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Edizione n. 16

In questo Attimo troverete una mia intervista a Pupi Avati, uno dei miei (pochi) registi veramente amati. Ho avuto il piacere di incontrarlo nella sua bella casa in via del Babuino, a Roma, dove abita da sempre. Anch’io, alla fine degli anni Ottanta, ho abitato per due anni al Babuino, in un palazzo qualche metro più avanti, rispetto al suo. Ma allora non lo sapevo. E non mi venne in mente di chiamarlo per un’intervista, anche se fin dai suoi primi film ero diventato un suo fervido, convinto sostenitore. E questo mi ha fatto riflettere, per la millesima volta, sull’importanza del tempo, che ci sfugge e inesorabilmente si consuma giorno per giorno, il tempo che è all’origine di tutto: delle opportunità che ci propone, delle scelte che prendiamo per la nostra vita, assumendoci la responsabilità di determinare, spesso inconsapevolmente, gli indirizzi da prendere; e dell’appuntamento con l’imprevedibile momento finale, quando tutto sarà stato consumato.

Ho pochi amici veri, mi sarebbe piaciuto diventare amico di Pupi Avati. Vent’anni fa l’opportunità sarebbe stata più semplice, abitavo a pochi passi da lui, ma non lo sapevo nè mi capitò di incontrarlo per caso nè di chiederglielo. A quel tempo avevo un superbo cane alano, un “arlecchino” che avevamo chiamato Romeo, mi divertivo a portarlo a passeggio in piazza di Spagna o in via Condotti perchè, attratti dalla sua bellezza, intorno a lui quasi sempre si formavano nugoli di turisti, per lo più giapponesi, desiderosi di fotografarlo. E Romeo si metteva in posa, pavoneggiandosi immobile, statuario, come un divo del cinema davanti ai fotografi di un Festival, o un bellimbusto da sfilate di moda. Poi, appena cessava il clicchìo dei flash, tornava in movimento, non prima di avermi lanciato uno sguardo orgoglioso, partecipe, quasi a dirmi: “Sei soddisfatto Hai visto che figurone fai, con me al guinzaglio?”.

Ma torniamo a Pupi Avati. Non colsi l’attimo fuggente negli anni ottanta, sono andato a cercare l’attimo vent’anni dopo e certo non si può escludere, alla luce della piacevolezza dell’incontro, che nasca tra noi un buon rapporto di amicizia… ma so bene che non sarà nè facile nè semplice, sono convinto che è molto complicato, anche faticoso, creare amicizie vere, solide e inaffondabili, dopo una certa età. E io, 68, e Pupi, 72, questa linea di confine l’abbiamo superata da un bel po’.

È faticoso, lo scrivo per chi non mi intendesse al volo, perchè invecchiando aumentano le pigrizie, le compromissioni, le diffidenze, l’ironia, il sarcasmo, il cinismo, il fatalismo, il pessimismo, diminuisce l’entusiasmo… e sono sempre più rare le possibilità di costruire, attraverso esperienze condivise e occasioni di confronto, i forti rapporti. Ci si aggrappa a ciò che si ha, o si ha avuto, a ciò che arriva dalle radici della giovinezza, dalla lunga vita vissuta e sofferta, spesso, più che goduta. Per di più in queste settimane mi sento scottato, o ferito, dal crollo inatteso di ciò che consideravo un rapporto di amicizia puro e fraterno con un paio di persone, non farò i nomi, entrate nella mia vita da pochi anni. Un’illusione. E, di conseguenza, mi si è rafforzata la convinzione che le amicizie si costruiscono, soprattutto se non esclusivamente, quando ci si incontra da giovani e si condividono sogni, gioie e schiaffi in faccia. Detto tutto ciò, benvenuto Pupi nel nostro piccolo club dell’Attimo: ti accogliamo a braccia aperte.

Questo numero della nostra rivista è ricco di firme e di proposte, spero, interessanti. Riproponiamo due magnifiche interviste: una è di Stefano Lorenzetto, pubblicata dal Giornale, a Vittorio Feltri. L’altra è di Aldo Cazzullo, dal Corriere. Ci sono inoltre nuovi reperti di Maurizio Costanzo, la puntuale, e bellissima, più lunga del solito, poesia di Corrado Calabrò, un intervento – dopo quello della regina Rania – della principessa Wijdan Fawaz Al-Hashemi, ambasciatrice della Giordania a Roma, sull’arte islamica. (Siamo amici della Giordania! Ai lettori della nostra rivista abbiamo anche proposto, per questo numero, un piccolo sondaggio su un tema che si può riassumere nel vecchio slogan, “Chi è la più bella del reame?”. E la regina Rania si è affermata su tutte).  Poi ancora il mio vecchio maestro Antonio Ghirelli su Napoli, Massimo Cotto su Sandor Marai incontrato di sfuggita a Malibu (neanche sapeva chi fosse! valgono, per Massimo, più o meno le riflessioni che ho fatto in apertura su Pupi Avati), Antonella Parmentola faccia a faccia con il sempre giovane Giampiero Mughini, Barbara Leone con il vecchio indomabile leone Arnoldo Foà, Placido Cavallaro – uno studente della nostra Accademia – con Matteo Nucci finalista al Premio Strega, che avrebbe meritato di vincere, un’inchiesta tra le case discografiche (ciao, grande Caselli!) sulla domanda-base “Quanto talento nei talent show?, una digressione di Domenico Mazzullo sul suo adorato Mazzini.

Ho lasciato per ultimo un divertente articolo di Tiziana Stallone, che vi consiglia, in piena estate, a non prendere sul serio i libri che garantiscono diete miracolose. Prendendo spunto dal suo – persuasivo – intervento mi è venuto in mente di proporvi un giochino letterario per le ore di relax, in spiaggia o in montagna. Quali sono i libri ideali, i vostri preferiti, da leggere o rileggere “anche”, non solo ovviamente, allo scopo di dimagrire o di (beato chi può permetterselo) di ingrassare, comunque di tenersi in buona forma fisica? Eccovi, se interessa, qualche mia personale supposizione. Comincio da una biografia di Socrate, che sto leggendo in questi giorni: è la lettura ideale per evitare, anche nel cibo, tutto ciò che è superfluo. Anche se il grande filosofo era amante, all’occorrenza, della buona tavola e anche del vino (che, ahimè, all’epoca si beveva quasi sempre allungato con l’acqua, per evitare ubriacature). E Sandor Marai, che ho scoperto, e me ne dolgo, solo negli ultimi mesi? Se avrete lo stesso coinvolgimento che ho vissuto io leggendo “Le braci” e “La donna giusta”, attenzione, il vecchio Sandor è pericolosissimo perchè vi pone di fronte a comportamenti contraddittori: o vi dimenticate del mondo, e quindi anche di mangiare e bere; o, distesi sul divano, o ben comodi in poltrona, vi godrete la delizia della sua lettura con cioccolatini, biscotti, dolcetti, champagne. La stessa reazione è presumibile per l’infinito Proust: se scegliete (ve la consiglio, siamo sinceri) la seconda opzione, quella del godimento puro, non dimenticate la mitica “madeleine”. Se leggete Hemingway, o qualcuno dei grandi della sua stagione, Steinbeck o Caldwell o Faulkner, difficile andare avanti senza whisky o rum. Champagne d’obbligo per Scott Fitzgerald. Con John Fante, alternanza di bevande e di stati d’animo. Con il grandioso Bukowski, è prudente prepararsi acquistando (al supermercato, come facevano lui e i suoi personaggi) birra di qualsiasi qualità.

Ancora birra, ma anche pernod, se scegliete Simenon e Maigret – una coppia che non tradisce mai. Se preferite le avventure dell’agente 007, potete azzardare anche il vino rosso col pesce (“Dalla Russia con amore”). Il più pericoloso è il mio amatissimo Giacomo Casanova, con la storia della sua vita: è talmente ricca del piacere di vivere, col gusto (oltre alle partite di carte e alle performances amorose) di organizzare pranzi sontuosi con la complicità di cuochi, servitori e sempre graziose e disponibili cameriere – tutti sensibili al fascino delle generose mance che elargiva il seduttore più grande della storia – che difficilmente riuscirete a sottrarvi all’impulso di emularlo, almeno a tavola.

I libri sembrano, a maggioranza, nemici di qualsiasi dieta. Però, vi ho parlato quasi esclusivamente di romanzi. Se vi buttate sui saggi e sui libri politici il rapporto e gli scenari con il cibo e le bevande cambiano di colpo. Almeno per me. Non leggo l’amico Massimo Fini senza un buon bicchiere di vino rosso, di solito un Bordeaux, a portata di mano. Le invettive di Travaglio tolgono l’appetito. Di solito, anche le zuccherose biografie o autobiografie dei politici – ma Cossiga, al contrario, esige buone bevande. L’elogio del bignè, a firma di Maurizio Costanzo, la splendida esaltazione che abbiamo pubblicato nell’ultimo Attimo, impone un’incursione in pasticceria. Ma se proprio volete dimagrire, vi consiglio il libro che sto leggendo in questi giorni, “Vedo Satana cadere come la folgore”, di René Girard. Sul significato dei Vangeli, le contraddizioni dei miti biblici, i misteri religiosi. Non mi passa per la mente di prendere neanche un bicchiere d’acqua. Si potrebbe andare avanti, farne un libro, con indispensabili approfondimenti. Ma mi fermo qui. Ognuno, per fortuna, può e deve vivere liberamente. Anche nella scelta dei libri, di come sceglierli e gustarli, a piacimento.

 

 


I libri? Credetemi, leggerli non basta
I libri come un’ossessione,un viaggio della mente,

una finestra su mondi sconosciuti.

In questo numero saranno proprio loro

il leit motiv di diversi articoli, a partire

dalle citazioni che, come sempre,

punteggiano la nostra rivista.

 

Con i libri ho un rapporto speciale: ne colleziono assai più di quanti ne riesca a leggere. Un pensiero stupido mi viene sempre in mente quando rifletto sulla morte. Penso che morire mi impedirà di leggere o rileggere i libri che amo o semplicemente mi incuriosiscono. A parte altre considerazioni, il pensiero è stupido perchè, posto che riesca a leggerne un tot, nel frattempo usciranno nuovi libri mille e mille volte quel tot. È una corsa senza fine, un inseguimento impari. Il grande Massimo Troisi in un suo film non a caso diceva più o meno: “Non leggo… Che ragione c’è di leggere? Mentre leggo un libro, ne escono altre migliaia…”

Comunque sia, resto schiavo di questo maniacale rapporto con i libri. E leggerli non mi basta. Sono oggetti di desiderio e di amore. Sentirne il profumo, che bellezza. Toccarli. Accarezzarli. Osservare con incanto i particolari di alcune copertine. Riporli in libreria, riprenderli in mano. Regalarli, mai prestarli… Metterci dentro, come segnalibro, le foglie di una pianta. Annotare qualcosa. Apporre la propria firma, la data dell’acquisto come un primo segno di possesso. E così via. E, a volte, tenerli lì, in un angolo, guardarli, in attesa di lettura.

Cesare Lanza

(Da “Mister No – Cesare giorno per giorno”, 2010 www.lamescolanza.com )

Cesare Lanza - Pupi Avati, il cinema? Per me è una vita parallela e sono molto grato a Laura Betti e Ugo Tognazzi

Il grande regista racconta frammenti della sua vita e confida: nella vita quotidiana, a fianco della realtà, vivo un’altra esistenza, idealmente con la macchina da presa sempre in mano

Cesare Lanza*

Mi piacciono, da sempre, i film di Pupi Avati. Ma non avevo mai avuto occasione di incontrarlo. Un giorno – rivedendo in televisione un suo vecchio film – mi è venuta voglia di conoscerlo di persona, per una intervista. Gli ho scritto un biglietto e gli ho mandato un paio di copie dell’Attimo. Mi ha risposto, gentilmente, con una telefonata. Ed eccoci qua, nella sua bella casa nel centro di Roma.

Il tuo inizio è stato difficile – gli dico subito. – Ricordo di aver sostenuto, a cena con gli amici, molte discussioni: perchè non ti erano riconosciute quelle qualità che, a mio parere, ti spettavano. È così?

“Indubbiamente, ho incontrato all’inizio grandi difficoltà. Arrivai a Roma, da Bologna, con il peso di forti pregiudizi su di me. Parliamo della fine degli anni sessanta. Avevo fatto due film, a Bologna: commercialmente, zero! I titoli ti dicono tutto: uno si chiamava “Balsamus, l’uomo di Satana”… Bisogna ricordare che era una stagione particolare del cinema italiano, c’era una sorta di frattura con il pubblico, i registi proponevano linguaggi nuovi, difficili. Prevaleva, nel pubblico, la diffidenza. Un distributore mi spiegò con lucidità: se vuoi continuare in questo mestiere, dovresti cambiare nome.

Ormai si sa che hai firmato due flop, nessuno rischierà affidandoti lavoro. Ed era vero, vissi perciò un lungo periodo buio. Il problema è che il cinema è un mezzo di espressione non libero, che si misura di continuo col denaro: un braccio di ferro. È sempre stato così. Per tutti. E oggi è anche peggio: anzi, vedo che i registi giovani, i nuovi, si preoccupano del box office assai più di quanto ne fossimo intimoriti noi”.

E poi…? Di quali anni stiamo parlando?

“’71, ’72. La mia svolta arrivò grazie a Laura Betti, il mio Virgilio. Laura, che mi prese per mano e mi condusse attraverso l’inferno romano. Fu la nostra comune bolognesità a far scattare una scintilla di simpatia. Perciò, per questa comune radice, fui accolto benevolmente, con mia moglie, nel suo salotto. Un salotto famoso e importante: sia per come si mangiava, particolare per me non trascurabile all’epoca in considerazione delle mie difficoltà, sia perchè era frequentato da tutti quelli che contavano, nell’ambiente del cinema. Quel salotto ebbe una forte influenza, su di me.

Io sono molto plagiabile, mi accorgevo di ripetere spesso ciò che si era detto la sera prima, in quelle chiacchierate. Anche se appartenevo a una famiglia, in fondo, di radice cattolica, democristiana, tradizionale, mi accorgevo di essere un replicante, una specie di Zelig che si immedesimava, senza condividerlo, nel pensiero altrui!”.

La conversazione prende altri sviluppi, poi mi scuso per la divagazione e gli chiedo quale sia stato, per lui, il rapporto con i critici.

“I critici! Non hanno mai contato nulla, o comunque granché, per il destino di un film o di un regista. Progressivamente, con gli anni, sempre meno. All’epoca, quando arrivai alla scoperta di Roma, una recensione favorevole, che so, su “Paese sera” poteva ancora dare un po’ di sostegno a un film. Oggi, le recensioni non influiscono minimamente sul successo del film. Vado a leggere le recensioni dei miei film o di altri, con curiosità. Quanti pallini di gradimento, quanti asterischi abbiamo avuto? Tutto qui: una curiosità. Importanza delle recensioni, zero. Il film vale quanto incassa. Tragicamente, è così”.

E tu quanto vali, sotto il profilo degli incassi?

“I committenti, che siano Medusa o Rai Cinema, per fortuna si fidano di me. Ho fatto 42 o 43 film, neanche ricordo quanti, e la mia media di incassi è considerata affidabile. Sì, si fidano di me. Certo non per le recensioni, Non faccio cinepanettoni, non produco ricchezze, e mai incassi da sballo, ma so di poter contare su una certa fiducia”.

Hai una società di produzione, con tuo fratello Antonio.

“Una società che vive in perenne turbolenza. Dobbiamo sempre pagare qualche debito, contratto col film precedente. Di conseguenza ci è indispensabile la continuità, garantita dall’incarico per il film successivo. Una continua rincorsa dietro la serenità economica”.

Tuo fratello, l’amministratore, ti sorveglia e ti limita in qualche modo, o ti lascia fare, con le spese?

“Con mio fratello l’accordo è perfetto. Mi conosce bene e cerca di accontentarmi in tutto e per tutto. Ma vedi, facendo un film, la nostra credibilità è uguale al rispetto che abbiamo per il budget assegnatoci. Io sono molto attento ai confini imposti dal budget”.

Mi fai un esempio concreto?

“Semplice… Se tu scrivi un racconto e la tua immaginazione ti spinge a scrivere che duecentocinquanta cavalieri stanno scendendo dalle colline, puoi farlo senza problemi, no? Tranquillamente. Non ci sono limiti, per l’immaginazione. Duecentocinquanta cavalieri. E perchè non cinquecento? O mille? Io invece, se scrivo una storia da tramutare in film, penso a duecentocinquanta cavalieri e automaticamente mi fermo. È un riflesso condizionato. Facciamo cento, mi dico subito: se no, si spende troppo. Poi faccio qualche telefonata di sondaggio con la produzione e i cavalieri diventano cinquanta, o venti”.

Quanto costa, mediamente, un tuo film?

“Quattro milioni, quattro milioni e mezzo…”.

Difficoltà?

“Le difficoltà ci sono sempre. Ma io sto attento. Pensa, girerò il mio prossimo film, come ormai fanno quasi tutti, in digitale anziché in pellicola: costa meno. Per me, sarà la prima volta. Anche alla mia bella età, 72 anni, sono molto attento alle novità tecnologiche, che consentono di risparmiare. Finchè il cervello non si spegne, è bene seguire le novità, capire e utilizzare le opportunità. Peraltro i miei film sono intimisti, non ho bisogno di effetti speciali, di apporti fantastici. Non è nel dna del cinema italiano. Per i giovani è diverso: io ho tre figli, il più piccolo ha lavorato ad Avatar”.

 

Torniamo al fortunato incontro con Laura Betti.

“Ho per lei una gratitudine totale. Mi permise di conoscere tutti, ad esempio di scrivere con Pasolini il suo ultimo film. E Bernardo Bertolucci e Giovanni Bertolucci, il produttore. E Ugo Tognazzi, ch’era una star assoluta… Per la verità a Ugo arrivai attraverso un errore della moglie, uno scherzo felice del destino. La premessa: era molto difficile indurre Tognazzi a leggere un copione! Successe che un giorno Tognazzi era in procinto di partire per Parigi e disse alla moglie. “Mettimi in valigia quel copione… Non si sa mai, se ho tempo, lo leggo”.

Si riferiva a un copione scritto da Alberto Bevilacqua. Mentre io avevo lasciato a casa sua un mio copione destinato a Paolo Villaggio… ebbene, la moglie si sbagliò e in valigia mise il mio scritto”.

Era la fortuna, che finalmente aveva deciso di sorriderti…

“Non puoi immaginare quanto ne avessi bisogno! Era un periodo ancora molto duro. A farla breve, ero praticamente alla fame, telefoni tagliati, affitto non pagato… I soliti tormenti di quando non hai soldi a sufficienza per le spese indispensabili. E Tognazzi, grazie a quell’errore, aveva letto il mio copione! Mi telefonò da Parigi per dirmi che avremmo fatto il film, non credevo alle mie orecchie!”.

E con Pasolini come andò?

“Pasolini… Il rapporto tra registi e sceneggiatori spesso è difficile. Ma con lui ci si intendeva subito. E anche con lui ci fu una fortunata coincidenza. Pasolini da due anni aspettava di fare un film su San Paolo, con Marlon Brando. “Salò o le 120 giornate di Sodoma” era stato pensato per Sergio Citti, con Pasolini lo avevamo scritto per lui, doveva farlo lui. Poi, dopo due anni, mi venne l’idea, per sbloccare il doppio stallo – Pasolini che aspettava Marlon Brando e noi che non riuscivamo a chiudere il film con Citti -, di proporlo a Pier Paolo: “Perchè non lo fai tu?” E lui sembrava incerto, disse che aveva smarrito il copione…

Prontamente replicai: “Ma io ce l’ho, te lo porto oggi stesso! E così il progetto andò in porto. Debbo dire che fu il film più brutto di Pasolini, un film estremo, ispirato a De Sade e alla Repubblica di Salò, che provocò tante polemiche”.

Tognazzi?

“Ebbi all’inizio verso di lui un rapporto di quasi totale genuflessione. Era il ‘75, gli ero troppo grato per aver scelto il mio film e di avermi dato la possibilità di dirigerlo. Si chiamava “La mazurka del barone della santa e del fico fiorone” e gli lasciai fare, in pratica, tutto ciò che voleva. Insomma, anziché stop, alla fine delle riprese gli dicevo “Grazie!”. Molti anni dopo, nel 1986, il rapporto si rovesciò. Ugo si trovava in un periodo così così, e ingaggiandolo feci qualcosa di utile per lui come lui aveva fatto qualcosa di prezioso, decisivo, per me – più di dieci anni prima. Il film era “Ultimo minuto” e finalmente diressi Tognazzi, che si confermò un attore straordinario”.

Un altro aspetto significativo del tuo lavoro è la capacità di re-inventare personaggi diventati famosi per altre attività… Katia Ricciarelli, Neri Marcorè, ultimamente Christian De Sica.

“Alla base c’è qualche buona intuizione, ma soprattutto la volontà di non rassegnarsi alla pigrizia o alle abitudini, o peggio alle mode, la volontà di non chiamare gli attori famosi del momento, quelli baciati da improvvisa popolarità, e di non correre dietro i capricci di alcune star che pretendono di ripetere sempre la stessa routine artistica, lo stesso personaggio. Con la signora Ricciarelli, per “La seconda notte di nozze”, l’intuizione arrivò una sera a cena, con mio fratello e Nichetti.

Non conoscevo Katia. Eravamo un po’ bevuti e cominciammo a passare in rassegna tutte le attrici di una certa età, che corrispondevano al personaggio. A un certo momento ebbi un’illuminazione: la Ricciarelli! Noi tre fummo subito d’accordo, ma poi trovammo forti, comprensibili pregiudizi. Katia era stimata come soprano, come attrice era un’incognita. Nel cast c’erano attori importanti, Antonio Albanese, Neri Marcorè, Angela Luce – e il ruolo era difficile. Lei si comportò in maniera eccellente. Dopo due giorni di ambientamento, capì che l’unica strada sul set era l’umiltà, la disponibilità a imparare ciò che non sapeva. Ascoltare, imparare, essere spinti dalla paura di non farcela… Risultato eccellente, con la gratificazione per lei del Nastro d’argento, preferita rispetto ad attrici importanti. Oltre ai nomi che hai ricordato, aggiungiamo almeno quelli di Ezio Greggio e Diego Abatantuono, che abbiamo inventato al posto del cliché comico, in dialetto nel caso di Diego”.

Di Carlo Delle Piane, superlativo in “Regalo di Natale”, si dice che non abbia un carattere facile.

“Non è vero e comunque sfido io! Carlo arrivò al cinema da ragazzo: fu scelto come il bambino più brutto di Roma… Sono cose che vorranno pur dire qualcosa, nella crescita di un adolescente, cose che segnano, no? E poi sono convinto che i grandi attori vengano dalla sofferenza, diano il meglio quando sono in difficoltà”.

Qual è il rapporto che instauri con i tuoi attori? C’è qualche amicizia, qualche relazione più profonda, rispetto ad altre?

“No. Mai avuto un rapporto profondo che vada al di là del film. Sono storie d’amore che si aprono e si chiudono sul set. Poi a volte si riaprono. E si richiudono. Anche con quelli con cui ho frequentazioni più assidue, come con Abatantuono e Silvio Orlando. Forse perchè non frequento gli ambienti cinematografici. E, a metà di un film, comincio a pensare al successivo”.

E qual è il tuo rapporto con le donne, nella vita? Le personalità femminili, nei tuoi film, sono un mix di amore, odio, perfidia, ironia, sarcasmo, cinismo, pessimismo… Dev’essere complesso, nella vita, il tuo rapporto con l’altro sesso.

“Neanche tanto. In un mio film l’attrice, Tiziana Pini, chiede all’attore maschio: -Tu cosa provi, con le donne. E lui: “Paura!”. Ecco, io sono così. Le donne di oggi mi fanno paura. Per fortuna ho sposato la ragazza più bella di Bologna, Nicola, e viviamo insieme da più di quarant’anni. Un rapporto fondamentale, indistruttibile”.

E qual è, se c’è, il segreto?

“Litighiamo e discutiamo ogni giorno. I litigi e le discussioni sono un legame d’acciaio, in un matrimonio”.

E perchè hai paura delle donne di oggi?

“C’è un limite sociale, culturale. Come posso dirti? Il rapporto uomo-donna durante la mia giovinezza era del tutto diverso, rispetto a oggi. Mio nonno era un autentico super “macho”. E io, da ragazzo, vedevo, a tavola, la sua mano che si allungava puntualmente sotto la gonna delle ragazze, o forse sarebbe meglio dire femmine, che servivano – impassibili – a tavola. Questa era l’impostazione culturale, all’epoca.

Un altro esempio? Quando ero giovanissimo, succedeva che mia madre mi chiedesse di accompagnare a casa, in macchina, una sua amica… Erano donne di una certa età, insomma l’età di mia madre. Eppure questo incarico mi turbava! Mi chiedevo: qual è la cosa giusta da fare adesso, quale è l’aspettativa di questa signora? Cosa devo fare, ora, devo saltarle addosso? E se non le salto addosso, non penserà per caso che sono un omosessuale?”.

Ora, lo stato d’animo di esitazione e di paura si capisce meglio.

“Sono del tutto disorientato – conclude Pupi – di fronte a un certo tipo di donna di oggi, aggressiva, forte, quella che conduce i giochi e prende l’iniziativa. Ho scoperto le donne all’epoca di mio nonno che le palpeggiava, senza alcun dubbio e nessuna incertezza”.

Sto per accomiatarmi. È quasi ora di colazione, mi piacerebbe fermarmi ancora, ma non voglio apparire un intruso. Dico dunque ad Avati che lo intervisterei volentieri per giorni e giorni, visto il gran numero di potenziali spunti di conversazione, che si sono delineati e rimasti irrisolti, in questa occasione. Ma mi è rimasta almeno un’ultima curiosità da soddisfare.

Quali sono le tue relazioni, e le opinioni, con i colleghi registi?

“Non mi piace esprimere giudizi particolari. Che ognuno pensi al suo lavoro! E debbo dirti che vedo pochi film, ne ho visti a migliaia, sono un po’ stufo, e a mia volta faccio uno o due film all’anno, non ho neanche tanto tempo”.

Ci sarà però un tuo regista di riferimento, uno che abbia influito o comunque ti sia piaciuto in modo particolare.

“Questo, sì. Il “mio” regista l’avevo scoperto a metà degli anni sessanta in “Otto 1/2”… Naturalmente lui, Federico Fellini. Purtroppo, l’ho conosciuto quando era sul viale del tramonto. Oltre che mio conterraneo abitava qui all’angolo, in via Margutta. Mia mamma e Giulietta, Giulietta Masina, andavano spesso a fare la spesa insieme. Fellini era un genio, purtroppo quando l’ho frequentato era diventato un po’ malinconico, rancoroso verso chi lo sfuggiva dopo che per tanto tempo lui era stato il Maestro, un maestro irraggiungibile. Nonostante i disagi e i risentimenti, era sempre molto spiritoso. Per me, un modello, un riferimento”.

Sarà banale chiedertelo, ma… Cosa rappresenta il cinema, nella tua vita?

“È tutto. Pensa: mi capita spesso, per non dire sempre e di continuo, di vivere due vite parallele. Una è quella reale. L’altra è condizionata dalla mia immaginazione, come se da qualsiasi spunto dovessi trarne una storia o una scena per un film. Ad esempio, ieri in casa non funzionava la caldaia, mia moglie mi spiegava qualcosa, china verso i marchingegni elettronici, poi d’improvviso mi dice: “Ma tu sei distratto, non segui ciò che ti dico”. Era vero. Stavo pensando quale potesse essere il modo migliore di riprenderla, in quel momento, come se stessimo girando un film”.

Nota che sto sorridendo. E mi chiede perchè.

“Perchè è, esattamente, quel che capita a me e, soprattutto, ciò che chiedo in continuazione agli iscritti alla mia Accademia. Vivere, come hai detto tu, due vite parallele. Sovrapporre su ciò che è reale l’idea immediata e, appunto, parallela, di una fantasia o di una storia, quanto meno di una battuta, di un dialogo… Mi sembra una esercitazione utile, per inventare cose nuove e diverse”.

Penso che sia preferibile una vocazione certa. Ma indubbiamente, per tutti, è un’ottima esercitazione, per imparare a immaginare.
*Dice di sé.
Cesare Lanza. Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono molto, per quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina Poletti: “Era un uomo tutte case e famiglie”. L’altra, pensata da un ex allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da ragazzo si comportava come un adulto. Da adulto, come un ragazzo”. Gli mancheranno molto i cinque figli, che in vita ha trascurato, le due mogli, gli amori vissuti o anche semplicemente sognati, il poker, le scommesse, i libri… e anche le partite del Genoa, non importa se vincenti o perdenti. Tante cose, tanti affetti: perchè morire? 

Milan Kundera Si pubblicano libri con caratteri sempre più piccoli.
Immagino la fine della letteratura: a poco a poco, senza che nessuno se ne
accorga, i caratteri rimpiccioliranno fino a diventare completamente invisibili.(Da “L’arte del romanzo”, 1986)

 

 

Leonardo Sciascia Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro, possono
a volte, e per alcuni, suonare come quello di una patria.

(Da “Porte aperte”, 1987)

 

Corrado Calabrò - Sole di paglia
CORRADO CALABRÒ
Sole di paglia 

 

Hanno la febbre i pesci

a primavera.

Esita maggio

a schiudere i boccioli.

Sole di paglia:

così chiamano il sole a Lampedusa

di fine aprile e dei primi di maggio.

Questo lago

sembra in sé concluso

ma sotto sotto scambia

le sue acque col mare

per filtrazione.

Mi s’è ristretto

il lettino nelle spalle.

Chi di noi due

ha fatto il primo passo?

Hanno la febbre i pesci

sotto l’acqua surriscaldata

come le serpi

sotto il fieno in fermentazione.

Annuso un bocciolo

non dischiuso

e una foglia d’alloro tarlata;

di tanto in tanto

riaccendo il cellulare.

Oggi ci sono le finali

degli Internazionali al Foro Italico.

E oggi è pure la festa del lavoro;

con tante feste

ormai è una convenzione.

Sotto la duna di sabbia

questo lago

è in comunione segreta

col mare;

ma i pesci non riescono a passare.

Tocca a chi ha fatto il primo passo

fare adesso il secondo:

un passo indietro.

Devo solo aspettare quel passo

come Maometto aspettò la montagna.

Esita maggio…

È tutto il giorno

che i pesci non abboccano…

E se fosse un passo a due?

La tua bellezza, ai tuoi occhi, ti autorizza

a essere conclusiva e inconcludente…

 

 

AMARCORD Antonio Ghirelli - Una certa idea di Napoli

È barocco il gesto che mima un entusiasmo inesistente, l’ammiccamento che sottintende un rapporto tanto stretto quanto immaginario, il diniego che maschera la confessione, la manifestazione magniloquente di pietà che nasconde indifferenza (1)

Antonio Ghirelli*

Il barocco

Poco meno di due secoli fa, l’abate Galiani scrisse un piccolo, incantevole saggio sulla maniera di attraversare tutta Napoli, nelle ore più calde della nostra caldissima estate, senza prendere il sole. È un’idea che può venire soltanto a un napoletano non solo per l’assiduità del bel tempo, ma soprattutto per la straordinaria dimestichezza che ci lega alle strade, per la necessità e la vocazione che abbiamo a consumarvi la più grande parte della nostra giornata. Da ragazzo, appunto, io conquistai la nostra città e la mia adolescenza passeggiando per le strade vecchie e nuove di Napoli. Napoli, allora, aveva confini più netti, contorni relativamente ristretti. A nordovest, che era poi la mia direzione favorita, le case facevano presto a diradarsi, cedevano al verde dei giardini e dei cespugli di roccia, mi lasciavano solo con il panorama e con me stesso.

Avevo uno strano amico, a quel tempo: il fratello di uno scrittore abbastanza celebre, un uomo già adulto e anzi precocemente invecchiato in conseguenza di una malattia nervosa che gli dava l’apparenza esteriore di un imbecille. Imbecille, tuttavia, egli non era; e a me, anzi, si svelava con ingenua fiducia in tutta la sua bontà ed umana esperienza.

Ne ebbi paura in principio, quindi via via imparai a conoscerlo e a volergli bene. Sapeva molte cose di mondi lontani, quasi che dal celebre fratello avesse derivato la passione dei viaggi e la conoscenza di quelle terre; mentre, probabilmente, era solo dotato dell’intuito misterioso che nasce dalla sofferenza e dalla solitudine.

Ricordo che dedicavamo i pomeriggi e le mattine d’estate a lunghe escursioni verso Bagnoli, in una zona che oggi è gremita di ville e di strade asfaltate, ma che allora rassomigliava piuttosto a una contrada agreste, con tutto il fascino che la campagna esercita su un ragazzo. A mano a mano, però, che andavo crescendo e maturando l’amore per la cultura, scoprii il centro della città, e, più avanti, il suo cuore antico, le sue viscere greco-spagnole, la struggente abiezione dei vicoli rigurgitanti di popolo.

Dal nord, quasi senza accorgermene, passai a sud, seguendo il declino della mia famiglia. Tra il vico d’Affitto, dove abitava mia madre, e Cariati, dove abitavano i miei parenti più stretti, fino al vicolo delle Nocelle, dove stava di casa un cugino che amavo più di un fratello, si tese come una sorta di invisibile e immenso triangolo, entro il quale conobbi da vicino la vita, la vita napoletana di quegli anni, in tutta la sua spietata verità.

Ero troppo povero, fortunatamente, perfino per prendere il tram – che dominava ancora, sferragliando ogni altro mezzo di trasporto – così camminavo senza sosta, senza fatica, un poco assorto (secondo una dolce abitudine) nella lettura di un libro, un poco attratto e stordito dal film della strada.

Ricordo certe sere settembrine in cui percorrevo il corso Vittorio Emanuele, sbirciando alla luce dei lampioni nei volumi splendidi che un mio zio assai curioso mi veniva dando in prestito: tutto Dumas, molto Zevaco, tante biografie di Napoleone, dei Verne, dei Salgari.

Storia e fantasia mi rimescolavano il sangue: passavo dinanzi alla funicolare di Montesanto, alle “pedamentine” di San Martino, all’Ospedale militare; sbucavo, trasognato, dinanzi al convento di San Pasquale, sul parapetto di pietra che domina i quartieri centrali della città, il porto, il Palazzo reale; scivolavo che era già notte, sotto la rampa di Sant’Orsola, il Magistero dal quale sarebbe uscita la ragazza che dovevo sposare, dieci anni più tardi.

Le mattine d’estate, quando non c’era scuola, andavo volentieri a fare la spesa per mia madre. Ricordo il mercato rumoroso e allegro di Sant’Anna di Palazzo, lo stesso posto nel quale avevo frequentato la mia prima scuola, l’asilo Principessa Mafalda. Dinanzi alla chiesa protestante, si accendeva la furia verde-rosso-gialla delle “sporte” di verdura e di frutta, si alzava il tumultuoso clamore delle grida, il fitto cicaleccio delle contrattazioni. Di fronte alla chiesa, si aprivano inverosimili botteghe di pasta fresca, di salumi, mozzarelle, scatolame, pizze, dolciumi, uova, carni, polli.

Conoscevo tutti i bar del quartiere, dove spesso la mamma mi mandava a prendere il caffè, nelle prime ore del giorno, la caffettiera napoletana ricoperta da un sottile foglio di carta, i pochi soldi di bronzo in pugno, occhi e orecchie perduti nel frastuono. E imparai a conoscere, piano piano, le edicole alle quali mia madre mi mandava a chiedere una razione quotidiana di sogni, di illusioni, di irresistibile passione per i giornali.

Napoli mi dava un grande conforto, avvolgendomi nella sua beffarda comprensione, ammiccandomi dai marciapiedi e dai balconi, spingendomi a naufragare nel suo abbraccio indulgente, accettandomi come uno dei suoi innumerevoli figli sventurati. A me erano particolarmente care le strade verso Port’Alba o verso la posta, in cui andavo a vendermi i libri; tra Costantinopoli o Foria, girovagavo a lungo, anche dopo essermi sbarazzato della mia merce, sottraendo una piccola parte dei guadagni per procurarmi i piccoli piaceri dei napoletani poveri di allora: un cartoccio di fichi secchi, un pugno di datteri, le lunghe trecce di liquirizia, o le pizze all’olio, e le metà, i quarti di pizza fritta. Per quanto fossi spinto sempre più a sud, sempre più lontano dalla Napoli moderna, ero di nuovo felice, mi riconoscevo – anzi, riconoscevo il meglio di me stesso – nella zona intorno a Spaccanapoli.

Non che sospettassi, allora, l’esistenza di Benedetto Croce, né che conoscessi punto per punto le vicende dei reami normanni, aragonesi, borbonici: ma dalle vecchie librerie passai, gradualmente, alle vecchie chiese, al bugnato del Gesù, al chiostro di Santa Chiara, all’obelisco di San Domenico Maggiore. Mi addentrai nella città greca; nel budello dei tribunali; nell’inferno di Forcella. A via del Duomo giunsi più tardi, quando facevo lezione al figlio di Libero Bovio, Alduccio, che viveva al quarto o al quinto piano di un antico palazzo. Doveva passare molto tempo prima che intendessi, retrospettivamente, la grandezza di altre vie napoletane, le più celebri, le più importanti.

Via Caracciolo, per esempio, mi pareva banale come una canzonetta quando la percorrevo nelle mattinate della domenica, azzimato il meglio che potevo, già a caccia di un sorriso, di un’occhiata, di un ritmo femminile scandito da anche e caviglie; o, ansioso, come capita sempre a noi napoletani, di incontrare quei due o tre amici con cui organizzare la passeggiata secondo un’armonia di parole, di allusioni, di fitti argomenti polemici, fino a ora assai tarda.

Mi parevano banali lo scintillio di sole sul lungo nastro d’asfalto, o i giochi che il sole faceva sull’acqua, tra le undici e mezzogiorno, quando scendevamo dall’Umberto – per l’intervallo del liceo – turgidi di vita come i “mascoloni” della poesia di Alfonso Gatto. Mi parevano banali le sere dell’adolescenza in cui, di colpo, mi prendeva l’angoscia chiusa dei vicoli, e correvo verso la grande strada marina, per misurarla in piena solitudine con i miei pensieri, le angosce del presente, le speranze nel futuro.

Nella memoria, naturalmente, via Caracciolo si è decantata come una splendida veranda sull’azzurro di quegli anni; e avverto con l’aggressività di una presenza fisica il profumo delle alghe, il puzzo degli scogli e delle fogne, la carezza del vento.

Toledo, invece, la amai subito anche se capisco soltanto adesso come quella strada così nostra vivesse in quegli anni la sua magnifica agonia, fosse già condannata, consumata – come un personaggio della Montagna incantata – dalla malattia che non perdona. Toledo di giorno: la conobbi ancora prima dello sventramento dei Guantai, vi incontrai la folla pigra dello “struscio” pasquale e quella asfissiante, pazza, della festa di Piedigrotta, una fiumana di popolo minuto che dai quartieri di Materdei o di Foria si avviava a Mergellina, in sacrilego pellegrinaggio.

La terza via importante di Napoli, la più importante forse, la salita di Poggioreale, la incontrai per mia fortuna soltanto dopo la guerra. Non posso dirne, allora, nulla di mio, di vero, per quanto riguarda quegli anni. La sola persona di famiglia che ci morì, mia nonna, era già sepolta nella cappella con lo stemma, quando tornammo da Milano. Non mi portavamo mai al cimitero, ritenendomi giustamente troppo piccolo per non esserne ferito a morte, senza intendere la sovraumana dolcezza dei marmi e dei viali alberati. So solo che quella notizia la udii a metà, dietro la porta della stanza da letto in cui mio padre e mia madre si erano chiusi per piangere. Molto più tardi, mamma mi fece leggere i versi di Rocco Galdieri sulla via della morte; e furono le sue parole a farmi capire, per la prima volta, che cosa sia la morte per noi napoletani: “Me ne vogl’i, cantine cantine, / pé copp’ ‘o Campo, a Puceriale. / Voglio campà co’ ‘e muorte pè vicine… / Ca nun sanno fa male”.

Anni dopo, anche se fisicamente abitavo in un’altra città e avevo un’altra occupazione, dove realizzare il mio presente e il mio futuro, mentalmente tornavo a Napoli, aggirandomi tra i libri e i monumenti, i documenti e le rovine, le voci e le mura, come un visitatore straniero che, per sublime prodigio, si riconosca nei luoghi che credeva di indagare fuggevolmente. E poiché Napoli non è soltanto una città, ma un’idea, un’immagine, uno spirito che corre per il mondo, quel mio viaggio continuava dovunque andassi per necessità o per piacere, qualunque incontro facessi, a qualunque spettacolo assistessi, nei poveri quartieri degli emigrati o nei grandi alberghi, a teatro o in treno, in una redazione di un giornale o in uno stadio, tra le pagine di un romanzo o le note di una canzone.

