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Edizione n. 17

Al di là della simpatia e della stima che avete dimostrato per questa rivista nei suoi primi tre anni di vita, here e ve ne sono anche personalmente grato, sono obbligato oggi, per lealtà e chiarezza, a scrivere un editoriale su un argomento inconsueto: abbiamo bisogno di voi, non solo di idee e di critiche e consigli, ma anche del vostro aiuto concreto, anche piccolo, anche minimo, a misura della vostra volontà e possibilità, ma concreto. Sentiamo di poter firmare questo appello senza reticenze e senza falso pudore, esponendoci probabilmente al sorriso o alle ironie di coloro che pensano che sia sempre meglio criticare che fare (ma sono convinto che siano pochi, nella cerchia dei nostri lettori), per questo motivo: l’Attimo è una piccola iniziativa editoriale ideata e nata senza fine di lucro, per tre anni abbiamo investito coraggiosamente e generosamente, cercando di far conoscere la rivista a un pubblico qualificato e colto, in grado di apprezzarlo, e perciò per tre anni abbiamo inviato la rivista in omaggio, per farci conoscere, ad alcune migliaia di personaggi italiani, considerati, per vari settori, la leadership di questo Paese.

 

Vorrei proporvi una breve sintesi di tre anni di vita.

 

“L’attimo fuggente” è stato pensato e lanciato come una rivista bimestrale stampata in formato libro. La scelta del formato è stata suggerita da una ricerca di mercato che ha indicato l’opportunità di accontentare le esigenze, e di conquistare un particolare favore, di una preziosa fascia di lettori proprio grazie a questa veste: per le tematiche trattate e per una valenza durevole nel tempo, propria della natura dei libri.

Fin dal primo numero, ho cercato di proporvi l’Attimo come un clubino di amici tolleranti e disponibili al confronto, un luogo di riferimento e di aggregazione non solo per persone di mente libera da qualsiasi pregiudizio, ma anche indipendenti da qualsiasi subordinazione, e slegate da vincolanti appartenenze a schieramenti politici, economici, religiosi, culturali e, non certo per mio ultimo desiderio, da qualsiasi organismo di potere che imponga discipline coercitive e censure.

Abbiamo così selezionato un prestigioso target di lettori molto selezionato: rappresentanti delle istituzioni, segretari e presidenti di partito, senatori e deputati, ambasciatori, presidenti di regione e di provincia, sindaci delle principali città, importanti rappresentanti della Chiesa cattolica e di altre religioni, giornalisti e direttori della carta stampata, della televisione, della radio, dirigenti di uffici di pubbliche relazioni e comunicazione, manager dell’industria, personaggi influenti del mondo dell’economia, dell’associazionismo, della cultura, dello sport e dello spettacolo.

Abbiamo avuto via via un eccellente riscontro da parte della critica e il privilegio di contare su importanti disponibilità a scrivere articoli e/o a rilasciare interviste e opinioni, dal senatore a vita Giulio Andreotti al Presidente per l’autorità delle comunicazioni Corrado Calabrò nella sua veste di eminente poeta, dalla regina Rania di Giordania a Margherita Agnelli e poi Assunta Almirante, Francesco Alberoni, Barbara Alberti, Pupi Avati, Mario Baldassarri, Marcello Balestra, Marco Benedetto, Lella Bertinotti, Gaetano Blandini, Daniela Brancati, Mimmo Càndito, Caterina Caselli, Aldo Cazzullo, Riccardo Chiaberge, Innocenzo Cipolletta, Heorhii Cherniavskiy (ambasciatore di Ucraina), Fedele Confalonieri, Giuseppe Corigliano (portavoce dell’Opus Dei), Maurizio Costanzo, Massimo Cotto, Stefania Craxi, Michele Cucuzza, Mauro della Porta Raffo, Laura Delli Colli, Miguel D’Escoto, Ennio Doris, Alain Elkann, Arnoldo Foà, Wijdan Fawaz Al-Hashemi (ambasciatrice di Giordania), Vittorio Feltri, Paolo Ferrero, Mons. Rino Fisichella, Carlo Fruttero, Antonio Ghirelli, Silvana Giacobini, Tullio GregoryClaudio Gubitosi,Angelo Guglielmi, Hugh Hefner, Milo Infante, Fiammetta Jori, Tommaso Labranca, Elda Lanza, Gianni Letta, Giancarlo Livraghi, Stéphane Lissner (direttore artistico del Teatro alla Scala), Stefano Lorenzetto, Andrea Lo Vecchio, Pierluigi Magnaschi, Mara Maionchi, Giuseppe Marra, Guglielmo Marchetti, Clemente Mastella, Athena Mavronicola Droushiotis (ambasciatrice di Cipro), Antonio Marziale, Giampiero Mughini, lo psichiatra Domenico Mazzullo, Matteo Nucci, Oscar Orefici, Federico Filippo Oriana, Umberto Paolucci, Marcello Pera, Adolfo Perez Esquivel (premio Nobel per la pace nel 1980), Marco Politi, Andrea Ronchi, Roberto Rossi, Ottavio Rossani, Isabella Rauti, Edoardo Raspelli, Tiziana Rocca, Marco Salvati, Dario Salvatori, Gianfranco Sciscione, Luigi Sciò, Salvo Sottile, Rosario Sorrentino, i cardinali Dionigi Tettamanzi ed Ersilio Tonini, Mario Tonucci, Paolo Taggi, Cinzia Tani, Mina Welby, Nichi Vendola, Pascal Vicedomini, Raffaello Vignali, Vincenzo Zeno Zencovich.

La rivista ha, inoltre, una versione online, consultabile ai seguenti indirizzi: www.attimo-fuggente.com, www.attimo-fuggente.eu, www.attimo-fuggente.it ed anche sui siti www.lamescolanza.com, www.lamescolanza.eu, www.lamescolanza.it. I siti sono visitati, quotidianamente, da un target ampio e prestigioso composto soprattutto da leader e operatori del mondo della comunicazione. In particolare, i siti rivolgono grande attenzione anche alla vita e alle attività delle comunità italiane all’estero e sono molto frequentati – secondo i rilevamenti – dagli italiani nel mondo.

 

Cosa vi chiediamo in conclusione? Se l’identità dell’Attimo vi piace, semplicemente un po’ di attenzione e di sostegno. Quindi, per l’attenzione che è comunque un gesto per noi prezioso, opinioni e richieste su come migliorare e rafforzare l’Attimo (il nostro programma è di uscire anche in libreria e nelle edicole più qualificate, e di trasformarlo da bimestrale in mensile); quanto al sostegno, a pagina 207 troverete le indicazioni per sottoscrivere uno o più abbonamenti, semplici o particolari, ed eventuali pagine, per chi sia interessato, di pubblicità.

 

Vi chiedo anche comprensione: dopo ben tre anni di investimento e di iniziative promozionali, a parte le difficoltà economiche, non sembra giusto continuare a diffondere in omaggio la rivista.

Sarebbe facile, per noi, risolvere le necessità economiche, avvicinandoci o salendo, anche con discrezione, sul carro di qualche operazione politica, finanziaria, commerciale… Ma il progetto (il sogno? una utopia?) era, e vuole continuare ad essere, esattamente il contrario: poveri, ma liberi.

Rivolgendoci prioritariamente a chi già ci conosce, chiedendovi “l’attimo” di una  pur minima solidarietà, speriamo di farcela.

 

Con gratitudine per ciò che vorrete e potrete fare.

 

 

cesare@lamescolanza.com

Corrado Calabrò - Verrà l’amore ed avrà le tue labbra
CORRADO CALABRÒ

Verrà l’amore ed avrà le tue labbra

Sì, sì, ci credo, ma come Tommaso.
Credo alla luna solo se la vedo.
Proprio così: la luna esiste solo se la guardi.
Non ci credi?
Togliti le lenti d’ogni giorno sciogli i capelli
e metti gli occhiali da luna.
Vedrai venire – lo vedrai tu sola –
venire a te lungo un binario ignoto
l’amore entrato in fase con la luna
e senza che lui dica una parola
tu gli offrirai tremante le tue labbra.

 

Luca Mastrantonio - Corrado Calabrò: Il poeta non deve aver paura delle parole, nemmeno di quelle difficili

Dove è finita la poesia? Schiacciata, spesso, dai linguaggi dei talk show. Ne è convinto il Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, appassionato e riconosciuto scrittore di versi, che compone appena ne ha la possibilità

Luca Mastrantonio*

“Berlusconi è un grande comunicatore, non un grande parlatore. Bondi è un poeta posteffusivo e neocontratto, meglio l’ultima versione. I versi incivili di Andrea Camilleri su Bossi? Volgari, meglio allora Nichi Vendola. I talk show sono arrivati addirittura a sostituire il Parlamento. I poeti d’oggi dovrebbero combattere l’omologazione del linguaggio televisivo”.

Parola di Corrado Calabrò, una vita divisa tra due muse: la legge e la poesia. La prima è sottomessa alla ragione, la seconda alla tirannia. La legge determina inesorabilmente il Calabrò presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni; la poesia tiene in vita il ragazzo che, già adolescente, scriveva versi e ventenne esordisce con un libro di successo, pubblicato da Guanda, che provocò polemiche tra opposte scuole di pensiero letterario.

Per fare carriera in magistratura e nel Consiglio di Stato, Corrado Calabrò ha dovuto a lungo celare di essere l’autore di quelle poesie, spesso intrise di un eros che prende alla gola.

“Finchè non fai carriera, il rischio è che ti dicano che come magistrato sei un buon poeta e come poeta un buon magistrato. Una volta ero in treno – racconta Calabrò ad “A” – con un mio collega del Consiglio di Stato, Alberto De Roberto. Stava leggendo il mio libro Vuoto d’aria e mi chiese se conoscevo quel poeta che si chiamava come me. Io risposi di no, ma che conoscevo le poesie ed erano bellissime”.

Fino al 1981, quando ha fatto outing.

Incontriamo Corrado Calabrò nel suo studio in via Isonzo, a Roma, sede dell’AgCom. Dietro la scrivania, piena di carte, faldoni e rassegne stampa, ha una decina di dizionari di varie lingue. Ha ricevuto da poco il premio Capri e il premio Carducci e, nonostante gli impegni dell’AgCom, dedica alla poesia i momenti più intensi della sua vita. “Se sono in macchina scrivo sulle ginocchia – racconta – se sono in riunione mi ritiro, con la scusa di una telefonata, se sono a letto, se non scrivo non dormo, e nell’intimità, l’ispirazione sottrae qualche momento all’amore…”.

Calabrò si descrive come un uomo scisso in due. L’uomo di legge “parte da una tesi e fa un ragionamento rigoroso, matematico, per arrivare a una conclusione. Il poeta scrive in libertà asintotica. Io sono magistrato da quasi mezzo secolo, ma sono nato prima poeta, avevo 14 anni, vivevo in riva al mare di Calabria, leggevo poesia e astrofisica e guardavo il mare”. Il racconto di Calabrò è sudamericaneggiante, tra Neruda e Márquez.

“Passavo intere estati a Bocale, vicino a Reggio Calabria, in una casa sulla spiaggia. La mia Macondo. Dormivo con i cani e i fucili di mio padre. Andavo a caccia e poi mangiavo dove mi trovavo, con i coloni. Altre volte andavo a pesca. Il porto d’armi? No, non ce l’avevo, avevo 12 anni, ma i carabinieri chiudevano un occhio”.

 

La differenza tra un comunicatore e un poeta?

“Un comunicatore è chi cerca di dire in modo coinvolgente quello che l’uditorio si aspetta. Il poeta scrive qualcosa di inaspettato e allo stesso tempo profondamente nostro, che viene fuori in rari momenti di felicità espressiva”.

 

Un comunicatore efficace?

“Berlusconi, grandissime. Le sue frasi diventano slogan”.

 

Come autore di canzoni è abbastanza poetico?

“Cos’è? Una provocazione?”.

 

I poeti antichi, a lei tanto cari, come Catullo e i neoteroi, avevano come grande avversario Cicerone. Oggi chi è il nostro Cicerone, il re dei retori, Marzullo?

“Perché no? D’altronde in tv anche le persone più intelligenti, ospiti e conduttori, si omologano. Anch’io, in tv, non sono poeta, ma comunicatore. I poeti devono fare la resistenza al linguaggio dei talk show”.

Come?

“Non avendo paura delle parole, neanche di quelle scientifiche, vanno rese necessarie. Io uso in poesia ancheeffetto dopplerpasswordequazioni di Dirac…”.

 

I poeti in politica aiutano? Calabrò è cauto. Di Bondi dice:

“Ha cambiato modo di poetare, prima scriveva in maniera diversa. Ora è ellittico, migliorato rispetto a 5 anni fa; lessi per caso le sue poesie, c’incontrammo, non ci fu un seguito. Non so se s’è risentito. Comunque ora le sue poesie si sono contratte, con modi più trendy e paraermetici. Una carezza di mano che si ritira. Io, se non avessi pubblicato poesie già da giovanissimo, poi non le avrei più pubblicate”.

 

Delle poesie “incivili” di Camilleri cosa pensa?

“Indulge a un uso strumentale della poesia per dire, tra virgolette poeticamente, qualcosa. Ma è pseudopoesia. Non spiazza, non saetta, come facevano un Marziale o un Aretino”.

 

Rispettiamo la par condicio fino in fondo: Vendola?

“La sua poesia non mi dispiace. Quando non usa termini come donzella, che sono vecchi, suonano falsi. Ha un modo di poetare alla Evtushenko. Una poesia molto effusiva e comunicativa, non trattenuta”.

 

E un suo verso?

“L’ultimo, mi è venuto stanotte: Ti svestirò di luna sulla grande terrazza”.

 

 

* Intervista tratta dal settimanale Anna del 3/9/2010

 

 

N.B. Si segnala nella sez. Documenti la relazione annuale 2010 dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni

 

COPERTINA Cesare Lanza - Un'idea per il Centocinquantenario. Facciamo l'hit parade dell'Unità d'Italia

Un programma musicale (il Festival di Sanremo o altrove) e i grandi successi del passato per celebrare l’Unità d’Italia. Giovani e big potrebbero cantare le più belle canzoni della nostra storia. E ricordare miti come Carlo Buti, il Trio Lescano e Alberto Rabagliati

Cesare Lanza*

Avevo scritto sul Giornale, a settembre, una “modesta proposta”, come si dice letterariamente, per il Festival di Sanremo (o per altra trasmissione incentrata sulla storia d’Italia e della nostra straordinaria musica leggera). La proposta non è poi andata in porto, per Sanremo, perchè i prepotenti – e anche un po’ ingrati – organizzatori, in altre faccende affaccendati, non hanno tenuto conto della mia volenterosa collaborazione.

Penso che, al di là delle divergenze e di qualsiasi retorica, i due soli fattori unificanti per il nostro variopinto e umorale, incostante popolo siano la Nazionale di calcio e le canzonette. Quando la Nazionale vince partite importanti, anche la gente disinteressata al calcio partecipa con entusiasmo al successo e i tifosi, sventolando la nostra bandiera, dimenticano le faziosità del tifo per la squadra del cuore. E quando una buona canzone si impone (ad esempio Nel blu dipinto di blu, che si è affermata in tutto il mondo), diventa popolare e amata a Milano come a Roma, in Piemonte come in Friuli o in Puglia, o in Sicilia.

Mi sembrava dunque che il prossimo anno, in occasione del centocinquantenario dell’unità d’Italia, per il Festival di Sanremo sarebbe stata una buona idea raccontare la storia italiana attraverso le sue canzoni, quelle che hanno emozionato le più remote e più recenti generazioni. Mi permetto di ricordare, correttamente ma sempre sommessamente, che sono stato per tre volte uno degli autori della manifestazione ligure e mi considero nulla di più – al massimo – che un portafortuna: tutte e tre le edizioni, infatti, hanno avuto un esito trionfale. Il merito è soprattutto dei conduttori, Paolo Bonolis (2005 e 2009) e Antonella Clerici (2010), e della formidabile squadra tecnica – la cosiddetta struttura – che la Rai, spesso incolpevolmente al centro di tempeste, puntualmente riesce a mettere in campo.

Non volevo dunque che la mia sortita fosse considerata come un’invasione di campo, o come una candidatura! Mi consideravo e mi considero, semplicemente, come un portafortuna, ripeto, e come autore di programmi di intrattenimento ho accumulato una certa esperienza, ma in questo caso prioritariamente mi considero un italiano come tanti, coinvolto nell’attesissima celebrazione dell’imminente centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, un telespettatore che ama Sanremo la musica e gli riconosce, non solo nel territorio musicale, una primazia televisiva.

Alcune delle più belle canzoni della storia italiana – nell’anno fatidico 2011 – potevano essere selezionate e cantate (a mio gusto senza variazioni, aggiustamenti o, peggio, stravolgimenti) dai giovani nella parte della manifestazione a loro dedicata, ed eventualmente, come usa da un po’ di tempo, accompagnati dai big.

Ovviamente, con queste inedite esecuzioni, si doveva pensare a immagini e a idee per proporre un affresco del costume italiano, e delle condizioni sociali d’epoca, da fine Ottocento al Novecento, con testimonianze significative – sempre e tutte con valenze spettacolari. La selezione sarebbe stata assai ardua, certamente. Ognuno di noi è legato a emozioni e sentimenti diversi, di fronte alle canzoni del cuore! Per quanto mi riguarda, penso a ciò che canticchiavano i miei nonni e i miei genitori… Provo a stuzzicare la vostra opinione, i vostri ricordi e i vostri gusti.Addio mia bella addio e Tu che mi hai preso il cuorNinì Tirabusciò e ’O surdato ‘nnamurato…, Creola e Balocchi e profumi, Parlami d’amore Mariù e Ma le gambe… E Mille lire al mese? E ancora: Pippo non lo saBa ba baciami piccina!, Ti parlerò d’amor

Le suggestioni arrivano e sono tramandate da lontano, ma le canzoni seriamente candidabili sono decine: solo rileggendo questi pochi titoli, mi accorgo della dimenticanza di ’O sole mio! Mentre nella mente riaffiorano nomi celebri, tutti da ricordare, come Enrico Caruso, Vittorio De Sica, Carlo Buti, il Trio Lescano, Alberto Rabagliati, Wanda Osiris… Mi sono fermato prima degli anni Cinquanta: tutti ricordano bene le canzoni (comunque alcune da inserire, anche se recenti) dalla nascita del Festival in poi. Sì, mi sarebbe piaciuto organizzare o assistere a un Sanremo così. E a voi?

Ma poi, per Sanremo, si è pensato ad altro, e verificheremo cosa (le indiscrezioni sono inquietanti: temo un pastrocchio, per fortuna contenuto in una sola serata). E vabbè, non rinuncio alla mia idea: dietro le quinte come autore o come telespettatore in poltrona, mi piacerebbe allestire o seguire un altro programma, comunque fondato sull’intreccio tra la nostra storia e le canzonette via via più popolari (sono solo canzonette?).

Forse non tutti sanno che sono in buona compagnia: il Presidente della Repubblica, Napolitano, ha lasciato intendere con discrezione che gli piacerebbe che la musica, nell’edizione di Sanremo 2011, fosse proposta e utilizzata anche come collante per unificare simbolicamente un’Italia quanto meno confusa (di fatto, raramente unita). Perciò, di seguito, volentieri riprendiamo due interventi, schietti e persuasivi ancorché di rigore istituzionale, dell’inquilino del Quirinale.

 

11 maggio 2010

 

Le celebrazioni del 150° siano l’occasione per un clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del Paese

 

“Siano le celebrazioni del 150° del nostro Stato nazionale, l’occasione per determinare un clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del paese, nel modo in cui ciascuna guarda alle altre, con l’obbiettivo supremo di una rinnovata e più salda unità. Unità che è, siamone certi, la sola garanzia per il nostro comune futuro”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Marsala nel discorso celebrativo del 150° anniversario dello sbarco del Mille.

“Oggi – ha detto il Presidente Napolitano – siamo qui per rievocare il ruolo della Sicilia nel compimento del processo di unificazione nazionale. Senza la Sicilia e il Mezzogiorno non si sarebbe certo potuto considerare compiuto quel processo, non si sarebbe potuto far nascere uno Stato che rappresentasse pienamente la nazione italiana e che si ponesse, in pieno Ottocento, tra i maggiori Stati europei”.

Il Capo dello Stato ha ricordato che “le celebrazioni del 150° anniversario della fondazione del nostro Stato nazionale offrono l’occasione per mettere in luce gli apporti della Sicilia e del Mezzogiorno a una storia comune e ad una comune cultura, che affondano le loro radici in un passato plurisecolare, ben precedente lo sviluppo del processo di unificazione statuale della nazione italiana. Di quel patrimonio, culminato nelle conquiste del 1860-1861, possiamo come meridionali essere fieri: non c’è spazio, a questo proposito, per pregiudizi e luoghi comuni che purtroppo ancora o nuovamente circolano, nell’ignoranza di quel che il Mezzogiorno, dando il meglio di sé, ha dato all’Italia in momenti storici essenziali”.

Il Presidente ha poi rilevato che “in un bilancio critico del lungo periodo che ha seguito l’unificazione d’Italia, non si coltivino nel Mezzogiorno rappresentazioni semplicistiche delle difficoltà che esso ha incontrato, dei prezzi che ha pagato, per errori e storture delle politiche dello Stato nazionale nella fase della sua formazione e del suo consolidamento. Il ripescare le vecchissime tesi (perché vecchissime sono) – come qualche volta si sente fare – di un Mezzogiorno ricco, economicamente avanzato a metà ‘800, che con l’Unità sarebbe stato bloccato e spinto indietro sulla via del progresso, non è degno di un approccio serio alla riflessione storica pur necessaria. E non vale nemmeno la pena di commentare tendenze, che per la verità non si ha coraggio di formulare apertamente, a un nostalgico idoleggiamento del Regno borbonico”.

“Si può considerare solo penoso che da qualunque parte, nel Sud o nel Nord, si balbettino giudizi liquidatori sul conseguimento dell’Unità, negando il salto di qualità che l’Italia tutta, unendosi, fece verso l’ingresso a vele spiegate nell’Europa moderna. Mentre chi si prova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un autentico salto nel buio. Nel buio, intendo dire, di un mondo globalizzato, che richiede coesione degli Stati nazionali europei entro un’Unione più fortemente integrata e non macroregioni allo sbando. Lasciamo scherzare con queste cose qualche spregiudicato giornale straniero”.

“Non è la prima volta che lo dico – ha affermato il Presidente Napolitano – e sento il bisogno di ripeterlo; le critiche che è legittimo muovere in modo argomentato e costruttivo agli indirizzi della politica nazionale, per scarsa sensibilità o aderenza ai bisogni della Sicilia e del Mezzogiorno, non possono essere accompagnate da reticenze e silenzi su quel che va corretto, anche profondamente, qui nel Mezzogiorno, sia nella gestione dei poteri regionali e locali e nel funzionamento delle amministrazioni pubbliche, sia negli atteggiamenti del settore privato, sia nei comportamenti collettivi. E parlo di correzioni essenziali anche al fine di debellare la piaga mortale della criminalità organizzata che è diventata una vera e propria palla di piombo al piede della vita civile e dello sviluppo del Mezzogiorno”.

3 novembre 2010

 

Saluto del Presidente Napolitano in occasione dell’inaugurazione della Mostra “Gioventù Ribelle. L’Italia del Risorgimento”

 

Sono molto contento di poter testimoniare il mio vivo apprezzamento per questa iniziativa molto originale, molto suggestiva e molto ricca di significato. D’altronde sono qui insieme con il ministro Giorgia Meloni perché siamo tra quelli che credono fortemente nelle celebrazioni del 150° anniversario come occasione da non perdere per rinnovare e diffondere la consapevolezza della nostra identità come Nazione e della nostra storia come Stato nazionale unitario.

Dobbiamo impegnarci a portare in profondità il programma delle celebrazioni senza complessi e senza cedimenti. Siamo un paese nel quale, per tante ragioni, si è diffuso l’orrore per la retorica: io non sarò qui a farvi l’elogio della retorica, ma sotto questa etichetta si sono messe troppe cose, si è teso a buttar via troppe cose. Per esempio, si è diffusa una riluttanza a parlare di eroi: ma che cosa è la storia del Risorgimento se non una storia costellata di episodi di eroismo? Che cosa sono questi giovani che hanno sacrificato la loro vita per la causa della libertà, dell’indipendenza e dell’Unità se non degli eroi? Se guardiamo anche ad altri paesi, vediamo che lì si è molto più attenti a non deprimere il proprio patrimonio storico-nazionale, il proprio patrimonio ideale. Io sono stato a Parigi, invitato a parlare alla Scuola Normale Superiore che ha dedicato, qualche settimana fa, una giornata a “Cavour l’Europeo”, richiamando noi tutti allo straordinario valore che per l’Europa ha rappresentato il movimento per l’Unità d’Italia, e il conseguimento dell’Unità. Quindi, liberiamoci da questi complessi, e stiamo attenti ai cedimenti ad una rappresentazione sterilmente polemica e distruttiva del Risorgimento e del processo unitario: una rappresentazione del Risorgimento, in particolare, come rivoluzione mancata o fallita.

Si potrebbe continuare a citare esempi di queste tendenze perniciose che danno una interpretazione unilaterale e anche spesso storicamente falsa. Per esempio quella secondo cui il brigantaggio meridionale ha rappresentato una semplice reazione di rigetto dell’Unità d’Italia per i modi in cui l’Unità si era conseguita. Il brigantaggio ha afflitto l’Italia meridionale ben prima della realizzazione dell’Unità sotto l’egida dei Savoia, sotto l’ègida della monarchia sabauda; è stato un fenomeno diffuso per decenni nel Mezzogiorno, ed è stato in gran parte rivolta sociale, rivolta contro l’oppressione sociale e politica innanzitutto del regno dei Borboni. Invece, affiorano perfino venature di nostalgismo borbonico nella discussione che, in qualche modo, circola nel nostro paese. Quindi, ripeto, attenti a questi cedimenti.

Il Risorgimento è stata una vicenda molto complicata, molto sofferta, molto contraddittoria. Ci sono stati errori e, soprattutto successivamente all’Unità, ci sono state gravi insufficienze dello Stato unitario, ma non mettiamo sul conto di Goffredo Mameli o degli eroi che hanno sacrificato la loro vita, e in generale degli artefici del grande processo che ha portato alla nascita dello Stato nazionale unitario, gli errori e le responsabilità delle classi dirigenti che si sono succedute dopo l’Unità, fino ai nostri giorni. Se il problema del Mezzogiorno è rimasto la più grave incompiutezza del movimento nazionale unitario, non è responsabilità né di Mazzini né di Garibaldi e nemmeno di Cavour.

E a proposito di Cavour va detto che egli certamente impersonò l’egemonia moderata sul movimento per l’Unità, ma questa egemonia non si sarebbe realizzata se egli non avesse saputo interpretare le istanze ideali del movimento nazionale. Ho avuto modo di dire, e mi piace ripetere, che la grandezza del processo unitario è consistita nella pluralità e ricchezza delle sue ispirazioni, delle sue componenti ideali e delle sue forze reali, e la grandezza di Cavour è consistita nella capacità di far confluire questa pluralità di ispirazioni e di componenti in una azione politica che ha potuto condurre al conseguimento del risultato possibile.

C’è poi anche un parlare di continuo delle tensioni personali, perfino violente, tra i protagonisti del Risorgimento, ma la cosa fondamentale è che, nonostante quelle differenze e quelle tensioni, prevalse il senso dell’obiettivo da raggiungere, il senso dell’unità. E vorremmo che anche nell’Italia di oggi su tante tensioni che si possono comprendere – in qualche misura (ma non esageriamo), sono fisiologiche – prevalesse sempre il senso dell’unità che oggi c’è, il senso dell’unità che abbiamo conquistato.

L’on. Giorgia Meloni ha ricordato il concetto di piccole patrie, e c’è una bellissima pagina della Storia d’Europa di Benedetto Croce che prefigura per l’Europa il processo verificatosi in Italia con l’Unità quando il napoletano e il piemontese si fecero italiani “non dimenticando le patrie più piccole, ma meglio amandole”. Ecco, noi dovremmo riuscire a dare questa consapevolezza ai giovani d’oggi.

Naturalmente, se il nostro impegno per le celebrazioni si esaurisse nei convegni accademici o nelle cerimonie ufficiali, non conseguirebbe l’obiettivo che vogliamo conseguire. Le celebrazioni devono raggiungere innanzitutto le nuove generazioni, e perciò apprezzo moltissimo tutto il programma che il ministro Meloni ha esposto, apprezzo moltissimo il lavoro che è stato fatto da studiosi e da tecnici, e anche il ricorso a nuovi strumenti di rappresentazione e comunicazione.

È essenziale che ci sia questa partecipazione, ce la dobbiamo mettere tutta con molta tenacia, senza scetticismi e senza tergiversazioni, fino al 17 marzo del prossimo anno, e oltre. E dobbiamo dire ai giovani, a voi che siete già coinvolti in questo movimento celebrativo, dateci una mano, fate catena, trasmettete tra i vostri coetanei, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di studio e nei luoghi di incontro, il messaggio dell’Unità nazionale, dell’identità italiana, della causa comune e del patto che deve legare gli italiani del futuro.

 

Da quirinale.it
*Dice di sé.
Cesare Lanza. Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono molto, per quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina Poletti: “Era un uomo tutte case e famiglie”. L’altra, pensata da un ex allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da ragazzo si comportava come un adulto.  Da adulto, come un ragazzo”. Gli mancheranno molto i cinque figli, che in vita ha trascurato, le due mogli, gli amori vissuti o anche semplicemente sognati, il poker, le scommesse, i libri… e anche le partite del Genoa, non importa se vincenti o perdenti. Tante cose, tanti affetti: perchè morire? 

LE PAGELLE DELL’ATTIMO - A Geronzi il massimo dei voti con lode. Bene anche Adreani, Armani, Bernabè, Caltagirone, Ferrero, Marchionne, Passera e Pugliesi

La chiusura di un anno è tempo di bilanci. Noi dell’Attimo abbiamo dato i voti ai manager e ai responsabili delle relazioni esterne di alcune delle principali aziende italiane

La parola manager è forse una delle parole inglesi diventate più di uso comune nella nostra lingua: utilizzata spessissimo aiuta con facilità ad identificare chi in una società, in un’azienda ha responsabilità gestionali, con particolare riferimento al coordinamento e alla responsabilità delle persone che in quella società o azienda lavorano.

A ben guardare, però, questa che sembra una parola very english, è in realtà un latinismo, composto, appunto, dalle parole latine manu ed agere, che letteralmente significanocondurre con mano. Quindi, traslandone il significato, manager è colui che accompagna, guida, indirizza qualcuno nel fare qualcosa.

Alcuni manager sono noti al grande pubblico alla stregua di attori e cantanti: un nome per tutti, Giorgio Armani, uomo simbolo di un’azienda, da anni ai vertici della moda italiana, altri, invece, pur risultando tra i più famosi e meglio retribuiti preferiscono evitare le luci della ribalta.

Qui di seguito riportiamo i nominativi dei manager e dei responsabili relazioni esterne di alcune delle più importanti società ed aziende italiane (sistemate in ordine alfabetico); per ciascuno di essi sarà espresso un voto da un minimo di 0 ad un massimo di 5. Al voto sarà affiancato un breve giudizio di merito.

Nome

Azienda

Carica

Voto

Giudizio

Marco Staderini

Acea Spa

Amministratore Delegato

8

Esperto

Pierguido Cavallina

Acea Spa

Direzione Relazioni Esterne

8

Abile

Giulio Maleci

Aeroporti di Roma Spa

Amministratore Delegato

4

Opaco

Carlo Parmeggiani

Aeroporti di Roma Spa

Responsabile comunicazione e rapporto con i media

4

Routine

Giuseppe Orsi 

Agusta Westland

Amministratore Delegato

8

Intelligente

Marco Conte

Agusta Westland

Direzione Relazioni Esterne

8

Accorto

Rocco Sabelli

Alitalia spa

Amministratore Delegato

6

Progetto Air France

Clemente Senni

Alitalia spa

Direzione Relazioni Esterne

2

Non esperto

Daniel John Winteler

Alpitour World

Amministratore Delegato

4

Anonimo

Alessio Castagno

Alpitour World

Direzione Relazioni Esterne

4

Opaco

Kenneth Irvine Chenault

American Express Services Europe Ltd

Amministratore Delegato

8

Abile

Edoardo Grandi

American Express Services Europe Ltd

Direzione Relazioni Esterne

8

Professionale

Marco Testa

Armando Testa Spa

Amministratore Delegato

6

Consolidato

Nini Collini

Armando Testa Spa

Direzione Relazioni Esterne

8

Laborioso

Cesare Geronzi

Assicurazioni Generali

Presidente

10 e lode

Potentissimo

Luigi Vianello

Assicurazioni Generali

Responsabile Comunicazione Istituzionale

9

Super esperto

Giovanni Castellucci

Autostrade per l’Italia

Amministratore Delegato

6

Difficoltà

Vito Zappalà

Autostrade per l’Italia

Direzione Relazioni Esterne

2

Estraneo

Roberto Lucchini

Avis Autonoleggio Spa

Amministratore Delegato

4

Attivo

Leonardo Valente (Edelmann)

Avis Autonoleggio Spa

Responsabile Ufficio Stampa

4

Normalità

Giuseppe Mussari

Banca Monte dei Paschi di Siena Spa

Presidente

9

Carattere doc

David Rossi

Banca Monte dei Paschi di Siena Spa

Responsabile Area Comunicazione

6

Ben inserito

Christian Kremer

BMW Group Italia

Amministratore Delegato

7

Preciso

Gianni Oliosi

BMW Group Italia

Direzione Relazioni Esterne e Stampa

6

Soddisfacente

Francesco Gaetano Caltagirone

Caltagirone Editore Spa

Presidente

10

Al top

Filippo Noto

Caltagirone Editore Spa

Direzione Relazioni Esterne e Stampa

7

Sveglio

Carlo Sangalli

Confcommercio

Presidente

6

Politico

Sergio De Luca

Confcommercio

Area Comunicazione e Immagine

8

Molto esperto

Emma Marcegaglia

Confindustria

Presidente

9

Personalità

Roberto Iotti

Confindustria

Direzione per la Stampa

2

Inadeguato

Giovanni Petrucci

Coni

Presidente

9

Navigato

Danilo Di Tommaso

Coni

Responsabile Comunicazione e rapporti con i media

6

Istituzionale

Paolo Michelozzi

Domina Vacanze S.p.A

Amministratore Delegato

6

Creativo

Marika Porta

Domina Vacanze S.p.A

Ufficio Stampa

6

Impegnata

Gianluca Avidano

EASYCOM s.r.l. Comunicazione Integrata

Amministratore Delegato

4

Interessante

Anna Silvia Marongiu

EASYCOM s.r.l. Comunicazione Integrata

Direzione Relazioni Esterne

4

Attiva

Andrea Olcese

Einstein Multimedia Group Spa

Amministratore Delegato

5

Solido

Roberta Mirra

Einstein Multimedia Group Spa

Ufficio Stampa

5

Corretta

Guido Pugliesi

E.N.A.V. Spa

Amministratore Delegato

10

Strategico

Alessandro Di Giacomo

E.N.A.V. Spa

Direzione Relazioni Esterne

8

Competente

Paolo Bassetti

Endemol Italia Spa

Amministratore Delegato

9

Intelligente

Monica Tellini

Endemol Italia Spa

Ufficio Stampa

6

Simpatica

Fulvio Conti

ENEL- Spa

Amministratore Delegato

8

Sapiente

Gianluca Comin

ENEL- Spa

Direzione Relazioni Esterne

2

Arrogante

Paolo Scaroni

ENI Spa

Amministratore Delegato

8

Abile

Stefano Lucchini

ENI Spa

Direzione Relazioni Istituzionali e comunicazione

4

Lento

Matteo Marzotto

ENIT – Ente Nazionale Italiano per il Turismo

Presidente

9

Ottima immagine

Anna Maria Pinna

ENIT – Ente Nazionale Italiano per il Turismo

Ufficio Stampa

6

Solida

Guido Pianaroli

Ferrari Fratelli Lunelli Spa

Amministratore Delegato

8

Intraprendente

Camilla Lunelli

Ferrari Fratelli Lunelli Spa

Direzione Relazioni Esterne e Stampa

7

Creativa

Amedeo Felisa

Ferrari Spa

Amministratore Delegato

8

Rispettato

Stefano Lai

Ferrari Spa

Direzione Relazioni Esterne e Stampa

6

Organizzatore

Pietro Ferrero

Ferrero

Amministratore Delegato

10

Al top

Raoul Romoli Venturi

Ferrero

Direzione Relazioni Esterne

8

Competente

Mauro Moretti

Ferrovie dello Stato

Amministratore Delegato

8

Positivo

Daniela Carosio

Ferrovie dello Stato

Direzione centrale comunicazione esterna

6

Attenta

Federico Fabretti

Ferrovie dello Stato

Direzione centrale relazioni con i Media

6

Attivo

Sergio Marchionne

FIAT Spa

Amministratore Delegato

10

Risanatore

Simone Migliarino

FIAT Spa

Ufficio Stampa

8

Professionale

Giancarlo Abete

FIGC

Presidente

9

Molto abile

Antonello Valentini

FIGC

Direttore Generale, Responsabile Uff. Stampa e Relazioni Esterne

9

Molto esperto

Pier Francesco Guarguaglini

Finmeccanica

Amministratore Delegato

Nell’occhio del ciclone

Lorenzo Borgogni

Finmeccanica

Direzione Relazioni Esterne

4

Attaccato

Mario Moretti Polegato 

Geox Spa

Presidente

7

Buono

Thanai Bernardini

Geox Spa

Corporate Communication

6

Attivo

Giorgio Armani

Giorgio Armani Spa

Amministratore Delegato

10

Al top

Fabio Mancone

Giorgio Armani Spa

Direzione Relazioni Esterne

8

Organizzato

George Sartorel

Gruppo Allianz

Amministratore Delegato

4

Boh

Fabio Dal Boni

Gruppo Allianz

Direttore comunicazione e immagine 

2

Mah

Pasquale Cannatelli

Gruppo Fininvest

Amministratore Delegato

8

Tecnico

Franco Currò

Gruppo Fininvest

Direzione Relazioni Esterne

8

Preparato

Ennio Doris

Gruppo Mediolanum

Amministratore Delegato

Concreto

Roberto Scippa

Gruppo Mediolanum

Direzione Relazioni Esterne

6

Attivo

Maurizio Costa

Gruppo Mondadori

Amministratore Delegato

9

Molto abile

Rossella Citterio

Gruppo Mondadori

Direzione Relazioni Esterne

8

Professionale

Corrado Passera

Intesa San Paolo

Amministratore Delegato

10+

Gran cervello

Vittorio Meloni

Intesa San Paolo

Direzione Relazioni Esterne

6

Professionista

Piero Di Lorenzo

LDM Comunicazione Spa

Presidente

9

Strategico

Daniele Di Lorenzo

LDM Comunicazione Spa

Amministratore Delegato

8

Emergente

Andrea Guerra

Luxottica Group

Amministratore Delegato

4

Incerto

Ivan Dompé

Luxottica Group

Group Corporate Communications Director

2

Estraneo

Giulio Adreani

Mediaset Spa

Amministratore Delegato

10

Produttivo

Mauro Crippa

Mediaset Spa

Direttore Generale Informazione

9

Intelligente strategico

Paolo Calvani

Mediaset Spa

Direzione Comunicazione e immagine

8

Professionale

Massimo Chieli

Meridiana fly Spa

Amministratore Delegato

5

Normalità

Loredana De Filippo

Meridiana fly Spa

Direzione Relazioni Esterne e Stampa

4

Tranquilla

Andrea Imperiali

Pirelli Pzero

Amministratore Delegato

8

Buona immagine

Antonio Gallo

Pirelli Pzero

Direzione Relazioni Esterne e Stampa

8

Abile

Patrizio Surace

PMS

Amministratore Delegato

7

Creativo

Federica Menichino

PMS

Direzione Relazioni Esterne

4

In crescita

Massimo Sarmi

Poste Italiane Spa

Amministratore Delegato

7

Difficoltà

Fabio Camerano 

Poste Italiane Spa

Direzione Relazioni Esterne

6

Difficile

Mauro Masi

RAI

Direttore Generale

8

Coriaceo, combattivo

Guido Paglia

RAI

Direzione Relazioni Esterne

8

Esperto, professionale

Antonello Perricone

RCS MediaGroup Spa

Amministratore Delegato

8

Ottima immagine

Pasquale Chiappetta

RCS MediaGroup Spa

Direzione Relazioni Esterne

6

Attivo

Tom Mockridge

Sky Italia Srl

Amministratore Delegato

9

Innovativo

Gianluca Rumori

Sky Italia Srl

Responsabile Comunicazione Istituzionale

6

Laborioso

Franco Bernabè

Telecom Italia spa

Amministratore Delegato

10

Potente

Carlo Fornaro

Telecom Italia spa

Direzione Relazioni Esterne

6

Difficoltà

Luigi De Puppi

Toro Assicurazioni Spa

Amministratore Delegato

6

Buono

Donatella Mezzalama

Toro Assicurazioni Spa

Direzione Relazioni Esterne

5

Impegnata

Federico Ghizzoni

UniCredit Group

Amministratore Delegato

7

Egregio

Marcello Berni

UniCredit Group

Direzione Relazioni Esterne e Stampa

6

Attivo

Luigi Gubitosi

Wind Telecomunicazioni Spa

Amministratore Delegato

8

Abile

Costanza Escaplon

Wind Telecomunicazioni Spa

Direzione Relazioni Esterne

6

Preparata

Andrea Zagami

Zig Zag Srl

Presidente

8

Professionale

 

 


VINICIUS DE MORAES

Ho amici che non sanno quanto sono miei amici.
Non percepiscono tutto l’amore che sento per loro
né quanto siano necessari per me.
L’amicizia è un sentimento più nobile dell’amore.
Questo fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti,
mentre l’amore è imprescindibile dalla gelosia,
che non ammette rivalità.
Potrei sopportare, anche se non senza dolore,
la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei
se morissero tutti i miei amici!
Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici
e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza…
Non cerco alcuni di loro, mi basta sapere che esistono.
Questa semplice condizione mi incoraggia a proseguire la mia
vita. Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso
dir loro quanto io li ami. Loro non mi crederebbero.
(Da “Vinicius de Moraes, poesie e canzoni”, 1981)

 

 

MONDO Antonella Parmentola - Questi sono i paesi stranieri preferiti dagli italiani?

Sharm El Sheik è la località in cima ai desideri connazionali. Assenti dalla classifica Germania e Sud Africa, in calo anche gli Stati Uniti. Completano l’inchiesta gli interventi di Athena Mavronicola Droushiotis e Heorhii Cherniavskiy rispettivamente ambasciatori di Cipro e dell’Ucraina

Antonella Parmentola*

Lo statunitense William James Durant, scrittore appassionato di storia della filosofia e delle civiltà, diceva, non senza una certa dose di sarcasmo: metà dell’arte della diplomazia consiste nel non dire nulla, specialmente quando stiamo parlando. Un ossimoro stringente, che illustra alla perfezione quanto siano complessi e delicati i rapporti tra le persone, sia che queste agiscano in rappresentanza di se stesse sia che lo facciano per la propria parte politica o per il proprio Paese. La diplomazia, infatti, è quell’arte, quel mestiere che dovrebbe concretizzarsi nella capacità di elaborare frasi o di mettere in atto comportamenti tesi a smorzare eventuali motivi di attrito o divergenze.

E in un mondo sempre più globalizzato, con dichiarazioni e comportamenti che vengono riportati e ripresi nell’attimo stesso in cui sono messi in atto ed agiti, quest’arte è diventata ancora più difficile da praticare, trovandosi, talvolta, nella situazione di dover giustificare affermazioni ed azioni che intaccano amicizie e rapporti consolidati, anche di vecchia data. O, di contro e contemporaneamente, rilevare che anche piccoli gesti di attenzione possono rinvigorire e rafforzare quegli stessi rapporti ed amicizie.

Così è stato con una certa sorpresa che abbiamo registrato l’incredibile interesse suscitato dal sondaggio messo in essere nello scorso numero de “L’attimo fuggente” su chi fosse, oggi, nel mondo, la più affascinante rappresentante dell’aristocrazia: dieci le regine e le principesse coinvolte. Il risultato, quasi unanime, ha consacrato Rania di Giordania come la “più bella del reame”, segno che al di là dell’indiscusso fascino personale della regina giordana, l’azione di diplomazia e di comunicazione che Rania e il suo staff hanno messo in atto abbia completamente centrato l’obiettivo.

Proprio in virtù di questa attenzione, abbiamo deciso di ampliare il raggio di azione della nostra analisi, coinvolgendo ancora una volta i lettori de “L’attimo fuggente”, insieme ad un target di interlocutori selezionati (operatori turistici, responsabili assistenza clienti, steward ed hostess di terra dell’aeroporto Fiumicino), in una nuova indagine su quali siano i Paesi e le destinazioni di viaggio più desiderabili e quelli, di contro, che suscitano maggiori timori e diffidenze.

Prima di procedere, ci sembra interessante trarre qualche dato dal Rapporto sul turismo per l’estate 2010 stilato dall’Enit1 e pubblicato lo scorso 21 settembre: da questo risulta, infatti, che circa il 50% degli italiani siano andati in vacanza (nonostante la dichiarata crisi economica) approfittando della pausa estiva e che l’Italia, a fine stagione, ha presentato un consuntivo positivo, rilevando un aumento degli arrivi internazionali del 5,3%, dato di gran lunga superiore rispetto ad altri Paesi come Inghilterra (3,7%), Francia (2,2%), Spagna (0,4%).

Quali invece le mete preferite? Escluse le classiche italiane, la nostra attenzione, come dicevamo, si è concentrata su quelli che sono considerati i Paesi più popolari ed ambiti. Le domande poste al nostro target di riferimento sono state le seguenti:

Secondo il suo punto di osservazione ed in base alla sua esperienza quali sono i paesi più popolari e ricercati dagli italiani?

Quali, invece, quelli verso cui c’è diffidenza, perplessità, paura o indifferenza?

Per ciascuno dei dieci Paesi che alla fine si sono imposti nella nostra classifica, come mete del desiderio – in base alle risposte registrate alla prima domanda – abbiamo realizzato una breve scheda di presentazione, ben sapendo che la storia o le bellezze di ciascuno di essi non possono certo essere sintetizzate in poche righe. Abbiamo, però, cercato di comprendere quali azioni questi Paesi abbiano messo in atto, specie in questi ultimi anni, per riuscire ad attirare un sempre maggiore numero di turisti.

