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Edizione n. 19

Mattei ebbe il merito di tirar fuori da persone giovani e inesperte, here dirigenti validi e grandemente motivati, medicine ponendoci, giovanissimi, a capo di società caposettore

Cesare Lanza*

Classe 1922 Egidi, manager di lunga e grandissima esperienza, vanta una carriera come pochi in Italia. Entrato in Eni all’epoca di Enrico Mattei ha scalato le cariche manageriali di tutte le aziende nelle quali ha lavorato, fino a raggiungerne i vertici. In questa intervista tratteggia e ricorda mondi e rapporti industriali che oggi si fa sempre più fatica a ritrovare.

Entrò all’Eni nel 1949, assunto da Enrico Mattei. Che ricordo ha dell’uomo e dell’imprenditore?

“Mi sia concessa una breve premessa. Poiché mi viene chiesto di raccontare un “pezzo” importante della mia vita (30 anni trascorsi all’Eni/Agip), dovendo attingere ai miei ricordi, debbo premettere che, oltre a fare valutazioni personali magari non condivisibili da altri, il tempo avrà certamente contribuito ad offuscare o abbellire qualche dettaglio.

Tuttavia ritengo di non essermi lasciato troppo prendere dai miti o dalle leggende che, inevitabilmente, si tramandano nel tempo. Mi riferisco sopratutto alla “leggenda” Mattei. Gli si fa spesso torto dipingendolo da alcuni come un santo, da altri un corruttore spregiudicato. Evidentemente non era né l’uno né l’altro.

Era semplicemente un grande italiano che desiderava contribuire alla rinascita del nostro Paese uscito dalla guerra con le ossa rotte (…l’Italietta del fascismo e dell’autarchia, magistralmente immortalata da Fellini in Amarcord!).

In Eni ha scalato tutti i gradini fino ad arrivare a cariche manageriali. Che valore aveva il merito in quegli anni?
“La ricerca petrolifera è sempre vicina al gioco d’azzardo, almeno quando si affronta un’area inesplorata.

Se noi avevamo all’inizio pochi mezzi tecnici (gli impianti di perforazione di allora non erano proprio un modello di modernità), possedevamo tuttavia il necessario know-how tecnico/geologico, ottime maestranze, e grande entusiasmo.

E tutti noi, fin dai primi anni ‘50 raggiungevamo il Texas, la California…per apprendere sul campo il “mestiere” del petroliere. E imparammo alla svelta tant’è vero che assai presto, essendoci portati al livello tecnico/economico delle majors, venivamo accettati, anzi richiesti, per formare joint ventures internazionali (Mare del Nord, Nigeria, Indonesia, ecc.)

Fu questa la prova che, pur essendo un’azienda di Stato, eravamo considerati a tutti gli effetti alla stregua di azienda privata. Avevamo ereditato da Mattei il coraggio e la forza morale di decidere con grande autonomia, assai spesso by-passando le lungaggini decisionali e le burocrazie romane.

Mattei ha avuto anche il merito di tirar fuori, da persone giovani e inesperte, dirigenti validi e grandemente motivati, ponendoci, giovanissimi, a capo di società caposettore”.

Nel ‘62 Mattei morì in un incidente aereo per il quale nel 2005 è stato stabilito ci fu dolo. Lei che idea si è fatto? A chi Mattei aveva dato fastidio?

“Al momento della caduta dell’aereo, alcuni piloti della flottiglia aerea ENI, colleghi del pilota Bertuzzi, accorsi quella notte sul posto del disastro, ritennero si trattasse di un incidente dovuto alle pessime condizioni atmosferiche nell’atterraggio a Linate. Al sabotaggio credettero in pochi, anche perché a chi avrebbe giovato (delle 7 Sorelle) fare di Mattei un martire? Tanto più che avrebbe dovuto fra non molto incontrare Kennedy”.

Quali erano i rapporti, all’epoca, tra imprenditori e politici?

“Sicuramente Vanoni, Ministro delle Finanze del Governo De Gasperi appoggiò e valorizzò l’enfatizzazione della scoperta del giacimento di Cortemaggiore. Anche i rapporti di Andreotti furono non conflittuali. E poi Mattei ci proteggeva nel senso che rappresentava l’interfaccia con i politici. Agivamo in una quasi completa autonomia che difendevamo quotidianamente da ogni tentativo di invasione di campo”.

Nel 1980 dopo essere stato commissario straordinario dell’Eni, il Presidente Cossiga La nominò presidente. Ma Lei rifiutò. Per quale motivo?

“Avevo chiesto, ripetutamente, al Presidente Cossiga di lasciarmi libero e tornare nel “privato”, ma sulla gazzetta ufficiale del 2 maggio apparve il decreto di nomina. Ero deciso a non accettare la carica, decisione che divenne irrevocabile allorchè ebbi un colloquio alquanto sgradevole (ma illuminante!) col ministro delle Partecipazioni statali dell’epoca, il quale doveva controfirmare il decreto della mia nomina e che, all’indomani, sarebbe diventato il mio “capo” (sic!). E, in tale veste, cominciò a darmi degli ordini, non proprio di politica industriale…

Da tale colloquio trassi l’impressione, non credo troppo erronea, che si voleva da me un’ubbidienza acritica, una specie di burattino i cui fili venivano tirati da altri. Era forse l’inizio della lottizzazione?! Il colloquio terminò con la mia semplice reazione: “Ministro, se ne cerchi un altro!”. E uscii. Me ne tornai alla Fiat”.

Dopo 30 anni di Eni/Agip Lei entrò in un’altra grande azienda italiana, la Fiat, con un’impronta familiare molto forte. Quali le differenze sostanziali tra i tre grandi gruppi?

“Il passare da un gruppo pubblico – l’Eni – ad uno privato, fu per me un notevole arricchimento tecnico-culturale. E poi la filosofia del MERITOCRATICO! Tuttavia, dal punto di vista gestionale/manageriale, il “salto” non fu affatto traumatico, dato che nella società, l’Agip, che avevo lasciata i comportamenti tecnico/economici, la conduzione manageriale, ecc. erano del tutto simili a quelli praticati da Fiat.

Del resto la controprova è nelle varie joint-ventures fra l’Agip e le principali società petrolifere americane ed europee, nei vari continenti in cerca di petrolio, che furono rese possibili dall’assoluto criterio “privatistico” istillato da Mattei e dai suoi successori in tutte le aziende Eni”.

Negli anni 1992-93 scoppia Tangentopoli e, dopo il suicidio di Cagliari, circola nuovamente il Suo nome per la presidenza Eni, sponsorizzato anche da De Benedetti. Ma poi, a sorpresa fu nominato Luigi Meanti, proveniente da Snam…

“È vero che dopo il suicidio di Cagliari il Premier Amato mi telefonò insistendo affinché accettassi la Presidenza Eni.Tale richiesta si basava anche su un preciso suggerimento di De Benedetti. Ma rifiutai”.

In questo momento storico, in Italia, le stanze dei bottoni sono quasi tutte occupate da ultrasessantenni di sesso maschile. Le nuove generazioni hanno la strada sbarrata perché sono oggettivamente incapaci o perché gli anziani fanno fatica a lasciare il potere?

“È proprio vero che le stanze dei bottoni siano ora occupate stabilmente da ultrasessantenni, con la cadreca incollata al loro “didietro”. Mattei faceva esattamente il contrario, dando a noi, trentenni, importanti posti di grande responsabilità. Affermava che se uno, non oltre i 35 anni, non avesse raggiunto la piena capacità di “comando” cioè di leadership, dimostrando entusiasmo, spirito di sacrificio e di missione, non poteva stare a quel determinato posto di responsabilità (…e per il malcapitato significava l’allontanamento!)”.
*Dice di sé.
Cesare Lanza. Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono molto, per quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina Poletti: “Era un uomo tutte case e famiglie”. L’altra, pensata da un ex allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da ragazzo si comportava come un adulto. Da adulto, come un ragazzo”. Gli mancheranno molto i cinque figli, che in vita ha trascurato, le due mogli, gli amori vissuti o anche semplicemente sognati, il poker, le scommesse, i libri… e anche le partite del Genoa, non importa se vincenti o perdenti. Tante cose, tanti affetti: perchè morire? 

Antonella Parmentola - Franco Abruzzo, un calabrese in Lombardia

L’avvento delle nuove tecnologie ha cambiato la professione, resta, però, il cronista e resta la cucina giornalistica: non si può prescindere dalle donne e dagli uomini, che cercano le notizie, che le scrivono e che le impaginano… e che le titolano in maniera magari cazzuta come diceva Gaetanino Afeltra

Antonella Parmentola*

Francesco Franco Abruzzo, nasce a Cosenza il 3 agosto 1939. Si laurea (con lode) in scienze politiche e seguendo gli insegnamenti di un martellante professore di storia decide che per continuare a sognare deve trasferirsi a Milano.

È giornalista professionista dal 3 febbraio 1963 e dopo aver iniziato la professione presso le redazioni calabresi dei quotidiani Il Tempo e il Giornale d’Italia è a Il Giorno di Milano dal giugno 1965 al novembre 1983: suoi direttori saranno Italo Pietra, Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi. Dal dicembre 1983 (chiamato da Gianni Locatelli) al marzo 2001 lavora a Il Sole 24 Ore, anche se uscendo di casa per andare a lavorare continuerà a dire “Vado al Giorno”, provocando così l’ironia e l’ilarità delle figlie. Sarà assunto da Eugenio Scalfari nel 1975 a Repubblica, come cronista giudiziario, ma rinuncerà presto all’incarico.

Per oltre diciotto anni sarà presidente dell’Ordine dei giornalisti di Lombardia, guadagnando per questo il titolo di “storico presidente dell’Ordine”.

È nell’elenco de “I 5062 italiani notevoli” di Giorgio dell’Arti e Massimo Parrini, Catalogo dei viventi, Marsilio 2006.

Il suo sito francoabruzzo.it porta un significativo sottotitolo: giornalisti per la Costituzione. Oggi, per sua stessa ammissione, vive di pc, internet e Blackberry. E dovendo realizzare un’intervista a distanza, questa si è rivelata una vera fortuna!

Giornalista professionista dal 1963. Come è cambiata la professione da quando è diventato giornalista ad oggi?

“Procedo con esempi banali: allora dovevo scarpinare per procurarmi certe sentenze o per consultare codici e leggi. Oggi ho tutto sul computer di casa. Sono abbonato a una banca dati e ho a disposizione in fretta testi aggiornatissimi. Lo Stato italiano peraltro ha un sito con tutte le leggi in vigore (www.normattiva.it). La Gazzetta Ufficiale, che è una miniera di notizie, è leggibile sul sito del Comune di Jesi. Sulla home page del mio sito si possono leggere le principali rassegne stampa di quotidiani e periodici senza andare all’edicola. Su Google c’è tutto e il contrario di tutto. Grazie agli alert di Google mi procuro giornalmente notizie particolari su almeno 100 argomenti che mi stanno a cuore e che sono al centro dei miei interessi professionali (dalla privacy alle ultimissime sull’editoria).

Qualcuno dirà: oggi è facile lavorare, ieri invece… Non è così: le enormi quantità di notizie che si trovano nella rete, e io mi ritengo un cacciatore di notizie, presuppongono nel giornalista una capacità di analisi molto profonda, una preparazione multidisciplinare. Sullo sfondo c’è il rischio della pigrizia che spinge al copia e incolla… attenzione: lo sputtanamento, come in America, è altrettanto facile…

Che dire del computer. Produco articoli, saggi e notizie in quantità industriale. Della Olivetti 42 ho un ricordo terrificante: la battitura delle 700 pagine della mia tesi di laurea sulla guerra d’Algeria vista attraverso le pagine del “Giorno”. Il pc consente velocità, e poi non c’è lo scanner? O la trasmissione a distanza degli articoli grazie a internet? Quando negli anni 60 battevo il Nord Milano in certe ore della notte davo la caccia a un telefono fisso per collegarmi con il giornale. Oggi il cellulare ha rivoluzionato le comunicazioni tra centro e periferie, corrispondenti e inviati. Si parla da qualsiasi parte del mondo… Qualcuno ricorda ancora i dispacci telegrafici di Luigi Barzini durante la guerra nippo-russa del 1905? E poi le agenzie che arrivano direttamente nel computer… con un semplice comando (F10 al Sole) vengono trasferite nell’area della produzione… per essere lavorate… la tipografia gutenberghiana non c’è più: è nel computer con le pagine già disegnate…

Resta, però, il cronista e resta la cucina giornalistica: non si può prescindere dalle donne e dagli uomini, che cercano le notizie, che le scrivono e che le impaginano… e che le titolano in maniera magari cazzuta (come diceva Gaetanino Afeltra)… Restano uomini e donne con la loro umanità, con la loro capacità di parlare con la gente e di farsi raccontare i particolari di una storia, con la loro cultura e poi con la capacità di scrivere 80 righe sul tamburo in 30 minuti o di sintetizzare tutto in un servizio di 4 o 6 minuti per la tv o per la radio… Gli avvocati consultano i codici e la giurisprudenza, i medici quando hanno dubbi sottopongono il paziente a una tac. Il giornalista quando è sui fatti di cronaca, magari in posti lontani e sperduti, è solo…con il cellulare e in redazione aspettano il pezzo magari improvvisato e di getto. Lo stress accompagna la vita dei giornalisti e sottopone testa e cuore a emozioni anche rischiose…”.

Nel 1975 Eugenio Scalfari le offrì l’incarico di cronista giudiziario a Repubblica. Perché rinunciò?

“I calabresi in Lombardia”. Potrebbe essere il titolo di un libro dedicato a una storia lunga almeno cinquant’anni. Da quando i calabresi, abbandonate le vie delle Americhe e dell’Europa continentale, hanno preferito orientarsi verso il Nord dell’Italia. Prima i contadini, poi i figli dei ceti medi, poi gli intellettuali. È stato un viaggio senza ritorno, di sola andata.

Racconto la mia vicenda, perché è emblematica. La vicenda di un ex studente liceale (“Liceo Telesio” di Cosenza) e precoce lettore de “Il Giorno” di Milano, il quotidiano più moderno dell’Italia di metà degli Anni 50, ma già con la vocazione del giornalista nella testa. Era “Il Giorno” di Enrico Mattei e di (e poi dal ‘60 di Italo Pietra). E si sa che i calabresi hanno sì la testa dura, ma sanno anche sognare e qualcuno si scopre con gli anni anche oppositore sociale. Il professore di storia era martellante nelle sue tesi: “Ragazzi, Milano ha fatto l’Italia. Se doveste decidere di andare via, puntate su Milano e basta. Milano vi renderà liberi”. E così è stato. In effetti Milano ha deciso nel bene e nel male dal ‘700 ad oggi tutte le svolte nazionali, dall’Illuminismo al Risorgimento, alla Grande Guerra, al Fascismo, alla Resistenza, al Centrosinistra, da Tangentopoli alla Lega Nord, da Forza Italia al Popolo della Libertà. Il sindacato operaio, come il movimento sota, è nato da queste parti. Lo stesso discorso riguarda i giornali. Da Il Secolo al Corriere della Sera, da Il Giorno al Giornale di Indro Montanelli, a Libero di Vittorio Feltri. Qui prosperano le grandi case editrici.

Non sono stato il solo, tra i miei coetanei calabresi, a sognare di lavorare come giornalista a Milano. Posso citare Gino Morrone e Salvatore Scarpino (Cesare Lanza aveva bruciato tutti, ma verso Genova). Posso dire che mi è andata bene. Ho lavorato a Il Giorno di Italo Pietra, Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi e poi a Il Sole 24 Ore di Gianni Locatelli, Salvatore Carrubba ed Ernesto Auci. Mi ha assunto Eugenio Scalfari a Repubblica: era il luglio 1975, ma poi ho preferito rimanere dov’ero. Non me la sentivo di lasciare Il Giorno. Era stato il mio giornale sognato. Non capivo che l’Eni si stava sganciando lentamente. Ho passato un’estate tremenda, non dormivo, mi svegliavo di notte, mi sembrava di tradire una mia scelta di vita.

L’appuntamento nella redazione milanese di Repubblica era fissato per la prima settimana di ottobre. Il giornale sarebbe uscito il 14 gennaio 1976, come poi è avvenuto. Sono stato fortunato: nell’autunno del 1983, un tram è passato sotto casa e mi ha portato al Sole 24 Ore, dove, con il direttore Gianni Locatelli, ho trovato altri colleghi del vecchio Giorno. Questa volta non ho esitato: l’Eni ormai sopportava Il Giorno perché doveva ubbidire alla dirigenza dc e sota. Mi capitava di dire quando uscivo di casa: “Vado al Giorno”; le mie figlie si divertivano a correggermi: “Ma non sei più al Giorno”. Anche loro hanno sofferto quando ho lasciato Il Giorno. Nella mia famiglia aleggiava e aleggia ancora oggi il mito del vecchio Giorno di Baldacci e Pietra”.

La crisi economica e politica che ha colpito il mondo occidentale quali effetti ha prodotto sul giornalismo e l’informazione in generale?

“Ha determinato, negli anni 2008, 2009 e 2010, una crisi spaventosa, pagata dai giornalisti sessantenni. Ne sono stati rottamati finora 1.100, ma arriveranno entro il 2012 a 1.500. La Fieg ha ammesso che diversi bilanci societari sono stati risanati grazie all’allontanamento forzato di tanti redattori maturi ed anche prestigiosi. In quei tre anni, la crisi ha colpito le entrate pubblicitarie, mentre anche le vendite nelle edicole sono entrate in una sofferenza vistosa”.

Ha ancora un senso un Ordine dei giornalisti?

“Sono convinto di sì. Senza la legge sulla professione di giornalista (69/1963) i cronisti diventerebbero degli impiegati del computer e di internet. Questa affermazione si comprende SOLTANTO se si tiene presente che le regole della professione in Italia sono fissate per legge e, quindi, formano un vincolo che obbliga tutti a determinati comportamenti. L’anomalia italiana nasce dalla Costituzione, che vuole un esame di Stato per accedere alle varie professioni intellettuali. L’esame di stato presuppone un percorso formativo determinato sempre dalla legge. Nessuno disconosce che quella del giornalista sia anch’essa una professione intellettuale. Se è così, deve rispettare gli stessi vincoli delle altre professioni.

Con la direttiva comunitaria 89/48/Cee (dlgs 115/1992), l’Europa ha deciso che i professionisti “regolamentati” debbano avere almeno una laurea triennale. I dlgs 277/2003 (direttiva 2001/19/CE) e 319/1994 (direttiva 92/51/CEE) dicono che la professione giornalistica (italiana), – organizzata (ex legge 69/1963) con l’Ordine e l’Albo (come vuole l’art. 2229 Cc) e costituzionalmente legittima (sentenze 11 e 98/1968, 2/1971, 71/1991, 505/1995 e 38/1997 della Consulta) –, ha oggi il riconoscimento dell’Unione europea. Il sistema ordinistico italiano è compatibile con la Ue (direttiva 2005/36/Ce o “direttiva Zappalà”).

L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi rischi:

a) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.

b) risulterà abolita la deontologia professionale fissata negli articoli 2 e 48 della legge professionale n. 69/1963.

c) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del “segreto professionale sulla fonte delle notizie”. Nessuno in futuro darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.

d) senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda e il direttore non sarebbe giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione.

e) una volta abolito l’Ordine, scomparirà l’Inpgi. I giornalisti finiranno nel calderone dell’Inps, regalando all’Inps un patrimonio di 3.000 miliardi di vecchie lire (immobili e riserve).

Per favore non facciamo paragoni con gli Stati Uniti. Il primo emendamento della Costituzione americana vieta di fare leggi sulla libertà di stampa e quindi anche sui giornalisti. Amici giornalisti americani mi dicono che quello che abbiano noi (Ordine, Fnsi, Contratto, Inpgi, Casagit e Fondo) nel loro grande Paese è impensabile, è un sogno, è una ipotesi di terzo grado”.

A tal proposito, l’accesso all’Ordine, con i meccanismi che conosciamo, non è diventato anacronistico? Di fatto sforna, ogni anno, centinaia di giornalisti che spesso vanno solo ad incrementare le fila dei precari e dei disoccupati…

“Non è più così. Posso dare un dato fresco. Nel registro dei praticanti dell’Ordine di Milano sono iscritti appena 470 giovani. Fino a qualche anno fa erano 1500/1800. I precari ci sono anche tra i medici e gli ingegneri, i laureati in lettere e in legge. I nostri disoccupati per contratto sono soltanto i professionisti e i praticanti, che hanno perso il lavoro. I pubblicisti vivono di altro (impieghi pubblici e privati, mestieri, altre professioni). L’Inpgi presto presenterà una proposta seducente agli editori: se assumono, non pagheranno i contributi per due anni. L’incentivo è consistente e dovrebbe generare occupazione”.

Le scuole di giornalismo hanno, di fatto, sostituito la pratica della professione, ma sono diventate anche corsie preferenziali per l’ingresso nella professione: più che giornalisti il rischio è che si stiano formando degli impiegati…

“Ho dedicato 22 anni della mia vita all’Istituto Carlo De Martino per la Formazione al giornalismo di Milano (il mitico Ifg). Abbiamo formato in 32 anni (dal 1977 al 2009) ben 683 giornalisti, di cui una cinquantina sono direttori di importanti testate, molti occupano posti preminenti nei grandi giornali italiani. Solo gli ultimi due bienni hanno visto un calo netto degli assunti, ma tutti lavorano come co.co.pro o hanno contratti a termine per effetto della crisi. Si tratta di colleghi preparati e anche aggressivi, certamente non assimilabili agli impiegati. Questo discorso vale anche per le altre 15 scuole. I saperi universitari sono indispensabili per governare e capire la realtà complessa dei nostri tempi e anche per utilizzare la rete in maniera intelligente e produttiva”.

La pubblicazione delle intercettazioni è diventata, ormai, pratica abituale. Quali le responsabilità dei giornalisti e quali quelle dei magistrati?

“È un mio cavallo di battaglia. Io rivendico il diritto di mettere le mani e gli occhi sugli atti giudiziari (sentenze e carte con le intercettazioni depositate nelle segreterie dei pm e dei gip). L’ho detto in numerosi dibattiti anche in Cassazione e due volte in corsi davanti a giovani magistrati organizzati dal Csm.

Bisogna capire che il diritto di cronaca non prevale sulla dignità delle persone. Se in quelle carte si parla di persone violentate o abusate, di situazioni scabrose, di persone non inquisite, è evidente che non pubblicherò nulla. Non posso pubblicare nulla. È un dovere ed è un obbligo giuridico. Ora è stata presentata dal Pd una nuova proposta di legge, che scarica la repressione sull’Ordine dei Giornalisti e che punisce solo i cronisti, cioè l’anello debole della catena. Alfano punta a punire magistrati, aziende editoriali e cronisti. Il Pd punisce solo i cronisti. Non ci siamo. Posso confessare, ma i reati sono prescritti, che negli anni trascorsi al Palazzo di Giustizia di Milano, ed erano gli anni della mafia a Milano, del terrorismo e dei sequestri di persona, ottenevo le notizie dai magistrati e dai giudici, dagli avvocati e dai cancellieri e anche dagli ufficiali e agenti della polizia giudiziaria. Temo che anche oggi quel meccanismo funzioni egregiamente”.

La calunnia è un venticello… Più che venticello oggi assistiamo a vere e proprie campagne di fango, operate da giornalisti dell’una e dell’altra parte politica. È giornalismo anche questo?

“Questo non è giornalismo. I giornali schierati producono questo genere di giornalismo, che ha determinano la perdita di 2 milioni di copie. La gente non ne può più e si allontana gradatamente. I giornali oggi dicono di tirare 4,5 milioni di copie al giorno. Non si capisce se tiratura significa diffusione. La diffusione comprende le vendite nelle edicole, gli abbonamenti, le copie omaggio e le campagne promozionali. Qualche anno fa una fonte giornalistica (Lsdi) parlò di vendite effettive per 2,5 milioni di copie. Ads sta per “Accertamento diffusione stampa”: i dati all’Ads vengono forniti dalle aziende. La verità esce fuori dai bilanci specialmente dai bilanci delle società quotate in borsa. I grandi quotidiani sono ancora in difficoltà, così dice il più recente (22 aprile) “bollettino” mensile dell’Ads. A partire dal Corriere della Sera, che a gennaio ha perso quasi 40mila copie (-7,4%) rispetto allo stesso mese del 2010, scivolando a quota 489mila. Leggermente più contenuto il calo di Repubblica che perde oltre 30mila copie (-6,3%) a 449mila. Giù anche Il Sole 24 Ore, che diffonde 19mila copie in meno (-6,8%) e passa a quota 267mila; stesso calo percentuale per La Stampa, che perde 20mila copie diffuse e si attesta sulle 278mila. Interessante notare che il ritorno di Vittorio Feltri a Libero non sembra riflettersi sulle diffusioni, calate a gennaio del 6,5% (7300 copie in meno, a quota 105mila), mentre il calo del Giornale è contenuto nell’1,5% (182 mila copie diffuse, 2700 meno di gennaio 2010). I numeri non sono opinioni…”.

Lo scorso marzo, intervistato da Paolo Bracalini sul Giornale, a proposito della denuncia di stalking avanzata dall’onorevole Bocchino, ha parlato di un tentativo di quest’ultimo di limitare la libertà di critica. Ma con l’alibi del diritto di cronaca ci hanno abituato a leggere di tutto. Il diritto di cronaca corrisponde dunque a una libertà totalmente priva di confini?

“Da anni vado conducendo una crociata per la diffusione delle sentenze della Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo: la Convenzione europea, che viene fatta rispettare da quel tribunale, è vincolante per tutti i paesi della Ue perché dal 1° dicembre 2009 fa parte integrante della Costituzione europea.

La Corte ha condannato la Turchia e ha stabilito che si configura come violazione dell’art. 10 della Convenzione una condanna al risarcimento danni ed interessi per diffamazione di un uomo politico quando la determinazione della somma, da effettuare in base allo status, alla funzione e alla situazione economica delle parti, sia eccessivamente ampia e cioè priva di un rapporto ragionevole di proporzionalità con il fine perseguito nella legislazione nazionale. Nella specie, il richiedente che era stato accusato e condannato per diffamazione nei confronti del Presidente della Repubblica, era stato condannato a versare a titolo di risarcimento danni e interessi cinque miliardi di lire turche e cioè circa 55 mila euro, privando lo stesso, a suo dire, della metà del suo patrimonio.

In sostanza la sentenza mette in evidenza che eccessivi e sproporzionati risarcimenti del danno a carico di giornalisti ed editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d’informazione. Ho percepito una minaccia alla libertà di stampa nell’iniziativa di Italo Bocchino, parlamentare, giornalista ed editore. Le mie posizioni sono abbastanza note e sono allineate a quelle della Cassazione: il diritto di cronaca e di critica ha un limite interno, che è il rispetto della dignità della persona. Questo argomento non fa presa e così giornali e giornalisti vengono spesso condannati a risarcire le parti offese. Sono estensore di una proposta di legge in materia presa sul serio dal ministro della Giustizia in carica nel 1999, Piero Fassino: io sostenevo che la rettifica doveva essere pubblicata in tempi rapidissimi e con giusta ed equilibrata evidenza. Il diffamato poteva agire in giudizio solo se aveva chiesto la rettifica. Spettava poi al giudice valutare se la rettifica tempestiva avesse coperto il danno in tutto o se rimanevano parti scoperte da monetizzare in termini ragionevoli. Quel progetto di legge fece un bel tratto di strada in Parlamento, poi fu bloccato dalla fine della legislatura”.

Anche nel giornalismo, come in numerosi altri ambiti, dalla politica alla finanza, il potere è in mano ad ultra sessantenni. Perché questa difficoltà a dare spazio, a delegare ai giovani?

“Devo confessare che una quindicina di anni fa in un dibattito con direttori 45-50enni ho sostenuto che mi auguravo di avere direttori almeno sessantenni, che avessero già maturato la pensione e sistemato i figli. Ritenevo e ritengo che solo i sessantenni erano e sono in grado di dire qualche no, mentre i 45/50enni chinano la testa nei momenti cruciali, eseguono ciecamente le “direttive superiori”, perché se perdono il posto dove vanno? possono ricominciare la carriera da semplici redattori? Spesso i giovani direttori mascherano la insufficiente preparazione con decisioni arroganti e sprezzanti dell’altrui dignità”.

Internet e nuovi media: sempre più giornali sono sfogliati su supporti tecnologici. È questo il futuro del giornalismo? La carta stampata è destinata a morire?

“Le più recenti previsioni accorciano i tempi: i giornali di carta non moriranno nel 2042 ma attorno al 2027-2030. Io non ci credo: credo con Indro Montanelli che i nostri quotidiani rimarranno, formeranno una nicchia per le classi dirigenti del Paese. Personalmente vivo di pc, internet e Blackberry. Questi mezzi, con la tv e la radio, hanno cambiato il panorama dell’informazione. Oggi corriamo e andiamo di fretta. I dispacci dell’Ansa li leggo sul Blackberry, ma ne ricavo le notizie. So quel che è successo in Italia e nel mondo. Ma i commenti, le analisi, i reportage vanno letti almeno sul video del pc e scaricati per conservarli. Controllo ogni giorno le rassegne stampa delle Camere, dei Ministero della Difesa e dell’Economia, del Csm. Mi costruisco il mio giornale sempre su carta”.

Il Suo sito si pone l’obiettivo di fornire notizie (anche in controtendenza) sul mondo dei media. È un traguardo raggiunto? Ritiene che l’informazione sia, da sinistra e da destra, omologata e acritica?

“Il problema è quello di far circolare le notizie nel mondo giornalistico e tra i giornalisti: solo questo obiettivo è raggiunto. I nostri giornali sono schierati, ideologicamente schierati. Un mio vecchio direttore, Italo Pietra, leggeva anche 20 giornali al giorno. Lo incontrai nel giugno 1991 in piazza San Babila. Mi puntò il dito e mi disse: “Noi due abbiano lavorato al Giorno….”. Mi confessò che leggeva sempre in maniera incessante: “Anche per ricostruire i fatti bisogna leggere 3, 4, 7 giornali”. In barba al principio “i fatti da una parte e i commenti dall’altra”. Pietra si riferiva alla politica ovviamente. Ma anche certi avvenimenti di cronaca subiscono trattamenti politici in base alla collocazione dei protagonisti. L’obiettività non esiste, è o dovrebbe essere un traguardo per ogni buon giornalista.

È possibile, come ha scritto Umberto Eco, una obiettività minima: se su un fatto circolano 4 versioni, il buon giornalista pubblica tutte e 4 le versioni e cerca di comportarsi come uno “storico dell’istante o del presente”: applica il metodo storico alla ricostruzione dei fatti. Cerca testimoni e carte. I giornali ogni tanto dovrebbero pubblicare opinioni dissenzienti rispetto alla linea editoriale: essere cerchiobottisti o terzisti in questo nostro Paese non è poi così male, meglio cerchiobottisti/terzisti che doppiopesisti. Questi ultimi trattano bene gli amici e attaccano gli avversari solo perché sono avversari e stanno dall’altra parte. Quello dei doppiopesisti è un giornalismo pregiudizialmente fazioso. I cerchiobottisti/terzisti cercano, invece, di star nel mezzo e di ascoltare le ragioni dell’une e dell’altro…

L’informazione omologata esiste e riguarda soprattutto il mondo delle banche, delle finanze, dell’economia. Va avviato un grande dibattito in ogni parte della Nazione sui condizionamenti delle banche e della pubblicità nella vita dei giornali di carta, tv, radiofonici e web con l’obiettivo di proporre al Parlamento un’organica riforma dell’editoria che faccia prevalere il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini all’informazione sulle azioni dei proprietari dei giornali stessi. Gli slogan di questa battaglia altamente civile sono questi: “Banchieri, giù le mani dai giornali” e “La pubblicità stia al suo posto e non sostituisca l’informazione”. Sviluppare un’intensa campagna nei luoghi di lavoro, perché siano respinte certe offerte indebite di favori da parte di p.r. e aziende. Gli uffici marketing non devono interferire con il lavoro dei direttori e delle redazioni.