Così frugando, così studiando e rievocando ed elaborando e scrivendo, miracolosamente ricostruivo dentro di me ogni parte del mio dialetto, del mio carattere, della mia biografia, fortunato architetto che si trova ad utilizzare materiali indistruttibili quali il tempo, i fatti, le gesta, le sconfitte, le epidemie, le alte speranze e le immani disfatte di un popolo grande. Perciò, forse, in tutti i vicoli e le piazze di Napoli, in tutti i quartieri e bassi, le colline e le fogne, in tutti i lupanari e le chiese della città, non c’è un suo figlio che possa capirla meglio di me o almeno quanto i pittori che l’hanno dipinta o i poeti che l’hanno cantata. Ogni fontana, ogni pietra appartiene esattamente alla stessa dimensione, astratta e realissima, in cui ho trovato scampo io e non già per fuggire dall’esistenza quotidiana, che sarebbe un’imperdonabile debolezza, impossibile per un figlio del golfo, ma per sommozzare nel profondo, come il ragazzo di Ferito a morte senza maschera né pinne, senza respiratore né precauzioni, senza la smania di tornare in superficie.

Nessuno meglio di noi può sapere che questo Seicento impastato di futuro, queste visioni fantastiche calate nel cemento e nel legno, racchiudono un’angoscia che è limpida e festosa come la più pazza felicità. Didone corre incontro a Enea e, nell’attimo in cui l’eroe fa per stringerla tra le braccia, si dissolve; certamente; ma altrettanto certamente la nostra Didone ricompare ogni giorno, ogni ora, guizza in un grido o in un colore, s’avventa come la tramontana da una scalinata o imbianca come il libeccio sul filo dell’onda, ci scalda e ci schernisce, ci fa delirare e ci placa. Si canta o si dipinge Napoli com’è, cioè come non si può vedere; com’era, cioè come sarà sempre, anche se tutti gli eserciti del mondo le camminano addosso, anche se tutti gli speculatori della terra la saccheggiano e tutti i vandali la violentano. Si canta o dipinge la città come la si ricorda, come la si sente nelle proprie carni, come la modellava don Salvatore, come la urlava rauco Viviani, come la mimava Totò, come la recitava Eduardo, con la sua voce fioca e altissima.

Questa Napoli la amo perché, come mia madre, riposa nel sole di un cimitero ed esce con me nel fragore della realtà. La capisco perché è indeterminata, confusa, velata come le cose che vorremmo ancora dire al mondo, che dicemmo al mondo per secoli e che ostinatamente riusciremo ancora a dire, chissà fino a quando. Il barocco, per esempio: ora mi accorgo di averlo sempre adorato, proprio nella misura in cui lo odiavo. Il nostro barocco, questa fuga di volute, di colonne, di riccioli, di pensieri; questa spaventosa esagerazione di immagini e di immaginazioni, siamo noi. Tutto il male, tutto il bene che si può dire della nostra città è consegnato al secolo del barocco. I Vicerè, la grande peste, la rivolta di Masaniello, l’accademia degli Investiganti: siamo tutti lì, tutti schiacciati nelle nostre deliranti contraddizioni, esaltati dalle nostre virtù, eccitati dalla nostra vitalità, sbigottiti dalle nostre sciagure; galvanizzati dai nostri primati e, contemporaneamente, depressi dallo scialo che abbiamo fatto, dall’imprevidenza con cui li abbiamo bruciati e compromessi.

Il barocco è l’eloquenza alata e capziosa dell’avvocato, la sepolcrale sapienza del giudice, la conciliante bonarietà del patrizio, il rassegnato e beffardo servilismo del popolano. È barocco il gesto che mima un entusiasmo inesistente, l’ammiccamento che sottintende un rapporto tanto stretto quanto immaginario, il diniego che maschera la confessione, la manifestazione magniloquente di pietà che nasconde indifferenza. È barocco il dolore gridato, la finta partecipazione, la presunta solidarietà, la bugia sostenuta da uno smagliante sorriso, il sorriso velato da lagrime struggenti. È barocca l’avidità del banchetto che segue i funerali e l’ansia che accompagna ogni istante napoletano di felicità; barocca l’incredulità nella fortuna, la fede dichiarata nella scaramanzia e nella jettatura, dentro cui si cela l’amara convinzione che il destino non può essere mai cambiato in meglio.

È barocco l’amore che dichiariamo alla nostra donna, il sospiro in più, il giuramento in più, la serenata in più, l’importanza eccessiva che diamo all’amore, l’amore sviscerato che nutriamo per l’amore indipendentemente dal suo oggetto. È barocco il compiacimento che abbiamo per la nostra sventura, per la nostra intelligenza, per la nostra miseria, per la nostra città, per la nostra napoletanità. È barocca la nostra smania di giocare con le parole, di sacrificare un amico o un impegno a una sferzante combinazione di parole. Le parole sono le nostre bolle di sapone, il nostro miraggio, la nostra fata morgana, la nostra consolazione, la nostra dannazione. È barocco il nostro bisogno di guardare sempre dentro noi stessi, di scrutarci avidamente, di giudicarci senza pudore e senza pietà, di sentirci sempre in primo piano e di ritrarci sempre dietro le quinte, sempre alla ribalta e sempre confusi nella folla, sempre sotto il fuoco dei riflettori e sempre ricacciati nell’ombra. Ed è, soprattutto, barocco il nostro rifiuto di scegliere tra sogno e realtà, tra necessario e impossibile. L’ofanità, l’epidemia, la rivolta, la scienza: il male oggettivo ed il bene soggettivo, la volontà e la rassegnazione sono ancora barocco. È barocca l’immagine, perché è barocca la realtà.

Qui sta il paradosso: la nostra realtà è immaginaria, i nostri sogni sono concreti, i giardini sono deserti e gremiti di gente, le fontane sono aride e grondano acqua, le pietre sono ammuffite e splendono di storia. Il Seicento sta dentro di noi, ci sbatte da Castelcapuano al Mercato, ci parla in latino e ci urla in dialetto, ci gonfia di broccati e ci copre di stracci, fa di ciascuno di noi un morto di fame, un Masaniello e un grande di Spagna, come il duca di Osuna, ci colma di dolcezza e ci stranisce di sberleffi. È un fatto tonale, una pura atmosfera e insieme un impasto carico di colori, di suoni, di rumori, di salse, di protuberanze, di cavità, di gobbe, di seni, di occhiaie, di bocche spalancate, di mani levate, di corpi stecchiti e guizzanti.

C’è un personaggio del nostro tardo barocco che sembra simboleggiare nel nome, nella vita, nelle opere tutto questo ed è il principe di Sansevero. La figura di questo nobile scienziato, alchimista, mago ci aleggia intorno senza che nessuno di noi se ne renda conto. “Il Principe per antonomasia” scrisse Benedetto Croce “che cosa altro è in Napoli, per il popolino delle strade che attorniano la Cappella dei Sangro, ricolma di barocche e stupefacenti opere d’arte, se non l’incarnazione napoletana del dott. Faust o del mago salernitano Pietro Barliario, che ha fatto il patto con il diavolo, ed è divenuto un quasi diavolo esso stesso, per padroneggiare i più riposti segreti della natura o compiere cose che sforzano le leggi della natura?

Ricordàti i delitti e i capricci di Sansevero, don Benedetto passava a raccontarne i prodigi meravigliosissimi, napoletanissimi, barocchissimi: “Tesseva senza ordigni stoffe mai viste; con le mani riduceva in polvere marmi e metalli; entrava in mare con la sua carrozza e i suoi cavalli, e vi scorreva sulla superficie come sulla terra, senza bagnare le ruote. Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e bene adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia, che egli aveva procurato di tenere all’oscuro di tutto, cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”.

In questa incredibile scena c’è tutto il nostro presente, tutta la nostra nostalgia per il grande secolo, tutta la fede nel macabro e nel ridicolo. Sansevero potrebbe essere Cagliostro, ma anche Eduardo De Filippo e Totò, e i suoi sacrileghi familiari che cosa sono: una compagnia di guitti, una folla di megere, un senato di stoici? Il confine tra ragione e pazzia, sulle rive del golfo, non fu mai tracciato rigorosamente. Come stupirsi che, nel cuore del Duemila, un pittore o un poeta sia tentato a tornare ai giardini, alle fontane, alle pietre della lontanissima città dove vide la luce, pochi anni dopo l’esplosione del barocco, don Raimondo di Sangro? “Le vecchie leggende” dice sempre Croce in quella pagina indimenticabile “rapidamente tramontano nelltrasformazione edilizia e sociale di Napoli, e le nuove non nascono o piuttosto noi non ce ne avvediamo, e se ne avvedranno i nostri posteri, quando raccoglieranno qualche frammento del nostro presente sentire e immaginare, reso viepiù fantastico dalle esagerazioni tradizionali, circondato dal fascino dell’antico e del vecchio, e fissato sopra taluna delle nostre ora tanto vilipese architetture e sculture. E coloro che questo tempo chiameranno antico, lo chiameranno forse anche il buon vecchio tempo”.

Già, il buon tempo antico, il passato. Napoli come memoria: cioè, come la sola realtà, che, alla lunga, conti.

1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore uno stralcio da “Una certa idea di Napoli – Storia e carattere di una città (e dei suoi abitanti)”, di Antonio Ghirelli, Mondadori 2010. Pubblicazione riservata.
*Dice di sé.
Antonio Ghirelli. È un tipo che a dieci anni ha deciso che avrebbe fatto il direttore di giornale ed è riuscito a dirigerne cinque. E aggiunge: “Non avrei saputo fare nient’altro”. 

Maurizio Costanzo - E che sarà mai?

In occasione dei trent’anni di televisione, l’acuto mattatore televisivo ha pubblicato un sorta di autobiografia nella quale ripercorre con ironia alcuni momenti salienti della sua vita e della sua carriera: dal rapporto con i figli a quello con gli ospiti del suo show, senza dimenticare i tanti personaggi conosciuti (1)

Maurizio Costanzo

I figli

Andiamo in ordine di età. Camilla è la mia copia caratteriale, uguale a me nella vita come nel lavoro. Quando aveva tre anni già vedevo in lei i miei difetti. Ci litigavo come se ne avesse trenta. Ha patito molto la mia separazione da sua madre. Lo ha manifestato in vari modi, ma soprattutto prendendo le distanze da me. E considerando le mie compagne che via via si avvicendavano delle mentecatte, delle povere donne. Una volta mi azzardai a dirle qualcosa, a darle dei consigli sul suo fidanzato di allora. Mi guardò ostile e mi disse: “Parli proprio tu?”.

Negli ultimi anni abbiamo cercato di parlare di più, di confidarci, di stare più vicini. Ho ricevuto una sua mail molto bella nella quale si è lasciata andare a una confessione tenera, che mi ha riempito di gioia. Mi ha scritto che Saverio ha più l’indole di mamma, che io e lei siamo uguali e cha ha finalmente capito che si diverte solo quando lavora. La mia copia caratteriale, l’ho già detto. Confesso che questa lettera è stata come un’assoluzione liberatoria per me. Mi commuovo ancora da morire quando ci penso o ne parlo con lei. Ogni tanto, magari quando mi sento un po’ giù, corro a rileggermela.

Un giorno Saverio mi vuol vedere e mi dice: “Non ce la faccio più a stare al Mamiani”. Non si prendeva con alcuni insegnanti. Me lo disse con le lacrime agli occhi. Finisce al Nazareno, un altro liceo della Capitale. Preso il diploma si iscrive a Sociologia, assolve gli esami regolari negli anni prescritti e comincio a vedere in lui il cambiamento, la maturazione. Si dava da fare: conduzioni radiofoniche, sceneggiature per telefilm RAI, senza mai chiedermi nulla. Un giorno mi dice a bruciapelo: “Lasciami andare a Brooklyn, vorrei fare la tesi usando la telecamera digitale e filmando i nuovi emigranti italoamericani. Mi ci mandi?”. “Ti ci mando a patto che tu non faccia una vita grama”. È andato, si è piazzato in un bar di Brooklyn, ha conquistato la fiducia di tutti, impresa certo non facile, e se ne è tornato a casa con un documentario in sessanta episodi tutto girato da lui. Io ero morto di ansia perché temevo la violenza di Brooklyn. Il giorno in cui ha discusso la tesi ero lì. Ricevo i complimenti di Alberto Abruzzese che mi prende da parte e mi fa: “Tuo figlio ha fatto una tesi da perdere la testa”. Dopo due giorni Rai Net acquista il filmato per una sessantina di milioni di lire. Io non capisco. Mi si apre un mondo.

Lui dopo un po’ mi annuncia: “Voglio fare una cosa al Policlinico di Roma”. E si inventa un altro documentario meraviglioso. Conosce una persona che lavora lì, e grazie a lei riesce ad entrare nell’astanteria del Policlinico Umberto I. Si veste con l’abito verde da paramedico, sta sempre nel gruppo, va a letto con un’infermiera, diventa insomma uno di loro. Ne viene fuori Sala Rossa, quattro puntate, una sorta di diario-verità. Quando me le ha fatte vedere, quasi non credevo ai miei occhi. Gli dico: “Tu hai inventato un modo nuovo di fare cinema”. Prendo subito una decisione, quella di non togliergli nemmeno uno spicchio di luce. Basti dire che io voto sia ai Nastri d’Argento che ai David, ma per discrezione e rispetto del lavoro di Saverio non mi sono presentato, non ho votato anche se li ha vinti ambedue. Mi sono limitato a una sola dichiarazione: “Sono felice”. “Come lo vive?” mi è stato anche chiesto. “Mi sento come un autore di varietà che si ritrova un figlio genio” ho ammesso. Escono articoli anche sulla stampa internazionale e lui comincia a girare il mondo. Siccome a Brooklyn aveva imparato bene l’inglese, partecipa persino a dei talk show americani, e a un italiano che gli chiede: “Ma non conta niente il DNA?”. Lui risponde: “Conta, eccome se conta”.

Galimberti e la solitudine

Alla fine di dicembre ho registrato un Diario speciale sul tema del circo mediatico televisivo. Lo spunto era una mia lunga intervista ad Anna Maria Franzoni. In studio con me, a conversare, Umberto Galimberti, filosofo e amico di vecchia data. La puntata è andata benissimo. Un milione e 800 mila spettatori di media, con il 17,41% di share, ragionando da Vermicino a Cogne. Dopo pochi giorni mi arriva da Venezia l’ultimo libro di Galimberti, La casa di Psiche, con tanto di dedica: “Caro Maurizio, ti ho visto molto triste, mi dispiace perché ti voglio bene”.

Perché mi ha scritto questo? Lo sguardo intelligente dell’altro conta. Ti costringe a fermarti e a interrogarti. Non l’ho chiamato. Ho riletto la dedica con Maria, ci abbiamo riflettuto insieme. Torna il discorso di sempre: la solitudine. Forse quando passano gli anni, a torto o a ragione, ti senti più fragile. Poi ci sono le feste comandate che acuiscono tutto. Poi c’è che ho lavorato molto. Quando va via l’adrenalina sono cavoli. Il down è matematico, terribile. Era la prima volta dopo anni che sospendevo il lavoro d’inverno. Ma insomma, Galimberti aveva colto in quei pochi minuti una cosa intima che mi riguardava. Che cosa ha colto di inedito nel mio sguardo, nelle mie parole? Perché ha parlato di tristezza? C’è una tristezza speciale che non somiglia a quella di tutti i giorni?

Politica e tv

Mi ritorna alla mente una puntata del Costanzo Show con Francesco Saverio Borrelli e Claudio Martelli. “Le dispiace se parlo un attimo con il ministro?”, mi fece Borrelli. Li vidi confabulare dietro le quinte del Parioli, avendo la netta impressione che Borrelli gli stesse facendo una cazziata o una lezione.

Irene Pivetti ricoprì all’età di 31 anni la terza carica dello Stato. Roba da far tremare i polsi ai politici più navigati. In quei giorni, eravamo nel 1994, mi cercò Renato Farina, allora portavoce della Pivetti, oggi vice direttore di “Libero” con Vittorio Feltri. Ci vedemmo a cena a casa mia, mi propose di occuparmi dell’immagine della Camera e io accettai. Un incarico difficile, ma non pretesi una lira. Uscì la notizia sui giornali e cominciai a preoccuparmi perché mi arrivavano decine di telefonate di uomini che si dichiaravano letteralmente pazzi della Pivetti.

La Presidentessa con il foulard annodato tipo boa constrictor, il tailleur castigato, la voce roca e l’occhio carico di devozione piaceva da morire agli uomini, gli andava a “sangue”. Naturalmente nessuno osava dichiararsi. Feci incontrare la Pivetti con Letizia Moratti e Fedele Confalonieri, per crearle i primi contatti e rapporti. Irene è una donna intelligente e ha molte anime. L’unica volta che andai con lei a Porta a porta, erano ospiti anche gli alpini, aitanti giovanotti con la piuma al vento. Colsi uno sguardo dell’allora presidente della Camera rivolto a uno di questi militari. Era uno sguardo molto femminile, evaso per un istante dalla divisa di contenzione. Poi, abbandonato il mondo della politica, si è data alle mutazioni, senza più freni: dal look, agli abiti, alle scarpe, frequentando anche il dark e il fetish. Lei sa fare la televisione, è una giornalista professionista, caparbia, informata e ha i tempi giusti. Ma ora non è facile nemmeno per lei: in televisione è un periodo duro per tutti.

Ho avuto scarsissimi rapporti con Craxi, l’ho visto quattro volte in tutto. La prima volta me lo fece incontrare Giuliano Ferrara. Avevo voluto conoscerlo, Ferrara. Mi ero invaghito della sua testa. Giuliano mi lusingò: “Posso chiedere un consiglio alla persona che credo sappia di più di televisione in Italia?”. Dopo essersi già brillantemente esibito in qualche puntata del Costanzo Show, stava preparando un programma su Rai Due. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto incontrare Bettino Craxi. Nel giro di tre giorni mi fissò un appuntamento. All’epoca mi sentivo spesso con Silvio Berlusconi. Trattandosi del mio editore, la trovavo una cosa naturale. Al momento di annunciargli la visita di Craxi, Berlusconi, non ho mai capito il perché, si preoccupò, tanto è vero che mi telefonò durante l’incontro.

Craxi mi fece nell’occasione domande molto acute. Pertinenti. Del tipo: “Come fai ogni giorno a trovare tutte quelle persone per riempire il Parioli?”. Oppure: “Come gestisci la composizione degli ospiti?”. Un’altra volta, l’ultima, lo incontrai all’Hotel Raphael. Parlammo di politica, gli feci alcune domande e ne uscii perplesso. Mi resi conto che le persone che dovevano sapere non sapevano. Era lui, a voce alta, che si poneva le stesse domande (sugli schieramenti, su cosa ne pensasse la gente, sul futuro dell’Italia), che avrei potuto farmi io, uomo della strada. E invece s’interrogava lui, forse con l’intenzione di lusingarmi. Craxi era un uomo molto intelligente ed è stato ingiusto costringerlo a rimanere in Tunisia quando si è ammalato, operato da un’équipe militare. Poteva essere curato meglio.

Il cielo in una stanza, un orgasmo

Sono amico, anche se ci siamo frequentati poco, di Gino Paoli. È un uomo che ha attraversato la vita, i sentimenti e il dolore in maniera gagliarda. Con lui ho parlato e discusso spesso di amore e di donne. “Io non mi sono mai innamorato. Forse si, una volta, mi sono innamorato di Stefania Sandrelli all’inizio della nostra storia”, mi raccontava Gino. E io: “Ti capisco, Stefania era un tale concentrato di seduzione”. Poi, lasciando cadere un attimo di lirismo, ha ammesso: “Il problema è che siamo andati avanti ed è tutto finito”. Il matrimonio, la convivenza, per restare insieme devono poter contare sull’amicizia, sulla stima, sul rispetto, sulla complicità, non sull’amore. Non basta l’amore, non dura l’amore. L’amore è passione. La passione è parente all’odio, brucia, dura quello che può durare. Non può prevedere la continuità, la gabbia di quattro camere e cucina. Su questo concetto io e Gino eravamo d’accordo.

Lui è, come si sa, un grande autore di canzoni d’amore. Come tutti i cinici è un vero sentimentale. Mi ricordava che quando si era messo in testa di raccontare in qualche modo l’orgasmo alla fine aveva scritto Il cielo in una stanza. Che, infatti, è, al di là del successo popolare, un bellissimo orgasmo e anche una splendida canzone d’amore, più attuale che mai. Gino è uno che conosce davvero la passione, in tutte le sue forme, amorosa, sessuale, civile. Un uomo generoso sotto la sfinge del disincanto. Io e lui, in fondo, proponiamo solo di non esagerare con le svenevolezze, di non sprecare frasi del cavolo come “Oh amore mio”. Stima sì, rispetto sì, affetto sì, temperature alte anche, ma per favore non diamocela a bere.

Di Funari ci si ricorda

Piero Chiambretti è diverso dagli altri, dice meravigliose cattiverie. Anche Fiorello è diverso. Una volta il grande Vittorio Caprioli voleva fare con me un programma, Il dotto e l’ignorante. Si trattava di questo. Lui diceva delle cose, filosofeggiava, io intanto dovevo grattarmi i genitali, il naso, qualunque cosa. Non si è mai fatto, forse non ha mai avuto il coraggio di proporlo, ma era bella l’idea della doppia faccia, l’una che discendeva dall’altra. Chiambretti mi diverte perché restituisce la cattiveria longanesiana e la ferocia nel dire le cose con un sorriso. Luciana Littizzetto è la sua versione al femminile. Un’altra piccoletta sulfurea, bravissima.

Gianfranco Funari è stato molto carino a venire da me, nonostante non stesse troppo bene. Lui è un talento naturale, un grandissimo talento, ha inventato un certo modo di fare la televisione. Ogni tanto il temperamento lo porta a esagerare e diventa incontrollabile. Ma sono quelli come lui di cui poi ti ricordi a distanza di anni. Tutti gli altri, parafrasando Shakespeare, si agitano, strepitano, fanno rumore, ma di loro non resta nulla.

Cardarelli, il più grande poeta morente

Mi ha inorgoglito il fatto di essere stato coinvolto in un premio dedicato a Vincenzo Cardarelli. Dalla finestra del mio ufficio, quando ero un giovane redattore alla Mondadori, spiavo dalla finestra il poeta seduto al caffé Strega di via Veneto con i suoi amici. Indossava, anche in estate, per via di non so quale malattia, un cappottone pesante. Aveva la sua corte fissa, gente come Ennio Flaiano, Ercole Patti, Sandro De Feo. Di sé diceva: “Sono il più grande poeta morente”. Una volta gli passò accanto una ragazza bellissima e lui commentò: “Speriamo almeno che puzzi”. Erano uomini intelligenti e perfidi.

1) Pubblichiamo per concessione dell’autore uno stralcio da E che sarà mai, di Maurizio Costanzo, Mondadori 2006. Riproduzione riservata.

Massimo Cotto - Una sera a Malibu, c’era anche Sandor Marai

Le braci è un meraviglioso libro sulla memoria. Parla di sogni svaniti all’alba della maturità piena per fare spazio a silenzi carichi di malinconia o a discorsi vuoti di gioia. Avevo vent’anni e non sapevo neanche chi fosse il grande scrittore ungherese…

Massimo Cotto*

Sembrava di essere in un film, nel bene e nel male. Eri in una casa qualunque di quell’America che avevi sempre sognato, e all’improvviso arrivava qualcuno che non conoscevi o non riconoscevi. Poi scoprivi che quell’uomo che aveva parlato poco o nulla, che aveva cercato invano di nascondersi dietro i discorsi degli altri come un gigante dietro a un filo d’erba, era una parte di storia, un capitolo del nostro libro preferito.

In quegli anni Ottanta, molto accadeva, anche se noi innamorati del rock giocavamo a tirare su il naso in segno di disprezzo. I Cinquanta dei pionieri, i Sessanta del Grande Sogno, i Settanta della sperimentazione e della rabbia punk. Che cos’erano gli Ottanta? Niente di più di una nuvola bassa. Oggi, mi ritrovo a fare memoria con incontri importanti, spesso casuali. Giri di danza di musica e letteratura, poesia e dannazione.

Come quella sera, a casa di Lenny Kaye, grande chitarrista di Patti Smith e maestro di pensiero. Verso mezzanotte, avevano suonato alla porta. La moglie di Lenny era andata ad aprire, per far entrare un uomo alto e bellissimo, ma con gli occhi accesi tipici di chi si nutre di eroina. Rimase con noi, senza parlare, per alcuni minuti. Cinque, forse dieci, ma che sembrarono un’eternità. Non una parola. Solo braci negli occhi. Poi si alzò e tornò nella notte.

Era Jim Carroll, poeta e scrittore (imperdibile The Basketball Diaries, pubblicato da Frassinelli con il titolo Jim entra nel campo di basket), nonché musicista (da avere assolutamente il primo disco, Catholic Boy). La sua storia è stata raccontata nel film di Scott Kalvert Di ritorno dal nulla, con Leonardo Di Caprio nelle sue vesti maledette. Fu quella l’ultima volta in cui si vide in giro a New York. Partì per San Francisco, per disintossicarsi. Tornò pulito, ma la magia era sparita. Come si dice, the thrill is gone. Se n’è andato anche lui, qualche mese fa, a ­ scrivere al piano di sopra.

O come quell’altra sera, costa Ovest. Anche lì incontri senza parole, di puro fascino. Sera magica, appena una brezza a rinfrescare le camicie messicane che, coraggiosi fino alla follia, avevamo comprato la settimana prima nel barrio di Los Angeles, nel market più ricco di suggestioni cromatiche che abbia mai visitato. Le onde di Malibu, le canzoni di Neil Young che emergevano dal passato e facevano surf da un gracchiante giradischi (già, c’è stato un tempo in cui lo chiamavano così, mica piatto o compatto stereo). Aperitivo nudi in Jacuzzi, che per noi era ancora roba da odissea nello spazio.

Andiamo da Jack, disse uno. Chi è questo Jack, chiesi io. “Who cares?”, rispose Kevin. Aveva ragione lui. A chi importava? Mi tornò in mente quel Jack, e uno dei passaggi che amavo di più dei suoi scritti: “Dove vai?”. “A Los Angeles”. “Vado matto per come dicono Los Angeles sulla costa”. Non dissi nulla. Solo noi europei continuavamo a rincorrere Kerouac e la beat generation; in America erano altri i non luoghi dove si andava alla ricerca di se stessi.

Si parte. Si arriva dopo molto vento nei capelli e gli Eagles alla radio. Jack è simpatico e beve come una Ferrari, sua moglie Terry gira a piedi nudi, è bellissima, giovane e bionda come sono bionde solo le ragazze della costa. C’è un mare di gente, eppure non è una festa, almeno non dichiarata.

Giro per la casa con il mio bicchiere di rosso della Napa Valley. Non è il mio barolo, ma va bene uguale. In fondo, siamo a migliaia di chilometri da casa e ogni bicchiere è un brindisi all’altrove.

Esco in veranda. La moglie di Jack è una calamita. La vedo da lontano, la raggiungo sotto gli alberi. Fantastico un po’. Anche questo, mi dico, è il Sogno Americano.

Sorride, mi prende sottobraccio e mi dice che è meglio allontanarci.

Gli ormoni impazziscono come la maionese.

Poi vedo un signore seduto su una sedia. Di fronte a lui un altro signore. Entrambi hanno la giacca e sembrano fuori posto. Sono silenziosi come tombe. Terry mi dice che uno di loro è Sandor Marai. Io, che ho vent’anni o giù di lì, dico: “Sandor Who?”.

La moglie di Jack continua a sorridere e a tenermi sottobraccio. Io non riesco a staccare gli occhi dai suoi piedi e smetto di interessarmi a Sandor Chi.

Quando, pochi anni dopo si toglie la vita come estremo atto di ribellione contro la vita che gli ha tolto tutto – la moglie, due fratelli, la sorella e il figlio adottivo, forse anche la scrittura come centro di gravità – continuo a non sapere chi sia. Dimentico quel breve incontro, conservando intatti altri frammenti di quella serata.

Al tramonto dello scorso millennio, un amico mi regala Le braci. Resto incantato, faccio tesoro di quella parte spettacolare in cui dice: “Si sacrifica volentieri agli dei una parte di felicità, perché essi sono invidiosi, e se regalano a un comune mortale un anno di felicità, si può essere certi che prenderanno immediatamente nota di quel debito per poi esigerne la restituzione alla fine della vita, praticando tassi da usurai”.

Chiamo il mio amico Kevin, per consigliargli il libro, perché non c’è niente di più bello di condividere una scoperta letteraria con un amico.

“Dovresti correre a comprarlo. È bellissimo”, gli dico. “Si respira il dolore quasi fino a toccarlo”.

Kevin dice che lo farà. Poi aggiunge: “Te lo ricordi, a quella festa?”.

All’inizio non capisco, poi, a fatica, i tasselli vanno a posto. E lì, quasi mi commuovo.

Perché Le braci è un meraviglioso libro sulla memoria, su una Vienna scomparsa, su un amore morto, su un’amicizia perduta, sul ricordo di un tradimento che non accenna a spegnersi. Un triangolo alla Jules e Jim ma capovolto di segno. E ho la conferma che in qualche modo parla anche di me, di noi (dicevamo sempre che la nostra era la generazione al plurale, la We Generation), di sogni che sono svaniti all’alba della maturità piena per fare spazio a silenzi carichi di malinconia o a discorsi vuoti di gioia.

E lì, stranamente, mi sembra quasi di avergli parlato, quella sera, di averlo respirato. E lì, ancora più stranamente, sento che non rimpiango di non averlo fatto, io che vorrei parlare con gli altri fino a svenire, io convinto che la vita sia l’arte dell’incontro. A volte, invece, certi non incontri hanno più peso di mille notti passate a scandagliarsi.

Sandor Marai, che della morte diceva di sentirne l’alito addosso, ha scritto pagine bellissime di solitudine e rimpianto per il non vissuto, non solo per ciò che è stato, ma anche per quello che poteva accadere. Quando uscì il mio primo romanzo, Hobo, diedi al protagonista il nome di Sandor Marlav, un evidente omaggio a chi avevo conosciuto bene pur senza averlo mai incontrato. Quando Hobo vinse il premio speciale Cesare Pavese, pensai che mi aveva portato fortuna. Più di quanta ne avesse avuta lui, artigiano della parola sconfitto dall’esistenza. Da anni ci guarda dall’alto e a volte mi chiedo come si stia lassù. E come stia Terry, uno dei tanti lampi che hanno illuminato il cielo della mia adolescenza.
*Dice di sé.
Massimo Cotto, 48 anni, vive levigando la parola: giornalista, critico musicale, voce radiofonica, autore televisivo, scrittore. 

ALESSANDRO BARICCO

Non sembra, ma questo è un libro. Ho pensato che mi
sarebbe piaciuto scriverne uno, a puntate, sul giornale,
in mezzo alle frattaglie di mondo che quotidianamente
passano da lì. Mi attirava la fragilità della cosa:
è come scrivere allo scoperto, in piedi su un torrione, tutti
che ti guardano e il vento che tira, tutti che passano,
pieni di cose da fare.
(Da “I Barbari”, 2006)

 

 

GESUALDO BUFALINO

Si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi, per lavarsi il
cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore
sconosciuto. Ritengo che nessuno senza memoria possa
scrivere un libro, che l’uomo sia nessuno senza memoria.
Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore
di spettri. La realtà e la finzione sono due facce
intercambiabili della vita e della letteratura. Ogni
sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni
visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si
trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così
come avviene per la memoria. La realtà è così
sfuggente ed effimera… Non esiste l’attimo in sé, ma
esiste l’attimo nel momento in cui è già passato. Piuttosto
che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo,
preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi
impediscano di vivere l’oggi nella sua pienezza.
(Da “Bufalino: io, collezionista di ricordi, seduttore di
spettri”, Il Messaggero, 2002)

 

MASS MEDIA Stefano Lorenzetto - Gli schiaffoni di Vittorio Feltri. Però, ai figli mai

Per la puntata speciale numero 500 della rubrica Tipi italiani di Stefano Lorenzetto su Il Giornale, il giornalista ha dedicato una lunga intervista al direttore del quotidiano, svelandone aneddoti e curiosità legati alla sua vita privata e alla sua professione

Stefano Lorenzetto*

L’ho fatto nel 2001 per il suo successore, Mario Cervi, che lasciava la direzione del Giornale al compimento degli 80 anni. Ho pensato che potevo rifarlo per Vittorio Feltri, che è tornato alla direzione del Giornale dopo 12 anni e ne ha festeggiati 67 il 25 giugno. La vera sorpresa, semmai, è che abbia accettato di lasciarsi intervistare sul quotidiano che dirige. Mai visto nulla di simile nella storia della stampa.

Tutta e solo colpa mia. Confesso d’avergliela venduta bene: per questa puntata deiTipi italiani, la numero 500, ci voleva qualcosa di assolutamente anomalo. E chi meglio di Feltri, l’anomalia fatta persona? Si dà per scontato che sappiate chi è, quindi vi risparmio il preambolo. Giusto per riassumere: due mogli, quattro figli (Laura e Saba dal primo matrimonio, Fiorenza e Mattia dal secondo), esordio all’Eco di Bergamo, prima assunzione alla Notte, per 15 anni inviato al Corriere della Sera, otto direzioni (Bergamo Oggi, L’Europeo, L’Indipendente, Il Giornale, Il Borghese, Quotidiano Nazionale, Libero, di nuovo Il Giornale). Come la pensa, lo leggete in prima pagina. Quindi niente politica. Qui interessa l’uomo Feltri, il tipo. Più bergamasco che italiano.

Posso dirti che rispetto a 15 anni fa, quando mi assumesti come tuo vicario, ti trovo molto meno burbero e assai più paterno. Che ti è successo?

“Anch’io mi sono accorto d’essere cambiato, ma non so perché. Soprattutto non capisco se ero meglio prima o se sono meglio adesso”.

Adesso. E da che cosa te ne sei accorto?

“Non mi nasce più l’ira dentro. Ho compreso che gli uomini sono fatti così, non puoi cambiarli. Ho tanti difetti anch’io”.

L’accettazione del limite.

“Non mi è costato niente. Ero sferzante e sarcastico persino con i figli. Però non gli ho mai tirato uno schiaffone”.

Come si vive sapendo d’essere amati e odiati dal pubblico in eguale misura?

“Il conforto dei lettori è gratificante, ti dà la sensazione che la tua vita abbia un senso. Un tempo quando scoprivo d’essere detestato, il che avveniva tutti i giorni, soffrivo molto. Oggi è subentrata l’indifferenza. Non leggo nemmeno più i ritagli dei giornali che mi arrivano con L’Eco della stampa.

Magari vedo il mio nome nel titolo, li conservo ripromettendomi di darci un’occhiata più tardi ma poi me ne dimentico. Tanto sul mio conto scrivono sempre le stesse cose: killer, cattivo, cinico. Non è vero, tu ne sei testimone. Ma va bene così, non c’è problema”.

Da quanti anni vivi sotto scorta?

“Otto”.

Ti senti impedito nella tua libertà di movimento?

“All’inizio parecchio. Non sopportavo l’idea che, mentre io ero al ristorante, gli agenti addetti alla mia sicurezza fossero costretti a starsene fuori, sul marciapiede. Ho risolto a modo mio: adesso vado a cena con loro anziché con gli amici. Sono ragazzi in gamba, preparatissimi. La gente ha un’idea sbagliata dei poliziotti, li vede come marmittoni. Pensa che uno di loro è geologo. Sono diventati come dei nipoti, per me, abbiamo instaurato un bellissimo rapporto”.

Giri ancora con la pistola?

“No, la tengo in casa. Ne ho due, una a Milano e una a Ponteranica. Smith & Wesson”.

Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan.

“Eh, adesso non ti saprei dire se è una 44 o una calibro 38. Me l’hanno consigliata gli uomini della scorta. Ma dopo un po’ mi sono rotto i coglioni a portarla sempre nella fondina sotto la giacca. Spesso me la dimenticavo a casa, così ce l’ho lasciata”.

A sparare chi ti ha insegnato?

“Avevo imparato sotto la naia, al Car di Orvieto. Granatieri di Sardegna”.

Tiratore scelto?

“Dattilografo. A quel tempo, 1964, chi sapeva usare la macchina per scrivere era considerato un astronauta, un padreterno. Fui trasferito a Roma, in ufficio, direzione Posto sosta e ristoro. Avevo persino l’appartamento privato”.

Hai paura d’essere aggredito?

“No. Oddio, magari non ho paura perché non mi è mai capitato… Fra l’altro io sono piuttosto reattivo, purtroppo. Quindi finirebbe male”.

Sei una contraddizione vivente: il tuo cognome ricorda qualcosa di felpato che attenua i colpi. A che età ti sei reso conto che l’omen non corrispondeva al nomen?

“Non ho mai fatto a botte o litigato con gli amici, per cui mi considero tutto sommato un mite. Senonché mi capita una cosa strana: mi trovo in questa stanza, con la mia macchinetta (la Olivetti Lettera 22, ndr), i miei libri, i miei dizionari e capisco che in quel momento, davanti al foglio bianco infilato nel rullo, sono fuori dalla realtà. La testa è in ciò che devo dire. Mi sembra di non avere nemmeno i piedi per terra. Perdo ogni timidezza e bado solo a mettere sulla carta il mio pensiero in modo tale che susciti nel lettore le stesse sensazioni che sto provando io mentre scrivo”.

Il tuo primo direttore, monsignor Andrea Spada, che intervistai nel 1998 a Schilpario, in Val di Scalve, dove s’era ritirato a vivere ormai ultranovantenne dopo aver diretto per più di mezzo secolo L’Eco di Bergamo, mi confidò, tessendo peraltro le tue lodi: “Feltri l’è svergo”. Che avrà inteso dire?

“Be’, tu l’hai capito, perché si dice così anche dalle tue parti, è la lingua della Serenissima. Scentrato, sghembo. Un giudizio che condivido. Solo che non ti ha raccontato l’episodio più divertente. Una mattina entro in redazione, un corridoio lungo, sembrava quello di un albergo. Esce da una delle stanze il monsignore e comincia a coprirmi d’improperi, urlando come un ossesso, per un articolo uscito quel giorno. Dopo un attimo di smarrimento, intuisco che si riferisce a qualcosa che non avevo scritto io, solo che non ero nemmeno in grado di farglielo presente, non riuscivo a infilarmi nella sua intemerata. Alla fine, balbettante, mi discolpo. E lui, senza abbassare il tono di voce: “Fa negòtt! Perché te se bambo anca te come tuti i òter!”, fa niente, perché sei sciocco anche tu come tutti gli altri”.

Svèrgol, scentrato, rispetto a che cosa?

“Do quest’impressione, di non essere affidabile. È quello che ripete sempre anche Silvio Berlusconi: “Bisogna stare attenti, perché a questo qui non si può dire niente, si offende. Se gli girano le balle, va a casa e fa un altro giornale”.

Riconosci d’avere una morale adattiva, che modifichi a seconda degli incarichi e delle circostanze?

“Sì. Uno spirito camaleontico. Non lo faccio per interesse: solo per adattarmi al lavoro che mi è richiesto. Però alle linee fondamentali della mia morale, che sono la lealtà e la franchezza, non ho mai derogato. Mi dicono: ma tu eri segretario provinciale dei giovani soti e sei diventato anticraxiano. Per forza, mi sono accorto che il Psi s’era chiuso in una torre d’avorio e tutti rubavano. Mi dicono: poi sei diventato leghista. In quel momento era giusto esserlo, oggi vedo che Umberto Bossi difende le Province e allora lo sono molto meno. Mi dicono: adesso come mai sei berlusconiano? Non è che sono berlusconiano, ma se non faccio il tifo per Berlusconi per chi dovrei farlo? Per Bersani? Per Veltroni?

In politica non puoi combinare nulla, ha ragione il Cavaliere. Qualunque cosa tu faccia, scontenti sempre qualcuno e perdi consensi. Ti ritrovi contro l’opposizione, i sindacati, il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale. Insomma, non riesci a muoverti. Parte una legge viola e torna indietro bianconera: obiezioni, compromessi, limature. La Prima repubblica mi faceva schifo, speravo che la Seconda fosse migliore. Adesso mi rendo conto che non lo è”.

Dirigeresti Il Manifesto o L’Unità? Oppure c’è qualcos’altro nella tua vita che non faresti mai, assolutamente mai, per nessun motivo?

