle altre iniziative. Questo perché idealmente la struttura vuole essere soprattutto un luogo di accoglienza: teatro sì, ma anche musica, meeting, convegni, riunioni e quant’altro. Questo perché il posto ha una particolarità, a parte l’ubicazione straordinaria: un foyer di particolare fascino e dimensioni idonee da poter accogliere un’ospitalità anche di catering. È difficile trovare un teatro che abbia questo rapporto felice tra teatro e dimensioni del foyer.

E questa è sicuramente una caratteristica che rende la struttura unica nel suo genere.

“Un’attività che stiamo sviluppando: quindi ci può essere sia lo spettacolo con l’aperitivo, sia il convegno, l’evento privato con un servizio di catering.

“Il complesso – prosegue Cuccurullo – è impreziosito non solo dal suo impianto architettonico, il cui punto di forza è sicuramente la cappella del Transito di Santa Caterina da Siena, ma anche dalla tipologia della nostra ristrutturazione, volta appunto, a rendere particolarmente apprezzabile e gradevole il momento dell’accoglienza. Questo spiega, ad esempio, la presenza di un cocktail bar molto ricco, che è una cosa un po’ inconsueta per un teatro.

Faremo aperitivi aperti al pubblico sia di giorno, a prescindere dall’attività teatrale, sia di sera, a ridosso degli spettacoli che, oltre al teatro in senso stretto, abbracceranno anche il mondo della musica. In più ospitiamo, permanentemente, delle mostre di artisti contemporanei e ci doteremo anche di un impianto di produzione video-satellitare, perché l’idea è anche quella di integrare con altre forme di spettacolo. Il nostro obiettivo è dunque far diventare questo luogo un punto di riferimento per ogni tipo di evento, teatrale, musicale, culturale e privato”.

Sito in una delle zone più belle del centro di Roma, piazza Santa Chiara (alle spalle del Pantheon), il Teatro dei Comici, che una volta si chiamava Teatro Rossini, è ospitato in un palazzo che risale alla metà del Seicento e fu costruito dove, al tempo, sorgevano case ospitanti le suore domenicane, in una delle quali morì nel 1380 Santa Caterina da Siena, oggi trasformata in cappella e visibile in Teatro.

La cappella – che deve il suo nome a Giuliana Cavallini, studiosa di fama internazionale della Senese e direttrice del Centro nazionale di studi cateriniani sino al marzo 2004 – è il luogo in cui la patrona d’Italia e compatrona d’Europa visse l’ultimo periodo della sua vita e dove morì il 29 aprile del 1380. Voluta a Roma da Papa Urbano VI, Santa Caterina vi arrivò nel 1378 seguita da numerosi discepoli. Lo stabile in cui questi furono accolti doveva essere ampio abbastanza da ospitare anche le terziarie domenicane ed i pellegrini senesi che arrivavano nella città santa. Il palazzo Santa Chiara è stato dimora delle discepole di Santa Caterina da Siena per più di due secoli, fino a quando queste non si trasferirono nel monastero di Santa Caterina a Magnanapoli.

Nel 1873 l’istituto proprietario dell’immobile, l’Arciconfraternita della Santissima Annunziata, concesse in affitto una parte del palazzo a degli impresari romani che ne fecero un teatro “per rappresentazioni diurne e notturne” e per il quale spesero “la gravissima somma di 100.000 lire”. La struttura – ricorda Renato Merlino ne “Il Teatro Rossini dalle origini ad oggi” – è opera di Virgilio Vespignani, aveva l’ingresso dove oggi è la hall dell’albergo “Santa Chiara” e venne inaugurato il 7 Febbraio 1874 alla presenza dei futuri reali d’Italia e delle massime autorità cittadine e nobiliari. I cronisti dell’epoca scrissero: ”È un teatrino elegantissimo”.

Il teatro disponeva di seicento posti: settanta in sala e i rimanenti nelle due file di palchi e del loggione. Nei primi tempi si alternavano opere liriche di Rossini, di Verdi e di Bellini, a spettacoli di arte varia, ma il 19 gennaio del 1879, per la prima volta, venne rappresentata l’operetta romanesca “Meo Petacca” interpretata da Filippo Tamburri, il più importante attore dialettale dell’epoca. Da allora il teatro divenne la culla del dialetto romanesco e, sostenuta da Gigi Zanazzo, commediografo e direttore del giornale “Rugantino”, la programmazione fu un susseguirsi di commedie e operette vernacolari romane, tra le quali anche “Er Marchese der Grillo” di Berardi-Mascetti.

In questi anni furono molti gli artisti di grido che calcarono le scene del Rossini, da Adelaide Ristori a Leopoldo Fregoli fino a Lina Cavalieri. Il 20 Aprile 1886 il teatro tornò alla Santissima Annunziata che, abbattute le file dei palchetti e del loggione, ne fece prima la sede della Libreria Declè e poi l’archivio dell’Arciconfraternita. Il 21 aprile 1950, come per incanto, riapre l’antico Teatro Rossini ad opera di Checco Durante, attore e poeta dialettale romano.

La maggior parte delle opere rappresentate dal nuovo capocomico erano scritte da romani veraci ed altre adattate al dialetto dal “Sor Checco”. Agli inizi del 1976 muore Checco Durante, e la direzione passa alla moglie Anita e al genero Enzo Liberti. Il gruppo diviene “Compagnia stabile del teatro di Roma Checco Durante”, e il cartellone si arricchisce di alcune bellissime commedie scritte da Liberti. Nel 1981 la famiglia Durante chiamò Emanuele Magnoni come capocomico, poi, nel 1990, Alfiero Alfieri con Anita Durante, regalò al pubblico momenti di sana euforia, grazie ad una colorita comicità creativa dei due.

Un teatro, dunque, fortemente caratterizzato dalla romanità. Una linea guida (ma in chiave napoletana) seguita anche da Cuccurullo nel suo primo anno di gestione, caratterizzato dalla presenza di una compagnia stabile guidata da Gianfranco e Massimiliano Gallo, due attori e registi partenopei “di razza” che hanno portato sulle tavole del Teatro dei Comici l’avanguardia della commedia napoletana. Una scelta coraggiosa che, tuttavia, non verrà ripetuta nella nuova stagione che sta per aprirsi.

“Quella passata – ci dice Cuccurullo – è stata una stagione che in qualche modo ci ha visto partecipi di un’attività comparabile a quella che si svolgeva a Napoli, perché abbiamo fatto una stagione con una compagnia stabile che si è dedicata esclusivamente al teatro napoletano, cosa che – per scelta artistica – non ripeteremo quest’anno. Il pubblico dello scorso anno era dunque un pubblico interessato al teatro napoletano per giunta non di repertorio, quindi come esperienza è stata un po’ limitativa. Adesso abbiamo deciso di orientarci verso un pubblico più eterogeneo. Quest’anno avremo, ad esempio, uno spettacolo di e con Alessandro De Carlo, avremo Gennaro Cannavacciuolo, avremo uno spettacolo, da noi prodotto, di Bruno Colella con Sebastiano Somma e Tosca D’Aquino e tanti altri nomi che da novembre animeranno le serate di questo teatro. Quello che vorremmo è creare una nuova identità di teatro comico, che sia quindi anche un teatro comico intelligente, che abbia comunque un pensiero… non è facile ma ci si può riuscire”.

Un artista che vorrebbe ospitare sulle tavole di questo teatro?

“Uno che mi viene in mente non solo per la sua straordinaria dimensione artistica ma anche per il piacere di averlo conosciuto e di essergli diventato amico è Antonio Calenda, che ho avuto la fortuna di produrre con uno spettacolo al Trianon con la sua regia e mi auguro che prima o poi possa tornare a lavorare con me”.

Un progetto, quello di Cuccurullo, certamente nuovo ed ambizioso, che si avvale, dunque, di alte professionalità e di una competenza maturata in una vita intera dedicata al teatro ed allo spettacolo.

“Io vengo dal cinema e dal teatro. Un mio prozio, di cui io sono omonimo, era uno dei principali esercenti cinematografici d’inizio secolo a Napoli, mio padre era distributore cinematografico, e io prima distributore ed esercente cinematografico e poi mi sono occupato di teatro attraverso un’operazione particolarmente complessa che mi ha dato moltissime soddisfazioni: ho ristrutturato un teatro, poi divenuto cinema, di inizio secolo che rappresenta un pezzo di storia napoletana, il Trianon. Quella è stata un’operazione estremamente complessa e articolata, stiamo parlando di 3.300 mq di superficie, e tuttavia siamo stati velocissimi.

Abbiamo cominciato i lavori di ristrutturazione nel 2000 e il teatro è stato inaugurato nel 2002. Un’enorme soddisfazione, se si tiene conto che, ad esempio, il comune di Napoli ha iniziato i lavori di ristrutturazione del Teatro San Ferdinando sei mesi prima di me e ha aperto l’anno scorso. Un’esperienza, quella del Trianon, veramente eccezionale. Quello che a me piace moltissimo – ci spiega Cuccurullo – è realizzare le cose, e devo dire che mi ha dato tantissima soddisfazione ridare vita a questo teatro, in un momento in cui magari i teatri ed i cinema chiudono per diventare garage o sale bingo. Restituire al patrimonio culturale una fetta di storia che è il teatro Trianon è stata un’esperienza straordinaria.

Basti pensare che noi durante i lavori di ristrutturazione abbiamo trovato in teatro un fortino di guardia della cinta muraria di Neapolis, che è il reperto archeologico del periodo ellenico più importante che esiste in Campania. Purtroppo siamo in Italia, e soprattutto in Campania, e quindi nessuno ha sottolineato una cosa tanto straordinaria. Abbiamo trovato dei ganci che servivano per tenere ferme le belve feroci quando al Trianon si faceva il circo, quindi la soddisfazione di restituire questo teatro completamente ristrutturato, messo a nuovo e averlo realizzato io personalmente (e a mie spese) è stata una soddisfazione incredibile. Quello che mi dà maggiore soddisfazione è questo: recuperare e far rivivere delle cose dimenticate”.

Un obiettivo che Gustavo Cuccurullo intende realizzare anche nell’ex Teatro Rossini, per troppo tempo caduto nell’oblio e abbandonato a se stesso.

“Questo teatro mi fu segnalato, c’era il vecchio gestore che cedeva questa azienda ed io, appassionato di cinema, di teatro e di spettacolo, in quel momento ero solamente produttore teatrale. Lo venni a vedere, mi colpì subito perché è una struttura veramente suggestiva e poi l’idea di un progetto in una città diversa dalla mia mi allettava molto ed eccomi qua. Questo teatro è stato interamente ristrutturato e messo a norma con energie e fondi privati, e in un momento di crisi economica è stata sicuramente un’operazione coraggiosa che abbiamo fatto con entusiasmo perché ci fa piacere investire nello spettacolo e nella cultura.

Mi fa piacere sottolineare la pluralità di attività della struttura, che non è soltanto teatro ma anche musica dal vivo ed eventi di ogni genere. E mi fa piacere sottolineare l’attenzione che noi desideriamo dare all’accoglienza. Uno dei complimenti più graditi che ho ricevuto al Trianon fu quando un ospite mi disse: finalmente un teatro che non è palcoscenico e botteghino. Le persone che vengono la sera io le accolgo tutte, mi fa piacere che si crei una relazione anche umana tra noi e chi frequenta la struttura. Oggi come oggi credo che sia importante anche questo e credo che la gente avverta la differenza nel momento in cui va in altri luoghi, dove magari non c’è nemmeno un sorriso, una frase verso il pubblico che non è un’entità a sé stante, ma un insieme di persone”.

Teatro, musica, mostre di arte contemporanea, convegni, cocktail bar: gli ingredienti ci sono tutti per far sì che il Teatro dei Comici diventi un nuovo, importante punto di riferimento per la cultura italiana. Anche se, a nostro avviso, ciò che fa davvero la differenza è una qualità che, forse, oggi non va molto di moda: la gentilezza, l’affabilità, la buona educazione. Può sembrare scontato, ma non lo è, in una società come la nostra in cui sorridere ed essere aperti al mondo appare quasi come un’impresa. E non ci meravigliamo che il deus ex machina di questa coraggiosa operazione culturale sia proprio un napoletano che, siamo certi, condurrà il Teatro dei Comici Palazzo Santa Chiara a rinnovati splendori.
*Dice di sé.
Barbara Leone. Faceva la violinista e si divertiva pure. Ma si diverte di più a scrivere. Ama gli autori russi e i poeti maledetti. Il suo compagno di vita e di avventure è un cane nero chiamato Maffino. 

Francesco Canino - Una voce poco fa: politica, comunicazione e media nella vicenda del PSI

Nel saggio di Stefano Rolando il tentativo di risvegliare gli storici da quel sonno della memoria che ha impedito un’analisi serena della storia italiana negli anni della leadership craxiana

Francesco Canino*

“Una voce poco fa” è il titolo dell’ultimo libro di Stefano Rolando, docente di politichepubbliche per le comunicazioni di teoria e tecniche della comunicazione pubblica allo Iulm di Milano, dove dirige anche il master universitario annuale in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale. Uomo di stato, membro straordinario del Consiglio superiore delle comunicazioni, è stato per dieci anni, dal 1985-1995, direttore generale e capo del dipartimento informazione ed editoria alla Presidenza del consiglio dei ministri lavorando al fianco di Craxi, Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti, Amato, Ciampi, Berlusconi e Dini.

Perfetto conoscitore della pubblica amministrazione, presiede tra l’altro il Consiglio scientifico di forum P.A., Rolando ha accettato una sfida tanto ardua quanto ben riuscita: riuscire a raccontare le innovazioni e le intuizioni, apportate dal Partito sota italiano e da Bettino Craxi nell’ambito della comunicazione politica e sociale.

Un saggio dinamico ed incuriosente, edito da Marsilio e dalla Fondazione Craxi, nel quale l’autore accompagna per mano il lettore attraverso gli anni della segreteria Craxi, dal 1976 al 1994, raccontando risvolti e retroscena di un’epoca che ha segnato una svolta per la politica e la storia italiana e, al contempo, analizzando quei cambiamenti i cui frutti ancora oggi sono ben impressi sulla scena socio-politica del nostro Paese.

L’analisi che trova spazio in un volume non si segnala per essere una critica feroce al partito del garofano rosso, ma nemmeno una stucchevole agiografia, come troppo spesso è capitato nell’ultimo quindicennio alle riflessioni attorno al Partito sota e a Craxi. È piuttosto un tentativo di risvegliare gli storici e i contemporaneisti da quel “sonno della memoria” che ha impedito un’analisi serena su fenomeni e rapporti i cui riflessi si stagliano sulla realtà politica italiana.

 

Come nasce questo libro? Lei parla di una sollecitazione da parte della Fondazione Craxi.

 

“Esatto. O forse è più preciso dire che c’è stato un mio intento raccolto dalla Fondazione. Raccolto giustamente, aggiungerei, perché è importante che una fondazione promuova studi e analisi di aspetti che la riguardano direttamente. Ma c’era soprattutto un mio interesse personale”.

 

Interesse che parte dal suo lavoro di docente legato alla comunicazione pubblica.

 

“Un’attenzione universitaria, che sollecita molte chiavi di lettura partendo dall’osservazione dell’esperienza, che mi fa pensare in primo luogo al cambiamento.

C’è stato un ritorno alla tematica della leadership, argomento di grande attualità mi pare, che in Italia è stato sempre molto depresso, come in tutti quei paesi che hanno conosciuto la dittatura. E poi perché la presenza sul panorama politico della Democrazia cristiana ha impedito, di fatto, che si parlasse di leadership.

Non si può dire che il Psi non abbia anticipato i tempi e un cambiamento che ha pesantemente condizionato la futura scena politica italiana”.

 

La genesi di questo libro sta anche nella sua lunga partecipazione diretta agli eventi?

 

“Aver vissuto da testimone privilegiato certe dinamiche mi ha regalato la possibilità di tradurre lo stimolo tecnico-scientifico che deriva da dieci anni di vita e di lavoro.

In più ho colto una personale, ma non solo mia, reazione intellettuale”.

Si spieghi.

 

“Abbiamo vissuto quello che potremmo definire il “sonno della memoria”. Negli ultimi quindici anni ci si è ben guardati dal provare a raccontare la storia del nostro Paese considerando anche l’apporto fondamentale dato dal Partito sota e dal suo leader. Se da una parte il tentativo di riconoscerne i meriti del grande ruolo svolto nello scenario della politica internazionale, sul piano interno non si sono spese poche parole, per di più connotate o da grande rancore o da nostalgia. Ora che le cose iniziano a cambiare, si possono scansare un po’ di equivoci e tentare di fare un po’ di ricerca, certamente appassionata, ma seria”.

 

Il fatto che la committenza del libro arrivi dalla Fondazione Craxi l’ha in qualche modo influenzata o si è sentito libero di scrivere quello che voleva?

 

“Ho ritrovato la stessa completa libertà che ho sempre riscontrato lavorando con i soti e con Craxi. Se non ne fossi stato più che sicuro non avrei accettato, mi creda”.

 

Del resto poi “Una voce poco fa” è il prodotto di una pluralità di riflessioni che lei ha stimolato. Sono più di sessanta gli interlocutori che animano quello che la storica Simona Colarizi ha definito “un coro polifonico, dove appaiono voci contrastanti, ma mai disarmoniche”. Lei appare come il direttore di questo coro.

 

“È una definizione che la Colarizi ha fatto alla presentazione del libro e che mi piace molto perché ha colto una delle tre piste che ho seguito per scrivere questo libro. La prima è stata quella di rileggere la letteratura storiografica, molto povera per la verità, e una parte dello sterminato archivio della Fondazione Craxi.

Poi mi sono potuto avvalere di una risorsa preziosa, cioè la memoria personale, avendo vissuto determinate fasi in prima persona. E poi, terzo spunto, creare un “coro”, cioè un dibattito che irrobustisce tema per tema l’analisi e gli argomenti di ogni capitolo, con interventi dei protagonisti dell’epoca, dirigenti soti, storici e giornalisti. Questo metodo di dibattito non è usato a caso, visto che è espressione del mondo sota per creare un terreno di dialogo e confronto nel quale si possono misurare e contrapporre posizioni, anche molto distanti tra loro, come Martinotti e Pini”.

Una pluralità di voci che spesso stimolerebbe un’analisi nell’analisi, proprio perché dalle risposte di questi sessanta interlocutori emergono sfumature e visioni molto distanti. Cosa l’ha colpita di più dalla lettura completa di queste testimonianze?

 

“Che si coglie un accordo sulle ragioni dell’ascesa di Craxi e del successo della strategia comunicativa del partito, e un sostanziale disaccordo su quelle del declino: da una parte c’è chi dice che la colpa è del “nemico” esterno, cioè i giudici, il Pci e via dicendo, dall’altra invece chi pensa che molto dipenda anche dalle divisioni e da una profonda crisi interna al partito. Queste differenze appaiono sin dall’inizio e danno una risposta a quanti ancora non si spiegano la cosiddetta diaspora dei soti. L’ardimento era anche vedere se la riproposta di lettura degli avvenimenti potesse portare ad una convergenza tra questi due universi. Il risultato appare chiaro: per ora resta un no”.

 

C’è qualcosa che però accomuna questi due mondi: lo si capisce quando lei scrive che “il dismesso gruppo dirigente dispone di poca inclinazione autocritica” oppure quando Simona Colarizi parla di mancanza di “scuola della sconfitta”. Vuol dire che Craxi non li aveva preparati a perdere?

 

“Craxi aveva fatto delle proposte dirompenti, quasi da utopia illuministica. Aveva sostenuto che il riequilibrio a sinistra fosse possibile, che i governi della Dc non potevano più governare senza l’apporto dei soti: ha annunciato una vittoria possibile e il gruppo dirigente ha accettato questa sfida seguendo il leader, ma non ha saputo preparasi anche alla sconfitta, che in politica è invece sempre dietro l’angolo. Così persino quando la sconfitta finale era più che prevedibile anche i più lucidi hanno barcollato e ne sono usciti con un senso di stordimento molto forte”.

 

È stato facile ottenere le risposte di questi 60 testimoni? Nell’introduzione racconta che alcuni non hanno risposto, altri, come Piero Fassino, hanno prima accettato, ma poi non hanno mandato le loro opinioni, altri ancora si sono negati.

 

“Nel complesso è stato facile perché mi sono rivolto a persone che conosco e con le quali ho lavorato. Tutti sapevano che mi sono sempre posto al servizio di quella che io chiamo una riflessione di qualità. E questo non vale solo per “Una voce poco fa”. Il primo libro in assoluto che ho pubblicato s’intitolava “Caro Avanti”, edito da Marsilio, ed era un’analisi su mille lettere arrivate al quotidiano sota tra il ’76-’78, che considero il biennio fondativo di una nuova era per il Psi. Sto parlando di un libro pubblicato nel ’79”.

 

Si può parlare di un caso Martelli? Perché il delfino di Craxi non ha risposto alle sue domande?

 

“Forse perché non ho fatto tutto quello che era necessario per cercarlo… ho provato attraverso mail e telefonate, ma i tentativi sono stati inutili. Amici comuni mi hanno riferito che in quel periodo stava a Berlino”.

 

Pensa che abbia letto il suo libro?

 

“Ci siamo incontrati poco tempo fa in aeroporto e non mi ha detto nulla. Mi piace pensare che un giorno lo farà e mi contatterà per dirmi le sue impressioni e ciò che pensa. Del resto nel saggio gli viene riconosciuto un ruolo molto importante e ci sono commenti molto lusinghieri sul suo operato. Ma è una persona complessa ed è difficile fare previsioni”.

 

Ci sono delle risposte che l’hanno particolarmente toccata?

 

“Ci sono incontri che mi hanno toccato, come quelli con Anna Maria Mammoliti, storica sota, giornalista e fondatrice del premio Minerva, che nonostante fosse già gravemente malata ha voluto dire la sua. Poi stupiscono le risposte di Giuliano Amato, considerato una persona fredda e distaccata, che invece ha espresso la sua chiave di lettura in maniera sofferta e partecipata”.

 

“Craxi innovò più di Berlinguer” hanno sintetizzato molti quotidiani parlando dell’intervento di Walter Veltroni alla presentazione di “Una voce poco fa”. Un discorso che ha spiazzato e ha creato la base per un ampio dibattito nel Partito democratico. Si aspettava una tale apertura da parte dell’ex segretario del Pd?

 

“No. Sapevo che Veltroni è aperto alle riflessioni storiche e ai cambiamenti, ma non mi aspettavo un ragionamento come il suo, che ribalta completamente la visione delle cose. Ha dimostrato un’onestà intellettuale fuori dal comune per un politico. Forse, una volta dismesso il suo ruolo dirigenziale nel partito, si è sentito più libero di dire ciò che pensa e medita da un po’ di tempo”.

 

Perché dice che Veltroni ribalta la visione delle cose?

 

“Le ribalta rispetto a quello che il Partito comunista ha sempre sostenuto e cioè che Craxi non aveva saputo interpretare i bisogni e i cambiamenti della società. Alcuni dei più importanti intellettuali comunisti, penso a Giuseppe Vacca, facendo un’analisi della disfatta del Psi hanno sempre sostenuto che il Partito sota aveva perso di vista la realtà e che il potere non gli aveva permesso di comprendere i cambiamenti in atto. Anche D’Alema portava avanti questi ragionamenti quando parla del declino degli anni ’80. Veltroni ribalta questa visione, smette di puntare il dito contro i soti, torna a parlare del grande ruolo di Craxi “uomo politico che meglio di ogni altro capì come la società italiana stava cambiando”. Dà una testimonianza forte e dà un contributo al dibattito su quegli anni”.

 

In questo cammino lungo diciotto anni quali sono state le innovazioni più grandi apportate da Craxi?

 

“Il porre al centro della discussione politica la questione della leadership, imponendosi nel panorama politico come decisionista e pragmatico. Poi la grande rivoluzione simbolica, che passa attraverso il simbolo del partito che perde la falce e il martello, le grandi scenografie dei congressi e l’attenzione alla grafica delle tessere e dei manifesti. E poi ancora l’attenzione alla comunicazione intesa come accompagnamento alla politica, cioè annuncio degli obiettivi del partito e il loro raggiungimento.

E poi il rilancio competitivo del paese Italia nonostante i grandi problemi che minavano la vita dello Stato, dal debito pubblico al terrorismo”.

 

Partiamo dalla scelta di togliere definitivamente la falce e il martello dal simbolo.

 

“È una decisione presa solo alla fine degli anni ’80, dopo una lunga e attenta riflessione. Craxi comprende che il partito vive da sempre una storia bicefala, con i massimalisti contrapposti ai riformisti e, benché pensasse da parecchio a cambiare il simbolo lo tiene fino all’estremo perché sa che rappresenta una sintesi importante. Non c’è insomma faciloneria nel cambiamento che è figlio di lunghe riflessioni e non del marketing come accade oggi”.

 

Nell’ultima parte del libro c’è una lunga carrellata attraverso i simboli del partito, appunto, ma anche dei manifesti elettorali, delle tessere del partito e delle varie pubblicazioni editate dal partito.

 

“L’ho voluta questa parte per far capire, soprattutto ai più giovani, quanto Craxi sia stato anticipatore da questo punto di vista: non a caso è il primo ad introdurre una sorta di presidio della grafica e ad intuire l’importanza delbranding anche in politica”.

 

Pensando alla comunicazione molti ricordano le scenografie dei congressi come punto di svolta, molto criticato, ma poi molto copiato.

 

“Assolutamente. Le intuizioni di Filippo Panseca venivano tartassate, salvo poi copiarle qualche tempo dopo.

C’era chi le considerava provocazioni al servizio del grande capo, ma erano invece intuizioni moderne e di grande impatto comunicativo. Il tempio a Rimini o la piramide a Milano sono scenografie che ancora ci ricordiamo e questo dice quanto fossero riuscite”.

 

C’è un capitolo dedicato ad un altro ambito dell’era craxiana sempre molto criticato e discusso: quello dei rapporti con il mondo dello spettacolo.

 

“Perché ci si ferma spesso all’apparenza dei rapporti, non capendo che Craxi aveva immaginato che accanto all’impegno ci potesse essere anche il disimpegno.

Che attraverso il rapporto con artisti come Ornella Vanoni, Caterina Caselli o Lucio Dalla si potessero cogliere degli strumenti più lievi per capire la gente e per far capire alla gente che cosa si voleva comunicare.

Era come avere un accesso privilegiato al Paese, un rapporto più diretto. Come ha detto anche Veltroni, Craxi intuì molto presto che bisognava essere capaci di raccogliere anche ciò che non è omogeneo a sé, ma che si unisce attorno a determinate idee: anche questo ragionamento fa capire la modernità di un leader attorno al quale possiamo cominciare a discutere più serenamente, senza pregiudizi o ruffianerie”.
*Dice di sé.
Francesco Canino. Nato a Torino ventotto anni fa, laureato in scienze politiche. Avrebbe voluto scrivere un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella comunicazione politica Italiana, ma c’è chi l’ha già fatto, e meglio di come avrebbe potuto farlo lui. Pur non credendo nella reincarnazione, nella vita precedente pensa di essere stato un ozioso aristocratico nell’antica Roma morto (continuando a mangiare) durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Collabora con i settimanali della Mondadori “Tu”, “Style” e “Confidenze”. 

CHRISTIAN DE SICAMio padre mi ha sempre insegnato a fare tutto.Quando gli ho detto che volevo fare l’attore, mi ha dettodi studiare doppiaggio, perché secondo lui era la scuolamigliore (…). “Gli attori di teatro – mi diceva – parlano il ‘birignao’.Invece bisogna parlare il dialetto, che è il vero italiano”.

(Da “Dizionario degli attori: gli attori del nostro tempo”, 2005)


 

CHARLOTTE RAMPLINGQuando entri in un meccanismo come quello del cinema,è estremamente difficile uscirne. Il teatro rimane uno dei cardiniprincipali nel cinema, la mia esperienza teatrale rimane un fattofondamentale. È stata la base.(Da “Non voglio stare nella lista delle pizze”, 1974)


COSTUME Tommaso Labranca - La morte digitale di Michael Jackson

Quegli intellettuali, che venticinque anni fa ci insultavano perché ascoltavamo il futuro re del pop, oggi fanno le prefiche su testate glamour e pseudorock

Tommaso Labranca*

Quando, una mattina di fine giugno, accesi il televisore e come prima immagine dellenews delle sei del mattino vidi la foto di Michael Jackson che ballava (sicuramente Billie Jean, era il cappello a dirmelo), mi chiesi: “Cosa avrà combinato ancora?”. La risposta me la fornì subito la voce del lettore e fu una risposta definitiva: “Il cantante Michael Jackson si è spento a Los Angeles…”

In vita mia ho già visto tanti notiziari che davano la notizia della morte di un cantante famoso. Ma tutte le volte erano, appunto, notizie. Questo era un telegramma. La notizia è una comunicazione fatta al mondo. Il telegramma è qualcosa che ci riguarda personalmente. Il lettore delle news stava parlando solo a me per dirmi che era morto uno dei miei lontani idoli musicali.

Quando avevo saputo della scomparsa di Freddy Mercury, mi era dispiaciuto enormemente, ma i Queen erano qualcosa che apparteneva ai fratelli di qualche anno più grandi, quelli che si dichiaravano amanti del rock. Era un lutto da vicini di casa. Michael era qualcosa di più personale. Molti ricordano i musicisti che hanno amato attraverso le emozioni che hanno vissuto in un concerto dentro uno stadio, ascoltato su giradischi, che suonavano incessantemente nelle camerette, nelle ore passate a ricercare gli accordi dei loro pezzi più famosi con la chitarra.

Michael per me è stato l’artista del movimento urbano. Con la sua musica mi ha accompagnato in giro per la città ai tempi di Off the wall, quando ero uno dei pochi, orgogliosi possessori del primo modello di walkman Sony. Per questo i suoi video non mi sorprendevano più di tanto quando li vedevo in televisione. Perché già me li ero creati io, ritmando sulle sue canzoni angoli di città, figure di viaggiatori in metropolitana, scorci periferici desolati o improvvise aperture sulle Alpi in fondo alle grandi arterie che portavano fuori Milano.

Naturalmente, quando i patiti del rock si accorgevano che nel mio walkman avevo una cassetta di Michael Jackson, partivano i lazzi, i frizzi e gli insulti. Chissà quanti fra quegli esseri arroganti, magari diventati giornalisti o intellettuali, oggi hanno pianto calde lacrime per la scomparsa di Jackson, perché così ha chiesto loro di fare la rivista per cui lavorano.

Sono sempre più convinto che avesse ragione Eugenio Montale quando nel celebre saggio su Guido Gozzano del 1951 scriveva, sdegnato, di certi intellettuali che “si vergognano di Puccini e preferiscono il “Falstaff” al “Trovatore” (ma in cuor loro amano solo la musica negra)”.

Montale scriveva proprio negra, perché ai suoi tempi vigeva ancora una cultura classica e quindi negro discendeva da un nobile niger di un latino che ci appartiene e non da un offensivo nigger di un inglese gergale, che abbiamo solo orecchiato e che non ci appartiene, così come non ci appartiene il senso di insulto insito nel termine.