Il popolo può ritenersi “sovrano”, come vuole la Costituzione, solo se viene pienamente informato di tutti i fatti d’interesse pubblico”. Questo virgolettato è la sintesi di una bella sentenza recente della Cassazione, che ha speso giudizi significativi anche sul giornalismo d’inchiesta (un genere passato di moda): “Il giornalismo di inchiesta è espressione più alta e nobile dell’attività di informazione; con tale tipologia di giornalismo, infatti, maggiormente si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e all’elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche meritevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”. I giornalisti dovrebbero battersi per far vincere questa sentenza, ma non vedo in giro una sufficiente tensione morale. La crisi ha generato paura nelle redazioni, paura di perdere il posto e di essere rottamati”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza. 

 

ROBERTO SAVIANO

Oggi in Italia nessuno è disposto ad accettare che se qualcuno
ottiene un risultato, un ruolo, un titolo, sia perché è il migliore.
Piuttosto, si dice che è per qualche ragione infima,
raccomandazioni, imbrogli, corruzione. È la logica del gossip: il
gossip è oggi insieme al racket delle mafie il principale
strumento di estorsione che esista. Il controllo del consenso è
fatto attraverso il gossip, che ti fotografa quando sei sul cesso:
e dopo, qualunque cosa tu dica e faccia, anche la più nobile,
ci sarà sempre un’immagine di te sul cesso pronta ad avvilire
ogni cosa, a togliere autorevolezza e credibilità a tutto.
(Da “Wired”, marzo 2011)

 

BELPAESE Riccardo Iacona - La rinuncia a governare

Il libro denuncia L’Italia in presadiretta, sintetizza l’esperienza della trasmissione televisiva Presadiretta, andata in onda su Rai3 all’inizio del 2011. Un titolo forte che ammonisce il lettore su quanto il nostro Paese sia diventato oggettivamente meno libero

Riccardo Iacona*

«Con uno stipendio medio che non supera i 2000 euro e con i prezzi che praticano i privati, nessuno può sperare di affittare un appartamento dentro la città e allora siamo noi che glielo dobbiamo trovare. È per questo che solo in questo ultimo anno il Comune ha comprato dodicimila appartamenti». A parlare è Jean-Yves Mano, l’assessore alle Politiche per la casa del Comune di Parigi. Ogni anno il suo assessorato compra dai privati centinaia di palazzi, vecchie fabbriche e aree dismesse.

Tutto rigorosamente dentro la città. Lo può fare perché una legge francese prevede per gli enti pubblici un diritto di prelazione sui privati. Una volta comprato, l’edificio viene ristrutturato e gli appartamenti messi sul mercato, a prezzi convenzionati o popolari, a seconda dell’esigenza del momento. A furia di acquisire palazzi, il comune di Parigi è diventato il più grande proprietario di tutta la città. Ogni anno che passa aumentano sempre di più le zone della capitale francese che vengono sottratte al privato e al libero mercato: «Nello scorso mandato abbiamo assegnato 30.000 nuovi alloggi che avevamo acquisito sul mercato e nei prossimi tre anni puntiamo ad assegnarne altri 40.000. Prima, a chi aveva diritto a una casa popolare facevamo scegliere tra l’est di Parigi e i tanti quartieri satellite nell’estrema periferia, dove sono state costruite le case popolari.

Oggi invece cerchiamo di far restare la gente dove vive, dentro la città, non fuori, perché è qui che stiamo creando l’edilizia pubblica. Se avessimo lasciato libero il mercato, due affittuari su tre avrebbero dovuto lasciare Parigi. E noi questo non lo vogliamo, non vogliamo che a decidere chi vive o non vive a Parigi sia la speculazione edilizia, vogliamo essere noi a governare la città, perché a Parigi devono poter vivere tutti: i poliziotti, gli infermieri, gli insegnanti, i piccoli negozianti e non solo chi guadagna dai duecentomila euro in su. Se aspettiamo che ci pensi il privato non succederà mai, siamo noi che dobbiamo garantire la coesione sociale».

Altrove la politica ha rinunciato a governare e sono state le grandi società immobiliari private e i costruttori a cambiare la faccia delle città. A Milano tutto è successo in pochi anni ed è visibile a tutti, perché a mano a mano che la proprietà pubblica perdeva terreno e cominciavano le grandi cessioni e cartolarizzazioni degli enti e delle società di assicurazioni, la speculazione si è mangiata tutti gli spazi.

Se si esclude una piccola misera quota di edilizia pubblica, qualche decina di immobili «in convenzionato», il resto è tutto in mano al privato. Con il risultato che oggi tutta la città ha un «prezzo unico», cioè alto dappertutto, e di fatto la periferia non esiste più. A Milano ormai vive solo chi si può permettere i prezzi imposti dal privato e basta attraversare di sabato e di domenica i quartieri più prestigiosi per rendersene conto: sono vuoti, gli appartamenti chiusi e le palazzine presidiate solo dai portieri. Quelli che li occupano sono tutti professionisti che il weekend raggiungono le seconde case, al mare o in montagna. Altro che coesione sociale. Qui sono rimasti solo loro, quelli con i soldi. Se aspetti il lunedì e fai una passeggiata per le strade di quei quartieri, scopri anche che non ci sono più le botteghe, gli artigiani e i piccoli negozi: non hanno retto all’innalzamento degli affitti che, mano a mano che scadevano i vecchi contratti, chiedevano i nuovi proprietari.

Se poi segui gli ufficiali giudiziari che vanno di casa in casa a recapitare le ingiunzioni di sfratto, scopri che più della metà delle situazioni di cui si devono occupare a Milano è rappresentata da anziani a cui è semplicemente scaduto il contratto; il resto è costituito da donne separate e famiglie monoreddito in difficoltà, cui si aggiungono, sempre più spesso, coloro che non sono più riusciti a onorare il mutuo che avevano stipulato per comprare un appartamento.

Insomma tutte categorie fragili, che in Francia riceverebbero sussidi e sostegno per poter andare avanti mentre da noi hanno un’unica possibilità: abbandonare la casa, il quartiere, la città dove sono nati e cresciuti e andare fuori Milano, mentre gli anziani, dopo anni di tira e molla, finiscono nelle case popolari del Comune o della Regione.

L’appartamento che lasciano, naturalmente, viene immediatamente ristrutturato e messo sul mercato a prezzi quattro o cinque volte più alti. Se si considera che a Milano, come nel resto d’Italia, non si costruiscono più case popolari da quasi trent’anni, ma anzi si dismettono quelle che ci sono, «regalandole» a prezzi di favore agli inquilini, spesso a ridosso delle votazioni più importanti, è facile intuire perché nel giro di pochi anni le zone di residenza pubblica e popolare diventano care come quelle del centro e si profila sempre più chiaramente il disastro provocato dalla «rinuncia a governare».

Cercasi casa a Roma

A Roma la situazione è ancora più drammatica, intanto per le dimensioni della città – due volte più grande di Milano – poi per la drammatica lista di attesa di quelli che hanno chiesto una casa popolare – più di 40.000 domande ancora inevase, 120.000 persone che avrebbero diritto a una casa popolare e che l’aspettano inutilmente da anni – e infine per il fatto che nella capitale le dismissioni e le cartolarizzazioni hanno coinvolto negli ultimi quindici anni centinaia di migliaia di persone. E le dismissioni non sono ancora finite: a ottobre del 2010 l’Enasarco, l’ente di previdenza degli agenti di commercio, metterà in vendita tutti gli appartamenti che possiede nella capitale: sono 15.000, per un totale di 60.000 inquilini che a ottobre dovranno fare i conti con i prezzi del mercato.

Presadiretta abbiamo seguito da vicino una di queste dismissioni, quella di via Pincherle. Si tratta di una strada del quartiere Marconi che si trova immediatamente al di là del Tevere, nella zona sud della capitale, vicino alla basilica di San Paolo Fuori le mura. Sono due palazzine con 270 appartamenti, originariamente di proprietà della Fata Assicurazioni. Quando la società ha deciso di dismettere, ha mandato una lettera a tutti gli inquilini comunicando che, se volevano, potevano comprare l’appartamento dove molti avevano vissuto per più di trent’anni, e 146 dei 270 inquilini lo hanno fatto. La signora Piccirillo fa parte del gruppo dei «compratori» e ci mostra la busta paga del marito: «Eccola qui, è un vigile urbano e guardi qui quanto guadagna, 1234 euro al mese. E con questo stipendio ci siamo messi sulle spalle a sessantacinque anni di età un mutuo di trent’anni che ci costa 830 euro al mese. 1234 euro di stipendio e 830 euro di mutuo».

Per comprarsi la casa, la famiglia Piccirillo si è indebitata con la banca, ipotecando il 65 per cento del proprio reddito e ora le rimangono per vivere 404 euro al mese, poco più di 13 euro al giorno. Tutto per una stanza da letto, una cucina, un piccolo bagno e un soggiorno, un piccolo appartamento di 66 metri quadri, balconi compresi, nella periferia sud di Roma: «Noi siamo stati costretti a comprare, prendere o lasciare, altrimenti se la comprava un altro e a noi ci cacciavano via. Adesso non dormiamo più la notte per il pensiero, e se uno di noi due si ammala? Ma non era meglio che continuavamo a pagare l’affitto di 400 euro al mese e adesso non avevamo un debito e potevamo andare in pensione con 1200 euro al mese e vivere tranquilli?».

Invece 124 inquilini hanno deciso di non comprare e parlando con loro si capisce subito perché. La signora Giulia, per esempio, ha settantun anni e dopo la morte del marito vive da sola in via Pincherle, in un miniappartamento di44 metri quadri. L’unico suo reddito è la pensione di reversibilità del marito, 550 euro al mese, e ciononostante ha sempre pagato i 270 euro di affitto che la Fata Assicurazioni le chiedeva, costringendosi a vivere con 280 euro al mese, poco più di 9 euro al giorno. La signora Maria sta un po’ meglio: prende 700 euro di pensione e paga 380 euro al mese di affitto; le rimangono per vivere 320 euro al mese, 10 euro e 50 centesimi al giorno. Stefania invece vive con 7 euro e 50 centesimi al giorno, 230 euro al mese, la differenza tra i 550 euro di pensione e i 320 euro di affitto che paga tutti i mesi. «Io qualche volta vado dalle mie figlie, rimedio la cena ora da una ora da un’altra e andiamo avanti così» ci dice con un po’ di vergogna un altro pensionato che paga per l’affitto della casa più della metà della sua pensione.

Queste persone vivono già sotto il livello di povertà, sopravvivono grazie all’aiuto dei figli e non possono sobbarcarsi un mutuo per comprare l’appartamento in cui abitano.

«Io prendo 900 euro di pensione» ci dice un’altra inquilina. «Il prezzo proposto dalla Fata Assicurazioni era di 220.000 euro; sono andata in banca a farmi fare un calcolo e mi sarebbe venuto 1200 euro al mese di mutuo, impossibile.» Tra i 124 inquilini che hanno deciso di non comprare non ci sono solo i pensionati, ma anche numerose famiglie monoreddito, come quella di Giorgio Malori, che lavora con un contratto a tempo indeterminato ai servizi di terra dell’aeroporto di Fiumicino e che con il suo unico stipendio deve mantenere la moglie e le due figlie: «Li abbiamo fatti e rifatti i calcoli, io e mia moglie, non ci abbiamo dormito la notte, ma proprio non ce la facciamo.

Non so neanche a chi andarli a chiedere, anche perché i nostri parenti non è che navigano nell’oro, lavorano come noi e ce la fanno per miracolo ad arrivare a fine mese». Per evitare la «rogna» di gestire i 124 appartamenti non venduti, caso per caso e con il contenzioso legale inevitabile in queste situazioni, e avendo anche bisogno di far cassa subito, la Fata Assicurazioni decide di cedere in blocco tutto l’invenduto a un immobiliarista di Genova, Mario Giacomazzi, il quale si fa due conti e vede che l’affare conviene. Eppure, viste da vicino, le due palazzine sono veramente ridotte male. «Questi buchi li fanno i topi» ci dice una signora che abita al pianterreno e le cui finestre si affacciano direttamente su uno dei giardini interni. «Uno lo vedo girare qui, tutte le mattine, si fa una passeggiatina, da quel buco a quel cespuglio e ritorno. Sono grossi come gatti. Io li ho avuti anche in casa, mentre alla vicina è uscito fuori dalla tazza del bagno. Anche a me, quando piove tanto, mi escono fuori i liquami dalla vasca da bagno.»

I tubi degli scarichi dei liquami sono vecchi ed evidentemente sottodimensionati rispetto al fabbisogno. Così alla prima emergenza le fogne si intasano. La facciata delle due palazzine versa in condizioni pietose e i ferri che escono dal cemento sbrecciato dei balconi lasciano intuire che qui sono anni che non si fa una manutenzione degna di questo nome. Dentro, gli infissi in legno degli appartamenti non sono mai stati cambiati dal 1960, da quando cioè le palazzine sono state costruite. Lo stesso dicasi per i pavimenti, le scale, i corrimano, le cassette della posta, le luci dell’ingresso e degli androni. Le tubature che portano l’acqua nei singoli appartamenti sono fatiscenti, anche queste mai sostituite, e disegnano chiazze di umidità in corrispondenza degli attacchi dell’acqua. L’impianto elettrico non è mai stato messo a norma, né quello condominiale né quello dei singoli appartamenti, tutti sprovvisti di messa a terra. Scendendo negli scantinati si nota una lunga crepa che attraversa tutto il palazzo, sicuramente il segno di un cedimento delle fondazioni.

Per finire, tutti i camini hanno ancora le canne fumarie in eternit, che passano proprio davanti alle finestre degli appartamenti. In definitiva in quasi cinquant’anni la Fata Assicurazioni ha speso davvero poco in manutenzione e tutte le migliorie sono state fatte a spese degli inquilini. Eppure appena Giacomazzi mette in vendita a 3750 euro al metro quadro gli appartamenti dei 124 inquilini che non hanno potuto comprare non fa nessuna fatica a trovare i primi acquirenti: a meno di un chilometro da via Pincherle, infatti, c’è la Terza Università di Roma e gli appartamenti qui sono molto richiesti, sia dalle famiglie degli studenti fuorisede, che arrivano a pagare in questa zona dai 270 ai 300 euro in nero per un posto letto, sia da chi è in cerca di investimenti.

Affitti folli e nuova povertà

Per i 124 inquilini, proprio quelli più fragili, che dovrebbero essere protetti e sostenuti, è cominciata la discesa all’inferno, che in Italia di solito ha un unico esito: prima o poi i nuovi proprietari li cacceranno via, o perché non sono in grado di pagare gli affitti che il mercato privato chiede o perché le case servono a quelli che le hanno comprate.

E fuori li aspetta un mercato folle, dove il canone di solito equivale a un intero stipendio. Si parte dai 1300-1400 euro al mese per 40 metri quadri a piazza Bologna e dintorni, un quartiere residenziale a due passi da Porta Pia e ben collegato a metropolitana, tram e autobus, e si arriva ai 750 al mese nel quartiere di Tor Di Nona, oltre il raccordo anulare nell’estrema periferia est della città – dove ci sono le case, ma mancano le strade – per un appartamento di 70 metri quadri dove il citofono non funziona, l’ascensore neanche perché devono ancora finire i lavori dell’impianto elettrico, e quando entri in casa scopri che l’acqua che esce dal rubinetto non è potabile perché viene dal pozzo, che il gas non c’è, quindi bombole per cucinare e niente riscaldamento e anche il contratto non c’è perché il proprietario i 750 euro li vuole in nero. Ecco cosa succede quando si «rinuncia a governare» e si lascia tutto in mano al mercato e a chi ci specula. Succede che la città si trasforma, palazzo per palazzo, quartiere per quartiere, dismissione su dismissione, e diventa inaccessibile, fuori dalla portata di chi la abita, diventa una città chiusa.

«Io abitavo a pochi chilometri da qui. E pagavo 500 euro al mese di affitto» ci racconta Emanuele, un giovane elettricista romano. Lo incontriamo nell’appartamento che ha occupato due anni fa con la moglie Daniela e dove vive con i due figli: Lorenzo, il maggiore, e Nicole, nata dopo l’occupazione. «Quando è scaduto il contratto, il proprietario è venuto da me e mi ha chiesto 800 euro al mese. Mi ha detto che i prezzi in zona erano cresciuti, che anzi il prezzo giusto sarebbe stato di 1000 euro, che insomma era un favore che mi faceva se me la dava a 800. Io e Daniela abbiamo fatto due conti ed era impossibile. Io ho un contratto a tempo indeterminato ma guadagno 1200 euro al mese. Come facevo a dargliene 800?» E poi aggiunge: «Io non so come andrà a finire, se ci cacceranno via o se riusciremo a trovare un accordo con il proprietario.

Ma una cosa è certa: senza questa occupazione lei oggi non ci sarebbe» e indica con la mano la piccola Nicole, che ancora mezza addormentata si lascia coccolare, in braccio alla madre. «Se veramente avessi dovuto dare 800 euro al mese al mio vecchio proprietario, la gravidanza non l’avremmo portata a termine, questo è sicuro.» Oltre a Nicole, in due anni nello stabile sono nati altri quattordici bambini, tutti figli della stessa occupazione.

Quanto è diventata importante nel bilancio delle famiglie italiane la spesa per la casa. Sono bastati due anni di occupazione, due anni senza avere sul collo gli affitti che prosciugano più del 50 per cento dello stipendio, e le coppie hanno ripreso a fare figli. Di coppie come Emanuele e Daniela se ne trovano tantissime nell’ambito delle occupazioni organizzate a Roma dai movimenti per il diritto alla casa: tutta gente che lavora, ma non guadagna abbastanza per pagare i prezzi imposti dal libero mercato. E a mano a mano che la crisi avanza, mentre si perdono ogni anno decine di migliaia di posti di lavoro e milioni di italiani sono in cassa integrazione, con lo stipendio decurtato del 30-40 per cento, questa fascia di persone, questa povertà da reddito basso è destinata ad aumentare, ogni mese che passa.

Si potrebbe obiettare che l’80 per cento degli italiani sono proprietari di casa perciò l’emergenza abitativa riguarda ancora una minoranza del paese e non richiede quindi tutte queste preoccupazioni, questi investimenti pubblici. Ma la realtà è che moltissimi proprietari di casa per diventarlo si sono dovuti indebitare pesantemente con le banche per quindici, venti, trent’anni, e al momento non stanno molto meglio dei poveri affittuari. E poi resta il problema dei figli, che prima o poi dovranno uscire fuori di casa: se abiti a Terni e tuo figlio deve andare all’università a Roma, gli dovrai prendere in affitto un appartamento; e quando finalmente avrà un lavoro, dovrà trovare anche lui una casa dove cominciare una vita e metter su famiglia. Oppure si pensa che gli italiani, già strozzati dalle rate del mutuo, che si aggiungono a quelle per la macchina, il motorino, il televisore al plasma e il divano del salotto, debbano comprare un appartamento a testa per tutti i singoli componenti della famiglia? E con quali soldi, con quali stipendi gli italiani dovrebbero continuare a comprare macchine, motorini, televisori, divani e appartamenti?
*Dice di sé.
Riccardo Iacona. Giornalista Rai da più di vent’anni, è autore e conduttore di Presadiretta su Rai3. 

Clap - Gioco sporco, un romanzo di camorra, ‘ndrangheta e scommesse, di Gianluca Ferraris

Gianluca Ferraris, giornalista economico di Panorama, esce per Baldini Castoldi Dalai con un libro che, per sua stessa ammissione, pur essendo opera di finzione racconta episodi, purtroppo, accaduti, in una realtà spesso molto più crudele della finzione

Clap*

Sono nata a Castellammare di Stabia e quando mi passano tra le mani libri come Gioco sporco di Gianluca Ferraris, la prima reazione è di ribellarmi alle cose che sono scritte: conosco, infatti, quei luoghi che considero cari e bellissimi e mi sembra assurdo che il mondo li conosca, per lo più, solo perché culla fiorente di quanto di più ignobile e vergognoso l’animo umano riesca a concepire e realizzare.

Alla prima reazione viscerale, tuttavia, ne segue una seconda più razionale e ragionata che mi consente di vedere la realtà per quella che è, e dunque, nonostante l’amarezza, ad ammettere che parlare, denunciare, mettere sotto i riflettori quelle realtà e quei mondi sono, forse, l’unico modo concreto per combatterli.

Come nasce Gioco sporco? Cosa le ha dato l’input?

“Il libro nasce dall’osservazione di un fenomeno molto diffuso, ma poco raccontato: la presenza e la pervasività della criminalità organizzata nel mondo del gioco, non solo in quello illegale. Una tendenza che, dopo alcuni anni di disorientamento da parte dei clan colpiti dalla repressione e dalla regolamentazione del mercato, adesso è esplosa di pari passo con l’aumento dei giocatori e delle possibilità di gioco.

Ormai in Italia l’azzardo vale più di 60 miliardi di euro ed era francamente inimmaginabile che le mafie, liquide e lungimiranti come sono, non provassero a cogliere questa opportunità di business. Tanto più che non si tratta certo di un settore nuovo per loro”.

A quando risale l’interesse della malavita per il gioco d’azzardo?

“Non è certo un fenomeno nuovo, basti pensare alle riffe clandestine di Napoli degli anni Quaranta o alle bische romane, già ai tempi della Dolce vita controllate dai clan. Tra gli anni Sessanta e Settanta le cosche – i primi a cambiare passo sono stati i siciliani – si sono fatte meno folcloristiche e più pragmatiche. La prima svolta arriva con boss come Epaminonda e Turatello, che non a caso agiscono da Milano, dove arrivano a controllare il racket del totonero, le scommesse ippiche e praticamente tutti i bar dell’hinterland.

Poi è toccato a ‘ndrangheta e camorra spartirsi il resto del mercato. La liberalizzazione dei giochi, che in teoria doveva servire a far emergere il «nero» mettendo all’angolo il business mafioso, non ha fatto invece che accelerare la loro crescita. E ormai gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: con il solo gioco, le mafie intascano ogni anno dai 4,5 ai 6 miliardi di euro.

Non sono io a dirlo, ma la Commissione parlamentare sul fenomeno del riciclaggio, la Guardia di Finanza e anche gli enti come Transparency international, la Commissione europea e la stessa Uefa, che hanno più volte acceso un faro sulle anomalie italiane”.

Nel sottotitolo lei definisce il suo campo di azione: camorra, ‘ndrangheta e scommesse. Quando e come questi tre mondi si sono incontrati?

“Si sono incontrati, e continuano a incontrarsi, molto più spesso di quanto non si creda. Il gioco d’azzardo, per l’impiego di capitali e le capacità logistiche che richiede, è diventato negli ultimi anni uno dei banchi di prova più affidabili per testare possibili alleanze tra le mafie. Anche questo non sono io a dirlo, ma la Direzione nazionale antimafia e le tantissime operazioni concluse recentemente dalle forze dell’ordine”.

Può citare qualche caso?

“L’esempio più lampante è quello di Renato Grasso, arrestato nel 2009 perché sospettato di essere il terminale di un accordo tra le cosche calabresi, siciliane e campane per spartirsi il ricco mercato dei videopoker e delle sale bingo. Grasso si era ritagliato un ruolo che potremmo definire da broker, trattava indifferentemente con il clan dei Casalesi e con le più importanti famiglie del Palermitano e dell’Aspromonte.

Ma la cronaca è zeppa di connessioni come queste: in tutto il Nord le mafie italiane utilizzano quelle slave come manovalanza per taroccare gli apparecchi o tenere sotto controllo le sale scommesse, che sono anche un ottimo canale per il riciclaggio e l’usura.

A Sud le partite calcistiche dei campionati minori diventano occasioni di incontro tra camorristi e sacristi pugliesi, che aggiustano incontri e distribuiscono favori alle tifoserie. In Calabria la ‘ndrangheta impone a molti bar schedine taroccate del Gratta&Vinci confezionate nelle stamperie dei clan di Forcella e Scampia. E potrei continuare ancora”.

Perché ha scelto la forma del romanzo e non quella di un saggio per parlare di ‘ndrangheta?

“Faccio il giornalista, ma avevo voglia di misurarmi con qualcosa di diverso, di più ampio respiro, e che contemporaneamente mi desse la possibilità di raggiungere il pubblico nel miglior modo possibile. La stessa cosa che fanno bene, da anni, scrittori come Roberto Saviano, Massimo Carlotto, Wu Ming o Sandrone Dazieri. Gioco sporco è nato così, e credo che abbia tutti gli ingredienti per essere definito un romanzo dal punto di vista narrativo.

Ma dato che il lavoro che faccio mi rende impossibile non leggere i giornali, o avere a che fare con sentenze giudiziarie e ordinanze di custodia, questo è soprattutto un romanzo che prende spunto dall’attualità. La cronaca e le indagini, comprese quelle più recenti, ci ricordano, infatti, da tempo come una delle principali armi utilizzate dalle mafie per la loro espansione verso Nord, argomento oggi di gran moda, sia stata quella dei giochi e delle scommesse.

Questa è la realtà che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. E che, anche se spesso ci sfugge, sa dipingere traiettorie così crude e crudeli da superare di gran lunga, purtroppo, ciò che si legge nei romanzi”.

La denuncia del fenomeno delle mafie sembra non bastare più. Sono decine i libri che ne parlano. Ma nessuno suggerisce soluzioni concrete.

“L’unica soluzione possibile, come diceva Giovanni Falcone, è quella di prosciugare il bacino dove nuotano i criminali. Togliere loro le certezze ambientali in cui si muovono e prosperano, e soprattutto aggredire i loro patrimoni.

Maroni oltre a catturare i latitanti sta facendo un lavoro importante anche da questo punto di vista: sequestri e confische sono in deciso aumento. Certo, non è un percorso né facile né immediato, anche perché la nostra normativa antiriciclaggio non è sempre precisa e puntuale e a Nord politica e sistema economico continuano a dare l’impressione di nascondere la testa sotto la sabbia. Eppure ormai da decenni il grosso dei capitali sporchi vengono reinvestiti da queste parti: il Quadrilatero o l’Expo non sono più lindi della Locride. Tutt’altro, direi”.

Lo Stato italiano sul gioco d’azzardo ha un doppio atteggiamento: non consente per esempio l’apertura di nuovi casinò, ma è indifferente alla proliferazione di sale bingo, luoghi di scommesse, tagliandi gratta e vinci…

“Credo che presto anche la barriera dei casinò cadrà. Non ha più senso visto che ormai tra ricevitorie, bar tabacchi dove si può giocare a qualunque cosa, sale scommesse e nuovi locali che ospitano le slot di ultima generazione, tutta l’Italia è diventata un casinò a cielo aperto. Mi risulta anche che l’erario, da sempre avido di nuovo gettito, non vedrebbe di cattivo occhio nuove concessioni. E neppure il governo è in disaccordo: il presidente del Consiglio ha da poco indicato i nuovi casinò (uno dei quali potrebbe sorgere a Lampedusa) come una delle ricette per sollevare le aree depresse”.

I film, specie quelli americani, hanno quasi sempre creato un’immagine romantica di giocatori d’azzardo e malavitosi. Cito un per tutti Casinò di Martin Scorsese, con Robert De Niro. Quanto è lontana la realtà dalla finzione?

“Molto. Il mafioso ha un suo codice che può apparire nobile e affascinante, è vero, ma per il resto è un individuo brutto, sporco e cattivo. E i suoi metodi sono ancora più odiosi e brutali quando hanno a che fare con il gioco d’azzardo e l’usura. La mafia non si contrasta con la ritrattistica, ma raccontandola per quella che è, spiegando come e dove agisce. Ed educando tutti alla legalità: cominciando magari con lo spiegare quale zona grigia si può nascondere dietro a una macchinetta o a una corsa ippica, perché no?”.

 

La chiacchierata con Gianluca Ferraris si conclude qui. Voglio, però, terminare l’articolo con un estratto da Gioco sporco: si tratta della parte prima, che reca un interessante sottotitolo A sud di nessun Nord, laddove anche la minuscola per sud e la maiuscola per nord sono portatrici di significati ulteriori. Nello specifico, però, la scelta è caduta su questo capitolo perché è citata la mia Castellammare (location di comodo, mi rassicura l’autore) ed in particolare la Madonna della Libera alla quale, in una frazione di Castellammare chiamata Pozzano, è dedicato un santuario dal quale è possibile godere di uno dei panorami più belli al mondo.

PARTE PRIMA 2

A sud di nessun Nord

14 maggio, lunedì

Sono state raccolte numerose segnalazioni circa flussi di scommesse anomali registrati in Campania utile per i clan a riciclare proventi illeciti e a generarne di nuovi. […]

Per quanto riguarda gli eventi ippici e le partite dei campionati minori, in particolare, dalle indagini emerge chiaramente come i malavitosi riescano ad indicare con grande sicurezza e precisione […] tutti i risultati e le gare giuste su cui puntare, addirittura prima o durante lo svolgimento delle stesse.

Informativa trasmessa dai carabinieri alla

Direzione distrettuale antimafia di Napoli, agosto 2010

Playlist:

Lisa Castaldi, Il mio amico camorrista

Rancid, Journey to the End of the East Bay

FFD, Luna ribelle

 

Carmine

La botta gli salì dalla narice ai neuroni in un attimo.

Si piccava di riconoscere la roba buona prima ancora di tirarla: asciutta ma brillante, bianca ma non bianchissima, compatta ma con grani abbastanza fini da non incollarsi alla card mentre stendeva le righe. Corte e panciute, come piacevano a lui. Per sezionarle usava la sua Amex Black, uno dei tanti vezzi da arricchito che si era concesso, anche se Zio continuava a ripetergli che lì a Castellammare (come in tutti gli altri buchi del cazzo, ma la regola doveva valere soprattutto in casa propria) era sempre meglio non ostentare.

Riprese fiato. Chiuse con cura il sacchetto, pulì il ripiano di cristallo con l’indice prima di passarselo sulle gengive, poi lisciò la valigetta col palmo della mano. Nera, lucida, ancora vuota. Ancora per poco. Oggi aveva un sacco di giri da fare.

La troietta della sera prima era andata via di buon’ora, fedele come tutte le altre al contratto non scritto che regolava le prestazioni di ogni sua conquista: mai più di una notte, nessuna pretesa, non un fiato in paese. Marione, già compagno di banco e oggi di tirate, nonché fedele guardaspalle di Carmine, l’aveva scortata fino a casa col suo scooter. C’era una faida alle porte e non si poteva mai sapere.

Invece il persiano Diego Armando doveva essere rimasto nei paraggi. Aveva lasciato tracce di sé nella cassetta con la sabbia, posizionata proprio sotto la locandina di Scarface. Lo aveva educato bene, quel gatto: non chiedeva più del dovuto, non si piangeva mai addosso. E mostrava una tempra tutta campana, quando scivolava fuori dai suoi lunghi letarghi per manifestare ostilità agli sconosciuti, maestoso felino da rissa. Il mese prima aveva pure soffiato ai finanzieri.

Carmine sorrise. Osservò allo specchio il suo fisico tonico, anche se un po’ tozzo e con un primo accenno di pancia che la camicia a righe orizzontali non contribuiva certo a nascondere.

Indossò una giacca che si ostinava a considerare elegante e uscì, senza dimenticare di aggiustarsi i riccioli neri con la mano leccata. E naturalmente di spedire un bacio alla Madonna della Libera di Castellammare che, severa ma accondiscendente come ogni buona madre, lo osservava da sopra lo stipite.

Mentre guidava schivando i cumuli di rifiuti che ormai avevano stravolto ogni senso di marcia, ridisegnando la geografia di interi quartieri, accese una sigaretta e per qualche minuto ascoltò soltanto lo scorrere libero dei suoi pensieri.

Quello che più gli piaceva, di tutta la faccenda, era la sensazione di fare un mestiere moderno. Un mestiere per cui si sentiva tagliato alla grande: chi stava più in alto avrà pure avuto «una mentalità organizzativa e verticistica» – come aveva scritto l’anno prima il giudice sbattendo dentro Zio e gli altri – ma anche lui, Carmine Laurino, trent’anni, ultimo rampollo e unico incensurato dei poco mediatici Castellani, non era male.

