Barra delle Notizie

Edizione n. 18

INTRODUZIONE Cesare Lanza - Le pagelle dell’economia per conoscere protagonisti e retroscena

Ci sono due nuove nostre iniziative, sale a cui tengo molto. E, help perciò, confido nel sostegno degli amici e dei lettori.

La prima riguarda l’informazione sul mondo economico e finanziario, L’Attimo fuggente si occuperà sempre più dei protagonisti-leader, imprenditori e manager, di aziende e società che hanno in Italia un ruolo vitale o comunque importante e significativo, e dei loro comunicatori, degli uffici stampa, dei responsabili delle relazioni esterne e istituzionali.

Qualcuno, guardando la copertina di questo numero, si sarà stupito, osservando che le didascalie del Gotha italiano indicano solo il nome, e non il cognome, dei vari personaggi.

Giorgio, Marina, Franco, Flavio, Roberto, Fedele, Fulvio, Carlo, Cesare, Pier Francesco, Emma,Mauro, Giuseppe, Corrado… Non è un’impertinenza, non è una distrazione, non è la finzione di un rapporto amichevole: si tratta semplicemente, e simbolicamente, di esprimerci subito con lo stile, diretto e trasparente, informale, divulgativo e privo di assurde soggezioni, con cui desideriamo avvicinarci al Palazzo del mondo economico, spesso raccontato e descritto in maniera fumosa e incomprensibile.

D’altra parte, non bastava dire Bettino per parlare di Craxi, Giulio per Andreotti? E Fausto per dire Coppi? E Mike per dire Bongiorno o Pippo (tuttora, è intramontabile) per dire Baudo? E oggi non basta dire Silvio per intendere Berlusconi, e Giulio non è più Andreotti ma Tremonti, e “l’Umberto” non può che essere Bossi? E Vasco non è, tout court, il famoso cantante? E così via.

I protagonisti dell’economia e della finanza, nonostante siano personaggi decisivi, dietro le quinte, per quel che succede nella società italiana, restano per lo più lontani dalla gente, protetti non solo, com’è a volte indispensabile di questi tempi, dalle guardie del corpo, ma anche dai comunicatori – rieccoli – avvolti e coperti da una nube di inquietante composizione: scarsa e non immediata riconoscibilità, poche e riverenti o maliziose informazioni su ciò che sono e fanno nella vita quotidiana, e poi rispetto e forse timore, a prescindere, ma spesso anche pregiudizi preventivi, leggende e dicerie non si sa quanto vere, o costruite, o false. Sembrano oscure divinità, non creature umane come noi! Bene: con un linguaggio esplicito e popolare, noi vorremmo tentare di dare una dimensione chiara e trasparente della personalità e dell’identità di questi capitani d’industria (e dei loro assistenti nella comunicazione). Siamo sicuri che a molti gioverebbe uscire dalle nubi o dalle rappresentazioni convenzionali o, peggio, dalle immagini proiettate da chi li esalta, retoricamente, o da chi li attacca, per ragioni strumentali.

Per buttare un primo sasso nello stagno, vi proponiamo valutazioni sintetizzate in pagelle e classifiche, in stile quasi sportivo (come si fa al lunedì per i protagonisti del campionato di calcio). Con giudizi molto brevi. Chiediamo anche scusa per eventuali frettolosità o drasticità. Presto pubblicheremo, al di là di queste pagelle – che rappresentano la comunicazione essenziale – anche opinioni, interviste, indiscrezioni e retroscena.
Chi sia interessato, può consultare il sito www.lamescolanza.com .

Socrate 2000, per sostenere i giovani e il valore della meritocrazia

La seconda iniziativa è una mia, sincera e dolorosa, espiazione che mi sono inflitto per la mia anima, di fronte alla vecchiaia incombente.

Ho fondato un movimento di opinione, assolutamente apolitico e trasversale come si dice oggi, che si chiama “Socrate. Ritorno al merito”. È un movimento aperto a tutti coloro che credono nell’indispensabilità del ritorno alla meritocrazia. Intendiamoci: non mi illudo certo che si possa eliminare l’abitudine, eterna, dei favoritismi, delle spintarelle, dei cosiddetti calci nel sedere, insomma delle raccomandazioni, o addirittura dei favori di scambio, delle scalate grazie ai servilismi o alle prostituzioni, che alimentano in maniera alluvionale le cronache giudiziarie e gossipare di questi ultimi mesi. Il fenomeno, insito nelle debolezze dell’animo umano, è invincibile e ineliminabile. Non siamo utopisti nè moralisti. Ma pensiamo che, in Italia, si sia andati ormai al di là di ogni, pur generoso, confine. Insomma, quel che è troppo, è troppo. Vogliamo dare un piccolo contributo a un valore tanto prezioso quanto, oggi con particolare violenza, oltraggiato: il merito. La fiducia è che poi il merito, alla fine, possa e debba prevalere. Perciò abbiamo dedicato questa iniziativa al nome di Socrate, un’icona e un simbolo. Socrate, infatti, non scrisse una riga, ma pensava, e parlava con i suoi seguaci e con chiunque incontrasse per la strada. Non ebbe riconoscimenti, anzi fu contestato, avversato, processato e infine condannato a morte. Non si sottrasse alla pena, che pur considerava ingiusta. E disse di no a chi voleva indurlo alla fuga. Morì dignitosamente, senza tremare. Dopo millenni, il suo pensiero e la sua persona, tramandati dai discepoli e dai filosofi, dagli ammiratori e dagli studiosi, sono e continueranno ad essere oggetto di attenzione e riflessione.

Il merito ha dunque vinto, contro ogni ostacolo.

Milioni di giovani di oggi, meritevoli, certo non sono novelli Socrate e comunque non possono aspettare millenni. Hanno merito, hanno qualità, ma trovano sbarrata ogni strada per emergere. Da chi? Da chi non possiede qualità, ma sa come trovare scorciatoie, mortificanti e sempre più diffuse, per affermarsi: senza studiare, senza applicarsi senza saper fare qualcosa, senza sacrifici. Ciò che mi amareggia di più è che i giovani meritevoli di oggi sono, per lo più, rassegnati, frustrati, rifugiati nelle mura di casa. Non si battono più, sono disillusi. I più fortunati si trasferiscono all’estero e così il nostro Paese perde potenzialità, risorse straordinarie.

Sto scrivendo un libello, “Lettera di scuse”, dedicato a un mio nipotino, ma idealmente a tutti i ragazzi nati in questo millennio. Il titolo, presumo, dice tutto. I miei coetanei e io – sono nato nel 1942 – non pensavamo di lasciare un’Italia in queste condizioni. Sognavamo. Avevamo illusioni. Pensavamo che l’uscita dalla guerra e il ’68 ci avessero dato l’ispirazione e gli stimoli, la forza, l’entusiasmo, la determinazione per rendere grande e luminoso questo Paese all’epoca devastato. Oggi c’è un benessere evidente rispetto a quell’epoca, si buttano soldi per le superfluità, ci sono molti televisori nelle case (e nelle seconde e terze case), le automobili sono alla portata di tutti, al ristorante si va quotidianamente, non si rivoltano i cappotti, i ciabattini non esistono più. Però… Abbiamo rubato l’anima ai nostri ragazzi. Non vedo passione, non vedo cuore, non vedo speranze. L’ignoranza dei nostri ragazzi è colossale. La disoccupazione è disperante. Abbiamo fatto scempio delle nostre bellezze naturali. Potrei andare avanti per tutte le pagine di questa rivista, squalificandomi come un retore che non voglio essere. La colpa di tutto il disastro è solo nostra: certo non volevamo coscientemente questo disastro, ma un disastro è stato.

Sostengo che ai nostri giovani lasciamo una pesante eredità , fatta di debiti e di problemi terrificanti. E tuttavia non è neanche questo l’aspetto più demoralizzante. Il vero problema è che i ragazzi di oggi – per colpa nostra, ripeto, e solo nostra – crescono soggiogati dal cinismo, senza ideali, e si lasciano vivere, senza progetti.

Le scuse non bastano, nel tempo che mi resta vorrei fare qualcosa di più. Chi condivide queste idee e questa malinconica condizione spirituale, chi vuol cambiare almeno un po’ le cose, è affettuosamente invitato a darmi una mano: per saperne di più, si può consultare il sito www.socrate2000.com e scrivermi all’indirizzo, con cui mi firmo qui sotto.

 

cesare@lamescolanza.com

Corrado Calabrò - Liquescenza
CORRADO CALABRÒ
Liquescenza
Notte di pioggia scorrente
ristoro alla solitudine
come i torrenti dello Ionio
ristorano la sete dell’argilla.
Concilia il sopore più che il sonno
questa pioggia scrosciante
che s’intuba nelle grondaie
e ingorga le orecchie e la mente.
Notte di vento
sbattere d’imposte
abbaiare di cani
fremiti di canne
nel giardino d’infanzia.
Defluisce nel lungo assopimento
l’autocoscienza.
Lupo che s’azzanna le cosce
il desiderio di te
persino in sedazione non sopito.31 gennaio 2011
SOCRATE RITORNO AL MERITO Antonella Parmentola - Meritocrazia e regole secondo Roger Abravanel

La risposta all’attuale crisi politico-finanziaria passa attraverso il merito, richiede il risveglio dell’elite addormentata dei trenta-quarantenni e impone una nuova generazione di politici che mandi a casa i Berlusconi e i D’Alema

Antonella Parmentola*

Roger Abravanel, libico di nascita, italiano di adozione, ha alle spalle un curriculum eccezionale. Enfant prodige al Politecnico di Milano, ai tempi del premio Nobel Giulio Natta, brucia le tappe di una carriera che lo vedrà ricoprire sempre ruoli di prestigio.

Editorialista del Corriere della Sera, nel 2008 scrive il libro Meritocrazia, nel quale suggerisce il ritorno ad un sistema di valori che premi l’eccellenza, indipendentemente dalla provenienza familiare, attraverso quattro proposte concrete. Il dibattito pubblico è avviato tanto che nel 2010 insieme al ministro della pubblica Istruzione Mariastella Gelmini vara il progetto denominato “Piano nazionale per la qualità e il merito” che prevede per l’anno scolastico 2010/2011 la valutazione degli studenti delle scuole medie italiane e la qualità dell’insegnamento.

Sempre del 2010 è il libro Regole, perché, ribadisce con forza Abravanel, il rispetto delle regole non deve essere fatto per questioni morali, ma perché conviene.

 

Lei è originario di Tripoli. Quando e come è arrivato in Italia?

“Sono originario di Tripoli, sono un profugo di Gheddafi, e nel mio primo libro Meritocrazia, ho esordito ringraziando il colonnello Gheddafi, e mio padre, per aver sequestrato tutti i beni della mia famiglia in quanto italiani ebrei; così il mio papà che si era fatto una fortuna da zero, ha improvvisamente perso ogni cosa e quindi io ho dovuto fare tutto da me, senza poter fare la carriera del bamboccione, figlio di papà. E proprio per questo, come le dicevo, nel libroMeritocrazia, nel quale invito le persone ad andare avanti per i propri meriti e non perché abbiano alle spalle una determinata famiglia, l’ho ringraziato… perché in tal modo ho avuto la spinta a scegliere la migliore università possibile, frequentando ingegneria al Politecnico di Milano che a quei tempi era assolutamente eccellente; ero stato ammesso anche all’Mit e all’Imperial college, ma al Politecnico di Milano c’era il premio Nobel Giulio Natta ed essendo italiano sono andato naturalmente a Milano. Oggi purtroppo il Politecnico di Milano non è neppure tra le cento università migliori del mondo…

Mi sono laureato a 21 anni, ho preso una borsa di studio come il più giovane ingegnere d’Italia sia a 21 che a 22 anni. Poi ho fatto il ricercatore all’Istituto di fisica tecnica, ho fatto il servizio militare, in seguito ho iniziato a lavorare; dopo ho deciso di prendere un master in una delle migliori università del mondo che è l’Insead di Fontainebleau, dove ho conseguito una borsa di studio perché non me la potevo permettere. In seguito ho avuto diverse proposte di lavoro ed ho scelto la più prestigiosa per quei tempi che era la McKinsey e ci sono rimasto trentacinque anni. Dunque, se non fosse stato per il Colonnello Gheddafi sarei rimasto il figlio di un imprenditore ricco, con una piccola laurea”.

 

Come valuta questa simultanea voglia di libertà dei paesi del Magreb?

“Quello a cui stiamo assistendo non è voglia di libertà: è una rivoluzione contro le dittature familiari. Contro i setti figli di Gheddafi che, praticamente, hanno un potere smisurato, contro i figli del re della Tunisia, contro il figlio di Mubarak. E questa stessa cosa avverrà oltre il Medio oriente, arriverà in Thailandia e in Indonesia.

Basta guardare la storia: un secolo fa anche le società nordoccidentali erano molto classiste, la famiglia contava tantissimo. C’era la nobiltà feudale inglese, c’erano le grandi famiglie americane, con caratteristiche al limite del razzismo: per esempio, in America, negli anni ’30 c’erano le quote di accesso per gli ebrei alle Ivy League (le otto migliori università americane).

Poi siamo entrati nella società post industriale, caratterizzata dalle fabbriche, dai servizi, dal terziario, in cui, finalmente, quello che contava erano il talento, la conoscenza e il capitale umano. Quindi, le società nord occidentali si sono trasformate, si è passato da piccole a grandi imprese, che sanno valorizzare il talento, e a questo punto la meritocrazia ha cominciato a prendere peso.

La meritocrazia, come ho raccontato nel mio primo libro, è nata in America nel 1933, benchè il nome sia stato coniato nel 1954 da Michael Young. Nel 1933 il presidente di Harvard ha creato un’istituzione che si chiama ETS,Education testing service, cominciando a somministrare un test dal nome Scholastic aptitude test – test che oggi viene eseguito da milioni di americani – sulla base del quale, chi aveva un Sat alto riceveva una borsa di studio e poteva frequentare Harvard. Tra il 1933 e il 1967 tutto l’accesso alle Ivy LeagueHarvard, Yale, Mit… si basava su questi test. Così mentre un tempo ci andavano solo i figli di… in seguito poterono andarci i migliori indiani, i migliori ebrei, i migliori cinesi, i migliori americani. Di fatto c’è stata una rivoluzione: al concetto di uguaglianza si è andato pian piano sostituendo il valore di pari opportunità. Rivoluzione che, in qualche modo, ha interessato il mondo anglosassone e quello nord europeo. La Scandinavia ha vissuto una profondissima rivoluzione in questo senso. E si è stabilito quindi il libero mercato, la concorrenza, le grandi imprese, il terziario.

Nel sud Europa, dove ci siamo noi, la Grecia, la Spagna, si è andati verso modelli diversi, in cui, anche se l’economia era capitalista, rimaneva il valore fondamentale dell’uguaglianza, con i movimenti anticapitalistici che spingevano verso la lotta di classe, contro il capitalismo non a favore delle pari opportunità. Si è continuato a privilegiare la piccola e la piccolissima proprietà, le piccole imprese.

Nel Magreb è andato avanti un terzo modello, quello delle dittature non democratiche, non meritocratiche. Simultaneamente oggi sta emergendo un modello ancora diverso, quello dell’Asia, non democratico, ma meritocratico: Singapore, per esempio, è una dittatura, ma il padre fondatore Lee Kuan Yew, ha nominato suo successore una persona di straordinaria intelligenza, e in seguito ha nominato suo figlio Lee Hsien Loong, istaurando sì una dittatura famigliare, ma meritocratica – se si legge il curriculum di Lee Hsien Loong vorremmo tutti avere un figlio come lui: due lauree, Cambridge e Harvard, un curriculum, come dicevo, impressionante – e simultaneamente ha introdotto dei criteri terribilmente meritocratici sia per la classe politica sia per il settore pubblico. In Cina e in alcuni paesi ex-comunisti sta accadendo la stessa cosa, per cui queste realtà stanno convergendo verso il modello nord occidentale, pur provenendo da una cultura non democratica: di conseguenza, anche in questi Paesi grandi talenti, grandi imprese meritocratiche, ma nessuna rivoluzione sociale.

Dunque nel Magreb, e grazie alle televisioni lo stiamo vedendo, si è innescato questo tipo di rivoluzione, in cui il grande rischio è che possano far la fine dell’Iran, ma è una rivoluzione dalla natura molto più economica e sociale.

In tutto questo, noi rischiamo di rimanere una società isolata, perché come società non abbiamo fatto questo passaggio, siamo rimasti legati ai valori del sud del Mediterraneo, condannando l’ineguaglianza, il capitalismo, il libero mercato: l’Italia è al numero 74 nella classifica dei Paesi per la libertà economica”.

 

Nel 2008 scrive il libro Meritocrazia, nel 2010 Regole. Quale è stato l’imput? Perché ha deciso che erano temi da trattare?

“Il primo libro, Meritocrazia, spiega nel particolare quanto ho cercato di dire finora per grandi linee. Spiego cosa è la meritocrazia e come essa sia il risultato di una grande rivoluzione sociale, nata nel mondo anglosassone e che ormai sta contagiando tanti paesi, anche l’Asia.

Nel secondo libro, spiego, invece, come la meritocrazia, una forma di concorrenza che può esistere anche nelle carriere delle persone, non può esistere senza un’economia libera: e per questo ho scritto Regole, perché esiste una gigantesca incomprensione, che è il fulcro di questa ideologia anticapitalista, sviluppatasi nel nostro Paese negli ultimi 40 anni, che la libertà economica vuol dire non avere regole.

La gente ha interpretato la mano invisibile citata da Adam Smith come uno stato assente. Invece mano invisibile, per Smith, aveva tutt’altro significato: se sono un macellaio e le vendo la carne, non lo faccio per filantropia, ma perchè ci guadagno; e lei la carne la compra da me perché le conviene; quindi la nostra è una transazione libera da interferenze, basata solo sul nostro mutuo interesse. Peraltro, lo Stato è comunque fondamentale per regolare questa transazione. Un macellaio non corretto potrebbe vendere carne avariata: lo stato deve vigilare sul controllo della carne.

Dunque, per Adam Smith il libero mercato, richiede uno stato che regola, che protegge i consumatori e l’ambiente, che evita che le aziende facciano cartello. Quindi le regole sono fondamentali. Da noi, l’assenza di libero mercato è dovuta al fatto che le regole non ci sono o meglio ce ne sono troppe e non vengono rispettate”.

 

Il sottotitolo del suo libro Perché tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste e rispettarle (le regole, ndr)per rilanciare il paese sembra quasi una provocazione è davvero questa la via da perseguire?

“Le faccio un esempio molto semplice, le assicurazioni auto. In Italia esiste la regola – sbagliata – per cui si rimborsano le microlesioni, come il colpo di frusta, anche se non sono documentabili. In Germania, invece, bisogna documentarle. Capita così che in Italia nasciamo con il collo debole, perché abbiamo il più alto tasso di colpi di frusta del mondo occidentale, con, ovviamente, la connivenza di medici e carrozzieri. Ora, poiché le aziende assicurative devono pagare questi costi enormi, aumentano i premi e poiché i premi vengono stabiliti su base regionale, un napoletano onesto si trova a pagare un’assicurazione auto di mille euro, contro un tedesco che la paga 250. La conseguenza è che molti italiani non pagano l’assicurazione. Di qui, tre milioni di automobilisti non assicurati, quindi illegali: a quel punto le regole non le rispetta più nessuno. Allora se ne fanno delle altre per controllare chi non ha rispettato le precedenti. Si crea così un circolo vizioso che impedisce la nascita di un libero mercato.

Molte piccole imprese – per le quali io ho coniato il claim “ piccolo è brutto “… non perché ce l’abbia con le piccole imprese, ne ho fondato io stesso una decina che, però, vogliono diventare grandi – ma perché le piccole imprese possono fare affidamento su una miriade di regole che consentono loro di rimanere piccole e di evadere le tasse – abbiamo il sommerso più alto d’Europa insieme alla Grecia. A questo punto restano piccole, inefficienti, non assumono laureati, non investono in tecnologia, sopravvivono solo perché non rispettano le regole. E, cosa più brutta, fanno concorrenza sleale alle piccole, medie e grandi imprese che invece vogliono crescere operando secondo le regole.

Tutto questo sta bloccando la nostra economia. Ho stimato che questo ci costa il 25% del Pil ed ho valutato che potremmo creare dai 4 a 5 milioni di posti di lavoro per giovani e donne se invece avessimo un’economia più libera con regole rispettate. Il problema di fondo è che l’italiano non ha capito che le regole devono essere rispettate non per ragioni morali, ma perché conviene”.

Come tutto questo può diventare realtà, nella scuola, nel lavoro?

“Nei miei libri non ho fatto solo denunce, ma anche proposte. In Meritocrazia ho suggerito, per esempio, quattro proposte, due delle quali stanno andando avanti e di cui sono molto fiero. In Regole le proposte sono cinque e stanno facendo discutere molto. Da dove cominciare? In questo momento noi italiani sappiamo di essere in crisi, ed attribuiamo parte della colpa di questo ai nostri politici. La risposta è: ci vuole una nuova classe politica, una nuova generazione di politici che mandi a casa i Berlusconi e i D’Alema…”.

 

Ciò che preoccupa, infatti, non è solo una classe dirigente vecchia, quanto piuttosto non assolutamente intenzionata a formarne una nuova

“Riprendo la frase di una sua collega: la colpa non è del cavaliere, ma del cavallo

Anche nei Paesi democratici dove ci sono le primarie, non bisogna credere che non ci sia una grossa influenza di chi è al potere nello scegliere la classe politica, però è una classe politica meritocratica che rispetta le regole.

Il problema è che noi italiani che, in maniera collettiva, accettiamo le raccomandazioni, la non meritocrazia e il non rispetto delle regole, non possiamo aspettarci da chi ci governa il rispetto del merito e delle regole. Dunque non possiamo sorprenderci se i politici scelgono persone tutt’altro che brave, tutt’altro che eccellenti, tutt’altro che rispettose delle regole. Il problema siamo noi.

La ragione per cui mi sono concentrato moltissimo sulla scuola, è perché parte tutto di lì. Ho avuto accesso ad uno studio molto recente e molto riservato, che dimostra che circa l’80% degli italiani sono analfabeti – non nel senso che non sanno leggere, quelli sono stimati intorno ad un milione – ma che non capiscono quello che leggono. Se non si capisce quello che si legge, se non si è in grado di ragionare con la propria testa, di ascoltare gli altri, di capire un estratto conto o l’istruzione di un telefonino, a questo punto non si potrà mai essere un cittadino educato. Di qui un grado spaventoso di maleducazione civica da un lato e di impreparazione al mondo del lavoro dall’altro. Perché nel mondo del lavoro sono necessarie competenze che oggi non possediamo.

Abbiamo un gigantesco problema di scuola e di università, perché queste competenze, che chiamerei competenze della vita che fanno capo all’educazione civica, sono di solito il risultato di una scuola che prepara e di un’università che forma laureati adeguati: siamo il fanalino di coda in quanto a numero di laureati nel mondo occidentale. Colpa sia dell’università sia del tessuto industriale, perché da un lato abbiamo tante piccole brutte imprese non interessate ad assumere laureati e dall’altro l’università sembra essere diventata il covo del nepotismo, che non ha spinto in senso meritocratico.

L’altra cosa che manca al nostro sistema educativo è il premiare l’eccellenza. In tutte le società che hanno fatto questo passaggio verso una politica post-industriale, l’eccellenza viene incoraggiata e premiata: dove per eccellenza non si intende avere tutti premi nobel, ma significa avere il 5% della leadership del Paese, che guida le università, le imprese, la magistratura, i giornali, formato da persone eccellenti, a prescindere dal cognome che portano.

Noi che abbiamo una storia di eccellenza, l’abbiamo distrutta. Non abbiamo una sola università tra le top cento nel mondo, e senza università eccellenti mancano quelle che chiamo le fabbriche d’eccellenza. Un paese ha bisogno di fabbriche d’eccellenza, che sono le grandi università, o l’esercito, come nel caso di Israele”.

 

A tal proposito, scriverebbe una lettera a suo figlio, come fece Celli nel 2009, consigliandogli di lasciare l’Italia?