Curiosamente, invece, nelle risposte al secondo quesito, gli interlocutori – composti, ricordiamo, sia da lettori deL’attimo fuggente, sia da un target selezionato – sono stati meno specifici, indicando più che altro zone del pianeta considerate maggiormente a rischio per il turista o comunque non deputate a trascorrervi un periodo di vacanza: sono stati così, generalmente indicati, paesi dove sono in corso guerre, quelli politicamente instabili e dei quali si ha una conoscenza insufficiente. Da segnalare, tra le risposte più simpatiche, quella di Dalia, trentenne addetta all’ufficio di cambio valuta dell’aeroporto di Fiumicino: “Nessun posto spaventa gli italiani!”.

Ecco, dunque, di seguito, i Paesi che si sono classificati tra i primi dieci:

 

  1.    Egitto, in particolare Sharm El Sheik;
  2.    Grecia;

3.   Spagna, in particolare le isole Baleari;

4.   Cuba;

5.   Messico;

6.   Portogallo;

7.   Stati Uniti d’America;

8.   Regno Unito, in particolare Londra

9.   Maldive;

10. Croazia.

 

Una menzione speciale merita la Slovacchia, repubblica indipendente dal 1993, che nel 2004 diventa membro a tutti gli effetti dell’Unione europea. Questo piccolo stato, situato nel cuore dell’Europa centro orientale, pur non rientrando nella nostra classifica è tra quelli maggiormente segnalati per curiosità ed interesse suscitati. In particolare, l’elegante capitale Bratislava, grazie ai suoi castelli e alle sue fortificazioni si sta trasformando in una meta turistica di primo piano, negli speciali tour tra le capitali europee: ricca e variegata anche l’offerta culturale, che contempla decine di eventi, mostre, convegni, esposizioni di rilevanza internazionale.

Completano questa inchiesta due prestigiosi interventi, ad opera di Athena Mavronicola Droushiotis e Heorhii Cherniavskiy rispettivamente ambasciatori di Cipro e dell’Ucraina: nei loro brevi saggi, non solo fanno il punto sugli eccellenti rapporti diplomatici che intercorrono tra i nostri Paesi, ma tratteggiano anche quelle che sono le peculiarità storiche e paesaggistiche delle loro nazioni. Tra le tante notizie, segnaliamo in particolare due curiosità: la repubblica di Cipro quest’anno festeggia il cinquantesimo anniversario della propria indipendenza (1960-2010); in Ucraina, nel XVIII secolo, alcuni fra i più importanti proprietari di panifici e fabbriche di pasta furono italiani.

EGITTO – Sharm El Sheik

 

Posizione geografica: costa meridionale penisola del Sinai, sul Mar Rosso.

Lingua: egiziano.

 

Sharm El Sheik, letteralmente Baia dello sceicco, è diventata nell’ultimo decennio una delle mete più ambite del turismo mondiale. Digitando su Google Sharm El Sheik, si aprono più di quattro milioni di pagine, nel tempo record di 0,14 secondi: un oceano di informazioni, dunque, tra le quali individuare quelle più giuste per le proprie esigenze.

E, come talvolta accade, anche il cinema ha registrato il successo di questa località turistica eleggendola locationperfetta per far sognare gli spettatori: ultimo, infatti, in ordine di tempo, il film commedia Sharm El Sheik, un’estate indimenticabile, con la regia di Ugo Fabrizio Giordani ed un cast di attori tra i quali spiccano Enrico Brignano, Giorgio Panariello, Cecilia Dazzi e Michela Quattrociocche.

 

GRECIA

 

Nome ufficiale: Repubblica Ellenica.

Posizione geografica: lembo meridionale della penisola balcanica.

Lingua: greco.

Capitale: Atene.

Forma governativa: repubblica parlamentare.

 

La Grecia, dalla storia antichissima, è considerata all’unanimità, la culla delle civiltà più avanzate dell’occidente e del vicino oriente. Grazie al suo carico di storia, ad una miriade di piccole isole, spesso ancora incontaminate e dalle coste piene di fascino, e soprattutto ad una politica di prezzi estremamente vantaggiosi, la Grecia si è presto trasformata nella meta preferita di viaggiatori spesso giovanissimi.

Se ci fosse data l’opportunità di scegliere uno slogan per promuovere le bellezze storiche e naturalistiche di questo stato europeo, ci affideremmo senza dubbio alle parole del poeta tedesco Friedrich Holderlin: amo questa Grecia al di sopra di tutto. Essa porta il color del mio cuore. Ovunque si guardi, giace sepolta una gioia.

 

 

SPAGNA – Isole Baleari

Composizione arcipelago: Maiorca, Minorca, Ibiza e Formentera (le principali).

Posizione geografica: mar Mediterraneo occidentale.

Lingua: catalano e castigliano.

 

Le isole Baleari sono, storicamente, tra i luoghi più desiderati dai turisti di tutto il mondo. Questo anche grazie al fatto che attori ed artisti del calibro di Peter Ustinov, Michael Douglas, Leo­nardo Di Caprio, Jude Law e Sienna Miller hanno spesso eletto queste isole come luoghi del buen retiro, per vivere l’ultimo amore o festeggiare in maniera originale il proprio compleanno.

In Italia il mito delle isole Baleari come luoghi prediletti per segrete fughe romantiche è stato alimentato anche dalla cinematografia: ricordiamo in particolare il film del 1959 Brevi amori a Palma di Majorca, una commedia di Giorgio Bianchi con il grande Alberto Sordi, che narra un intreccio di storie amorose tutte svoltesi nell’arco di una vacanza estiva. Più di recente, sono Ibiza e Formentera le location più amate per gli intrighi sentimentali di vip o vippetti nostrani, che con le loro foto dominano i più popolari giornali di gossip.

 

CUBA

Nome ufficiale: Repubblica di Cuba

Posizione geografica: mar dei Caraibi, a sud della Florida.

Lingua: spagnolo

Capitale: L’Avana

Forma governativa: stato sota

 

La Repubblica di Cuba è un preziosissimo arcipelago del mar dei Caribi che offre al visitatore spiagge bianchissime, mare turchese ed un’intensa attività culturale. Importanti sono, infatti, la sua storia e la sua cultura rintracciabili nell’architettura coloniale presente sia nelle piccole sia nelle grandi città, a partire dalla capitale, L’Avana.

Spesso nelle strade, soprattutto al tramonto, si trovano giovani ed anziani, impegnati a gettarsi alle spalle le fatiche della giornata con giri di salsa cubana, il loro ballo tipico; e questo costituisce, tra gli altri, un grande motivo di attrazione, soprattutto in questi anni in cui le danze latino americane impazzano ovunque anche grazie a celebri film e trasmissioni televisive. Impossibile poi non ricordare che il grandissimo scrittore americano Ernest Hemingway ha reso quest’isola, nell’immaginario collettivo, il luogo ideale deputato alla scrittura, laddove l’ispirazione era favorita da un mojito gustato alla Boteguita del Medio o da un daiquiri del Floridida, due locali de L’Avana che ancora oggi fanno sfoggio di cimeli del celebre romanziere e giornalista.

 

 

MESSICO

Nome ufficiale: Stati Uniti Mes­sicani.

Posizione geografica: situati a sud degli Stati uniti d’America.

Forma governativa: democrazia rappresentativa.

Capitale: Mexico D.F.

Lingua: nessuna lingua ufficiale. Utilizzate lo spagnolo altre 62 lingue indigene.

 

Gli Stati Uniti Messicani sono un bellissimo stato dell’America centrale che comprendente 31 stati federali e un distretto federale. La sua capitale Città del Messico (chiamata ufficialmente Mexico D.F. dai messicani), è tra le città più popolose al mondo ed è situata nella parte centro-sud del Paese a più di 2.000 metri di altezza presentandosi come una grande terrazza sul Paese.

Culla delle civiltà precolombiane dei Maya e degli Aztechi, il Messico esercita, proprio per questo, una forte attrazione sull’immaginario di tutti quelli che di quelle civiltà sono fan e sostenitori. Accanto alla carta storico-culturale, il Messico gioca anche quella naturalistica, con habitat caratterizzati da un’altissima biodiversità. Questo consente al Messico di rivolgersi a target turistici profondamente diversi, riuscendo ad offrire itinerari specifici a giovani in cerca di avventura e, allo stesso tempo, a chi ama strutture alberghiere ben attrezzate.

PORTOGALLO

Posizione geografica: lembo occidentale della penisola iberica.

Lingua: portoghese.

Capitale: Lisbona.

Forma governativa: ­repubblica parlamentare.

 

Il fascino del Portogallo parte dal nome, che secondo le più accreditate fonti deriverebbe da quello di una delle sue città più importanti Oporto (anticamente Portus Cale), che sta proprio a significare Città del Porto. E sulla sua strategica posizione geografica, aperta sull’oceano Atlantico, il Portogallo ha costruito nei secoli la propria identità, divenendo all’epoca delle esplorazioni, uno dei principali Paesi colonizzatori, con un impero coloniale che comprendeva Paesi come il Brasile, in sud America, il Mozambico e l’Angola in sud Africa.

Il turismo di massa è, invece, storia più recente, ma proprio per le sue ricchezze storico paesaggistiche e le splendide coste, il Portogallo sta scalando rapidamente le classifiche dei paesi da visitare: la chiave del suo successo sta proprio nell’aver diversificato l’offerta turistica, presentando un ventaglio di proposte che affiancano escursioni con panorami mozzafiato, come la visita a Cabo Girão, il promontorio più alto d’Europa, a itinerari storici che ripercorrono l’epopea coloniale portoghese.

 

STATI UNITI D’AMERICA

Posizione geografica: situati a nord del continente americano.

Lingua: nessuna lingua ufficiale, anche se l’inglese è di fatto quella maggiormente utilizzata.

Capitale: Washington.

Forma governativa: repubblica federale.

 

Se si potesse definirlo in poche parole, è l’american dream la principale attrazione che spinge milioni di turisti, ogni anno, a visitare gli Stati Uniti d’America, con in testa la città di New York, vera meta del desiderio. L’idea che con impegno, determinazione e audacia ciascuno possa ottenere e raggiungere quello che desidera, è, infatti, il perno attorno al quale ruota la curiosità di chi, mettendo piede negli Stati uniti, vuol verificare se quel sogno si possa realmente avverare.

Ed in questa costruzione del sogno americano, svolgono un ruolo di primo piano, ancora oggi, cinema, fiction, canzoni che costituiscono un vero e proprio spot promozionale non solo per le singole città in cui sono ambientate, ma anche per la totalità del Paese.

Così, spesso, si vola in America (laddove la maggior parte delle persone per America intende Stati uniti, per l’appunto) spinti dal desiderio di passeggiare a New York lungo la Fifth avenue emulando la protagonista diColazione da Tiffany, o a Miami sulle orme dei personaggi della celebre serie televisiva CSI. Senza dimenticare altre città simbolo come Los Angeles, Chigago, Hollywood, Las Vegas, San Francisco, Washington.

 

REGNO UNITO – Londra

Posizione geografica: territorio meridionale della Gran Bretagna.

Lingua: inglese.

 

Londra è, da sempre, una città che ricopre un ruolo di leadership in fatto di cultura, comunicazione, politica, economia. Una città simbolo per molti aspetti, che nel tempo ha saputo trovare sempre nuovi canali per suscitare interesse nei suoi visitatori.

Uno dei meglio riusciti è, con molta probabilità, l’essersi proposta anche come città di studio: approfittando dell’egemonia della lingua inglese, infatti, ha pianificato ed organizzato – da molti anni, ormai – un turismo dedicato specificamente agli studenti che, in milioni, allo scopo di perfezionare la lingua, si recano nella capitale inglese, durante tutto l’arco dell’anno, frequentando corsi più o meno qualificanti.

Questa è certamente solo una delle strategie messe in atto, alle quali fanno eco, e non poco, il grande fascino esercitato dalla famiglia reale e dalle sue più o meno colorite vicende, l’opportunità di sperimentare nuove mode, con quartieri come l’East End, considerati vere e proprie fucine di tendenza, la percezione di vivere in una metropoli multietnica e allo stesso tempo così unica nel suo essere.

 

MALDIVE

Nome ufficiale: Repubblica delle Maldive.

Posizione geografica: Stato a sudovest dell’India, nell’oceano indiano.

Lingua: Dhivehi.

Capitale: Malè

Forma governativa: Repubblica Presidenziale

 

La Repubblica delle Maldive è uno stato costituito da 26 atolli naturali più uno artificiale. Tra le mete turistiche più ambite al mondo, chi raggiunge le Maldive è affascinato dalla tranquillità che gli atolli offrono, dal clima mite e da un’atmosfera semplice e rilassante, ancora in piena armonia con la natura circostante: basti pensare che per la pesca si utilizzano ancora delle piccole imbarcazioni a fondo piatto, chiamate dhoni costruite con legno di cocco senza l’impiego di chiodi.

Le sabbie coralline bianchissime, generate dall’erosione millenaria dei coralli ad opera del mare e di alcune specie ittiche, costituiscono la ciliegina sulla torta di questo luogo dei sogni.

Il turismo è, di fatto, la principale voce di entrate di questo piccolo stato e, ancora una volta, l’Italia, il Regno Unito e la Germania sono tra le popolazioni europee che lo scelgono più frequentemente come destinazione a cui affidare il proprio relax.

 

CROAZIA

Nome ufficiale: Repubblica di Croazia.

Posizione geografica: Europa centro meridionale, si affaccia sul mar Adriatico.

Lingua: croato.

Capitale: Zagabria

Forma governativa: repubblica parlamentare.

Sono essenzialmente le regioni costiere della Croazia ad aver conosciuto in questi ultimi anni un picco di interesse da parte dei flussi turistici. Un’attenzione destinata a crescere se si pensa che delle 1.185 isole che compongono il frastagliato arcipelago croato, solo 50 sono abitate, lasciando dunque un ampio margine di azione a coloro che sono attratti da percorsi turistici all’insegna della scoperta di luoghi incontaminati.

Anche per la Croazia, la chiave di volta dell’indiscusso appeal esercitato sui turisti risiede nell’opportunità di visitare luoghi di suggestiva bellezza a prezzi accessibili.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza. 

 

FRANCESCO GUCCINI

I miei amici veri, purtroppo o per fortuna,
non sono vagabondi o abbaialuna,
per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia:
quasi nessuno batte o fa il magnaccia.
Non son razza padrona, non sono gente arcigna,
siamo volgari come la gramigna.
Non so se è pregio o colpa esser fatti così:
c’è gente che è di casa in serie B.
Contandoli uno a uno non son certo parecchi,
son come i denti in bocca a certi vecchi,
ma proprio perchè pochi son buoni fino in fondo
e sempre pronti a masticare il mondo.
(Da “Guccini – Gli amici”, 1983)

Mavronicola Droushiotis - Cipro, culla della civiltà classica, pronta alle sfide del futuro

L’isola di Venere, nonostante la questione irrisolta dell’occupazione turca, festeggia il cinquantesimo anniversario della propria indipendenza: una pietra miliare nella lotta del popolo cipriota per la sua libertà

Athena Mavronicola Droushiotis*

Da lungo tempo Cipro e Italia sono paesi amici, collocati nel comune contesto Mediterraneo e, più recentemente, dalla comune adesione all’Unione europea. Tali relazioni risalgono ai tempi remotissimi dell’antichità e sono sempre rimaste, nei secoli, costanti e durature. Si può affermare che nei nostri due Paesi è nata e si è sviluppata la civiltà greco-romana, dalla quale trae le sue radici culturali l’Europa odierna.

I primi mercanti ciprioti sono fruttuosamente sbarcati nel meridione durante il periodo miceneo e la loro presenza nella Magna Grecia è stata ininterrotta per tutta l’antichità classica. Non appena Roma emerse come grande potenza, ben presto la pax romana si estese fino a includere anche Cipro. L’isola di Venere non tardò, a sua volta, a conquistare i cuori dei romani: celebri poeti hanno cantato la cypria dea dell’amore e degustato il vino aromatico della nostra isola.

Un nuovo impulso nelle relazioni tra Cipro e l’Italia fu dato dalle Crociate e più tardi, nel 1489, dal fatto che Cipro divenne dominio della Serenissima Repubblica. Fu il punto di avvio per un periodo di intensi scambi culturali, con centinaia di eruditi ciprioti che si stabilivano preferibilmente nell’Italia settentrionale per frequentare le celebri università di Padova e di Bologna. Nel frattempo, altrettanti italiani si trasferivano a Cipro, portando in quest’isola ospitale e opulenta idee europee, innovazioni culturali, perfino mode poetiche, come il petrarchismo.

Durante il periodo della dominazione ottomana, che inizia non appena ebbe piegato, nell’agosto 1571, l’eroica resistenza del capitano veneto Marcantonio Bragadin a Famagosta, l’Italia, ed in particolare Venezia, è stata un insostituibile rifugio per i ciprioti che non sopportavano il nuovo dominatore.

I ciprioti, mercanti, marinai o semplici profughi, ben presto emersero come elemento dinamico della popolosa comunità greco-ortodossa di Venezia.

Molti di loro hanno continuato a battersi contro gli ottomani e si sono arruolati nel corpo scelto degli Stradiotti, interamente composto da guerrieri greci, con compiti di difesa dei confini terrestri della Serenissima dalle scorrerie turche.

La massiccia presenza di ortodossi tra i sudditi della Serenissima ha peraltro contribuito a far emergere un inedito, per l’epoca, clima di tolleranza religiosa che ha avuto serie conseguenze anche in altri paesi d’Europa, dal momento che ha svolto una funzione di incoraggiamento di quei sovrani che mal sopportavano gli eccessi della Santa inquisizione.

Il ricco e vivace clima culturale di Venezia ha anche dato un grande slancio allo sviluppo delle lettere greche. Per molti secoli Venezia è stata un centro culturale di primaria importanza per i ciprioti. Era là che si redigevano i libri, là si istruiva la classe dirigente, là nascevano e da lì si diffondevano le nuove idee di libertà e di giustizia.

Queste strette relazioni di Cipro con l’Italia trovano oggi un nuovo ambito all’interno dell’Unione europea. L’Italia, paese fondatore del Mercato comune, ha sempre sostenuto con convinzione la candidatura di Cipro per l’adesione, fino al suo felice completamento nel 2004. Come è noto, già durante i negoziati di preadesione i paesi membri dell’Unione europea avevano adottato una risoluzione saggia: avevano deciso, infatti, che l’assenza di una soluzione della questione di Cipro non avrebbe costituito un impedimento all’adesione della repubblica di Cipro all’Unione europea.

Al momento dell’adesione, inoltre, hanno specificato che era tutta l’isola di Cipro ad aderire all’Ue, ma che i territori che si trovano fin dal 1974 sotto occupazione militare turca, nei quali viene impedito alla repubblica di Cipro di esercitare la sua sovranità, l’applicazione delle regole comunitarie viene sospesa.

In questa maniera, l’adesione di Cipro all’Ue è stata frutto di una serie di decisioni coraggiose dei leader europei. Decisioni che hanno incoraggiato gli sforzi del governo cipriota per raggiungere una soluzione in favore della riunificazione dell’isola. In questo sforzo Cipro ha avuto il sostegno dell’Italia, paese in eccellenti rapporti con la Turchia, quindi in grado di trasmettere i segnali giusti.

Negli ultimi due anni ha notevolmente contribuito alla cooperazione tra i due paesi anche l’amicizia personale e la collaborazione sviluppatasi tra il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi ed il Presidente della repubblica di Cipro Demetris Christofias, nonché tra i ministri degli Esteri Marcos Kyprianou e Franco Frattini, che già avevano avuto modo di cooperare nella loro qualità di commissari europei. Egualmente molto importante si è dimostrata anche l’eccellente azione diplomatica nel nuovo ambasciatore d’Italia a Nicosia Alfredo Bastianelli.

Oggi l’Italia è il secondo partner commerciale di Cipro e la bilancia commerciale verte costantemente in suo favore. I ciprioti apprezzano molto la cucina italiana, il design italiano e particolarmente la moda italiana.

Si può senz’altro dire che non c’è casa di moda italiana che non sia presente nel mercato cipriota.

I ciprioti seguono con vivo interesse quanto succede in Italia. Ma questo interesse non è reciproco. Purtroppo, sono ben pochi gli italiani che conoscono Cipro e ancor di meno sono coloro che conoscono la questione di Cipro. Questo non vale per il mondo politico italiano: con pochissime eccezioni, la stragrande maggioranza del mondo politico italiano conosce il problema e cerca di aiutare a risolverlo. È stato anche formato spontaneamente in Parlamento un numeroso gruppo di amicizia tra Italia e Cipro.

L’insufficiente informazione dell’opinione pubblica italiana credo sia da addebitare ad alcune generiche semplificazioni. Si potrebbe dire, molto schematicamente, che spesso alcuni media italiani presentano la questione di Cipro né più né meno come l’eterna controversia tra il “sud greco” e il “nord turco”. È evidente che le cose non stanno affatto così.

La questione di Cipro consiste nel fatto che un piccolo paese indipendente, membro dell’Onu, è stato nel 1974 vittima dell’invasione da parte del suo potente vicino, la Turchia. La Turchia ha sfruttato, infatti, l’occasione offertale dall’infame colpo di stato organizzato contro il legittimo governo di Cipro dal regime militare allora al potere ad Atene e usò il pretesto di “proteggere” la comunità turco-cipriota (circa il 18% della nostra popolazione) al fine di imporre la sua presenza militare sull’isola per motivi geostrategici. Il ministro degli Esteri di Ankara Ahmet Davudoglu lo riconosce esplicitamente nella sua nota opera intitolata Profondità strategica: “Anche se non ci fosse una comunità turco-cipriota a Cipro, sarebbe egualmente essenziale per la Turchia avere il controllo dell’isola”, ha scritto.

La perdurante occupazione turca di quasi il 37% del territorio cipriota è un delitto ai danni di tutto il popolo cipriota, tanto dei greco-ciprioti quanto dei turco-ciprioti. Lo dimostra il fatto che gli stessi turco-ciprioti mal volentieri sopportano la situazione di occupazione militare e di illegalità imposta dalle baionette turche e reagiscono, come spesso avviene in questi casi, “votando con i piedi”: in altre parole, si procurano (visto che ne hanno diritto) il passaporto della repubblica di Cipro ed emigrano in qualche paese europeo, di preferenza in Gran Bretagna.

Oggi si calcola che nei territori occupati i turco-ciprioti rimasti siano in numero inferiore rispetto ai coloni che il regime di occupazione trasporta illegalmente, ma costantemente, dall’Anatolia per impiantarli a Cipro.

Questa insufficiente informazione degli italiani su Cipro si riflette anche sul turismo. Sono migliaia i turisti italiani che ogni anno visitano Cipro.

Alcuni tra questi sono vittime della massiccia e dispendiosa campagna pubblicitaria organizzata dalla Turchia e dal regime di occupazione per attrarre turisti stranieri ed in particolare italiani, promuovendo i territori occupati come “Cipro nord” senza altre specificazioni.

Noi, come ambasciata, cerchiamo di spiegare a coloro che vogliono visitare la nostra isola due importanti fatti.

Il primo riguarda la natura illegale dello stato fantoccio nei territori occupati. Il visitatore italiano si troverà in un territorio in cui la legalità internazionale non ha alcun valore e di certo non ci sono rappresentanze diplomatiche in grado di offrire qualsiasi tipo di sostegno al villeggiante straniero. Lo stato fantoccio che mira alla loro valuta turistica è un’entità separatista condannata più volte dalle Nazioni unite ed in particolare con due risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la 541/83 e la 550/84. Queste risoluzioni non solo condannano la proclamazione dello stato fantoccio e chiedono il suo annullamento, ma esigono da tutti i paesi di non riconoscerlo e di non favorirlo in alcun modo.

Il secondo, e forse più importante fatto, riguarda l’uso abusivo delle proprietà greco – cipriote da parte degli usurpatori turchi. Ciò che in buona fede ignorano i visitatori dei territori occupati è che quasi tutte le strutture alberghiere in funzione, oppure i terreni sui quali sono state edificate quelle più recenti, appartengono a proprietari greco-ciprioti, profughi espulsi con la violenza dalle loro case e dalle loro proprietà.

Numerose corti europee ed internazionali hanno sentenziato che i profughi greco-ciprioti conservano per intero tutti i loro diritti di proprietà e che lo sfruttamento dei loro immobili dagli occupanti è illegale e abusiva. Una volta informati su questa situazione molti turisti italiani, tratti in inganno dalla fuorviante pubblicità turca, spesso si rifiutano di prendere parte, anche indirettamente, a questo gigantesco abuso e cancellano il loro viaggio nei territori occupati.

È un segnale importante della sensibilità che mostra il popolo italiano verso il dramma di Cipro quando riceve un’informazione corretta e completa sulla reale situazione nell’isola.

Quest’anno festeggiamo il 50simo anniversario della proclamazione d’indipendenza della repubblica di Cipro. È un anniversario importante.

L’affrancamento dal giogo coloniale britannico e la proclamazione dell’indipendenza di Cipro costituiscono una pietra miliare nella lotta del nostro popolo per la sua libertà. È stato il coronamento di una dura lotta anticoloniale che si è ispirata – ed ha ispirato a sua volta – il più vasto movimento anticoloniale e di liberazione di quell’epoca, in ogni angolo del pianeta.

Questa indipendenza, però, è stata sottoposta a forti vincoli. L’ambito istituzionale che è stato imposto al popolo di Cipro prevedeva molteplici tutele straniere e disfunzioni costituzionali che hanno piantato il seme del dissidio tra le due comunità di Cipro, aprendo la strada all’ingerenza straniera. Ingerenza che ha raggiunto il suo culmine con il proditorio colpo di stato dei colonnelli di Atene, che ha offerto a sua volta un’occasione d’oro all’invasione turca del 1974.

Nonostante le distruzioni provocate dall’invasione turca (lo sradicamento, i profughi, i lutti) i ciprioti sono riusciti non solo a sopravvivere, ma anche a portare a termine l’immane opera della ricostruzione.

Questo sforzo ha portato, nello spazio di pochi decenni, Cipro a entrare, come dicevamo, a far parte dell’Unione europea e l’economia cipriota all’interno della zona dell’euro: coronamento della tradizionale vocazione europea dell’isola.

Il 50simo anniversario che festeggiamo trova il governo di Cipro impegnato a fondo per risolvere la questione di Cipro. I negoziati diretti tra le due comunità, iniziati nel 2008 sotto l’egida delle Nazioni unite e su iniziativa del Presidente Christofias, si sono posti l’obiettivo di riunificare Cipro sulla base concordata di una federazione bizonale e bicomunitaria, con un’unica sovranità, una cittadinanza e una personalità internazionale.

Il Presidente Christofias continua instancabile i suoi sforzi per raggiungere una soluzione equa, durevole e funzionale della questione di Cipro, nell’interesse di tutto il popolo di Cipro, greco-ciprioti, turco-ciprioti, maroniti, armeni e cattolici di rito latino.

Purtroppo, la parte turca non ha corrisposto finora alle proposte ragionevoli e moderate del Presidente. La chiave per la soluzione della questione continua a trovarsi ad Ankara. Ed Ankara finora si è limitata a creare false impressioni in operazioni mediatiche: non cessa di proclamare di avere fretta a risolvere la questione, ma i fatti e gli atteggiamenti mostrano che non ha alcun interesse a farlo.

Nonostante le difficoltà e l’atteggiamento finora deludente della parte turca, il Presidente Christofias non rinuncia agli sforzi. Proprio per questo, agli inizi dello scorso agosto ha sottoposto un nuovo pacchetto di proposte che prevedono le seguenti misure:

• la consegna della città recintata di Varosha alle Nazioni unite, in modo da restaurarla e permettere agli abitanti legittimi di farvi ritorno, e, parallelamente, permettere l’apertura del porto di Famagosta sotto l’egida dell’Unione europea;

• di raccordare nei negoziati intercomunitari tre aspetti importanti della questione di Cipro: quello delle proprietà dei greco-ciprioti nei territori occupati, quello della restituzione dei nostri territori e quello riguardante il ritiro dall’isola dei coloni turchi stabilitisi illegalmente.

• il terzo aspetto della proposta riguarda la convocazione di una conferenza internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite e con la partecipazione dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, dell’Unione europea, delle tre potenze garanti, della repubblica di Cipro e delle due comunità dell’isola. Questa conferenza dovrà occuparsi solo e unicamente degli aspetti internazionali della questione di Cipro, quelli cioè riguardanti le garanzie internazionali, i problemi di sicurezza, ma specialmente il ritiro delle forze armate straniere e dei coloni.

Vorrei concludere con un breve cenno alla relazione che c’è tra la questione di Cipro e il processo della Turchia per l’adesione all’Unione europea.

È un argomento spesso in primo piano sia nella stampa che nell’agenda politica italiana.

Mi capita talvolta di leggere sui giornali italiani articoli che parlano di un ipotetico veto di Cipro all’adesione della Turchia all’Unione europea.

La verità è che Cipro sostiene l’adesione della Turchia all’Unione europea, con le condizioni e le clausole valide per tutti i paesi candidati ed in base al ragionamento che una Turchia europea sarà di fatto costretta a cambiare atteggiamento e comportamento verso Cipro. Purtroppo, però, questo finora non è avvenuto.

La Turchia ritiene di poter aderire all’Ue alle sue condizioni e si rifiuta di riconoscere un paese membro, come è la repubblica di Cipro.

E non solo. Si rifiuta tenacemente perfino di applicare il protocollo di Ankara, da essa sottoscritto, che le impone di normalizzare i suoi rapporti con la repubblica di Cipro e di permettere alle navi e agli aerei con bandiera cipriota di fare scalo ai suoi porti e aeroporti.

Questo ostinato rifiuto di Ankara di adempiere le ragionevoli condizioni dell’Unione europea, ma anche gli scarsi progressi nell’armonizzazione della sua normativa interna agli standard europei, sono i veri ostacoli al processo di adesione e non l’immaginario veto di Cipro.

Se la Turchia vuole veramente entrare a far parte della famiglia europea, deve smettere di comportarsi come una potenza militare regionale e fare propri i valori fondativi dell’Europa: deve cioè trasformarsi in un paese pacifico e democratico che mantiene rapporti di buon vicinato con i paesi confinanti e ritiene inconcepibile mantenere truppe di occupazione di territori stranieri. Sono certa che anche gran parte dell’opinione pubblica italiana concorda con questa netta presa di posizione del governo di Cipro.

L’ottimo livello delle relazioni di Cipro con l’Italia è stato constatato anche dal Presidente della repubblica di Cipro Demetris Christofias nella sua visita a Roma nel settembre 20009 e nei suoi colloqui con il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano e il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi, dando nuovo impulso alla cooperazione tra i due paesi sia a livello bilaterale che nell’ambito della comune famiglia europea.
*Dice di sé.
L’Ambasciatore Athena Mavronicola Droushiotis è laureata in giurisprudenza e in scienze politiche. È stata rappresentante permanente ad interim presso le Nazioni unite e Ambasciatore a Praga e a Madrid. È ambasciatore della repubblica di Cipro in Italia dal dicembre 2006, accreditata anche presso la Svizzera, Malta e San Marino. Il marito, James C. Droushiotis, è ambasciatore della repubblica di Cipro a L’Aja. 

Heorhii Cherniavskiy - Le tracce italiane sul Mar Nero

In principio soprattutto veneziani e genovesi, ma poi anche napoletani e livornesi hanno contribuito, nei secoli, alla costruzione e all’arricchimento culturale di diverse città del’Ucraina, in particolare Odessa

 Heorhii Cherniavskiy*

Esistono prove di antiche relazioni tra gli italiani e gli ucraini? Probabilmente non se ne parla spesso, eppure, se torniamo al passato, è possibile verificare come gli italiani si siano recati nella parte settentrionale del Mar Nero sin da tempi remoti. Cacciati, ritornarono nuovamente in quelle terre piene di fascino.

Le prime penetrazioni dei romani sul basso Danubio (la frontiera meridionale dell’attuale Ucraina) sono datate intorno al primo secolo a.C. Nondimeno dopo il tramonto dell’Impero romano, gli italiani sono tornati nella regione del Mar Nero soltanto verso la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, quando i genovesi, facendo concorrenza ai veneziani, cercavano di ampliare le proprie rotte commerciali attraverso lo stretto di Bosforo e dei Dardanelli, con lo scopo di fondare nuove colonie sulle rive della penisola della Crimea e nel nord del Mar Nero.

Dopo le crociate, accrescendo l’ambito delle proprie operazioni commerciali, i genovesi, nel 1266, ottennero dal knan dell’Orda d’oro, a Crimea, la città di Caffa (l’attuale Feodosia). Più tardi si impossessarono di altre città della penisola di Crimea, dando loro nomi italiani: Cembalo (l’attuale Balaklàva), Cherchinitida (Eupatòria, subito diventata centro commerciale che competeva con Feodosia), Soldaia (l’attuale Sudak, dopo aver cacciato i veneziani), Vosporo o Cerchio (sul territorio dell’attuale città di Kerc), Gialite (Yalta) e Ginestra (oggi nel comprensorio di Odessa).

Del periodo genovese in Crimea sono rimasti conservati fino ad oggi i resti delle mura di fortezze a Caffa, a Cembalo, una fortezza a Soldaia e a Bilgorod-Dnistrovski (Moncastro), che si trova nelle vicinanze di Odessa.

Di queste e di altre bellezze dell’attuale Ucraina si tratta in questo saggio.

La città di Sudak (Soldaia) fu fondata, presumibilmente, nel 212 dalle tribù venute dall’Iran. Facendo parte di Bisanzio, Soldaia all’inizio del XIII secolo si trovava sotto il controllo del regno dell’Orda d’oro, essendo già iniziata la rivalità per i porti sulle rive del Mar Nero tra Venezia e Genova.

Alla fine del XIII secolo i veneziani si stanziarono a Soldaia, cionondimeno dopo l’affermazione della religione musulmana nell’Orda nella prima metà del XIV, la popolazione cristiana fu cacciata dalla città e le mura furono distrutte.

Approfittando delle guerre intestine dell’Orda nella prima metà del XIV secolo, nel 1365 a Sudak giunsero i genovesi, che cominciarono a ricostruire la città, dandole il nome “Soldaia”. Il posto rinacque: bisogna tener presente che attraverso la baia di Soldaia passava la Via della seta, e dunque numerose attività vennero avviate e questo favorì un veloce sviluppo della regione.

La storia, tuttavia,  portò i genovesi a lasciare la penisola verso fine del Quattrocento. Soldaia diventò parte dell’Impero osmano, conservando, però, una memoria indimenticabile dei genovesi: la sua fortezza, in quegli anni, era la più sicura del Mar Nero.

L’ubicazione ben scelta e le fortificazioni della costruzione, che aveva due file di torri e una superficie di circa 30 ettari, la resero inaccessibile: irraggiungibile dall’ovest, protetta da sud e da est dalle montagne a strapiombo che scendevano verso il mare e cinta a nord-est da un fossato. Una delle pareti è fortificata con 14 torri, ciascuna delle quali è stata nominata secondo il nome del console incaricato da Genova: abbiamo conferma di ciò da alcune tavolette con lo stemma di Genova e l’iscrizione in latino.

La fila superiore della linea difensiva comprendeva ancora altre torri e un Castello consolare con una torre di pattuglia. Tra le due file della fortezza si ubicava la città.

Un atro complesso di tipo militare e ben conservato sino ai giorni nostri è la fortezza alla città di Bilgorod-Dnistrovski, chiamata dai genovesi Mon(te)castro. Chissà se al modo c’è un altro posto che nella sua millenaria storia abbia cambiato tante volte il proprio nome: Ophius, Tiras, Ak-Libo, Chetatea-Alba, Alba-Iulia, Album Castum, Feger-Var, Ak-Kerman…

La città risale al VI secolo a.C. e dapprima fu nominata Ophius. Quando l’Impero romano conquistò la Dacia, avanzò fino al Danubio, facendone la frontiera settentrionale. L’avamposto dell’Impero diventò Alba-Iulia (il nome della città dell’epoca), qui svolgevano il servizio militare i soldati della Quinta legio Macedonica e della Prima legio Italica.

Il periodo dell’impero stava per finire e ondate di popoli nomadi cominciarono spesso ad attraversare le frontiere romane, per incrinare il grande impero e distruggerlo. Nella prima metà del III secolo Alba-Iulia fu conquistata dai barbari goti, che in breve cominciarono a costruire a Moncastro la loro flotta, continuando le scorrerie nelle province romane.

Dal 1241 la città fu presa dai tatari che, però, non si trattennero a lungo. Avendo necessità di mezzi per lottare contro le altre tribù, la vendettero ai genovesi che col tempo cominciarono a costruire la fortezza, nominandola Moncastro. Alla fine del Quattrocento Bilgorod (il nuovo nome fu Chetatia Albe, o Feger Var) faceva parte del Principato di Moldova i cui padroni assicurarono il rinnovo delle vecchie e la costruzione di nuove fortificazioni. Sulle pietre delle mura sono incisi gli anni 1399 e 1432.

All’infuori di queste due strutture di natura unicamente militare, costruite dai genovesi, bisogna dire che anche nei secoli successivi gli italiani non dimenticarono la regione di Mar Nero.

La perla genuina del Mar Nero, la cui storia è strettamente legata all’Italia, è la città di Odessa.

Per la prima volta gli italiani sono menzionati nei secoli XIII–XIV, quando sul territorio della città odierna fu ubicato l’ancoraggio delle navi genovesi chiamato Ginestra, forse per la pianta di ginestra molto diffusa nelle steppe del Mar Nero.

La nuova affluenza degli italiani nel Sud dell’Ucraina crebbe particolarmente con la fondazione di Odessa. Tutto questo fu facilitato del fatto che alla guida dell’appena fondata capitale del bacino del Mar Nero c’era un cittadino italiano di origine spagnola Jose De Ribas, in carica fino al 1797.

Nei primi anni del Novecento la diaspora italiana cominciò ad avere un ruolo importante nella vita pubblica e commerciale della città. La lingua italiana iniziò a diffondersi e con il passare del tempo entrò nella sfera delle comunicazioni degli uomini d’affare: conti, cambiali, assegni, contratti, corrispondenza commerciale, contabilità – tutto era scritto in italiano. Inoltre, il bisogno di conoscere le lingue straniere – tra cui l’italiano – portò all’insegnamento di russo, greco e italiano nella prima scuola di Odessa fondata in 1800.

All’inizio del XIX secolo la colonia italiana era composta in primo luogo da commercianti, marinai e militari in servizio nell’Armata russa. Principalmente napoletani, genovesi e livornesi. Seguirono rappresentanti dell’arte, artigiani, farmacisti e insegnanti di varie materie.

Dal 1798 ad Odessa erano presenti i consoli di Napoli, della Sardegna e della Corsica. Successivamente il consolato di Sardegna fu trasformato in consolato italiano.

Ad Odessa gli italiani furono anche proprietari di panifici, fabbriche di pasta e gallette e più tardi nel periodo 1794-1802 sorsero le prime società commerciali di proprietà italiana. In seguito gli italiani diventarono titolari di ristoranti, caffetterie, pasticcerie, casinò, alberghi. Alcuni di loro operarono fino all’inizio del Novecento. Per esempio, il lussuoso locale Fanconi, caffetteria-pasticceria, fondata ad Odessa negli anni ‘70 del XIX secolo, conquistò un enorme prestigio.

I gioiellieri, gli scultori e i marmisti italiani furono celebri ad Odessa sin dalla sua fondazione e fino alla rivoluzione del 1917. I cognomi italiani, ancora oggi, vengono spesso associati agli architetti. Molti edifici meravigliosi di Odessa furono costruiti appunto da italiani, e non solo architetti ma anche appaltatori, costruttori, carpentieri ebbero una parte importante. Senza di loro il genio dell’architetto non poteva trovare forma.

Gli italiani giocarono una parte importante anche nell’avvio del teatro ad Odessa. Persino oggi, guardando il repertorio del teatro lirico e del balletto di Odessa, si mantiene il tributo alla tradizione italica.

L’insegnamento ampiamente praticato della lingua italiana contribuì alla comparsa di una serie di manuali e testi scolastici e si può sicuramente dire che Odessa procurò non solo per l’Ucraina ma anche per la Russia i mezzi di studio della lingua italiana.

Nel 1905 Sperandeo (professore dell’Università di Novorosiysk, insegnante di italiano e presidente dal 1901 del comitato di Odessa della società nazionale italiana di Dante Alighieri, rimasto in città fino alla rivoluzione del 1917) contò ad Odessa 50 cittadini italiani: altri 600 secondo lui furono gli italiani soltanto di nome.

La rivoluzione di 1917 fece ripartire molti italiani per l’Italia, o per altre città dell’Europa. In epoca sovietica solo poche decine erano gli italiani ad Odessa, la maggior parte dei quali quasi non conosceva la propria lingua.

Riassumendo bisogna dire che la cultura italiana ha notevolmente inciso sullo sviluppo del sud del’Ucraina e che tali informazioni sono diventate la base di ricerche degli storici contemporanei dedicate proprio alle colonie italiane sul Mar Nero.
*Dice di sé.
Heorhii Cherniavskiy. Ambasciatore plenipotenziario e straordinario di Ucraina nella Repubblica Italiana, San Marino e Malta (2005). Nel corso della sua carriera ha ricoperto diverse cariche nella Verkhovna Rada (Parlamento ucraino). Nell’amministrazione del Presidente di Stato ha ricoperto la carica del Capoufficio del Servizio di Protocollo nel gabinetto dei tre primi presidenti del Paese. Si appassiona agli argomenti nell’ambito culturale, relazioni internazionali, storia, filatelia. 

NUOVE TECNOLOGIE Massimo Garbini - L’Italia ridisegna le autostrade dell’aria. Il futuro dei cieli senza confini

Il mondo aeronautico è uno scenario molto complesso. Fra i diversi attori, ad esempio, ci sono le compagnie aeree che fanno volare i passeggeri, le società di gestione che si occupano di tutta una serie di servizi aeroportuali come lo smistamento bagagli e l’assistenza ai passeggeri, e poi ci sono coloro che da terra gestiscono gli aerei in volo: i controllori del traffico aereo. I cosiddetti uomini-radar, sono però i meno visibili al passeggero, perché il loro lavoro si svolge sempre in luoghi chiusi, dentro una delle 39 torri di controllo nazionali che fanno atterrare e decollare gli aerei, oppure in uno dei 4 centri di controllo d’area di Roma, Milano, Padova e Brindisi, da dove assistono gli aerei in sorvolo nello spazio aereo italiano.

Tanto sono “invisibili”, quanto indispensabili per consentire a migliaia di aeromobili di volare ogni giorno in massima sicurezza. La società a cui fanno capo tutti i controllori del traffico aereo è l’ENAV, il cui compito principale è quello di fornire, nei cieli e negli aeroporti italiani di propria competenza, i servizi di navigazione aerea, secondo criteri di sicurezza, efficienza e fluidità del servizio. Inoltre, l’ENAV, grazie ad altro personale specializzato, fornisce informazioni e telecomunicazioni aeronautiche, il servizio meteorologico e la certificazione degli impianti di radio-assistenza.

Per poter svolgere il servizio al meglio e garantire sempre il massimo della sicurezza, che rappresenta l’obiettivo primario dell’azienda, è necessario che una società come ENAV, che è l’unica in Italia preposta a svolgere questo servizio, operi in due direzioni: tecnologie e formazione. Negli ultimi anni, ENAV ha stanziato ingenti investimenti per infrastrutture, ammodernamento impianti e nuove tecnologie, oltre che per la realizzazione di ulteriori strategie di sviluppo tecnologico e sinergie con il sistema aeroportuale. Per gestire il servizio e poter utilizzare sistemi sempre più sofisticati, la società si serve di professionisti di alto livello che vengono formati e continuamente aggiornati nella propria academy, una scuola riconosciuta a livello internazionale che si trova nel polo aeronautico di Forlì. 

Va detto che il settore aeronautico, nonostante la crisi economica internazionale degli ultimi tempi, è destinato a riprendere la crescita. Basta considerare che solo dieci anni fa ENAV assisteva, a livello nazionale, il 30% dei voli in meno; oggi controlla più di 2 milioni di voli all’anno, con circa 3.400 professionisti, di cui la maggior parte sono controllori oppure esperti tecnici di assistenza al volo. Questa crescita, che coinvolge tutto il mondo, può essere affrontata solo con interventi preventivi. Aumentando i movimenti, si intasano gli aeroporti, le piste sono sempre più affollate e tutto il sistema deve essere meglio utilizzato. Per far ciò occorre non soltanto la professionalità delle persone, ma nuove infrastrutture aeroportuali, un supporto tecnologico avanzatissimo ed una coordinazione tra enti interessati.

Non solo. Oltre alla capacità “sostenibile” dall’intera struttura aeroportuale nazionale, per la futura crescita del traffico aereo, bisogna ragionare in termini internazionali. Gli aerei, per definizione, volano dappertutto. La gestione del traffico aereo è una catena senza soluzione di continuità, dove un aereo si trova sempre sotto il controllo di qualcuno, sia all’interno di uno stesso Paese, sia tra uno Stato e l’altro.

Quando un aereo valica i confini nazionali, i controllori di volo italiani dialogano con i controllori delle nazioni limitrofe, come Francia, Spagna, Austria. Quindi più le tecnologie che gestiscono il traffico aereo sono compatibili tra loro, più la gestione dei cieli diventa fluida (rotte più dirette, risparmio di carburante, maggior sicurezza nei sistemi e nelle procedure e possibilità di gestire più aerei in volo). Questo spiega perché in aria, come a terra, i tradizionali confini nazionali hanno sempre meno ragione di esistere.

Allo scopo di eliminare il più possibile le frontiere nazionali e rendere più omogenea la gestione del traffico nello spazio aereo continentale, la legge comunitaria ha attivato negli ultimi anni due programmi fondamentali: il SESAR, per la creazione del nuovo sistema di gestione del traffico aereo europeo, e la costituzione dei Blocchi Funzionali di Spazio Aereo (FAB).

Il progetto SESAR, di cui ENAV è uno dei capofila, è nato proprio all’esito di un processo di integrazione del settore della navigazione aerea, nell’ambito del quale la Commissione europea ha varato un ciclo di regolamenti, denominati del Cielo unico europeo, intesi a istituire uno spazio comune, disciplinato da norme uniformi.