No davvero.

Non l’avevano innalzato a capo rione solo perché era il nipote del boss. Era stato lui a farsi largo mostrandosi sempre intelligente, freddo, spietato. Ed era per questo, si ripeteva spesso, che non era ancora morto né finito – se non di striscio – nelle mire di qualche pm del cazzo. Certo, ultimamente le disavventure di famiglia avevano gettato un’ombra sulla reputazione di tutto il clan, ma il rispetto della città, ossigeno di cui si nutriva a pieni polmoni, non era mai venuto meno.

E la sua figura, ne era convintissimo, stava per uscirne ancora più forte. Uscirne per tornare a splendere nel sole breve e radiante della Carriera Criminale.

Fuori la chiamavano camorra, per lui era semplicemente un mix indefinito di tradizione, istinto di sopravvivenza e bravura. Bravura nel non essersi lasciato fottere il suo giro di bar, macchinette e cavalli dagli infami di Napoli e Casal di Principe, che avevano provato ad approfittare subito di quel vuoto di potere. L’inverno scorso era riuscito a respingerli con i pochi effettivi che la famiglia aveva ancora a disposizione nella zona, vale a dire Raffaele, il suo piccolo gruppo di fuoco e un paio di dozzine di guappi del posto. Tutti più cocainomani di lui, quindi a tratti ingestibili. Ma con due palle di titanio a testa quando si era trattato di sbattere fuori a calci i Casalesi dalle loro bische, o l’Alleanza di Secondigliano dal maneggio di don Peppe, che quasi quasi si stava lasciando convincere a versare il suo obolo a quegli sconosciuti dai modi grezzi e dal ferro facile.

Carmine era diretto proprio da don Peppe, adesso. C’era da riscuotere la decima, come ogni lunedì mattina. Poca roba, tre o quattrocento euro al massimo: la metà esatta della cifra che l’anziano ex fantino, ora titolare di un piccolo allevamento, incassava la domenica pomeriggio all’ippodromo di Agnano, dove era uno dei fornitori di fiducia dei cavalli destinati alle gare di contorno. In cambio, i Laurino vigilavano perché a lui e alle sue bestie non succedesse nulla di male.

A chi si avventurava tra quelle scuderie senza pagare la protezione a nessuno, infatti, capitava di vedere i preziosi animali cadere vittima degli incidenti più strani. Una slogatura era il minimo garantito: faceva fare brutta figura ai tuoi campioni, magari li costringeva al ritiro anticipato se erano vecchi, ma tutto sommato non impediva loro di correre e guadagnarsi la giornata.

Se però ancora non avevi capito l’antifona, la domenica dopo arrivavano le botte sulle ginocchia oppure la biada condita con il lassativo. Furia stramazzava al suolo, buono a quel punto solo per i macelli di Santa Maria Capua Vetere, e per te addio corse e addio appalto ad Agnano. Il che, per molti di quei poveri diavoli, allevatori da due soldi che non avevano neanche una bestia buona da truccarci le corse grandi, significava dire addio alla possibilità di mettere insieme il pranzo con la cena.

Così nessuno fiatava.

Don Peppe men che meno: a parte il tentennamento con i Casalesi dell’inverno precedente, era sempre stato al suo posto. Del resto era legatissimo alla famiglia di Carmine: aveva più o meno la stessa età di Zio, e secoli prima le loro strade si erano incrociate sia alla scuola dell’obbligo sia a quella – decisamente più formativa – del carcere di Poggioreale, dove l’ex fantino era finito per la solita storia di sigarette che prima o poi toccava a tutti.

I due si erano trovati, come si dice, e da allora il regime di pax mafiosa tanto in voga a quelle latitudini non era mai venuto meno. Niente di straordinario, solo le regole base del buon vicinato in salsa camorrista. Ogni lunedì che il Signore mandava in terra Peppe pagava la sua decima, «soffiava» ai corrieri di Zio il nome dei fantini infami (o di quelli troppo onesti), e se aveva una dritta su qualche corsa accomodata nel cartellone della domenica successiva la condivideva di buon grado con il boss, che immediatamente spediva i suoi a scommettere in qualche agenzia ippica fuori mano. Peppe aveva fiuto ed era riuscito a far guadagnare al clan di Castellammare discrete sommette, tutte pulite. Poi, fedele al motto partenopeo «buon peso fa salute», tutti i mesi faceva arrivare a Zio il suo pacco speciale: carne di cavallo fresca, lupini, sedano e scarola napoletana. Sotto la tovaglia a quadri, un cinquantiello a testa per Raffaele e Carmine. Ma solo fino a quando non ebbero compiuto 18 anni. Dopo, gli sarebbe sembrato irrispettoso.

Dal canto suo i Laurino si assicuravano che Peppe non avesse noie né con la Legge né con nessun altro; che i suoi cavalli fossero sempre in salute e acquistati alle migliori tariffe di mercato da ippodromi, scuderie, macelli e trafficanti vari; che le sue verdure non venissero mai scartate, al mattino, dai fruttivendoli di Castellammare e dintorni. Cose così. E poi, questo don Peppe non lo avrebbe mai scordato, quando era morta sua moglie, Zio aveva pagato il funerale, una bara come si deve, i manifesti e tutto quanto. In chiesa era rimasto a lungo in prima fila, dritto come un fuso, e a Peppe dietro quella maschera di inespressività coperta dagli occhiali a goccia era parso addirittura di intravedere una lacrima.

Teatrino o verità che fosse, quando era tornato dal cimitero l’ex fantino aveva trovato ad aspettarlo una puledra nera. Bellissima, come tutti i doni inaspettati. Nessun biglietto, non ce n’era bisogno. Con quella bestia, Peppe ci aveva vinto sei gran premi del trotto e l’aveva portata pure a San Siro. E su quelle vittorie Zio non gli chiese mai la percentuale, né permise che lo facesse qualcun altro.
*Dice di sé.
Clap. La sua vita è in un battito d’ali, nell’applauso del pubblico.

SOCRATE 2000 RITORNO AL MERITO Cesare Lanza - Socrate, presto mille adesioni al movimento per il ritorno al merito

Care amiche e cari amici,
il movimento “Socrate2000” per il ritorno al merito conta più di settecento adesioni. Vi ringrazio per la stima, la simpatia e la fiducia che mi avete dimostrato.

A chi non si è ancora iscritto (e in molti casi, per i miei rapporti personali, mi sono stupito: distrazione o perplessità? Nel secondo caso, scrivetemi e chiedetemi) vorrei ricordare: è il movimento più semplice del mondo, direi unico. Non si paga un euro, non ci sono tessere e schedature, è assolutamente liberale e libertario: si può appartenere a qualsiasi idea politica, a qualsiasi religione, a qualsiasi razza, non mi importa il censo o il livello sociale o di cultura. Non ci sono limiti, non ci sono obblighi. È un movimento di opinione, un’associazione senza fine di lucro. E presto tutto sarà regolamentato da una Fondazione.

Per aggregarci e far sentire la nostra voce, dev’esserci fra di noi un solo legame: pensiamo e sosteniamo che in Italia si sia oltrepassato il confine della decenza e della sostenibilità in fatto di raccomandazioni, spintarelle, calci nel fondoschiena, abusi di potere.

Vogliamo ridimensionare questo fenomeno diseducativo e corruttivo. Bisogna restituire, in particolare ai giovani, un giusto spazio per chi abbia merito, restituire ai meritevoli la prospettiva di lavoro e di successo, la possibilità di realizzare le proprie legittime ambizioni, solo in base alla qualità, senza nessuna raccomandazione!

 

Tutto qui.

Per iscrivervi, non dovete fare altro che scrivere una sola parola: “Aderisco”, indirizzando a me –cesare@lamescolanza.com – e/o alla redazione del sito – redazione@socrate2000.com. Aggiungete un’indicazione della città dove vivete, gli studi o il lavoro, l’età, un numero di telefono: i dati saranno solo ad uso interno, nel rispetto della privacy. Se volete, inviate anche una foto: la pubblicheremo sul sito “Socrate2000” nell’elenco delle adesioni.

Quando avremo raggiunto il numero di mille adesioni, cioè prevedibilmente entro breve tempo, lancerò la nostra prima iniziativa: non vi deluderò, sarà un’idea originale, affidata a tutti voi per un’ulteriore diffusione.

A chi è già iscritto raccomando, con i miei ringraziamenti, di raccogliere, se possibile, nuove adesioni.

Ai coordinatori/comunicatori (fino ad oggi, 27 in tutta Italia, dal profondo nord al profondo sud) scriverò personalmente per stabilire, alla luce della loro disponibilità e del loro entusiasmo, qualche criterio organizzativo.

Un affettuoso abbraccio ideale a tutti.

 

Numeri sempre più importanti per Socrare-Ritorno al merito, un movimento davvero unico, libertario e rispettoso dei diritti di tutti, che ha come unico obiettivo da condividere quello di tornare a dare più spazio alla meritocrazia. Per essere influenti ed efficaci, è fondamentale che questo desiderio si diffonda, a cascata, sempre più tra persone, famiglie, quartieri, paesi, città, nazioni…

Ecco, al momento, come si distribuisce, geograficamente, il desiderio di un ritorno al merito, in relazione alle nostre adesioni: Roma primeggia in classifica con quasi duecento iscritti. Seguono Massa (82), Milano (66) e Genova (32). Ma tutte le città italiane, dal nord al sud alle isole, sono presenti in elenco. Non mancano, poi, importanti adesioni dall’estero: Montecarlo, Bucarest, Newcastle Upon Tyne e Barcellona (per l’Europa), New York e Waynesboro (per gli Usa), Vancouver (per il Canada), Harare (per l’Africa).

Che il desiderio di merito continui…

 

Al 23 giugno 2011 ottocento iscritti (VISUALIZZA LE ADESIONI AGGIORNATE AD OGGI QUI)

 

Franco Abruzzo, Fiorella Acquafresca, Antonio Adamo, Aurora Adamo, Paolo Agostini, Paolo Agostini, Evelina Agrimonti, Sante Alagia, Francesca Alagia, Rudina Alla, Franco Allazzetta, Michela Altoviti, Clara Amari, Giovanni Ammirati, Ilaria Ammirati, Ettore Andenna, David Andreazzoli, Mario Andreoli, Serafino Angeli, Antonietta Angelucci, Alfredo Angiolelli, Gesy Antonelli, Fausto Antonini, Lia Antonini, Natalia Arata, Luigi Arca, Gabriella Arena, Graziano Arlenghi, Corrado Armeri, Raffaele Aufiero, Raffaella Auletta, Tiziana Avella, Leopoldo Aversente, Gabriela Azamar, Antonio Azzalini, Luca Bagatin, Daniela Baldacchino, Luca Baldelli, Lucia Ballarin, Marco Barachini, Roberto Baratella, Concetta Baratta, Paola Barbarossa, Elisabetta Barbato, Laura Barberis, Barbara Barbieri, Simone Barbieri Viale, Giuliana Barcaroli, Stefano Barigelli, Alessandro Barile, Domenica Barotti, Francesco Barotti, Matteo Barotti, Amos Basso, Viviana Bazzani, Paolo Bellioni, Ricky Belloni, Daniela Benedetti, Lucio Benenati, Graziella Benini, Roberto Bergamaschi, Ilaria Berlingeri, Rita Bernardi, Sara Berti, Marco Bertoneri, Alberto Bertozzi, Eleonora Bertozzi, Guya Bevilacqua, Pina Bevilacqua, Anselmo Biaggioni, Fulvia Biagioni, Edna Bier, Roberto Binazzi, Maurizio Biondi, Filippo Bisciglia, Renata Boero, Claudio Boldrini, Brunella Bolloli, Alessandra Bonarota, Elena Bonelli, Giovanni Bonelli, Annabruna Bonini, Rita Bonotto, Stella Bontempo, Liliana Bossi, Michele Bottalico, Roberta Botti, Alfonso Bottone, Luca Bovalino, Fabrizio Bracci, Valerio Eugenio Brambilla, Omar Bresciani, Diego Brunetti, Francesco Brutto, Marzia Bugliani, Silvano Bulgari, Chiara Buratti, Claudio Burdi, Alberto Buzi, Mariella Buzi, Martina Buzi, Andrea Cacciavillani, Maria Cagnetta, Marina Calabrò, Roberto Caldara, Michele Calì, Aldo Caltagirone, Cristina Calzecchi, Salvatore Camboni, Ketty Camerlengo, Toto Camporeale, Cinzia Canafoglia, Giovanni Candela, Giovanni Candela, Fernando Capecchi, Christin Carapezza, Melania Caratozzo, Mary Carbone, Lina Carcuro, Lucia Cardone, Domenico Carnà, Laura Carruccio, Graziella Caruso, Mafalda Caruso, Leda Caruso, Patrizia Casacchia, Rocco Casalino, Donatella Casciotti, Giucas Casella, Gaetano Castelli, Marina Castelnuovo, Elisabetta Castiglioni, Lavinia Cattaneo Adorno, Roberto Cattani, Andrea Catulle, Sabrina Cavalieri, Placido Cavallaro, Roberto Cavaretta, Alessandro Cecchi Paone, Dino Celi, Cristina Cennamo, Maria Luisa Cera, Stefania Cerritelli, Biagio Cersosimo, Gaspare Checchini, Riccardo Cherchi, Walter Cherchi, Giorgio Chessari, Sabrina Ines Chiappa, Simona Chiappa, Giovanna Chicco, Ilaria Chiodi, Florindo Ciampaglia, Rita Cianfrini, Tiziano Cianfrini, Irene Cibò, Francesco Cicchiello, Daniela Ciccone, Valentina Ciccone, Annamargareth Ciccotosto, Nicolò Cifelli, Benedetta Cimini, Paolo Cimmino, Massimo Cinque, Laura Cinquini, Arianna Ciriegia, Alessio Coladonato, Marita Colandrea, Carla Colledan, Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus, Pietro Conca, Renato Concone, Giancarlo Consonni, Alessio Consorte, Vito Conte, Michele Conti, Alessandro Coppi, Christian Cordero, Francesco Corea, Milo Coretti, Fabrizio Cori, Sergio Cori, Rosella Cortese, Loretana Cortis, Fabrizio Coscione, Alba Cosentino, Dario Cossi, Dario Cossi, Nicolò Costa, Enzo Costanza, Massimo Cotto, Antonio Covatta, Francesco Covino, Massimo Cozza, Eugenio Cravacuore, Paolo Crecchi, Donatella Cristiano, Fanya Croce, Gianluca Croce, Raffaele Lello D’Alessio, Lucia Dalle Saline, Katrin D’amour, Ioan Dan, Viorinca Dan, Alessandra D’Andrea, Andrea D’Angelo, Renata Daniele, Roberta Daniele, Danilo D’Anna, Giuseppe D’Apice, Franca D’Arrigo, Marisa D’Auria, Diego De Bellis, Maurizio De Carli, Luigi De Filippis, Raffaella De Gregorio, Antonino De Lorenzo, Aldo De Luca, Ale De Melville, Natascia De Nicola, Adriano De Paola, Pablo De Rosa, Iaia De Rose, Giovanna De Ycasa, Francesco Debar, Phil DeGorter, Vincenzo Del Gaudio, Anna Maria Del Giammastro, Mauro Della Porta Raffo, Marco Delpino, Alda D’Eusanio, Maria Teresa Di Bari, Walter Di Gemma, Sebastiano Di Marco, Gioacchino Di Martino, Giada Di Miceli, Fabrizio Di Rella, Massimiliano Di Rosa, Diana Di Sebastiano, Daniele Di Stefano, Carla Di Veroli, Roberto Diamanti, Giovanni Ditria, Elio Domeniconi, Monica Domeniconi, Freddy Donati, Giancarlo Dotto, Deborah Driussi, Carlo Duca, Tabitha Ekonya, Simonetta Epifani, Sandra Ero, Rubens Esposito, Antonio Eustor, Nuccia Eustor, Rosalba Eustor, Riccardo Eustor, Chicco Evani, Sandro Fabiano, Cristina Faccioli, Dario Faggioni, Roger Failla, Claudio Faita, Fabio Falco, Maria Grazia Falsone, Federica Fantini, Giusy Farrini, Annamaria Fasoli, Francesca Faulin, Giovanni Fava, Marco Favorini, Alfia Fazzi, Domenica Fazzi, Silvia Fazzi, Guglielmo Fedeli, Enrico Fedocci, Gianluca Ferrara, Camillo Ferrari Da Passano, Pasquale Ferraro, Pietro Ferro, Paolo Festuccia, Alfonso Filosa, Federico Floriani, Ada Florio, Gianfabio Florio, Italo Florio, Patrizia Florio, Salvatore Florio, Teresa Florio, Michele Focarete, Fabio Fois, Michela Foresta, Simona Fortini, Anna Francini, Enrico Fridlevski, Ilaria Fugazza, Sabrina Fugazza, Ottavia Fusco, Claudia Gaiotto, Elisabetta Galletti, Sergio Galletti, Felice Galli, Edilio Gallia, Federico Gallitti, Antonio Gallo, Paolo Gambi, Benito Garrone, Lucio Gasperini, Oriana Gatta, Walter Gatti, Clara Gazzoli, Ornella Genito, Gabriella Germani, Gigi Gia, Eleonora Giancarli, Ivano Giannecchini, Alberto Giannini, Alessio Giannone, Franco Giardini, Gabriele Giardini, Viviana Giardini, Vincenzo Giarmoleo, Cesare Gigli, Massimo Giletti, Donatella Gimigliano, Micaela Gioia,Paola Giordano, Gaetano Giorgi, Daniele Giudici, Carolina Giuntoni, Ester Gjika, Charlie Gnocchi, Amedeo Goria, Laura Gorini, Carmine Granato, Stefania Rossella Grassi, Gabriella Grasso, Gabriele Gravina, Luigi Grilli, Roberto Gruppo, Pasquale Guerrieri, Andrea Guglielmi, Jolanda Gurreri, Augusto Iazzetta, Norberto Iera, Francois Inglessis, Istituto Costa, Rossella Ivone, Genny Jacaj, Fiammetta Jori, Anna Kanakis, Erica La Ruffa, Denny La Salvia, Ermanno Labianca, Tiziana Lagostena, Alberta Lai, Fabridi Lalli, Alice Lanza, Debora Lanza, Elda Lanza, Giorgia Lanza, Giulia Lanza, Marta Lanza, Monica Lanza, Pino Latorre, Mario Laudano, Loredana Cristina Laudati, Giovanni Laurenti, Barbara Lay, Serenella Lazzerini, Michela Lazzini, Marina Lecciotti, Angela Leo, Giuseppe Leo, Santi Leo, Fiorella Leone, Mauro Leonelli, Barbara Lesmo, Bruno Liconti, Marco Liguori, Gianni Limoli, Andrea Lo Vecchio, Egidio Lofrano, Salvatore Loi, Daniela Lombardi, Francesco Lombardi, Gianluigi Lombardi, Francesco Lombardi, Claudio Lombardo, Francesco Lombardo, Enzo Longobardi, Giuseppe Lorenzini, Tatyana Lorenzini, Emanuel Lorieri, Lorenzo Lorieri, Marco Lorieri, Milena Lorieri, Paola Lorieri, Paolo Lucangeli, Dario Lucarelli, Laura Lucchini, Marco Luci, Augusta Luisi, Milena Luzzoli, Violamaria Maccaferri, Antonino Maceli, Francesco Macioce, Gianmario Madera, Alessandra Madonna, Benedetta Maffia, Pierluigi Magnaschi, Reuben Magore, Genevieve Makaping, Daria Malandra, Luca Alessio Mallegni, Nedo Mallegni, Pietro Edoardo Mallegni, Sofia Maria Mallegni, Vittoria Mallegni, Martina Maltagliati, Pietro Mancini, Alma Manera, Thomas Maneri, Eva Manfredi, Maria Rosaria Manganiello, Flavia Mantovan, Gianni Manuel, Gianluigi Marabotti, Antonio Maragnani, Gabriella Marazzi, Sara Marchi, Virginia Marchi, Marco Marchiori, Antonella Marino, Maurizio Marino, Marilag Marra, Gianfranco Marrocchi, Anna Marsili, Fabio Marson, Elsa Martinelli, Gianluca Martone, Raffaella Martone, Antonio Marziale, Simona Mascagni, Paolo Masiero, Manlio Massa, Mario Massai, Lorella Masseria, Paolo Massobrio, Maria Antonietta Mastrofrancesco, Teresa Mastrofrancesco, Elisabetta Masullo, Luca Matteoni, Salvatore Mazza, Antonella Mazza, Stefania Mazza, Veronica Mazzoni, Bruno Mazzotti, Stefano Mazzotti, Domenico Mazzullo, Paola Mela, Elide Melli, Alessandro Meluzzi, Domenico Memme, Silvia Menconi, Pino Mengoni, Francesca Mercuri, Carmelo Messina, Leonardo Metalli, Marina Minotti, Simonetta Mirabelli, Antonella Molezzi, Franca Molezzi, Luigi Molezzi, Gigi Moncalvo, Michele Mondella, Francesco Montelli, Luisa Montolivo, Simona Montomoli, Luciano Davide Morelli, Furio Morucci, Donato Moscati, Carlo Mosti, Renata Mucci, Roxana Mucenic, Mauro Mugnai, Federica Murgia, Marilena Musacchia Caltagirone, Laura Mussi, Bruno Musso, Cristiano Musso, Giulia Nabiullina, Nicola Napolitano, Rossella Napolitano, Marco Nardelli, Alvaro Nasini, Chiara Nasini, Simone Nasini, Cristiana Natarau, Pietro Negri, Francesca Neri, Anca Elena Nicolescu, Elena Anca Nicolescu, Francesco Noia, Elisabetta Nuvola Passeggini, Azzurra Orsingher, Mario Orsingher, Tiziana Orsini, Giuseppe Orza, Paolo Pacelli, Corrado Pacetti, Federico Pacifici, Monica Paciullo, Gianna Pala Contini, Luca Pallavicini, Vincent Palmieri, Fabrizio Palombieri, Dino Panetta, Valeria Paniccia, Michele Papale, Paolo Paparella, Paolo Papis, Luca Parenti, Filomena Parisi, Lello Parisi, Vincenzo Parisi, Marlena Parisi, Antonella Parmentola, Maria Pia Parmentola, Salvatore Parmentola, Simone Pascoli, Paolo Pasquali, Giulio Pasqui, Giancarlo Passarella, Alessandro Pedreschi, Teresa Pedreschi, Emilio Penaglia, Angelo Perna, Nicola Perri, Matteo Persica, Francesca Peschi, Marino Petrelli, Nino Petrone, Giovanni Petrucci, Gioia Pica, Oreste Picano, Manuela Piccinocchi, Stefano Pieri, Silvia Pingitore,Maria Antonietta Pinna, Francesco Pinna, Francesca Pinzoni, Nino Pirito, Mario Piscopo, Elisabetta Piselli, Alfreda Pistone, Laura Poggi, Marina Poletti, Roberto Poletti, Deborah Pollio, Emilia Pollio, Giovanni Prociutti, Evanthia Psachulia, Emanuele Puddu, Carmen Pulone, Mauro Pulone, Mimmo Punzi, Giovanni Quadraccia, Roberto Quaglia, Giovanna Querci Favini, Tonino Quinti, Roberto Race, Alessandra Radicchi, Eugenia Radulescu, Roberto Raffaini, Simona Raffi, Anna Rainone, Edoardo Raspelli, Alessandra Rebechi, Franco Recanatesi, Giorgio Restelli, Luli Ricchi, Ciro Ricci, Matteo Ricci Mingani, Tiziana Ricciardi, Nicola Ricciarelli, Paolo Riccio, Piero Riccio, Adele Riccio, Giovanna Rigato, Eleonora Rindi, Marina Ripa di Meana, Eva Micole Rivieri, Annamaria Rizzoli, Silvia Rocca, Umberto Roffo, Gianni Roj, Radiosa Romani, Lara Rombo, Walter Romeo, Zorama Mariano Rongo, Livia Rosati, Gianni Rosato, Donatella Rossetti, Rossana Rubetti, Antonella Rufini, Agatino Russo, Angela Russo, Fulvio Russo, Marco Russo, Mariano Sabatini, Rosa Sabella, Gilda Sabetti, Agostino Saccà, Isabella Saccà, Filippo Cesare Sacchelli, Loredana Sacchelli, Marialuisa Sacchelli, Tommaso Sacchelli, Umberto Sacchi, Gianni Saija, Enzo Salvi, Luciano Santi, Fabio Santini, Bruno Santori, Ninni Santoro, Raffaella Saracco, Fabrizio Saragoni, Salvatore Sarracino, Vittorio Sarracino, Mirella Savelli, Vincenzo Sbriglia, Mattia Scalone, Vincenzo Scardapane, Loredana Scognamiglio, Maria Gabriella Sdoia, Floriana Secondi, Francesca Sepe, Elena Serafini, Maria Assunta Serafini, Roberto Sergio, Lorenzo Luciano Serra, Egidio Serra, Maria Antonietta Serra, Gisella Sevardi, Vincenzo Sguerso, Vittoria Siggillino, Brunella Silvani, Marco Sisi, Marco Soldati, Roberto Somasca, Tatiana Sourmatch, Andrea Spadoni, Don Santino Spartà, Simone Spinetti, Gianluca Squittieri, Secondo Squizzato, Tiziana Stallone, Anabela Diana Stanciulescu, Antonela Stanciulescu, Serban Stanciulescu, Natale Stefani, Luca Stegani, Davide Stocovaz, Natalia Strozzi, Emilio Sturla Furnò, Stella Taccone, Antonio Tagliaferro, Alessandro Tamborrino, Cristina Tamburini, Anna Tangari, Marcello Tarfanelli, Francesco Tarsi, Luca Tartufari, Nicola Massimo Tedeschi, Loredana Teodori, Tiberio Timperi, Marian Tismanaru, Pietro Tismanaru, Leonardo Todaro, Cabriella Tola, Riccardo Tonlorenzi, Armando Tonti, Carlotta Torchia, Ilaria Torrini, Alda Traggiai, Vito Trapani, Vincenzo Trifirò, Eva Troise, Elena Tudor, Maria Elena Tufano, Giampiero Turco, Marta Urselli, Giuseppe Ursini, Annalisa Vagliasindi, Pietro Valenti, Francesco Valentino, Salvatore Valentino, Micol Valle, Laura Valle, Carlo Vanchieri, Nello Vannucchi, Maurizio Vassallo, Barbara Vastante, Micaela Veneziano, Massimo Venturini, Giovanni Vernieri, Massimo Vetromila Ricciulli, Carla Viazzi, Daniela Villano, Giulia Villoresi, Lincu Viorica, Veronica Vitiello, Mohamed Watik, Angelo Xunah Mirolli, Francesca Zagatti, Michele Zagatti, Serena Zambon, Massimo Zanetti, Jacqueline Zecca, Loredana Zino, Marta Zoffoli, Gaetano Zuccarello, Ale, Repubblica Salentina.

 

Tom Mockridge - Lettera al Corriere della Sera Ultimatum ai club: Voglio un calcio onesto

SCANDALO DELLE SCOMMESSE, ULTIMATUM AI CLUB

L’amministratore delegato di Sky Italia interviene con fermezza ammirevole nelle polemiche delle partite truccate: perciò pubblichiamo la sua “storica” lettera al Corriere della Sera in questa sezione dell’Attimo, dedicata alla meritocrazia

Tom Mockridge

“Caro direttore,
la parola calcio è spesso accompagnata dalla parola spettacolo, ma lo spettacolo che il calcio italiano sta dando in questi giorni fuori dagli stadi con l’ennesimo scandalo è a dir poco avvilente. Esprimo questo mio punto di vista per diverse ragioni. In primo luogo, come uomo alla guida di un’azienda che tanto investe e tanto ha investito nello sport più amato dagli italiani, non posso nascondere una forte preoccupazione per l’evidente svilimento e le inevitabili conseguenze economiche che questo comporterà a tutto il mondo del calcio.

 

Ma, dopo anni che vivo in Italia circondato da tanti amici e colleghi italiani che seguono il calcio con profonda e sincera passione, credo ci sia dell’altro su cui vale la pena soffermarsi. Ci sono sport, come il wrestling, in cui chi guarda sa che ha di fronte un evento spettacolare studiato in ogni dettaglio per esaltare gesta che hanno dell’incredibile e che, infatti, credibili non sono. Chi guarda una partita di calcio però non si aspetta questo. C’è un patto di fiducia che lega il tifoso alla sua squadra e questa lealtà non può essere tradita senza distruggere il capitale più prezioso di uno sport così amato: la passione di chi tifa e la credibilità di chi gioca. La televisione è parte integrante di questo patto e in questo ruolo, particolarmente sentito da Sky vista la fiducia di milioni di abbonati e la rilevanza degli investimenti sostenuti in questi anni, non può accettare che venga meno la condizione che le straordinarie emozioni che una partita di calcio sta regalando, e che i nostri giornalisti raccontano, siano autentiche. Il primo piano di una nostra telecamera che riprende lo sconforto di un difensore, reso ancora più realistico dall’alta definizione, non può essere una messa in scena. Così come il commento dei nostri autorevoli telecronisti non può riguardare azioni il cui esito è stato già deciso fuori dal campo.

 

Proprio per l’autenticità di queste emozioni abbiamo investito in questi anni miliardi di euro per acquisire il diritto a trasmetterle ed è per lo stesso motivo che i nostri abbonati pagano un abbonamento per poterle seguire in diretta. Senza questo circolo virtuoso, che alimenta il sistema calcio garantendo le risorse necessarie ad accrescere la competitività del campionato e la sua spettacolarità, il calcio non ha futuro. E questo è ancora più grave in un paese come l’Italia in cui il forte e crescente indebitamento delle squadre e l’assenza di investimenti per garantire stadi nuovi e moderni rendono di per sé faticoso lo sviluppo dell’industria del calcio.

 

C’è inoltre da dire che, in attesa che la magistratura faccia il suo lavoro e finalizzi inchieste che attualmente sono in corso, le reazioni degli organi competenti e di controllo non sembrano al momento sufficienti a tranquillizzare i tanti tifosi e a ribadire la ferma intenzione di voltare definitivamente pagina. Chi ha in mano le sorti e il futuro di questo sport dia un serio e inequivocabile segnale di discontinuità rispetto ad un passato, già fin troppo generoso di scandali e partite truccate. Solo così, un partner come Sky potrà continuare a garantire ai suoi telespettatori lo spettacolo del calcio e, grazie a milioni di famiglie nostre abbonate, assicurare al calcio italiano i due terzi dei suoi introiti complessivi”.

Articolo dal titolo “L’INTERVENTO DI TOM MOCKRIDGE, AMMINISTRATORE DELEGATO DI SKY ITALIA. La lettera Sky Italia al Corriere- «Calcio pulito o addio soldi dalla tv». Il nuovo scandalo scommesse”, pubblicato il 13 giugno 2011 sul Corriere della Sera

 

Giovanni Paolo II - Descrizione dell’uomo
Una poesia di
GIOVANNI PAOLO II

Descrizione dell’uomo
Vi sono trame aggrovigliate. Se provi a districarle
senti che insieme ad esse dovresti strappare te stesso.

Ti basti allora guardare, cercare di capire – non addentrarti pervicace
che non abbia a inghiottirti l’abisso:
è soltanto l’abisso del pensare, non è l’abisso dell’essere.

L’essere non assorbe, ma cresce e lentamente si tramuta in sussurro:
questo è il pensiero impregnato d’esistenza – tu, l’universo, Dio.

Inversamente – senti come tutto alle gambe t’afferra
l’essere si riduce ad un punto, e il pensiero, come steppa, inaridisce.

Semplicemente lavora, abbi fiducia. Ed entra in te solo quel tanto
che ti renda cosciente del tuo orgoglio (e questo è già umiltà).

E sorveglia piuttosto la volontà. Dei sentimenti un prepotente sfogo
Viene solo di rado e a Dio non giunge.