“Ho già discusso abbondantemente con Celli di questo. Non direi mai a mio figlio una cosa del genere, gli consiglierei, piuttosto, di accedere alla migliore istruzione possibile, per poi tornare in Italia. Uno come Celli che dice una cosa così, deve andarsene lui.

Se sono in questo Paese, vivo, lavoro in questo Paese utilizzando quello che questo stato non troppo organizzato mi sta dando, devo operare per migliorarlo. Per esempio, sto dando una mano al ministro Gelmini. Il ministro ha tenuto una conferenza stampa insieme a me davanti a tantissimi giornalisti, dicendo che stava seguendo alcuni miei suggerimenti, seppure con enorme difficoltà. Nessuno dei giornalisti ci credeva, hanno voluto verificare che fosse vero. Al che, con grandissima semplicità ho detto: non sono come Celli. Gheddafi mi ha cacciato, ma ho frequentato le scuole elementari e le medie italiane, pubbliche, dai fratelli cristiani, dove ho ricevuto un’educazione fantastica. Ho fatto il liceo Dante Alighieri eccezionale, pubblico. Ho studiato in un’università dove c’era un premio Nobel, tutto a spese dello Stato; dopo di che ho iniziato una grande carriera, cominciando a restituire qualcosa a questo Paese.

Mio figlio ha ventinove anni, ha frequentato la Bocconi, dopo ha conseguito un master allInsead di Fontainebleau,è tornato in Italia ed ha cominciato a lavorare. Non gli avrei mai detto vattene e non tornare mai più! Perché a questo punto dovrei emigrare anche io. Privare un Paese dei suoi figli migliori vuol dire privarlo della sua chance di sopravvivenza”.

 

C’è un Paese, una società da prendere come modello di riferimento?

“No, non ci sono Paesi da prendere come riferimento. Noi siamo un Paese meraviglioso, straordinario. Gli italiani sono persone eccezionali. Siamo un Paese con un potenziale straordinario. Non dobbiamo prendere altri Paesi come riferimento, ma cercare, piuttosto, quanto prima di recuperare il gap che ci pone indietro di cinquant’anni rispetto all’economia post-industriale. E fare tutte le cose che ho raccomandato di fare, cominciando dal selezionare i migliori nella scuola. Oggi non siamo in grado di farlo: perché non c’è meritocrazia in Italia? Perché la scuola non consente di selezionare. Non si riesce, per esempio, a stabilire con oggettività chi merita di andare all’università e chi no. Le borse di studio non si sa a chi darle perché mancano criteri oggettivi: alcuni licei del Sud hanno il doppio di diplomati con 100 rispetto al Nord.

Proprio per questo ho suggerito di effettuare dei test già utilizzati in molte parti del mondo, per capire con obiettività chi merita una borsa di studio, chi merita l’accesso all’università. E nello stesso tempo poter valutare le scuole: dire ad un preside quello che va o che non va nella sua scuola, così che possa agire per migliorarla. Bisogna poter misurare. Abbiamo un piccolo avanzamento su questo, la Gelmini mi ha seguito: abbiamo rivalutato l’Invalsi, l’Istituto nazionale per la valutazione, che era commissariato, ed abbiamo cominciato a somministrare questo test.

Oggi, per la prima volta, dopo dieci anni di declino, l’Italia ha migliorato i test Pisa (Programme for International Student Assessment). Gran parte del miglioramento si è verificato in Puglia, dove una dirigente scolastica eccellente ha cominciato a formare gli insegnanti su questa nuova modalità didattica, usando fondi europei. Discorso differente per la Calabria, dove l’equivalente dirigente non ha avuto le stesse motivazioni, né la volontà di fare, così che i test sono peggiorati ed i fondi europei non utilizzati. Fino a che i genitori calabresi non si ribelleranno, non per i tagli della Gelmini, ma per la qualità che la Gelmini ha introdotto, nella scuola calabrese non cambierà nulla. Sono gli italiani che si devono svegliare.

L’altra area fondamentale è la giustizia civile. Non possiamo avere un Paese che si sviluppa, che è moderno, senza giustizia civile. Tutto il nostro tema della riforma è sulla giustizia civile. Il problema fondamentale è che da noi la giustizia civile ha dei tempi paragonabili a quelli del Gabon. Però la gravità è dovuta al fatto che non può esserci libero mercato o rispetto delle regole se la giustizia civile non funziona. Se sono un giovane imprenditore, con una piccola società, il cui cliente mi dice: non ti pago, fammi causa l’imprenditore sa che subirà una causa e che dopo 12 anni sarà ancora lì… questo uccide il libero mercato e la cultura delle regole.

Nel mio primo libro, faccio riferimento ad un magistrato straordinario che si chiama Mario Barbuto, presidente del tribunale di Torino, che in sette anni ha ridotto i tempi della giustizia civile. L’ho segnalato, è diventato un eroe, è diventato presidente della Corte d’appello, e grazie al suo aiuto ho definito nel secondo libro una proposta di riforma di giustizia civile che fa riferimento al suo metodo, che non ha niente a che vedere con quanto discusso in questi giorni, perché non è una riforma della legge, ma del sistema organizzativo, di motivazione, di incentivi”.

 

La spinta meritocratica ha creato quelle che lei definisce comunità del merito. Come queste possono agire per fare sistema?

“Non è la politica che può trasformare il Paese e non sono i milioni di italiani che purtroppo sono analfabeti. Può cambiare il Paese quella che definisco un’élite addormentata: 30-45enni, soprattutto donne, che oggi sono tagliati completamente fuori dai giochi perché ognuno si fa i fatti propri, ognuno va avanti per conto suo e sono completamente disinteressati. Bisogna invece informarsi, capire, dibattere, parlare e fare quello che in altri Paesi è già avvenuto.

Perché le rivoluzioni vere le fanno i giovani: a 28/30 anni si è maturi per capire cosa succede ed agire di conseguenza. Bisogna risvegliare l’élite. La prima cosa da fare? Leggere i miei libri, lo dico senza alcuno scopo commerciale (il ricavato va in beneficenza). E le cose hanno già cominciato a muoversi. Perché l’importante è muoversi”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza. 

 

NADIA URBINATI

La questione del merito non è né neutra né di semplice
procedura. Essa è prima di tutto una questione di etica di chi
valuta e di chi è valutato, dei sistemi di valutazione e,
in primo luogo, di chi li escogita e chi li fa funzionare. Non basta
enunciare che occorre seguire il criterio del merito
(e quale altro se no?), occorre davvero seguirlo sempre.
Per esperienza devo dire che spesso anche chi esalta il merito
non è poi sempre pronto a onorarlo perché la logica
del sistema ha più forza di quella del merito e dell´onestà.
Non è questa la ragione per la quale è così difficile che
un esterno vinca una competizione nell’accademia italiana?
Se la questione del merito è una questione di eguali opportunità
e di etica pubblica o di responsabilità, allora, per sconfortante
che la cosa possa apparire, non consente soluzioni veloci e facili.
(Da “La Repubblica”, 2008)

Vincenzo Zeno-Zencovich - Sono i buoni studenti a fare una buona università

Non c’è motivo per ritenere i ragazzi di oggi più stupidi o svogliati di quelli di una o due generazioni fa. Quello che non va non è la loro giovinezza bensì l’età che hanno raggiunto gli occhi di chi li guarda

Vincenzo Zeno-Zencovich*

a) Sono i buoni studenti che fanno i buoni professori

 

Quando i professori scrivono di università subiscono una compulsione interiore che li porta ad attribuire il ruolo di primo attore/prima donna alla propria categoria.

Sono i professori che fanno l’università, che la possono salvare come la possono distruggere. Ed attorno ad essi, e alle loro vicende – dal reclutamento al governo degli atenei – tutto si riconduce.

Tale visione appare frutto di una notevole ipertrofia dell’io, per certi soggettivamente comprensibile ma piuttosto lontana dalla realtà.

A rischio di proporre un paradosso si dovrebbe dire che sono i buoni studenti a fare una buona università (e dunque a fare dei buoni professori) e non viceversa. Il paradosso va smussato considerando che si tratta di una relazione biunivoca e circolare nella quale i veri soggetti interagiscono (positivamente o negativamente) fra di loro.

Non è dunque sbagliato partire dagli studenti. A qualcuno verrà da esclamare Bravi studenti? Ad averne!. Tale atteggiamento riflette uno dei più pervicaci modi di pensare dell’umanità: ciascuna generazione, raggiunta la maturità ed avviandosi verso la senilità, ritiene che la generazione che la segue sia composta da persone ignoranti, incapaci, irrispettose.

E questo sentimento è particolarmente acuito in tempi di rapido cambiamento: chi non riesce a comprendere o accettare i tempi nuovi si esprime negativamente nei confronti di coloro che ne sono i protagonisti.

Ora si può dire, quasi da che mondo è mondo, che ogni padre ritiene il proprio figlio uno scapestrato fannullone, pieno di idee balorde. Ed ogni madre pensa che la propria figlia sia – per dirla con parole di una volta – immodesta, interessata solo ai divertimenti e ad amoreggiare con detestabili coetanei senza né arte né parte.

Ma se davvero le cose stessero così l’umanità sarebbe avviata verso una inarrestabile regressione, perdendo ogni conoscenza e capacità.

Invece il percorso è inverso e, col metro dei tempi lunghi, da mille anni in Europa ogni generazione ha fatto dei passi avanti. Forse che gli inventori, i riformatori, i creatori di nuove filosofie che hanno superato quelle del passato venivano da un altro pianeta? Forse si tratta(va) di una eletta schiera che a dispetto dell’imbarbarimento collettivo ha cambiato il corso della storia? Se si giunge alla conclusione che i conflitti generazionali fanno parte della nostra psiche e rispondono a meccanismi di autodifesa di chi si vede franare il terreno sotto i piedi, è meglio lasciare talune ricorrenti litanie alle deliziose commedie del Goldoni dove costituiscono l’anima del divertimento.

Non c’è dunque nessun motivo per ritenere che gli odierni studenti universitari siano più stupidi o svogliati di quelli di una o due generazioni fa. Quello che non va non è la loro giovinezza bensì l’età che hanno raggiunto le menti e gli occhi di chi li guarda.

Questo non vuole dire avere un atteggiamento concessivo o, peggio, permissivo nei loro confronti. Anzi! Ma comporta valutare ciò che veramente conta e non ciò che – se uno si guarda alle spalle – era il modo con il quale si era visti dai propri genitori.

 

b) Cominciare dalle scuole superiori

 

Si parta dunque dalla considerazione che gli studenti di oggi non sono né migliori né peggiori di quelli del passato, e che dovranno imparare molto di più per affrontare una società più complessa. Come fare, dunque, per avere dei “bravi studenti” che migliorino l’università?

La prima risposta, apparentemente ovvia, è fare in modo che siano ben preparati nella e dalla scuola superiore.

A questa considerazione si replica, solitamente, con un sorriso di compatimento, un gesto sconsolato, un garbato invito a sognare altrove. Anche in questo caso si coglie la pretesa – ed autoattribuita – superiorità dell’università rispetto ai precedenti livelli di istruzione.

L’educazione e l’istruzione sono, invece, un continuo di evoluzione e di formazione e non sarebbero pochi i pedagogisti che, al contrario, porrebbero al vertice dell’importanza la scuola materna rispetto all’università.

Dunque quest’ultima è interessata – deve interessarsi – a quanto avviene nella scuola superiore. Anziché cimentarsi nelle consuete geremiadi sugli studenti che fanno grossolani errori di grammatica e di sintassi; che sono incapaci di superare un semplicissimo test di matematica etc. etc. sarebbe forse il caso di chiedersi: cosa può fare l’università per migliorare la scuola superiore?

E le risposte in larga parte ci sono già: intensificare i rapporti negli ultimi due anni delle superiori, favorendo l’orientamento e l’emergere delle vocazioni. Trasmettere l’idea che quello che può apparire un gradino finale, in realtà è quello iniziale per realizzare le proprie ambizioni.

Questo in larga misura già lo si fa, e chi lo fa con attenzione è in grado di misurare i risultati.

Ma quel che occorre soprattutto sono modi diversi di guardare dall’università verso le scuole superiori. In primo luogo, abbandonando la fastidiosa supponenza del professore universitario – l’unico vero, autentico e certificato Professore – verso chi insegna nelle scuole superiori fra mille difficoltà logistiche e di sistema, a fronte di una retribuzione a dir poco modesta. E non si tratta di una questione di bon-ton sociale, di benevolenza da dispensare generosamente verso classi di docenti ritenute svantaggiate. Significa valutare, criticare, stimolare, incoraggiare quanto viene fatto nelle scuole superiori, lavorando assieme per il raggiungimento di obiettivi che sono comuni.

Basta, per cominciare, un’azione semplice: segnalare a ciascun liceo o istituto la progressione di carriera dei loro studenti nel curriculum universitario, indicando livelli medi e punte di eccellenza e chiedendo che chi sta dietro si ponga degli obiettivi di miglioramento.

Il secondo sguardo che andrebbe rivolto con maggiore lucidità è alla qualità comparativa dei diplomati delle scuole superiori italiane.

Chiunque ha un minimo di esperienza di insegnamento all’estero oppure ha dimestichezza con i non pochi studenti stranieri che vengono per un breve periodo presso le università italiane nel quadro degli scambi Erasmus, può toccare con mano un dato di fatto: uno studente di medio livello uscito da un liceo italiano è decisamente migliore dei suoi coetanei usciti da analoghe scuole di gran parte degli altri paesi dell’Unione europea, a cominciare dal fin troppo sopravvalutato Regno unito. Non parliamo poi del confronto fra un liceo italiano e uno studente di una buona high school statunitense.

 

c) Limiti e pregi di una cultura umanista

 

Certamente – e test empirici lo confermano –l’insegnamento delle materie scientifiche, a partire dalla matematica, è uno dei punti dolenti della scuola superiore italiana con il risultato che nelle aree dove più ci sarebbe bisogno di tali capacità – l’ingegneria, l’informatica – siamo in cronico deficit.

Ma se è consentito azzardare una ipotesi questa non è una responsabilità della scuola, e dei suoi insegnanti, italiana.

Come è stato da più parti sottolineato, il dominio intellettuale che per quasi mezzo secolo hanno esercitato sulla cultura italiana due grandi filosofi idealisti, Gentile e Croce (entrambi, in momenti diversi, con responsabilità anche politiche) ha generato, inter alia, un generale disinteresse – se non una ostilità – verso la scienza ed il pensiero scientifico, i quali si pongono agli antipodi, con la loro logica induttiva, rispetto al dogmatismo della concettuologia.

Se dunque la cultura italiana ha una forte propensione ai piani bassi verso il chiacchericcio e ai piani alti verso l’onanismo intellettuale, non è colpa della scuola se non viene data importanza centrale alla matematica e alle scienze teoriche ed empiriche.

A questo limite considerevole fa però da contrappeso il punto di forza della scuola italiana: proprio per via di quella impronta idealista essa è permeata da una generale visione umanista, con la creazione di un quadrilatero di conoscenze fra di loro unite, costituito dalla storia, dalla filosofia, dalla letteratura e dalle lingue antiche.

Questo significa che ogni anno in Italia centinaia di migliaia di giovani studiano le radici del mondo occidentale apprendendo i suoi blocchi fondanti e la inscindibile connessione evolutiva che la caratterizza da circa tremila anni. Qualcosa che è totalmente mancante – se non con riguardo alla propria letteratura – nel mondo anglosassone dove tutto questo è oggetto di un bricolage dai risultati modestissimi.

In altri paesi europei – in particolare in Francia ed in Germania – si seguono percorsi analoghi all’Italia, ma la nostra peculiarità, racchiusa nel liceo classico, è il legame fra lingua greca e latina e le loro espressioni di pensiero e di arte.

Ovviamente bisogna essere consapevoli – e saper trasmettere questa convinzione – che il latino ed il greco non sono “lingue morte”, ma consentono di comprendere come l’uomo occidentale sia tutto racchiuso nell’odissea diUlisse disposto a sfidare i nemici, la natura e persino gli dei per ottenere quel che ritiene il suo diritto; come l’umanità ancora, e per sempre, sarà fatta di conflitti fra individuo e ordine, fra passione e ragione scolpiti nelle tragedie greche; come l’esperienza romana è l’archetipo di ogni impero successivo e attraverso la sua storia siamo in grado di interpretare realisticamente le dinamiche ed i fallimenti dell’attuale “impero” statunitense.

La digressione potrebbe sembrare fuor d’opera se non fosse che consente di comprendere perchè un gran numero di studenti universitari italiani, comparativamente, dispongono di un bagaglio di conoscenze all’apparenza non congruenti con taluni percorsi di studio, ma che in realtà consentono loro di eccellere purché…
*Dice di sé.
Vincenzo Zeno-Zencovich. Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche presso l’università La Sapienza di Roma, ha svolto studi anche negli Stati Uniti (Harvard) e Inghilterra (Cambridge). Dopo aver insegnato nelle università di Genova, Sassari e Cagliari è attualmente professore ordinario di diritto comparato nell’università di Roma Tre. Fra i suoi temi di ricerca rientrano il diritto privato europeo, la responsabilità civile, i diritti della personalità e la disciplina dei media e delle nuove tecnologie dell’informazione. Tra le pubblicazioni più recenti “Freedom of expression” (Routledge 2008) e “Sex and the contract. From infamous commerce to the market for sexual goods and services” (Nijhoff, 2011). Presidente dell’Istituto per lo studio dell’innovazione nella multimedialità (ISIMM), e della fondazione Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei. 

 

LUCA BARILLA

Ci stiamo impoverendo e questo significa che se non
interverremo tempestivamente rischieremo di essere colonizzati.
Noi, Paese strano che possiede numerose virtù e risorse ma in
cui iniziano a scarseggiare il senso civico le opportunità
di dialogo civile e di confronto, il sostegno ai meritevoli
che sarebbero in grado di ragionare e di produrre in una
prospettiva internazionale.
(Da “luigiboschi.it, 2008)

Giancarlo Livraghi - Le contraddizioni della meritocrazia

È un concetto discusso e criticato. Spesso in modo ironico, polemico, dubbioso, fin dalla prima invenzione della parola. Ci sono motivi di perplessità. Ma non è un’utopia

Giancarlo Livraghi*

Sembra facile. Adottiamo un sistema meritocratico e, per incanto, tutto funzionerà molto meglio. Ma l’esperienza dimostra che ci sono parecchi problemi. Perché non è facile definire che cosa sia il merito. E sono spesso discutibili i criteri con cui si pensa di poterlo riconoscere, stimolare, premiare o retribuire.

Stranamente (o forse no) per migliaia di anni, mentre il concetto di merito è sempre in qualche modo esistito, non si è mai usato il termine “meritocrazia”. Pare che la parola sia nata, in inglese, nel 1958 – e, fin dall’inizio, usata in senso critico.

C’è chi fa risalire il concetto (ma non la parola) a Confucio – o a un altro antico autore cinese, Han Feizi – e all’applicazione nel secondo secolo a.C., durante la dinastia Han, di un metodo di esami per valutare il “merito” dei funzionari nell’apparato burocratico2. Cosa tutt’altro che facile. Due millenni più tardi, e in un diverso contesto politico, culturale e sociale, stiamo ancora affrontando gli stessi problemi, come vedremo più avanti.

C’è anche chi attribuisce opinioni “meritocratiche” ad Aristotele, ma si tratta di aristocrazia, che non è la stessa cosa. Si potrebbe, analogamente, pensare al ruolo dei filosofi nella Repubblica di Platone, ma anche quella è un’impostazione diversa.

 

Michael Young e l’invenzione della meritocrazia

 

Il fatto è che la parola meritocrazia è comparsa per la prima volta cinquantatre anni fa, in un interessante libro di Michael Young The Rise of the Meritocracy. Non è un esercizio di futurologia, anche se la vicenda che racconta è proiettata nel futuro. Pubblicato nel 1958, si presenta come cronaca di una ribellione nel 2034 e ricostruisce la serie di sviluppi, a partire dagli anni ’60, che hanno portato a quella crisi.

È basato sulla particolare struttura politica e sociale della Gran Bretagna, ma se ne possono dedurre considerazioni valide anche in contesti diversi. Con penetrante ironia, racconta come un sistema scolastico intenzionalmente ugualitario e basato sul “merito” si possa trasformare in un nuovo genere di aristocrazia ereditaria.

Michael Young immagina che, in seguito alla riforma scolastica e alla più ampia possibilità di accedere alle università, le oligarchie tradizionali vedano indeboliti i loro privilegi – e li recuperino impadronendosi dell’intelligenza.

Si crea così un solco fra una minoranza mentalmente e culturalmente evoluta e una maggioranza intontita dalla banalità dei mass media e da varie forme di soporifero spettacolo. La discriminazione è spietatamente selettiva.

I figli stupidi degli aristocratici sono degradati alle classi inferiori, mentre le famiglie privilegiate adottano i più intelligenti nati dai plebei. I sudditi sono privati delle risorse mentali e organizzative necessarie per potersi ribellare.

Il sistema sembra inattaccabile, ma residui di tradizionale maschilismo tengono troppe donne intelligenti in condizioni di inferiorità.

Molti anni dopo l’instaurazione del regime, giovani aristocratiche si alleano con vecchi sindacalisti (rimasti nelle classi oppresse prima che fossero private di intelligenza) e così gli emarginati trovano la guida di cui hanno bisogno.

La rivolta, nel maggio 2034, è violenta. Ma la storia si conclude prima che se ne possa conoscere l’esito. Michael Young, alla fine, si chiede se potrà avere un durevole successo e osserva che “probabilmente è troppo tardi”.

La diffusione di opinioni critiche

 

Ci sono somiglianze, tutt’altro che casuali, fra la storia immaginata da Michael Young e tre classici sulla degenerazione delle società moderne: Brave New World di Aldous Huxley, Animal Farm e 1984 di George Orwell3 (anche se nei loro libri non è usata la parola “meritocrazia”).

Insomma sembra che sia difficile pensare a una “gerarchia basata sul merito” senza coglierne i problemi. Ma il fatto è che il concetto, nato come perplessità, si è poi diffuso (più in teoria che in pratica) in senso vagamente positivo. Cosa, sostanzialmente, corretta e ragionevole. Ma difficilmente applicabile se non se ne valutano le complessità.

Prima di arrivare a “che cosa c’è di buono” nella meritocrazia, sono da citare altri tre libri che la vedono in senso critico.

Uno può sembrare uno scherzo di fantasia, benché il concetto sia amaramente serio. The Marching Morons di Cyril Kornbluth (1951). Non usa il termine meritocrazia, che non era ancora stato inventato, ma il concetto è analogo. Il protagonista è un bieco personaggio che esce dalla “crioconservazione” in un futuro dove, in seguito al controllo delle nascite nella popolazione più evoluta e alla smisurata riproduzione dei più arretrati, una minuscola minoranza di intelligenti governa un’immensa moltitudine di imbecilli. Il malvagio “resuscitato” offre all’élite una crudele soluzione per ridurre il problema di una crescita incontrollata: promettere idilliache vacanze su Venere, caricare gli incauti turisti su astronavi e scaraventarli nello spazio. Ma alla fine subisce anche lui la stessa sorte4.

 

Il principio di Peter

 

Un testo fondamentale sulla meritocrazia è The Peter Principle (1969) di Laurence Peter. Il titolo è così noto da essere diventato, in inglese, un’espressione proverbiale, citata come tale nei vocabolari. Ma in pratica sono scarsi i tentativi di risolvere il problema.

Concepito in un quadro culturale in cui la meritocrazia è considerata vincente – e sostanzialmente desiderabile – il principio di Peter afferma che in un’organizzazione meritocratica ognuno viene promosso fino al suo livello di incompetenza.

Laurence Peter definisce ironicamente la materia del suo studio “scienza della gerarcologia”.

Spiega come una struttura gerarchica, se basata su una giusta valutazione del merito, tenda a promuovere ogni persona meritevole a un livello più alto.

Se una persona sa fare bene una certa cosa la si sposta a farne un’altra. Il processo continua fino a quando ognuno arriva al livello di ciò che non sa fare – e lì rimane.

Il risultato è che nell’organizzazione si diffonde continuamente l’incompetenza.

E le persone competenti si trovano sempre più spesso alle dipendenze di incompetenti, che le ostacolano nello svolgimento del loro lavoro5.