Tutto ciò al fine di pervenire ad una gestione non frammentata, bensì armonica dell’intero settore e rafforzare così l’attuale livello di sicurezza e l’efficienza globale del traffico aereo di tutti i Paesi europei. È nell’ambito di questa normativa che nascono anche i FAB, ovvero sottogruppi interstatuali che, includendo raggruppamenti di stati limitrofi, hanno lo scopo di assicurare una gestione più integrata e economica dello spazio aereo, a prescindere dai confini nazionali esistenti.

ENAV ha sempre sostenuto l’iniziativa comunitaria, mettendo a disposizione il necessario expertise e facendosi parte attiva nei diversi progetti.

Per quanto riguarda in particolare i FAB, ENAV è capofila del progetto BLUE MED, che ha proprio l’obiettivo di definire i futuri scenari nell’Europa mediterranea, insieme ai fornitori dei servizi alla navigazione aerea di Cipro, Grecia, Malta, con Tunisia, Egitto e Albania, quali partner associati e, nel ruolo di osservatore, anche il service provider del Regno di Giordania. BLU MED, che vede l’Italia assumere un ruolo centrale in quest’area e che è stato riconosciuto come uno dei programmi europei di riferimento nell’ambito della nuova legislazione comunitaria, migliorerà la gestione del traffico aereo del Mediterraneo, aumentando ulteriormente i livelli di sicurezza e di efficienza del servizio con importanti benefici economici per tutta l’utenza del trasporto aereo.

Sono questi alcuni degli esempi dell’impegno internazionale di ENAV, testimonianti del ruolo sempre più rilevante assunto dall’Italia in questo delicato settore fosse poco visibile ai più, ma altamente considerato dalle istituzioni mondiali di riferimento. Infatti, per i risultati raggiunti in termini di efficienza, affidabilità e puntualità, per esempio Eurocontrol (l’organismo sovranazionale per la sicurezza aerea di 38 Stati membri) ha riconosciuto ENAV come il miglior provider europeo.

Questo, tra gli altri, è un attestato che il service provider italiano interpreta come uno stimolo a fare sempre meglio e di più per l’intero comparto ed, infine, per il giusto diritto alla mobilità del passeggero.

*Dice di sé.
Massimo Garbini. Romano di Roma. Nasce controllore appassionato, e rimane tale, anche per la “Roma”. Ama le cose concrete, e le persone dirette. È consapevole di avere avuto grandi maestri, sarebbe felice di poter onorare il lavoro fatto nel passato, con quello da fare nel futuro. E nel trasporto aereo, c’è ancora tanto da fare. Direttore Generale ENAV. 

 

LA NUOVA FRONTIERA DEL TRASPORTO AEREO

SOSTENIBILE: ENAV, RISPARMI DI CARBURANTE

DA ROTTE PIU’ DIRETTE E MENO INQUINANTI

Con il nuovo piano per il 2010 previsti risparmi di 16.875.000 Kg di carburante, 2.282.500 Km percorsi in meno e evitati 55.156.250 Kg di emissioni di Co2

L’esigenza mondiale della razionalizzazione della gestione del traffico aereo è dettata dalla necessità di mantenere e, se possibile, aumentare i livelli di sicurezza del volo incrementando la capacità dello spazio aereo, ma anche riducendo il più possibile il consumo di carburante sia per risparmiare sui costi di esercizio, sia per abbassare l’impatto ambientale.

Sulla base di queste esigenze, ENAV ha quindi messo in atto il proprio Flight Efficiency Plan (FEP), un piano molto complesso per la riconfigurazione delle rotte e l’ottimizzazione di alcuni percorsi. Si tratta di azioni i cui obiettivi di razionalizzazione e miglioramento si sviluppano su più di 100 linee di intervento per il periodo 2010-2012:

•  progettazione dello spazio aereo “en-route” che consente traiettorie più dirette, con conseguente risparmio di carburante

•  spazio aereo e disponibilità del network, che consente di utilizzare rotte a quote maggiori dove l’aria più rarefatta diminuisce l’attrito sul velivolo

•  progettazione ed utilizzazione degli spazi aerei in prossimità degli aeroporti, con la possibilità per gli aeromobili, nella fase di avvicinamento, di planare utilizzando i motori al minimo

•  operazioni aeroportuali, con un beneficio per la fase di movimentazione a terra degli aeromobili che consente di ottimizzare le sequenze di partenza ed i tempi di rullaggio (taxi-in e taxi-out).

•  consapevolezza del personale operativo in materia di efficienza del volo, ovvero la formazione e l’addestramento dei controllori di volo alle procedure ed ai nuovi parametri del FEP.

Le iniziative che ENAV ha portato a termine nel biennio 2008/2009 hanno già consentito agli aeromobili di percorrere 3,267 milioni di Km in meno, di utilizzare 28,51 milioni di Kg di carburante in meno emettendo così 89,83 milioni di kg di CO2 in meno, per un totale di circa 14 milioni di Euro risparmiati sul carburante.

Per il solo 2010 dagli interventi di ENAV sullo spazio aereo italiano è previsto:

•  circa 17 milioni di Kg di carburante in meno

•  minori emissioni di CO2 per oltre 55 milioni di Kg

•  risparmio economico di circa 8,5 milioni di Euro per le Compagnie Aeree


 

AMARCORD Maurizio Costanzo - I mille volti del Maurizio Costanzo Show

Partito nel settembre del 1982, in onda fino al 2009, è stato il talk show più longevo ed innovativo della televisione italiana. Nel 2008, Maurizio Costanzo, con Emanuela Pesci, realizza un libro-dvd nel quale raccoglie i momenti migliori della trasmissione culto

Maurizio Costanzo

Speciale vent’anni:

Sandra Mondaini, Raimondo Vianello, Enzo Biagi

 

Palcoscenico – puntata del 19 dicembre 2001

 

In questa ricorrenza così significativa per la sua brillante carriera di giornalista televisivo mi è gradito rivolgerle, insieme a mia moglie Franca, gli auguri più sinceri.

La sua trasmissione in questi vent’anni ha contribuito a stimolare il confronto, il dialogo, diventando un appuntamento utile per approfondire con correttezza e sobrietà alcuni dei temi e degli eventi più rilevanti e attuali della nostra vita politica e sociale.

 

È il telegramma di auguri del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per i vent’anni del Maurizio Costanzo Show.

Fuori dal teatro Parioli, un red carpet di ospiti prestigiosi. Tanti personaggi del mondo dello spettacolo, del giornalismo, della politica e i vertici Mediaset, tutti insieme in una serata che non ha precedenti nella storia della televisione: Maria De Filippi, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Bruno Vespa, Emilio Fede, Enrico Mentana, Gad Lerner, Rosario Fiorello, Vittorio Sgarbi, Giobbe Covatta, Alessandro Bergonzoni, David Riondino, Ricky Memphis, Dario Vergassola, Pino Insegno, Enrico Brignano, Gigi Proietti, Luciana Littizzetto, Giuliana De Sio, Nancy Brilli, Platinette, Afef Jnifen, Massimo Dapporto, Leo Gullotta, Alberto Castagna, Stefano Zecchi, Vladimir Luxuria. Sono presenti anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il sottosegretario Gianni Letta, il presidente Mediaset Fedele Confalonieri, il vicepresidente Piersilvio Berlusconi, Francesco Rutelli, Fausto Bertinotti e il neoeletto sindaco di Roma Walter Veltroni, il presidente della Roma Francesco Sensi, l’allenatore Capello e i giocatori della squadra, freschi di scudetto.

Le prime a salire sul palco sono Nancy Brilli, Giuliana De Sio e Luciana Littizzetto, che, incontenibile e travolgente come sempre, propone al conduttore: “Si sono sciolti i ghiacciai del Kilimangiaro e ancora il Maurizio Costanzo Show resiste. Io dopo tanti anni lo chiamerei: Maurizio, che costanza show!”.

Poi, in collegamento da Striscia la notizia, Ezio Greggio insieme a Enzo Iacchetti, racconta il suo primo incontro con un omino vestito con una giacca di Luino, tutto un po’ timidino proprio al teatro Parioli, e lo ringrazia per aver fatto sì che si formasse la coppia Greggio-Iacchetti.

È la volta dei giornalisti, Fede, Mentana, Lerner, Vespa, chiamati questa volta non per essere intervistati, come da rito, ma per fare le domande al festeggiato.

È Bruno Vespa a sorprendere tutti quando esordisce con: “Papà! Io ti ho detto che siamo tutti figli tuoi”. Questo perché è stato proprio Costanzo a portare in Italia il primo talk show, nel 1976 Bontà loro.

“Hai mai pensato di condurre un talk show?” chiede Costanzo a Raimondo Vianello, seduto accanto a Vittorio Sgarbi.

Con quella sottile ironia e senso dell’humour britannico come il suo portamento, Vianello risponde: “No. Io no. Perché io mi faccio gli affari miei”. Poi corregge il tiro: “Dico che bisogna essere portati…”.

È pur vero che tutti coloro che hanno applaudito sono saliti almeno una volta sul palco del Parioli, fa notare Costanzo.

Il microfono passa a Sandra Mondaini, seduta in platea accanto a Silvio Berlusconi e, come da copione, bersaglio delle punzecchiature del marito: “Quello che più ho apprezzato in Maurizio è aver sposato Maria”.

Vianello si prende gioco di lei facendole ripetere il nome. Al che, chiosa: “Oh, ne ha sposate sette…”.

In prima fila Maria De Filippi ride, Costanzo si volta verso Sgarbi, cercando uno sguardo di solidarietà: “Che devo fare…”.

È una festa e si rivivono i momenti più belli e significativi dei vent’anni del talk show, ma è anche l’occasione per ricordare quel 14 maggio 1993, in via Ruggero Fauro, nei pressi del Parioli. Costanzo si scusa con sua moglie Maria per quegli ottanta chili di tritolo a lui destinati e per lo spavento che le ha procurato il trovarsi coinvolta in quel terribile attentato, firmato dalla mafia.

Ma, al contempo, esprime anche tutto il suo orgoglio per la staffetta con Samarcanda e per quella maglietta, Mafia. Made in Italy, che ribrucerebbe più e più volte.

Seguono l’esibizione di Gino Paoli, che canta Il cielo in una stanza, dedicata a Costanzo e a sua moglie Maria; le divertenti incursioni di Fiorello; il collegamento con Gino Strada, appena rientrato dall’Afghanistan e con Alberto Sordi che, da casa, manda i suoi auguri per i vent’anni; Gigi Proietti, che interpreta uno dei suoi personaggi, il cantante del night club, esibendosi con il brano Nun me rompe er ca; le interrogazioni a tutti i comici seduti dietro ai banchi di scuola; le sfilate delle drag queen di Luxuria; gli auguri del papa per bocca di Massimo Lopez, che si lamenta di non essere mai stato invitato in trasmissione.

Tanti sapori diversi mescolati, con quella stessa alchimia e tendenza al fritto misto che da sempre caratterizza le puntate del Maurizio Costanzo Show.

Un regalo enormemente gradito arriva dalla firma più illustre del giornalismo italiano, in collegamento dal set di Il fatto, Enzo Biagi: “Le faccio tanti auguri di buona fortuna e buon lavoro. E ricordo quello che diceva una volta Elio Vittorini, col quale ho avuto un rapporto cordiale di grande rispetto e ammirazione: “Un successo lo possono avere tutti, ma il vero problema è il giorno dopo. È durare nel tempo, negli anni”.

Allora, complimenti, auguri e credo che il suo merito sia dare la voce a tanti italiani che normalmente non l’avrebbero. Quelli che vengono da lei hanno una storia da raccontare. Tutti si sentono protagonisti del grande romanzo della vita, anche se, poi, ognuno di noi mette magari appena una virgola.

Le auguro ancora buona fortuna e buon lavoro, perché anche lei come me è di quelli un po’ deformati, che nel lavoro vedono e realizzano gran parte della loro vita. Auguri ancora”.

Il retroscena di Maurizio Costanzo

 

Sandra e Raimondo

 

I miei rapporti con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello sono di vecchia data. Ho conosciuto entrambi quando erano fidanzati, anche perché la redazione del settimanale Grazia a Roma, dove lavoravo, era a pochi metri di distanza da dove abitava Raimondo.

Fui l’unico giornalista ad avere l’esclusiva del loro matrimonio e dovetti difenderla. Infatti, trovai un fotografo nascosto in un confessionale. Poi l’amicizia è rimasta, al punto che curai un libro firmato da loro, che si chiamava Casa nostra.

È sempre stato un rapporto saldo, di grande affetto. E ancora nel 2007, a febbraio, in occasione delle Grolle per la fiction, c’è stato un omaggio a loro due, come sempre emozionante e importante. Vianello ha fatto un Bontà loro memorabile e un Costanzo Show altrettanto memorabile.

Al Costanzo Show c’era quando Sgarbi insultò la professoressa che aveva letto delle poesie. A Bontà loro raccontò di quando si era sentito male e il medico gli aveva detto che non era niente. Si era di nuovo sentito male e gli venne diagnosticato un tumore al rene. E lui, come prima cosa disse: “Chi glielo dice all’altro dottore?”.

Non mi soffermo oltre perché sarebbe una storia a parte, quella con Raimondo e Sandra.

 

Enzo Biagi

 

Solo quando Biagi è venuto a mancare ho realizzato che aveva partecipato molte volte al Costanzo Show, magari in collegamento da Milano, oppure addirittura presente.

Ogni volta aveva dato prova a me e ai telespettatori del suo spessore e di quella sua capacità unica di raccontare il mondo, gli uomini e i fatti.

E, poi, la sua ironia, il guardare le cose sempre a una certa distanza…

Io, che sono stato amico della figlia, Bice, ho patito molto la sua morte, perché ho capito che veniva a mancare un testimone molto, molto, molto importante, e che ci saremmo sentito un po’ più soli.

E così è stato.
Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore uno stralcio da “Il meglio del Maurizio Costanzo Show”, di Maurizio Costanzo e Emanuela Pesci, Aliberti Editore 2008. Pubblicazione riservata.

 

CESARE PAVESE

Che diremo stanotte all’amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce. Guarderemo l’amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla, parleremo sommesso.
La notte avrà il volto dell’antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo. Il remoto silenzio
soffrirà come un’anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell’ansia dell’alba,
che verrà d’improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio. L’inutile luce
svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti
taceranno. E le cose parleranno sommesso.
(Da “All’amico che dorme”, 1934-38)

INTERVISTE Gisella Sevardi - Sergio Donati: Quando Sergio Leone richiama digli che non ci sono

Romanziere ed affermato pubblicitario diventerà, poi, lo sceneggiatore di alcuni dei migliori spaghetti western. “Gli americani hanno cercato di imitarci, con risultati scadenti perché si vedeva che dietro l’angolo del saloon c’era la Cadillac parcheggiata”

Gisella Sevardi*

Sergio Donati. Romano, classe 1933, scrittore e sceneggiatore. All’esordio giovanile nella veste di autore di romanzi (i suoi primi lavori, L’altra faccia della LunaIl sepolcro di cartaMr. Sharkey torna a casa vengono pubblicati nella collana dei Gialli Mondadori), segue una gratificante parentesi come supervisore creativo di una grande agenzia pubblicitaria di Milano, città dove incontrerà la donna della sua vita, madre dei suoi due figli.

Quindi la chiamata al cinema del grande Sergio Leone, lungo e intenso sodalizio che frutta al cinema italiano gli indimenticabili capolavori del genere spaghetti western Per qualche dollaro in piùIl buono, il brutto e il cattivoC’era una volta il WestGiù la testa.

Affermatosi nel ruolo di sceneggiatore, il suo talento gli vale importanti collaborazioni con grandi registi del panorama italiano e straniero (Sergio Sollima, Marco Bellocchio, Michele Lupo, Michael Anderson, John Irvin, Tony Scott, Billy Wilder).

Con il suo ultimo libro C’era una volta il west (ma c’ero anch’io), Donati offre ai suoi fan una divertente e significativa raccolta di aneddoti, brillanti metafore della sua ricca esperienza professionale.

 

Un giorno dell’inverno 1963 squillò il telefono nella mia casa di Milano. “È un tale che chiama da Roma”, disse mia moglie “un certo Sergio Leone”. (…) Saranno stati tre anni che non lo sentivo. Presi il ricevitore e mi esplose nell’orecchio il suo romanesco vocione baritonale: “A Se’, ma che cazzo stai a fa’ lassù tra le nebbie?”.

(…) “Ma al cinema non ce pensi più?” chiese lui.

“Beh, scrivo caroselli…”.

Riappesi e mia moglie mi guardò curiosa: “Ma chi è questo Leone?”.

“Uno del cinema,” dissi “è molto in gamba, ma un po’ troppo trafficone per il carattere mio, ha sempre mille progetti uno più sballato dell’altro… Tipo un western italiano, figurati! Senti, amore, quando questo Sergio Leone richiama digli che non ci sono, che sono all’estero per lavoro, che non si sa quando torno”.

E fu così che non scrissi la sceneggiatura di “Per un pugno di dollari”.

 

Poche battute tratte dalle prime pagine del suo C’era una volta il West (ma c’ero anch’io) esprimono forse meglio di ogni artefatta biografia la carriera di Sergio Donati, scrittore e sceneggiatore, che abbiamo incontrato nella sua casa alle porte di Roma, dove vive da diversi anni, lontano dal trambusto della Capitale…

 

Roma, Milano, un’affermata agenzia pubblicitaria, la sua giovane famiglia. Quindi la “chiamata al cinema” di Sergio Leone; cosa l’ha convinta ad avvicinarsi al mondo del cinema?

“L’interesse per il cinema c’era stato già prima di trasferirmi a Milano, e quindi prima della chiamata di Leone.

Tra le varie proposte mi venne offerta un’occasione dal regista Riccardo Freda: l’adattamento cinematografico di un thriller di James Hadley Chase. L’ingaggio era sulla parola: non era previsto per me nessun soldo, ma solo la gratificazione di lavorare sotto la guida di un grande maestro.

L’ingresso nel mondo del cinema, una volta a Milano, sposato e padre dei miei due figli, la devo sì alla chiamata di Sergio Leone il quale, con ripetuti tentativi, mi convinse a tornare nella Capitale per lavorare al suo fianco. Passò del tempo prima che decidessi di lasciare Milano.

Il produttore Alberto Grimaldi, con cui Leone aveva iniziato a lavorare e per il quale avevo già in passato scritto il western La resa dei conti con la regia di Sergio Sollima (titolo del duello finale di Per qualche dollaro in più), per convincermi a tornare mi aveva offerto lo stesso trattamento economico per un anno e qualcosa in più per ogni sceneggiatura che scrivevo. A quel punto non esitai, feci le valigie e me ne tornai nella mia città natale”.

A quando risale il suo primo incontro con Leone?

“Sergio l’ho conosciuto nel 1956. Venivo fuori da una prima esperienza come scrittore di tre romanzi poi editi nei Gialli Mondadori: L’altra faccia della LunaIl sepolcro di carta e Mr. Sharkey torna a casa. Fu proprio la lettura di uno di questi racconti che incuriosì Leone, allora aiuto-regista, che di lì a poco mi volle conoscere. Aveva quattro anni più di me, anche se ne dimostrava molti di più. Era magro, con un gran naso. Ci siamo subito trovati, avevamo le stesse idee sul cinema. Mi propose di scrivere un giallo, ambientato sulla neve. Io mi ritirai subito a casa per scrivere. L’idea gli era subito piaciuta, ma anziché dentro una baita, la location doveva essere un albergo del Sestriere, anche perché i soldi per il film ce li avrebbe messi il proprietario… che oltre alla pubblicità per l’albergo, “calcolava pure de fasse qualche attrice…”.

Disgustato da un tale approccio al cinema, per non parlare del fatto che non avevo visto ancora una lira come scrittore, fu proprio in quei giorni che lessi un annuncio su Il Giorno di una grande agenzia di Milano: “Avete mai pensato a una carriera in pubblicità?”. Risposi, fui scelto ed in poco tempo diventai copywriter, copychief e creative supervisor della seconda agenzia pubblicitaria italiana.

 

Quanto deve Donati a Leone, quanto deve Leone a Donati… le va di parlarne?

“Sicuramente a Sergio devo l’entrata al cinema. Se non fosse stato per la sua insistenza sarei rimasto a Milano, visto che la mia carriera nel campo pubblicitario andava a gonfie vele.

Con Sergio ci intendevamo moltissimo, ma sempre nel rispetto dei ruoli. Lui era il regista. Tu esistevi in quanto “in funzione” del film. Al termine di ogni lavoro, Leone neanche guardandoti negli occhi, ti diceva: “vabbè, buonanotte”. Il modo in cui si rivolgeva faceva parte del suo personaggio. A forza di dire: “a Sé, a’ sta sceneggiatura je serve na sistemata” feci la revisione di Per qualche dollaro in più, del Il buono, il brutto, il cattivo, di C’era una volta il west.

Un discorso a parte merita Giù la testa, film che sento molto più mio che di Leone; al principio doveva segnare l’esordio del neoproduttore Leone, poi le cose andarono diversamente e “qualcuno” dovette riprendere a girare”.

 

Torniamo agli esordi: lei ha iniziato la sua carriera come scrittore di romanzi. Ne ha scritti tre e sono stati tutti pubblicati nei Gialli Mondadori. Due di questi hanno avuto un seguito cinematografico… Cosa l’ha allontanata da questo suo percorso professionale?

“Giorgio Mondadori. La mia carriera come scrittore di gialli iniziò così: ero un ragazzo di 21 anni, avevo bisogno di soldi, iniziai a scrivere gialli. Dopo aver scritto il primo romanzo mi proposi ad Anna Garzanti, la quale mi rispose dicendo che pubblicavano solo autori americani. Mi rivolsi così alla Mondadori. Ricevetti una lettera del mitico Alberto Tedeschi, che aveva inventato il Giallo Mondadori ed è così che cominciai.

Dopo la pubblicazione dei tre romanzi, diversi produttori cinematografici, tra cui Dino De Laurentiis, si erano fatti avanti per ottenere delle opzioni per un’eventuale trasposizione sullo schermo. Per le opzioni non avevo visto come al solito una lira (solo dieci anni dopo due di questi romanzi, L’altra faccia della Luna e Il sepolcro di carta, sono diventati dei film). Nel frattempo, era successo che alla guida della Mondadori non c’era più il grande Alberto, ma il fratello Giorgio, ispiratore di una differente linea editoriale, diciamo più orientata alle tirature… ed è così che la mia carriera di giallista fu stroncata sul nascere”.

 

Secondo la sua esperienza, quali sono gli ingredienti originali per una buona sceneggiatura? Dove attinge di solito la sua creatività?

“A proposito degli ingredienti necessari per una buona sceneggiatura, mi rimane difficile non citare il grande Ennio Flaiano ed il suo noto pensiero “a noi ce frega l’anticipo…”.

Considerazioni economiche a parte, differentemente da ciò che accade nella scrittura di un romanzo in cui l’autore è libero e padrone dell’opera dall’inizio alla fine, nella sceneggiatura il genio creativo deve necessariamente scendere a compromessi con diversi fattori, vedi le urgenze, i tempi dettati dalla produzione, talune esigenze degli attori, ma soprattutto del regista. Non a caso, la cosa più importante in questo mestiere è avere un’ottima intesa con il regista; scrivi e lavori per lui. Personalmente, degli ottanta film che ho scritto, i titoli che amo di più e che sento più miei in quanto sono Il mostro (diretto da Luigi Zampa, interpretato da Johnny Dorelli) e Il giocattolo (diretto da Giuliano Montaldo, interpretato da Nino Manfredi). Per quest’ultimo, ad esempio, l’ispirazione era nata da un fatto autentico: il fratello di Luciano Salce, allora mio amico, mi raccontò che il suo gioielliere aveva sparato, uccidendolo, Luciano Re Cecconi, noto calciatore della Lazio negli anni ’70, il quale aveva finto per scherzo di essere un malvivente. La cosa che più mi aveva affascinato di quella storia era il fatto che la gente allora, per difendersi dalla violenza dilagante, comprava come niente fosse la pistola, andava al poligono e voleva a tutti i costi imparare a sparare…”.

 

Mi parli dei suoi generi preferiti…

“Il mio genere è sempre stato quello che gli americani chiamano action comedy, cioè film di azione con risvolti ironici. Ne ho fatti molti insieme al regista Michele Lupo, tra cui Sette volte sette, che mi regalò un enorme successo.

Questo non toglie che negli anni ho dato sfogo anche a generi diversi. Ho scritto Il cane sciolto con Castellitto,L’Achille Lauro con Burt Lancaster. Ad esempio, nel 2008 ho scritto La Siciliana ribelle di Marco Amenta che, nonostante la pessima distribuzione sofferta in Italia, ha girato il mondo ed esce ora nel circuito cinematografico degli Stati Uniti”.

 

Che progetti ha?

“Insieme ad Amenta siamo pronti a girare Il banchiere dei poveri. Il film è tratto dalla storia di Muhammad Yunus, premio Nobel per aver fondato nel 1976 la Grameen Bank nel Bangladesh, la banca dei poveri appunto.

Un secondo progetto mi vede al fianco di Bud Spencer, mio caro amico, che qualche settimana fa mi ha telefonato, dicendomi che ha una storia che vorrebbe mettere su con il mio aiuto, dal titolo Il nonno di Gesù. È il racconto di un saltimbanco, imbroglione, mago che gira per le strade della Palestina facendo giochi e scherzi; ad un certo punto un casuale incontro… con questa collaborazione, ho anche la scusa di rileggere qualche passo dei Vangeli apocrifi”.

Per un pugno di dollari, C’era una volta il West, Giù la testa, si possono definire film epici. In quel periodo il cinema italiano era senz’altro in auge e a Cinecittà venivano girati i grandi kolossal. Che cosa è successo dopo?

Il cambiamento tra ieri e oggi è legato ad un discorso industriale. Mi spiego meglio: il cinema italiano, fino agli anni ’70, produceva film di genere che avevano poi una presa internazionale, dove la qualità e la creatività erano ingredienti che non mancavano mai. Si giravano duecento film all’anno!

Ad un certo punto è come se questa potente macchina si fosse fermata. Si è smesso di fare il cinema, con la “C” maiuscola. A mio avviso, il cinema italiano era finito come fatto produttivo: i grandi produttori, tra cui Ponti, De Laurentiis, Grimaldi si erano trasferiti a lavorare all’estero. Qui erano rimasti i cd. “produttorini”, quelli che giravano per i corridoi Rai e Mediaset nel tentativo di riuscire a trovare qualche finanziamento, spesso con inutile successo. Il cinema italiano con gli anni è diventato sempre più piccolo, succube oramai della televisione, vera padrona del mercato (del tipo “Questo film non si può fare perché poi non va in televisione…”).

Peccato che la televisione italiana sia ben lontana dal livello di scrittura e qualità raggiunti dalla televisione americana (basti pensare alle fortunate serie Desperate Housewives, Private Practice per citarne alcune); gli attori del piccolo schermo, assai gratificati in quel contesto, talvolta non aspirano al fatidico passaggio cinematografico, quasi fosse diventato un interesse secondario”.

 

Come mai non si girano più spaghetti western? Crede che oramai sia un genere da antologia?

Spaghetti western è un genere in via d’estinzione. Ha avuto inizialmente un rimbalzo americano: hanno cercato di imitarci, ma con risultati del tutto scadenti. Come dicevo io “si vede che dietro l’angolo del saloon c’è la Cadillacparcheggiata”. Gli attori, secondo me, non hanno neanche più le facce giuste. Gli stessi produttori, anche quando realizzano di avere sotto mano un’idea carina e originale, si scoraggiano e non vanno avanti. Mi posso ritenere fortunato, ho vissuto gli anni d’oro del cinema italiano, quelli in cui se avevi un’idea originale potevi esprimerti e lavorare”.

 

C’è un attore che le è rimasto nel cuore?

“Burt Lancaster, Kirk Douglas, ma sicuramente quello che più mi aveva colpito per la sua grande umanità, anche se non ho mai avuto occasione di lavorarci, è Paul Newman. Incontrato in occasione di una cena, il suo magnetismo mi aveva spinto a confessargli, anche se per gioco, che non gli avrei negato qualche avances se un giorno avessi deciso di tradire la mia eterosessualità”.

 

Lei che ha conosciuto tanti registi oltreoceano, come spiegherebbe la differenza di approccio, sempre che esista, tra un regista americano e uno italiano?

Sicuramente il metodo di lavoro è completamente diverso: la struttura del cinema hollywoodiano era assolutamente ministeriale e schematica. Il regista italiano, invece, era uno sempre abituato a improvvisare. Fellini, ad esempio, era uno che improvvisava tutto. Se conosceva uno dall’oggi al domani, adatto al ruolo, non esitava a farlo entrare subito in scena. Il doppiaggio, poi, in Italia era fondamentale, la presa diretta un miraggio lontano. Questo era fare il cinema. All’estero, senza arrivare ad Hollywood, c’era un metodo più rigido.

Billy Wilder, austriaco, per me forse il più grande regista della storia del cinema, doveva fare un film con Gassman che alla fine decise di non fare perché, come ripeteva, mancava a suo dire il fatidico “terzo atto” (il film sarà poi girato con il titolo di Scent of a woman e con la “faccia” di Al Pacino).

Anche Leone, personaggio atipico e notoriamente fuori dagli schemi, prediligeva in realtà una sceneggiatura di ferro e senza alcun margine di improvvisazione. La sua era una sceneggiatura completa, arricchita dall’atmosfera, dai sentimenti, ma soprattutto dalle musiche che Ennio Morricone scrupolosamente ritagliava per ciascuna scena richiesta”.

 

Se Sergio Donati non avesse fatto lo sceneggiatore chi sarebbe oggi?

“Penso che alla fine avrei comunque realizzato il mio sogno, quello di fare lo sceneggiatore. Fin da bambino disegnavo fumetti. Le racconto un aneddoto simpatico: quando andavo con mia madre in vacanza, durante il soggiorno negli hotel prendevo il bollettino di guerra, lo illustravo, lo rielaboravo e ci ricavavo un giornalino, vendendolo tra i villeggianti. La creatività è sempre stato il mio forte. Anche quando lavoravo nell’agenzia milanese mi occupavo sempre di caroselli e di pubblicità”.

 

Ho letto di alcune passate divergenze tra lei e Dario Argento, le va di dire qualcosa?

“Voglio precisare che tra noi due non ci sono mai state divergenze. Faccio un passo indietro e le spiego come sono andate le cose. Sergio Leone ad un certo punto mi dice “tu sei il mio sceneggiatore, devi sapere tutto di me” e così passo otto mesi accanto a lui, occupandomi del montaggio, dell’edizione de Il buono, il brutto e il cattivo. Terminato il lavoro Leone mi saluta come era solito fare, “beh, buonanotte!”. Vado a casa e aspetto la sua chiamata per il prossimo film. Passano le settimane, i mesi, il mio telefono non squilla. Per fortuna nel frattempo lavoravo con Alberto Grimaldi e Sergio Sollima. Un bel giorno mi arriva la notizia che Leone sta lavorando con Bernardo Bertolucci e Dario Argento. Insomma, per farla breve, dopo due-tre mesi mi chiama e mi dice “a Sé, i due intellettuali non funzionano. Viè qua che scriviamo stò film”. È stato Leone, durante la lavorazione del film, a sentire la necessità di sostituire i due collaboratori, rielaborare la storia ed arrivare ad una sceneggiatura con qualcun altro (io), con cui aveva una grande affinità creativa ed abbondantemente sperimentata.

Dopo la morte di Leone, accadde che il buon Argento, in più occasioni, tentasse di ottenere crediti importanti quale sceneggiatore di C’era una volta il west, quando invece il suo contributo sul punto, come riportato in una nota intervista, era stato soprattutto la bonne compagnie…”.

 

Dal suo racconto viene fuori la predilezione per la correttezza e la professionalità. Quali principi l’hanno guidata nella sua vita?

“I valori a cui ho dato e do’ importanza sono sicuramente l’amicizia e la lealtà, spesso traditi. Ad esempio con Leone stavo benissimo. Durante la lavorazione di un film eravamo pappa e ciccia, andavamo a cena fuori e si scherzava insieme. Poi nel momento in cui non gli servivi più, non c’eri più. Questa è una cosa che mi feriva molto, ma che col tempo avevo imparato ad accettare”.

 

Si dice che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna…lei ha avuto questa fortuna?

“Sì. Un grazie per tutto quello che ho fatto e per dove sono arrivato va a mia moglie Lorena, che da 47 anni mi sta accanto con la sua infinita tolleranza e pazienza”.
*Dice di sé.
Gisella Sevardi. Consulente legale specializzata in diritto d’autore, con un trascorso nella cronaca rosa per una nota rivista di gossip. Collabora stabilmente con lo studio legale fondato dal fratello, offrendo assistenza e consulenza nell’ambito del diritto d’autore e della legislazione dello spettacolo nelle sue varie declinazioni (www.studiolegalesevardi.it ) . 

Vincenzo Scardapane - Francesco Pannofino: Ho interpretato tante volte l’assassino, mica vuol dire che sono un killer!

Tra i migliori doppiatori italiani, grazie alla serie Boris e allo spot tormentone di una nota compagnia telefonica è uno degli attori più popolari del momento. “Recitare è un mestiere faticoso e se non hai talento e capacità ti sembra di scalare una montagna”

Vincenzo Scardapane*

Angiola Codacci Pisanelli sostiene sul suo blog dell’Espresso che la Tim per il suo spot tv avrebbe fatto un grosso affare arruolando Francesco Pannofino, al fianco di John Travolta e Michelle Hunziker. La spiegazione consisterebbe nel fatto che “da George Clooney a Denzel Washington ad Antonio Banderas, nei cinema italiani la voce è sempre sua. Così l’azienda che lo scrittura per affidargli un claim, conquista la voce – e quindi la suggestione – di una quantità di testimonial che sarebbero sicuramente infinite volte più costosi di lui”. Non è una teoria trascurabile, soprattutto se consideriamo l’importanza che la voce ricopre, per conquistare i consumatori in tv e in radio.

Oggi se parliamo di Francesco Pannofino, probabilmente siamo costretti a citare il suddetto spot e specificare che è quello che irrompe con le cuffie nel dialogo tra la nazional-popolare Michelle Hunziker e la star hollywoodiana di Pulp fiction. Oppure potremmo indicarlo come “quello che interpreta Sonsei nei Cesaroni”. E se volessimo approfondire ancora, potremmo specificare che si tratta di uno dei migliori doppiatori italiani, voce ufficiale di George Clooney, Denzel Washington, Antonio Banderas, Tom Hanks in Forrest Gump, Kevin Spacey in Seven, Michael Madsen in Kill Bill e tutta una serie infinita di doppiaggi in tutti i generi e in tutti i ruoli.

Pannofino raccoglie oggi, a 52 anni, i frutti della carriera di doppiatore e attore brillante di cinema, teatro, fiction e radio. Una carriera che ha visto un’impennata improvvisa anche grazie a Boris e alla sua interpretazione del famigerato personaggio Renè Ferretti. Per chi non avesse ancora scoperto questa serie prodotta da Wilder e Fox, Boris è l’anti-serie che utilizza il metalinguaggio della fiction. Racconta cosa accade dietro il set di Occhi del cuore, una serie di fantasia che fa il verso a Incantesimo. Tutte quelle che potrebbero sembrare follie da set, dinamiche politiche assurde e trame torbide di potere, altro non sono che una fedele rappresentazione della realtà di Rai e dirigenti costretti a piazzare attori e attrici, protetti dalle alte sfere e poco talentuosi.

Una feroce critica alla tivu di stato e per estensione alla società italiana. I personaggi di Boris tutto sommato sono cattivi, anche soltanto in parte. Renè Ferretti, personaggio interpretato da Francesco Pannofino, è un regista cosciente di realizzare una fiction di bassa qualità, frustrato proprio da quelle che sono le sue velleità artistiche e potenzialità. Celebri i suoi tormentoni, quando ad esempio carica la troupe al fine di portare a casa la scena dicendo dai dai dai, o quando sottovoce dà della cagna maledetta a Corinna, l’attrice raccomandata, o ancora quando esorta tutti gli attori, quelli bravi soprattutto, a recitare a cazzo di cane, per evitare che i cani diano troppo nell’occhio, riuscendo così a livellare il tutto.

Trasmessa da Sky, e ora anche su Cielo, il successo di Boris tra i giovani è dovuto soprattutto al download dainternet. Fenomeno unico in Italia, diventato cult dopo tre stagioni, ha convinto Rai Cinema e la Wildside a produrreBoris–Il film, in uscita a marzo 2011 nei cinema.

Chi è ancora Francesco Pannofino? Per saperne di più lo abbiamo incontrato. A fine ottobre è stato al cinema inMaschi contro femmine di Fausto Brizzi. Reduce da un’esperienza, in luglio, a Cuba per le riprese di un altro film,Cuba te espera, questa volta insieme con Enrico Brignano di cui interpreterà suo fratello, si lascia andare a racconti sulla situazione sociopolitica, la popolazione, la povertà e allo stesso tempo la spensieratezza del luogo, e di tutte le varie contraddizioni del regime castrista. Non nega di essere un po’ vittima del mal di Cuba. Dal 29 dicembre 2010 al 23 gennaio 2011 sarà alla Sala Umberto di Roma per Ladro di razza, una commedia tragi-comica con Rodolfo Laganà e Francesca Reggiani.

Non si può non ricordare anche un progetto importante per Pannofino, che ha ottenuto critiche lusinghiere e che ha fatto il giro di rassegne italiane e internazionali: L’uomo fiammifero, un film low-cost uscito nel febbraio scorso, che lo vede protagonista e che ha qualificato il regista Marco Chiarini come il Tim Burton italiano. La presenza del doppiatore avrà certamente dato maggiore credibilità all’opera prima del giovane cineasta italiano. A tavola Pannofino sfoggia la sua romanità ordinando un trittico ignorante, assaggi di bucatini all’amatriciana, alla carbonara e con cacio e pepe. Dà l’idea di essere una persona che lavora tanto in un settore che gli concede notorietà, ma che non si lascia cadere nella trappola del divismo.

 

Partiamo dal film di Boris. Senza dubbio Boris è la serie tv italiana più intelligente in circolazione, che riesce ad attirare un pubblico che solitamente non guarda la tv. Sei orgoglioso di aver creduto a questo progetto fin dall’inizio?

“Certo. Il film oltretutto è serio. So che è la serie più scaricata da internet. Su Youtube ci sono molti stralci. In tv è in onda anche su Cielo. Credo che Boris sia seguito perché racconta un mondo che di solito non si rivela. Il film nel film è stato già realizzato, però questo ambiente molto italiano in cui vengono realizzati i vari Gli occhi del cuore esistono eccome. Quindi il pubblico intelligente che ha anche un po’ di senso dell’umorismo, non cattivo ma cinico, nero, secondo me riesce ad apprezzare Boris”.

 

Nella serie traspare una cattiveria feroce…

“Sì, una cattiveria che poi fa ridere, perché ti mette dalla parte dei poveracci. Quelli che sono sul set e che fanno un lavoro raccontato come infame. E alla fine la fiction è pure di pessima qualità. Quindi prendono schiaffi da tutti! Pubblico e critica”.

 

Invece cosa rappresenta La formica rossa, bellissimo cortometraggio progresso realizzato da Renè Ferretti, progetto diverso da Gli occhi del cuore?

“Dimostra che Renè Ferretti sa fare cose belle se vuole. Nonostante utilizzi mezzi poveri come un tavolino e una formica. Nella realtà, ad esempio, ha a disposizione solo testi scritti a cazzo di cane, gli attori non sono giusti nei loro ruoli perché bisogna accontentare troppe persone. Tutti vogliono fare gli attori. Basta che una ragazza sia bella che vuole fare l’attrice, lo stesso vale per un ragazzo. Pensano sia un non-mestiere! Invece non è così. È un mestiere vero e proprio. Lo dico perché dopo trent’anni di carriera mi viene più facile recitare. Ho imparato il mestiere e quindi per affrontare un personaggio non ho l’ansia. Se non si hanno le capacità professionali ti sembra di scalare una montagna. Quando invece sei padrone del mezzo, hai un po’ d’esperienza e talento, il personaggio viene da sé, senza fatica, tranne quella fisica perché, ricordiamolo, è un mestiere faticoso. Per girare un film si fa una fatica bestiale. Si immagina il mondo dello spettacolo fatto di night, locali fighetti e tutte queste frivolezze: non è vero niente! Devi andare a letto presto perché la mattina ti devi svegliare alle 6, se non alle 5 per andare sul set”.

 

Un attore deve interpretare tante emozioni e magari piangere per un giorno intero, girando sempre la stessa scena, come successo a Sabrina Impacciatore in Baciami ancora. È stancante fare l’attore anche da un punto di vista emotivo?

“Beh, ci sono varie tecniche. Appunto il mestiere aiuta. Sabrina è un’amica ed è pazza come un cavallo! Ho fatto spesso scene in cui dovevo piangere e se ti giochi le lacrime… Se mi concentro riesco a piangere, ma se magari piango in prova oppure al primo ciak, o ancora su campo lungo quando non serve a niente, al primo piano devo ricominciare tutto da capo! Le donne invece adorano piangere e ne ho viste alcune farlo in modo stupendo.

La cosa più importante per un attore è quella di pensare alle battute che sta dicendo, così risulta vero, come nella vita, sennò l’emozione non arriva… Perché il pensiero passa prima negli occhi. E poi dipende molto anche dal regista, da come ti inquadra, dall’atmosfera che si crea sul set, dagli altri attori. Secondo me se sono tutti bravi è meglio”.

 

Boris è ciò che ti ha dato maggiore visibilità per la tua carriera, che ora ha subìto un’impennata repentina. Però ricordiamo i tuoi inizi negli anni ’70, al teatro Stabile di Trieste. Com’è andata? Qual è stata la molla che ti ha fatto scegliere questo mestiere?

“È stata una cosa naturale! Da giovane facevo insieme con alcuni compagni di scuola delle imitazioni… insomma un cazzeggio fatto nel modo più professionale possibile, col pubblico che si metteva seduto ad assistere. E di tutto quel gruppo, ero considerato il più talentuoso.

Allora molti amici mi hanno incoraggiato. La mia prima attività è stata il teatro nelle scuole. Dopo una tournèe col teatro Stabile di Firenze. Fui reclutato tramite selezioni. Dovevano metter su una compagnia enorme di 35 attori e 26 comparse. Si metteva in scena L’affare d’Anton. Questo genere di produzioni non si può fare più”.

 

Parliamo invece della tua esperienza in radio. Per un doppiatore la voce è uno strumento fondamentale. Può contare solo su di essa per far uscir fuori l’anima del testo recitato. La radio consente di ascoltare, ma non di vedere. Qual è stato il tuo approccio con questo mezzo?

“Quando cominciai ero un grande ascoltatore di radio. La cosa più affascinante è che tu immagini le facce di quelli che parlano. Se stai facendo del varietà o una finzione, ancora meglio! Perché stimoli la fantasia in modo clamoroso e crei il tuo film personale ed esclusivo.

Era il 1982 e venni a sapere che Diego Cugia e Massimo Catalano facevano da Milano un varietà su Radiouno e che l’avrebbero spostato negli studi di Roma. Cercavano un attore per la diretta. Quindi andai a parlare con gli autori, e ci trovammo. Io ero abbastanza scatenato all’epoca”.

 

Avevi già iniziato esperienze col doppiaggio?

“No, il doppiaggio lo facevo poco e male. Solo dopo aver fatto teatro, che è il padre di tutti i nostri mestieri, si può affrontare qualsiasi cosa… Dal teatro si impara tutto”.

 

Non attraverso il cinema, la soap…?

“Col cinema la puoi dare a bere, perché, daje e daje, due o tre battute le dici. Ci sono più trucchi come il montaggio, la luce. Per i piccoli ruoli ce la si può cavare, la scena può funzionare, a meno che non si debbano interpretare grossi personaggi e allora casca l’asino. Al teatro no! Se fai il cameriere che entra con una sola battuta e seistonato, arrivi come uno schiaffo al pubblico. Lo dico ai giovani, recitate anche in situazioni precarie, con mezzi poveri, allestimenti non professionali. Non è che devi lavorare per forza con Ronconi all’inizio.

Il teatro che vuol dire? Che uno sposta le sedie, si mette lì e recita. E la gente guarda. Ed è ancora meglio della radio, perché il pubblico ci deve credere. È necessario avere dimestichezza con le battute, saper stare sul palcoscenico, sempre a favore del pubblico, mai dare le spalle! Sembrano tutte banalità, invece sono l’abc fondamentale!”.

 

Poi dal teatro è scattato qualcosa e hai iniziato col doppiaggio.

“Sì, perché parallelamente iniziava ad andare meglio col doppiaggio. Intanto facevo provini per film, ma non mi prendevano mai. Tant’è che ci avevo quasi messo una pietra sopra, mi dicevo “non sono adatto”, “non ho la faccia giusta”.

Non ero niente, né giovane né vecchio, né brutto né bello, né grasso né magro. Crescendo la faccia assume una sua caratteristica definita. Ho cominciato a recitare i ruoli da cattivo, gli assassini, i ladri, i figli de na mignotta.

Poi invece sono stato nel cinema con Aldo, Giovanni e Giacomo, in Notturno bus e in tv con Boris hanno scoperto che posso fare la commedia, che secondo me è anche la cosa che mi viene meglio”.

 

Notturno Bus è stato apprezzato dalla critica. Il cast molto forte, Giovanna Mezzogiorno in primis…

“È un’ottima commedia noir… Io sono l’impiegato del lavoro sporco, un cattivo imbranato. Direi che quel film abbia avuto sfiga. Non ha avuto l’incasso che meritava. Purtroppo per motivi di politica commerciale, l’hanno distribuito a maggio e la Mezzogiorno aveva fatto altri film che non potevano uscire insieme. Insomma è stato un po’ penalizzato. Però so che è stato venduto. Esce in Cina”.

 

Preferisci i ruoli da cattivo o da buono?

“Preferisco i ruoli brillanti. Mi piace molto far ridere, ma non disdegno il ruolo drammatico. E poi bisogna saper fare un po’ di tutto sennò non se magna!”.

 

Pian piano sei diventato una delle voci più importanti del doppiaggio italiano. Tutti sanno di George Clooney, Denzel Washington, Daniel Day Lewis e una sfilza infinita di personaggi americani. Ritieni che devono un po’ del loro successo anche a te?