Ebbene quegli intellettuali, che venticinque anni fa ci insultavano perché ascoltavamo l’equivalente del Trovatore e fingevano di apprezzare solo l’equivalente del Falstaff (mentre in cuor loro amavano solo il peggio degli “Status Quo” e di Phil Collins), oggi fanno le prefiche su testate glamour o pseudorock e ricordano Michael come se fosse stato loro. Anziani oltranzisti gucciniani o i paladini più giovani (e più arroganti) di “Marta sui tubi” hanno preso la penna e scritto ogni genere di nota dolente senza un briciolo di vergogna.

La sorpresa maggiore, dopo quella del notiziario all’alba, è stato aprire il “Corriere della sera” di martedì 30 giugno e trovarvi un commento su Jackson scritto da Bernard-Henry Lévy, nouveau philosophe francese molto in auge negli anni Ottanta e, come tutti i nouveaux e tutti i philosophes, abbastanza fumoso per chi come me ha frequentato più Michael (Jackson) che Michel (Foucault).

La tesi dell’articolo di Lévy è che Michael detestasse il fatto di essere nato, il dover vivere in un corpo e dover addirittura avere rapporti fisici con il resto del mondo. Per questo aveva scelto di procreare affittando un utero, per esempio. Per questo aveva creato un filtro costante tra sé e il mondo delle cose reali, schermandosi dietro gli occhiali da sole, dormendo nelle bare di cristallo. E per questo si è impegnato in un’opera di cancellazione della propria persona, scolorendosi e, negli ultimi tempi, non mangiando fino a raggiungere un peso da cuscino di gommapiuma. Insomma, per Lévy dietro la maschera sempre più gommosa di Michael Jackson non c’è mai stato nessuno.

Gianluca Nicoletti, nell’ultima puntata di “Melog 2.0” andata in onda su Radio 24 proprio il giorno dopo la morte dell’artista, ha espresso un’idea simile, ma con una delimitazione temporanea. La maschera avrebbe nascosto un Jackson reale fino a una decina d’anni fa, fino a quel momento di calo della popolarità e di crescita dei guai giudiziari, che ne hanno determinato la morte civile. Per Nicoletti, Michael Jackson era già morto dieci anni fa e negli ultimi tempi quelle che giravano erano solo maschere sguarnite, indossate in attesa che la sempre meno carne che nascondevano si consumasse definitivamente.

Forse hanno ragione tutti e due. Però io ritengo che almeno un dieci per cento di un Michael Jackson genuino esistesse davvero dietro le maschere. Troppo poco per potersi vedere allo specchio, ma sufficiente a far sì che quel piccolo nucleo di personalità avesse sprazzi di coscienza e si rendesse addirittura conto di essere doppio.

C’era MJ1, quello reale, quello con troppi problemi dentro e fuori la sua testa che vedeva allo specchio MJ2, l’icona pop che anche noi vedevamo, l’involucro fatto di guanti di lamé, giacche militari, occhiali neri, carnagioni slavate. Ai tempi conoscevamo e amavamo solo MJ2. MJ1 è venuto fuori poco a poco e ci ha fatto capire che per anni l’uomo Jackson aveva vissuto solo di maschere allegre che si spegnevano appena sceso dal palco.

C’era un termine che si iniziava a diffondere e a usare, spesso a proposito, proprio negli anni in cui “Thriller”trionfava: virtuale. Insieme agli zombie ballerini che vedevamo su DJ Television (da noi MTV non c’era ancora), nelle nostre case entravano i primi personal computer della Commodore, alquanto rozzi, ma che ci facevano credere di essere terribilmente moderni e che la nostra mente, i nostri occhi, il nostro corpo fossero ormai virtuali almeno per metà, vista la quantità di tempo che passavamo imparando i comandi del Basic.

Michael Jackson è stato il primo artista virtuale. Non solo perché preferiva dichiaratamente il video perfetto e postprodotto alla dimensione live, che non riusciva a controllare. Non solo perché lui stesso ha mutato di immagine fino a diventare rarefatto, come se fosse stato l’incarnazione di quella tecnica chiamata morphing che proprio lui ci ha fatto conoscere con il video di “Black or white. Ma anche perché il Michael Jackson solista di successo, quello che non aveva quasi più nulla a che fare con l’energia funky dei fratelli, è nato con l’esplosione dei personal computer e se ne è andato, coerentemente, offrendoci la prima morte digitale nella storia dell’umanità. Nato virtuale, è morto digitale, per usare un termine che ha sostituito il primo.

Quante banalità si sono dette fino a oggi: Internet sostituirà i giornali. Le informazioni grazie alla Rete vengono diffuse immediatamente e in tutto il mondo. Il web è l’espressione della democrazia perché permette a tutti di accedere al dibattito e di far sentire la propria voce. Questa eccessiva democrazia però abbasserà il livello qualitativo del dibattito, che procederà per frasi stentate, errori d’ortografia che modificheranno la lingua e opinioni grossolane. Parole che annunciavano un mondo digitale che solo ora, con la morte di Michael, si è realizzato.

A causa di fastidi scolastici, tutti sappiamo che Napoleone Bonaparte morì il 5 maggio 1821. La notizia del suo decesso arrivò a Milano il 16 luglio. Alessandro Manzoni scrisse sul fatto l’ode “Il cinque maggio” in soli tre giorni, una specie di instant book poetico, che viene ancora studiato nelle scuole. All’annuncio della scomparsa, verseggia Manzoni, la terra stette “percossa e attonita” e il primo commento (non proprio a caldo, erano passati più di due mesi) che l’umanità espresse fu un interrogativo di quelli pesanti: quando la polvere del mondo sarà nuovamente calpestata da un uomo così grande?

Michael Jackson muore alle 14.26. La notizia viene data da tmz.com alle 14.44. Alle 16.35 la Terra, percossa e attonita, esprime il primo commento nella persona di tale Heather G. che passerà alla storia per aver inserito il seguente post: “His nose fell off!!!!!!!!!!!!” (i dodici punti esclamativi sono della stessa Heather). Ossia: gli è caduto il naso.

Heather dà la stura a una valanga di commenti più imbarazzanti delle battute del Bagaglino. “Forse avrà bisogno di una iniezione di globuli bianchi” (Yeddy-Bo alle 16:41, ispirandosi ai presunti tentativi di sbiancarsi attribuiti a Michael). “Un infarto? Forse avrà visto L’Uomo nello Specchio” (Mizzez alle 16:43, alludendo a un celebre pezzo di Jackson, Man in the mirror). “Sarà una scheccata isterica perché ha un gerbil stuck” (Ned alle 16:45. L’espressionegerbil stuck indica quei casi imbarazzanti di autoerotismo anale eseguito con criceti in cui non è più possibile recuperare l’animaletto. Per anni una leggenda urbana ha indicato Richard Gere vittima di un gerbil stuck).

Come definire questo atteggiamento? “Freddo approccio postmoderno al feticcio idolatrato che è parte integrante della società dello spettacolo” o semplicemente “pelo sullo stomaco”? Vada per la seconda.

Alla fine, siamo tutti coro greco. Quei tizi che commentavano le peggiori tragedie dell’umanità senza scomporre una sola piega del peplo. Invece che negli anfiteatri ora lo facciamo sui forum di Internet e invece di sottolineare gli orrori del mondo spariamo battute degne dei due vecchietti del Muppet Show.

Ma, come vuole il nostro mondo 2.0, la maggior parte delle persone si è incontrata a commentare la cosa nei ritrovi virtuali dei social network come Facebook Twitter. Al punto che Charles Arthur, un commentatore del quotidiano inglese “The Guardian”, ha scritto: “Ci chiedono spesso: “Dov’eri quando hai saputo dell’assassino di J. F. Kennedy? Come hai saputo della morte di Lady Diana?”. Questa volta la domanda sarà: “Da quale social networkhai saputo della scomparsa di Michael Jackson?”” Io l’ho appresa da un microtelevisore semirotto, alle sei del mattino, con un vasetto di yogurt in mano.

Michael è la prima vera grande star che si è spenta nell’era dei siti Internet. Quei siti che portano il nome stesso dell’artista, di cui naturalmente l’artista dedicatario non scrive una sola riga, ma che danno ai fan l’idea di essere più vicini ai loro idoli. Quei siti che, proprio per enfatizzare questa illusione di vicinanza, parlano in prima persona (“Sarò in concerto a…”, “Sto lavorando al mio nuovo disco…”) e si trovano ad annunciare quasi con la stessa prima persona la propria morte. Andando sul sito di Michael Jackson adesso è come se si leggesse “Ciao. Sono io e sono morto un paio d’ore fa…”. Questa necromanzia digitale per me è la cosa più inquietante di tutte.

Ma siamo poi sicuri che Michael Jackson sia davvero morto? Non mi riferisco ai soliti pazzoidi che dicono di vedere Elvis, Hitler o Giulio Cesare vivi e vegeti, che fanno shopping in centro. Jackson è stato al centro dell’attenzione più in questi tre mesi successivi al suo decesso che negli ultimi cinque anni di vita. Certo, ci sono state le disavventure processuali. Ma ora a tornare al centro dell’interesse è stata la musica di Michael. Ci si è accorti di quello che ci ha dato, di quella ampia manciata di brani che hanno arricchito il patrimonio artistico dell’umanità. Lo dico sapendo di non esagerare.

Una canzone di Michael Jackson riusciva a parlare a tutti con la sua melodiosità, con i trucchetti ammiccanti di una produzione scaltra, ma questa facilità non era che una maschera dietro cui si nascondeva la complessità, nata da un perfezionismo esasperato, dalle discendenze da generi come il rhythm and blues o lo spiritual, dal suo essere macchina da spettacolo al livello più alto. Non dissimile dalla facilità solo apparente di certa produzione mozartiana.

Questi risultati, forse, sono stati possibili solo grazie a una cosa: al grande amore e rispetto che Michael aveva per i suoi fan. Non è un elemento scontato. Madonna, per esempio, odia il suo pubblico. Non ama i suoi fan, li tratta male. Celebre l’episodio in cui al ritorno in albergo trova due bambine che l’aspettano e lei le caccia dicendo: “Chi siete voi? Nulla. Sono io che conto”. Altrettanto celebre l’episodio in cui Michael Jackson in Francia, chiuso in un’auto che non riusciva a passare in mezzo alla folla dei suoi ammiratori, abbassa il finestrino e prende una busta che un fan voleva dargli.

Ora l’artista non c’è più e chi lo ha amato ha bisogno di un capro espiatorio su cui gettare la colpa di questa mancanza prematura. Il capro c’è e si chiama Conrad Murray. Pessimo medico, molto diverso da quei dottori umani e lacrimosi di tanti serial americani, Murray sembra fosse pesantemente indebitato sia perché amava vivere da star, sia per cause legate a precedenti danni causati come medico.

Solo per denaro, quindi, avrebbe accettato di diventare medico di Jackson e di soddisfare tutte le richieste di farmaci pericolosi che il cantante gli faceva. In particolare il Propofol, un anestetico di ultima generazione somministrabile per endovena. Per evitare la fatica di andare ogni volta nella stanza del cantante, Murray lo aveva trasferito nel suo letto accanto al quale aveva messo direttamente una flebo. Le ultime illazioni dicono che la sera prima della morte di Jackson, Murray si fosse addormentato durante una di queste somministrazioni di Propofol, non accorgendosi quindi del raggiungimento della dose prevista. Secondo i poliziotti, al risveglio Murray trovò Michael già morto. Più di qualunque condanna penale sarà l’odio compatto dei fan a distruggere Murray. Il medico non è uno squilibrato, una figura quasi romantica nel suo furore inspiegabile, come Mark David Chapman che sparò a John Lennon. Murray è un essere mediocre, che non desta alcuna meraviglia nel fondo dell’orrore dei fan, ma solo disprezzo e odio. Con la sua imperizia, l’oscuro dottore americano ha scelto il modo peggiore per entrare nella storia.
*Dice di sé.
Tommaso Labranca. Dal 1994 a oggi ha scritto svariati libri. Eppure spesso i giornalisti gli domandano: “Come ti definisco?”. La risposta è spesso “Casalinga”. Loro ridono e poi scrivono “trashologo”. Ciò è causa di frequenti depressioni del Labranca, soprattutto quando vede quegli stessi giornalisti che definiscono “scrittori” conduttori radiofonici del mattino, vee-jay, buddiste ed ex sindaci. 

ANNA PROCLEMERSe (Albertazzi) continuerà ad essere se stesso, al di sopra dellemode, degli sperimentalismi, dei modernismi stagionali, avràscritto un grande capitolo nella storia del nostro teatro.(Da “Diario di Anna Proclemer”, 1968)
AMARCORD Pierluigi Magnaschi - Anni cinquanta. Le colonie estive

Con la scusa delle indigestioni d’acqua, morivamo di sete. Le mamme invitavano i figli a respirare molto iodio. Contro i morsi della fame c’era anche chi mangiava il dentifricio, dono degli Usa, spalmandolo nel panino. Il bagno durava cinque minuti perché c’era solo un bagnino

Pierluigi Magnaschi*

La responsabile, a Piacenza, della Pontificia opera di assistenza (Poa) che, fra l’altro, organizzava, a prezzi risibili, già nei primi anni Cinquanta, le colonie per i bambini piacentini che altrimenti non avrebbero mai potuto andare in villeggiatura, al mare o in montagna, era la signorina Cervini. Non ricordo il suo nome. Lo ricorderei se il comune di Piacenza non fosse stato così irriconoscente nei suoi confronti da non dedicarle una via importante della città. Se la meriterebbe abbondantemente, visto che la signorina Cervini, senza chiedere nulla a nessuno, si è così adoperata per intere generazioni di piacentini.

La Cervini era una donna molto alta, soprattutto a quei tempi. Con un niente di tacchi arrivava agli uno e ottanta. O, almeno, sembrava così a me, anche se potrei sbagliarmi, visto che la guardavo da molto più in basso.

Aveva due spalle da nuotatrice ed un petto imponente. In compenso, i suoi polpacci era sottilissimi. Ma mi colpiva soprattutto il suo sguardo che guardava diritto, negli occhi di tutti. Uno sguardo fermo, il suo, quello di una donna che era abituata a comandare ed essere ubbidita all’istante. Ma non era, nel contempo, uno sguardo aggressivo. Anzi, direi che la signorina Cervini aveva uno sguardo di mamma, autorevolmente dolce.

Ho voluto rendere omaggio alla signorina Cervini e a tutte le persone che, con pochi soldi e molto impegno, hanno lavorato, negli anni Cinquanta ed oltre, per organizzare le colonie estive della Poa perché non vorrei che le mie sofferenze in quelle colonie potessero essere attribuite a chi, in quelle colonie, ha investito, senza risparmi, in soldi del Vaticano e degli americani e in dedizione personale.

Io ho sofferto nelle colonie anche perché ho cominciato ad andarci da giovanissimo. La prima volta, non avevo ancora compiuto cinque anni e mezzo. Per di più, partii da casa con un enorme e devastante foruncolo sul sedere. Quelli, del resto, non erano tempi in cui si gettavano all’aria programmi lungamente meditati, per cose di questo genere. E poi, allora, in base a conoscenze mediche approssimative, ma accettate da tutti e da tutti ripetute come se fossero un mantra, tutti i bambini avevano “le ghiandole gonfie”.

L’accertamento, sempre positivo, di queste ghiandole gonfie, derivava da una veloce palpazione attorno al collo fatta dal medico condotto che operava, chissà in che modo, come adesso opera un ospedale intero: faceva, infatti, il ginecologo, il dentista, l’internista, il chirurgo, lo psicologo, il dietista, l’andrologo e cosi via. Io però, queste ghiandole, non le sentivo poi così grosse. Anzi, a dire il vero, non le sentivo affatto. Ma venni ugualmente diagnosticato in gruppo, come bisognoso di cure elioterapiche e soprattutto iodiche. Lo iodio era un elemento di cui non avevo mai sentito parlare, ma di cui si diceva, ovunque, un gran bene.

A tutti noi cinque, ragazzi e ragazze, la mamma suggeriva, infatti, di farne una scorpacciata, cercando di respirarlo a pieni polmoni in riva al mare. Dovevamo approfittarne specie quando il mare era mosso perché, diceva mia madre, ovviamente in dialetto, le onde, infrangendosi in quel momento, irradiavano nell’aria, un sacco di iodio di cui bisognava giovarsi, a beneficio di quelle benedette ghiandole che, se trascurate, anche se erano beatamente nascoste nel collo, minacciavano la nostra salute e forse, persino, la nostra esistenza.

Ci vuole poco, specie adesso, a capire il trauma (che però da nessuno, allora, veniva messo in conto) che era vissuto e sofferto da un bambino di cinque anni e mezzo che veniva improvvisamente staccato dalla sua famiglia, dalla quale non si era mai allontanato prima di allora, per essere mandato in colonia tutto solo, sia pure per il suo bene.

Certo, ad attenuare il distacco, c’era il sorriso triste della mamma alla stazione di Piacenza e il frenetico sventolio del suo fazzoletto al momento della partenza del treno. Mentre il treno a vapore per Finale Ligure (sei ore di viaggio), ansimando, cominciava a sbuffare mandando in cielo delle zaffate di fumo nero sempre più alte, la mamma diventava sempre più piccola, mentre io cercavo di guardarla il più lungo possibile, sopraffatto dai gomiti degli altri ragazzi che erano più vecchi e vigorosi di me e che volevano sporgere anche loro dai finestrini. Mia madre, man mano che il treno accelerava, diventava sempre più piccola, fino a dissolversi nel nulla. Ed io ero sicuro che, a quel punto, non più vista da me, anche lei si sarebbe lasciata andare e avrebbe cominciato a piangere.

Non è facile, ripeto, a cinque anni e mezzo essere messo su un treno con una valigina di cartone in mano e su dei sedili di legno che assomigliavano a quelli di una tradotta militare, assieme a un sacco di altri ragazzi vocianti, sconosciuti e ostili, che erano più vecchi e che, spesso, avevano anche il doppio della mia età. Non venivano nemmeno dal mio paese, ma provenivano da tutta la provincia. Si dividevano perciò in vari gruppi locali fin dalla partenza. Ma io non avevo nessuno gruppo di cui poter far parte. Questi ragazzi, molti dei quali erano anche veterani delle colonie, mi erano perciò estranei e, per dirla chiara, mi facevano anche paura.

Le colonie estive duravano un mese. A metà mese, mio padre partiva da casa per andare a trovare figli e figlie nelle colonie dove essi erano sparsi. Partiva in corriera da Carpaneto. A Piacenza prendeva il treno. Nella città di destinazione, arrivava a piedi dalla stazione alla colonia, visto che il taxi, allora, era un oggetto sconosciuto o, comunque, inavvicinabile.

Siccome doveva dividersi in due o tre colonie, mio padre veniva a trovarci, inevitabilmente, anche quando non era la giornata di visita. Ma le regole erano inflessibili. Le visite, lo dice la parola stessa, direbbe oggi il comico Maurizio Ferrini di “Quelli della notte”, si potevano fare solo il giorno della visita. Ma mio padre veniva quando poteva.

Un giorno nella colonia Piaggio di Chiavari (anch’essa per molti anni gestita dalla Poa) nel primo pomeriggio di un giorno canicolare, seppi per caso, grazie a un tam-tam che correva di bocca in bocca fra i ragazzi ospiti della colonia, che mio padre mi aspettava al cancello della colonia, che era molto lontano dal nostro stanzone. Stupito, corsi da solo, a perdifiato, verso il cancello. E vidi mio padre appoggiato all’inferriata, sotto il sole battente, che aspettava pazientemente, con la giacca risvoltata sull’unico braccio che aveva (l’altro braccio l’aveva lasciato alla patria nella piana di Motta di Livenza quando aveva 19 anni, durante una ritirata nella Prima guerra mondiale).

Sulla testa, per ripararsi dal sole, aveva un fazzoletto candido reso da lui aderente al capo con quattro nodi fatti alle sue quattro estremità. Mi resi subito conto quanto enorme fosse l’amore dei miei nei nostri confronti e quanti silenziosi sacrifici facessero per noi ragazzi e ragazze.

E mi ribellai, in silenzio, anch’io, è ovvio, contro quelle regole che calpestavano gli affetti, anche se mi rendevo conto che, forse, non si potevano rendere possibili le visite spontanee, “alla carta”. La colonia, infatti, non era un albergo. Aveva poco personale e molte responsabilità. E poi che cos’è un mese, dicevano le maestre? I genitori che non possono venire nella giornata di visita, proseguivano le stesse, se ne stiano a casa perché i loro figli li curiamo noi. In effetti, anche questo, era un ragionamento possibile.

Mio padre, sotto il sole, con il fazzoletto annodato in testa e la camicia a righe sovrapposta da enormi bretelle (allora non si usava la cintura), appoggiato laggiù, vicino al cancello chiuso della colonia, sembrava un tarchiato spaventapasseri, il migliore degli spaventapasseri che avessi mai visto. Correvo verso di lui con la voglia di abbracciarlo. Ma non potevo perché il cancello chiuso doveva restare chiuso. In effetti…

Mio padre mi porse subito, facendolo scivolare attraverso le grate dell’immenso cancello fuso nel sole e che interrompeva un vialone pieno di polvere riarsa, un pacchetto che conteneva la spumiglia da meringhe che era stata fatta dalla Jaja, espressamente per me.

Le accolsi come se fossero dei gioielli. Un po’ per la permanente crisi ipoglicemica dalla quale ero afflitto in colonia e un po’ perché, quelle meringhe, anche senza panna, avevano il sapore pieno e intenso degli affetti di casa.

Il papà, a quel punto, mi spiegava, in poche parole, come stavano le mie sorelle nell’altra colonia, mi portava i saluti della mamma e della Jaja, mi informava sull’ultimo morto in paese e mi passava una carezza con la sua manona pelosa infilata tra due sbarre del cancello sbarrato. Poi, avendo finito il suo repertorio di informazioni, mi salutava per ritornarsene, dimesso e a piedi, alla stazione ferroviaria dalla quale era arrivato.

Per me, quella visita di metà mese, che pure agognavo, era straziante perché mi riattivava acutamente la nostalgia di casa, proprio mentre cominciavo ad abituarmi al tran-tran della colonia. Avrei voluto ripartire subito con lui, ma non osavo dirglielo. E forse anche lui avrebbe voluto portarmi a casa, ma non me lo avrebbe mai detto. Né me lo ha mai fatto capire. Quelli, del resto, erano tempi di poche parole. Solo quelle che servivano. E, spesso, anche molte meno.

Un’altra sofferenza prodotta dalle regole della colonia era la sete. Era diffuso il convincimento che l’acqua bevuta mentre c’era caldo facesse male, molto male. Le maestre vociferavano, con convinzione, di fantomatiche, ma terribili “indigestioni d’acqua” delle quali, per quanta acqua avessi poi bevuto, e ne ho bevuta tanta, non ho mai sofferto. Sta di fatto che, specie al pomeriggio, eravamo ridotti come dei dispersi nel deserto. I più spericolati andavano a bere l’acqua delle docce nei bagni privati accanto al nostro e che non era né inodore né insapore. Ma, almeno, dissetava.

Poi c’era la fame che ci faceva vedere panini dovunque. Io, quando divenni più grande, coniai anche dei versi che poi tutti noi cantavamo a piena voce e che, sarà stata un’impressione, ci tacitavano, per un po’, i morsi delle fame. Siccome gran parte del cibo ci veniva dagli aiuti alimentari americani del piano Marshall, marchiati Unra, noi cantavamo: “Siamo morti, dalla fame / aspet-tiamo, gli aiuti dell’Un-ra / un pani-no, col salaa-me / ci stare-ebbe proo-prio ben!”.

Purtroppo, di salame non c’era nemmeno l’ombra e il formaggio dell’Unra era contenuto in grosse scatole cilindriche e metalliche che si aprivano come la Simmenthal sul lato più alto e lasciavano uscire, dando un vigoroso colpo sull’altra parte della scatola, un formaggio compatto, a forma di mortadella, e con il colore del caciocavallo che si tagliava come si fosse una mortadella e che, infilato in un ciupéi, un panino rotondo, ci portava al settimo cielo.

Non che il formaggio dell’Unra fosse una delizia, ma eravamo noi che, essendo affamati, lo rendevamo tale. In colonia quasi tutti scoprivano per la prima volta l’esistenza del dentifricio. Alcuni, incuranti della carie incombente, se lo spalmavano sul pane e dicevano che era buonissimo.

I bagni duravamo pochissimo, sui cinque-sei minuti per gruppo. Eravamo autorizzati ad entrare in acqua solo nella zona delimitata da una corda che avanzava nel mare per non più di quattro metri, dato che la maggior parte dei bambini non sapeva assolutamente nuotare e di bagnini, addetti alla loro sicurezza, ce n’era solo uno che tra l’altro, a bagni finiti, faceva ogni tipo di altro lavoro.

Si entrava in acqua in gruppi di 15-20 per volta. La maestra ci preparava sulla riva del mare. Puoi suonava un fischietto da arbitro (ah, come mi sarebbe piaciuto possederne uno!). A quel punto, i ragazzi si gettavano in acqua tutti assieme. E, cinque-sei minuti dopo, il fischietto suonava ancora per cui tutti, senza esitare, uscivano immediatamente dall’acqua per lasciar spazio al gruppo successivo. Insomma, il bagno, nella colonia marina, era una sorta di pediluvio. E anche se veniva ripetuto sia la mattina che il pomeriggio, non si poteva certo dire che i ragazzi della colonia indugiassero nell’acqua. Non solo, quando c’erano i cavalloni, cosi venivano chiamate le onde un poco superiori allo sciabordio, e che, a luglio, non potevano certo essere oceanici, il rito del bagno, “per motivi di sicurezza” (si issava subito anche la bandiera rossa del pericolo) veniva immediatamente sospeso fino a che il mare non si fosse placato.

Le colonie erano di due tipi. La serie A (si fa per dire) delle colonie era rappresentata da quelle della Poa, alle quali potevano permettersi di andare solo coloro che potevano pagare le poche lire della retta. Poi c’era la serie B che era rappresentata dalle colonie del Patronato (ad esempio, quella, famosissima, di Misano Marittima, sulla costa Adriatica) alle quali, a spese del comune, potevano andare i figli degli ultra poveretti, che non potevano pagare nulla.

E poi c’era la serie C, alla quale apparteneva la grande maggioranza dei ragazzi che restavano a casa, o perché non aveva la possibilità di pagare la mini retta, o perché i posti delle colonie del Patronato erano esauriti. Costoro erano cosi poveri che non riuscivano nemmeno a comprarsi il costume da bagno e facevano il bagno nei rii e nei torrenti senza mutande. Non per offendere il pudore, ma per rispetto dei soldi che non avevano proprio.
*Dice di sé.
Pierluigi Magnaschi, piacentino di nascita, milanese di adozione, apolide di testa, è stato costretto dalla circostanze ad organizzare il lavoro degli altri: redattore capo di “Tempo illustrato”, direttore de “La Discussione”, condirettore de “il Giorno”, vicedirettore de “La Notte”, direttore della “Domenica del Corriere”, di “Italia Oggi”, di “Milano Finanza” e infine, per sette anni, dell’“Ansa”. Ora è vicepresidente operativo di “ClassEditori” e docente al master di Giornalismo della Luiss. E può così dedicarsi alla scrittura, che gli piace tanto. 

VINCENZO SALEMMENon si può fare una trasposizione diretta del teatro in televisione:noi usiamo tutto il repertorio teatrale e mettiamo insieme dellecose talmente finte da risultare vere. Facciamo il contrario delreality-show, che usano cose vere che risultano finte… Sembraun gioco di parole, ma a pensarci bene è così!

(Da “Rai International on line”, 2006)


SOCIETÀ Domenico Mazzullo - A cosa ha portato l'evoluzione dell'uomo?

Se un marziano approdasse oggi sulla terra cosa penserebbe della nostra umanità? Davvero possiamo parlare di cammino evolutivo? Visti i risultati la domanda è: ne valeva proprio la pena?

Domenico Mazzullo*

Quando ero ragazzo e ascoltavo i discorsi dei grandi, rimanevo sempre colpito da una costatazione, che già allora mi faceva riflettere: i loro tempi passati, i tempi degli “ora grandi”, quando erano giovani, erano sempre, irrimediabilmente e nostalgicamente migliori di quelli attuali, di quelli nei quali eravamo giovani noi che ascoltavamo, con una certa malcelata accondiscendenza e sufficienza, per non parlare poi dei tempi della generazione precedente, quella dei nostri nonni, che addirittura, nelle loro memorie lontane, rappresentavano quasi l’Eden.

Questa affermazione, lungi dall’irritarmi e infastidirmi, mi appariva malinconicamente patetica, segno e conseguenza dell’età che cominciava ad essere sufficientemente avanzata. Ma ora che tale età avanzata l’ho raggiunta anche io, scopro, non senza raccapriccio, non senza sgomento e terrore, che quella considerazione comincio a farla anche io, nei discorsi con i miei coetanei, nei dialoghi con i miei ex compagni di scuola, divenuti anche loro adulti e con i quali ancora sussiste l’abitudine dolce-amara di rivederci costantemente.

Allora, per non cedere completamente, per non arrendermi, senza l’onore delle armi, alla constatazione che il tempo è passato anche per noi, che anche noi siamo diventati “grandi”, che anche noi certamente veniamo guardati con sufficienza e, spero, dolce comprensione dai giovani, che anche noi, come gli anziani di allora, siamo diventati laudatores temporis acti, conformemente e coerentemente con la nostra età, allora, in un estremo conato di salvezza, mi chiedo, e non retoricamente: il lodare e rimpiangere il tempo passato come migliore del presente è sempre ed ineludibilmente un appannaggio, una prerogativa dell’età anziana e matura, oppure, e non so se sperarlo o temerlo, nel lento e graduale progredire dell’umanità, i tempi presenti sono sempre e obbiettivamente peggiori di quelli precedenti? E quindi l’umanità, lungi dall’evolvere, come orgogliosamente crede, invece involve progressivamente e progressivamente peggiora?

Sono spaventato, anche io da questa domanda, perché entrambe le risposte mi sgomentano, la prima egoisticamente, la seconda altruisticamente.

Se, infatti, è vera la prima ipotesi, allora mi avvio a diventare vecchio, se, viceversa è vera la seconda, allora è l’umanità stessa a diventare vecchia e dopo la vecchiaia segue irrimediabilmente la morte.

In una società umana, nella quale i giovani non sono migliori dei grandi che li hanno preceduti, nella quale i giovani non sono pronti, desiderosi, ansiosi di prendere il testimone dalle mani di coloro i quali hanno già percorso il tratto di vita a loro spettante, e ora stanchi sono disposti a cederlo, in una società nella quale i giovani non sono pronti a percorrere il loro tratto di strada, affiancandosi e poi sostituendosi a chi li ha preceduti, in questa società sono evidenti, drammatici e ineludibili i segni dell’involuzione e della fine imminente, con lo spettro terrifico della scomparsa di quella società stessa.

La società attuale, quella in cui viviamo e operiamo, corrisponde a questi scenari da fantascienza?