“Più che Il Manifesto, m’intriga L’Unità. Dal punto di vista professionale sarebbe un divertimento pazzesco. Chiaro che non lo potrei fare, i lettori mi sommergerebbero di insulti. Però mi piacerebbe dirigerla. Che cosa non farei mai… Boh, non so, a volte temo d’essere onesto per paura, per viltà. Solo la violenza fisica per me è inconcepibile”.

Feltri direttore dell’Unità. Riaffiora il vecchio bolscevico che è in te.

“La storia della mia predilezione infantile per l’Urss è una leggenda metropolitana. Semplicemente vivevo a Bergamo, dove tutti votavano per la Dc. A 13-14 anni il concetto teorico dell’uguaglianza mi affascinava, così mi parve giusto schierarmi con gli indiani, anziché con i cowboy, come facevano i bambini al cinema parrocchiale. Poi cominciai a leggere che in Russia non c’erano i partiti, imperava la dittatura del proletariato, vigeva la tetraggine. La simpatia per gli indiani svanì”.

La vocazione al giornalismo a che età è arrivata?

“Fin dalle elementari. Portavo a scuola L’Eco e anche Il Giornale di Bergamo e li leggevo di nascosto durante le lezioni, tenendoli sotto il banco. Mi piaceva la cronaca nera”.

Eppure nel 1962 cominciasti a collaborare all’Eco come critico cinematografico.

“Non perché m’interessasse il cinema. Pur di entrare in un quotidiano mi sarei ingegnato anche a seguire la musica sinfonica o la pallacanestro. Per primo mi diedero da recensire un film di Jean Luc Godard, non chiedermi il titolo, non me lo ricordo. Poi Il posto di Ermanno Olmi. Ero un fanatico di Olmi, bergamasco come me. Una volta arrivò in città Pietro Bianchi, detto Pietrino, leggendario critico del Giorno, che mi disse: “Ah, tu sei Feltri? Come critico non vali una cicca, però sei un cronista di razza”.

Mi sarei sparato. Non mi rendevo conto che m’aveva fatto un grande complimento”.

Dimmi la verità: da quanti anni non vai al cinema?

“Per un sacco di tempo sono rimasto fermo a Ben-Hur. Ora due volte l’anno riesco ad andarci. L’ultimo film che ho visto è stato Gomorra. Meno noioso del libro, devo dire”.

Al giornale della Curia chi ti presentò?

“Monsignor Angelo Meli, il priore di Santa Maria Mag­ giore che aveva scoperto i resti mortali del condottiero Bartolomeo Colleoni. Mi preparò all’esame di maturità magistrale da privatista. Italiano, latino, filosofia, storia: m’insegnò tutto lui. Un giorno sbottò: “Te podereset fa ol giornalista”. A me tremavano le ginocchia: era il sogno della mia vita. D’istinto sarei portato a detestare i preti. Invece mi considero l’unico miscredente clericale. Provo una tale venerazione per monsignor Meli che per estensione la riverso su tutti i sacerdoti. Sai, a volte capita che ti venga voglia di scrivere: questi preti bisognerebbe prenderli a calci in culo… E lì, zac, mi mordo la lingua. Perché rivedo il priore con le calze rosse, piccolo, magro, sempre elegantissimo, fisicamente fragile. Un uccellino simile al cardinal Tonini”.

Poi s’accorse di te Nino Nutrizio, il fondatore della Notte.

“Mi ricevette in piazza Cavour, a Milano, nel Palazzo dei giornali. Già t’intimoriva dando del voi. Fu di una concisione spietata, come nel suo stile: “Se L’Eco di Bergamo, che è il giornale più brutto del mondo, non vi ha ancora assunto, mi viene il sospetto che siate cretino. Vi terrò in prova per tre mesi. Se vi dimostrerete all’altezza, e lo ritengo assai improbabile, sarete assunto. Altrimenti tornerete a fare il collaboratore dell’Eco, nell’interesse vostro e soprattutto nostro”.

Uscii tramortito dal suo ufficio. L’antivigilia di Natale una prostituta venne sgozzata mentre tagliava una fetta di panettone per la figlioletta di due anni. La bimba fu trovata accanto al cadavere della madre a paciugare col sangue. Ci scrissi una storiona. Alle 14 mi precipitai in edicola a comprare La Notte. Guardai subito l’ultima pagina, quella di Bergamo Notte. Niente, nella cronaca locale non c’era traccia del mio pezzo. Tornai in redazione affranto: il giorno più triste della mia vita. Dopo un po’ squillò il telefono di bachelite nera, alzai la cornetta: era Nutrizio. Mi mancava il respiro. “Non siete cretino. Vi assumo”. Non m’ero accorto che in prima pagina campeggiava il titolone “Delitto di Natale”, con sotto il mio articolo e la mia firma”.

Qual è stato il momento più emozionante della tua carriera?

“Sono stati due, entrambi al Corriere: l’arresto di Enzo Tortora, del quale presi subito le difese, e l’alluvione in Valtellina”.

Pensavo la prima nomina a direttore di una testata nazionale.

“Quando Giorgio Fattori, amministratore delegato della Rcs, nel 1989 mi offrì la direzione dell’Europeo, ero molto perplesso. Per me fare l’inviato speciale del Corriere rappresentava già il massimo. Non ho la libidine del potere. Che poi quello di direttore è un potere del menga, lo sai bene anche tu. Il settimanale mi servì per mettermi alla prova, ma ero condizionato dall’ambiente ideologicamente ostile, ricorderai che accoglienza ebbi: due mesi e mezzo di sciopero. Solo all’Indipendente riuscii a scatenarmi: da 18.000 a 126.000 copie. Vedevo la tiratura che saliva, saliva, saliva e avevo la conferma d’essere nel giusto. Conosco l’obiezione: “Feltri fa i giornali in un certo modo solo per vendere tanto”. Non trovo nemmeno l’argomento per replicare. Mi sembra un’accusa talmente imbecille. Mai conosciuto nessuno che faccia i giornali per lasciarli invenduti in edicola”.

Quando ti definiscono l’erede di Indro Montanelli, nel tuo intimo quale reazione hai?

“Non provo soddisfazione, perché non è così. Lui aveva qualità che io non ho. Dire che mi dispiaccia sarebbe ipocrita. Ma dentro di me so che non è vero”.

Nel 1995, dopo che lo avevi sostituito alla direzione di questo quotidiano, Montanelli ebbe a dire di te: “Il suo Giornale confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”.

“È esattamente quello che fece Montanelli per tutta la vita, tant’è che riuscì persino a diventare un’icona della sinistra. Io mi sono limitato ad adottare la sua formula giornalistica. Ma l’ho realizzata meglio perché mi sono sempre esposto, ci ho messo la faccia. Lui invece era come Veltroni: “Sì ma anche”. Non si schierava nettamente, il suo editoriale era così in chiaroscuro che alla fine non capivi mai se fosse chiaro o scuro. Il che non significa che non resti il migliore di tutti noi. Ho venduto più di lui solo perché a me la gente non fa schifo”.

Che cosa pensi che apprezzino in te i lettori? La capacità di far stecca nel coro? La cadenza pressoché quotidiana degli editoriali? Il parlar chiaro? La scrittura piana?

“Il fatto di non considerarmi superiore a loro, il tono colloquiale, il trattarli da pari a pari. Mi viene naturale”.

Hai mai pensato di monetizzare la tua popolarità mettendoti in politica, come fece Guglielmo Giannini col Fronte dell’Uomo qualunque nel 1944?

“Non è che qui al Giornale non faccia politica. Ma almeno posso farla da padrone in casa mia, non da peone”.

Fondando un movimento tuo, intendevo dire.

“No, no, no”. (Espressione di disgusto). “Ma come t’è saltato in mente? Le riunioni, i convegni, le assemblee, i congressi, le liste elettorali… Mi romperei i coglioni, diventerei matto”.

Non mi hai mai parlato della tua infanzia.

“C’è poco da dire. Da adolescente non legavo con i miei coetanei, ero sempre solo. Le domeniche diventavano interminabili”.

Che ricordo hai di tuo padre?

“Si chiamava Angelo, era funzionario in Provincia. Morì a 43 anni, morbo di Addison, una malattia della corteccia surrenale. Io ne avevo 7. Me lo ricordo alto, magro, elegante, severo nell’aspetto. Era un avido lettore di quotidiani. Al momento del giornale radio noi figli – Ariel, il primogenito, Mariella e io – dovevamo stare zitti ed era una dura prova. Entrai nella sua camera mezz’ora prima che spirasse. Mi salutò con un cenno della mano, mi baciò. Anche se ero solo un bambino, capii subito che sarebbe morto. Non so perché, ma lo capii”.

Raccontami di tua madre.

“Si chiamava Adele. Doveva lavorare fuori casa per mantenere i tre figli. Era responsabile dell’Associazione commercianti, la sera rincasava tardi. Ricordo ancora la sofferenza tremenda di quelle lunghe attese. A ogni scampanellata che risuonava nel palazzo dove abitavamo correvo ai vetri appannati della finestra per vedere chi stesse entrando. Ma lei non tornava mai. È morta a 89 anni. In assenza di mia madre, sono stato allevato dalla zia Tina, sua sorella, una figura che ancor oggi resta scolpita nella mia mente. Le ho voluto molto bene”.

Sei rimasto vedovo a 24 anni.

“Sì, con due gemelline di pochi mesi. Una conseguenza del parto. La mia prima moglie si chiamava Maria Luisa, eravamo coetanei. A quel tempo lavoravo all’Ipami, l’Istituto provinciale di assistenza materna e infantile, cioè al brefotrofio. Impiegato, assunto per concorso. Tenevo i registri degli “infanti esposti all’abbandono”. In pratica davo i nomi ai trovatelli. La lettera iniziale corrispondeva all’anno di nascita, come per i cavalli. Esempio: nel 1959 i nomi cominciavano per A, nel 1960 per B, e così via. Avrei anche dovuto controllare l’orario d’ingresso e d’uscita di infermiere, puericultrici e maestre, ma non lo facevo mai. Un giorno presi a calci il timbra cartellini”.

Ma no.

“Ma sì, e perciò fui trasferito in Provincia a occuparmi delle rette dei manicomi. Metti che la minima fosse 200 lire, da aumentare in base alla fascia di reddito. I parenti dei malati mi facevano pena. E siccome con 200 lire i conti mi venivano anche più facili, applicai la minima a tutti, indistintamente. Quando il segretario generale Livio Mondini se ne accorse, mi convocò nel suo ufficio: “Senti, io volevo molto bene a tuo padre. Sarai anche un ragazzo intelligente, non dico di no, ma la tua intelligenza la usi male. Qui non posso tenerti. Cercati qualcos’altro”. E io, che già collaboravo all’Eco, lo presi in parola”.

Con grande apprensione di tua madre e di tua zia, suppongo.

“Be’, sai, i vecchi di una volta non capivano che razza di mestiere fosse quello del giornalista, lo consideravano una via di mezzo fra il commesso viaggiatore e l’attore. Ma come? Hai un posto fisso, di ruolo, e lo lasci? Ragionavano così”.

Il giorno che tu mi assumesti al Giornale, eri ansioso di conoscere il commento di mia madre. Te lo riferii: “Vanità, tutta vanità”. Mi parve che ne fossi rimasto molto colpito.

(Ride). “Stupendo. Era lo stesso clima che si respirava in casa mia”.

L’acme della tua vanità sarebbe tornare al Corriere come direttore, confessa.

“In passato avevo questa fissa, lo ammetto. Resta il giornale più grande, ci ho passato una parte della mia vita. Nel 1996 stava per accadere. Era settembre, mi pare. Una domenica Luca Cordero di Montezemolo venne a trovarmi a Bergamo. Fra di noi non c’era frequentazione. Andammo a pranzo al Pianone, un ristorante in città alta. E lì mi fece la proposta. Credo che avesse avuto un preciso mandato, perché entrammo nei dettagli. Avrei dovuto essere nominato agli inizi del 1997, quando in effetti Paolo Mieli se ne andò. Poi qualcuno del giro dell’Avvocato mi riferì che la Fiat ci aveva ripensato: in quel momento non potevano permettersi un direttore che non fosse appiattito sulle Procure”.

E oggi per quale motivo, se resti il più bravo a rimettere in sesto i bilanci, non ti chiamano al Corriere, calato di 178.000 copie al giorno rispetto al 2007?

“Capirai, lì ci sono 15 editori, io già fatico ad andare d’accordo con uno solo. Per sistemare i conti devi far del male: in via Solferino ci vorrebbe la Rivoluzione d’ottobre. La crisi dell’editoria, accentuata da quella economica, è diventata strutturale. Il giornale supermercato è finito. Bisogna passare al giornale boutique, un oggetto di lusso con poche pagine, pochi redattori fissi e molti collaboratori esterni ben pagati. Il Corriere non sfugge alla regola”.

Hai confessato che di notte sognavi di tornare in via Solferino e cominciavi a sudare. Ti capita ancora?

“Sempre. Torno al Corriere, mi rimettono al tavolone che Luigi Albertini aveva copiato da quello del Times e provo una profonda afflizione. Allora chiedo d’essere ricevuto dal direttore e protesto timidamente: in fin dei conti ho guidato otto giornali, promuovetemi almeno inviato. Ma lui mi rimanda nel salone Albertini a fare un lavoro che non mi piace”.

L’ultima volta che faccia aveva il direttore apparso nel sogno?

“Quella di Ferruccio de Bortoli, che però non è mai stato mio direttore, era solo mio compagno di banco al Corriere d’Informazione. A Ferruccio non l’ho detto. Non vorrei che si montasse la testa”.

Facciamo un’ipotesi da fantascienza: Carlo De Benedetti piglia un colpo di sole, oppure si accorda col Cavaliere per interessi di bottega, e decide di chiamarti a Repubblica al posto di Ezio Mauro. Primo: tu ci vai? Secondo: che Repubblica faresti?

“Ti sembrerà ridicolo, ma ho sempre avuto simpatia per Carlo De Benedetti, sono stato ospite varie volte a casa sua in via Ciovassino, qui a Milano.

Nel 1995, o forse era il 1996, fui invitato a pranzo nell’abitazione romana del suo socio Carlo Caracciolo. Il quale fu prodigo di elogi. Non mi offrì niente, ma dal tono dei discorsi si capiva che il colloquio era mirato a studiarmi da vicino. Io me la cavai dicendo che, se fossi diventato direttore di Repubblica, avrei finalmente provato l’emozione di perdere copie. Anche se tu sai benissimo come si dovrebbe fare un giornale come La Repubblica”.

No, non lo so. Come si dovrebbe fare?

“Esattamente come lo stanno facendo”.

Ti ho visto fotografato con Mauro e tutti i capintesta della Federazione nazionale della stampa, dell’Ordine dei giornalisti e dell’informazione libera, democratica, laica e pluralista a protestare contro la legge sulle intercettazioni. Facevi impressione.

“Immagino bene, faceva impressione anche a me. Ma quella legge è un pasticcio. Perché nella filiera dello sputtanamento bisogna punire solo il terminale rappresentato dai giornalisti? Le telefonate private, ininfluenti per le indagini, devono essere distrutte, non entrare nei fascicoli giudiziari. Punto e basta”.

Quindici anni fa le copie, come dimostrasti al Giornale, si potevano raddoppiare. Adesso non più. Che cos’è cambiato?

“Quindici anni fa non c’erano Ballarò, il Tg24 di Sky ogni mezz’ora, il Tgcom, Internet, i blog, i social network e tutte quelle menate lì. Oggi la mattina, quando ti presenti all’edicola, hai la sensazione d’avere fra le mani il giornale di due giorni prima”.

Se tutte le energie che dedichiamo alla politica le applicassimo a indagare sui raggiri delle banche, sulle porcherie degli speculatori di Borsa, sul prezzo della benzina che resta alto anche quando le quotazioni del barile di petrolio precipitano, sui nemici dei nostri figli, sugli inganni alimentari e anche sulle cose buone della vita, secondo te riusciremmo a vendere qualche copia in più?

“No. Però faremmo un giornale più completo, migliore. Solo che qui ormai ti querelano non appena intingi la penna nel calamaio”.

Hai sempre diretto quotidiani d’opinione, che i lettori comprano soprattutto per il tuo editoriale. A che serve aggiungerci tante pagine? Avresti dovuto precedere Giuliano Ferrara e fondare Il Feltro al posto del Foglio.

“A parte che Giuliano è bravissimo, e sottolineo tre volte bravissimo, al massimo avrei venduto 1.000 copie in più”.

Tra i mostri sacri del giornalismo italiano, chi ti sta di più sullo stomaco?

“Barbara Spinelli. La uso al posto del Tavor. Al terzo capoverso del suo editoriale domenicale sulla Stampa casco in coma profondo”.

Chi vorresti portarti al Giornale?

“Tre firme, sempre della Stampa: Massimo Gramellini, Luca Ricolfi e mio figlio Mattia, che però non verrebbe mai. Poi mi prenderei Ernesto Galli della Loggia, Angelo Panebianco, Paolo Mieli e Piero Ostellino dal Corriere e con un investimento di pochi milioni fotterei la corazzata di via Solferino”.

Daresti un posto da editorialista all’ex direttore di Avvenire, Dino Boffo?

“Subito. È un profondo conoscitore del mondo cattolico e un sociologo della religione. Scriverebbe editoriali eccellenti”.

Il nostro amico Renato Farina che fa?

“Fa il deputato. L’Ordine dei giornalisti ne ha decretato la morte professionale. Io non capisco: Adriano Sofri, condannato per omicidio, può scrivere dappertutto, da Repubblica al Foglio. Farina no. Ma perché? Chi ha ammazzato? E Piero Marrazzo? Ti risulta che sia stato censurato dall’Ordine?”.

Dopo grandi infatuazioni, in te subentrano rapidissimi disincanti. Nel giro di sei mesi ti annoi di tutto e di tutti: direzioni, giornali, giornalisti, amicizie, politici. Come mai? Che cosa ti servirebbe per non farti appannare il sensorio?

“A Libero sono rimasto 9 anni, un caso limite. La ripetitività dopo un po’ mi stronca”.

On fait toujours la même chose, come dice il cinese della Condizione umana di André Malraux, si fa sempre la stessa cosa. Dovresti saperlo, ormai.

“Sì, ma non riesco a rassegnarmi. Per cui se oggi venissero a propormi la direzione della Gazzetta del Sud o del Messaggero, chiaro che non accetterei, ma la tentazione di farlo sarebbe forte”.

Ti annoia anche nutrirti?

“Mi siedo a tavola con appetito. Dopo due forchettate vorrei alzarmi e andarmene. Proseguo per noia. Di mio sarei vegetariano, tranne che per il salame. Lo mangio perché non mi ricorda il povero maialino, ma una zucchina”.

C’è almeno un sapore di cui non ti sei ancora stufato?

“Mah, cosa vuoi, a volte mi rompono i coglioni persino le sigarette”.

(Indica il posacenere). “L’acqua, forse. Mentre scrivo il mio editoriale faccio fuori a sorsate una bottiglia di minerale, ma è un movimento meccanico della mano, afferro e ingollo, senza rendermi conto. Meno male che non è vino: sarei perennemente ciucco”.

Sei stufo di tutto, eppure non vuoi smettere di fare giornali.

“Il giornale è la vita. Noi viviamo attraverso le vite degli altri. Smettere di fare i giornali equivarrebbe a smettere di vivere”.

Non riesci a immaginarti a far la spesa spingendo il carrello dell’Esselunga. Guarda che tocca a tutti, che c’è di strano?

“Lo so. Non riesco a immaginarmi a fare solo quello. È ben diverso”.

Perché non hai mai voluto imparare a usare il computer? Cervi, a 80 e passa anni, c’è riuscito e non tornerebbe indietro.

“Non ho mai avuto questa esigenza d’imparare a farlo. Figurati, fino al 1989 i pezzi li dettavo al telefono. E poi mi danno fastidio le lucine. Io devo vedere la materia. Sul monitor è tutto vago: c’è, non c’è, schiacci un bottone e sparisce tutto. Una follia. Con la fatica che faccio, non posso neanche palpare il foglio? Ma scusami! Vuoi mettere la Olivetti? M’incazzo, sacramento, mi s’incastrano i martelletti, s’attorciglia il nastro, la scuoto… Se mi viene male l’articolo, do la colpa a lei. Una fisicità che col computer va persa”.

In compenso utilizzi moltissimo gli sms.

“Sono talmente pigro, che preferisco scrivere piuttosto di telefonare. Mi ha insegnato mia figlia Fiorenza. Siccome il dizionario automatico non prende tutte le parole, è un esercizio fantastico per trovare i sinonimi”.

L’amicizia esiste?

“Io ci credo. Nella vita contano la forza e l’amore. Il resto non conta”.

Passi per essere un tombeur de femmes.

“È vero, ma io non me ne sono mai accorto”.

Tua moglie, Enoe Bonfanti, se n’è fatta una ragione o ci sta male?

“A mia moglie ho dato tutto quello che potevo dare sul piano del sentimento e della gratitudine. Era maestra all’Ipami, ci sposammo un anno dopo che ero rimasto vedovo. Anche sul piano materiale non le ho mai fatto mancare nulla. Io non ho niente. È tutto suo. E non spende un soldo”.

Quanti nipotini hai?

“Cinque, da 1 a 25 anni. Se la prima nipote fosse stata stupida come me, che mi sposai a 22, e come sua madre Laura, che si maritò a 19 appena finita la maturità, sarei già bisnonno”.

Che rapporto hai con i nipoti?

“Mi piacciono molto per 15-16 minuti. Poi mi rompono. Con i figli no, è diverso, il rapporto è paritario”.

Ricordo male oppure a uno dei tuoi bimbi facesti mangiare il pepe, ingannandolo, per insegnargli a non fidarsi di nessuno, nemmeno del proprio padre?

“Ricordi bene. A Fiorenza. Insisteva nel giocare a tavola col macinino. Alla fine, spazientito, la invitai ad assaggiare il pepe. Scoppiò a piangere per il bruciore. Però non se l’è più scordato”.

Non è bello non avere nessuno di cui fidarsi.

“Eh, lo so, ma in quel momento mi veniva a pennello”.

Di quante persone ti fidi veramente?

(Ci pensa). “Sei o sette”.

Quante qui in redazione?

“Cazzo, che brutta domanda. Non le ho mai contate”.

Hai due vite parallele: dal lunedì al venerdì abiti a Milano, il sabato e la domenica torni a Ponteranica. Che cosa ti ha impedito di trasferirti definitivamente a Milano?

“Niente. Anzi, l’ho sempre considerata la capitale del giornalismo e vado molto fiero del mio Ambrogino d’oro. Ho ricevuto da Milano molto più di quello che le ho dato. Ma quando sono qui mi viene la nostalgia di Bergamo e quando sono a Bergamo mi viene la nostalgia di Milano”.

Ponteranica com’è?

“Un paese modello. Perfettamente pulito. Funziona tutto. Ora c’è un sindaco della Lega, ma era così anche quando lo governava la sinistra. I miei sondaggi vado a farli alla trattoria Falconi, un covo di leghisti e di comunisti. C’è chi frequenta la Bocconi e chi la Falconi”.

Sei davvero parsimonioso come ti dipingono?

“I capricci me li sono tolti tutti. Ora mi piace fare regali. Spendo parecchio in abbigliamento. Si vede che ho bisogno di apparire meglio di quello che sono”.

Hai perso molti soldi per colpa della crisi?

“Non ho ben controllato. Sono ancora fermo agli anni Sessanta, quando a fine mese mi davano lo stipendio in banconote, dentro una busta color nocciola in cui mettevano anche gli spiccioli. Appena ho accumulato un po’ di risparmi, compro una casa. Almeno i mattoni posso toccarli, anche se cadono per terra restano miei. Una volta il direttore del Credito bergamasco mi costrinse a fare i… come si chiamano… contro pronti…”.

I pronti contro termine.

“Ecco, quelli. Un’altra volta mi fece perdere una barcata di quattrini investendo 120 milioni di lire in azioni della new economy. Adesso quando mi si avvicina un funzionario della banca per propormi questo o quel prodotto, gli rispondo secco: ma perché non si fa i cazzi suoi, che ai miei so pensarci benissimo da solo, come può constatare dal conto? Bei tempi quando le banche erano come le chiese, tutti zitti e al loro posto”.

Sei fiero d’essere italiano?

“Sì. Be’, fiero…”. (Si stringe nelle spalle). “Non mi dispiace. Se fossi neozelandese, mi accontenterei”.

Che cosa pensi dei tuoi connazionali?

“Sono convinto che lo Stato sia povero e gli italiani ricchi. Mangiano meglio, si vestono meglio, vivono meglio di tutti gli altri europei. In Germania alla sera cenano con pane e formaggio giallo. Per me di giallo c’è solo la polenta. Invece da noi ristoranti, trattorie, pizzerie a ogni angolo, sempre pieni. Il problema semmai è il Sud che non riesce a integrarsi”.

Come mai la secessione viene chiesta soltanto dal Nord, anziché dal Sud?

“Me lo chiedo anch’io. Servirebbe nei meridionali uno scatto d’orgoglio. Sostengono che siamo egoisti? Lo siano anche loro. Via, ce ne andiamo! Perché stare insieme per forza? Che assurdità: si può divorziare tre volte dalla propria moglie, ma non da Platì o da Caltagirone”.

Qual è la cosa più bella che hai fatto nella tua vita?

“Rendermi utile a qualche estraneo con la consapevolezza che non mi avrebbe dimostrato alcuna riconoscenza”.

Una volta hai confessato di non essere mai stato felice. Quand’è che ti sei avvicinato di più alla felicità?

“La felicità è fatta di lampi che però illuminano tutta la vita. Non puoi godertela: solo ricordartela. Già tanto. Bisogna sapere che il resto è una macinazione di passi”.

Illuminami con uno di questi lampi.

“Ero felice il giorno in cui fui assunto alla Notte. Più ancora il giorno in cui Mattia guarì. Aveva 7 o 8 anni quando diagnosticarono che sarebbe morto. Con due anni di cure, un medico omeopata lo salvò”.

Perché non vai mai in vacanza?

“Perché riesco ad annoiarmi benissimo qui senza andare in ferie. E poi ci sono sempre, in vacanza. Il mio lavoro coincide col mio hobby. Nel fine settimana mi affaccio alla finestra e vedo la Maresana (un monte, ndr). Ma dove vuoi che vada?”.

Rammento quando ti recasti ad Arcore per lamentarti del fatto che, nonostante la Mondadori fosse entrata nell’azionariato del Giornale, languivano gli investimenti, avevamo un minimo garantito pubblicitario da foglio di provincia, non si decidevano a darci le rotative a colori. Berlusconi osservò che eri troppo stressato e si offrì di prenotarti un resort in Messico.

“No, mi mise a disposizione una delle sue ville in Sarde­ gna. Imbarazzato, evitai di rifiutare per non offenderlo. Presi tempo. Lui è fatto così. “Usi il mio aereo come fosse il suo”, mi ha persino detto. Ma ti pare? Ha insistito così tanto che una volta ho voluto provarlo per volare fino a Roma a vedere il derby di galoppo. Sedili in pelle, radica dappertutto, champagne appena salito a bordo. Ho giocato a fare il signore per un giorno”.

Che cosa ti piace dei tuoi adorati cavalli?

“L’eleganza. Senza di loro, l’uomo vivrebbe ancora nelle caverne. E noi come li ripaghiamo? Facendone bistecche quando sono stanchi di galoppare. Lo stesso con le mucche che ci hanno nutrito del loro latte. Che barbarie! Guarda, mi piacciono tutti gli animali, a parte le zanzare. Ho qualche perplessità sul coccodrillo”.

Mi ha sorpreso vedere che tieni la foto del tuo micione Ciccio come sfondo del telefonino.

“Non parlarmene. È morto la vigilia di Pasqua. Aveva 17 anni. Era un trovatello. Io l’avevo chiamato Fausto in onore a Bertinotti, ma fino all’ultimo giorno in casa è stato per tutti Ciccio. Me lo sono sognato la notte scorsa”.

Hai anche la passione per la civetta. Mi toccò dissuaderti: la volevi mettere nella testata del Giornale in occasione di una riforma grafica. Ti obiettai che l’uccello notturno ha fama di portare iella e tu soprassedesti, perché all’argomento sfiga sei sensibile.

“Civette, gufi… Una passione irrazionale”.

Se non fossi diventato giornalista, che professione avresti potuto fare?

“L’avvocato penalista. Il giudice no, meglio di no: avrei assolto tutti”.

Il coraggio è una virtù importante per un giornalista?

“Sai che non lo so? Io non so se sono coraggioso. Forse sono soltanto sfrontato”.

Una dote indispensabile per far bene questo mestiere?

“La curiosità”.

La tua paura più grande qual è?

“Non la morte in sé, ma l’itinerario per arrivarci: le flebo, il prete che tenta di farmi fare quello che non intendo fare, le facce addolorate di quei pirla intorno al letto. Almeno quando morirò non vorrei avere rotture di balle”.

So che ti piacerebbe morire d’infarto o, meglio ancora, fucilato, modalità per la quale ti stai dando parecchio da fare.

“Comunque di un colpo secco”.

L’ho chiesto a Dagospia e ha svicolato. Ci riprovo con te: dimmi una cosa che non hai mai rivelato a nessuno.

(Riflette). “Ne avrei due. Da ragazzo mi sono preso una fucilata per davvero. Mi arrampicavo con i miei amici su un ciliegio. Alla fine il contadino perse la pazienza e mi sparò con lo schioppo caricato a sale. Mi colpì a un polpaccio. Tu non hai idea del dolore bestiale. Per paura non dissi nulla in casa e mi curai da solo”.

E la seconda?

“Non so se posso raccontartela”.

Dài, magari la metto nel titolo.

“Avevo 12 anni. Rovesciai una scrivania per sfilare 5.000 lire da un cassetto chiuso a chiave. Non se ne accorse nessuno. Ma io a distanza di 55 anni provo ancora vergogna di me stesso. Ho fatto molta fatica a dirtelo”.

La cinquecentesima puntata dei Tipi italiani è finita. La vogliamo chiudere qui, questa serie, che dici?

“Io andrei avanti. È troppo bella”.
*Dice di sé.
Stefano Lorenzetto. Sono rimasto un provinciale nell’Italia che nostalgia del bucato della nonna, quello che si faceva con la cenere (cioè col destino di ciascuno di noi). 

Aldo Cazzullo - Confalonieri: Veronica guadagna di più, però lei è la moglie

Il presidente di Mediaset, amico del Premier dai tempi dell’oratorio, in questa intervista ad Aldo Cazzullo fa il punto su politica, Mondadori, Milan e anche sul divorzio del secolo. “Berlusconi al Quirinale? Non ce lo vedo, lui è fatto per i ruoli operativi”, “Corruzione in politica: ma perché i ministri non fanno il mutuo, come tutti gli altri?” (1)

Aldo Cazzullo*

“Quando una persona che conosci da sessant’anni riesce ancora a stupirti, dev’essere un fenomeno. Io ho conosciuto Silvio bambino all’oratorio, sono diventato suo amico al ginnasio, ma in questi giorni lui riesce ancora a stupirmi. Ha una resistenza alle pressioni quasi sovrumana. Uno dei suoi segreti è sempre stata la fisicità; come ha capito Belpoliti, che è di sinistra ma nel suo libro sul corpo di Berlusconi ha intuizioni giuste.

Anche ora, che è sempre charmeur ma ha i suoi anni, Silvio ha una forte fisicità. Con qualche aiutino, d’accordo. Ma quando deve gasare qualcuno, ha un magnetismo che mi ricorda il Senofonte dell’Anabasi, o i condottieri raccontati da Tucidide. Del resto i leader naturali sono sempre stati molto fisici. Come Mussolini. De Gaulle. O il Fidel Castro che parlava otto ore di fila”.

Presidente Confalonieri, Berlusconi parla di un’«entità esterna» che lavora contro il governo. Condivide?

“Ci hanno sempre provato. Fa parte del gioco. I magistrati – anche se non tutti – e la stampa di sinistra hanno sempre considerato Berlusconi un intruso. Non dico sia un complotto; è una coincidenza di strategie. Ovunque l’opposizione tenta di far cadere i governi; la differenza è che in Italia l’opposizione non la fanno i partiti di sinistra, che sono messi malissimo, ma una parte dell’establishment. Ero contrario alla discesa in campo proprio perché, siccome Berlusconi è un genio ma io non sono un pirla, sapevo che ci sarebbe successo tutto questo”.

Che idea si è fatto dello scandalo delle case?

“Non è una bella cosa. Facessero un mutuo, come tutti… Scajola è un mio amico, non voglio dare giudizi. A Di Pietro, che restituì i soldi in una scatola di cartone, hanno perdonato tutto; ad altri no”.

Nella lista Anemone ci sono anche i restauri di Palazzo Grazioli, dove lei dorme quando è a Roma.

“Bisogna distinguere. Se uno ha commissionato dei lavori, e li ha pagati, non c’è niente di male. Se li ha fatti in cambio di favori, è un altro discorso. Ma certo Silvio non ha bisogno di fare soldi con la politica: ne ha già tanti… A Palazzo Grazioli ha fatto fare molti lavori, e ha speso parecchio; anche se non è casa sua, è in affitto dal duca”.

Nessun problema, quindi?

“No, il problema c’è. Alla politica un tempo si avvicinavano uomini mossi da grandi ideali: il cattolico solidarista, il comunista che voleva cambiare il mondo, il liberale con il culto della libertà. Valori che non ci sono più. La rivoluzione di Berlusconi ha dato un’occasione agli agnostici della politica: uomini sempre rimasti ai margini, esasperati dal politichese e dalle formule astruse, stufi dall’austerità e dal cattocomunismo, naturalmente di destra anche perché considerati dalla sinistra come baluba, ignoranti, stupidi, mentre erano in realtà disimpegnati, un po’ egoisti, al limite un po’ gretti. Tra loro ci sono quelli che vogliono il Suv e l’orologio firmato, il che non è un male:Enrichissez-vous!. È un male l’eccesso. È un male cedere al vizio capitale dell’avidità. E la corruzione va punita”.

Ce ne sono anche nell’entourage di Berlusconi?

“Chi può escluderlo? I ministri non guadagnano molto, ma hanno uno status e soddisfazioni che dovrebbero bastare; che si accontentino. Detto questo, attenti a disconoscere il lavoro di un Bertolaso. Io non so se abbia frequentato queste signorine. So che in un anno ha dato casa agli aquilani. E ricordo le vergogne del passato. Ricordo il Belice. Quand’ero amministratore del Giornale sono stato in Irpinia, con Montanelli ed Egisto Corradi, a portare i primi prefabbricati, frutto della generosità dei lettori. Gettarci fango addosso da soli, evocare Dracula come fa la Guzzanti, è da vecchia Italia. L’Italia che chiama francesi e spagnoli per far guerra al vicino”.

Veronica “guadagnerà” più di lei.

“È anche giusto. Io per Berlusconi sono come un fratello; lei è stata la moglie”.

Con Veronica lei ha sempre tenuto i contatti, vero?

“La conosco da 25 anni, anche di recente l’ho sentita. Penso che se la coppia è bene assortita e dà vita a una famiglia sana questo sia un valore da difendere. Veronica non doveva presentare Silvio come una persona diversa da quella che è. Anche perché lui è stato un marito forse discutibile, ma un padre meraviglioso”.

Ora nelle aziende entrano i figli. Non è pericoloso, quando a comandare si è in cinque?

“Nel gruppo c’è spazio per chi merita. Berlusconi è un uomo fortunato, anche con i figli: Pier Silvio è un imprenditore che crede nel prodotto, lo trova, lo crea (vedi la pay tv digitale); Marina è molto brava con la holding e in Mondadori, ha spiccato senso dei conti, ha fiuto per gli investimenti. Gli altri sono giovani. Barbara ha 25 anni, si sta laureando. Luigi, di cui dicono molto bene, ne ha 21. Sono già sparpagliati nei vari consigli. Veronica è stata una buona madre, ha insegnato ai figli principi sani. Se sono intelligenti, si accorderanno”.

A Mediaset arriva Eleonora, vero?

“Per quel che ne so, sta facendo un giro di orizzonte nel gruppo. È molto preparata, ha girato, è stata in America. Parla molto bene l’inglese, come i suoi fratelli. Parlare le lingue è importante. Poi certo se non sei intelligente dirai sciocchezze in tre lingue. Se lo sei, puoi anche parlare solo in milanese; un interprete lo si trova sempre”.

La Mondadori ha qualche difficoltà.

La Mondadori è gestita bene. Le difficoltà le ha, in tutto il mondo, la carta stampata. Funzionano i periodici di gossip, meno gli altri. I quotidiani poi sono troppo “gonfi”: hai la sensazione che non riuscirai mai a leggerli. Dovreste farli più smilzi, come il Foglio del mio amico Ferrara, che va sempre letto; anche se ora è diventato un po’ troppo prete”.

E il Milan?

“Ci vogliono troppi soldi. È un’epoca difficile. Un’epoca per petrolieri: non a caso investono gli sceicchi. E il nostro sceicco è Moratti”.

Il 22 maggio tiferà Inter o Bayern?

“Senta, io andavo a vedere il Milan di Nordhal, con Silvio e suo padre: tram fino a piazzale Lotto, poi a San Siro a piedi. Ho seguito il Milan in B, ho visto la Cavese espugnare il nostro tempio. E vuole che tifi Inter? Il tifo è anche gufare. Riconosco però che l’ultima campagna acquisti di Moratti è stata eccellente, e Mourinho è antipatico ma bravissimo”.

Chi allenerà il Milan?

“Io avrei tenuto Leonardo. Ma Silvio sa scegliere gli allenatori. Sacchi lo prese dal Parma. Capello lo chiamavano il maggiordomo di Berlusconi, ora è il numero 1 al mondo”.

Il governo dura tre anni? O si va a votare prima?

“Votare è sempre un rischio, l’elettorato è imprevedibile. E poi il senso di responsabilità lo impedisce: la crisi è ancora qui, ci sono cose da fare subito. So che Silvio aveva promesso molto: la defiscalizzazione, la semplificazione. Tutte le rivoluzioni del resto restano incompiute: è successo a quella francese e a quella russa; in Italia non si parla forse di Risorgimento incompiuto, di Resistenza tradita? Oggi tutti si riempiono la bocca con le riforme, ma alcune vanno fatte davvero, a cominciare dalla giustizia: non puoi aspettare dieci anni per riscuotere un credito”.

Berlusconi punta al Quirinale?

“Sinceramente: non lo vedo. Non ne abbiamo mai parlato, anche perché parlarne prima porta un po’ sfortuna. Ma Berlusconi è fatto per i ruoli operativi. E al Quirinale non sono mai andati i leader, ma figure di compromesso. Berlusconi potrebbe essere un presidente alla Sarkozy; però la nostra Costituzione affida al presidente un compito diverso, per quanto importante. L’unico che giocò un ruolo in prima persona fu Cossiga. Ho detestato Scalfaro, non mi è piaciuto Ciampi; ora Napolitano sta facendo bene”.

Volevate davvero vendere a Murdoch?

“Era il ‘98, Silvio era in piena traversata del deserto. Vole­ va liberarsi delle accuse sul conflitto d’interessi. E non si era ancora accorto di quanto fossero bravi i suoi figli, che lo fermarono; con amore, ma lo fermarono”.

Quindi riconosce che il conflitto di interessi c’è.

“Certo che c’è. Ma ormai è endemico: scegli Berlusconi e prendi tutto. E c’è anche la libertà di stampa. Questi poveri diavoli che gridano alla dittatura non fanno certo il gioco della sinistra. Perché un italiano legge queste classifiche, in cui il suo Paese viene dopo il Burundi, e gli girano”.

De Benedetti dice: “Berlusconi ha fatto mascalzonate incredibili, ma non è una cattiva persona”.

“Da che pulpito! Mi disturba parlare di De Benedetti. Non doveva chiedere quei 750 milioni. La divisione della Mondadori è stata fatta vent’anni fa, d’accordo anche con le forze politiche”.

Ma non avete comprato la sentenza?

“A parte il fatto che si parla di un giudice su tre, Berlusconi aveva comprato la Mondadori dai Formenton. Per fortuna De Benedetti riconosce che Silvio ha creato una grande azienda dal nulla. Repubblica invece non l’ha creata De Benedetti, ma Scalfari: che mi sta antipatico anche più di Mourinho, che quando parla con Dio è pretenzioso, ma è stato un grande giornalista e anche un grande imprenditore”.

Con Fini come finirà?

“Fini e Berlusconi hanno il dovere di andare d’accordo. Non devono amarsi; del resto neppure Forlani e De Mita si amavano; ma nessuno dei due metteva in discussione l’unità del partito”.

La Milano di oggi come la trova?