Gli insegnamenti di Peter sono ampiamente ignorati, non solo perché sono scomodi, ma anche perché le persone al vertice delle organizzazioni non amano sentirsi dire che hanno scelto e promosso i loro dipendenti in modo sbagliato – o, peggio ancora, che sono proprio loro ad aver raggiunto il fatale livello di incompetenza.

La situazione oggi è ancora più grave di come la descriveva Laurence Peter – perché il concetto di merito è sempre più confuso. Le “promozioni” sono spesso dovute alla protezione di potenze oligarchiche, al gioco delle apparenze o a intrighi che hanno poco a che fare con la competenza.

Oppure al predominio delle speculazioni finanziarie, di cui parleremo più avanti.

 

La legge di Parkinson

 

In Parkinson’s Law la parola “meritocrazia” non compare, anche perché è stato pubblicato nel 1957, un anno prima del libro di Michael Young6. Lironica, quanto severa, analisi di Cyril Northcote Parkinson riguarda principalmente le disfunzioni dei sistemi gerarchici e dei processi decisionali. Ma non mancano osservazioni sulle balordaggini di valutazione del merito.

Per esempio il secondo capitolo del suo libro, I princìpi della selezione, è dedicato ai metodi con cui si sceglie una persona cui affidare un ruolo di responsabilità. Offre una scherzosa, ma preoccupante, descrizione di come possano essere diffusi (e anche istituzionalizzati) criteri che nulla hanno a che fare con le capacità di svolgere adeguatamente quel compito. Sarebbe lungo citare qui il suo ampio e pittoresco elenco, ma non è difficile trovare esempi di questa sindrome.

Inoltre Parkinson, nel nono capitolo, definisce una perniciosa infermità chiamata injelitance (che potremmo, pressappoco, tradurre “gelosincompetenza”). Osserva che «il primo segno di pericolo è rappresentato dalla comparsa, nella gerarchia, di un soggetto che racchiude in sé un’elevata dose di incompetenza unita a un altrettanto consistente quantitativo di gelosia». Questo personaggio «è facilmente riconoscibile dall’ostinazione con cui si affanna per estromettere tutte le persone più abili di lui e dalla strenua resistenza che oppone alla promozione o alla nomina di chiunque potrebbe dimostrarsi migliore».

Ma c’è un problema in più: la malattia è contagiosa. Si sviluppa «una gara di stupidità, con persone che fanno finta di essere ancora più acefale di quanto siano in realtà». Alla fine si raggiunge «uno stadio nel decorso di questa malattia quando, dal vertice alla base dell’organizzazione, non brilla più nemmeno una scintilla di intelligenza». Perciò «l’organizzazione è morta. Può giacere in coma per vent’anni, o gradatamente decomporsi, anche se dopo lungo tempo potrebbe teoricamente resuscitare». È preoccupante constatare come troppe organizzazioni decerebrate siano artificialmente tenute in piedi – talvolta perfino resuscitate, senza che sia guarita la loro demeritocrazia.

 

Il darwinismo sociale e la glorificazione dell’ingiustizia

 

C’è anche una perversa scuola di pensiero, il cosiddetto darwinismo sociale, proclamato nell’Ottocento da Herbert Spencer e altri economisti. Il concetto di “sopravvivenza del più adatto” inteso come spietato predominio di chi ha più successo (in particolare dei più ricchi) a scapito di chi ne ha meno e perciò non merita di sopravvivere se non come suddito asservito ai voleri dei potenti.

Oggi quella velenosa teoria è abbandonata da tutti, anche dagli economisti. Ma in pratica è ancora spietatamente applicata in molte situazioni e in molti modi diversi, con una tendenza ad aggravarsi in anni recenti.

C’è un’ostinata stupidità nella moltiplicazione di violenza, repressione, oppressione, persecuzione, sfruttamento. Problemi che c’erano e non si risolvono. Altri che nascono o crescono con trionfante ottusità. Sembra che la natura umana sia irrimediabilmente autolesionista. Ma non è così.

Fin dai tempi dell’illuminismo era chiaro che l’ingenua visione del bon sauvage, come l’aveva immaginata Jean-Jacques Rousseau, non trova conferma nei fatti e nella storia. Cioè non è vero che l’uomo, “buono” e civile allo stato di natura, sia reso barbaro e crudele dalle istituzioni “moderne”. Ma non è vero neppure il contrario: cioè che l’uomo sia “per natura” egoista e malvagio – e che ogni possibilità di convivenza civile debba derivare da un’imposizione autoritaria.

Gli studi sull’evoluzione hanno fatto molti progressi grazie a quasi 150 anni di evoluzione scientifica dai tempi di Darwin. Per esempio si è verificato “il ruolo centrale della fiducia nell’evoluzione umana”7. Ogni specie che si possa definire “umana” non è mai totalmente collettiva, ma neppure totalmente individuale. Sopravvive solo con un equilibrio dinamico fra i due fattori.

Sarebbe ingenuo credere che l’evoluzione possa avvenire senza contrasti e conflitti.

O che la natura umana sia dominata dall’altruismo, dalla solidarietà e dall’attenzione al bene comune. Ma è altrettanto sbagliato pensare che civiltà, etica, collaborazione e solidarietà siano contrarie al carattere strutturale e genetico della nostra specie. Sono necessarie alla sua sopravvivenza – e soprattutto a un’evoluzione che non sia solo l’arte di sopravvivere, ma anche quella di crescere e migliorare.

 

Premiare il demerito: la speculazione finanziaria

 

Un esempio vistoso di demeritocrazia è la (cosiddetta) crisi economica in cui stiamo vivendo.

Che non nasce dai problemi (esistenti e complessi) dell’economia reale, ma dallo sciagurato predominio delle speculazioni finanziarie, che premiano chi ha l’astuzia di truccare i conti – o la fortuna di approfittare di un momento favorevole quando un’onda speculativa deforma le oscillazioni del mercato.

Le conseguenze sono spesso catastrofiche per chi poi deve raccogliere i cocci, ma intanto chi ha giocato d’azzardo (se non si è limitato a scappare con i soldi) può trovarsi promosso molto al di là delle sue capacità di gestire un’impresa o di produrre risultati in un mercato reale.

Ci sono fenomeni, purtroppo non rari, che vanno oltre il principio di Peter – come la promozione a livelli più alti di chi era già incompetente nel ruolo in cui si trovava.

Un altro problema è l’imperversare di acquisizioni, fusioni e concentrazioni. Si perdono le identità e le culture che avevano portato le imprese al successo – cioè le competenze nel saper fare qualcosa meglio delle altre.

Molte persone vengono eliminate dalla struttura non perché non siano competenti, ma perché nella fusione si creano doppioni di ruolo (e anche perché il costo dell’operazione viene in parte recuperato con la riduzione dei costi di personale).

Nel ribollente calderone dell’organizzazione rimescolata i ruoli si sovrappongono e si confondono. Così non si premiano le persone più qualificate, ma quelle più gradite alla fazione che prende il sopravvento. I giochi di potere e le manovre di corridoio prevalgono su ogni criterio di merito o capacità.

Anche se sopravvivono alla strage, le persone competenti sono spesso spostate in ruoli per cui sono inadatte – e comunque demotivate da un clima in cui far bene conta poco.

L’impegno per la qualità non è premiato, la competenza non conta, si bada alla sopravvivenza nel giro tortuoso degli intrighi e delle apparenze. Insomma il classico principio di Peter continua a fare danni, in modo tanto più grave quanto più si mescola con altre disfunzioni.

 

Aristocrazia e altre deformazioni

 

Se ritorniamo ad Aristotele (o, più in generale, alle parole che derivano dal greco) vediamo che aristocrazia vuol dire “governo dei migliori”. Ottima idea – in teoria. Ma chi decide quali sono i migliori? Con quale criterio? Vediamo che in pratica l’aristocrazia si è quasi sempre trasformata in tutt’altro – privilegio ereditario, feudalesimo, consorteria fra prepotenti o designazione “dall’alto” raramente basata su un reale merito. Come è accaduto con molti altri concetti le cui buone intenzioni originali sono degenerate fino ad alterarne il significato.

C’è anche un problema, oggi come sempre, di prospettiva. Chi ha avuto successo tende a pensare che il modo con cui l’ha ottenuto sia merito. E perciò che meritocrazia voglia dire premiare e promuovere i suoi simili.

Ci sono parole ampiamente considerate negative. Come plutocraziaautocrazia, burocrazia. O, con altre desinenze,oligarchiagerarchiatiranniadittatura8. Ma, per quanto concettualmente disprezzate, in pratica continuano a moltiplicarsi. C’è anche chi scherza con idiocrazia, ma non mancano esempi di come possa essere tragicamente vero.

Perfino democrazia, la più desiderabile e consapevole forma di governo, spesso degenera – e altrettanto spesso la parola è stata, ed è ancora, usata per definire sistemi di potere che poco o nulla hanno di democratico.

 

La demeritocrazia (e il destino dei meno meritevoli)

 

Sarebbe interminabile un elenco delle situazioni e dei comportamenti che provocano e moltiplicano la demeritocrazia. Ognuno, osservando i fatti, può aggiungere esempi e interpretazioni. In generale, si può applicare anche in questo senso il concetto che riguarda la stupidità. Non è eliminabile, ma non è invincibile. Capirla e conoscerla vuol dire controllarla e ridurne le conseguenze.

Ma c’è un altro problema. Che cosa ne facciamo dei meno meritevoli? Immaginiamo (per quanto improbabile possa essere) che un criterio di scelta e ridefinizione dei ruoli sia infallibilmente meritocratico. Ne consegue, inevitabilmente, che qualcuno sia scartato – e rimanga senza lavoro, oppure sia demotivato da una mancata promozione. Non solo si produce un danno sociale, ma anche un degrado crescente di efficienza e qualità all’interno dell’organizzazione. Oltre a evitare promozioni all’incompetenza, è importante aver cura di chi è rimasto dove è bene che sia. O più in generale di chi, benché a livelli non elevati nella gerarchia, svolge compiti necessari e insostituibili. Farlo con meccanismi formali o con generica (spesso ipocrita) benevolenza serve a poco – può essere irritante quando è vacuamente rituale. Ma, al di fuori di ogni schematismo, una cura attenta e sincera dei valori umani è molto più importante di qualche banale cerimonia.

Sono poche le persone totalmente prive di merito. Ma, anche in quel caso, nessuna società civile può permettersi di ignorarle. Perfino i criminali devono essere trattati con umanità. A parole, questa è la legge – e un’opinione diffusa fra le persone più consapevoli. Ma anche nella patria di Cesare Beccaria i fatti sono spesso di disgustosa barbarie.

Accade anche che i meccanismi scartino, o non sappiano valorizzare, il merito migliore. Le persone più attente, brillanti, davvero innovative, sono spesso bizzarre rispetto alla cultura dominante. Impazienti, impertinenti, irriverenti, disobbedienti, non convenzionali. Scoprire e incoraggiare il talento è un’arte. Difficile, quanto preziosa.

 

Il merito non è potere – e spesso il potere non è merito

 

Non è una pignoleria etimologica chiederci che cosa succede quando “merito” si combina con “crazia”. Le parole che finiscono con -crazia o -archia sono tutte, in qualche modo, pericolose. Come lo è il concetto di potere.

Perché un’organizzazione o una comunità umana, dalla più piccola combriccola fino al governo del pianeta, possa funzionare, è necessario che a qualcuno sia dato un adeguato “potere”. Quando è inteso come responsabilità, funziona bene. Ma troppo spesso diventa prepotenza. Perché c’è un meccanismo, nella natura del potere, che funziona in modo antievolutivo – cioè favorisce i meno adatti9.

Come fa una persona ad avere potere? Qualche volta ci arriva senza volerlo. A qualcuno si dà fiducia perché ci si fida di quella persona. In quel modo il potere viene spesso attribuito a persone capaci, competenti, ben motivate e con un forte senso di responsabilità. Questo processo ha buone probabilità di generare potere meritevole e meritato. Ma ne vediamo assai meno esempi di quanto ci piacerebbe.

Il motivo è che c’è concorrenza. Una forte, talvolta feroce, spesso ansiosa, sempre impegnativa competizione per il potere. Le persone che non cercano il potere in quanto tale, ma badano di più al bene altrui, hanno meno tempo ed energie da spendere per conquistare il potere – o per cercare di conservare quello che hanno. Mentre le persone assetate di potere, anche indipendentemente dai suoi effetti sulla società, si concentrano sulla lotta per il potere. Con conseguenze tutt’altro che meritocratiche.

Diceva Friedrich Nietzsche: «si paga caro l’acquisto del potere; il potere istupidisce». Il potere è una droga, uno stupefacente. Molte persone al potere sono afflitte da megalomania. Indotte a pensare che “poiché” stanno al potere sono migliori, più capaci, più intelligenti, più sagge del resto dell’umanità.

Sono anche circondate di cortigiani, seguaci e profittatori che rinforzano continuamente quell’illusione. Vittime di quel perverso meccanismo non sono solo i governati – che subiscono il giogo degli intermediari oltre a quello dei vertici. Sono anche, spesso, i “sommi potenti”, che diventano prigionieri del loro entourage.

Perciò del potere è sempre bene diffidare. Non ammirarlo, non assecondarlo, né passivamente seguirlo, senza aver verificato che chi ce l’ha se lo meriti.

Che cosa succede con merito-crazia? Sarebbe bello, se non fosse difficile, dare responsabilità solo a chi la merita. Ma comunque c’è un problema nel concetto. Ci possono essere (e in pratica sono tante) persone straordinariamente “meritevoli” che non hanno la capacità, né il desiderio, di “comandare”. Perciò un sistema “meritocratico” deve, prima di tutto, saper riconoscere, giustamente premiare, affettuosamente ammirare, il merito di chi ci dà un prezioso contributo senza avere, né desiderare, alcuna “crazia” né “archia”.

In un sistema armonioso e intelligente si può capire e usare bene la differenza delle capacità. Alcune persone possono avere migliori doti organizzative, e perciò ruoli di gestione, senza per questo avere un rango superiore a chi in altro modo dà un contributo non meno importante.

L’efficienza di quel metodo è ampiamente dimostrata. Ma purtroppo continuano a prevalere le strutture gerarchiche. Che sono le meno efficienti, ma gradite ai burocrati – e ai dirigenti troppo spesso motivati da carrierismo estraneo a ogni valore di qualità.

 

Le ambiguità del “merito”

 

C’è una domanda fondamentale: che cosa si intende per “merito”?

Ogni sistema che voglia definirsi meritocratico con un metodo formale è costretto a irrigidirsi in uno schema che sia aritmeticamente misurabile. Deve perciò affidarsi a un meccanismo di esami o di valutazioni attitudinali rigidamente definito. Molto simile, se non uguale, a quelli usati per misurare il quoziente di intelligenza – che, notoriamente, non funzionano. Per vari motivi, di cui il più importante è che sono definiti secondo schemi culturali che premiano l’omologazione e ostacolano la diversità, incoraggiano l’obbedienza a scapito dell’indipendenza di giudizio, promuovono l’abitudine e puniscono l’innovazione10.

Occorre anche ricordare che non può esistere alcun concetto universale di “merito”. La stessa persona può essere eccellente in un ruolo, scadente in un altro. Ogni concetto rigido di mansione conduce all’inefficienza. (Da tutta la vita sto dicendo che gli organigrammi non funzionano perché le persone non sono rettangolari – e ho avuto la fortuna di poter verificare quali ottimi risultati si ottengono quando si riesce ad adattare la struttura alle risorse umane, non viceversa).

Stiamo assistendo, purtroppo, a un’imperversante diffusione della demeritocrazia. Un problema che c’è sempre stato – e che si potrebbe capire meglio se non ci fosse una diffusa tendenza a dimenticare le lezioni della storia. Ma senza trascurare il fatto che la situazione di oggi è per importanti motivi diversa da ogni epoca precedente11.

È tipico, quanto disastroso, che in situazioni come questa ci sia un crollo della fiducia e una diffusione dello scaricabarile (quando qualcosa non funziona è sempre “colpa di qualcun altro”).

 

È difficile, ma non è un’utopia

 

Insomma il concetto di meritocrazia è discutibile – e può essere interpretato in modi molto diversi. Ciò non significa che sia sbagliato. Al contrario, quando funziona è non solo moralmente e umanamente desiderabile, ma dà anche ottimi risultati.

Chi ha esperienza di ambienti di vita e di lavoro in cui il clima è di collaborazione e rispetto reciproco, di forte motivazione, di riconoscimento del merito, sa bene quanto sono gradevoli e quanta qualità sono in grado di produrre. Ma la percezione è più emotiva che razionale, più istintiva che formale, più umana che schematica. E qui sta il problema. È molto difficile che il merito si possa definire e gestire secondo criteri standardizzati, burocratici o normativi.

Il tema della meritocrazia è stato – e continua a essere – ampiamente discusso. Molti pensano, non senza motivo, che sia un’utopia. Purtroppo lo è, se si immagina che possa essere universale e omogenea, applicabile a tutto e a tutti secondo uno schema rigido e con un unico criterio. Ma ciò non vuol dire che sia impossibile.

Con flessibilità e buon senso, sensibilità e comprensione, si può davvero dare valore al merito – molto più e molto meglio di quanto accada nella maggior parte delle organizzazioni (comprese quelle che immaginano, o fingono, di essere meritocratiche). E anche in ogni genere di rapporti umani.

Più che un metodo, è un’idea. Più che una disciplina, è un ideale – come tale irraggiungibile in “perfezione assoluta”, ma fertile e desiderabile come atteggiamento e aspirazione.

Potremmo, se ne avessimo davvero il desiderio, fare enormi progressi nel riconoscere il merito, dovunque sia. Ogni impegno in quel senso è, in sé, meritevole – ma anche nel “migliore dei mondi possibili” non riusciremmo mai a scoprire tutte quelle persone che, senza mai avere, né desiderare, le luci della ribalta, stanno migliorando una parte, piccola o grande, del mondo in cui viviamo. A quei tanti generosi “ignoti” probabilmente nessuno dedicherà mai un monumento. Ma meritano la nostra perenne gratitudine.
*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura umana. Ha scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere della stupidità”). Il suo sito online è http://gandalf.it 

 

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

In nessun altro Paese dell’Europa occidentale come in Italia i
vertici degli ambiti lavorativi sia pubblici che privati con un
minimo di qualificazione sono protetti da regole di accesso,
formali o informali, le quali di fatto sbarrano il passo a chiunque
non si trovi già inserito nel personale da decenni o non goda di
appoggi potentissimi. La generale, feroce ostilità al merito,
unita al culto del principio della «carriera» e al legalismo
spietato custodito dal Tar – tre pilastri della burocrazia statale – si
rivela un’arma efficacissima per impedire ai funzionari più
giovani e intraprendenti di scalare rapidamente gli alti gradi.
Dell’università neppure a parlarne. Ma, ripeto, non è solo lo
Stato: il sistema bancario, ad esempio, è ormai da decenni
nelle mani degli stessi mentre i nuovi ingressi avvengono con il
contagocce. In complesso, poi, tutti i consigli d’amministrazione
del settore privato vedono la presenza strabordante di persone
intorno ai settant’anni.
(Da “Il Corriere della Sera”, 2010)

INTERVISTE Cesare Lanza - Catricalà, l’audace dell’Antitrust

“I giovani di oggi purtroppo non hanno le nostre chance… Ripartendo dall’Università, bisogna restituire al merito il suo giusto calore. E bisogna diffondere nel Paese la cultura della concorrenza e del rispetto dei consumatori, perché anche questi sono fattori fondamentali per far ripartire l’economia”

Cesare Lanza*

Antonio Catricalà. Calabrese classe 1952, sposato con due figlie, dal 2005 riveste la carica di Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Laureatosi a 22 anni in giurisprudenza, ha superato, in seguito, sia il concorso in magistratura sia l’abilitazione per la professione forense.
Ha all’attivo una lunga carriera di docente universitario, avendo insegnato prima diritto privato all’università La Sapienza e poi, carica che ancora ricopre, diritto dei consumatori all’università Luiss Guido Carli.
L’Antitrust è l’istituzione che, tra le altre, svolge attività di vigilanza sui comportamenti che possono impedire la concorrenza, di valutazione e sanzionamento dei casi di conflitto d’interesse dei componenti del Governo, di controllo sulla correttezza dei messaggi pubblicitari.

Come ricorda il suo arrivo a Roma da Catanzaro?
“Fu una scelta obbligata: in quegli anni in Calabria non c’erano università, Roma e Napoli erano le mete più vicine.
Per molti mesi per me la Capitale ha coinciso con il triangolo della cittadella universitaria: piazza Bologna, viale del Policlinico, San Lorenzo. Ho scoperto via Condotti solo quando all’università ho iniziato a ottenere i primi risultati e mi sono rilassato”.
Si è laureato a soli 22 anni e dal suo curriculum si potrebbe dedurre che le piacesse studiare. È stato così?
“Il diritto mi è sempre piaciuto, ma con i miei genitori c’era poco da scherzare: sugli studi non facevano sconti, bisognava andare avanti come treni anche perché, oltre a me, c’erano tre sorelle da mantenere all’università”.

Pensa che oggi un ragazzo possa avere le stesse chance di intraprendere un percorso professionale importante come il suo?
“Onestamente no, anche se non sono sicuro che la determinazione della mia generazione sia paragonabile a quella dei giovani di oggi. Non mancano le potenzialità, ma gli stimoli a raggiungere i risultati sono diversi: noi genitori siamo maggiormente protettivi, cerchiamo di togliere ai ragazzi le castagne dal fuoco. Ma così facendo non li aiutiamo.
C’è poi un clima di sfiducia generalizzato nel riconoscimento del merito che non viene considerato un valore in sé. Oggi essere il migliore può non essere sufficiente: e questo è il danno peggiore che possano subire le nuove generazioni”.

Uno dei temi più urgenti nel nostro Paese è la mancanza di giovani in ruoli di comando. Cosa fare per favorirne l’accesso?
“Intanto ritornare alla cultura del merito a partire dall’università. Occorre formare le professionalità giuste, dotarle non solo di sapere teorico, ma di conoscenze pratiche. La formazione deve essere multidisciplinare: non basta conoscere a menadito i manuali per essere ottimi manager pubblici e privati.
E poi occorre gestire la fase di ricambio: negli Stati Uniti spesso le aziende trattengono i dirigenti anziani con posizioni a part time proprio per permettere che trasferiscano il loro know how ai giovani”.

A tal proposito, come docente universitario ha una prospettiva privilegiata sul mondo giovanile. Nelle nostre università il merito viene premiato?
“Purtroppo non come si dovrebbe. È uno degli effetti negativi delle risorse scarse: non ci sono sufficienti fondi per le borse di studio, per premiare l’eccellenza degli studenti con poche disponibilità economiche. E questo è un grosso limite”.
Se dovesse spiegare in poche parole di cosa si occupa l’Antitrust?
“È un gruppo di audaci che cerca di diffondere nel Paese la cultura della concorrenza e del rispetto dei consumatori.
Lo fa sanzionando le intese e gli abusi compiuti dalle imprese, e tutelando i cittadini dalle pratiche commerciali scorrette delle aziende, ma anche segnalando al Parlamento, al Governo, alle Regioni e agli enti locali tutte le norme che bloccano la competizione. È una battaglia difficile, ma in gioco c’è la crescita del Paese, la possibilità, con riforme a costo zero, di fare ripartire l’economia”.

Come si riesce a mantenere indipendente l’Antitrust? Quali sono le pressioni maggiori alle quali deve opporre resistenza?
“L’indipendenza è uno stato dell’animo: non ci sono regole, per quanto ferree, che possano garantirla.
Quanto alle pressioni devo essere sincero: non ne ho mai ricevute forse perché chi mi conosce sa che produrrebbero l’effetto opposto”.

Quali reali vantaggi ha introdotto, per i consumatori, la class action?
“È troppo presto per fare un primo bilancio: ancora non si sono svolti i processi mentre ci sono state diverse decisioni di inammissibilità dell’azione. È la dimostrazione che occorre, soprattutto da parte delle associazioni dei consumatori, un uso intelligente dello strumento.
Non va agitato come un panno rosso davanti al toro, ma attivato a reale tutela dei consumatori.
Bisogna selezionare bene i casi anche perché sarebbe assurdo intasare i tribunali di azioni di classe. Ricordiamoci che una giustizia tardiva equivale a giustizia negata. L’azione di classe è stata introdotta con grande ritardo nel nostro Paese e anche con limiti che si potevano evitare. Ma adesso la legge c’è: usiamola bene”.