“Non sono d’accordo perché il doppiaggio è la traduzione italiana di un film. Vedi la differenza tra fare teatro, la radio o l’attore è che doppiando reciti una parte che hanno già recitato. Devi dare le stesse emozioni in italiano, il che è un gran bel mestiere”.

 

Ci sono scuole diverse di pensiero sul doppiaggio.

“Sì, ci sono quelli che non lo vorrebbero… d’altra parte è un’ulteriore trucco cinematografico per rendere comprensibile il film. È meglio dei sottotitoli che sporcano l’immagine”.

 

Perché se leggi i sottotitoli non guardi il film…

“E perdi magari una bella inquadratura, gli occhi di un attore o di un’attrice. Non ho mai visto nessuno che al cinema non si è emozionato perché il film non è in lingua originale. Il doppiaggio distrae se è brutto, fatto male, se è stonato. Ma la scuola del doppiaggio italiano è la migliore. Tant’è che all’estero vedi gli stessi film doppiati in francese, in spagnolo, in inglese e percepisci che la voce si scolla dalla faccia”.

Hai mai avuto modo di frequentare gli attori americani a cui presti la voce?

“Frequentare no. Ho conosciuto George Clooney. Mi ha telefonato per ringraziarmi perché gli era piaciuta la voce. E Michael Madsen, il cattivo di Kill Bill, quando è venuto in Italia per fare promozione, mi voleva conoscere e l’ho incontrato. Mi ama, mi ama molto!”.

 

Isaac Hayes, doppiatore di Chef, personaggio di South Park, ha lasciato la serie perché si è sentito attaccato come membro di Scientology, organizzazione spesso oggetto di scherno da parte degli autori del cartoon Parker e Stone. Se ti sentissi attaccato nei tuoi valori, lasceresti il progetto a cui stai lavorando?

“Intanto ne approfitto per dire che queste aggregazioni avranno pure un nobile intento, però se sono così dure da indurre uno a lasciare il lavoro… Allora se uno mi dice che sono della Lazio in modo dispregiativo, che faccio? Lascio? No. Non lascerei mai. Ho fatto un sacco di volte il ruolo dell’assassino, mica vuol dire che sono un killer (ride, ndr). Anzi fare l’attore è catartico, libera da tutte queste patologie, perché una volta che lo fai per finta, nella realtà non c’è pericolo. Ad esempio ho fatto dei doppiaggi nel Barbarossa di Renzo Martinelli e non sapevo si trattasse di un film leghista voluto da Bossi. L’ho scoperto dopo leggendo gli articoli che ne parlavano. Poi Martinelli mi ha confermato tutto. Il film è andato male, era brutto”.

 

Hai mai doppiato John Travolta in un film?

“No”.

 

Però sei il suo doppiatore nello spot della Tim. Ti piacerebbe diventare la sua voce?

“Penso lo facciano già benissimo i suoi attuali doppiatori, Claudio Sorrentino, che lo fa da sempre, e, a volte, Roberto Chevalier. La storia dello spot è diversa. Quando mi hanno chiamato, ho detto subito che non ero il doppiatore di Travolta e mi hanno risposto: “Tu fai soltanto il doppiatore che interviene”. Ora tutti pensano che io sia il suo doppiatore, ma non è così”.

 

Tra l’altro la regia di quello spot è di Alessandro D’Alatri. Vorresti fare un film con lui?

“Certamente! D’Alatri ha un senso dell’umorismo eccezionale e adoro questo tipo di persone. Assomiglia molto al personaggio di Renè Ferretti. Molti erano convinti che io imitassi lui, ed invece quando giravo Boris non lo avevo ancora conosciuto. Mi ispiravo più ad altri con cui avevo lavorato, tipo Luigi Perelli, che ha firmato la regia di Un caso di coscienza le cui riprese erano avvenute in contemporanea con quelle di Boris 1”.

 

Un caso di coscienza potrebbe essere uno scheletro nell’armadio del tuo curriculum?

“No, erano dei gialli scritti anche abbastanza bene… Ho fatto due stagioni di quella serie e Luigi Perelli è così, prorompente sul set. Non un regista timido che sta dietro il monitor. Diciamo che come veemenza del personaggio per Renè mi sono ispirato a lui. Tornando a D’Alatri. I suoi collaboratori, tutti fan di Boris, mi hanno chiesto se mi ispirassi a lui e mi dicevano “ma lo sai che sei veramente uguale!”.

Io lo conoscevo di fama, ma non l’avevo mai visto. Quando l’ho incontrato, ho notato i suoi baffi, la mosca, e quel certo tipo di voce… Ho pensato: “È proprio Renè”. E mi sono commosso. Mentre giravamo sembrava ancora di più. Lui sta al monitor e grida “buona!” alla stessa maniera di Renè”.

 

Un’imitazione ante litteram

“Infatti. E pensa che D’Alatri sa le battute di Boris a memoria. Me le cita lui stesso”.

 

Boris ha lanciato tanti tormentoni tra i giovani. Questa è un’arma a doppio taglio, nel senso che magari ti stufi?

“Ma no. Tutti mi chiedono fammi dai dai dai, e fammi a cazzo di cane. Ci sono altri che stanno messi peggio, come Max Bruno che interpreta Martellone. La gente gli va davanti e gli fa bucio de culo. Oppure Carletto de Ruggeri, in BorisLorenzo lo stagista schiavo.

Lo fermano per strada e gli gridano “ah merda”. A loro è andata molto peggio. E vogliamo parlare di Carolina Crescentini? Le gridano “cagna maledetta”! Il che per un’attrice non è il massimo. Tra l’altro Carolina è bravissima. Attori e attrici che devono interpretare l’attore cane, di solito lo fanno di maniera, come si interpreta l’ubriaco e cose simili. Invece lei lo fa in modo così bello, giusto, vero”.

 

Il film di Boris inizialmente sarebbe dovuto uscire al cinema nel mese di novembre. Invece è slittato a marzo. In questo caso Renè Ferretti vorrà fare un salto di qualità?

“Si ritrova tra le varie vicissitudini dell’affrontare un film per il cinema. Ha intenzione di realizzare qualcosa di qualità, di spessore, ma, gira che ti rigira, finirà sempre nella solita merda. Perché purtroppo dalla merda non si esce. Il film è pessimista, nel senso che non si ravvisa la speranza che c’è nella serie per cui un’altra televisione è possibile.

Chiaramente nella realtà per fortuna non è proprio sempre così. Esistono alcuni aspetti che noi raccontiamo inBoris, però ci sono anche isole felici dove qualcosa di qualità può venire fuori. Secondo me il cinema italiano non è supportato proprio da noi italiani. Si è visto anche a Venezia.

Così il pubblico è portato a credere che i film non considerati dalla Mostra siano mediocri. Non dico che dovrebbero agevolare i film italiani, ma ho letto di film con dieci minuti di applausi e grandi ovazioni come per 20 sigaretteambientato a Nassiriya (vincitore di Controcampo italiano, la sezione del Festival di Venezia dedicata al cinema nostrano, ndr)”.

 

Tornando a Boris–Il film. Come è possibile che la Rai abbia deciso di produrre un film in cui sostanzialmente viene derisa?

“Mentre giravamo la terza serie, il produttore Lorenzo Mieli mi ha detto che Rai Cinema era interessata a produrlo.  Pensano che sia un’operazione cinematografica azzeccata. E poi ci vuole anche un po’ di autoironia”.

 

Hai qualche anteprima, qualche piccola esclusiva su Boris?

“So che il film è bello. È il parere anche di Fausto Brizzi produttore in piccola parte. Stanno finendo il montaggio, ma il grosso è fatto. Poi Brizzi è uno che è riuscito a fare Maschi contro Femmine con Rai Cinema e Femmine contro Maschi con Medusa. Sono due film complementari. Brizzi è giovane, ma molto bravo. Ha un gran senso dell’umorismo e allo stesso tempo ha l’autorevolezza per gestire un set con un cast così importante”.

 

Lui ha scoperto la Crescentini. Ci sono registi con cui ameresti lavorare particolarmente?

“Come no, tantissimi. Nanni Moretti per esempio”.

 

Quindi prediligi film impegnati? Fai sempre scelte molto oculate?

“Impegnati sì, purché abbiano spessore. Poi può capitare di fare tutto, ma mi piacerebbe raccontare sempre delle storie belle.  Sono anche fortunato perché magari mi propongono cose non molto belle, e in quel momento non posso e quindi ho la scusa per rifiutare. Bisogna fare anche delle rinunce perché non si può sempre fare tutto”.

Perché hai deciso di recitare ne L’uomo fiammifero, esempio di scelta oculata, dato il riscontro della critica?

“Girammo quel film più di tre anni fa, in modo piuttosto grossolano. Poi l’autore, Marco Chiarini, è stato bravo. L’ha assemblato aggiungendo delle animazioni al posto di scene non girate o venute male. È riuscito a farne una bellissima storia. Tutti quelli che l’hanno visto, e purtroppo sono pochi, lo hanno amato”.

 

Ci sono altri progetti con Chiarini?

“Sì, ci siamo visti pochi giorni fa e lui è ancora preso dalla promozione de L’uomo fiammifero. Sta chiudendo contratti e credo che il film vada nel mercato dell’home-video di Medusa. E poi si sta muovendo per vendere i diritti alla tv”.

 

Parliamo della distribuzione, com’è possibile che un film così apprezzato dalla critica non venga distribuito in modo adeguato?

“Ha vinto diversi premi, anche in Egitto, è stato in festival importanti, ha ottenuto due candidature ai David di Donatello. Fossi stato un distributore sicuramente avrei investito su questo film. Non capisco. È una bellissima favola, realizzata con garbo e spessore. Se nessuno tra i distributori si interessa a questo film, vuol dire che non capiscono niente. Non mi spiego perché nessuno abbia contattato Marco per proporgli qualcosa. Lui personalmente ha fatto il possibile”.

 

Succedono spesso cose del genere in Italia?

“A me è la prima volta che capita una situazione come questa de L’uomo fiammifero. Tutti gli altri film a cui ho partecipato avevano già la loro distribuzione. Io avevo quasi perso ogni speranza per quel film. Ogni tanto sentivo Chiarini che mi aggiornava e mi rendevo conto della difficoltà. Poi, una volta uscito, ha partecipato a premi, rassegne, e chiunque lo abbia visto dice che è bellissimo.

I distributori forse non si fidano, non hanno voglia di vederlo, non so. È un mistero! Ci sono personaggi nel cinema che hanno un cinismo smisurato e magari lo giudicano come una favola per ragazzini, senza pensare che il mercato dei film per bambini è anche quello più proficuo. Guarda gli americani come ci fanno i soldi. Quelli sono furbi.

L’uomo fiammifero piace ai bambini, ma anche agli adulti. È italiano, originale, crudo, mette anche un po’ paura e i bambini adorano aver paura. Se metti il lupo cattivo è fatta. Beh ci sono avvenimenti che non so spiegare”.

Tornando al doppiaggio. Ci sono intere famiglie di doppiatori. Si potrebbe definire il mondo del doppiaggio come una casta?

“Ma no, non è vero. Ti spiego subito perché ci sono le famiglie. Quando uno comincia da bambino a fare il doppiatore, da grande è più facile. Succede che la mamma doppiatrice porta con sè in cabina di doppiaggio il figlioletto, il fratellino. Se all’improvviso serve la voce di un bambino, per facilità utilizzano quelli già presenti. E si diffonde così la passione. Ma non c’è assolutamente nessuna tradizione di famiglia! A me nessuno ha chiesto “di chi sei figlio”.

 

Grazie al doppiaggio hai conosciuto la tua ex moglie, Emanuela Rossi (voce di Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman, Sophie Marceau, Isabella Rossellini, Mercedes Ruehl e Bridget Fonda, ndr)?

“Lei ha cominciato da bambina, perché lo faceva il fratello più grande. Poi iniziò pure suo fratello più piccolo”.

 

Vi capita di lavorare insieme?

“Si! Oggi siamo di nuovo marito e moglie. Ci eravamo lasciati, ma ci siamo rimessi insieme. È difficile tornare indietro, però succede. Probabilmente ci siamo guardati intorno, ma non abbiamo trovato proprio niente di meglio (ride, ndr). Ci siamo detti “chi ce lo fa fare?”.

 

Faresti avvicinare tuo figlio al mondo del doppiaggio?

“Sì, si sta avvicinando. Ha già fatto dei doppiaggi. E anche un po’ di cinema. È venuto con me sul set, ma per ora è meglio che faccia il suo mestiere di ragazzino e di studente”.

 

Quanti anni avevi nel 1978?

“20 anni”.

 

Quell’anno è successa una cosa molto particolare nella tua vita. Stavi andando a prendere un autobus in via Fani, e hai assistito alla carneficina della scorta di Aldo Moro. Cosa ricordi?

“Tutto. Ricordo tutto. L’odore del piombo. Ho visto le facce di quei poveracci. Quello è il ricordo più brutto. Essendo stato testimone, ho seguito tutta la vicenda da vicino. Ho letto i libri e, ancora adesso, non si sa. È stata una faccenda gestita male”.

 

Che idea ti sei fatto?

“Un’idea basata sulle carte. Ad un certo punto Aldo Moro vivo non interessava più a nessuno. Anzi. Sarebbe stato un ostacolo. E anche gli amici purtroppo hanno dovuto decretarne la fine. Terribile”.

Quello che hai visto, cosa è stato?

“Un blitz militare molto preciso. E via. Mitra. Sono scappato dalla parte opposta, non sono rimasto a guardare. Poi sono ritornato per vedere quello che era successo e li ho visto la carneficina. Quando sono arrivato, Moro non c’era più”.

 

Come accennavi, poi hai seguito la vicenda.

“Sì, certo, tutta la prigionia e i personaggi coinvolti: come quel falsario, Chichiarelli, autore del comunicato falso in cui c’era scritto che Moro era stato ucciso e buttato nel lago della Duchessa. Si sono messi a scavare nel ghiaccio. C’era questo lago completamente ghiacciato, senza neanche una buca. Come era mai potuto essere stato manomesso con tutto quel ghiaccio? Mi sembra assurdo. I carabinieri cercavano nel ghiaccio il corpo di Moro ancora vivo. Si è saputo soltanto dopo che il falso comunicato era stato commissionato da questo americano col cognome russo, Steve Pieczenik, inviato dalla Cia come esperto in terrorismo internazionale, mandato a chiamare da Cossiga. Chichiarelli, che morì anni dopo in una rapina, era ignorante, c’erano errori di grammatica nel comunicato. Io che avevo 20 anni avevo capito che era falso. Le brigate rosse scrivevano comunicati a carattere intimidatorio, ma erano scritti bene, in un italiano corretto”.

 

Credi nella teoria del complotto?

“Sì. Il falso comunicato che annunciava che Moro era morto aveva la finalità di vedere come avrebbe reagito alla notizia l’opinione pubblica. Perché già sapevano. Stavano prendendo una decisione. È inutile che si neghi ancora oggi. Le attività investigative furono svolte proprio a cazzo di cane. Non lo volevano trovare. Invece di andare a via Gradoli sono andati a Gradoli paese. La moglie di Moro lo aveva capito subito dopo le prime lettere che il marito era tenuto a Roma. Nelle lettere Moro diceva: “Io sto qui, con la mia sofferenza, io sto qui”, e per qui intendeva sto a Roma”.

E poi non credo che uno possa prendere una persona per strada, caricarla, e nessuno vede nulla. Quella storia fa acqua da tutte le parti.

Vogliamo parlare di Kissinger? Aveva praticamente condannato a morte Moro che non sopportava perché, tra le altre cose, all’epoca prendeva dei farmaci che gli davano sonnolenza, e si addormentava durante le riunioni. Kissinger era un cowboy e avrà pensato: “Questo già vuole fare il governo coi comunisti, poi mi si addormenta davanti. Ma io lo faccio fuori”.

Quali film hai apprezzato di più tra quelli dedicati alla storia di Moro? Piazza delle cinque lune, Buongiorno, Notte? Come li hai vissuti da spettatore?

“Beh insomma, è tutta diversa la faccenda. La fantasia è diversa dalla realtà. Forse Piazza delle cinque lune entra meglio nella verità. Il film di Bellocchio, che io adoro, è più emotivo”.

 

Ti piacerebbe fare un film con lui?

“Moltissimo. Sono sempre sostanzialmente d’accordo con quello che pensa e dice. Poi mi piacciono i suoi film. È un grande maestro. L’ho conosciuto ed è anche simpatico”.

 

Ti piacerebbe far parte di un film sul caso Moro?

“Sì! Che ruolo potrei fare, il terrorista? (ride, ndr). La scorta muore subito, quindi non mi conviene”.

 

Lo faresti nonostante tu abbia vissuto in prima persona quell’episodio?

“Sì. Sono passati molti anni. Non ho incubi in stile Vietnam”.

 

Cosa guardi in televisione?

“Molta informazione. Da quando ho scoperto Sky Tg24, sono capace di stare come un idiota per 40 minuti a guardare sempre le stesse cose che si ripetono. Poi il Tg di La7. Ottimo Mentana! Bella novità, un telegiornale fatto bene. Anche la mattina vedo La7 con Omnibus.

È un buon approfondimento”.

 

Mentana o SkyTg24 rispondono secondo te alla necessità di una informazione più libera?

“Il Tg1 va malissimo. Non si può pensare che la gente sia scema. Ci saranno 4-5 milioni di persone che lo guardano, ma intanto TgLa7 è arrivata a 9 punti di share, prima ne faceva 2. Ha guadagnato 7 punti rosicchiandoli al Tg1 e al Tg5”.

 

Non ti interessano i programmi televisivi?

“Qualcuno lo guardo con la mia famiglia, ma per addormentarmi”.

 

Sei coerente con la teoria di Boris.

“Sì! Guardo anche qualche buon film. Anche se preferisco andare al cinema, ma ho poco tempo. Quando posso, vado”.

Il tempo libero in generale come lo trascorri?

“Con mio figlio. Faccio il padre, è fondamentale. Oppure lo passo sbracato sul divano cercando di dormire”.

 

Leggi libri?

“Come no. Ultimamente non molto perché ho da leggere 6–7 copioni. Mi arrivano in continuazione, anche cose brutte. Però li devo leggere per dare una risposta”.

 

Riesci a ricordare tutti i copioni con facilità?

“Resetto tutto. Addirittura se bisogna rigirare una scena, la devo ristudiare perché la cancello completamente. Quando fai la commedia, la memoria serve, ma spesso si cambia anche in corso d’opera, si improvvisa, la scena vive in modo diverso e gli stessi autori ti propongono il cambio. Bisogna essere agili a cambiare. L’importante è capire il personaggio. Potrebbe essere controproducente imparare troppo bene a memoria. Ci vuole concentrazione, questo è il segreto”.

 

Ti piacerebbe condurre un programma tv?

“Come no!”.

 

Se avessi la possibilità di essere autore di un programma, cosa faresti?

“Qualcosa che possa coniugare il gioco e l’intrattenimento leggero con l’approfondimento di ciò che conosco, col cinema, col mestiere che faccio. Qualcosa del genere”.
*Dice di sé.
Vincenzo Scardapane. È nato libero.  Quando ha compiuto scelte importanti vagliando tutte le variabili ha toppato. Quando ha preso decisioni con incoscienza e con passione ha avuto ragione. Ha spesso necessità di tornare a guardare il mare di Vasto, sua cittadina d’origine e si sente ben accolto da Roma. Ama il mondo della comunicazione ed un giorno sarà autore televisivo. Intanto scrive sul suo blog e per una rubrica di spettacolo sul sito vastoweb.com È infinitamente grato ai suoi maestri per aver accolto la sua voglia di imparare. 

SPORT Amedeo Goria - A scuola da Platini per imparare a tirare le punizioni

Un tempo i cronisti sportivi potevano entrare negli spogliatoi dei club ed intervistare i grandi campioni mentre erano in accappatoio e si asciugavano i capelli

Amedeo Goria*

A volte fa bene riscoprire qualcosa di antico, di perduto anche nella memoria. A me è successo pochi giorni fa, a Recanati, durante la presentazione della squadra locale di calcio, che in questa stagione gioca fra i dilettanti, in serie D.

I giocatori che sfilano nell’aula magna del Municipio, in piazza Leopardi, con sincerità e voglia di far bene. I dirigenti con i problemi delle spese di gestione e dei rimborsi spese. Il custode del piccolo stadio che si impegna a trovare in tempi brevi il pullmino per le trasferte della squadra, altrimenti si va tutti con auto proprie…

Sì, un sapore antico, di pallone con le cuciture che se lo colpivi di testa ti veniva un bozzolo grande come una noce. Forse accresciuta, la nostalgia per il calcio che non c’è più, da quella casa che era lì, a trecento metri, la casa del poeta, con il vicino colle dell’ “infinito” e, di fronte, la dimora della “Silvia che rimembri ancora…”.

Il senso dei ricordi, della nostalgia, del tempo che passa e, in presenza di un genio così importante, che resta. E d’altronde Leopardi, che di atletico aveva ben poco, ha scritto anche una celebre ode al gioco del pallone elastico…

Sì, Recanati e la Recanatese. E, in mezzo, il pallone Jabulani del mondiale sudafricano, il flop azzurro, e poi le supercoppe, il campionato, le spese pazze di un mondo che è sempre più affari e meno passione. Come le conferenze stampa banali e confezionate dalle società e non, come si dovrebbe, su richiesta dei giornalisti per i giocatori da intervistare.

E proprio giorni fa, il giorno dopo la Supercoppa europea persa dall’Inter a Montecarlo contro l’Atletico Madrid, ho rivisto all’aeroporto di Nizza Michel Platini. Scambi di saluti e, anche lì, ricordi, aneddoti. Perché quando abitavo e lavoravo a Torino, con altri due colleghi, un lunedì, il campione juventino ci portò in aereo privato a Saint Cyprien, dopo Montpellier, alla sua scuola di calcio.

Un Platini inedito, domestico, che si mise la tuta, piazzò quattro sagome di cartone sul campetto e ci insegnò a battere le punizioni, cercando di aggirare beffardamente quei finti manichini in barriera. Quasi una lezione universitaria, dal… produttore al chiosatore…

Situazioni irripetibili, oggi, con l’omologazione di tutto, informazione compresa. Perché ora le postazioni Tv sono fisse, le sequenze delle interviste pure, le conferenze-stampa oceaniche, e i giovani cronisti neppure sanno che, un tempo, Platini lo intervistavi, col tuo taccuino, in mutande appena uscito dalla doccia. O mentre si phonava i capelli. E il problema era la giornalista femmina, che non poteva entrare nello spogliatoio. Ma allora di giornaliste che si occupassero di calcio in pratica non ce n’erano…

Che stia invecchiando o che il calcio mi piaccia di meno? Forse entrambe le cose. Perché la perdita di umanità dei personaggi di questo sport, la loro standardizzazione, unita al cinismo dei loro procuratori, è storia nota. Ma l’impressione è che anche la gente si sia un po’ stancata, visto che lo spettacolo calcistico ormai è sempre più televisivo e meno fruibile dal vivo. Sempre più all’origine di un giro di soldi da abbonamenti Tv e sponsor che da scampagnata allo stadio, con famiglia e sciarpetta con i colori della propria squadra.

Anche le dispute sulla tessera del tifoso sembrano spingere parte del pubblico a rinunciare alla partita da seguire sulle gradinate preferendo la poltrona di casa, anche se l’intento del Ministro dell’interno e polizia è quello di poter controllare meglio chi sceglie lo stadio come pretesto per creare disordini.

E a volte, appunto, mi chiedo se il calcio, in questa nostra Italia dove gli input culturali sono sempre più scarsi e scadenti, non sia sopravvalutato. E mi rispondo di sì, che è sopravvalutato, anche se mettendomi nei panni altrui – capisco che le alternative non siano così tante da poterlo abbandonare.

Le partite di cartello fanno ascolto, in Tv, ma l’inflazione di campionati, coppe e incontri su ogni tipo di canale stanno da tempo smorzando l’interesse, ascolti in milioni di spettatori compresi. Se poi si sommano gli share delle trasmissioni sul calcio i risultati non sono sempre esaltanti. Nella media, nulla di più. Perché chi desidera la diretta dell’evento sa come godersela, e le troppe parole che ne seguono spesso sono considerate stucchevoli.

C’è troppo poco cuore nel calcio d’oggi – e lo dico anche ai giovani colleghi, spesso troppo freddi e nozionistici nelle loro cronache –, e in un mondo che ai sentimenti sembra credere sempre di meno anche questo è brutto e sconfortante. Riusciremo tutti insieme a rimediare?
*Dice di sé.
Amedeo Goria. Odio l’ipocrisia. Il doppiopesismo. La prevaricazione. Gli inganni. Le trappole, le maldicenze fine a se stesse. E chi fa il grande con il piccolo e il piccolo con il grande. E chi disprezza gli umili. E magari a volte ho sbagliato anche io, e di errori ne ho commessi: non so se tanti o pochi… non ho idoli, né miti, né supereroi…amo sempre di meno questa Italia e, viaggiando per il mondo, devo ammettere che gli italiani sono migliori di chi li comanda. Nella politica e nell’informazione…semmai incolpo gli italiani – molti, ovviamente, non tutti – di ribellarsi poco, di accettare tutto. Di fare spallucce. E magari svegliarsi alle 6 ogni mattina. 

 

GIANMARCO TOGNAZZI

Per me l’amicizia è la base dei rapporti della vita,
è importante quanto l’amore. Sono stato male per amore,
ma più per amicizia. Specie quando ho scoperto di avere un
rapporto a senso unico. Dicevamo di mio padre: ecco, lui ha
avuto la fortuna di vivere in un periodo in cui, paradossalmente,
c’erano meno mezzi di comunicazione, ma entrare in contatto
con gli altri era più semplice. Ora è quasi impossibile.
(Da “Grazia”, 2010)

 

COSTUME Edoardo Raspelli - 10 ottobre 1975: nasce la critica gastronomica in Italia

Obbedendo agli ordini di Cesare Lanza, 
un cronista di nera cominciò ad indagare tra i ristoranti italiani: Edoardo Raspelli

Edoardo Raspelli*

Era venerdì 10 di ottobre 1975, esattamente 35 anni fa: al secondo piano di via Solferino 28, nella cronaca del Corriere d’Informazione, edizione del pomeriggio del Corriere della Sera, era entrato quattro anni prima un ragazzino magro, Edoardo Raspelli. L’aveva assunto Giovanni Spadolini ed era stato messo a seguire tutti gli anni di piombo di Milano, dal caso Calabresi e Feltrinelli, all’omicidio di Walter Tobagi…

Quel giorno, però, Edoardo Raspelli debuttò con le quattro pagine settimanali volute del direttore del Corinf di quel momento, Cesare Lanza. Fu il boom per quel giornale: 20 mila copie in più per le pagelle di Edoardo Raspelli, che dava i voti alla cucina ed al servizio. Qualche mese dopo, il 7 febbraio 1976, appariva in pagina (singolare per quell’epoca) non solo la foto di Raspelli, ma un riquadrato contrassegnato da un Faccino Nero, nel quale il giovane cronista di nera metteva alla berlina il ristorante peggiore della settimana.

Tra minacce, lettere e telefonate anonime, querele (tutte vinte), corone da morto sotto casa, nasceva la critica gastronomica. “Sì, perché fino ad allora c’era solo piaggeria: se qualche cosa andava storto  nei ristoranti – ricorda Edoardo Raspelli – tutti se lo tenevano per sè. Io, invece, anche se con molta paura, ho obbedito agli ordini di Cesare Lanza”.

Certo, ai primi del 1900 Hans Bart aveva scritto Osterie d’Italia con prefazione di Gabriele D’Annunzio; più in là, Paolo Monelli e Massimo Alberini raccontavano i buoni ristoranti, Luigi Veronelli scriveva libri dal titolo Italia piacevole. Lo stesso Pier Maria Paoletti, il maestro di Edoardo Raspelli, che raccontava i ristoranti su Panorama e sulla prima pagina (!!!) del Giorno di Milano, segnalava solo cose positive…

Il 24 gennaio 1985 i ristoranti buoni e cattivi di Edoardo Raspelli approdano su La Stampa, il quotidiano di Torino, nell’inserto TuttoDove curato da Franco Pierini; pochi anni dopo, la critica dei ristoranti si allarga anche a quella degli alberghi. Oggi, quella del quotidiano La Stampa è l’unica rubrica critica sugli alberghi di tutto il giornalismo italiano.
*Dice di sé.
Edoardo Raspelli. Nell’ultima stanza c’era Giovanni Mosca, in redazione c’era Walter Tobagi, agli spettacoli Paolo Mereghetti, allo sport Gianni Mura, in cronaca con me Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Massimo Donelli, Gigi Moncalvo, Gian Antonio Stella: Cesare Lanza faceva da chioccia ad un manipolo di pulcini tra cui quattro futuri direttori. Perché a me mi ha voluto fare ingrassare??!! Quando capo cronista e vice capo cronista, Franco Damerini e Mario Perazzi, vennero alla mia scrivania per annunciarmi che il direttore voleva farmi una proposta, mi dissero: ”Raspelli, vai da Lanza: c’è un…padulo…un uccello che vola nel…”. Avevano ragione?! 

 

MATTEO RICCI

Quando tutto procede tranquillamente
e non ci sono contrarietà, è difficile distinguere i veri dai falsi
amici; ma, quando le avversità sopraggiungono,
si dimostra l’amicizia. Infatti, nel momento dell’urgenza
i veri amici si avvicinano sempre più,
mentre i falsi si allontanano sempre più.
(Da “Dell’amicizia”, 2005

Edoardo Raspelli - La rivoluzione della cucina molecolare? Una successione piacevole di schiumette, perfette solo per esteti anoressici sdentati

Era l’agosto del 1999 e su La Stampa uscì questa ironica e premonitrice valutazione della cucina molecolare, ad opera di uno dei critici gastronomici italiani più noti. Ne sarebbero seguiti infuocati dibattiti che porteranno nel 2009 il sottosegretario alla salute Francesca Martini a firmare un’ordinanza che proibisce “quei prodotti chimici che fanno parte della cucina molecolare e destrutturata”

Edoardo Raspelli

Più importante che la pietra focaia; più sconvolgente dell’invenzione della ruota. Altro che la scoperta del fuoco, altro che l’invenzione dei caratteri mobili, altro che la pila voltaica o le trasmissioni radio di Marconi. Al suo confronto, per la storia dell’umanità, la penicillina non è nulla, l’elettricità è un ritrovato da dilettanti, la televisione un giochino da bambini ed il computer una scoperta da quattro soldi.

La svolta epocale, l’oggetto che sconvolgerà (anzi, ha già sconvolto) il mondo (o, almeno, l’Italia), che travolgerà come un fiume in piena, come una valanga, come un terremoto, usi costumi tradizioni è lì, alla portata di tutti: nel suo modello più piccolo ed economico si tiene addirittura nel palmo di una mano; il tipo più grande, quello da un litro o da due litri, si conserva in cucina, nel cuore della cucina. Lo si mette sul trono e, ogni tanto, ci si genuflette davanti o lo si ringrazia di esistere. Lui, è il Dio Sifone: è fabbricato in Austria, ha un nome che ricorda la facilità e da un anno è sulla bocca di tutti. Addio fornelli, addio forni, addio cucina, addio per sempre modo di mangiare tradizionale: oggi, domani, dopodomani, tutto si farà con Te, Dio Sifone, amen.

A Senigallia, alla Madonnina del Pescatore, hanno già inserito nel menu un piatto fatto con il Dio Sifone; sempre nelle Marche già dieci ristoranti lo hanno comperato per cambiare totalmente il modo di preparare il cibo. Dozzine di ristoratori italiani stanno facendo un vero, autentico, convinto ed umile pellegrinaggio per vedere il Dio Sifoneutilizzato dal suo genio, dal suo discepolo. Il quale discepolo, creatore, artefice, Duce e Guida, è un giovane cuoco e ristoratore della Costa Brava, Ferran Adrià, che dal suo locale sperduto, ad una settantina di chilometri dal confine con la Francia, sul mare, è diventato da un anno l’oggetto del desiderio, il mito, il pensiero unico dei cuochi del Tricolore.

Perché le persone più importanti d’Italia non pensano alla politica e basta? No, Sergio Cofferati, ci ha mangiato tra i primi con Carlin Petrini, e si sono lasciati scappare parole di lode per la sconvolgente cucina del Sifone. Poi, a ruota, è arrivato l’anno scorso il mensile Gambero Rosso, con una copertina ed 8 pagine intere dal titolo diminuente, equilibrato: Il Cuoco del XXI Secolo. Da allora è stata un’orgia di complimenti per la cucina del Sifone. Il Gambero Rosso, trasformatosi da critico di ristoranti ad agenzia di viaggio dei medesimi ristoratori, ci ha portato i migliori cuochi italiani; un produttore di vino friulano ci ha trascinato, gratis, osti e giornalisti invitati speciali; il Salone del gusto a Torino ed il Maurizio Costanzo Show lo hanno visto trionfare; la sua cucina si è riempita di stagisti a 3 milioni la settimana ( viaggio escluso).

E che viaggio, per arrivare fino in provincia di Gerona, a tre quarti d’ora di macchina da Figueras, nel comune di Rosas (che diventano Girona, Figueres, Roses se, anziché in castigliano, parlate come qui, cioè in catalano).

“C’è un buon motivo per volare a Barcellona, prendere un’auto a noleggio, risalire verso il confine francese e fermarsi a Roses?” Si chiedeva nell’agosto del 1998 il direttore del Gambero Rosso? E che debbo dire io che, per arrivare fino alla spiaggetta dove insiste il ristorante El Bulli ho fatto, in auto, 1.301 chilometri?

Di Roses, brutta cittadina di 10.000 abitanti, popolare Rimini della Costa Brava, credevo peggio: spunta la sua storica Cittadella sulla vostra sinistra, là dove il cemento ed i campeggi-dormitorio prendono il posto dei girasole e del granturco. Se avete visto il Fuenti, Rapallo, le Corti Franche di Rovato, vi sembrerà di essere in un Nirvana: le immondizie accatastate attorno ai cassonetti, dopo che avrete fatto centinaia di chilometri immacolati, vi daranno l’impressione di essere in Italia.

Non state nemmeno a chiedere: in fondo alla breve passeggiata sul mare, un cartello bianco vi indica “Cala Montjoi, 7 chilometri”. Andate e stupite: enormi siepi di oleandro coprono l’asciutta di un torrente artificiale, poi, tra agavi e cespugli di rovi pieni di more, entrerete in un aspro, meraviglioso parco naturale. Che cosa doveva essere la Costa Brava! Il paradiso in terra vi regala sette chilometri di saliscendi, di anfratti, di calette silenziose, di profumi che ricordano la Sardegna.

La strada vi regala qualche chilometro di buche mentre, ogni tanto, dipinto sui massi, il muso di un cane di razza Bulli indica che siete sulla strada giusta. Un vialetto tra pini marittimi e lecci, illuminato da lampioncini discreti, vi conduce all’ampio ombroso verde parcheggio affacciato sulla spiaggetta: all’àncora tre piccole placide barche, sulla sinistra una costruzione rustica da cui viene della musica, sotto di voi un’auto che ha deciso di girare sulla sabbia e, sulla destra, la mole elegante, bassa ed allungata, del ristorante più chiacchierato del momento, un tre stelle Michelin diviso tra una piccola veranda ed un paio di sale, diverse tra di loro, di taglio tra il rustico e l’elegante.

In sala, il socio dello chef gira in maniche di camicia: dai clienti abituali appoggia le mani sul tavolo e il ginocchio sulla sedia libera. Ragazzi e ragazze che servono a tavola sono eleganti e misteriosi nelle loro glaciali divise che fanno tanto guardie del popolo. Sono professionali, attenti, poliglotti, disponibili ed efficienti. E l’efficienza deve essere alla base del loro lavoro, visto che il menu (in carta a mano) porta 14 piatti (tra le 38.000 e i 64.000 lire ognuno), ma tutti, proprio tutti, esigono il menu degustazione, 22 cose elencate in un piccolo foglio anch’ esso di carta tipo Amalfi per assaggiare le quali io ho fatto Mozzio di Crodo, Novara, Torino, Savona, Cannes, Figueres, Roses, Cala Montjoi.

La rivoluzione, lo sconvolgimento, il sovvertimento di regole costumi usi tradizioni, si tradurrà in una successione piacevole solo per esteti anoressici sdentati. La ricerca estetica sarà sublime, la tecnica geniale, il senso del colore magistrale, le presentazioni più uniche che singolari, ma la buona cucina sta da tutt’ altra parte, da tutt’ altri piatti. Quando, dieci anni fa, Vissani mi offriva un fegato grasso in salsa d’anguria, cioè un foie gras… di acqua, quando inventavo per lui la frase bambini alla griglia, be’, in confronto, era un tradizionalista, un conservatore: qui c’è pura invenzione, totale creatività, provocazione allo stato puro, totale gioco, assoluta ricerca dello choc, presa per il naso da manuale.

Cosa riuscirà a fare questo grande cuoco quando la pianterà di prenderci in giro? La carta dei vini allinea, viva l’Italia, Schiopetto, Kante, Gravner, Jermann, Martinetti, Ceretto, Gaja, Voerzio più i sommi francesi e sconosciuti grandi spagnoli: che rabbia bere così bene e mangiare tanto male (anche se il prezzo del menu degustazione non sale oltre le 153.000 lire).

La prima schiuma arriva subito, appena seduti, con un buon whisky sauer ai frutti della passione, poi i primi cinquepiatti saranno solo sfizi provocatori più da cocktail party che da ristorante: dadini millimetrici di sesamo croccante (!), baccalà croccante (!!), croccante di alghe (!!!), un cucchiaino con pinoli in salsa salata e montata, riso selvaggio cotto a mo’ di pop corn, la cui cottura lo riduceva a vermetti, cosine fredde, fettucce appetitose da sgranocchiare che andrebbero bene al gin rosa. E poi si cade a precipizio.

Un delizioso bicchierino porta una pallina di pane farcito di olio e fritto, adagiato su un bianco sorbetto di acquoso pomodoro; un cucchiaio reca una schiumetta di patata con un lieve gusto di caffè. Il gelato di parmigiano è straordinario, la cosa migliore di tutta la mia esperienza a El Bulli di Ferran Adrià, la cialda che lo racchiude è un capolavoro di gusto, però, non è un gelato di parmigiano, ma un parmigiano gelato, poi non è parmigiano ma grana padano, infine, questo piatto di Ferran Adrià, lo trovate dal 1967 in Le ricette regionali italiane di Anna Gosetti della Salda.

Un altro calicino elegante arriva: “Lo deve bere tutto di seguito” mi dice il cortese cameriere. Il colore è terrificante: sembra il riflusso gastroesofageo della protagonista dell’Esorcista. All’inizio è una crema calda di piselli, sul fondo si trasforma in menta ghiacciata: repellente.

I medaglioni sono freschissimi frutti di mare locali, mollicci, accompagnati da una dolce gelatina di frutti della passione. Il mio entusiasmo per le annunciate tagliatelle alla carbonara è durato un secondo: su un vitreo piatto trasparente mi sono arrivati dei freddi spaghettini diafani creati mettendo una montagna di agar-agar in un brodo, fatto così rassodare. Li accompagnano dadini di formaggio e uovo crudo. Al di là del nome, non si mastica nemmeno con la tortilla de patata: una schiuma, non la prima e non l’ultima, di tuberi con sul fondo cipolle tostate e, sopra, occhi di olio crudo.

L’ennesimo piatto trasparente reca mucchietti: si tratta di semi di piccoli peperoni, amarissimi, aromatizzati, accompagnati da cialde di tartufi estivi; dentro c’ è una salsina molle, attorno salsa di yogurt. Adoro le lingue di anitra della cucina cinese: qui arrivano, in fila come soldatini, mezze crude e inconsistenti, accompagnate da fettine di pere, la solita salsa dolciastra (di lychees) e salsa ai frutti di mare, accozzaglia senza senso gastronomico.

Gli scampi sono di meravigliosa freschezza, “Finalmente si mangia?!”. Sono salatissimi, accompagnati da mandorle fresche crude ed evanescente gelatina. Solita molliccità nella salsa che accompagna le sardine crude. Consueta inconsistenza in bocca per il cervello di agnello (al sangue) ed anche per la crespella di ananas cocco e salsa allo yogurt profumata di anice finocchio selvatico menta, senza zucchero.

I dolci sono tre. Il sorbetto di fragole è farcito di formaggio fresco, accompagnato dalla consueta gelatina (questa, al Campari) dove, evidentemente, prevale l’amaro. Il biscotto di mandarino con gelato di cioccolato è accostato ad un predominante (e terrificante) zabaione alla lavanda. Per mangiare tutto questo menu (e la cosa è singolare e significativa) avrete a disposizione, soprattutto, cucchiaini forchettine e coltellini.

Un tagliere bellissimo e mai visto, di legno ed acciaio, reca una decina di piccole frivolezze, di pequenas locuras(piccole follie). Ci trovate il croccante di sesamo (e ridaje) con sorbetto di lamponi, la cialdina di cioccolato bianco, illecca lecca di limone ( cioè un cristallo caramellizzato ed aromatizzato all’agrume), un altro lecca lecca dolce di… (boh?), il gelato all’anguria, il bon bon alla menta, il melone con gelatina di menta, due cioccolatini grandi come un’unghia, semi di girasole al cacao.

Follie? Fuori, lungo la deserta strada del ritorno a Roses, nel buio, i vostri fari inquadrano un’auto con una figura discinta che si copre gli occhi. Accanto all’auto, in piedi, faccia al mare ed alla luna piena, un uomo nudo vi dà le spalle. È finito il rito dell’amore? L’acqua ritorna all’acqua? Le follie erano a tavola o per gli strapiombi al di là del Bulli?

 

 

 

ANDREA DE CARLO

La prima volta che ho visto Guido Laremi
eravamo tutti e due così magri e perplessi,
così provvisori nelle nostre vite, da stare a guardare
come spettatori mentre quello che ci succedeva
entrava a far parte del passato, schiacciato senza la minima
prospettiva. Il ricordo che ho del nostro primo incontro è in
realtà una ricostruzione, fatta di dettagli cancellati e aggiunti e
modificati per liberare un solo episodio dal tessuto
di episodi insignificanti a cui apparteneva allora.
In questo ricordo ricostruito io sono in piedi dall’altra parte
della strada, a guardare il brulichio di ragazzi e ragazze che
sciamano fuori da un vecchio edificio grigio, appena arginati
da una transenna di metallo che corre per una decina di metri
lungo il marciapiede. Ho le mani in tasca e il bavero
del cappotto alzato, e cerco disperatamente di assumere un
atteggiamento di non appartentenza alla scena, anche se
sono uscito dallo stesso portone e ho fatto lo stesso percorso
faticoso solo un quarto d’ora prima. Ma ho quattordici anni e
odio i vestiti che ho addosso, odio il mio aspetto in generale,
e l’idea di essere qui in questo momento.
(Da “Due di due”, 1989)

SOCIETÀ Domenico Mazzullo - Scovo due foto dalla scatola dei ricordi per parlare di amicizia

Sentimento che procede lentamente, muovendosi a piccoli passi, lenti ma sicuri, richiede costanza, pazienza, attenzione, dedizione, equilibrio, volontà e passione

Domenico Mazzullo*

 

Non nascondere

il segreto del tuo cuore

amico mio!

Dillo a me, solo a me

in confidenza.

Tu che sorridi così gentilmente

dimmelo piano,

il mio cuore lo ascolterà,

non le mie orecchie.

La notte è profonda

la casa silenziosa,

i nidi degli uccelli

tacciono nel sonno.

Rivelami tra le lacrime esitanti

tra sorrisi tremanti,

tra dolore e dolce vergogna

il segreto del tuo cuore.

 

Rabindranath Tagore

 

Non conoscevo questa poesia di Tagore, anzi lo confesso, non conosco molte poesie, oltre quelle faticosamente mandate a memoria ai tempi della scuola, perché non amo la poesia, non la comprendo, non ho mai scritto poesie neppure nel periodo adolescenziale, quando sembra che sia d’obbligo scriverne e leggerle ai malcapitati, obbligati ad ascoltarle, ma questa di Tagore l’ho compresa e mi è subito entrata nel cuore e da lì non esce anche volendo, ma non lo voglio.

Sono rimasto stupito io stesso, attonito e non so darmene ragione, non ne trovo altre che il contenuto e l’argomento della poesia stessa: l’amicizia, un’emozione, mi correggo un sentimento a me molto molto caro e che pongo al primo posto in un’ideale gerarchia di sentimenti, sempre che sia lecito e consentito stilarne una, come in un’immaginaria gara degli affetti.

Alcuni, molti certamente, porrebbero al primo posto, è naturale, l’amore, il sentimento più nobile, secondo il senso comune, più coinvolgente, più esaltante, più ricercato e sofferto, se non trovato, più descritto, più decantato, più amato, più presente e protagonista rispetto a tutti gli altri, fratelli tutti, ma fratelli minori.

Io invece pongo l’amicizia al primo posto, forse perché sono figlio unico, forse perché la solitudine mi è stata compagna per lungo tempo, forse perché sono abituato a riflettere con me stesso, forse perché per attitudine e ora anche per professione, ricevo le confidenze, i dolori, i patimenti, i turbamenti degli altri, ma li tengo per me, li devo tenere per me, senza a nessuno confidarli, a nessuno comunicarli, perché altrimenti violerei un segreto, forse perché a volte questo fardello di sofferenze si fa un po’ troppo pesante, i dubbi personali e le incertezze divengono un po’ troppo pressanti e si vorrebbe condividerle. Con chi? Ma naturalmente con un amico. Non per avere da lui delle risposte, delle soluzioni, dei chiarimenti, ma semplicemente e modestamente per ricevere da lui un conforto, la comprensione, anche silenziosa che solo un amico può darci.

E l’amore direte voi? Non può darci anche l’amore tutto questo e ancora tanto di più?

Credo proprio di no. L’amore può darci tante, tante altre cose preziose ed importanti, desiderabili e desiderate, ma proprio questo no.

L’amore è lotta, è passione, è esaltazione, è sofferenza anche, a volte, spesso, è combattimento, vittoria e resa, rinuncia anche, ma mai, mai amicizia. Non potrebbe, non può, pena la sua fine e la sua distruzione.

Non ti amo più, ma rimaniamo amiciNon ti amo, ma sei il mio migliore amico.