“La mia città mi piace sempre. Milano non va mai in crisi, perché a Milano c’è tutto: la moda, l’editoria, la finanza… Gli intelligentoni vanno all’estero, tornano e sentenziano: Milano non è New York, non è Parigi. Bella scoperta! Neppure l’Italia è l’America. Ora ce l’hanno con gli alberi in piazza Duomo. A parte il fatto che ho nostalgia della piazza Duomo con i tram che sferragliavano, dico un paradosso sapendo di dirlo: se Milano ha il record degli ultracentenari, è perché l’aria è buona. Oppure gli anziani sono mitridatizzati”.

La Moratti com’è?

“Ancora? Ho già parlato di suo cognato…”.

E la nuova Scala?

“Non mi convince. La Scala è un tempio, ha bisogno di un sommo sacerdote: Toscanini, Abbado, Muti”.

In tv cosa guarda?

“A 73 anni si ha paura di sprecare tempo. Vedo i cofanetti della Bbc con il teatro di Shakespeare, beninteso coi sottotitoli. I dvd di Wagner, Verdi, Mozart. La musica classica su Sky. Le news, il calcio e qualche bel programma di intrattenimento sulle nostre reti. Ma non confondo l’alto e il basso, non mi piace questo sincretismo banalizzante tra la grande cultura e il pop. Apprezzo Baglioni e Dalla, ma non li confondo con Chopin e Bach. Leggo volentieri Amis, Coetzee, McEwan, anche per tenermi in esercizio con l’inglese; mi è piaciuto il libro di Aldo Nove sui precari, ho trovato Gomorra un’opera coraggiosa, un utile choc. Ma Shakespeare è Shakespeare, Dostoevskij è Dostoevskij”.

1) Intervista di Aldo Cazzullo a Fedele Confalonieri, pubblicata sul Corriere della Sera il 14 maggio 2010. Titolo originale: “Confalonieri: punire la corruzione. I ministri facciano il mutuo”.

*Dice di sé.
Aldo Cazzullo. È considerato un giornalista politico ma la sua passione sono gli esteri. 

SUSANNA TAMARO

I libri servono a capire e a capirsi, e a creare un universo
comune anche in persone lontanissime.
(Da “Cara Mathilda. Lettere a un’amica”, 1997)

 

 



ANDREA DE CARLO

 

Possiamo trasformare la vita in una specie d’avventura da libro illustrato, se vogliamo. Non c’è nessun limite a quello che si può inventare, se solo usiamo le risorse che adesso vengono rovesciate per alimentare questo mondo detestabile.

(Da “Due di due”, 1989)

 

 

 

INTERVISTE Barbara Leone - Arnoldo Foà, 94 anni, con la solita perfidia

Una lunga vita con innumerevoli successi, molti amori – “Ho scopato come un criceto! Adesso ce ne ho una sola che mi piace” – e qualche lacerante ferita. Mattatore travolgente, ironico e sagace, disse ad Orson Welles: “L’Italia ha insegnato il teatro al mondo”

Barbara Leone*

“Questa è una buona ragazza. Io le fo del bene molto volentieri. Se avesse anche avuta qualche inclinazione, mi sarei sforzato, di compiacerla, ma non ne ha alcuna… Vedrò io… cercherò io… Ma, che diavolo fa questo Dorval che non vien mai? Io muojo di voglia di tentare un’altra volta questa maledetta combinazione che mi fece perdere la partita. Certamente io doveva guadagnare. Avrebbe abbisognato che avessi perduta la testa. Vediamo un poco. Ecco la disposizione dei miei scacchi. Ecco quella di Dorval. Io avanzo il re alla casa della sua torre. Dorval pone il suo matto alla seconda casa del suo re. Io… scacco… sì, e prendo la pedina. Dorval… egli ha preso il mio matto… Dorval? Sì, egli ha preso il mio matto, ed io… Doppio scacco col cavaliere. Per bacco! Dorval ha perduto la sua dama.

Egli giuoca il suo re, io prendo la sua dama. Questo sciagurato col suo re ha preso il mio cavaliere. Ma tanto peggio per lui; eccolo nelle mie reti; eccolo vinto con il suo re. Ecco la mia dama; sì, eccola. Scacco matto, questa è chiara. Scacco matto, questa è guadagnata… Ah! se Dorval venisse, glie la farei vedere. Piccardo?”.

Parigi: si dischiude il sipario. Sulle tavole del palcoscenico scorgiamo tre personaggi: Martuccia, Angelica e Valerio. Tre sono anche le porte. In scena qualche sedia, dei sofà ed un tavolino con uno scacchiere. Passatempo prediletto di Geronte, “uomo di un carattere stravagante, di buonissimo fondo, ma assai burbero, e fantastico al sommo”. Ma, soprattutto, protagonista de Le bourru bienfaisant (“Il burbero benefico”) di Carlo Goldoni. La commedia – pensata e scritta in francese – viene rappresentata per la prima volta il 4 novembre del 1771 al teatro della Comédie francaise. È un trionfo! Tanto che Goldoni, notoriamente schivo e ritroso, è costretto a presentarsi sul palco per incassare i fragorosi applausi del pubblico parigino. Un’opera acuta e divertente, che nei primi anni Settanta viene riadattata da Carlo Lodovici per il piccolo schermo. Il ruolo di Geronte è affidato a Cesco Baseggio. Mentre Dorval, suo grande amico nonché avversario all’amato damiere, viene interpretato da Arnoldo Foà…

Arnoldo Foà oggi, però, potrebbe impeccabilmente vestire i panni del protagonista. Burbero sì, ma dal cuore tenero. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere insieme le tappe salienti della sua intensa vita. Novantaquattro anni lambiti da innumerevoli successi, molti amori e qualche lacerante ferita. L’età c’è, qualche acciacco è inevitabile. Eppure il fascino di questo mattatore è travolgente. Come la sua pungente, sagace ironia. Che, a dispetto della bizzosa maschera, ci disvela un animo raffinato e squisito. Più che un’intervista, è stata una partita a scacchi. Vinta, manco a dirlo, dall’ineguagliabile Maestro. Touché!

Maestro Lei è un mito vivente…

“Metà, non un mito. Sarò un quadruplico!”.

Sulla carta ha 94 anni. Ma Lei quanti se ne sente?

“Faccia vedere la mano… Lì sul polso… Che disegno è?”.

Questa è una rosa. Poi ho anche due delfini sulla spalla ed un tribal tattoo sulla caviglia. Quello mi ha fatto malissimo…

“Ah sì? E perché li ha fatti? Perché è cretina!”.

Colpita e affondata! Non ricordo Maestro… avevo vent’anni… A proposito di anni allora, lei quanti se ne sente?

“Due… Sono completamente rincoglionito!”.

Esagerato… Ciò che conta è lo spirito! Sul serio… Quanti anni si sente?

“Quattro!”.

Quattro… L’accettiamo! Ma lei che bambino era?

“Ero… intelligente! Cercavo di sapere, ho sempre cercato di sapere. Quello che i giovani non fanno più adesso. Cercavo di riempirmi di cultura. Questo per me era molto importante… Molto! Adesso i giovani… fanno schifo! Vero?”.

Beh… Insomma… Dipende… Lei è nato a Ferrara ma ha trascorso la sua infanzia a Firenze. Cosa ricorda di quel periodo?

“A Firenze ci sono stato fino a diciotto anni. Quindi tutti gli studi li ho fatti a Firenze”.

Da ragazzo la chiamavano Maciste, vero?

“Sì! Ero forte! C’era papà che mi picchiava sempre. Mi picchiava anche quando doveva picchiare mio fratello, perché siccome lui aveva l’otite e gli faceva male, allora quando doveva picchiare mio fratello picchiava me… E io ero talmente forte che vincevo a braccio di ferro tutti i miei compagni. E un giorno ho vinto anche mio padre… Da quel momento non mi ha mai più picchiato!”.

Che rapporto aveva con i suoi genitori?

“Papà mi piaceva… Mia mamma poco, non so perché. Lei andava molto d’accordo con mio fratello, poco con me… Vuole un caffè?”.

No grazie, l’ho preso da poco.

“Meno male! Scusi se non mi sono alzato”.

Ci mancherebbe… Cosa l’ha spinta a intraprendere la carriera di attore?

“Mi piaceva. E poi… Ho avuto dei tali successi quand’ero ragazzino, che ho continuato a farlo. Ma devo dire che per me non era importante essere bravo, essere applaudito, essere congratulato. Ma conoscere, leggere… Il teatro è sempre stato una ricerca di qualcosa. Di sapere. È un qualcosa di importante. Il teatro è una ricerca della conoscenza. Una ricerca di cose, di pensieri, di fatti dell’anima. È sempre e comunque una ricerca umana. Ed è bello il teatro. Il teatro è importante”.

È anche una ricerca di se stessi?

“Per lei… Per me no”.

Lei si conosce?

“Abbastanza, oggi. Mi sono dimenticato di me molte cose. È l’età… Ma… Mi conosco”.

A diciotto anni lascia Firenze e viene a Roma per frequentare il Centro sperimentale di cinematografia…

“Sì. È stato abbastanza divertente l’incontro con Blasetti, che mi ha detto: “Lascia perdere, ce ne sono tanti di ragazzi che cercano di fare gli attori. Lascia perdere. Non è il caso”. E mi ha guardato così, come guardavano allora, incrociando due dita della destra e due dita della sinistra per fare il fotogramma del film. Mi ha guardato e m’ha detto: lascia perdere. Allora io l’ho guardato e ho detto: “Senta, con tutta la stima che ho per lei e per quello che ha fatto, penso che guardare uno così non chiarisca bene se ha possibilità di fare l’attore o no”. Gli ho fatto capire che guardare così uno non era un chiarire se poteva fare l’attore o no. Ho detto: “Mi scusi, mi faccia vedere da qualcun altro perché non mi sembra che lei possa giudicare se io sono un bravo attore o no”. Devo dire che è rimasto colpito da questo. Poi sono stato accettato al Centro sperimentale… però sono stato pochissimo perché è venuta tutta la faccenda contro gli ebrei ed io, ebreo, sono stato buttato fuori… devo dire con dolore dal direttore del Centro sperimentale che m’ha guardato e m’ha detto: “Mi dispiace tanto”. Perché ero stato apprezzato abbastanza… e sono uscito… e ho passato quel periodo di merda”.

Che poi lei è ateo. Conferma?

“Sì. Non è Dio che ha creato l’uomo, è l’uomo che ha creato Dio”.

Davvero pensa che finisca tutto qui?

“Sì. Pensa che possa essere vero che le anime sopravvivono? Ci sarebbero miliardi e miliardi di anime che si trovano al di là della morte… No, non c’è nessuno”.

In quel periodo ha mai avuto paura?

“Io ho passato dei momenti abbastanza spaventosi. Un po’ perché c’era la faccenda ebraica… E devo dire che la prima cosa che dicevo quando incontravo della gente era: io sono ebreo. E gli italiani proprio… questa antiebraicità non la sentivano per niente. Ho incontrato gente straordinaria… Per dirne una. Stavo in una pensione e c’era a un tavolo una signora sempre sola. Quando veniva il marito stava col marito, sennò era sempre sola. Non era la bellezza morbida della donna attraente, era la bellezza quasi maschile di una donna molto intelligente.

Credo d’averle detto che era bella, ma non per farle un complimento. Ma perché era bella, strana, interessante… E lei quando le ho detto che era bella m’ha guardato e ha detto: “C’è un mio ritratto nel museo…” non mi ricordo dove… Me lo disse per levarmi di torno. Però non l’avevo fatto per introdurmi, l’avevo detto perché era strana, più maschile… due belle spalle e un’aria intelligente. Ho capito che lei aveva potuto pensare che le avessi fatto questo complimento per un’avance. Le ho fatto capire che non era così. Quindi lei mangiava sola e io mangiavo solo. Un giorno mi dice: “Le dispiace signor Foà di venire al mio tavolo?”.

Devo dire che è stata buffa la cosa, perché dopo mi ha confessato che altri ospiti di questa pensione avevano detto che mangiare con un ebreo era una cosa che dava fastidio. E allora lei da quel momento mi ha chiamato e mi ha voluto vicino a lei. Quella sera stessa siamo andati a letto insieme… Era bella, intelligente… Il marito faceva il cameriere sui treni, nei vagoni ristorante. Adorava la moglie. E stranamente gli ero simpatico. Lui veniva quando poteva e ha accettato che io fossi amico della moglie… tranquillamente.

Adorava la moglie, ma stranamente non era geloso di me. Lei era curiosissima… Mi ha invitato, quella sera stessa siamo andati a letto insieme… Non so se era merito mio o merito suo… Ma lei era bella, bella. Di una bellezza… Non graziosa come una fanciulla desiderabile, era intelligentemente bella. Il marito l’adorava. A un certo momento ha capito che io ero l’amante della moglie, credo che l’abbia capito. Tanto che ci diede una villa vuota… perché all’epoca non si potevano vendere le case vuote, che dovevano servire per quelli che avevano perso la casa a causa della guerra… Il marito ha accettato che noi due diventassimo custodi della sua villa. È stranissimo… Lei ha avuto un figlio, nato morto… E l’ha sotterrato lì… Ha avuto questo figlio dopo che eravamo stati insieme… Izoletta… Si chiamava così”.

Un nome presente anche nella sua autobiografia…

“Sì, di lei ho parlato nel libro. Ma questa storia che le ho raccontato io l’ho scritta ma alla fine non l’ho pubblicata. Poi sono rimasto solo in questa villa e mi vennero a cercare dei gendarmi… Che cazzo d’altro vuol sapere?”.

Ah, ma io vorrei sapere tutto! Siamo solo agli anni quaranta e dobbiamo arrivare al 2010! Senta, nel 1943 lei si è rifugiato a Napoli. Come ci è arrivato?

“È stata dura perché ho preso il treno e il treno si è fermato a Cisterna di Littoria e da Cisterna di Littoria sono andato a piedi. Arrivato a Napoli sono diventato speaker and writer della radio… che non veniva sentita a Napoli perché non c’era elettricità… ed ero stato messo come speaker and writer da un ufficiale americano di origine tedesca. Buffo. A Napoli mi sono anche sposato… bella Napoli!”.

Qual è stata la più grande soddisfazione della sua carriera?

“Incontrare una come lei!”.

Su, seriamente…

“È difficile dirlo… Il teatro. Nel teatro ero soddisfatto, ma non per me, per come ero bravo e piripìeparapà… Ma perché il teatro mi piace”.

Cosa significa recitare sul palco davanti ad un pubblico che cambia tutte le sere?

“Non mi interessa il pubblico! Mi interessa quello che faccio e quello che mi viene dato da fare. I personaggi che faccio sono persone, non attori”.

Il personaggio che ha amato di più?

“Non lo so”.

E l’autore che ha amato di più?

“Io!”.

Maestro ma cos’è il talento?

“È la soddisfazione che ha l’attore di fare la sua parte, non tanto il pubblico quanto se stesso”.

La sua più grande virtù, come attore intendo…

“Ma io ho sempre pensato a quello che mi riusciva di fare dei personaggi, e di ogni personaggio cercavo di essere il personaggio. Quindi, stranamente, la soddisfazione che poteva darmi il pubblico era diretta al personaggio non a me”.

Ha amato ogni personaggio?

“Sì, devo dire sì!”.

Come entra un attore dentro un personaggio?

“Non glielo dico perché lei non lo potrà mai capire… Devo dire che effettivamente è un po’ difficile spiegarlo. C’è un lavoro psicologico… Ma come fai a spiegare qual è questo lavoro? Perché la psicologia è talmente varia, cambia da un personaggio all’altro, da una commedia scritta in un modo o scritta in un altro… È un talento che c’è o non c’è”.

Gli attori di oggi ce l’hanno questo talento?

“Alcuni sì e alcuni no”.

Chi le piace?

“Non lo so!”.

Chi non le piace?

“Non lo so!”.

Lo scorso anno è uscita la sua “Autobiografia di un artista burbero”…

“Burbero non ce l’ho messo io”.

Allora non è vero che è burbero?

“No. Sono contrario ai burberi. Io adoro l’umanità. Tutti. Anche i cattivi. L’uomo è quello che cerca di essere, perché ognuno di noi cerca di essere quello che si sente di dover essere. E quindi anche il cattivo si sente di dover essere cattivo, ma evidentemente c’è qualcosa che lo spinge. Ci può essere una rivendicazione… di che poi non lo so… Ognuno c’ha le sue”.

Nel suo libro ripercorre tutta la sua storia, artistica e umana. Qual è l’incontro che le ha cambiato la vita?

“Quello che ho avuto con lei!”.

Però io nel libro non ci sono! Ne dovrà scrivere un altro. Parliamo dei litigi: Visconti, Stravinskij, ha litigato anche con Orson Welles… Ha un caratteraccio!

“Ma no, di litigi ne ho avuti pochi. Discussioni, questo sì. I litigi non mi piacciono. Con Orson Welles c’è stata, per esempio, una discussione stupida perché lui a un certo momento ha detto che l’italiano non era una lingua per poter fare teatro. Allora lì ci ho discusso. Ho detto: “Guarda l’Italia ha insegnato il teatro al mondo”. Ed è vero! Prima la Grecia e poi l’Italia hanno insegnato il teatro al mondo. Questa è la verità: l’italiano ha insegnato il teatro al mondo!”.

E oggi come sta il teatro italiano?

“Adesso quelli che scrivono per il teatro non scrivono più come si scriveva una volta. Non ci sono più grandi autori. E non ci sono grandi commedie”.

E ci sono grandi attori?

“Io ci sono!”.

Quando la rivediamo sul palcoscenico?

“Spero che non venga a vedermi!”.

Sarò in prima fila! Lei ha avuto quattro mogli e quattro figlie. Una vita piena di donne! È stato un Don Giovanni?

“Ho avuto parecchie donne. Ho scopato come un criceto! Quelle che mi piacevano, mi piacevano! Adesso ce ne ho una sola che mi piace”.

Sua moglie Anna. Vi siete sposati da poco, giusto?

“Mica tanto poco… (guarda Anna) Quanti anni sono?”.

“Siamo sposati da cinque, però sono tredici anni che stiamo insieme”, gli ricorda lei.

E come vi siete conosciuti?

“In una trattoria… No.. In casa di… (guarda ancora Anna, che gli suggerisce qualcosa) Eh?? E dillo!”.

Libreria Maestro, l’ho sentito pure io. Mannaggia, mi sa che in trattoria era un’altra…

“Troppe donne!”.

È stato un colpo di fulmine?

“È lei alla quale sono piaciuto”.

Cosa le è piaciuto di Anna?

“È la donna più meravigliosa che ho conosciuto. Veramente”.

Però vi dividono tanti anni. Più di quaranta. Non l’ha mai spaventata la differenza d’età?

“A me no, a lei doveva spaventare!”.

Qual è il segreto del vostro amore?

“È la donna più bella che ho conosciuto in vita mia. La più brava, mi vuole un bene… ed è lei che mi aiuta a vivere”.

Un velo di tenerezza attraversa gli occhi del matador… Ma dica la verità, nella vita l’ha aiutata questa sua innata ironia?            (… tace… Faccio finta di niente e passo alla domanda successiva, e su questa mi paralizza con lo sguardo). Maestro, Arnoldo è mai stato prigioniero di Foà?

“Ma che cazzo di domanda è?”.

(Calma e sangue freddo… Mi sento Marzullo in gonnella!) Ho quasi finito…

“Oh meno male… mi sono proprio rotto i coglioni! Ha finito! Ringraziamo a Dio… se c’è”.

Ma come, ha detto che è ateo! Maestro lei ha attraversato quasi un secolo di storia italiana. Oggi l’Italia è un Paese libero?

“Sì. È libero di fare tutte le cazzate che vuole”.

Segue la politica?

“Lasciamo perdere”.

Guarda la tv?

“Poco, per colpa della pubblicità e della politica. Sono le due cose che non sopporto”.

I novantenni di domani come saranno?

“Credo che saranno dei poveri imbecilli, perché i giovani di oggi tutto cercano meno la cultura e il sapere. Sono stupidi, come raramente li ho visti in vita mia!”.

La nostra società tende un po’ a rincretinire la gente…

“Lei ha detto quello che avrei detto io. È vero!”.

Quindi è responsabilità fino a un certo punto dei singoli. Magari ci sono giovani che vorrebbero…

“No, no, no! Non vogliono. Lo vedo. Vedo i giovani che parlano tra di loro, sento quello che dicono, vedo come si comportano. Non c’è quello che c’era alla mia età con i giovani. Si parlava di cultura. Si cercava di sapere quello che non si sapeva. Sono le teste che sono vuote”.

Sono davvero alle ultime battute… Maestro, la nostra rivista si chiama “L’attimo fuggente”. Lei ha sempre colto l’attimo o qualche occasione le è sfuggita?

“Se m’è sfuggita, non me ne sono accorto”.

Facendo un bilancio della sua vita ha più dato o ricevuto?

Nun glie risponno!”.

Come si vede a cent’anni?

“Devo dire che mi sento un po’ rincretinito a 94 anni… Non sono più com’ero una volta. Non ho gli stessi pensieri, le stesse volontà di sapere che avevo una volta. Sono un po’ più stupido. Anche per colpa sua!”.

*Dice di sé.
Barbara Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi e i poeti maledetti. Il mio compagno di vita e di avventure è un cane nero chiamato Maffino. 

Antonella Parmentola - Mughini: polemista io? Niente affatto. Sono un bonaccione

Personaggio poliedrico e complesso in tv e nei giornali, appassionato bibliofilo, collezionista attento di quadri, opere di design, foto e stampe: si entra nella sua casa come in un museo di arte moderna…

Antonella Parmentola*

Arrivo puntuale all’appuntamento. Il taxi mi lascia davanti ad un palazzetto color giallo paglierino. Giampiero Mughini è al balcone e, sarà stato l’effetto del sole, la visione del totale mi fa tornare alla mente uno di quei dipinti di Edward Hopper, nei quali il protagonista si staglia solitario su un paesaggio costituito il più delle volte dal parziale di una tipica villa americana.

All’ingresso mi accolgono quadri ed opere coloratissime didesign: la sensazione è quella di entrare in un museo di arte moderna, per la qualità degli oggetti esposti. Ci accomodiamo nella stanza biblioteca, nome non dato a caso considerata la quantità di libri che fanno capolino dappertutto. La mia sedia sulle prime mi mette a disagio: è anch’essa un pezzo di design molto originale, composto da grossi rettangoli colorati, di un materiale che azzardo sia plexiglass. Una volta seduta, però, devo riconoscere che è molto comoda a dispetto dell’aspetto. Mughini si accomoda invece su un lettino a metà tra il triclinio che gli antichi romani utilizzavano per i loro lauti pranzi, e quello più prosaico di uno psicanalista. E l’idea che, per come siamo seduti, io sia quella che psicanalizza Mughini mi fa sorridere.

Facciamo un patto, durante la chiacchierata non parleremo di Juventus, perché, mi confessa “è un fatto davvero privato, personale”. Sebbene, ammetto, mi fossi preparata diverse domande sull’argomento, accetto di buon grado l’accordo.

Alla nostra conversazione assisterà B.B., magnifico cane entrato in casa Mughini da poco più di un anno. Sarà lei, alla fine, a darmi il time out reclamando il suo padrone per la passeggiata giornaliera.

Partiamo con una domanda a bruciapelo. Qual è la realtà del giornalismo oggi?

“È una realtà amara, a cominciare dal fatto che il giornalismo italiano è attraversato dallo scontro furibondo tra due fazioni politiche. E tanto più è amara perché una buona parte dei giornalisti in campo riceve lo stipendio da aziende editoriali di proprietà del capo del governo. Per quel che mi riguarda, quando lavoravo a Panorama, e dunque nella Mondadori di cui Silvio Berlusconi divenne il proprietario e mentre stava assumendo un ruolo politico, non ho mai più scritto un solo articolo di politica. Non che mi manchi minimamente lo scrivere, come fanno in molti, “a morte Silvio” o “viva Silvio”.

Se è questo che pensa dei giornalisti, perché è diventato giornalista?

“Provengo da una famiglia di borghesia impoverita. Che cosa avrei potuto fare? Forse l’avvocato, o l’avvocaticchio. Il professore mai, nemmeno sotto tortura. Ho frequentato la scuola dei preti, dei veri e propri aguzzini degni di un campo di Auschwitz. Qualcuno di loro, lo ricordo bene, ci “provava” con qualcuno di noi. Da loro ho subito una barbarie culturale. Il che non toglie che la Chiesa cattolica sia qualcosa di più nobile e di più importante.

All’università ho frequentato la facoltà di lingue e letterature moderne, ma avevo dei professorirompicoglioni, che insistevano sul greco e sul latino. Niente cinema, rock and roll, fumetti, design che invece erano e sono la mia passione.

Sono diventato giornalista in un’epoca in cui la gente leggeva e sapeva, comprendeva. Tutto questo è finito più di quanto non sembri. La generazione dei venti-trentenni è totalmente analfabeta, e più questi supporti tecnologici avanzeranno più aumenterà l’analfabetismo. Sapere significa comprendere e questo non esiste più. La verità è che sono animato da un senso di profondo disprezzo verso tutto, derivato da questo cannibalismo dei rapporti, delle etnie, dei salotti culturali, delle fazioni politiche…”.

Per questo di solito presentandola, aggiungono al suo nome l’aggettivo polemista?

“Io polemista? Ma niente affatto. Sono un bonaccione. Non parlo mai male di un libro o di un film. Se un libro non mi piace non lo leggo, se un film non mi attira non vado a vederlo. Che io appaia un polemista viene dal fatto che in televisione quando dico acqua mi riferisco ll’acqua e pane quando voglio riferirmi al pane. È un modo di parlare non talmente frequente.

Le racconto un aneddoto. Era il 1991, il film di Salvatores Mediterraneo aveva vinto l’Oscar come migliore film straniero. Partecipavo ad una trasmissione Mediaset ed un giornalista si rivolse a me dicendo: “Il Presidente Berlusconi ha vinto l’Oscar”. Al che risposi, precisando, che Salvatores aveva vinto l’Oscar, e non Berlusconi. Berlusconi chiamò ringraziandomi per la precisazione. Per questo non potrei mai dire una parola contro di lui, anche se la pensassi. E del resto se Berlusconi se ne andasse per molti la vita diventerebbe un problema, perché lui dà da mangiare sia a quelli che dicono “a morte Silvio” sia a quelli che dicono “viva Silvio”.

Una mattina mi trovavo alle Cinque Terre e faceva molto caldo. Da lontano avevo visto in bacheca la prima pagina dell’Unità, diretta allora da Antonio Padellaro. Scommisi con me stesso, facendo quel lungo tratto di strada sotto il sole, che almeno 4 titoli di quella prima pagina sarebbero stati contro Berlusconi. Mi avvicinai e indovini? I titoli contro erano sei”.

Se la situazione è questa, quali sono i giornali che legge tutte le mattine?

“Il Corriere, la Repubblica, la Stampa e Libero. Se me lo potessi permettere, da lavoratore autonomo che deve fare i conti con i fine mese, aggiungerei nell’ordine Il Foglio, Il Fatto e Il Giornale. Comunque nella nostra professione l’aria si è fatta davvero pesante. L’ho detto all’inizio. C’è stato un progressivo avvelenamento della situazione politica da quando c’è stato l’avvento di questa sciagurata seconda Repubblica, nella quale due armate Brancaleone si fronteggiano alla disperata”.

E in tv, di Travaglio, Santoro cosa pensa?

“Ho molta stima di Marco Travaglio, perché è un uomo libero. Non risparmia nessuno e non è un conformista. Santoro è un ottimo professionista. Partito come un impiegatuccio del Pci, venne assunto a Rai 3 grazie al favore di Sandro Curzi, comunista fra i più settari del Novecento, ma che suscitava in molti tanta simpatia perché era calvo. Santoro ha dato vita in tv al comizio moderno, ben costruito, ben scandito. Anche se in tutta la mia vita avrò visto al massimo 3 puntate di Santoro. L’errore è che si considera il bene assoluto. E con tutta quella storia di Bella Ciao, una canzone di quelli che andavano in montagna a rischiare la vita, è caduto nel grottesco”.

Per il discorso che faceva prima, molti comici rimarrebbero disoccupati…

“Anche qui, dov’è la comicità nel parodiare, costantemente, Berlusconi o La Russa o Maurizio Gasparri? Totò, Buster Keaton, Rascel creavano dei tipi. Esiste un italiano che abbia veramente riso alle battute di Daniele Luttazzi? Una volta mi è capitato di andare a vederlo a teatro, dopo tre minuti ha iniziato ad insultare Sgarbi e Ferrara, che non c’entravano niente. Mi chiedo ancora cosa ci fosse di divertente”.

Cosa pensa dell’imitazione che David Pratelli ha fatto di lei a Quelli che il calcio e…?

“Guardo raramente la tv, non ho mai visto il mio imitatore. Mi hanno detto tutti che è molto bravo. Ricordo un’altra imitazione, molto ben fatta, di Tullio Solenghi. Quello di guardare poco la tv non è un atteggiamento snob: il fatto è che considero la tv lenta. Se prendo per esempio una pagina dell’ultimo libro che ho letto, l’Intrigo internazionale di Fasanella e Priore, dalla prima all’ultima riga è come fare un viaggio dal polo nord al polo sud, una scalata dell’Everest. In tv, invece, se un ospite si sposta da una postazione all’altra ci vogliono cinque minuti”.

La situazione editoriale come è, invece?

“Anche lì ci sono cose grottesche, tipo gli attacchi contro Roberto Saviano, attacchi mossi in buona sostanza dall’invidia per i suoi alti diritti d’autore. Ovvio che Saviano da Gomorra ha portato a casa più soldi di quanti ne abbia portati Montale in tutta la sua vita, ma questa è l’industria editoriale. In Italia, però, paese catto-comunista per eccellenza parlare dei soldi è come parlare dello sterco del diavolo. Abbiamo eletto a sistema l’invidia sociale”.

Ha mai pensato per questo di lasciare l’Italia?

“No. Sono italiano, parlo italiano, i miei libri sono italianisti. Ma è certo che a Parigi, Zurigo, Barcellona, Amsterdam mi sento più a casa che in Italia. E poi non c’è l’Italia, ma ce ne sono due o tre. A Brunico la strada è più pulita del pavimento di questa stanza. A Roma no”.

Dicevamo dell’industria editoriale. È pensabile che tutti ormai scrivano libri?

“È giusto che in libreria ci siano prodotti articolati e che ciascuno possa comprare quello che vuole. Totti ha fatto benissimo con il libro sulle barzellette. I libri di Antonella Clerici hanno consentito a Mondadori di pubblicare libri meno commerciali. Quello che trovo sbagliato è che il criterio del successo commerciale sia stato eletto a criterio fondante. E questo viene applicato non solo ai libri, ma anche ai film, ai quadri… così facendo andiamo incontro alla catastrofe!

Facciamo un esempio, il francese Jean Echenoz, pubblicato da Adelphi, avrà venduto in Italia 600 copie al massimo. Eppure lo considero uno dei più grandi scrittori contemporanei. E in Francia non gli è andata tanto meglio…

Negli ultimi sei-sette mesi ho scritto un libro che volevo scrivere, consapevole che non sarebbe stato un successo di vendite, ma ritenevo che un editore sarebbe stato felice di pubblicarlo. Invece ho fatto una gran fatica a trovare un editore e questo mi ha offeso. So bene che sarà un libro il cui arco di vendita oscillerà tra le 12 e le 20 copie, ma un editore dovrebbe essere orgoglioso di averlo in catalogo. O forse no, forse contano solo le cifre delle vendite fatte”.

Le dà più piacere leggere un libro o scriverlo?

“Scrivere è la cosa più importante delle mia vita, anche se oggi scrivere non ti fa comunicare più con nessuno, perché nessuno legge.

Un esempio? Qualche settimana fa abbiamo scoperto che l’intervista a Philip Roth fatta da Tommaso Debenedetti (figlio di Antonio Debenedetti e nipote del grande critico Giacomo Debenedetti) era una bufala, non solo: risalendo a tutte le interviste, si è scoperto che erano tutte dei falsi. È grave che nessuno tra gli addetti ai lavori se ne sia subito accorto”.

Veniamo alla sua collezione. Quanti libri possiede?

“Bisogna fare un distinguo tra i libri di lavoro e di studio e quelli da collezione, che pure mi servono per il mio lavoro. In totale direi 16.000 libri di cui 3-4.000 da collezione”.

Ha mai pensato cosa sarà dei suoi libri quando lei non ci sarà più?

“Allo Stato non donerò nulla. Quanto alla creazione di una fondazione se lei mi dà i soldi, la faccio volentieri… Ma i libri vivono fra le mani e nella mente di chi legge, le mostre di libri sono noiose, non come i quadri che puoi ammirare… Venderli? Potrebbe darsi, ma se escono i libri da casa mia non so che senso potrebbe mai avere la mia vita. Tutti pensano a fare grandi viaggi. Il grande viaggio della mia vita va dalla camera da letto alla biblioteca”.

La passione per i libri l’accompagna da sempre? È un’abitudine acquisita a casa da ragazzo?

“A casa dei miei nonni materni ci saranno stati al massimo 7-8 libri, stavano nell’ammezzato e nessuno ne parlava. Ce li ho ancora tutti. Nella casa di mio padre (i miei erano divorziati) c’era un’edizione degli anni ‘30 deiDiscorsi di Mussolini e una serie di libri della Utet, niente di più. A 12-13 anni ho iniziato a leggere Salgari. Allora ho scoperto la lettura come viaggio della mente. Salgari parlava della Malesia e non c’era mai stato. Risale alla mia stanza da studente la prima paretina di libri, alla quale si è poi aggiunta una seconda, una terza e una quarta.

Nella mia precedente casa, dove ho vissuto per 32 anni, tre stanze erano dedicate ai libri. In questa, che ho comprato innanzitutto per avere i libri a portata di mano e in ordine, le stanze dedicate ai libri sono sei: ho impiegato più di un mese per riordinarli.

Le racconto un altro aneddoto: ero all’Isola dei famosi. Prese la parola un ragazzo cortese, Raffaello Tonon che mi manifestò la propria simpatia per i miei commenti sportivi. A quell’epoca avevo già al mio attivo 16 libri e lo sottolineai. Quelli delle Iene, mi mandarono uno dei loro per sfottermi: un poveraccio che non avrebbe superato nemmeno l’esame di quinta ginnasio… l’ho trattato come una merda o peggio, perché la merda ha una sua funzione. Per essere spiritosi bisogna sapere di cosa si sta parlando e solo dopo puoi innalzarti all’ironia”.

Come sceglie i suoi libri?

“Mi interesso di molte cose. Quando entro in una libreria comprerei 200 libri, ma poi opto per 3-4. A questo deve aggiungere i libri che quasi quotidianamente mi vengono spediti e il rifornimento in antiquariato. E poi acquisto riviste, foto, stampe. I fratelli Tonini, antiquari di Ravenna ed ormai miei amici, hanno da poco celebrato il loro ventennale.

Nell’occasione ho acquistato queste due foto (mi si avvicina e me le mostra) di Tano D’Amico fotografo che ha raccontato il popolo di sinistra anno dopo anno e scatto dopo scatto. Queste foto sono del 1977, ritraggono Paolo e Daddo, due militanti dell’estrema sinistra che rimasero coinvolti in una sparatoria di piazza e che quelli della sinistra avevano descritto come eroi e santi. Come vede dalle foto, avevano due pistole in due. Che razza di eroi e santi sono quelli che vanno a un corteo con due pistole in mano?”.

Crede che la storia italiana farà mai pace con quegli anni?

“No, mai. Il dramma della mia vita è stato senza dubbio la rottura con la mia generazione. Da quando avevo urlato a tutti loro, con un mio libro del 1987, che la smettessero di dire stronzate. A sinistra il mio nome è impronunciabile. Ma bene così”.

L’atmosfera si è fatta improvvisamente molto seria. Le risate ironiche che hanno accompagnato costantemente l’intervista sono finite. Gli rendo le foto che vengono riposte religiosamente nella loro custodia. Sono trascorse quasi due ore dall’inizio della nostra chiacchierata.

 
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza. 

CARLO LUCARELLI

 

Alla fine la storia finisce come piace al libro. Il libro
ti prende la mano. Io non so mai che cosa succede
alla fine. All’inizio ignoro perfino chi sia l’assassino.

Lo scopro mentre scrivo.

(Da “L’Adige, a cura di Claudio Sabelli Fioretti”, 2003)


 

Placido Cavallaro - Matteo Nucci, platonista innamorato della corrida

Lo scrittore di Sono comuni le cose degli amici, uno dei cinque finalisti del premio Strega 2010, si racconta: “L’amicizia virile è un rapporto strettissimo basato sulla fiducia, sulla lealtà e sul rispetto. Qualcosa di più forte dell’amore”

Placido Cavallaro*

Nella prima giornata di sole di questa pazza estate 2010 abbiamo incontrato e conosciuto l’autore di Sono comuni le cose degli amici, romanzo candidato al premio Strega 2010.

Matteo Nucci, questo è il suo nome, una persona mai sentimentale anche se piena di sentimenti; l’amicizia, l’amore, la famiglia, la città, la Spagna, le isole greche, la cultura sono le cose che contano davvero per lui e che nel romanzo trovano un’opportuna sintesi narrativa.

Allora Matteo, chi è secondo te Matteo Nucci?

“O Dio mio no… sono romano, nato a Roma e cresciuto a Roma, amo la Grecia e la Spagna. Roma mi piace moltissimo, anche se è in una sorta di disfacimento… e ho un po’ di difficoltà a vivere nel nostro paese dove è crollato tutto il tessuto di rispetto per la cosa pubblica. Ho fatto le scuole tra Flaminio e Parioli, sono stato fortunatissimo, ho avuto maestri e insegnanti bravissimi e credo molto nella scuola, nell’educazione. Sono uno che scrive, che ama scrivere, che ama viaggiare e ama conoscere. Fondamentalmente cerco di capire e mettere in discussione le cose che conosco e di non fermarmi mai alle apparenze”.

Per gli esami di maturità quest’anno la prova di italiano prevedeva Primo Levi per l’analisi del testo, le foibe per il tema storico, il ruolo dei giovani nella politica. Tu cosa avresti scelto?

“Forse le Foibe visto che non se ne sa niente e in questi ultimi tempi sono state al centro di discussioni assolutamente grottesche, secondo me. Un revisionismo storico che non tiene conto di quello che era successo in quel periodo: basato sull’ignoranza generalizzata che porta molti a pensare che le Foibe hanno a che fare con la fobia senza neanche sapere che una foiba è una cavità naturale. Se fossi stato un liceale probabilmente non lo avrei fatto perché è complicato”.

La seconda prova al classico prevedeva invece una versione di Platone intitolata “Socrate e la politica”.

“Siii… Io sono un platonista che ha tradotto Platone per anni, ci sarei andato a nozze…”.

Che cosa importeresti in questa società dalla Grecia classica?

“In Grecia, nel V secolo a.C., matura quella che è la democrazia. In tutta la Grecia matura, anche a Sparta dove non c’è democrazia, un rispetto per la cosa pubblica che porta i greci a definire chi non dà importanza al bene comune con un termine ben preciso, idiæth& (idiota). L’idiota nella Grecia antica è chi si occupa solo delle cose private. Chi si occupa delle cose sue è destinato a soccombere perché solo il rispetto per le cose di tutti rende la vita migliore. Oggi nella nostra società non si capisce che quando fai del male alla cosa pubblica lo fai a te stesso ecco perché importerei dal mondo antico il concetto di comunità. Il dominio del pubblico sul privato”.

Credi sia ancora importante per i giovani studiare le lingue antiche e la cultura classica?

“Assolutamente sì. Lo studio delle lingue antiche sviluppa una capacità analitica e sintetica che non dà neanche lo studio della matematica. Bisogna assolutamente conoscere la letteratura greca e romana, roba eterna e indispensabile per capire quello che succede oggi”.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

“Adesso sto leggendo l’ultimo di MacCarthy”.

Il primo libro che hai letto?

“A 14 anni ho letto il Processo di Kafka. Mi fu dato dalla mia insegnante del ginnasio e mi ha segnato molto”.

Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono fare il tuo lavoro?

“Leggere e lavorare con disciplina. Scrivere è un mestiere: l’artigianato della scrittura… l’ispirazione è una boiata. Soprattutto bisogna raccontare, sporcarsi le mani, bisogna narrare: confrontarsi con il mondo”.

Nel tuo libro racconti i sentimenti senza dirlo apertamente.

“Sì, è una tecnica di scrittura. Credo che il sentimento non debba essere detto, ma suscitato. Quando leggo le cose voglio provarle non voglio che mi siano raccontate”.