 

 

 

Maria Chiara Pievatolo - Il racconto fenicio

Il racconto fenicio, anzi, “un qualcosa di fenicio”, è un mito di fondazione, che si differenzia dai miti narrati dai poeti perché è artificiale e dichiaratamente falso, tanto che Socrate lo espone con esitazione e vergogna. (Libro VIII Repubblica di Platone)

“Cercherò di persuadere prima gli stessi governanti e i soldati, poi anche il resto dei cittadini, che tutta quell’educazione fisica e spirituale che noi davamo loro, essi credevano di sentirla e di riceverla, ma non erano che dei sogni; e veramente allora essi si trovavano entro la terra, già plasmati e allevati, essi stessi, le loro armi e tutto il resto del loro equipaggiamento. E quando in ogni dettaglio fu ultimata la loro preparazione, la terra loro madre li mise alla luce: ora essi sono tenuti a provvedere e a difendere la terra che abitano come se fosse la loro madre e nutrice, se qualcuno l’assale, e a considerare gli altri cittadini come fratelli e “nati dalla terra…

Voi tutti nella polis siete fratelli, ma il dio, mentre vi plasmava, a quelli di voi che hanno attitudine al governo mescolò, nella loro generazione, dell’oro, e perciò altissimo è il loro pregio; agli ausiliari, argento; ferro e bronzo agli agricoltori e agli altri artigiani. Per questa generale comunanza di origine, dovreste generare figli per lo più simili a voi; ma c’è caso che da oro nasca prole d’argento, e da argento prole d’oro, e così reciprocamente nelle altre nascite. Perciò il dio ordina prima e particolarmente ai governanti di non essere di nessuno tanto buoni guardiani e di non custodire nulla con tanto impegno quanto i figli, osservando attentamente quale fra questi metalli si trova mescolato nelle anime loro; e se uno stesso loro figlio ha in sé alla nascita bronzo o ferro, di non averne nessuna pietà, ma di usare alla physis il riguardo dovutole e di respingerlo tra gli artigiani; e reciprocamente, se da costoro nascono figli che abbiano in sé oro e argento, di rendere loro gli onori dovuti e d’innalzare questi ai compiti di custodia, quelli ai compiti di difesa; perché esiste un oracolo per cui la polis sia destinata a perire, quando la sua custodia sia affidata al guardiano di ferro o a quello di bronzo.”

 

Si ritiene che il mito fenicio abbia la funzione retorica di far metabolizzare, a un pubblico portato a trovarla inaccettabile, una organizzazione della società fondata sulla “meritocrazia”, e non più sull’aristocrazia della nascita o della ricchezza: le attitudini e le capacità della persone non dipendono dalla classe sociale. Un agricoltore può avere come figlio un uomo d’oro, e un guardiano può essere padre di un uomo di ferro. In questa prospettiva, l’espediente retorico della nascita dalla terra e della conseguente “naturalizzazione” dell’educazione serve a nascondere la storia della formazione dei cittadini entro una rappresentazione – falsa – della natura. La verità è diversa: noi siamo come siamo non in virtù della nostra nascita, ma per la nostra storia e la nostra educazione; le differenze nella gerarchia sociale non dipendono dalla natura, bensì, storicamente e culturalmente, dal nostro merito.

Di vero, alla base del racconto, c’è solo il fatto che la capacità di controllare le nozioni nella nostra mente in maniera vigile e attiva si sviluppa, in ciascuno, in un modo differente. Questa capacità, tuttavia, non spunta dalla terra, né viene trasmessa per via ereditaria, come la proprietà privata o il patrimonio genetico, bensì cresce in un lungo e faticoso processo di educazione e di confronto con gli altri. Ma proprio questa conquista introduce la disuguaglianza – una disuguaglianza che insiste sulla capacità di dominare ciò che si sa. L’elemento esplicitamente falso del racconto è il carattere non storico, bensì innato di questa disuguaglianza.

Il racconto fenicio può essere inteso come volto a legittimare, contro l’idea aristocratica del diritto di nascita, una gerarchia basata sul merito dianoetico-etico, che, ingannevolmente e retoricamente. viene fatto passare per innato. Ma può essere letto ancora in un altro modo: l’oro che è in qualcuno di noi non viene da lui o dalla sua famiglia, ma deriva da un humus comune e indisponibile ai singoli. Questo humus viene, ingannevolmente e retoricamente, fatto passare per natura: esso, in realtà, è frutto della storia – ma di una storia che non dipende esclusivamente dall’azione individuale nella sua originarietà.

Platone vuole costruire una gerarchia politico-sociale di carattere meritocratico. Per questo, è in disaccordo con i fautori di una aristocrazia fondata sulla nascita e si vale, nel racconto fenicio, della legittimazione in base alla nascita solo per motivi retorici, a causa della forza mitica di un simile argomento nella sua tradizione culturale. Questo non significa, tuttavia, che ciò che i singoli conoscono e sanno fare derivi esclusivamente da loro. La base della meritocrazia platonica non è individualistica: i singoli non producono da sé il metallo che è nella loro anima, ma lo ricevono in assegnazione. Nella realtà, l’assegnazione viene compiuta dalla storia che i singoli hanno in comune; nel mito, l’assegnazione viene fatta dal dio, cioè dalla natura. Questa è la falsità del racconto. Non è falso, invece, il fatto che ciò che conosciamo e sappiamo fare non derivi interamente da noi, e che, nella distribuzione delle capacità e dei meriti, sia possibile la disuguaglianza.

In questo senso, la bugia di Platone non può ridursi all’esteriorità di un espediente retorico: la disuguaglianza, per quanto sia frutto della storia e non della natura, non è eliminata. Ne segue, pertanto, che, anche se la conoscenza venisse resa, in linea di principio, disponibile a tutti, essa verrebbe fatta propria in maniera disuguale. Ma ciò comporterà una conseguenza molto grave: l’impossibilità di una legittimazione cognitiva che sia effettivamente e consapevolmente riconosciuta da tutti. Questo è il principale paradosso della fondazione del potere sulla conoscenza: chi non sa, vedrà inevitabilmente il potere come qualcosa di opaco e iniziatico. Senza l’universalità attuale della condivisione della conoscenza, ogni pretesa di società trasparente suonerà come una menzogna, agli occhi di coloro che non riusciranno a penetrarne le ragioni.
Da Il politico di Platone Maria Chiara Pievatolo, Copyright © 2009, Università di Pisa.

NUOVE TECNOLOGIE - Rinnovabili, gas e carbone nel futuro di Enel

Ecco le fonti su cui punta il Gruppo di Fulvio Conti per produrre energia in Italia. 
Con tecnologie all’avanguardia

NUOVE TECNOLOGIE – Fulvio Conti, A.D. di Enel alla presentazione agli analisti a Londra

Gas (con l’aiuto dei rigassificatori), rinnovabili e carbone pulito. Sono queste le fonti su cui l’Enel punterà nei prossimi anni per la sua produzione di energia elettrica in Italia, archiviata, almeno per il momento, l’ipotesi del nucleare.

‘’Esistono tante tecnologie disponibili. Anche se continuasse la moratoria, cercheremo di portare avanti progetti innovativi per produrre energia da fonti rinnovabili e da carbone e di assicurare i rifornimenti di gas “ aveva osservato l’ amministratore delegato Fulvio Conti, prima ancora della presentazione dell’emendamento che ha arrestato il programma nucleare italiano.

Consistente è l’investimento previsto per aumentare la produzione di elettricità derivante da fonti rinnovabili, un impegno che conferma il primato di Enel in questo settore, non solo in Italia: Nel 2010 la produzione degli impianti di Enel nel nostro Paese che usano fonti rinnovabili ha rappresentato il 41,5% del totale (34,4% idroelettrico, più 7,1% geotermico, eolico, solare e biomasse).

Altrettanto importanti saranno gli investimenti nelle centrali a carbone pulito, una fonte con cui attualmente il gruppo produce il 34,1% della sua elettricità italiana. Il resto è prodotto con gli idrocarburi: 21,6% con il gas usato nei cicli combinati, il 2,8% con l’olio combustibile e il gas usati nei cicli semplici.

Per quanto riguarda il gas, con la crisi libica si è ritornato a parlare di sicurezza negli approvvigionamenti: non perché l’Italia rischi di soffrire crisi di forniture, ma perché gli interrogativi aperti dall’instabilità geopolitica della sponda sud del Mediterraneo, hanno riportato alla ribalta una nota da tempo dolente del sistema, i rigassificatori. Necessari, progettati, approvati, finanziati. I rigassificatori sono una di quelle infrastrutture che ormai da anni vengono indicate come indispensabili per diversificare il mercato d’acquisto e svincolare l’Italia dalle turbolenze dei Paesi attraverso cui passano i gasdotti, via principale per i nostri rifornimenti. I rigassificatori, infatti, aiutano le importazioni di gas da più Paesi: il gas viene importato in forma liquida, trasportato con navi e rigassificato in Italia, senza bisogno di passare per gasdotti. L’Italia si è mossa su questo fronte da tempo, ma dei sedici progetti varati solo sette hanno imboccato la via dell’autorizzazione. E solo uno si è concluso con l’operatività dell’impianto. Gli altri? Sono frenati e spesso, anche una volta ottenuta la Valutazione d’impatto ambientale, non decollano, bloccati da burocrazia, ricorsi e lungaggini. Perché? Forse perché, come dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, “il nostro è il Paese del ‘no’ a tutto”. E a pagarne le conseguenze siamo tutti noi con le bollette più care anche del 30% rispetto alla media Ue.

Una volta assicurate le forniture di gas con l’impianto di Porto Empedocle che ha una capacità di 8 miliardi di metri cubi all’anno, il 10% circa del fabbisogno nazionale, nel mix di Enel, al primo posto, ci sono gli investimenti nelle fonti rinnovabili: 2 miliardi di euro entro il 2015. Enel Green Power è nata a novembre proprio per valorizzare l’impegno del gruppo nell’energia verde. E in Italia ha già realizzato quest’anno un nuovo impianto idroelettrico a Bardonecchia, due centrali geotermiche in Toscana a Radicondoli e Chiusdino e un campo fotovoltaico a Deruta.

Contemporaneamente Enel è impegnata nello sviluppo della tecnologia produttiva del ‘carbone pulito’: dopo la realizzazione della centrale di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, che ha una capacità installata di quasi duemila megawatt, sono in corso due progetti a Porto Tolle, un impianto gemello di quello di Civitavecchia e a Rossano. Il problema del carbone, non è tanto nelle emissioni a impatto ambientale locale, per ridurle, infatti, si usano caldaie ultramoderne ad altissima efficienza, denitrificatori, desolforatori e filtri per le polveri, quanto nella quantità di CO2 prodotta. Per questo Enel si è impegnata, all’avanguardia tra le utility mondiali, nella sperimentazione dei sistemi di cattura e sequestro di CO2: a Brindisi è stato inaugurato un impianto pilota che separa l’anidride carbonica dai fumi di combustione e la porta allo stato liquido, pronta per essere poi immagazzinata in stoccaggi a grande profondità.

Un mix ben equilibrato di fonti, composto da rinnovabili, gas e carbone pulito permetterà all’Italia, anche in assenza di nucleare, di migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento di materie prime energetiche, producendo energia a costi ragionevoli, nel pieno rispetto dell’ambiente.

 

 

DARIO FRANCESCHINI

Il gossip che ha dominato la campagna elettorale è stato
assolutamente svantaggioso per il Pd. Ha giocato a nostro
sfavore perché noi avremmo voluto un confronto sulle idee
diverse sull’Europa, sulla qualità dei candidati alle
amministrative e anche sulle diverse ricette per affrontare la
crisi. Invece si sono spostati i riflettori da tutta un’altra parte e
questo per noi è stato assolutamente svantaggioso. Io ho fatto
tutta la campagna elettorale senza dire una parola sulle
questioni private del premier e non comincerò a farlo l’ultimo
giorno della campagna elettorale.
(Da “AdnKronos”, giugno 2008)

STORIA Domenico Mazzullo - Quale unità d’Italia?

Nel 1961 un Paese completamente diverso festeggiava il centesimo anniversario dell’unità d’Italia: in tv c’era ancora il Carosello e in edicola, per i più piccoli e non solo, l’appuntamento fisso era con La domenica del corriere

Domenico Mazzullo*

STORIA – Copertina Domenica del Corriere, 1 maggio 1960

Qual è lo scopo al quale

tutti ci affatichiamo?

Riunire l’Italia in corpo di nazione.

Che cos’è più facile riunire,

città e provincie divise,

o volontà e cuori divisi?

Specialmente in Italia,

credo molto più difficile

il secondo del primo.

Massimo d’Azeglio

3 dicembre 1864

 

Il 17 marzo di questo anno, 2011, si è festeggiato il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nata come regno e divenuta poi repubblica. Innegabili ed indimenticabili verità ed evidenze anagrafiche mi permettono di ricordare, avendolo vissuto personalmente, un altro anniversario, quello del 1961, anniversario dei primi cento anni dell’Unità di Italia.

Noi viviamo la nostra vita, quasi sempre proiettati in avanti, guardando in un’unica direzione appunto, quella verso la quale scorre il tempo naturalmente ed ineluttabilmente, preoccupati ed ansiosi di quanto ci riserberà il futuro e, se siamo prudenti e previdenti, tesi ed occupati a prevederlo e prevenirlo, forse anche giustamente e spontaneamente.

Solo ogni tanto, ricorrenze, date fisse, anniversari, commemorazioni, ci fanno volgere il capo indietro, a rimirare il nostro passato con sentimenti molteplici e spesso contrastanti, comunque individuali e propri di ciascuno di noi.

Tali ricorrenze, tali date da ricordare, possono essere, infatti, e per lo più, personali, compleanni, nascite, ma anche morti, matrimoni, lauree, esami di maturità, fidanzamenti, rotture di questi, giuramenti, inizio di attività, oppure alternativamente collettivi, natali, pasque, festività varie, estati di vacanze, ma anche guerre, paci, rivoluzioni, battaglie, scoperte scientifiche e naturali, trattati, concordati, eventi disastrosi, o anche felici, che hanno segnato indelebilmente e definitivamente il cammino dell’umanità, che hanno costituito delle tappe importanti per settori più o meno ampi della popolazione della nostra terra, che hanno rappresentato delle pietre miliari della nostra storia.

E allora le ricorrenze, le commemorazioni, gli anniversari, i riti, giungono a ricordarci opportunamente queste date, permettendoci di rivivere, nella nostra memoria individuale, se a quegli eventi abbiamo partecipato, o storica, se sono troppo lontani nel tempo, quegli eventi, quegli accadimenti che hanno fatto la storia, che è opportuno ricordare e non dimenticare, che è necessario rievocare e commemorare, con gioia se sono stati felici, con dolore se sono stati tristi, per fissarli bene nella nostra mente, per riscriverli ogni volta nelle pagine della nostra memoria, troppo facilmente labile e tendente, o vogliosa di dimenticare, tesa, desiderosa, interessata al presente, al passato immediato, al futuro.

L’oblio è, ahimè, una tendenza spontanea del nostro animo, ma che in alcune circostanze deve essere attivamente contrastata. Ma torniamo alla nostra ricorrenza, al nostro anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Per i motivi suddetti, questa ricorrenza collettiva è divenuta per me anche una ricorrenza individuale, avendo vissuto, 50 anni fa, quella analoga, per il centenario dell’Unità.

La ricordo perfettamente. Avevo 11 anni, 12 non ancora compiuti, essendo di giugno del 1949.

Essendo dotato, fin da allora di una spiccata capacità spontanea e del tutto naturale di osservazione e di memorizzazione, soprattutto dei particolari, in quasi tutti i sensi, visivi, uditivi e tattili, un po’ meno quelli olfattivi e gustativi, ma in questo caso meno importanti e pregnanti, ho ben fisso nella mia mente, ho ben chiaro nella mia memoria il clima e l’atmosfera di quella ricorrenza e mi vien facile rievocarlo e rammentarlo, con nostalgia, sinceramente, e con rimpianto, non perché quelli di allora fossero per me personalmente tempi felici, al contrario, ma piuttosto perché mi viene naturale confrontarlo e paragonarlo con quello attuale, personalmente e psicologicamente certo migliore, ma non migliore, a mio modesto parere, per come viene vissuta la stessa ricorrenza e il significato ad essa connesso.

Ricordo, di allora, un clima di festosità diffuso e comune a tutti, analogo per intenderci, ai giorni che precedono il Natale, quando le persone che si conoscono, accanto ai saluti, si scambiano sorridendo gli auguri e le felicitazioni. Ricordo gli stessi sorrisi, lo stesso clima di febbrile attesa, la stessa ansia positiva che si palpava con mano e che si accresceva, via via che la data fatidica si avvicinava sul calendario.

Ricordo che i professori di scuola, frequentavo allora la prima media, non ancora scuola dell’obbligo, ci parlavano, qualunque fosse la materia da loro insegnata, della ricorrenza e di come ci saremmo dovuti preparare a questa, della sua importanza, del suo significato profondo e importantissimo per tutti noi italiani.

In tutte le scuole venne distribuito un libro, opuscolo sarebbe un termine riduttivo, con la foderina bianca e su questa stampata una coccarda tricolore, contenente ed illustrativo di tutta la storia, delle tappe importanti e principali del nostro Risorgimento, culminante con la proclamazione del Regno di Italia, finalmente un’Italia libera ed unita, sogno di tantissimi che per lei avevano donato la vita e patito atroci sofferenze.

A proposito di coccarde tricolori, ricordo con commozione ed emozione mia madre, maestra di scuola elementare, una maestra che richiamava per i modi e l’aspetto La maestra dalla penna rossa del libro Cuore di De Amicis, intenta, sul tavolo della cucina, a confezionare, la sera, col nastro tricolore, le coccarde tricolori da appuntare sui grembiali blu dei suoi alunni, perché seppur piccini, si rendessero conto del momento che si stava vivendo e del quale anche loro erano partecipi.

Sempre per rimanere in tema di scuola, nella mia, ma certamente anche nelle altre, si organizzavano recite “patriottiche” a scopo didattico e per la gioia dei familiari chiamati ad intervenire.

Alla mia classe venne affidato il compito di recitare La presa di Porta Pia il XX settembre 1870 e conservo ancora, tra i miei ricordi più cari, il cappello piumato da bersagliere che indossai in quella circostanza, così come rammento ancora perfettamente a memoria i versi dell’inno dei Bersaglieri che cantammo, a passo di corsa, nella rappresentazione, suscitando l’entusiasmo travolgente della platea.

È superfluo sottolineare che ognuno di noi ragazzi conosceva perfettamente ed integralmente i versi dell’inno di Italia di Goffredo Mameli, che tutti insieme intonammo all’inizio ed alla fine della rappresentazione.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, corrono nella mia schiena gli stessi brividi infantili e provo lo stesso groppo di commozione e di emozione, che provai allora per la prima volta, quando ora adulto lo ascolto o lo canto e sono felice e orgoglioso di provarli ancora.

In quell’anno, noi bambini mettemmo da parte gli eroi tradizionali della nostra infanzia, Tex, Capitan Miky, Mandrake, Nembo Kid, l’Uomo mascherato, Batman, Ivanhoe, i vari sceriffi e cow boys del nostro immaginario collettivo e gli eroi divennero Giuseppe Garibaldi, Goffredo Mameli, Luciano Manara, Nino Bixio, Ciro Menotti, Amatore Sciesa, Targhini e Montanari, i Fratelli Bandiera, i trecento di Carlo Pisacane, i fratelli Cairoli, gli studenti di Curtatone e Montanara, le camicie rosse, i cacciatori delle Alpi, mentre i cattivi e i reietti erano rappresentati dai Borboni e dagli austriaci oppressori con in testa l’Imperatore Francesco Giuseppe e il feldmaresciallo Radetzky.

Conservo religiosamente il numero 1 della Domenica del corriere, sempre presente in casa mia, del primo gennaio 1961. Sulla prima pagina, il pittore Walter Molino rappresentava, sullo sfondo di una bandiera tricolore, il nostro tricolore, mosso dal vento, le effigi dei quattro padri della Patria, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour e Mazzini, a vegliare sul nostro Paese.

Ricordo che già da allora nutrivo alcune perplessità su questa immagine, avendo studiato che Giuseppe Mazzini, visse la maggior parte della sua vita da esule all’estero e su di lui pendeva una condanna a morte. Già qualcosa non mi tornava, ma mi faceva più piacere credere in una precisa ed identica comunanza di intenti e di ideali.

La televisione, rigorosamente in bianco e nero, trasmetteva, a puntate uno spettacolo musicale teatrale, Enrico 61 in cui Renato Rascel recitava la parte di un centenario, la cui vita e i cui ricordi accompagnavano parallelamente, la vita della nostra Italia, dalla nascita ai suoi primi cento anni, in tutte le sue tappe più importanti e salienti, gioiose, ma anche dolorose.

Mi si perdoni questo indulgere a ricordi personali, che riaffiorano inaspettatamente e imprevedibilmente da una memoria lontana, ma a parte il piacere di riscoprire e rievocare un passato che mi appartiene, credo esso possa essere utile a rappresentare il clima esistente in quei tempi, seppur filtrato attraverso gli occhi di un bambino, che però si rendeva già conto di vivere un momento importante ed entusiasmante.

A distanza di cinquanta anni cosa è rimasto di quel clima e di quell’entusiasmo che così bene ricordo e che così coinvolgente e contagioso appariva per tutti? La domanda è retorica e la risposta è scontata: vorrei dire tutto, ma un principio di realtà mi obbliga a costatare e affermare che, al contrario, è rimasto ben poco, purtroppo.

E non credo che la risposta negativa sia esclusivamente da attribuirsi al fatto che quel bambino che nel ‘61 viveva con occhi incantati ed entusiasti il primo centenario dell’Unità di Italia, sia diventato un sessantenne che con occhi disincantati si appresta a festeggiare i primi 150 anni della sua Patria, ché anzi, se possibile, l’entusiasmo e la passione personale si è, con gli anni maturata e ancora accresciuta, quanto piuttosto ad una, ahimè, constatazione oggettiva, di un mutato clima storico, politico, culturale e di costume in un’Italia che ha solamente cinquanta anni in più sulle spalle.

Cosa mi induce maggiormente a questa amara e deludente constatazione? In cosa ravviso maggiormente e più esplicitamente tale cambiamento?

La risposta potrebbe essere molto lunga e complessa essendo molteplici gli aspetti obbiettivi e reali che mi costringono a questo parere pessimistico e negativo, ma uno soprattutto campeggia e domina sugli altri e paradossalmente esso non si riferisce a fatti oggettivi, visibili e tangibili, ma è rappresentato da una sensazione personale, da una percezione soggettiva, e come tale non trasmissibile, ma estremamente intensa e pregnante ed è costituita questa, dal clima che si respira oggi, così differente, così sostanzialmente diverso e dissimile da quello respirato da me bambino cinquanta anni fa. Sembra quasi, e lo dico con profondo dolore e dispiacere, che gli italiani subiscano questa ricorrenza, piuttosto che agirla in prima persona.

Sembra quasi che gli italiani, se non fosse per l’inattesa festività, con difficoltà e dopo mille incertezze concordate e proclamate, e solo per questo anno, farebbero quasi a meno di questa festa, che ricorda un evento ormai lontano nel tempo, dimenticato quasi e sbiadito, come se ancora si festeggiasse e commemorasse la battaglia di Canne o la battaglia navale di Lepanto.

D’altra parte non è stata destituita dal ruolo di festa nazionale la data del 4 novembre, anniversario della vittoria? E non è altrettanto vero che il XX Settembre, anniversario della Breccia di Porta Pia e della liberazione di Roma dal potere temporale del Papa, non lo è mai stata? E non è forse in quella data che l’Italia è diventata finalmente libera ed unita?

Mi convince e mi “conforta” in questa amara affermazione un dato emblematico, una costatazione evidente e sotto gli occhi di tutti, ma non priva di significato: il bombardamento mediatico ad opera di giornali, radio e televisione per rammentarci e ricordarci che il 17 di marzo si è festeggiato il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Mi infastidiscono e mi annoiano i toni retorici e visibilmente falsi e di maniera, roboanti e vuoti di significati, con i quali i nostri politici si esprimono a proposito di una ricorrenza alla quale, è evidente, non credono e non sentono intimamente.

Mi sconcerta e mi indigna la leggerezza e la superficialità con la quale il ruolo fondamentale di Giuseppe Mazzini sia stato dimenticato e trascurato. Volutamente?

Si è giunti invece a scomodare anche Sanremo e il nume tutelare Roberto Benigni, con tanto di cavallo bianco e tricolore in mano, per ricordarci con i suoi lazzi e frizzi che dobbiamo festeggiare questa data, producendosi questi perfino in una, a sua detta, esegesi dell’inno d’Italia di Goffredo Mameli.

Ma una festa veramente sentita e provata come propria, non dovrebbe venir festeggiata spontaneamente e naturalmente e non dietro esortazioni e raccomandazioni?

Non dovrebbe sorgere come esigenza spontanea ed irresistibile in ognuno di noi che ci sentiamo italiani? Non dovrebbe spingerci, come quando l’Italia ha vinto i Mondiali di calcio, a scendere esultanti in strada (io no) sventolando il Tricolore e riempiendo le piazze e le strade di gente festante?

Quanta abissale distanza dal clima che io stesso ho respirato nel 1961, solo cinquanta anni fa. Cinquanta anni, tanto nella vita di un uomo, pochissimo nella vita di una nazione eppure quanto è cambiata l’Italia e il mondo intero in questi ultimi soli cinquanta anni.

Nel 1961 l’Italia, mentre festeggiava il centenario della sua unità, risentiva ancora dell’emozione e degli echi suscitati dalle Olimpiadi ospitate, l’anno precedente, a Roma, il giovedì sera rimaneva incollata davanti alla Tv perLascia o Raddoppia, noi bambini dopo Carosello andavamo a letto, la Lambretta contendeva alla Vespa i favori degli italiani che si motorizzavano e non potevano permettersi le quattro ruote della mitica 600, ancora non interessati e non colpiti dal boom economico che sarebbe venuto di lì a poco.

Nel mondo, nello stesso anno si celebrava in Israele il processo ad Adolf Eichmann, l’Unione sovietica il 12 aprile, precedendo gli Stati Uniti, lanciava il primo uomo nello spazio, Yuri Gagarin a bordo della navicella Vostok 1, il 17 aprile le truppe di Fidel Castro sconfiggevano le forze antigovernative alla Baia dei Porci e… il 13 agosto veniva eretto il muro di Berlino che divideva in due la città e l’Europa. Ma poi, l’anno seguente morì Marilyn Monroe e John Kennedy affrontò la crisi dei missili sovietici a Cuba.

Intanto l’Italia si andava alfabetizzando grazie alla televisione e al maestro Alberto Manzi con il suo Non è mai troppo tardi, mitica e fortunatissima trasmissione che realizzava finalmente il sogno di Giuseppe Mazzini e di Edmondo De Amicis: l’Unità d’Italia attraverso la cultura.

Vennero poi il sogno di Martin Luther King, l’assassinio di John Kennedy a Dallas, i Beatles ed il Vietnam, la guerra dei sei giorni e la morte di Che Guevara, la primavera di Praga e il primo passo dell’uomo sulla luna, gli anni di piombo, le Brigate rosse, la strage di piazza Fontana, l’omicidio di Aldo Moro, la strage di Bologna, Chernobyl, il crollo del muro di Berlino e la fine dell’Urss, l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la strage di Capaci con la morte di Falcone e Borsellino, tangentopoli e mani pulite, l’11 settembre, la fine della Lira, i nostri soldati caduti in Afghanistan. L’Italia e il mondo cambiarono aspetto e noi festeggiamo i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Per i precedentemente detti motivi anagrafici non vedrò probabilmente, tra altri cinquanta anni il bicentenario dell’Unità d’Italia, ma se di questo tipo è il procedere degli eventi che ci riguardano, egoisticamente non provo rammarico.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista. 

 

COSTUME Elda Lanza - Il primo gossip della storia nacque da una mela e da un serpente: e fu fatale all’umanità

E nel tempo la strada del pettegolezzo si dividerà per distinguersi: da una parte quello che siamo abituati a considerare gossip e dall’altra la satira vera, che riguarda società, economia, politica, scienza, religione

Elda Lanza*

COSTUME - Adamo ed Eva, Albrecht Dürer, 1507

There is only one thing in the world

worse than being talked about,

and that is not being talked about.

Oscar Wilde

The Picture of Dorian Gray

 

Gossip è parola della lingua inglese che significa ‘chiacchiera’ e ‘pettegolezzo’. Al tempo in cui sono cresciuta io, la stessa cosa si definiva potin. E uno come Dagospia si sarebbe chiamato potinier: volete mettere?

Il passaggio dalla lingua francese alla più spiccia lingua inglese credo sia stato dovuto alla pronuncia: per pronunciare esattamente potin (pr. poten e potinié) bisognava conoscere la lingua, mentre chiunque è in grado di pronunciare gossip senza sbagliare. E tutto va.

Scorrendo le Lettere al Direttore di qualsiasi giornale, anche di gossip, leggo che molti – tutti sarebbe troppo – ritengono il gossip un’indecenza di cattivo gusto.

Intervistati in televisione – un salotto televisivo non lo si nega a nessuno – lettori e direttori, fotografi e giornalisti, martiri e promossi dal gossip, ammettono che il gossip è indecente. Che fa male. Che mente. Che crea inutile sofferenza o effimero successo. I maitre à pensée disquisiscono sul rapporto tra mente e corpo, ammettendo che forse vince il corpo. Non si sa mai.

Guardando un’edicola di giornali, in qualsiasi parte del mondo, ho contato un certo numero di quotidiani e di riviste di informazione, e migliaia di testate con indecenti corpi nudi, che fanno male, che mentono, che creano inutile sofferenza e successo effimero. Tutte destinate ai parrucchieri: conoscete qualcuno che compri queste riviste? Io, no. La fonte è sempre il parrucchiere: meno male che c’é.

Il primo gossip della storia dell’umanità mi lascia perplessa, perché riguarda Adamo e Eva. Erano soli. C’erano soltanto lui e soltanto lei in tutto il creato: situazione ideale per farla franca. Invece la voce si è sparsa subito, il tam-tam dell’accaduto ha attraversato cieli terre e mari, anche con dovizia di particolari piccanti. Appena espulso dal paradiso terrestre, Adamo non ha pianto, non ha chiesto perdono, non ha invocato le solite scuse che la carne è debole: si è accoppiato con Eva (cfr. la Genesi). E noi da secoli e secoli ci stiamo raccontando la loro marachella, davvero improponibile tra causa ed effetto, portandone conseguenze sproporzionate: per una mela questi si sono giocati, anche a nome nostro, il paradiso terrestre e noi donne partoriamo con dolore. Ma non potevano aspettare?

Poiché oltre loro c’era soltanto il serpente, dobbiamo dedurre che il primo gossip dell’umanità porta la firma di un serpente. Che sia per questo che uno come Dagospia spesso viene paragonato a un serpente dalla lingua biforcuta?

Sempre con una mela, questa volta persino d’oro, Elena regina di Troia fu indotta in tentazione e tradì il re suo marito. Se in quella occasione Elena fosse stata moglie virtuosa, non ci sarebbe stata la guerra di Troia – e oggi forse al vernacolo di strada mancherebbe un aggettivo di colore per definire le donne incapaci di dire di no. Ma il serpente si chiamava Paride, ed era il meglio della gioventù locale.

Se il tradimento di Elena ha portato lutto agli Achei, almeno questa volta all’umanità ha regalato l’Odissea e l’Iliade che ci premiano da secoli.

Questo per dire, scherzando, che il gossip non è invenzione moderna da tabloid. Se Adamo e Eva appartengono alla leggenda della storia dell’umanità e Elena al mito, da migliaia di anni il pettegolezzo, a volte soltanto ironico e piccante, spesso profondamente malvagio, ha sempre e soltanto avuto un unico scopo: intontire le masse e distrarle dai problemi seri della politica, della finanza, della scienza, della religione. Ma su questo punto possiamo tornare più tardi. Incuriosisce invece quanto il gossip abbia attraversato la storia e le vicende umane, dandone testimonianza.

La corte egizia è ricca di storie piccanti, intorno alle spregiudicate figure dei faraoni, delle loro mogli, concubine, madri, ­figlie e sorelle.