Spero sinceramente di no, e sono confortato in questo dall’esempio vivente di tanti giovani che conosco personalmente e che si adoperano, lottano, si fanno strada, si distinguono, si impegnano, si sacrificano per conseguire i risultati che si sono prefissi, per realizzare i propri sogni e i propri ideali, per compiere il proprio dovere e per far progredire la società alla quale appartengono; ma se ci spostiamo da un piano strettamente personale, di osservazioni singole e ci collochiamo su un piano più ampio, statistico, di grandi numeri e di fenomeni di massa, allora purtroppo il discorso si fa meno ottimistico e positivo, anzi direi, purtroppo realisticamente pessimistico.

Alcuni fenomeni che riguardano i giovani di oggi, ovviamente non considerando singoli casi personali, ma osservando, per così dire, dall’alto, mi preoccupano grandemente e mi obbligano ad essere seriamente intimorito per i tempi a venire e li enumero in successione, senza stabilire tra essi una gerarchia di importanza negativa: il pauroso, diffuso e incontestabile abbassamento del livello di cultura medio, che non tiene conto, ovviamente, delleélite intellettuali, ma considera una media statistica, l’abbandono da parte di molti giovani diplomati, degli studi universitari, o addirittura la rinuncia a priori ad essi, considerati come un inutile parcheggio, privilegiando la ricerca di guadagni più facili e più immediati; la notevolissima, dilagante diffusione, tra la popolazione giovanile, di ogni specie di droga, già dalle fasce di età più precoci.

Il fenomeno dell’alcolismo giovanile, purtroppo ancora sottovalutato e sottostimato, il drammatico venir meno di valori ideali, specifici, nelle epoche passate, proprio delle popolazioni giovanili e la sostituzione di questi, con valori materiali e consumistici, la precocità di una vita sessuale completa, disgiunta, separata, deprivata di una compartecipazione affettiva indispensabile per un’evoluzione verso una dimensione matura, cosciente e consapevole della sessualità, una tendenza sempre più evidente e sensibile all’omologazione, alla rassicurante adesione ad un modello comune, ad una moda di riferimento, con una conseguente, catastrofica nelle risultanze, rinuncia ad un proprio sviluppo individuale e alla realizzazione della propria personalità autonoma e di individuo pensante, la riluttanza ad abbandonare la casa dei propri genitori e il perpetuarsi, oltre i limiti fisiologici, di un’eterna adolescenza, la drammatica, continua rinuncia ad assumersi le proprie responsabilità in ogni ambito, la tendenza a rinunciare di fronte alle difficoltà, una notevole fragilità emotiva e incapacità a tollerare le frustrazioni.

Forse qualcuno mi rimprovererà di aver dipinto un quadro troppo oscuro e pessimistico, ma purtroppo il mio punto di osservazione, come psichiatra, mi fornisce tali visioni e mi obbliga a tali conclusioni.

Ciò che più mi spaventa è il crollo verticale del livello medio di cultura e l’uso di droghe, anche quelle cosiddette e, a parer mio erroneamente, “leggere”, che leggere non sono proprio, che sulla scia di questo equivoco sono estremamente diffuse, che privano chi ne fa un uso abituale, di ogni volitività e determinazione, riducendolo in uno stato di apatia, abulia, anaffettività costante, privandolo di quella spinta vitale così caratteristica proprio nei giovani e che poi si affievolisce nell’età matura.

Va da sé che il venir meno della cultura e della spinta vitale, priva la gioventù della sua caratteristica più precipua e insostituibile, rendendola facilmente malleabile, dominabile, influenzabile, schiavizzabile.

Non dimenticherò mai la frase del presidente degli Usa John Fitzgerald Kennedy, che in anni ormai remoti, e a proposito di questo fenomeno, evidentemente già sensibile e preoccupante, ebbe a dire che se fosse stato indotto ad arte, da una potenza straniera, si sarebbe dovuto considerare un atto di guerra.

Ma accolgo volentieri e riconosco giusta la critica di colui che mi rimprovera una scarsa obiettività, legata, involontariamente, alla deformazione professionale di essere uno psichiatra e di leggere conseguentemente la realtà sub specie patologica, e allora, seppur con difficoltà, mi spoglio dei miei panni di medico della mente e assumo, con una certa qual riluttanza e imbarazzo, quelli di osservatore neutrale e ingenuamente puro, una sorta di “turista per caso”, che capitato per caso nel nostro mondo, proveniente da una dimensione diversa, lo osservi con animo neutrale e senza alcuna idea precostituita, appuntandone gli aspetti salienti, per poi riferire a… da dove è venuto.

La giornata è propizia, trattandosi del 15 agosto (giorno in cui scrivo), momento di festa: ricorre, infatti, un’importante festività religiosa cristiana, l’assunzione della Madonna in cielo, almeno così è segnato sul calendario, anche se il nostro turista, appassionato di storia, ricordasse vagamente di aver studiato trattarsi di una festa rigorosamente pagana, come attesta la stessa etimologia (feriae augusti-festa di agosto). A giudicare però dalle modalità dei festeggiamenti, si direbbe che la popolazione sia rimasta fedele al significato originario della festività, trascurando o dimenticando, la reale natura religiosa della ricorrenza.

Strani risultati, involontari, di sovrapposizioni storiche. Ma non perdiamoci in chiacchiere, o elucubrazioni inopportune.

Il nostro turista esce in strada per incontrare qualcuno, per dialogare con qualcuno, per trarre lumi, ma le strade cittadine, di qualunque città si tratti, sono deserte, deserte e silenziose; uno scenario spettrale e direi lunare si para davanti agli occhi del nostro amico. Sono morti tutti? È scoppiata una guerra atomica e sono morti tutti, rimanendo però intatti gli edifici, come ricorda di aver visto molti anni addietro in un film in bianco e nero? Forse addirittura ne ricorda il nome: “L’ultima spiaggia”?

“Ma no, tranquillo”, sembra rassicurarlo l’annunciatore di una televisione, che mostra le immagini, consuete e abituali, almeno così sembra dal suo tono sereno, dell’umanità intera in trasmigrazione, verso località più accoglienti, che la attendono a braccia aperte e pronte a ristorarla dal lungo viaggio di spostamento, con ogni mezzo possibile e che a giudicare dalla loro bellezza naturale sembrano giustificare ampiamente le fatiche e i disagi del viaggio, intrapreso però e non si sa perché, da tutti contemporaneamente, come ad un segnale convenuto e convenzionale.

Solo i termini usati dall’annunciatore lasciano perplesso il nostro ingenuo turista “esodo”? Cui farà seguito a breve un “controesodo”? Già programmato e previsto? Il nostro amico è dubbioso e gli tornano alla mente termini di un lontano e mai dimenticato passato scolastico “Anabasi” e poi “Catabasi” di un certo Senofonte, gli par di ricordare… ma non è più poi tanto sicuro.

Certo in questi massicci spostamenti, in queste trasmigrazioni di popoli, ogni tanto si verifica qualche incidente e qualcuno non raggiungerà mai la terra promessa, ma è un tributo comunque minimo da pagare al raggiungimento dei nostri ideali.

Certo anche in questi luoghi ameni qualche spiacevole inconveniente, seppur minimo si riscontra e si verifica, qualcuno inciampa cadendo e facendosi male in montagna, qualcuno innamorato del mare, decide di rimanervi per sempre, qualche adolescente, scambiandola per acqua pura di sorgente, ingurgita un po’ in eccesso una bevanda dagli strani effetti esilaranti, venendosi involontariamente a trovare in una condizione spiacevole denominata ambiguamente coma etilico.

Sicuramente questi scapestrati adolescenti devono essere ricorsi a chissà quali arti magiche, per riuscire a sottrarsi al ferreo e rigido controllo dei genitori che vigilano e soprassiedono.

Il nostro amico però vuole essere al massimo documentato sul luogo e le abitudini del mondo che lo circonda e acquista un giornale, scoprendo con raccapriccio che tutti i cittadini, pudichi e dai rigidissimi costumi morali, sono giustamente sconcertati per i comportamenti un po’ leggeri e ingenuamente leggiadri del loro Capo il quale ha fatto ciò che a tutti loro sarebbe piaciuto fare, ma non hanno potuto, perché la rigida morale che possiedono glielo ha impedito.

Cosa importa se la disoccupazione avanza, se l’economia è in crisi, se ci si ammazza l’un l’altro per futili motivi, se gli ospedali e le carceri scoppiano, se il morbo dell’influenza infuria e il pan ci manca, se i nostri figli non imparano più nulla a scuola?

Ciò che importa è che i comportamenti del Capo siano improntati alla più rigida e severa moralità. Prova ne sia che un autorevolissimo quotidiano della capitale, continua da mesi a rivolgere al suddetto Capo, dalle pagine del giornale, dieci, semplici, elementari domande, alle quali sarebbe semplicissimo rispondere in pochissimi minuti, forse addirittura secondi, eppure nonostante i mesi di pedissequa ripetizione il Capo non risponde. Forse che non abbia compreso le domande? Forse sarebbe opportuno formularle in modo diverso?

E poi, sulle pagine dello stesso giornale, acquistato in una delle pochissime edicole aperte, in questa leggiadra giornata di festa, il nostro turista casuale scopre che dopo aver strenuamente lottato, neppur molto tempo addietro, contro potenze straniere occupatrici e oppressive, per conquistare la propria indipendenza e soprattutto la tanto agognata unità, per il conseguimento della quale tanti patrioti, giovani e meno giovani, hanno versato il proprio sangue e donato la loro vita, ora l’Italia, stanca di essere una e indivisibile, vuole di nuovo spezzettarsi, frammentarsi e tornare allo status quo ante, quando un personaggio importante, un tal Metternich, in quel di Vienna, nel non tanto lontano 1815, esprimendosi con spiccato accento tedesco ebbe a dire che “l’Italia nulla altro è che una semplice realtà geografica”.

Per fortuna però si legge, sempre nello stesso giornale, che gli italiani si sono riconosciuti e hanno ritrovato il loro orgoglio nazionale, identificandosi in giovani e piacevoli ragazze, che in una bagnarola di pochi metri, hanno nuotato più velocemente, seppur di pochi centesimi di secondo, delle loro antagoniste straniere. “Una piccola bracciata per una donna italiana, una grande conquista per l’umanità”.

Come se non bastasse il nostro ingenuo turista scopre anche, con raccapriccio, che, dopo aver popolato per secoli la terra, l’uomo si accorge solo ora, quando il danno è fatto e forse irrimediabile, che egli sta stolidamente distruggendo quello stesso ambiente che gli dà la vita, autocondannandosi ad un lento ma inarrestabile suicidio.

Per fortuna però, da altre parti ci provengono altre rassicuranti e confortanti certezze. Il Capo, infatti, di uno Stato estero, ma ospitato nel nostro territorio, che gode di agganci e protezioni molto, molto in alto, ci assicura che il male, pur tuttavia, è tuttora esistente… e lascio a lui la parola “I lager tutti sono uno squarcio di inferno che si apre sulla terra e il nichilismo che produsse i lager nazisti, è un pericolo ampio e diffuso ancora oggi. I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra, quando l’uomo dimentica Dio e a lui si sostituisce usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte”.

Parole chiare, nette, precise, lapidarie, ma anche sicure e rassicuranti, che contraddicono immediatamente ed inequivocabilmente, le basse insinuazioni di molti che furono vittime di quei lager nazisti e che, miracolosamente sopravvissuti, osarono dire invece, che era Dio ad aver dimenticato gli uomini”.

Lo stesso vale naturalmente per tutte le guerre che gli uomini hanno scatenato e combattuto tra loro, per Hiroshima e Nagasaki, per le violenze degli uni sugli altri, degli adulti sui bambini, e spesso proprio di quegli adulti che avrebbero, invece, dovuto prendersi cura di loro, ma anche per le malattie incurabili, per le sofferenze indicibili che esse comportano, tanto da far desiderare la morte a chi ne è affetto, per le epidemie, per le pestilenze, per l’aids, per il vaiolo che misero a serio repentaglio la sopravvivenza dell’umana specie. È tutta colpa nostra, mentre Dio ci ama.

Con questa rassicurante e consolante constatazione il nostro turista per caso ritiene di poter considerare ultimato il proprio viaggio esplorativo e conoscitivo della vita sulla terra e gli sovviene improvvisamente alla memoria il ricordo di uno degli ultimi libri che ha letto e che lo ha molto interessato “L’origine delle specie” di un certo Charles Darwin, di cui ricorre il centocinquantesimo anniversario della pubblicazione proprio ora.

In esso si sostiene che l’uomo non è stato sempre presente sulla terra, ma che è stato l’ultimo ad averla popolata, essendo stato preceduto da altre specie che si sono via via evolute e trasformate, secondo casuali cambiamenti, che lentamente e faticosamente hanno portato, per successive evoluzioni, alla comparsa della specie umana, certamente l’ultima e la più complessa sulla scala evolutiva.

Ricorda di essersi commosso, guardando l’immagine disegnata del pesce, che esce dall’acqua e comincia a strisciare con fatica sulla terra, trasformandosi in anfibio, poi in rettile e in fine in mammifero, mentre ha invidiato agli uccelli la capacità di volare. Si è emozionato vedendo l’antenato dell’uomo attuale, assumere via via una posizione sempre più eretta e imparare a sorreggersi saldamente su due sole gambe, accendere il fuoco e fabbricare per sé utensili sempre più complessi.

Ha sentito parlare e ha compreso bene il significato di termini quali “lavoro e fatica dell’evoluzione” di “lento e complesso cammino evolutivo”, che ha portato, in fine, alla comparsa dell’essere umano sulla terra, ultimo e più complesso prodotto di questa, ma considerando tutto ciò che ha visto sugli esseri umani, quali sono ora, tutto ciò che su di loro ha scoperto e conosciuto, gli vien fatto di chiedersi, con sgomento: ”Ma ne valeva proprio la pena?”.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista. 

PAOLO FERRARIIl teatro è il luogo in cui nulla succede: proprio in quantoconsiste d’un siffatto mancare esso è teatro. Se così non fosse sitratterebbe di piatta imitazione d’un atto ordinario di vita,anche se a forti colori drammatici, anche se disposto

oltre la paura di morte.


Giancarlo Livraghi - Il pollo di Trilussa e gli inganni delle statistiche

“La matematica – si usa dire – non è un’opinione”. Ma molte valutazioni numeriche sono opinabili. 
La materia è complessa, ma alcuni criteri di buon senso possono aiutarci a capire un po’ meglio il significato di dati e statistiche

Giancarlo Livraghi*

Siamo inondati dalle statistiche. Su ogni sorta di argomenti ci somministrano numeri di ogni specie. Raramente abbiamo il tempo di chiederci che cosa vogliano dire (se non, talvolta, nei casi vistosi in cui sulla stessa cosa si pubblicano e si diffondono dati completamente diversi).

Anche molte notizie e valutazioni che non sono esplicitamente numeriche derivano da qualche specie di dato statistico che non è neppure citato, perciò si rischia di crederci senza sapere su che cosa è basata un’opinione troppo spesso presentata come se fosse un fatto o un’incontestabile verità.

Lo fanno apposta? Spesso sì. Dati e statistiche si possono manipolare per tentare di dimostrare questa o quella tesi, ipotesi o preconcetto. Ma è ancora più frequente che si tratti di errori o superficialità – cose citate o riferite senza verificarne l’attendibilità o il significato. Non è raro che siano in gioco tutti e due i fattori (deformazioni consapevoli e stupidaggini involontarie) con conseguenze che sarebbero comiche se non fossero pericolose.

Lewis Carroll, al secolo Charles Dodgson, non scriveva solo le ambigue favole di Alice. Era un matematico. Questa è una sua osservazione. “Se vuoi ispirare fiducia, dai molti dati statistici. Non importa che siano esatti, neppure che siano comprensibili. Basta che siano in quantità sufficiente”.

C’è chi si diverte a fare statistiche bizzarre, su argomenti futili e inutili. Sarebbe solo una curiosità se in quel modo, con ogni sorta di errori e approssimazioni, non si inquinassero anche i pettegolezzi e le mode.

C’è chi si diverte a propalare numeri completamente inventati, “per vedere l’effetto che fa” – e se ne sta incuriosito a vedere quanti ci cascano (come fanno gli inventori di leggende metropolitane, di cui alcune nascono per caso, ma altre sono seminate apposta per verificare la credulità non solo dell’umanità in generale, ma anche dei grandi sistemi di cosiddetta informazione).

Ma le statistiche sono una cosa seria. Usate bene, sono uno strumento di notevole utilità. Lo sa per esperienza chi, come me, si è trovato molte volte a doversene servire per motivi di studio e di lavoro. E poiché ne deve trarre conseguenze significative, è costretto a capire come funzionano – e perciò ad approfondire l’origine e la natura dei dati. Spesso scoprendo che il significato è molto diverso da quello che sembra (o che i numeri sono privi di significato ed è necessario non tenerne conto per non cadere in pericolosi errori).

Così ho imparato molto – e continuo a imparare. Non dal punto di vista di chi produce dati, ma da quello di chi li usa per trarne deduzioni concrete. E se non vuole sbagliare deve capire bene qual è l’origine dei numeri e come si possono interpretare.

 

Il fascino dei numeri – pro e contro

 

Prima di parlar male dei numeri è necessario dirne bene. Sono uno strumento essenziale della ricerca scientifica (1). Perfino uno come me, ignorante e impreparato nelle sottigliezze delle formule e dei calcoli, è affascinato dall’evoluzione degli studi sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo, dalla molteplicità di scoperte nella fisica, nella biologia, eccetera. Non è insensato dire che la vita è un algoritmo. Ma non bastano le formule matematiche per capire che cosa significa.

Naturalmente anche agli estremi confini della conoscenza ci sono incertezze, dubbi, diversità di interpretazione. Sono così sottili che possono essere capite solo da studiosi con una specifica competenza in materie difficili e complesse. Ma è chiaro il pensiero di Albert Einstein. “Quando le regole della matematica si riferiscono alla realtà non sono certe – e quando sono certe non si riferiscono alla realtà”.

Se questo è vero alle frontiere estreme della ricerca scientifica, lo è ancora di più nel caso dei dati che imperversano su cose più semplici e facilmente comprensibili. Il fascino dei numeri può essere falso e bugiardo. Non è vero che qualsiasi baggianata diventa verità quando è espressa in termini numerici. Spesso è vero il contrario. E perciò è utile capire quali sono gli errori e gli inganni delle statistiche.

Si dice che le statistiche siano un’invenzione recente (nel diciassettesimo secolo – più diffusamente nel diciannovesimo). Ma, se fosse così, come si spiegherebbe il commento di Platone? “Sappiamo bene che queste argomentazioni basate sulle probabilità sono imposture e se non abbiamo molta cautela nel loro uso possono essere ingannevoli”. Anche nel mondo antico si ragionava sulle probabilità. E anche allora si sapeva che non è facile.

 

La statistica è un’arma?

 

Le statistiche non uccidono (se non in alcuni casi, come quando sono l’origine di un errore medico o della mancata prevenzione di un disastro). Ma l’informazione è un’arma, spesso usata come tale. Lo insegnava Sun Zu, nel suo trattato sull’arte della guerra. E lo sapevano bene, prima di lui, anche altri, lontani dalla Cina.

Per esempio le potenti legioni romane vincevano non solo per la forza delle armi, l’efficacia delle strategie e l’addestramento dei militi, ma anche perché sapevano come avere informazioni e come confondere quelle dell’avversario.

E l’esito della guerra di Troia potrebbe essere stato diverso se i troiani avessero dato retta a Cassandra e a Laocoonte invece di cadere nell’inganno del cavallo.

Così è stato nei secoli e nei millenni. E così è ancora oggi. Le statistiche sono uno strumento dell’informazione, perciò sono utili in guerra, per organizzarsi in modo vincente se si hanno dati validi e anche per ingannare gli avversari con numeri falsi o manipolati. Diceva Winston Churchill: “le sole statistiche di cui ci possiamo fidare sono quelle che abbiamo falsificato”.

Ma anche quando non si tratta di imprese militari sono un’arma nei conflitti o contrasti politici, economici, commerciali e culturali. E anche quando, anziché competere, si cerca un’intesa.

Si vince con le statistiche avendo informazioni migliori, più attendibili e perciò più utili. Ma non basta avere dati. Si tratta anche, o soprattutto, di saperli capire e gestire.

Trilussa e il pollo

 

La più “proverbiale” osservazione a proposito delle medie statistiche è quella per cui se qualcuno mangia un pollo, e qualcun altro no, in media hanno mangiato mezzo pollo. (Ce ne sono altre di uguale significato, come il caso di una persona annegata in un fiume con un profondità media di mezzo metro).

L’osservazione non è così ovvia come può sembrare. Ma cominciamo col fatto che l’origine è un bel sonetto di Trilussa (che definisce il problema in modo un po’ diverso).

 

La Statistica

 

Sai ched’è la statistica? È ‘na cosa

che serve pe’ fa’ un conto in generale

de la gente che nasce, che sta male,

che more, che va in carcere e che sposa.

Ma pe’ me la statistica curiosa

è dove c’entra la percentuale,

pe’ via che, lì, la media è sempre eguale

puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno

secondo le statistiche d’adesso

risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra ne le spese tue,

t’entra ne la statistica lo stesso

perché c’è un antro che ne magna due (2).

 

La fonte originale è meglio della “vulgata”. Non solo per lo stile e per l’umorismo, ma anche perché imposta il concetto in modo più chiaro.

Oggi, con una più evoluta cultura della statistica, nessuno cade più in quel genere di errore? La cosa non è così semplice. I dati possono essere generati e interpretati in modi diversi, spesso portando a risultati intenzionalmente ingannevoli o sbadatamente deformanti.

Ci si dimentica, un po’ troppo spesso, che la “media” è un dato poco significativo se non sappiamo a che cosa si riferisce, su quale base è calcolata, con quale criterio è definita. Come dice, beffardo, Des McHale, “l’umano medio ha una mammella e un testicolo”. Più seriamente Aldous Huxley ci ha insegnato che “nella vita reale non c’è alcun uomo medio”.

La media, comunque calcolata, è un concetto astratto. Una delle poche certezze assolute della statistica è che ciò che è “medio” non esiste. Ogni cosa si colloca necessariamente sopra o sotto il dato “medio”. E non è solo una questione di aritmetica.

 

L’uomo medio non esiste

 

Sarebbe lungo riassumere i molteplici problemi di complesse diversità che possono essere ingestibili se si basa a una media, comunque calcolata. Ma l’importante è diffidare di ogni concetto “standardizzato”, anche quando non è espresso in forma di media numerica.

Per esempio accade spesso di leggere o sentir dire che “tutti” fanno o pensano qualcosa. Con un po’ di approfondimento non è difficile scoprire che quei “tutti” in realtà sono pochi – o che una certa “media”, chissà come calcolata, non riflette alcuna persona o situazione reale.

Se è facile capire che “tutti mangiano mezzo uovo al giorno” è un’affermazione priva di senso, perché c’è chi ne mangia di più e chi di meno, altre generalizzazioni altrettanto false sono più insidiose. È sempre bene ricordare che la media è solo un indice numerico, il cui significato può variare molto secondo i fattori di dispersione dei dati e secondo i criteri di analisi adottati in ciascun caso (3).

Del resto se fossimo tutti uguali – e tutti facessimo le stesse cose – il mondo sarebbe terribilmente noioso. Come sono noiosi (oltre che pericolosi) i discorsi, i proclami e i ragionamenti di chi ha la pretesa di “standardizzarci” – magari sperando di poterci ridurre a numeri neutri e ripetitivi che soddisfino qualche suo arbitrario schema mentale.

Se alle origini dell’automobile poteva avere un temporaneo significato il primo prodotto fabbricato in serie, la mitica Ford T – uguale per tutti e di un solo colore (nero) – si scoprì presto che anche le linee di montaggio dovevano essere in grado di produrre modelli diversi. Perché le persone (e le loro esigenze) non sono uguali.

L’industria dell’abbigliamento sa che se producesse per una sola taglia, quella dell’immaginario “uomo medio”, i capi sarebbero adatti solo a una piccola parte della popolazione (le persone poco sotto o poco sopra la media). Ma in altri campi sono accadute cose bizzarre.

Per esempio è un fatto vero, non una barzelletta, che un grosso progetto edilizio negli Stati Uniti fu impostato con l’idea di fare tutte le case per quattro persone, perché allora era quella la famiglia media. Furono costretti a grossi e costosi cambiamenti in corso d’opera quando si accorsero di un fatto ovvio: molte famiglie erano più grandi o più piccole dello standard.

Può sembrare solo un episodio di insolita sconsideratezza. Ma si potrebbero citare parecchi altri esempi, anche recenti. Non sono pochi i casi in cui per badare alla “media” si dimentica la diversità. Sembra comodo pensare che esista un “uomo medio” o “uomo comune”. Ma presto o tardi ci si accorge di avere a che fare con l’inesistente.

 

Gli inganni delle parole

 

A peggiorare le cose c’è il linguaggio con cui si interpretano o si descrivono i dati. Spesso afflitto da manierismi che ne deformano il significato. Per esempio accade di leggere o sentir dire che “tutti” fanno o pensano qualcosa. Con un po’ di attenzione non è difficile scoprire che quei “tutti” sono pochi – o che una certa “media”, chissà come calcolata o immaginata, non riflette alcuna persona o situazione reale.

Fra i manierismi c’è anche l’uso (e abuso) dell’aggettivo esponenziale. A parte il fatto che la parola ha un significato preciso, raramente applicabile a una crescita o a una tendenza, la si usa a casaccio per ogni sorta di vicende il cui andamento non somiglia neppure remotamente a un “moto uniformemente accelerato”.

Un’altra terminologia superficiale (quando non è intenzionalmente ingannevole) è quella che dice “vola” quando qualcosa aumenta dell’uno o due per cento o “crolla” quando scende di una altrettanto modesta misura.

Un trucchetto largamente usato è il piccolo avverbio “ben”. È sostanzialmente inutile, perché i numeri, quando hanno un significato, sono chiari da soli. Ma comunque è un’enfasi spesso deformante.

Se qualcuno ci dice che un bosco ha “ben mille” alberi, vuol farci intendere che è un bosco importante e che altri (quali non si sa) ne hanno meno. Se invece dicesse che ne ha “solo mille”, vorrebbe farci pensare che sia un bosco piccolo (in confronto a cosa?) o che abbia pochi alberi di quella specie. Spesso quelle paroline sono inserite a caso, senza alcuna base che ne giustifichi il significato.

Questi sono solo alcuni di tanti possibili esempi. Fra manierismi e modi di dire, usi banali o deformanti del linguaggio, deduzioni arbitrarie o infondate, il problema non è soltanto nelle statistiche, ma anche nel modo di interpretarle e spiegarle. E quando (come succede spesso) le spiegazioni sbagliate si accumulano con le inesattezze dei dati il risultato è una moltiplicazione di insensatezza.

Vuol dire che siamo irrimediabilmente confusi, in balia del pressapochismo e della disinformazione? Per fortuna no. Vedremo alla fine come è possibile difendersi. Ma intanto, per cominciare, il passo fondamentale è una sana diffidenza. I dati, statistici o non, se usati bene, possono aiutarci a capire. Ma è necessario ricordare che nulla è mai più “certo” o credibile solo perché è espresso in numeri o accompagnato da dati numerici.

 

La ripetizione non è una conferma

 

Possiamo immaginare che se le stesse statistiche, o le stesse osservazioni, sono largamente ripetute in diverse occasioni e da diversi autori, se ne può dedurre che sono credibili e ben fondate. Ma non è vero.

Accade spesso che un dato, una notizia o un’opinione, arbitrariamente o incautamente pubblicata da uno, sia ripresa acriticamente da altri e abbia un’enorme diffusione senza alcuna verifica sull’attendibilità della sua origine. Talvolta una bufala può sopravvivere per millenni (per esempio non c’è mai stata alcuna prova attendibile che Nerone avesse incendiato Roma).

Può essere esagerato affermare, parafrasando Proust, che la diffusione di una notizia è inversamente proporzionale alla sua credibilità. Ma è un fatto che molte cose considerate vere non hanno alcun fondamento se non il fatto che sono così diffuse da sembrarlo. E accade con dati e statistiche come con ogni altro genere di informazioni.

C’è un’efficace sintesi di questa sindrome in un’osservazione di Alessandro Manzoni. “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.

Il problema non sta tanto nell’esistenza degli errori, che sono sempre possibili, quanto nella diffusa abitudine di accettare dati sballati e incoerenti come se fossero certezze indiscutibili – e di ripeterli ad infinitum senza mai verificarne la credibilità.

 

La gatta frettolosa

 

Un’attivissima, imperversante fabbrica di errori è la fretta. Dati e statistiche (come ogni sorta di informazione) richiedono verifiche attente. Accade che l’ansia di essere veloci, di dare la notizia o di decidere senza approfondire, porti alla diffusione di affermazioni infondate, talvolta grottesche – o provochi scelte sbagliate che poi è faticoso correggere.

La stessa fretta induce a copiare, cioè a ripetere ciò che ha detto o fatto qualcun altro, senza avere il tempo o la voglia di controllare. Così gli errori si moltiplicano e continuano a riprodursi per giorni, o mesi, o anni, fino a diventare un “patrimonio culturale” di assurdità.

Non è vero che gli struzzi mettono la testa sotto la sabbia (se fossero così stupidi, a quest’ora sarebbero estinti). Ma lo fanno troppo spesso gli umani, per fretta, distrazione o superficialità (4).

 

Un libro utile e interessante

 

Un libro unico nel suo genere è stato pubblicato in America nel 1954. Si chiama “How to lie with statistics”, scritto da Darrell Huff – un giornalista, non un matematico. È un brillante esempio di buona divulgazione. Se ne sono vendute, in inglese, oltre mezzo milione di copie. È meritatamente il più diffuso fra tutti i libri che siano mai stati scritti sull’argomento.

Per il suo tono ironico e per la scrittura scorrevole, spesso divertente, comunque facile anche per i “non iniziati”, è stato dapprima disprezzato dal mondo scientifico. Ma poi si è capito che da un punto di vista tecnico è molto preciso e ben documentato. Tanto è vero che è stato celebrato dall’Institute of mathematical statistics nel 2005 per il suo cinquantesimo anniversario.

Ne sono uscite traduzioni in varie lingue (compreso il cinese), ma non in italiano – fino a quando, due anni fa, è stato finalmente pubblicato “Mentire con le statistiche” (5). C’è un sito online htlws.it che, oltre a presentare il libro, contiene anche parecchie altre osservazioni sull’argomento (6).

Si presenta, a prima vista, quasi come se fosse un manuale per gli imbroglioni. Ma è esattamente il contrario. È uno strumento per capire come dati, statistiche e numeri possono essere deformati – e così praticare l’arte necessaria del dubbio e distinguere i dati utili e significativi da quelli che, per intenzione o per errore, ci danno percezioni sbagliate.

Ricordo che un giorno, parecchi anni fa, mandai una copia del libro di Huff, in inglese, a un mio amico professore di fisica. Mi aspettavo una risposta un po’ sdegnosa, come “divertente, ma non abbastanza scientifico”. Mi sorprese, con piacere, il suo commento. “Dovrebbe essere adottato come testo in tutte le scuole di fisica e matematica”. E, infatti, si trova nelle biblioteche, e in evidenza nelle librerie interne, di alcune fra le più serie università americane.