Il libro è dedicato a Costanza e Giulia, chi sono?

“Le mie sorelle”.

Si può andare oltre il rapporto di fratellanza e essere amici tra fratelli?

“Sì assolutamente!!”.

Che cosa è l’amicizia?

“Una cosa è l’amicizia virile, che racconto nel libro, un’altra è l’amicizia tra un uomo e una donna o tra 2 donne. Quella che è per me più importante è l’amicizia virile, un rapporto strettissimo basato sulla fiducia, sulla lealtà e sul rispetto. Condivisione di un percorso di conoscenza. Qualcosa anche più forte dell’amore”.

Come nasce questo romanzo “Sono comuni le cose degli amici”?

“È una storia che volevo raccontare. Una storia sul tradimento, sugli affetti e sulla necessità di scegliere. Raccontare l’importanza di affrontare il dolore pur di conoscere”.

Il tradimento di un amico è più doloroso del tradimento di una donna?

“Sì. Ti distrugge per sempre”.

Possono esistere nella società di oggi delle amicizie vere?

“Non sono un sociologo. Se vogliamo fare un discorso tera tera, oggi l’amicizia è un rapporto in crisi perché sono sopravvalutati altri rapporti e spesso l’amicizia virile è tacciata di omosessualità”.

Quanto un amico aiuta a diventare ciò che si è, come diceva Nietzsche?

“Ti aiuta se l’amicizia non si vive in maniera simbiotica. Se il tuo amico è un vero amico ti aiuta ad esaltare quello che tu sei. Platone diceva che nell’occhio dell’amico vedi te stesso”.

La trama del romanzo?

“Un uomo perde il padre e deve affrontare questo lutto. Il lutto lo mette di fronte alla necessità di cambiare. Il padre quando ha tentato di cambiare è morto e il figlio si chiede se sia possibile cambiare e se ci riuscirà veramente. Di qui la necessità di affrontare la crisi. Crisi in greco antico vuol dire scelta, quindi scegliere e affrontare il dolore che qualsiasi scelta comporta”.

L’amicizia può essere anche tra un padre e un figlio?

“Sì, sì certo. Anzi, quando un figlio riesce ad essere amico del padre ha completato gran parte del percorso”.

Tu ci sei riuscito?

“Mi sembra che ci stia riuscendo. Ci sono state tante fasi con mio padre: amore, ribellione, scontro. Adesso siamo in una fase di progressiva amicizia, di rapporto adulto”.

Ha detto che ami la Grecia, ma anche la Spagna?

“Si, sono due paesi latini dove si mantengono degli spazi non segnati dalla globalizzazione. Spazi in cui si conservano tradizioni autentiche, antiche, vere e profonde. Come in Spagna la corrida. Per me la corrida è un arte straordinaria e trovo grottesco che venga continuamente attaccata”.

Cosa hai provato quando hai saputo che il tuo libro era in cinquina, candidato al Premio Strega 2010?

“Sono stato contentissimo. Per arrivare a scrivere un libro dignitoso ci sono stati anni, anni e anni di scrittura e di lavoro con nessuno che mi si filava… Ti senti ripagato di tanta fatica”.

A chi hai dato per prima la notizia?

“Ai miei genitori”.

Ricordi il primo guadagno che hai avuto con il tuo lavoro?

“Sì… un articolo per un sito orribile dove mi hanno dato pochi euro… anzi promessi perché mi sono arrivati molto tempo dopo!”.

I tre libri assolutamente da leggere nella vita?

“L’Orestea di Eschilo, Fiesta di Hemingway e la Bibbia”.

Un autore italiano che torneresti a leggere?

“Fenoglio”.

Il viaggio che non hai ancora fatto?

“Cuba, per vedere un posto dove non ci sono le pubblicità per strada. Un mondo diverso, ma non faccio l’apologia del comunismo cubano”.

La copertina del libro?

“Volevo una copertina originale, chiara con un disegno. L’editor Vincenzo Stuni, persona bravissima, mi ha proposto questa di Matisse e ho subito accettato perché è bellissima. C’è la donna, che è al centro del libro e poi se si guarda il disegno è veramente bello. Come diceva Wittgenstein: Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.Parla da sola”.

Una frase del libro che ti piace?

Il tavolo sotto la pergola di vite era pieno di sole, l’incerata sul tavolo scottava, e lui guardava i nodi disegnati sull’incerata e sentiva l’odore di caffè che copriva il profumo del bucato e vedeva suo padre che compariva sulla soglia assonnato con le occhiaie profonde e i capelli arruffati”.

Una giornata particolare da ricordare?

“Trattoria, chiacchiere, sole”.

Vorresti diventare padre? E che padre saresti?

“Penso sarei un buon padre. Spererei di non essere un padre eccessivamente asfissiante”.

Stai scrivendo qualcosa adesso?

“Sì, è una cosa a metà tra il romanzo e il viaggio. Sto pensando anche al prossimo romanzo, ma ancora sto solo raccogliendo informazioni. Sto scrivendo quello che gli inglesi chiamano narrative nonfiction, un viaggio in un certo mondo però narrativo, romanzato”.

Mi descrivi il tuo migliore amico?

“Ho tre migliori amici. In particolare uno lo reputo veramente straordinario fedele e onesto. Una persona esuberante, ma di una serietà assoluta: preciso e puntuale sempre. Per me l’amicizia è fondata sulla lealtà e la fedeltà a certi valori condivisi. Quando si tradiscono quelli è terribile”.

Perché in libreria uno tra tanti libri dovrebbe scegliere il tuo libro?

“Perché è bello!”.

*Dice di sé.
Placido Cavallaro. Romano da quindici anni, siciliano da sempre. Dopo la laurea in psicologia inizia a lavorare come consulente ma la sua vera passione è scrivere per la televisione. Ama la natura, i cavalli, la buona cucina e stare in compagnia della famiglia e dei suoi amici. Appassionato di subacquea è un instancabile viaggiatore. I suoi viaggi preferiti sono on the road senza meta e senza itinerario: per scoprire e imparare. Lettore insaziabile considera i sui romanzi preferiti le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. 

GUIDO CERONETTI


Quanti di noi sarebbero naufraghi senza speranza in una

notte atlantica, senza le voci che si levano e ci

chiamano dai libri.

(Da “Insetti senza frontiere”, 2009)


NICCOLÒ AMMANITI

Libro e film sono due opere diverse e il regista interpreta

il testo come vuole lui. A volte, raramente, succede che

i film siano migliori dei libri perché rimaneggiano la storia

che in quel modo migliora.

(Da “Intervista a cura di Giulia Mozzato”, 2001)

 

 

ARTE Wijdan Fawaz Al-Hashemi - Principessa, ambasciatrice, esperta di arte

Wijdan Fawaz Al-Hashemi, appassionata conoscitrice dell’estetica islamica, sottolinea in questo saggio le peculiarità di un mondo forse poco conosciuto: molti artisti islamici, infatti, vissero e morirono in totale oscurità; per loro l’autorealizzazione veniva attraverso la creatività e non attraverso la fama personale

Wijdan Fawaz Al-Hashemi*

Sin dall’inizio, l’arte islamica ha seguito un processo selettivo che preferiva certamente alcuni motivi e stili ad altri. Questo processo è stato intrapreso dagli artisti stessi, molti dei quali erano convertiti alla nuova religione e, quindi, in accordo con i nuovi criteri etici ed estetici e con le necessità dei nuovi patroni ai quali l’arte, da qui in avanti, doveva compiacere. Tra queste esigenze, quelle di culto giocarono un ruolo predominante. Fu nell’architettura religiosa che l’arte islamica espresse in primo luogo la sua genialità, per aver integrato le tradizioni artistiche preesistenti e adattate ai suoi ambiti e richieste. I migliori esempi di questo tipo di rapida integrazione sono la Cupola della roccia a Gerusalemme – il primo monumento dell’Islam (688-692 AD) – e Grande moschea degli Omayyadi a Damasco (ca. 706-716 AD).

Il processo selettivo seguito dai primi patroni e artisti in Islam fu una definizione nello sviluppo della prima arte islamica. Essa nacque dall’esigenza di una nuova estetica diversa rispetto alle tradizioni straniere greco-romane e alle culture elleniche che erano state esercitate per secoli nell’est semitico. I nuovi musulmani avevano bisogno di canoni estetici che potessero soddisfare la natura spirituale e contemplativa della loro religione, per rinforzare la sua ideologia di fondo e la sua struttura sociale ed essere un costante riferimento dei suoi principi, le cui radici tornarono al monoteismo abramitico.

Una tale arte doveva rinforzare la consapevolezza di Dio, l’adempimento della cui volontà era l’essere e la fine di tutto, la ragion d’essere dell’esistenza umana. La sfida fu ripresa dai primi musulmani, che operarono con gli antichi motivi e le tecniche conosciute dai loro predecessori semitici, bizantini e sassanidi, sviluppandone di nuovi in base alle esigenze e all’ispirazione.

Poiché l’influenza dell’Islam si diffuse dalla Spagna alle Filippine, le tendenze recentemente sviluppate dell’espressione artistica furono adottate e adattate in varie parti del mondo. Il nuovo stile fornì un’unità estetica di base all’interno del mondo musulmano, senza sopprimere, proibire o minare le varianti regionali (4).

L’incontro della mentalità arabo-islamica con le tradizioni classiche e locali generò nuove tendenze e stili artistici nell’arte islamica, come nell’Umayyad Qusayr Amra nel deserto giordano (c. 712-715 AD). Comunque, questo tipo di parentela non durò a lungo e presto l’arte islamica abbandonò le norme acquisite per crearne di sue proprie, basate sui suoi concetti interiori e credenze. Con il passare del tempo, furono create forme d’arte distintive e furono sviluppati modelli e stili ben definiti, furono eliminate tutte le influenze straniere e l’arte islamica emerse con le sue individuali caratteristiche.

Centocinquanta anni dopo l’avvento dell’Islam, l’arte islamica aveva formato il proprio linguaggio e la propria estetica. Per esempio, la grande moschea di Cordova (785 AD) in Al-Andalus e la Ibn Tulun moschea (879 AD) in Egitto, non rappresentavano più fasi di evoluzione sperimentale, ma erano insuperabili capolavori, che brandivano le loro regole ed estetica (5).

Nelle sue fasi creative, l’arte del mondo musulmano era il prodotto di una nuova sintassi e di un nuovo ordine semantico per una struttura visiva più antica. Per i musulmani questa non era una nuova invenzione, ma una ricombinazione, con modifiche interne della loro esperienza e della loro conoscenza. Il mondo musulmano, al di là dei secoli, mantenne questa relazione simbiotica con le culture precedenti o circostanti. Fino al XIII secolo, l’Islam rimase l’unica cultura predominante che era in contatto fisico con ogni altro vicino centro di civilizzazione e di vita in Asia, Africa ed Europa, con l’intensità dei contatti che varia da luogo a luogo e di secolo in secolo (6).

Tutto il creato riflette l’intelligenza cosmica, ma solo l’uomo, che è l’essere centrale nel mondo terrestre che abita, riflette ciò nel senso attivo e creativo. La ragione ha a che fare con il mondo sensoriale e l’intelletto con il mondo metafisico. Quando viene raggiunta una relazione complementare tra ragione e intelletto, essa può diventare la guida che in definitiva conduce l’uomo alla forma di “conoscenza” più alta possibile (7). Per un musulmano, l’arte Islamica è uno dei mezzi con cui l’uomo può raggiungere questa “conoscenza”, sia attraverso la sua creazione sia attraverso la contemplazione della sua bellezza.

Dal punto di vista spirituale ed etico, l’arte Islamica ha origine essenzialmente dal messaggio del Corano, di cui si propone di tradurre i valori sul piano delle forme fisiche (8). Ogni immagine esterna è completata da una realtà interna, che è la sua essenza interna nascosta. La forma esteriore, o dhahir, sottolinea l’aspetto fisico, quantitativo che è ovvio, facilmente e prontamente comprensibile. È rappresentato nella forma di un palazzo, di un guscio di una nave, di un corpo di un uomo, o nella forma esterna di riti religiosi. Per contro, l’aspetto essenziale, qualitativo è il nascosto o l’interno batin, che è presente in tutti gli esseri e in tutte le cose. Al fine di conoscere nella sua completezza, si deve cercare la conoscenza e la comprensione della sua realtà esterna e temporale, così come la sua corporeità essenziale e interna, dove risiede l’eterna bellezza di ogni cosa (9). È la persona erudita che comprende la logica della composizione, mentre la persona non colta apprezza soltanto il suo valore estetico (10). Questo concetto interpretativo costituisce l’aspetto filosofico più importante dell’estetica islamica.

Nell’arabo classico c’è soltanto una parola che indica un uomo che lavora con le proprie mani, sani (pl. sunna) e significa lavoratore, artigiano, qualcuno che pratica un mestiere o un commercio ed è inoltre creativo nel suo lavoro.

È la combinazione tra un artigiano addestrato e un artista creativo, per definire il quale non c’è corrispondente traduzione in inglese. Il lavoro dell’artista tradizionale o dell’artigiano è di fare oggetti che funzionerebbero così come soddisferebbero l’occhio. La bellezza dell’artefatto dipende dalla perfezione del lavoro artistico e non solo dalla sua apparenza. Un bellissimo oggetto è tale perché è perfetto; non è perfetto perché è bello. Per l’artista tradizionale, l’arte non è un regalo, ma conoscenza da acquisire e, inoltre, l’arte tradizionale non è “auto-espressiva” nel senso comune della parola. Chiunque insista sul suo modo di essere, non è un artista ma un egoista. Nell’arte medioevale europea e nell’arte orientale, per l’artista apporre il suo nome sul proprio lavoro era l’eccezione e non la regola. La personalità dell’artista non era una preoccupazione per il mecenate, tutto ciò che egli chiedeva era un uomo in possesso del proprio lavoro come artista-artigiano. Una tale filosofia ha come scopo la più grande libertà possibile da se stessi (11). Quindi, l’artista tradizionale islamico era anonimo e raramente firmava il proprio lavoro, era il risultato del suo lavoro che interessava, non la sua persona. Ciò che contava era il risultato e non colui che operava.

Molti artisti islamici vissero e morirono in totale oscurità. Dei pochi i cui i nomi erano stati conservati, si sapeva molto poco. Per l’artista musulmano, l’autorealizzazione veniva attraverso l’atto della creatività e non attraverso la fama personale (12). Solo in periodi più recenti, quando aumentarono i contatti con le culture materialistiche straniere e il materialismo permeò le società tradizionali islamiche, allora gli artisti cominciarono a cercare il loro riconoscimento personale. Nessuno conoscerà mai i nomi di ­ coloro che progettarono ed eseguirono gli innumerevoli e bellissimi lavori ricamati ottomani fatti tra il XVI e il XVIII secolo. Comunque, molti li utilizzarono non come isolate opere d’arte, ma come copricapo per giovani donne, da indossare nell’Hammam o come tovaglioli per le mani per asciugare le dita dei commensali dopo un pasto. Venivano utilizzati come parte del corredo o dote di una sposa ed erano contemporaneamente funzionali e visibilmente piacevoli. Tuttavia, questi pezzi che mostravano ingenuità nel design e perfezione nell’esecuzione, non possono essere considerati lavori di arte.

L’anonimato dell’artista islamico non mitiga il valore del suo lavoro, ma appartiene a un tipo di cultura dominata dall’ideale di liberazione da se stessi. La forza di questa filosofia va contro l’illusione di essere l’artefice, quando nei fatti egli rappresenta solo lo strumento del reale “Artefice”. Qui, l’ individualità umana diventa un mezzo e non un fine. Infatti, tutte le religioni condividono questo concetto. Nel Cristianesimo Cristo disse ai suoi discepoli: “Io non faccio nulla da me stesso”. Il Hindu Krishna disse: “Colui che ha raggiunto la completa conoscenza non può formulare il concetto “io sono colui che fa”, mentre per un buddista, “augurarsi di essere conosciuto come – io sono l’autore – è il pensiero di un uomo non ancora adulto”. Ognuno che aderisca a questa filosofia, senza riguardo alla sua fede, avrebbe fortemente contemplato di firmare la propria opera (13). Per una tale persona, la creatività è parte del suo sistema di credenze e ciò che dovrebbe essere riconosciuto è il prodotto finale di quella creatività e non il suo strumento, l’artista creatore, sani.

Per l’artista musulmano, il fondamento dottrinale dell’estetica islamica risiede nelle seguenti parole del profeta: “Dio ha inscritto la bellezza in tutte le cose”; “Dio desidera che se tu fai qualcosa, tu la perfezioni”; “Il lavoro è una forma di culto”; e “Dio è bellezza ed egli ama la bellezza”. Quindi, perfezionare il lavoro attraverso la creazione di oggetti attraenti e ben fatti che servono a un fine, diventa una forma di culto e un obbligo religioso facilmente soddisfatto dall’artista attraverso l’aderenza alla fede e alle sue convinzioni. Gli artisti islamici erano costantemente alla ricerca di nuove idee e tecniche che potessero ulteriormente intensificare il loro incanto e fascino abbellendo l’intera vita e facendo del godimento della sua bellezza un’azione coerentemente privata (14).

Qui ci dobbiamo fermare per un momento per capire chi è colui che interpreta la bellezza nella sua opera, quindi la domanda: chi è un artista tradizionale? È umile, onesto, pio, conscio del valore affidatogli che egli si sforza di mantenere vivo, spesso senza riguardo alle proprie circostanze sfavorevoli (15). Egli crea la forma d’arte esteriore alla luce dell’ispirazione che riceve dal divino e in questo modo la forma artistica è in grado di condurre l’uomo a uno stato più alto dell’essere e, in definitiva, di unirlo a Dio (16).

Attraverso la sua disponibilità a seguire le leggi della tradizione, evitando tutto ciò che è superfluo e non funzionale e racchiudendo la sua identificazione con uno scopo primario, l’artista tradizionale diventa lo strumento anonimo del Creatore, senza esprimere consapevolmente se stesso. La sua originalità risiede nella sua abilità nel realizzare una profonda sintesi di materiali, tecniche e funzioni quantitative in ciò che crea. Nel senso tradizionale, l’originalità concilia i due aspetti di permanenza e cambiamento. La permanenza è realizzata attraverso il mondo degli archetipi e attraverso le seguenti regole degli stili artistici tradizionali, mentre l’elemento di cambiamento viene dalla capacità di immaginazione creativa di produrre una nuova sintesi di materiali, tecniche e funzioni. In altre parole, il significato delle arti creative dipende dall’illuminazione dell’artista e dall’uso sapiente di spazio, forma, superficie, colore e materia (17).

Ciò che nelle altre tradizioni artistiche viene chiamato talento, nell’arte islamica è la combinazione di ragione, intelletto, abilità, formazione e intuito. È l’abilità dell’artista di proiettare il proprio io, aderendo alla tradizione, al fine di creare una forma che rifletta al mondo esterno alcuni valori spirituali ed estetici. Quando la mente ricettiva dell’osservatore preleva la forma e la assorbe, il circolo di comunicazione si completa. La creatività artistica, in accordo alla prospettiva islamica, non è nient’altro che una pre-disposizione, o isti dad, che Dio ha dato all’uomo per permettergli di seguire il sentiero che lo conduce a Lui. Al fine di completare il suo ruolo, l’artista diventa, per mezzo di obliterazione e di servizio disinteressato, un interprete il più trasparente possibile delle tradizioni alle quali appartiene. Quindi, la relazione che l’artista musulmano ha sempre, è tra la pratica delle virtù e l’eccellenza del lavoro professionale (18).

Di conseguenza, tutta l’arte islamica è creata come il risultato dell’unione di scienze formali e dei mestieri. Qui scienze significano il processo della natura e la conoscenza delle leggi e dei principi che il governo emette e che sono in loro stesse legate all’ordine metafisico. Come per i mestieri, esse non sono modi temporanei ad hoc per fare le cose, ma sono incarnazioni nel mondo delle forme di consegne della scienza che possiedono le loro leggi e regolamenti. Entrambi questi ordini di conoscenza connessi con le scienze e i mestieri furono incorporate nelle gilde del mestiere, che furono i corpi organizzativi che crearono l’arte tradizionale (19). Fino al XIX secolo, gli artigiani delle gilde e le confraternite seguirono alla lettera le parole del Profeta “Dio desidera che se tu fai qualcosa, la faccia perfetta”. Per loro il patto artigianale era un codice d’onore professionale rispettato all’unanimità. Il tramandare da padre in figlio o da maestro ad apprendista ruoli e pratiche immutabili non implicò né stagnazione né ripetizione, ma assicurò una costante fonte di ispirazione all’artista e stabilità del livello tecnico (20).

L’arte islamica non ricevette mai il patrocinio delle autorità religiose, per la semplice ragione che in Islam non c’è tale dicotomia tra il religioso e il laico. I cosiddetti poteri laici nella società tradizionale islamica possedettero sempre tale significato religioso all’interno di una legge divina che le abbraccia tutte come fecero gli elementi specificamente religiosi. Comunque, c’erano e ci sono arti come la salmodia coranica, la sacra architettura e la calligrafia, che possiamo dire siano derivate dalla moschea, al contrario delle arti della musica, poesia e pittura in miniatura, che sono riferite alla corte. Ancora in vista della sottile interrelazione tra la corte e la moschea, la spiritualità era un attributo della musica e della pittura in miniatura così come della calligrafia.

Il termine estetica non è mai esistito nella cultura islamica e la società tradizionale non usava né questo né altro termine che potrebbe implicare lo stesso significato. Il termine arabo contemporaneo jamaliya, che è il sinonimo di estetica, è preso in prestito dall’Occidente ed è definito come la “scienza della bellezza”, ilm al-jamal. In islam, né il Corano né le tradizioni del Profeta (sunna) si riferiscono all’arte. Non c’erano trattati scritti espressamente sull’estetica islamica, né c’erano delle regole stabilite per ciò che i principi islamici costituivano in arte e cosa no. Comunque, non è difficile per i musulmani trarre le loro conclusioni da entrambe le fonti. Le parole del Profeta, “Dio è bellezza ed egli ama la bellezza”, possono essere considerate il principio fondante dell’estetica musulmana.

In Islam, arte e fede sono indissolubilmente legate. All’interno di questa cornice di rigide regole, all’artista viene lasciata sufficiente libertà per realizzare opere creative. Poiché l’arte islamica esegue una funzione spirituale e a causa della sua intima relazione con la forma e il contenuto della rivelazione islamica, qualsiasi connessione esistente tra essa e la rivelazione islamica non può semplicemente essere sul piano di cambiamenti socio-politici portati dall’Islam. La risposta deve essere trovata nella religione stessa.

L’arte e l’architettura islamica tradizionalmente ripongono la maggiore attenzione nella realizzazione della bellezza. Questo interpreta una naturale conseguenza del Corano che enfatizza la bontà, la verità e la conoscenza mentre pone la maggiore enfasi sulle Gesta della Bellezza, al-a-mal al-hasana. Un altro esempio di questa enfasi sulla bellezza si trova nel novantanovesimo Holy Attributes di Dio che in arabo sono i bellissimi Nomi di Dio (asma Allah al-husna). Il mandato base dell’arte e dell’architettura islamica, oltre a soddisfare i requisiti funzionali necessari, è quello di visualizzare un senso propositivo della bellezza. La bellezza nell’arte islamica richiese sia una dimensione quantitativa di interesse, realizzata principalmente attraverso un processo di adattamenti pragmatici ambientali, sia una dimensione qualitativa, espressa essenzialmente attraverso l’estetica islamica (21).

Esteticamente parlando, l’arte islamica e in particolare l’architettura rappresentano gli aspetti fisici e spirituali nelle vite dei Musulmani e ruotano intorno al Concetto di Unità (tawhid). L’idea di un centro o di un asse è la chiave principale per comprendere l’arte islamica e il mondo dell’islam, con le sue componenti fisiche e spirituali. La centralità di Dio nell’universo e il mondo spirituale è riecheggiato nel tema centrale del Ka ba (22) sulla terra (impostato con gli angoli nelle direzioni cardinali), della moschea nella città islamica e il suo allineamento terrestre verso la Mecca e del mihrab (23) sul muro qibla (24). Così, la vita spirituale e temporale dei Musulmani è regolata in cerchi, che ruotano intorno a un asse e rappresentano il costante movimento di rotazione della vita del credente verso Dio. Esso si riflette, tra le altre cose, nei passi del vorticoso Mevlevi Dervishes, il tawaf del pellegrino intorno al Ka ba e le unità circolari nelle composizioni arabe; quindi l’idea di centralità rimane immutata.

Dunque, comprendere l’arte islamica analizzando soltanto la manifestazione esteriore delle sue caratteristiche quantitative e ignorando la sua fusione all’interno della cornice spirituale generale che la definisce, è inutile. Poiché l’estetica islamica si concentra sulla rappresentazione spirituale degli esseri e degli oggetti, invece che sui loro valori materiali, l’aspetto esteriore di un oggetto non comprende in alcun modo la sua essenza e il suo vero sé. Ogni dhahir, o aspetto esteriore quantitativo e fisico, differisce dal suo batin, o essenza qualitativa e spirituale interiore, mentre la perfezione può essere solo attribuita a Dio il Creatore. Quindi, riprodurre dalla natura figure viventi, sebbene mai intese come rappresentazione di Dio, è considerato un modo futile di dirigere l’osservatore alla contemplazione della trascendenza e delle verità incarnate nel tawhid, la dottrina di unità. Per un musulmano, la bellezza non è una raffigurazione estetica dell’umanità o delle caratteristiche umane, e non è neanche uno stato di natura ideale, il concetto che i cristiani del Rinascimento copiarono dagli antichi greci.

La cultura di ossessione per la trascendenza dei musulmani cerca di stimolare in colui che osserva o ascolta, attraverso la creazione del bello, un’intuizione di, e una visita alla natura di Dio e la relazione dell’uomo con Lui. Pertanto, l’artista tradizionale musulmano ha scelto una stilizzazione bidimensionale per rappresentare le sue forme ed ha totalmente trascurato l’esatta imitazione della natura, con i suoi limiti.

Per concludere, vorrei citare un tradizionale maestro sani (artista-artigiano) della città di Fez: “Gli uccelli, i cavalli, le donnole e ogni altro quadrupede si trovano dappertutto. Dobbiamo soltanto guardarci intorno e imitare. Ciò non richiede conoscenza. Ma se vi dico, schierate quattro rosette (tasatir) cominciando alternatamente in una stella a otto raggi e in una stella a dieci raggi, così che fianco a fianco, e non lasciando alcuno spazio, esse completano l’intero muro, sarebbe una questione differente. E questa è arte! (25)”.

 
*Dice di sé.
Wijdan Fawaz Al-Hashemi. Fondatrice del Dean of the College of Arts and Design, University of Jordan, and President of the Royal Society of Fine Arts, Jordan. Ad oggi, è ambasciatrice di Giordania in Italia.

 

 

 

Bibliografia:

Al-Faruqi, I and L. L. Faruqi. The Cultural Atlas of Islam. New York, 1986.

Al-Faruqi, L. L. Islam and Art, Islamabad, 1988.

Ardalan, N. “On Mosque Architecture”. In Architecture and Community: Building in the Islamic World Today, New York, 1983.

Bakhtiar, L. and Ardalan, N. The Sense of Unity. Chicago, 1973.

Burckhardt, T. Art of Islam. London, 1976.

Burckhardt, T. Fez City of Islam. Cambridge, 1992.

Coomaraswamy, A. Christian and Oriental Philosophy of Art. New York, n.d.

Coomaraswamy, A. “The Philosophy of Mediaeval and Oriental Art”. In Cooma­ raswamy I: Selected Papers Traditional Art and Symbolism. Princeton, 1977.

Grabar, O. “Introduction”. In Treasures of Islam. London, 1985.

Michon, J-L. “The Message of Islamic Art”. In Studies in Comparative Religion. n.d.

Nasr, S.H. Islamic Art and Spirituality. Ipswich, 1987.

 

4) Al-Faruqi and al-Faruqi, The Cultural Atlas of Islam, p. 163.

5) Burckhardt, Art of Islam, p. 44.

6) Grabar, “Introduction”. In Treasures of Islam, pp. 16-7.

7) Ibid. p. 5.

8) Michon, “The Message of Islamic Art”, p. 74.

9) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 5.

10) Coomaraswamy, Christian and Oriental Philosophy of Art, p. 41.

11) Coomaraswamy, “The Philosophy of Mediaeval and Oriental Art”, pp. 49-50.

12) Bakhtiar and Ardalan, The Sense of Unity, p. 9.

13) Coomaraswamy, Christian and Oriental Philosophy of Art, pp. 41-2.

14) Grabar, “Introduction”, p. 19.

15) Michon, “The Message of Islamic Art”, p. 71.

16) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 8.

17) Ibid. pp. 9-10.

18) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 7.

19) Bakhtiar and Ardalan, p. 5.

20) Michon, pp. 73-4.

21) Ardalan, “On Mosque Architecture”. In Architecture and Community, p. 55.

22) Kacba letteralmente significa cubo, il punto più sacro in Islam situato nella Mecca dove I Musulmani si riuniscono per svolgere il pellegrinaggio con movimento circolare, tawaf, intorno ad esso.

23) Mihrab: un punto nella moschea che indica la direzione verso la Mecca, dove si rivolgono i visi mentre si prega.

24) Qibla: la direzione verso la Mecca.

25) L’articolo, originariamente in inglese, con il titolo di “Beauty in Islamic Aesthetics” è stato tradotto da Cinzia Canafoglia.

ROBERTO SAVIANO

Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo

tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non

fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto

intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre

che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare

da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che

pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è

nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non

vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo

modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del

mio successo. ‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco.

Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in

pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro

leggendo la quarta di copertina.

(Da “Intervista a cura di Giuseppe D’Avanzo”, 2008)


 

MUSICA Clap - Quanto talento nei talent show?

In un mercato discografico che negli ultimi tre anni ha perso più della metà del suo valore a dispetto di una crescita esponenziale del consumo di musica, i programmi che ricercano talenti sembrano essere diventati l’unico antidoto alla crisi. Per verificare se questo sia vero abbiamo chiesto di capirne di più a tre pilastri del panorama discografico italiano: Caterina Caselli della Sugar Music, Marcello Balestra della Warner e Roberto Rossi della Sony

Clap*

Prima che il fenomeno dei talent-show esplodesse in televisione – a partire dalla metà degli anni novanta – diventando per le reti dove sono programmati le galline dalle uova d’oro dei palinsesti tv, non credo che la parola talento, in inglese ­talent of course, godesse di una tale popolarità. Probabilmente, nel sapere comune richiamava al massimo la parabola dei talenti, monete d’oro, appunto, che un ricco padrone decide di distribuire tra i propri servi in occasione di un’imminente partenza.

Non ci soffermeremo qui a fare esegesi biblica, cercando di spiegare il valore metaforico della parabola, ma è fuor di dubbio che il talento, inteso come attitudine, capacità di riuscire bene in una particolare attività facendola fruttare sia come diventato un imperativo categorico per chi voglia provare ad emergere nel mondo della musica e più in generale dello spettacolo. Probabilmente ha giocato a favore anche il proliferare di personaggi che di contro, totalmente privi di talento, almeno all’apparenza, hanno e continuano ad avere l’attenzione particolare di programmi televisivi, pagine di giornali e riviste.

Ma cosa è realmente il talento? Come lo si riconosce? Basta, per esempio, avere un’estensione vocale di quattro ottave o eseguire alla perfezione un fouetté en tournant per assicurarsi un futuro di successo e popolarità? E i famigerati talent show, luoghi deputati per eccellenza all’esibizione e alla ricerca del talento, possono essere davvero utili per gli aspiranti artisti e per le case discografiche che, in questa partita, giocano un ruolo di primissimo piano?

Interrogativi certamente non semplici, per rispondere ai quali, però, abbiamo pensato di farci aiutare da alcune eccellenze del mondo musicale che, per carriera personale e professione, sono quotidianamente alle prese con problematiche di questo genere: Caterina Caselli, artista indimenticabile, per Sugar Music, Marcello Balestra per Warner Music Italia e Roberto Rossi per Sony Music Italia. Qui di seguito vi proponiamo, inoltre, una breve scheda delle tre etichette discografiche coinvolte nella riflessione e la carica societaria dei tre referenti.

 

SugarMusic è la storia di una famiglia-impresa, una delle poche rimaste in Europa, che ha saputo resistere e crescere, investire capitali e tecnologie, ma soprattutto entusiasmo e competenze, ritrovando ogni volta nuovi equilibri in mezzo ai cambiamenti epocali che hanno interessato il mondo della musica e dei media negli ultimi settanta anni (26).

Caterina Caselli, amministratore unico di SugarMusic spa.

 

Warner Music è una società statunitense che rappresenta una delle quattro principali etichette discografiche del mercato musicale mondiale. Dal 2004 è l’unica major indipendente quotata al NYSE. È presente in Italia come Warner Music Italia e Warner Chappell Music Italiana (27).

Marcello Balestra, direttore artistico di Warner Music Italy.

 

Sony Music Entertainment è una società discografica multinazionale dotata sia di un vasto repertorio di artisti contemporanei che comprende un gran numero di superstar locali e internazionali, sia di un amplissimo catalogo che annovera molti dei più importanti artisti, album e brani della storia della musica di tutti i tempi (28).

Roberto Rossi, direttore artistico di Sony Music Italy.

Come si scopre oggi un talento? Quali sono i canali per fare scouting in Italia?

Caterina Caselli: “In modo non troppo diverso da dieci o vent’anni fa. È un percorso artigianale molto lungo e faticoso, lontano mille miglia dallo sfavillio di luci degli show. Prima che un soggetto potenzialmente interessante arrivi alla nostra attenzione affronta un processo di selezione che passa attraverso il lavoro di tanti professionisti: editori, produttori, organizzatori di spettacoli dal vivo… E quando arriva alla nostra attenzione inizia un altro percorso, perché la scoperta di un talento solido e possibilmente durevole richiede un grande investimento di risorse, tempo e attenzione oltre che di capitali che devono potersi remunerare sul mercato.

Un mercato, è bene ricordarlo, che in tre anni ha perso il 58% del suo valore e che ormai è ridotto a dimensioni quasi ridicole se si pensa alla quantità di musica che viene sistematicamente consumata attraverso il sistema dei media e tutte le varie piattaforme della telefonia e di Internet…

Per quanto riguarda i canali non ci sono limiti, vanno bene sia quelli tradizionali (pub, discoteche, feste di piazza, scuole di musica…) che quelli nuovi come i social media, ma l’importante è che ci siano un occhio e un orecchio professionali che fanno la prima scrematura”.

 

Marcello Balestra: “Ancora oggi il talento si rivela con le stesse caratteristiche di sempre: qualità e originalità vocale, effetto sorpresa, immagine e forza comunicativa dell’artista. Per cui ogni volta che ci si trova di fronte ad un nuovo potenziale talento, lo si valuta sugli stessi elementi aggiungendo la “futuribilità”.

I canali dello scouting sono semplicemente lievitati: oltre ai concorsi, agli ambienti dove si suona live e alle segnalazioni di produttori indipendenti, si cerca su Internet e si guardano i talent show. Ovviamente qualcosa è cambiato in termini di opportunità di lancio dei nuovi talenti, essendoci paradossalmente minori spazi promozionali che in passato, la selezione dei talenti da lanciare diventa sempre più oculata e prospettica”.

 

Roberto Rossi: “Chiaramente chi fa scouting, oggi, viene necessariamente coinvolto dall’interesse per italent show. Le case discografiche hanno i propri focus rispetto ai talent, perché il loro potere promozionale è enorme, ma questa non è l’unica strada. Continuiamo a ricevere tantissimo materiale, ma è sempre più difficile trovare del talento in quelli che noi chiamiamo “cassettari”. Quando non siamo al lavoro con i talent continuiamo a guardarci attorno, per approfondire e verificare le segnalazioni che ci arrivano da chi lavora sul campo e dagli addetti ai lavori.

I criteri che ci guidano nell’individuazione di un talento sono le sue caratteristiche umane, l’espressività, l’energia, il carisma. E grande importanza diamo alle canzoni, alla loro scrittura: più che nel passato questo è un aspetto fondamentale per un artista. Noemi e Giusy sono esplose proprio grazie a bellissime canzoni (rispettivamente “Briciole” e “Non ti scordar mai di me”). E forse quello che oggi manca, rispetto ai decenni ‘70, ‘80 e ‘90 è la presenza di artisti che cantano le canzoni che scrivono. È venuta meno quella che potremmo definire la scuola dei cantautori, e sono davvero pochi quelli che sanno scrivere, rispetto ad un moltiplicarsi di interpreti”.

Le nuove piattaforme digitali e i cosiddetti social network possono essere una strada per scovare nuovi talenti?

Caterina Caselli: “L’ho detto prima, nessun canale può essere escluso, ma nessun canale da solo permette di identificare il talento. Molti fenomeni virtuali da social network svaniscono al sole non appena si devono confrontare con la realtà. Nonostante l’enfasi che accompagna la rete, gli artisti che negli ultimi dieci anni sono riusciti a confermare sul mercato le promesse fatte in rete si contano sulle dita di una mano. E parlo del mondo, non dell’Italia”.

 

Marcello Balestra: “Sia le piattaforme digitali che i social network hanno un ruolo importante, ma non fondamentale nella ricerca di un talento. Luoghi nei quali si scambiano opinioni su nuovi artisti, forniscono sicuramente elementi di valutazione ulteriori rispetto a quelli utili a chi produce musica, ma possono diventare un utile panel con cui confrontarsi appena si realizza un progetto”.

 

Roberto Rossi: “Certamente sono prese in considerazione, ma nella misura in cui potremmo considerarle la versione moderna dei “cassettari”. Chi fa scouting non può limitarsi al trovare nuovi cantanti, ma deve andare anche alla ricerca di bravi musicisti, perché è dalla sinergia e dalla collaborazione di tutte queste figure che scaturisce un successo”.

Come si accennava prima, i talent show sembrano essere diventati i luoghi deputati a scoprire e lanciare nuovi talenti. È Vero? E quanto questo condiziona o influenza il lavoro delle case discografiche?

Caterina Caselli: “Sarebbe ingenuo negare che il talento può saltar fuori anche da lì, anche se cominciano a essercene veramente troppi se calcola anche i cloni che hanno per protagonisti i bambini. E quando il pubblico si sarà stancato potrebbero sgonfiarsi tutti insieme come una bolla di sapone.

Poi c’è l’enorme rischio di confondere la scoperta di talenti genuini con le esigenze e la meccanica di programmi televisivi che investono su possibili talenti per fare successo in quanto tali, cioè come programmi. Questi per sopravvivere nella battaglia quotidiana dell’audience devono sfornare ogni anno un nuovo campione che fatalmente andrà a sottrarre spazio ai vecchi campioni in una rincorsa forsennata al successo istantaneo che rischia di creare molte illusioni e poca o nessuna certezza.

Anche perché il meccanismo del televoto che decide la sorte di questi ragazzi affida il compito di selezionare i vari vincitori non tanto al pubblico generico (che tende a non-votare), e tanto meno a commissioni di esperti con il tempo e i modi per valutare, ma alla community dei fan, una platea di appassionati, ma proprio per questo non necessariamente competenti e disposti a tutto. In questo modo però si rischia di mettere in piedi un circuito infernale dove a talenti tutti da verificare corrispondono una serie di grandi nicchie di pubblico fedele che l’industria deve sperare di intercettare in tempi rapidissimi se vuole che agli investimenti produttivi e promozionali seguano gli atti di acquisto necessari a remunerarli.

Comunque il lavoro delle case discografiche non può non essere influenzato da questi fenomeni. Non a caso ad Amici, che almeno si sforza di fare un percorso anche formativo abbastanza selettivo, più case sono presenti istituzionalmente e partecipano al processo. In altri casi (X-Factor nel servizio pubblico, Italia’s Got Talent su Mediaset) prevale sempre lo stesso soggetto imprenditoriale”.

Marcello Balestra: “Il talent show ha la forza di rendere noti personaggi sconosciuti e va da sè che tra i giovani resi noti ce ne sia qualcuno che possa avere talento e possa partire con una propria carriera professionale. I talent show sono unici nel loro genere, ma non gli unici spazi per scoprire e lanciare nuovi talenti.

Basti pensare a quanto successo a Sanremo 2009, quando Arisa ha stravinto nei giovani, provenendo lei stessa daSanremolab e da una produzione indipendente, che con il nostro apporto ha prodotto questo risultato eclatante. Sicuramente le case discografiche hanno capito l’importanza e la specificità della visibilità creata dai talent sui giovani e cercano di essere presenti il più possibile in questi ultimi. La Warner è stata la prima azienda a crederci e a proporre l’introduzione dei brani inediti ad Amici, decidendo poi in totale controtendenza di produrre Marco Carta”.