Quante volte abbiamo ascoltato queste frasi, queste parole, quante volte le abbiamo anche pronunciate, mentendo a noi stessi e all’altro, forse per indorare la pillola amara, forse per addolcire una dura verità subita o propinata.
Quanta ipocrisia in queste parole, quanta falsità, quanto squallore, mi si consenta la parola, nel mettere a confronto due sentimenti, l’amore e l’amicizia, che nulla hanno a che fare, l’uno con l’altro, che brillano ognuno di luce propria, che vivono autonomi ed indipendenti, che non coesistono nella stessa persona e verso la stessa persona, ma che artatamente ci sforziamo di mettere a confronto, subordinando l’uno all’altro, secondo una gerarchia che ha dell’assurdo e del malvagio.

Non siamo amanti, ma almeno siamo amici. L’amicizia come premio di consolazione per un amore che risulta impossibile, o non voluto per uno dei due.

Ma perché amici? L’amicizia è forse un legame di serie B, più modesto e meno impegnativo, meno coinvolgente ed esigente, più facilmente recidibile o meglio eludibile, sfilacciabile ed allentabile, quando non è più tempo di continuare, quando la stanchezza o la noia si fanno sentire, si insinuano subdolamente nei nostri rapporti?

Io non credo proprio e il solo pensiero mi fa inorridire e provare terrore, perché se questo sentire, questa convinzione si insinua entro di noi e nella nostra società, allora ogni speranza è persa, ogni possibilità di sopravvivenza, non certo fisica, quanto piuttosto morale e spirituale per la nostra umanità è definitivamente persa e distrutta.

Perché penso questo, perché affermo questo con convinzione?

Perché l’amore con la sua violenza, con la sua forza corre veloce, si insinua subitamente entro di noi, ci avvolge e ci avviluppa, ci confonde, ci scuote e ci percuote, ma altrettanto rapidamente a volte ci abbandona, lasciandoci vuoti e attoniti, indifferenti all’altro.

L’amicizia no.

Al contrario procede lentamente, nasce con difficoltà e con difficoltà si sviluppa e si evolve, lentamente ed inesorabilmente, si muove a piccoli passi, lenti ma sicuri, richiede costanza e pazienza, attenzione, dedizione, studio ed equilibrio, volontà e passione.

Ci si conosce e ci si innamora subito, in un battito d’ali, un colpo di fulmine, ma si diventa amici lentamente invece, giorno dopo giorno, pazientemente e con costanza. Ecco perché privilegio l’amicizia sull’amore ecco perché la considero più nobile e preziosa, più indispensabile alla nostra stessa vita.

Posso citare, posso elencare vari esempi a prova e riprova di quanto sostengo e credo fermamente, tratti dalla mia vita privata, dalla mia esperienza di psichiatra, ma forse questi avrebbero il vizio, il difetto della soggettività, dell’appartenenza e derivazione professionale e allora scelgo di rivolgermi alla letteratura, che nella sua universalità gode di maggior credito e considerazione.

Penso alle parole che Micòl Finzi-Contini – splendida e affascinante protagonista dell’opera più conosciuta e famosa di Giorgio Bassani, appunto “Il giardino dei Finzi Contini” – rivolge a Giorgio, rivelandogli di volerlo comeamico, ma non come amante: “Un amante lo voglio di fronte, un amico al mio fianco”.

Non meno pregnanti, chiare ed illuminanti, le parole del colloquio che si svolge tra la volpe ed il piccolo Principe, nel capitolo proprio all’amicizia dedicato da Antoine De Saint Exupèry nel suo “Il piccolo Principe” e che, ogni qual volta le rileggo, quando ho desiderio di rinnovellarle entro di me, quando ne ho bisogno nei momenti bui, mi consolano e con mia soddisfazione mi evocano commozione e pianto:

 

– Vieni a giocare con me – le propose il piccolo principe – sono così triste… – Non posso giocare con te – disse la volpe – non sono addomesticata.

– Ah! Scusa – fece il piccolo principe…. Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?-

– È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…

– Creare dei legami?-

– Certo – disse la volpe. – Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo… Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica.

E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano… Non si conoscono che le cose che si addomesticano – disse la volpe.

– Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!-

Ma amore e amicizia sono accomunati però da qualcosa; qualcosa li unisce inesorabilmente ed ineludibilmente nell’ambito dei sentimenti umani: entrambi in un attimo possono finire, svanire, perdersi, scomparire, lasciando dietro di sé lo stesso vuoto e lo stesso dolore, lo stesso sgomento e la stessa disperazione.

Ma oggi voglio parlare di amicizia, devo parlare di amicizia e per farlo non ho trovato di meglio che aprire la mia “scatola dei ricordi”, la scatola ove sono contenute, racchiuse, mai ordinate, ma confuse, l’una sull’altra in un marasma generale che non rispetta nessun ordine cronologico, nessuna categoria di catalogazione, le mie foto del passato, le foto della mia infanzia assieme a quelle dell’adolescenza e dell’età matura, in un coacervo di bianco e nero e di colori che mi affascina e mi sgomenta, mi rende felice, facendomi saltare da momenti della mia vita ancora vicini e ben presenti a me stesso, a epoche passate, ormai lontanissime, quasi dimenticate, ma immediatamente rievocate e rammentate dallo stimolo visivo.

Una vera giostra del tempo, del tempo della mia vita.

Ma questa volta non guardo a casaccio, non pesco nel mucchio a occhi chiusi, lasciando alla sorte il compito di suggerirmi alla memoria questo o quell’altro periodo della mia vita. Questa volta vado a colpo sicuro, cerco una foto in particolare, una foto che conosco molto bene e che saprei descrivere a mente nei suoi minimi particolari per quante volte l’ho ammirata e rimirata.

Ma eccola comparire avanti a me, farsi largo tra le altre, reclamare il suo diritto di priorità e di privilegio su tutte. È una foto in bianco e nero, e risale ai primissimi anni ’50.

Raffigura due bambini, di due o tre anni, tre anni per precisione, lo rammento bene, assieme ad un’automobilina a pedali di metallo – la plastica ancora non esisteva -, che per foggia ricorda e richiama evidentemente le auto di quell’epoca, dei primi anni ’50.

La foto, naturalmente in bianco e nero, come si conviene a quel tempo lontano, non rende merito ai colori, ma l’auto, ne sono sicuro, era rossa, di un rosso fiammante, con pneumatici di lusso, a fascia bianca laterale, come si usava allora in quelle dei grandi. Sullo sfondo un orribile mobile, moderno per quegli anni, con orrende decorazioni floreali e vegetali sul fronte.

Il bambino in piedi, che volenterosamente spinge l’auto, indossa dei meravigliosi calzoncini corti di maglia, confezionati a mano, di taglia abbondante, per coprire evidentemente lo spazio di più anni, mentre quello comodamente seduto in auto, un grembiulino azzurro sovrastante i vestiti buoni per non consumarli. Sul retro della foto, scritta a matita con grafia femminile che ben conosco e riconosco con commozione, una data: 21 giugno 1952.

Ma come faccio a conoscere così bene tutti questi particolari?

Ovvio e facilmente immaginabile: uno dei due bambini sono io, e per la precisione quello seduto al volante, felice, nel giorno del suo terzo compleanno.

L’altro, quello che spinge, ma ben presto ci saremmo scambiati i ruoli, nel rispetto, fin da allora, della parità dei diritti, il mio amico di infanzia A.A., il fratello che io, figlio unico, non ho mai avuto.

E siamo ancora amici, anche se le auto non sono più quelle di allora e un’auto la possediamo entrambi, ma non più a pedali, anche se lui non mi spinge più e non più indosso i pantaloni corti di maglia, fatti a mano.

Ora lui è un avvocato di valore e docente universitario, io uno psichiatra, ma la nostra amicizia è la stessa di allora, a dispetto del tempo che è trascorso, dei capelli che non ci sono più sul capo di entrambi, delle vicende della vita che hanno segnato entrambi indelebilmente.

Quando lui, nel 1986 si ammalò di una grave malattia, molto seria, della quale io per primo ebbi il sospetto, e per la quale la sopravvivenza prevista nella migliore delle ipotesi era breve, molto breve, piangendo, in un momento di commozione, dissi a mio padre: “Perché proprio a lui che ha moglie e una figlia? Perché non a me, che non ho nessuno?”.

Mio padre non capì, o finse di non capire e non profferì risposta, come sempre. Ora la malattia non è guarita, ma è sotto controllo. La medicina in questi anni ha fatto miracoli.

Mi legano a lui tantissimi ricordi sparsi nel tempo, tantissime avventure, tanti dolori, ma soprattutto un grandissimo affetto che dura dalla nascita, nonostante le grandissime differenze caratteriali, che inizialmente solo intuibili, sono ora evidentissime in uomini maturi.

E mentre scrivo mi accorgo con commozione ed emozione che mi compaiono avanti agli occhi, i quali si velano di un sottile manto di lacrime trattenute, immagini e ricordi che si affastellano l’uno sull’altro in maniera disordinata e confusa e senza un ordine cronologico, ma con l’unico denominatore comune di rappresentare episodi della nostra vita in comune.

Si distinguono, le immagini, l’una dall’altra, solo per gli abiti che indossiamo, testimonianza di diverse età e di diverse epoche storiche e per i sentimenti che esse suscitano, ora lieti, ora più di frequente tristi e malinconici, ma tutti velati dello stesso tono di struggente nostalgia.

C’è il ricordo, di quando, armati di tutto punto fin da casa, ci recavamo nei mesi estivi lontani dalla scuola, a villa Borghese, teatro dei nostri giochi di guerra, ove una fontana che tutt’ora è presente, si trasformava in Fort Apache, assediato dagli indiani e subito si sovrappone a questo il ricordo delle prime feste nella casa ospitale di una comune amica, teatro dei miei primi devastanti insuccessi sentimentali e al contrario dei suoi invidiati successi.

Sorrido nel rievocare entro di me la tragicomica esperienza di due viaggi devastanti che compimmo assieme, nei fantastici anni ’70 appena iniziati, con la mia mitica 500, addirittura fin nella lontana Ungheria, allora ancora in pieno clima sovietico. Ne riportai il frutto di un’esperienza agghiacciante, di cui conservo ancora il segno indelebile e che tutt’ora è ben viva nella mia mente.

Ci sono i fumetti che leggevamo assieme discutendo animatamente sul valore di Topolino, il mio preferito, rispetto a Paperino cui andava la sua maggiore simpatia, indice già nella prima infanzia di evidenti differenze, caratteriali ed ideologiche, che più tardi si sarebbero espresse nella loro piena interezza.

Ma un episodio è ben chiaro e scolpito nella mia mente e risale ai primissimi anni ’50, se ben ricordo il ’52, quando avevo tre anni: eravamo entrambi intenti a giuocare, quando mio padre, tornando da scuola, era un maestro elementare, mi consegnò, come a volte avveniva, un piccolo regalo, che a me appariva sempre meraviglioso; questa volta si trattava di un piccolo carretto attaccato ad un cavalluccio di legno di colore marrone; il mio amico, che evidentemente e sin da allora nutriva simpatie comuniste, che in età adulta sarebbero diventate una seria militanza, per nulla comprensivo del mio diritto alla proprietà, si appropriò proditoriamente e violentemente del carretto con annesso cavallo, accingendosi a giuocarci da solo.

“Lascialo, è mio”; le rigide, violente parole che immediatamente pronunciai, a difesa della mia proprietà, ancora mi risuonano nella mente ed ora mi pesano in modo insopportabile, così come ho sempre davanti agli occhi lo sguardo attonito, intimidito, timoroso e smarrito del mio amico, colto in flagrante; ma ciò che maggiormente e più acutamente ricordo e mi affligge è l’adulto e violentissimo senso di colpa che mi colse a tradimento, immediatamente dopo aver pronunciato quelle parole sfortunate, infelici, e che mi costrinse, mi obbligò, mi impose di cedere il mio regalo all’amico, senza più poter giuocare con esso.

Ci sono anche altri ricordi, tanti, dolorosi, che non voglio ricordare.

Ma subito dietro la prima, un’altra foto si affaccia e presenta, violentemente alla mia vista; un caso? Una fortuita coincidenza? Oppure essa è stata richiamata lì, si è voluta presentare alla mia attenzione, suggestionata dal discorso in atto, invogliata, quasi costretta dalla forza del ricordo? Una casualità, o un fenomeno paranormale di quelli che ogni giorno sono sotto i nostri occhi senza che ci si presti attenzione?

Anche questa foto è in bianco e nero, pur risalendo ad un’epoca più recente, seppur anch’essa lontana nel tempo. Non posso descrivere i personaggi ad uno ad uno, perché sono troppi e la loro disamina annoierebbe i lettori.

Posso dire solamente che si tratta di una classica foto scolastica, di quelle che normalmente affollano gli album, gli annuari delle scuole, ma questa è una foto particolare, almeno per me, unica ed irripetibile: è la foto della mia classe, la III E, ultimo anno del liceo, poco prima degli esami di maturità, nell’ormai lontanissimo 1969, l’anno del primo piede umano che calpestò il suolo della luna, per gli altri, per la storia, ma per noi e solo per noi, “l’anno della nostra maturità”.

Ci sono i miei compagni. Tutti? Quasi tutti, sulla scalinata prospiciente l’ingresso del “Regio Liceo Giulio Cesare” di Roma.

Gli abiti sono testimoni dei tempi e i nostri visi smunti e forzatamente, artificialmente sorridenti esprimono tutto il timore e l’ansia per i prossimi esami.

Il 12 Giugno scorso, in occasione del quarantunesimo anniversario della “nostra maturità”, ci siamo rivisti “tutti”, per ricordare. Sulla stessa scalinata una nuova fotografia, riassumendo “tutti” le stesse posizioni di allora.

Ho posto la parola “tutti” tra virgolette, non a caso, o per una svista, ma coscientemente e volontariamente. Non eravamo tutti presenti fisicamente: alcuni mancavano all’appello perché già non più qui tra noi, altri perché gravemente ammalati. Assenti giustificati.

Alcuni erano assenti perché forse non hanno avuto il coraggio di confrontarsi con il tempo che passa, non hanno avuto il coraggio di affrontare lo sgomento di non riconoscere l’altro che ti sorride e ti saluta, o di non essere riconosciuto, non hanno avuto il coraggio di scoprire nel viso degli altri quei mutamenti che inevitabilmente debbono aver colpito anche lui. Assenti ingiustificati.

Ma pur tuttavia eravamo “tutti presenti all’appello”, presenti e assenti, giustificati e non giustificati, tutti assieme un’altra volta, uniti tutti nel ricordo di ciascuno, nell’affetto, nella solidarietà, nella fratellanza, che sola unisce e cementa indissolubilmente chi ha avuto la fortuna di vivere assieme, in quella età, un’esperienza così importante e determinante, come quella della scuola.

A cena, più tardi, per vincere la malinconia che subentrava, si insinuava e rischiava di sommergermi, ho cercato di distaccarmi, di lasciare indietro le emozioni e di osservare ad uno ad uno i miei compagni, chi medico, chi avvocato, chi prefetto, chi consigliere di Stato, chi dentista, chi professore, ma anche chi semplice impiegato, chi non ha avuto successo materiale e non ha fatto carriera, chi ha visto i suoi sogni frustrati e delusi, anzi soprattutto lui.

Siamo rimasti tutti eguali a noi stessi, ciascuno con le sue caratteristiche ben visibili ed intuibili già da allora, con i suoi pregi e difetti, con le sue miserie e le sue nobiltà. Ci siamo lasciati con la promessa solenne di rivederci tutti il prossimo anno. Chissà se ci saremo tutti, ancora lì, su quella stessa scalinata.

Mi accorgo solo ora, e con sgomento, che avrei dovuto parlare dell’amicizia e invece mi son lasciato prendere la mano e ho parlato della mia amicizia.

Avrei dovuto parlare del concetto di “amicizia”, del De amicitia di Cicerone, della amicizia per Aristotele nellaEtica Nicomachea, avrei voluto raccontare di Oreste e Pilade, di Eurialo e Niso, di Achille e Patroclo, di Narciso e Boccadoro, avrei voluto citare i libri che parlano di amicizia e che dobbiamo leggere, se vogliamo comprendere qualcosa di questa, Capitani Coraggiosi e I libri della giungla di Kipling, I ragazzi della via Pal di Molnar, Cuore di De Amicis, Pinocchio di Collodi, Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba, L’amico ritrovato di Uhlman, Il bambino con il pigiama a righe di Boyne, Le braci di Sandor Màrai, Anniversario degli esami di Maturità di Werfel, Cirano di Bergerac di Rostand e in fine La grammatica di Dio di Stefano Benni, come meraviglioso, struggente, commovente esempio di amicizia tra un cane ed un uomo.

Avrei voluto invitarvi a vedere, o rivedere film come Arrivederci ragazziSmokeIl grande freddoL’Attimo fuggenteIl declino dell’impero americano, Le invasioni barbaricheTempesta di ghiaccio, La scelta di SophieCabaret,L’Uomo di AlcatrazAmici miei, C’eravamo tanto amatiUna gita scolastica, Festa di Laurea, L’ultima estate-ricordi di un’amicizia, Ragazze interrotte, Mystic river, American graffiti, Stand by me, Moonlight & Valentino, Mignon è partita, Pomodori verdi fritti, Gli anni spezzati, Hachiko e invece egoisticamente vi ho parlato della “mia amicizia”.

Vi chiedo scusa e per farmi perdonare prendo commiato chiamando in aiuto Aristotele: Cos’è un amico? Una singola anima che vive in due corpi.

 
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.

 

Domenico Mazzullo - Ragione e sentimento operano sempre in contrasto?

La vicenda di un medico tedesco ebreo che si rifiuta di operare un paziente neonazista induce a riflettere su come operano, nella nostra quotidianità, istinto e pensiero

Domenico Mazzullo

Abituati come siamo, a leggere nelle pagine dei giornali, o peggio a vedere in televisione notizie e immagini, spesso raccapriccianti ed inutili di morti violente di uomini, per mano di altri uomini, ci sembra quasi che senza una o più morti, senza cadaveri in bella vista, per il macabro godimento degli spettatori, la notizia non sia una notizia, non sia degna di essere pubblicata e diffusa.

Per questo motivo sono stato molto colpito, direi favorevolmente colpito, dal risalto che alcuni quotidiani, tra quelli che leggo, hanno dato ad un evento conclusosi senza morti e feriti, senza spargimento di sangue, ma che ci fa riflettere, ci obbliga quasi a riflettere, a prendere posizione in quanto esseri umani appartenenti a questa comunità e ci impone un quesito, un interrogativo che solo nel nostro intimo possiamo cercare di risolvere.

Il fatto è recente, ma non appartiene al nostro Paese, così ahimè abituato a casi di malasanità che vedono medici indagati per inadempienze, incompetenze, fatali leggerezze nei confronti dei poveri pazienti, ma è avvenuto in Germania, a Padenborn una città della regione occidentale del nord-Reno-Vestfalia.

In ospedale il paziente, un uomo di 36 anni era già stato anestetizzato.

Ma quando il chirurgo che si apprestava ad eseguire l’intervento ha visto il tatuaggio che campeggiava su un bicipite (la classica aquila posata su una croce uncinata simbolo del nazismo) si è tirato indietro. Letteralmente. Si è tolto la mascherina dal viso, ha svestito il camice verde ed è uscito dalla sala operatoria, pregando un altro chirurgo presente di operare al posto suo il paziente.

All’esterno, in una sala d’attesa era seduta la moglie del paziente. Il quarantaseienne chirurgo le si è rivolto direttamente con poche, ma inequivocabili parole: “Io non opererò suo marito, signora, non posso, perchè sono ebreo, la mia coscienza non me lo permette”. L’altro chirurgo ha preso il suo posto, l’intervento è stato eseguito con esito felice, il paziente sta bene.

Seguiva l’articolo del giornale il commento di una giornalista, che leggo sempre, che stimo ed ammiro per il suo coraggio e la sua lucidità, Fiamma Nirenstein3, di evidenti, come svela il suo nome, origini ebraiche.

La giornalista, pur comprendendo le motivazioni del chirurgo e cogliendo in esse delle attenuanti, ne stigmatizzava l’operato intitolando l’articolo di commento “Ha sbagliato da medico e da ebreo. Salvare la vita viene prima di tutto” sintetizzando con queste parole il suo pensiero poi diffusamente espresso.

Come medico, istintivamente e senza riflettere, mi sono sentito dapprima solidale con il pensiero della giornalista, così lucidamente e logicamente manifestato, ritenendo che il mio collega ebreo-tedesco fosse venuto meno a quanto per noi medici è sacro ed inviolabile, il giuramento di Ippocrate che ci obbliga a prestare le nostre cure a chi ha bisogno del nostro operato, prescindendo da ogni altra valutazione di tipo personale, qualunque essa sia, senza se e senza ma.

È estremo ed evidente, per esempio, il caso in cui, in guerra un medico è obbligato ad esercitare la propria opera di aiuto nei confronti di nemici, o amici, se si trovano in caso di necessità.

Altrettanto perentorio è l’imperativo categorico per ogni medico di prestare soccorso spontaneamente ed immediatamente a chi ne avesse bisogno e si trovasse in pericolo. Fermo rimanendo tale inalienabile ed incontestabile principio, riflettendo però con calma e tempo necessario e liberandomi dalla emozione immediata che la lettura della vicenda ha in me suscitata, sono stato costretto a rivedere la mia posizione ribaltando completamente la mia deduzione.

In primis, nel caso in questione non si configurava la fattispecie di assoluta urgenza ed emergenza ed uno stato di necessità, essendo il paziente ricoverato in ospedale e soprattutto essendo un altro chirurgo in grado di intervenire al posto del medico che rinunciava ad operare e quindi a prendersi cura del paziente.

Ben diverso sarebbe stato il caso in cui il chirurgo ebreo fosse stato l’unico in grado di operare, o l’unico medico presente e disponibile, configurandosi in tale ipotetica circostanza uno stato di assoluta necessità, che assolutamente non avrebbe permesso al medico di sottrarsi al proprio dovere.

Ma la spiegazione dell’operato del chirurgo, che si è rifiutato di operare è tutta nelle sue stesse parole, nelle poche lapidarie parole che ha rivolto alla moglie del suo paziente:”Io non opererò suo marito, signora, non posso, perchè sono ebreo, la mia coscienza non me lo permette”.

Attenzione, il medico non ha detto non voglio, ma ha detto non posso e ha aggiunto la mia coscienza non me lo permette. Quale coscienza? Di ebreo? Di medico? O ambedue?

La chiave di lettura dell’operato del medico è tutta in quel suo non posso.

Ogni medico sa bene e deve sempre tener presente, che quando non si trova in una condizione di assoluta necessità, come ho specificato in precedenza, se le sue condizioni sia psichiche che fisiche non sono tali da poter offrire al paziente il meglio di se stesso o le sue capacità e competenze professionali non sono tali da farlo sentire adeguato al compito, deve rinunciare ad esercitare la sua professione nei confronti del paziente.

In questo caso specifico non si trattava ovviamente di competenze professionali, essendo il medico un chirurgo pronto ad operare, quanto piuttosto di una situazione psichica ed emotiva, venutasi a creare, al momento della constatazione, per il medico ebreo, essere il suo paziente un neonazista.

Mi è facile immaginare come il medico possa essersi sentito non perfettamente libero ed esente da emozioni e turbamenti d’animo, da sentimenti comprensibili e facilmente immaginabili che avrebbero potuto renderlo, secondo la sua coscienza, non perfettamente lucido ed adeguato al delicato compito cui si accingeva e constatando questo, giustamente e doverosamente, abbia rinunciato ad operare, affidando il paziente ad un altro chirurgo.

Ben diverso sarebbe stato il caso in cui egli fosse stato l’unico chirurgo a poter operare. In tale circostanza il medico, con tutti i suoi turbamenti, sarebbe stato costretto, dal suo dovere, ad operare.

Rovesciando le circostanze è lo stesso motivo per cui la maggior parte dei medici rinunciano o rifiutano di prendersi cura dei propri familiari, proprio perchè non si sentono liberi da coinvolgimenti affettivi nei loro confronti, che li renderebbero non obiettivi e lucidi nella diagnosi e nelle terapie eventuali.

Mi rendo conto che tutti questi possono, o potrebbero, sembrare discorsi accademici e forse superflui, visto che tutto poi si è risolto positivamente.

Forse lo sono, forse così penserà chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui, ma non per me, per me uomo e soprattutto medico, per il quale rappresentano una necessità, un motivo di riflessione, di approfondimento, di autocritica anche e naturalmente, di autocensura. Ma un’ultima riflessione mi viene fornita dall’episodio e va ad aggiungersi alle tante constatazioni più volte fornitemi, sull’argomento, dall’esperienza personale e professionale.

Spesso, mi è accaduto, come dicevo anche in questa ultima circostanza, di esprimere valutazioni sulla scia di emozioni e passioni, di stati d’animo emotivi, giudizi che poi devono necessariamente non fermarsi lì, ma essere assolutamente sottoposti al vaglio e alla critica serrata della nostra ragione, che spesso giunge ahimè a conclusioni diametralmente opposte alle prime formulate, creando entro di noi un conflitto difficile da risolvere tra sentimento e ragione.

Ma sentimento e ragione sono veramente due funzioni della nostra psiche l’una contro l’altra armate? È mai possibile che in noi si sviluppi quotidianamente una lotta intestina tra le due? O non è forse più vero che entrambe le funzioni siano necessarie alla nostra esistenza e si adoperino con modi, ma soprattutto tempi diversi, per condurci ad un giudizio sulla realtà che ci circonda?

Il sentimento infatti, inteso in senso lato, ci porta a conclusioni rapide, ma necessariamente imprecise.

La ragione, più lenta, ci permette di esprimere giudizi più tardivi, ma certamente più precisi e circostanziati.

Uno ha quindi il vantaggio della velocità nelle conclusioni, l’altra di una maggiore precisione. Forse se riuscissimo ad usare entrambi gli strumenti raggiungeremmo migliori risultati.

Mi piace concludere a questo proposito, con la frase di un grande psichiatra dei primi anni del secolo scorso, Kurt Schneider, che considero il mio maestro, pur essendo egli scomparso quando ero da poco nato, ma avendo studiato e spero compreso tutti i suoi libri. Un uomo che fosse solo sentimento, non sarebbe ancora un uomo. Un uomo che fosse solo ragione, non sarebbe più un uomo.

 

FRED UHLMAN

Ho esitato un po’ prima di scrivere che “avrei dato volentieri
la vita per un amico”, ma anche ora, a trent’anni di distanza,
sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che
non solo sarei stato pronto a morire per un amico,
ma l’avrei fatto quasi con gioia. Così come davo per scontato
che Dulce et decorum pro Germania mori, non avevo dubbi
sul fatto che morire pro amico sarebbe stato lo stesso.
I giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un’innocenza
soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il
bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata.
Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia,
per la sua stessa intensità e unicità, costituisce
una delle esperienze più preziose della vita.
(Da “L’amico ritrovato”, 1971)

 

 

 

FUTURO Cesare Lanza - Ritorno al merito! con Socrate

Un luogo virtuale di rinnovamento con porte aperte a tutti coloro che desiderino cambiare finalmente qualcosa in Italia e siano disponibili ad impegnarsi affinché i cittadini meritevoli tornino ad avere la possibilità di emergere, affermarsi e, all’occorrenza, governare

Cesare Lanza

Da qualche tempo ho un progetto, in assoluta semplicità e umiltà. Fondare un movimento di opinione, SOCRATE, sottotitolo RITORNO AL MERITO (o POTERE AL MERITO o MERITO AL POTERE, o MERITI IL POTERE!: aspetto pareri, da tutti). Mi piacerebbe scegliere il nome di Socrate, perchè è un simbolo eterno e assolutamente straordinario del merito: non ha scritto una riga ma grazie al merito, grazie esclusivamente alla qualità di ciò che ha pensato e detto, e ci è stato tramandato, ha lasciato un segno valido nei secoli, per la filosofia e in generale per la cultura. Senza aver mai goduto di privilegi di alcun genere.

Sia subito chiaro che “Socrate. Ritorno al merito” non vuole essere un partito né un movimento politico schierato a sostegno di altri interessi e altri obiettivi. Lo penso e lo sogno come un luogo virtuale di rinnovamento, mi sembra giusto definirlo così, con porte aperte a tutti coloro che desiderino cambiare finalmente qualcosa, concretamente, in Italia e siano disponibili ad impegnarsi affinché i cittadini meritevoli tornino ad avere la possibilità di emergere, affermarsi e, all’occorrenza, governare.

Punto di partenza: dovremo proporci come un movimento pacifista e libertario, con l’invito esplicito, che vorrei fosse sentito come un obbligo, ad accogliere e favorire il confronto di idee e opinioni, senza arroganze né censure né speculazioni. Con lo scopo, prioritario, di sostenere le ormai esasperate rivendicazioni dei giovani, che oggi trovano spesso ogni strada sbarrata, occupata o, comunque, sgraziatamente ingombrata, da troppi incapaci, privilegiati per raccomandazione o corruzione.

Chi mi conosce sa già che sono molto sensibile a questo tema: sto scrivendo un libro, Lettera di scuse, proprio per esprimere il mio malessere, condiviso per fortuna da tante persone della mia generazione, di fronte alle quotidiane immagini della società disastrata, decadente, che lasciamo in eredità ai nostri figli e ai nostri nipoti.

Almeno nella fase iniziale, il movimento potrà comunicare e cercherà di diffondersi, e raccogliere adesioni, da chi vorrà accordarcele, soprattutto attraverso le infinite opportunità offerte da Internet – l’unica vera patria – finché durerà… – di reale libertà, nel mondo di oggi.

Se l’iniziativa vi piace, dateci una mano! Partendo dalle comunicazioni e dal passaparola nel mondo web, attraverso siti, blog, posta personale, ecc… Desidero, infatti, che la consistenza del movimento, se ci sarà, parta dalla base, dalla gente, dal cuore, dai sentimenti e dalle opinioni di tutti, senza intrusioni di lobby di alcun genere.

Raccontateci disagi e ingiustizie, possibilmente con oggettività e documentazione: non vogliamo passare il tempo nei tribunali a difenderci dalle querele – la querela, a prescindere, è diffusamente diventata uno strumento, una sorta di riflesso automatico e condizionato, di fuga e difesa, e di intimidazione, da parte di chi ha qualcosa da nascondere.

In primo luogo, due domande a chi abbia voglia di rispondere. Fra gli slogan che ho indicato per il nostro titolo, quale vi coinvolge di più, o quale altro avreste in mente? E quali consigli, di qualsiasi tipo, volete darci? Scrivetemi a questo indirizzo: cesare@lamescolanza.com

 

Ps. Qui di seguito segnalo una curiosità, riprendendola da “The week. Il settimanale degli italiani nati dopo il 1 gennaio 1970”

 

Siamo in piena crisi. Di governo, di condizione economica, di prospettiva politica. Chi è nato dopo il 1 Gennaio 1970 fa da spettatore. Gli attori protagonisti sono altri.

I venticinque “grandi vecchi” italiani:

 

  • Francesco Amirante presidente della Corte costituzionale compirà 78 anni il 13 aprile
  • Angelo Bagnasco presidente della Conferenza episcopale italiana compirà 68 anni il 14 gennaio
  • Luciano Benetton presidente del gruppo Benetton compirà 76 ani il 13 maggio
  • Umberto Bossi leader della Lega Nord e ministro delle Riforme compirà 70 anni il 19 settembre
  • Giovanni Bazoli presidente della sorveglianza di Intesa San Paolo compirà 79 anni il 18 dicembre
  • Silvio Berlusconi presidente del consiglio compirà 75 anni il 29 settembre
  • Corrado Calabrò presidente dell’Authority per le telecomunicazioni compirà 76 anni il 16 febbraio
  • Francesco Caltagirone presidente di Caltagirone Spa compirà 68 anni il 2 marzo
  • Andrea Camilleri autore dei libri più venduti in Italia compirà 86 anni il 6 settembre
  • Fedele Confalonieri presidente Mediaset compirà 74 anni il 6 agosto
  • Carlo De Benedetti presidente del Gruppo Espresso compirà 77 anni il 14 novembre
  • Leonardo Del Vecchio presidente di Luxottica compirà 76 anni il 22 maggio
  • Paolo Garimberti presidente della Rai compirà 68 anni il 2 febbraio
  • Riccardo Garrone fondatore e presidente onorario di Erg compirà 75 anni il 23 gennaio
  • Cesare Geronzi presidente di Generali compirà 76 anni il 15 febbraio
  • Pier Francesco Guarguaglini presidente di Finmeccanica compirà 74 anni il 25 febbraio
  • Gianni Letta sottosegretario alla presidenza del Consiglio compirà 76 anni il 15 aprile
  • Salvatore Ligresti patron di Premafin e presidente onorario di Fondiaria compirà 79 anni il 13 marzo
  • Ernesto Lupo primo presidente Corte di Cassazione compirà 73 anni il 12 maggio
  • Piergaetano Marchetti presidente di Rcs Mediagroup compirà 72 anni il 30 novembre
  • Gianni Morandi prossimo conduttore del Festival di Sanremo compirà 66 anni il 18 dicembre
  • Giorgio Napolitano presidente della Repubblica compirà 86 anni il 29 giugno
  • Alessandro Ortis presidente dell’Authority per l’Energia compirà 68 anni il 12 agosto
  • Carlo Rossella presidente di Medusa Film compirà 69 anni il 19 ottobre
  • Umberto Veronesi presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare compirà 86 anni il 28 novembre

 

Fin qui “The week”. Mi sembra una lettura interessante. Ci sono tanti personaggi, quasi tutti, ultra meritevoli (cito in primis Corrado Calabrò, collaboratore stabile della nostra rivista, sia per la sua poesia sia per le capacità di sapiente e onesto servitore dello Stato), e la lista potrebbe essere assai più lunga… ma – oggettivamente – come mai i giovani non riescono a conquistare posizioni di vero potere?

 

LIBRI Mariano Sabatini - L’Italia s’è mesta

Dall’unità nazionale a Silvio Berlusconi, il Belpaese visto dai corrispondenti stranieri

Mariano Sabatini*

Mettere le mani in una materia magmatica come la realtà dell’Italia che ci è toccato di vivere richiede una gran dose di sprezzo del pericolo, forse di incoscienza. Quello che segue non è un libro, piuttosto una fotografia, un’istantanea composita, una Guernica di volti e voci. Perché attraverso il racconto di italiani speciali, casuali, d’elezione, occasionali o, se preferite, di passaggio andrà costruendosi l’epopea sincera di questi anni. A costo di far apparire in sogno Indro Montanelli (per la rabbia) a Marco Travaglio, che da anni va giustamente predicando la scomparsa dei fatti, in questo libro mi occuperò solo di opinioni. O, per meglio dire, quasi esclusivamente di opinioni. A riportare i fatti, che secondo una vetusta regola giornalistica dovrebbero convivere con le opinioni da separati in casa, ci pensano ogni giorno i valentissimi colleghi italiani di quotidiani, periodici, televisioni, radio e internet.

Opinioni dunque, sensazioni, impressioni, stati d’animo, suscitati tuttavia dall’esperienza diretta, talvolta annosa, di professionisti dell’informazione che vivono accanto a noi, impegnati nella diuturna impresa di raccontare il nostro Paese per conto delle nazioni di nascita.

Ho deciso di partire in ricognizione di quel mondo parallelo, e per lo più sconosciuto ai lettori italiani, rappresentato dai corrispondenti stranieri che vivono nelle nostre città. È stato come aprire una porta segreta. Ed eccomi tra giornalisti inglesi, francesi, spagnoli, cinesi, tedeschi, americani, russi, africani, che consumano le loro giornate di lavoro raccontando splendori, miserie, insensatezze, rivoluzioni, arretratezze del Belpaese, e di cui si parla solo quando nascono polemiche per le cronache impietose apparse su testate storiche e autorevoli. In modo fortuito, legato per lo più alla volubilità e alla imperscrutabilità dei meccanismi comunicativi. Al contrario, l’ampio, sistematico carosello di voci catturate da L’Italia s’è mesta compone un ritratto sentimentale, o se volete emotivo, della nostra malandata nazione attraverso il vissuto dei cronisti d’oltreconfine: qual è stata la prima impressione che hanno avuto arrivando in Italia, come ci vivono, quali motivi di scontento o di entusiasmo li anima; che giudizio danno di Berlusconi e del berlusconismo o delle indebite intromissioni della Chiesa nella politica italiana; se pensano che la sinistra saprà trovare una fortunata via di risalita. Le “firme” di Itar-Tass, Arte, El Mundo, Le Figaro, Business Week, The Herald, Frankfurter Allgemeine Zeitung, CNN, BBC, Financial Times, Nouvel Observateur, etc., si esprimono sulle affezioni dilaganti del Palazzo; le aberrazioni di una tv sempre più becera, volgare, faziosa; i tagli alla cultura e gli attacchi dei ministri Brunetta e Bondi ai cineasti italiani; il baratro su cui pencolano scuola, università e ricerca italiane…

E se davvero, perdonatemi la parafrasi, l’Italia s’è mesta perché dell’elmo di Silvio s’è cinta la testa avremo, forse, alla fine di questo ideale viaggio anche la pozione per tornare a destarla. Oppure ricaveremo motivi sufficienti per fare i bagagli, aggiornare il passaporto e prenotare un viaggio di sola andata per gli antipodi. In ogni caso, lo sguardo dei giornalisti stranieri risulterà prezioso per quel minimo di utile separazione che li affranca dal palpitare delle cose, dei fatti, dei personaggi. Come per la pittura impressionista, composta da tocchi e macchie, serve fare due o tre passi indietro per avere una migliore visione d’insieme, è altresì consigliabile affidarsi alla extracomunitaria freddezza professionale per valutare eventi e mutamenti di questa Italia del Terzo Millennio.

Consapevoli che il prezzo da pagare potrà essere l’imbarazzo che i vizi, gli intrallazzi, le corruzioni o la semplice stupidità dei connazionali più o meno illustri susciteranno nel corso delle conversazioni che seguiranno.

Ogni occasione, del resto, è buona per farci riconoscere e, come ammoniva Alberto Sordi ne Il Vigile ad una Marisa Merlini colpevole di aver ecceduto con lo champagne, bisognerebbe fare attenzione a non mostrarsi al naturale.

Pensate solo a Il più grande, sgangheratissimo varietà di Raidue condotto da Francesco Facchinetti, che si prefiggeva di eleggere l’italiano maggiormente rappresentativo affidandosi a due giurie; quella immancabile dei vip (Maurizio Costanzo, Mara Venier, Vittorio Sgarbi, etc.) e l’altra composta da rappresentanti della stampa estera. Se si esclude il tedesco Andreas English, alquanto integrato e chiassoso, gli altri – la statunitense Patricia Thomas, l’inglese Jennifer Grego, il francese Eric Jozsef e lo spagnolo Antonio Pelayo – apparivano spaesati, sulle loro teste mancava poco che si materializzasse il lettering da fumetto: “che ci faccio io qui?”. Domanda valida non solo per i contesti televisivi, considerato che le cronache ci forniscono ogni giorno motivi per alimentare uno strisciante senso d’estraneità.

Dovrebbe dirci qualcosa che Giovanni Falcone, il grande magistrato trucidato dalla mafia nel maggio del 1992, avesse scelto come interlocutrice la francese Marcelle Padovani per sviscerare le Cose di Cosa nostra, bellissimo e dolente libro sugli intrecci tra poteri e malavita siciliana organizzata.

La corrispondente del prestigioso Nouvel Observateur mi confessò tempo fa di andare molto fiera di quel lavoro e a proposito del nostro modo di intendere il giornalismo è, purtroppo giustamente, severa: “Se le inchieste non si fanno quasi più perché costano e sono considerate poco redditizie dalla stampa di tutto il mondo, per quella italiana c’è una variabile in più: i colleghi tendono sempre di più a testimoniare polemiche senza approfondirne il motivo, senza cercarne la causa o il contenuto, senza cercare dov’è la verità. Si accontentano di contrapporre uno che pensa bianco ad uno che pensa nero, senza prendere il coraggio di andare a verificare se la verità non sia piuttosto di colore verde”. Come darle torto? Polemico, da tempi non sospetti, con il sistema d’informazione dello Stivale il giornalista Wolfgang Achtner: già nel 1994, in un convegno a San Marino, ebbe modo di dichiarare che “i telegiornali italiani sono i peggiori del mondo”. Il Corriere della Sera riportò i duri giudizi di questo don Chisciotte a stelle e strisce, nostro concittadino da oltre quarant’anni, collaboratore tra gli altri di ABC CNN: “L’informazione della Rai e della Fininvest è di pessima qualità. Le vostre tv dovrebbero prendere a modello la BBC o le grandi reti americane. Da noi, giornali e tv basano le loro entrate sulle vendite e sulla pubblicità e soltanto se sono credibili possono sopravvivere sul mercato. In Italia, invece, la Rai ha stravolto il termine delle parole per cui pluralismo, in realtà significa lottizzazione politica. E la Fininvest (non si chiamava ancora Mediaset, n.d.a.) ha imitato in peggio la Rai: la sua informazione, anziché puntare alla qualità, è stata messa da Berlusconi al servizio del “principe” e poi di “se stesso”. Sotto tiro l’allora vicedirettore del Tg1 Claudio Angelini e il direttore del Tg4 Emilio Fede: “Quando era Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga usava i Tg della Rai per i suoi attacchi personali. Il colmo è stato quando Angelini si è presentato in campagna elettorale come ‘il microfono del presidente’. Una prodezza che non gli ha impedito di ritornare al telegiornale dopo l’insuccesso elettorale. Quanto a Fede, mi dà i brividi. Se la sua va presa come una parodia dell’informazione tv, ok… Con Fede siamo a un passo dalla faziosità totale della propaganda di Goebbels. I suoi collegamenti con Paolo Brosio dal Palazzo di Giustizia di Milano hanno eguagliato i successi delle grandi coppie di comici d’avanspettacolo…”. Condivisibile, benché oggi i responsabili siano in parte cambiati.

Ed eccovi servita una significativa testimonianza. Pesano come macigni le parole che Giulio Borrelli, già direttore e attuale corrispondente da New York di quello che era una volta il più autorevole notiziario italiano, scrive nel suo recente pamphlet Le mani sul Tg1: “Una lobby politico-imprenditoriale-giornalistica che ha uno dei suoi avamposti nel Tg1, con scambi di favori vari”. Il problema non è solo l’innegabile faziosità incarnata dagli editoriali del direttore perché, come annota Borrelli, Augusto Minzolini “compare sempre per difendere il governo di centrodestra e le tesi berlusconiane”. In realtà seguendo le edizioni del principale Tg Rai abbiamo l’illusione di vivere nel paese dei balocchi – tra servizi sui nuovi gusti del gelato, le scuole per maggiordomi, la depressione dei cani… – e dobbiamo fronteggiare il terrore collodiano di risvegliarci tutti somari e di finire scaraventati in mare. Le terre dantesche e le genti del bel paese là dove ’l sì suona sono state e sono tenute da secoli sotto stretta sorveglianza da scrittori, poeti, giornalisti stranieri. Questo induce una riflessione semplice: o siamo molto amati o siamo molto odiati. Io propendo per la prima che ho detto. Che ne dite? Non si dedicano tempo, energie, risorse a qualcosa che ci suscita disprezzo.

Per secoli il famoso grand tour europeo ha previsto nello Stivale una tappa fondamentale per l’educazione e il risveglio del gusto nelle giovani menti. Non vi stupisca che, sul finire del Settecento, nel suo Viaggio in Italia Johann Wolfgang Goethe abbia espresso un giudizio tanto severo sugli italiani: “Null’altro saprei dire di questo popolo se non che è gente allo stato di natura, gente che, in mezzo agli splendori e alle solennità della religione e dell’arte, non si scosta di un capello da quel che sarebbe se vivesse nelle grotte e nei boschi”. Lo scrittore tedesco era sconvolto dalla violenza che respirava a Roma, dove si perpetravano tanti omicidi, come dall’insensibilità nei confronti della sua storia: “Ma, confessiamolo, è una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica; eppure bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l’uno e l’altro, la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Parole di sorprendete attualità, benché scritte oltre due secoli fa.

Le impressioni romane di Charles Dickens, che tra il 1844 e il 1845 viaggiò nelle nostre terre e realizzò le suePictures from Italy per il Daily News, non sono meno dure: “Mi parve ci fossero lunghe vie di case e ordinarie botteghe, quali si trovano in qualsiasi città d’Europa. C’era gente affaccendata, carrozze con servi in livrea, signori a spasso, una moltitudine di loquacissimi forestieri. Non era quella, la mia Roma più di quanto lo sia place de la Concorde a Parigi, la Roma che ognuno immagina: diruta, a brandelli, addormentata al sole tra cumuli di macerie. Sapevo sì di poter trovare il cielo grigio, la fredda monotona pioggia, le strade di fango; ma a questo no, non ero preparato.

Confesso di essere andato a letto, quella sera, d’umore assai indifferente, con l’entusiasmo del tutto spento”. E mentre lo scrittore assisteva ad una esecuzione capitale per taglio della testa: “Le mie tasche vuote furono ‘saggiate’ parecchie volte dai gentiluomini che circolavano nella calca”.

La nobile arte dello scippo che affonda le sue radici nella notte dei tempi. Svariati decenni dopo. Chi legge Il cuore oscuro dell’Italia di Tobias Jones deve rassegnarsi a farsi pervadere, pagina dopo pagina, dalla sensazione di assistere al dipanarsi di una storia d’amore altalenante. Dopo essersi laureato in Storia moderna ad Oxford, lo scrittore-giornalista si era stabilito a Parma, da dove aveva firmato reportage per Indipendent, Guardian, Financial Times, culminati nel 2003 nel suddetto volume-ritratto uscito in prima battuta in Gran Bretagna. Ebbene, fin dalle prime pagine Jones ci scaraventa in faccia l’arretratezza culturale in cui versiamo e di cui anche lui subiva le conseguenze, dovendo ogni volta penare anche solo per comunicare nome e cognome, tra esempi cinematografici (Jones… come Indiana Jones!) e sfottò canzonettistici (Tobias… come lo zio Tobia della Vecchia Fattoria). Con simili premesse, figuriamoci se possiamo stupirci – mentre l’indignazione è d’obbligo – dello strisciante razzismo ai danni dell’antipatico, supponente, rissaiolo Super Mario, calciatore interista, “colpevole” di parlare perfettamente il nostro idioma ma di avere la pelle nera, essendo nato da immigrati ghanesi e poi adottato dalla famiglia Balotelli.