È un po’ diverso il percorso dell’edizione italiana. “Mentire con le statistiche” è apprezzato dagli studiosi e dagli addetti ai lavori (o almeno dai più seri, coscienti del fatto che non sono “infallibili”). Ma, almeno finora, è meno conosciuto fra le persone cui è destinato, i “normali esseri umani” che non hanno voglia di addentrarsi in astruse disquisizioni tecnico-matematiche e possono imparare molto da un testo divertente quanto istruttivo.

Sembra diffusa l’opinione che un libro sulle statistiche debba necessariamente essere complicato e difficile. O noioso. Darrell Huff ha brillantemente dimostrato che non è vero.

 

Il “campione rappresentativo”

 

Sono rari i casi in cui è possibile avere tutti i dati su tutte le persone o cose che si sta cercando di misurare. Uno dei pochi esempi è il censimento, che dovrebbe raccogliere informazioni sulla totalità della popolazione (eppure anche in quel caso ci possono essere rilevanti errori o imperfezioni).

Ci sono metodi per cui si possono fare rilevazioni da fonti “indirette”. Fra tanti, un esempio semplice. Come si fa a stimare quante persone sono rimaste a Milano o a Roma in agosto? Qualcuno riesce a contarle una per una? Ovviamente no. Ma si può avere una “ragionevole stima” conoscendo la quantità di spazzatura o il consumo di acqua o di energia elettrica per uso domestico.

Un sistema diffuso è il “campione”.

In teoria è semplice. Si scelgono in modo casuale persone in numero sufficiente per avere una significatività statistica precisamente definibile in base a un fattore matematico (che si chiama sigma). Tutto chiaro e tutto preciso? Ahimè no.

Perché entrano in gioco parecchi fattori che possono influire sulla qualità dei risultati.

Sarebbe lungo analizzarli tutti. Ma uno, per esempio, sta nel fatto che è difficile (e costoso) usare un campione “assolutamente casuale”. Si usano perciò campioni rappresentativi, cioè ricostruiti in base a categorie demografiche.

Il metodo è concettualmente ragionevole, ma in pratica può introdurre variabili deformanti.

Molto dipende anche dal comportamento degli intervistatori, dalla formulazione delle domande, dalla struttura dei questionari.

Sullo stesso argomento si possono avere risposte molto diverse secondo il modo in cui è impostata una domanda e il momento in cui è collocata.

E può influire anche il rapporto fra chi chiede e chi risponde, il luogo e la situazione in cui avviene l’incontro, eccetera.

Mi sono trovato in molti casi a dover valutare con attenzione questi fattori per poter capire il vero significato di una ricerca, che spesso non è sufficientemente chiaro se ci si limita a guardare i numeri.

 

Post hoc o propter hoc

 

Spero di essere perdonato per l’uso del latino, ma così il problema è definito in molte lingue diverse (compreso l’inglese). Naturalmente non si tratta solo di statistiche. Se fra due dati (o fatti o comportamenti) c’è un nesso, vuol dire che uno è la causa dell’altro? Si può facilmente sbagliare.

La connessione causa-effetto può essere in senso contrario a quella che sembra la più evidente. O tutti e due possono essere conseguenze di un terzo fattore.

Oppure (anche se una totale casualità è rara) si può trattare di una non significativa coincidenza.

Gli esempi potrebbero essere infiniti. Ce n’è uno curioso, a modo suo esemplare, citato da Darrell Huff.

Nelle Nuove Ebridi era diffusa la convinzione che i pidocchi facessero bene alla salute. Dove stava l’errore? Nella correlazione causa-effetto. Quasi tutti da quelle parti avevano quasi sempre i pidocchi.

Se a qualcuno veniva la febbre il suo corpo diventava troppo caldo per essere un’abitazione confortevole. E i pidocchi se ne andavano.

Succede solo in qualche isola del Pacifico? No. Ci sono dovunque errori di quel genere, anche recenti, in analisi apparentemente serie su ogni sorta di argomenti.

 

Le insidie dei grafici

 

Può essere molto utile, quando è ben fatto, spiegare dati e statistiche con grafici che danno una percezione immediata di ciò che significano i dati. Ma qui si nasconde un’altra trappola. Ci sono molti modi per deformare il senso dei numeri quando si traducono in immagini. E, anche in questo caso, si può trattare di involontari errori o di intenzionali manipolazioni.

Il problema c’è sempre stato, ma si è aggravato con l’elettronica. Con vari software è facile trasformare i numeri in istogrammi o altre sintesi visive. Fin che si usano le funzioni più semplici il risultato può essere corretto ed efficace.

Ma è forte la tentazione di “abbellire” con effetti decorativi che, se non sono usati con estrema cura nel rappresentare correttamente ciò che significano, possono deformare la percezione e il significato dei dati.

Nel 2004 avevo scritto un breve articolo intitolato “Il morbo di powerpoint” – in cui, fra l’altro, si parla delle insidie dei grafici (7). Ha fatto il giro del mondo, con poche polemiche e molti consensi.

Le tecniche di presentazione visiva non sono necessariamente diaboliche (come diceva un’efficace vignetta di Alex Gregory pubblicata dal New Yorker il 29 settembre 2003). Ma sono spesso usate male, con il risultato di addormentare gli astanti o ingannarli con mirabolanti travestimenti di affermazioni prive di sostanza.

I trucchi sono tanti. Uno dei più semplici è giocare con la scala dei valori. Per trasformare una modesta crescita in un esaltante sviluppo – o viceversa. È quello che Darrell Huff chiama the gee-whiz graph – “il grafico fantasmagorico”.

Effetti deformanti sono provocati anche dall’uso di disegni invece di istogrammi. Un’immagine si forma nella nostra mente a due dimensioni.

Perciò le differenze sembrano al quadrato – se una cosa è tre volte più grande (o più piccola) di un’altra, l’impressione è che lo sia nove volte. Se è aumentata di un terzo, sembra che sia quasi raddoppiata.

È ancora peggio quando si rappresentano oggetti o persone. Così la percezione è tridimensionale – e la deformazione del dato non è al quadrato, è al cubo. (Darrell Huff cita due esempi: una grande mucca, accanto a una piccola, che ingigantisce la crescita della produzione di latte – e un minuscolo rinoceronte, confrontato con uno enorme, che esagera la diminuzione della specie in Africa).

Sarebbe lungo descrivere le varie possibilità di deformazione nei grafici o in altre rappresentazioni visive. Spero che pochi esempi bastino a chiarire il problema.

 

Sondaggi di opinione e ricerche di mercato

 

Sono utili. Specialmente se (come è sempre stato nella mia esperienza) non sono fatte in base a qualche pregiudizio o al desiderio di dimostrare una tesi, ma con l’unico scopo (anzi necessità) di capire il meglio possibile la situazione reale.

Il problema è che troppo spesso se ne traggono deduzioni superficiali o sbagliate, perché non si approfondisce abbastanza il reale significato dei dati.

Un esempio fra mille. Nel 2006 uno studio svolto da un serio istituto comprendeva alcune informazioni sulla crescita del numero di denunce di reati. In una classifica, per percentuali di aumento, fra le città italiane risultava al primo posto Ferrara (la storia potrebbe essere uguale in qualsiasi altra città).

Si scatenò una sfrenata bagarre, a causa del modo in cui la notizia era diffusa dai giornali.

Allarme collettivo, imbarazzo del sindaco e del prefetto, proposte di “misure straordinarie”… perfino la bizzarra idea di ricontare denunce e accertamenti come se fossero schede elettorali contestate… insomma un enorme fracasso dovuto a una interpretazione frettolosa, scandalistica e sbagliata di dati che non giustificavano in alcun modo tutto quel parapiglia.

L’istituto aveva correttamente spiegato che il dato riguardava le denunce, non i reati, perciò si poteva trattare non di un aumento di criminalità, ma di una migliore efficienza delle forze dell’ordine e di un maggiore impegno dei cittadini nel denunciare. E comunque la significatività statistica non era tale da poter giustificare alcuna classifica delle città.

Ma non riuscì a frenare lo sconquasso, che continuò a imperversare fino a quando (come succede quasi sempre) si esaurì fino a cadere nel dimenticatoio.

Un esempio intenzionalmente irreale è un sondaggio che ho inventato su Cesare e Pompeo – dove con un metodo apparentemente uguale si ottengono risultati molto diversi. Forse un po’ esagerato in quella impostazione didattica, ma sostanzialmente simile a cose che sono accadute davvero e che continuano a ripetersi (8).

 

Il problema delle “proiezioni”

 

Non si tratta di quelle “proiezioni” che imperversano dopo ogni elezione e costringono politici e opinionisti a fare inutili congetture quando basta aspettare un giorno, o forse due, per avere non solo risultati definitivi, ma anche il tempo di analizzarli in modo non troppo superficiale.

C’è un altro genere di proiezioni, il cui compito è indovinare il futuro. Non sempre sono esercitazioni prive di senso. Può essere utile, in alcune cose necessario, avere una ragionevole stima di quale potrà essere l’estensione di un’esigenza, lo sviluppo di un problema o la disponibilità di una risorsa, fra sei mesi o fra trent’anni. Ma è bizzarro che si pubblichino grafici, tabelle o anche semplicemente notizie che presentano come un fatto acquisito dati riguardanti il 2020 o il 2050.

Nessuno è in grado di fare profezie. È vero che un astronomo può prevedere un’eclissi con notevole precisione, ma poche cose hanno una regolarità costante nel tempo come i movimenti dei pianeti e dei loro satelliti.

La soluzione è semplice.

Prendere i dati per quello che sono. “Se la tale tendenza verificata finora in base a … continuerà nello stesso modo, è probabile che…”. Dove “se”, “in base a” e “probabile” sono parole chiave, troppo spesso dimenticate da chi si sbizzarrisce con le profezie.

Sono molti (e talvolta fallimentari) gli errori provocati da proiezioni basate sul passato senza tener conto dei cambiamenti (spesso prevedibili, o almeno ipotizzabili) che possono interferire con l’evoluzione di una tendenza. Come dice Scott Adams. “È facile fare profezie.

Quando si accorgeranno che le mie sono sbagliate, sarò morto”. O Niels Bohr. “La predizione è molto difficile, specialmente sul futuro”.

Ma è altrettanto sbagliato essere imprevidenti, cioè non tener conto di problemi (o di potenzialità) che erano chiaramente proiettabili e sono stati ignorati o sottovalutati, per poi dover affrontare le situazioni quando è troppo tardi – e la possibilità di rimediare ai danni (o approfittare di occasioni favorevoli) è perduta o è diventata molto più difficile (9).

L’importante è capire che una proiezione non è una profezia. Se e quando è utile, deve essere gestita, ricontrollata, seguita nel tempo per capire gli sviluppi.

Ed è meglio anche verificare se con criteri completamente diversi si trovano tendenze che confermano (o modificano) il significato di un’evoluzione (10).

Se no, si rischia di cadere nella situazione descritta da John Kenneth Galbraith. “L’unica funzione della previsione economica è far sembrare rispettabile l’astrologia”.

 

Il rimedio? Diffidenza e buon senso

 

Una percezione diffusa, quanto sbagliata, è che se qualcosa è espresso in numeri è “più vero”.

E sembrano ancora più credibili quando sono molto precisi, anche con i decimali, mentre spesso quei dettagli sono al di sotto della significatività statistica.

Quando leggiamo “52,14 per cento”, anche se l’analisi è ben fatta su dati validi, è probabile che l’interpretazione più corretta e utile sia “circa la metà” (11).

Già nel Settecento Samuel Johnson diceva: “i numeri precisi sono sempre falsi”. E, vent’anni fa, Alfred Sauvy: “in ogni statistica, l’inesattezza dei numeri è compensata dalla precisione dei decimali”.

Perciò la prima difesa è non lasciarsi affascinare dall’apparente esattezza dei numeri. Ma non basta. Occorre anche capire se dati e statistiche hanno un senso – e se il modo in cui sono interpretate è ragionevole.

Solo nel caso che l’argomento ci interessi in modo particolare possiamo trovare il tempo e la pazienza di controllare, verificare altre fonti, risalire all’origine dei dati.

Ma in generale può essere utile la soluzione che propone Darrell Huff: “dare una seconda occhiata”. Numeri e deduzioni sembrano ragionevoli? Come coincidono o divergono da altre cose che sappiamo sull’argomento?

Serve anche (e spesso è possibile) guardare dietro la superficie. Diceva Aaron Levenstein: “le statistiche sono come i bikini – ciò che rivelano è suggestivo, ma ciò che nascondono è più importante”.

È meno difficile di come può sembrare. Con un po’ di esercizio si impara non solo ad avere una sana diffidenza, ma anche a sapere come orientarla. Si tratta di qualcosa che conferma ciò che sappiamo o che potevamo immaginare? O di un’interessante scoperta che può farci cambiare idea? Se teniamo gli occhi aperti, presto o tardi avremo un modo per saperlo.

Soprattutto è utile il buon senso. Che cosa sappiamo, su quell’argomento, dalla nostra esperienza? O dall’opinione di qualcuno che se ne intende e di cui ci fidiamo? Non sono poche le possibilità di verifica.

Il concetto era stato efficacemente riassunto da Mark Twain. “Le statistiche sono come un lampione. Le possiamo usare per fare luce, ma non come l’ubriaco, che ci si appoggia”.

Insomma dalle statistiche si può imparare. Ma ce ne sono troppe sbagliate, ingannevoli o male interpretate.

Per evitare di essere confusi o imbrogliati non occorre avere una laurea in matematica o conoscere in profondità i complessi fattori della significatività statistica. Basta sapere che prima di fidarci dei numeri è meglio capire se hanno un senso – e, se ce l’hanno, quale può essere un credibile significato.
1) Non è vero che, come alcuni affermano, la matematica sia usata dalla scienza solo nell’evo moderno. Benché in modo meno complesso, era uno strumento della conoscenza (e della tecnologia) anche nell’antichità. Vedi “Il computer di Archimede” gandalf.it/arianna/olimpia.htm sull’uso di macchine da calcolo in epoca ellenistica.

2) Ai tempi di Trilussa mangiare pollo era considerata “una cosa da ricchi”. Oggi la situazione è diversa. Ma non cambia il significato del ragionamento.

3) A proposito di polli e di uova, c’è il caso di una pessima gestione delle statistiche e dei dati numerici nella tragicomica epidemia di infondate paure per una infezione “aviaria” nel 2005 – come è spiegato a pagina 195 di “Mentire con le statistiche”, un libro di cui si parlerà poco più avanti.

4) Sulla sindrome della fretta vedi il capitolo 16 di “Il potere della stupidità” (anche online gandalf.it/stupid/cap16.htm). Sulle “cose che crediamo ma non sono vere” vedi “La stupidità dei luoghi comuni” gandalf.it/stupid/panzane.htm

5) Monti & Ambrosini editori, 2007. L’edizione italiana contiene ampie annotazioni, aggiornamenti e approfondimenti che si aggiungono all’intrinseco valore (e alla sostanziale attualità) del testo originale (vedi il sito htlws.it). Ce n’è una recensione in gandalf.it/arianna/duelibri.htm che, oltre a questo libro, ne commenta anche un altro, di diversa impostazione ma di interessante utilità: “Quando i numeri ingannano” di Gerd Gigerenzer – edizione
italiana Raffaello Cortina, 2003.

6) Varie osservazioni, utili anche per uno sviluppo un po’ più ampio dei temi trattati in questo articolo, si trovano in gandalf.it/htlws/premesse.htm e gandalf.it/htlws/aggiunte.htm

7) i trova in gandalf.it/htlws/pwp.htm – alla fine c’è anche la vignetta “demoniaca” del New Yorker. Il problema dei grafici è più ampiamente descritto, con vari esempi, nel capitolo 5 di “Mentire con le statistiche”.

8) Vedi “Cesare e Pompeo” gandalf.it/htlws/pompeo.htm

9) Vedi “Il prevedibile e l’imprevedibile”, capitolo 3 di “Il potere della stupidità” (online gandalf.it/stupid/cap03.htm). E anche “Il (dis)senno di poi” gandalf.it/stupid/dissenno.htm

10) Il metodo è noto, per esempio, nella “navigazione piana”, cioè quella con la carta nautica, la bussola e il compasso (che è meglio conoscere anche se esistono i navigatori satellitari e i radar). Per “fare il punto” con ragionevole approssimazione si usano tre riferimenti diversi. (Anche in tante altre cose è utile “triangolare” – e le prospettive utili possono essere più di tre).

*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, ha anche scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere della stupidità”). Il suo sito online è http://gandalf.it 

GABRIELE LAVIAPenso che il cinema sia molto più bello del teatro. Sono rimastoincastrato nel mio destino. Purtroppo, in Italia, cinema e teatrosono cose distinte culturalmente, due mondi agli antipodi.

Sono pochi i registi che hanno fatto entrambe le cose ad alto livello

come Luchino Visconti.

(Da “Strade Nove.net”, intervista di Mariano Sabatini, 1999)


 

 

VSEVOLOD MEJERCHOL’DAnche se si toglie al teatro la parola, il costume, la ribalta delle
quinte, persino lo stesso edificio teatrale, finché resta l’attore e i
suoi movimenti pieni di maestria, il teatro resta teatro.
BELPAESE Dada Montarolo - Il golf in Italia, snobismo fuori tempo

C’è chi ne parla male per principio, c’è chi ne ha fatto una ragione di vita, c’è chi lo vede solo come affermazione sociale. In realtà è un’affascinante cartina di tornasole di ciò che siamo o che vorremmo essere

Dada Montarolo*

Il golf è praticato da milioni di persone di ogni ceto sociale e da molto tempo. A qualsiasi età e anche affrontando le peggiori condizioni atmosferiche. Dunque ci deve essere per forza qualcosa di straordinario nello spingere una pallina per farla entrare in un buco con il minor numero possibile di colpi.

Questo “qualcosa” entrò di prepotenza nella mia vita quando per lavoro cominciai a saltellare fra l’Australia, il Giappone e gli Stati Uniti. Durante la settimana tutto era tranquillo, svolgevo la mia attività di corrispondente e di addetta stampa frequentando i colleghi locali, di solito simpatici e impegnati a fare in modo che il mio tempo libero fosse riempito da inviti a barbecue casalinghi e cene spettegolanti.

Al venerdì la situazione cambiava. I miei ospiti sparivano. All’inizio ne ero quasi felice, potevo finalmente stare per conto mio, riposare e divertirmi a fare la turista curiosando in giro.

Durò pochino. Dopo una decina di sabati e domeniche passati da sola cominciai, il venerdì pomeriggio, a provare una sottile inquietudine. Così un giovedì sera lavorai d’anticipo. Seduta con Kevin, un collega australiano, di fronte all’ultima birra prima di cena, gli chiesi cosa avrebbe fatto nel weekend.

Lui mi guardò stupito:

“Gioco a golf, naturalmente.”

E dopo un momento aggiunse:

“Perché non vieni anche tu?”

Risposi che non avevo la minima idea di che cosa fosse.

Bluey (1), se non provi non lo saprai mai.”

Ho sempre sostenuto che se avessi uno stemma araldico personale sopra ci scriverei il motto “Io ci provo”. Fu inevitabile che il giorno dopo mi avventurassi lungo un sentiero che ancora oggi, pur con vicende altalenanti, mi attira con la forza di un incantesimo al quale non riesco a sfuggire.

 

Come in uno specchio

 

Fin dall’inizio capii alcune cose fondamentali: il golf è uno dei giochi più difficili e impegnativi del mondo, più di testa che di forza muscolare; ci vogliono nervi d’acciaio, nell’arco di neanche cinque minuti si può passare dal delirio di onnipotenza alla depressione più angosciante. Chi sostiene che è uno sport “solo per anziani” è meglio che provi a tirare una ventina di palline e poi ne riparliamo; per praticarlo bisogna avere la pazienza e la concentrazione di un amanuense, le distrazioni si pagano care e offrono poche occasioni di recupero; non c’è solo la pallina in gioco, ma anche e soprattutto il proprio senso dell’onore perché l’unico arbitro presente in campo è il giocatore stesso; la tentazione, più o meno consapevole, di concedersi qualche piccolo sconto privato sul numero dei colpi effettuati è forte, ma bisogna resistere; presuntuosi, millantatori e disonesti è meglio che stiano alla larga, non è roba per loro, e corrono anche il rischio di essere cacciati via coperti di ridicolo.

Detto così può sembrare vagamente inquietante e in parte lo è.

Il golf non concede alibi per gli errori commessi. I golfisti, essendo umani, cercano di inventarseli di continuo in modo talvolta così fantasioso e patetico da essere perfino commoventi:

“Ho un po’ di sciatica, oggi proprio non riesco a muovermi bene… quel tipo laggiù sull’altra buca ha starnutito mentre stavo per tirare e mi sono distratto… avevo un’ape sulla scarpa, non volevo disturbarla e ho sbagliato…”.

Un’altra inquietudine è rappresentata dalle regole di gioco. Sono tantissime e in grado di confondere anche i più esperti. Se la pallina finisce in un ruscelletto ci sono anche cinque modi, uno diverso dall’altro, per risolvere il problema e bisogna saper scegliere con buon senso il male minore. Un po’ come nella vita, insomma.

Forse è per questo che il golf ha così tanto fascino: la piccola sfera rotonda siamo noi, lì dentro ci sono tutte le debolezze, i sogni, le speranze e le frustrazioni che coviamo nel profondo. È lo specchio perfetto che riflette ciò che siamo realmente. C’è il tempo per guardare bene la palla, riflettere e decidere come colpirla e dove sperare di farla atterrare. Tutto il meglio e il peggio della nostra anima sono a mezzo metro davanti a noi, appoggiati fra teneri fili d’erba o beffardamente annidati in un cespuglio arruffato e spinoso. È una vera sfida con se stessi che può durare parecchie ore. Meglio di un ciclo di sedute psicanalitiche. Più rivelatrice, sulle personalità degli eventuali compagni di gioco, di quanto possano esserlo innumerevoli incontri conviviali o riunioni di lavoro.

Altrettanto importante – se non più importante – del saper giocare e conoscere le regole infine è l’etichetta. Educazione e rispetto verso gli altri golfisti e verso il campo sono obbligatori: urla, intemperanze provocate dalla delusione o dall’esultanza, maltrattamenti all’erba o alle piante non sono ammessi neanche nei momenti più “critici”. Fra un’accademia militare e un campo da golf non c’è tanta differenza: entrambi, in ambiti e con finalità diversi, insegnano a vivere.

 

Pastori e saltimbanchi

 

In compenso il golf è generoso. Si può, infatti, cominciare a qualsiasi età senza controindicazioni particolari, addirittura ci sono giocatori molto bravi e non vedenti che riescono a “visualizzare” il percorso seguendo solo le indicazioni del caddie (v. nota n. 4). Per di più – grazie a un meccanismo di valutazione complicato, ma efficace – il neofita può sfidare il grande campione con le stesse possibilità di vittoria e con divertimento reciproco, cosa assai improbabile in ogni altro tipo di sport.

Del resto il golf è stato inventato dai pastori scozzesi, circa seicento anni fa, per ingannare il tempo mentre pascolavano le pecore, lungo le coste ondulate e ventose affacciate sull’ Atlantico. Intere famiglie dovevano pur trovare qualcosa di piacevole da fare, sassi rotondi e bastoni non mancavano di certo, bastava inventarsi qualche semplice regola e il gioco era fatto.

Muoversi e gareggiare fra prati, boschi e laghetti ben curati è un altro privilegio golfistico. Ogni stagione offre colori e suggestioni di tranquilla, seducente bellezza che in parte consolano dei misfatti commessi in campo.

Walter Hagen, un grande professionista statunitense nei primi decenni del secolo scorso, diceva: “Mai affrettarsi, mai preoccuparsi e ricordarsi sempre di annusare i fiori lungo il cammino”.

Diventato ricchissimo con le scommesse vinte sui suoi risultati di gioco, era un personaggio bizzarro e pittoresco. Arrivava in campo, a un metro dalla prima buca, mollemente adagiato sui sedili posteriori della sua lussuosa limousine guidata da uno chauffeur indiano. Si faceva versare una coppa di champagne da un domestico. Poi in giacca e cravatta, con l’immancabile pipa accesa stretta fra le labbra, cominciava a tirare. A quell’epoca i professionisti erano considerati originali, divertenti saltimbanchi e nient’altro. A loro era precluso perfino l’accesso alle sedi sociali dei circoli anche se in campo erano seguiti da centinaia di fan in adorazione. Talvolta Hagen interrompeva teatralmente la serie dei suoi fantastici colpi per chinarsi, raccogliere un fiore e annusarlo compiaciuto.

Ogni campo da golf è unico, non ce ne sono due uguali al mondo e neanche somiglianti, non basterebbero quattro vite golfistiche per provarli tutti. I progettisti che li disegnano si adeguano al territorio, cercando di mettere in evidenza ciò che di meglio offre la natura e dare al percorso un carattere preciso, una personalità ben definita. Così può succedere di giocare su scogliere spettacolari, fra cascate tumultuose, nella frescura di foreste simili a quella di Bambi o fra enormi cactus spinosi.

 

Le pecore colorate

 

Gli ecologisti, fino a qualche tempo fa, tuonavano contro i campi di golf denunciando l’uso disinvolto di erbicidi e veleni vari. In realtà un percorso di gioco è curato e mantenuto con la stessa attenzione che si dedica a una barriera corallina, nel pieno rispetto dell’equilibrio esistente.

Anche il “verde” più oltranzista alla fine ha dovuto ricredersi: libellule, ranocchi, rondini e un’infinità di animali vari, grandi e piccoli, considerano i campi da golf un rifugio sicuro e li occupano fino ai limiti del sovraffollamento.

Ci sono percorsi dove, per regola, bisogna aspettare che il fairway (2) o il green (3) si liberino dagli ingombranti inquilini stanziali, che hanno deciso di fare uno spuntino fra l’erba e i cespugli. Se poi, per esempio in Canada, un orso decide di prendere il sole proprio lì e la stessa idea viene a un serpente in Australia, si chiama un “addetto ai lavori” che con tutta la gentilezza del caso convince l’avente diritto a spostarsi per qualche momento.

Le pecore, che in qualche modo hanno contribuito alla nascita del golf, godono di un trattamento di riguardo, almeno nella terra di Albione. Sono loro, infatti, scavando buche profonde nella sabbia per proteggersi dai robusti venti atlantici, che hanno creato i bunker, vere trappole per ogni golfista. Ogni percorso è disseminato di bunkerartificiali e vedere la propria pallina finirci dentro strappa gemiti di disperazione a qualsiasi giocatore.

Grazie a questo apporto storico, nei campi da gioco dove è probabile il transito pecorile esistono le campane. È stato calcolato che il tempo medio di reazione di una pecora è di circa cinque minuti: una volta avvistato il gregge sul percorso si suona la campana, le pecore si spostano, si gioca e le pecore ritornano a brucare dove erano prima. Se trovano una pallina mangiano pure quella e il giocatore che non l’ha tirata in tempo subisce anche penalità.

Per precauzione, comunque, i pastori – soprattutto scozzesi – di solito pitturano il vello di ogni animale con una grossa macchia di vernice rossa, blu, verde o gialla. Se disgraziatamente una pecora viene abbattuta da un colpo assassino, a fine gioco si va in segreteria per consultare una tabella: ogni colore corrisponde a un differente proprietario e si procede seduta stante al rimborso del danno causato.

 

La solitudine del golfista

 

Un’altra preziosa prerogativa del golf è che si può giocare da soli e sono pochi i giochi dinamici che lo consentono. Una partita con altri compagni può essere rilassante o impegnativa, ma nulla è paragonabile all’ emozione di trovarsi nel silenzio, nella pace e di fronte all’unico arbitro che non si può ingannare, quello che bisbiglia “dentro”.

Una volta ho visto un giocatore tornare verso la sede del circolo dopo un giro del campo in solitudine. Era uno bravo, di quelli che non perdono mai la testa. Anziché lasciare la sacca dei ferri davanti al deposito, deviò deciso verso un laghetto lì vicino. Si fermò sulla riva, borbottò qualcosa e poi spinse la sacca in acqua. La guardò affondare senza un fremito. Quando anche le ultime bollicine d’aria smisero di affiorare girò su se stesso e andò a farsi una birra al bar. Nessuno osò chiedergli cosa era successo in campo.

Il giorno dopo il caddie master (4) spedì i suoi ragazzi a recuperare l’attrezzatura, la ripulì per bene e gliela fece trovare pronta. Il giocatore bravo evitò per un certo periodo di tempo di andare sul percorso, restava in campo pratica (5) a tirare centinaia di palline chiuso in un silenzio ostinato. Quando finalmente si sentì di nuovo pronto annunciò a un amico che “non voleva fare più brutte figure con se stesso”. Da quel giorno, a quanto mi risulta, la sacca è poi sempre ritornata indenne nel deposito.

 

Il golf italiano e i peperoni

 

In tutti questi anni nel golf si sono evoluti solo gli attrezzi (ferri e palline), le regole sono rimaste pressoché uguali – solo ampliate qua e là per essere più comprensibili – ma lo spirito è rimasto lo stesso: misurare le proprie capacità con lealtà e umiltà. Un principio che è diventato universale seguendo la divulgazione del golf con un sola eccezione: l’Italia.

Una buona parte dei golfisti nostrani è, infatti, un po’ diversa. Ha perso di vista l’obiettivo principale del gioco e si dedica ad altro.

Credo che pochi di loro abbiano davvero messo piede in qualche glorioso campo straniero su cui si è scritta la storia del golf. Probabilmente correrebbero dal direttore del circolo a lamentarsi vedendo arrivare sul percorso le signore del villaggio vicino con la borsa della spesa dove fra ciuffi di sedano e rapanelli spunta la testa di un ferro da gioco. O il postino che scende dalla bicicletta appena alleggerita dalla posta consegnata e si avvia verso il campo facendo oscillare tranquillamente il suo driver (6).

Per la maggior parte dei golfisti italiani il golf non è un gioco, è uno status symbol. Se sei golfista, sei qualcuno. Come minimo da qualche parte sei arrivato e con un certo successo, il tuo valore umano è misurato esclusivamente da quanto ti puoi permettere di pagare per essere iscritto in un circolo. Idea sbagliata, sbagliatissima e un vero affronto per il golf stesso che è e rimane popolare.

L’unica blanda scusante è che il gioco è arrivato in Italia per importazione, al seguito dei ricchi inglesi che scoprivano, alla fine del 1800, le meraviglie dei nostri laghi e delle città d’arte. Ma è una scusa che ormai non regge più. È fragile e polverosa come le ragnatele in soffitta.

I nostri circoli sono luoghi esclusivi, aperti a chiunque solo in teoria e nelle pubblicità. Provate a metterci un piede dentro, anche solo per curiosare con discrezione. Verrete squadrati da capo a piedi e anche con un certo sospetto, siete un potenziale invasore plebeo e non vi chiedono di esibire il vostro 740 solo perché non possono.