Amenhofis III – 1300 anni a.C. – il faraone eretico, noto fino a noi per aver contrapposto al potere politeista del clero tebano di Amon il solo dio Aton, è indicato dalla storia con il soprannome di il donnaiolo per aver avuto a disposizione almeno 365 donne diverse, raccolte tutte in una splendida dimora con parco lussureggiante, dove nacque il più famoso Akhenaton, marito dodicenne di Nefertiti (la bellezza che viene da lontano) e della quale tutti conosciamo le vicende. Per arrivare a Cleopatra, indecisa tra faraoni e condottieri romani, fratelli e imperatori.

La storia della giovane e pare bellissima Cleopatra – alla quale il gossip dell’epoca attribuì probabilmente doti e nefandezze difficilmente riscontrabili, come quella del suo corpo peloso e l’invenzione dello strappapeli a base di miele, del suo naso adunco e della sua statura minuta – ha riempito cronache antiche e recenti, con film e romanzi. Si sa che fosse figlia illegittima del faraone Tolomeo XII, che aveva avuto da par suo un’altra figlia dalla moglie/sorella e una sola figlia legittima da una moglie ripudiata. Si sa che Cleopatra succedette al padre con il fratellino di dieci anni, Tolomeo XIII, che era anche suo sposo, che presto ripudiò per concedersi a Cesare –per interesse – e a Marco Antonio – per amore. Fino alla morte, dignitosissima.

E anche qui – sarà un caso? – c’è di mezzo un serpente; un aspide, per la storia. Le faccende non migliorano se passiamo ai Romani. Basta prenderne qualcuno a caso, iniziando per esempio da Messalina, nel 1° secolo d. C. Costretta a sposarsi a quindici anni con il più che cinquantenne cugino della madre, fu eletta imperatrice di Roma nel 41. Passò alla storia attraverso i pettegolezzi dell’epoca che la volevano puttana. Le cronache raccontano che irretisse e pretendesse nel suo letto i sudditi più giovani e aitanti, che superasse le prostitute più famose in gare di piacere, che lei stessa si travestisse da prostituta per adescare gli uomini sulla pubblica piazza. Il tribuno che la uccise, nel ‘48, pronunciò una frase che restò famosa nella storia di Roma, almeno quanto le gesta di Cesare: “Se la tua morte sarà pianta da tutti i tuoi amanti, piangerà mezza Roma”.

I serpenti dell’epoca si chiamavano Persio e Giovenale.

Poiché vizi e potere spesso convivono, e il potere è soprattutto maschio, Le vite dei Cesari di Gaio Svetonio Tranquillo non è soltanto una storia storicamente attendibile, ma la cronistoria di pettegolezzi e aneddoti di cattiva condotta e pessima reputazione. Il medioevo, morigerato di nome e meno di fatto, si rivela a tutti gli effetti un lungo periodo segnato dal gossip. A scrivere erano in pochi, che tuttavia attraverso i racconti orali riuscivano a raggiungere un pubblico sempre più vasto. Cominciarono a circolare piccoli aneddoti che descrivevano la vita dei potenti, la loro quotidianità, miserie e nobiltà, per renderli più vicini al popolo. Spesso erano aneddoti che raccontavano vittorie brillanti, festività, cerimonie, morti e matrimoni. Le nefandezze riguardavano soprattutto papi libertini e sovrani cornificati. A volte erano pettegolezzi che sorprendevano, ma che li rendevano ‘umani’. Anche il famoso Galateo di Giovanni Della Casa era un raffinato pettegolezzo della vita di corte dei suoi tempi, ad uso di chi voleva propiziarsi i favori del principe.

Dobbiamo invece alla penna amara di Liutprando da Cremona la descrizione non santa della morte di papa Giovanni XII – deceduto, sembra, tra le braccia di una donna, probabilmente sposata.

Lasciati i serpenti e impugnata la penna d’oca, i gossip dell’epoca raccontano soprattutto storie d’amore. Non sempre lecite, ma sicuramente tali da ispirare anche i poeti: quale storia più romantica, illecita e sublime di quella di Paolo e Francesca?

Regalata alla storia, per espiarsi nella pietà, da un gossiparo d’eccezione: Dante Alighieri. Infatti, chi più e meglio di lui, ha saputo cogliere e divulgare le nefandezze politiche e morali degli uomini e delle donne del suo tempo in un libro eterno?

Capisco che considerare la Divina Commedia un enorme tragico gossip sia improprio e un onore esagerato per gli scribacchini di oggi; ma quante cose ci erano state nascoste dalla storia che invece Dante ha smascherato, proprio nell’Inferno?

Subito dopo Dante al proscenio del gossip si affacciò un altro grande, Pietro Aretino, che con “Il flagello dei principi” riuscì a suscitare nel popolo l’invidia e la rabbia verso i potenti. Cacciato da Roma per ordine di papa Adriano VI, che per molto tempo era stato il suo bersaglio preferito, pare che alla sua morte abbia avuto una lapide così concepita: “Qui giace l’Aretin, poeta tosco; di tutti parlò mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir, non lo conosco”.

Sembra che si debba far risalire a lui anche l’uso delle ‘pasquinate’, foglietti anonimi che dileggiavano clero e nobiltà. Si trattava di scritti che sconfinavano nella satira e che venivano appesi di nascosto sulla statua di tale Pasquino, forse un calzolaio o un barbiere, eretta nel centro di Roma. Questo uso delle pasquinate ebbe seguito anche in altre città rendendo celebri a Venezia il Gobbo di Rialto e a Firenze il Porcellino della Loggia.

Il pettegolezzo diventò calunnia, e fu duramente represso. Andare in giro a leggere foglietti su una statua, con il timore di essere sorpresi e condannati, non doveva essere stato facile neppure per l’epoca. Oltre al fatto che foglietti e maldicenze essendo anonimi rendevano lecito il dubbio che non rispondessero sempre a verità.

Fu quindi necessario aspettare i primi giornali, le gazzette, per avere pettegolezzi scritti non più in punta di penna ma di rotativa.

Sembra che nell’ottocento il potin fosse soprattutto destinato alle signore. Nelle loro gazzette di bon vivre si raccontava di fidanzamenti e matrimoni; di cappellini o di abiti sfoggiati all’Opera; di mariti, e più spesso amanti, di attrici e di chanteuses. Gli scritti critici o fortemente ironici passavano raramente la censura, ma anche per questo erano elemento tenuto in grande considerazione: non si trattava di semplice pettegolezzo, ma di aperta contestazione al potere, alla nobiltà sfaccendata, ai cattivi costumi.

È a questo punto che arrivano il cinema, il teatro, e lo star system che riportano le cose al loro posto. Il pettegolezzo si identifica con l’audience. Con la necessità del parlate pure male di me purché se ne parli.

Questo nuovo genere di gossip nasce in America. E lancia una particolarità, l’identificazione del personaggio cinematografico con l’attore o l’attrice che l’hanno interpretato. I gossip raccontano amori che oltre lo schermo continuano, felici o infelici, nella vita dei due protagonisti del film. Di orfani cinematografici che nella vita ritrovano genitori scomparsi. E il sistema regge bene per attori come Charlie Chaplin, ma anche per personaggi fortemente caratterizzati come Clark Gable, la platinata Jean Harlow, la diabolica Joan Crawford, la fatale Greta Garbo o la piccola ingenua Mary Pickford… Ogni gossip era costruito sul personaggio che questi attori continuavano a interpretare caratterizzando film e vita privata. Non è stato raro il caso, a questo proposito, che alcuni di loro abbiano preso un po’ troppo sul serio il racconto della loro vita e del loro personaggio: esempio recente e malinconico, la vita e la morte di Marilyn Monroe.

Un film di straordinario successo come La dolce vita di Federico Fellini autorizzò la nascita di un nuovo tipo di gossip, quello fotografico. Che dal film ebbe anche un nuovo protagonista, il paparazzo, e assegnò al gossip un nuovo scenario: la strada.

Erano nati intanto giornali di genere diverso, storie fotografiche a puntate – come Grand Hotel delle edizioni Del Duca, o Bolero Film di Mondadori, che creavano nuovi eroi e nuovi spazi. Al pettegolezzo arrivarono anche testate di informazione sociale e politica, affidate a firme eccentriche come quelle di Camilla Cederna e di Irene Brin, che diedero uno stile nuovo, ironico e inconfondibile al pettegolezzo.

E nel 1952 arriva la televisione. E arrivo io, prima presentatrice di una Tv che non c’era. Giornalista, avrei dovuto soltanto scrivere testi per una presentatrice ancora da trovare; ma dopo quattordici provini è stato deciso che era più semplice farmi scrivere i testi e farmeli dire davanti a una telecamera. Da autore ignoto sono diventata la prima presentatrice della televisione italiana. Storia raccontata molte volte, ma qui ha senso ripeterla soltanto per rispondere a una domanda che mi è stata rivolta spesso: anche allora per arrivare davanti alle telecamere era necessario accettare qualche compromesso?

La risposta è no. La televisione stava nascendo, si sperimentava, pagava pochissimo e aveva un bacino di utenza ridicolo. Nessuno si accorgeva del nostro lavoro, della nostra bravura o della nostra bellezza. Nessuno ci riconosceva quando andavamo a fare la spesa. Soprattutto nessuno di noi aveva idea di che cosa sarebbe diventata quella televisione. Che bisogno c’era di compromessi? Di questo sono sicura: le nostre sono state tutte storie di grandi amori che hanno resistito al tempo e al successo. E il gossip TV era ancora lontano.

Il gossip televisivo è arrivato molto più tardi, è storia recente. È iniziato quando l’apparenza, l’improntitudine di servire ignoranza per simpatia e forme per sostanza hanno sostituito la professionalità e la scuola. Quando lavorare in TV è diventato merce di scambio. Il successo misurato non da come lo fai ma da quanto lo fai. Da chi ti protegge. Da chi sposerai.

In questi casi il gossip serve. Mantiene viva l’attenzione su un personaggio, lo riporta all’attenzione del pubblico sovrano, cioè dell’audience. È diventato un gioco che ha le sue regole: il gossip ti sbatte in prima pagina, la gente morbosamente si interessa di te e tu interessi alla televisione perché aumenti l’audience che serve alla pubblicità.

Io ho sempre detto, e non da ora – qualcuno se lo ricorda – che la pubblicità avrebbe salvato la televisione e l’avrebbe rovinata. Purtroppo è quello che sta succedendo.

Quindi non è il gossip, per becero e volgare che sia – e spesso è anche divertente, perché no? – a oscurare la televisione. È quel circuito poco virtuoso che mette in relazione pubblicità programmi e audience. E del quale il gossip, a qualunque livello, è prezioso carburante.

A questo punto della storia, la strada del pettegolezzo si divide per distinguersi: da una parte quello che siamo abituati a considerare gossip – becero, gentile, sorridente, amaro, inutile, forchettone e altro, e che riguarda uno star-system di secondo grado, dall’altra la satira vera, che invece riguarda la società, l’economia, la politica, la scienza e la religione.

La satira è il morso del villano al piede del potente, la metafora del Re nudo.

Il gossip deve far guadagnare un sacco di persone. Niente di male: purché satira e gossip siano onesti.

C’è un altro aspetto del gossip che andrebbe approfondito: in America uno dei soliti sondaggi ha stabilito che il gossip aumenta l’autostima. Come possa aumentare la stima di sé in una ragazza semisconosciuta e seminuda tra le braccia di un calciatore miliardario, forse è intuibile. Ma il politico colto in flagrante tra le braccia di un escort, e sbattuto in prima pagina, in che senso si sente migliore?

Mi sembra più interessante sull’argomento un recente studio di psicologia della comunicazione che esordisce con questa affermazione: L’interesse per il pettegolezzo nasce dalla constatazione della sua onnipresenza. Questa necessità, che emerge spontanea dalla curiosità di sapere i fatti degli altri, anche sconosciuti, senza distinzione di età, sesso, classe, mestiere, esercitata attraverso i comuni mezzi di comunicazione di massa, si impossessa delle facoltà mentali e fisiche degli individui, impedendogli di concentrarsi su altro.

Due miliardi di persone sono state incollate davanti a un teleschermo per seguire le fasi del matrimonio di due ragazzi, in Inghilterra. Sapendo tutto della loro vita, il loro passato, le scaramucce e le riconciliazioni, le amicizie, gli studi, il guardaroba, le manie, i vizi e le virtù. Se a un certo punto della trasmissione si fosse oscurato lo schermo e fosse apparsa una domanda, una qualunque che riguarda la nostra vita, (in questo momento abbiamo alcune domande sul tavolo alle quali ci verrà chiesto di rispondere) come avrebbero reagito quei due miliardi di persone in tutto il mondo?
*Dice di sé.
Elda Lanza. Scrittrice e giornalista ha consegnato in questi giorni un sequel di tre romanzi gialli a dieci editori. Tre hanno detto di sì. Ora le mancano una mela e un serpente 

 

Giancarlo Livraghi - Tettontimento

Sembra uno scherzo. Ma è un problema serio. Definito con quel nome (ironico ma non troppo) sedici anni fa – praticato in ogni cultura umana, da secoli e millenni, per intenzionale inganno o per inconsapevole imitazione. Ma particolarmente imperversante nel complesso sviluppo che hanno oggi i sistemi di informazione e comunicazione

Giancarlo Livraghi*

TETTONTIMENTO

Non si finisce mai di imparare. Ho scoperto recentemente, con sedici anni di ritardo, che in un convegno a San Francisco nel settembre 1995 Zbigniew Brzezinski aveva definito un neologismo: tittytainment. Sono in ritardo anche nell’accorgermi che un autore spagnolo, Gabriel Sala, ha sviluppato il tema (chiamandolo entetanimiento) nel 2007 con il suo Panfleto contra la estupidez contemporánea.

Non è certo una novità nei miei ragionamenti sulla comunicazione. Ne ho scritto molte volte, nel corso degli anni, in contesti diversi. Compresi tre articoli pubblicati nei numeri89 e 10 dell’Attimo fuggente. La guerra quotidiana contro la stupidità (settembre 2008)L’arte di comunicare, così nuova e così antica (dicembre 2008) Il paradosso dell’abbondanza (marzo 2009).

Non è solo un problema della nostra epoca che i sistemi di informazione e comunicazione siano usati per distrarre, confondere, intontire. È sempre stata una pratica del potere, fin dalle origini della nostra specie.

Anche senza arrivare agli estremi che definiamo “orwelliani” per la drammaticamente efficace descrizione che ne ha fatto George Orwell in Animal Farm e 1984 (o a quelli ancora prima, e più incisivamente, proposti da Aldous Huxley in Brave New World) il controllo e la manipolazione della conoscenza sono sempre stati, e continuano a essere, uno strumento di dominio in ogni cultura umana, dalle più ferocemente repressive alle più libere e aperte, ma tuttavia influenzate da chi ha le leve, politiche, economiche o culturali, per influire su ciò che si sa (o si crede di sapere) e sul modo in cui si percepisce.

Dobbiamo però constatare che oggi ha caratteristiche nuove un fenomeno definibile tittytainment. Sul filo dello scherzo, potremmo tradurre “tettontimento”. Ma il fatto è troppo serio per poterlo ridurre a una leggera ironia.

È chiaro che non si tratta solo di “tette”. Né di altre parti del corpo (non sempre e non solo femminile) più o meno esposte o messe in evidenza. È vero, purtroppo, che la proliferazione di scollature e svestimenti, malizie e seduzioni (mentre ovviamente in sé non è né riprovevole né scandalosa) imperversa esageratamente in ogni contesto come strumento di presunta “attrazione” (in realtà, distrazione). Ma sono anche molti altri i modi per cullare, divagare, disorientare, diluire l’attenzione.

C’è un sito web tittytainment.com – in realtà è solo una pagina, messa online nell’agosto 1999 e poi mai sviluppata. Spiega così l’origine del “neologismo”.

«L’inventore della parola “tittytainment” è Zbigniew Brzezinski, che fu per quattro anni, dal 1977 al 1981, national security advisor del presidente Jimmy Carter.5 La usò per la prima volta in un incontro con vari leader mondiali al Fairmont Hotel di San Francisco alla fine di settembre 1995 su invito del “padre della perestroika e della glasnost” Michail Gorbaciov».

«Il dibattito riguardava “il futuro del lavoro”. I convenuti tratteggiarono un nuovo ordine sociale e sembra che tutti fossero d’accordo nel pensare che nella società del ventunesimo secolo il 20 per cento delle persone avrebbe avuto un lavoro e l’80 per cento sarebbe stato tenuto docile, come in uno stato di semi-ipnosi, per mezzo di quello che Brzezinski definì “tittytainment”: una mescolanza di entertainment desolatamente prevedibile, al più basso comun denominatore, per l’anima – e nutrimento per il corpo. La parola “tittytainment” si forma con tits ed entertainment, come se le mamme nutrissero i bambini con la somministrazione di una droga nell’allattamento».

Di quel convegno di sedici anni fa si è perso ogni ricordo – come di tante azzardate profezie sul “nuovo secolo”. Sappiamo che le vicende dell’economia e i problemi del lavoro hanno avuto tutt’altro, e diversamente drammatico, percorso. Ma l’infezione del tittytainment c’è – e continua a peggiorare.

Il metodo più semplice per imporre la volontà del potere è la violenza, insieme alla privazione totale di libertà di informazione. Ancora oggi usato con spietata crudeltà in molte parti del mondo. Ma quando e dove un controllo così brutale non è possibile si ricorre al “tettontimento”. È interessante che nel “coniare” la parola il significato di “tetta” non fosse soltanto seduzione – ma anche somministrazione di intontimento (e perciò stupidità) con il latte materno. La metafora è perversamente chiara. Con false “coccole” indurre all’obbedienza. “Cullare” per assopire.

I buoni genitori, come i buoni insegnanti, sanno che il loro compito non è solo educare e proteggere i bambini, ma anche farli crescere così che da adulti siano in grado di essere indipendenti e responsabili. Tutt’altra è l’intenzione di chi ci vuole rimbambire per tutta la vita.

E non sono soltanto coccole. Si può distrarre e intontire anche con la “cronaca nera”, l’esasperata elucubrazione di delitti e misfatti, orrori e mostruosità, dolori e sofferenze, oltre ogni ragionevole limite del dovere (e diritto) di cronaca. Con la continua proliferazione del futile e dell’inutile. Con interminabili dibattiti su un’infinità di argomenti (compresi i più sordidi o banali maneggi della politica) in cui la confusione e la noia prevalgono su ogni tentativo di capire quali siano i problemi reali – e quali (se ci sono) i modi per risolverli.

Il problema non è che esista spettacolo o informazione “leggera”. Divertimenti, scherzi, fantasie e comicità non sono necessariamente sciocchezze. L’arte di “intrattenere” ha un ruolo piacevole, a suo modo utile. Quando è ben fatta, può essere più educativa di elucubrazioni noiose o dissertazioni incomprensibili. Solo un inguaribile pedante può pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nel divertimento, nel gioco, nella distensione, nelle gradevoli divagazioni. Ma diventano un problema quando servono a soffocare l’informazione, la conoscenza, la libertà, il pensiero, la cultura – e (come vedremo più avanti) a spegnere la responsabilità.

Un caso particolare è quello che oggi, chissà perché, si usa chiamare gossip. Come se un nome straniero potesse attribuire valore o qualità all’ignobile arte del pettegolezzo. Da non confondere con la satira e l’ironia, che sono tutt’altra cosa.

Non mi posso considerare un “osservatore obiettivo” di questo fenomeno, perché sono affetto da quella che, rispetto a comportamenti che sembrano molto diffusi, è un’anomalia. Sono refrattario al pettegolezzo. Prima ancora di infastidirmi, mi annoia. Non ho mai avuto il minimo desiderio di sapere se la signora della porta accanto passa un po’ troppo tempo con l’idraulico – o se qualche personaggio “famoso” non è sempre d’accordo con sua zia.

Ma anche chi ama spettegolare dovrebbe capire che un’overdose, come quella in cui siamo sprofondati, diventa intontimento. Lo sanno tutti gli “addetti ai lavori” – e alcuni lo dicono. Per esempio Maurizio Costanzo. «Il pettegolezzo diverte solo noi giornalisti: ce la cantiamo e ce la suoniamo». O Gianni Boncompagni. «La televisione generalista non la si può vedere. Ormai, ci sono solo pettegolezzi nobilitati come “gossip”». E ovviamente non si tratta solo di televisione. È impressionante la quantità di pagine dedicate da giornali “presunti seri” a ogni sorta di equivoci pettegolezzi.

È evidente anche che si fabbricano. Persone note, o in cerca di notorietà, fanno tutto il possibile per offrire pretesti ai pettegoli. Che siano del tutto falsi, o in parte basati su qualcosa di vero, non ha alcuna importanza. Si racconta che Buffalo Bill dicesse: «parlino pure male di me, l’importante è che parlino». Ma non è un buon motivo per trasformare il mondo in un circo equestre.

Nella disordinata accozzaglia dei pettegolezzi si insinua facilmente la calunnia. Che è un potente strumento per nuocere – o per confondere le idee. Come diceva l’astuto e perverso Charles Talleyrand: «calomniez, calomniez, quelque chose restera». Diciassette secoli prima, con quasi esattamente le stesse parole, Plutarco: «audacter calumniare, semper aliquid haeret». Diversi altri autori hanno espresso concetti molto simili. E c’è la famosa aria nel Barbiere di Siviglia, la calunnia è un venticello…

Truccare l’informazione è sempre stato uno strumento di guerra o di dominio. Ma spesso è inestricabile la mescolanza di calunnie intenzionali, errori di distrazione e sciocchezze ciecamente ripetute.

Insomma il pettegolezzo è una droga – e un veleno. Dai sussurri di vicinato è cresciuto fino a diventare un’onda travolgente di imperante dabbenaggine, un’epidemia di contagiosa stupidità. Ci sono bugiardi così abituali che finiscono col credere nelle loro menzogne. Ci sono sciocchezze così spesso ripetute da continuare a diffondersi come verità rivelate anche dopo che ne è stata scoperta e documentata la falsità.

È così da sempre. Ma la velocità e l’ampiezza dell’onda portante, che è cresciuta come mai prima nella seconda metà del diciannovesimo secolo, poi nel ventesimo oltre ogni limite precedentemente immaginabile, ci porta in una situazione che non abbiamo ancora imparato a gestire. Usata bene, è una grande risorsa. Infettata dal “gossip”, dalla superficialità e dalla fretta, diventa una pandemia.

«Il pettegolezzo è l’oppio degli oppressi», dice Erica Jong. È sempre stato uno sfogo degli oppressi – se non possono liberarsi dagli oppressori, almeno si consolano dicendone male. Ma con l’imperversare del “gossip”, della maldicenza e soprattutto della futilità, è diventato un “doping”, un’assuefazione cronica, che affligge i chiacchieranti quanto i chiacchierati, gli uni e gli altri sempre più intontiti da un meccanismo di cui sono, contemporaneamente, autori e vittime, protagonisti e schiavi.

Diceva Albert Einstein, in una lettera a Heinrich Zangger, nel dicembre 1919: «con la fama divento sempre più stupido, questo ovviamente è un fenomeno molto diffuso».6 Sono passati novant’anni, la diffusione della sindrome è molto cresciuta, ma pochi se ne accorgono – o hanno il coraggio di ammetterlo. (Non è un caso, tuttavia, che alcune fra le persone più intelligenti del mondo si tengano consapevolmente lontane dalle ingannevoli luci della ribalta).

Cinquant’anni dopo, Ennio Flaiano. «La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è nemmeno più la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé». Già allora il pettegolezzo era diventato molto invadente. Ma l’infezione continua a peggiorare.

C’è anche un problema imperversante di villania e “cattivo gusto”. Non è facile (e può essere soggettivo) definire che cosa sia “buon gusto” e che cosa no. Ma è un fatto che stiamo assistendo alla sgradevole, quanto stupida, continua crescita di un’indigesta mistura di insopportabili salamelecchi e grossolane volgarità.

Che urla e insulti, battibecchi e parolacce, sguaiatezze e liti, voyeurismo ed esibizionismo, facciano “salire gli indici di ascolto” o aumentino le vendite dei giornali (o perfino libri) è sostanzialmente falso – comunque effimero. Ma anche se fosse vero sarebbe un percorso senza uscita, perché a forza di “rincarare la dose” si precipita nel vuoto. Perfino l’umorismo è in decadenza, troppo spesso ridotto a banale barzelletta o grossolano doppiosenso.

Prima di avvicinarci a una conclusione, vediamo come l’entetanimiento è definito da Gabriel Sala nel suo panfleto.

«L’entetanimiento non è altro che una mescolanza di “intrattenimento” mediocre e volgare, spazzatura intellettuale, propaganda, elementi psicologici e fisicamente nutritivi con il fine di soddisfare l’essere umano e mantenerlo convenientemente sedato, perennemente ansioso, sottomesso e servile ai dettami dell’oligarchia che decide il suo destino senza permettergli alcuna opinione sull’argomento».

E spiega così il suo effetto. «L’entetanimiento è il migliore fornitore di alibi che sia mai esistito, il prisma attraverso il quale possiamo osservare il mondo senza sentirci colpevoli e senza vederci obbligati ad assumere la responsabilità delle nostre azioni».

È comodo? Così vogliono farci credere. Ma se ci lasciamo rinchiudere in una prigione mentale non siamo noi a scegliere l’arredamento. E il nostro nutrimento è qualsiasi intruglio che qualcun altro ha deciso di propinarci.

Lo fanno apposta? Palesemente si. Ma non solo. I propalatori di intontimento sono intossicati dal loro veleno. A forza di spargere cretinerie, rincretiniscono.

Avevo spiegato questa sindrome in un articolo del 2002 Il circolo vizioso della stupidità che poi è diventato il capitolo 18 di Il potere della stupidità (con diverse analisi del contagio in altre parti del libro).8

Non è un caso che alcune osservazioni su questo argomento si trovino anche nei miei ragionamenti sull’ambiguità della “meritocrazia” (pubblicati nel numero 18, aprile 2011, dell’attimo fuggente) – né che un metodo molto simile al “tettontimento” fosse proposto da Michael Young, come strumento repressivo di una nuova oligarchia, in The Rise of the Meritocracy.

Il problema non è nuovo. C’è sempre stato, fin dalle origini dell’umanità. Ma oggi assume proporzioni e prospettive diverse, con il “paradosso dell’abbondanza”. La quantità di informazione disponibile è enorme. Se non siamo rinchiusi da divieti e censure, tutti possiamo accedere a “quasi tutto”. Ma cercare e trovare non è facile.

E oltre ai limiti e alle deformazioni dell’ambiente in cui viviamo ci sono quelle che nascono continuamente in ogni angolo del mondo. Bubbole e sciocchezze, manipolazioni e travestimenti, possono avere origini remote e arrivarci anche da chi “in buona fede” riferisce qualcosa che non ha avuto il tempo o la capacità di controllare.

Non si tratta di precipitare in uno stato di angosciosa diffidenza, sospettare di tutto e di tutti, vedere imbrogli e inganni anche dove non ci sono. Il rimedio sarebbe peggiore del male.

La soluzione è più semplice – e meno fastidiosa. Avere un’insaziabile curiosità, una perenne voglia di capire, una vivace capacità di “pensare con la nostra testa”.

Può essere impegnativo, per chi non ne ha l’abitudine. Ma è anche piacevole. Con un po’ di pratica diventa istintivo, spontaneo, intuitivo. Quando ci riusciamo è sempre una soddisfazione. Spesso interessante, stimolante, divertente.
*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, che vuol dire soprattutto leggere, tuttavia ha scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere della stupidità” – pubblicato anche in inglese e in spagnolo). Il suo sito http://gandalf.it è online da quindici anni e in continua evoluzione. 

SOCIETÀ Franco Avenia - La scimmia nuda la vestono Dolce & Gabbana

Un seno florido e glutei tondeggianti da sempre sono stati indice di un ottimo stato di nutrizione, di salute, di fertilità. Allora perché impera un modello alternativo di donna magra al limite dell’anoressia?

Franco Avenia*

SOCIETÀ – Dolce&Gabbana, collezione primavera estate 2011

Sfogliando una raccolta di copertine di Playboy dal ‘53 ad oggi, a chi potrebbe venir in mente Lesley Hornby, meglio conosciuta come Twiggy? E già, perché difficilmente la risicata modella degli anni ‘60 vive nell’immaginario sessuale degli uomini. Eppure, fu un fenomeno mediatico di tali proporzioni da creare una significativa rottura nel campo della moda e non solo.

La sua scoperta si deve al fotografo sudafricano Barry Lategan, che lavorava per Vogue. La successiva valorizzazione fu del fotografo britannico David Bailey. La consacrazione avvenne quando, a 17 anni, Mary Quant le fece indossare la minigonna, lanciandola in tutto il mondo.

Era il 1966, fu un fenomeno di costume legato alla moda. Una frattura con i vecchi codici estetici, così come lo furono, appunto, le minigonne, i capelli lunghi dei ragazzi e i Beatles. Ma ha lasciato un segno profondo nella nostra società, costruendo un modello irreale e patologico di donna, seminando sofferenza, disagio psicologico e frequentemente morte. L’inquietante spettro della magrezza a tutti i costi che ha disturbato e disturba le notti insonni di tante giovani (e non giovani) è nato negli anni ‘60, nella Swinging London, e Twiggy ne divenne l’icona.

Certo, lei non fu responsabile, né tanto meno chi la lanciò e, peraltro, allora non era possibile immaginare quel che avrebbe prodotto. La colpa fu (ed è) di altri che hanno cavalcato un’espressione di creatività sfruttandola commercialmente ed imponendo la propria indifferenza ai richiami della femminilità, il proprio disgusto per forme procaci e curve sensuali.

Pochi anni prima, nel ‘58, al Rugantino di Roma, lo spogliarello improvvisato, dalla formosa ballerina turca Aichè Nanà, fece scandalo ed aprì le porte alla Dolce vita. Di lì a poco, le prorompenti forme di Anita Ekberg ne divennero il simbolo. E ancora, per quanto le restò prima della prematura morte, Marilyn Monroe albergò nei sogni di milioni di maschi. Da noi, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Rosanna Schiaffino, Silvana Pampanini e tante altre seguitarono ad incarnare l’ideale fisico della donna: prosperosa, procace e burrosa.

E ciò è continuato e continua negli anni: perché così è.

L’essere umano, si sa, è un mix di natura, cultura ed esperienza.

In lui agisce “l’eterna Volontà di vivere” – come la chiamava Schopenhauer – che si attua in una incessante competizione, che inizia ancor prima del suo concepimento, a livello di spermatozoi. La natura non sa di bene e di male, di giusto o di sbagliato, di bello e di brutto. La natura si manifesta nella necessità della sopravvivenza. All’Uomo questo non è mai piaciuto. Schiavo del suo narcisismo e della sua mania di potenza, da un lato scopre le leggi che regolano l’universo e dall’altro cerca di asservirle. Ma non si accontenta, vuole legittimarle, renderle giuste e si oppone alla natura. Prigioniero di leggi trascendenti e ineludibili, si illude di sfuggirle rendendole umane, rimuovendolo nel profondo della loro inflessibilità costitutiva ed assoggettandole al pensiero, alle regole della mente e della cultura. Nella sua megalomania, crea un modello parallelo, del quale si illude di essere signore e padrone e di poterne comprendere e guidare gli accadimenti, senza rendersi conto che ciò di cui può disporre è solo quel che percepisce, il resto agisce in lui.

Un seno florido e dei glutei pieni e ben tondeggianti da sempre sono stati indice di un ottimo stato di nutrizione, di salute, di possibilità di sostenere una gravidanza anche in carenza di cibo, capacità di allattamento. I geni che sono nell’uomo – e che lo utilizzano per la sopravvivenza – lo guidano, pertanto, in una naturale attrazione verso la donna formosa. Fianchi abbondanti e vita stretta, capigliatura ricca e pelle liscia e ben tirata sono chiari segni di fertilità, che ogni donna dalla menopausa in poi rimpiange. E l’uomo ne è immancabilmente soggiogato, perché la finalità prima del suo istinto sessuale è la riproduzione dei geni-padroni.