Non odio, allora, piuttosto orgoglio tradito, e dunque sentimento d’amore avvilito, animano anche queste pagine. A mia parziale discolpa, il concepimento stesso del libro che vi trovate, per ventura o per scelta, tra le mani, trova inconsapevole, fortunosa legittimazione in una frase scritta nel 1950 da Montanelli sul Corriere e riportata da Paolo Di Paolo in La mia eredità sono io: “Non è vero che la patria si difende senza discutere; la si difende discutendola, così come è discutendo la nostra società borghese e denunziandone noi stessi i difetti e le debolezze che la si puntella”. Per il principe del giornalismo nostrano era questa “l’unica manifestazione veramente producente di patriottismo e di solidarietà”. Condivido.

Da tempo penso che Il Gattopardo, il romanzo modernissimo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa su un’Italia che andava mutando forma e prendendo coscienza di sé, protagonista un futuro connazionale lucidissimo e disincantato, dovrebbe essere più letto e studiato al liceo. Nel capitolo in cui il buon Chevalley, il piemontese mandato dal governo,propone al principe di Salina il laticlavio da senatore, don Fabrizio Salina rifiuta, opponendo come motivazione l’inanità dei suoi conterranei e sua: “Non nego che alcuni siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni è già tardi; la crosta è già fatta, dopo: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori”. Parole profetiche che ormai, a centocinquant’anni dall’Unità, possiamo serenamente estendere all’intera nazione. Se si nasce e si cresce qui si viene presi da colpevole incantamento, un maleficio per cui non sappiamo distinguere cosa è bene e cosa ci condanna all’abisso.

Una visione illuminata sul nostro paese ce l’ha offerta lo storico Denis Mack Smith in Storia d’Italia dal 1861 al 1997. In un una nota aggiunta nel 1999 scrive: “Se l’Italia è un paese incommensurabilmente più sano e florido che nel 1861, ciò si deve soprattutto al fatto che i cittadini hanno esercitato delle qualità di flessibilità e di intraprendenza che erano state tanto ammirate nei secoli passati. Se i problemi aperti sono tuttora numerosi, ciò si deve in gran parte al fatto che il sistema elettorale non è riuscito a produrre governi forti basati su una solida maggioranza parlamentare, e in parte minore alla mancata creazione dei controlli e contrappesi necessari al corretto, efficiente funzionamento di un sistema rappresentativo”.

Due autorevoli pareri sulla capacità degli italiani di sopravvivere al vento avverso, l’abilità nel cambiare idee, pelle, divisa… L’attitudine ad andare Senz’olio contro vento, come la superba Rita Levi Montalcini ha intitolato una serie di bei ritratti di italiani a lei cari.

Astuzia volpina, camaleontismo ma anche condanna autoinflitta, iscritta nel comune destino. Ho sentito il bi sogno di chiedere lumi a chi ci guarda, in molti casi con maggiore partecipazione di quanto non facciamo noi stessi, grazie a quel tanto di ideale distanza necessaria. E non vi sembri paradossale.
*Dice di sé.
Mariano Sabatini ha fatto l’autore televisivo (Tappeto volante, Parola mia, Uno Mattina, Adesso sposami) e ha smesso per scelta, un po’ disgustato dall’ambiente. Continua ad amare il mezzo televisivo e, infatti, spesso ne scrive malissimo sul quotidiano Metro e su TiscaliNotizie, dove ha delle rubriche di critica. La definizione in cui si riconosco di più la deve alla sublime Barbara Alberti: “Sabatini è cattivissimo, perché troppo buono per dire bugie”. Scrive libri (La sostenibile leggerezza del cinema, Trucchi d’autore, Altri Trucchi d’autore, Ci metto la firma!), ma il suo sogno sarebbe cucinare per mestiere. Fa delle ottime lasagne, delle succulente ciambelline al vino e una pizza strepitosa.

Placido Cavallaro - Pier Paolo Pasolini, una morte velata di mistero. Intervista a Lucia Visca

A trentacinque anni dalla morte del poeta, diverse pubblicazioni ne rievocano la memoria. 
La giornalista Lucia Visca, prima cronista ad arrivare sul luogo del delitto, così ricorda quel giorno drammatico

Placido Cavallaro*

Abbiamo incontrato Lucia Visca, giornalista e direttore delle testate web mensileatlante.it, mensiletechnet.it e geopolitica, ma soprattutto testimone oculare di una storia che, nonostante le sentenze della magistratura resta uno dei gialli più enigmatici della storia italiana.
Roma, Idroscalo di Ostia, 2 novembre 1975 ore 7: un cadavere giace con la faccia nella melma, il braccio destro sotto il torace, il sinistro lungo il fianco. Un commissario di polizia lo gira. “Mi sembra Pasolini”. Alle 10 Ninetto Davoli, attore e amico di Pasolini, conferma.

Siamo all’inizio di uno dei grandi misteri italiani. La testimonianza della cronista Lucia Visca, un’apprendista di vent’anni, presente per prima sul luogo del delitto, a 35 anni di distanza, si traduce nel saggio “Pier Paolo Pasolini una morte violenta” (Castelvecchi).

La giornalista Lucia Visca, allora corrispondente da Ostia del quotidiano Paese sera, ricostruisce la scena del crimine evidenziando, con una serie di nitide fotografie, anche gli errori e le leggerezze commesse dagli investigatori del tempo.

L’autrice racconta “Una morte violenta” minuto per minuto in maniera scrupolosa, ma lascia i suoi lettori ancora una volta senza una verità certa.

Signora Visca chi ha ucciso Pasolini?

“A saperlo… Sicuramente Pino Pelosi. Almeno questa è la verità giudiziaria, sicuramente non da solo e sicuramente solo lui può raccontarci come sono andati i fatti davvero”.

Nel libro lei fa delle ipotesi su chi potessero essere i complici di Pelosi?

“Sì. Esiste una verità giudiziaria accertata con sentenze passate in giudicato; Pino Pelosi era quella notte all’Idroscalo con Pasolini e non era solo. Il problema, sostanzialmente, era capire chi fossero i suoi complici, dove fosse nato il complotto per uccidere Pasolini.

Credo che oggi a distanza di anni con molti dei protagonisti dell’epoca morti, con un mondo completamente cambiato, sarà molto difficile trovare delle prove giudiziarie forti: o sarà materia per gli storici o Pelosi prima o poi si deciderà a parlare e a dire la verità”.

Oriana Fallaci scrisse una storica e commossa lettera-ricordo in seguito al tragico evento della morte di Pasolini: “Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu”5Se lei dovesse spiegare Pasolini come lo definirebbe?

“Come si definiva lui stesso: un corsaro. Una persona che entrava nelle vite, nelle coscienze e scuoteva tutto”.

Cosa pensa di chi sostiene che non c’era nessun complotto?

“Chi sostiene che non c’era alcun complotto potrebbe avere ragione nel senso che una delle ipotesi è che la morte di Pasolini potesse essere casuale. Mi spiego meglio, potrebbe non esserci complotto, ma potrebbero esserci complici. Il complotto presuppone la pista alta, quella legata alla finanza ai servizi segreti… per far tacere una voce scomoda.

Mentre invece potrebbe essere che ci siano dei complici, ma che Pasolini sia morto per caso. Non bisogna dimenticare né tacere che Pasolini non solo era omosessuale, ma viveva una sessualità molto violenta.

Ci sono interviste di suoi amici… c’è una bella intervista di Moravia sul Pasolini privato e sul rapporto di Pasolini con il sesso che spiega tante cose.

A chi, per ragioni anagrafiche, non ha conosciuto Pasolini cosa consiglia di leggere per scoprirlo veramente?

“I romanzi romani Una vita violenta e Ragazzi di vita; secondo me, in questi si capisce tutto Pasolini: si capiscono le sue scelte di vita, si capisce da che parte stava, si capisce anche la sua cinematografia”.

Da giornalista a uno come Pasolini cosa invidia?

“La capacità di scrittura e di lettura della realtà. Essere giornalista è una cosa, essere intellettuali è un’altra, ossia vere una capacità di lettura della realtà così profonda come la sua è invidiabile!”.

Lei a vent’anni come vedeva Pasolini?

“Come un libro di scuola. Nel senso che Pasolini per me era il poeta, era l’antologia con la quale avevo fatto da poco gli esami di maturità: mi sono sentita travolta da questa vicenda”.

Se dovesse racchiudere tutta la vicenda in un’emozione?

“Sgomento. Per 2 ore sono stata sul luogo del delitto con la spavalderia che solo una ventenne può avere, assolutamente incosciente.

A un certo punto, appena è stato identificato il cadavere è intervenuto questo sentimento di sgomento che non mi ha più abbandonato rispetto a questa vicenda”.

Come è cambiato il lavoro del giornalista negli ultimi trent’anni?

“In bene e in male. Nel senso che dal punto di vista dell’introduzione di nuove tecnologie è cambiato positivamente. Perché tutte le nuove tecnologie permettono di abbattere una serie di costi e di fare comunque degli ottimi prodotti informativi, aumentando così la possibilità di democrazia e pluralismo….

Io ho passato tutta la vita nella carta stampata, nei quotidiani… adesso che dirigo delle testate web, mensileatlante.it, mensiletechnet.it e geopolitica; quella che dovrebbe essere una fine carriera per me è, in realtà, un nuovo inizio.

Adesso riesco ad essere padrona dell’informazione che faccio e… in questo è cambiato in meglio. Il lavoro del giornalista è peggiorato perché ci sono troppi veleni, troppi dossier, troppo schieramento politico. Il gusto della cronaca si è perso e questo è un gran danno”.

Se quel due novembre non fosse stata all’idroscalo di Ostia la sua carriera avrebbe preso un percorso diverso?

“Forse avrebbe preso una strada diversa. Forse avrei fatto la cronista di bianca… non lo so. È chiaro che quella vicenda ha dato un’accelerazione alla mia carriera con un aspetto negativo che è quello che io questa carriera l’ho finita a 31 anni, quando diventai redattore capo e lì mi fermai. Per diventare direttore ho dovuto aspettare le nuove tecnologie”.

Dopo l’omicidio Pasolini ha intervistato anche la gente che viveva nella baraccopoli intorno all’idroscalo, come vissero la vicenda?

“Finita la curiosità, per gli attori che arrivavano, i registi che arrivavano, il bel mondo che arrivava all’idroscalo, alla fine per loro Pasolini era, scusa la brutalità un “frocio” morto. L’episodio che racconto nel libro, quello della partitella, è significativo di questo: dopo poche ore si gioca sul luogo del delitto. Questo episodio evidenzia l’indifferenza della gente e l’incuria nel non inquinare le prove da parte di chi seguiva le indagini”.

Oggi Pasolini di che cosa si occuperebbe in particolare?

“Vorrei leggere i suoi scritti corsari ossia la sua lettura delle vicende politiche di oggi… che sarebbe sicuramente feroce. Lo immagino in due modi o completamente estraniato o a fianco di Beppe Grillo…. Questo mi inquieterebbe”.

Una pagina del suo libro che vorrebbe che tutti leggessero?

“Questa è una bella domanda… credo quella dove avviene la scoperta dove inizia lo sgomento: pagina 34.

2 novembre 1975 ore 7.17

Più in là, a decine di metri dal cadavere, c’è una camicia, di quelle di fustagno. Il Novembre è mite ma le notti si fanno sentire. Chi ha indossato doveva essere abituato al freddo ma prudente. Un agente raccoglie la camicia. L’ha notata a una settantina di metri dal cadavere, a ridosso della recinzione di un campo di calcio senza reti, solo pali.

È inzuppata di sangue, il poliziotto usa guanti d’ordinanza per tirarla su e si aiuta con un bastone. La rigira fino a quando gli occhi non cadono su un dettaglio. Attaccata sulla parte bassa, proprio sotto l’ultimo bottone, all’interno, c’è una specie di targhetta. Uno di quei foglietti di carta indistruttibili, scritti con un inchiostro indelebile. Una strisciolina fermata da un punto metallico. Le attaccano le lavanderie per non perdere i capi dei clienti. Fango e sangue non hanno cancellato il nome. “Pasolini”, così c’è scritto.

Leggo un “Pasolini”. Pasolini? Mi si stringe la gola. Per qualche minuto non capisco niente. Sento solo un ronzio nelle orecchie e vedo attorno a me un’agitazione frenetica. Il nome rimbalza fra i poliziotti: “Pasolini”. Un passaparola fino al commissario Marieni. Che si prende le responsabilità e gira il cadavere. “Pasolini”, lo sento mormorare. Un sussurro, sufficiente a svegliarmi. Devo trovare un telefono, avvertire il giornale. Urlo al fotografo: andiamo alla cabina! Sento un dolore dentro. È morto un poeta. Il poeta. Sento anche un rancore: so che stavolta non scriverò una riga. Pasolini merita ben altre firme6. [1]

Che consiglio dà ai giovani che vogliono fare il suo lavoro?

“Guardare sempre la realtà e verificare le notizie di persona: lavorare in presa diretta. Io ho imparato dalla strada e per me è l’unico modo per imparare bene. Consiglio inoltre molto spirito di sacrificio, visti i tempi”.

Un consiglio tecnico, qual è il modo migliore per raccontare?

“Un vecchio collega mi diceva sempre: scrivi come se raccontassi a tuo cugino. L’idea che funziona sempre è arrivare in redazione prendere il taccuino e raccontare in maniera semplice; far raccontare i fatti in maniera semplice”.

Chi è il lettore tipo di questo libro secondo lei, chi lo comprerà?

“Lo compreranno molti miei amici giornalisti. Tutta la diaspora di Paese sera dalla quale io vengo e alla quale appartengo…. Spero lo comprino i giovani che vogliono fare giornalismo e non solo: per capire che cosa era il mondo nel secolo scorso”.

Cosa avrebbe chiesto a Pasolini se lo avesse incontrato vivo quel giorno?

“Gli avrei chiesto di politica… che cosa succederà in questo paese… se la sinistra andrà mai al governo”.

Quando si scrive un libro cosa si prova alla fine?

“È come essersi guardati a lungo allo specchio. È un pezzo di se stessi che non potrai più dimenticare”.

*Dice di sé.
Placido Cavallaro. Romano da quindici anni, siciliano da sempre. Dopo la laurea in psicologia inizia a lavorare come consulente, ma la sua vera passione è scrivere per la televisione. Ama la natura, i cavalli, la buona cucina e stare in compagnia della famiglia e dei suoi amici. Appassionato di subacquea è un instancabile viaggiatore. I suoi viaggi preferiti sono on the road senza meta e senza itinerario. Lettore insaziabile considera i sui romanzi preferiti le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. 

 

MICHELE ZARRILLO

L’amicizia di una donna
è un viaggio che non sai se puoi distenderti
certi sguardi nuovi lasciano speranze che non vuoi escluderti
ti basta la sua complicità e quella fiducia che hai di lei
ma a volte un ingenuo gioco accende un fuoco
e non sai più cos’è
L’amicizia di una donna è un letto dove tu non hai da chiedere
non pretende di cambiarti e forse solo lei ti può correggere
ti basta la sua sincerità quel senso d’intesa che hai con lei
ma a volte le confidenze sono stanze in cui non sai cos’è
lei per te lei per te.
(Da “Liberosentire – L’amicizia di una donna”, 2003)

 

 

Fabio Marson - Luigi De Pascalis e il suo Gattopardo abruzzese

Ne La pazzia di Dio rivive la storia di una famiglia e di un’epoca che sembrano ormai perdute per sempre. “La società in cui viviamo è immemore di troppe cose, credo sia importante far rivivere ciò che non c’è più”

Fabio Marson*

In un solare paesino della Maiella, nel 1895, nasce il bambino che assisterà, da rampollo della fiera e nobile famiglia Sarra, allo sgretolarsi del mondo contadino e alla fine politica e poetica dell’Ancien Régime. C’è il perduto erotismo degli accoppiamenti fin de siècle, qui rurali e imperativi, che istillano nostalgia; c’è l’umbratile palazzo del borgo dove transitano i vivi e i morti; c’è il collegio dei preti “scarrafoni” nella Napoli del Grand tour; l’avvento della prima Guerra mondiale. Poi, il rapido e penoso tramonto di un mondo di cui l’epidemia di spagnola e l’avvento del fascismo celebrano il funerale.

 

Come è nata l’idea del romanzo?

“Ho preso spunto dai racconti della mia famiglia. Il tesoro, il fantasma del protonotario, custode delle tradizioni, sono tutte cose vere. La gestazione del mio romanzo La pazzia di Dio, secondo volume di una trilogia, ha una storia molto lunga, iniziata nel 1980. Il mio intento iniziale era quello di un unico romanzo, ma le difficoltà a pubblicare mi hanno costretto a cambiare percorso. Il realismo fantastico è un genere ostico per gli editori: il mio manoscritto per alcuni era troppo fantastico, per altri troppo reale. Insomma, non andava mai bene. Quindi ho deciso di dividerlo in 2 volumi, e allora pubblicarli è stato più facile. Si tratta di una lunga storia a ritroso; il 3° volume, in pubblicazione, narra la storia del padre di Andrea, della sua esperienza in Africa”.

Perché le vicende di una famiglia contadina dovrebbero interessare i lettori del 2010?

“È un problema che non mi sono posto. Credo che noi tutti viviamo sulle macerie del vecchio mondo, che non è morto con la televisione come dicono in molti.

È morto prima. Quello che mi ha interessato è stato compiere un’operazione di memoria. La società in cui viviamo è immemore di troppe cose, credo sia importante far rivivere ciò che non c’è più. Inoltre la storia che racconto è importante. Fino al 1909/1910 l’Italia era piena di grandi artisti, penso a Picasso, D’Annunzio, Carrà, ma sono solo alcuni. Anche questi giganti sono stati arruolati nella Grande Guerra, assieme alle migliaia di contadini.

Sono tornati i più forti e i più fortunati, non necessariamente i migliori, ma ormai erano persone completamente diverse. Il mondo è cambiato drasticamente. La Prima guerra mondiale, poi, è stata rivoluzionaria: la guerra è diventata industria, le vite dei soldati sono state freddamente mercificate. Succede ancora adesso: la guerra tiene in piedi l’economia di molti stati, è il consumo perfetto. Quello che interessa a me, come scrittore, è raccontare questi momenti di passaggio, secondo me fondamentali”.

 

Come dalla letteratura fantastica è passato a cimentarsi nel romanzo storico?

“Per una questione di eleganza. Posso raccontare la storia nel modo più vicino possibile alla realtà. Dopotutto, la vicenda di fantasia dà solo un’interpretazione della realtà, che è la stessa cosa che fanno gli storici nei loro saggi: interpretazioni soggettive. Anche quando uno storico scrive in modo oggettivo, in realtà la sua opinione c’è sempre, sotto forma magari di aggettivo. Pensa che spesso gli studiosi non considerano validi certi documenti solo perché svaluterebbero la loro tesi. Allora preferiscono ignorare.

Ho scritto un saggio su Adriano Castellesi, braccio destro di papa Borgia. Gli storici lo danno per scomparso nel 1521, perché nessun documento attesta notizie dopo quella data. Io però ho trovato una possibile prova del contrario. Sai dove? Nelle pasquinate, dove un documento afferma che il Castellesi si era nascosto presso un cardinale. E la data è posteriore al 1521. Quindi, se la storia ci viene comunque tramandata attraverso punti di vista, tanto vale farlo attraverso un romanzo”.

Perché ha scelto la narrazione in prima persona? Come ha fatto a calarsi in un personaggio così distante da lei?

“Ho scelto la prima persona per permettere al lettore di immedesimarsi completamente nei panni del protagonista. Per quanto riguarda me, il percorso che mi ha portato a immergermi nel suo mondo e nel suo punto di vista è stato molto vario e intenso. Sono partito dai racconti di mio nonno, che in quella guerra c’è stato (e che, come il padre del protagonista, teneva delle foto della campagna d’Africa nascoste in salotto), poi da tante fotografie e dai diari a disegni.

Preferisco lavorare davanti alle immagini che davanti ai documenti, così posso asciugare la prosa e lasciar parlare loro. Da queste illustrazioni, ad esempio, ho preso spunto per descrivere i contadini del Sud che vedevano la neve per la prima volta. A quel tempo molti non si spostavano mai dai loro luoghi d’origine. In ultimo ho lavorato su me stesso; quando scrivevo, chiudevo gli occhi e mi immaginavo l’ambiente che vedeva Andrea. In questo modo capivo cosa mancava, cosa dava per scontato e via così. Ho ricostruito tutto”.

 

Come ha conosciuto la famiglia Sarra. Cosa l’ha affascinata?

“In realtà la famiglia Sarra non esiste. Il racconto prende vita da una mia visita alla casa del padre di mia nonna (Camillo). La casa era grande, con una decina bagni, ma in stato di abbandono. Allora ho iniziato a immaginarmi come poteva essere un tempo, chi ci abitava e di cosa si discuteva tra quelle mura. Ho inventato una famiglia partendo da alcuni personaggi della mia famiglia realmente esistiti”.

 

La religione è un elemento così forte da dare il titolo al romanzo. Lei crede in Dio?

“Sono un grande appassionato di storia della religione e ritengo di avere un forte senso della sacralità, ma no, non sono credente. Mi sento invece più vicino a certe concezioni buddiste. Sono convinto che l’umanità ha una sua sacralità, un po’ come in una foresta gli alberi sono tutti uniti sottoterra.

Malgrado ciò, confesso che il titolo non è mio. Io volevo chiamarlo “Il cielo dentro il monte”, molto meno efficace. Poi il mio editore mi ha proposto La pazzia di Dio e mi è piaciuto subito: nella storia che ho raccontato, come nella vita di sempre, la pazzia è ovunque. Anche in Dio. È un titolo perfetto”.

Per ogni domanda ci sono almeno dieci risposte. Lavorando al libro ha trovato delle risposte ? E delle nuove domande?

“Ho trovato risposte sorprendenti che hanno portato con sé nuove domande. Una su tutte: l’amore regala attimi di grande felicità e poi ti lascia a te stesso. Il vero motivo della vita, allora, sta altrove. Spesso il buono che cerchiamo ce l’abbiamo vicino e neppure ce ne accorgiamo, o ce ne accorgiamo tardi. Vedi Andrea e Mimmina”.

 

Ha descritto l’epidemia di spagnola con straordinaria efficacia. Ci sono elementi autobiografici anche qui?

“Mio nonno mi ha raccontato spesso l’impatto devastante della spagnola. Il ricordo era ancora nitido dopo 30-40 anni. Inoltre provengo da una famiglia che sforna medici dal XV secolo (pure io ho studiato medicina per 4 anni), ho potuto accostarmi a molto materiale e a tante fotografie. Hai presente il personaggio di zio Sigismondo, il medico? Ecco, quello è tale e quale al gemello di mio padre, medico. La spagnola è stata una tragedia di cui non si parla quasi mai. Ho voluto darle un rilievo particolare perché ritengo sia un evento sottovalutato: in un certo senso, se non ci fosse stata la spagnola forse non avremmo avuto il Fascismo”.

 

Perchè?

“Per arruolare migliaia di contadini, il governo italiano garantì la concessione di terre. Una promessa che non avrebbe mai potuto mantenere, come sempre è successo nella storia quando uno stato promette la terra ai contadini. Invece, con l’epidemia di spagnola la popolazione s’è ridotta a tal punto che molte terre sono rimaste orfane di padroni. Per questo poi molti di loro hanno potuto ricevere quanto era stato loro promesso. È successo anche in precedenza. Con le grandi epidemie la popolazione si decimava e la terra passava in mano a pochi, che trovavano all’improvviso l’occasione per vivere di rendita ed elevarsi culturalmente. In un certo senso, il Rinascimento è figlio anche delle epidemie”.

 

Nel romanzo, passata la spagnola, la nuova generazione si immedesima nella precedente. Oggi cosa è rimasto, cosa si è perso e cosa è nato?

“Siamo diventati la prima fila sapendo di essere diversi. La mentalità della mia generazione è ancora contadina: abbiamo dovuto imparare a usare il computer e a immaginare il futuro, che non è poco. Per questo devo ringraziare la letteratura di fantascienza degli anni ‘50, e la rivista Oltre il cielo. Certo, il futuro è diverso da come ce lo immaginavamo, ma siamo comunque riusciti ad adattarci. Resta però la sensazione di aver sostituito male la generazione che ci ha preceduti. Oggi mi sembra che sia diverso l’apprendimento, l’istruzione in generale. E c’è meno memoria del tempo che fu.

Il mio mentore è stato Carlo Ludovico Ragghianti, con cui ho avuto una fitta corrispondenza. Ha scritto un libro su Brunelleschi così bello che io, quando lo lessi, capii che non sarei mai arrivato tanta bellezza. In quel momento presi coscienza di far parte di una generazione diversa. Voglio dare un consiglio ai giovani: non smettete mai di imparare!”.

 

Come nasce un libro. Com’è la giornata tipo di uno scrittore?

“Le idee le prendo sempre da fatti reali che leggo su internet e soprattutto sui quotidiani. Poi ci penso su. Quando ho sviluppato l’idea, mando una proposta di 4-5 pagine all’editore. Se gli interessa, firmiamo un contratto o un precontratto in cui mi impegno a scrivere il libro nell’arco, in genere, di un anno. Da noi in Italia, comunque, funziona diversamente che in altri paesi, come negli Usa. Lì vendiamo i libri, qui le persone. È tutto un gioco di buoni contatti, conoscersi e conoscere le persone che lavorano con te è fondamentale. L’editore deve essere sicuro che porterai a termine l’impegno. A romanzo terminato, il mio editore in genere stampa 300 copie che distribuisce a librai e distributori. Se piace, e se l’autore ha già venduto in passato, è fatta.

Per quel che mi riguarda, lavoro molto bene nel paese in cui vivo, Tarquinia. In paese ho più tempo e concentrazione. Qui a Roma perdo 40 minuti solo per il parcheggio! Quando lavoro mi circondo di libri, leggo di tutto. Se in un romanzo ho a che fare con molti personaggi, sfrutto la tecnica di Dickens: ogni personaggio ha una sua scheda. Appena finisco di descriverlo, la scheda passa in fondo al mazzo. Così ho un controllo generale dei miei personaggi, e so dove andare a pescare nel caso abbia bisogno dell’intervento di uno di loro”.

 

E per ricostruire parlate che non ci sono più?

“Ho una tecnica mia che funziona benissimo, l’ho usata per ricostruire l’italiano del Cinquecento nel mio libro su Cellini. Scarico da internet dei documenti d’epoca e li sottopongo alla correzione automatica di Word: bene, tutte le parole segnate come errori sono quelle cadute in disuso. Io le raccolgo e le uso per costruirci la parlata del personaggio”.

 

Il genere fantasy sta vendendo bene. Perché non sfrutta il momento?

“Premetto che il termine fantasy non mi piace. Fantastico funziona meglio. Negli anni ‘60 ho accettato la dichiarazione di poetica di De Turris: dobbiamo fare riferimento alla nostra mitologia e alla nostra cultura. Il fantastico nei miei romanzi c’è sempre, ma si lega al reale in modo indissolubile. Il mio è un realismo fantastico, che in Italia non si vede abbastanza. Pensa al cinema: i film sono quasi tutti incentrati sull’esistenza quotidiana e reale, il fantastico non lo azzarda più nessuno. Miracolo a Milano sarebbe difficile da avere oggi, è un genere morto con Fellini e con i produttori di un tempo”.

 

Quali sono i suoi modelli?

“Borges, Buzzati e Tomasi di Lampedusa (la mia scuola di scrittura si chiama Il Gattopardo). Poi Marquez e Amado, bravissimo nel coniugare immaginario e quotidiano”.

 

Ha qualche novità imminente?

“Sì, è in pubblicazione un giallo di fantascienza sulla genetica mal usata, vista come discriminante tra l’oggi e il domani. È ambientato nel futuro: gli operari sono rimpiazzati da robot sfruttabili fino alla morte, e ciò ha causato una grave crisi del lavoro. Per sopravvivere, gli uomini si vedono costretti a fingersi macchine per poter lavorare”.
*Dice di sé.
Fabio Marson. Triestino, cinefilo, bassista, a volte clown involontario. Ama i libri e dormire all’aria aperta. Pelo corto, risponde al nome che più gli aggrada in quel momento. Quasi sempre con un sorriso. 

Luigi De Pascalis - La pazzia di Dio

La grande guerra e l’epidemia di spagnola hanno spazzato via la parte migliore di una generazione. La morte di milioni di uomini ha segnato la fine di un mondo, delle sue tradizioni…

Luigi De Pascalis

Il 14 dicembre 1915, poco dopo le due del pomeriggio, smontammo dai camion sulla piazza principale di Portogruaro. Eravamo cinquanta novellini freschi di nomina e tre battaglioni di fanteria, tutti assegnati alla III Armata. Pioveva e attorno a noi c’era un caos di macerie, fango, casse, muli e soldati.

E poi autocarri, blindati, pezzi di artiglieria: una bolgia!

Appena smontati dai mezzi, un ufficiale ci spinse a braccia spalancate verso un angolo, né più né meno che se fossimo stati un branco d’agnelli allo sbando.

Poi lesse a squarciagola i nostri nomi e le rispettive destinazioni.

Io e altri due compagni di corso, Francioni e Varano, eravamo stati assegnati come comandanti di plotone alla IV Compagnia, I Battaglione, II Reggimento.

Allo “sciogliete le righe” ci mettemmo gli zaini in spalla e, sotto una pioggia a scrosci, andammo di corsa verso il Comando di Compagnia, una stanzetta fredda e disadorna accanto al Comando di Battaglione.

Il nostro reparto era agli ordini del capitano Iacobucci, un uomo severo, capace, con capelli castani e baffi ispidi dello stesso colore. L’unico altro ufficiale del contingente sopravvissuto ai primi mesi di guerra era il tenente Marotta, un napoletano robusto, gioviale, tuttavia capace di sorprendente freddezza.

Marotta era scuro di pelle, nero di capelli e sfoggiava un pizzetto che gli dava un’aria vagamente risorgimentale. Quando sorrideva, però, la sua espressione marziale si trasformava in quella di un ruminante pacato e satollo. Nulla di più sbagliato: l’uomo aveva un coraggio incredibile ed era capace di sfuriate apocalittiche!

“Siete volontari: è giusto sappiate in che situazione siete venuti a ficcarvi” esordì il capitano appena ci vide. “I due eserciti sono schierati lungo una linea che non ha ragioni tattiche o strategiche, ma è il risultato meccanico della situazione geografica sommata alla portata delle artiglierie. Da qui lo stallo – e che stallo! – in cui ci troviamo.

È opinione comune che potranno sbloccarlo solo il coraggio dei soldati, la determinazione degli ufficiali e l’abilità tecnica e strategica dei generali”.

Ci guardò in faccia uno a uno, forse domandandosi se saremmo stati migliori o peggiori dei subalterni che aveva perduto durante l’offensiva di autunno. Marotta ci strizzò l’occhio e ci sus­surrò:

“Non date retta: da queste parti è opinione ancora più comune che avremmo più possibilità di farcela se i piani, modestamente parlando, li facessimo noi e all’attacco dei nidi di mitragliatrici ci andassero gli abili tattici dell’Alto Comando. Naturalmente sempre con coraggio e determinazione pari a quelli della truppa, ci mancherebbe altro!”.

Il capitano sentì.

“Marotta, per carità di Dio! Questi ragazzi non sono ancora così rincoglioniti da ridere alle tue spiritosaggini…”. Poi si rivolse di nuovo a noi. “La verità, signori, ve la dico io in quattro cifre prima che ve la spiattelli Marotta a modo suo, accompagnandola con troppa grappa e con un fiume di sarcasmo a buon mercato.

Negli ultimi sei mesi abbiamo avuto 54.000 morti, 21.000 dispersi e non so più quanti feriti. Detto questo, divertitevi a calcolare le probabilità che avete di sopravvivere al prossimo semestre.

Di mio aggiungo un ordine preciso: se il Regio Esercito italiano si aspetta che facciate il vostro dovere fino all’ultimo, io mi aspetto molto di più. Cioè che siate capaci di battervi bene riportando a casa la pelle vostra e dei soldati che vi affiderò. Sono stato chiaro?”.

“Signorsì”, rispondemmo battendo i tacchi.

Fuori continuava a venire giù una valanga d’acqua che inzuppava i pastrani ed entrava nelle ossa.

“Che posto di merda” disse per tutti Varano alzando il bavero del cappotto. Era calabrese, aveva capelli lisci e neri e due baffi così sottili e dritti che parevano disegnati con la matita. Marotta scoppiò a ridere.

“Aspetta a dirlo. Dopo dieci giorni di trincea questo posto di merda, come lo chiami tu, pare ‘nu grandhotèl. Se poi ti hanno mandato all’assalto quattro o cinque volta, allora pare addirittura il Paradiso”.

“Va bene, ma adesso cosa si fa?”, domandò Francioni. Lui era toscano e dei popoli della Maremma aveva i modi spicci e concreti.

“Ecco il programma” gli rispose il tenente che si era fermato sotto una tettoia per appicciarsi una sigaretta. “Adesso si va alla Mensa Ufficiali per qualche chiacchiera e un caffè ben corretto con la grappa.

Poi, tra un’ora, mensa ufficiali con cena di vera merda ma calda. E seduti a tavola, in grazia di Dio. Subito dopo, cioè verso le sette: adunata dei plotoni, controllo degli equipaggiamenti e a nanna con le galline.

Domani mattina, con comodo, alle quattro precise, tutti in trincea a sparacchiare in allegria. Che ve ne pare del programma di vacanza: vi piace?”.

“Siamo qui per questo”, dissi e le mie parole misero fine alle domande cretine.

Alla Mensa Ufficiali, una bettola scalcagnata che prima della guerra si chiamava Osteria Centrale, fummo presentati al comandante del battaglione, il colonnello Gasparini, un uomo ben piantato, di modi aristocratici. I suoi soldati erano abituati a vederlo guidare le azioni con tanto di guanti bianchi, frustino e pistola d’ordinanza nella fondina. Scarica naturalmente: se no che gusto c’era?

“Signori” ci disse al termine di una cena meno fetente di come aveva anticipato Marotta. “Siete stati chiamati a sostituire ufficiali caduti da valorosi.

Cercate di esserne degni!”.

La retorica della frase del colonnello fu mitigata dai suoi modi colloquiali e dal tono franco, sicché io, Francioni e Varano non ritenemmo di doverla commentare tra di noi.

Solo alcune settimane più tardi avremmo capito che la guerra cavalleresca che il nostro comandante riteneva di combattere non aveva niente a che spartire con quella suicida e disperata dei soldati rintanati nelle trincee come sorci nelle tane.

 

 

LUCIO DALLA

Quando eravamo piccoli sempre fuori pochi spiccioli
sporchi duri e un po’ ridicoli eravamo noi amici
gatti neri in mezzo ai vicoli baci rubati dietro agli angoli
sempre insieme indivisibili eravamo noi amici.
Alle nove e mezza sotto la sua porta
lei alla finestra esco un’altra volta
dai domani è festa andiamo a camminare un po’ su e giù
al mare su e giù al mare.
Quando eravamo piccoli strani a volte incomprensibili
quasi sempre innamorati tra di noi
sognavamo ad occhi aperti e a cieli limpidi
sogni estivi ed impossibili
sopra a una panchina a Rimini
tutti e tre amici.
(Da “Canzoni – Amici”, 1996)

Fabrizio e Nicola Valsecchi - Giorni di neve, giorni di sole

Romanzo ispirato alla vita di Alfonso Mario Dell’Orto, italiano immigrato bambino in Argentina, narra una delle pagine più tristi e crudeli della storia contemporanea: quella di trentamila argentini svaniti tra il 1976 e il 1983, senza lasciare traccia. Li chiamano desaparecidos

Fabrizio e Nicola Valsecchi

Prefazione

Patrizia è la giovane assente, sempre presente, perché vive nel ricordo dei suoi cari e della gente.

La vita di ogni essere umano è un’avventura, una sfida tra luci e ombre. In situazioni storiche che ci portano a vivere società conflittuali, piene di contraddizioni. L’Argentina è terra di immigranti arrivati per forgiare una nuova alba; sono quelli che hanno cercato di costruire un cammino di lotta e speranza per loro e i propri familiari.

Alfonso Dell’Orto ha vissuto tutto questo a partire dal suo arrivo a Buenos Aires nel 1935; qui ha gettato le radici da cui sono nati i suoi figli.

È giunto in un momento particolare per il Paese. A partire dall’anno 1930 sono cominciati i golpe militari che per più di cinquant’anni hanno dato vita a governi dittatoriali che si sono alternati con governi civili deboli che non hanno neppure portato a termine il mandato costituzionale.

Situazione che ha impedito che il paese potesse avanzare e consolidare le istituzioni democratiche dello Stato. Il Paese ha vissuto l’incertezza e le ruberie, con il potere concentrato nelle mani di pochi oligarchi alleati al potere e agli interessi stranieri.

Tanti giovani idealisti hanno fatto resistenza alla dominazione e alle ruberie, compromettendosi proprio nei settori più poveri e indigenti, insegnando, costruendo, portando solidarietà.

Altri hanno dato la loro vita per dare vita. Hanno sentito il profondo sentimento della libertà e dell’amore. Non può esistere l’uno senza l’altro.

L’Argentina ha vissuto e sofferto un tempo di orrore, di distruzione e morte in cui non esisteva più lo Stato di Diritto. I dittatori si sono trasformati per il popolo nei signori della vita e della morte.

La dittatura militare imposta dal 24 marzo 1976 al 1983 non è stata un fatto isolato.

Rispondeva a un progetto che ha comportato un alto costo di vite umane e ha messo in campo le risorse della gente, attraverso la Dottrina della Sicurezza Nazionale, applicata dagli Stati Uniti in tutto il continente latino-americano, per difendere i loro interessi e appropriarsi dei beni altrui.

Questo progetto si è imposto attraverso il terrorismo di stato.

Migliaia di famiglie sono state distrutte, giovani sequestrati e resi desaparecidos, come Patricia, subendo il carcere e le torture.

Bambini e bambine rubati e fatti anche sparire.

Patricia ha subito questo orrore con suo marito Ambrosio.

Sono trascorsi più di trent’anni da quando non sono più presenti.

La memoria ci aiuta a illuminare il presente e ci rende più forti nel cercare la verità e la giustizia, perché quello che è successo non si ripeta mai più.

Alfonso fa ritorno alle sue origini, al paese che lo ha visto partire nel 1935; desidera far partecipe della sua vita, spiegare chi era Patricia affinché si conosca il suo volto e perché sia ricordata.

Perché si sappia che la Verità e la Giustizia sono strade da percorrere, al di là di tutto.

C’è un oppressore condotto davanti alla Giustizia, che pur tardiva, si compie.

Il Commissario Etchecolatz, responsabile di crimini contro l’umanità, è in carcere, condannato per genocidio.

La lotta non è terminata; c’è ancora del cammino da percorrere. Le forze di repressione tentano di reprimere la voce del popolo, però non riescono, né riusciranno.

desaparecidos sono lì presenti per reclamare che la coscienza, i valori e la dignità del popolo non desiderano l’impunità né l’oblio.

Patricia e Ambrosio e tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà rimangono nella memoria e nella resistenza.

La testimonianza di Giorni di neve, giorni di sole, di Fabrizio e Nicola Valsecchi, illumina il cammino della vita di chi ha lottato per un mondo più giusto e più umano per tutti. I loro figli e i figli dei loro figli hanno nell’esempio dei loro cari qualcosa in cui specchiarsi nella vita e nella speranza.

 

Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la pace nel 1980

Buenos Aires, 12 luglio 2007

 

 

 

Capitolo 14

 

Intanto l’aereo atterra.

Trattengo il fiato.

Aeroporto Kennedy.

L’ultima fermata che mi separa dall’Italia.

Guardo la sera newyorkese, ancora incollato al mio sedile.

Intorno, altri passeggeri già si preparano a scendere.

Lo scalo.

 

Nell’aeroporto intitolato a un’altra persona che si è battuta per la libertà, non posso smettere di pensare a Patricia.

Nel mio ricordo ora ha sette anni.

Una candela accesa tra le mani nel giorno della sua prima comunione.

Gli occhi innocenti pieni di speranza guardano lontano.

E non riesco a smettere di chiedere a Dio perché ce l’hanno portata via.

 

Sono trascorsi trenta minuti da quando siamo atterrati.

Mezz’ora di trambusto in cui sono rimasto seduto a osservare in silenzio.

Volti stanchi che sorridono alla fine del viaggio.

E passi svelti di chi è abituato a vivere di corsa e vuole essere sempre il primo.

Anche in semplici situazioni come uno scalo.

L’aereo si è svuotato. A poco a poco.

 

Incrocio gli sguardi di chi è rimasto e proseguirà con me il volo notturno verso Milano.

Il vecchio e il figlio sempre chiusi nel loro silenzio.

La giovane coppia che riempie il vuoto con la sua felicità.

E altre persone che consumano la stessa cena, che per il momento io non ho voglia di toccare.

La notte sta scendendo su New York.

E sull’aereo si respira un clima di calma nell’attesa.

Fuori stanno facendo i controlli. Poi proseguiranno anche qui, ­all’interno.

Sono diventati ossessivi e necessari dopo l’11 settembre.

Terroristi… la minaccia che incombe sul mondo.

 

Anche dentro di me cala la notte.

Come in quegli anni di repressione in Argentina.

24 marzo 1976.

L’inizio di un viaggio di sola andata per migliaia e migliaia di persone.

La dittatura.

Nella più totale indifferenza.

Il grido di libertà di una nazione soffocato. Stroncato sul nascere dai militari dell’esercito, dalla marina e dalla polizia.

Non un carro armato nelle strade.

Nessuna guerriglia.

Nessuno scontro.

Niente fucilazioni.

Niente carceri.

Niente arresti di massa.

Nessuna immagine di violenza e di morte negli occhi di tutto il mondo.

Nessuna vittima. Nessun carnefice.

Le menzogne di un regime che non aveva bisogno di urlare per farsi ubbidire.

E non c’erano possibilità di scelta o di astensione.

Non esistevano mezze misure per gli oppositori.

Terroristi. Nemici dello stato.

Tutti conoscevano il programma. E tutti gli uomini in divisa facevano la loro parte.

Uccidere tutti i sovversivi.

Poi tutti i collaboratori.

E i loro simpatizzanti.

Quindi gli indifferenti.

Infine gli indecisi.

Il generale Iberico Saint-Jean, governatore militare della provincia di Buenos Aires, sapeva bene come procedere.

Gruppi non identificati su macchine senza targa.

Agivano di notte. Nell’ombra. Senza clamore. Protetti dalla polizia che non arrivava mail, che non vedeva mai nulla e che “liberava” il campo d’azione.

Colpivano chiunque.

Prendevano chiunque.

Persino bambini.

 

Desaparecidos…

Una fossa comune o il mare blu la loro ultima destinazione.

 

 

 

FRANCESCO ALBERONI

Cosa dobbiamo intendere, allora, per amicizia? Intuitivamente
questa parola ci fa venir in mente un sentimento sereno,
limpido, fatto di fiducia, di confidenza.
Anche le ricerche empiriche mostrano
che la stragrande maggioranza della gente la pensa
press’a poco nello stesso modo.
In un libro recente J.M. Reisman, dopo aver esaminato tutta
l’immensa letteratura sull’argomento,
ha dato la seguente definizione dell’amicizia:
«Amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene
ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati”.
(Da “L’amicizia”, 1984)

EMOZIONI Fiammetta Jori - La grande libertà di Mario Monicelli

Il suo ultimo fatale ciak chiude perfettamente una vita non da solito ignoto né da borghese piccolo piccolo, ma da condottiero più grande certo dell’armata che la storia e il destino hanno potuto concedergli

Fiammetta Jori*

L’arte è una menzogna che ci fa capire la verità

Picasso

 

 

 

Ho appreso del gesto definitivo del grandissimo, anzi grande – mi avrebbe corretto l’amato mio professore di latino e greco, perchè il superlativo toglie forza all’assoluto -Mario Monicelli (non oso dire maestro poiché so che detestava la retorica persino delle parole; “I maestri sono finiti” – fece notare a chi così gli si rivolgeva in un incontro con la stampa) nel corso di una serata piacevolmente conviviale in casa di cari amici.

La notizia è arrivata, improvvisa, sul cellulare di una giornalista abbonata al puntualissimo servizio Tim-news, in tempo reale dunque… ma “reale” non è sembrato affatto sapere di quel tragico volo, punto finale di una vita come quella di un lucido, disincantato cantore dell’epica potente della migliore cinematografia italiana.

Accanto al fuoco allegro del camino è arrivata la frustata gelida di una notizia drammatica, un contrasto da doccia scozzese, paradigmatica quasi del cinema di cui Monicelli fu maestro (e non lo dirò più!).

La commedia e la tragedia spesso convivono del resto, come la bellezza e l’orrore, il dolce e l’amaro, il piacere e il dolore uniti sapientemente solo dall’ironia suprema del fortuito nella vita, così come nell’arte più autentica.

L’ombra gettata nella luce di una qualunque serata tra amici mi è proprio sembrata una citazione dal cinema di Monicelli quale riprova che ciò che la vita compie nel “miracolo” laico delle coincidenze solo il cinema più grande sa evocare ed eternare.

“La libertà comincia con l’ironia” – ha detto Victor Hugo – ed è stata l’ironia, velata da un cinismo forse da legittima difesa esistenziale, la cifra alta di tutto il cinema di Monicelli, la firma dei suoi oltre 40 film d’autore, altrettante icone emblematiche del fluire semi-serio della comédie humaine, ma proiettata oltre la letteratura che da sempre vi ha attinto a piene mani, con la forza di sequenze indimenticabili.

È il cinema, bellezza!

Non per niente un regista del calibro di Jean-Luc Godard dichiarò che la Tv genera oblio mentre il cinema sa generare i ricordi, e del nostro immaginario fanno ormai parte alcune scene da La grande guerra o da I soliti ignoti, tanti titoli di enorme successo, quasi un unico, lunghissimo romanzo popolare, metafora della nostra storia come della nostra vita.

Tanti i commenti al suo gesto certo inatteso e spiazzante, seppure coerente, un “ultimo atto che gli somiglia” – ha detto Veltroni e nelle parole di Lizzani resta “un tragico gesto di chi, da super laico, ha voluto gestire la sua vita fino in fondo. Comunque un gesto da lucidità giovane”.