In Italia caste e corporazioni sembrano spesso condizionare pesantemente il mercato. Quali azioni possono essere intraprese per scardinare i loro cartelli?
“L’Antitrust fa la sua parte quando ci sono indizi di intese restrittive della concorrenza intervenendo con i suoi poteri sanzionatori. Tuttavia in alcuni settori il vero problema è quello di una regolamentazione che protegge le singole categorie. Purtroppo la crisi economica internazionale ha acuito e radicato il bisogno di protezione, la voglia di numeri chiusi, di barriere all’ingresso di altri concorrenti.
Il Paese deve fare un salto culturale e comprendere che la competizione aiuta la crescita economica e aumenta il benessere collettivo”.

Le liberalizzazioni, in diversi ambiti come il trasporto ferroviario, per esempio, sono ancora un miraggio. È possibile sperare in cambiamenti imminenti?
Il clima politico di scontro purtroppo non aiuta ad affrontare riforme che, inizialmente, possono portare a una perdita di consenso da parte dei cittadini perché i frutti positivi delle liberalizzazioni hanno bisogno di tempo per maturare. Servirebbe una visione proiettata verso il futuro, che prescinda dalle convenienze immediate, e un’intesa bipartisan. Ma il momento non mi sembra propizio”.

Da più parti si teme che l’acqua, bene primario, possa entrare nelle mani dei privati più di quanto non lo sia già. È un timore giustificato?
“Purtroppo siamo di fronte a un equivoco che indica quanto sia ancora vivo il pregiudizio degli italiani nei confronti dell’imprenditoria privata.
La riforma che il referendum potrebbe abrogare non privatizza l’acqua che è, e resta, un bene pubblico.
Semplicemente quella riforma prevede l’obbligo di mettere a gara il servizio idrico, garantendo così che la gestione vada all’impresa in grado di offrire il servizio migliore alla tariffa minore.
D’altra parte credo si debba uscire dall’idea che l’acqua possa essere gratis: già oggi non è così, perché la manutenzione degli acquedotti costa, costa la distribuzione, etc. L’obiettivo deve essere quello di ridurre gli sprechi e, se possibile, tagliare le tariffe eliminando le inefficienze”.

Tra le ultime azioni dell’Antitrust c’è la maxi multa ai produttori di cosmetici per aver fatto cartello sui prezzi. Quali altre azioni può avviare l’Antitrust per sanzionare comportamenti non trasparenti?
“La sanzione è lo strumento tradizionale che l’Autorità utilizza quando la violazione alle regole della concorrenza è molto grave. Le imprese hanno però anche la possibilità di presentare all’Antitrust impegni in grado di produrre effetti positivi sui mercati o a favore dei consumatori.
È un’arma alternativa, che rappresenta comunque un costo per l’impresa, spesso analogo a quello che dovrebbe sopportare con una sanzione.
Però gli effetti a favore della concorrenza o dei consumatori si vedono subito. Gli impegni sono resi obbligatori dall’Autorità che vigila sul loro rispetto, altrimenti scatta una sanzione”.

La legge 215 del 20 luglio 2004 recita così: “I conflitti di interessi sono quelle situazioni in cui il titolare di una carica di Governo si viene a trovare allorché delibera o partecipa a deliberazioni concernenti materie rispetto alle quali egli è direttamente o indirettamente portatore di interessi privati che possono confliggere con interessi pubblici”.
“In realtà la norma è più articolata: perché esista il conflitto di interesse occorre che l’atto compiuto, o omesso, dall’esponente del Governo abbia un effetto specifico e preferenziale sulla sua sfera patrimoniale o su quella di un parente, con danno per l’interesse pubblico.
Sono vincoli piuttosto stringenti per consentire l’accertamento di un conflitto. Facciamo un esempio: se un ministro firma un atto che favorisce un settore in cui opera l’azienda della moglie, l’Autorità deve prima provare l’effetto specifico e preferenziale sul patrimonio della consorte.
Superata questa prima verifica, occorre provare il danno all’interesse pubblico. A dirla tutta non siamo mai riusciti ad arrivare fino a questa ultima fase di verifica perché mancava sempre l’impatto specifico”.

*Dice di sé.
Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono molto, per quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina Poletti: “Era un uomo tutte case e famiglie”. L’altra, pensata da un ex allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da ragazzo si comportava come un adulto. Da adulto, come un ragazzo”. Gli mancheranno molto i cinque figli, che in vita ha trascurato, le due mogli, gli amori vissuti o anche semplicemente sognati, il poker, le scommesse, i libri… e anche le partite del Genoa, non importa se vincenti o perdenti. Tante cose, tanti affetti: perchè morire?

 

GUIDO CORBETTA

La cultura del merito non si diffonderà finché non sarà
accettata da tutta la società. E accettare la meritocrazia ha
dei costi – bisogna infatti essere disponibili ad essere valutati e a
riconoscere i propri limiti. È necessario, dunque, coniugare il
merito con il concetto di responsabilità sociale, instillando il
concetto che “chi più ha, più deve dare”.

(Docente ordinario università Bocconi, da “unibocconi.it”, 2008)
 

 

Clap - Le sconfitte politiche non hanno cambiato gli uomini ma i nomi dei partiti

Siamo piani di cattivi maestri che continuano a parlare, pur non avendo da un pezzo più nulla da dire. E di buoni maestri, di riferimenti, non se ne vedono

Clap*

La politica. A sentirne parlare di questi tempi è quasi come parlare della peste. E così anche i politici sembrano assumere più le sembianze degli untori di manzoniana memoria che quelle di portatori di valori e di azioni finalizzate all’amministrazione della cosa pubblica. Perché, forse, in molti lo hanno dimenticato, la parola politica è coniata da Aristotele proprio per indicare quella gamma di attività mirate alla corretta gestione della polis (la città greca) per il benessere di tutti i suoi cittadini.

Nei secoli le definizioni di politica sono state differenti e sono cambiate, come è giusto, in relazione ai nuovi equilibri ed esigenze delle donne e degli uomini che hanno abitato o abitano una polis sempre più diversa da quella originale.

Eppure, per cercare di capire meglio cosa sia la politica e ancor di più cosa siano i politici, o cosa siano diventati, bisognerebbe provare a tornare alle origini.

Un tentativo in tal senso lo compie Antonio Funiciello, con il suo libro Il politico come cinicoL’arte del governo tra menzogna e spudoratezza. Attraverso un’analisi del cinismo politico dalla sua nascita nella gloriosa Atene, passando per Amleto e Roosevelt, Funiciello compie un percorso che riabilitando il cinismo come qualità dell’uomo politico, fornisce allo stesso tempo indicazioni su come, più in generale, un politico dovrebbe essere.

In Italia le numerose e ben distribuite sconfitte politiche, invece di produrre un cambiamento del ceto dirigente, hanno prodotto un cambiamento del nome del partito.

 

Da vocabolario, cinico è colui che rivela disprezzo per ogni convenzione sociale o ideale morale. Il suo cinico, invece, è da intendere come?

“La definizione corrente è figlia di un’evoluzione spregiativa del significato originario della parola greca, con la quale s’intendeva tutt’altro. I cinici dell’antichità erano spudorati perché negavano valore al consenso diffuso che sosteneva il regime democratico ateniese. Questo preciso rifiuto li rendeva spudorati. Non disprezzavano le convenzioni sociali del tempo e men che meno gli ideali. Semplicemente, negavano che quel consolidato vissuto comune avesse per loro un valore stabile e imperituro.

Il mio politico come cinico d’oggi ha lo stesso cauto atteggiamento di distanza e rielaborazione, perché vuole creare nuovo consenso intorno al nuovo progetto politico, incarnato dalla sua leadership. Se vuoi cambiare il mondo non puoi certo accontentarti del mondo così com’è e si dispone ai tuoi occhi”.

 

Dei leader politici, lei dice che possono essere linearisti e circolaristi. Ci spiega brevemente cosa significa?

“I leader sono tali se guidano un gruppo di seguaci verso obiettivi condivisi. La voce verbale to lead indica ciò perentoriamente. Un leader produce sempre il movimento di se stesso e di chi sta con lui verso una meta. Si può produrre un movimento progressivo o regressivo, quindi lineare; o un movimento circolare, cioè muovere te e chi ti segue al solo scopo di mantenere la posizione di partenza e la rendita che da quella posizione deriva per te e, magari, anche per i tuoi seguaci. Naturalmente anche nel primo caso chi segue i leader in un movimento lineare lo fa perché pensa di guadagnarci qualcosa. Non fosse soltanto che un mondo migliore”.

In base a queste definizioni, destra, sinistra, centro sono categorie ancora valide?

“Senz’altro destra e sinistra. Il centro non è affatto una categoria politica, se vogliamo definirle così. Esistono solo destra e sinistra. Poi possiamo pure chiamarle centrodestra e centrosinistra, ma è una scelta nominalistica. Solo che rispetto al movimento che producono, destra e sinistra sono certamente trasversali. Mi spiego. Chi produce un movimento circolare è evidentemente un conservatore. Ma oggi, per esempio in Europa, è molto più la sinistra, che la destra, a pretendere di preservare posizioni e rendite di partenza muovendosi intorno ad esse. O, peggio, la sinistra spesso s’intesta veri e propri movimenti regressivi. Un paradosso, se si pensa che la sinistra nasce progressista, quindi tesa sempre nel movimento in avanti. Un paradosso che però, purtroppo, è anche una realtà”.

 

Alla luce di tutto questo, che fine hanno fatto le ideologie?

“Ci sono ancora. Persiste, ad esempio, un’ideologia socialdemocratica fiera di sé, malgrado delle nazioni che contano – quelle del G20 – ormai solo Australia e Sud Africa siano governate da un partito iscritto all’Internazionale sota. Esiste poi una destra liberalconservatrice vincente – si pensi a Cameron, alla Merkel – che cerca di rimodulare se stessa. Esiste una sinistra liberaldemocratica che governa la metà della popolazione del mondo libero: negli USA, in India, in Giappone. Ideologie vive e vegete e in stato di interessante evoluzione. E persistono sciaguratamente anche le vecchie ideologie, come nella Cina comunista, tanto per fare un esempio. Ci sono poi le nuove ideologie religiose dell’indegno fanatismo islamista. Le ideologie ci sono eccome. Non l’ho mai capita la storiella della morte delle ideologie…”.

 

Nel suo libro cita Gramsci, Lyndon Johnson, Roosevelt Fra cinquant’anni quale politico potrà essere citato per quello che ha scritto?

“Di recente ho letto la bellissima autobiografia di Tony Blair. Un leader che ha fatto la storia del suo Paese e verrà di certo studiato e molto citato negli anni a venire. E all’estero ce ne sono tanti altri. Ma immagino che lei pensasse più all’Italia, rivolgendomi questa domanda. Beh, qui le cose si complicano. Mi pare indiscutibile che la generazione politica al vertice nella seconda repubblica non farà parlare molto di sé in futuro. Perché è andata incontro ad una incontestabile sconfitta. Doveva – e parlo di destra e sinistra – chiudere la transizione istituzionale e non l’ha fatto; doveva modernizzare economicamente il nostro sistema-paese e non l’ha fatto; doveva dare nuovi strumenti di rappresentatività, nuovi grandi partiti protagonisti del bipolarismo e guardi in che stato sono Pdl e Pd. Un vero peccato”.

 

Con i dovuti distinguo, chi oggi potrebbe essere un seguace di Socrate, cioè un riferimento politico-culturale?

“Questa è una domanda difficile. Siamo pieni di cattivi maestri che continuano a parlare, pur non avendo da un pezzo più nulla da dire, appesantiti come sono dagli anni e dai fallimenti. E di buoni maestri, di riferimenti, non ne vedo alla ribalta. In Italia c’è ancora gente in gamba in giro; tuttavia preferisce starsene dietro le quinte e non accedere al proscenio del dibattito pubblico. Purtroppo”.

 

Politica come dono di Zeus, mescola di giustizia (dike) e pudore (aidos). Oggi, la politica che mescola è diventata?

“La politica l’hanno inventata i greci e, fino a quando ci sarà, sarà quella roba lì. Cioè capacità di ideare un progetto di comunità (dike) unita al gusto di creare consenso (aidos) intorno ad esso. Ed è evidente che oggi, in specie nelle grandi democrazie avanzate d’Occidente, essendosi consolidato un orizzonte valoriale di fondo, quello dei diritti fondamentali dell’individuo, le variazioni attengono più alla sfera di aidos che a quella di dike. È un gran bene. Finché, difatti, s’è messo in discussione quell’orizzonte valoriale comune, ci siamo fatti la guerra l’un l’altro. Quando l’abbiamo accettato ed eletto a stella polare del nostro vivere civile, abbiamo smesso di darcele di santa ragione”.

 

È con Pericle che per la prima volta chi fa politica viene retribuito. Quale sarebbe il compenso giusto per chi della politica ha fatto il suo lavoro?

“Banalmente il compenso giusto è quello adeguato alle prestazioni di lavoro che vengono offerte e alle responsabilità che si assumono nell’offrirle. Oggi, in Italia, abbiamo l’impressione che i politici siano pagati tanto perché sono poco produttivi. I dati parlano da soli. Secondo l’ultimo rapporto del World Economic Forum siamo al 48° posto per indice complessivo di produttività – che è già un dato bassissimo – ma gli indici particolari di produttività che riguardano direttamente la politica e i politici sono tra i più bassi dei 139 paesi censiti.

Possiamo anche abbassare gli stipendi di parlamentari e ministri e portarli alla media europea, ma rispetto alla loro produttività resterebbero comunque altissimi. Il problema si risolve rendendo la politica e i politici più produttivi e solo un ricambio generazionale può provare a rendere raggiungibile questo obiettivo. I politici che ci sono oggi, ce li abbiamo ormai da vent’anni: da loro non ci si può aspettare più niente di risolutivo”.

 

Lei scrive che come ogni uomo di buon senso Amleto è un garantista, crede nell’innocenza dell’indiziato, fino a che non sia dimostrata con dovizia di prove la sua colpevolezza. Oggi siamo garantisti a giorni alterni. È venuto meno il buon senso?

“Sì, il buon senso e ogni serio e responsabile riferimento al bene comune all’interesse generale. In Italia è da un pezzo saltato l’equilibrio tra i poteri dello stato, sia per colpa della politica sia per colpa della magistratura. Vanno riscritte le regole. E, anche qui, solo una nuova generazione di politici, magistrati e avvocati può farlo”.

 

La globalizzazione ha portato democrazie e regimi totalitari a collaborare. All’orizzonte, più democrazia o dittatura?

“È la sfida del futuro. E dobbiamo vincerla, noi democratici occidentali. Ma non siamo soli: pensi soltanto a quell’esperimento eccezionale che è oggi l’India del primo ministro Singh. Si tratta di trovare gli strumenti che consentano alle democrazie del mondo di coordinare le iniziative di promozione dei loro valori fondamentali. Abbiamo un grande vantaggio: i nostri avversari sono divisi.

I regimi anti-democratici sono di diversa natura e questo indebolisce la loro capacità di configurarsi quale polo di riferimento alternativo a quello democratico. Ma la sfida resta difficile. Pensi all’attenzione che la Cina mostra orami da molti anni nei confronti dell’Africa, indirizzando lì importanti investimenti. Sarebbe una grave sconfitta per noi democratici se l’Africa finisse sotto l’influenza di quella che resta un’odiosa dittatura”.

 

Un capitolo del suo libro si intitola Il cinismo dei fini... Potrebbe far pensare ad un riferimento specifico, invece, cosa intende?

“È il tipo di cinismo politico dei totalitarismi, in cui il fine giustifica sempre i mezzi che lo servono. Gli esempi storici ci aiutano. Se t’incarichi di realizzare una perfetta comunità di ariani, come l’idea di giustizia nazista predicava, allora riconosci come un mezzo lecito l’assassinio di 6 milioni di ebrei. Se, invece, vuoi costruire una società comunista in cui tutti ricevano secondo i loro bisogni e diano in base alle loro capacità, allora uccidi tutti quelli che pensano che i meriti abbiano dignità quanto i bisogni. Se il tuo obiettivo è costruire quello che credi sia il paradiso in terra, chi ti si oppone non può che essere un inviato del demonio.

Qui sta la superiorità morale della democrazia sui totalitarismi, per la quale non sono i fini a giustificare i mezzi della politica, ma sono i mezzi che giustificano i fini. È il tuo modo di essere democratico, i mezzi che utilizzi, che ti vincolano a un’idea di giustizia che, per esempio, ti impone perentoriamente di rispettare la vita e la libertà dell’altro”.

 

Chi tra questi è il politico più cinico: Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Niki Vendola, Antonio Di Pietro, Pier Ferdinando Casini, Umberto Bossi?

“Escluderei dal novero Vendola e Di Pietro, che sono personaggi minori. Gli altri, per quanto detto finora, sono tutti cinici, seppure in maniera diversa. Ognuno di loro ha un suo modo di esserlo, come ho cercato di spiegare nell’ultimo capitolo del libro”.

 

Ci chiarisce la sua teoria del bicchiere mezzo-vuoto, mezzo-pieno?

“Più che una teoria, è un’ipotesi. Un paradosso. Sono partito dall’osservazione dei leader politici alle prese con molti problemi della contemporaneità. Ebbene, spesso questi problemi sono bicchieri-mezzi-pieni-e-mezzi-vuoti, cioè presentano un equilibrio tra i vantaggi e gli svantaggi che recano alla collettività. Una circostanza tipica della complessità caratteristica del vivere sociale dei nostri giorni.

Fatto sta che nessun politico che voglia esercitare la sua funzione di guida della società può limitarsi alla constatazione e alla descrizione del problema: i politici sono chiamati dal loro ruolo a dire qualcosa in più. Ma se lo fanno – e lo fanno sempre, per definizione – finiscono per mentire, sia nel caso in cui accentuino la pienezza del bicchiere, sia in quello in cui si concentrino sulla sua vuotezza.

Dire la verità “quel bicchiere è, al contempo, mezzo pieno e mezzo vuoto” è impossibile per un uomo politico. La descrizione della verità immobilizza, blocca: è roba da intellettuali, da filosofi. Come ha spiegato Hannah Arendt, la verità esige di essere riconosciuta come tale e impedisce il dibattito, che è però l’essenza dell’arte politica”.

Il potere politico, economico e finanziario in Italia è detenuto da persone che, pur avendo superato i sessant’anni, non sembrano affatto interessate a formare nuove classi dirigenti. Quale futuro ci aspetta?

“Credo che questa finirà per essere la maggiore responsabilità dell’attuale classe dirigente, al netto delle tante sconfitte cui pure è andata incontro. Ed è in particolare un problema del ceto politico. Chi pretende di giustificare la gerontocrazia presente ai vertici della politica in ragione del fatto che anche il potere economico e finanziario è in mano ai vecchi, non ha ancora capito a che serve la politica. Anche se, almeno in politica, bisogna uscire dai luoghi comuni.

È vero, difatti, che i sessantenni oggi bloccano il ricambio al vertice, ma lo sa che l’età media del gruppo parlamentare del Partito democratico alla Camera è più bassa di quella del gruppo laburista a Westminster o di quella dei socialdemocratici al Bundestag o di quella dei soti francesi all’Assemblée Nationale? Noi – faccio il caso del mio partito, il Pd – di giovani quarantenni alla Camera ne abbiamo parecchi. Solo che non riescono a farsi generazione e a ingaggiare uno scontro coi sessantenni, perché finora non sono stati capaci di elaborare una visione delle cose e una missione per il partito in cui militano diversa da quella dei loro padri e più adatta ai tempi”.

 

Nel libro ci sono tanti riferimenti a capisaldi della letteratura: da Amleto a I promessi sposi, passando perMoby Dick e I fratelli Karamazov. La cultura contiene, di fatto, la soluzione a tutti i nostri interrogativi?

“Senza alcun dubbio”.

 

Per comprendere meglio le ragioni di quest’ultima risposta e per avere un’idea di come, talvolta, tutto cambia perché niente cambi, vi proponiamo uno stralcio dal libro di Funiciello, nel quale si fa riferimento, tra l’altro, alla figura del garantista Amleto, pronto a credere nell’innocenza di un indiziato, fino a che non sia dimostrata con dovizia di prove la sua colpevolezza.

 

V. Elsinore. I professionisti del cinismo 

1. C’è del marcio in Danimarca?

 

Ne La politica come professione, Max Weber elenca le caratteristiche fondamentali del leader politico ideale di tipo carismatico: passione, senso di responsabilità e capacità di valutazione.

 

Non basta, infatti, la mera passione per quanto sentita sinceramente. Essa non fa di una persona un politico, se, come servizio a una «causa», non assume anche la responsabilità nei confronti di tale causa quale stella polare del proprio agire. Ecco allora qual è la qualità psicologica decisiva del politico, l’occhio, la capacità di lasciar operare su di sé le realtà nella calma del raccoglimento interiore, quindi la distanza verso cose e uomini.

 

Il nostro politico come cinico è a suo agio nella descrizione di Weber delle qualità politiche cardinali, come lo è in altri luoghi weberiani in cui il potere carismatico del leader lo contrappone al portato tradizionale del suo mondo, su cui tanto s’è indugiato in precedenza. Scrive in proposito Francesco Tuccari:

 

Poiché il «passato» non è altro che un cosmo di regole santificate dalla tradizione, si può affermare che, nello schema weberiano, l’efficacia sovvertitrice del carisma consiste – almeno in via di principio – nel suo contrapporsi frontalmente ad ogni regola, dedotta o consacrata.

 

Ma questa contrapposizione avviene nel trasporto di una passione governata dalla responsabilità e orientata adistanza.

Per noi che andiamo conducendo una vivisezione della moderna coscienza politica sub specie cinica, l’approccio weberiano non può che tornare prezioso. La causa responsabilizzante del nostro politico come cinico è indubbiamente la sua idea liberaldemocratica di giustizia (dike), che nell’applicare strategie (mezzi) da essa ispirate e perseguenti compatibili obiettivi (fini), agisce sull’aidos umano alla ricerca di consenso. Una siffatta pratica dell’arte politica prescrive al cinico «quella forte capacità di controllo dell’anima che […] lo distingue dal mero dilettante politico “sterilmente eccitato” [ed] è possibile solo con l’esercizio della distanza».

S’è già detto nel primo capitolo di come i kynikos dell’antica Grecia vivessero una distanza fisica, chilometrica dallapolis, nel ritiro fuori i confini della città. Il ripiegamento in un hinterland disagiato, che metteva a dura prova le loro capacità complessive di resistenza, era tuttavia anche un esercizio insostituibile per garantire successo alle incursioni sull’acropoli. Quando cioè la spudoratezza cinica delle origini (l’anaideia) andava all’attacco del pudore borghese del cittadino probo, incarnandosi nella rappresentazione di uno stile di vita alternativo, negatore e spregiatore dell’aidos diffuso. Weber sembra suggerire al politico come cinico – al kynikos che tornato in città si è politicizzato – di praticare la stessa distanza nell’esercizio quotidiano dello scettro conquistato. Pena il crollo nella sterile partecipazione emotiva all’agone politico propria dei politicanti, a cui Weber dà il nome di vanità in contrapposizione alla distanza, quale sua kierkegaardiana malattia mortale.

Nell’Amleto di William Shakespeare, troviamo delle efficaci personificazioni di esperienze ciniche d’arte politica, nel rigore dell’interpretazione weberiana. Verso la metà dell’opera (III, 2, vv. 132-271), il principe di Danimarca si serve di bravi attori girovaghi per inscenare davanti allo zio Claudio l’assassinio del padre, ridotto ormai a errabondo spettro. Ci saranno, in seguito, assai utili i consigli impartiti da Amleto agli attori (vv. 1-48). Al momento ci è già congeniale notare il carattere del giovane principe che, uomo di ragione, nonostante abbia visto con i suoi occhi e udito con le sue orecchie il fantasma del padre morto ordinargli vendetta per l’ignobile fratricidio subito, cerca sul delitto una prova empirica. S’inventa così l’artificio di una rappresentazione teatrale che ripeta l’omicidio davanti agli occhi di Claudio, di colui cioè che continua a considerare ancora solo un presunto assassino.