Se manifestate l’intenzione di giocare, apriti cielo!, vi rifilano l’orario di partenza più infame, alle prime luci dell’alba o quando già calano le ombre della sera. Un maso chiuso è più accogliente del meno pretenzioso dei circoli italiani…

I soci, di solito, non sono da meno: qualsiasi estraneo è un disturbo. Se poi osate presentarvi con l’abbigliamento classico del buon senso golfistico (pantaloni e maglie lievemente vissuti, chi ve lo fa fare di indossare capi costosi?, tanto dovrete infilarvi di sicuro fra i rovi e scarpinare nel fango) e non secondo le più recenti tendenze della moda da fairway, il vostro indice di gradimento precipiterà a livelli infimi e sarete accolti con silenziosa, ma palese sufficienza.

Ci si potrebbe consolare se almeno tutto questo fosse compensato da un eccellente livello di gioco. Poche volte è così. Spesso più il circolo è esclusivo, più si assiste a un vero scempio golfistico – di solito con buona pace di tutti i presenti – mentre le regole e la correttezza vengono triturati dalla presunzione.

Ecco perché il mio golf è altalenante. Mi rincresce ammetterlo, ma giocare in Italia non mi piace.

Ho un sogno: vedere tanti nuovi golfisti italiani di ogni età invadere gioiosamente i nostri campi per dimostrare che anche noi siamo capaci di capire e mettere in pratica l’autentico spirit of the game e non la sua caricatura. In fondo siamo un popolo fantasioso, intelligente e con grandi capacità di adattamento a ogni situazione. Sono le stesse doti che ogni golfista dovrebbe avere.

Se la smettessimo con queste stupide arroganze elitarie ci divertiremmo molto di più, come giocatori o semplici spettatori.

Non è che nel resto del mondo tutto sia perfetto e corretto, per carità. Ma almeno per ora mi devo accontentare, se all’estero incontro in campo una signora che ha dei bei peperoni nella sporta le faccio i complimenti. Oltre che per il suo gioco, di solito splendido, anche per il profumo delle solonacee e non per la sacca griffata.

 


1) Appellativo confidenziale nello slang australiano che si usa con una persona dai capelli rossi.

2) È la “pista” d’erba su cui bisogna far avanzare la pallina con colpi successivi. Parte dal punto in cui si tira il primo colpo e finisce davanti al green.

3) Piazzola finale di ogni buca dove l’erba è tagliata cortissima e liscia come un biliardo. Nel green viene collocata la bandiera dentro a una piccola fossa. Scopo finale del gioco è di mandare lì dentro la pallina.

4) Responsabile dei caddie (persone addette a portare la sacca dei giocatori in campo. Durante una gara sono anche autorizzati a dare consigli, perché di solito sono esperti conoscitori del percorso e bravi giocatori), della sala dove vengono custodite le sacche, della pulizia dei ferri e di altre attività.

5) Terreno del circolo adibito solo all’allenamento e all’insegnamento.

6) Il bastone per tirare il primo colpo che di solito è anche il più lungo.

*Dice di sé.
Dada Montarolo. Se fosse un albero sarebbe un tiglio. Se fosse un colore sarebbe giallo Van Gogh. Se potesse essere qualcun altro vorrebbe essere un artista. Poiché nessuna delle tre cose è possibile, cerca solo di essere se stessa. 

GENE GNOCCHIIl Teatro stabile di Bolzano ha chiesto alla Marini se quest’anno
se la sentiva di fare il “Natale in casa Cupiello”, e lei ha risposto
che il Natale lo passa a casa di Cecchi Gori.
(Da “Il mondo senza un filo di grasso”, 1997)

 

CARMELO BENENon ero (e non sono) ancora mai stato a teatro. Per me il teatro
era solo quello d’opera, il Margherita a Bari, l’Arena a Verona,
a Roma Caracalla, il Politeama di Lecce (…). Il teatro era
cantato. Lo vedevo e soprattutto lo ascoltavo in radio. Ignoravo
il teatro di prosa. E non ho mai più smesso di ignorarlo.(Da “Vita di Carmelo Bene”, 2002)
VITE VISSUTE Marzia Bonolis - Un amore insolito

Un colpo di fulmine e in un attimo capisci che l’uomo che hai davanti è l’uomo della tua vita. Anche se per farlo capire a lui ci vorranno dodici anni…

Marzia Bonolis*

Tutto iniziò quando avevo 14 anni, una piccola donna. I miei genitori e soprattutto mio nonno conosceva la famiglia di Enrico ed avendo questa un albergo, quando mio nonno voleva andare a mangiare fuori, per lui esisteva solo l’hotel dei genitori di Enrico.

Quindi una Pasqua decisero di farla tutti insieme in albergo.

Arrivai in hotel e vidi un ragazzo di 24 anni, bello come il sole che arriva dopo l’inverno, due occhi blu accecante, era in sedia a rotelle a causa di un incidente di moto avvenuto due ani prima. Mi avvicinai e lui mi disse: “Ciao sono Enrico, il figlio del proprietario” e io, sentendo la sua voce ebbi un brivido, ma di quelli belli forti che non ho più riprovato. Gli risposi: “Sono Marzia, per la famiglia Marzietta, e tu sarai il mio sposo e il padre dei miei figli!”.

Lui sbalordito pronunciò queste parole: “Che hai fumato? La conosci la canzone di Dalla telefonami tra 20 anni? Ecco sei una bella ragazzina, sicuramente sarai una bella donna, ma io non sarò mai nella tua vita!”, uno scorpione!

Beh, quel giorno avevo capito di aver trovato il mio uomo, tra miliardi di persone. Ovviamente il primo amore rifiutato crea traumi, a 14 anni poi…

Non mangiavo. Ricordo che mia madre, per spaventarmi, decise di farmi ricoverare; sia lei sia mio padre continuavano a dirmi: “Vedrai come chiedi i bucatini dopo quello che ti daranno in ospedale!”. Ma io tosta sostenevo: “Se Enrico non mi vuole, non mangio più…”. Arrivò il portantino con il pranzo, insieme a un gruppo di psicologi e psichiatri e mi dissero: “Ascolta, nella camera accanto a te c’è un ragazzo disabile, gli abbiamo asportato un rene e non può mangiare, quindi poche storie…”.

Allora esclamai: “Fanculo la privacy, chi è?”, e il dottore mi disse: “Enrico…”, mia madre e mio padre scoppiarono a ridere e io incazzatissima confidai al dottore: “La causa di tutti i miei mali sta proprio nella camera accanto e stanotte dormiremo anche sotto lo stesso tetto”; il dottore mi diede una carezza e mi disse: “Solo una notte, poi torni a casa e mangi”. Glielo promisi e rimasi tutta la notte fuori dalla camera di Enrico: alcune infermiere ridevano altre piangevano dalla tenerezza.

Non mi andava di uscire di casa, mi sentivo brutta quando non lo ero affatto; decisi, allora, di iscrivermi all’alberghiero per avere una cosa in comune con lui (e poi il mio sogno è sempre stato quello di aprire un agriturismo).

Ma lui non mi voleva. Non mi ha voluto per 12 anni. Andavo a trovarlo e lui mi trattava male o faceva finta di lavorare o c’era la fidanzata di turno alla quale non facevo gelosia, ma tenerezza….

È stato orribile, tanto che decisi di andarmene a finire gli studi a Firenze, la mia città natale. Ho completato gli studi ed ho iniziato subito a lavorare in alberghi prestigiosi; ho avuto un amore forte, inteso, romanticissimo durato 2 anni, (un uomo che incontri una volta nella vita, ma sai già che ti farà impazzire: romantico, appunto, ogni giorno una sorpresa; una volta mi ha creato un viale, dal lavoro a casa, fatto di petali di rose e candele, con una caccia al tesoro che arrivava in camera da letto, con lui che mi aspettava. Poi, dopo due anni intensi, lui è voluto andar via, non se la sentiva di tradirmi, ma nello stesso tempo aveva voglia di altre esperienze e quindi tutto finì. Buona vita Massimiliano!), ma Enrico era sempre lì, nel mio cuore, radicato.

Enrico… intanto conviveva con una donna, che amava tantissimo e che avrebbe sposato sicuramente; l’amava sin da bambino, dopo anni si erano ritrovati, ma dopo tre anni di convivenza lei non aveva resistito alle tante rinunce che bisogna fare quando ami un diversamente abile. Lei amava ballare, amava l’America, e gli americani – tutti desideri rispettabili – e, infatti, trovò l’amore, americano, e il suo sogno si realizzò, ma allo stesso tempo aveva devastato e distrutto il cuore di Enrico.

Una sera mi chiamò mia madre al telefono e mi diede la notizia che Enrico e la sua donna si erano lasciati. Attaccai il telefono e corsi in stazione per andare da Enrico. Era a pezzi, ma io entrai e gli feci una bella sceneggiata alla napoletana e gli dissi: “Adesso basta! Lo vuoi capire che sono io la donna della tua vita? Lui mi sorrise, erano passati intanto 12 anni (ed eravamo nel 2000 come dice la canzone di Dalla sopraccitata), mi invitò a cena.

Passammo la notte insieme, ero davvero la donna più felice del mondo: avevo il mio Enrico e la sua disabilità non la vedevo e non la vedo neanche oggi (per la verità l’ho sempre visto in sedia e nelle foto in cui è in piedi per me è un’altra persona, non riesco ad immaginarlo in piedi).

La mattina successiva mi arrivò una telefonata di lavoro, un contratto al casinò a 800 km da Enrico. Innamorata non volevo partire, ma lui, uomo intelligente, capì che c’era in ballo il mio futuro e mi lasciò andare. Ed io andai via (quanto ho sofferto i primi mesi: lavoro nuovo, colleghi strani, io che dormivo in hotel in questo piccolo e magico paesino sul lago, che metteva ancora più malinconia, ma sono forte e ho retto anche questa) alla scoperta del casinò. Dopo sei mesi, quando ormai avevo preso ritmo del casinò, mi arrivò una telefonata; era Enrico che mi diceva: “Sono molto vicino a te…”. Era fuori dal casinò, le gambe mi tremarono e di nuovo quel brivido. Lui non è più tornato a casa, abbiamo scelto una piccola chiesetta su una montagna svizzera e lì, davanti a due testimoni, ci siamo detti sì, per sempre sì (io lo dicevo già da anni). Adesso siamo tornati in Italia. Enrico è in pensione e io mi sbatto per trovare un lavoro. Una cosa il buon Dio non ha previsto ancora dopo 9 anni, un figlio. E allora mi chiedo: ci vorranno ugualmente dodici anni?
*Dice di sé.
Marzia Bonolis. Qualcuno la conosce come una brava massaggiatrice ayurvedica, qualcun altro come un’ex lavoratrice in un casinò carina e simpatica; alcuni come una studentessa di criminologia, altri, infine, come hostess su navi da crociera, grandi alberghi o semplicemente in giro per il mondo. Oggi si considera una “agitatrice culturale” e, con un pizzico di auto-ironia, una discendente di Ulisse! In altri tempi avrebbe fatto l’esploratrice ma ahimè sulla Terra è rimasto ben poco da scoprire. Spirito libero che non crede alle regole, non ama gli schemi, le bandiere, le etichette è sempre pronta a mettersi in discussione, ad ammettere i propri errori e ricominciare da zero. Anche domani se è necessario. 

ALDO GIOVANNI & GIACOMO- Immagino che tu abbia già avuto esperienze di teatro…
– Beh, sì… ho lavorato con Albertazzi…
– Però Albertazzi… il grande Albertazzi… il grande irreprensibile
Albertazzi! Mammamia non sapevo che facesse anche teatro!
(Da “Chiedimi se sono felice”, 2000)

 

PINO CARUSOIl teatro d’avanguardia è il teatro di domani. Il guaio è che te lo
fanno vedere oggi.
STUDIO 254 Alessandro Sanapo - Alma ed Elisabeth, due maschere della stessa Persona

STUDIO 254

In questa sezione ospitiamo articoli, interventi ed interviste di alcuni studenti di Studio 254, l’accademia di spettacolo e comunicazione di Cesare Lanza

ALMA ED ELISABET, DUE MASCHERE DELLA STESSA PERSONA

Nel capolavoro di Ingmar Bergman, riproposto in teatro, il ritratto di due donne, l’una perfetta antitesi dell’altra: un’infermiera, positiva e appagata, un’attrice sempre più schiacciata dall’angoscia di esistere

Alessandro Sanapo*

Nella cornice romana del centro “Harmonia Mundi”, a pochi metri dalle suggestioni del Colosseo, l’associazione culturale “Come in uno specchio” ha di recente portato in scena “Persona”, trasposizione teatrale dell’enigmatica opera cinematografica di Ingmar Bergman. L’adattamento – curato, insieme alla regia, da Rosario Tronnolone – riesce nel difficile compito di mantenere il misterioso fascino della pellicola originaria, finendo per attrarre lo spettatore in un vorticoso viaggio psicologico e introspettivo.

L’intenzione è quella di rispettare in modo piuttosto fedele l’impianto del celebre autore, mettendosi con intelligenza al suo servizio. La trama, apparentemente essenziale, nasconde complessità e ambiguità difficilmente risolvibili in maniera univoca. Nel testo emerge l’impronta tipica di Bergman: il chiaro intento di spiazzare lo spettatore, il voler indurlo a riflessioni ostiche, estreme, che mal si conciliano con delle verità dogmatiche e preconfezionate. Attraverso il dipanarsi della sceneggiatura viene svelato un puzzle psicanalitico composito e controverso, la cui sottile e certosina ricostruzione è necessaria al fine di tendere ad una visione nitida del significato globale dell’opera. In quest’ottica, ogni singola parola pronunciata diventa preziosa e dirimente.

Alma è una giovane infermiera che assume il compito di accudire Elisabet Vogler, una famosa attrice che nel mezzo della rappresentazione dell’Elettra ha smesso improvvisamente di parlare. All’inizio le due protagoniste appaiono come perfetta antitesi l’una dell’altra. Non è solo il profilo socioculturale e professionale a dividerle. L’infermiera ostenta tranquillità e appagamento, una positività un po’ ingenua, un senso di pace ascrivibile a un progetto di vita lineare. Le sue scelte sembrano forse precostituite, ma hanno il vantaggio di evitarle turbamenti. Elisabet è al contrario una donna ormai schiacciata dall’angoscia dell’esistere: quella che per molti altri sarebbe una vita realizzata e desiderabile è divenuta per lei una prigione asfissiante. Nemmeno il rifugio della recitazione è più in grado di alleviare le sue pene.

Di qui il mutismo pervicace. Elisabet non è malata, né nel fisico, né nella psiche; ha deciso deliberatamente di sottrarsi al mondo, finanche rifiutandosi di comunicare con esso. Ella patisce uno struggimento interiore che non trova soluzione: è vittima dell’immagine di sé, che la morale le impone, di una proiezione alla quale sente di non poter venir meno, di un’apparenza che la costringe ad un ruolo costantemente dissonante rispetto alla sua indole.

Quello dell’attrice è un sogno disperato, il tormento di chi vuole essere e non sembrare di essere, di chi si rende conto dell’abisso che separa ciò che si è per gli altri da ciò che si è per se stessi. A diventare insostenibile è proprio il peso della “maschera” pirandelliana, alla quale fa riferimento lo stesso titolo dell’opera attraverso il significato latino del termine “persona”. È messa in scena la problematizzazione della natura umana, eternamente divisa tra il bisogno viscerale di trovare una forma autentica di espressione e la necessità di rappresentarsi in maniera funzionale alle esigenze contingenti. L’idea di mettersi a nudo, con le proprie debolezze, è terrorizzante. E così ogni parola suona falsa, ogni comportamento artefatto.

Stanca di fingere, in scena e nella vita, il silenzio sembra l’unica arma che rimane ad Elisabet per non mentire. Ma la realtà è prepotente. E non è possibile evitare che dei suoi scampoli sfuggano al controllo, s’insinuino e la destabilizzino. Beffardamente, anche quell’ultimo tentativo di eludere qualsiasi ipocrisia, si rivelerà solo una nuova parte da interpretare. Esplicativo l’intervento della dottoressa che l’ha in cura: “Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso. Meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire. Oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, di mostrare un volto finto o fare gesti non voluti. Devi continuare a recitare la tua parte fino in fondo, finché essa non perda interesse, e abbandonarla, così come sei abituata a fare, passando da un ruolo all’altro”.

Nel prosieguo della pièce si fa sempre più chiaro il continuum esistente tra le due donne, come se esse fossero due facce, ovvero due maschere, della medesima persona. Da un lato un ostinato ermetismo quale rifugio consapevole, dall’altro una verbosità, per lungo tempo frenata, che trova finalmente l’agognato ascolto. Si scopriranno essere due differenti reazioni allo stesso mal di vivere. Pur partendo da prospettive opposte, le protagoniste approdano ad un punto di arrivo comune, inteso come profonda e reciproca compenetrazione dei drammi che le accomunano.

Alma subisce in maniera crescente il pericoloso fascino di Elisabet e – con incanto e amorevolezza – si adopera per trovare il modo di inserirsi nella sua estatica meccanicità. Il protervo mutismo dell’attrice viene letto da Alma come tacita comprensione. Da una serie di confessioni e confidenze, emerge una versione inaspettata dell’infermiera: fragile, vulnerabile, inquieta, passionale e combattuta. Una veste inedita che apre definitivamente le porte ad un’istrionica inversione di ruoli. Nella donna si riaffacciano le imperfezioni, i segreti e gli angustianti dubbi repressi dalla razionalità. Punto di snodo nello sviluppo drammaturgico, il momento in cui Alma realizza che la fiducia accordata è stata tradita. In realtà, la scorrettezza della Vogler, così come la sua taciturna reticenza, non rappresenta null’altro che il rifiuto di gettar via l’ennesima maschera, indispensabile ad evitarle i temuti coinvolgimenti emozionali.

Ma quel silenzio è ormai assordante e inaccettabile. Nel sovvertimento prodotto dagli eventi, adesso è l’infermiera a portare su di sé tutto il peso dell’incomunicabilità. In questo quadro rinnovato, dove è lei a ritrovarsi sotto giudizio, s’innesca una chiusura di rimando, resa ben visibile mediante l’espediente scenico degli occhiali da sole: una simbolica forma di protezione, un filtro utile a preservarla. L’attrazione morbosa si tramuta in profonda disillusione e, più tardi, nel delirio e nell’orrore di specchiarsi perfettamente nell’altra, fino ad annullarvisi. Nella parte conclusiva del suo ossessivo monologo, la metamorfosi di Alma diviene completa trasfigurazione nell’alter ego. Un’osmosi significativa, in cui la donna, calandosi integralmente nei panni dell’attrice, riporta quest’ultima alle sue responsabilità, ripercorrendo in parallelo anche le proprie. Sono ora del tutto chiari i rischi e le insidie di quel rapporto, fonte di un amore impossibile, disumano, capace persino di annichilire.

In maniera simmetrica, Elisabet – che in prima battuta ha studiato quella creatura genuina con un distacco e un’irrisione più simulati che reali – si ciba, suo malgrado, della spontaneità di Alma come di una linfa vitale. Un nutrimento di cui diventa cosciente e di cui afferra l’importanza solo sul finale, quando il “vampirismo” da figurato diventa addirittura manifesto. Vittima e carnefice, dopo essersi confuse e mescolate, combaciano fino a non distinguersi più. Emblematica l’unione dei due volti messa in scena dal regista, fedelmente ripresa dalla memorabile sequenza cinematografica.

La riduzione teatrale conserva i tratti della sperimentalità e dell’innovazione che furono propri del film. La regia dimostra di saper calibrare, con coraggio e padronanza stilistica, sapori drammatici, surreali e meta-teatrali. Il sapiente uso delle luci, curate da Luisa Monnet, sottolinea abilmente le oscillazioni e l’evoluzione interiore delle protagoniste. È un iter sofferto quello delle due donne, che vede via via “illuminarsi” le zone più recondite della loro personalità. Sfaccettature conflittuali – e perciò soffocate – ma che affiorano inevitabilmente come parte integrante della loro realtà. Contrasti dell’anima, amplificati – attraverso lo stridore disarmonico degli archi – dalle evocative musiche di Alfred Di Rocco. Il palcoscenico, volutamente scarno, permette di eliminare ogni artificio superfluo e di focalizzarsi primariamente sui personaggi e le relative dinamiche: l’individuo è al centro dell’opera. La coerenza narrativa di scene e costumi (rispettivamente di Serena Clementini e Lucia Costanzo) sembra riprendere i toni del chiaroscuro di Bergman e accompagnare allegoricamente il racconto. Il bianco, metafora del candore di Alma, nella prima parte si distingue con nettezza dal mondo tenebroso dell’attrice. Successivamente si dissolve invece nelle tinte buie e scabrose di quell’intimo universo che l’infermiera – impaurita e sconvolta – ritrova dentro di sé. Ancora una volta la sovrapposizione dei due vissuti si dimostra totale.

Cristina Del Sordo, intensa ed espressiva nella parte di Elisabet, riesce a “toccare segreti, senza parole”, cogliendo il senso intrinseco della sceneggiatura affrontata. Così come Miriam Spera, che – nel ruolo di Alma – mantiene costante la tensione scenica, portando avanti un inarrestabile monologo in cui ha modo di mostrare tutto il suo straordinario talento. Convincente, nelle vesti della dottoressa, Carolina Zaccarini, la quale funge quasi da deus ex machina, come fosse un narratore esterno che aiuta lo spettatore a districarsi nei misteri dell’anima.

E proprio della dottoressa è la chiosa finale: “Penso sia necessario essere profondamente infantili per avere la forza di essere artisti in un’epoca come la nostra”. Un sigillo che conferma la possibilità di leggere “Persona” anche come una considerazione sulla funzione dell’arte. Una chiave interpretativa meta-teatrale, alternativa a quella universale, che – partendo dall’annoso dilemma del vivere la vita o recitarla – ci parla della finzione come mera sopravvivenza e rimanda alla purezza puerile come unico lasciapassare per la vita vera. Alma, che all’inizio riconosce l’importanza dell’arte recitativa – soprattutto per chi non sa affrontare da solo i suoi problemi – finirà invece, a causa di Elisabet, per diffidare di essa, ritenendola distante dai comuni mortali, e quindi dalla cruda realtà. Viene subito alla mente l’ammonimento di Albert Camus che parlava della necessità per l’artista di non astrarsi né dalla bellezza né dalla società. E di quanto sia fondamentale il contatto con il pubblico e la materia. È il teatro che parla del teatro. Il teatro come illusione e inganno. Il teatro che si autoanalizza dall’esterno, come risulta evidente quando la protagonista scende dal palco per diventare lei stessa spettatrice.

Ma il teatro è anche un modo per protendersi verso il trascendente. Come in molti dei suoi lavori, Bergman non tralascia la problematica religiosa. Il silenzio, che incombe perenne, sembrerebbe lasciare aperte le porte sia alle ragioni del dubbio sia a quelle della fede. Il tema del bambino respinto incarna però la difficile relazione tra il divino e l’umano, ovvero un rapporto di amore-odio dal quale scaturisce il drammatico isolamento metempirico dell’individuo. Il travaglio e l’inquietudine sono a questo punto conseguenze prevedibili.

La questione esistenziale rimane il tema cardine dell’opera. Ad essa si ricollega la poetica del nulla, una visione filosofica proposta in modo ricorrente dal regista svedese. E che nella fattispecie si materializza nel terrore dell’uomo quando egli scopre come il vuoto alberghi inesorabilmente in sé. Sotto questo profilo, si comprende meglio il concetto stesso di maschera: il volto è la persona, ma al contempo la sua negazione, il nulla. E non è casuale se, dopo che tutto è stato detto, sarà proprio “nulla” la prima parola che Elisabet tornerà a pronunciare. L’attrice ripartirà esattamente dalla vacuità nella quale è sprofondata, da quell’azzeramento dell’etica che ha costituito la premessa per la fuga dai suoi limiti.

L’affannosa ricerca della verità non può avere l’esito sperato. All’infermiera, che ha trovato la forza di mostrare senza veli la sua parte più torbida, è affidato il compito di indicare una possibile via d’uscita. A differenza della Vogler – che fa dello scherno e dell’austerità una disperata barriera tra lei e lo spazio circostante – Alma “vuole amare”, in primis la vita, venendo a patti con le sue manchevolezze. L’accettazione dell’imperfezione, del fallimento e del dolore si rivela una scelta salvifica. In ogni caso, il ruolo rimane uno strumento sociale ineluttabile, anche se non sarà mai in grado di raccontarci integralmente. L’essenza intima del testo rappresentato è allora rintracciabile nello sfogo più lucido di Alma: “È veramente importante non mentire, dire la verità e trovare sempre le parole giuste? Si può vivere senza parlare per non dire nulla? Si può mentire trovando delle spregevoli scuse? Non sarebbe meglio abbandonarsi alla pigrizia, all’ipocrisia? Forse… si diventerebbe persino migliori se ci si accontentasse di essere come si è”.
*Dice di sé.
Alessandro Sanapo. È in piena autoanalisi. Appena ne sarà venuto a capo, vi farà sapere… 

GIGI PROIETTIRingraziamo Iddio, noi attori, che abbiamo il privilegio
di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte,
che nel teatro si replica tutte le sere.
(Da “Dizionario degli attori: gli attori del nostro tempo”, 2005)
Donato Moscati - I bisogni di un Paese normale e la responsabilità di far ridere

Pasquale Plastino, autore di molti film di successo, fa il punto sulla situazione italiana, soprattutto sul cinema: racconta della sua collaborazione con Carlo Verdone, della sua vita e di una storia da portare sul grande schermo

Donato Moscati*

E’ uno degli sceneggiatori più affermati in Italia. Da regista teatrale si ritrova, grazie all’incontro con Carlo Verdone, nel mondo del cinema. Prima come aiuto regista, poi come sceneggiatore.

Suoi film come “Sono pazzo di Iris Blond” (1996), “Gallo Cedrone” (1998) “La cura del gorilla” (2005), “Il mio miglior nemico” (2006) , “Grande, grosso e Verdone” (2008) e “Io, loro e Lara” nelle sale a gennaio 2010.

Nel suo curriculum anche l’esperienza con Bernardo Bertolucci in “Io ballo da sola” (1996) come aiuto regista. Nel 2003 ha avuto la candidatura come miglior sceneggiatura ai David di Donatello e come miglior soggetto ai Nastri d’argento per il film “Ma che colpa abbiamo noi”.

Nel 2006 la nomination, sempre ai David, come miglior sceneggiatura per “Il mio miglior nemico”.

 

Dove sei nato e cresciuto?

 

“Sono nato a Rionero in Vulture, lo stesso paese che ha dato i natali a Beniamino Placido. Quindi sono lucano di origine. È una regione bellissima, che gli italiani non conoscono e che spero conoscano il più tardi possibile, perché nel momento in cui le cose belle vengono scoperte vengono rovinate come hanno fatto in Puglia, nel Salento”.

Non mi sembra tu abbia una buona opinione degli italiani…

 

“Noi italiani siamo un popolo meraviglioso. Molto creativi, molto bravi… siamo molto tutto, ma abbiamo il problema che non riusciamo a darci e a rispettare le regole, forse per la nostra storia. Il nostro destino, credo, sia quello di rimanere regionalisti, campanilisti. Tutto questo si riflette anche nella politica: il problema non credo sia Berlusconi, quanto il sistema Berlusconi, che ha formato una generazione e per “smaltire” una generazione ci vorranno 2550 anni. In questo momento metà dell’Italia è come anestetizzata”.

 

Non credi che il problema è che non ci siano alternative?

 

“Beh su questo mi trovi d’accordo. L’alternativa dovrebbe essere rappresentata da un pensiero spostato a sinistra, verso l’egualitarismo, verso i diritti e i doveri per tutti, ma non ci sono personaggi politici che riescono ad avere carisma. Non è un problema solo italiano. Adesso il mondo si unifica solo pensando ad Obama, che incarna il desiderio, non solo americano, di avere un leader di quel genere, che faccia anche un po’ sognare. Lui riesce a rappresentare la voglia di cambiare”.

 

È dovuto anche a questo malessere la scelta di trasferirsi da Roma a Berlino?

 

“Avevo bisogno di una città normale. Non che Berlino sia straordinaria, ma quando dico normale voglio dire che funziona. In Italia, a Roma soprattutto, viviamo in uno stato di eccezionalità perenne. Siamo anormali perché non riusciamo a far funzionare niente con le regole.

Qualche esempio? Qui dovevo aprire un conto in banca e già pensavo a chiedere qualche raccomandazione, come avviene in Italia. Sono entrato nella banca più vicina a casa, mi hanno fatto sedere ad una scrivania, senza il bisogno di vetri come se fossimo triglie in un acquario. Dopo un quarto d’ora sono uscito dalla banca con il numero di conto e la carta di credito tedesca. È bello anche uscire in bicicletta, non prendi la macchina e di conseguenza la città non è inquinata… è tutto un circolo virtuoso.

Il nazismo qui è una cosa seria. Non si può nominare perché rischi la galera. Hanno affrontato la questione del nazismo con un tale senso di colpa ed una tale serietà che non ti puoi permettere di scherzare su certe cose. Noi in Italia abbiamo i calendari sul fascismo”.

 

Ti sento molto arrabbiato con il nostro Paese…

 

“È una rabbia che ho anche con me stesso, perché alla fine non siamo in grado di fare niente. Ci avevamo provato con la protesta dei girotondi, però poi l’abbiamo fatta svanire nel nulla perché ognuno, non so se per alibi, doveva tornare alle proprie occupazioni. Nessuno giustamente voleva fare il politico ed è finita così”.

 

Tutto questo come si ripercuote nel tuo lavoro?

 

“Più che parlare nel mio lavoro direi di come si ripercuote nel nostro cinema…”.

 

Anche di questo volevo parlare… Nelle settimane passate molti artisti sono scesi in piazza per protestare contro i tagli del Governo al Fus, Fondo unico per lo spettacolo.

È emergenza spettacolo, come diceva uno degli slogan della manifestazione?

 

“Più che spettacolo è emergenza cultura. Perché il nostro è un Paese dove non si è mai dato gran peso alla cultura, come avviene in Francia o in Inghilterra. Poi con questo Governo conta meno di zero. Tutto ciò che è cultura è la base su cui un Paese costruisce il proprio futuro. Il nostro è un Paese per vecchi! Se sei giovane è meglio che ti ammazzi subito”.

 

È un consiglio?

 

“No! Però capisco quanto tutto possa essere scoraggiante per un giovane. Ricordo che era così quando avevo 20 anni, allora c’erano i soti. Se hai un reale talento e la voglia di arrivare la strada la trovi, anche se è molto difficile.

Dicevamo… come tutto ciò si ripercuote nel mio lavoro? Ho la fortuna di lavorare con un comico abbastanza particolare, che amo definire realista. Uno che osserva la realtà e la riporta al cinema mostrandone i tic e i piccoli difetti. Il lavoro che cerchiamo di fare con Carlo Verdone è di spostare la nostra rabbia o il nostro disappunto su come vanno certe cose nei caratteri di alcuni personaggi delle storie. Fermo restando che la commedia ha delle strutture e delle regole ferree che non si possono toccare altrimenti perderebbe di interesse”.