Lo scrittore Giovanni Veronesi ha sottolineato il suo “essere davvero speciale, infatti, nessuno si suicida a 95 anni”, comunque “un’ultima dimostrazione forte in un estremo scatto di volontà” – secondo il Presidente Napolitano ed ogni critica di sponda innescata sui diversi fronti, pro o contro l’eutanasia, resta assolutamente manipolatoria e funzionale a logiche di piccolo demagogico cabotaggio, assolutamente lontane da una personalità libera e libertaria, quale quella di Monicelli.

Il suo cinema, che qualcuno ha definito “contro” è stato e resta lo specchio di un uomo contro, contro le rigidità della retorica, la demagogia asservita al potere di qualsiasi segno, le false speranze – “è sempre e solo un imbroglio la speranza, che serve a chi governa per avere in pugno il popolo, l a gente…”, sono parole di Monicelli e non hanno bisogno di commento-contro altresì le fedi e le morali d’accatto, contro l’onore da quattro soldi.

“Un gesto crudo – ha detto Scola parlando alla Casa del Cinema, nel corso dell’omaggio al regista – ma schietto, spavaldo, guappo”, in linea con il suo umorismo caustico e raffinato, comunque da out-sider.

Il suo ultimo fatale ciak chiude perfettamente, cartesianamente una vita non da solito ignoto né da borghese piccolo piccolo, ma da condottiero più grande certo dell’armata che la storia e il destino hanno potuto concedergli.

Era del resto L’armata Brancaleone il suo film del cuore, dove Gassman declina nella sua scala istrionica infinita la grandezza, amara e senza tempo, dell’umana aspirazione tout-court di chi vuole pugnar contro lo fato; arcaismi sublimi della farsa struggente della vita.

Mai affrancata dal tempo e dallo spazio, esiziali coordinate di cui l’uomo è ostaggio.

Tra essere e nulla, caso e necessità, predestinazione e libero arbitrio ecco allora la via di fuga dell’arte, del sogno, della magia del cinema.

“Preferisco vedere un film che vivere. Nella vita non c’è una trama” – è una delle folgoranti battute di un geniale Groucho Marx, che innesca il dubbio di un ipotetico contrario o almeno di una specularità auspicabile tra le due cose, che è possibile cogliere solo quando si smonta per sempre il set della vita.

Adesso è forse facile vedere in parallelo il lungo vissuto e il tracciato dei film di Mario Monicelli, nella coerenza ideologica delle scelte in cui, per entrambi, prevale il punto di forza di una nobile lucidità intellettuale.

Un battersi, anche invano, per salvare dell’uomo la sua essenza più pura, l’intatto mistero del suo cuore.

Il tratto deliziosamente ironico di tutto il suo cinema è la chiave di lettura della decisione coraggiosa di uno spirito fiero, mai arreso; non c’è tragedia nella parola fine del suo “soggetto” più importante. “Sono il più grande regista morente” – amava definirsi negli ultimi anni – esorcizzando così una morte che pure non gli ha fatto paura.

Come volevasi dimostrare, e Monicelli l’ha dimostrato.

Qualcuno ha detto che il cinema è come la vita, ma senza le pause, i momenti insignificanti; e Monicelli è riuscito a sovrapporre l’una all’altro, nel loro senso ultimo, fino al coup de theatre estremo-“uno scherzo”, ha detto Pupi Avati –, l’unica possibile scena “da girare” a suggello di un’esistenza libera, dove “la testa attutiva il cuore”, onorando entrambi nella forza di una coerenza degli ideali e nella picaresca allegria delle passioni.

Affascinata dal tema del suicidio, forse anche troppo letterariamente, mi battevo in un mio pezzo per L’Attimo(dicembre 2008) per la libertà di una scelta ultima, a riscatto di tutto ciò che l’uomo cosmicamente non può invece decidere, contro la tesi accademicamente suffragata dalla scuola psichiatrica di una patologia suicidaria quale apodittico presupposto clinico di ogni esperienza suicidaria. Sic.

Ancora e tanto più oggi, rivendico l’estrema ratio – e non ultima follia – di un gesto drammatico certo negli esiti ma sano, consequenziale, plausibile almeno nei termini dell’umana libertà. Almeno parziale.

E penso al volo, per sua natura improvviso, dunque non premeditato e non ossessivamente covato in sé, come psicosi vorrebbe (e che tale in altri casi può talora essere, teoricamente, supposto) di Primo Levi, indimenticato autore di Se questo è un uomo, gettatosi, senza alcun minimo preavviso, nella tromba delle scale del suo appartamento torinese.

Così anche la poetessa Amelia Rosselli, che si lasciò cadere dalla finestra della sua casa romana (dove tanti anni addietro ero andata a trovarla con Dario Bellezza, poeta da lei molto stimato, e tristemente ricordo che nascondemmo il suicidio di Amelia a Dario, già ormai gravemente malato) e soltanto pochi anni fa lo scrittore Franco Lucentini ruppe, con identico irreparabile gesto, la premiata coppia Fruttero & Lucentini, di ormai granitico successo.

Bellissimi cervelli, intelligenze universalmente provate; per Monicelli, testimone della sua mente strepitosa, a prova di vecchiaia, solitudine e civili disillusioni, resta vivido, in un umorismo raffinato e struggente, il suo cinema inalienabile ormai dal retaggio culturale della storia patria.

Ci siamo tutti nei suoi “ritratti”, un po’ Amici miei, in parte Parenti serpenti, tra Risate di gioia Vita da cani; vigliacchi un po’ tutti, in attesa dell’estremo eroismo da Grande guerra in cui rivivere l’illusione felice di un riscatto finalmente uguale per tutti, così come allora due indimenticabili cialtroni, un Sordi e un Gassman inarrivabili, risarcirono la nostra piccola Italia, più di qualsiasi retorico tricolore, nello slancio del loro sacrificio finale. Contrappasso glorioso al dolore, alle umiliazioni, alla misera pochezza dell’uomo nella quotidiana guerra “senza vittorie”del vivere.

Ed è la vita di Monicelli il suo “film”migliore, tutta inscritta nel magico cerchio che soltanto i grandi artisti possono tracciare, realizzando il métissage di comico e tragico, di chiaro ed oscuro, dal relativo all’assoluto, nell’attimo e nell’eterno. Fino a chiudere il cerchio, per l’ultimo frame, attuando la scelta definitiva prima del buio in sala; tra viltà e coraggio Monicelli non ha esitato neanche un istante.

Come sempre, nella logica del racconto e mai rinnegando se stesso né l’assunto di una decisione presa.

In onore alle esigenze di copione, un’ultima volta ancora, ha compiuto il salto.

Un eroe dei nostri tempi a cui dire grazie.

 

Dissolvenza
*Dice di sé.
Fiammetta Jori. È romana e adora Roma, con romantiche ascendenze mediorientali (la nonna paterna è nata ad Aleppo in Siria)  e anche suo marito, non a caso, è siriano (addirittura ha abitato in via del Giordano prima e poi a via Eufrate – quella di Pasolini – scherzi della toponomastica. Aggiunge che ha passeggiato poco a via Po).  Rossa di capelli, carnagione chiara e, come da fenotipo, le dona l’indolenza mediterranea. È pigra, ma ciò non le impedisce lo scatto di certe passioni “da campanile”.  

 

ORNELLA VANONI

Tu cosa ci fai qui? io non ho voglia di parlare con te,
tanto la sai che lui ama solo me.
Se fossi al tuo posto non ne sarei così sicura,
forse a te promette e invece a me lo giura.
Ma io lo conosco bene, tu non sei il suo tipo
non vuoi convincerti ma è tanto che te lo dico.
Le tue sono parole ma lui con me fa i fatti
potrai piacergli un po’ ma non so cosa ti aspetti.
Non guardarmi negli occhi senno io vedo i miei.
Io non voglio, io non voglio che mi tocchi,
senno ti abbraccerei, e anche se c’è qualcosa che ci lega
di una cosa son sicura sai: amiche mai!
(Da “Amiche mai – Più di me”, 2008)

 

Clan - Per la morte di un piccolo innocente

E’ stato un giorno molto triste, doloroso. Ci ha lasciato un bimbo, Alessio, di poco più di due mesi di vita. Sono andato al suo, straziante, funerale. La mamma, Elisa, è una donna forte, coraggiosa, generosa – che stimo e ammiro dal primo giorno in cui l’ho vista al lavoro. Il suo sogno era di poter diventare madre. Nel mio pessimismo globale ho scritto tante volte che il destino è privo di un comprensibile senso e colpisce spesso, e a caso, con atroci cattiverie, le persone più oneste e innocenti. Questo destino, incomprensibile, ha portato via ad Elisa il suo piccolo, dopo settanta giorni di torturanti e disperate terapie. Elisa e il papà, Marco, non hanno avuto la gioia di poter tenerlo in braccio neanche un minuto. Per settanta terribili giorni Elisa ha vissuto in ospedale, sostenuta dalla possibilità di guardare il figlio da dietro un vetro. Non ho avuto il coraggio di andare a farle visita. Purtroppo il dolore mi fa paura, mi appare – sempre – come un’ingiustizia insopportabile.

In questo giorno tanto triste, mi sono fatto coraggio e sono andato nella camera mortuaria dell’ospedale Fatebenefratelli, all’Isola Tiberina. Intorno a me, visi stravolti dalla commozione, di parenti e amici. Uno sgarbato inserviente (voglio, a fatica, giustificarlo, pensando al suo duro lavoro) sollecitava a voce alta, e con parole inopportune, la chiusura della piccola bara bianca. La madre voleva ritardare il più possibile questo momento, il più terribile, quello definitivo. Il papà è intervenuto con educata fermezza ed è riuscito ad allontanare per qualche minuto l’inserviente. E così ho guardato il bimbo. Mi è sembrato che un lieve sorriso gli illuminasse il viso, come se volesse e potesse perdonare noi tutti. Un bambolino, ecco, un bambolino piccolo piccolo, con il capo coperto da un cappellino di lana. Non potrò mai dimenticare quel faccino dolce, tenero. Come raramente – se si prescinde dall’enfasi e dall’entusiasmo delle famiglie – oggettivamente si può dire di un qualsiasi neonato. Incantevole. Bellissimo.

Mi sono sentito una nullità e ho provato qualcosa di molto simile alla vergogna di me stesso. Perchè quante volte ho scherzato, in maniera istintiva, superficiale, sulla morte! E quante volte sulla mia morte ho scherzato per stupidità, voglia di futile comicità, o per il piacere sciocco di inventare e dire una battuta. Ho giocato spesso con le parole, pensando alla prospettiva della mia morte… immaginandomi da morto… ed eccomi ancora qui: vecchio, logoro, malato, pesante, inutile, e pur tuttavia vivo, con i piedi affondati nella volgarità e nelle urgenze dell’esistenza quotidiana, e con un’anima, la mia anima, che mi sento di poter definire pulita, ma imbrattata e consunta anche da macchie grigie e nere, peccati ed errori senza riflessione, comportamenti frivoli, immaturi e incompiuti, attimi fuggenti di felicità incompresa e polverizzata, e tante possibilità, sciupate, di una più ragionevole e meditata, sapiente coscienza.

Eccola qui, invece, la morte. Era davanti a me la morte vera, non quella ipotizzata ed esorcizzata, non quella fantasticata e retorica: ecco il quadro desolante di una morte vera e brutale, inesorabile, inarrestabile. La morte di un pupino innocente, obbligato chissà perché a rappresentarne il simbolo dell’insensatezza.

Mi sono sentito, io come certamente tanti altri in quel momento, immeritevole di poter vivere al posto suo. Penso che non ci sia perfidia più grande, da parte di chi ha inventato questa vita per noi, di consentire che un figlio possa morire prima dei suoi genitori.

In chiesa, tanti palloncini colorati tesi verso il soffitto, davanti alla bara bianca, ingentilivano poeticamente la cerimonia. Il sacerdote ha detto parole rituali, che non riuscivano certo a scalfire la sensibilità di chi non ha la fortuna di credere in una qualsiasi divinità e diffida di qualsiasi religione, ma forse, nel distacco terreno da Alessio, erano parole che non riuscivano neanche ad avvicinarsi ai sentimenti pietosi di chi crede in Dio, di fronte a un evento di impossibile accettazione, comunque, per tutti gli umani. Mi interrogavo come sempre sulla superfluità di questa ritualità. Quand’ecco che Marco, che certamente è credente, ci ha invitato ad una preghiera dettata dal cuore, con parole di valore universale: sull’amicizia, la solidarietà, il dolore, la sofferenza, il rispetto degli altri, la gratitudine per i medici che hanno lottato contro l’impossibile, la forza della speranza, l’amarezza delle illusioni perdute (quegli accenni alla vita che avrebbe voluto condividere con Alessio, dedicandosi alla sua educazione!), le parole di amore per la compagna. Parole semplici e vere, immagini toccanti. Abbiamo pianto tutti.

Tra poco sarà Natale e la casa di Marco ed Elisa, secondo una pur minima equità e normalità di vita, avrebbe potuto e dovuto essere rallegrata dalla presenza di un bambino vitale e giocoso. Marco ed Elisa avvertiranno duramente questa mancanza. Ma io spero, almeno questo spero, che avvertano anche l’affetto e la solidarietà, che, purtroppo, di fronte all’ineluttabilità, è solo, e tutto, ciò che possono offrire quelli che sono loro vicini. Spero che la vita futura, con un debito così pesante verso tutti e due, riesca ad alleviare il loro dolore, oggi inconsolabile. E spero che nella sua innocenza Alessio, che certamente con il suo spirito continuerà a vivere – almeno così io credo, ma senza alcuna sudditanza religiosa – possa avere non solo misericordia verso il male di questo mondo, ma anche pietà verso chi, se dovesse esistere, ha consentito che questo male gli fosse inflitto.

 

 

 

POOH

Si può essere amici per sempre,
anche quando le vite ci cambiano
ci separano e ci oppongono.
Si può essere amici per sempre, anche quando
le feste finiscono e si rompono gli incantesimi.
Si può anche venire alle mani, poi dividersi gli ultimi spiccioli
non parlarsi più non scordarsi mai.
Gli amici ci riaprono gli occhi, ci capiscono meglio di noi
e ti metton davanti agli specchi, anche quando non vuoi.
E campioni del mondo o in un mare di guai
per gli amici rimani chi sei, sarà il branco che viene a salvarti
se ti perdi.
(Da “Amici per sempre”, 1996)

SCIENZA Tiziana Stallone - Quando nel cibo trovi un tesoro: zenzero, frutti di bosco, cannella, alimenti amici della salute

La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo diceva Seneca, dando contemporaneamente a solitudine e cibo, una connotazione positiva per l’uomo e per il suo equilibrio psicofisico.

Per non scivolare in abusate affermazioni del tipo che non sempre le persone che crediamo amiche siano mosse da un nobile e sincero sentimento e che, migliore di queste, sia la solitudine, ispirandomi a Seneca, preferirei parlare di un altro tipo di amicizia, quella in cui credo con fermezza, l’amicizia che l’uomo può consolidare negli anni con il cibo. Gli alimenti, purtroppo, non sempre si conoscono come meriterebbero, eppure essi sono tra le poche cose che, se ben utilizzate, proprio come farebbe un amico, possono contribuire a rendere migliore la vita dell’uomo, allontanando le malattie e, con queste, le sofferenze.

Si parla e si è parlato spesso di cibi alleati della salute dell’uomo, attingendo ad esempi principalmente nel regno vegetale e decantando le qualità di frutta, verdura, legumi, come insostituibili fonti di fibre, sali minerali, oligoelementi e vitamine. Cibi vegetali dalle straordinarie proprietà antiossidanti, antagoniste dei fisiologici processi di invecchiamento cellulare, capaci di aggiungere anni alla vita e di migliorarne la qualità.

Negli ultimi anni, l’attenzione della scienza dell’alimentazione si è mossa favorevolmente verso i grassi, dapprima considerati temibili nemici di cuore e arterie, vedi colesterolo, ora ad alcuni di questi viene riconosciuta un’azione cosmetica, salutistica o simil terapeutica. Mi riferisco agli ormai noti acidi grassi della serie omega 3 e omega 6, che possono vantare ragguardevoli proprietà. I capostipiti della famiglia degli acidi grassi polinsaturi omega 3 e omega 6, rispettivamente l’acido alfa linolenico (ALA) e l’acido linoleico (LA), sono essenziali ovvero, come le vitamine, non sono sintetizzati dall’uomo, ma possono essere introdotti solamente attraverso l’alimentazione. Ricercarne consapevolmente le specifiche fonti, può contribuire significativamente al miglioramento della nostra salute. Questi acidi grassi essenziali, infatti, sono a monte di una catena di reazioni biochimiche che, se correttamente bilanciate, sono in grado, di produrre a loro volta altri acidi grassi, come ad esempio nel caso dei derivati dell’acido ALA, l’acido eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA), anche contenuti nel pesce, meglio se azzurro o di produrre molecole bioattive e poliedriche come le prostaglandine, in particolare quelle della serie 1 e della serie 3. Tali composti sinergizzano per attenuare la risposta allergica ed infiammatoria, proteggere l’apparato cardiovascolare o contribuire al corretto sviluppo e mantenimento di cervello, retina e per giovare al generale equilibrio del sistema nervoso.

Oltre all’azione antiossidante o antinfiammatoria gli effetti salutistici degli alimenti sono diversi, quali ad esempio quello ipotensivo, ipoglicemizzante o riequilibrante del quadro lipidico e quindi in grado di contrastare colesterolo e trigliceridi in eccesso e, non ultimo, alcuni cibi sembrano avere azioni antitumorali, poiché sono in grado di inibire la proliferazione delle cellule neoplastiche o di indurne la morte per apoptosi (una sorta di morte volontaria, programmata dalla cellula) o ancora ostacolare la formazione di vasi che alimentano il tumore.

Oltre alle proprietà di alcuni alimenti tipici della tradizione mediterranea, come aglio, broccoli, verza e pomodoro, descriverò anche quelle di alimenti meno noti scelti nel modello alimentare orientale, quali curcuma, zenzero, soia o semi di lino.

Iniziamo con il parlare delle spezie, partendo quelle più antiche ed apprezzate dell’estremo Oriente, e dello zenzero(zingiber officinale), una pianta erbacea di cui si utilizza principalmente il rizoma dove sono contenuti i principi attivi: l’olio essenziale (composto in prevalenza da zingiberene), gingeroli e shogaoli (principi responsabili del sapore pungente), resine e mucillagini. Lo zenzero è una spezia di pratica utilità, indicata in caso di nausea, vomito, indigestione.

Può essere anche un pronto rimedio per la nausea da viaggio, da assumere un’ora prima della partenza. L’effetto anti-nausea sembra essere legato alla sua capacità di bloccare i movimenti più regolari e intensi dello stomaco.

Se è vero che lo zenzero agisce sullo stomaco per ridurre la nausea, non funziona per tutte le forme del disturbo, come quella legata ai problemi dell’orecchio interno. Nelle nausee da gravidanza, l’effetto sul feto non è stato stabilito. Lo zenzero è anche utile per i dolori artritici e infiammatori ed in caso di trombosi. La pianta, infatti, riduce la sintesi di quella classe di prostaglandine e trombossani responsabili dei processi infiammatori e del dolore ad essi legato. Può essere utilizzato come decotto del rizoma polverizzato, come radice fresca, da aggiungere a zuppe, minestre, risotti, paste fredde o tisane, come radice candita o tintura. Si consiglia un dosaggio giornaliero di3-10g di zenzero fresco a 2-4g di pianta secca.

Lo zenzero è squisito caramellato e ricoperto da granella di zucchero (10g non apportano molte calorie), da provarne il decotto preparato con bastoncini di cannella con aggiunta di fettine di arancio fresco, ottima, infine, è zuppa di verza, zenzero, curcuma, poco pepe e un filo di olio extravergine di oliva a crudo. Il rizoma di qualità è sempre turgido e privo di grinze ed il sapore dello zenzero nelle diverse forme deve rimanere pungente.

La cannella o cinnamomo è una spezia orientale, ma diffusa anche in Occidente. Vengono chiamate ugualmente cannella piante diverse.

Le due più frequentemente usate come spezie sono la Cinnamomum zeylanicum e la Cinnamomum aromaticum. La spezia si ricava dal fusto e dai ramoscelli della pianta che, un volta liberati del sughero esterno e trattati, assumono il classico aspetto di una piccola pergamena color nocciola. I principi attivi sono cromo, polifenoli e proantocianidine. Seppur è stato osservato un coinvolgimento della cannella nelle dislipidemie evidenziandone un ruolo nel riequilibrare i valori di trigliceridi e colesterolo LDL, i maggiori studi si sono concentrati sulle sue proprietà ipoglicemizzanti, ovvero in grado di abbassare il livello di glucosio nel sangue, in modelli animali e nell’uomo.

Il meccanismo di azione ipoglicemizzante è stato attribuito ad un’azione protettiva sulle beta cellule pancreatiche, produttrici di insulina l’ormone che promuove l’assorbimento degli zuccheri, rispetto al danno ossidativi e ad un’azione insulino sensibilizzante. La cannella risulterebbe attiva già in dose di 1-3g al dì.

Uno studio del 2003 ne attesta l’efficacia sull’uomo per ridurre la glicemia basale (18-20%) e i trigliceridi (23-30%) rispetto al placebo. Uno studio recente analizza una dose accettabile di cannella pari a 1g al dì su un tempo di 3 mesi su un parametro stabile e attendibile come l’emoglobina glicosilata, rispetto alla glicemia a digiuno.

I pazienti dello studio erano tutti in terapia con farmaci ipoglicemizzanti orali. L’assunzione della cannella nelle dosi indicate, mostra un vantaggio netto rispetto alla sola somministrazione del farmaco e in assenza di effetti collaterali.

Alcuni esperti mettono in guardia dall’uso della cannella che deve intendersi di supporto alle terapie ipoglicemizzanti e non in sostituzione di quest’ultime. In più la cumarina, in essa contenuta, è un fluidificante del sangue e può interferire con i farmaci anticoagulanti. La cannella si può assumere come infuso acquoso oppure può essere spolverata sugli alimenti come frutta, latte o yogurt.

La curcuma longa o zafferano delle Indie è una polvere di colore giallo intenso ottenuta dalla frantumazione del rizoma di una pianta tropicale della famiglia delle Zingiberaceae simile allo zenzero. Essa è uno dei componenti del curry. C’è un certo consenso sul fatto che la curcuma possa essere responsabile di significative differenze tra il tasso di alcuni tumori in India e quello dei Paesi occidentali.

Esistono, infatti, numerose evidenze sperimentali degli effetti antitumorali della curcuma in vitro su cellule tumorali di stomaco, intestino, colon, pelle e fegato. Il cancro al colon è il tipo di tumore su cui la curcuma sembra essere più efficace. Il principale principio attivo della curcuma è la curcumina assieme a una classe eterogenea di sostanze i curcuminoidi. La curcumina promuove la morte delle cellule tumorali (effetto pro-apoptotico) ed inibisce la formazione dei vasi che alimentano il tumore (effetto anti-angiogenetico). La curcumina ha anche un effetto anti-infiammatorio, poiché agisce come inibitore della cicloossigenasi ed è in grado sia di fermare la produzione del fattore di necrosi tumorale TNF, che di bloccare l’azione del TNF. La curcuma, quindi, sembra giovare anche all’artrite, una malattia di natura infiammatoria i cui attuali farmaci sono antiinfiammatori e la terapia a base di anti-TNF. La curcuma è di utilità anche nella prevenzione del morbo di Crohn, una malattia dell’intestino di natura infiammatoria.

La biodisponibilità della curcumina, relativamente bassa, può essere aumentata più di mille volte se essa viene assunta assieme ad una piccola quantità di pepe. L’assorbimento della curcumina viene anche favorito dall’aggiunta di grassi, come gli oli da condimento.

L’aggiunta quotidiana di un cucchiaino da tè di curcuma assieme ad un po’ di pepe e olio a zuppe, minestre, pasta fredda o riso rappresenta un modo semplice, rapido ed economico per ottenere un apporto di curcumina sufficiente utile nella prevenzione del cancro e delle patologie infiammatorie. Il costo di un’integrazione di curcuma, associata con piperina, il principio attivo del pepe, in compresse, è di circa venti volte superiore, rispetto alle comuni spezie. A voi le dovute considerazioni.

Tra gli aromi della tradizione mediterranea, che vantano proprietà nutraceutiche di tutto rispetto c’è l’aglio (allium sativa), ma anche ad altre piante della stessa famiglia come cipolle (allium cepa)porri (allium porrum)scalogno (allium ascalonium)erba cipollina (allium schoenoprasum). L’azione più documentata dell’aglio è quella fluidificante del sangue e di prevenzione della formazione di trombi.

Dato il suo effetto fluidificante, può interferire con i farmaci anticoagulanti e non dovrebbe essere assunto in prossimità di un intervento chirurgico. L’aglio agisce come vasodilatatore e ipotensivo. Studi epidemiologici, inoltre, mostrano una riduzione significativa nei soggetti studiati della probabilità di manifestare cancro allo stomaco e alla prostata. Le molecole responsabili di questi effetti anti-tumorali, sono sostanze fitochimiche contenenti zolfo ad esempio l’alliina, da cui deriva allicina ed altri composti solforati che vengono liberati in seguito alla frantumazione di questi ortaggi. L’aglio contiene anche quercitina, un inibitore della crescita tumorale. L’aglio e i suoi parenti frenano lo sviluppo del cancro, anche per l’azione protettrice nei confronti dei danni causati dalle sostanze cancerogene come le nitrosammine. L’aglio, infine, può eliminare alcuni organismi, ma non in modo definitivo e con continuità, pertanto non dovrebbe essere inteso come sostituto degli antibiotici.

Passiamo alle tisane nutraceutiche da sorseggiare agli intermezzi, ma con le quali si può scegliere di pasteggiare all’orientale. Il carcadè, la tisana che si ricava dai fiori di ibisco, consumata regolarmente in dose di due o tre tazze al giorno può ridurre in maniera apprezzabile la pressione sanguigna sistolica e diastolica, offrendo benefici cardiovascolari per le persone a rischio di sviluppare ipertensione arteriosa.

Il carcadè giova anche alle donne con struttura edematosa, che tendono ad accumulare liquidi per linfatismo durante l’ovulazione, in fase premestruale o in menopausa. L’ibisco può esercitare un effetto inibitorio sull’enzima ACE (enzima di conversione dell’angiotensina), impedendo la conversione dell’angiotensina I in angiotensina II, potente vasocostrittore. In letteratura, inoltre, sono noti i suoi effetti diuretici.

Il tè verde è la pianta da infuso che vanta il maggior numero di studi sulle sue proprietà benefiche. Come il tè nero esso viene preparato con le foglie della Camelia sinensis, ma nel tè verde vengono selezionate le foglie più giovani e i boccioli vergini, senza ricorrere alla fermentazione, che pur donando al tè il colore ed il particolare aroma, lo priva di importanti elementi antiossidanti e ne aumenta il contenuto di teina, una sostanza eccitante simile alla caffeina.

Per produrre il tè verde, le foglie fresche raccolte vengono rapidamente trattate con vapore o a secco per inattivare gli enzimi e prevenire la fermentazione. Oltre ad avere un’azione stimolante per la caffeina, le catechine del tè verde esercitano un’azione anti-ossidante in grado di neutralizzare i radicali liberi e ostacolare i fisiologici processi di invecchiamento cellulare. Studi epidemiologici affermano che l’apporto regolare di caffeina del tè o di altre fonti, aiuti a prevenire il morbo di Parkinson. Numerosi studi, realizzati nel corso degli ultimi anni, attribuiscono al tè verde, in particolare nella variante giapponese, un’azione di prevenzione sul cancro della vescica e della prostata. Il tè verde giapponese contiene grandi quantità di polifenoli, in particolare flavonoli e catechine.

Le catechine, come il gallato di epigallo catechina, sono molecole che possiedono potenziali proprietà antitumorali. Il tè verde potrebbe contribuire a limitare lo sviluppo del cancro, agendo a livello dell’angiogenesi, la crescita dei vasi sanguinei che alimentano il tumore, determinata dal tumore stesso. Per ottimizzare l’effetto protettivo offerto dal tè verde lasciate le foglie in infusione per otto o dieci minuti, allo scopo di permettere un’efficace estrazione dei principi attivi. Un’infusione inferiore a cinque minuti, porterebbe ad estrarre solo il 20% di sostanze anti-tumorali. Bevete sempre il tè appena fatto, cercando di assumerne non meno di tre tazze al giorno.

La soia è un altro alimento cardine dell’alimentazione orientale. Ci sono buone evidenze che i cibi a base di soia, aiutino ad abbassare il colesterolo LDL, probabilmente grazie al contenuto significativo di fitosteroli. Tuttavia è negli isoflavoni nella soia contenuti che la ricerca si concentra, per le possibili proprietà anticancro dei tessuti ormono-sensibili. In particolare contengono isoflavoni la farina di soia, i fagioli di soia, il miso, il tofu e il latte di soia, non ne contengono la salsa e l’olio di soia. La diversa incidenza di tumori su base ormonale tra Oriente e Occidente, principalmente seno e prostata, potrebbe derivare dal maggior consumo orientale di prodotti a base di soia, soprattutto se questo consumo inizia in età prepuberale. Studi epidemiologici dimostrano che donne in premenopausa che consumano abitualmente grandi quantità di soia, hanno rischio due volte inferiore, rispetto a chi non consuma soia, di sviluppare il cancro al seno. I dati sono invece controversi sugli effetti degli isoflavoni in menopausa e sulle donne con cancro al seno o che hanno avuto tumore al seno. È preferibile che le donne affette da cancro al seno o che ne sono guarite facciano un consumo estremamente moderato di soia. Gli isoflavoni contenuti nella soia sono polifenoli anche detti fitoestrogeni (genisteina, daidzeina, gliciteina), possiedono una struttura chimica simile a quella degli ormoni sessuali e possono dunque interferire con lo sviluppo dei tumori su base ormonale come il cancro al seno o alla prostata (azione anti-estrogenica simile al farmaco tamoxifene). I fitoestrogeni sono particolarmente consigliati agli obesi, i cui livelli di insulina e di estrogeni possono essere più alti delle persone normopeso. La chiave per sfruttare gli effetti anti-tumorali della soia consiste nel consumare gli alimenti integrali, ovvero i fagioli al naturale o tostati in quantità pari a circa 50g secchi al giorno. Si consiglia di bere un bicchiere di latte di soia al dì.

Anche la dieta mediterranea annovera numerosi alimenti attivi nella prevenzione delle neoplasie. Tra questi i vegetali appartenenti alla famiglia delle crucifere come cavolo cappuccio o verza, broccoli, cavolfiore, cavolini di Bruxelles. Studi epidemiologici dimostrano negli assidui consumatori di crucifere riduzione del 50% della probabilità di manifestare cancro alla vescica, al seno e alla prostata. Gli ortaggi della famiglia delle crucifere contengono elevate quantità di diverse sostanze antitumorali tra cui glicosinolati, isotiocianati, indoli, che frenano lo sviluppo del cancro, inducendo la morte delle cellule tumorali ed impedendo alle sostanze cancerose di provocare danni alle cellule, accelerandone la loro eliminazione. Le crucifere contengono anche sostanze ad azione battericida, che neutralizzano microorganismo come l’Helicobacter Pilori, potenzialmente dannosi per l’organismo. I broccoli e le altre crucifere dovrebbero essere consumati regolarmente seguendo la stagionalità almeno cinque volte a settimana. Una cottura rapida con poca acqua, al vapore, al forno, in padella e una buona masticazione delle crucifere, sono necessarie per sfruttare al massimo il potenziale antitumorale di questi ortaggi. Riutilizzare l’acqua di cottura per cuocere pasta o riso. Durante la lavorazione, i prodotti surgelati vengono sottoposi ad un processo di sbiancamento a temperature elevate, che riduce rispetto agli ortaggi freschi le proprietà anti-cancro.

frutti di bosco come lampone, fragola, mirtillo nero, mirtillo rosso sono ricche di molecole antiossidanti (circa sei volte più concentrate rispetto al altri frutti come ad esempio la mela) e contribuiscono alla prevenzione delle neoplasie. Essendo frutti stagionali, non esistono studi epidemiologici, ma evidenze sperimentali in vitro e su animali. In diversi animali un regime alimentare che comprende fragole e lamponi per il 5% dell’alimentazione porta ad una riduzione significativa del cancro dell’esofago. I frutti di bosco costituiscono una fonte privilegiata di polifenoli dal potenziale antitumorale quali l’acido ellagico, antocianidine e proantocianidine. L’antitumorale più potente è l’acido ellagico e si trova nei semi dei lamponi e nella polpa delle fragole. L’acido ellagico inibisce la crescita dei vasi che autoalimentano il tumore, inibisce la trasformazione delle sostanze cancerogene in agenti tossici per la cellula e stimola i meccanismi di eliminazione delle sostanze cancerogene. Le antocianidine si trovano nei lamponi e nei mirtilli, e sono potenti antiossidanti e promuovono la morte delle cellule tumorali. Le proantocianidine sono abbondanti nei mirtilli rossi e in quelli neri. Sono dei potenti antiossidanti, inibitori della crescita tumorale e della crescita dei vasi che auto-alimentano il tumore. È preferibile consumare mirtilli rossi essiccati, anziché il succo, aggiungendoli per esempio ai cereali al mattino, o a un mix di frutta secca. I mirtilli neri e le altre bacche possono essere consumate tutto l’anno utilizzando eventualmente anche i prodotti surgelati in aggiunta allo yogurt, al gelato o altri dolci. I frutti di bosco in genere giovano al microcircolo venoso, rafforzando e promuovendo il ricambio del tessuto connettivo associato ai vasi.

Esiste un legame tra consumo di agrumi come limoni, arance, pompelmi, mandarini e la riduzione del rischio, fino al 40-60% di sviluppare alcuni tumori, soprattutto quelli che riguardano l’apparato digestivo, ovvero l’esofago, la bocca, la laringe, la faringe e lo stomaco. Gli agrumi oltre ad essere fonte preziosa di vitamina C, contengono circa duecento molecole attive diverse tra cui polifenoli, flavononi e terpeni. Gli agrumi possono agire direttamente sulle cellule tumorali impedendogli di riprodursi.

I Paesi che sono grandi consumatori di pomodoro, sotto forma di pomodoro fresco, ma anche di conserva, come l’Italia, la Spagna e il Messico, hanno un tasso di tumore alla prostata più basso dell’America del Nord (la riduzione del rischio è di circa il 30% nei tumori che insorgono intorno a sessantacinque anni). Il licopene, della famiglia dei carotenoidi, il pigmento responsabile del colore rosso del pomodoro, è il principale responsabile della sua attività anti-tumorale.

Il licopene è anche un potente antiossidante. Esso sembra contrastare il tumore alla prostata, attraverso un’azione diretta sugli enzimi prostatici, responsabili della crescita di questo tessuto. L’azione anti-tumorale del licopene è potenziata dalla cottura dei pomodori e dalla presenza di sostanze grasse, come ad esempio l’olio d’oliva. Pertanto anche la salsa concentrato di pomodoro e le conserve sono ricche di licopene. Sono sufficienti due pasti la settimana a base di salsa di pomodoro per ridurre il rischio del 25% di sviluppare tumore alla prostata. Non dimenticate di aggiungere anche l’olio extravergine di oliva e l’aglio!

Un’importante carenza nutrizionale dei Paesi occidentali è quella degli acidi grassi polinsaturi omega 3, il capostipite di questi, l’acido alfa linolenico o ALA, inoltre, è un omega essenziale e come le vitamine può essere introdotto solamente con l’alimentazione. I pesci grassi, i semi di lino, le noci e la frutta secca in genere, sono fonti importanti della famiglia degli acidi grassi omega 3. Tuttavia, per la pigrizia degli occidentali a consumare pesce e semi oleosi, nonché per l’eccesso nella nostra alimentazione di oli vegetali ricchi di acidi grassi della serie omega 6, abbondanti ad esempio nei prodotti da forno, l’equilibrio tra omega 3 e omega 6, appare significativamente spostato verso questi ultimi. Così da un ottimale rapporto 1:5, si passa ad un rapporto pari a 1:20. Lo squilibrio a favore dei grassi omega 6, è anche favorito dal fatto gli acidi grassi capostipiti delle due serie 3 e 6, ALA e LA, utilizzano lo stesso enzima la delta 6 denaturasi. L’eccesso alimentare di LA, pertanto, preclude anche la via biosintetica dell’ALA e degli omega 3. L’eccesso di omega 6, per delicati equilibri biochimici, promuove un’abnorme formazione di prostaglandine della serie 2, che incrementano il rischio vascolare, l’infiammazione e i fenomeni allergici.

I meccanismi d’azione dei grassi omega 3 sono la riduzione della produzione di molecole infiammatorie, che alterano il sistema immunitario e espongono al cancro. I grassi omega 3, inoltre, promuovono a loro volta la produzione di sostanze ad azione antiinfiammatoria, che rafforzano e proteggono il sistema immunitario, determinando una protezione verso il cancro.

Il lino (Linum usitatissimum), una pianta le cui proprietà risiedono nei semi e nell’olio da questi ricavato, è un importante integratore di omega 3, in particolare di ALA. Studi scientifici dimostrano che i semi di lino e l’olio di semi di lino, abbassano i livelli di colesterolo LDL e paiono coinvolti nella prevenzione dei tumori in particolare della prostata, del seno ed endometriosi. Hanno proprietà antinfiammatoria e sono antitrombotici. Il loro consumo è indicato in caso di ipercolesterolemia, disturbi infiammatori come il lupus e la sclerodermia, infiammazioni cutanee e affezioni bronchiali (attraverso l’applicazione di cataplasmi), patologie croniche intestinali e stipsi.

L’olio di semi di lino contiene acido ALA al 50% (percentuale largamente superiore agli altri oli), LA al 25%, acido oleico, monoinsaturo caratteristico dell’olio di oliva al 10-18%, acidi grassi saturi al 5-10% e vitamina E. I lignani contenuti nella buccia assieme alle mucillagini liberate dall’ammollo dei semi, esplicano un’azione lassativa. Sono consigliati 2-3 cucchiaini al dì, da masticare con cura e accompagnare con abbondante acqua, oppure 1-2 cucchiaini al dì, di olio spremuto a freddo. L’olio e i semi tritati per l’alta deperibilità dei costituenti vanno conservati in frigo in una bottiglia opacizzata e ben chiusa, l’olio non va mai cotto. Consumare la confezione dell’olio aperto preferibilmente entro un mese i semi entro 5 giorni.

Gli uomini possono convertire l’ALA in un altro omega-3, l’acido eicosapentaenoico (EPA), contenuto nel pesce, che è un precursore degli eicosanoidi, molecole antinfiammatorie, antiaterogeniche e anti-trombitiche. Gli uomini faticano, invece, a sintetizzare a partire dall’olio di lino l’acido docosaesaenoico (DHA) contenuto sempre nel pesce. Per questo è importante, integrare la nostra alimentazione, anche con un consumo abituale di pesce, almeno due volte la settimana. È preferibile il consumo di pesci grassi come sardine, sgombro, salmone meglio selvatico e non di allevamento.

Durante questa inevitabile selezione, sono consapevole di aver tralasciato, a malincuore, più di un alimento salutistico. Aggiungerei di non volermi con quanto detto sostituire ai consigli del vostro medico, né in alcun modo alle terapie farmacologiche. Prima di modificare la propria dieta o quella dei propri familiari, è sempre bene rivolgersi ad un nutrizionista o parlarne con il medico.

Mi piace concludere con un pensiero di Marco Valerio Marziale “l’importante non è vivere, ma vivere in buona salute”.
*Dice di sé.
Tiziana Stallone. Biologo nutrizionista e dottore di ricerca in anatomia. Libero professionista. Le sue passioni: lavoro, musica, cinema, alberi e cimiteri. 

 

PAOLO VALLESI

Le amiche passano giorni al telefono
e in cuffia ascoltano la stessa musica
le amiche girano le sere in macchina
poi si nascondono in fondo a un cinema
e intanto aspettano di vivere
ed un ragazzo che non c’è …
le amiche credono nell’amicizia
e sono come te.
Le amiche scrivono diari e lettere
sono convinte che la vita è inutile
le amiche si amano però si invidiano
gelose e ambigue spesso si tradiscono
le amiche sono tutte vergini
e di cattive non ce n’è….
le amiche lasciano nell’aria
un buon odore come te.
(Da “Paolo Vallesi – Le amiche”, 1991)

STUDIO 254 Michela Altoviti - Wanda l’ultima maitresse di Claudio Bernieri

Il libro del giornalista Claudio Bernieri ridà voce all’ultima tenutaria delle
famigerate case chiuse, già protagonista di un celebre testo di Indro Montanelli

Michela Altoviti*

Quando si chiude una porta non sempre si apre un portone. E quando una porta è chiusa dietro di essa c’è intimità, c’è un ambiente protetto, c’è uno spazio personale e familiare, anche, di certo intimo. Quando una porta è chiusa bisogna bussare per entrare, bisogna essere autorizzati a farlo o venire ammessi, per motivi diversi. Quando una porta è chiusa e nessuno risponde alle nostre richieste, non resta che sbirciare dalla serratura. Violando la privacy e invadendo un mondo che appartiene ad altri.

Sarà in libreria a fine ottobre Wanda, l’ultima maitresse la raccolta delle memorie di Wanda Senigalliesi, l’ultima tenutaria di una casa chiusa vivente, che racconta i suoi sessant’anni di attività permettendoci di spiare oltre quella porta serrata.

Colei che fu l’ispiratrice del libro di Indro Montanelli Addio Wanda, ritrovata dal giornalista de l’Europeo Claudio Bernieri – curatore del testo – e fotografata dal reporter del settimanale Piero Raffaelli nei sotterranei della stazione centrale di Milano dieci anni fa, è ancora viva: a 96 anni ha dettato la sua autobiografia ripercorrendo gli anni trascorsi dal 1933 ad oggi. E la dettatura prevede una fedeltà al linguaggio della protagonista: le abitudini, gli strumenti utilizzati durante e per quegli atti di piacere nonché le parti del corpo stimolate sono chiamate con il loro nome, senza filtri, a volte con un’apparente volgarità mal celata, a volte per mezzo di pseudonimi goliardici. E forse proprio la crudezza di alcune pagine ha portato al rifiuto, per la pubblicazione dell’opera, di oltre 30 case editrici. Oggi la Memoranda di Massa Carrara sdogana il pudore e apre la porta a questa storia e sui suoi protagonisti.

Si chiamano, però, case chiuse quelle a cui abbiamo accesso attraverso queste pagine…

E in molti, Montanelli per primo, hanno sostenuto e sostengono che sia stato un errore abolirle, cosa che avvenne il 20 settembre 1958 con l’entrata in vigore della Legge Merlin59. Va detto che lo scopo primario di questo provvedimento, tuttora in vigore, era quello di abolire lo sfruttamento della prostituzione. E fazioso sarebbe riflettere sul valore morale di questo obiettivo dichiarato. Piuttosto risulta significativo evidenziare due aspetti derivanti: da un lato la constatazione dell’aumento del fenomeno della prostituzione, in barba alla abolizione dei cosiddetti bordelli, dall’altro, di seguito, la domanda: è ipocrisia voler negare la necessità, per alcuni, in effetti molti, di certi luoghi?

La riflessione è banale, ma dovuta, e suscitata, inevitabilmente, dalla lettura del libro in oggetto: si cerca altrove ciò che manca, ciò che si crede diverso, nuovo, eccitante. Si lasciano abitudine, noia, silenzio per provare altro nell’eccentrico, nel nuovo, nel caotico. Perché è sempre altrove che ci si cerca, quando ci si è persi, su qualunque strada si stia camminando, e non è detto che ci si trovi. Ma è necessario un tentativo.

E così si va altrove, ma sempre dietro una porta, in uno spazio intimo, chiuso, protetto… non solo per nascondersi dagli sguardi ipocriti o per tutelare una dignità che si crede perduta, o perdente, ma per ritrovare una dimensione umana perché dietro la porta c’è non solo un ambiente ma, spesso, un incontro. Che non ci è dato di conoscere, né giudicare.
*Dice di sé.
Michela Altoviti. Vede oltre ciò che guarda e scorge oltre ciò che trova. Scrive perchè ritiene che ogni manifestazione del pensiero sia non tanto un modo per trovare risposte quanto per condividere le domande. Scrive per curare il livello di saturità cui le pare di pervenire per le troppe idee e sensazioni. A volte crede che solo il silenzio dovrebbe essere partorito.

Vanessa Mustari - I gialli delle fiandre: una Bruges delittuosa come mai l’avete vista

Van In. A molti questo potrebbe non dir niente ma un milione e seicento mila copie non si vendono da sole. Il “Camilleri” del Belgio approda in Italia per la terza volta con il suo romanzo “Le maschere della notte”.

Sto parlando di Pieter Aspe (pseudonimo di Pieter Aspeslag) e dei suoi gialli, del suo noir old school, se così vogliamo definirli. In questo capitolo, terzo di una serie piuttosto lunga pubblicata in Belgio ed Olanda (senza contare telefilm e giochi di ruolo ispirati ad essa), il commissario Pieter Van In si ritrova per le mani una specie di cold case.

Come ogni giallo che si rispetti, tutto inizia con il ritrovamento di uno scheletro nel giardino di una villetta appartenente ad una rispettabile famiglia borghese. Rispettabile tuttavia sembra non essere la fama dell’edificio in quanto, decenni prima, esso era un bordello di lusso, il Love.

Herbert, così viene simpaticamente battezzato lo scheletro in attesa della reale identità, sembra avere più segreti di quanti una piccola città come Bruges possa occultare. Sì, perché è proprio Bruges il palcoscenico ideale di quest’indagine complessa ed estremamente accattivante che spingerà Van In stesso a sondare i limiti della sua morale, dei suoi doveri, a sfiorare se pur flebilmente il confine tra giusto e sbagliato, talvolta portandolo a constatare l’ebbrezza del potere su di un altro essere umano, e perché no, ad abusarne.

Infatti l’eroe che Aspe ci propone non è il classico e stucchevole buon samaritano che ci si aspetta, bensì un uomo che incarna il buono ed il cattivo tempo di ogni personalità, quella fatta di luce e di tenebra, quella che lo porta a capire il male poiché sa come respirarlo pur rimanendone nauseato.

Infatti nel libro di Aspe molte cose suscitano sdegno, solleticando coscienze o appetiti sopiti, scavando, demolendo una per una le maschere che persone illustri, o apparentemente rispettabili, si premurano di portare, forse per eludere la sorveglianza della loro stessa coscienza.