Roberto Rossi: “Le case discografiche hanno intuito un po’ per volta il valore dei talent show e del resto i talentsenza l’apporto delle case discografiche non avrebbero avuto senso. Per capirci: Alessandra Amoruso e Giusy Ferreri avevano ottime caratteristiche, ma dietro di loro c’è stato e c’è un grande lavoro. Se così non fosse le cose sarebbero andate diversamente”.

Però il festival di Sanremo, che è un programma profondamente diverso dai talent show, negli ultimi due anni ha premiato proprio due ragazzi provenienti dai talent. Questo è motivo di maggior interesse per un’etichetta discografica o no?

Caterina Caselli: “Si e no. Sono almeno dieci anni che il Festival è soprattutto uno show televisivo, cioè un programma che deve fare audience a livelli stratosferici per alzare la media di raccolta pubblicitaria annua della RAI. È un obbiettivo legittimo, ma c’entra poco con la promozione della musica italiana. Negli ultimi due anni, a fronte di risultati di ascolto molto lusinghieri dovuti soprattutto alla professionalità e alla simpatia di conduttori come Bonolis e la Clerici, la trasmissione è riuscita anche a richiamare l’attenzione delle community dei talent show con l’inevitabile conclusione che ha prevalso non tanto la logica di quegli spettacoli quanto il meccanismo del tele-voto in sé e per sé.

Tanto è vero che quando sono stati introdotti correttivi “qualitativi” non solo non sono stati sufficienti a far prevalere un giudizio professionale, ma sono stati allegramente beffati. La scena che si è vista nell’ultima edizione, con i professori dell(che erano stati chiamati per la prima volta a comporre una giuria di qualità) che rumoreggiano e gettano a terra gli spartiti all’annuncio della eliminazione di Malika Ayane può anche essere consolante dal punto di vista professionale per l’artista e per chi la produce, ma non è stata una bella scena e quell’immagine rimane scolpita nella storia di Sanremo”.

Marcello Balestra: “Il Festival di Sanremo è la sorgente e l’amplificatore storico della musica italiana e ancora oggi riesce ad avere un ruolo importante per le novità musicali. Anche il Festival si adegua ai tempi che corrono e comincia a riconoscere il valore popolare delle nuove proposte nate dai talent show, che vivono di partecipazione attiva del pubblico attraverso lo strumento del televoto, unico sistema per poter esprimere il proprio parere e sostegno da casa, facendo diventare il pubblico il vero protagonista pagante.

Nel 2009 a Sanremo hanno vinto Marco Carta ed Arisa, con il consenso di tutti: giurie demoscopiche, pubblico in sala, critica e televotanti. Quest’anno Scanu e Maiello hanno confermato il potere dei televotanti in prima battuta, lasciando poi spazio ad altri come artisti come Mengoni, Ayane, Grandi e Zilli”.

Roberto Rossi: “Il Festival rimane un’icona, una vetrina promozionale enorme, importantissima sia per i giovani sia per i big. Ho trovato molto bella l’edizione di quest’anno, non solo per l’innesto vitale dato dai talent, ma anche per la presenza di tanti talenti artistici nuovi. E soprattutto da segnalare il grande interesse della gente che accompagna i propri beniamini e poi compra i loro dischi. Dunque, necessariamente, il mercato segue questo andamento”.

Se le cose stanno così, quale è, secondo lei, il futuro del Festival della canzone italiana?

Caterina Caselli: “La domanda va girata alla RAI. Per l’industria è un evento sempre meno comprensibile, o meglio inutile dal punto di vista commerciale, ma nello stesso tempo sempre interessante dal punto di vista promozionale per la capacità di attirare su di sé tutte le attenzioni del mondo dei media. Abbiamo provato in tutti i modi a farci sentire proponendo correttivi che riportassero in auge il brand di Sanremo come testimonial della musica italiana di qualità com’era tantissimi anni fa. Ma l’impressione è che in realtà non interessi a nessuno”.

Marcello Balestra: “Il Festival dovrà sempre più essere lo specchio del reale fermento musicale italiano del momento, lasciando uno spazio al nuovo e all’ambizione propria del festival di “scoprire” qualcuno. Ciò è possibile solo con un’organizzazione che si occupi dell’edizione successiva del festival appena terminata l’edizione precedente e non all’ultimo istante o pochi giorni prima, cercando di dare uno spazio vero alla presentazione delle giovani proposte, selezionando principalmente cantautori e band con brani fortissimi”.

Roberto Rossi: “Un futuro roseo se continuerà ad essere organizzato e seguito nel modo giusto”.

Mengoni, Noemi, Ferreri, Scanu, Amoroso, provenienti dai talent, sembrano aver oscurato, non solo a Sanremo, artisti di più lunga esperienza e fama. I loro dischi sono ai primi posti per vendite e download. C’è qualcosa da modificare nella promozione classica di un cantante?

Caterina Caselli: “Questi successi sono figli di una catena: lunga esposizione nei palinsesti televisivi accompagnata da meccanismi di coinvolgimento di segmenti di pubblico in forma di community tele-votante. Su questa strada non c’è partita. In ogni caso quello che esce dai talent, salvo eccezioni, nella migliore delle ipotesi è un interprete nudo e crudo, per il quale bisognerà inventare e costruire un repertorio. Ed è qui che le cose si complicano… perché questa parte, che costituisce l’area di rischio più grande del lavoro discografico, alla televisione interessa poco…

Poi c’è il difficile rapporto con le radio commerciali che usano la musica come materia prima per l’80% della loro programmazione, ma riservano alla musica italiana, soprattutto agli artisti emergenti, quote irrisorie dei loro palinsesti. E invece bisognerebbe che ci fossero più opportunità di promozione per la musica italiana in senso lato. La televisione e la radio, soprattutto quelle di servizio pubblico, non dovrebbero limitarsi a sfruttare la musica per fare audience, ma impegnarsi per statuto a promuovere la musica italiana, soprattutto quella indipendente, con programmi ad hoc in orari di ascolto decenti”.

Marcello Balestra: “Aggiungerei anche Marco Carta, il primo di tutti questi a rompere gli schemi e colui che ha aperto la strada ai talenti da talent show. Finalmente c’è una nuova generazione di interpreti, che mancava da tempo e grazie alla formula dei talent, che propone quasi esclusivamente interpreti, rende popolari nuovi repertori, nuovi autori e specialmente nuove voci. Il cantante-interprete deve approfittare oggi dell’occasione per mettersi in mostra, anche attraverso i talent per giovanissimi come “Ti lascio una canzone” e i produttori e le aziende discografiche devono saper cucire i giusti repertori per le nuove voci uscenti. La promozione si potrà suddividere tra classica e alternativa, ma senza l’abbinata talento/canzone è difficile qualsiasi attività promozionale”.

Roberto Rossi: “Sono tutti artisti che percorrono, in qualche modo, strade parallele. Come dicevo prima, quello che fa la differenza è la canzone. Se un artista scrive o esegue belle canzoni non perde il focus e l’affetto del proprio pubblico. Diversamente, se le canzoni non sono alla sua altezza il pubblico si disaffeziona.

Indubbiamente i nomi che lei ha citato hanno goduto di un bombardamento mediatico fortissimo. E questo dovrebbe far riflettere sulla programmazione di trasmissioni che parlino di musica, perché oggi queste aiutano in modo importante la promozione di nuove e vecchie realtà musicali. Una volta terminata la parabola televisiva, si rientra nei canali promozionali tradizionali e a quel punto, come ho già ribadito, è la canzone che fa la differenza. Noemi, dopo X Factor, ha duettato con Fiorella Mannoia ne “L’amore si odia”: in quel momento lei ha smesso di essere “quella di X Factor” ed ha cominciato ad essere un’artista”.

Certamente la prolungata visibilità televisiva è stata per loro un dato importante, ma hanno alle spalle una progettualità a lungo termine o saranno fagocitati dai nuovi talenti sfornati dai prossimi talent?

Caterina Caselli: “Credo di averle già risposto. Il tempo sarà giudice… Vedremo alla prova del tempo quanti dei nomi citati sapranno sopravvivere. Certo una progettualità a lungo termine richiede un investimento sempre più difficile da sostenere nelle attuali condizioni di mercato che paradossalmente non ricevono alcun aiuto dalla proliferazione dei talent”.

Marcello Balestra: “Come sempre chi ha alle spalle una squadra che lavori al progetto artistico nel medio-lungo periodo e che non raccolga i semplici frutti del lavoro di partenza svolto dai talent show, avrà vita lunga, anche se i nuovi nomi derivanti dai prossimi talent, rappresenteranno una naturale e stimolante concorrenza”.

Roberto Rossi: “Gli artisti su cui decidiamo di lavorare e di investire, non li programmiamo certo a breve termine. Sarebbe folle spingere fino a quando sia possibile per poi lasciarli perdere. È una progettualità a lungo termine, che ci consente di conoscere meglio l’artista e di rimodulare nel modo più adeguato il percorso da compiere insieme.

Immagino, però, che quelli che hanno meno potenzialità e talento possano rischiare maggiormente con l’arrivo di nuovi talenti”.

In un contesto come questo, quanta importanza riveste la scrittura di una canzone?

Caterina Caselli: “Rimane un fattore decisivo. Noi della Sugar abbiamo ormai conquistato un posto rilevante nel panorama musicale internazionale dove ci riconoscono la capacità di lavorare i progetti musicali nella loro integrità. Andrea Bocelli è ormai da tempo nel ristretto gruppo dei grandissimi a livello mondiale, ma tanto ha pesato anche la capacità editoriale di scegliere con lui quei brani (tra gli altri Con te partiròTime to say goodbye,SognoThe prayer e altri…) che ancora oggi provocano i brividi alle platee del mondo intero”.

Marcello Balestra: “Come dicevo prima un merito dei talent show è senz’altro quello di stimolare la scrittura e la pubblicazione di tanti brani inediti, magari da anni rimasti nei cassetti di autori ed editori. La scrittura su misura dei brani o l’abbinamento ideale sono la base di questo mestiere ed è indubbio che il saper riconoscere la canzone adatta ad un nuovo potenziale talento risulti essere la caratteristica necessaria per chi svolge questo mestiere.

Purtroppo i talent show, per il loro naturale svolgimento, impongono scelte frettolose sui brani con il rischio che qualche potenziale talento con il brano sbagliato rimanga in ombra, salvo talenti come Mengoni che dimostrano quanto il talento a volte possa, provvisoriamente, fare a meno della canzone ideale o popolare”.

Roberto Rossi: “L’ho ribadito più volte. La canzone è fondamentale, fa la differenza tra un cantante e un artista. Il contesto, dunque, è assolutamente positivo. Lavoriamo moltissimo, con positività ed energia allo scopo di continuare a fare sempre bella musica”.

 

Chiunque ha talento. Ciò che è raro è il coraggio di seguire quel talento nel luogo oscuro a cui conduce.

Erica Jong

 

 

26) Da http://www.sugarmusic.com/it/gruppo.

27) Da http://it.wikipedia.org/wiki/Warner_Music_Group.

28) Da http://www.sonymusic.it/chi-siamo.

 

 

 

*Dice di sé.
Clap. La sua vita è in un battito d’ali, nell’applauso del pubblico. 

DACIA MARAINI

Lessi “Gente di Dublino” sentendomi presa per mano da

un autore stravagante e intelligentissimo che mi portò

lungo le strade strette e puzzolenti di Dublino, facendomi

incontrare le teste ubriache, le donne infedeli, i bambini

terribili di una Irlanda messa a nudo.

(Da “Il Messaggero”, 2010)


 

LIBRI Domenico Mazzullo - L’ascetico Mazzini ha segnato la mia vita

Ci sono libri che vivono attraverso di noi e per noi, e noi spesso, per tutta risposta, ci dimentichiamo di loro e li consideriamo oggetti senza anima

Domenico Mazzullo*

Quando ci si riferisce e si nomina il termine di eredità, la mente vola, naturalmente, a beni economici, a beni materiali, che non ulteriormente fruibili da chi non è più, passano di diritto ai suoi eredi, innescando spesso lotte fratricide e squallidamente all’ultimo sangue, che non danno luogo a vincitori e vinti, come si conviene, ma esitano sempre con la sconfitta di tutti i contendenti, per l’egoismo e il materialismo che spesso dimostrano e manifestano.

Raramente, e di questi tempi direi rarissimamente, si pensa ad un concetto diverso e molto più nobile di eredità, seppure molto meno comune e noto, ossia alla eredità spirituale, alla eredità morale, che una persona non più vivente materialmente, lascia dietro di sé ai suoi allievi, amici, familiari, alle persone che lo hanno conosciuto e hanno avuto modo di scoprirne e apprezzarne il valore umano.

Ricordo un vecchio film di molti anni addietro in cui alcuni amici, avanti con gli anni piangevano addolorati la morte di uno di loro, improvvisamente scomparso. Solo un ultimo amico, giunto in ritardo, ebbe in dono la capacità di pronunciare una di quelle frasi che nella loro semplicità e quasi ovvietà, colpiscono e vanno dritte al cuore: “Noi piangiamo la sua scomparsa, la sua perdita, ma in fondo noi siamo più fortunati di tanti altri, perché abbiamo il privilegio di averlo conosciuto e di poterlo ricordare, nei momenti difficili, di potergli chiedere idealmente consiglio e conforto”.

Questa frase mi è rimasta impressa, stampata nella mente, perché questo privilegio l’ho avuto, mi è stato donato, nei confronti di una persona che ormai da molti anni non è più, ma è sempre qui presente, accanto a me, al mio fianco, nei momenti difficili, nei momenti di dubbio, quando il cammino si fa oscuro e sembra di aver smarrito la giusta via, quando un dilemma morale mi tormenta e quando imperiosa e angosciante si pone la domanda che più temo: “Che debbo fare?” Allora penso a cosa egli farebbe al mio posto, a che consiglio mi avrebbe fornito in tale circostanza e sempre trovo una sua risposta a soccorrermi.

Questa persona, un medico, un chirurgo fu adottata da me come padre, quando giovane studente mi affacciavo agli studi di medicina ed egli mi adottò come figlio e come tale sempre mi ha considerato. Questa persona mi ha insegnato ad essere un medico, ma soprattutto ha cercato di insegnarmi, non so se riuscendoci, ad essere un uomo, come egli intendeva che un uomo dovesse essere.

Questa persona ha lasciato, ma non abbandonato, me, i suoi pazienti, i suoi amici, i suoi familiari, nel lontano 1984, lasciando un vuoto incolmabile, rapito da un cancro al polmone che spettò proprio a me diagnosticargli, ma è sempre presente tra noi, oggi, ancor più di prima, con il suo insegnamento morale e umano, con il suo esempio.

All’indomani della sua morte, scrissi per i suoi familiari una breve memoria, una paginetta, per ricordarlo, come io l’ho conosciuto, come il l’ho vissuto, per quello che egli mi ha rivelato del proprio intimo, della propria interiorità.

Quella paginetta, letta ai legittimi destinatari, è poi rimasta sempre chiusa nel mio cassetto, fino ad oggi, quando, avendo raggiunto un’età che egli non raggiunse, la consegno a voi, incauti lettori, perché vi parli di lui, che non avete conosciuto e del suo amore per i libri:

Quando un libro mi chiama

Pur non essendo uno psichiatra, bensì un chirurgo, il mio maestro, colui che mi ha insegnato ad essere medico, ed attraverso questo anche a vivere, era una persona strana, o meglio cosi appariva a me, allora studente poco più che ventenne affascinato ed intimorito dalla sua abilità professionale e dalla profonda umanità che lo distingueva da tanti altri.

Ora egli non è più fisicamente, ma continua ad esistere dentro di me, nel mio ricordo e nella mia gratitudine, per quanto mi ha insegnato ed ancora mi insegna e suggerisce, quando con il pensiero a lui mi rivolgo, nei momenti difficili e di dubbio; ma a distanza di anni, con un po’ più di maturità ed esperienza acquisite grazie ai suoi insegnamenti, ed essendo divenuto uno psichiatra, quelle sue stravaganze e bizzarrie di pensiero e di comportamento, che si perdonavano e si giustificavano facilmente ad una persona di genio, non mi appaiono più come tali, ma piuttosto l’espressione e la testimonianza di una profonda e vissuta saggezza, di un rapporto con l’esistenza, con la vita e con il mondo, diverso e superiore al comune ed all’usuale.

Ricorderò sempre quella volta che, recandoci assieme dall’ospedale in clinica ad operare, ed accingendoci ad utilizzare la sua vecchia automobile che per gli anni, chiunque altro avrebbe già sostituito da tempo, ma lui si ostinava a conservare quasi fosse una persona di famiglia, quest’ultima ingrata ed irriconoscente per tante attenzioni, rifiutava irrimediabilmente di mettersi in moto permettendoci, come suo dovere, di recarci a destinazione.

Grande fu il mio stupore quando vidi lui, non arrabbiarsi, inveire, affannarsi in inutili quanto disperati tentativi, dire parolacce, aprire il cofano per guardarci dentro, spingere, o chiedere aiuto, come invece naturalmente avrei fatto io, ma invece iniziò ad accarezzare il volante dell’automobile con attenta ed affettuosa delicatezza, lentamente, come si farebbe con il capo di un bambino. Vedendo le sue mani, che facevano miracoli, nei corpi aperti dei pazienti operati, spesso per devastanti malattie, scorrere invece con altrettanta sollecitudine lungo quell’oggetto inanimato, dubitai per la prima volta della sua salute mentale, ed i miei dubbi e preoccupazioni si accrebbero, quando lo udii addirittura parlare con l’automobile: “Non ti preoccupare –le diceva – ti capisco, sei stanca, hai lavorato tanto e vorresti riposare, ma devi comprendere, tu sei l’automobile di un medico e come tale hai delle responsabilità particolari, superiori a quelle di tutte le altre; se io fossi un impiegato qualsiasi potrei telefonare in ufficio ed avvisare che oggi non vado, perché l’auto non mi parte, e tutto si risolverebbe, così facilmente, ma purtroppo sono un medico, e in clinica mi attende un malato molto grave che deve assolutamente essere operato, subito, altrimenti morirà; cerca di comprendere”.

Inserita la chiave di accensione e fattala ruotare, la macchina partì immediatamente. Per nulla sorpreso o spaventato, l’autore di questa magia o di questo miracolo, come a me appariva, si diresse di gran carriera verso la clinica, non prima di aver ringraziato calorosamente ed affettuosamente colei che gli permetteva di compiere il proprio dovere. Ricordandosi, ad un certo punto del tragitto, della mia presenza, che si era fatta attonita e silenziosa, ritengo, si sentì in dovere di fornirmi delle spiegazioni ed insegnamenti su quanto era poc’anzi accaduto, consegnando nelle mie mani di inesperto, incapace ed inabile aspirante alla vita, delle perle di saggezza, frutto della sua esperienza, il cui valore scopro solo ora, che egli non è più:

“Vedi caro – mi disse con aria accondiscendente e naturale, – le cose, gli oggetti che ci circondano, che ci appartengono e di cui ci serviamo tutti i giorni, senza prestar loro attenzione, e dimenticandoli, non appena cessano di essere utili, non sono inanimati, come la maggior parte di noi crede, ma hanno un’anima, dei sentimenti, delle passioni come noi, vivono, gioiscono e soffrono esattamente come noi.

Sono felici quando li amiamo, li utilizziamo e li apprezziamo nel loro lavoro, soffrono invece quando li dimentichiamo da una parte, quando non li facciamo vivere accanto a noi e con noi, quando non ci rendiamo conto dei loro sforzi e delle loro fatiche per renderci la vita più facile ed a volte addirittura possibile. Essi vivono attraverso di noi e per noi, e noi spesso, per tutta risposta, ci dimentichiamo di loro e li consideriamo addirittura oggetti, senza anima né vita propria.

Pensi, per esempio, che la macchinetta del caffè non sia felice di essere il primo oggetto che utilizzi dopo il risveglio e con il quale apri la giornata? E lo spazzolino da denti? E il giornale al quale immediatamente chiedi il resoconto di quanto è avvenuto nel mondo mentre tu dormivi? Non pensi che sia felice nel comunicarti notizie liete che ti rallegrano, e al contrario triste e cupo quando con circospezione ed ansiosa attenzione ti annuncia la morte di qualcuno che conoscevi e forse amavi? E non pensi che forse qualche volta ti nasconda appositamente ed accuratamente notizie troppo spiacevoli per esserti immediatamente annunciate, e che nella tua ingenua superficialità, credevi di esserti lasciato sfuggire? lo so per certo che il mio bisturi è orgoglioso di salvare delle vite umane, di asportare e tagliare via da queste, quei tumori che altrimenti le ucciderebbero devastandole orribilmente, ed alla fine dell’intervento, dopo aver ringraziato tutti i collaboratori, l’anestesista, la strumentista e gli infermieri, ringrazio lui, il protagonista, primo artefice del successo, ma in silenzio naturalmente, perché altrimenti mi prendereste per pazzo e non mi permettereste più di operare.

Lo stesso avviene al mattino, quando innanzi al guardaroba, giaccio, indeciso sull’abito da indossare e attendo che sia uno di questi a scegliermi, e non piuttosto io a scegliere lui, attendo di percepire la sua voce, flebile, perché essi parlano piano, timidamente, come tutte le cose, che mi sussurri, quasi mi bisbigli che oggi è il suo giorno, che oggi tocca a lui, di essermi vicino e confortarmi con la sua presenza ed il suo accogliente abbraccio.

Ma sempre, questo mi accade con i libri, con i quali vi è naturalmente un rapporto più personale, più intimo, superiore a quello che si stabilisce con molti esseri umani, più profondo e coinvolgente e legato a quanto essi mi danno e mi insegnano sempre. Essi sono amici fedelissimi, e quando la sera torno a casa, spesso stanco ed amareggiato dalle brutture della vita di fuori, sono felice di trovare sempre uno di loro ad accogliermi ed a consolarmi, attendendomi sul comodino.

Quando termino di leggerne uno, e sono imbarazzato nello sceglierne un altro, dalla mia biblioteca, cui affidare l’ingrato compito di farmi compagnia ed alleviare la tristezza delle mie ore di solitudine, non faccio altro che pararmi immobile davanti a questi schierati in bell’ordine come soldati, negli scaffali e attendo che uno mi chiami; allora sono certo di aver scelto quello giusto, di leggere il libro di cui avevo bisogno in quel preciso momento. È un metodo che non fallisce mai”.

Caro dottor S., ripenso spesso alle sue parole e la ricordo sempre nei momenti difficili della mia vita quando idealmente le chiedo lumi, ma la vedo al mio fianco, sempre, vicino a me, quando un libro mi chiama.

Credo che quelle famose sigarette “con il filtro”, di questo accessorio inspiegabilmente deprivate, prima di essere consumate in voluttuose boccate di fumo, quelle sigarette Nazionali, che lei orrendamente mutilava, asportando loro, inspiegabilmente per me, il filtro, prima di fumarle, si sono, alla fine vendicate, producendole quel cancro al polmone, che l’ha sottratta a noi; ma in fondo, e meno egoisticamente, penso, che forse abbiano avuto pietà di lei, sottraendola ad un mondo e ad una società che produce oggetti “usa e getta”, alla quale non si sarebbe mai adattato; proprio lei, che vedeva l’anima delle cose.

Ora nel rileggere queste righe, dimenticate in un cassetto, a distanza di tanti anni, ancora provo emozione e commozione ricordando quei tempi ormai lontani, ma sempre vividi e presenti nella mia memoria e nei miei affetti.

Ciò che egli mi ha donato, mi ha insegnato, in ambito professionale e non, in ambito umano è sempre con me, chiaro, netto ed evidente, ma forse del dono importantissimo, non mi resi conto sul momento, nel momento in cui mi fu consegnato, ma me ne rendo conto solo oggi, a distanza di anni dalla sua scomparsa: l’amore quasi religioso, la venerazione sacra nei confronti dei libri, i suoi compagni di vita più fedeli, più insostituibili, gli amici che non tradiscono mai, che sono sempre presenti quando hai bisogno, quando cerchi un conforto, quando desideri una parola che ti illumini il cammino, che ti sciolga un dubbio che ti assilla e che ti rende le notti insonni.

Egli che vedeva l’anima delle cose e le considerava esseri viventi e forse anche animati, capaci di vita propria e autonoma, di sentimenti, di emozioni, di tristezze profonde e gioie sublimi, considerava i libri, tra queste, primi inter pares, dotati di una vita e di una dignità superiore, capaci di una doppia, anzi tripla anima, quella loro propria, ma anche quella di chi li aveva scritti, donandoli a noi ed in ultimo quella di chi li aveva letti, possedendoli ed amandoli.

Per questo motivo e certo non per egoismo e desiderio di possesso, non imprestava mai i suoi libri, perché le anime non si confondessero, ma casomai li regalava, perché alle prime se ne aggiungesse un’altra, quella del fortunato destinatario del suo dono.

Con questo spirito, per questo motivo e con questa finalità, conoscendo la mia passione per Giuseppe Mazzini e la sua opera, mi donò un giorno la sua copia de I doveri dell’uomo, a sua volta donatagli dal padre, quando era adolescente.

Solo oggi, tardivamente, mi rendo conto della preziosità del dono e del profondo significato intrinseco in esso contenuto. Egli che del dovere aveva fatto una ragione di vita, mi donava il libro che meglio lo rappresentava, perché da questo imparassi. Un ideale passaggio del testimone, in un’ideale corsa, o meglio percorso a staffetta, nel quale ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte, a giocare il proprio ruolo, a compiere il proprio dovere, nei compiti che la vita gli assegna.

Assieme al libro, entro il libro una lettera, vergata a mano con la sua scrittura minuta che ben conoscevo, avendola vista tante volte, un suo messaggio, forse un suo testamento spirituale a me rivolto:

“Spesso, ahimè, si pensa a Giuseppe Mazzini, come ad un personaggio storico, lugubre, ascetico, poco pratico, sempre vestito di nero, artefice assieme ad altri del nostro Risorgimento e della nostra Unità d’Italia. Tutto ciò è senza dubbio vero, ma si farebbe un torto enorme alla sua memoria e al suo significato, se lo si relegasse nei libri di storia, nel capitolo Risorgimento.

La sua presenza, la sua importanza, la sua indispensabilità, nel cammino della umanità, va ben oltre, travalica ampiamente quanto, seppur vero, poc’anzi detto. Giuseppe Mazzini è presente e vivo tra noi, ogni qual volta si pronuncia la parola “dovere”, ogni qual volta questa magica parola, che spaventa e terrorizza per la sua enorme responsabilità, viene pronunciata da chiunque, grande o piccolo, adulto o bambino, importante o meno, ma tutti siamo, in fine, importanti comunque, ogni qual volta nella nostra coscienza, in silenzio, o a gran voce, sorge spontanea e imperiosa la domanda: “Qual è il mio dovere?”. E spesso stentiamo a dare una risposta. La gente pensa che sia difficile fare ciò che è giusto. Non è difficile fare quello che è giusto. Difficile è sapere, cosa è giusto fare. Quando si sa, cosa è giusto, è difficile non farlo”.

In questo, proprio in questo, consiste la grandissima attualità di Giuseppe Mazzini. Egli non ci rivela, non ci comunica, non ci impone cosa sia giusto. Egli ci insegna a ragionare su cosa sia giusto, ci insegna a sentire cosa sia giusto, ci suggerisce di trovare, col nostro libero pensiero, cosa sia giusto, in totale autonomia e nella solitudine di noi stessi. Ci consegna intera la responsabilità della risposta a questa domanda, a questo interrogativo.

Forse non aveva letto le opere di Giuseppe Mazzini, forse non le conosceva neppure, ma certamente aveva compreso, aveva deciso entro di sé, cosa fosse giusto, Salvo D’Acquisto e con lui tutti coloro i quali, postisi l’interrogativo di quale fosse il proprio dovere, lo hanno compiuto.

In una società quale quella attuale, in cui i principi di riferimento, gli ideali, sembrano, sono persi, in cui ognuno persegue il proprio bene materiale, incurante degli altri e dei propri doveri, in cui siamo accecati dalla sete di guadagno a tutti i costi, suona quasi anacronistico, ma indispensabile il motto di Giuseppe Mazzini in questo Libro che ti consegno e ti affido: “Ciascuno può legittimamente reclamare i propri diritti, solo nel momento in cui sia assolutamente sicuro di aver compiuto i propri doveri”.

 

Molte volte ho preso in mano questa lettera, molte volte in questi anni l’ho riletta, sempre con emozione e grande commozione, ogni qual volta la vita mi ha proposto l’interrogativo perentorio di cosa fosse giusto fare, di quale fosse il mio dovere.

Un ultimo pensiero, che oggi mi conforta, nel dolore sempre vivo per la sua scomparsa, mai assenza: in un mondo e in un’epoca che prospetta, che sogna, che preannuncia la scomparsa dei libri cartacei, con il loro profumo, le loro pagine ingiallite dal tempo, le loro copertine colorate, maneggiate dalle mani di tanti lettori, le dediche di chi li ha donati, pensando di barattarli, di sostituirli con asettici ed impersonali libri elettronici, lei dottor S. non sarebbe sopravvissuto al dolore, allo sdegno, alla delusione, allo sgomento, di non poter più accarezzare, con le sue mani preziose un libro vero, il suo libro, che in quel momento lo avesse “chiamato” per essere da lei letto.

Forse la morte è stata pietosa nell’averla sottratta, nell’averla risparmiata a questo dolore.

 
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista. 

Gisella Sevardi - Il fascinoso mondo di Gyula Krudy

Grandi aristocratici e solerti sarti, giornalisti e biscazzieri, contesse sdegnose e puttane romantiche: un’intera fauna umana senza gerarchie, ricchi e poveri, santi e mascalzoni. Riscopriamo (al di là diSandor Marai) un altro grande scrittore ungherese

Gisella Sevardi*

“Gli venne in mente una città della sua giovinezza, sul fondo di una valle e con i tetti rossi, dove un piccolo fiume limpido galoppava sui ciottoli variopinti sotto le arcate decrepite di un ponte bruno e Sinbad, dal parapetto del ponte, guardava trasognato le foreste azzurre che sonnecchiavano in lontananza… Era lì che Sinbad desiderava tornare ancora una volta prima di fumare l’ultima pipa sul vecchio tappeto, per vedere le lontane foreste azzurre e il fiume che seguiva indaffarato la sua strada sotto le pigre arcate del ponte…” (29).

Il passo è tratto da uno dei capolavori del romanziere Gyula Krudy, nato nel 1878 nell’Ungheria nordorientale, da una famiglia della piccola nobiltà. Terminati gli studi liceali all’età di 18 anni, il giovane Krudy decide di trasferirsi a Budapest per seguire la sua vocazione letteraria, contrariamente alla volontà della famiglia che sognava per lui una carriera giuridica. Ed è proprio in questa realtà del primo Novecento, in cui la capitale festeggiava i mille anni di regno dopo secoli di guerre perdute ed invasioni straniere, che l’artista dà sfogo alla sua genialità letteraria, senza però rimanere indifferente al richiamo dei circoli mondani di Budapest.

Frequentatore abituale di locali notturni, all’inizio si fa strada più come personaggio che come scrittore, vestendo i panni di quella gioventù bohèmienne già in voga nelle capitali artistiche e letterarie del periodo. I due matrimoni, le numerose amanti, le corse di cavalli, il gioco d’azzardo caratterizzano la sua vita, esperienze trasfuse nelle sue prime opere con forte passione, fino a fargli meritare l’appellativo di massimo cantore della belle époquemagiara. Tra i bagliori della mondanità si insinuano le ombre della sua infanzia, delle sue radici; figlio d’una passione impropria che aveva trascinato suo padre, nobile e avvocato, a sedurre una semplice contadina, dalla quale ebbe dieci figli già prima del matrimonio. Con tali premesse, non desta sorpresa la vena fortemente autobiografica della sua produzione letteraria.

Attraverso i libri parla di sé, si rivede nei tanti personaggi che rappresentano il suo alter ego: Sindbad, personaggio ricorrente nei diversi romanzi, quali Sindbad della gioventù (1911), I Viaggi di Sindbad (1912) eConversione di Sindbad (1925), ripercorre la sua vita, attraverso ricordi della sua giovinezza e delle sue avventure amorose. Il mondo che rappresenta è mitologico, fatto di sogni, fantasia e realtà che si mescolano in un’atmosfera misteriosa. Il filo conduttore degli episodi narrati è quello dell’ambiguità e dell’immaginazione; attraverso rappresentazioni e metafore, Krudy porta il lettore nel suo universo onirico, trattenendolo lungo il labile confine del desiderio e lo immerge nel cuore fatato della sua terra. Ed è proprio questa realtà ad essere ispirazione per un’opera cinematografica, dal titolo Szindbad, con la regia di Zoltan Huszarik (1971).

Il romanzo di 300 pagine, in cui Krudy racconta le storie di Sindbad, prende corpo, luci, suoni nel film realizzato dal regista Huszarik. A far da sfondo alle riprese, durate quasi 8 mesi, sono i paesaggi della Slovacchia, scenario ideale in grado di rievocare quel mondo che lo scrittore racconta nei suoi libri. I romanzi di Gyula non hanno trame, ma decine, centinaia di personaggi che vanno e vengono come carte nelle mani dell’indovino o come i capricci dell’inconscio che Freud sta esplorando nell’altra capitale dell’impero.

Attraverso grandi aristocratici e solerti sarti, giornalisti e biscazzieri, contesse sdegnose e puttane romantiche, Krudy racconta l’intera fauna umana senza gerarchie, ricchi e poveri, giovani e vecchi, santi e mascalzoni, tutti evanescenti come miraggi, tutti così somiglianti nei peccatucci e nei desideri proibiti sotto la crosta della rispettabilità.

Uno dei temi più ricorrenti che senz’altro lo affascina di più è quello dell’amore che scombina la vita, che spinge uomini e donne a cercarsi, tradirsi, bisbigliarsi finte promesse, tormentarsi di gelosia, in un eterno ritorno, talmente futile da essere l’unica cosa seria insieme alla morte. Tra i suoi capolavori non si può far a meno di citare uno dei più grandi romanzi di Gyula Krudy Il Girasole (1918) in cui si narra una storia di straordinaria potenza, composta con uno stile malinconico e allo stesso tempo incantato.

I protagonisti sono degli aristocratici in rovina, zingari, giocatori, mogli in preda alla follia. Al centro della scena, la giovane e dolce Evelin che, ossessionata dal ricordo del suo amore disperato, fugge dalla città di Pest e cerca riparo nella campagna della sua infanzia. Ed è proprio qui che la sua vita si intreccia al mondo sospeso di Andor Almos, alla realtà stregata di Malvina Maszkeradi, sorella e traditrice, e al passionale Fistoli, un vecchio nobile che insegue donne giovani e misteriose. Il suo bizzarro mondo popolato di ambientazioni mistiche e personaggi surreali lo ritroviamo in Il giorno delle donne, così tradotto e pubblicato proprio di recente in occasione delle festa delle donne, (in originale si intitolava Il Premio delle donne uscito nel 1919). Nel romanzo ci si imbatte in un susseguirsi di episodi che vedono coinvolto un impresario delle pompe funebri, perseguitato dal suo alter ego mascherato da demonio, con il nome di Sogno. Il personaggio verrà catapultato, poi, in un susseguirsi di vicende oniriche avvolte da una sottile ironia tragica. Sarà proprio lo sfondo di questa realtà a partecipare tristemente alla sua fine, una fine silenziosa, in cui lo scrittore ungherese si allontanerà in un lungo ed eterno viaggio.

29) Dalla raccolta di libri scritti tra il 1912 e il 1915 Sindbad, treni, slitte e tappeti volanti, 1993, Editore Biblioteca Il Vascello, Roma

*Dice di sé.
Gisella Sevardi. Legale di professione, speta in diritto d’autore, con un irriverente trascorso nella cronaca rosa, grazie alla collaborazione con una nota rivista di gossip. Tra gli innumerevoli sogni… quello di poter diventare, un giorno, una brava giornalista. 

COSTUME Michela Altoviti - Ma che cos’è, l’attimo fuggente?

Il tema della fugacità del tempo accompagna da sempre l’esistenza umana, diventando il leit- motiv di tanta poesia ed arte: a confronto la caducità contro l’eternità, attraverso l’opera di Orazio, Daguerre, Pasternak, Doisneau, senza dimenticare Lorenzo il Magnifico, Watteau e Wilder…

Michela Altoviti*

“Voler fissare visioni fuggitive confina con il sacrilegio”. Questo il giudizio della Chiesa all’alba dell’invenzione della fotografia. Siamo a Parigi, è il 6 gennaio 1839, all’accademia delle Scienze viene annunciata la scoperta di Daguerre. “Voler fissare visioni fuggitive, non soltanto è una cosa impossibile, come hanno dimostrato esperimenti assai seri, ma confina con il sacrilegio. Dio ha creato l’uomo a propria immagine e nessuna macchina umana può fissare l’immagine di Dio. Egli dovrebbe tradire improvvisamente i suoi principi per permettere che un francese lanciasse nel mondo un’invenzione così diabolica”. E anche il mondo della cultura in genere tacciò la fotografia di inferiorità rispetto alla pittura.

Poteva uno strumento tecnico esprimere una sensazione individuale? Forse no, o forse non esiste risposta. Di certo ogni singolo scatto ha avuto, ed ha tutt’oggi, il potere di fermare il tempo, e fermare il tempo è da sempre uno dei sogni titanici dell’uomo: arrestare l’inesorabile panta rei delle cose, trovare soluzione alla caducità delle cose, renderle in qualche modo immortali ed esorcizzare così la paura della morte: ciò che solo un Dio potrebbe fare, o un fotografo particolarmente dotato, appunto. Non tanto lo scatto compiuto, l’immagine finita e stampata, quanto il gesto spontaneo o studiato, quel click evanescente diviene il mezzo per cogliere l’attimo fuggente, strumento per attuare la filosofia saggia e antica del carpe diem.

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Nel 1989 esce nelle sale uno di quei film destinati a divenire pietra miliare nella storia del cinema e pellicola del cuore per molti: “L’attimo fuggente”, del regista Peter Weir e con un intenso Robin Williams quale protagonista. Ambientato negli Stati Uniti nel 1959, racconta del professor John Keating, insegnante di lettere, trasferito nel severo e tradizionalista collegio maschile “Welton”. Fin dal primo contatto con i giovani allievi traspare il suo originale e innovativo metodo di insegnamento, ma anche il suo approccio colloquiale e spontaneo; la sua prima lezione è in un’esortazione ai ragazzi a trovare la propria strada, a realizzare i propri sogni prima che il tempo possa tarpare le loro ali, bloccando il loro volo. Keating insegnerà ad un gruppo di 17enni a librarsi al di fuori dei rigidi schemi di un grigio edificio, a tentare, a rischiare per poterne essere poi fieri.

Tra lezioni all’aria aperta e calci ad un pallone recitando versi di Whitman, quei ragazzi scopriranno qualcosa che rimarrà impressa in loro per tutto il resto della loro esistenza e che la renderà migliore, più intensa, più piena. Il monito dell’insegnate ai suoi alunni è un monito per ciascuno spettatore; non è un semplice richiamo a nozioni di una certa cultura classica latina e greca, ma un tributo alla pienezza della vita quando essa sia assaporata davvero, quando se ne succhi tutto il midollo, come si recita nel film, quando, come afferma sempre il protagonista, si scelga di sbaragliare tutto ciò che non è vita per non scoprire in punto di morte, di non essere vissuti.

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“Viviamo per vivere, non per prepararci a vivere”. Le parole illuminanti sono di Jurij Zivago, protagonista dell’opera dello scrittore russo Boris Leonodovic Pasternak, pubblicata in anteprima mondiale in Italia nel 1957 dalla casa editrice Feltrinelli. In Russia andò alle stampe solo nel 1988 perché a lungo osteggiata dal regime comunista. Grazie al suo unico romanzo, l’autore meritò il premio Nobel per la letteratura pochi anni prima della sua morte, che però non poté mai ritirare per l’opposizione del governo. “Il dottor Zivago” non è un libro politico, come fu detto, e la presa di posizione dell’Unione degli Scrittori, che arrivò a definire il romanzo “controrivoluzionario”, è da ritenersi erronea. Pasternak ha saputo rappresentare un uomo, come molti, che ha tentato invano di conquistare la propria libertà, per poter dare vita alle proprie sensazioni, ai propri pensieri. Il romanzo finisce con l’essere religioso: non nel senso, però, di adesione ad una religione positiva, ma ad una presa di coscienza del rapporto che lega l’uomo e il mondo, l’immanente e il trascendente, il cotidie e il semper.