Come ogni uomo di ragione, Amleto è un garantista: crede nell’innocenza dell’indiziato, fino a che non sia dimostrata con dovizia di prove la sua colpevolezza. Di questa sua titubanza si accorge lo spettro del padre che, paziente, attende per un po’ che maturi nel figlio l’intenzione omicida, fino ad apparirgli (stavolta spazientito) una seconda volta nel palazzo reale, per intimargli di non tergiversare oltre e fare giustizia. È la meravigliosa e straziante scena (III, 4) nella stanza da letto della regina Gertrude, nella quale è ucciso per sbaglio Polonio, dando avvio alla cieca spirale di efferatezze che produrrà nei due atti successivi altre sette morti violente tra i personaggi dell’opera. Una cecità in macabra sintonia con la situazione politica danese, che è la vera premessa a quanto avviene nel dramma e di cui bisogna dar conto, prima di tornare al giovane Amleto e all’intelligente cinismo politico di suo zio usurpatore e della madre fedifraga.

L’Amleto si apre con una vera e propria nota di attualità politica. Shakespeare considera essenziale, per l’efficace comprensione di quanto accadrà, dare a noi spettatori/lettori un’infarinatura sullo stato della nazione danese. Bernardo e Marcello, due ufficiali di guardia, hanno chiesto all’intellettuale Orazio di unirsi a loro nel turno di guardia, poiché nelle notti precedenti gli è apparso uno spettro dalle fattezze simili a quelle del defunto re Amleto. Alla presenza di Orazio, lo spirito dannato ricompare per ben due volte. Tra la prima (I, tra v. 39 e v. 40) e la seconda (I, tra v. 125 e v. 126) apparizione, Shakespeare colloca un breve scambio di battute tra Marcello e Orazio, che ci dà conto di quanto accade in Nord Europa.

Apprendiamo che la Danimarca, monarchia elettiva medievale, si ritrova in uno stato di precarietà politica a causa della morte del vecchio re. Nonostante chi parla cerchi di mitigare il cattivo giudizio nei confronti del defunto, da Orazio, Marcello e Bernardo veniamo a sapere che il vecchio Amleto era un re sanguinario. La sua sete di conquiste è la principale motivazione dell’instabilità geopolitica dell’area nordeuropea.

Amleto il vecchio ha ucciso in singolar tenzone il re norvegese Fortebraccio, facendo proprie alcune regioni del suo regno. A Fortebraccio è succeduto il fratello Norvegia che, impedito dalla malattia, non riesce a tenere a bada lo spirito indomito del figlio del defunto re norvegese, il giovane Fortebraccio, che va radunando un esercito per riprendersi quanto ritiene suo di diritto.

Anche Amleto il vecchio, ucciso per mano del fratello Claudio, riconosce tacitamente le sue colpe per i problemi politici causati al suo stato. Quando avrà modo di parlare al figlio (I, 5, vv. 1-91), gli dirà del castigo che sta pagando proprio perché passato all’altro mondo con l’anima ingombra degli orrendi crimini (foul crimes, I, v. 12) compiuti in vita.

Lo stesso giovane principe, incontrando fortuitamente lo zio Claudio mentre prega nella cappella di corte, deciderà di non ucciderlo proprio perché, assassinando lo zio mentre sta riconciliandosi col divino, rischierebbe di mandarlo direttamente in paradiso (III, 3, vv. 46-96). Esito non accorso al padre morto peccatore che, assassinato dal veleno del fratello con tutti i suoi crimini in piena fioritura (with all his crimes broad blown, III, 3, v. 81), è difatti finito in purgatorio.

Amleto il giovane, per quanto trasfiguri continuamente il ricordo del padre, sa che è stato un cattivo uomo di governo. È colpa sua se il giovane Fortebraccio raduna un esercito, mentre in Danimarca «si fondono ogni giorno cannoni di bronzo/ e si conducono con altri paesi traffici di guerra […] che non han pace neppure la domenica».

«La Danimarca [è] uno Stato fondato sulla violenza, nato dalla guerra e generato dalla forza combattiva di un ceto nobile, incarnato dal re».

Quella di Elsinore è una corte inquieta, pervasa dalla paura che lo squilibrio dell’area nordeuropea seguito al regno di Amleto il vecchio possa rivolgersi contro la nazione che l’ha determinato. È una preoccupazione ragionevole, che occupa i discorsi dei nobili/politici e dei ceti sottoposti, come quello militare incarnato da Bernardo e Marcello e quello intellettuale incarnato da Orazio. La reazione del ceto politico/nobiliare danese è, anzitutto, mettere la nazione in stato d’allarme: vengono disposti turni di guardia straordinari affidati a ufficiali e una frenetica corsa agli armamenti non lascia un giorno di riposo agli operai che impermeabilizzano le navi da guerra.

Quindi, ci si preoccupa di rafforzare la posizione del legittimo successore del re defunto, il fratello Claudio, favorendo il matrimonio con la regina rimasta vedova. L’esempio vicino della Norvegia, dove il figlio di Fortebraccio ha male accettato la legittima successione di quel trono sul capo dello zio Norvegia, mette in ansia i nobili/politici di corte, che temono che qualcosa di analogo possa accadere anche a Elsinore. A indicare uno sbocco positivo per questa diffusa inquietudine, ci pensano però due bravi politici come cinici, il re Claudio e la regina Gertrude, che danno prova di sé nel mettere a frutto la pratica della distanza weberiana.

Siamo pronti a vedere come.
*Dice di sé.
Clap. Il suo nome è in un battito d’ali. Nell’applauso del pubblico.

SOCIETÀ Giuseppe Corigliano - L’attualità del paradiso COSTUME Domenico Mazzullo - Che strana gara la vita, si corre senza conoscere il traguardo

Ad ogni uomo sono date circostanze, scenari di vita, strumenti con cui lavorare ed influire sugli stessi scenari, ma soprattutto su se stessi, nel bene o nel male

Domenico Mazzullo*

Merito = voce dotta dal latino meritum, da merere, meritare.

Diritto alla lode, alla stima, alla ricompensa dovuto alle qualità intrinseche o alle opere di una persona. Azione, comportamento, qualità che rende degno di lode, stima, ricompensa.

 

Forse non è giusto o corretto, o elegante parlare di sé, della propria esperienza, della propria vita, ma quando il discorso è così personale, così intimo e ci chiama in causa così direttamente, risulta difficile non attingere alla propria esistenza, per esprimere un concetto, un pensiero, una convinzione, una fede, che si è andata formando via via, nel corso degli anni, che nel corso degli anni è maturata, si è strutturata, ha assunto una forma compiuta, organica ed organizzata, è diventata qualcosa che vive di una propria esistenza individuale, al di fuori di noi che la abbiamo generata ed è quindi obbiettivabile e trasmissibile agli altri. Parlo ovviamente del concetto di merito, come io lo intendo, come lo vivo quotidianamente, come lo sento entro di me ogni giorno, come lo soffro, anche, perché non è un concetto facile da accettare e sopportare, ma che, una volta interiorizzato, diviene indispensabile, come la stessa aria che respiriamo, alla nostra esistenza, non fisica, ovviamente, ma morale, il che è per me, ancora più importante della prima.

Vivere senza di questo diviene impossibile. È possibile sopravvivere, ma non vivere, come io almeno lo intendo, lo sento, lo sperimento quotidianamente. E non credo che sia una fortuna, sinceramente, aver interiorizzato e fatto proprio questo principio, perchè probabilmente senza di esso si vive meglio, o forse più facilmente, ma quando si viene contagiati da questa malattia inguaribile, da questo microbo resistente ed invulnerabile ad ogni cura, la vita diviene forse più dura, più aspra, chissà anche più sofferta, ma l’unica possibile, l’unica concessa, l’unica permessa, avendo questo principio come unico punto di riferimento, come unico mentore, assieme, ma al di sopra di altri che pur coesistono con pari dignità.

Per fortuna su questa strada non si è soli, ma tanti altri, forse non sufficientemente numerosi, ci sono compagni, ma soprattutto ci hanno preceduto, sono andati avanti a tracciare il cammino, ad indicarci il percorso, ad illuminarlo con il loro esempio e la loro stessa vita, ma è un cammino che ognuno di noi deve percorrere singolarmente, secondo un tracciato che ci è dato ed assegnato; dalla sorte, dalle circostanze, dal destino, da Dio? Non saprei rispondere e sinceramente non mi pongo neppure la domanda, alla quale non c’è risposta. So solamente che sento profondamente che questo compito è dato e sta a noi adempierlo. Da quanto tempo ho questa convinzione e come si è formata entro di me? Come ha assunto questa forma? Da molti, molti anni e il come cercherò di spiegarlo e di raccontarlo, a voi se avrete la bontà e la pazienza di ascoltarmi; a me stesso ora per la prima volta, per averlo più chiaro e comprensibile.

Ho avuto, nella vita, la sfortuna di avere un padre fisico, legittimo che non è stato un buon padre, anzi, meglio detto, che è stato un padre assente, sia fisicamente, ma soprattutto moralmente.

Ho avuto, nella vita, la fortuna di aver avuto un padre, non fisico, non legittimo, ma morale, che è stato per me un grandissimo padre, e lo è tuttora a distanza di tanti anni dalla sua scomparsa, con la sua testimonianza, il suo insegnamento, il suo esempio, le sue parole, il suo affetto paterno verso di me, che non ero nulla e nessuno per lui, ma al quale ha donato quanto di più prezioso potesse donarmi.

Mi ha insegnato ad essere un medico, ma soprattutto, e ancor più importante, ad essere un uomo. Non so se ci sia riuscito, non sta a me dirlo e non ne sarei capace, ma mi ha insegnato a provarci, a tentare, ogni giorno, senza tregua, senza stanchezza, senza pause, senza dubbi o incertezze, senza paura. Come? Con il suo esempio.

Si chiamava Claudio Summa. Era un medico, un chirurgo, il primario del reparto di chirurgia dell’ospedale san Camillo di Roma, che cominciai a frequentare nei primissimi anni ’70 appena iscritto alla facoltà di medicina, resomi subito conto che ben poco avrei imparato all’università, ma molto di più in ospedale.

Avevo già deciso che, se ne fossi stato capace, avrei fatto, da grande, lo psichiatra, ma mi ero proposto di frequentare tutti i reparti per imparare a fare il medico, prima che lo psichiatra, meta alla quale ambivo fin da allora.

Un’occasione fortuita, (ma esistono occasioni fortuite?), mi portò casualmente, dopo aver frequentato altri reparti, in quello di chirurgia, branca della medicina, molto lontana dai miei interessi e che mai e poi mai avrei pensato di praticare tanto a lungo, fino a giungere quasi a specializzarmi in questa, ma è un’altra storia e non voglio divagare.

Venni presentato, io timido, modesto, insicuro, umile studente, al primario, il dottor Claudio Summa appunto, il quale, accogliendomi, mi disse che quello era un posto nel quale si lavora duramente ed era ben felice di avere due mani in più da utilizzare al tavolo operatorio.

Mi chiamò collega e ciò mi inorgoglì enormemente, non avendo compreso, quello essere l’appellativo con cui si rivolgeva agli altri quando non erano nella sua sfera di intimità.

Mi presentai il mattino seguente alle sette, come mi era stato detto e così tutti i giorni per mesi, nei quali continuai ad essere chiamato collega dal dottor Summa, il quale sempre più spesso mi voleva con lui, al tavolo operatorio come terzo a tenere i divaricatori.

Un giorno, che mai dimenticherò nella mia vita e che tuttora mi emoziona ricordare, che mi commuove rammentare e che ho ben vivido davanti me, come se fosse avvenuto ieri, rivolgendomi la parola e guardandomi fisso negli occhi, i soli elementi del viso, suo e mio, che comparivano sotto la bardatura che ci proteggeva il volto, non più mi chiamòcollega, ma per nome, Mimmo, il diminutivo con il quale da allora sempre si rivolse a me, chiedendomi, così semplicemente e apparentemente in modo naturale, di passargli un ferro chirurgico.

Era il suo modo di comunicare. Era quello il modo per comunicarmi che ero entrato nella sua sfera di intimità. Ma non solo, anzi molto di più. Era il modo di dirmi, senza parole, o giri di frase che sarebbero stati inutili, inappropriati, vuoti e comunque non congeniali in una persona timida, come lui era, che mi stimava e che mi voleva bene.

Non c’era bisogno di altro, non era necessario altro per capirsi, per comprendersi. E ci siamo sempre capiti, sempre compresi, sempre voluti bene, per tanti anni, in cui sono stato la sua ombra, o come diceva lui, “la sua terza e quarta mano”, fino a che un cancro al polmone, che ahimè fui proprio io a diagnosticarli e comunicargli, lo strappò alla vita, ma non a me, che continuo sempre a sentirlo presente, dietro di me, alle mie spalle, nei momenti difficili, quando ho un dubbio, una incertezza, quando cedono le forze e la mala pianta dello sconforto prende il sopravvento.

Allora sento la sua voce, sempre bassa, sempre pacata, mai urlata, ma ferma e decisa: “Si deve fare”.

Quante volte l’ho sentito pronunciare questa frase, con un tono che non ammetteva repliche. Quante volte la sento ancora risuonare idealmente dentro di me, quando mi trovo in un momento di incertezza o debolezza. Ma cosa c’entrano questi ricordi personali, con il tema che stiamo trattando, quello del merito appunto? È presto detto.

Si narra spesso, ed è purtroppo vero, che i chirurghi, mentre operano e il paziente è addormentato, per allentare la tensione si raccontano le barzellette, parlano delle loro vacanze appena trascorse, scherzano con le infermiere ed altre amenità del genere.

Ciò non avvenne mai con il dottor Summa, in tanti anni in cui l’ho frequentato, ma nei momenti di pausa, tra un intervento e l’altro, quando ci si riposava un poco, o dopo la visita in reparto, o quando ci si spostava per una consulenza, non perdeva mai occasione per impartirmi, senza farlo vedere, con estrema modestia ed umiltà, come se fossero riflessioni tra sé e sé, ad alta voce e non rivolte ad un interlocutore silenzioso e bramoso di imparare, come io ero, lezioni di vita che furono e sono per me preziose e che sono stampate in maniera indelebile nella mia mente.

Spesso erano parole isolate, sguardi silenziosi, ma estremamente significativi, al massimo poche frasi, mai lunghi discorsi, ma precise, taglienti, lapidarie, concise, puntuali, drammatiche nella loro precisione ed acutezza.

Una volta mi disse che odiava i ginecologi, in primis perché fanno nascere le persone e poi perché hanno reso la gravidanza una malattia. Un’altra volta a commento di una inadempienza grave da parte di un paziente disse che per ammalarsi bisogna essere intelligenti, perché spesso la stupidità è più pericolosa della stessa malattia e ricordo che di fronte ad un grave errore professionale compiuto da un collega per superficialità ed imprudenza, mi disse che le malattie sono pericolose soprattutto perché i medici pretendono di curarle.

Una sola volta, in una circostanza particolare, mi fece un discorso più lungo ed articolato, impartendomi una lezione che da allora in poi ha segnato in modo indelebile la mia vita. Avevamo appena terminato di operare di urgenza un giovane coinvolto in un grave incidente stradale, ma purtroppo il paziente era morto durante l’intervento stesso, a causa del gravissimo trauma subito. Mi vide particolarmente scosso e mentre mi toglievo i guanti, assieme a lui, mi si avvicinò dietro le spalle e come se parlasse tra sé e sé, ma naturalmente rivolto a me disse, ricordo le sue parole a memoria perfettamente:

“Che strano gioco, che strana gara la vita. Corriamo, ci affanniamo gli uni contro gli altri, per arrivare primi, per conquistare un posto privilegiato, per realizzare un tempo migliore, per giungere primi al traguardo e guadagnarci il primo premio. Spesso a questo scopo corriamo slealmente, facciamo lo sgambetto agli altri, li facciamo cadere, per rallentarne la corsa, prendiamo delle scorciatoie non consentite, corrompiamo i giudici perché ci favoriscano, usiamo dei trucchi per ingannare gli avversari, ci vendiamo anche… e non ci accorgiamo che la gara è finta, è falsa, è un inganno, un trucco malefico.

Infatti, non ci accorgiamo che veniamo immessi in gara, in pista, quando essa è già cominciata e altri, prima di noi stanno già correndo. Vediamo avanti a noi dei corridori, essere sottratti, espulsi dalla gara improvvisamente, proditoriamente e senza motivo, quando la competizione non è ancora terminata e non è stato raggiunto il traguardo, da nessuno. Anzi nessuno ha mai visto il traguardo, l’arrivo della corsa. Per analogia dobbiamo prevedere, anche se ci dispiace ammetterlo, che anche a noi sarà riservata la stessa sorte, di essere estromessi dalla gara, improvvisamente, senza preavviso, senza una nostra esplicita autorizzazione, senza, non dico aver visto, ma nemmeno intravvisto il traguardo, mentre altri continuano imperterriti a correre, noncuranti della nostra sorte, anzi forse in cuor loro felici di avere un avversario in meno.

Pur tuttavia tutto questo, visibile, evidente, sotto gli occhi di tutti, non ci permette, non ci induce a riflettere, solo un attimo, sulla assurdità di quanto stiamo facendo, sulla idiozia del meccanismo nel quale ci muoviamo pedissequamente ed acriticamente. Siamo gettati in mezzo ad una gara già iniziata prima di noi, verremo tirati fuori, estromessi dalla gara stessa, prima che essa sia finita, corriamo tutti per raggiungere per primi un traguardo evidentemente inesistente, eppure tutti continuiamo a correre non rendendoci conto che la corsa è truccata, è falsa, è una impostura.

Crediamo, infatti, mio caro, di correre contro gli altri, ma in realtà ognuno corre da solo, singolarmente, assieme agli altri, accanto agli altri, intersecandosi spesso con gli altri, ma ognuno da solo con sé stesso, anzi contro se stesso. La corsa è, infatti, almeno così la intendo, una corsa di regolarità, nella quale ognuno correndo, cerca di migliorare se stesso, di superare i propri limiti, di sconfiggere i propri difetti, di aumentare le proprie capacità, di limitare e superare, o almeno mitigare le proprie debolezze, di conoscere sempre di più e sempre meglio se stesso, allo scopo di utilizzare al meglio sé e le proprie capacità, di metterle a frutto e che siano utili a sé e agli altri.

E qui il discorso si ampia. Noi corriamo la nostra singola corsa, nella nostra corsia, ma altri vicino a noi corrono la loro singola corsa e spesso le corsie si avvicinano, si intersecano, si incrociano, spesso si sviluppano appaiate, parallele, vicine l’una all’altra, per tratti più o meno lunghi, per poi separarsi, inevitabilmente. Ora, se è vero che noi corriamo soli, nella nostra singola corsa, ciò non vuol dire che non siamo in mezzo agli altri, che non interagiamo con loro, che ci rendiamo a volte, spesso, responsabili di atti buoni o cattivi verso di loro e ciò non passa inosservato, non è privo di importanza.

Tutto viene registrato, pesato, valutato, giudicato. Nella nostra corsa ideale, nella nostra vita, ogni attimo di essa viene analizzato, valutato, giudicato, messo agli atti. A fine corsa, quando si farà inevitabilmente un bilancio del nostro percorso, un bilancio della nostra permanenza qui, un computo delle nostre azioni, delle nostre omissioni, dei nostri atti, delle nostre responsabilità, di quanto bene o male abbiamo utilizzato il tempo concessoci, di come abbiamo interagito con gli altri, che casualmente abbiamo incontrato lungo la strada, se siamo stati con essi generosi o egoisti, prodighi o avari, ognuno di noi non potrà sfuggire al giudizio, non potrà sottrarsi ad una valutazione finale.

Allora si vedrà chiaramente chi ha saputo, lungo il percorso, migliorare se stesso, lavorare e faticare per uscire dalla gara un pochino meglio, di come vi era entrato e chi invece, in tale tempo si è trastullato ed abbandona la gara come vi era entrato, se non peggio.

A ognuno di noi sono date delle circostanze, degli scenari di vita, delle occasioni pratiche, degli ambienti in cui muoverci, dei palcoscenici su cui recitare la nostra parte e degli strumenti con cui lavorare ed influire sugli stessi scenari, ma soprattutto su noi stessi, in bene o in male, a libera scelta. Questa continua lotta, questo continuo lavoro per renderci migliori, io lo chiamo merito”.

Qui il discorso del dottor Summa si concluse, si arrestò bruscamente, inaspettatamente, all’improvviso, come fosse stato richiamato da una idea improvvisa e fondamentale. Con aria molto seria e severa mi disse: “Mimmo, ricorda sempre di non perdere mai la tua dignità. Promettimelo. Ti possono mettere in mutande, ma devi starci con dignità”.

Ho voluto riportare quanto il mio maestro, mio padre mi disse per spiegare quanto prima ho anticipato. Ho fatto mia, come molte altre cose, questa lezione che da lui ricevetti. In questo utilizzare al meglio un’occasione data, in questo lavoro continuo e costante per cercare di essere, almeno un po’, migliori risiede da allora anche per me, il mio concetto di “merito”.

Ma chi giudica le nostre azioni, la nostra vita? Chi esprime il verdetto finale?

La nostra coscienza, a mio modesto parere.

Quella legge morale entro di me che assieme al cielo stellato sopra di me riempivano l’animo di Kant di stupore e ammirazione.

Ma per nostra fortuna non siamo soli.

Come dicevo prima molti percorrono la nostra stessa strada con le stesse nostre aspirazioni, ma soprattutto molti ci hanno preceduto, molti sono andati avanti ad esplorare il terreno, ad aprire nuovi passaggi, ad indicarci ed illuminarci il cammino, a porre degli avvertimenti nei passaggi difficili, ad indicarci modalità per superare i tratti più scoscesi, ad esortarci a non mollare, ad incoraggiarci quando cedono le forze e l’animo.

Non posso e non ho tempo per elencarli ed enumerarli tutti, ma posso indicare quelli che per me sono stati più significativi, più utili, di più grande aiuto.

Pongo per primo, primus inter pares Lucio Anneo Seneca, di cui ho letto tante volte e soprattutto nei momenti difficili i “Dialoghi” e le “Lettere morali a Lucilio” e accanto a lui l’imperatore Marco Aurelio dei “Ricordi” e poi Platone dei “Dialoghi” che vedono come protagonista il suo maestro Socrate e poi Lutero, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Cartesio, Tommaso Moro, Severino Boezio, Erasmo da Rotterdam, Voltaire, Cesare Beccaria, Giuseppe Mazzini, Gandhi, Lincoln, Martin Luther King, Nelson Mandela. Ma anche scrittori quali Kipling, Edmondo De Amicis, Carlo Lorenzini, alias Collodi, (davvero, -replicò Geppetto, -perché, tienilo a mente, non è il vestito bello che fa il signore, ma è piuttosto il vestito pulito), Pirandello.

Questi sono i nomi, gli esempi che il mio maestro mi suggerì e che io ho fatto miei. Io mi permetto ora di aggiungere il suo: Claudio Summa.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.

TELEVISIONE Andrea Succi - Elda Lanza, la prima presentatrice della tv italiana

Il termine presentatrice lo hanno inventato per lei, una persona della strada e messa lì, una persona timida che davanti a quelle telecamere poteva tutto. Giorgio Gaber provava le canzoni nel suo salotto, lei che aveva una passione per Sartre, che Umberto Eco era un monello che faceva scherzi malandrini e Dario Fo il ragazzo più intelligente e divertente che abbia mai conosciuto…

Andrea Succi*

Ha fatto la storia della tv. Ha incontrato e conosciuto alcuni tra i più grandi personaggi della cultura italiana e non: da Totò a Walter Chiari, da Ingrid Bergman a Vittorio De Sica… Ad ognuno regala un pensiero, poetico come la sua vita, piena di un amore “lungo sessant’anni”. Racconta della tv, del somo “che significava stare dall’altra parte”, del femminismo che “non ha prodotto soltanto donne nuove, ma anche nuovi uomini”. Racconta la sua passione per la vita con l’innata eleganza che l’ha sempre contraddistinta.