Nella nostra evoluzione – come già molti anni fa sottolineò Desmond Morris – quando si passò ad accoppiarsi viso a viso, abbandonando l’incontro posteriore, il seno e le labbra delle bocca presero il posto, come richiami sessuali per il maschio, delle natiche e delle labbra vaginali.

Un seno rigoglioso e labbra turgide rappresentano, dunque, due fondamentali segnali sessuali che, anche in questo momento di confusione di immagine sociale della donna, quale quello che stiamo vivendo, permangono nella loro rilevanza.

Si pensi, infatti, all’omologazione attuale tra i sessi. Teorica parità di diritti e di ruoli. Convergenza verso un normotipo di fisico unisex: glabro e muscoloso. Sostanziale uniformità d’abbigliamento. Libero accesso degli uomini alle creme, decolorazioni e colorazioni dei capelli, anelli, bracciali, orecchini. Insomma, sempre di più, uomini e donne si assomigliano esteriormente (effetto culturale) e ciò ha portato alla tendenza d’esasperare i caratteri sessuali primari (effetto naturale).

Vediamo così che le donne accrescono sempre di più e più frequentemente le misure del seno e delle labbra della bocca (ultimamente anche della vagina); mentre gli uomini danno sempre maggior importanza alle dimensioni del pene, utilizzando i metodi più improbabili per accrescerle o entrando in depressione, quando non riescono ad accedere ad un fallo plastica d’allungamento e ingrandimento.

Collateralmente, notiamo che le nuove generazioni di ragazze, se da un lato si allineano alla tendenza a desiderare seni prorompenti e labbra iperturgide, dall’altro iniziano a non gradire più la curva che si crea tra la vita e i fianchi. Le mitiche misure 90-60-90 stanno andando in soffitta? Probabilmente sì.

Da quando, con l’avvento degli anticoncezionali, si è svincolata la funzione riproduttiva da quella sessuale e quest’ultima ha assunto una rilevanza sociale primaria, i fianchi larghi, carattere di fertilità, sono divenuti inutili ed antiestetici. La ragazza moderna rivendica il diritto alla sessualità più che alla maternità, ingombro che ostacola la libertà, la ricerca del divertimento e del piacere, la carriera, l’autodeterminazione. Probabilmente, in un prossimo futuro, ogni inseminazione sarà artificiale ed extracorporea, come la gestazione. E scomparirà, di conseguenza, anche il parto. Ciò potrà permettere al genere umano di svincolarsi dalle anguste strettoie dell’utero e generare figli macrocefali, liberando, così, la corteccia cerebrale che per troppo tempo è stata costretta in una scatola cranica insufficientemente capiente. Svilupperemo allora potenzialità inespresse? Se così sarà, l’avrà – ancora una volta – voluto la natura ed il genere umano ne prenderà solo atto.

Ma torniamo al corpo femminile, alla magrezza ed ai modelli imposti.

Se la donna, per attirare sessualmente gli uomini, deve essere “prosperosa, piena di curve, procace e burrosa” (altrimenti Hefner, creatore di Playboy, avrebbe presto cambiato mestiere, pubblicando, magari, una rivista di caccia e pesca), perché allora impera un modello alternativo di donna magra al limite dell’anoressia?

Alcune rapide considerazioni: prima, il modello Twiggy, è ambito dalle donne, ma niente affatto gradito dagli uomini; seconda, tale modello è imposto dagli stilisti di moda; terza, tutte le altre forme d’uso (sfruttamento) del corpo femminile ricorrono alla tradizionale immagine di prosperosità, compresa la pornografia.

La donna, in questi anni di grande trasformazione di valori, di costumi e di stili di vita è alla ricerca di una nuova identità. L’abbigliamento – come sempre è stato, ma forse di più – è capace, in una vita veloce, liquida e d’immagine, di connotare facilmente, camuffando o esprimendo quello che si è, si vorrebbe essere o si vorrebbe far credere di essere.

L’industria della moda (soprattutto femminile, per le ragioni espresse) è divenuta un’industria primaria in molti paesi, soprattutto quelli che si arrampicano sulla creatività e la trasformazione (vedi, in prima fila l’Italia).

Così, si è rapidamente sovrapposta alla tradizionale figura femminile un’immagine sociale della donna, stile top model: magra, algida, altera, aggressiva, ricercata. Una donna per “uso” sociale, ma non desiderabile. Una donna con la quale gli uomini amerebbero andare a cene e ricevimenti, ma che scambierebbero sotto le lenzuola con la più modesta, ma formosa collega di lavoro.

Ora, però, se la filiforme mannequin, non piace agli uomini; se i pubblicitari e i porno produttori, che investono somme incalcolabili nel loro lavoro, seguitano a proporre con evidente ritorno l’immagine tradizionale (naturale) della donna; se ci si è accorti (seppur colpevolmente in ritardo) che il modello top model rinforza e promuove l’anoressia; perché dalla moda seguita ad essere imposta questa tipizzazione femminile?

Perché la maggioranza degli stilisti sono omosessuali ed i modelli di femminilità sono trasformati attraverso la loro ottica, dove il corpo femminile, nell’immagine tradizionale-naturale, si trasforma da attraente, in neutro o addirittura repellente. S’impone, dunque, quello che piace agli stilisti gay ed ai loro epigoni: forme spodestate da qualunque richiamo sessuale. Corpi senza identità, utilizzabili solo per appoggiarvi – magari graziosamente – un abito.

Il glamour che avvolge la moda sospinge così una donna alternativa, negazione di se stessa, naturalmente improbabile e pericolosamente accattivante per le menti più fragili, e – più o meno – velatamente si promuove l’omosessualità, come fosse una virtù, un must, invece che una semplice modalità d’essere.

Questo è quello che proviene oggi da un certo tipo di cultura. L’ennesima opposizione alla natura. E, non a caso, questa imposizione culturale contro la natura conduce all’anoressia, alla morte.

Alcuni mesi or sono, il fotografo Oliviero Toscani, cui è stata insensatamente vietata una campagna contro l’anoressia, ha detto: “La moda è in mano agli omosessuali che non amano le donne e pretendono degli attaccapanni; le donne cadono in questo tranello pensando di dover diventare esattamente come i modelli di queste elucubrazioni omosessuali degli stilisti della moda. Con questo nessuno è contro l’omosessualità, ma ogni modo di essere può provocare dei problemi”.

Per evitare qualsiasi accidentale fraintendimento, sottolineo con Oliviero Toscani che questo discorso non ha, neanche in sottofondo, il tono della polemica contro l’omosessualità, ma è volto solo ed unicamente ad evidenziare quali possano essere le matrici di rinforzo ad una problematica drammatica quale l’anoressia.

D’altronde chi lanciò Twiggy non era omosessuale: Barry Lategan ha proseguito la sua carriera immortalando donne bellissime e femminili, lasciando ritratti che trasudano sensualità; David Bailey si è sposato 4 volte, di cui una con la meravigliosa Catherine Deneuve; Mary Quant era felicemente sposata, tanto che il suo matrimonio rappresentò anche uno stretto sodalizio d’affari. Tutto è accaduto dopo, quando dell’acerba mannequin, cheNewsweek descrisse come “quattro arti verticali in cerca di un corpo femminile”, se ne impossessarono gli stilisti – entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo – e ne fecero un modello, una proposta sociale cui non si poteva resistere.

L’anoressia – è ovvio – non esiste perché ci sono gli stilisti gay, ma loro hanno dato e, purtroppo, seguitano a dare un potenziamento culturale a tale dolorosa realtà, proponendo modelli e miti che in una società mediatica si radicano pervicacemente.

La storia recente è ricca di modelli. Si pensi, ad esempio, al sostegno del consumo di droghe che possono aver dato le canzoni di Bob Dylan (Tamburin man, ovvero lo spacciatore, cui si chiedeva: let me forget about today until Tomorrow, lasciami dimenticare l’oggi fino a domani); Donovan, che identificava lo spacciatore con il Kandy man, l’uomo che vende dolciumi ai bambini; o i Beatles che inneggiavano all’acido lisergico (LSD) con la canzone Lucy in the Sky with Diamonds.

Se da una parte agisce in noi la natura, dall’altra la cultura modella le nostre risposte sociali, frammentandole in una miriade di comportamenti individuali che si rinforzano l’un l’altro.

Alcuni anni fa, in Europa e in Giappone, venne condotto uno studio in cui, con l’aiuto del computer, si chiedeva alle donne di scegliere il viso del partner ideale. La gran parte delle donne scelse un viso dai tratti leggermente femminei. La spiegazione fu che i volti dai tratti mascolini ispiravano infedeltà, violenza, disonestà. Con grande sorpresa dei ricercatori, però, le donne che si trovavano nei giorni fertili o cui veniva chiesto di scegliere il viso di un uomo solo per un’avventura, si orientavano verso i visi da macho. Mentre le donne che assumevano regolarmente la pillola anticoncezionale seguitavano a scegliere visi effeminati.

Come spiegare tutto ciò? I tratti decisamente mascolini sono indicatori di virilità, di aggressività, di forza. Tutte qualità da sempre necessarie alla donna per generare figli sani ed assicurare a se stessa ed alla prole protezione e sostentamento. Oggi, però, le donne possono difendersi da sole e sono divenute autosufficienti economicamente, e dette qualità non sono più strettamente necessarie. Meglio avere accanto un uomo più simile a loro, più fedele, che possa aiutarle nel crescere i figli ed accudire le faccende domestiche. Se poi si tratta di un’avventura o del periodo fertile, riemerge le natura che vuole i geni più forti.

Ancora una volta, la cultura si piega e si modella sulla natura. Ciononostante, dove possibile, esprime tutta la sua influenza nelle scelte e nei comportamenti umani. Uomini e donne si incontrano, si attraggono, si accoppiano, si amano.

L’uomo è uno, così come la donna.

Chi vuole, per suo piacere o interesse, proporre modelli alternativi, dimentica la natura, destabilizzando e creando disagio, e quando ha in mano il potere mediatico rischia di fare danni irreversibili.

Scriveva Desmond Morris, nella Scimmia nuda, proprio negli anni ‘60: “Esistono 193 specie viventi di scimmia con coda e senza coda; di queste solo 192 sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è autochiamato homo sapiens. Questa razza eccezionale ed estremamente capace trascorre molto tempo ad esaminare i propri moventi più nobili ed altrettanto ad ignorare quelli fondamentali”.

È passato mezzo secolo e la scimmia nuda ora la vestono Dolce & Gabbana.
*Dice di sé.
Franco Avenia. Sociologo, sofrologo, sessuologo, è nato a Roma, dove tuttora risiede ed esercita la professione, www.francoavenia.com. 

 

CESARE CANALIS

Mia figlia è felice e serena. Chi parla di contratto tra lei e
George lo fa perché spera che provocandola lei risponda. Ma
non abboccherà mai… Tra mia figlia e Clooney c’è sincero
affetto. Elisabetta non accetterebbe mai di fare qualcosa in
cui non crede fino in fondo. E non si presterebbe mai a fare
qualcosa solo per calcolo. Non è da lei. Mia moglie
quest’estate ha conosciuto Clooney e da allora siamo ancora
più tranquilli: come io pensavo ancora prima che lo
incontrasse, è un uomo molto umano, per bene, apprezzabile
per come ha saputo conservare la sua normalità a dispetto
della fama.
(Da “Virgilio Gossip”, dicembre 2009)

AMARCORD Cesare Lanza - Hemingway decise di andarsene cinquant’anni fa e con Mauro della Porta Raffo lo ricordiamo così

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Ernest Hemingway, Mauro della Porta Raffo pubblica una plaquette, intitolata Ernest 1961/2011. In memoria, dedicata allo scrittore americano. La plaquette, che sarà distribuita agli amici, è fuori commercio e si compone di un’introduzione di Raffo, di una serie di magnifici interventi pro Ernest (opera di Italo Cucci, Michele Fazioli, Paolo Granzotto, Cesare Lanza, Giancarlo Mazzuca, Fernando Mezzetti, Andrea Monti, Giampaolo Pansa), di due feroci stroncature (Cesare Cavalleri, Luca Goldoni) e si conclude con un racconto di Raffo ‘alla maniera di Ernest’ intitolato Non gli riuscì

Cesare Lanza

Ernest Hemingway (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961)

Hemingway era un cult tra noi giovani liceali nella seconda metà degli anni cinquanta, inizio sessanta. La nouvelle vague al cinema e gli scrittori americani (Hemingway, Faulkner, Scott Fitzgerald, ma anche i minori, come Erskine Caldwell e John Steinbeck) erano pane quotidiano, discussioni infinite davanti a una birra, per me e i miei amici di Genova…

Una confidenza: ero anche un appassionato lettore di libri gialli e devo dire che sia Hemingway sia Erle Stanley Gardner con il suo Perry Mason mi hanno aiutato a “formarmi”, come giornalista, per le interviste. I loro dialoghi, con stili tanto diversi, mi hanno aiutato molto nell’approccio verso gli intervistati (più letterariamente e romanticamente Hemingway, più incisivamente Perry Mason con quelle sue domande estenuanti che girano come un mulinello sempre intorno allo stesso argomento centrale, per abbattere le reticenze dell’intervistato). Il grande Ernesto mi è rimasto nel cuore quindi, oserei dire proustianamente, anche per il sapore e il rimpianto, i ricordi della giovinezza perduta.

Passando gli anni, l’interesse si è indebolito: ho scoperto e amato altri autori. Ma la vita avventurosa di Hemingway, i legami con Parigi e la Spagna, le corride, i combattimenti di boxe, le sbronze, gli amori, il senso dell’amicizia e dell’orgoglio, la vitalità e l’amarezza della sfida, del combattimento, dell’onore… tutte queste “sue” cose mi sono rimaste dentro. Anche il suo gesto, disperato e dignitoso, di porre fine alla sua vita quando gli pareva di non aver più nulla da dire, corrisponde alle mie convinzioni di libertà assoluta, di questo diritto laico e imprescindibile, anche in termini estremi.

Solo a un uomo straordinario, attento, sensibile e colto come Mauro della Porta Raffo, poteva venire in mente di risvegliare i ricordi di alcuni amici, con un’iniziativa originale, per onorare il cinquantesimo anniversario della morte di questo grande scrittore. Sono lieto di dare un minuscolo contributo, felice e anche grato per l’opportunità di tornare indietro di cinquant’anni con la memoria e di cogliere una stimolante sollecitazione per rileggere alcune pagine che amo particolarmente, da Il vecchio e il mare a Addio alle armi a Per chi suona la campana.

 

 

 

PADRE RANIERO CANTALAMESSA

Il gossip è una delle cose che più inquinano i rapporti umani e
ne mettono in luce spesso l’ipocrisia, mentre essi dovrebbero
essere improntati a una carità senza finzioni. Il pettegolezzo ha
cambiato nome, si chiama gossip e sembra diventato una
cosa innocente. Non basta non sparlare degli altri; bisogna
anche impedire che altri lo facciano in nostra presenza, far loro
capire, magari silenziosamente, che non si è d’accordo.
(Da “Zenit”, aprile 2008)

 

Mario Bernardi Guardi - Rileggere Hemingway a 50 anni dalla morte

Lo scrittore si spara un colpo alla tempia il 2 luglio del 1961. 
Così Hem confessa l’omicidio di 100 prigionieri disarmati

Mario Bernardi Guardi

Ernest Hemingway (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961)

Cinque anni fa ci fu un piccolo (ma micatanto…) «scandalo Hemingway». Vennero cioè pubblicate delle lettere, scritte verso la fine degli anni Quaranta, in cui lo scrittore, che in guerra era stato reporter, aveva lavorato per i servizi segreti e, dopo lo sbarco in Normandia, si era unito alla IV Divisione di Fanteria Americana, si vantava di aver ammazzato «con gusto» un centinaio e passa di prigionieri di guerra tedeschi disarmati. Tra cui un giovanissimo soldato che cercava di fuggire in bicicletta. Ernest gli aveva sparato alle spalle.

In molti pensarono a una delle tante sbruffonate di Hem: «Ernest lo spietato» era l’ultima sua balla. Qualcun altro, però, fece osservare: no, può darsi che abbia detto la verità. Perché nella vita Hem non volle farsi mancar nulla e tutti gli eccessi gli furono cari: tirava di boxe e picchiava sodo, beveva come una spugna, era un donnaiolo impenitente, amava le armi, cacciava gli orsi nelle foreste del Michigan, gli elefanti in Africa, i marlin nel Mar dei Carabi, la violenza e il sangue della corrida lo affascinavano, amava le rivoluzioni, esaltava gli uomini che non esitavano a dare la morte e a sceglierla. Dunque, anche la crudeltà e l’efferatezza di chi ammazza a sangue freddo potevano far parte di un personaggio che tutto voleva sperimentare.

Che dire? Hemingway è morto da quasi cinquant’anni (2 luglio 1961) e si è portato dietro segreti, spacconate e mezze verità. Una cosa è certa: la mattina del 2 luglio 1961 si sparò alla tempia con uno dei suoi fucili perché non ce la faceva più a vivere. Non poteva accettare una mezza esistenza, perché era abituato ad andare «al massimo», ad esprimersi nella più piena e feroce espansione vitale, ad esaltarsi e ad esaltare chi gli stava intorno in una chiassosa, contagiosa esuberanza.

Ora, si sentiva vecchio (ma aveva solo sessantadue anni), stanco, malato (era convinto di avere il cancro), aveva più volte dato segno di squilibrio mentale, era stato sottoposto a diversi elettroshock, la depressione in cui era precipitato assomigliava a un buio senza fondo. Un’ultima sfida, la sua, e di quelle in cui il vincitore è anche il vinto. Aveva incominciato presto, Ernest, a fare a pugni con la vita. E cioè da quando aveva detto due «no», al babbo e alla mamma. Non si sarebbe iscritto all’Università, non si sarebbe dedicato alla nobile arte del violoncello. Gli piaceva scrivere, lo attirava il mestiere del giornalista, e così cominciò a collaborare al «Kansas City Star». Poi, eccolo in guerra. Vorrebbe combattere da volontario in Europa con il Corpo di Spedizione Americana come stavano facendo gli studenti universitari Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner e John Dos Passos, ma non ci vede bene, e così lo arruolano come autista di ambulanza e lo spediscono sul fronte italiano. Dove, a Fossalta del Piave, in una notte di fuoco, tra colpi di mortaio, sventagliate di mitra e schegge assassine, viene ferito gravemente. Portato all’ospedale della Croce Rossa Americana a Milano, ci resta tre mesi e conosce la bella infermiera di origine tedesca Agnes von Kurowsky. Amore divampante. Ma quando Hem ritornerà nella sua città natale, Oak Park, accolto come un eroe, ecco la doccia fredda di una lettera di Agnes: presto si sposerà con un giovane aristocratico italiano. Ad Ernest precipita addosso il mondo. E chi gli dà la forza di sopravvivere? La letteratura. Pubblica le primissime prose, proposte l’anno scorso da una piccola casa editrice di Pistoia («La Corrente», a cura di Francesco Cappellini, Via del Vento Edizioni). Ma c’è già abbastanza materiale biografico per qualcosa di più: il romanzo «Addio alle armi», che uscirà nel 1929. Sono tanti quelli che lo hanno letto. Ancora di più, però, quelli che hanno visto il film (1957, interpreti Rock Hudson e Jeniffer Jones). Del resto, non ci sono romanzi altrettanto «cinematografici» come quelli di Hemingway. Meglio ancora: tratto caratteristico della scrittura di Hemingway – rapida, incisiva, limpida e immediata: questa la lezione che il ragazzo del Michigan aveva imparato come cronista – è quello di assomigliare a una sceneggiatura, bell’ e pronta per esser tradotta in film. Dicendo questo, non intendiamo per nulla sottovalutare Hemingway premio Nobel per la letteratura (1954), ma metterlo a fuoco appieno come un uomo del nostro tempo, uno scrittore che vuole e sa comunicare a un vasto pubblico le proprie esperienze. Perché quasi tutti i racconti e i romanzi di Hem sono frutto di esperienze o vissute o comunque rielaborate. E il linguaggio cinematografico si incarica di rendere il documento ancora più fruibile, perché qui il «medium» è uno strumento che parla alle masse ancor più di quanto non possa fare la letteratura. Hemingway e il cinema. Hemingway è anche il cinema. E cioè la «storia» e la «vita» del Novecento che diventano «naturalmente» cinema.

Pensiamo al ritratto della «generazione perduta» – i giovani intellettuali yankee che «sbarcano» a Parigi negli anni Venti, alla cerca di se stessi e del senso della vita: Hemingway, Fitzgerald, Dos Passos, Pound, Gertrude Stein, Henry Miller – disegnato da Hem in «Fiesta» (1926) e alla «versione» cinematografica che ne fece Henry King nel 1957, affidandosi a «mostri sacri» come Tyrone Power, Ava Gardner, Errol Flynn, Juliette Greco, tutti perfettamente calati nell’atmosfera hemingwayana. E davvero non è possibile dimenticare amore e morte nella guerra civile spagnola raccontati in «Per chi suona la campana» (il romanzo del 1940 e il film del ‘43 con Gary Cooper e Ingrid Bergman) e l’esemplare lotta tra l’uomo e la bestia (un pescecane) de «Il vecchio e il mare» (il racconto è del 1952, il film, con l’icona Spencer Tracy, del 1958). È bello, a cinquant’anni dalla morte, rileggere Hemingway. E «rivederlo».

Articolo pubblicato su Il Tempo, l’8 giugno 2011.

 

ERMINIA MAZZONI

Rilancio allora una sfida. Smettiamola di identificare una parte
con il tutto, di associare l’universo femminile ad un
atteggiamento di condiscendenza verso i soprusi, palesi o
latenti che siano, dimostriamo che l’immagine dell’Italia nel
mondo si costruisce in una logica di condivisione e non di sterile
opposizione.
Sono una donna, politico da oltre quindici anni, da sempre
portavoce di quelle donne per cui le pari opportunità possano
ancora rappresentare un serio argomento di confronto.
Eleviamo il livello del dibattito politico, senza che il gossip
continui a dettare, ovunque, le regole della comunicazione.
(Da “L’occidentale”, aprile 2011 – eurodeputata Pdl)

LIBRI Edoardo Esposito - Elio Vittorini, scrittura e utopia

Il rifiuto della pubblicazione del Gattopardo da parte dello scrittore siracusano resta uno dei momenti più contraddittori della letteratura italiana. Il saggio di Edoardo Esposito, ripercorrendo la parabola letteraria di Vittorini, affronta anche questa nota dolente con razionale lucidità

Edoardo Esposito*

LIBRI – Il Gattopardo, pietra di scandalo per Elio Vittorini

Luogo e occasione fra i più noti e discussi del lavoro culturale di Vittorini, e quindi di (parziale) applicazione delle sue convinzioni critiche e teoriche fu la valutazione in sede editoriale, e la «bocciatura», di un romanzo destinato invece a un lungo e duraturo successo: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Non discuteremo in questa sede del valore dell’opera – ultimamente e fortemente sottolineato, al di là e al di fuori del «caso» entro cui si vuole invece qui restare confinati, da un bel saggio di Francesco Orlando – né delle varie ragioni del suo successo. Ci importa solo riconsiderare la vicenda in rapporto al ruolo che vi ebbe Vittorini, distinguendo il giudizio culturale e letterario che ne resta testimoniato dall’eventuale miopia che gli può essere managerialmente attribuita: l’una e l’altra cosa normalmente e indebitamente mescolate e confuse, nella divulgazione che ne è stata fatta, all’insegna di una pregiudiziale ideologica da cui raramente si sono salvati sia i protagonisti della vicenda che i loro critici.

Riassumendo le vicende e il dibattito di quel tempo, un biografo di Tomasi, David Gilmour, scriveva ad esempio nel 1988 che «L’intellettuale più sconcertato del successo del Gattopardo fu Elio Vittorini», il quale, «imbarazzato dalla faccenda, cercò di giustificare i suoi rifiuti ricorrendo a tesi alquanto strane», anche perché il successo del libro ne aveva reso pubblico non solo l’«errato giudizio», ma aveva inficiato la sua stessa idea di letteratura e di rinnovamento letterario. E mi limito a citare Gilmour perché il suo intervento è di pacato carattere storico, mentre nell’ambito letterario troveremmo posizioni ben più accese, a cominciare dal livore (sarebbe difficile definirlo con altri termini) espresso negli anni settanta da un libro di Giuseppe Paolo Samonà; va invece reso atto al figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, di essere sempre stato in proposito uno dei testimoni e commentatori più equilibrati e corretti: il che non è poco, trattandosi di una delle persone che più avrebbero dovuto dolersi di come andarono le cose.

I due «no» di Vittorini al Gattopardo si situano in due distinti momenti cronologici e in due situazioni editoriali diverse: il primo è datato 22 ottobre 1956, ed è pronunciato nell’ambito della casa editrice Mondadori; il secondo è datato 2 luglio 1957, e l’ambito editoriale è questa volta quello einaudiano.

Nel 1956, all’atto di inviare la propria opera all’editore Mondadori, Tomasi è uno sconosciuto nel mondo delle lettere, e si deve avvalere della presentazione del cugino Lucio Piccolo, che nello stesso anno ha pubblicato i suoiCanti barocchi grazie al sostegno di Montale. Vittorini è invece scrittore affermato e intellettuale di prestigio, che soprattutto tra il ‘45 e il ‘47, con la direzione del «Politecnico», ha fatto molto parlare di sé. Ha un’indiscussa autorità, e una lunga esperienza maturata nei rapporti via via tenuti con Mondadori, Bompiani, Einaudi, che dovrebbe renderlo in grado di valutare oculatamente le proposte editoriali.

Nel caso del Gattopardo, checché se ne sia detto e si continui a dire, il suo giudizio non è affatto negativo. Pur non basandosi, come pare, su una lettura diretta dell’opera, egli capisce dalle schede di lettura che l’editore ha commissionato che il romanzo merita interesse, e lo segnala ai responsabili:

Per i due primi lettori il lavoro manca soltanto di abilità; per il terzo di determinazione morale. Manca comunque di qualcosa che rende monco il libro pur pregevole. Non si può far capire all’autore che dovrebbe rimetterci le mani (e in qual senso?). Intanto restituirei avendo cura di assicurarci che autore rispedisca a noi dopo fatta revisione.

Suggerisce, cioè, di stabilire con l’autore un rapporto che consenta una migliore messa a punto dell’opera garantendosene al contempo la prelazione, secondo una prassi per lui normale nell’ambito einaudiano, ma che non appare invece praticabile ai dirigenti della Mondadori.

Ha scritto Ferretti:

La ragione per cui i dirigenti mondadoriani finiscono per non ascoltare la raccomandazione di Vittorini, si può ricondurre verosimilmente e soprattutto all’atteggiamento complessivo che già da tempo caratterizza una grande casa editrice come la Mondadori: un processo decisionale molto accentrato, una sostanziale insofferenza per i laboriosi e complicati rapporti con gli autori nuovi, per le incerte e lunghe pratiche sperimentali (al contrario di quanto avviene per I gettoni, con eccezioni ora e in seguito […] che non valgono comunque nell’occasione del Gattopardo.

L’ipotesi interlocutoria di Vittorini viene dunque scartata, ma non è a lui che si deve far carico del rifiuto, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto commerciale della questione, dato che almeno una delle schede di lettura parlava di «buona letteratura d’intrattenimento», e dunque faceva immaginare i possibili risvolti positivi dell’operazione, che pur restava da perfezionare.

Su questo primo giudizio ha poi gettato la sua ombra, finendo non solo per oscurarlo ma per capovolgerlo, quello successivo, dato certo con maggiore cognizione di causa e in maniera più dettagliata e esplicita, ma certamente deciso nel suo diniego. Dopo alcuni mesi, infatti, il libraio-editore palermitano Salvatore Fausto Flaccovio invia il dattiloscritto di Tomasi direttamente a Vittorini, proponendolo per la collana dei «Gettoni», e Vittorini ne accusa ricevuta il 16 aprile ‘57:

Caro Flaccovio, La ringrazio molto per il manoscritto Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi che ha voluto spedirmi. Lo leggerò volentieri emi auguro sia veramente buono. Per un giudizio mi dia un po’ di tempo: potrò scrivergliene soltanto fra qualche settimana.

La risposta, datata 2 luglio ‘57, non era priva di apprezzamenti, ma, come ha scritto Gioacchino Lanza Tomasi, «Era il resoconto di una lettura attenta da parte di un intellettuale che, per la sua collocazione, era il meno adatto a recepirlo».

Leggiamo, infatti, la famosa lettera di Vittorini:

Egregio Tomasi,

il Suo Gattopardo l’ho letto davvero con interesse e attenzione. Anche se come modi, tono, linguaggio e impostazione narrativa può apparire piuttosto vecchiotto, da fine Ottocento, il Suo è un libro molto serio e onesto, dove sincerità e impegno riescono a toccare il segno in momenti di acuta analisi psicologica, come nel cap. V [quello che sarà poi il VII, relativo alla morte del principe], forse il più convincente di tutto il romanzo. Tuttavia, devo dirLe la verità, esso non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti, e io credo che questo «squilibrio» sia dovuto ai due interessi, saggistico (storia, sociologia ecc.) e narrativo, che si incontrano e si scontrano nel libro con prevalenza, in gran parte, del primo sul secondo. Per più di una buona metà, ad esempio, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del «giovane signore» siciliano (la recita quotidiana del rosario, la passeggiata in giardino con il cane Bendicò, la cena a Villa Salina, il «salto» a Palermo, dall’amante ecc.), mentre il resto finisce per risultare piuttosto schematico e affrettato. Voglio dire che seguendo passo passo il filo della storia di Don Fabrizio Salina, il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto di un’epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del Principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca.

E in questo senso, per la verità, non mi sembrano letterariamente nuovi i rapporti di Don Fabrizio Salina col nipote «garibaldino» Tancredi o col rappresentante della «nuova classe» in ascesa, Don Calogero Sedara, o il matrimonio di Tancredi con Angelica, la figlia del Sedara ecc. Il linguaggio, più che le scene e le situazioni, mi pare riveli meglio, qua e là, il prevalente interesse saggistico sociologico del romanzo. Mi permetto di citarLe qualche brano […]. Veda ancora, in proposito, il lungo colloquio di Don Fabrizio Salina con l’inviato piemontese Chevalley, da pag. 124 a pag. 133, e soprattutto i «discorsi» del principe al piemontese. Queste, in definitiva, sono le mie impressioni di lettore e gliele comunico pensando che, in qualche modo, potrebbero anche interessarLe. Per il resto, purtroppo,mi trovo nell’assoluta impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il programma dei «Gettoni» è ormai chiuso per almeno quattro anni. Ho già in riserva, accettati per la pubblicazione, una ventina di manoscritti che potranno uscire al ritmo di non più di quattro l’anno.

Il manoscritto glielo faccio avere con plico a parte.

Con i migliori saluti. Suo

Elio Vittorini

Al di là dei contenuti del discorso, è da notare la correttezza di Vittorini: il quale, ricordando i giudizi di lettura già espressi in sede mondadoriana e conoscendo dunque in anticipo il carattere del Gattopardo come del tutto difforme dal tipo di narrativa che egli cercava di promuovere, avrebbe potuto liquidare il discorso con le generiche frasi d’uso, magari appellandosi semplicemente alla sua oggettiva impossibilità di assumere nuovi impegni di pubblicazione. Erano infatti in corso precise trattative con l’editore per ridimensionare o chiudere l’esperienza dei «Gettoni», e l’interruzione avverrà, di fatto, di lì a poco: gli ultimi «Gettoni» saranno pubblicati tra il ‘57 e il ‘58, e si trattava di opere già programmate da tempo. Vittorini, invece, non si nasconde dietro frasi di comodo, e rispetta la prassi abituale nella redazione dei «Gettoni» di lettura, valutazione e discussione del libro proposto, e di una risposta precisa all’autore; tanto che lo stesso Tomasi se ne compiacerà, osservando con Gioacchino: «Come recensione non c’è male, ma pubblicazione niente».