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Nel 1950 viene commissionato al fotografo Robert Doisneau un reportage sugli innamorati a Parigi. In quell’occasione egli realizza “Le baiser de l’Hôtel de Ville”, la sua opera più conosciuta; la foto rappresenta una coppia di ragazzi che si baciano, lungo le caotiche vie di Parigi. Avrà una risonanza mondiale e diventerà il simbolo dell’amore romantico perché viene presentata come “un’istantanea colta al volo, un attimo fuggente pieno di magia catturato casualmente dall’abilità del fotografo”.

Nonostante la sua indiscutibile bellezza, l’immagine appare debitrice della sua fama al solo fatto di essere rubata: non sembra esserci, infatti, né volontà dei soggetti di mettersi in posa, né del fotografo di aver calibrato e studiato l’angolazione migliore: è stato il caso, un fortunato qui ed ora a bloccare l’attimo fuggente, a fermare il tempo e a suggellare il fascino di questo scatto. Sarà lo stesso autore, decenni dopo, a svelare invece l’inganno: la scena era completamente costruita. E tuttavia, per quanto sia stata definita bugiarda, falsificata, manieristica, esagerata e melensa, la foto è comunque perfetta per l’equilibrio, per la grafica e per la sensibilità nella scelta del soggetto e della volontà della resa finale.

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Thornton Wilder vinse il premio Pulitzer per il teatro nel 1938 con l’opera “Our Town” (Piccola città). Con queste parole egli definì la sua commedia:

“La piccola città non vuole essere il quadro della vita in una comunità del New Hampshire, né un’ipotesi sulle condizioni di esistenza dopo la morte (quello è semplicemente un elemento che ho preso dal Purgatorio di Dante). È il tentativo di trovare un valore supremo per tutti i piccoli eventi della nostra vita quotidiana. È una pretesa, una rivendicazione, cui ho cercato di dare la massima assurdità possibile, mettendo la cittadina sullo sfondo delle sterminate dimensioni del tempo e dello spazio”.

Nell’opera, specie nel terzo atto, Wilder descrive, infatti, il senso della vita che scorre in maniera monotona ed immutabile, in una, appunto piccola, cittadina. Protagonista è Emily, della quale si narra la vicenda dalla giovinezza alla morte di parto, passando attraverso le fasi dell’innamoramento e gli anni felici del matrimonio.

Una volta morta, Emily impersona la memoria e la nostalgia per ciò che è stato: ottiene dall’aldilà il permesso di rivivere una sua giornata terrena, e lei sceglie il giorno del suo dodicesimo compleanno. Amara e commovente la consapevolezza con cui riflette una volta giunta al termine delle 24 ore regalate: “Accadeva tutto questo, tutte queste cose, e noi le vivevamo senza neanche accorgersene! Ah, riportatemi lassù, sulla collina, nella mia tomba. C’è nessuno, nessun essere umano che sappia quello che sta vivendo mentre lo vive? Nessuno?” Il regista, che è poi il narratore della vicenda, risponde perentorio: “No!” e dopo una pausa aggiunge, quasi a voler aprire uno spiraglio di speranza: “I santi e i poeti forse, forse un poco…”.

Tornata al cimitero sulla collina un vecchio, anch’esso defunto, svela ad Emily il segreto semplice ma quasi impalpabile dell’esistenza: “Adesso lo sai! Ecco cosa significa essere vivi. Aggirarsi in una nuvola d’ignoranza; andare attorno calpestando i sentimenti di quelli, di quelli che avete vicino…Sprecare il tempo, buttarlo via come se gli anni da vivere fossero milioni!”

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Consultando i manuali di storia dell’arte è facile trovare una definizione di Impressionismo: un movimento pittorico che nasce intorno al 1860 a Parigi. Deriva direttamente dal realismo e come quest’ultimo si interessa soprattutto della rappresentazione della realtà quotidiana. Ma, per contro, non ne condivide l’impegno ideologico o politico: non si occupa dei problemi ma solo dei lati gradevoli della società del tempo.

La grande rivoluzione dell’Impressionismo è soprattutto la tecnica, anche se molta della sua fortuna presso il grande pubblico deriva dalla sua poetica, dall’ispirazione di fondo. La scelta dei pittori impressionisti fu quella di rappresentare la realtà cogliendone le impressioni proprie del singolo momento, e ciò comportò l’esaltazione, da parte di questo stile, della sensazione dell’attimo fuggente. Secondo i pittori impressionisti la realtà muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante, le cose si muovono: la visione di un momento è già diversa nel momento successivo. Parmenide è palesemente qui recuperato con il suo tutto scorre.

Nella pittura impressionista le immagini trasmettono, infatti, sempre una sensazione di mobilità. L’attimo fuggente della pittura impressionista non è il momento statico e da immortalare, significativamente, della pittura neoclassica o romantica: l’attimo fuggente non ha nulla a che fare con le vicende, esso coglie le sensazioni e le emozioni. E le impressioni rappresentate, quasi afferrate, dagli artisti di questo movimento, sono sempre sensazioni felici e positive. L’Impressionismo, per la prima volta dopo la scomparsa della pittura rococò, si allontana da ciò che è tragedia o dramma e rappresenta un mondo felice e gioioso.

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Sarà sempre necessario ricorrere ad un manuale per dare una giusta definizione del movimento artistico denominato Rococò e per delinearne i tratti essenziali: “Ciò che più caratterizza questo stile ornamentale sviluppatosi in Francia nella prima metà del Settecento come evoluzione del tardo-barocco, è l’uso dell’attimo fuggente. L’immagine non vuole raccontare una storia, quanto rappresentare un’emozione”.

Il pittore che inaugura questo genere è il francese Jean-Antoine Watteau. Le sensazioni o emozioni cui si fa riferimento sono quelle derivate da collocazioni spazio-temporali precise: ambientazioni tipiche sono notturni in riva ad un lago, boschi ombreggiati che regalano le condizioni ideali per una piacevole convivialità. Queste sensazioni sono per lo più di carattere mondano: raffigurano l’ozio degli aristocratici.

Feste, balletti, concerti, spettacoli, pranzi all’aperto, battute di caccia, momenti di corteggiamento, sono questi i soggetti che più frequentemente si trovano nei quadri rococò. Più volte compaiono anche rovine di edifici antichi come frammenti architettonici, statue, pezzi di colonne: il resto antico ha sempre il suo fascino, esso è la testimonianza di una grandezza passata ed è elemento di raccordo tra un passato lontano ed un presente che si volge indietro conscio dello scorrere del tempo. Natura e rovine finiscono in tal modo per rappresentare simbolicamente l’eternità e la fugacità: la natura, quasi sembra di sentire un’eco leopardiana, non teme il passare del tempo, mentre le rovine danno voce alla transitorietà delle cose umane.

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La “Canzone di Bacco e Arianna”, celebre componimento carnevalesco di Lorenzo il Magnifico, è emblema della forma mentis rinascimentale.

Il tema centrale che vi si sviluppa è senza dubbio la fugacità e la necessità di immortalare il presente, cogliendo fino in fondo il senso autentico dell’esperienza, della bellezza, del piacere. Una rilettura dell’orazianocarpe diem, con una maggiore attenzione alla componente estetico-edonistica e al tema della giovinezza.

Ciò che si teme e che viene sentito come avversità è il futuro ignoto e spaventevole, portatore di incertezza. Come è ovvio, la valorizzazione esclusiva del presente, porta a riservare minore rilevanza all’idea di trascendenza. L’arte rinascimentale rifletté, infatti, una secolarizzazione dei canoni estetici, cui corrispondeva un movimento di profonda laicizzazione in ambito filosofico e culturale. Il tema della fugacità del tempo diventerà non a caso un leit-motiv di tanta poesia ed arte contemporanee: primario è il momento caduco e contingente rispetto all’eternità infinita; centrale l’elemento terreno, meno rilevante il tema del divino. Tutto ha senso solo hic et nunc.

“Chi vuol esser lieto, sia

di doman non c’è certezza”.

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Spesso associato ad un banale opportunismo o ad un superficiale edonismo, il carpe diem oraziano mira invece ad affermare l’impossibilità, per l’uomo, di conoscere e combattere il futuro. Solo sul presente egli può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi il suo agire: non può che cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro.

La locuzione tratta dalle Odi (Odi 1, 11, 8) viene solitamente citata in questa forma tronca, sarebbe tuttavia più corretto completarla con il seguito del verso oraziano: quam minimum credula postero (“confidando il meno possibile nel domani”). Tale concezione della vita e del tempo, famosissima, è legata al poeta latino e alla straordinaria efficacia con cui l’ha espressa e tuttavia egli è debitore nei confronti di Alceo: lo spunto iniziale viene senza dubbio da uno dei frammenti del poeta greco ma poi la descrizione dell’impressione di un momento di vita, Orazio la assurge a simbolo e ad oggetto di riflessione.

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Dice Wikipedia alla voce “kairÒ&”:

Parola che nell’antica Grecia significa “momento giusto o opportuno” o “tempo di Dio”. Gli antichi greci avevano due parole per il tempo: kronos e kairòs. Mentre la prima si riferisce al tempo logico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade. Ciò che è la cosa speciale dipende da chi usa la parola. Chi usa la parola definisce la cosa, l’essere della cosa. Chi definisce la cosa speciale definisce l’essere speciale della cosa. Mentre kronos è quantitativo, kairosha una natura qualitativa. Nella lotta tra kairòs e kronoskairòs è sempre perdente.

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Deriva da un’antichissima pratica meditativa dal nome vipassana, risalente a Buddha, la mindfulness ossia una pratica psicologica utilizzata per il trattamento di molti disturbi e problemi di salute. La definizione più efficace del termine è da attribuire a Jon Kabat-Zinn, pioniere delle applicazioni della mindfulness alla psicoterapia e alla medicina, ed è la seguente: prestare deliberata attenzione in modo non giudicante al momento presente.

L’attenzione al presente – si legge nel sito dell’associazione – svolge, infatti, molte funzioni: rende la propria vita più intensa, profonda e vera, fornisce una modalità di stabilizzazione che consente di sganciarsi da contenuti mentali distruttivi, ruminativi e tossici, e consente inoltre di ancorarsi saldamente ad un elemento concreto della propria esperienza per osservare ed esplorare i propri contenuti mentali senza perdersi in essi.

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Amare la vita non significa forse godersela appieno? Non equivale a carpere il famoso diem? Essere proiettati troppo in avanti, o rimanere arenati nei ricordi del passato, temo sia il modo migliore per contraddire il motto latino. Ambire a traguardi collocati nel futuro o rimpiangere successi ottenuti nel passato, è non-vivere.

Il traguardo può essere tanto una vittoria quanto una sconfitta, il maratoneta, l’atleta, il ciclista o motociclista, e qualsiasi altro campione lo superi, è arrivato. Che poi lo faccia con le lacrime agli occhi per la soddisfazione o la delusione è altro, il punto è che ha concluso la corsa e sta per trarne le conseguenze, sta per esultare dei sacrifici, sta per recriminarsi per lo scarso impegno, sta per rammaricarsi delle condizioni non favorevoli, ma sta tagliando quel traguardo e in quel traguardo sta concludendo l’allenamento che è stato preclusivo e finalizzato unicamente a quel momento.

Potrebbe anche stare per arrivare al traguardo e, soddisfatto per una vittoria, ma anche deluso per una sconfitta, essere desideroso di riprovarci, questo è umano e possibile, certamente.

Però ogni gara è unica e il podio calcato alla prossima occasione non avrà mai e non potrà mai avere lo stesso sapore di un premio conquistato o non conquistato in precedenza.

 
*Dice di sé.
Michela Altoviti. Vede oltre ciò che guarda e scorge oltre ciò che trova. Scrive perchè ritiene che ogni manifestazione del pensiero sia non tanto un modo per trovare risposte quanto per condividere le domande. Scrive per curare il livello di saturità cui le pare di pervenire per le troppe idee e sensazioni. A volte crede che solo il silenzio dovrebbe essere partorito. 

ANDREA CAMILLERI

Nel mercato italiano c’è bisogno di sfornare libri che

abbiano acquirenti e lettori. Giova all’intero settore,

anche perché da noi si legge poco. E avere tanti lettori

non vuol dire necessariamente abbassare il livello.

(Da “Intervista a cura di Renzo Raffaelli”, 2005)


BRUNO VESPA
Il fatto che i miei libri abbiano successo dà fastidio

ai miei colleghi.

Scrivere va bene, ma vendere è insopportabile.

(Da “Corsera Magazine”, 2005)


 

SOCIETÀ Elisabetta Galletti - Rania, a grande maggioranza, è la più bella dell’Attimo

In un mondo in cui la monarchia sembra non essere più di moda, ci sono donne che per bellezza, fascino e personalità dominano la scena politica mondiale: la regina di Giordania, però, vince su tutte. Secondo un sondaggio presso i lettori della nostra rivista

Elisabetta Galletti*

Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del ­ reame? Questa la domanda che la regina, matrigna della dolce Biancaneve, poneva al suo specchio magico ogni qual volta si rimirava in quella lucida superficie. E lo specchio, sappiamo, ­ rispondeva confortandola dell’unicità della sua bellezza.

Era il 1812 quando i fratelli Grimm pubblicarono la prima edizione di questa favola popolare e mai avrebbero immaginato che nei duecento anni trascorsi da allora quella frase avrebbe ­ acquisito un valore evocativo così potente.

Sebbene, infatti, oggi regine e principesse non facciano più parte del tessuto sociale come all’epoca della storia, bisogna comunque ammettere che le poche monarchie ancora esistenti riescono ad esercitare un enorme potere sull’immaginario collettivo e così tutte le vicende legate alle famiglie reali, ai loro principi, alle loro principesse vengono messe sotto la lente di ingrandimento, diventando oggetto di articoli, trasmissioni televisive e libri.

Proprio in virtù di un tale interesse, abbiamo chiesto ai lettori della nostra rivista di scegliere tra le dieci donne più famose del mondo aristocratico chi fosse, a parer loro, quella dotata di maggior fascino, bellezza e personalità. Scelta, lo confessiamo subito, non semplice, perché come avrete modo di verificare dalle brevi schede anagrafiche che accompagnano ciascuna di loro, sembra proprio che fascino, bellezza e personalità siano, sempre più, i tratti caratteristici di ciascuna di queste moderne principesse e regine.

Bisogna specificare che nell’elenco dei nomi proposti sono state accomunate principesse come Carolina di Monaco, che hanno sangue blu per discendenza diretta, a quelle che, come Letizia Ortiz Rocasolano, provengono dalla borghesia ed hanno acquisito il titolo nobiliare perché consorti di principi ereditari.

Come anticipavamo, per ognuna di loro, abbiamo sintetizzato in una scheda, le informazioni principali, corredandole con qualche notizia più intrigante: abbiamo scoperto così che Vittoria di Svezia, lo scorso 19 giugno, nella stessa cattedrale e lo stesso giorno del matrimonio dei genitori (il re Gustavo e la regina Silvia) ha sposato il suo personal trainer Daniel Westling; che Mozah bint Nasser Al Missned, seconda moglie dell’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani, è per la rivista Forbes la settantanovesima donna più potente al mondo; che Rania di Giordania è una tech-regina, che spinta anche da una grande passione, ha compreso il grande valore che oggi hanno Internet e i social network; che la foto di un nudo di Letizia Ortiz, principessa delle Asturie, sarebbe stata utilizzata per la copertina di un cd in Messico e, infine, che Mary Elizabeth Donaldson, principessa di Danimarca, è la prima donna australiana a ricevere un titolo regale.

A quale di queste lo specchio magico dei lettori dell’Attimo fuggente avrà assegnato lo scettro della più bella? Ecco la classifica:

 

1.   Rania al-Abd Allah, regina di Giordania.

2.   Letizia Ortiz Rocasolano, principessa delle Asturie, Spagna.

3.   Sheikha Mozah bint Nasser Al Missned, regina del Qatar.

4.   Mathilde d’Udekem d’Acoz, principessa del Belgio e duchessa del Brabante.

5.   Mette-Marit Tjessem Høiby, principessa di Norvegia.

6.   Carolina Luisa Margherita Grimaldi, principessa di Hannover e principessa ereditaria di Monaco.

7.   Máxima Zorreguieta Stefanini Cerruti, principessa dei Paesi Bassi e di Orange-Nassau.

8.   Vittoria di Svezia, duchessa di Vastergotland.

9.   Mary Elizabeth Donaldson, principessa ereditaria di Danimarca.

10.   Camilla Rosemary Shand, duchessa di Cornovaglia, Regno Unito.

Rania al-Abd Allah

È nata a Kuwait city il 31 agosto 1970.

Entrambi i genitori sono palestinesi. Dopo un regolare percorso di studi, si laurea in gestione di impresa all’università americana de Il Cairo. Lavora per poco più di un anno alla City Bank per essere poi assunto presso la sede giordana della Apple computer.

Nel 1993 incontra, per caso, ad una cena il principe Abd Allah ibn al-Husayn, che ha sempre dichiarato di essersi innamorato di Rania sin da quella prima sera. Infatti, dopo soli due mesi la coppia annuncia il proprio fidanzamento e nel giugno dello stesso anno si sposa.

La nonna del principe Abd Allah, quando le viene presentata Rania, le dice: “Tu sei un diamante da aggiungere alla dinastia hascemita”.

Nel 1999, anno in cui Abd Allah ibn al-Husayn ascende al trono, Rania assume il titolo di regina di Giordania.

Nel 2005, la rivista inglese Harpers and Queens qualifica Rania come una delle più belle regine del secolo. Appassionata di moda, gli stilisti italiani Prada, Armani, Fendi figurano tra i suoi preferiti. Anche per il recente matrimonio di Vittoria di Svezia, Rania ha sfoggiato un bellissimo Armani privè di seta color viola intenso.

Altra passione di Rania è la tecnologia, tanto da farle meritare il titolo di tech-regina: gestisce, infatti, un sito internet tutto suo www.queenrania.jo ed è un’assidua utilizzatrice di social network come facebook e twitter. Il suo obiettivo è quello di dare al mondo un’idea diversa del mondo arabo-musulmano ed allo stesso tempo of­ frire al suo popolo delle reali ­ opportunità di crescita.

La coppia reale giordana ha quattro figli: il principe ­ Husayn, erede al trono (1994), la principessa Iman (1996), la principessa Salma (2000) e il principe Hashim (2005).

Letizia Ortiz Rocasolano

È nata il 15 settembre 1972 ad Oviedo, città della Spagna nord-occidentale capoluogo del principato delle Asturie; la madre è un’infermiera ed il nonno un tassista.

Si è diplomata in scienze dell’informazione- giornalismo, all’università di Madrid, approfondendo successivamente i suoi studi universitari in Messico. Secondo indiscrezioni, in Messico, avrebbe posato nuda per un pittore e questo ritratto sarebbe stato utilizzato come copertina di un disco.

Dopo la laurea inizia la sua carriera come giornalista e anchor-women della televisione spagnola, collaborando con importanti testate giornalistiche.

In seguito al primo matrimonio civile, durato un solo anno, con il suo professore di letteratura all’università, si fidanza -con annuncio ufficiale della casa reale nel 2003- con il principe, e futuro erede al trono di Spagna, Filippo di Borbone.

Dopo aver firmato un accordo prematrimoniale in cui in caso di separazione rinuncerà al titolo nobiliare, ai beni patrimoniali, ai gioielli e ai figli, il 22 maggio del 2004, nella cattedrale madrilegna di Nostra Signora de la Almudena, Letizia convola a nozze con il Principe di Spagna Felipe di Borbone.

Dal matrimonio nascono due figlie, Leonor (2004) e Sofia (2007).

Letizia Ortiz da buona spagnola nelle occasioni ufficiali sceglie abiti di stilisti nazionali come Felipe Varela o Lorenzo Caprile.

Il suo attuale titolo nobiliare è principessa delle Asturie.

Sheikha Mozah bint Nasser Al Missned

È nata nel 1959 ed è la seconda delle tre mogli dello sceicco Hamad Bin Khalifa Al Thani, Emiro dello stato del Qatar. Sposa lo sceicco all’età di diciotto anni, mentre frequentava l’università del Qatar dove si laurea in sociologia.

Diversamente da altre regine consorti del Medio Oriente, Sheikha Mozah ha un ruolo di primo piano nella vita politica e sociale del proprio Paese ed è coinvolta personalmente nel governo. È una sostenitrice della Città dell’istruzione, progetto specifico della Fondazione del Qatar per lo sviluppo dell’istruzione e della scienza e del canale di Al Jazeera specifico per l’infanzia.

La rivista Forbes la inserisce al 79° posto tra le cento donne più potenti del mondo.

Ha sette figli, cinque maschi e due femmine: Sheikh Tamim Bin Hamad Al Thani, principe ereditario, Jassim bin Hamad bin Khalifa Al-Thani, Joaan bin Hamad bin Khalifa Al-Thani, Khalifa bin Hamad bin Khalifa Al-Thani, Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al-Thani, Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani, Hind bint Hamad bin Khalifa Al-Thani.

Ha un sito personale www.mozahbintnasser.qa, nel quale illustra tutte le attività che svolge e sponsorizza. Il messaggio, in inglese, che accoglie il visitatore è il seguente: “Vogliamo che il nostro popolo possa mettersi in gioco per il proprio paese, e stiamo lavorando per assicurare che futuri leader del Qatar provengano da questa generazione”.

Mathilde d’Udekem d’Acoz

È nata il 20 gennaio 1973 a Uccle, una delle diciannove municipalità della regione di Bruxelles. Sebbene il nonno ed uno zio fossero baroni, lei e suo padre sono membri della nobiltà, ma privi di titolo.

Dopo gli studi superiori ha frequentato l’istituto Libre Marie Haps dove si è specializzata nella terapia della parola ed in seguito si è anche laureata in psicologia all’università cattolica di Louvian. In entrambi i casi ha meritato la lode.

Parla correntemente francese, tedesco, inglese e italiano.

L’annuncio del suo fidanzamento con Filippo, principe ereditario del Belgio, che precedentemente non si era legato a nessuna donna in maniera ufficiale, ha sorpreso non poco il paese. Il 4 dicembre 1999 la coppia si sposa nella cattedrale di San Michele. Il velo del suo vestito era lo stesso che Paola di Belgio, mamma di Filippo, indossò in giorno delle sue nozze.

La coppia ha quattro figli: la principessa Elisabetta Teresa Maria Elena, nata il 25 ottobre 2001, che potrà essere un giorno la prima regina dei Belgi, il principe Gabriele Baldovino Carlo Maria, nato il 20 agosto 2003, il principe Emanuele Leopoldo Gulglielmo Francesco Maria, nato il 4 ottobre 2005 e la principessa Eleonora Fabiola Vittoria Anna Maria, nata il 16 aprile 2008.

La principessa Mathilde è la madrina di due principesse: la principessa Alessia dei Paesi Bassi e la principessa Isabella di Danimarca.

Il suo titolo nobiliare è principessa del Belgio e duchessa del Brabante.

Mette-Marit Tjessem Høiby

È nata il 19 agosto 1973 a Kristiansand, città sulla costa meridionale della Norvegia.

Il suo percorso di studentessa, come da lei più volte riconosciuto, non è stato esattamente esemplare, avendo più volte interrotto il suo corso di studi.

Figlia di una famiglia borghese, suo padre è un giornalista piuttosto famoso, sua madre un’impiegata di banca, conosce il principe Haakon di Norvegia al Quart Festival, la manifestazione rock più famosa della Norvegia. Dopo circa un anno è annunciato il loro fidanzamento.

Nonostante la liberalità professata da molti norvegesi, la scelta del principe è considerata inappropriata per il passato non proprio limpido della futura principessa. Mette-Marit ha, infatti, avuto una relazione con Morten Borg, legato agli ambienti della droga, dal quale ha avuto il suo primo figlio Marius Borg. A quell’epoca, per sua stessa ammissione, anche la principessa ha fatto uso di stupefacenti.

La coppia si sposa il 25 agosto 2001 nella cattedrale di Oslo. Con il matrimonio Mette Merit acquisisce il titolo di Sua altezza reale e principessa Mette Merit di Norvegia.

Con il principe Haakon ha avuto due figli: la principessa Ingrid Alexandra, nata il 21 gennaio 2004, che grazie ad una riforma costituzionale che ha ammesso la successione in linea femminile, è la seconda in linea di successione al trono. Se accadesse, sarebbe la prima regina di Norvegia dopo Margherita I; e il principe Sverre Magnus, nato il 3 dicembre 2005.

Carolina Luisa Margherita Grimaldi

È nata nel Principato di Monaco il 23 gennaio 1957, primogenita del principe Ranieri III di Monaco e dell’ex attrice statunitense Grace Kelly.

Studia a Parigi dove dopo il baccalaureato si iscrive alla Sorbona: qui si laurea in filosofia. Parla correntemente cinque lingue: francese, inglese, tedesco, italiano e spagnolo.

Vita sentimentale burrascosa: nel 1978 sposa Philippe Junot, un banchiere parigino dal quale divorzia solo due anni dopo. Per questo matrimonio chiederà ed otterrà l’annullamento dalla Sacra Rota nel 1992.

Nel 1983 sposa Stefano Casiraghi, giovane rampollo di una ricca famiglia lombarda. Dal matrimonio nasceranno tre figli: Andrea Albert Pierre Casiraghi (1984), Charlotte Marie Pomeline Casiraghi (1986), Pierre Rainier Stefano Casiraghi (1987). Stefano Casiraghi muore in un tragico incidente nautico durante il Gran Premio di Montecarlo di Offshore del 1990.

Da quell’anno la principessa Caroline inizia a frequentare l’attore Vincent Lindon, al quale rimarrà legata fino al 1995.

Nel 1999 conosce e sposa Ernesto Augusto Principe di Hannover. Per autorizzare questo matrimonio la Regina di Inghilterra, Elisabetta II promulgherà un Order council: in virtù di una legge del 1701, infatti, il principe di Hannover, protestante, sposando una principessa cattolica rinuncia ai suoi diritti di successione al trono britannico. La coppia avrà solo una figlia: Alexandra Charlotte Ulrike Maryam Virginia di Hannover.

Matrimonio segnato da alti e bassi, pare arrivato in dirittura d’arrivo per alcune foto del principe di Hannover con una giovane ragazza sulle spiagge di Phuket.

La famiglia reale di Monaco è seconda solo alla famiglia reale inglese per la quantità di articoli apparsi sui giornali di gossip.

Il titolo nobiliare di Carolina è Sua altezza reale principessa di Hannover e principessa ereditaria di Monaco.

Máxima Zorreguieta Stefanini Cerruti

È nata a Buenos Aires il 17 maggio 1971.

Figlia di Jorge Horacio Zorreguieta Stefanini, ex politico argentino, sottosegretario all’agricoltura sotto il governo del dittatore Jorge Rafael Videla Redondo.

Laureatasi in economia all’università Cattolica di Argentina nel 1995, ha lavorato poi come investitore finanziario finanza sia in Europa sia negli Stati Uniti.

Conosce il principe Guglielmo Alessandro dei Paesi Bassi in Spagna, durante la Feria de abril de Sevilla, un’importante manifestazione nella quale persone provenienti dal tutto il mondo indossano i tradizionali costumi andalusi. In un’intervista ha poi dichiarato che il principe si presentò a lei soltanto come Alessandro, e che quando le rivelò di essere un principe pensò la stesse prendendo in giro.

Nei Paesi Bassi la notizia del fidanzamento dei due non è accolta di buon grado, proprio per la posizione del padre di lei. Ma il Parlamento olandese darà l’approvazione al matrimonio (necessaria perché il principe ereditario Guglielmo Alessandro possa aspirare al trono) che sarà celebrato il 2 febbraio 2002 ad Amsterdam. L’unica condizione è che il padre di lei non partecipi alle nozze. In segno di solidarietà anche la madre di Máxima non sarà presente.

Máxima rimarrà legata alla religione cattolica, ma accetterà di allevare i propri figli secondo gli insegnamenti protestanti. La coppia ha tre figlie: Caterina, nata il 7 dicembre 2003, seconda nella linea di successione al trono olandese, Alexia, nata il 26 giugno 2005 e Ariane, nata il 10 aprile 2007.

Il suo titolo nobiliare è principessa Maxima dei Paesi Bassi e di Orange-Nassau.

Vittoria di Svezia

È nata a Stoccolma il 14 luglio 1977.

Il suo nome per intero è Victoria Ingrid Alice Désirée. Se ascenderà al trono, come ci si aspetta, sarà la quarta regina svedese regnante dopo le regine Margaret, Christina e Ulrika Eleonora.

Primogenita del re Carlo Gustavo e della regina Silvia, per lei il Parlamento svedese ha dovuto modificare l’Atto di successione equiparando la primogenitura femminile a quella maschile, motivo per il quale Vittoria è, nel mondo, la prima donna erede al trono. Attraverso la linea paterna, inoltre, Vittoria è la 196° in ordine di successione per il trono inglese.

Dopo le scuole superiori ha studiato per un anno a Parigi e dopo aver seguito un programma speciale al Parlamento svedese ha seguito diversi corsi all’università di Yale. A questi sono seguiti diversi anni di studio, tra Stoccolma, Parigi, Berlino, tutti finalizzati ad una conoscenza degli ambienti politici, economici e diplomatici con i quali la futura regina dovrà confrontarsi.

Molto schiva nella vita privata, nel 1996 ha conquistato le prime pagine di diversi giornali di gossip per un grave problema legato all’anoressia. Sul fronte sentimentale le sono attribuiti solo due fidanzati ufficiali: Daniel Collert e Daniel Westling.

Victoria ha sposato quest’ultimo, suo personal trainer, il 19 giugno 2010 nella cattedrale di Stoccolma, stessa e chiesa e stesso giorno in cui si sposarono i genitori re Gustavo e la regina Silvia. Più di mille sono stati gli invitati, tra i quali 16 capi di Stato e numerose famiglie reali. Si calcola che per la cerimonia, alla quale erano presenti anche duemila fotografi accreditati, siano stati spesi due milioni e mezzo di euro, parte dei quali provenienti da soldi pubblici.

L’attuale titolo nobiliare di Vittoria è duchessa di Vastergotland.

Mary Elizabeth Donaldson

È nata ad Hobart, capitale della Tasmania, il 5 febbraio 1972.

Dopo un regolare percorso di studi, Mary si laurea nel 1994 all’Università di Tasmania in commercio e legge. In seguito si trasferirà a Melbourne dove lavorerà in diverse società di marketing.

Mary Elizabeth conosce Federico principe di Danimarca nel 2000, in un bar durante i giochi olimpici. La loro relazione sarà fatta, data la distanza che li separa, di lunghe telefonate, email, lettere e visite in gran segreto del principe Federico in Australia.

Nel 2003 la Regina Margherita dichiara al Consiglio di Stato l’intenzione di dare il proprio consenso al matrimonio del figlio con Mary Elizabeth. Il matrimonio sarà celebrato il 14 maggio 2004 nella cattedrale di Copenhagen.

Il Parlamento danese, per ammettere una straniera nella famiglia reale, promulga una legge speciale che porta il nome di Legge Mary proprio per conferire all’australiana la cittadinanza danese.

È certo che la Donaldson abbia firmato un contratto prematrimoniale, i cui dettagli però non sono stati mai resi pubblici.

La principessa ereditaria Mary è madre del principe Christian, nato il 15 ottobre 2005, e della principessa, Isabella Henrietta Ingrid Margrethe, nata il 21 aprile 2007.

Mary Elizabeth Donaldson è la prima australiana a ricevere un titolo ­ regale.

Camilla Rosemary Shand

È nata a Londra il 17 luglio 1947.

Studia in Inghilterra, in Svizzera e a Parigi. Lavora per un anno presso lo studio dei designer Sibyl Colefax & John Fowler. Diventa un’esperta cavallerizza e partecipa a numerose cacce alla volpe.

Nel 1973 Camilla sposa Andrew Parker Bowles, da cui avrà due figli Tom (figlioccio del principe Carlo) e Laura. Nel 1995 Bowles chiederà il divorzio a Camilla in seguito alla rivelazione della relazione che l’ha legata da sempre proprio al principe Carlo.

Camilla incontra, infatti, Carlo nel 1970 ad una partita di polo e da quel momento viene additata come una delle tante fidanzate del principe Carlo, che presto dichiara di volerla sposare: ma Camilla non riceve il benestare della famiglia reale.

Nel 1980 Carlo e Camilla iniziano una relazione clandestina: un decennio più tardi, con la pubblicazione di Diana: her true story l’affaire diventa di dominio pubblico e le testate scandalistiche di tutto il mondo pubblicano la registrazione delle tenere telefonate dei due amanti. Dopo la morte di Diana, nel 1997, il legame tra i due diventa pian piano ufficiale.

L’otto aprile del 2005 Camilla sposa Carlo con una cerimonia civile alla quale seguirà la benedizione religiosa nella cappella di San Giorgio.

Negli anni, il gossip su Camilla non si è mai fermato: dalle indiscrezioni sulla sua relazione con il principe Carlo alle critiche sul suo aspetto o sulle sue scelte di moda. L’ultima, in ordine di tempo, è la notizia che nel 1981 Camilla abbia avuto da Carlo una bambina che però sarebbe stata data in adozione.

La coppia reale vive tra la Highgrove House e la Clarence House, ultima residenza della Regina madre, che attualmente è la residenza ufficiale del principe di Galles.

Il titolo attuale di Camilla è Sua altezza reale duchessa di Cornovaglia. Se Carlo accederà al trono, acquisirà il titolo di principessa consorte di Giordania ha vinto su tutte. I motivi che, a parer nostro, hanno fatto scegliere a grande maggioranza proprio la regina di Giordania risiedono nel fatto che, al di là della sua oggettiva bellezza, Rania ha fatto della comunicazione il proprio punto di forza. Dicevamo, infatti, della sua grande passione per Internet ed i social network: una passione, è bene specificarlo, che consente alla regina di poter attuare con modalità vicine alle persone e, soprattutto, ai giovani di oggi, quelle che sono le sue priorità istituzionali, che vanno dalla promozione dell’istruzione dei minori al combattere pregiudizi e superstizioni sul mondo islamico-musulmano.

Anche in occasione dei recenti mondiali di calcio, per esempio, Rania consapevole del grande interesse che si sarebbe creato intorno all’evento, ha lanciato la campagna One goal, education for all attraverso la quale, coinvolgendo politici, sportivi e soprattutto fan del calcio di tutto il mondo, sta cercando di reperire i fondi necessari per consentire ad un’intera generazione di bambini di ricevere un’adeguata istruzione, perché, come recita il messaggio di benvenuto del suo sito http://www.queenrania.jo “Abbiamo compreso che la chiave del progresso dell’uomo è l’istruzione”.

 
*Dice di sé.
Elisabetta Galletti. Osserva la gente e le cose per coglierne piccole curiosità e si sofferma laddove qualcuno o qualcosa abbia voglia di raccontarsi. Ama viaggiare perché nel viaggio tutto questo si compie. 

SCIENZA Tiziana Stallone - Volete davvero dimagrire? Evitate i cibi grassi e la lettura di sciocchi libri

Da leggere Le linee guida per una sana alimentazione italiana, perché nessun metodo ha senso se circoscritto ad un breve periodo, né esistono sistemi che tolgono in fretta i chili senza possibili effetti collaterali

Tiziana Stallone*

È arrivata l’estate e, con essa, i libri che promettono di restituirci un fisico per il quale non sentirsi a disagio in abiti leggeri, con braccia e ginocchia scoperte o, peggio, in costume, per la temuta prova. A nulla servono i sensi di colpa per l’abbonamento della palestra inutilizzato, per i troppi pasti luculliani, ora è estate, tempo di agire, dobbiamo riparare in fretta. Uno o più integratori alimentari, un ciclo di massaggi, qualche lampada, la giusta crema ed un libro, un bel libro che parla di diete efficaci, potranno esserci di aiuto.

Potranno esserci d’aiuto?

Da nutrizionista, lo confido in camera caritatis, esistono diversi timori che mi assalgono nella professione. Quello di risultare pedante, è uno di questi, di far avvertire il mio indice puntato quando parlo o scrivo, su chi è reo confesso di qualche eccesso di troppo, sia esso in cibo o in accidia. Per questo cerco di muovermi come alleata e complice, e non come castigatrice, di chi vuole perder peso. Ho il timore, inoltre, di essere più monotona, che utile. Perché di diete si è detto tanto, troppo, ed è possibile ripetersi in considerazioni spesso più teoriche che di pratico riscontro.

Queste sono le stesse perplessità che avverto ora, mentre scrivo di diete estive lampo e di libri che le sostengono dei quali ne sottolineerò, vi anticipo, più la pericolosità, che l’efficacia. Consapevole che susciterei forse più simpatia e pubblico se caldeggiassi o proponessi io stessa un metodo risolutivo per perder subito peso, ho scelto invece la via della prudenza, affinché anche per scegliere un libro si usi spirito critico.

Non per captatio benevolentiæ, ma in tutta sincerità, vi parlo da nutrizionista ed anche da ex-sperimentatrice di diete proposte dai libri di stagione, diete rivelatesi poi inefficaci, tentate per lo più durante un’adolescenza piuttosto sedentaria, quando perdevo e riprendevo chili a mo’ di yoyo. Diete che si accompagnavano all’uso di integratori e trattamenti estetici, spesso anche onerosi, almeno per le mie tasche.

Nessun metodo, sia esso estetico, nutrizionale o comportamentale, ha senso se circoscritto ad un breve periodo, né esistono sistemi che tolgano in fretta i chili senza possibili effetti collaterali o senza rischi di recidive.

Il nostro fisico, i nostri tessuti, inoltre, subiscono uno stress nel dimagrire. Il solo visualizzare la pelle che si tende e rilascia più volte nel mettere e togliere chili, fino ad assumere irreversibilmente l’aspetto di un elastico slabbrato, credo sia un esempio incisivo, per desistere dal tentare rimedi troppo repentini, sulla scia dell’estate quando, per comprensibili motivi, avvertiamo maggiormente la necessità di una soluzione al problema del peso.

Per dare un messaggio propositivo, più che di critica sterile, a chi desidera acquistare un libro di nutrizione, invito a considerare proprio questa estate, come l’inizio di comportamenti e scelte alimentari da perpetuare nel tempo. Se il futuro sarà quello di ingrassare nuovamente, è meglio non dimagrire affatto, per non rimetterci in salute.

Iniziare a dimagrire da questa estate, stimolati da una buona lettura, servirà a far pace con le proprie forme corporee, a rasserenarsi sul piano psichico, e questo è il caso dei più giovani che dal corpo sono maggiormente condizionati e, soprattutto, a migliorare il proprio stato di salute per prevenire l’insorgenza di patologie.

Per fortuna, oggi, in libreria ci sono diversi di libri di qualità. Veniamo ai metodi che io stessa metterei in pratica per compiere una scelta, di fronte ad uno scaffale pieno di libri.

Il titolo è per me già indicativo del messaggio che il libro vuole comunicare, almeno nella maggior parte dei casi. Diffiderei, dunque, di quei titoli che promettono dimagrimenti ultra-veloci, metodi rivoluzionari, facili, risolutivi, che sottendono la mancanza di impegno e fatica. Improbabili anche titoli che promettono dimagrimenti localizzati, del tipo: la dieta giusta per un ventre a tartaruga, per bicipiti seducenti o per glutei marmorei. Alla facilità delle promesse, spesso segue la banalità dei contenuti.

Di grande attrazione possono essere anche i titoli che si riferiscono alla brevità del tempo richiesto per raggiungere i risultati, come un minuto al giorno o in forma in una settimana. Ripensando al passato, a vent’anni impiegai circa un anno di alimentazione equilibrata, senza troppe rinunce, ed attività fisica costante, per perdere dieci chili e, ad anno trascorso, c’era ancora da lavorare.

Non tengo nemmeno in considerazione, per forma mentis, titoli bizzarri che associano il dimagrimento alle fasi lunari, alle congiunzioni astrali, al segno zodiacale, al gruppo sanguigno, alla fisionomica o non so cos’altro.

I titoli che si avvertono come possibili, affatto bizzarri, e che non danno l’impressione di ottenere sconti sulla fatica, senza in minimo sacrificio, sono quelli a mio parere che preannunciano testi di maggiore spessore.

Autore. Anche se nella mia biblioteca esistono piacevoli libri che raccontano di nutrizione, scritti da chi di nutrizione non si occupa di mestiere, ma da cultori della materia o giornalisti scientifici, in genere preferisco i libri scritti da un nutrizionista o in collaborazione con questi. L’esercizio della professione è quello che fa propria la materia, la rende applicabile, e arricchisce di aneddoti la narrazione, aneddoti che risultano di estrema utilità al lettore. Al contrario, quando le conoscenze teoriche non sono accompagnate e corroborate dalla pratica, la trattazione rimane, almeno per quanto mi riguarda, generica e talvolta imprecisa Ho trovato ottimi testi scritti anche da ricercatori, molti dei quali biochimici, che si occupano di nutrizione di laboratorio o che compiono indagini epidemiologiche.