 

Molto spesso estremizzate l’aspetto psicologico o terapeutico, come ad esempio nel film “Ma che colpa abbiamo noi”.

 

“Ma che colpa abbiamo noi” nasce da un mio fatto privato. Dalla mia crisi dei 40 anni. Io che ho sempre detestato l’analisi, mi convinco di andare a vedere se poteva aiutarmi. Avevo una sfilza di numeri di telefono di analisti consigliati dai miei amici; prima di affidarmi a qualcuno volevo parlarci per essere più sicuro nella scelta.

Il primo che vidi, dietro consiglio di un mio caro amico, era figlio di un grande analista e non mi piacque per niente perché mi sembrava il luogo comune dell’analista. Un mese e mezzo dopo su “Il Messaggero” leggo che si era suicidato con un sacchetto di plastica.

Quando ho letto la notizia sono scoppiato a ridere, pensando che in quel momento sarei potuto essere in cura da lui. Dicevo a Carlo: “…immagina i pazienti! Magari gli dicono che l’appuntamento è saltato perché l’analista si è suicidato…”. Da qui decidemmo di affrontare il tema dell’analisi e di estremizzare il fatto facendo morire l’analista all’inizio del film. Gli americani ne vorrebbero fare il remake perché a loro piace l’idea iniziale di questa terapia di gruppo con l’analista morta e nessuno che se ne accorge”.

 

Abbiamo parlato molto di Carlo Verdone, come nasce la collaborazione con lui?

 

“Sono stato un giovane regista teatrale. Ad un certo punto della mia vita ho avuto una forte crisi con il teatro ed ho conosciuto Carlo grazie alla mia amica Francesca Marciano, l’altra sceneggiatrice che con Verdone stava scrivendo “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”. A Carlo piacquero molto le osservazioni che facevo a livello amichevole.

Successivamente mi chiese se avevo voglia di fargli da aiuto regista nel film “Al lupo al lupo”, accettai e da là nacque una bella intesa proseguita anche in “Perdiamoci di vista” e “Viaggi di nozze”. Sul set spesso con Carlo si aggiustavano anche i dialoghi, c’era una grande sintonia e stima, allora mi propose di scrivere con lui e Francesca “Sono pazzo di Iris Blond”, da quel momento nasce la collaborazione come sceneggiatore. Con mia gioia perché non sopportavo il set, mentre la scrittura è la cosa che, dopo il teatro, mi entusiasma di più”.

 

Dell’esperienza di aiuto regista di Bertolucci nel film “Io ballo da sola” che mi dici?

 

“Ti dico una cosa incredibile della mia vita, di me ragazzo della Basilicata, di una famiglia benestante di origine borghese, ma dove non aleggiava l’alta cultura. Quando ero adolescente non puoi immaginare l’impatto che ha avuto su di me “Ultimo tango a Parigi”, un film che non avrei potuto vedere e se ti devo dire la verità che allora neanche capii. Rimasi, però, folgorato da Marlon Brando e da questo sesso strano. Bertolucci è sempre stato un mio mito, lui e una serie di altri personaggi sono stati il mio punto di riferimento.

La cosa incredibile è che tutti questi personaggi che hanno animato le mie fantasie di ragazzo meridionale li ho conosciuti, ho lavorato con loro e sono diventati miei amici. Per questo dico sempre che, da questo punto di vista, la mia vita è stata straordinaria. Negli anni ’80 ho avuto il piacere di conoscere Leonard Bernstein, il grande direttore d’orchestra, sono diventato suo amico ed andando a casa sua sul suo pianoforte a coda ho visto la mia foto accanto a quella di John Fitzgerald Kennedy, sono quelle situazioni della vita singolari.

Con Bernardo Bertolucci c’è un rapporto d’amicizia, lo conosco dai tempi in cui lavorava a “Un tè nel deserto”. Anche con lui si è instaurato un rapporto di stima nel corso degli anni. Mi chiese di fare l’aiuto regista per “Io ballo da sola”. Grazie a lui ho fatto casting a New York e Los Angeles e sono potuto entrare nel circuito del cinema internazionale, un’esperienza importante. Per me Bernardo rimane uno degli amici più cari, ed è bello conservarne la stima e l’affetto. Ho notato che le persone che hanno un certo tipo di successo sono quelle più serie, come ad esempio l’amico Nanni Moretti”.

 

Ci si domanda spesso perché i film italiani non abbiano più appeal sul mercato estero. Monicelli ha anche affermato che spesso le trame sono incomprensibili; qual è secondo te la ragione e c’è una soluzione?

 

“In qualche modo quello che dice Monicelli è giusto, sono incomprensibili perché forse non vogliamo scrivere delle storie che necessitano di essere lette. Dagli anni ’80 in poi ci siamo rifugiati in una specie di professionismo da autore. I nostri registi sono diventati tutti autori, ma non è vero che tutti sanno scrivere. Ci siamo ritrovati con tutta una generazione di registi che volevano raccontare i propri brufoli, e dei loro brufoli non gliene frega a nessuno oltre l’orticello di casa nostra.

Ecco che quando arriva un film come “Gomorra” di Matteo Garrone si aprono le porte dell’estero, perché quella storia, che è profondamente legata all’Italia, acquista, attraverso il talento visionario del regista e la grande inchiesta fatta da un signore come Saviano, una dimensione internazionale. Si ritorna finalmente a parlare di cose comprensibili nel mondo, pur essendo un film in stretto napoletano che neanche gli italiani capiscono. Dovremmo tornare a fare più film motivati. Un altro esempio di un piccolo film, che con una brutta distribuzione e poche copie ha avuto un buon successo all’estero è “Cover Boy” di Carmine Amoroso”.

 

Quali talenti vedi nel futuro del cinema?

 

“Mi piace l’idea che ci sia un movimento che in America si chiamerebbe di “Indipendenti”, che sfruttano la tecnica documentaristica, fanno dei film con delle tematiche spesso scomode e a bassissimo costo.

Il problema è la distribuzione, perché questi film non li vede nessuno e qui si ritorna ai tagli. Senza soldi non si costruirà un futuro per i giovani talenti che hanno anche bisogno di sbagliare e di sperimentare, come succede in Francia dove si ha questa possibilità. Con i tagli che ci saranno, sembra si riusciranno a realizzare massimo 10 film che per un Paese come il nostro sono niente. Anche in Portogallo credo ne facciano di più”.

 

Se c’è, cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto questo lavoro?

 

“Non mi ha tolto nulla ed è un lavoro bellissimo perché vieni pagato per inventare delle storie in cui se ti va bene riesci ad aprire delle finestre per entrare in un mondo di emozioni, di tematiche e di realtà sconosciute. E per emozioni non intendo solo far piangere, ma anche far ridere; strappare la lacrima è facile, scrivere il copione di “A qualcuno piace caldo” è una delle cose più difficili al mondo perché è un copione perfetto.

Vedere la gente che ride, che si distrae e che spesso si commuove anche ridendo è una delle cose importanti che l’arte possa regalarti. Se vedo “Il monello” di Charlie Chaplin piango come una fontana e sono felice di piangere perché è una cosa che mi purifica. È una bella responsabilità per chi scrive e anche una bella soddisfazione”.

 

Un consiglio che vorresti dare ai ragazzi che vogliono muovere i primi passi nel cinema?

 

“Studiare molto. Quando dico studiare non intendo la cosa noiosa dei libri. Ne approfitto per aprire una parentesi e lanciare un atto d’accusa anche ai grandi registi: nel cinema italiano troppo spesso c’è una totale ignoranza. Non c’è una preparazione a 360 gradi, non si sa nulla di arte contemporanea, di architettura, di moda, di design, di danza, di letteratura, di lirica…. L’artista contemporaneo non deve essere settoriale, ma deve sapere tutto. Quello che consiglio ad un giovane che adesso ha dei mezzi illimitati, grazie anche ad internet, è di non tralasciare nessun aspetto e di non fermarsi alla superficie, ma di andare dentro le cose. Quindi lo studio come approfondimento”.

 

La prossima storia che vorresti raccontare?

 

“Ti racconto l’antefatto. Il venerdì pomeriggio a casa mia viene la persona delle pulizie che mi costringe ogni volta ad uscire perché deve pulire, quindi ho l’abitudine di andare al cinema. Tre o quattro anni fa c’era la riedizione di “Guerre Stellari”: decido di andarlo a vedere al cinema Reale a Roma. Sala completamente vuota. Si spegne la luce, durante i trailer vedo entrare le sagome di un uomo, una donna ed una bambina che si vengono a sedere accanto a me con una poltrona di distanza.

Inizia il film con le scritte che narrano del conflitto tra le forze del bene e del male. Sento, nel buio della sala, la voce di questo papà meraviglioso che traduce e rende più comprensibile alla bambina cosa sta vedendo. Rimango particolarmente colpito da questo padre che spiega amorevolmente alla figlia il film.

Fine primo tempo. Si accendono le luci e mi accorgo che seduti accanto a me c’erano Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e la loro bambina. Sono rimasto tramortito sulla sedia.

Era meraviglioso lui mentre parlava del bene e del male alla bambina. Ho pensato che questa figlia lo adorerà questo padre perché sicuramente è adorabile. Ma quando saprà chi sono i genitori e le dovranno raccontare tutta la verità? Questa è la storia che mi piacerebbe raccontare”.
*Dice di sé.
Donato Moscati. Semplicemente un cassiere di supermercato, curioso per natura, che riesce a stupirsi delle storie quotidiane che gli passano davanti… per questo decide di raccontarle. 

ANNA OXASe devo andare via l’ora più giusta è adesso,

un filo di poesia s’innalzerà lo stesso

nel teatro vuoto della mente mia

leggo nei miei passi un po’ di nostalgia, quante altre volte io ci

morirò quante altre volte ci rinascerò

nel teatro vuoto della mente mia.

(Da “Se devo andare via”, di Fossati – Cini – De Natale)


Paolo Gambi - La guerra dei sessi

Uomini ridotti a zerbini, mammi o viveur. Oggi, come non mai, risulta necessario un risveglio dell’orgoglio maschile

Paolo Gambi*

Diciamolo con chiarezza: alla fine le ideologie falliscono tutte. Crollano sonoramente lasciando alla storia solo le proprie rovine. Ma ce n’è una, fra le ideologie, che ha lasciato scorie particolarmente radioattive incastrate fra le nostre sinapsi: il femminismo. Quel sistema di pensiero che violentando la realtà, la storia e pure il buon senso voleva – o vuole – affermare che gli uomini e le donne sono o almeno debbano diventare uguali, con tutto ciò che ne consegue.

Grazie al cielo nonostante i fumi di questa ideologia abbiano avvolto il mondo, l’uomo e la donna hanno mantenuto ciascuno la propria anatomia, e, come da millenni a questa parte, continuano a relazionarsi gli uni con le altre.

Più o meno. Fallita però l’ideologia femminista, crollati i suoi miti e profanati i suoi tabù, resta un “ma” che segna il confine fra una ipotetica società equilibrata del pre-femminismo ed un effettivo schizofrenico disordine del post, un “ma” che impedisce un equilibrato e sereno rapporto fra i sessi.

E questo “ma” sta nel fatto che in molti, in troppi, non hanno capito che il femminismo è fallito, e si trovano nella mente il suo dogma: gli uomini e le donne sono uguali. E inutile è dire che quanto un uomo e un donna siano diversi lo sa chiunque abbia avuto la ventura di vederli nudi. Eppure proprio perché questa convinzione è spesso inconsapevolmente radicata in molti di noi, vediamo il suo riverbero luccicare nella superficie della società.

“Pari diritti!” si esclama fra il volgo. “Pari opportunità” fa eco la politica. Ma questa improbabile uguaglianza, le vacue parole sui pari diritti e le pari opportunità, camuffano un’altra realtà: le donne vogliono sostituirsi agli uomini. Guardiamoci intorno: le persone non si sposano più, e quando lo fanno riescono a sopportarsi a malapena per qualche breve luna. Perché? Molto semplice: le donne vogliono fare gli uomini. Altro che parità, le donne vogliono semplicemente comandare. Anche perché chi ha mai visto una società in cui si comanda in due?

Quando si fa una rivoluzione altro non si fa che cambiare il nome –in questo caso il sesso – del tiranno. Anche nella famiglia. Prima comandavano i maschi. Ora comandano le femmine. Con uno stravolgimento generale dell’intera società dato dal fatto che la razionalità femminile, se così la si vuol chiamare, non è quella maschile. E qui il discorso porterebbe lontano. Volgiamolo invece su un altro punto: di fronte a questo ritorno al potere femminile, al “matriarcato” delle ere preistoriche, l’uomo sta lentamente maturando diversi atteggiamenti.

1) Il primo, forse il più comune, è un fenomeno che nessun sociologo ha ancora avuto il coraggio di definire “zerbinizzazione”. Il maschio diventa uno stuoino su cui la lunatica irrazionalità della femmina può pulirsi i tacchi senza chiedere il permesso.

Maschi disinnescati, privati della propria identità, subiscono innaturalmente l’inversione dei ruoli nel contesto familiare e sociale. Lasciano che sia la donna a fare carriera, con la conseguenza che quando lei torna a casa la sera, stanca e frustrata mille volte più di qualunque uomo in carriera – chiunque l’ha provato lo sa molto bene – lui diventa l’oggetto su cui sfogare le femminili frustrazioni.

Questi uomini che hanno in testa l’illusione che “bisogna condividere le responsabilità” finiscono per abbandonare la propria carriera – e la propria natura di cacciatori – per cambiare i pannolini al pupo. Mentre la moglie diventa direttrice di banca e se la spassa con le amiche in giro per locali.

“Mammi” che spingono carrozzine e donne che vomitano dalla bocca parolacce e fumo astioso: è l’immagine dell’oggi. E dell’inversione dei ruoli questi maschi sono vittime e complici insieme. Qualche femminista obietterà: “una volta erano i maschi a fare questo!”. Sì. Ma proprio perché sono diversi tutto assumeva altri significati.

2) Il secondo atteggiamento che l’uomo ha elaborato è quello dell’accontentarsi. Parliamo dei viveur che non accettano l’universo femminile contemporaneo e scelgono di viverlo solo nel suo aspetto più immediato: non essendoci più donne formate ed educate per essere mogli e madri, si accontentano di limitare il proprio rapporto con le donne al mero aspetto dionisiaco. Nell’era dei preservativi, di internet e del sesso libero si concedono alle donne solo per performance sessuali o erotiche, evitando in ogni modo di frequentarle fuori dal letto, se non per portarcele. È una profonda forma di misoginia diffusa, naturale conseguenza della maschilizzazione delle donne, propria di chi non accetta di sottomettersi al potere femminile. Una condanna alla solitudine degli affetti. Anche se a pancia piena la si sente meno.

3) L’altro atteggiamento che l’uomo ha maturato di fronte alle donne è invece quello del’orgoglio. Di fronte alla dissoluzione dell’”altra da sé” l’uomo si è trovato costretto a ritornare alla primordialità, ad esplorare la differenza che lo separa dalla donna e comprenderla appieno. E così è l’uomo oggi – e non la donna – a rendersi conto veramente della grandezza dell’identità femminile quando si fonda sul suo immenso potere creativo, il potere di partecipare alla creazione tramite la maternità.

L’uomo che ritrovando l’orgoglio della propria diversità vede il cuore pulsante dell’identità femminile nella maternità fa due cose insieme: dà una risposta alle nuove generazioni di ragazze che consapevolmente o no vivono con disagio nella società forgiata dal femminismo, ed insieme affermano con forza la propria cifra identitaria: la razionalità. Quell’attitudine prettamente maschile che nei millenni ha consentito di creare il diritto per regolare i conflitti, il mercato per regolare i rapporti economici, e la famiglia per contenere gli affetti.

Tre istituti frutto della razionalità maschile che rischiano di scomparire nella forma in cui li abbiamo conosciuti, schiacciati dalla nuova razionalità che sta prendendo le redini del mondo, quella femminile, quella matriarcale.

Quella che l’uomo aveva superato millenni e millenni fa, lasciandosi alle spalle una società fondata sull’arbitrio. Ecco perché oggi come non mai questo risveglio dell’orgoglio maschile risulta necessario.

Su tutto questo continua comunque ad aleggiare la necessità di una presa di coscienza da parte di entrambi i sessi della necessità di declinare la propria identità nella contemporaneità, in un contesto cioè postmodernamente “liquido”, che costringe una flessibilità ed una attitudine al cambiamento senza eguali nella storia.

Ma questo non può non tenere fermi i punti cardine delle identità sessuali intorno a cui ruota la propria scoperta “di genere”: attitudine alla creativa maternità da un lato, razionalità dall’altro.
*Dice di sé.
Paolo Gambi. Fa propria la definizione che ha partorito per lui Cesare Lanza “tipica personalità provinciale dal nobile stile felliniano”. Scrittore prestato al giornalismo (nove libri all’attivo) e alla vita catodica nelle tv locali, alterna momenti di razionalità nel bel vivere romagnolo con attimi di follia in giro per il mondo. Penna del giornalismo britannico (prima al “Financial Times”, ora a “The Catholic Herald”) è da anni editorialista de “La Voce di Romagna”. In perpetua attesa che un giornale nazionale lo chiami a dirigere una redazione milanese o romana. Ma solo per il gusto di poter rispondere: “No grazie”. 

PETER USTINOV
A teatro, di solito, il fascino sono venti ballerine in fila che fanno
tutte la stessa cosa. Si presume che venti donne siano
più affascinanti che una.

 

 

EDUARDO DE FILIPPO

Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in
palcoscenico a recitare… è stata tutta una vita di sacrifici.
E di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto!
(Da “Taormina in arte”, 1984)

SCIENZA Tiziana Stallone - Dimagrire? Ecco il segreto per riuscirci

Riflettere, lavorare sui dettagli, fare ordine, frazionare, combinare. E poi ancora varietà, gratificazione, qualità, cibi funzionali e pasti liberi: queste le regole d’oro per riuscire a perdere peso

Tiziana Stallone*

“Al mattino si sentiva straordinariamente leggera. E per giunta aveva perso un altro chilo. Sotto la doccia sghignazzò addirittura al pensiero di quello che avrebbe raccontato a Jane a pranzo sulla sua scoperta. Un metodo infallibile per perdere peso. Pagate qualcuno per avere una relazione con vostro marito, e perderete sei chili in quindici giorni, garantito. Oppure riavrete indietro vostro marito o i vostri soldi (1)”.

 

La pena d’amore è un modo infallibile per perdere peso.

Più volte mi sono pronunciata sull’inutilità in sé del metodo per dimagrire, ovvero di quel protocollo standardizzato che si vorrebbe incollare addosso al malcapitato in sovrappeso, senza sondarne le esigenze, senza comprenderne i gusti e le difficoltà.

Il mal d’amore, però, è un metodo anti-fame efficacissimo, che fa eccezione, perché ti gela all’improvviso, quando sei impreparato, indifeso e ti colpisce come un cazzotto nello stomaco. Dopo la delusione d’amore, c’è solo nausea, disgusto, acidità, e il cibo diviene inutile e il suo sapore si fa ributtante. L’ora dei pasti è temibile e angosciosa, soprattutto se condivisa con chi quelle pene d’amore le procura. Si manda giù un boccone, mentre la defatigante lotta tra il dubbio logorante e la fiducia che si vorrebbe continuare a riporre in chi ancora si ama, ci spreme, ci contorce lo stomaco rendendolo inservibile. Quando si soffre per amore, non esistono i morsi della fame, si rimane forti anche senza cibo. Nessun calo ipoglicemico, né cedimenti.

Chi, purtroppo, ha dolorosamente sofferto di mal d’amore o di qualsiasi altro motivo che toglie improvvisamente l’appetito, ha potuto accostarsi empiricamente alla prima regola da seguire per riuscire a perdere peso: mangiare di meno. Per dimagrire bisogna, semplicemente, banalmente partire con il ridurre le calorie in entrata.

Non augurerei nemmeno al mio peggior nemico le suddette pene in sostituzione della dieta, ma questo esempio di diminuito interesse verso il cibo, mi auguro possa allontanare il lettore intenzionato a dimagrire da tutte le frequenti giustificazioni (spesso infondate) che si trovano per il proprio stato di sovrappeso, solo per citarne alcune: il metabolismo lento, le disfunzioni della tiroide, una presunta intolleranza a qualche alimento che, inspiegabilmente e contro ogni logica, dovrebbe far assimilare di più e, quindi, ingrassare.

Seppur sia doveroso ricercare le possibili cause organiche che possano aver causato un aumento di peso, i dismetabolismi primari (cioè patologie che possono far ingrassare), si riscontrano in meno dell’1-2% degli obesi.

La causa di obesità più frequente è uno squilibrio tra le entrate (cibo in eccesso) e le uscite (scarso movimento e sedentarietà) da cui scaturisce un bilancio positivo, che provoca l’accumulo di grasso.

Basta soffermarsi e riflettere su come il nostro stile di vita sia mutato radicalmente dal dopoguerra ad oggi. I frigoriferi sono pieni, i supermercati, i bar, i ristoranti sono ricchi di alimenti ipercalorici, gelaterie e pizzerie aprono ovunque, il dolce non è solo la prerogativa della domenica e i banchetti luculliani non coincidono più con le sole festività, al contrario, le occasioni di convivio e gli eccessi alimentari sono sempre più numerosi. Si pranza nei bar, si consumano cene d’affari e colazioni di lavoro, si rientra a casa la sera con il cartone di pizza, ci si consola con la cioccolata e si guarda un film con le mani immerse in un pacchetto di patatine.

Fino ai primi del novecento la storia dell’uomo è stata, invece, segnata dalla fame, dalle carestie, dagli stati carenziali e dalle pandemie. Oggi dobbiamo fronteggiare l’abbondanza, ma con ancora la mentalità della fame.

A tal proposito, lo storico Massimo Montanari in “Il cibo come cultura” riflettendo sull’impennata dell’obesità, si esprime così: “Il nodo del problema sembra essere la divaricazione tra sviluppo economico ed elaborazione culturale. Ci si muove nell’età dell’abbondanza, con un’attrezzatura mentale costruita per il mondo della fame. La nostra cultura è storicamente segnata dalla paura della fame e dal desiderio di mangiare molto”.

Per dimagrire, non si può, dunque, prescindere dal mangiare di meno. Bisogna farsene una ragione.

 

“Quel giorno, non so proprio perché decisi di andare a correre un po’, perciò corsi fino alla fine della strada, e una volta lì pensai di correre fino la fine della città, pensai di correre attraverso la contea di Greenbow, poi mi dissi, visto che sono arrivato fino a qui tanto vale correre attraverso il bellissimo stato dell’Alabama, e cosi feci. Corsi fino all’oceano e, una volta lì, mi dissi, visto che sono arrivato fino a qui, tanto vale girarmi e continuare a correre, quando arrivai a un altro oceano, mi dissi, visto che sono arrivato fino a qui, tanto vale girare di nuovo e continuare a correre; quando ero stanco dormivo, quando avevo fame mangiavo, quando dovevo fare… insomma, la facevo!(2)”.

 

Se un nostro trisavolo, in un ipotetico salto temporale, avesse potuto osservarci, sarebbe rimasto basito dall’istigazione all’immobilità dei nostri giorni: lavatrici, aspirapolvere, ascensori, vetri elettrici, scale mobili, mezzi di trasporto, televisioni, telecomandi, playstation, computer, ipermercati dove, con un unico viaggio, e in pochi metri, si trova tutto. Persino le biciclette sono divenute elettriche.

L’uomo, tuttavia, si è evoluto per correre ed ha corso e sudato per milioni di anni: per ricercare il cibo, per fuggire dai suoi predatori.

La corsa rappresenta un’azione talmente radicata e naturale, che anche il nostro sistema neuroendocrino è in grado di indurla automaticamente, attraverso la “reazione di attacco e fuga”, mediata dall’adrenalina. Di fronte a un pericolo, il sangue affluisce maggiormente ai muscoli, si libera glucosio, aumenta il battito cardiaco, in questo modo siamo in grado di correre con maggiore velocità e potenza. Oggi, che i pericoli sono divenuti più concettuali che fisici, come ad esempio un esame, una situazione che ci procura imbarazzo, un discorso pubblico, l’ancestrale “reazione di attacco e fuga” rimane immutata. Tuttavia, le palpitazioni, il pallore del volto che a questa conseguono, la sudorazione fredda, il tremore delle mani, delle gambe, non potendosi risolvere e dissolvere in una corsa liberatrice, possono destare preoccupazione e scatenare il panico.

È intuitivo che questa nostra ridotta attività fisica, contribuisca allo sbilancio tra le entrate e le uscite energetiche nel nostro organismo, favorendo la deposizione di grasso. Pertanto l’immobilità e l’abbondanza sinergizzano nel promuovere l’obesità.

Da questo discorso ne scaturisce la seconda, importante regola per perdere peso: muoversi, condurre uno stile di vita attivo. In ogni momento della giornata possiamo compiere delle scelte di movimento, che possono incidere significamene sul nostro bilancio energetico. Fare le scale, andare a lavoro a piedi, passeggiare con il nostro cane, con i nostri figli, camminare in centro, piuttosto che chiudersi in casa, non sono un mantra che i nutrizionisti sono soliti ripetere nelle trasmissioni radiofoniche e televisive, o una frase di rito copiata e incollata dai giornali che raccontano di salute, ma un concreto attacco all’obesità.

Lo sport, oltre che agire come un potente antiadiposo (brucia energia, togliendola ai grassi di deposito) è anche un attivatore metabolico (promuove la deposizione di muscolo, tessuto metabolicamente attivo), esso è un prezioso alleato del benessere psichico prima ancora che fisico, in età evolutiva, ma anche e soprattutto quando si riesce a praticare in età adulta. Fare sport o semplicemente muoversi ci procura in primis la soddisfazione e il piacere di essere riusciti a fare qualcosa di buono per noi stessi, e poi, anche grazie alle endorfine liberate all’attività fisica, ci si sente meglio, ci si vede meglio, e si ritrovano gli stimoli per fare di più.

Su quale sport consigliare per dimagrire con maggiore efficacia, il buonsenso mi suggerisce: quello che piace di più. Camminare, correre, andare in bicicletta, ballare, giocare a tennis, qualsiasi cosa purché il fisico lo consenta e a patto che ci procuri piacere, solo in questo modo possiamo sperare che il muoversi non rimanga un buon proposito del momento, ma si consolidi come scelta di vita.

Non di rado sui giornali, mi è capitato di leggere articoli d’effetto, che alleggeriscono le coscienze dei pigri, in cui si dice che il movimento non aiuta a dimagrire. Il movimento non fa dimagrire, se si continua ad eccedere con l’alimentazione, ovvio.

In più quando si fa sport, l’ago della bilancia sale (se siamo fortunati) per la neo-deposizione di muscolo, che può superare in peso i chili di grasso perso. Tuttavia, dire che chi pesa di più è più grasso, è equivalente all’affermare che un culturista sia obeso.

Per dimagrire, non si può prescindere dal mangiare di meno.

Muoversi rende il dimagrimento più rapido e lo consolida negli anni.

 

Capii che era il momento di cambiare, ma non sapevo da dove cominciare. Sapevo quel che non dovevo fare. Non mi misi a dieta e non salii sulla bilancia. Non diedi la mia carta di credito a una donna magrissima in camice da laboratorio. Non mi iscrissi a una palestra e non provai nemmeno a calcolare le calorie. Dopo aver sempre attaccato frontalmente i miei problemi di peso, incominciai a esplorare il mondo che si nascondeva dietro al cibo. Nel giro di un anno persi più di 45 chili, e la mia vita da magro, quella che aspettavo da quasi trent’anni ebbe inizio (3)”.

 

Per dimagrire si può scegliere di farsi aiutare da una persona qualificata o far da sé, informando e facendosi consigliare dal proprio medico, in equilibrio e mai abbandonando il buonsenso. Non esistono, infatti, metodi rapidi per perdere peso, che non ci facciano perdere anche in salute.

Tuttavia, qualunque sia l’incipit, mi permetto di fornire dieci consigli alimentari, spero utili, per riuscireL’undicesimo consiglio è, ovviamente, quello di muoversi di più.

Riflettere sui tentativi messi in atto per dimagrire – se ve ne fossero stati – che sono risultati fallimentari. Ripartire dalle proprie sconfitte, ci tutela dal collezionarne di nuove. Potremmo realizzare di essere stati sedotti da diete incongrue, restrittive, sbilanciate, monotone o ancora, equilibrate, ma difficili da seguire, poiché non rispecchiavano i nostri gusti. Negli anni ho raccolto racconti bizzarri in tema di diete: braccialetti legati alla caviglia per testare l’energia degli alimenti, anellini da tenere sull’orecchio mentre si mangiano solo formaggi, cibi illogicamente negati, digiuni, intolleranze diagnosticate facendo stringere boccette tra le mani, diete vincolate a cibi dai prezzi vertiginosi. Un giorno un’ironica signora mi disse che “per dimagrire si sarebbe sottoposta anche ad un rito voodoo”, ma non sembrano questi metodi ricondurre l’alimentazione alla stregoneria, piuttosto che alla scienza?

Lavorare sui dettagli, individuando i nostri personalissimi errori: dal poco tempo dedicato alla scelta e alla confezione dei cibi, ai pasti risolti con pizza e supplì o con due tramezzini, al pasteggiare con bibite zuccherate. Non si ingrassa per eccessi grossolani, ma per piccole trascuratezze reiterate nel tempo. Il controllo della propria alimentazione, non è dissimile dal far quadrare i conti dell’economia domestica: bisogna limitare gli eccessi. Solo per portare un esempio un cucchiaio d’olio in più al giorno, rispetto al nostro fabbisogno calorico, è sufficiente per accumulare a fine anno quattro chili!

Ordine. Il disordine fa ingrassare, perché non ci permette di controllare gli errori. Saltare i pasti, spiluccare, digiunare per compensare gli eccessi calorici, sono tutti comportamenti che predispongono a mettere grasso. Prima di decidere di dimagrire, è utile concordare con noi stessi, a mente, o riportandoli su un diario, i pasti che si desiderano consumare. Non bisognerebbe scendere mai al di sotto dei tre principali, colazione, pranzo e cena. Deciso il numero dei pasti, se uno di questi dovesse saltare per fretta (ad esempio la colazione) è consigliabile recuperarlo nell’arco della giornata, piuttosto che mangiare poi con maggiore voracità e più abbondantemente.

Frazionare. Nel limite di quelle che sono le nostre preferenze e le nostre abitudini, consumare più pasti meno abbondanti ci aiuta a dimagrire. Il pasto leggero è uno spezzafame, che può essere bruciato con più facilità. Mangiare poco e spesso (fino a sei pasti giornalieri) è il modo migliore per attivare il metabolismo e contrastare gli accumuli.

Combinare. Non c’è bisogno (a meno che non sia una nostra libera scelta di gusto) di dissociare gli alimenti. In ogni pasto possono e dovrebbero essere presenti tutti gli alimenti: quelli ricchi di carboidrati (pane, riso, pasta, patate…), cibi proteici (carne, pesce, uova, formaggi…), grassi da condimento e verdure. Ad ogni pasto, infatti, il pancreas e lo stomaco liberano tutti gli enzimi utili a digerire. Non c’è bisogno, a meno che non vi siano altre motivazioni di fondo, di privarsi di pasta e fagioli o di pane e prosciutto.