Diverso, naturalmente, il discorso sul «merito» di questa recensione, come si dirà. Ma vorrei intanto aggiungere che anche in sede mondadoriana, nonostante la soluzione burocratica adottata, il libro fu sottoposto ad attenta valutazione, come dimostrano le tre letture che restano testimoniate, compiute la prima da un lettore abituale della casa editrice, Adolfo Ricci, e le altre due da letterati e autori essi stessi di tutto rispetto, Sergio Antonielli e Angelo Romanò. Ora, mi sembra degno di considerazione il fatto che queste tre letture, date come si può immaginare sine ira et studio, con l’unico obiettivo di un’adeguata valutazione, si siano rivelate singolarmente concordi fra loro e con quella successiva di Vittorini nel sottolineare, accanto ai pregi, i notevoli limiti dell’opera. Ed è forse il caso di spenderci qualche parola.

Il Gattopardo viene composto da Tomasi tra la fine del ‘54 e l’aprile del ‘57: poco più di due anni, che vedono una fase di avvio relativamente lenta e una marcia assai spedita in seguito. Alla data del 31 marzo ‘56 ne appaiono composte tre parti, almeno stando a una lettera che Tomasi scrive all’amico Guido Lajolo e in cui parla dell’avvenuta composizione di «un romanzo: per meglio dire tre lunghe novelle collegate tra loro».

Secondo Gioacchino,

queste tre novelle vanno identificate con la prima parte (villa Salina), con la seconda e la terza (il viaggio e il soggiorno a Donna fugata, comprendente i principali episodi storico-politici, fidanzamento di Tancredi, plebiscito, offerta del laticlavio) e con l’ultima (le reliquie).

Ma l’identificazione con le parti attuali del libro è problematica, perché si tratta di parti successivamente ampliate e rielaborate: ciò che originariamente costituiva una «novella», e che probabilmente fu letta come tale dal principe ai suoi amici (cosa che rientrava nelle sue abitudini), non è escluso che divenisse poi un seguito di parti diverse. Poco dopo appare composta anche la parte relativa alla morte del principe (futura parte VII), e il 24 maggio ‘56 quattro di queste parti (I, II, VII, VIII) vengono spedite dattiloscritte a Federico Federici, capo ufficio della segreteria editoriale della Mondadori, con una lettera di accompagnamento di Lucio Piccolo che parla di «un ciclo di novelle intitolato Il Gattopardo».

Dico «quattro» anche se Gioacchino Lanza Tomasi ha parlato di un invio di cinque parti e, alternativamente, di quattro includendo però anche la III nella II. Anche la lettera di Tomasi a Lajolo del 7 giugno 1956 dà il romanzo come ormai composto «da cinque lunghi racconti », precisando che i primi tre «si svolgono nel 1860, anno della spedizione dei Mille in Sicilia, il quarto nel 1883; l’ultimo, l’epilogo, nel 1910»: cosa che rispecchia l’andamento dei primi e degli ultimi capitoli del romanzo. Ma ai dati forniti dalla memoria mi pare meglio sostituire quelli accertabili documentalmente, e che inducono a credere che la parte III – fosse pure già stesa – non fu inviata a Mondadori fino al 10 ottobre 1956, unitamente alla IV che proprio durante l’estate ‘56 si sviluppa insieme a quella e riceve il suo assetto definitivo.

Il 10 ottobre, infatti, Piccolo torna a scrivere a Federici a proposito del romanzo, pregandolo «di accogliere altri due capitoli che erano allora in elaborazione e che adesso ultimati troverà qui acclusi. Essi sono il 3° e il 4° dell’opera ed andrebbero quindi inseriti secondo l’ordine delle pagine». Non si fa menzione di eventuali interferenze o sovrapposizioni rispetto alla parte II già inviata: che quindi doveva essere anche allora quella che noi leggiamo oggi, come ulteriormente si evince dall’esame delle schede di lettura mondadoriane, che non fanno riferimento a nulla che appunto nella I e II parte, oltre che nella VII e VIII, non fosse e non sia tuttora compreso. Questo, perché le schede di lettura sono datate 12 giugno, 5 settembre e 10 ottobre 1956, e non poterono dunque tenere conto delle parti inviate proprio il 10 ottobre: né restano documenti che attestino l’avvenuta presa in esame anche di quegli ulteriori capitoli.

Ecco: quando pensiamo alla «vicenda Mondadori», dobbiamo tenere conto che i giudizi furono dati su una non meglio definita opera (romanzo? novelle?) composta di sole quattro delle otto parti che ne offriranno poi la fisionomia definitiva, e che Vittorini ne vedrà per Einaudi sei delle otto. È pur vero che – si dice familiarmente – per giudicare della bontà di un vino non è necessario svuotare l’intera bottiglia, ma non è meno vero che un romanzo non è fatto solo di un certo numero di belle pagine.

Una delle letture mondadoriane, ad esempio, quella di Ricci, sottolineava l’importanza di certe «pagine a sé», non meno però degli «errori di montaggio»; e Romanò parlava esplicitamente di «sproporzione quantitativa tra i vari capitoli» e di momenti narrativi fra loro separati: «Preso ognuno a sé, i bozzetti hanno una loro vivacità aggraziata e brillante; ma il libro, come tale, non regge»; infine, Antonielli: «Un libro abbastanza buono, non privo di spunti felici, la cui pubblicazione potrebbe essere presa in considerazione se l’A. avesse con maggiore coerenza sviluppato il suo tema».

La scheda di Sergio Antonielli ha particolare importanza sia per l’ampiezza del giudizio che vi è sviluppato, sia per il rapporto che lega Antonielli con Vittorini. L’amicizia fra i due data almeno dal ‘53, quando Antonielli sottopone alla lettura di Vittorini un romanzo, La tigre viziosa, che subito piacerà e che uscirà come «Gettone» l’anno successivo. La simpatia e la stima che immediatamente si stabiliscono è testimoniata dal fatto che subito dopo è Vittorini a chiedere ad Antonielli un parere di lettura su un suo romanzo poi destinato a restare incompiuto, Le città del mondo, e a interpellarlo nel ‘55 per un lavoro comune:

«Caro Antonielli, […] avrei una piccola proposta da farti per un articolo da firmare in due. Per una rivista americana. Ci staresti?».

L’articolo, o piuttosto saggio, verrà effettivamente realizzato, e comparirà nell’autunno del ‘55 sulla rivista «Books Abroad» con il titolo Contemporary Italian Literature: uno schizzo della letteratura contemporanea che, dato il carattere di attualità e l’impegno di critica militante richiedeva necessariamente una buona dose di accordo. Ed è su questa consentaneità che possiamo meglio capire la decisione di Vittorini relativa al Gattopardo, anche in assenza di una lettura diretta del testo.

Osservava dunque Antonielli, dopo un breve riassunto dell’opera:

La trama dunque è fatta di nulla: ancora una volta i fasti e la decadenza d’una nobile famiglia siciliana. Ma quel che l’A. riesce a rendere abbastanza bene è l’ambiente ottocentesco provinciale in cui la vicenda ha inizio. Tale ambiente è messo in risalto principalmente per mezzo di aneddoti. Garbati aneddoti sceneggiati potrebbero essere definiti diversi capitoli, come garbate caricature un po’ tutti i personaggi, dal grande Principe al gesuita religioso-di-casa. Corretti, sullo sfondo, ed efficaci i rimandi al fatto storico dei Mille, e sempre intelligenti le notazioni psicologiche e di costume con cui i personaggi vengono progressivamente costruiti. Per questo aspetto, il libro si legge volentieri e in qualche pagina con piacere.

Come si vede, le notazioni positive non mancano, ma:

Il danno maggiore all’unità dell’opera è però costituito dal fatto che, accentrandosi la vicenda sul personaggio del principe, la conclusione è poi affidata, con gran salto di tempo, alle tre figlie invecchiate e alle prese col Cardinale. Il Principe è il vero tema del racconto nei primi tre quarti: riempie le pagine della sua presenza. Poi, dalla scena in cui Tancredi, il nipote garibaldino, s’incontra con Angelica, la splendida donna che sarà sua moglie, il romanzo si distrae dal suo tema e si frantuma. Praticamente, il salto di tempo con cui si passa alla morte del Principe, e quindi ancora all’ultimo capitolo, appare ingiustificato. Il romanzo, nei suoi pregi e nei suoi limiti, era concluso: seguono due appendici, la prima delle quali (morte del Principe) stona col resto e la seconda appare estranea, un discreto racconto in sé e per sé.

Infine, stile e originalità dell’opera:

Si aggiunga che il modo di scrivere del Tomasi è piuttosto anonimo: corretto, efficace in qualche punto, ma anche convenzionale e risaputo. E la materia stessa del romanzo, lasciata così a presentare in se stessa le sue giustificazioni, finisce con lo sparire in tanta altra letteratura «borbonica» che non riesce, appunto, a superare il livello della rievocazione aneddotica.

La conclusione, di Antonielli come degli altri lettori, era dunque che i pregi del romanzo non ne compensavano adeguatamente gli evidenti difetti:

Buona letteratura d’intrattenimento, perciò. Un libro interessante e anche divertente nella prima metà, che non mantiene le sue promesse e non trova la giusta conclusione da sviluppare dal suo interno.

Questo, per quanto riguarda la vicenda editoriale del Gattopardo: che, dunque, non mi pare affatto condotta con miopia da nessuna delle parti in causa se non, paradossalmente, proprio da Tomasi. Il quale, mandando a Mondadori prima delle parti non ben collegate fra loro e presentandole come «ciclo di novelle», poi integrandole sotto l’etichetta di un «romanzo» tuttavia ancora lontano dall’aver ricevuto adeguato sviluppo, mostra insieme un’ingenuità e un’impazienza che spiegano già da sole la negatività del risultato. Aggiungo che la correttezza dell’operato vittoriniano è stata sottolineata e riconosciuta esplicitamente da testimoni «non sospetti» come il figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, e l’accuratissimo biografo Andrea Vitello. Gioacchino ha ricordato del resto che alla lettura che il principe andava facendo agli amici dei capitoli via via composti, «Nessuno vi vide un gran romanzo», e lo stesso Bassani, che ne fu invece entusiasta fin dalle prime pagine, riconosceva come gli altri lettori che lo svolgimento ne risultava a un certo punto monco, strozzato, tanto che fece lui stesso ciò che Vittorini aveva suggerito a Mondadori di far fare: cercò, cioè, le pagine che lo potessero completare, e le trovò perché l’autore stesso, forse spinto da analoga insoddisfazione, vi aveva di fatto posto mano, lavorandovi fino all’aprile 1957.

La storia della mancata pubblicazione del Gattopardo, dunque, costituisce un vero e proprio capitolo della sua storia critica, o piuttosto della sua «preistoria», ma non si può contrabbandare come esempio dell’insensibilità estetica o della sordità ideologica dell’ambiente editoriale e di Vittorini in particolare. Fino a questo punto, infatti, abbiamo visto la vicenda svolgersi su un piano squisitamente letterario; le riserve dei lettori mondadoriani – ci trovino oppure no concordi – riguardano il linguaggio, la struttura, il grado di originalità o meno che caratterizza la narrazione; e anche la lettera di Vittorini si mantiene, come si è visto, sullo stesso ordine di considerazioni: vi si parla di linguaggio e impostazione narrativa «da fine Ottocento», di «acuta analisi psicologica» ma di squilibrio in senso saggistico della scrittura, di situazioni e rapporti «letterariamente non nuovi». Il rifiuto che se ne concludeva era dettato dall’idea stessa di letteratura che Vittorini cercava di affermare attraverso la sua collana, e che era improntata al valore della ricerca e della sperimentazione assai più che a quelli della bella pagina.

Rifiuto letterario, dunque e nonostante tutto, anche se non ci nascondiamo che – essendo ogni opera artistica creazione di un mondo e proposta di un’interpretazione del mondo – il giudizio che se ne dà implica un confronto e magari un conflitto di tipo ideologico, o meglio filosofico: come bene mostrerà la successiva «storia critica» delGattopardo.

Vittorini, lo sappiamo, si batteva per un programma di politica culturale, per una letteratura che non si accontentasse (l’aveva detto in «Politecnico ») di una funzione consolatoria, ma che sapesse farsi parte attiva della vita e dei problemi dell’uomo: non poteva provare simpatia per un’opera che si affida tuttora nel ricordo dei lettori a una massima come «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; ma, per quanto si possa criticare la sua posizione, essa era lungi dal costituire un semplice giudizio di gusto, e ne va riconosciuta la coerenza all’interno di tutto il lavoro letterario da lui compiuto fin dagli anni trenta. Le stesse riflessioni teoriche che egli conduce nei suoi ultimi anni, e che abbiamo visto consegnate nella loro incompiutezza e disorganicità al volume postumo Le due tensioni, sono caratterizzate da un tipo di istanza e da un’intransigenza che sono forse difficili da accettare, ma che costituiscono testimonianza di lucidità e coraggio intellettuale. Basti ricordare che il rifiuto opposto all’insufficiente grado di novità artistica altrui, Vittorini lo applica prima di tutto a se stesso, precludendosi di pubblicare quanto gli appaia ormai inadeguato alla realtà moderna e alle sue esigenze, come meglio vedremo nel prossimo capitolo. E rimarrà infatti nel cassetto il romanzo Le città del mondo, interrotto per quella che egli dirà la sua «avversione e antipatia per il romanzo lungo, complesso e costruito», carico «di tessuto connettivo» e dunque «non moderno». Sono dichiarazioni dell’agosto 1957: la concomitanza con il giudizio sul Gattopardo non ha bisogno di essere sottolineata.

A questa ricostruzione dei fatti vanno aggiunte le testimonianze rese in più occasioni da Raffaele Crovi, a lungo collaboratore di Vittorini e in particolare facente parte, con Vito Camerano e Giuseppe Grasso, della redazione milanese dei «Gettoni». Si veda in particolare il suo Il lungo viaggio di Vittorini, dove si rivela apocrifa la stesura dell’incriminata lettera vittoriniana:

Il 27 marzo ‘57 Salvatore Fausto Flaccovio inviò a Vittorini […] un dattiloscritto de Il gattopardo formato dai capitoli I, II, III, IV, VII, VIII. Il testo fu letto da Giuseppe Grasso e da me; demmo conto della nostra opinione in due relazioni; Vittorini le lesse e le «riscontrò» esaminando personalmente il testo; discutemmo a tre l’impostazione di una lettera da inviare all’autore; essendo la collana «I gettoni» avviata a chiusura, ed essendo già partita la progettazione de «il menabò», si sarebbe potuto motivare la restituzione del testo con l’«emergenza editoriale»; Vittorini decise, invece, di scrivere all’autore e non al libraio una lettera con giudizio di merito, la cui stesura fu affidata a Grasso.

Il fatto non altera comunque la questione, sia perché Vittorini, firmando la lettera, se ne assumeva comunque la responsabilità, sia perché egli ha confermato quel giudizio in tutte le occasioni che lo hanno successivamente visto coinvolto nella polemica. È sempre Crovi a ricordare ad esempio l’intervista rilasciata a Roberto De Monticelli e pubblicata sul «Giorno» del 24 febbraio 1959, in cui a una domanda sul Gattopardo Vittorini rispondeva:

Il libro è certo piacevole, e si pone senza dubbio su un elevato livello letterario, ma non è di alta statura. Fosse uscito intorno al 1930 si potrebbe collocarlo nella storia letteraria italiana un po’ più su (ma anche tanto più a destra) delle fatiche di Nino Savarese. Uscito oggi finirà per restarne al di sotto. È una seducente decantazione dei Viceré di Federico De Roberto a livello della prosa dei cosiddetti rondeschi. Poi io non posso soffrirne, in particolare, diverse cose che pur ne determinano l’esistenza. Quel «senno di poi», per esempio, che l’autore ha messo dentro al suo personaggio, e anzi addirittura sulla sua bocca, invece di profonderlo (come sarebbe stato veramente da romanzo storico) nelle cose intorno a lui. Oppure, per fare un altro esempio, quella sua concezione della morte (e cioè della paura di essa, e della sua accettazione) che è così vecchia e scontata, così antiquatamente patetica, perfino con la bella donna che appare in ultimo come s’è visto addirittura nel film sulla vita di Toulouse-Lautrec. Oggi è ben altro il modo in cui gli uomini temono e aspettano la morte, e l’accettano.

L’impressione che si ricava da questa nota – bisogna dirlo – non è gradevole; Vittorini è sulla difensiva (in quattro mesi erano state vendute del Gattopardo 40.000 copie) e l’equilibrio della sua posizione – esposto sulla ribalta di un grande quotidiano – cede al gusto della polemica e della rivalsa che hanno sempre costituito parte importante del nostro giornalismo e della nostra politica. Quel riferimento a una «destra » evocata non senza intenzioni di spregio introduceva nel dibattito qualcosa di spurio e di stonato, anche se non ingiustificato rispetto allo spirito dell’opera. Eppure, vorrei sostenere, Vittorini si batteva comunque per un obiettivo che non era soltanto politico (le sue posizioni, del resto, erano andate alquanto mutando nel corso degli anni cinquanta, e si potevano dire vicine a un liberalismo di tipo anglosassone), ma che era di politica culturale, per una letteratura che non si accontentasse più (l’aveva già detto in «Politecnico») di una funzione consolatoria, ma che sapesse farsi parte attiva della vita e dei problemi dell’uomo evitando di lasciare il tempo (come egli diceva dell’opera di Tomasi) «tale quale lo trova»45. Una posizione che rimanda a un illuminismo di tipo radicale e che si può anche giudicare astratto o velleitario, ma che neanche in questo caso è guidato da miopia o malafede-
*Dice di sé.
Edoardo Esposito. Insegna Letterature comparate e Teoria della letteratura presso l’Università di Milano. Collaboratore di riviste come Belfagor e L’Indice, ha curato di Elio Vittorini, con Carlo Minoia, il volume Lettere 1952-1955 apparso presso Einaudi nel 2006, cui sta per seguire quello del periodo 1956-1965. Fra le sue opere, Poesia del Novecento in Italia e in Europa (Feltrinelli, 2000) e Il verso. Forme e teoria (Carocci, 2003). 

Parmantò - Sposati e sii sottomessa Vademecum per le donne di Costanza Miriano

SPOSATI E SII SOTTOMESSA. PRATICA ESTREMA PER DONNE SENZA PAURA

La giornalista Costanza Miriano sfida i luoghi comuni legati al mondo delle donne e al loro rapporto 
con gli uomini indicando alle une e agli altri una nuova prospettiva da cui guardare e guardarsi

Parmantò*

Costanza Miriano

In un momento storico in cui siamo bombardati da romanzi e da film in cui le relazioni uomo donna sono scanditi da titoli catastrofici, da sfida finale, cito per esempio Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, Maschi contro femmine eFemmine contro maschi di Fausto Brizzi, uscire con un vademecum dal titoloSposati e sii sottomessa, della giornalista Rai Costanza Miriano, è a dir poco controcorrente. Atteggiamento che cresce esponenzialmente se all’invito del titolo si fa seguire l’indicazione del sottotitolo: Pratica estrema per donne senza paura.

Ora, credo che se ad una donna si chiedesse a bruciapelo di seguire l’imperativo del titolo, specie di questi tempi, la maggior parte di queste risponderebbe in malo modo o quasi (perché, immodestamente, questa è stata la mia reazione)… l’idea della sottomissione, infatti, ha un effetto repellente immediato, quasi come quando scorgi ai piedi di un uomo un calzino bianco di spugna in una scarpa elegante. Eppure, se sempre a bruciapelo, alla stessa donna si chiedesse se sia senza paura la maggior parte direbbe di sì, che specie di questi tempi è necessario che una donna non abbia paura.

E allora perché la Miriano ritiene che l’imperativo del titolo, quello Sposati e sii sottomessa – mutuato da San Paolo – possa essere complementare ad una pratica, per lo più estrema, per donne senza paura?

La risposta è nel libro, organizzato come un romanzo epistolare, in cui ciascun capitolo corrisponde ad una lettera indirizzata ad una persona specifica: amiche per lo più, come Monica, Margherita, Agnese, Stefania, ma anche alle figlie Livia e Lavinia… La sensazione finale, però, è che quella persona particolare corrisponda ad una tipologia più ampia di donne (e uomini, che pure non mancano), al punto che leggendo ci si riconosce in ciascuna di esse.

Così c’è Monica scossa dall’amletica domanda “perché sposarsi?” o Cristiana con la quale la Miriano affronta il problema di come conciliare lavoro e maternità. E poi ancora la lettera alle figlie Livia e Lavinia alle quali, senza troppi giri di parole, dice che arriva un momento nella vita in cui bisogna assumersi le proprie responsabilità, che esiste un giusto e uno sbagliato, che bisogna ribellarsi al giovanilismo delle sliding doors – l’altra vita possibile che avremmo vissuto se avessimo preso l’altro vagone della metro…

E poi c’è la lettera indirizzata a Margherita, nella quale la Miriano spiega quello strano participio del titolo, quelsottomessa così poco condivisibile ad una prima lettura. Margherita, ovvero chi sta sotto regge il mondo. Dunque, sin da subito, una prospettiva diversa da cui guardare alla sottomissione. E poi nella sue riflessioni la Miriano aggiunge:

Quando parliamo – sottovoce per evitare il linciaggio – di sottomissione dobbiamo uscire dal linguaggio del mondo, che legge tutto nell’ottica del dominio, del potere. Il nostro Re sta in croce, però così ha vinto contro l’unico nemico invincibile, la morte. Anche noi quindi dobbiamo uscire dalla logica del potere, capovolgerla completamente. Innanzitutto perché la sottomissione non viene dal deprezzamento, non la si sceglie perché si pensa di non valere. E poi perché è il frutto della scelta della donna è il fatto che l’uomo sarà pronto a morire per lei.

Quando san Paolo dice alle donne di accettare di stare sotto, non pensa affatto che siano inferiori. Anzi, è al cristianesimo che dobbiamo la prima vera grande rivalutazione delle donne… La sottomissione di cui parla Paolo è un regalo, libero come ogni regalo, che sennò sarebbe una tassa. È un regalo di sé spontaneo, fatto per amore. Rinuncio al mio egoismo per te…

Il problema è che noi per molti secoli e in molte culture siamo state “messe sotto” non in quest’ottica di dono libero e spontaneo, ma con la logica del potere e della forza, la logica del mondo. E quindi parlare di obbedienza tocca dei nervi scoperti. Il femminismo, in questo senso, ha avuto il merito di portare avanti istanze di giustizia, quando di giustizia ce n’era poca (e in molte culture non cristiane continua ad essercene pochissima). Solo che ha dato risposte sbagliate, e ha prodotto anche tanta infelicità. Nuova schiavitù in donne che credono di essere liberate e invece forse hanno sbagliato mira.

“Verso tuo marito sarà il tuo istinto ma egli ti dominerà” dice la Genesi. Qui è nascosta una scintilla, una via per la felicità. Già qui, su questa terra.

E quindi la donna obbedisce perché sa ascoltare, non perché si deprezza… quando una donna si mette al di sotto non per essere schiacciata ma per accogliere, indica la strada anche all’uomo, e a tutta la famiglia. La donna precede l’uomo, che ha bisogno di essere accolto…

Amare per prime, ma amare anche per ultime. A noi sta il compito di continuare ad amare, di mantenere il fuoco acceso in casa. Una fedeltà che può diventare indispensabile nei momenti in cui l’amore – che non è solo un sentimento ma prima di tutto un comandamento – richiede anche una forte, sicura decisione. Ci vuole una grande decisione per esempio per non tradire il matrimonio quando si viene tradite…

Perdonare non vuol dire dimenticare quello che è successo. Non è non guardare in faccia il dolore. Non è non dargli importanza perché bene e male alla fine sono indistinti. Non è indifferenza. È decidere di arginare il disordine e di far vincere il bene.

In questa pratica estrema le donne, ma anche gli uomini, non sono mai lasciati da soli, ma tutto è fatto alla luce e con la fiducia di un appoggio incondizionato del Principale.

 

*Dice di sé.
Parmantò. Oui, c’est moi. 

STUDIO 254 Fabio Marson - Dentro l’Italia dei Valori Storia e voci di un partito, di Luca de Carolis

Per la Limina Edizioni, il giornalista Luca de Carolis tratteggia, con obiettività, la parabola politica del partito di Antonio Di Pietro che, pur sfiorando spesso il filo dell’acqua, riesce a non affondare

Fabio Marson*

L’Italia dei Valori nasce a Sansepolcro il 21 marzo 1998. Non è un partito, ma un movimento d’opinione, coerentemente con quanto affermato dal suo fondatore Antonio Di Pietro tre anni prima: “Mi sono formalmente impegnato a non entrare in politica”. Ma com’è noto i fatti cambiano presto: il 26 settembre 2000 nasce a Roma il partito Italia dei Valori.

Amato, corteggiato, discusso e odiato, il partito dell’ex magistrato eroe di Mani Pulite cammina con le proprie gambe, dà supporto e dà intralcio a partiti e a coalizioni maggiori. Tra tonfi caporettiani e vittorie di rispetto.

Luca de Carolis, giovane giornalista del Fatto Quotidiano, si addentra nella storia del partito forse più sfuggente degli ultimi anni e ricostruisce la sua storia, con quello spirito da medico anatomopatologo (così lo definisce con esattezza Luca Telese nella prefazione del libro) che è l’unica via a un lavoro onesto. Forte di una solida documentazione costantemente indicata, lo scrittore romano non si pone altri obiettivi che quello di ricostruire i fatti così come sono successi. Operazione tanto semplice quanto insidiosa, soprattutto se oggetto del racconto è un mondo vario e complesso come quello del dipietrismo.

Organizzato per anni e sottocapitoli, a metà strada tra gli annales e i manuali di storia, de Carolis racconta l’Idv partendo dal suo leader Di Pietro. Un homo novus che alla fine degli anni Novanta si presenta all’Italia come l’alternativa efficace e sacrosanta a una politica corrotta, figlia di Mani Pulite e delle contaminazioni mafiose.

Il suo obiettivo è ottenere i rapidi consensi di quella grossa fetta di cittadini che non si riconosce più nei partiti tradizionali. Una scaltra intuizione indossata come caratteristica distintiva. E, almeno nei primi tempi, Di Pietro sembra riuscire nel suo intento, galoppando verso lo scontro finale che lo vorrebbe unico matador del nemico numero uno: Silvio Berlusconi. La realtà, però, gli si dimostra presto in tutta la sua complessità. È abile de Carolis a raccontare i complessi intrecci della politica italiana attraverso lo sguardo del neonato partito che sta muovendo i primi passi.

L’Idv, deboluccio ma tenace, tocca con mano i grandi eventi che coinvolgono e sconvolgono il Belpaese: lo scandalo delle numerose leggi ad personam, le infime coalizioni di centrosinistra (l’Ulivo, l’Asinello, il Triciclo, l’Unione fino all’attuale PD), spesso vere e proprie Armate Brancaleone all’assalto delle roccaforti berlusconiane, le strizzatine d’occhio a Occhetto e Grillo poi risolte in infuocate prese di distanza, gli scandali di Unipol e P3 fino alle recenti, dolorose pugnalate di Razzi e Scilipoti passati al nemico.

Il ritratto che ne esce è quello di un partito che ha sofferto una leadership autoritaria e soffocante (un punto in comune con Berlusconi?) che ha finito per generare numerose spaccature interne, forse quanto di peggio si possa augurare a una realtà che vuole proporsi come compatta e cristallina. Le correnti interne e contrarie, guidate dai popolarissimi Luigi De Magistris e Sonia Alfano, che trascinano con sé gli attriti incandescenti pure con il cresciuto Movimento 5 Stelle, sembrano spesso togliere il sonno all’ex magistrato dal pugno duro e dagli intenti sacrosanti.

De Carolis non scivola nella prosa né in prese di posizione, e riesce lo stesso a ritrarre le difficoltà umane di un uomo che svezza la sua creatura, un politico senza dubbio abilissimo nel far parlare di sé e nell’arringare le folle, in grado di mantenere l’equilibrio tra i grandi barconi dei partiti maggiori, sfiorando spesso il filo dell’acqua, ma senza affondare mai. Un don Chisciotte della politica italiana, che si fa male e si rialza, che subisce critiche e attacchi difficilmente gestibili nella selva delle contraddizioni che gli viene tatuata addosso, a ragione o a torto.

Dentro l’Italia dei Valori è figlio di un intento semplice e onesto, impreziosito da uno stile fresco e asciutto che non cade mai nella trappola delle considerazioni personali, botole aperte che violano il patto di oggettività con il lettore e guastano la sua ricerca di chiarezza.

In poche parole, è un lavoro degno di un giornalista obiettivo.
*Dice di sé.
Fabio Marson. Triestino, cinefilo, bassista. Ama i gatti, i libri e dormire all’aria aperta. Gli piace viaggiare, rigorosamente senza soldi. Una volta capito questo, avete capito quasi tutto di lui. 

 

ANDREA BALLARINI

Il pettegolezzo era una roba sordida, il gossip è chic.
Come il vibratore, che da quando si chiama dildo se ne può
parlare anche a tavola.
Citare fantasiose etimologie della parola gossip lascia intuire
che sotto la facciata frivola siete profondi e rigorosi.
Gossip era un’espressione degli ambienti politici anglosassoni
che viene da “to go sip”, cioè andare al bar, bere qualcosa e
prestare orecchio a quel che si dice. Da dire a una cena di
liberal per rivendicare con discrezione la propria leadership
intellettuale.
Se qualcuno delle Iene vi chiede se conoscete il nome del
presidente della Repubblica, è molto avanti rispondere che
non vi occupate di gossip.
Scuotere dolentemente il capo e interrogarsi su dove finisca la
cronaca politica e dove cominci il gossip.
(Da “Il Foglio-Manuale di Conversazione”, settembre 2010)

Placido Cavallaro - Le predizioni dell’editore Alessandro Orlando

Lepre edizioni è un gioco di parole: modificando, infatti, la scansione delle sillabe si ottiene la parola predizioni. Questa la mission di una casa editrice che in un momento di Kali Yuga, come direbbero gli Indù, ha scelto di pubblicare libri che danno speranza

Placido Cavallaro*

Nella splendida cornice di una Roma appena primaverile abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con un ricercatore di matematica e professore di liceo ieri, scrittore e fondatore di una casa editrice La Lepre Edizioni oggi, Alessandro Orlandi.

Se dovesse descrivere se stesso in una chat cosa direbbe?
“Direi che sono una persona curiosa…. Appassionata di musica, cucina, scrittura, scienza, fantascienza, storia delle religioni e di tutto quello che è paranormale”.

Una persona curiosa… Converrà con me che oltre alla curiosità ci vuole anche una buona dose di coraggio per fondare, in questo momento storico, una casa editrice?
Fino a 4 anni fa facevo un altro lavoro. Mi occupavo di un museo di strumenti scientifici ed ero professore di matematica e fisica al liceo Visconti di Roma. Prima ancora ero ricercatore di matematica all’università di Pisa. Parallelamente avevo un’altra attività che era quella di scrivere libri di storia delle religioni… Quattro anni fa, a più di 50 anni mi sono licenziato e ho cambiato completamente vita.
Più che essere una prova di coraggio è seguire il proprio istinto, la propria vocazione. Uno con gli anni si conosce meglio, certo devo dire che più che coraggio ci vuole una certa dose di incoscienza”

Come è andata?
“Abbiamo pubblicato i primi libri nell’ottobre del 2008. Il 2009 è stato un anno in perdita perché sconti gli investimenti fatti. Il 2010, contro ogni pronostico, è stato un anno in attivo grazie specialmente al libro Ipazia di Adriano Petta e Antonino Colavito che ha venduto più di 30.000 copie”.

Quali sono i criteri di scelta di cosa pubblicare?
“La scelta in parte riflette i gusti dell’editore, in parte è storia d’istinto… sesto senso”.

La prima pubblicazione che avete fatto?
“Facciamo uscire i libri a gruppi di due o di tre. I primi sono stati: Alice nel paese degli psicanalisti di Rauda Jamis e Scappa scappa galantuomo di Gaetano Parmeggiano e Max Rusca; poi nel secondo gruppo Il mio corpo in nove parti di Raymond Federman e Dizionario dello snobismo di Philippe Jullian”.