Tra aneddoti e ricordi si scopre un passato nemmeno troppo lontano, spazzato via da un presente in cui “fare il peggio si può”.

La straordinaria lucidità espressiva con cui Elda Lanza colora le sue risposte, affresca l’intervista di romantiche emozioni, restituisce l’immagine di una donna forte e rigorosa che ha saputo immergersi in un mondo nuovo – la televisione degli esordi – e prendere il meglio senza mai rinunciare ai suoi ideali…

 

Se Fulvia Colombo è stata la prima signorina buonasera della Rai, e quindi della televisione italiana, lei è stata la prima presentatrice.

“La Colombo era annunciatrice e io presentatrice, termine che hanno inventato per me. I due lavori erano sostanzialmente diversi, così come il nostro atteggiamento nei confronti della televisione. Fulvia Colombo era bellissima, elegante, piena di gioielli e scollature, sempre pettinatissima e truccatissima, era un simbolo. Io era una presa dalla strada e messa lì. Nessuno sapeva che cosa sarei stata e che cosa avrei dovuto fare. Ce lo siamo inventati. Nella stessa giornata passavo da un programma del pomeriggio, casalingo, a una rivista per la sera, cambiandomi soltanto il vestito. Quando la rivista era a Torino, mi cambiavo in macchina. La televisione per iniziare ha avuto bisogno di due gambe, e le ha trovate, buone tutte e due”.

 

Ricorda il suo primo programma?

“Naturalmente, sì. L’8 settembre – casualmente una data storica – alle nove di sera è andata in onda dalla Rai di Milano la prima trasmissione sperimentale della televisione italiana: “Prego, signora”. Regista Franco Enriquez, assistente Dada Grimaldi”.

 

E il suo primo giorno in Tv?

“Quale, di preciso? Quando sono stata invitata da Attilio Spiller, neo-direttore dei programmi della non ancor nata televisione, che avendo trovato la mia firma sotto un articolo di arredamento, sfogliando Grazia, mi credeva un architetto o comunque una giornalista a effetto? O quando Franco Enriquez mi ha piazzata davanti a una telecamera, Studio 1 di corso Sempione, e per quattordici volte, in più giorni, mi ha fatto dire quello che ti salta in mente? O quando un signore in camice bianco mi ha fatto un cenno con  la mano e io ho cominciato a parlare, sapendo che ormai ero in onda? Io sono timida, lo era ancor più a vent’anni. Eppure una cosa ricordo perfettamente: quando vedevo quella lucina rossa della telecamera che si accendeva, diventavo una persona diversa. Davanti a quelle telecamere potevo tutto”.

 

La rubrica che teneva su Grazia prima di andare in televisione parlava anche di arredamento, del connubio tra antico e moderno, allora – come oggi – di gran moda.

“Sì, una rubrica senza molto scalpore, ma che mi ha portato fortuna. Allora questo connubio tra antico e moderno era adeguato alle nuove esigenze che la guerra aveva determinato. Molte famiglie, impoverite dalla guerra, si privavano dei mobili di casa per adeguarsi a case e a locali più piccoli. I nuovi locali della ricostruzione post-bellica avevano anche soffitti più bassi. Più che di una moda parlerei di un’esigenza pratica. Oggi forse è un’esigenza estetica: che condivido. Anche la mia casa è assolutamente moderna”.

 

Lei era sota, di quel somo vero di allora.

“Sì, ricordo quegli anni con molto rimpianto. Essere soti significava essere dall’altra parte, con gli intellettuali, i lavoratori. Gli studenti. Ho amato Nenni, ma anche Berlinguer e Amendola. Quando il somo è diventato salotto, ho rinunciato alla tessera. Ma naturalmente io non sono cambiata”.

Gaber ha detto che l’Italia ha avuto il peggior partito sota della storia.

“Giorgio Gaber era mio amico. Prima di incontrare Ombretta Colli, frequentava la nostra casa con la compagna di allora, Maria Monti.

Alcune delle sue canzoni sono state provate nel nostro salotto, davanti a un camino acceso, la chitarra, fette di pane e salame nel piatto. Una delle sue canzoni, Le strade di notte, mi commuove ancora. Sul somo che ha conosciuto lui, ha ragione. Ma io ero arrivata prima”.

 

Cosa ricorda di Gaber?

“Giorgio Gaber era speciale perché era intelligente e umanissimo. Educato, perbene, riflessivo. Spiritoso e altruista. Ho letto da qualche parte che fosse modesto: mai.

Era timido, ma sapeva assolutamente quanto valesse e che cosa pretendere. Mi è difficile parlare di Giorgio senza commuovermi. Non amava i complimenti e la stupidità lo rendeva furioso. Aveva pazienza, dote rarissima. Non ci sono episodi da raccontare: è stato un periodo della nostra vita in cui per caso, come spesso accade, ci siamo trovati compagni sulla stessa strada. Lui cominciava a cantare, io a lavorare in Tv: tutte e due un po’ spaventati e impreparati, ma ostinati ad andare avanti. Giorgio è stato una delle persone che hanno inciso nella mia vita: in silenzio, soltanto con un gesto o con un sorriso”.

 

La differenza più grande tra la tv di allora e quella di oggi.

“Come paragonare il trenino a carbone della mia infanzia, con l’alta velocità di oggi. Il nostro era un giocattolo per signorine di buona famiglia. Questo di oggi è un carrozzone altamente tecnologico che deve saper raccogliere di tutto per tutti”.

 

Pasolini definiva, in maniera sprezzante, la televisione come una qualcosa che omologa le masse, distruggendo la ricchezza della diversità, la definiva autoritaria e repressiva in quanto imponeva un unico modello culturale: quello del consumo. Lei cosa pensa di questo?

“Difficile non essere d’accordo con questa definizione, per brutale che possa sembrare. Tuttavia non è possibile non tener conto del fatto che oggi il modello culturale del consumo è imposto da tutta la comunicazione, non soltanto dalle Tv”.

 

Il femminismo: cos’era e cosa ha lasciato in eredità.

“Ricordo che quando andavo a parlare alle operaie, in fabbrica, mi stupiva che l’unica parità che percepivano era quella che riguardava i salari. Credo che il femminismo, a parte le varie interpretazioni e qualche eccesso, ci abbia lasciato una maggiore consapevolezza, di ciascuno per sé. Il femminismo non ha prodotto soltanto donne nuove, ma anche nuovi uomini. Posso citare Sartre? Il femminismo, ha detto, è stata la più grande rivoluzione dell’era moderna. Scusate se è poco, e perdonateci qualche er­rore”.

 

Ora nessuno sembra più farci caso, ma in tv tette e culi imperano: nulla a che vedere con il conformismo bigotto degli inizi.

“Quando si parla di conformismo televisivo degli esordi forse non dobbiamo dimenticare che Italia fosse. La Democrazia cristiana al governo; le donne a casa, soprattutto quelle anziane e senza lavoro; suor Pasqualina che guardava le nostre trasmissioni e ne riferiva al Papa, a volte telefonando alla direzione per rimproverare qualche atteggiamento o per esprimere soddisfazione.

Le ballerine con le calze e a noi un vocabolario attentissimo, dove la vendita all’asta era vendita all’incanto; i membri del governo erano solo ministri o chiamati per nome; gli scapoli erano uomini non sposati… Oggi è facile dire che fosse un conformismo becero; ma quella era l’Italia nella quale cominciavamo a sentirci stretti. Ce ne siamo liberati poco alla volta per cadere in un conformismo opposto, ma altrettanto becero: fare il peggio perché tanto oggi si può. Le ragazze tette e culi sono almeno belle da vedere, chiedono soltanto di essere guardate. Che male fanno? Trovo peggiore il conformismo politico o sociale che nella nostra televisione abbonda sotto il cartello della libertà”.

 

Lei ha conosciuto alcuni tra i più grandi personaggi della cultura contemporanea italiana e non. Un pensiero per ognuno:

Totò: a parte qualsiasi ovvietà sulla sua grandezza d’attore e la sua signorilità, era un uomo timido.

Walter Chiari: è stato il compagno più simpatico, allegro, divertente, intelligente e altruista che abbia mai avuto come partner.

Federico Fellini: lho molto amato e ammirato da lontano, non l’ho mai incontrato in televisione. Ai miei tempi lui era ancora giovane. Vittorio De Sica: l’ho presentato una sola volta al teatro Nuovo di Milano, in una trasmissione dal vivo – come si diceva allora. Io ero timida e intimidita, e lui è stato cortese. Forse in cuor mio l’avrei preteso affettuoso.

Domenico Modugno: ricordo la sua prima volta in televisione, nella mia trasmissione pomeridiana, quindi negli anni 53/54. In collegamento con uno studio di Roma lui ha cantato U’ piscispada. Era un artista che non aveva bisogno della Tv per essere grande e conosciuto in tutto il mondo.

Ingrid Bergman: di passaggio a Milano, intervistata in una trasmissione serale. A lei piaceva parlare italiano, credo fosse il suo periodo rosselliniano, e io faticavo a capire quello che mi diceva e a tradurlo per gli ascoltatori. Molto cortese. Molto molto alta.

Jean Paul Sartre: una passione. Spero si capisca che non sto parlando dell’uomo, ma del professore. Io ero iscritta a filosofia a Torino, e Abbagnano ci parlava di esistenzialismo ma con una certa diffidenza. Incuriosita, forse più che interessata, sono andata a Parigi, mi sono iscritta alla Sorbona e ho passato quasi due anni avendo Sartre come professore. Posso aggiungere che se è vero, come ha scritto il padre della fenomenologia Edmund Husserl, che la cultura non è l’insieme e la quantità delle nozioni apprese, ma qualunque cosa abbia la qualità di cambiarti la vita, io devo quel cambiamento al libro di Simone de Bauvoir, Il secondo sesso. E a quel professore un po’ bizzarro, isterico, intelligente, coltissimo, rivoluzionario”.

Dario Fo: il ragazzo più intelligente e divertente che abbia conosciuto – e la sua carriera mi dà ragione. Era ragazzo, aveva appena conosciuto Franca Rame e impazziva per lei. Al Piccolo lo avevano ingaggiato con Giustino Durano per uno spettacolo di mimo. Un intero spettacolo muto, fatto soltanto di gesti. Non ho mai visto niente di più straordinario e esilarante.

Umberto Eco: quando la televisione cominciò ad assumere una fisionomia meno improvvisata, al settore Culturaliarrivarono per concorso due neolaureati: Umberto Eco e Furio Colombo. Umberto era un monello irriverente. Oltre a combinare scherzi malandrini, ci recitava in rima le teorie di Kant o di Hegel, per fare il saputello.

Non ci siamo più rivisti per anni, anche se io ho sempre seguito la sua storia e i suoi successi. Fino al giorno in cui ci siamo per caso incontrati a un mercatino di cose usate e ci siamo abbracciati come se ci fossimo lasciati il giorno prima. Da allora ci scriviamo per mail, ci spediamo libri, e non ci siamo più rivisti. Ma non occorre. Io so che lui c’è. Furio Colombo: era educato, molto rispettoso, persino ansioso di capire quello che succedeva. Era uomo di carriera e carriera ha fatto, ed era uomo di grande stile e l’ha sempre dimostrato. Non l’ho più rivisto, ma ho letto i suoi libri, l’ho seguito sull’Unità, mi fa piacere sapere di averlo conosciuto”.

 

Parliamo della sua famiglia: estrazione borghese, le hanno dato un’ottima istruzione, che per l’epoca era una fortuna.

“Probabilmente la mia famiglia rifiuterebbe il termine borghese, ma certo l’ambiente e soprattutto la cultura cosmopolita che ho respirato sin da piccola, mi hanno molto aiutata a scegliere. Otto anni di collegio, la guerra, il periodo francese, professione in America: credo che tutto questo mi abbia  aiutata a essere quella che sono: con ironia, un’anarchica molto disciplinata”.

 

Che ricordi ha dei suoi genitori?

“La risposta che mi verrebbe spontanea è pessimi. Poi ci ripenso, e il tempo mi ha insegnato a non aver memoria. Mio padre era un genio, suonava, dipingeva, viaggiava, parlava quattro lingue. Era un uomo charmant. Mia madre era una donna bellissima come un disegno di Antonello da Messina, aristocratica e repressa. Si sono separati quando io avevo tre anni e mezzo, non un gran che per farsene una ragione. Tutta la mia vita è dipesa, nel bene e nel meno bene, da quella loro decisione. Forse non sarei come sono se fossi cresciuta tra le loro braccia. Ma non lo saprò mai”.

 

Uscita, dopo venti anni, dalla televisione, si è trasformata in uno dei primi guru della comunicazione.

“Guru è un termine che non mi piace. Ero giornalista, sapevo scrivere. Quando mi sono avvicinata ai problemi della comunicazione d’impresa, avevo alle spalle anni di socio-psicologia e molti viaggi in paesi dove la comunicazione d’impresa era già matura. Ho scelto una strada difficile, in un periodo in cui le relazioni pubbliche (che allora ci ostinavamo a chiamare Public relations) in Italia erano ancora sconosciute. Era un lavoro di prestigio: l’ho fatto bene per oltre trent’anni. Alcuni dei miei clienti mi mandano gli auguri di Natale ogni anno. I giornalisti che si occupavamo di redazionali-stampa, ricordano che ero intransigente e poco simpatica”.

 

Era, ed è, considerata maestra del bon-ton: Lina Sotis cerca di imitarla?

“Per carità, come le viene in mente? In Italia il bon-ton è in assoluto competenza della signora Sotis. Non ho mai letto il suo libro, che ha avuto molte edizioni e molto successo, speriamo anche molto seguito. La signora Sotis è in assoluto l’incarnazione di quello che io so essere il bon-ton: naturalezza, stile, cultura, educazione, cortesia, eleganza, ironia. Spero di non aver dimenticato niente”.

 

Lei è anche scrittrice: qual è il libro a cui si sente più legata?

“Risposta difficile. Credo che ogni autore le direbbe che ciascun libro è figlio ‘ammé, per scarafone che sia. Comunque, ho pubblicato da sola su Lulu.com forse il mio romanzo più difficile, sull’amore. Non sono abituata a sognare, ma a volte penso che un editore potrebbe prelevarlo da Lulu.com in quanto di mia sola e assoluta proprietà, e stamparlo. Il tema omosessuale raramente è stato affrontato in modo così profondamente controverso. Ecco, questo romanzo mi piace. E mi piace, per motivi del tutto diversi, anche La stagione incerta(Marsilio): quella stagione in cui non si è più giovani e non si è ancora vecchi. E l’amore è parola incerta”.

 

Cosa le ha lasciato la Tv e cosa ha lasciato Lei alla Tv.

“La televisione mi ha lasciato la gioia di interviste come questa. La percezione di essere stata Elda Lanza. Alla televisione non ho lasciato niente, neppure teche, perché ai nostri tempi non si facevano replay, e mai per trasmissioni del pomeriggio. Lo dico senza amarezza: sono cresciuta senza mai voltarmi indietro”.

 

Il suo programma preferito?

“Difficile. Guardo poco la televisione, perché di solito nelle ore buone io sto al computer. I telegiornali – ora mi piace quello della Sette, perché Mentana è bravo e perché era al liceo Manzoni di Milano con mio figlio: e anche se un po’ più grande gli ha insegnato la politica. Non mi piacciono i dibattiti politici. Mi annoiano i varietà. Che cosa resta? Ma quel poco me lo godo, la televisione è di casa in casa mia. Mi ha nutrita”.

 

Qual è l’aforisma che più la rappresenta?

“È una vecchia storia, era incisa in latino antico in un vecchio anello a sigillo di mio nonno. L’avevo persino fatta stampare sulla mia carta da lettere personale. “All’amico basti che io sia felice.” Come l’ha saputo?”.

 

Semplice fortuna

“Ora non ho aforismi ai quali riferirmi. Mi diverto quando ne sento di buoni, ma devono essere buoni davvero, e non importa se non mi somigliano”.
*Dice di sé.
Andrea Succi. Chi di interviste colpisce, di interviste perisce… Principale pregio? La curiosità. Difetto? Testardaggine. La qualità che preferisce in una donna? L’ironia. E in un uomo? La coerenza. L’ultima volta che ha pianto? Cerca di trattenersi, ma avrebbe voluto farlo guardando “La Prima Cosa Bella” di Virzì. Città preferita? Due, Istanbul e Barcellona. Mai senza… Accendino.  Autori preferiti? Bukowski, Terzani, Gregory David Roberts e Agota Kristof. Canzone preferita? Ultimamente, “Wonderlust King”. Film culto? Indagine su un cittadino… Citazione? “Non sarà la paura della follia a farci lasciare a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione”.

LIBRI Emilio Ravel - L’uomo che inventò se stesso, vita e commedia di Giacomo Casanova

Seduttore e libertino, spia, millantatore, giocatore dissoluto, massone, mago, avventuriero, filosofo, rafinto scrittore. Chi era Giacomo Casanova? Emilio Ravel traccia un inedito ritratto del gentiluomo veneziano ispirandosi alle sue monumentali Memorie

Emilio Ravel*

L’uomo delle fate

 

È grazie all’inganno

che possiamo rendere

la crudeltà della natura

più accettabile e, talvolta,

dare un significato alla vita

(Anonimo gesuita)

 
Casanova: zimbello degli psicologi, dei pedagoghi, delle spie e in genere di tutti quelli che si fanno i fatti altrui e si accalorano a scoprire le magagne dei cattivi soggetti. A darlo in pasto agli psicanalisti, poi, Giacomo diventa un piatto succulento: ha tutte le seduzioni dell’impostore. A lui l’imbroglio dà un senso di potenza impagabile. Presentarsi da gransignore e, così travestito, stare in bilico sul rasoio dell’incertezza, lo rende euforico, geniale. Non si contano le vittime dei suoi raggiri.

Terrà sulla corda per anni l’attempata marchesa d’Urfé, simpatica matta, con un beverone di galanterie e di occultismo. La povera marchesa si sottopone a molte notti di formule magiche e di figure nude che escono dal buio. Poi al mattino – è vero – torna il banale quotidiano, ma Giacomo trova sempre un colpo di scena, un estremo colloquio con gli spiriti sublimi, per rilanciare l’avventura al prossimo capitolo: così mantiene il potere sui suoi creduli seguaci.

Ma non è un truffatore così semplice. A quei prodigiosi poteri un po’ ci crede anche lui. Appare come un prestigiatore ironico. Non sappiamo se il suo numero sia uno scherzo, un raggiro o un miracolo che lo sorprende. Per capire è necessario ancora una volta spiare negli anni dell’infanzia, quando incominciò a provare su se stesso tutto l’effetto di queste suggestioni che lo liberarono dal suo stato di semidiozia e dalle continue perdite di sangue dal naso.

Dalla nascita fino ad otto anni e mezzo non ricorda nulla. Il trauma d’origine deve essere stato devastante se è riuscito a cancellare questo lungo tratto di memoria.

Un giorno nonna Marzia, che abbiamo visto seguire il pulcino mentre la chioccia saltella per i palcoscenici del mondo, lo porta in gran segreto a Murano.

Qui una fattucchiera friulana, con i convenevoli del caso, rinchiude dentro una cassa il ragazzino spaurito col fazzoletto compresso sul naso.

Rannicchiato là dentro, nel buio, Giacometto sente intorno i rumori di una sarabanda infernale. Tratto fuori, cosparso di unguenti e confortato con pillole miracolose si rinfranca: il sangue finalmente ristagna nel naso; intanto il cuore pulsa più forte, e la memoria comincia a incidere. E che memoria d’acciaio sarà la sua!… La notte dopo lo shock della fattucchiera Giacometto si sveglia e…

 

Vidi o credetti di vedere scendere dal camino una splendida donna in crinolina, tutta elegante e con in testa una corona costellata di pietre preziose che mi pareva mandassero faville infuocate. A lenti passi e con un’aria dolce e maestosa venne a sedersi sul mio letto [sembra quasi di vedere la Zanetta in scena, soffusa dalle luci del proscenio].

Trasse di tasca alcune scatolette e me ne rovesciò il contenuto sul capo, mormorando alcune parole. Quindi, dopo aver rivolto un lungo discorso, di cui non compresi una parola, e dopo avermi baciato, se ne andò per dove era venuta e io mi riaddormentai.

Impallidirono col tempo queste favole infantili, ma rimase la sensazione che aveva provato sfiorando il bel fantasma azzurro; chissà quali rivincite si potevano ottenere col suo aiuto…

Certamente Casanova adulto – cresciuto alla scuola della strada e avviato alla filosofia scettica – non credeva più alle fate, ma che piacere governare gli altri con quelle suggestioni!

Che divertimento promettere la scoperta di un tesoro, restando al centro della tela di ragno e giocare con tutte le mosche catturate!… Non gli bastava essere un furfante. Avrebbe potuto contentarsi di gabbare il mondo a colpi di destrezza, intascare i quattrini e passare oltre. E invece ecco che si ferma suggestionato dalle sue stesse fandonie. Gioca con le stregonerie come a dire: “A rubare soltanto non c’è sugo…”. Vuole sentirsi un incantatore, un santone.

Estate del 1749, Casanova ha ventiquattro anni e si è dovuto allontanare ancora una volta da Venezia; è entrato in sospetto degli inquisitori di Stato per pratiche cabalistiche: insomma le spie hanno annusato che sta insupando la testa di alcuni ricchi signori per sottrarre denaro come vedremo. Le spie, che hanno incominciato a tenerlo d’occhio, non lo molleranno più negli anni successivi.

Al solito prende il largo. Gli piace viaggiare: Verona, Milano, Cremona, Mantova dove fa l’incontro sgradevole con la Fragoletta, la prima amante di Giacomo Casanova.

Il nostro eroe – tanto per cambiare – è reduce da una malattia venerea. Soffre un poco l’aria stagnante, il fetore della canapa nelle marcite, la vita di provincia. La fantasia lo spinge a dare uno scrollone alla noia e così muove il gioco dell’avventura: promette ad un ricco contadino del ferrarese di trovare il tesoro che costui va cercando da anni attorno alla sua casa, segnalato da fuochi fatui e da misteriosi rumori.

La prima cosa che Giacomo nota è tuttavia un altro tesoro, tutt’altro che nascosto: la figlia maggiore del contadino, Genoveffa, che dimostra diciotto anni e ne ha appena quattordici. L’odore di canapa in macerazione ammorba l’aria, tanto che Casanova si offre di comperare per quaranta scudi l’intero raccolto affinché lo allontanino di casa. Quell’odore tuttavia ha fama di essere eccitante, sicché le donne di Ferrara e di Cesena sono famose – nei detti popolari padani – per il loro robusto appetito sessuale. A Giacomo l’appetito certo non manca e così, mentre assicura al ricco contadino che gli troverà senza fallo il tesoro, pensa bene di istallarsi nella sua casa avvertendolo: “io mangio due volte al giorno, bevo soltanto Sangiovese e per colazione prendo la cioccolata che ho cura di portare sempre con me, pertanto è necessario qualcuno che sappia sbattermela a dovere”.

C’è poi da provvedere a tutta l’organizzazione magica. Dice che, per prima cosa, ha bisogno di una vergine tra i quattordici e i diciotto anni con la quale appartarsi per cucire l’abito talare indispensabile per i rituali spiritistici.

Che caso fortunato! Proprio Genoveffa è in quella età, pura di corpo e d’anima ed esperta cucitrice. Senza pudore il nostro mascalzone racconta:

 

Per fare qualcosa di magico bagnai una salvietta nell’acqua e, pronunciando parole spaventevoli in una lingua che non esisteva, lavai gli occhi, le tempie e il petto che Genoveffa non mi avrebbe lasciato toccare se non avessi cominciato col petto peloso di suo padre.

 

Accertato che la ragazza ha seni sodi, si può passare sopra al fatto che abbia la carnagione scura e la bocca troppo grande: mostra del resto bei denti e il labbro inferiore un poco sporgente “come se fosse fatto per raccogliere baci”.

Bisogna purificarsi per il rito, purificare tutti. Così il mago si fa portare una vasca da bagno e lava personalmente il contadino, poi passa alle abluzioni della giovane cucitrice.