Porzioni e gratificazionePiuttosto che ad astrusi calcoli calorici, sarebbe meglio affidarci alle porzioni. In questo possono aiutarci siti come quelli dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (www.inran.it), e della Società italiana di nutrizione umana (www.sinu.it). Il punto cruciale è decidere cosa intendiamo – noi – per porzione saziante e fare in modo che questa sia compatibile con il dimagramento. Se ci bastano cinquanta grammi di pane per accompagnare un secondo, potremmo permetterci anche la frutta in conclusione al pasto. Al contrario, se per noi è gratificante mangiare più pane, ad esempio l’intera rosetta di novanta grammi, sarebbe preferibile far slittare la frutta agli spuntini, sempre al fine di frazionare l’alimentazione e contrastare l’accumulo di grasso.

Varietà. Il cibo non è solo un veicolo di calorie, ma anche una fonte di salute. L’unico modo per assumere tutti i principi nutritivi utili al nostro benessere è variare le pietanze. Variare i secondi piatti, i cibi proteici, è più importante che variare le fonti di carboidrati. In generale preferire riso anziché pasta, ad esempio, non ci predispone a squilibri nutrizionali, poiché la composizione bromatologia, ovvero in nutrienti, dei due alimenti è simile. Carne, pesce, legumi, uova e formaggi, invece, sono alimenti molto diversi nelle loro composizioni, ognuno con proprietà peculiari per il nostro benessere. La varietà degli alimenti stimola il metabolismo, poiché l’organismo, ogni giorno, si deve preparare a percorsi metabolici diversi.

QualitàNel dimagrimento, non bisognerebbe perdere di vista la qualità. Rispettare la stagionalità degli alimenti è un primo consiglio, che arricchisce il valore nutritivo degli alimenti, e non impoverisce troppo le tasche per acquistare primizie. Frutta e verdura dovrebbero essere assunte in cinque porzioni al giorno (due di verdura ai pasti e tre di frutta). Tuttavia, è utile ricordare che la frutta non è priva di calorie, quindi, non bisogna eccedere nelle porzioni. Le calorie di tre mele sono sovrapponibili a quelle di una porzione media di spaghetti al pomodoro. Ricordiamo l’importanza di pesce e prodotti della pesca, a basso contenuto calorico e veicolo di acidi grassi essenziali della serie omega tre, e dei legumi, sazianti e privi di colesterolo. Mangiare integrale migliora la qualità dell’alimentazione, poiché i derivati dei cereali non raffinati sono più ricchi di vitamine del gruppo B e di vitamina E. I prodotti integrali hanno un basso indice glicemico ed un contenuto calorico leggermente ridotto rispetto ai cibi raffinati.

Cibi funzionali. La verdura è un utilissimo spezzafame che può essere consumato in abbondanza per il suo basso contenuto calorico. Può aiutarci a gonfiare le porzioni nel confezionamento degli alimenti. Fatta eccezione di carote cotte e cipolle cotte, il cui contenuto di zuccheri è più elevato, consumare verdura aiuta a sopportare meglio la fame e a raggiungere prima il senso di sazietà. A livello intestinale, la verdura agisce come un blando induttore di malassorbimento, velocizzando il transito e agendo da filtro per l’assorbimento dei nutrienti.

Le tisane ci possono aiutare a perdere peso. La ritualità del gesto di preparazione e il tempo dedicato a sorseggiarle, specie se calde, attenuano il senso di fame. Il tè verde dalle importanti proprietà antiossidanti è particolarmente consigliato.

Pasti liberi. Anche a dieta – termine che a me non dispiace usare, se inteso nel suo significato etimologico dal greco díaita, decisione, regola di vita – non dovrebbe mai mancare un pasto libero a settimana. Ovvero un’occasione in cui si decide di gratificarci con quel che più ci piace, dolce incluso, se è questo quel che ci far star bene. Il pasto libero contribuisce al nostro benessere psichico e ci darà lo stimolo per andare avanti con la dieta.

Un consiglio, infine, per quando si toccherà il giusto peso: dieta e movimento, una volta divenuti regola di vita, non si abbandonano più.

La differenza tra dieta e mantenimento sta nel numero di eccezioni. Per il controllo del peso corporeo e per non assuefarci al piacere, si goda della buona cucina solo nei week-end!

1) “La metà di niente”, Catherine Dunne.

2) Da “Forest Gump” regia di Robert Zemeckis.

3) “Fame”, Allen Zadoff.
*Dice di sé.
Tiziana Stallone. Biologo, speta in scienza della nutrizione umana e dottore di ricerca in anatomia, svolge la libera professione di nutrizionista clinico. Le sue passioni: lavoro, musica, cinema, alberi e cimiteri. 

SILVIO D’AMICOIl teatro vuole l’attore vivo, e che parla e che agisce
scaldandosi al fiato del pubblico; vuole lo spettacolo senza la
quarta parete, che ogni volta rinasce, rivive o rimuore fortificato
dal consenso, o combattuto dalla ostilità, degli uditori partecipi,
e in qualche modo collaboratori.
(Da “Storia del teatro drammatico”, 1955)
LETTURE Arthur Conan Doyle - Gli exploit e le avventure del brigadiere Gerard

Un baldanzoso ufficiale di cavalleria agli ordini di Napoleone è il vanesio protagonista di una serie di storie comparse a puntate tra il 1894 e il 1903. Mai tradotte finora in italiano ci narrano dell’eroe più amato dalle donne che mai abbia servito nelle file dell’esercito di Francia (1)

Arthur Conan Doyle

Sono convinto che le storie di Sherlock Holmes

abbiano nuociuto alla parte migliore della mia opera.

Ma giustizia verrà!

A.C.D.

 

Come il brigadiere giocò per un regno

 

Mi è talvolta venuto in mente che alcuni di voi, dopo avermi sentito raccontare di queste mie piccole avventure, potrebbero essersene andati con l’impressione che fossi un vanesio. Non potrebbe esserci errore più grave, giacché ho sempre notato che i soldati migliori sono scevri da questa pecca. È vero che ho dovuto dipingermi talvolta come uomo valoroso, talaltra come pieno di risorse, sempre interessante; ma, d’altronde, era la verità, e ho dovuto raccontarvi le cose per come si sono svolte. Sarebbe un’indegna affettazione se fingessi che la mia carriera è stata meno che brillante.

L’incidente di cui vi narrerò stasera, tuttavia, è di quelli che come capirete solo un uomo modesto potrebbe descrivere. Dopotutto, chi ha conseguito una posizione pari alla mia, può permettersi di parlare di ciò che un uomo qualsiasi sarebbe tentato di celare. Dovete sapere, dunque, che dopo la campagna russa i resti del nostro povero esercito erano acquartierati lungo la sponda occidentale dell’Elba, dove potevano far scongelare il sangue e tentare, con l’ausilio della buona birra tedesca, di mettere un po’ di carne tra pelle e ossa.

C’erano cose che non potevamo sperare di riprendere, giacché oserei dire che tre grossi furgoni del commissariato non sarebbero stati sufficienti a trasportare le dita di mani e piedi che l’esercito aveva perso durante la ritirata. Eppure, scarni e storpi, avevamo ciò nondimeno molto di cui essere grati quando pensavamo ai nostri poveri commilitoni che ci eravamo lasciati indietro, e ai campi innevati – gli orribili, orribili campi innevati. Ancora oggi, miei amici, non sopporto di vedere il bianco e il rosso insieme. Persino il mio stesso cappello rosso gettato sul copriletto bianco mi ha fatto rivedere in sogno quelle mostruose pianure, l’esercito vacillante e torturato, e le chiazze cremisi che rilucevano sulla neve nella scia dei soldati. Non riuscirete mai a farmi parlare di quelle vicende, giacché il solo pensiero è sufficiente a mutare per me il vino in aceto e il tabacco in paglia.

Del mezzo milione che aveva attraversato l’Elba nell’autunno dell’anno ’12, erano rimasti circa quarantamila fanti nella primavera del ’13. Ma erano uomini formidabili, questi quarantamila: uomini di ferro, che avevano mangiato cavalli e dormito nella neve; ed erano anche pieni di rabbia e livore contro i russi. Avrebbero tenuto l’Elba finché la grande armata di coscritti che l’imperatore stava reclutando in Francia non fosse stata pronta ad aiutarli per riattraversarlo.

Ma la cavalleria era in condizioni deplorevoli. I miei ussari erano a Borna, e quando li disposi per passarli in rassegna scoppiai in lacrime per lo spettacolo. I miei uomini valorosi e i miei bei cavalli – mi si spezzò il cuore a vedere in che stato erano ridotti. “Ma coraggio – pensai – hanno perso molto, ma hanno ancora il loro colonnello”.

Mi misi quindi all’opera per rimediare alle loro disgrazie, e avevo già costruito due buoni squadroni quando giunse l’ordine che tutti i colonnelli di cavalleria dovevano riparare immediatamente ai depositi dei reggimenti in Francia e organizzare reclute e nuovi cavalli per la campagna imminente.

Senza dubbio penserete che fui sopraffatto dalla gioia per questa occasione di fare nuovamente visita a casa. Non negherò che fu per me un piacere sapere che avrei rivisto mia madre, e c’erano due o tre ragazze che si sarebbero rallegrate per la notizia; ma altri nell’esercito avevano maggiormente diritto a una tale opportunità.

Avrei voluto cedere il mio posto a chi aveva moglie e figli che rischiava di non rivedere mai più. Tuttavia, non ha senso discutere quando arriva il documento azzurro con il piccolo sigillo rosso, così nel volgere di un’ora mi avviai per il lungo viaggio dall’Elba ai Vosgi. Alla fine, avrei vissuto un momento di quiete. La guerra era dietro la coda della mia giumenta, la pace davanti alle sue narici. Così pensai, mentre il suono delle trombe si spegneva in lontananza e la lunga strada bianca si stendeva sinuosa di fronte a me passando per pianure, foreste e montagne, con la Francia da qualche parte di là dall’azzurra foschia sospesa all’orizzonte.

È interessante, ma anche faticoso, cavalcare nelle retrovie di un esercito. Nel tempo del raccolto i nostri soldati potevano fare a meno di provviste, giacché erano stati addestrati a prendere il grano dai campi nei quali si trovavano a passare, e a macinarlo da soli nei loro bivacchi. Era di conseguenza in quel periodo dell’anno che eseguivamo le marce veloci che furono meraviglia e disperazione dell’Europa. Ma ora gli uomini affamati dovevano tornare uomini robusti, e io ero continuamente costretto a trascinarmi nei fossati accanto alla strada quando le pecore Coburg e i buoi bavaresi sciamavano insieme ai carri carichi di birra di Berlino e buon cognac francese. Talvolta, udivo anche il secco rullo dei tamburi e l’acuto trillo dei pifferi, e le lunghe colonne dei nostri cari, piccoli fanti mi correvano accanto con spessi strati di polvere bianca sulle tuniche azzurre. Erano vecchi soldati presi dalle guarnigioni delle nostre fortezze tedesche, giacché solo a maggio i nuovi coscritti avrebbero cominciato ad arrivare dalla Francia.

Orbene, ero piuttosto stufo di questo eterno fermarmi e scartare, quindi non mi dispiacque, giunto a Altenburg, di scoprire che la strada si divideva e io potevo prendere la diramazione meridionale, più tranquilla. C’erano pochi viandanti da lì a Greiz, e la strada serpeggiava tra boschetti di querce e faggi che protendevano i rami sul sentiero. Vi parrà strano che un colonnello degli ussari potesse fermare più e più volte il cavallo per ammirare la bellezza dei rami leggeri e delle piccole foglie verdi appena germogliate, ma se aveste trascorso sei mesi tra gli abeti della Russia allora potreste capirmi. C’era qualcosa, tuttavia, che mi affascinava assai meno della bella foresta, ed erano le parole e gli sguardi delle persone che vivevano nei villaggi boschivi. Eravamo stati sempre ottimi amici dei tedeschi, e negli ultimi sei anni non era mai parso che questi ci serbassero qualche rancore per esserci presi qualche libertà con la loro terra. Avevamo mostrato gentilezza agli uomini e ne avevamo ricevuta dalle donne, tanto che la buona, accogliente Germania era una seconda patria per noi tutti. Ma ora nel comportamento di quelle genti c’era qualcosa che non riuscivo a comprendere. I viaggiatori non rispondevano ai miei saluti; le guardie forestali voltavano il capo per evitare di incontrare il mio sguardo; e nei villaggi le persone formavano dei capannelli lungo la strada e mi osservavano con fosco cipiglio mentre passavo. Persino le donne, ed era per me una novità a quei giorni vedere negli occhi di una donna qualcosa di diverso da un sorriso quando si volgevano su di me.

Fu nel borgo di Schmolin, ad appena dieci miglia da Altenburg, che la cosa si fece ancor più marcata. Mi ero fermato alla piccola locanda solo per bagnarmi i baffi e sciacquare la polvere dalla gola della povera Violette. Ero solito elargire qualche lieve complimento, o magari un bacio, alle cameriere che mi servivano; ma questa non volle né gli uni né l’altro, e mi scoccò invece un’occhiataccia che fu come l’affondo di una baionetta. Poi quando levai il bicchiere verso le persone che bevevano la loro birra accanto alla porta, queste mi diedero le spalle, tranne un uomo, che esclamò: “Eccolo un brindisi per voi, ragazzi! Alla lettera T!”. Al che tutti svuotarono il boccale e risero; ma non era una risata gioviale.

Stavo riflettendo sulla questione e mi chiedevo quale significato potesse avere questa loro condotta da villani, quando vidi, andando via dal villaggio, una grande T incisa su un albero. Ne avevo già vista più d’una nella cavalcata di quel mattino, ma non me n’ero dato pensiero finché le parole del bevitore di birra non vi avevano attribuito importanza. Caso volle che un individuo d’aspetto rispettabile mi stesse passando accanto in quel momento, così mi volsi a lui in cerca di informazioni.

“Potete spiegarmi, signore – dissi – cos’è questa lettera T?”.

Egli guardò l’incisione nell’albero e poi di nuovo me nella più singolare delle maniere. “Caro giovane – disse – non è la lettera N”. Poi, prima che potessi chiedere ancora, batté con gli speroni sui fianchi del cavallo e andò via, ventre a terra, per la sua strada.

Sulle prime le sue parole non evocarono nessun significato particolare alla mia mente, ma mentre avanzavamo al trotto Violette voltò per caso la testa altezzosa, e il bagliore della N d’ottone alla fine della briglia catturò il mio sguardo. Era il marchio dell’imperatore. E queste T significavano qualcosa a esso opposto. Era accaduto qualcosa in Germania, quindi, durante la nostra assenza, e il gigante addormentato aveva cominciato a destarsi. Pensai alle espressioni ribelli che avevo visto su quei volti, e sentii che se solo avessi potuto guardare nel cuore di quelle persone, avrei avuto strane notizie da riportare in Francia con me. E ciò mi rese ancor più ansioso di ottenere i miei nuovi cavalli e di vedere dieci forti squadroni di nuovo dietro ai miei tamburi.

Mentre per la testa mi passavano tali pensieri, avanzavo alternando il passo al trotto, come si conviene a chi abbia un lungo viaggio davanti a sé e un cavallo obbediente sotto. In quella zona i boschi erano molto radi, e accanto alla strada c’era una grossa catasta di fascine. Quando vi passai accanto ne udii provenire un suono brusco e, guardandomi intorno, vidi un volto che mi fissava – un volto accaldato, rosso, come di un uomo che è fuori di sé per l’agitazione e il nervosismo. Una seconda occhiata mi rivelò che era proprio la persona con la quale avevo parlato al villaggio un’ora addietro.

“Venite più vicino!”, sibilò. “Ancor più vicino! Ora, smontate di sella e fingete di riparare il cuoio della staffa. Forse ci sono delle spie che ci osservano, e se vedono che vi presto aiuto per me sarà la fine”.

“La fine!”, sussurrai. “Per mano di chi?”.

“Della Tugenbund. Dei cavalieri della notte di Lutzow. Voi francesi siete sopra una polveriera, e il fiammifero che la farà saltare è già stato acceso”.

“Ma tutto questo mi suona strano”, dissi, ancora armeggiando con i finimenti del mio cavallo. “Cos’è questa Tugenbund?”.

“È la società segreta che ha architettato la grande rivolta che dovrà cacciarvi via dalla Germania, proprio come siete stati cacciati via dalla Russia”.

“Ed è questo dunque il significato delle T?”.

“Sono il loro simbolo. Avrei dovuto spiegarvi tutto al villaggio, ma non osavo farmi vedere mentre parlavo con voi. Ho galoppato attraverso il bosco per precedervi, e mi sono nascosto insieme al mio cavallo”.

“Ho un grande debito con voi – dissi – ancor più poiché siete l’unico tedesco incontrato oggi che mi abbia trattato con un minimo di civiltà”.

“Tutto ciò che possiedo l’ho guadagnato facendo affari con le armate francesi”, mi rispose. “Il vostro imperatore è stato per me un buon amico. Ma vi supplico di andar via adesso, giacché abbiamo parlato abbastanza a lungo. State attento ai cavalieri della notte di Lutzow!”:

Banditti?”, chiesi.

“I migliori di tutta la Germania”, disse lui. “Ma, in nome di Dio, andate via, giacché ho rischiato la vita e messo a repentaglio il mio buon nome pur di recarvi questo avviso”

Orbene, se prima ero gravato dai pensieri, potete immaginare come mi sentissi dopo questa strana conversazione con l’uomo delle fascine. A colpirmi ancor più delle sue parole era stata la voce rotta e tremante, il volto contorto, gli occhi che guizzavano lesti a dritta e a manca e si sgranavano pieni di orrore a ogni scricchiolio di un ramoscello su un albero. Era evidente che provava il più estremo dei terrori, ed è possibile che quello che udii dopo averlo lasciato fosse uno sparo lontano e un grido da qualche parte alle mie spalle. Forse era un qualche cacciatore che chiamava i suoi cani, ma non sentii né vidi mai più l’uomo che mi aveva avvertito.

Tenni gli occhi ben aperti dopo quell’incontro, cavalcando di buona lena dove la via era sgombra e più lentamente nei punti in cui potevano tendermi un’imboscata. La situazione era grave, visto che davanti a me si stendevano almeno cinquecento miglia di suolo tedesco; ma in qualche modo non la presi troppo a cuore, giacché i tedeschi mi erano sempre parsi un popolo gentile e amichevole, le cui mani erano più pronte a chiudersi sul cannello di una pipa che intorno all’elsa di una spada – non per mancanza di valore, sia ben inteso, ma poiché sono anime aperte e gioviali, che preferiscono andare d’accordo con il prossimo. Non sapevo all’epoca che sotto quell’amabile superficie si nasconde una malvagità feroce quanto quella di castigliani e italiani, ma assai più persistente. E non ci volle molto prima che avessi modo di capire che la faccenda era ben più seria delle occhiatacce e le parole ostili. Ero giunto dove la strada risale attraverso un tratto di incolta brughiera e sparisce in un querceto. Ero all’incirca a metà di quel declivio quando, guardando avanti, vidi qualcosa che riluceva all’ombra degli alberi, e da lì venne fuori un uomo che aveva addosso tanto di quell’oro da splendere come fuoco alla luce del sole. Sembrava completamente ubriaco, giacché oscillava e barcollava quando venne verso di me. Con una mano levata verso l’orecchio stringeva un grosso fazzoletto rosso che portava annodato al collo. Io avevo tirato le redini della giumenta e lo osservavo con un certo disgusto, giacché mi pareva bizzarro che un uomo con una uniforme tanto splendida dovesse mostrarsi in un tale stato alla luce del giorno. Da parte sua, egli guardò a lungo nella mia direzione e venne lentamente avanti, fermandosi di tanto in tanto a vacillare mentre mi lanciava una nuova occhiata. A un tratto, quando io ripresi ad avanzare, egli urlò i propri ringraziamenti a Cristo e, balzato in avanti, si abbatté con uno schianto sulla strada polverosa. Nella caduta portò le mani in avanti, e vidi che quello che avevo scambiato per un panno rosso era una ferita mostruosa che gli aveva lasciato un grande squarcio nel collo, dal quale penzolava sulla spalla un grumo di sangue scuro a mo’ di spallina.

“Mio Dio!”, esclamai, e mi lanciai in suo aiuto. “E io che vi credevo ubriaco!”.

“Non ubriaco, ma moribondo”, mi disse. “Ma grazie al Cielo ho visto un ufficiale francese mentre ancora ho la forza di parlare”.

Lo feci stendere tra l’erica e gli versai un po’ di brandy in bocca. Tutto intorno a noi c’era l’aperta campagna, verde e pacifica, senza esseri viventi in vista tranne l’uomo mutilato che avevo accanto.

“Chi vi ha fatto questo? – chiesi – e chi siete? Siete francese, eppure la vostra uniforme mi è ignota”.

“È quella della nuova guardia d’onore dell’imperatore. Sono il marchese di Château Saint-Arnaud, il nono della mia stirpe che muore al servizio della Francia. Sono stato inseguito e ferito dai cavalieri della notte di Lutzow, ma mi sono nascosto tra quei cespugli laggiù e ho aspettato nella speranza che passasse un francese. Sulle prime non ero sicuro che foste amico o nemico, ma ho sentito la morte sempre più vicina e ho dovuto correre il rischio”.

“Fatevi forza, compagno – dissi – ho visto uomini con ferite peggiori vivere abbastanza da potersene vantare”.

“No, no”, sussurrò lui. “Me ne sto andando”. Poggiò una mano sulla mia mentre parlava, e vidi che le dita erano già bluastre.

“Ma ho dei documenti nella tunica che dovete portare subito al principe di Saxe-Felstein, nel suo castello di Hof. Egli ci è ancora fedele, ma la principessa è nostra nemica mortale. Sta facendo di tutto per spingerlo a dichiararsi contro di noi. Se ciò accade, tutti quelli che ancora tentennano lo seguiranno, giacché il re di Prussia gli è zio e il re di Baviera cugino. Queste carte lo terranno legato a noi se solo potranno giungergli prima che muova l’ultimo passo. Mettetele nelle sue mani entro stanotte, e forse avrete salvato tutta la Germania per l’imperatore. Se non avessero sparato al mio cavallo, nonostante le ferite avrei…”, tossì, e la sua fredda mano si strinse sulla mia rendendola parimenti esangue. Poi, con un gemito, gettò la testa all’indietro, e fu questa la sua fine.

Ecco un bell’inizio per il mio viaggio di ritorno a casa. Ero rimasto con una commissione da svolgere della quale capivo ben poco e che mi avrebbe portato a rimandare la cura dei pressanti bisogni dei miei ussari, e che al contempo era di una tale importanza da rendere impossibile un mio rifiuto. Aprii la tunica del marchese, la cui eleganza era stata pensata dall’imperatore come metodo per attrarre quei giovani aristocratici coi quali sperava di formare i nuovi reggimenti della sua guardia. Quello che ne estrassi era un piccolo involto di documenti, legato con la seta e indirizzato al principe di Saxe-Felstein. In un angolo, con una grafia larga e disordinata nella quale riconobbi quella dell’imperatore, c’era scritto: “Urgente e di massima importanza”. Quelle cinque parole furono per me un ordine – un ordine chiaro come se fosse uscito dritto da quelle labbra ferme mentre i freddi occhi grigi guardavano dritto nei miei. I miei soldati avrebbero dovuto aspettare per i cavalli, il marchese morto poteva giacere lì dove l’avevo steso tra i brughi, ma finché alla giumenta e al suo cavaliere fosse rimasto fiato per respirare, i documenti sarebbero arrivati al principe entro quella sera.

Non avrei avuto timore a seguire la strada che passava nel bosco, giacché ho appreso in Spagna che il momento più sicuro per attraversare un paese in guerriglia è dopo un fatto di sangue, e che il momento di maggior pericolo è quello in cui ovunque regna la pace. Quando finii per guardare la mia mappa, tuttavia, vidi che Hof era a sud e che l’avrei raggiunto prima restando nella brughiera. Partii, dunque, e non avevo percorso neppure cinquanta iarde che due carabine spararono dai cespugli e una pallottola mi ronzò accanto come un’ape. Era evidente che i cavalieri della notte erano più audaci dei briganti spagnoli, e che la mia missione sarebbe finita prima di cominciare se avessi scelto di seguire la strada. Fu una folle cavalcata – una cavalcata a briglia sciolta, con l’erica e il ginestrone alti fino al sottopancia della mia giumenta, e tuffi tra i cespugli, corse in discesa lungo i fianchi delle colline, e la mia vita alla mercé della cara, piccola Violette. Ma ella… mai scivolò, mai tentennò, rapida e sicura come se sapesse che il suo cavaliere recava sotto i bottoni del mantello i destini di tutta la Germania.

E io… mi ero da tempo guadagnato la nomea di miglior cavaliere di tutte e sei le brigate di cavalleggeri, ma mai ho cavalcato come cavalcai allora. Il mio amico baronetto mi parlò di come danno la caccia alla volpe in Inghilterra, ma quel giorno avrei catturato anche la più veloce delle volpi. I piccioni che volavano su in cielo non seguivano un percorso più dritto di quello tracciato da me e Violette sotto di loro. In quanto ufficiale, sono sempre stato pronto a sacrificarmi per i miei uomini, anche se l’imperatore non mi avrebbe certo ringraziato in tal caso, giacché egli aveva tanti uomini ma solo un… orbene, i condottieri di cavalleria di classe suprema sono cosa rara.

Ma ecco che avevo con me un oggetto invero degno di un sacrificio, e non mi importava della mia vita più che delle zolle di terreno che volavano dagli zoccoli della mia bella.

Tornammo sulla strada quando la luce cominciò a calare, ed entrammo al galoppo nel piccolo villaggio di Lobenstein. Ma eravamo appena arrivati all’acciottolato che ecco volar via uno zoccolo della giumenta, e dovetti così portarla dal maniscalco del posto.

Il fuoco nella fucina era basso, il lavoro della giornata già terminato, così sarebbe passata almeno un’ora prima che potessi sperare di rimettermi in viaggio per Hof. Imprecando contro il ritardo, andai alla taverna del villaggio e ordinai per la mia cena pollo freddo e un po’ di vino. Non mancava che qualche miglio a Hof, e nutrivo ogni fiducia di consegnare le carte al principe per quella stessa notte ed essere in viaggio per la Francia al mattino con in seno dei dispacci per l’imperatore. Ora vi dirò cosa mi accadde nella taverna di Lobenstein.

Il pollo era stato servito e il vino versato, e io mi ero gettato su entrambi come può un uomo che abbia cavalcato come io cavalcai, quando mi accorsi di un mormorio e un rumore di baruffa fuori dalla mia porta. Sulle prime pensai fosse una rissa d’ubriachi tra gli abitanti del posto, e li lasciai a sistemare da soli i propri affari. Ma a un tratto ecco prorompere dal basso e cupo ringhiare delle voci uno di quei suoni che farebbe balzare Etienne Gerard anche dal letto di morte. Era il pianto di dolore di una donna. Forchetta e coltello tintinnarono contro il tavolo, e in un istante fui tra la folla che si era raccolta fuori dalla mia porta.

Il locandiere col suo volto pesante era lì, e con lui la moglie dai capelli chiarissimi e due uomini delle stalle, una cameriera e altri due o tre del posto. Tutti, uomini e donne, erano paonazzi e furenti, mentre lì in mezzo a loro, pallida in viso e con le lacrime agli occhi, c’era la donna più incantevole su cui mai soldato desiderò di posare lo sguardo. Con il capo regale ben dritto, e una nota di sfida mista alla sua paura, pareva, mentre si guardava intorno, una creatura di una razza diversa da quella della marmaglia vile e dai rozzi lineamenti che la circondava. Non avevo mosso due passi dalla porta che già lei mi balzò incontro, poggiandomi una mano su un braccio mentre gli occhi azzurri rilucevano di gioia e tripudio.

“Un soldato e gentiluomo francese!”, esclamò. “Ora infine sono salva”.

“Sì, madame, siete salva”, dissi, e non potei resistere dal prenderle la mano così da poterla rassicurare. “Non avete che da darmi i vostri ordini”, aggiunsi, baciandole lamano perché capisse che facevo sul serio.

“Sono polacca”, esclamò lei. “Sono la contessa Palotta. Mi maltrattano perché adoro i francesi. Non so cosa mi avrebbero fatto se il Cielo non vi avesse mandato in mio soccorso”.

Le baciai ancora la mano affinché non dubitasse delle mie intenzioni. Poi mi volsi alla folla con una certa espressione che sono in grado di assumere. In un istante, il corridoio fu deserto.

“Contessa – dissi – ora siete sotto la mia protezione. Siete debole, e vi necessita un bicchiere di vino per riprendervi”. Le porsi il braccio e la accompagnai nella mia stanza, dove ella sedette al tavolo accanto a me e prese il ristoro che le offrii. Come sbocciò al mio cospetto, questa donna: un fiore alla luce del sole! Illuminò la stanza con la sua bellezza. Dovette scorgere nel mio sguardo l’ammirazione che le portavo, e mi parve di poter notare qualcosa di simile nel suo. Ah!, miei amici, il mio aspetto non era di certo ordinario quando avevo trent’anni. In tutta la cavalleria leggera sarebbe stato difficile trovare un paio di baffi più belli. Forse quelli di Murat erano appena un po’ più lunghi, ma i migliori giudici erano d’accordo nel dire che quelli di Murat erano appena un po’ troppo lunghi. E poi avevo le mie maniere. Alcune donne bisogna accostarle in un modo, e altre in un altro modo, proprio come un assedio è faccenda di gabbioni e fascine per le fortificazioni col maltempo e di trincee col clima più mite. Ma l’uomo capace di mescolare audacia e timidezza, capace di essere oltraggioso con un’aria d’umiltà e presuntuoso con toni di deferenza, questo è l’uomo che le madri devono temere. Quanto a me, sentivo di essere il guardiano di questa solitaria gentildonna, e sapendo con quale uomo pericoloso avessi a che fare tenni un’attenta guardia su me stesso. Eppure, persino un guardiano ha i suoi privilegi, e io non trascurai di coglierli.

Ma la sua favella era affascinante quanto il viso. In poche parole mi spiegò che era in viaggio per la Polonia, e che il fratello che le faceva da scorta si era ammalato lungo la via. In più di una occasione si era scontrata con i maltrattamenti della gente di campagna poiché non era capace di nascondere la propria predilezione per i francesi. Poi, distogliendosi dai propri affari, mi chiese dell’esercito, e da lì passò a chiedermi di me e delle mie imprese. Le erano note, come disse, giacché conosceva diversi ufficiali di Poniatowski, e questi le avevano narrato le mie gesta. Eppure sarebbe stata lieta di sentirle dalle mie labbra. Mai ho intrattenuto conversazione tanto deliziosa. Quasi tutte le donne commettono l’errore di parlare troppo dei propri affari, ma questa ascoltò le mie storie proprio come le ascoltate voi adesso, continuando a chiederne altre e altre ancora. Le ore scivolarono rapidamente via, e fu con terrore che sentii l’orologio del villaggio che batteva le undici, e appresi così che per quattro ore avevo dimenticato gli affari dell’imperatore.