Picasso diceva: “L’artista deve conoscere la maniera di convincere gli altri della verità delle proprie menzogne” e molti uomini passano anni, forse una vita intera con questo obiettivo, cioè con l’unico scopo di non somigliare a se stessi. Non è forse da artisti, da prestigiatori perfino, camuffare la pedofilia dietro la tunica del ricco benefattore come fa Lodewijk Vandaele? O camuffare l’efficienza dell’ispettore capo Baert, nient’altro che un misero omuncolo corrotto?

La notte è l’unico rifugio, l’unico nascondiglio nel quale un individuo può essere tutt’altra cosa, un territorio dove non c’è nulla da proteggere. Il buio è l’asilo dei peccatori, ma ciò non basta poiché una bella storia senza un ottimo scenario è come uno di quei vascelli imbottigliati, un bel vedere che non conduce da nessuna parte.

Invece elemento di ogni storia, e di questa nella fattispecie, è il dinamismo; ed ecco che tra le pagine si staglia l’inconfondibile e palpabile presenza di una silente osservatrice, Bruges.

La Bruges settembrina con il suo tepore mattutino, il via vai dei turisti, i suoi temporali, prende parte alla trama non facendo isolatamente da cornice. Buoni e cattivi sono entrambi sotto il suo stesso cielo a camminare per le sue vie, nei suoi vicoli oppure a specchiarsi nei suoi canali.

Qualsiasi guida vi indicherà Bruges come la “Venezia del Nord”, una cittadina medievale cristallizzatasi in una posa sempiterna, quasi fiabesca. Ed è specialmente l’ossimorica congiunzione tra questa città-bomboniera e la turpe matassa di segreti che tace a prendere il lettore con completo trasporto. Non si fa in tempo ad ammirare, come un turista provvisto di fotocamera, il centro storico o la cattedrale che ecco irrompe la scabra descrizione di un delitto, di atti sessuali o altre tra le miserie umane.

Un luogo dove nulla e nessuno sono come ti aspetti. Si passa dalla bellezza allo stupore con un niente, come se tutto fosse sempre messo in discussione, come a ricordarci che sotto la neve spesso c’è il fango.

Aspe ha la capacità di cogliere la sostanza più che il dettaglio, lasciando a chi legge un immaginifico sciolto e libero da stereotipi o ampollose specificità. Laddove anche le certezze sono relative, sgomita il lato oscuro di ogni personaggio il cui scopo è far breccia nella maschera di ipocrisia e falsità che tocca ciascuno; come se fosse apposta fin da sempre, come se ci si incoronasse sovrani del nostro microcosmo fatto di bugie, di debolezze, di depravazione. Ciò di cui l’uomo è capace, viene taciuto dal dito invisibile della morale. Bisogna solo capire come zittire i propri demoni, perfino Van In li ammutolisce cedendo ai suoi vizi: al fumo, al bere.

Appare dissonante questo tripudio d’imperfezione, di caos e di perfezione con la rassicurante Bruges? No, anzi. È quel tanto di peperoncino che rende un piatto vivace, quel retrogusto che lascia un sapore forte, la nota stonata su uno spartito impeccabile, ma unico. La placidità di Bruges può essere paragonata alla superficie di uno stagno scuro del quale non si vede il fondo, sai quel che accade solo in superficie.

Che una città come questa ispirasse tutt’altro che il romanticismo lo si era potuto constatare anche da un riuscitissimo film del 2008, ambientato per intero nella località: “In Bruges: la coscienza dell’assassino”.

Bizzarro come uno dei borghi medioevali meglio conservati d’Europa si presti così bene alla violenza, o sia scenario di delitti e prostituzione. Nel film appare se non altro grottesca la calma del posto in contrasto con la coscienza dei due sicari che vi si rifugiano, Ray e Ken. Nella pellicola Bruges risulta essere una sorta di purgatorio specie per il giovane killer Ray che si è macchiato dell’unico crimine non tollerato neppure dai delinquenti, ha ucciso accidentalmente un bambino.

L’acqua, i vicoli, le villette, luoghi neutri di per sè eppure pregni delle storie che raccontano. Non c’è differenza tra i muri e gli archivi ricolmi di fascicoli, entrambi testimoniano vita e morte, peccato e redenzione (la seconda quando è possibile). Nelle Fiandre, come in ogni luogo, la morte non è altri che quella vecchia amica d’infanzia che prima o poi bussa alla tua porta per pareggiare i conti.
*Dice di sé.
Vanessa Mustari. Sempre lei, sempre io. Viaggia perchè sa che per strada non ci si può fermare; allora scrive, poiché scrivendo, le parole la facciano sentire a casa…ovunque.

DOCUMENTI Corrado Calabrò - Telecomunicazioni: il processo di liberalizzazione darà i suoi frutti

Nelle parole del presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il bilancio delle attività svolte e la messa a punto dei programmi di lavoro futuri

Corrado Calabrò

Persino nel 2009, annus horribilis, il settore delle telecomunicazioni ha sostanzialmente tenuto. Nel mondo, il settore delle telecomunicazioni ha generato ricavi per 980 miliardi di euro. Anche in Italia le telecomunicazioni hanno confermato il loro peso, quantificabile intorno al 3% del PIL11. Continua l’espansione dei volumi anche se i ricavi totali del settore, pari a quasi 44 miliardi di euro, sono diminuiti del 3,3% rispetto al 2008.

Tutti i principali operatori hanno chiuso i loro bilanci in attivo. E questo malgrado la pressione competitiva garantita dalle nostre regole abbia portato all’ulteriore diminuzione dei prezzi12. Le telecomunicazioni sono state e sono l’unico servizio con una dinamica marcatamente anti inflattiva. Dal 1995 all’aprile 2010 l’indice dei prezzi al consumo del settore è diminuito da 100 a 69, a fronte di un aumento dell’inflazione di oltre il 30%13. I prezzi di tutti gli altri servizi sono considerevolmente aumentati. “Nella telefonia la liberalizzazione ha funzionato”14.

Nel comparto della telefonia mobile abbiamo uno dei mercati più competitivi del mondo. Dal 2002 a fine marzo 2010 più di 24 milioni di utenti hanno cambiato gestore. In esito alla nostra tenace azione ora si può cambiare gestore in tre giorni trasferendo il credito residuo15.

Ciò non toglie, ovviamente, che i costi della terminazione mobile debbano essere rivisti alla luce della Raccomandazione europea16. I cittadini non devono pagare un costo superiore a quello efficiente, anche se questosurplus viene poi in parte restituito all’utente mediante gli sconti promozionali e i pacchetti.

Inoltre la discesa delle chiamate fisso mobile per l’utenza non riflette appieno la discesa dei prezzi all’ingrosso. Se il mercato non dovesse funzionare interverremo. È incessante l’introduzione di innovazioni (dall’IP TV al 3G, dalla larga banda mobile agli smartphone intelligenti), che stanno determinando una vera e propria trasformazione della società.

Nella rete fissa la quota di mercato di Telecom Italia è scesa sotto il 74%, con un calo di quasi 20 punti in 5 anni. Il nostro sistema regolamentare ha portato l’Italia ad essere fra i leaders europei nel full unbundling, con oltre 4,3 milioni di linee attive a marzo 2010.

Dopo le incomprensioni iniziali, Open Access si candida ad essere un benchmark per l’Europa, come già Open reach; e la puntualità degli interventi correttivi dell’Organo di vigilanza per la parità di accesso alla rete lo conferma. Ma alla validità del modello deve indefettibilmente e indilazionabilmente corrispondere la coerenza dei comportamenti, che spetta prioritariamente a questa Autorità valutare.

 

La televisione di oggi è già digitale

 

Il 2010 rappresenta un anno di svolta per il sistema televisivo italiano. La tecnologia analogica, che ha accompagnato gli italiani negli ultimi 50 anni, è ormai in via di avanzata sostituzione da parte del sistema digitale.

Sono già all digital sei Regioni d’Italia17. Nel corso di quest’anno è prevista la completa digitalizzazione del Nord Italia18.

Nel 2011 avverranno gli switch-off nelle Regioni del versante adriatico ed, infine, nel 2012 passeranno al digitale la Toscana, l’Umbria, la Sicilia e la Calabria. Con uno sforzo, la digitalizzazione potrebbe essere completata entro il 2011, come indica una recente Raccomandazione europea e come auspica il Vice Ministro Romani.

Alla fine del 2010 il 70% delle famiglie sarà digitalizzato. Già oggi l’ascolto della TV digitale su tutte le piattaforme (terrestre, satellite, IPTV) ha superato, con il 51,2%, l’ascolto della TV analogica. Il numero delle famiglie dotate di almeno un ricevitore digitale terrestre è salito a gennaio di quest’anno a oltre 15 milioni, mentre una quota consistente dei nuovi decoder viene acquistata per adeguare al digitale anche i secondi e terzi televisori di casa.

I ricavi del comparto televisivo si mantengono consistenti, segnando un incremento dell’1,7% rispetto al 200819. I ricavi complessivi da pay-tv (in crescita) e da pubblicità (in discesa)20 si sono ulteriormente avvicinati. La modifica delle regole sulla pubblicità ha indotto la Commissione europea a chiudere la procedura d’infrazione pendente nei confronti dell’Italia. Continuiamo a vigilare monitorando le trasmissioni.

Lo spostamento delle risorse pubblicitarie dalla TV tradizionale ad internet non è stato della stessa portata che in altri Paesi.

Il settore televisivo italiano è essenzialmente tripartito: Rai-Mediaset-Sky, con gli altri operatori minori e le TV locali che faticano a trovare spazi concorrenziali. Si conferma che la TV digitale multicanale frammenta l’audience anche dei canali generalisti tradizionali; nondimeno Rai e Mediaset conservano quote di ascolti ancora assai rilevanti sulle quali l’avvento della pay tv sta incidendo lentamente. Ci siamo battuti affinché la produzione indipendente di contenuti audiovisivi venga tutelata.

In questo quadro la TV locale – che gioca un ruolo importante ai fini del pluralismo dell’informazione – con il digitale può concentrarsi sulla qualità e sull’informazione locale. Riempire l’etere di monoscopi o programmi ripetuti è un’occupazione dello spettro che non serve a nessuno e danneggia l’insieme. Il mese scorso abbiamo approvato il piano delle frequenze.

Non ci credeva nessuno. È la prima volta che un piano delle frequenze che abbia un’effettiva probabilità di attuazione viene adottato in Italia: permette risorse per le TV nazionali (con 5 nuovi multiplex a gara)21, per l’alta definizione, per le TV locali (con almeno 13 mux, che corrispondono a 65 programmi locali per ogni Regione), per la radio, e consente di liberare 9 canali TV da destinare alla larga banda wireless, come chiede la Commissioneeuropea. L’Italia è il secondo Paese europeo per diffusione della banda larga mobile. Ma se non interveniamo rapidamente, con il tasso attuale di diffusione degli smartphones, la nostra rete mobile rischia il collasso.

L’AGCOM, con vivo apprezzamento della commissaria Kroes, sta portando avanti, in Europa e in Italia, una politica finalizzata alla liberazione in tempi brevi delle frequenze radio. Contiamo di rendere disponibili circa 300 Mhz da mettere all’asta per la larga banda.

La radio rimane l’insostituibile compagna di tanti italiani e un’indispensabile risorsa per il pluralismo. Il piano delle frequenze garantisce anche risorse per la radio digitale22.

Abbiamo attuato quest’anno la nuova disciplina sulla vendita collettiva dei diritti sportivi23.

 

Libertà di informazione / Servizio pubblico

 

La libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette, e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione.

Il Trattato di Lisbona24 pone il pluralismo dell’informazione alla base dei principi fondanti dell’Unione europea. Si tratta di un parametro di legittimità della legge che deve essere valutato con attenzione in qualunque intervento normativo nazionale.

Lo stesso Trattato peraltro include tra i diritti fondamentali dell’Unione25 il rispetto della dignità umana26 e della vita privata e familiare27 nonché il diritto a un processo equo28. In uno Stato di diritto solo la verità processuale dopo un giudizio definitivo può privare l’uomo della dignità e dell’onorabilità.

La verità televisiva, mediatica, la diffusione di indiscrezioni e illazioni pongono sotto nuovi aspetti il problema della tutela della dignità umana.

La via che l’Autorità ha privilegiato è quella dell’autogestione. In base al Codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione in TV di fatti relativi a indagini e processi in corso, l’apposito Comitato – costituito dai rappresentanti delle emittenti televisive ma anche dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa e presieduto da un ex presidente della Corte costituzionale – ha richiamato l’esigenza di attenersi allaveridicità, alla completezza, all’imparzialità ed al rispetto del contraddittorio, verificando e garantendo che i fatti e le circostanze rappresentati trovino rispondenza obiettiva in fonti suscettibili di riscontro, secondo le varie fasi delle indagini o dei processi.

 

L’accesso senza discriminazioni ai mezzi di informazione delle forze politiche e sociali va tutelato; specialmente in un sistema concentrato (tripolare) come quello italiano.

La Rai non ha le risorse sufficienti per migliorare la rete trasmissiva, per investire nell’alta definizione e nella televisione su internet, svolgendo quel ruolo di pivot delle nuove tecnologie segnato nelle nostre Linee guida. Si liberino quindi gli elementi imprenditoriali con un assetto diverso della governance, svincolato dai partiti, che valorizzi la capacità gestionale e decisionale (con le correlative responsabilità); si chiarisca e si renda più trasparente ed accountable agli utenti il ruolo della TV pubblica.

La Rai, comunque, deve acquisire effettivamente le risorse del canone, con un sistema di riscossione che riduca l’evasione, anche per migliorare la qualità; la soluzione c’è; basta volerla. Finalmente il mini-qualitel ci ha fornito indicazioni che la Rai dovrebbe tenere in conto nel formare il palinsesto del servizio pubblico.

Sistemi diversi di formazione delle regole sulla comunicazione politica per la TV pubblica e per quella privata danno adito a sfasature e distorsioni. Gli orientamenti della Corte costituzionale sui programmi di informazione sono stati ribaditi dalla recente giurisprudenza del TAR29. Ad essi si è immediatamente conformata questa Autorità, che alla giurisdizione del TAR è soggetta. Non così la Rai, in quanto le regole dettate dalla Commissione parlamentare di vigilanza non sono sottoposte al vaglio del giudice amministrativo.

Ma le considerazioni da questo espresse dovrebbero essere criteri guida per tutti.

Internet trasforma la televisione e la radio e queste a loro volta trasformano internet. Le maggiori emittenti nazionali hanno iniziato a rendere disponibile la programmazione su internet, il che muta il palinsesto tradizionale in una serie di clips audio-video fruibili singolarmente, in diretta o in differita.

L’Autorità ha avviato una consultazione pubblica su queste nuove forme di televisione (catch-up over the top TV) al fine di determinare se il regime giuridico debba essere differenziato da quello per la TV tradizionale30.

I seri problemi generati da internet non obliterano la sua insostituibile funzione informativa. È stato giustamente osservato che se ci fosse stato internet l’Olocausto non avrebbe potuto essere ignorato.

Anche nell’analisi di mercato che abbiamo avviato per verificare la situazione del pluralismo in Italia emerge, dai primi risultati, il ruolo crescente di internet. In considerazione di ciò e dell’eterogeneità dei riferimenti attuali si palesa la necessità di una ridefinizione per via legislativa delle aree economiche rilevanti ai fini del Sistema integrato delle comunicazioni (SIC).

 

Le tecnologie ridisegnano l’editoria: governare la trasformazione

 

L’editoria, specie quella quotidiana, rappresenta ancora il secondo mezzo di diffusione dell’informazione, e, quindi, un forte presidio per il pluralismo.

Ma la lettura dei quotidiani è in strutturale diminuzione e nulla è avvenuto in questo anno per incentivarla31.

Non c’è stato recupero di risorse pubblicitarie dei giornali da internet32, nel quale invece crescono le risorse attratte dai motori di ricerca33.

I principali giornali ormai integrano la versione cartacea con i servizi on line, che vengono aggiornati continuamente.

Due mesi fa il premio Pulitzer per il giornalismo investigativo è stato assegnato ad un sito internet, ProPublica.org34.

La rete non cancella l’industria del giornalismo; la cambia. È essenziale che la funzione del giornalista non venga meno; il giornalista ha un compito informativo indeclinabile e non sostituibile dal flusso di notizie che scorre nella rete.

Le nuove applicazioni tecnologiche (e-readers tablet-pc, come l’i-pad) sono un’occasione per riavvicinare i giovani alla lettura dei giornali e dei libri; può esserci una nuova stagione per la lettura, in un nuovo formato.

Opportunamente il Governo ha previsto incentivi ai giovani per la larga banda. Se nella prossima finanziaria si prevedesse che gli studenti possono fruire di un bonus governativo per l’abbonamento gratuito a un quotidiano on line, si potrebbero centrare due obiettivi: diffusione della larga banda e diffusione dei giornali. Diffondere i libri di testo in via elettronica comporterebbe un risparmio per le famiglie e potrebbe arricchire i libri di contenuti multimediali, suscitando l’interesse dei ragazzi.

 

Informazione, trasparenza e correttezza

alla base della tutela del consumatore

 

La trasparenza e le certezze per il consumatore sui prezzi e sulla qualità dei servizi non sono ancora sufficienti. Siamo intervenuti ripetutamente per reprimere comportamenti che danno effimeri benefici ma che in definitiva danneggiano la credibilità del settore.

Le chiamate tariffate a scatti dai cellulari possono far lievitare i costi delle chiamate, specialmente nelle aree dove la copertura è difficile35. Abbiamo preteso che ogni operatore introduca e mantenga un piano tariffario al secondo, con il prezzo massimo degli SMS in linea con il Regolamento europeo.

L’utente deve avere il controllo della spesa telefonica; non possono esserci automatismi che portino a bollette esorbitanti. Abbiamo introdotto un sistema di accreditamento di motori di ricerca che faciliti il confronto delle tariffe telefoniche.

I costi per la navigazione internet in roaming sono altissimi. Insisteremo presso la UE per l’abbattimento di questi costi. I cittadini non conoscono la qualità della propria connessione a larga banda. Da ottobre sarà possibile scaricare un software sviluppato da AGCOM per misurare la qualità. L’anno trascorso ha visto un importante passo in avanti nell’attuazione dell’articolazione territoriale dell’Autorità, con il conferimento di ulteriori deleghe ai Co.re.com36.

In tal modo, i Co.re.com. si profilano quali garanti e mediatori tra le istituzioni regionali, gli operatori del settore e i cittadini; in coerenza con la logica di governo del territorio, definita con la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha nella sussidiarietà il principio cardine.

Le istanze presentate dagli utenti ai Co.re.com. sono state 43.095 (a fronte delle 38.590 dell’anno precedente); il tasso di efficacia del processo di conciliazione è aumentato fino al 62% (nel 2008 era di circa il 50%). È un modello paragiurisdizionale che funziona, come riconosciuto anche dalla Corte di giustizia europea37.

I procedimenti sanzionatori avviati dall’Autorità nel 2009 (96) sono stati il doppio di quelli nel 2008. Il totale delle sanzioni irrogate è stato di 5,2 milioni di euro38.

Grazie alle Associazioni dei consumatori per la loro costante azione di vigilanza e di stimolo. Preziosa è la collaborazione della Guardia di finanza e della Polizia postale.

Indipendenza

 

Le Autorità indipendenti non nascono dalla mente di Zeus, come Atena. Ma o sono indipendenti o non hanno motivo di essere. L’indipendenza va verificata ogni giorno.

Nessuno degli atti istituzionali e delle decisioni collegiali adottati dall’Autorità ha risentito delle pressioni e insistenze che possono essere state esercitate, da qualsiasi parte.

Peraltro, l’indipendenza può e deve essere rafforzata – nel concetto, nei requisiti e nelle garanzie per i membri dell’Autorità, nonché nelle consequenziali responsabilità di questi – conformandosi al paradigma della Direttiva UE39, che va recepita sollecitamente (come abbiamo fatto presente al Governo)40, anche perché da quest’anno l’Autorità è parte integrante del sistema europeo delle Autorità indipendenti di settore41.

L’indipendenza si preserva pure con l’autonomia economica e finanziaria. Noi non viviamo col finanziamento dello Stato, viviamo sostanzialmente col contributo degli operatori. Ogni distoglimento di tale contributo dalla sua destinazione si traduce in una tassazione occulta e si pone in contrasto col diritto comunitario, il quale prevede che il finanziamento degli operatori di settore sia imputabile ad un numerus clausus di attività, puntualmente elencate nelle Direttive europee.

 

Pensare digitale

 

Da qualche settimana l’Europa ha un’Agenda digitale. A pochi mesi dal lancio del broadband plan americano42, la Commissione europea ha varato la sua manovra43 che mira a recuperare la minore velocità di sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, realizzando un mercato digitale europeo alimentato da reti internet ultraveloci e da applicazioni interoperabili44.

E l’Italia?

Ancora una volta noi abbiamo prefigurato prima degli altri la realtà in divenire, ma poi questa ha sorpassato la nostra capacità realizzatrice. Le telecomunicazioni sono nella più grande fase di trasformazione da 70 anni in qua. Finora il servizio in voce ha fornito il 70% dei ricavi e parte preponderante degli utili, ma i volumi di traffico in rete crescono vigorosamente ogni anno, anche in un sistema-Paese ancora poco digitale qual è il nostro. La rete attuale presenta ormai molteplici situazioni di saturazione sia per la rete fissa che per quella mobile45.

Il futuro presuppone l’ultra banda, le reti di nuova generazione in fibra ottica con capacità di trasmissione sopra i 50 Mbit/s. Ma gli stessi dati che ci vedono ai primi posti in Europa sul fronte dei prezzi dei servizi tradizionali e della concorrenza infrastrutturata, ci classificano sotto la media UE per diffusione della banda larga46; siamo sotto la media anche per il numero di famiglie connesse a internet47, oltre che per la diffusione degli acquisti on-line e per il contributo dell’ICT al PIL48.

Il nostro Paese è il fanalino di coda nel commercio e nei servizi elettronici. Le nostre imprese vendono poco sul web; la quota di esportazioni legate all’ICT è pari al 2,2% e relega l’Italia al penultimo posto in Europa.

 

La visione – di sistema – che ancora manca

 

A cosa si deve una situazione così depressa nonostante il livello e i bassi prezzi del nostro sistema di telecomunicazioni?

Sono molteplici i fattori che influiscono sulla domanda49.

L’UE ha tuttavia rilevato che l’Italia ha il record degli acquisti on line dei biglietti del treno e dell’aereo. Come mai? Oltre a non fare più la coda, l’utente non paga i diritti di emissione e non deve necessariamente stampare il biglietto.

Se l’Italia vuole essere on line deve rimuovere le remore mentali e azzerare i balzelli digitali. Su questo tema devono collaborare le Autorità di settore (AGCM, AGCOM, Banca d’Italia) e il Governo.

Il ragionamento secondo logiche passatiste50, per cui bisognerebbe creare le condizioni della domanda prima di investire in nuove infrastrutture, riduce all’immobilismo. Per le nuove tecnologie, i percorsi di creazione e stimolo di domanda e offerta vanno di pari passo. In un ecosistema ogni singola parte cresce con il tutto; è una visione olistica delle reti e delle relazioni che si sviluppano51.

Il tema chiave dell’Agenda europea è proprio la visione unitaria dell’ecosistema digitale. Vodafone, Wind e Fastweb hanno avanzato congiuntamente uno schema di piano, cui ha aderito anche Tiscali, che postula, in una prima fase, investimenti (propri e altrui) per 2,5 miliardi di euro al fine di realizzare una rete in fibra destinata a connettere una parte rilevante della popolazione entro 5 anni.

Telecom Italia, a sua volta, ha illustrato il 10 giugno scorso all’Autorità il suo piano che annuncia fino a 7 miliardi di investimenti nei primi 3 anni (2010-1012), inclusi gli interventi necessari per il rilegamento in fibra delle centrali (backhauling), che ha carattere prioritario.

L’obiettivo immediato, per quanto riguarda la rete di accesso, è quello di collegare con la fibra ottica le unità immobiliari nelle 13 maggiori città italiane entro il 2015. In altre 125 città l’accesso in fibra arriverebbe successivamente. Lo switch off è legato al raggiungimento di determinate soglie di traffico. Ogni imprenditore ha diritto di fare i suoi piani industriali e l’Autorità asseconderà ogni iniziativa, nel rispetto delle regole, in particolare di quelle sull’accesso52.

Ma rilevo che l’Agenda digitale europea prevede che almeno il 50% delle famiglie europee utilizzi un collegamento superiore ai 100 Mbps entro il 202053.

I piani proposti portano a questo risultato?

Il piano Telecom consiste in parte in un progetto industriale che tende a uno sviluppo della rete ad alta velocità strettamente dimensionato sulle richieste attuali dell’utenza e su quelle ravvicinatamente attese. Questa è la parte in atto finanziata e scadenzabile in piani esecutivi.

Da parte sua lo schema di piano degli operatori alternativi non è certo in uno stadio più avanzato di attuabilità, subordinato, com’è, ad alcune condizioni, prima fra tutte a quella del finanziamento. L’impressione è dunque che le pur apprezzabili idee progettuali proposte offrano una visione di quello che si può fare, ma non ancora di quello che concretamente ci si impegna a fare. C’è, inoltre, parziale sovrapposizione delle aree geografiche d’intervento, senza coordinamento delle opere di posa. Per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda digitale servono piani operativi.

Ci vuole quindi – sia pure, se del caso, integrativamente un’iniziativa complessiva, un progetto Italia per una fiber Nation, che eviti costose duplicazioni delle infrastrutture civili e faccia fare al Paese il salto di qualità di cui ha bisogno.

Per centrare l’obiettivo della Digital Agenda sono necessari accordi, coordinati a livello nazionale, tra operatori di telecomunicazioni, Amministrazioni territoriali, altri eventuali imprenditori54, finalizzati alla progressiva conversione alla fibra di determinate aree territoriali. Ciò darebbe al progetto prospettive di redditività con il carattere di certezza tipico delle utilities e aprirebbe potenzialmente la porta al finanziamento di investitori istituzionali, quale,in primis, la Cassa depositi e prestiti55.

Seguiamo con attenzione e interesse il tavolo tecnico a tal fine convocato dal Vice ministro Romani.

Non stiamo suggerendo progetti lunari. La Regione Lom­bardia e la Provincia di Trento hanno già in corso progetti di tale tipo. Progetti sperimentali sono stati avviati anche in alcuni quartieri urbani.

In Francia il Governo ha lanciato un piano nazionale per l’economia digitale e l’ultra banda; i principali operatori hanno deciso di coordinarsi per realizzare una rete in fibra; la legge ha imposto a tutti gli operatori la condivisione delle cablature condominiali; il regolatore ha posto a consultazione pubblica il quadro regolamentare per lo sviluppo della fibra che differenzia le regole per le aree urbane da quelle a bassa densità di traffico56.

 

Investire per uscire prima dalla crisi e tornare a crescere

 

Ma è compatibile il progetto di una fiber Nation con l’obiettivo – assolutamente prioritario e non compromettibile – della stabilità?

“Una stabilità duratura dei mercati si ha solo con la ripresa della crescita, perché non va dimenticato che questa crisi è soprattutto una crisi di competitività”57.

L’Italia non cresce da 15 anni. La crescita dei Paesi è legata a fattori strutturanti fondamentali.

La rivoluzione della larga banda, dell’alta velocità trasmissiva, è comparabile con le grandi rivoluzioni industriali del secolo scorso. Certo è tempo di risparmi. Ma l’investimento in fibra ottica è visto negli USA e altrove anche come una exit strategy.

Da noi l’OCSE ha stimato che basterebbe un risparmio annuo fra l’1,41% e l’1,7% per 10 anni sulle spese effettuate nei settori dell’elettricità, sanità, trasporti e educazione per giustificare in Italia la costruzione di una nuova rete58.

Secondo uno studio di Confindustria59, i risparmi ottenibili nel sistema sanitario mediante l’utilizzazione della larga banda si aggirerebbero sul 10%: cifra importante se si tiene conto dell’enorme ammontare della spesa sanitaria. E sarebbe di circa 10 miliardi l’anno il risparmio applicabile alla bolletta energetica nazionale per effetto dell’ottimizzazione del controllo dei consumi e delle erogazioni.

L’Autorità (col programma di ricerca ISBUL) ha commissionato a qualificati atenei italiani una valutazione dell’impatto di una nuova rete in fibra sull’economia nazionale, ottenendo stime coerenti con gli studi internazionali.

Rinunciare a un tale progetto non comporta dunque solo la rinuncia del nostro Paese a svolgere un futuro da protagonista nell’innovazione, ma anche una sua minore capacità di reazione alla crisi economica contingente, realizzando dei risparmi60.

Il tessuto socio-economico dell’Italia (reti di piccole e medie imprese, prodotti ad alto valore aggiunto, concentrazione per distretti industriali, turismo e servizi) beneficerebbe della larga banda più di altri Paesi europei.

Bisogna saper fare delle scelte, privilegiando i fattori strutturali di sviluppo che internazionalizzino la nostra economia.

 

Il contributo dell’Autorità:

regole e suggerimenti per un’agenda per l’Italia

 

Come negli USA, e come hanno fatto di recente l’UE e i principali Paesi europei, serve quindi un’Agenda digitale su misura per l’Italia, che concentri lo sforzo e colga le specificità del sistema produttivo e sociale nazionale e fissi gli obiettivi normativi e programmatici dei prossimi 3-5 anni.

L’Autorità farà la sua parte, dettando regole che, garantendo l’accesso:

– riconoscano, con fini incentivanti, un premio di rischio per il capitale investito;

– favoriscano gli investimenti condivisi;

– garantiscano la neutralità tecnologica e la parità di condizioni nell’utilizzazione delle infrastrutture comuni.

Affronteremo anche il tema della transizione dal rame alla fibra dando certezza delle modalità e dei tempi. Ma questo non basta.

Il settore pubblico può fare molto, anche in tempi di rigore di bilancio. Innanzi tutto coordinando gli interventi.

Ci vuole un riordinamento radicale, un organico disegno legislativo che componga ed essenzializzi molteplici misure:

– Norme quadro per la costruzione e condivisione delle infrastrutture che affranchino dalle molteplici autorizzazioni e/o concessioni;

– Completamento delle norme sull’interoperabilità dei servizi della PA e sanità on line61;

– Norme per la liberalizzazione delle transazioni on line e il commercio elettronico;

– Norme sulla sicurezza delle reti;

– Liberazione delle radiofrequenze per la larghissima banda e meno vincoli per il Wi-fi;

– Utilizzazione di parte dei proventi delle aste delle radiofrequenze per gli incentivi alla larga banda62 e per la riduzione del digital divide;

– Contributi per la rottamazione degli apparati informatici obsoleti;

– Elevazione del tetto del credito d’imposta per gli investimenti delle imprese e riduzione delle imposte sui finanziamenti a lungo termine per interventi strutturali.

Agevolazioni fiscali per l’impiego di capitali privati nel finanziamento di progetti di lungo periodo con forti esternalità positive (tra cui le reti NGN) possono rappresentare una valida alternativa all’impiego di risorse di bilancio sempre più scarse63.

Subito dopo andrà affrontata la riforma del diritto d’autore, bilanciando, come evidenziato dall’Autorità nella sua recente indagine conoscitiva, i diritti degli autori e quello degli utenti che navigano in rete. Daremo seguito alla regolamentazione che la legge ci affida; ma non ci si può nascondere che la pirateria informatica è diventata un problema di portata enorme.

Gli autori sono privati della remunerazione loro dovuta e gli investimenti nella rete vengono scoraggiati quando l’accesso non avviene nei modi normali ma tramite motori di ricerca e aggregatori di contenuto che si sottraggono a ogni pagamento sia agli autori che agli operatori proprietari della rete.

 

SUSANNA TAMARO

Una lunga amicizia porta gli stessi identici segni
di una tazza annerita dal tempo; ci sono incrinature e ombre
negli oggetti quotidiani così come ci sono momenti
di incrinatura e ombra nelle amicizie. Per non gettare via una
tazza, come per costruire una amicizia, ci vogliono
due sentimenti ormai inusuali ma importantissimi come
la pazienza e la fedeltà. La pazienza per il suo ruolo somiglia ad
un mattone, la fedeltà ad una radice. La pazienza è l’antidoto
alla fretta, la fedeltà quello al consumo. Se penso a loro come
ad una immagine fisica penso a dei piccoli mattoni oppure a
delle radici. Con i mattoni si costruisce, grazie alle radici si cresce.
(Da “Cara Mathilda. Lettere a un’amica”, 2001)

INDICE DEI NOMI

Abete, Giancarlo 
Achtner, Wolfgang 
Adreani, Giulio
Agnelli, Margherita 
Alberoni, Francesco
Alberti, Barbara 
Al-Hashemi, Wijdan Fawaz 
Almirante, Assunta 
Amado, Jorge 
Amenta, Marco 
Amirante, Francesco 
Anderson, Michael 
Andreotti, Giulio 
Angelini, Claudio 
Argento, Dario 
Aristotele 
Armani, Giorgio
Avati, Pupi 
Avidano, Gianluca 
Baglio Cataldo (Aldo) 
Bagnasco, Angelo 
Baldassarri, Mario 
Balestra, Marcello 
Banderas, Antonio 
Bassanini, Franco 
Bassetti, Paolo 
Bastianelli, Alfredo 
Bazoli, Giovanni 
Bellezza, Dario 
Bellocchio, Marco 
Benedetto, Marco 
Benetton, Luciano 
Benni, Stefano 
Benso, Camillo (conte di Cavour)
Bergonzoni, Alessandro 
Berlusconi, Piersilvio 
Berlusconi, Silvio
Bernabè, Franco
Bernardini, Thanai 
Berni, Marcello 
Bertinotti, Fausto
Bertinotti, Lella 
Bertolucci, Bernardo 
Biagi, Bice 
Biagi, Enzo
Blandini, Gaetano 
Bondi, Sandro
Bonolis, Paolo 
Borges, Jorge Luis 
Borgia, Alessandro (Papa) 
Borgogni, Lorenzo 
Borrelli, Giulio 
Bossi, Umberto
Boyne, John 
Bragadin, Marcantonio 
Brancati, Daniela 
Brignano, Enrico
Brilli, Nancy 
Brizzi, Fausto 
Brosio, Paolo 
Brunelleschi, Filippo 
Brunetta, Renato 
Bruno, Max 
Burton, Tim 
Buti, Carlo
Buzzati, Dino 
Calabrò, Corrado
Caltagirone, Francesco Gaetano
Calvani, Paolo 
Camerano, Fabio 
Camilleri, Andrea
Càndito, Mimmo 
Cannatelli, Pasquale 
Capello, Fabio 
Carducci, Giosuè 
Carosio, Daniela 
Carrà, Carlo 
Caruso, Enrico 
Caselli, Caterina 
Castagna, Alberto 
Castagno, Alessio 
Castellesi, Adriano 
Castellitto, Sergio 
Castellucci, Giovanni 
Castelvecchi editore 
Catalano, Massimo 
Catullo, Gaio Valerio 
Cavallaro, Placido
Cavallina, Pierguido 
Cazzullo, Aldo 
Cellini, Benvenuto 
Chenault, Kenneth Irvine 
Cherniavskiy, Heorhii
Chevalier, Roberto 
Chiaberge, Riccardo 
Chiappetta, Pasquale 
Chiarini, Marco 
Chichiarelli, Antonio 
Chieli, Massimo 
Christofias, Demetris
Ciampi, Carlo Azeglio 
Ciampi, Franca 
Cicerone, Marco Tullio 
Cipolletta, Innocenzo 
Citterio, Rossella 
Clerici, Antonella 
Clooney, George
Codacci Pisanelli, Angiola 
Collini, Nini 
Collodi, Carlo 
Comin, Gianluca 
Confalonieri, Fedele
Conte, Marco 
Conti, Fulvio 
Corigliano, Giuseppe 
Cossiga, Francesco
Costa, Maurizio 
Costanzo, Maurizio
Cotto, Massimo 
Covatta, Giobbe 
Craxi, Stefania 
Crescentini, Carolina
Crippa, Mauro 
Croce, Benedetto 
Cucuzza, Michele 
Cugia, Diego 
Currò, Franco 
D’Alatri, Alessandro 
D’Annunzio, Gabriele 
D’Escoto, Miguel 
Dal Boni, Fabio 
Dalla, Lucio
Dapporto, Massimo 
Davoli, Ninetto 
Davudoglu, Ahmet 
Day Lewis, Daniel 
Dazzi, Cecilia 
De Amicis, Edmondo 
De Benedetti, Carlo 
De Carlo
De Filippi, Maria
De Filippo, Loredana 
De Laurentiis, Dino
De Luca, Sergio
De Moraes, Vinicius
De Pascalis, Luigi
De Puppi, Luigi 
De Roberto, Alberto 
de Ruggeri, Carletto 
De Saint Exupèry, Antoine 
De Sica, Vittorio 
De Sio, Giuliana 
De Turris, Gianfranco 
Del Vecchio, Leonardo 
Dell’Orto, Alfonso 
Della Porta Raffo, Mauro 
Delli Colli, Laura 
Di Caprio, Leonardo 
Di Giacomo, Alessandro 
Di Lorenzo, Daniele 
Di Lorenzo, Piero 
Di Paolo, Paolo 
Di Tommaso, Danilo 
Dickens, Charles 
Dompé, Ivan 
Donati, Lorena 
Donati, Sergio
Dorelli, Johnny 
Doris, Ennio , 
Douglas, Kirk 
Douglas, Michael 
Droushiotis, James C. 
Durant, William James 
Elkann, Alain 
English, Andreas 
Escaplon, Costanza 
Etchecolatz, Miguel 
Evtushenko, Evgenij 
Fabretti, Federico 
Facchinetti, Francesco 
Falcone, Giovanni 
Fallaci, Oriana 
Fede, Emilio 
Felisa, Amedeo 
Fellini, Federico
Feltri, Vittorio
Ferrero, Paolo 
Ferrero, Pietro
Fiorello, Rosario
Fisichella, Rino 
Flaiano, Ennio 
Foà, Arnoldo 
Fonda, Bridget 
Fornaro, Carlo 
Frattini, Franco 
Freda, Riccardo 
Fruttero, Carlo
Gallo, Antonio 
Garbini, Massimo
Garcia Marquez, Gabriel 
Garibaldi, Giuseppe 
Garimberti, Paolo 
Garrone, Riccardo 
Garzanti, Anna 
Gassman, Vittorio
Geronzi, Cesare
Ghirelli, Antonio 
Ghizzoni, Federico 
Giacobini, Silvana 
Giordani, Ugo Fabrizio 
Godard, Jean-Luc 
Goethe, Johann Wolfgang 
Goria, Amedeo
Grandi, Edoardo 
Greggio, Ezio 
Grego, Jennifer 
Gregory, Tullio 
Grillo, Beppe 
Grimaldi, Alberto 
Guarguaglini, Pier Francesco
Gubitosi, Claudio 
Gubitosi, Luigi 
Guccini, Francesco
Guerra, Andrea 
Guglielmi, Angelo 
Gullotta, Leo 
Hadley Chase, James 
Hanks, Tom 
Hayes, Isaac 
Hefner, Hugh 
Hemingway, Ernest 
Holderlin, Friedrich 
Hugo, Victor 
Hunziker, Michelle 
Iacchetti, Enzo 
Impacciatore, Sabrina 
Imperiali, Andrea 
Infante, Milo 
Insegno, Pino 
Iotti, Roberto 
Irvin, John 
Jnifen, Afef 
Jones, Tobias 
Jori, Fiammetta
Jozsef, Eric 
Kidman, Nicole 
Kipling, Rudyard 
Kissinger, Henry 
Kremer, Christian 
Kroes, Neelie 
Kyprianou, Marcos 
Labranca, Tommaso 
Laganà, Rodolfo 
Lai, Stefano 
Lancaster, Burt 
Lanza, Cesare
Lanza, Elda 
Law, Jude 
Leone, Sergio
Leopardi, Giacomo 
Lerner, Gad 
Letta, Gianni
Levi Montalcini, Rita 
Levi, Primo 
Ligresti, Salvatore 
Lissner, Stéphane 
Littizzetto, Luciana 
Livraghi, Giancarlo 
Lo Vecchio, Andrea 
Lopez, Massimo 
Lorenzetto, Stefano 
Lucchini, Roberto 
Lucchini, Stefano 
Lucentini, Franco 
Lunelli, Camilla 
Lupo, Ernesto 
Lupo, Michele
Luxuria, Vladimir 
Mack Smith, Denis 
Madsen, Michael 
Magnaschi, Pierluigi 
Maionchi, Mara 
Mameli, Goffredo 
Mancone, Fabio 
Manfredi, Nino 
Màrai, Sandor 
Marceau, Sophie 
Marcegaglia, Emma 
Marchetti, Guglielmo 
Marchetti, Piergaetano 
Marchionne, Sergio
Marongiu, Anna Silvia 
Marra, Giuseppe 
Marson, Fabio
Martinelli, Renzo 
Marx, Groucho 
Marziale, Antonio 
Marziale, Marco Valerio 
Marzotto, Matteo 
Marzullo, Gigi 
Masi, Mauro 
Mastrantonio, Luca
Mavronicola Droushiotis, Athena
Mazzini, Giuseppe 
Mazzullo, Domenico
Meloni, Giorgia
Meloni, Vittorio 
Memphis, Ricky 
Menichino, Federica 
Mentana, Enrico 
Merlini, Marisa 
Mezzalama, Donatella 
Mezzogiorno, Giovanna 
Michelozzi, Paolo 
Mieli, Lorenzo 
Migliarino, Simone 
Miller, Sienna 
Minzolini, Augusto 
Mirra, Roberta 
Mockridge, Tom 
Molnar, Ferenc 
Mondadori, Giorgio 
Mondaini, Sandra
Monicelli, Mario
Montaldo, Giuliano 
Montanelli, Indro
Monti, Mario 
Morandi, Gianni 
Moravia, Alberto 
Moretti Polegato, Mario 
Moretti, Mauro 
Moretti, Nanni 
Moro, Aldo
Morricone, Ennio 
Mughini, Giampiero 
Mussari, Giuseppe 
Napolitano, Giorgio
Neruda, Pablo 
Newman, Paul 
Nirenstein, Fiamma 
Noto, Filippo 
Nucci, Matteo 
Olcese, Andrea 
Oliosi, Gianni 
Orefici, Oscar 
Oriana, Federico Filippo 
Orsi, Giuseppe 
Ortis, Alessandro 
Osiris, Wanda 
Pacino, Al 
Padovani, Marcelle 
Paglia, Guido 
Panariello, Giorgio 
Pannofino, Francesco
Paoli, Gino 
Paolucci, Umberto 
Parker, Trey 
Parmeggiani, Carlo 
Parmentola, Antonella
Pasolini, Pier Paolo
Passera, Corrado
Pavese, Cesare
Pelayo, Antonio 
Pelosi, Pino 
Pera, Marcello 
Perelli, Luigi 
Perez Esquivel, Adolfo 
Perricone, Antonello 
Pesci, Emanuela 
Petrucci, Giovanni 
Pfeiffer, Michelle 
Pianaroli, Guido 
Picasso, Pablo
Pieczenik, Steve 
Pinna, Anna Maria 
Platinette 
Platini, Michel
Politi, Marco 
Ponti, Carlo 
Pooh , 
Poretti, Giacomo 
Porta, Marika 
Proietti, Gigi 
Pugliesi, Guido
Quattrociocche, Michela 
Rabagliati, Alberto
Ragghianti, Carlo Ludovico 
Rania di Giordania
Rauti, Isabella 
Re Cecconi, Luciano 
Reggiani, Francesca 
Ricci, Matteo
Riondino, David 
Rocca, Tiziana 
Romani, Paolo
Ronchi, Andrea 
Rossani, Ottavio 
Rossella, Carlo 
Rosselli, Amelia 
Rossellini, Isabella 
Rossi, David 
Rossi, Emanuela 
Rossi, Roberto 
Rostand, Edmond 
Ruehl, Mercedes 
Rumori, Gianluca 
Rutelli, Francesco 
Sabatini, Mariano
Sabelli, Rocco 
Salce, Luciano 
Salvati, Marco 
Salvatori, Dario 
Sangalli, Carlo 
Sarmi, Massimo 
Sartorel, George 
Scardapane, Vincenzo
Scaroni, Paolo 
Schneider, Kurt 
Scippa, Roberto 
Sciscione, Gianfranco 
Scola, Ettore 
Scott, Tony 
Senni, Clemente 
Sensi, Francesco 
Sevardi, Gisella
Sgarbi, Vittorio
Sollima, Sergio 
Sordi, Alberto 
Sorrentino, Claudio 
Sorrentino, Rosario 
Sottile, Salvo 
Spacey, Kevin 
Spencer, Bud 
Staderini, Marco 
Stallone, Tiziana
Stone, Matt 
Storti, Giovanni 
Surace, Patrizio 
Taggi, Paolo 
Tagore, Rabindranath 
Tamaro, Susanna
Tani, Cinzia 
Tedeschi, Alberto 
Tellini, Monica 
Testa Armando
Testa, Marco 
Tettamanzi, Dionigi 
Thomas, Patricia 
Thurman, Uma 
Tognazzi, Gianmarco 
Tognazzi, Ugo 
Tomasi di Lampedusa, Giuseppe
Tonini, Ersilio 
Tonucci, Mario 
Travaglio, Marco 
Travolta, John 
Trio Lescano
Uhlman, Fred 
Ustinov, Peter 
Valente, Leonardo 
Valentini, Antonello 
Vallesi, Paolo
Valsecchi, Fabrizio
Valsecchi, Nicola
Vamba (Luigi Bertelli) 
Vanoni, Ornella
Veltroni, Walter 
Vendola, Nichi 
Venier, Mara 
Venturi, Raoul Romolo 
Vergassola, Dario 
Veronesi, Giovanni 
Veronesi, Umberto 
Vespa, Bruno 
Vianello, Luigi 
Vianello, Raimondo
Vicedomini, Pascal 
Vignali, Raffaello 
Visca, Lucia
Washington, Denzel 
Welby, Mina 
Werfel, Franz 
Wilder, Billy 
Winteler, Daniel John 
Yourcenar, Marguerite 
Yunus, Muhammad 
Zagami, Andrea 
Zampa, Luigi 
Zappalà, Vito 
Zarrillo, Michele
Zecchi, Stefano 
Zeno Zencovich, Vincenzo 
Zero, Renato IV di cop.