 

Con aria dolce e seria andai a mettermi a un capo della vasca da bagno. Lei era adagiata su un fianco, ma la invitai a sdraiarsi sulla schiena e la pregai di guardarmi, mentre pronunciavo il sacro rito. Obbedì dolcemente e la lavai bene in tutte le posizioni le chiesi se ciò che avevamo fatto le era dispiaciuto e le mi rispose che anzi le aveva fatto piacere.

“Allora” dissi “spero che domani non le dispiacerà entrare nel bagno dopo di me e farmi le stesse abluzioni che ho fatto a lei”.

“Volentieri. Ma sarò capace?”.

“Le insegnerò”

Un’ora prima di cena mi andai a mettere nella vasca. Quando la chiamai Genoveffa venne e mi fece le stesse abluzioniPassai un’ora piacevolissima rispettando solo l’essenziale. A un certo punto, vedendo che la coprivo di baci, Genoveffa ritenne di poter fare altrettanto con me che non glielo proibivo.

La notte seguente avrebbe dovuto svolgersi la grande operazione magica.

Giacomo indossa la grande cotta cucita dalle mani pure di Genoveffa, si scioglie i capelli e si mette in capo una corona di cartapecora a sette punte. Dispone in terra un cerchio magico formato da trenta fogli di carta sui quali ha dipinto in nero lettere e figure spaventose.

Ma intanto si avvicina una nuvola che diventa sempre più grande, copre tutto il cielo finché si scatena un diluvio di folgori che illuminano a giorno tutta la pianura.

Sembra che si sia rotto il vaso della collera e perfino Casanova comincia a rabbrividire, il suo sistema nervoso a prova di bomba va in pezzi: si raccomanda al cerchio magico e vede affacciarsi nel buio il volto di un dio vendicatore.

Dopo il diluvio, in un cielo sgombro di nuvole si staglia più bella che mai la luna. E Casanova ritrova se stesso:

 

Dormii otto ore e mi svegliai disgustato della commedia che avevo iscenato per una sorta di superstizione conclusi che lo stato di innocenza di quella ragazza era protetto dal cielo e che sarei morto se avessi osato attentarvi.

 

In realtà Casanova aveva capito che oramai tutto il succo dell’avventura era stato spremuto e così – con un pretesto – decise di partire lasciando nella più nera disillusione tanto il contadino che la figlia.

 

I sette spiriti guardiani del tesoro mi hanno ordinato di rimandare l’operazione. Ma oramai so tutto. Tornerò presto e saremo tutti felici. Aspettatemi.

 

Un attimo dopo si è avviato, a piedi, ma a passo rapido, sulla strada per Cesena. Cosa rimugina l’imbroglione che se ne va al termine della sua impresa inutile?

A sentire gli psicanalisti egli è quasi obbligato a comportarsi così. Prova un bisogno insopprimibile di essere amato da quelli che incontra, prova in ogni modo a catturare l’affetto e l’attenzione che non è riuscito ad ottenere dai genitori e dai fratelli.

Una volta ottenuto lo scopo è spinto poi a deludere quelli che lo hanno avuto caro; per vendicarsi di loro o meglio di quelli che in passato dovevano amarlo e non lo hanno amato. Il fatto che tutti, ma proprio tutti, si lascino ingannare dà al suo narcisismo una grande soddisfazione.

È la felicità degli impostori. Ma questo è un armeggione che, a sua volta, ha bisogno di favole.
*Dice di sé.
Emilio Ravel. Nome d’arte di Emilio Raveggi, giornalista ed autore televisivo.

 


CRISTINA PALUMBO CROCCO
Un talento che si esplica senza esercizio e applicazione sembra
perdere il suo reale valore. Ad esempio, si può cantare sotto la
doccia per diletto. Tuttavia, si merita di essere definito un
cantante se si corrisponde a determinati criteri di valutazione
sociale. Il talento di per sé è la possibilità che un individuo ha
per caratterizzarsi, per esprimersi. Ma per avere merito occorre
competere nell’agone sociale, misurarsi con le sfide
del proprio tempo.
(Da “Meritocrazia”, 2007)
Adriano Petta - Roghi fatui

Un romanzo storico diventa un excursus sullo scontro senza tregua tra chi si è nutrito della libertà di pensiero e chi invece ha sistematicamente tentato di impedire il progresso della scienza

Adriano Petta

Un marcato tratto d’inchiostro nero

 

Cinque anni dopo, Aldo Manuzio si sposa. I libri in piccolo formato e con caratteri corsivi sono ormai una realtà. Giunge l’ora di ricercare il manoscritto di Regiomontano, il De triangulis planis et sphaericis per pubblicarlo in edizione popolare. Ma accade qualcosa che blocca completamente la sua attività. La stamperia di Aldo Manuzio interrompe i lavori in corso: Nicolò Copernico ha finito il suo trattato di astronomia e lo sta aspettando a Malbork.

È il 27 marzo del 1506, ed è nel pieno del suo vigore fisico e mentale che Aldo redige un testamento alla vigilia del viaggio che lo porterà a nord. Ma a Mantova viene fermato, arrestato e poi costretto a far ritorno a Venezia.

Poi arriva in Italia Erasmo da Rotterdam – il più celebre allievo di Robert Gaguin e di Guillaume Fichet – e l’amicizia che subito li lega offre nuovo vigore al tipografo che aiuta Erasmo a stendere la bozza dell’Elogio della pazzia, la sferzante satira sulla scandalosa corruzione della Chiesa.

Quando, pochi anni dopo, Manuzio sente l’ombra della morte avvolgerlo senza più scampo, ripubblica in un formato piccolo e corsivo il poema di Lucrezio. È la sua ultima opera. Un testo inconciliabile con la fede cristiana ma che un buon cristiano potrebbe e dovrebbe leggere.

Il 16 gennaio 1515, poche settimane prima di morire, scrive nel suo testamento l’ultimo messaggio, l’ultima sua volontà: un incarico per l’incisore Giulio Campagnola. Si tratta del progetto di un nuovo tipo di caratteri corsivi, idonei a far giungere la scrittura in tutte le case.

Ma nella primavera del 1506 Nicolò Copernico attende inutilmente a Malbork l’arrivo di Aldo Manuzio.

Deve mostrargli la sua traduzione dal greco al latino delle epistole di Teofilatto Simocatta, ma soprattutto vuole fargli leggere il suo capolavoro, il De revolutionibus, elaborato sul manoscritto di Aristarco di Samo. Copernico è convinto che quello sarà il primo libro stampato da Aldo Manuzio nella sua nuova tipografia, quella che verrà aperta a Norimberga. Ma Aldo Manuzio non giungerà mai a Malbork, e il capolavoro del grande astronomo resterà ancora ignoto per trentasei anni.

Il 1° novembre del 1536, l’arcivescovo di Capua scrive da Roma a Nicolò Copernico pregandolo di fargli avere una copia del libro. Ma l’astronomo non cede, anche se ormai sente il cerchio stringersi attorno a lui. Tre anni dopo, il vescovo Dantiscus imbastisce un processo contro Copernico e due suoi collaboratori. L’accusa è quella di oltraggio alla morale. Anna Shilling, la domestica di Nicolò, fugge di notte per non cadere nelle mani del vescovo e per non rischiare, sotto tortura, di accusare ingiustamente il suo padrone, facendolo così rinchiudere in prigione.

Il 24 maggio del 1543 Nicolò Copernico sta morendo felice. Dal suo letto di Frombork vede le rose del giardino, sente le lontane onde del mare. Ha ancora la forza di sollevare il suo libro, riuscendo a malapena a leggerne il titolo: Nicolai Copernici Torunensi de Revolutionis Orbium coelestium libri VI.

“Perché quel diavolo di Osiander ha aggiunto Orbium coelestium? Non fa niente, ormai è fatta. Li ho giocati: il libro è stato pubblicato il giorno stesso della mia morte! Non potranno uccidere un cadavere! In fondo, il papa non può lamentarsi: gli ho persino fatto una bella dedica!

Mi rendo ben conto, o Padre Santissimo, che non appena si saprà che io, in questi miei libri, ho scritto sulle rivoluzioni delle sfere del mondo e che attribuisco certi movimenti al globo terrestre, subito alcuni andranno gridando che le mie teorie sono da mettere al bando. L’illustre Tiedeman Giese, vescovo di Kuim, che tanto mi ama, tutto dedito com’è alle scienze sacre e, in genere, a tutti i nobili studi, più e più volte, con esortazioni e, talora, perfino con aspri rimproveri, mi sollecitò perché pubblicassi questo libro e gli permettessi finalmente di vedere la luce, dopo averlo tenuto nascosto non solo per nove anni, ma ormai per quattro volte nove anni!”.

Nicolò incomincia a sfogliare il primo libro e cerca di leggere le quasi tre pagine in cui racconta come il trattato di Aristarco di Samo sia giunto fino a lui. Intravede solamente vaghe ombre, ma è felice lo stesso. Chiude il libro, lo stringe al petto e muore. Senza però aver letto la prefazione anonima, aggiunta all’ultimo istante dal teologo Osiander. A sua insaputa.

Al lettore sulle ipotesi di questa opera. Non dubito che alcuni studiosi, diffusa ormai la fama della novità di questa opera, che pone la Terra mobile e il Sole immobile in mezzo all’universo, si siano fortemente risentiti […]. Non è, infatti, necessario che quelle ipotesi siano vere, anzi neppure che siano verosimili […].

Vi sono poi ancora altri particolari non meno assurdi di questa disciplina, permettiamo dunque anche a queste nuove ipotesi, fra le antiche, il diritto di farsi conoscere, ma non come più verosimili […].

Né alcuno si aspetti dall’astronomia nulla di certo riguardo le ipotesi, non potendolo essa affatto mostrare, affinché prendendo per vere cose escogitate per un fine diverso, non si allontani da questo studio più ignorante di quanto vi si accostò. Salute.

Nel primo libro, là dove termina la dicitura “quel fine che noi speriamo di conseguire con il movimento della terra”, ha inizio una frase in cui si accenna a come anche Aristarco di Samo avesse creduto alla mobilità della Terra.

Mancano però, tre pagine. A Norimberga – nella stamperia di Giovanni Petrejus dove il libro è stato edito – una mano sconosciuta le ha tolte. Delle epistole di Teofilatto Simocatta e del contenuto del trattato di Aristarco di Samo, non resta più traccia neanche nei manoscritti. Vi compare solo un marcato tratto d’inchiostro nero.

 

MUSICA Giulia Lanza - Chi cercava di uccidere Tenco subito prima che morisse?

Una tra le tante domande rimaste senza risposta… Quel Festival del 1967 e il mistero irrisolto sulla morte del cantante. Suicidio? Tesi improbabile, non provata

Giulia Lanza*

Quando si parla di Luigi Tenco è sempre impossibile ignorare la sua morte che, come un pugno allo stomaco, irrompeva come un imprevedibile e inatteso evento tra canzoni d’amore in gara, giornalisti curiosi, fotografi smaniosi, truccatori e fiori di quel Festival di Sanremo 1967. Che si affrettò ad archiviare e a “nascondere il fatto dietro il palcoscenico” per proseguire con la manifestazione canora. Senza interruzioni.

Nel 1967 le indagini furono frettolose e ambigue: niente guanto di paraffina, niente autopsia, un verbale di ricognizione sulla scena del crimine praticamente inconsistente. Il fascicolo dell’epoca conta appena 12 pagine. Una grande confusione, un mare di contraddizioni, buchi e indagini al limite del grottesco. Un mistero che trascina con sè, ancora oggi, dubbi rimasti sospesi nell’aria, nonostante la procura di Sanremo nel 2005 abbia riaperto l’inchiesta, riesumando la salma di Tenco. Le indagini si riaprirono grazie alla pressione di tre giornalisti, Aldo Fegatelli Colonna, Marco Buttazzi e Andrea Pomati, che nel tempo hanno svolto ricerche senza abbandonare mai la determinazione a fare chiarezza. L’inchiesta, chiusa nel 2006, ha confermato il suicidio. Il proiettile che uccise Tenco non fu mai ritrovato. Domande e dubbi degli studiosi del caso e dei testimoni di quella tragedia non hanno avuto risposta.

Come si può, per esempio, ignorare che un grande amico di Tenco, Paolo Dossena, lo storico discografico, continui a dichiarare (anche di recente al mensile Musica Leggera – Giugno 2010) che il cantautore era minacciato di morte e per questo girava con una pistola? Una strana coincidenza prima del suicidio? Sempre Dossena, in un’intervista aSorrisi e canzoni del 5 /2/ 2004, ricordando la tragedia, dichiarava “Andammo al bar del Casinò e Luigi ordinò un whiskey. Io non volevo che bevesse, gli dissi di piantarla e presi il bicchiere cominciando a bere. Lui mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Sei un amico che si mette tra me e il bicchiere. Ma sei così amico da metterti sulla traiettoria di una pallottola che parte da una pistola che mi spara?”. Dossena racconta anche di aver portato la macchina di Tenco a Sanremo perchè il cantautore era partito in treno. Durante quel viaggio, nel cruscotto dell’auto, trovò la pistola di Tenco “… ma come, giri con una pistola in macchina? Ma sei pazzo?”. Lui mi disse che era la terza volta che cercavano di ucciderlo. L’ultima volta era successo poche settimane prima, a Santa Margherita Ligure: due macchine lo avevano stretto e avevano cercato di spingerlo fuori strada. “E allora mi sono comprato una pistola. Ma non chiedermi chi ce l’ha con me, perché non ne ho idea. Non lo capisco”; a fine intervista Dossena aggiunge che di cose ne poteva raccontare tante…, “peccato che mai un poliziotto o un magistrato me le abbia chieste ”.

Gli aspetti chiari della tragedia sono pochi. Tenco è morto a Sanremo nel pieno della manifestazione, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. L’arma ritrovata dalla polizia è la Ppk calibro 7.65 che apparteneva a Tenco. Viene trovato nella sua camera d’albergo, la 219 dell’Hotel Savoy, nella notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967, dopo la sua esibizione con Dalida della sua bella canzone “ Ciao amore ciao”. È proprio la cantante a ritrovarlo senza vita, quando verso le 2 rientra in albergo, dopo essere stata a cena con amici discografici, al ristorante Nostromo. Tenco non partecipa alla cena: amareggiato per l’esito della gara e l’eliminazione, vuole rientrare in albergo. Prima della sua esibizione, aveva bevuto e preso tranquillanti e/o antidolorifici, in quei giorni era in cura dal dentista. Quando la polizia interviene in albergo, porta frettolosamente il cadavere all’obitorio e da qui lo trasporta nuovamente nella camera del Savoy, per permettere ai cronisti di fotografarlo. È stato ritrovato un biglietto con poche e, ormai note, righe di protesta per l’esito della gara, un biglietto che verrà considerato la prova di un addio alla vita.

Il mistero. Contraddizioni e lati oscuri sono molti. Un giornalista esperto d’armi, tra i primi ad entrare nella camera della tragedia, è sicuro di aver visto una Beretta 22 e non la Ppk 7.65 del cantautore. Lo sparo in albergo non è stato sentito da nessuno, neanche dai vicini di camera. Dalida e Dossena, i primi a trovare il cadavere di Tenco, a primo impatto pensano a un malore, un incidente, non vedono quindi la pistola che – per forza di cose – doveva trovarsi vicino al cadavere. Il fratello Valentino, accorso subito dopo la tragedia, cerca invano l’addetto di turno alla reception per chiedere spiegazioni e ricostruire gli ultimi momenti di vita del fratello. Valentino Tenco è stato il primo a non credere al suicidio. L’arma del fratello, che gli viene riconsegnata dalla polizia, è perfettamente pulita, come se non avesse mai sparato. Il noto biglietto d’addio viene ritrovato in camera da Dalida, che lo tiene con sè fino all’arrivo della polizia, mentre al Savoy regnava già una gran confusione. Piero Vivarelli, amico di Tenco, raccontò che si trattava di un biglietto privato per lui e altri amici e, all’arrivo della polizia, visto l’accaduto, hanno ritenuto opportuno consegnarlo. Sembra certo che Lucien Morisse, ex marito di Dalida, quella sera fosse a Sanremo.

Il commissario Arrigo Molinari, che all’epoca guidò le indagini dichiarò in seguito che “sulla morte di Tenco e su tutto quello che è accaduto nelle ore successive alla scoperta del suo cadavere, non è stata ancora scritta tutta la verità”.

Ospite a Domenica In nel 2004, Molinari parla dell’ipotesi che dietro quella tragedia ci sarebbe stato un giro di scommesse clandestine legato al Festival. Racconta che c’erano due obitori, uno per le morti naturali, l’altro per ospitare le vittime truffate al gioco, suicide. Secondo Molinari anche re Farouk d’Egitto scommise e perse un miliardo di lire. Dice anche che, dopo la morte di Tenco, Ugo Zatterin, allora presidente della Commissione selezionatrice di quel Festival, avrebbe insistito perché il Festival proseguisse.

Queste pressioni, ha spiegato Molinari, “mi costrinsero a riportare il cadavere di Tenco dall’obitorio all’hotel, per mostrarlo a tutti e far capire che il Festival non poteva proseguire”. Arrigo Molinari, comunque, non ha potuto contribuire alla ricostruzione della vicenda, finalmente riaperta. Quando le indagini si riaprirono nel 2005, Molinari era morto, assassinato mesi prima da un ladro, nella sua abitazione.

Aldo Fegatelli Colonna, autore di tre biografie su Tenco, amico del fratello Valentino, frequentò casa Tenco fino al 1997: ha conosciuto la donna misteriosa di Tenco, Valeria (le lettere di Tenco alla sua donna segreta furono pubblicate nel 1992 dal Secolo XIX) e da queste rivelazioni con vari particolari, appuntamenti e progetti di vita, tutto si può desumere, tranne che nelle intenzioni di Tenco ci fosse il suicidio.

Da molti anni il gruppo “Luigi Tenco 60’s -la verde isola- “, con il suo sito internet e tramite Facebook, sostiene “Le 5 prove dell’omicidio di Luigi Tenco, ridiamogli una dignità”. Una battaglia, supportata da documenti, foto, ricostruzioni e analisi dettagliate, alla quale partecipano in migliaia, su internet, chiedendo la riapertura delle indagini. Nel 2009 il dottor Sante Pisani, segretario politico del Pda ed il dottor Domenico Scampeddu, responsabile nazionale del dipartimento delle politiche abitative dell’Udeur, hanno inviato due esposti al Consiglio superiore della magistratura, all’onorevole Alfano, al Consiglio dei ministri e al cancelliere della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, con le prove. L’esposto in versione integrale è disponibile alla pubblica lettura.

In sintesi le cinque prove sostenute dal gruppo “la verde isola” sono: 1) il guanto di paraffina sulla mano di Tenco non dimostra che abbia sparato. Per la positività del test devono risultare almeno 2 di 3 elementi chimici e la mano di Tenco ne riporta solo uno, che qualsiasi fumatore riporterebbe. La pistola di Tenco riconsegnata al fratello era pulita e oleata; 2) nelle foto scattate all’epoca, sotto i glutei di Tenco, non c’e’ la sua Ppk 7.65, ma una Beretta calibro 22; 3) foto a lungo inedite mostrano ferite lacero-contuse sul volto di Tenco, come se fosse stato picchiato, non riportate sul referto ufficiale della polizia; 4) la lettera d’addio riporta calchi come se fosse l’ultima pagina di una lunga denuncia. Si vedono le parole “già” e “gioco”.

La firma è contraffatta; 5) foto che mostrano sul viso, sui pantaloni e sull’auto di Tenco tracce di sabbia: potrebbe quindi essere stato ucciso in spiaggia. Tutto il materiale è ben visibile sul sito (www.luigitenco60s.it).

Una cosa è certa: se Tenco morisse oggi, basterebbe un’unghia di tutta questa valanga d’indizi per scatenare un processo mediatico; sarebbe bastato sapere che un giovane cantautore di 29 anni gira con un’arma per difesa personale, impaurito da minacce di morte, e sulla tragedia si sarebbero costruite intere trasmissioni televisive, plastici della camera d’albergo con le varie, e assurde, posizioni del corpo e della pistola, sarebbero intervenuti periti, testimoni e opinionisti per discutere del caso, fino alla nausea. A Tenco sicuramente non sarebbe piaciuta quest’Italia di oggi, così diversa dagli anni sessanta quando non si guardava dal buco della serratura. Tenco sarebbe stato critico verso un certo tipo di giornalismo, al quale oggi siamo abituati. Ma questo giornalismo sicuramente sarebbe servito per pressare gli inquirenti a fare chiarezza e giustizia sulla sua morte.
*Dice di sé.
Giulia Lanza. Segue uffici stampa nel mondo dello spettacolo e della musica. Idealista e sognatrice, ma anche testarda e tenace: si appassiona e sostiene “battaglie perse”, che per lei non lo sono mai!


GIOVANNI FLORIS
Il genio è anche questo, l’idea di un padre che non accetta di
vedere il figlio tagliato fuori dal lavoro che sogna.
Ma è giusto che le cose vadano così? Può il merito affidarsi
all’inventiva del singolo? Per uno che può contare su un padre
così determinato, quanti bravi professionisti non riescono a
saltare il fosso che protegge il castello dell’avvocatura, o del
notariato, o del giornalismo, o dell’insegnamento universitario?
Quanti principi del foro ci siamo persi?
Quanti ottimi professionisti?
(Da “Mal di merito”, 2007)
ARTE Ilaria Berlingeri - I critici d’arte si sentono più artisti degli artisti che giudicano

Un dialogo serrato con il pittore e scultore Gabriele Giardini consente, in veloci battute, di comprendere quale sia lo stato dell’arte

Ilaria Berlingeri*

Gabriele Giardini è un giovane artista con estro e slancio creativo del tutto particolari nel panorama attuale. Solidissimo disegnatore, dominatore di molteplici tecniche, Giardini spazia nella sua creatività dalla più audace plasmazione della materia con un acuto e personale senso della realtà trasfigurata, ad un’intelligente e disinvolta attitudine a inventare forme astratte ma sempre nutrite di un senso simbolico che àncora l’immagine a una concretezza di idee e sentimenti mai perse di vista.

Così parla di lui il critico, notissimo conferenziere ed ex soprintendente al Polo museale di Roma, professor Claudio Strinati. Giardini arriva da una famiglia d’artisti, dal nonno Luigi Giardini, anch’esso artista eclettico, ha ereditato emozioni, impressioni e amore per l’arte.

 

Hai respirato da subito il profumo dell’arte. Quanto ha influito questo a partire dalla tua infanzia?

“Fin da piccolo, vedendo mio nonno che scolpiva il legno, ho sentito in me la voglia di emularlo”.

 

Artisti si nasce o si diventa? È importante frequentare le scuole d’arte e le accademie per diventare artista?

“Si nasce artista e l’accademia affina il proprio estro”.

 

Nel corso del programma tv Studio254 Show, realizzato dagli allievi dell’accademia di Cesare Lanza, sei sempre in scena intento in un’interessantissima performance art. Come questa esperienza televisiva sta influenzando le tue creazioni?

“Io dipingo e creo la scenografia. Quando sono in scena, le mie creazioni vengono influenzate da ciò che viene detto in studio e questo programma mi dà modo di pensare e creare nuove opere”.

 

Secondo te la televisione lascia il giusto spazio al mondo dell’arte? Tolti alcuni programmi di settore come Art news, e le aste d’arte televisive su canali privati, se ne dovrebbe parlare di più?

“La televisione non lascia spazio al mondo dell’arte ed è ovvio che occorrerebbe più visibilità”.

 

Scultore, pittore, disegnatore, scenografo. Nel corso della tua carriera ti sei avvicinato a tecniche artistiche diverse seppur spesso molto complementari. Quale ti rappresenta di più?

“Una cosa è legata all’altra e tutte le discipline mi rappresentano”.

 

Nel tuo ricco curriculum ricorre la parola teatro. Quale lavoro ricordi con più piacere?

“Con la compagnia teatrale Le Vibrisse ho recitato e realizzato le scenografie di varie opere teatrali, ma quella che mi ricordo con più piacere è La Locandiera di Goldoni.

 

Parlando del panorama artistico italiano attuale, c’è qualche artista che stimi particolarmente?

“Ho avuto modo di apprezzare qualche opera di giovani artisti, ma non volendo fare torto a nessuno, mi astengo dal fare dei nomi”.