“Perdonatemi, mia cara gentildonna – esclamai scattando in piedi –, ma devo proseguire all’istante per Hof”.

Si alzò anch’ella, e mi guardò con un’espressione astiosa sul pallido volto. “E io?”, disse. “Che ne sarà di me?”.

“Si tratta degli interessi dell’imperatore. Mi sono già trattenuto troppo a lungo. Il dovere mi chiama, e devo andare”.

“Dovete andare? E io devo essere abbandonata da sola tra questi selvaggi? Oh, perché mai vi ho incontrato? Perché mai mi avete indotto a far affidamento sulla vostra forza?”. Le si velarono gli occhi, e l’istante dopo piangeva contro il mio petto.

Ecco un momento difficile per un guardiano! Ecco un momento in cui doveva tener d’occhio un giovane e insolente ufficiale. Ma mi comportai degnamente. Le lisciai i folti capelli castani e le sussurrai all’orecchio tutte le parole di consolazione che mi vennero a mente, cingendola con un braccio, è vero, ma solo per sorreggerla qualora fosse venuta meno. Lei alzò il volto rigato di lacrime verso il mio.

“Acqua”, sussurrò. “In nome di Dio, acqua!”.

Capii che tra un momento avrebbe perso i sensi. Poggiai il capo ciondolante sul divano e poi uscii di corsa dalla stanza, a caccia di una caraffa di camera in camera. Passò qualche minuto prima che ne trovassi una e potessi così tornare indietro. Potete immaginare i miei sentimenti quando trovai la stanza vuota e la gentildonna sparita.

Non era sparita solo lei, ma anche il copricapo e il frustino da cavallo ornato d’argento che aveva poggiato sul tavolo. Corsi fuori e chiesi a gran voce del locandiere. Egli era all’oscuro di tutto, non aveva mai visto prima quella donna e non gli sarebbe dispiaciuto non rivederla mai più. Gli abitanti del villaggio sulla porta della locanda avevano visto andar via una donna a cavallo? No, non avevano visto nessuno. La cercai in ogni dove, finché in ultimo mi trovai per caso davanti a uno specchio, dove rimasi con gli occhi sgranati e la bocca spalancata a tal punto da tendere la cinghia del colbacco.

Quattro bottoni del mantello erano aperti, e non ebbi bisogno di infilare la mano per sapere che i preziosi documenti non c’erano più. Oh, la profonda astuzia che alberga nel cuore di una donna! Mi aveva derubato, quell’essere, mi aveva derubato mentre se ne stava aggrappata al mio petto. Mentre le lisciavo i capelli e le mormoravo all’orecchio parole gentili, le sue mani trafficavano sotto il dolman. E me ne stavo lì, quasi alla fine del mio viaggio, senza la forza di portare avanti questa missione che era già costata la vita a un buon uomo, e avrebbe probabilmente privato un altro della sua reputazione. Che avrebbe detto l’imperatore quando avesse saputo che avevo perso i suoi dispacci? L’esercito ci avrebbe creduto che Etienne Gerard aveva commesso un tale errore? E quando avessero saputo che era stata una mano di donna a sottrarmeli, le risate che sarebbero risuonate alle tavole della mensa e ai fuochi da campo! Avrei potuto rotolarmi a terra per la disperazione.

Ma una cosa era certa: tutta la vicenda della zuffa nel corridoio e la persecuzione della cosiddetta contessa era stata una messa in scena sin dal principio. Quel farabutto di locandiere doveva aver preso parte al complotto. Da lui potevo apprendere chi era la donna e dov’erano finiti i miei documenti. Afferrai la sciabola dal tavolo e corsi a cercarlo. Ma il farabutto aveva immaginato cosa avrei fatto, ed era pronto ad accogliermi. Lo trovai in un angolo del cortile, con un archibugio tra le mani e un mastino tenuto al guinzaglio dal figlio. Ai suoi fianchi c’erano i due mozzi di stalla, armati di forcone, e dietro di lui la moglie reggeva una grossa lanterna, come a voler guidare la sua mira.

“Andate via, signore, andate via!”, gridò lui con voce gracchiante.

“Il vostro cavallo è pronto, e nessuno vi intralcerà se ve ne andate per la vostra strada; ma se vi mettete contro di noi, sarete da solo contro tre uomini valorosi”.

C’era solo il cane di cui dovessi aver paura, giacché archibugio e forconi tremolavano come rami al vento. Eppure, riflettei che se anche fossi riuscito a strappare una risposta puntando la spada alla gola di quella grassa canaglia, non avrei comunque avuto modo di sapere se tale risposta fosse sincera. Sarebbe stata una lotta, dunque, con molto da perdere e nulla di certo da guadagnare. Li guardai di conseguenza dall’alto in basso, in una maniera che fece tremolare più forte che mai quelle loro stupide armi, e poi, balzato in sella alla mia giumenta, andai via al galoppo con l’acuta risata della locandiera che mi strideva nelle orecchie.

Avevo già preso una decisione. Sebbene avessi perso i documenti, potevo tentare di indovinare con buona approssimazione quale fosse il loro contenuto, e l’avrei riferito di persona al principe di Saxe-Felstein, come se l’imperatore mi avesse ordinato di agire proprio in questo modo. Era un tentativo audace e pericoloso, e se mi fossi spinto troppo oltre rischiavo che il mio stratagemma venisse poi scoperto. Ma quello o niente, e quando tutta la Germania era in ballo, non potevamo perdere la partita se il coraggio di un uomo poteva salvarla.

Era mezzanotte quando entrai a Hof, tutte le finestre erano illuminate, il che in quel paese sopito permetteva di comprendere il fermento delle emozioni degli abitanti. Quando attraversai le vie affollate, si levarono urli e risa di scherno, e a un certo punto una pietra mi passò fischiando accanto alla testa, ma io continuai per la mia strada, senza rallentare o accelerare, finché non giunsi al palazzo.

Era illuminato dalle fondamenta alle merlature, e le ombre scure che andavano e venivano in quel giallo bagliore rivelavano il tumulto che c’era all’interno. Da parte mia, arrivato ai cancelli, consegnai la giumenta a un mozzo di stalla e, entrato che fui con fiera andatura, domandai con la voce che avrebbe usato un ambasciatore di vedere il principe immediatamente, per affari che non era possibile rimandare.

Il corridoio era buio, ma entrando percepii il ronzio di voci innumerevoli che si ridussero al silenzio quando proclamai a gran voce la mia missione. Stavano tenendo un’importante assemblea – un’assemblea che, come mi diceva l’istinto, avrebbe deciso proprio sulla faccenda di guerra e pace. Forse ero ancora in tempo per far pendere la bilancia verso l’imperatore e la Francia. Quanto al maggiordomo, egli mi guardò cupamente, mi condusse in una piccola anticamera e andò via. Tornò dopo un minuto per dirmi che al momento il principe non poteva essere disturbato, ma che la principessa avrebbe ascoltato il mio messaggio.

La principessa! A che serviva parlare con lei? Non mi avevano forse avvertito che era tedesca nel cuore e nell’anima, e che era proprio lei a voler indirizzare il marito e lo stato contro di noi?

“È il principe che devo vedere”, dissi.

“No, è la principessa”, disse una voce dalla porta, e una donna entrò lesta nella sala. “Von Rosen, è meglio che restiate con noi. Ora, signore, cos’è che avete da dire al principe o alla principessa di Saxe-Felstein?”.

Al primo suono di quella voce ero balzato in piedi. Al primo sguardo tremai di rabbia. Non è possibile incontrare due volte nella vita una figura così nobile, una testa così regale, occhi azzurri come la Garonna e freddi come le sue acque d’inverno.

“Il tempo stringe, signore”, esclamò ella battendo spazientita il piede sul pavimento. “Cosa avete da dirmi?”.

“Cosa ho da dirvi?”, esclamai io. “Che posso dire, se non che mi avete insegnato a non fidarmi mai più di una donna? Mi avete rovinato e disonorato per sempre”.

Lei guardò il suo domestico.

“Sono i deliri di una febbre, o la causa è meno innocente?”, disse.

“Magari con un salasso…”.

“Ah, siete brava a recitare!”, esclamai. “Me l’avete già dimostrato”.

“Intendete dire che ci siamo incontrati prima d’ora?”.

“Intendo dire che mi avete derubato meno di due ore fa”.

“Questo non è tollerabile”, fece lei, fingendosi adirata con rimarchevole abilità. “Sostenete, mi par di capire, di essere un ambasciatore, ma ci sono dei limiti ai privilegi che tale carica porta con sé”.

“Avete un’ammirevole faccia tosta”, dissi. “Vostra altezza non mi ingannerà due volte nella stessa sera”. Scattai in avanti e, chinatomi verso il basso, presi il bordo del suo vestito. “Avreste dovuto cambiarvi d’abito dopo una cavalcata così lunga e veloce”, dissi.

Fu come guardare l’alba che sorge su un picco innevato quando le sue guance d’avorio avvamparono improvvisamente di cremisi.

“Insolente!”, esclamò. “Chiamate le guardie forestali e che sia gettato fuori dal palazzo!”.

“Prima devo vedere il principe”.

“Il principe non lo vedrete mai. Ah! Tenetelo, von Rosen, tenetelo!”.

Aveva dimenticato con quale uomo aveva a che fare – era verosimile che aspettassi di veder arrivare le loro canaglie? Aveva mostrato le sue carte troppo in fretta. Il suo gioco era di mettersi tra me e suo marito. Il mio di parlare faccia a faccia con lui a ogni costo. Uno scatto mi portò fuori dalla sala. Un altro e attraversai il corridoio. Un istante dopo già entravo nella grande stanza da dove veniva il mormorio dell’assemblea. Giù in fondo vidi una figura su un alto seggio sotto un palco. Più in basso c’era una linea di alti dignitari, e poi su ogni lato vidi le teste indistinte di una grande folla. Mi portai con fierezza al centro della stanza, la sciabola che sferragliava, lo sciaccò sotto un braccio.

“Sono il messaggero dell’imperatore”, urlai. “Reco il suo messaggio a sua altezza il principe di Saxe-Felstein”.

L’uomo sotto il palco sollevò il capo, e vidi che il volto era smunto ed esausto e la schiena ricurva come se sulle spalle gravasse un enorme fardello.

“Il vostro nome, signore?”, mi chiese.

“Colonnello Etienne Gerard, del terzo reggimento degli ussari”.

Le facce di tutte le persone lì raccolte si girarono verso di me, e sentii il fruscio di innumerevoli colletti e vidi un’infinità d’occhi senza incontrare un solo sguardo amico. La donna mi era sfrecciata accanto, e ora sussurrava in un orecchio del principe, scuotendo spesso il capo e agitando le mani. Da parte mia, spinsi il petto in fuori e mi arricciai i baffi, guardandomi intorno con la mia consueta disinvoltura. Erano uomini, tutti uomini, professori del collegio, una spolverata dei loro allievi, soldati, gentiluomini, artigiani, tutti molto seri e silenziosi. In un angolo sedeva un gruppo di uomini in nero, con le giubbe da cavallo drappeggiate sulle spalle. Erano chini uno verso l’altro e parlavano tra sussurri, e a ogni movimento udivo il rumore delle sciabole e il tintinnare degli speroni.

“La lettera privata inviatami dall’imperatore mi comunica che è il marchese Château Saint-Arnaud a dover consegnare questi dispacci, disse il principe.

“Il marchese è stato assassinato in modo vergognoso”, risposi, e mentre parlavo da quelle persone si levò un certo mormorio. Molte teste, notai, si erano girate verso gli uomini col mantello scuro.

“Dove sono i vostri documenti?”, domandò il principe.

“Non ne ho”.

Subito intorno a me si levò un acceso clamore. “È una spia! Sta fingendo!”, gridarono. “Impiccatelo!”, ruggì una voce profonda da un angolo, e altre dieci echeggiarono il suo urlo. Da parte mia, tirai fuori il fazzoletto e pulii la polvere dal mio mantello. Il principe levò una mano, e il tumulto lentamente si spense.

“Dove sono, dunque, le vostre credenziali, e qual è il messaggio?”.

“La mia uniforme è la credenziale, e il messaggio è inteso solo per le vostre orecchie”.

Egli si passò una mano sulla fronte, il gesto di un uomo esausto che non sa bene cosa fare. La principessa gli si fece accanto con una mano sul trono, e di nuovo gli bisbigliò a un orecchio.

“Stiamo tenendo consiglio qui, io e alcuni dei miei sudditi fidati”, disse il principe. “Non ho segreti per loro, e quale che sia il messaggio che l’imperare possa avermi inviato in un momento del genere, interessa a loro non meno che a me”.

Ci fu un sommesso applauso, e tutti gli occhi si volsero di nuovo su di me. Parola d’onore, era una scomoda posizione quella in cui mi trovavo, giacché una cosa è rivolgersi a ottocento ussari e un’altra parlare a un pubblico come quello di un tale argomento. Ma fissai lo sguardo sul principe, e provai a dirgli ciò che gli avrei detto se fossimo stati soli, urlando, anche, come se davanti a me avessi il mio reggimento pronto per la rassegna.

“Avete spesso manifestato amicizia per l’imperatore”, esclamai.

“E ora al fine questa vostra amicizia viene messa alla prova. Se vi mostrerete saldo e fermo, egli vi ricompenserà come solo lui può ricompensare. Può facilmente mutare un principe in re, e una provincia in una potenza. I suoi occhi sono fissi su di voi, e sebbene possiate fare ben poco per nuocergli, egli vi può distruggere. In questo momento sta attraversando il Reno con duecentomila uomini. Ogni fortezza del paese è nelle sue mani. Sarà qui entro la settimana, e se l’avrete tradito Dio aiuti voi e la vostra gente. Credete che sia più debole perché alcuni di noi hanno avuto qualche gelone lo scorso inverno. Guardate là!”, esclamai, indicando una grande stella che splendeva fuori dalla finestra. “Quello è l’astro dell’imperatore. Quando si spegnerà la stella, allora si spegnerà anche lui – ma non prima”.

Sareste stati fieri di me, miei amici, se aveste potuto vedermi e udirmi, giacché feci risuonare la sciabola mentre parlavo, e agitai il dolman come se il mio reggimento fosse di picchetto nel cortile. Mi ascoltarono in silenzio, ma il principe piegò la schiena sempre più, come se il fardello che vi gravava fosse troppo pesante per le sue forze. Si guardò intorno con occhi tirati.

“Abbiamo udito un francese parlare per la Francia”, disse.

“Che un tedesco parli per la Germania”.

I presenti si guardarono l’un l’altro, sussurrando tra loro. Il mio discorso, credo, aveva ottenuto il suo effetto, e nessuno desiderava essere il primo a esporsi allo sguardo dell’imperatore. La principessa si guardò intorno con occhi di brace, e la sua voce cristallina infranse il silenzio.

“Deve essere una donna a dare una risposta a questo francese?”, esclamò. “È possibile, dunque, che tra i cavalieri della notte di Lutzow non ci sia qualcuno in grado di usare la lingua come la sciabola?”.

Ecco ribaltarsi un tavolo con uno schianto, e un giovane balzò su una delle sedie. Aveva il volto dell’ispirato – pallido, animoso, con occhi sgranati da aquila e capelli aggrovigliati. La spada pendeva dritta al suo fianco e gli stivali da cavallo erano marroni per il fango.

“È Korner!”, gridò la gente. “È il giovane Korner, il poeta! Ah, ora canterà, canterà”.

E cantò! Fu delicato, dapprincipio, quando narrò della vecchia Germania, madre di nazioni, delle pianure calde e fertili, le grigie città e la fama degli eroi defunti. Ma poi, verso dopo verso, la voce risuonò come una chiamata alle armi. Parlava della Germania di adesso, la Germania colta alla sprovvista e soggiogata che però sarebbe risorta, spezzando le catene che tenevano le sue membra enormi. Perché avere cara la propria vita? Perché temere una morte gloriosa? La madre, la grande madre, li stava chiamando. Il suo sospiro era nel vento della notte. Chiedeva a gran voce che i suoi figli l’aiutassero. E loro, sarebbero accorsi? Sarebbero accorsi? Sarebbero accorsi?

Ah, quale formidabile canzone, il volto spiritato e la voce sonante! Dov’eravamo finiti io, la Francia e l’imperatore? Non gridarono, quelle persone, ulularono. Salirono su sedie e tavoli. Deliravano, piangevano, le lacrime rigavano i loro volti. Korner era balzato giù dalla sedia, e i suoi compagni gli stavano intorno con le sciabole levate in aria. Il pallido viso del principe era avvampato, ed egli si alzò dal trono.

“Colonnello Gerard – disse – avete udito la risposta che dovrete recare all’imperatore. Il dado è tratto, figli miei. Voi e il vostro principe dovrete resistere o perire insieme”.

Si inchinò per mostrare che tutto era stabilito, e con un grido i presenti si avviarono alla porta per diffondere le nuove in città. Da parte mia, avevo fatto tutto quello che un uomo valoroso potesse fare, così fu senza rammarico che mi lasciai trasportare da quel torrente. Perché trattenermi a palazzo? Avevo ottenuto la mia risposta e dovevo andare a riferirla tale quale era. Non desideravo rivedere Hof né le sue genti finché non vi fossi tornato a capo di un’avanguardia. Mi separai dalla folla, quindi, e mi avviai triste e silenzioso nella direzione in cui avevano condotto la mia giumenta.

Era buio giù alle stalle, e stavo scrutando all’intorno quando a un tratto due braccia mi bloccarono da dietro. Sentii le loro mani sui polsi e sul collo, e la fredda canna di una pistola sotto l’orecchio.

“Tieni la bocca chiusa, cane di un francese”, mi sussurrò con ferocia una voce. “L’abbiamo preso, capitano”.

“Avete la briglia?”.

“Eccola”.

“Fategliela passare sulla testa”.

Sentii la fredda voluta di cuoio stringermisi intorno al collo. Un mozzo di stalla con la sua lanterna era uscito allo scoperto e illuminava la scena. Vidi volti severi sbucare ovunque nella penombra, con i cappucci neri e i mantelli scuri dei cavalieri della notte.

“Cosa volete che ne facciamo di lui, capitano?”, esclamò una voce.

“Impiccatelo alle porte del palazzo”.

“Un ambasciatore?”.

“Un ambasciatore senza documenti”.

“E il principe?”.

“Orsù, non vedete che il principe sarà così costretto ad appoggiarci? Non avrà più speranza di ottenere perdono. Ora come ora, l’indomani potrebbe voltare gabbana come ha fatto in passato. Potrebbe rimangiarsi la parola, ma un ussaro morto è più di quanto possa spiegare”.

“No, no, von Strelitz, non possiamo farlo”, disse un’altra voce.

“Non possiamo? Vi farò vedere!”, ed ecco uno strattone alla briglia che quasi mi gettò a terra. Nello stesso istante, una spada baluginò nel buio e tagliò il cuoio a due pollici dal mio collo.

“In nome del cielo, Korner, questa è insubordinazione”, esclamò il capitano. “Tanto vale che vi impicchiate da solo”.

“Ho impugnato la spada come soldato, non come brigante”, disse il giovane poeta. “Il sangue può macchiarne la lama, ma mai il disonore. Compagni, ve ne starete immobili a guardar maltrattare questo gentiluomo francese?”.

Una decina di sciabole guizzarono fuori dai foderi, ed era evidente che i miei amici e i miei nemici erano in numero pari. Ma le voci rabbiose e lo scintillare dell’acciaio avevano attirato genti in corsa da ogni dove.

“La principessa!”, esclamarono. “Arriva la principessa!”.

E mentre quelli ancora parlavamo la vidi davanti a noi, il dolce viso incorniciato dall’oscurità. Avevo ogni motivo di odiarla, giacché mi aveva ingannato e imbrogliato, eppure rabbrividii allora e rabbrividisco ora al pensiero di averla tenuta tra le braccia, e di aver sentito nelle narici l’odore dei suoi capelli. Non so se ora giaccia sotto il suolo di Germania o se ancora vive, una donna dai capelli grigi nel suo castello di Hof, ma resterà per sempre, giovane e incantevole, nel cuore e la memoria di Etienne Gerard.

“Vergogna!”, esclamò, venendo di corsa da me per strapparmi il cappio dal collo con le sue stesse mani. “State combattendo per la causa di Dio, e vorreste cominciare con un atto così malvagio. Quest’uomo mi appartiene, e chi gli toccherà un capello ne risponderà a me”.

Furono tutti piuttosto lieti di strisciare nel buio per nascondersi da quegli occhi sprezzanti. Poi ella tornò a rivolgersi a me.

“Potete seguirmi, colonnello Gerard”, disse. “Vorrei scambiare due parole con voi”.

La seguii fino alla camera cui ero stato condotto all’inizio. La principessa chiuse la porta, e poi mi guardò con la più maliziosa delle luci negli occhi.

“Non è forse segno di fiducia da parte mia che mi confidi con voi?”, chiese. “Ricordate che davanti a voi avete la principessa di Saxe-Felstein, e non la povera contessa Palotta di Polonia”.

“Quale che sia il nome – risposi – ho aiutato una gentildonna che credevo in difficoltà, e poi come ricompensa mi sono visto derubato dei miei documenti e quasi anche del mio onore”.

“Colonnello Gerard – disse lei – abbiamo giocato una partita, voi e io, e la posta era assai alta. Consegnando un messaggio che non fu neppure affidato a voi, avete mostrato che non vi fermerete davanti a nulla pur di sostenere la causa del vostro paese. Il mio cuore è tedesco come il vostro è francese, e anch’io sono pronta a tutto, anche al furto e l’inganno, se in questo momento di crisi posso aiutare la mia sofferente madrepatria. Vedete quanto sono sincera”.

“Non mi di state dicendo nulla che già non avessi capito”.

“Ma ora che la partita è stata giocata e vinta, perché serbare rancore? Vi dirò una cosa, che se mai dovessi essere in condizioni gravi quali quelle che ho inscenato alla locanda di Lobenstein, non potrei desiderare di incontrare protettore più valoroso o gentiluomo più leale del colonnello Etienne Gerard. Non avrei mai immaginato di poter provare per un francese quel che ho provato per voi quando vi ho soffiato quei documenti dal petto”.

“Ma li avete ciò nondimeno presi”.

“Erano necessari per me e la Germania. Sapevo degli argomenti che contenevano e l’effetto che avrebbero avuto sul principe. Se gli fossero arrivati, allora sarebbe andato tutto perduto”.

“Perché vostra altezza ha dovuto abbassarsi a tali espedienti quando per compiere l’opera bastava una banda di questi briganti che volevano impiccarmi alle porte del vostro castello?”.

“Non sono briganti, ma il sangue più nobile di Germania”, esclamò lei con fervore. “Se vi hanno trattato rudemente, vogliate allora ricordare le offese che ogni tedesco, dalla regina di Prussia in giù, ha dovuto subire. Quanto al motivo per cui non vi ho fatto assalire lungo la strada, posso dire che avevo inviato squadre in ogni dove, e attendevo a Lobenstein la notizia del loro successo. Quando invece siete arrivato voi mi sono sentita disperata, giacché solo una debole donna vi separava da mio marito. Potete vedere le difficoltà in cui mi trovavo prima di risolvermi a usare l’arma del mio sesso”.

“Confesso che mi avete conquistato, vostra altezza, e non mi resta che lasciarvi in possesso del campo di battaglia”.

“Ma riporterete con voi i documenti”. Me li porse nel pronunciare quella frase. “Il principe ha ormai attraversato il Rubicone, e nulla potrà riportarlo indietro. Potete restituire queste carte all’imperatore e dirgli che abbiamo rifiutato di riceverle. Nessuno potrà accusarvi di aver smarrito i vostri dispacci. Addio, colonnello Gerard, e il meglio che posso augurarvi è che quando arriverete in Francia ci rimaniate. Tempo un anno non ci sarà più posto per i francesi da questa parte del Reno”.

E fu così che giocai contro la principessa di Saxe-Felstein con tutta la Germania come posta in palio, e persi la partita. Avevo molto a cui pensare quando condussi al passo la mia povera, stanca Violette lungo la via maestra che da Hof corre verso ovest. Ma tra tutti quei pensieri tornava sempre a me il volto bello e fiero della donna tedesca, e la voce del poeta soldato che aveva cantato in piedi su quella sedia. E compresi dunque che c’era qualcosa di formidabile in questa forte e paziente Germania – questa madre di nazioni – e capii che una terra come questa, così antica e così amata, mai sarebbe stata conquistata. E mentre cavalcavo vidi che stava spuntando l’alba, e la grande stella che avevo indicato dalla finestra del palazzo era fioca e sbiadita nel cielo a occidente.

 

(1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio da “Gli exploit e le avventure del brigadiere Gerard”, di Arthur Conan Doyle (Donzelli Editore, 2009). Riproduzione riservata

INDICE DEI NOMI

Adams, Scott 
Agnelli, Gianni 
Agnes, Biagio 
A&K 
Alfieri, Alfiero 
Amato, Giuliano
Amoroso, Carmine 
Andreotti, Giulio
Archimede 
Arthur, Charles 
Augias, Corrado 
Baglio, Aldo (Cataldo)
Barbato, Andrea 
Baricco, Alessandro 
Bartali, Gino 
Bellini, Vincenzo 
Bene, Carmelo
Benedetto, Marco
Berardi, Berardo 
Bergman, Ingmar
Berlinguer, Enrico 
Berlusconi, Silvio
Bernstein, Leonard 
Bertolucci, Bernardo
Bohr, Niels 
Bonaparte, Napoleone 
Bongiorno, Mike
Bonolis, Marzia
Bossi, Umberto
Brando, Marlon 
Calderoli, Roberto 
Calenda, Antonio 
Calenda, Vincenzo 
Camus, Albert 
Canino, Francesco
Cannavacciuolo, Gennaro 
Caruso, Pino
Caselli, Caterina 
Cavallini, Giuliana 
Chaplin, Charles 
Chapman, Mark David 
Chiambretti, Piero
Churchill, Winston 
Ciampi, Carlo Azeglio 
Clementini, Serena 
Cofferati, Sergio 
Colarizi, Simona 
Colella, Bruno 
Collins, Phil 
Coppi, Fausto 
Cortina, Raffaello 
Costanzo, Lucia 
Cuccurullo, Gustavo
Craxi, Bettino
Daddario, Patrizia
D’Alema, Massimo
Dalla, Lucio 
D’Amico, Silvio
Dandini, Serena 
D’Aquino, Tosca 
Darwin, Charles 
De Carlo, Alessandro 
De Chamery, Gina 
De Filippo, Eduardo
Del Sordo, Cristina 
de Matteis, Tiberia 
De Mita, Ciriaco 
De Sica, Christian
De Sica, Vittorio 
Dini, Lamberto 
Di Rocco, Alfred 
Dodgson, Charles (Lewis Carroll) 
Donnarumma, Elvira 
Donelli, Massimo 
Donzelli Editore 
Doyle, Arthur Conan
Dunne, Catherine 
Durante, Anita 
Durante, Checco 
Einstein, Albert 
Fallaci, Oriana 
Fanfani, Amintore 
Fassino, Piero 
Fazio, Fabio 
Fellini, Federico 
Ferrara, Giuliano 
Ferrari, Paolo
Ferrini, Maurizio 
Fichera, Massimo 
Fioravanti, Valerio 
Fiorello, Rosario 
Fondazione Craxi
Foucault, Michel 
Franceschini, Dario 
Galbraith, John Kenneth 
Gallo, Gianfranco 
Gallo, Massimiliano 
Garibaldi, Giuseppe
Garrone, Matteo 
Giannini, Diego 
Gigerenzer, Gerd 
Gill, Armando 
Giulio Cesare 
Gnocchi, Gene
Goria, Gianni 
Gozzano, Guido 
Gregory, Alex 
Guarini, Ruggero 
Guccini, Francesco 
Guerritore, Monica IV di copertina
Guglielmi, Angelo
Hagen, Walter 
Hitler, Adolf
Horrible Porno Stuntmen 
Huff, Darrell 
Huxley, Aldous 
Jackson, Michael
Johnson, Samuel 
Kennedy, John Fitzgerald
Labranca, Tommaso
Lanza, Cesare
Lavia, Gabriele
Lennon, John 
Leone, Barbara
Lerner, Gad 
Letizia, Noemi
Levenstein, Aaron 
Lévy, Bernard-Henry 
Liberti, Enzo 
Livraghi, Giancarlo
Loren, Sophia 
Lynch, David
Luana Biz 
Lubrano, Antonio
Luigi XIV 
McHale, Des 
Magnaschi, Pierluigi
Magnoni, Emanuele 
Magritte, René 
Maionchi, Mara
Maldacea, Nicola 
Mambro, Francesca 
Mammoliti, Anna Maria 
Manzoni, Alessandro
Marciano, Francesca 
Marsilio Editore
Marshall, George 
Martelli, Claudio 
Mascetti, Piero 
Mastroianni, Marcello 
Mercury, Freddy 
Mejerchol’d, Vsevolod
Merlino, Renato 
Metternich, Klemens 
Monicelli, Mario
Monnet, Luisa 
Montale, Eugenio 
Montarolo, Dada
Monti & Ambrosini editori 
Moscati, Donato
Musette, Fulvia 
Nerone 
Nicoletti, Gianluca 
Obama, Barak 
Oxa, Anna , 
Panseca, Filippo 
Parmentola, Antonella
Pasquariello, Gennaro 
Pavarotti, Luciano 
Pini, Massimo 
Pirandello, Luigi
Placido, Beniamino 
Platone 
Plastino, Pasquale 
Poretti, Giacomo
Presley, Elvis 
Proclemer, Anna
Proietti, Gigi
Proust, Marcel 
Puccini, Giacomo 
Raffai, Donatella 
Rampling, Charlotte
Riotta, Gianni 
Rizzoli 
Rolando, Stefano 
Ronchey, Alberto 
Rossini, Gioacchino
Salemme, Vincenzo 
Sanapo, Alessandro
Santa Caterina da Siena 
Santoro, Michele 
Sauvy, Alfred 
Saviano, Roberto 
Scarano, Tecla 
Scarpetta, Eduardo 
Senofonte 
Servillo, Toni
Signorina Cervini 
Somma, Sebastiano 
Sordi, Alberto 
Spencer, Diana 
Spera, Miriam 
Stallone, Tiziana
Storti, Giovanni
Strehler, Giorgio
Sun Zu 
Tamburri, Filippo 
Totò
Trilussa (Carlo Alberto Salustri)
Tronnolone, Rosario 
Twain, Mark 
Ustinov, Peter
Urbano VI 
Vacca, Giuseppe 
Van Gogh, Vincent 
Vanoni, Ornella 
Veltroni, Vittorio 
Veltroni, Walter
Vercellana, Rosa (Bella Rosin)
Verdi, Giuseppe 
Verdone, Carlo
Vespignani, Virgilio
Villaggio, Paolo 
Yavanna 
Zaccarini, Carolina 
Zadoff, Allen 
Zanazzo, Gigi 
Zemeckis, Robert 
Zola, Émile