Il nutrizionista che esercita la professione in autonomia, almeno in Italia, è un medico o un biologo e per esercitare la professione di nutrizionista è necessario essere iscritti all’ordine dei Medici o all’ordine dei Biologi. In più, la presenza aggiuntiva oltre alla laurea di specializzazioni, dottorati, master o corsi di perfezionamento è garanzia di un curriculum professionale di qualità. Al contrario, meno chiare sono espressioni del tipo “esperto in” oppure “ha studiato questo o quello”, che non si configurano in un titolo definito.

Bibliografia. Apprezzo sempre i libri corredati di copiose citazioni bibliografiche, soprattutto se fanno riferimento non ai testi dell’autore, ma ad articoli scientifici di valenza internazionale.

Carattere di stampa. Faccio fatica a leggere libri di poche pagine, e scritti con caratteri talmente grandi da consentire poche righe per pagina. È sicuramente un mio limite.

Metodi. Non amo per natura divieti di alcun genere, semmai comprendo i ridimensionamenti, anche in tema di nutrizione. Se mi si vieta un cibo, di istinto lo desidero. Pertanto, libri in cui uno o più alimenti vengono messi sotto accusa, banditi per presunta tossicità, intolleranza o influenza sul peso corporeo, siano essi carboidrati, lieviti, latte e derivati, non suscitano in alcun modo il mio interesse. Allo stesso modo ritengo pericolosi, testi che caldeggiano digiuni o segnalano questo o quell’alimento portentoso, sia esso pompelmo piuttosto che limone, o minestrone.

Ogni scelta alimentare restrittiva e monotona può essere pericolosa, ancor di più se suggerita ad un vasto pubblico, che potrebbe essere indotto a provare autonomamente, senza una opportuna anamnesi, senza il doveroso accertamento dello stato di salute, senza l’osservazione di analisi cliniche, anche se sul libro vi fosse cautelamene scritto di farsi seguire da un nutrizionista.

Diete iperproteiche. Sconsiglierei tutti i libri che propongono le diete iperproteiche spinte, figlie della Atkins, ovvero di una dieta a basso contenuto di zuccheri, che punta a soddisfare le richieste energetiche soprattutto attraverso grassi e proteine. Il dottor Robert Atkins ideò la dieta omonima negli anni settanta per prevenire e curare il diabete.

Le diete iperproteiche, puntano a mantenere costanti i livelli di insulina, ormone lipogenico per eccellenza, cioè stimolatore della sintesi di grassi, trasformando l’organismo in una macchina brucia grassi. Ricordiamo che i carboidrati sono essenziali per l’organismo, che ogni giorno ha bisogno di almeno 180 grammi di glucosio per garantire il corretto funzionamento del sistema nervoso centrale e del metabolismo. Diffidare dunque dalle diete che bandiscono completamente pane, pasta, patate, pizza e, addirittura, la frutta. Proponendo in sostituzione di quest’ultima tristissime e costose integrazioni in pillole.

Bruciando prioritariamente grassi il nostro corpo produrrebbe metabolici di scarto, i corpi chetonici. Queste sostanze abbassano il pH del sangue, rendendolo più acido e potrebbero causare nausea, cefalea, affaticamento e, in casi estremi, coma.

I possibili effetti collaterali imputabili alle diete iperproteiche spinte includono costipazione, osteoporosi (un elevato apporto proteico aumenta l’eliminazione di calcio con le urine), insonnia, ipercolesterolemia, tumore al colon e malattie cardiovascolari, crisi ipoglicemiche specie su pazienti con obesità importante, iperproduzione di urea con conseguente affaticamento renale, disidratazione, depressione del tono dell’umore.

Diete dissociate o legate a complicate associazioni alimentari. Il filo conduttore delle diete che si definiscono dissociate è rappresentato dalla possibilità di guadagnare in benessere e linea, attraverso la corretta associazione dei vari alimenti.

In particolare, la dieta dissociata classica e le sue varianti si basano su regole molto rigide, che proibiscono l’associazione di certi cibi all’interno dello stesso pasto o, addirittura, della stessa giornata. Tale concetto è stato ripreso e rivisitato da altri autori, dando origine ad una lunga lista di diete basate, almeno in parte, sulla teoria delle “buone e cattive combinazioni alimentari”. A seguire alcuni esempi di associazioni.

1)     Non associare all’interno dello stesso pasto cibi ricchi di proteine con altri a base di carboidrati, soprattutto se ricchi di zuccheri;

2)     Evitare di abbinare fonti proteiche di diversa natura (ad esempio carne e pesce o legumi e latticini);

3)     Mangiare carboidrati complessi pasta, pane e zuccheri semplici (frutta, dolci) in pasti separati, disertando la classica abitudine di concludere il pasto con frutta e dessert.

Alcuni aspetti di questo modello alimentare meritano la giusta attenzione. Lodevoli sono, per esempio, i consigli di aumentare la quota di alimenti vegetali nella propria dieta, di distribuire l’assunzione calorica in almeno tre pasti principali e di non esagerare con grassi e condimenti. Le associazioni alimentari rischiano, però, di sottrarre inutilmente gusto, fantasia, spontaneità ed equilibrio alla propria dieta.

L’utilità del dividere la pasta dalla carne, o il pesce dai formaggi dovrebbe essere quella di agevolare la digestione e favorire il dimagrimento. In realtà non esistono alimenti esclusivamente proteici o contenenti solo carboidrati. Dividere il primo dal secondo non ha dunque alcun senso, se non quello di indurre a mangiare una sola portata, contenendo in questo modo le calorie.

Inoltre, il pancreas quando il cibo giunge nel duodeno, secerne assieme tutti gli enzimi digestivi e non selettivamente un enzima alla volta sulla base degli alimenti ingeriti.

Diete monoalimento, del minestrone o simili. Sono tra le diete più seguite e conosciute. Il calo di peso è determinato dalla limitazione qualitativa degli alimenti e non da quella quantitativa. In genere viene prevista l’eliminazione completa di grassi e carboidrati, note fonti di energia. Verdure e ortaggi, sotto forma di brodaglie, sono consentiti in quantità illimitate. Ho letto anche di diete a base di succo d’acero o di sola frutta per lunghi periodi. Sconsiglio questo tipo di diete, e le letture ad esse associate, proprio perché fortemente sbilanciate; diete i cui effetti collaterali si sovrappongono ai regimi iperproteici. Alimentazioni di questo tipo si accompagnano sempre ad un’importante perdita di massa muscolare.

L’unico libro che mi sento di consigliare poiché gratuito e scaricabile da internet, è quello relativo alle “linee guida per una sana alimentazione italiana”, elaborato dall’Istituto nazionale per la nutrizione”, INRAN, reperibile all’indirizzo http://www.inran.it/648/linee_guida.html.

Sono già state redatte numerose stesure e revisioni di questo documento affinché possa essere sempre aggiornato in base alle ultime acquisizioni scientifiche ed anche alla continua evoluzione delle abitudini alimentari della popolazione.

Il libro si articola nei seguenti dieci punti:

1.     Controlla il peso e mantieniti sempre attivo

2.     Più cereali, legumi, ortaggi, e frutta

3.     Grassi: scegli la qualità e limita la quantità.

4.     Zuccheri, dolci e bevande zuccherate: nei giusti limiti

5.     Bevi ogni giorno acqua in abbondanza

6.     Il sale? Meglio poco

7.     Bevande alcoliche? Se si solo in quantità controllata

8.     Varia spesso le tue scelte a tavola

9.     Consigli speciali per persone speciali

10.   La sicurezza dei tuoi cibi dipende anche da te

A tutti voi, buona lettura!

Desidero ringraziare la mia collega e amica dottoressa Carla Guerra, coscienzioso biologo nutrizionista, per i numerosi suggerimenti nella stesura di quest’articolo.

 
*Dice di sé.
Tiziana Stallone. Tiziana Stallone. Biologo nutrizionista e dottore di ricerca in anatomia. Libero professionista. Le sue passioni: lavoro, musica, cinema, alberi e cimiteri. 

UMBERTO ECO

Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che

non producono concetti, e quindi è muto. Questa

biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene,

ma ora vive per seppellirli.

(Da “Il nome della rosa”, 1980)


 

STUDIO 254 - Libri da leggere: da Shakespeare a Cechov, sulle ali del gabbiano Jonathan Livingston

Abbiamo raccolto in questa sezione le recensioni che alcuni allievi di Studio 254 hanno scritto sui libri che considerano particolarmente importanti nel cammino della loro crescita personale. Ne viene fuori una carrellata variegata che va a ripescare capisaldi della letteratura italiana ed internazionale

Dieci

di Andrej Longo

Dieci è un libro, per me, davvero eccezionale.  Lo scrittore Andrej Longo è nato ad Ischia. Si divide tra la scrittura di testi per la radio, il teatro, il cinema e il lavoro di pizzaiolo.

L’autore racconta 10 storie, ambientate tutte nel capoluogo partenopeo, dando ad ognuna il nome di uno dei 10 comandamenti (di qui il titolo).

Dieci comandamenti, dieci storie, appunto, di chi nasce e vive in una realtà di emarginazione. È Napoli, ma potrebbe essere qualsiasi posto dove una volta nati bisogna lottare fin da bambini per cambiare il proprio destino.

Il libro scritto nel 2007 racconta con estrema verità e semplicità quello che sappiamo capita nelle nostre città, ma che tante volte ci ostiniamo a non vedere o prendere in considerazione. La caratteristica che mi ha colpito è il linguaggio che è molto semplice ed immediato, senza fronzoli ed esagerazioni, molto vicino a quello della realtà partenopea; infatti, leggendo le dieci storie è facile imbattersi in espressioni tipicamente dialettali.

Si racconta di Vanessa che “quando si mette le calze nere e la gonna corta di pelle pare proprio ‘na femmina”, del ragazzino tredicenne che uccide la madre “perché qualcuno doveva farlo”, oppure di una ragazza che può raccontare solo ad un animale la sua maternità e l’esser costretta ad abortire clandestinamente; o ancora si narrano le vicende di un gruppo di bulli, “rolex, reiban e panzarotto” questi i loro soprannomi che in una notte di follia e di trasgressioni perdono la vita.

Lo stile è asciutto ed essenziale, ma estremamente incisivo, veramente come si dice da leggere tutto di un fiato.

 

Simone Bucciero

*Iscritto al corso di recitazione avanzato, anno accademico 2009-2010

Il gabbiano Jonathan Livingston

di Richard David Bach

 

Il gabbiano Jonathan Livingston è un uccello particolare perché, mentre lo stormo di cui fa parte si stacca da terra soltanto per procurarsi il cibo, lui vola per il piacere di volare. I suoi simili, infatti, non intendono imparare le tecniche di volo, ma si accontentano di riuscire a procurarsi il nutrimento necessario alla loro sopravvivenza e, quindi, inseguono i pescherecci e si azzuffano fra di loro anche soltanto per una mollica di pane.

Jonathan, invece, si stacca dal gruppo perché desideroso di imparare a volare superando i limiti che tutti i gabbiani sono convinti di avere: passa ore ed ore a sperimentare nuove tecniche e migliora di prova in prova, divenendo sempre più abile nel battere i propri limiti. I genitori provano a convincerlo della necessità di essere un gabbiano come gli altri, ma senza esito.

Egli crede di essere nel giusto e persevera nelle sue imprese. Così Jon viene esiliato dallo stormo, ma non si perde d’animo e continua a cercare la sua strada.

Iniziando a sfogliare questo libro si può leggere la dedica che recita così: “Al vero Gabbiano Jonathan che vive nel profondo di noi tutti”. Questo racconto è, infatti, una metafora che, se compresa, può esser d’aiuto nella vita reale di ciascuno.

Spesso ci viene insegnato che è pericoloso sognare perché si può rimanere delusi, non ci si deve differenziare dagli altri perché altrimenti si rischia di essere esclusi. Il gabbiano Jonathan ci vuole far capire che se abbiamo fiducia in noi stessi anche gli obiettivi che sembrano più impossibili possono essere raggiunti. Il segreto per riuscirci è soltanto uno: crederci. Anzi, occorre comportarsi come se l’obiettivo che vogliamo raggiungere sia già a portata di mano, sia già raggiunto. Non omologarsi per paura della solitudine e credere in se stessi per progredire.

 

Roberto Caldara

Iscritto corso Personaggi nuovi per la tv, anno accademico 2009-2010

Abbiate coraggio

di Francesco Alberoni

 

Uno dei libri che mi ha maggiormente colpita è Abbiate coraggio del sociologo Francesco Alberoni.

In questo testo il coraggio viene analizzato in chiave sociologica e definito dallo stesso autore come virtù morale e sociale. Questa virtù, che non deve essere confusa con l’inconsapevolezza o l’incoscienza, viene esaminata alla luce di tutti gli aspetti dell’esistenza umana, quali amore, amicizia, lavoro, famiglia e, secondo l’autore, ci permette di plasmare il nostro destino.

Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e compiere nell’arco della vita, il coraggio va esercitato per cercare di capire ed essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere nelle scelte dalla complessità del reale, e a volte per superare se stessi.

Lo considero un testo molto significativo perché credo che la scelta più importante dell’essere umano sia tra il vivere e il sopravvivere. Intendo il vivere come cercare di capire chi siamo, ascoltarci, seguire le nostre inclinazioni, i nostri sogni e aspirazioni. Al contrario per sopravvivere intendo il trascorrere la propria vita seguendo gli schemi e le convenzioni sociali, che comunque esercitano un forte potere su di noi.

Attraverso il coraggio possiamo andare oltre, vedere noi stessi per chi siamo e dove stiamo andando, vincere la paura, compiere scelte spesso dolorose o non convenzionali, che a volte possono risultare vincenti solo nel lungo periodo e in nome di queste scelte affrontare delusioni, solitudine, dolore.

Attraverso il coraggio diventiamo responsabili della nostra vita, non attribuiamo ad altri la colpa delle nostre sconfitte, possiamo gioire pienamente delle nostre vittorie. Attraverso il coraggio possiamo imparare a non essere giudicanti, a capire che gli altri esperiscono il mondo per la prima volta, proprio come noi.

Attraverso il coraggio possiamo considerare l’ipotesi che le nostre idee non sono assolute e metterci in gioco con la consapevolezza che non avremo mai a priori la certezza che la nostra scelta sia quella giusta nel ventaglio delle possibilità che la vita ci offre.

 

Cinzia Canafoglia

Iscritta al corso di giornalismo, anno accademico 2009-2010

Siddharta

di Hermann Hesse

 

“La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso e non c’è vento che litocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino”.

Siddharta non è il migliore romanzo di Hermann Hesse (1877-1962), ma sicuramente il più conosciuto. Scrittore tedesco naturalizzato svizzero compie parecchi viaggi, tra cui, nel 1911, quello in India, paese da cui trasse l’ispirazione appunto per questo racconto.

Il libro incominciò ad avere veramente successo solo dopo un ventennio dalla sua prima pubblicazione nel 22, probabilmente sulla scia del premio Nobel conferito ad Hesse nel 1946.

Narra del giovane Siddharta, liberatosi dalle ricchezze e dalla religione intesa come dottrina unica ed esclusiva, che va alla ricerca di sè attraverso il perfezionamento interiore da realizzarsi nella unificazione completa con l’universo e che si compie attraverso la propria esperienza personale, che non è solo puramente intellettuale e astratta, ma riguarda la vita nella sua totalità e abbraccia anche le esperienze del corpo e dei sensi. Il tutto immerso in un’atmosfera esotica molto abilmente delineata in un’India arcaica, favolosa e metafisica, talvolta sfumata, in cui tutti sono alla ricerca del senso dell’esistenza.

Racconto breve ed evocativo non sempre di facile lettura, ha però il fascino del viaggio iniziatico che può assumere un gusto diverso in epoche diverse di lettura nella vita di ognuno e che asserisce che in fondo siamo tutto e il contrario di tutto e che bisogna perdersi per ritrovarsi: la saggezza non si può trasmettere come le conoscenze.

Un libro che può essere apprezzato pienamente solo se si è disposti a liberarsi da tutti i preconcetti, aspettative e i cliché della letteratura tradizionale. Siddharta in realtà è ciascuno di noi alla ricerca della propria verità.

La rivelazione che si cerca nelle ultime pagine, senza successo, non sta scritta se non nella propria vita e si coglie solo se si è disposti a coglierla. Sconsigliato a chi pigramente cerca risposte o verità assolute o a chi non intende fare percorsi personali.

L’ho letto molte volte ed ogni volta mi è parso diverso.

 

Jeane Contini

Iscritta al corso autori tv-giornalismo anno accademico 2009-2010

I miei martedì col professore

di Mitch Albom

 

Mitch Albom nato nel 1954 è uno scrittore, sceneggiatore e giornalista sportivo statunitense. Questo libro è una sorta di documentario su incontri veri avvenuti tra Mitch, lo stesso autore del libro e Morrie, un professore universitario, purtroppo malato terminale.

Mitch è un apprezzato cronista sportivo, ha molti soldi, fama, successo, una moglie che lo ama, ma, arrivato ai 40 anni scopre di non aver assaporato la vera felicità, che i soldi non sono tutto, che i sentimenti veri, le relazioni forti e le esperienze uniche che provava ai tempi del college erano ormai storia passata e quello che era diventato non somigliava molto a quello che sognava di essere.

Il destino allora gli lancia un segnale: nel periodo in cui Mitch è fermo dal lavoro per uno sciopero, scopre che Morrie, il suo professore dell’università dal quale aveva imparato molto, era in tv a parlare di sè e della sua malattia che pian piano gli stava rubando la vita. Mitch e Morrie avevano un’abitudine: il giovane, non contento dei soliti e formali insegnamenti, aveva come rito quello di trascorrere il martedì con il suo professore ed approfondire le lezioni; questa volta non sulle materie scolastiche, bensì sul significato della vita, sulle piccole cose che essa ci propone.

Infatti, nei martedì in cui Mitch va a fare visita al vecchio professore, i due parleranno di molte cose: della vita, della morte, del modo in cui un individuo trascorre la sua esistenza, il tutto confezionato con grande saggezza dal professore malato ed ascoltato con molto interesse da parte dell’ex allievo, che rivede in lui il caro vecchio professore a cui era tanto affezionato ed al quale cerca in tutti i modi di rendere meno dolorosi gli ultimi giorni di vita.

Questo libro che è uno dei miei preferiti è stato acquistato per caso. L’ho letto tutto d’un fiato perché è talmente denso di significato, insegna a capire ed apprezzare le cose belle della vita, piccole o grandi che siano. A chiunque abbia voglia di leggere questo meraviglioso libro consiglio di tenere a portata di mano i fazzoletti perché è molto commovente.

 

Veronica Costantino

Iscritta al corso di recitazione avanzato, anno accademico 2009-2010

I racconti

di Anton Cechov

 

Anton Cechov è stato uno dei più grandi scrittori e drammaturghi dell’ottocento russo. Questa edizione dei Racconti comprende sei storie scritte tra la fine del 1880 e l’inizio del 1890. In ognuno di essi, il tema pregnante è la lotta dello spirito contro la realtà. Gli uomini e le donne sono esseri complessi perché sembrano schiavi di una perenne immobilità mentale e fisica: la pigrizia e l’inerzia sono sentimenti dilaganti, frenano la vita delle persone e nessuno è consapevole del fatto che sta sprecando la propria esistenza.

Cechov individua nella realtà, sotto forma di metafora, la decadenza della dinastia dei Romanov che, legata ad ataviche tradizioni e dogmi secolari, opprimeva e soffocava il progresso economico, culturale e sociale della Russia. D’altro canto, il popolo russo è rappresentato con sentimento fraterno, amorevole, anche quando si parla del personaggio più abietto. Cechov arricchisce le storie con personaggi eterogenei, descritti con un’attenzione minuziosa verso i particolari: sembrano fotografati. La sua conoscenza della  psicologia umana gli permette di creare uomini e donne unici, irripetibili, di una bellezza interiore che lascia sbigottiti.

Nello stile è discorsivo, asciutto, poeticamente sintetico e la sua amara ironia è spesso spunto di riflessioni. I Racconti sembrano semplici storie di vita quotidiana che invece denunciano una società malata e le sofferenze sopportate dal popolo russo. Colpisce profondamente che ciò che è narrato sia vero, limpido, sincero: nella semplicità, nella monotonia, Cechov cerca e trova la verità. Quando termini di leggere il libro, senti di avere la Russia che ti scorre dentro.

 

Niccolò Francisci

Iscritto al corso di recitazione base, anno accademico 2009-2010

Il diario di Anna Frank

Anna Frank

 

Anna Frank inizia a scrivere il suo diario nel giugno del 1942. è una ragazza ebrea di tredici anni, figlia di un ricco banchiere tedesco.

Dopo le leggi razziali, emanate da Hitler nel 1933, la famiglia Frank emigra in Olanda, ad Amsterdam. Nell’estate del 1942, insieme ad alcuni amici, si chiudono in un alloggio segreto, fino a che la polizia nazista vi fa irruzione e arresta tutti i rifugiati. Nell’ottobre del 1944, Anna e la sorella vengono condotte a Bergen Belsen, dove muoiono di tifo.

Il diario di Anna viene ritrovato tre settimane dopo, quando le truppe inglesi liberano Bergen Belsen. Nel diario, Anna afferma di conoscere il linguaggio dei perseguitati: sa che lei e i suoi debbono portare la stella giudaica, che non possono frequentare locali pubblici, che non possono prendere il tram. Inoltre, racconta le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze. Racconta fatti spesso banali come le discussioni sul cibo o sull’uso dei bagni.

Ogni lettera è scritta per un’amica immaginaria di nome Kitty.

Nel suo scrivere emerge una ragazza fiduciosa nell’avvenire, nella bontà dell’uomo. Spesso parla di Peter, il ragazzo di cui si accorge di essersi innamorata, del suo gattino Moffi e delle sue amiche Elli e Miep. Costretta a dividere la stanza con il dottor Dussel non ha più un suo spazio, le rimane solo il suo diario.

Questo romanzo mi ha insegnato che bisogna avere sempre speranza e fiducia nella vita: infatti, è proprio attraverso queste che Anna riuscirà a superare incubi e paure incessanti, malgrado gli orrori della guerra, continua a credere nell’intima bontà dell’uomo e ad un futuro di ordine, pace e serenità.

 

Jai Carol Gigli

Iscritta al corso personaggi nuovi per la tv, anno accademico 2009-2010

Se questo è un uomo

di Primo Levi

 

Primo Levi nasce a Torino nel 1919, a ventiquattro anni, essendo entrato in un gruppo partigiano, viene arrestato e poi deportato, in quanto ebreo, ad Auschwitz, in territorio polacco. Lì rimane per un anno fino alla sua liberazione.

Nel 1947 pubblica Se questo è un uomo, testo scritto in un linguaggio semplice e con uno stile lineare, simile a quello di un diario, che esprime la condizione di disperazione e la miseria degli ebrei rinchiusi nel campo di sterminio. Tutto è giustificato dall’obbiettivo terribile e ripugnante al quale tende l’organizzazione dei campi di lavoro: umiliarli e sterminarli. L’annullamento totale dell’uomo, la sua distruzione sono simboleggiati nel tatuaggio che viene fatto sul braccio degli ebrei. Non hanno diritto ad essere uomini, sono solo numeri.

Il testo si apre con la descrizione dei deportati che, confusi e spauriti, scendono dal vagone ferroviario che li ha portati a destinazione. Essi vengono accolti dai “visi di pietra” delle S.S che provvedono a smistare i detenuti: i più forti e i più sani sono destinati al duro lavoro nel campo, i deboli e i malati sono avviati verso le camere a gas. Nella prima strofa della sua poesia, il poeta si rivolge a chi vive nel benessere delle proprie case ed è circondato dall’affetto dei suoi cari.

L’uomo è descritto come colui che lavora nel fango, che si azzuffa per accaparrarsi un pezzo di pane, la donna rappresentata senza capelli e senza nome, con gli occhi incavati e il ventre freddo perché spoglio, paragonato ad una rana in inverno. Gli uomini, dice Levi, devono riflettere sul fatto che ciò è realmente accaduto un messaggio che gli uomini dovrebbero scolpire nei propri cuori.

Durante la lettura ho provato grande commozione e partecipazione. Incredula nel pensare che tutto ciò sia realmente accaduto, e consapevole che anche oggi accadono atrocità simili in varie parti del mondo. Questo libro ha catturato totalmente la mia attenzione facendomi immedesimare nelle situazioni e nei personaggi, mi ha avvicinato a capire quel che è accaduto, dico avvicinato perché nessuno potrà mai realmente capire quei momenti di atrocità e sofferenze che possono testimoniare solo  coloro che le hanno vissute.

 

Jasmine Gigli

Iscritta corso personaggi nuovi per la tv, anno accademico 2009-2010

Uno nessuno e centomila

di Luigi Pirandello

 

Questa è l’ultima opera di Pirandello; un romanzo dal quale si evince chiaramente la sintesi del pensiero dell’autore. Non è possibile addentrarsi però nell’analisi della storia senza premettere che alla base dell’idea pirandelliana c’è una concezione vitalistica della realtà, secondo cui essa, nella sua interezza e nella sua complessità, è relativa e dinamica, in un perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro. Tutto ciò che prescinde da questa metamorfosi si aliena dal mondo in cui è collocato, si distacca dalla realtà, in una sola parola muore.

Occorre quindi rimuovere la maschera, intesa come persona, con la quale ognuno di noi si presenta a sé stesso e agli altri, perché probabilmente quella stessa maschera non avrà lo stesso colore che noi le vediamo dipinto; più verosimilmente ne avrà centomila, o forse addirittura nessuno.

Ed è proprio in questa moltiplicazione che l’io perde la propria individualità, ovvero la concezione di sé stesso, fino a che non sopraggiunge la follia. Che nell’opera di Pirandello è proprio l’ancora di salvezza a cui si aggrappa il protagonista, Vitangelo Moscarda, che rinunciando al proprio nome di battesimo coglie quel rifiuto di una staticità profonda che imprigiona lui e noi tutti in un prisma dove le direzioni di una stessa luce sono infinite.

 

Leonardo Imperi

Iscritto corso recitazione avanzato, anno accademico 2009-2010

Colomba

di Dacia Maraini

 

Una nonna che ricerca la nipote scomparsa non è un punto di partenza avvincente. Lo dice la “romanziera dai capelli corti” a Zaira, la signora anonima e comune presentatasi a chiederle aiuto. Eppure, anche quando le premesse non sono appetibili, basta un po’ di interesse e curiosità per far risorgere un mondo imbavagliato dal tempo.

La donna che ricerca la nipote scopre ben presto di essere alla ricerca anche delle proprie radici; attraverso le vicende che hanno intessuto la sua famiglia, una ragnatela di biografie misteriose e contraddittorie, la testarda Zaira mette a nudo a poco a poco anche il proprio essere, tra piacevoli scoperte e agghiaccianti conclusioni.

Tralasciando lo sviluppo narrativo, le trovate letterarie più o meno convincenti e lo stile dell’autrice, ciò che resta è un messaggio forte e universale: per migliorare la vita nostra e di chi ci sta a cuore, dobbiamo prima di tutto partire da noi stessi. Come fa Zaira quando, ogni mattina, si mette in cammino per perlustrare i boschi innevati: con umiltà, testardaggine e ottimismo.

 

Fabio Marson

Iscritto al corso di autori tv, anno accademico 2009-2010

Romeo e Giulietta

di William Shakespeare

 

La storia si svolge a Verona dove due grandi famiglie, i Montecchi e i Capuleti, vivono segnati da un reciproco grande odio. Romeo è innamorato della bella Rosalina e viene spesso deriso dai suoi amici Benvolio e Mercuzio.

Capuleti si prepara a dare una grande festa in maschera per permettere a Giulietta, sua figlia, di incontrare il nobile Paride, uomo che il padre è intenzionato a darle in sposo.

Romeo che crede di incontrare Rosalina a questa festa si autoinvita con gli amici, ma rimane folgorato dalla bellezza di Giulietta e il colpo di fulmine è reciproco. Romeo e Giulietta scoprono la loro identità e disperati si rendono conto di essere innamorati ciascuno del proprio nemico.

Durante la notte, Romeo si nasconde nel giardino dei Capuleti e sotto il balcone di Giulietta le dichiara il suo amore.

Innamorato, Romeo, si confida con padre Lorenzo che, inizialmente, incredulo promette di aiutare Romeo e di celebrare il matrimonio con la giovane nutrendo la speranza che da questa unione possa cessare l’odio tra le due famiglie.

Intanto Tebaldo, cugino di Giulietta, decide di sfidare Romeo a duello che però non si batte per rispetto della sua amata. Romeo è sostituito da Mercuzio, migliore amico di Romeo, che , proprio nel combattimento, trova la morte. Romeo rivendica l’amico Mercuzio e uccide Tebaldo; ormai ricercato viene bandito da Verona.

Giulietta è in preda al dolore e suo padre, intanto, anticipa le nozze con il conte Paride. Giulietta si rifiuta e corre da frate Lorenzo per chiedere il suo aiuto. Il frate le propone di bere un filtro che può darle l’aspetto di morta per quaranta ore. A Mantova, Romeo riceve la visita di Baldassarre, suo servo, che gli annuncia la morte di Giulietta. Ora ha soltanto un pensiero: procurarsi del veleno, ritornare a Verona e morire accanto a Giulietta.

Durante questo tempo, frate Lorenzo apprende che un imprevisto ha impedito al suo messaggero di informare Romeo del piano. Decide, allora, di recarsi alla tomba dei Capuleti per liberare Giulietta, ma il dramma precipita: Romeo beve il veleno. Giulietta si risveglia, scopre il corpo senza vita di Romeo e si pugnala con la spada del suo amante morendo suo fianco.

Porterei sempre con me questa tragedia perché voglio credere che un amore puro e senza condizioni sia ancora possibile. I sentimenti non hanno tempo e un amore vero può condizionare la vita di due persone.

 

Roberta Stefani

Iscritta corso autori tv, anno accademico 2009/2010

PIETRO CITATI

Un grande libro è composto di tanti strati: si tratta di

scoprire quello più nascosto. Il libro è una superficie

composta da più strati.

(Da “Intervista a cura di Pierluigi Pietricola”, 2005)


 

INDICE DEI NOMI

Abbado, Claudio 
Abd Allah ibn al-Husayn 
Abruzzese, Alberto 
Adelphi 
Al-abd Allah, Rania
Alberoni, Francesco 
Albertini, Luigi 
Albom, Mitch 
Alighieri, Dante 
Altoviti, Michela
Amis, Martin 
Ammaniti, Niccolò
Amoruso, Alessandra 
Anemone, Diego 
Arisa
Atkins, Robert 
Avati, Pupi
Ayane, Malika 
Bach, Johann Sebastian 
Bach, Richard David 
Baglioni, Claudio 
Balestra, Marcello
Baricco, Alessandro
Belpoliti, Marco 
Berlusconi, Barbara 
Berlusconi, Eleonora 
Berlusconi, Luigi 
Berlusconi, Marina 
Berlusconi, Pier Silvio 
Berlusconi, Silvio
Bersani, Pierluigi 
Bertinotti, Fausto 
Bertolaso, Guido 
Bianchi, Pietro 
Bin Hamad Al Thani, Sheikh Tamim 
Bin Khalifa Al Thani, Hamad 
Bin Khalifa Al-Thani, Al-Mayassa bint Hamad 
Bin Khalifa Al-Thani, Hind bint Hamad 
Bin Khalifa Al-Thani, Jassim bin Hamad 
Bin Khalifa Al-Thani, Joaan bin Hamad 
Bin Khalifa Al-Thani, Khalifa bin Hamad 
Bin Khalifa Al-Thani, Mohammed bin Hamad 
Bint Nasser Al Missned, Mozah Sheikha
Bocelli, Andrea 
Boffo, Dino 
Bonfanti, Enoe 
Bonolis, Paolo 
Borg, Marius 
Borg, Morten 
Borrelli, Francesco Saverio 
Bossi, Umberto 
Botero, Fernando 
Bucciero, Simone 
Bufalino, Gesualdo
Bukowski, Charles 
Calabrò, Corrado
Caldara, Roberto 
Caldwell, Erskine 
Canafoglia, Cinzia
Caprile, Lorenzo 
Caprioli, Vittorio 
Caracciolo, Carlo 
Cardarelli, Vincenzo 
Carrol, Jim 
Carta, Marco
Casanova, Giacomo 
Caselli, Caterina
Casiraghi, Andrea 
Casiraghi, Charlotte 
Casiraghi, Pierre 
Casiraghi, Stefano 
Castro, Fidel 
Cazzullo, Aldo
Ceronetti, Guido
Cervi, Mario
Cechov, Anton
Chiambretti, Piero
Chopin, Frédéric 
Citati, Pietro 
Clap
Clerici, Antonella 
Coetzee, John Maxwell 
Colleoni, Bartolomeo 
Collert, Daniel 
Confalonieri, Fedele
Contini, Jeane 
Cordero di Montezemolo, Luca 
Corradi, Egisto 
Cossiga, Francesco
Costantino, Veronica 
Costanzo, Camilla 
Costanzo, Maurizio
Costanzo, Saverio
Cotto, Massimo
Craxi, Bettino 
Curzi, Sandro 
D’Acquisto, Salvo 
D’Amico, Tano 
D’Avanzo, Giuseppe 
D’Udekem d’Acoz, Mathilde
Daguerre, Louis
Dalla, Lucio 
De Benedetti, Carlo
De Bortoli, Ferruccio 
De Carlo, Andrea
De Feo, Sandro 
De Filippi, Maria 
De Gaulle, Charles 
De Mita, Ciriaco 
Debenedetti, Antonio 
Debenedetti, Giacomo 
Debenedetti, Tommaso 
Dei Medici, Lorenzo (il Magnifico)
Dei Paesi Bassi, Alessia 
Dei Paesi Bassi, Ariane 
Dei Paesi Bassi, Caterina 
Dei Paesi Bassi, Guglielmo Alessandro 
Del Belgio, Eleonora Fabiola Vittoria A. M.
Del Belgio, Elisabetta Teresa M. E. 
Del Belgio, Emanuele Leopoldo Gulglielmo F. M. 
Del Belgio, Filippo 
Del Belgio, Gabriele Baldovino C. M. 
Del Belgio, Paola 
Di Borbone, Filippo 
Di Borbone, Leonor 
Di Borbone, Sofia 
Di Caprio, Leonardo 
Di Danimarca, Christian 
Di Danimarca, Federico 
Di Danimarca, Isabella Henrietta 
Di Danimarca, Margherita 
Di Galles, Carlo 
Di Giordania, Hashim 
Di Giordania, Husayn 
Di Giordania, Iman 
Di Giordania, Salma 
Di Hannover, Alexandra Charlotte 
Di Hannover, Ernesto Augusto 
Di Inghilterra, Elisabetta II 
Di Norvegia, Haakon 
Di Norvegia, Ingrid Alexandra 
Di Norvegia, Margherita I 
Di Norvegia, Sverre Magnus 
Di Pietro, Antonio 
Di Svezia, Carlo Gustavo 
Di Svezia, Christina 
Di Svezia, Margaret 
Di Svezia, Silvia 
Di Svezia, Ulrika Eleonora 
Di Svezia, Vittoria
Donaldson, Mary Elizabeth
Donelli, Massimo 
Dostoevskij, Fëdor 
Eagles 
Echenoz, Jean 
Eco, Umberto 
Fante, John 
Farina, Renato
Fasanella, Giovanni 
Fattori, Giorgio 
Faulkner, William 
Feltri, Angelo 
Feltri, Ariel 
Feltri, Fiorenza
Feltri, Laura 
Feltri, Mariella 
Feltri, Mattia 
Feltri, Saba 
Feltri, Vittorio
Ferrara, Giuliano 
Ferreri, Giusy 
Fini, Gianfranco 
Fini, Massimo 
Fiorello, Rosario 
Flaiano, Ennio 
Foà, Arnoldo 
Forlani, Arnaldo 
Fortuna, Daddo 
Francisci, Niccolò 
Frank, Anna 
Franzoni, Anna Maria 
Funari, Gianfranco
Galimberti, Umberto 
Galletti, Elisabetta 
Galli della Loggia, Ernesto 
Gasparri, Maurizio 
Ghirelli, Antonio 
Giannini, Guglielmo 
Gigli, Jai Carol 
Gigli, Jasmine 
Girard, René 
Godard, Jean Luc 
Gramellini, Massimo 
Grandi, Irene 
Grimaldi, Carolina
Grimaldi, Ranieri III di Monaco 
Grimm, Jacob 
Grimm, Wilhelm 
Guerra, Carla 
Guzzanti, Sabina 
Hemingway, Ernest 
Hesse, Hermann 
Imperi, Leonardo 
Jong, Erica 
Junot, Philippe 
Kabat-Zinn, Jon 
Kalvert, Scott 
Kaye, Lenny 
Keaton, Buster 
Kelly, Grace 
Kerouac, Jack 
Krudy, Gyula
Kundera, Milan 
La Russa, Ignazio 
Lanza, Cesare 
Lario, Veronica 
Leone, Barbara 
Levi, Primo
Lindon, Vincent 
Littizzetto, Luciana 
Longo, Andrej 
Lorenzetto, Stefano 
Lucarelli, Carlo 
Luttazzi, Daniele 
Mannoia, Fiorella 
Marai, Sandor
Maraini, Dacia
Marrazzo, Piero 
Marson, Fabio 
Martelli, Claudio 
Marzullo, Gigi 
Mauro, Ezio
Mazzini, Giuseppe
Mazzullo, Domenico 
McEwan, Ian 
Meli, Angelo 
Mengoni, Marco
Mieli, Paolo
Mondini, Livio 
Montale, Eugenio 
Montanelli, Indro 
Moratti, Letizia 
Moratti, Massimo 
Mourinho, José 
Mozart, Wolfgang A. 
Mozzato, Giulia
Mughini, Giampiero
Murdoch, Rupert 
Mussolini, Benito 
Muti, Riccardo 
Nascimento de Araújo, Leonardo 
Noemi
Nordahl, Gunnar 
Nove, Aldo 
Nutrizio, Nino 
Olmi, Ermanno 
Orazio
Ortiz Rocasolano, Letizia
Ostellino, Piero 
Padellaro, Antonio 
Panebianco, Angelo 
Paoli, Gino 
Parker Bowles, Andrew 
Parker Bowles, Laura 
Parker Bowles, Tom 
Parmentola, Antonella 
Pasternak, Boris
Patti, Ercole 
Pavese, Cesare 
Pietricola, Pierluigi 
Pirandello, Luigi 
Pivetti, Irene 
Pratelli, David 
Priore, Rosario 
Procaccini, Anna 
Proietti, Marina 
Proust, Marcel 
Rascel, Renato 
Ricolfi, Luca 
Rossi, Roberto
Roth, Philip 
Sabelli Fioretti, Claudio 
Sacchi, Arrigo 
Salgari, Emilio 
Salvatores, Gabriele 
Sandrelli, Stefania 
Santoro, Michele 
Sarkozy, Nicolas 
Saviano, Roberto 
Scalfari, Eugenio 
Scalfaro, Oscar Luigi 
Sciascia, Leonardo 
Scott Fitzgerald, Francis 
Sevardi, Gisella
Sgarbi, Vittorio 
Shakespeare, William
Shand, Camilla Rosemary
Simenon, Georges 
Smith, Patti 
Socrate
Sofri, Adriano 
Sony Music
Spada, Andrea 
Spencer, Diana 
Spinelli, Barbara 
Stallone, Tiziana
Steinbeck, John Ernst
Stefani, Roberta 
Stravinskij, Igor 
SugarMusic
Tamaro, Susanna 
Tjessem Hoiby, Mette-Marit
Tommasini, Paolo 
Tonini, Ersilio 
Tonini, Fratelli 
Tonon, Raffaello 
Tortora, Enzo 
Toscanini, Arturo 
Totò
Totti, Francesco 
Travaglio, Marco
Tucidide 
Utet 
Varela, Felipe 
Veltroni, Walter 
Verdi, Giuseppe 
Vespa, Bruno
Videla Redondo, Jorge Rafael 
Visconti, Luchino 
Wagner, Wilhelm Richard 
Warner Music
Watteau, Jean-Antoine
Weir, Peter 
Welles, Orson 
Westling, Daniel
Whitman, Walt 
Wilder, Thornton 
Williams, Robin 
Young, Neil 
Zilli, Nina 
Zorreguieta Stefanini Cerruti, Máxima
Zorreguieta Stefanini, Jorge Horacio