 

Secondo te com’è la situazione attuale del mercato italiano dell’arte?

“Disastrosa”.

 

Dando un’occhiata al mercato mondiale, cosa ne pensi? Cosa c’è che vale realmente al di fuori delle valutazioni economiche?

“Il mercato mondiale purtroppo gravita intorno a nomi di artisti già morti. Ci vorrebbe, da parte degli estimatori dell’arte, più coraggio nello scoprire e far scoprire nuovi giovani talenti”.

Cosa è cambiato nel mondo dell’arte dai primissimi anni Ottanta, dal momento della nascita della transavanguardia italiana, movimento teorizzato e sistematizzato dal critico Achille Bonito Oliva?

“Non è cambiato niente sotto il sole; sono sempre alcuni importanti critici che muovono il mondo dell’arte, sponsorizzando artisti a loro vicini, sentendosi più artisti dell’artista”.

 

Dopo alcuni anni di dominazione dell’arte concettuale, la Transavanguardia teorizzava un ritorno alla manualità, alla gioia ed ai colori della pittura. Sembra che in alcuni punti si possa riconoscere la tua creazione artistica. Ti senti appartenente a questo movimento?

“Per quanto mi riguarda sostengo che non è necessario per un’artista essere inquadrato ed identificato in una corrente. Sono un artista libero e seguo soltanto le mie emozioni! Non ho padroni”.

 

Nell’arte, nel cinema, nella musica, sembra che i critici abbiano sempre il potere di creare e distruggere tramite la loro violenza interpretativa, prevaricando l’autore stesso. In quale proporzione, a tuo parere, è realmente rilevante la critica?

“La critica serve, se è oggettiva”.

 

Ti farò un po’ di nomi che, da alcuni anni, gravitano nel mondo dell’arte con implicazioni diverse. Te la senti di darmi due aggettivi per ogni nome? Marina Abramovic?, Maurizio Cattelan, Arnaldo Pomodoro, Christo, Michelangelo Pistoletto, Gianfranco Baruchello, Marco Lodola.

“Pur conoscendoli non mi sento di dare giudizi, in quanto ognuno di loro esprime un proprio concetto d’arte”.

 

Per chiudere ti lancio una piccola provocazione. Ogni opera è come un figlio. Senti di poter tradire questo proverbio dicendomi che c’è una tua opera a cui sei legato più che alle altre?

“Per me ogni scarafone è bello a mamma sua”.
*Dice di sé.
Ilaria Berlingeri. Critica cinematografica, giornalista di musica, arte, spettacolo e politica anche definita come arte di governare le società. Pensa che la cultura sia l’arma più forte che ci resta, che per essa valga la pena di battersi e che senza la vita non avrebbe significato.

STUDIO 254 Fabio Marson - L’Italia dei fratelli coltelli di Giorgio Bocca

L’originale e personale ricostruzione della storia del nostro Paese attraverso una raccolta di articoli dalla fine del fascismo ai giorni nostri

Fabio Marson*

Raccogliere articoli dal 1943 ai giorni nostri è di per sé un’operazione delicata. Intitolare il volume Fratelli coltelli – un binomio che in comune ha solo la rima – è un esempio di sintesi da manuale. È proprio questo che Giorgio Bocca racconta nel suo nuovo libro edito da Feltrinelli: quanto sia delicata e disomogenea la storia dell’Italia dalla caduta del fascismo. Ma c’è di più, nascosto nel sottotitolo L’Italia che ho conosciuto: se da una parte sembra voler ribadire il diritto alla soggettività, dall’altra ha il sapore genuino di un racconto a quattrocchi.

Le prime pagine sono dedicate all’Italia di chi ha perso, viste dall’interno delle interminabili riunioni notturne a palazzo Venezia tra un Duce non più condottiero e i suoi più vicini gerarchi, pronti a dichiarare la fine del regime all’insaputa degli italiani. A leggere queste righe, si ha l’impressione di entrare in un cinema quando il film è già iniziato, e le prime immagini che accolgono lo spettatore ritraggono il Mussolini uomo, stanco e malato, sostenuto solo dal tenero sostegno di moglie e amante prima del declino definitivo. È un inizio lucido che da subito scende a patti con il lettore: qui si fa un certo tipo di giornalismo. Non troverai un manuale di storia né ritratti oggettivi, ma la mia storia e i miei ritratti. Del resto, come dice Pennac, il lettore ha pure il diritto di non finire il libro.

Così, di articolo in articolo, come se facesse scorrere delle diapositive, Bocca passa a raccontare cosa successe dopo la caduta del fascismo. La guerra partigiana, quella guerra dei borghesi che l’ha visto protagonista, i ricordi di battaglie e bevute (compresa una sbronza a Villa Agnelli) sui monti del nord Italia, in un periodo in cui non si sapeva bene cosa fare, ma qualcosa andava fatto. Tutto, purché ci si guadagnasse, agli occhi del mondo, il diritto a vivere in una democrazia.

Finché la democrazia arrivò.

Finita la guerra, placatasi la lotta tra bande partigiane ed espulso l’invasore tedesco, inizia un’altra battaglia, poco armata ma non per questo meno rischiosa: la ricostruzione.

Nuovo rullo di diapositive, nuovi ritratti: Enrico Mattei (un uomo pulito e timido), l’aiuto americano, la Fiat e la cavalcata di Torino come portabandiera della rinascita economica, incentrata sulle tre punte automobile, gomme e benzina.

La televisione e Mike Bongiorno sono il collante definitivo di un Paese non ancora unito, che tuttavia trova nuovi canali di sfogo per manifestare campanilismi grotteschi mai estinti. Come quando, per un quiz televisivo del signor Mike, la città di Mondovì si trova a fronteggiare quella di Montefiascone: la città è in subbuglio, tutti uniti per far bella figura, tutti pronti a dare il massimo, compreso il Sindaco che non dorme da 3 giorni per prepararsi adeguatamente.

È l’ingenua speranza che ci si possa arricchire o diventar celebre così da un giorno all’altro, con i milioni del signor Mike.

È un’Italia che sembra distante anni luce dal marasma generale della guerra, apparentemente sano e forte ma che, sotto la superficie, cova dissensi e malumori.

È il ‘68, l’anno della rivoluzione studentesca, che per lo scrittore piemontese non è stata affatto rivoluzionaria, perché scatenata dai figli dei borghesi senza mai impensierire gli affari di “papà”.

Si impara a convivere con tutto, con gli studenti, con gli operai in sciopero, con la Dc e il Pci, che forse non riescono a cogliere le vere potenzialità del Paese. Si riesce a convivere perfino con le stragi dei (spesso) giovanissimi brigatisti rossi e con i diktat economico-politici della mafia, che dal piccolo paese di Corleone arriva a dare segnali forti alla politica italiana. Pronti, anche loro, a scendere in campo.

Bocca non risparmia neppure gli articoli, a suo tempo molto criticati, in cui ha cercato di capire la Lega nord e il suo punto di forza, l’ondata di novità che, seppur rozza, ha saputo sbloccare il congelamento dei partiti storici. Perchénei fiumi in piena, si salvano i natanti leggeri, mentre i grossi e pesanti si spaccano.

Le ultime pagine le dedica a Berlusconi. Poche, ma inedite. In una concisione che stupisce riassume nella figura del Cavaliere l’intera Storia dall’ultimo dopoguerra. Un uomo pubblico e televisivo, che non ha problemi a nascondere i suoi vizi e le sue azioni politicamente discutibili, un democratico autoritario che con la nostra democrazia, nata dalla guerra di liberazione, soffre di una vera e propria incompatibilità di carattere.

Così si conclude, lasciando intendere che forse la Storia si ripete davvero. Dopotutto, noi italiani siamo pronti ad ogni evenienza, abilissimi a convivere con la nostra identità, composta da amore fraterno e violenza affilata.
*Dice di sé.
Fabio Marson. Triestino, cinefilo, bassista, a volte clown involontario. Ama i gatti, i libri e dormire all’aria aperta. Gli piace viaggiare, rigorosamente senza soldi. Una volta capito questo, avete capito quasi tutto di lui.

Ilaria Ammirati - Marcia Sedoc, una Cacao meravigliao con piglio da leader

Nella trasmissione culto Indietro Tutta! era una delle bellissime finto-brasiliane che reclamizzava l’immaginario cacao. Oggi è punto di riferimento in uno dei quartieri più disagiati della capitale

Ilaria Ammirati*

Questa intervista è stata realizzata all’VIII Municipio del comune di Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, nella stanza dove Marcia Sedoc, soubrette ed ex Cacao meravigliao della trasmissione cult Indietro tutta!, presta la sua attività di volontaria. È arrivata con due ore di ritardo. Si trovava con alcuni immigrati alla Questura competente per aiutarli a sbrigare alcune formalità e, come è noto, negli uffici si sa quando si entra, ma mai quando si esce.

Durante le ore di attesa mi sono passate davanti agli occhi madri, anziani, bambini, ragazzi, uomini e donne. Mi sono sentita una sorta di extra-terreste precipitato in un altro pianeta: che enorme abissale differenza tra la zona in cui abito io, a Roma Nord, e questa. Non erano più leggende, ma realtà. Realtà ancora peggiore di come l’avessi mai immaginata: un mondo grigio, sporco, brutto, senza via di scampo se ci nasci.

Un signore si lamentava dell’aumento di 10 euro del suo affitto e, senza voler assolutamente fare un discorso retorico, pensavo che quegli stessi 10 euro a cui si attaccava disperatamente io li spendo ogni giorno tra l’edicola ed il bar.

Mentre osservavo e ciò che vedevo diveniva riflessione, mi chiedevo come mai la Sedoc avesse scelto il suo ufficio proprio lì: e mi ha risposto che è andata dove c’era bisogno.

È vero. Mi è bastato guardarmi intorno, senza neanche addentrarmi nei meandri di un quartiere sorto negli anni ’80 e diventato simbolo dei problemi della periferia romana, che verrà in gran parte demolito e ricostruito, secondo una notizia di questi giorni, nell’ambito di un più vasto progetto capitolino. Ma quel che mi incuriosiva maggiormente era come fosse possibile che una soubrette abituata ai lustrini del mondo dello spettacolo facesse veramente qualcosa lì in mezzo. I conti non mi tornavano. E se lo fa lei perché io sto ferma a non fare niente come te che mi stai leggendo? Poi è arrivata. In carne ed ossa. Ed i conti sono tornati. Non ne voglio fare una santa. È una persona che non conosco e con cui ho solamente passato una piacevole ora. Però una cosa la posso garantire: le mani se le sporca. Con energia e coraggio da vendere.

 

Nata nell’ex colonia olandese del Suriname, dopo una carriera da modella iniziata da giovanissima, sei arrivata in Italia 24 anni fa. Cosa ti ha spinto a venire nel nostro Paese?

“Sono venuta per un musical. Fui scelta in Olanda nella scuola di ballo e canto dove studiavo. Dovevo restare solo tre mesi. Poi mi sono innamorata dell’Italia e del sole e non sono più andata via”.

 

Hai conosciuto il successo con la fortunatissima trasmissione Indietro Tutta!, di Renzo Arbore, nel 1987. Come è iniziata questa avventura?

“Sono letteralmente capitata al provino per la trasmissione. E non è un modo di dire. Quel giorno c’erano Renzo Arbore, il produttore Ugo Porcelli, Alfredo Cerruti e Arnaldo Santoro, coautori con Arbore, Nino Frassica e Mario Marenco. Mi sottoposero ad una serie di domande. Basta. Che cavolo di provino, pensai! Poi venni rivista. E questa seconda volta mi venne detto che dovevo portare il costume. Mi misero in una stanza con la musica e mi dissero di ballare. Venni presa, ma non sapevo assolutamente per cosa”.

 

E ben presto sei diventata la capogruppo delle ragazze del Cacao Meravigliao.

“È successo. Io sono fatta così. Tendo a fare la capa, la leader. Ovviamente non andavamo tutte d’accordo. Non puoi mettere cinque primedonne insieme: è un casino! Strano sarebbe il contrario. Poi, quando terminò la trasmissione, chiesi il permesso ad Arbore e depositai il marchio del Cacao per il gruppo, non quello per il prodotto, sul quale invece ci sono state varie vicende giudiziarie. Proposi anche alle ragazze un impresario serio tra tutti quelli che bussarono alla nostra porta. All’inizio eravamo le stesse della trasmissione. Abbiamo fatto tantissimi spettacoli: più di 200 serate in un anno, in lungo e largo per l’Italia ed andammo perfino al Festival di Sanremo. Poi, dopo quattro anni, sempre insieme, tutti giorni, ci siamo sciolte. Io, però, ho mantenuto il marchio per il gruppo e, con ragazze via via diverse, continuo a lavorare”.

 

Quando hai capito che la trasmissione sarebbe diventato un cult?

“Non l’ho capito subito. Ero giovane e fondamentalmente mi divertivo. Come molte cose che capitano nella vita, ho realizzato la portata della faccenda quando abbiamo finito”.

 

Al di là delle gag, alcune memorabili, dei personaggi curiosi, delle canzoni e dei finti giochi a premi, Indietro tutta! è stata una trasmissione con una forte volontà di stigmatizzare la televisione commerciale, allora nascente, e che di lì a poco si è imposta. Senza ombra di dubbio Le Cacao Meravigliao e le Ragazze Coccodèpossono essere considerate le antesignane delle attuali veline, letterine. Considerando gli scandali degli ultimi mesi, una domanda sorge spontanea e sicuramente hai già capito…

“No. Assolutamente no. Ovviamente ricevevamo inviti a cena, ma come può succedere a qualsiasi bella ragazza”.

 

Ed allora, da donna e collega, cosa ne pensi dell’attuale mercificazione di queste giovani soubrette?

“È uno schifo. Non mi piace. Sono per la meritocrazia. Bisogna lottare per avere qualcosa. Devi fare esperienza. Devi fare la gavetta. È necessaria per acquisire preparazione. Cerco sempre di insegnare questo. Trovo giusto sorridere dei fidanzamenti tra calciatori e veline. È un’altra cosa! I calciatori non hanno tempo per rimorchiare. Sono miliardari, ma fanno una vita da servizio militare. Le veline gli cascano in braccio! E fanno bene! Entrambi!”

 

Indietro tutta ha lanciato diversi personaggi del cinema e della televisione. Ricordiamo, ad esempio, Maria Grazia Cucinotta ed il Mago Forest. A chi il tempo non ha decretato il giusto successo?
“Proprio a noi. Meritavamo sicuramente di più. Abbiamo ricevuto anche il Telegatto. Ce lo consegnò Berlusconi stesso. La Rai invece non ci ha riconosciuto nulla. Tutto quello che ho fatto dopo l’ho fatto grazie a me, senza chiedere niente a nessuno. È stata una gran fatica, ma anche una grossa soddisfazione perché almeno mi posso guardare allo specchio. E, comunque, sono una persona fortunata. Ho sempre lavorato tanto”.

 

E dopo Indietro tutta!?

“Appunto! Ho sempre lavorato. Io sono cantante, ballerina, attrice di cinema e di teatro. Grazie alla popolarità raggiunta sono stata ospite in varie trasmissioni Rai: TelethonL’Italia in direttaPronto Raffaella?Maurizio Costanzo ShowUno Mattina e moltissime altre. Ho preso parte alle miniserie tv I Vigili Urbani Il commissario Corso. Al cinema ha lavorato per Federico Fellini in Ginger e Fred, questo veramente prima di Indietro tutta, poi per Lamberto Bava inLe foto di gioia, per Tinto Brass in Snack Bar Budapest e per Claudio Bonivento in Le giraffe e poi ancora con Pupi Avati, Gianni Lepre e Bruno Corbucci”.

 

Dal 2004 sei presidente e direttore artistico di Fajaloby, da te fondata. Di cosa si tratta?

“È un’associazione culturale la cui attività è divisa in due parti: quella relativa allo spettacolo, che è il mio lavoro, e quella attinente invece la promozione di iniziative culturali volte a sensibilizzare i cittadini italiani e stranieri, cioè i nuovi cittadini italiani, ad un modello di convivenza e di integrazione multietnica e interreligiosa. In questo caso lo spettacolo che facciamo serve da richiamo. Per fare un esempio sono stata animatrice del concorso Miss Africa in Italia, manifestazione in cui le ragazze sfilavano con gli abiti tradizionali dei loro Paesi di origine e questo proprio col fine dell’integrazione di culture e tradizioni completamente diverse”.

 

Integrazione in Italia, in particolare a Roma. A che punto siamo?

“Siamo punto e a capo. Paradossalmente i problemi maggiori li hanno quelli che vivono in Italia da tanti anni. Chi arriva adesso è molto più agevolato. I nuovi cittadini italiani vengono discriminati dagli italiani. Loro invece si sentono italiani. Alcuni sono nati qui e sono addirittura misti. Il paradosso è che quando compiono 18 anni non sono più italiani. Infatti, secondo la legge, devono chiedere il permesso di soggiorno.

Diventano clandestini, delinquenti tra virgolette. È la preoccupazione di tanti genitori stranieri che hanno i figli che stanno arrivando alla maggiore età”.

Con l’obiettivo di favorire l’integrazione, due volte a settimana svolgi servizio di volontariato presso l’VIII Municipio del Comune di Roma. Quali attività svolgi?

“È detto il municipio delle Torri e interessa la suddivisione amministrativa della Capitale posta ad est del centro storico. Si tratta di un municipio particolarmente disagiato e perciò c’è molto da fare. Vi afferiscono circa 240.000 persone, provenienti dai quartieri più poveri della città. Per lo più si tratta di giovani e per l’appunto tantissimi stranieri, che si sentono persi. Purtroppo ci sono persone che speculano sui loro bisogni: numerose associazioni promettono di aiutarli, si fanno dare una marea di soldi e poi non fanno niente. Dopo questo ladrocinio, di denaro e di speranza, arrivano allo sportello, diventato oramai unico punto di riferimento per tutta Roma. È un lavoro che mi porto a casa. Il sabato, la domenica, la notte. Hanno addirittura il mio cellulare. Sono disponibile in qualsiasi momento. D’altronde sono disperati”.

 

Come mai questa vocazione al volontariato?

“Perché mi reputo una persona fortunata e mi sono sentita in colpa per tutte le persone in difficoltà, disagiate. Il volontariato lo faccio con amore e mi dà tante soddisfazioni. Ci metto tanta energia. E poi è una tradizione di famiglia: anche mia madre si occupa di volontariato ad Amsterdam”.

 

Praticamente in cosa consiste la tua attività?

“Noi offriamo una serie di servizi gratuiti: facciamo consulenza legale, aiutiamo a compilare e reperire i documenti, siamo un punto d’ascolto per gli adolescenti e le donne che spesso hanno problemi di maltrattamento e non possono lasciare il marito, perché non avendo lavoro e soldi non sanno dove andare.

Ci preoccupiamo di cercare posti di lavoro, e perciò mi occupo di raccogliere informazioni sugli studi e le esperienze di coloro che vengono qui e sono disoccupati, in modo da soddisfare eventuali richieste.

Recentemente i magazzini Zara volevano ragazzi di colore alti e muscolosi per il servizio di sicurezza: stiamo facendo le selezioni e con l’azienda abbiamo già occupato alcuni giovani. La reputo una vittoria importante perché è un lavoro dignitoso che permette loro di portare a casa qualche soldino per non pesare sulla famiglia, magari anche per aiutare i genitori, ed in più sono liberi di poter offrire una pizza alla fidanzata”.

Nel 1998 hai scritto un libro di aforismi sui bambini e sull’amore intitolato “I buoni muoiono giovani”. Perché questo titolo così forte?

“È una realtà. È un libro nato dalla mia esperienza di vita e dalla mia passione per gli aforismi. Nella mia infanzia ho sofferto: i miei genitori si separarono e fui costretta per anni a non vedere mia madre. Mio padre ci portò via, a me ed agli atri cinque fratelli. È una storia che lascia il segno. Ed io già allora scrivevo. Sono una pensatrice. Però ho avuto un carattere positivo. Il libro è dedicato a mia figlia”.
*Dice di sé.
Ilaria Ammirati. Trentottenne romana è mamma di tre bambine, la sua rivincita alla condizione di figlia unica. Ama i cani ed il cinema, che definisce il posto più bello del mondo. Insieme a Stromboli, l’isola del cuore. Ha il sogno di scrivere una sceneggiatura e di firmala Lapilla.

 

 

LIDIA RAVERA

Il merito è questione centrale. Nella politica, nelle pubbliche
amministrazioni, nella cultura, nella scuola. Lo stallo della
meritocrazia taglia le gambe ai più giovani:
a che scopo con-correre se vince quella che ci sta, o quello più
servile? Nell’editoria, nel cinema, nel teatro, in televisione si
valorizzano i “conformi”, quelli che sono sempre ben attenti a
non dire quello che non deve essere detto, a non pestare piedi,
a sottomettersi alle regole di mercato.
Il successo, da condizione di cui vergognarsi è diventato l’unico
progetto perseguibile. Stretta fra conformismo e voglia di essere
premiati, la povera cultura produce ripetizione, si annoia di se
stessa e non svolge il suo compito principale: raccontare questo
mondo com’è e immaginarne un altro. Magari migliore.
(Da “L’Unità”, 29 marzo 2010)

INDICE DEI NOMI

Abbagnano, Nicola
Abet, Maurizio
Abete, Giancarlo
Abete, Luigi
Abramovic, Marina
Abravanel, Roger
Adreani, Giulio
Agnelli, Andrea
Alessandri, Nerio
Alfano, Angelino
Amendola, Giorgio
Ammirati, Ilaria
Angeli, Franco
Angrisano, Federico
Antonello Da Messina
Antonucci, Roberto
Aponte, Gianluigi
Arbore, Renzo
Arendt, Hannah
Aristotele
Armani, Giorgio
Arpisella, Rinaldo
Asnaghi, Antonella
Autorino, Antonio
Avati, Pupi
Azzaroni, Antonella
Barbuto, Mario
Barilla, Guido Maria
Barilla, Luca
Baruchello, Gianfranco
Basile, Maurizio
Bassetti, Paolo
Battista, Giancarlo
Battista, Valerio
Bava, Lamberto
Bazoli, Giovanni
Beccaria, Cesare
Belli, Giuseppe Gioacchino IV di Cop.
Benetton, Luciano
Bennato, Federica
Beretta, Maurizio
Bergman, Ingrid
Berlingeri, Ilaria
Berlinguer, Enrico
Berlusconi, Marina
Berlusconi, Pier Silvio
Berlusconi, Silvio
Bernabè, Franco
Bernabei, Andrea
Bernardini, Thanai
Bersani, Pierluigi
Bertelli, Patrizio
Bertolini, Anna
Bertoluzzo, Paolo
Blair, Tony
Bocca, Giorgio
Boezio, Severino
Bondi, Enrico
Bongiorno, Mike
Bonito Oliva, Achille
Bonivento, Claudio
Bono, Giuseppe
Bonomi, Giuseppe
Borgogni, Lorenzo
Bortoni, Guido
Bossi, Umberto
Bovalino, Luca
Brass, Tinto
Brozzetti, Gianluca
Brunelli, Massimo
Bruni, Marcello
Bruno, Giordano
Bukowski, Charles
Burdese, Laura
Buttazzi, Marco
Buttitta, Giovanni
Cairo, Urbano
Calabrò, Corrado
Calamandrei, Piero
Caltagirone Bellavista, Francesco
Caltagirone, Francesco Gaetano
Calvani, Paolo
Camerano, Fabio
Cameron, David
Cannatelli, Pasquale
Capogreco, Pietro
Cappellini, Alberto
Cappellini, Gabriele
Capuano, Massimo
Carosio, Daniela
Carrà, Raffaella
Cartesio, Renato
Casanova, Giacomo
Casinelli, Fabrizio
Casini, Pier Ferdinando
Castagno, Alessio
Castellucci, Giovanni
Catoni, Valter
Cattaneo, Flavio
Cattelan, Maurizio
Cavalli, Roberto
Cavallina, Pierguido
Celli, Pier Luigi
Cerruti, Alfredo
Chenault, Kenneth Irvine
Chiappetta, Pasquale
Chiari, Walter
Chieli, Massimo
Christo
Citterio, Rossella
Colaninno, Roberto
Colao, Vittorio
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