Come fate a farvi conoscere dal pubblico?
“Tra la scelta del libro e la nostra c’è un lavoro enorme, l’editing, la correzione bozze, la selezione della copertina… quindi il lavoro di promozione del libro: in parte per noi lo fa il nostro distributore, CDA; in parte lo facciamo noi con i giornalisti. È un lavoro difficile perché in Italia escono ottantamila libri l’anno, le persone che si occupano di libri sono letteralmente assediate… l’assedio a forte Apache… di chi sventolando il proprio libro vorrebbe che tutti ne parlassero; è fondamentale avere dei buoni comunicati stampa, dare un’immagine del libro facilmente recepibile: perché hai pubblicato quel libro? Per questo motivo sulla copertina delle nostre pubblicazioni abbiamo la domanda della lepre che riassume il libro”.

Quanto è importante avere un gruppo di lavoro affiatato?
“Moltissimo… se non c’è un gruppo di lavoro affiatato muori sotto la fatica della dispersione di quello che bisogna fare; con un gruppo di lavoro affiatato puoi affidare una fetta di lavoro dimenticandoti, per un certo tempo, che quel problema esiste e facendo bene altre cose: nel mio caso c’è mia sorella Sabina Orlandi, mia nipote, l’addetto stampa Giulia Villoresi, la segretaria amministrativa Cristina Adolfi, Alessandra Chrivino per le pubbliche relazioni, la new entry Valerio Pizzardi”.

Cosa La Lepre Edizione ha in programma di pubblicare, cosa c’è in cantiere?
“Dopo il 2010, che per noi è stato un anno straordinario, le cose non vanno ancora bene. Ci sono però dei libri che sono usciti o stanno per uscire: una straordinaria traduzione dell’Iliade; il romanzo La Pazzia di Dio di Luigi De Pascalis, che è un autore che amiamo molto e di cui abbiamo pubblicato già tre libri; L’uomo che inventò se stesso di Emilio Ravel, sulla vita di Giacomo Casanova; il romanzo Chut! zitto dello scrittore americano Raymond Federman, la storia della sua infanzia ebraica a Parigi, Chut! zitto! è l’ultima parola che la signora Federman sussurra a suo figlio nascondendolo nel ripostiglio d’un misero appartamento di Montrouge: siamo nel luglio 1942 e in Francia sono in corso i rastrellamenti nazisti; Un altro albero di gulmohar, viaggio dalla grigia Londra del dopoguerra al Pakistan di Aamer Hussein; e poi I segreti di Pitagora, thriller avvincente ambientato nel VI secolo a.C. fra Caulonia e Crotone in Magna Grecia. Un viaggio nel pensiero di Pitagora dedicato agli amici della matematica e ai giovani curiosi del mondo; infine anche una biografia su Isaac Newton”.

Perche proprio Lepre Edizioni?
La Lepre edizioni è un gioco di parole, la nostra casa editrice, in un momento di Kali Yuga, come direbbero gli Indù, di difficoltà collettiva ed individuale a proiettarsi nel futuro, ha scelto di pubblicare quei libri che danno una visione e una speranza per il futuro.
Libri che abbiano la capacità di dare una visione nuova della realtà, una visione per cui uno si possa proiettare nel futuro con un filo di speranza: dice il mito che nel fondo del vaso di Pandora resta solo una cosa che è la speranza; ecco libri che ci diano speranza. Per cui Lepre Edizioni contiene il gioco di parole Le Predizioni.
La scelta della lepre anche perché è un animale mercuriale, gli antichi lo vedevano nelle macchie della luna; per gli alchimisti rappresentava il mercurio e Mercurio per i greci era il messaggero degli dèi: dio protettore dei viaggi, dei viaggiatori e della comunicazione. La lepre è un animale adatto a rappresentare una casa editrice”.

Che ruolo ha la famiglia nella sua vita?
“Ho un figlio di 19 anni a cui voglio molto bene. Suoniamo insieme… studia fisica ed è socio della mia casa editrice. Sono divorziato ed ho una fidanzata. Mio padre e mia madre hanno, indubbiamente, delle cose in comune con me e mi hanno trasmesso la loro curiosità. Mio padre, non c’è più, era una persona molto vivace intellettualmente, così come mia madre, grande lettore e appassionato di scienza e storia”.

Lo studio della matematica le è stato utile in questo lavoro?
“La matematica è alla base della capacità di ideare modelli che ci aiutano a predire i fenomeni, a controllarli e anche a comprenderne, fondamentalmente, la struttura dell’universo. La matematica è una lente d’ingrandimento per l’anima se la si usa bene. Sì, mi ha aiutato soprattutto nel metodo”.

Professore, scrittore, editore, padre, che consiglio dà alle nuove generazioni?
“Coltivare le proprie passioni e la propria vocazione non ci si può sbagliare”.

Un consiglio a chi si vuole occupare di comunicazione?
“Bisogna avere una visione chiara del proprio tempo: uno è un rappresentante sulla terra del Dio Mercurio, deve capire cosa si vuole trasmettere”.

Un consiglio tecnico?
“Curare molto bene la compressione di questa rivoluzione che sta avvenendo tra il passaggio dalla carta all’editoria on line”.

Cosa la coinvolge di più del lavoro che fa?
“Una è la scoperta del tesoro nascosto di un libro bellissimo che nessuno conosce e che nell’attività di scopritore di talenti si riesce a far conoscere al mondo. L’altro aspetto che mi coinvolge è la sfida nel far arrivare a tutti il nostro prodotto, nel trovare la strategia giusta per comunicare”.

Quale libro domani, entrando in libreria, vorrebbe trovare in bella vista tra tutti gli altri?
“Mi piacerebbe trovare Zhuang-zi [Chuang-tzu] edito da Adelphi Edizioni. Lo Zhuang-zi è da sempre considerato uno dei tre grandi classici del taoismo e se fosse in bella vista significherebbe che è richiesto… ciò sarebbe un segnale importante. Di quelli della Lepre edizioni mi piacerebbe trovare La Pazzia di Dio, di Luigi De Pascalis”.

Lei è anche scrittore. Cosa sta scrivendo?
“Stavo scrivendo un romanzo prima di questa avventura editoriale che mi ha fagocitato…. forse adesso potrò riprendere a scrivere”.

L’argomento del romanzo?
“Per scaramanzia non vorrei parlarne: diciamo che si svolge su due piani temporali diversi e che uno dei due piani temporali si svolge nel liceo dove ho insegnato per 20 anni”.

Chi deve ringraziare per la buona riuscita di questa sua avventura?
“Tutti i miei collaboratori, gli studi a cui ci appoggiamo per la grafica e la stampa e soprattutto mia sorella senza la quale non avrei potuto neanche iniziare”.

Avete un motto?
“Sì, è praecurrit fatum (arrivare prima del destino): La Lepre corre contro il tempo per arrivare prima del destino, cercando strumenti per immaginare il futuro che si prepara”.

Come vorrebbe che i lettori percepissero la Lepre edizioni?
“Come una casa editrice che cerca di far vedere il futuro con una chiave costruttiva”.
*Dice di sé.
Placido Cavallaro. Romano da sedici anni, siciliano da sempre. Dopo la laurea in psicologia inizia a lavorare come consulente, ma la sua vera passione è scrivere per la televisione. Ama la natura, i cavalli, la buona cucina e stare in compagnia della famiglia e dei suoi amici. Appassionato di subacquea è un instancabile viaggiatore. I suoi viaggi preferiti sono on the road senza meta e senza itinerario. Lettore insaziabile considera i sui romanzi preferiti le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. 

Vanessa Mustari - Virginia Agnelli, madre e farfalla

Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci ricostruiscono, con meticolosità, le vicende della principessa di San Faustino, che fu donna forte, tenace e trasgressiva, ma anche una madre attenta, una creatura tanto furba quanto affascinante

Vanessa Mustari*

Certe volte ci si chiede come andrebbe la nostra vita se potessimo azzerare i kilometri macinati lungo la strada. Staremmo lì a vedere cosa succede o cosa sarebbe accaduto se avessimo scelto di fare altro. Forse Virginia Bourbon Del Monte non avrebbe mai immaginato di diventare la Signora Agnelli, la premier Dame di Torino, forse non comprese fin da subito cosa comportasse l’unione con la famiglia più potente d’Italia, seconda solo a quella reale dei Savoia, forse non avrebbe mai creduto che sarebbe finita nell’oblio, prigioniera della memoria, dimenticata, occultata agli occhi e alle orecchie di tutti proprio da suo figlio Gianni Agnelli.
Sì, perché la storia di Virginia, madre e farfalla, è stata per anni ed anni celata. A nulla è servito il libro Vestivamo alla marinara scritto nel 1975 da Suni, Susanna Agnelli, una dei sette figli che Virginia darà alla luce grazie al suo matrimonio con Edoardo, che documentò l’epopea famigliare.
L’Avvocato infatti acquistò nel ‘77 i diritti non solo del libro della sorella e dell’editore Arnoldo Mondadori, ma anche una sceneggiatura pronta a diventare un film ed una serie tv, chiudendo di fatto la storia in un cassetto. Viene da chiedersi perché l’abbia fatto visto che, grazie alla scrupolosa ricerca di Marina Ripa Di Meana e Gabriella Mecucci, emergono aneddoti su Virginia sì scomodi per il costume dell’epoca, ma anche qualità lodevoli e delle quali andar fieri. La principessa di San Faustino è una donna forte, tenace, trasgressiva ma anche una madre attenta, una creatura tanto furba quanto affascinante.
Si apre così, come se mi fossi appena seduta ad un cinematografo di altri tempi, la storia di una famiglia che conoscevo molto poco, di una donna che non avevo mai sentito nominare e di un’ Italia che avrei preferito dimenticare. Quell’Italia degli usi e costumi, l’Italia dei nobili decaduti e delle ereditiere americane a caccia di titoli, l’Italia di Forte dei Marmi… ma anche l’Italia dell’ Ovra, quella delle spie e di Mussolini. Tante cose per un libro solo, ma credetemi se vi dico che ogni tassello si concatena perfettamente come in vero e proprio romanzo.
Ci si trova, infatti, a pensare a Virginia come ad una eroina romantica: perde tragicamente il marito Edoardo mezzo decapitato dall’elica di un aeroplano, ama i suoi figli e lotterà un’asprissima battaglia legale per evitare che suo suocero, il senatore Giovanni Agnelli, l’uomo FIAT, non le porti via la sua famiglia, i suoi sette agnelli.
Come un’ eroina romantica vivrà un amore burrascoso e spiatissimo dagli agenti dell’Ovra, con lo scrittore Curzio Malaparte, un narciso, un uomo complesso, intellettuale amante del successo e del lusso. E lo scontro tra Virginia ed il senatore simile a quello di due nazioni belligeranti, sembra anticipare cosa avverrà nel mondo di lì a poco: la marcia su Roma, il potere del Duce, lo scoppio della seconda guerra mondiale con l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi fino alla capitolazione degli stessi e l’arrivo delle forze alleate.
Due gli episodi in particolare da citare, uno più sentimentale, se vogliamo, ed uno storicamente di estrema importanza per la capitale. Il primo: quando arrivò l’ordinanza del tribunale dei minori di Torino il 18 dicembre 1936, nella quale si comunicava alla signora Agnelli di aver perso la patria potestà sui figli a favore del suocero, Virginia partì in treno diretta a Roma con la sua famiglia. Tuttavia nella città eterna arrivò sola poiché gli uomini di Arturo Bocchini, capo della polizia e aggancio del senatore, fermarono il treno e rapirono i figli di Virginia nel bel mezzo del viaggio.
L’episodio commovente e pieno di pathos si riferisce alla lunga attesa di Virginia a Palazzo Venezia per essere ricevuta dal Duce. Tornò giorno dopo giorno tenacemente fino a quando il Duce in persona non la ricevette e si fregiasse del ruolo di deus ex machina in quella contesa favorendo le ragioni della madre.
Il secondo fa riferimento invece all’allora riservatissima Operazione Farnese alla quale la principessa di San Faustino prese parte vigorosamente. Si tratta dell’incontro segreto tra il papa Pio XII ed il generale tedesco Karl Wolff avvenuto il 10 maggio 1944. Con tale udienza si tentò, con impensabile successo, di far ritirare i tedeschi dalla “città aperta” senza che facessero terra bruciata all’arrivo degli alleati e non si facessero saltare i ponti già minati sotto espresso ordine del Duce. Fu così che i tedeschi si ritirarono senza procurar danni e la città di Roma fu salva.
Virginia morì giovane, a soli quarantasei anni in un incidente stradale. Ha macinato i suoi ultimi chilometri con la consapevolezza di aver vinto le sue battaglie, di aver tenuto testa all’uomo più potente del Paese, di aver contribuito a salvare una città che amava ed aveva nel cuore, di aver conquistato l’amore incondizionato dei propri figli, ma soprattutto, vinse la battaglia più grande, quella di aver vissuto da donna libera e di aver amato ogni giorno senza riserve. Non importa più, a questo punto, quale strada abbia o no percorso, c’era sempre lei al volante e questo bastava.

Certe volte ci si chiede come andrebbe la nostra vita se potessimo azzerare i kilometri macinati lungo la strada. Staremmo lì a vedere cosa succede o cosa sarebbe accaduto se avessimo scelto di fare altro. Forse Virginia Bourbon Del Monte non avrebbe mai immaginato di diventare la Signora Agnelli, la premier Dame di Torino, forse non comprese fin da subito cosa comportasse l’unione con la famiglia più potente d’Italia, seconda solo a quella reale dei Savoia, forse non avrebbe mai creduto che sarebbe finita nell’oblio, prigioniera della memoria, dimenticata, occultata agli occhi e alle orecchie di tutti proprio da suo figlio Gianni Agnelli.
Sì, perché la storia di Virginia, madre e farfalla, è stata per anni ed anni celata. A nulla è servito il libro Vestivamo alla marinara scritto nel 1975 da Suni, Susanna Agnelli, una dei sette figli che Virginia darà alla luce grazie al suo matrimonio con Edoardo, che documentò l’epopea famigliare.
L’Avvocato infatti acquistò nel ‘77 i diritti non solo del libro della sorella e dell’editore Arnoldo Mondadori, ma anche una sceneggiatura pronta a diventare un film ed una serie tv, chiudendo di fatto la storia in un cassetto. Viene da chiedersi perché l’abbia fatto visto che, grazie alla scrupolosa ricerca di Marina Ripa Di Meana e Gabriella Mecucci, emergono aneddoti su Virginia sì scomodi per il costume dell’epoca, ma anche qualità lodevoli e delle quali andar fieri. La principessa di San Faustino è una donna forte, tenace, trasgressiva ma anche una madre attenta, una creatura tanto furba quanto affascinante.
Si apre così, come se mi fossi appena seduta ad un cinematografo di altri tempi, la storia di una famiglia che conoscevo molto poco, di una donna che non avevo mai sentito nominare e di un’ Italia che avrei preferito dimenticare. Quell’Italia degli usi e costumi, l’Italia dei nobili decaduti e delle ereditiere americane a caccia di titoli, l’Italia di Forte dei Marmi… ma anche l’Italia dell’ Ovra, quella delle spie e di Mussolini. Tante cose per un libro solo, ma credetemi se vi dico che ogni tassello si concatena perfettamente come in vero e proprio romanzo.
Ci si trova, infatti, a pensare a Virginia come ad una eroina romantica: perde tragicamente il marito Edoardo mezzo decapitato dall’elica di un aeroplano, ama i suoi figli e lotterà un’asprissima battaglia legale per evitare che suo suocero, il senatore Giovanni Agnelli, l’uomo FIAT, non le porti via la sua famiglia, i suoi sette agnelli.
Come un’ eroina romantica vivrà un amore burrascoso e spiatissimo dagli agenti dell’Ovra, con lo scrittore Curzio Malaparte, un narciso, un uomo complesso, intellettuale amante del successo e del lusso. E lo scontro tra Virginia ed il senatore simile a quello di due nazioni belligeranti, sembra anticipare cosa avverrà nel mondo di lì a poco: la marcia su Roma, il potere del Duce, lo scoppio della seconda guerra mondiale con l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi fino alla capitolazione degli stessi e l’arrivo delle forze alleate.
Due gli episodi in particolare da citare, uno più sentimentale, se vogliamo, ed uno storicamente di estrema importanza per la capitale. Il primo: quando arrivò l’ordinanza del tribunale dei minori di Torino il 18 dicembre 1936, nella quale si comunicava alla signora Agnelli di aver perso la patria potestà sui figli a favore del suocero, Virginia partì in treno diretta a Roma con la sua famiglia. Tuttavia nella città eterna arrivò sola poiché gli uomini di Arturo Bocchini, capo della polizia e aggancio del senatore, fermarono il treno e rapirono i figli di Virginia nel bel mezzo del viaggio.
L’episodio commovente e pieno di pathos si riferisce alla lunga attesa di Virginia a Palazzo Venezia per essere ricevuta dal Duce. Tornò giorno dopo giorno tenacemente fino a quando il Duce in persona non la ricevette e si fregiasse del ruolo di deus ex machina in quella contesa favorendo le ragioni della madre.
Il secondo fa riferimento invece all’allora riservatissima Operazione Farnese alla quale la principessa di San Faustino prese parte vigorosamente. Si tratta dell’incontro segreto tra il papa Pio XII ed il generale tedesco Karl Wolff avvenuto il 10 maggio 1944. Con tale udienza si tentò, con impensabile successo, di far ritirare i tedeschi dalla “città aperta” senza che facessero terra bruciata all’arrivo degli alleati e non si facessero saltare i ponti già minati sotto espresso ordine del Duce. Fu così che i tedeschi si ritirarono senza procurar danni e la città di Roma fu salva.
Virginia morì giovane, a soli quarantasei anni in un incidente stradale. Ha macinato i suoi ultimi chilometri con la consapevolezza di aver vinto le sue battaglie, di aver tenuto testa all’uomo più potente del Paese, di aver contribuito a salvare una città che amava ed aveva nel cuore, di aver conquistato l’amore incondizionato dei propri figli, ma soprattutto, vinse la battaglia più grande, quella di aver vissuto da donna libera e di aver amato ogni giorno senza riserve. Non importa più, a questo punto, quale strada abbia o no percorso, c’era sempre lei al volante e questo bastava.
*Dice di sé.
Vanessa Mustari. Sempre lei, sempre io. Viaggia perchè sa che per strada non ci si può fermare; allora scrive, poiché scrivendo, le parole la facciano sentire a casa…ovunque.

 


DEMI MOORE
 

Il gossip è una bestia sanguinaria, i paparazzi mi hanno
tormentata per anni. Visto che non posso eliminarli, cerco di
batterli sul loro terreno e le foto me le faccio da sola.
Ho fatto io quella foto, poi l’ho messa in Rete. Ho perso l’incisivo
tempo fa in un incidente… Adesso vedo la mia età come
un’opportunità per ridefinirmi, senza preconcetti.
Voglio il meglio da me e non c’è niente di male in questo.
L’errore sta nell’inseguire la giovinezza cercando di diventare
una persona diversa. Quella è una catastrofe.
Hanno scritto che ho speso 400mila dollari in chirurgia estetica,
ma la sfido a trovare i segni di un solo intervento chirurgico
sul mio viso.
(Da “Il Corriere della Sera”, aprile 2009)

INDICE DEI NOMI

ABBA 
ABET MAURIZIO 
ABETE GIANCARLO 
ABETE LUIGI 
ABRUZZO FRANCO
ACCETTA RICCARDO 
ACCORNERO CARLO 
ADERENTI SOCRATE 
ADOLFI CRISTINA 
ADREANI GIULIANO 
ADRIANO VI 
AEROSMITH 
AFELTRA GAETANO 
AGNELLI ANDREA 
AGNELLI EDOARDO 
AGNELLI GIANNI 
AGNELLI SUSANNA 
AGNELLI VIRGINIA (BOURBON DEL MONTE) 
AGOSTI A. 
AIELLI PAOLO 
AIGROT JIL 
ALAGIA SANTE 
ALBERTA FERRETTI 
ALESSANDRI NERIO 
ALFANO ANGELO 
ALFANO SONIA 
ALIDOOSTI TARANEH 
ALIGHIERI DANTE 
AMATO GIULIANO 
AMENHOFIS III 
AMERICA 
AMMIRATI ILARIA 
ANGRISANO FEDERICO 
ANTONACCI BIAGIO 
ANTONIELLI CATTANEO LUCIANA 
ANTONIELLI LIVIO 
ANTONIELLI SERGIO 
ANTONUCCI ROBERTO 
APONTE GIANLUIGI 
ARETINO PIETRO 
ARMANI GIORGIO 
ARNESE MICHELE 
ARPISELLARINALDO 
ASNAGHI ANTONELLA 
AUCI ERNESTO 
AULO PERSIO 
AUTORINO ANTONIO 
AVENIA FRANCO 
AVIDO IVO 
AVION TRAVEL 
AZZARONI ANTONELLA 
BACH JOHANN SEBASTIAN 
BACHARACH BURT 
BACON FRANCIS 
BAEZ JOAN 
BAGLIONI CLAUDIO 
BAGNATO FILIPPO 
BAILEY DAVID 
BAIOTTO VALERIA 
BALBINOT SERGIO 
BALDACCI GAETANO 
BALDINI CASTOLDI DALAI 
BALLARINI ANDREA 
BALLERINA HERBERT 
BALLESTER ANDRÉ MICHEL 
BANDIERA ATTILIO 
BANDIERA EMILIO 
BARILLA GUIDO MARIA 
BARRA PEPPE 
BARTOLOZZI PIETRO 
BARZINI LUIGI 
BASSANI GIORGIO 
BASSANINI FRANCO 
BASSETTI PAOLO 
BATTISTA GIANCARLO 
BATTISTA VALERIO 
BATTISTI LUCIO 
BAZOLI GIOVANNI 
BEATLES 
BECHIS FRANCO 
BEE GEES 
BELLA GIANNI 
BENETTON LUCIANO 
BENIGNI ROBERTO 
BENNATO EDOARDO 
BENNATO FEDERICA 
BENYISHAI RON 
BERETTA MAURIZIO 
BERGMAN INGRID 
BERLUSCONI MARINA 
BERLUSCONI PIER SILVIO 
BERLUSCONI SILVIO 
BERNABÈ FRANCO 
BERNABEI ANDREA 
BERNARDI GUARDI MARIO 
BERNARDINI THANAI 
BERTÉ LOREDANA 
BERTELLI PATRIZIO 
BERTINOTTI FABIOLA 
BERTOLISSI MARIO 
BERTOLUZZO PAOLO 
BERTONCINI MARCO 
BERTUZZI IRNERIO 
BESSADA OSSAMA 
BIGAZZI GIANCARLO 
BIGGI FRANCESCO 
BINI SMAGHI LORENZO 
BIXIO NINO 
BIZZOCCHI ADOLFO 
BLANC JEAN CLAUDE 
BLASI ILARY 
BLUES BROTHERS 
BOCCHINI ARTURO 
BOCCHINO ITALO 
BONCOMPAGNI GIANNI 
BONDI ENRICO 
BONGUSTO FRED 
BONO GIUSEPPE 
BONOMI GIUSEPPE 
BORGOGNI LORENZO 
BORTONI GUIDO 
BOSELLI MARIO 
BOUVIER ANTOINE 
BOVALINO LUCA 
BOWIE DAVID 
BOYLE DANNY 
BRACALINI PAOLO 
BRESSANI CHIARA 
BRIDGEWATER DEE DEE 
BRIN IRENE 
BRITTI ALEX 
BRIZZI FAUSTO 
BROADBENT JIM 
BROWN JAMES 
BROWNE JACKSON 
BROZZETTI GIANLUCA 
BRUNELLI MASSIMO 
BRUNI MARCELLO 
BRZEZINSKI ZBIGNIEW 
BURBERRYS 
BURDESE LAURA 
BUSCAGLIONE FRED 
BUTTITTA GIOVANNI 
CAGLIARI GABRIELE 
CAIRO URBANO 
CAIROLI FRATELLI 
CALABRÒ CORRADO IV DI COPERTINA
CALCAGNO ALBERTO 
CALITRI ANTONIO 
CALTAGIRONE FRANCESCO G. 
CALVANI PAOLO 
CALVOSA GIUSEPPE 
CAMERANO FABIO 
CAMERANO VITO 
CAMNASIO CARLO 
CAMPEDELLI IGOR 
CAMPEDELLI LUCA 
CANALIS CESARE 
CANALIS ELISABETTA 
CANNATELLI PASQUALE 
CANTALAMESSA RANIERO 
CANTINO STEFANO 
CANTONI REMO 
CAPANNA RODOLFO 
CAPATONDA MACCIO 
CAPOGRECO PIETRO 
CAPORALETTI AMEDEO 
CAPOZZI MICHELI 
CAPPELLINI ALBERTO 
CAPPELLINI GABRIELE 
CAPPELLINI FRANCESCO 
CAPUANO MASSIMO 
CARAGNANO SABRINA 
CARFAGNA MARA 
CARLOTTO MASSIMO 
CAROSIO DANIELA 
CAROSONE RENATO 
CARRUBBA SALVATORE 
CARTER JIMMY 
CASANOVA GIACOMO 
CASELLI CATERINA 
CASINELLI FABRIZIO 
CASSANO ANTONIO 
CASTAGNO ALESSIO 
CASTELLANO ALESSANDRO 
CASTELLUCCI GIOVANNI 
CASTRO FIDEL 
CATONI VALTER 
CATTANEO FLAVIO 
CATTANEO GIUSEPPE 
CAVALLARO PLACIDO 
CAVALLI ROBERTO 
CAVALLINA PIERGUIDO 
CAVATORTA ENRICO 
CAVOUR CAMILLO BENSO (CONTE) 
CEDERNA CAMILLA 
CELENTANO ADRIANO 
CELLINO MASSIMO 
CEREDA MAURIZIO 
CERETTI PAOLO 
CHANEL 
CHAPLIN CHARLIE 
CHARLES RAY 
CHENAULT KENNETH IRVINE 
CHER 
CHERUBINO PAOLO 
CHIAPPETTA PASQUALE 
CHIARELETTERE EDITORE 
CHIELI MASSIMO 
CHOMET SYLVAIN 
CHRISTIAN DIOR 
CHRIVINO ALESSANDRA 
CITTERIO ROSSELLA 
CLAP 
CLEOPATRA 
CLOONEY GEORGE 
COCKER JOE 
COHEN O. 
COLANINNO ROBERTO 
COLAO VITTORIO 
COLAVITO ANTONINO 
COLDPLAY 
COLLINI NINI 
COLOMBO PAOLO ANDREA 
COLOMBO SILVIA 
COMIN GIANLUCA 
CONFALONIERI FEDELE 
CONSOLI CARMEN 
CONTE MARCO 
CONTE PAOLO 
CONTI FULVIO 
COOPER GARY 
COPPOLA DANILO 
CORDERO DI MONTEZEMOLO LUCA 
CORIONI LUIGI 
CORSICO FABIO 
CORTESI ELENA 
CORTIS LORETANA 
COSSIGA FRANCESCO 
COSTA MAURIZIO 
COSTANZO MAURIZIO 
CRAWFORD JOAN 
CREMONINI CESARE 
CRIPPA MAURO 
CROVI RAFFAELE 
CURE 
CURRÒ FRANCO 
DAL BONI FABIO 
DALLA CHIESA CARLO ALBERTO 
DALLA LUCIO 
D’AMICO CESARE 
D’AMICO PAOLO 
DANIELE PINO 
D’ANNA RINO 
D’ARCO GIOVANNA 
D’AZEGLIO MASSIMO 
DAZIERI SANDRONE 
DAYAG RONNY 
DE AMICIS EDOMONDO 
DE ANDRÉ FABRIZIO 
DE BENEDETTI CARLO 
DE BENEDETTI EDOARDO 
DE BENEDETTI RODOLFO 
DE BLASIO SILVIA 
DE CAROLIS LUCA 
DE FILIPPO LOREDANA 
DE FRANCISCIS VALERIA 
DE GASPERI ALCIDE 
DE GREGORI FRANCESCO 
DE GREGORIO GIANNI 
DE LAURENTIIS AURELIO 
DE’ LONGHI FABIO 
DE LUCA SERGIO 
DE MAGISTRIS LUIGI 
DE MARCHI GIANFRANCO 
DE MARINIS GIANCARLO 
DE MATTIA MANUELE 
DE MONTICELLI ROBERTO 
DE NIRO ROBERTO 
DE PASCALIS ATTILIO 
DE PASCALIS LUIGI 
DE PUPPI LUIGI 
DE ROBERTO FEDERICO 
DE TOULOUSELAUTREC HENRI 
DEEP PURPLE 
DEL BIANCO CLAUDIO 
DEL VECCHIO LEONARDO 
DELL’ARTI GIORGIO 
DELLA CASA GIOVANNI 
DELLA PORTA RAFFO MAURO 
DELLA VALLE ANDREA 
DELLA VALLE DIEGO 
DENEUVE CATHERINE 
DEPECHE MODE 
DI CAPRI PEPPINO 
DI CARLO MASSIMO 
DI GIACOMO ALESSANDRO 
DI GIOVANNI GIANNI 
DI LORENZO DANIELE 
DI LORENZO PIERO 
DI MONACO DANIELA 
DI PIETRO ANTONIO 
DI TOMMASO DANILO 
DICK DICK 
D’IMPORZANO MARCO 
DIRITTI GIORGIO 
DOLCE & GABBANA 
DOLCETTA STEFANO 
DOLCI LAMBERTO 
DOMPÉ IVAN 
DONDA JEANCLAUDE 
DONELLI MASSIMO 
DONNA KARAN NY 
DORELLI JOHNNY 
DORIS ENNIO 
DOS PASSOS JOHN 
DOUGLAS MICHAEL 
DRAGHI MARIO 
DUKAS HELEN 
DURER ALBRECHT 
DYLAN BOB 
ECO UMBERTO 
EGIDI EGIDIO 
EINAUDI 
EINAUDI GIULIO 
EINSTEIN ALBERT 
EKBERG ANITA 
ELKANN JOHN 
ERBETTA EMANUELE 
EREDE SERGIO 
ESCLAPON COSTANZA 
ESPOSITO EDOARDO 
EUSTOR TONY 
FABIANI MATTEO 
FABRETTI FEDERICO 
FAGGIONI DARIO 
FAITHFULL MARIANNE 
FALCONE GIOVANNI 
FALZARANO GABRIELE 
FARHADI ASGHAR 
FARHADI GOLSHIFTECH 
FAULKNER WILLIAM 
FEDERICI FEDERICO 
FEDERMAN RAYMOND 
FELISA AMEDEO 
FELLINI FEDERICO 
FELTRI VITTORIO 
FELTRINELLI 
FENDI 
FERLAZZO MARCO 
FERRARA RAFFAELE 
FERRARIS GIANLUCA 
FERRETTI GIOVANNI PIETRO 
FIORELLO ROSARIO 
FIORUCCI ELIO 
FLACCOVIO SALVATORE FAUSTO 
FLAIANO ENNIO 
FLYNN ERROL 
FOLMAN ARI 
FORNARA UBERTO 
FORNARO CARLO 
FOSCHI PIER LUIGI 
FOSSATI IVANO 
FRANCESCHINI DARIO 
FRANCESCO GIUSEPPE 
FRANCHINI ANTONIO 
FRANKLIN ARETHA 
FRAINI CORRADO 
FRATINI JACOPO 
FRATINI MARCELLO 
FRIPP ROBERT (KING KRIMSON) 
FRONDONI BIANCAMARIA 
GABER GIORGIO 
GABLE CLARK 
GAETANO RINO 
GAGARIN YURI 
GAIO SVETONIO 
GALASSI ALBERTO 
GALATERI di GENOLA GABRIELE 
GALLETTI ELISABETTA 
GALLIA FABIO 
GALLIANI ADRIANO 
GALLO ANTONIO 
GARBARSKY SAM 
GARBO GRETA 
GARDNER AVA 
GARDNER ERLE STANLEY 
GARIBALDI GIUSEPPE 
GARRONE EDOARDO 
GARRONE PIER DOMENICO 
GARRONE RICCARDO 
GAUDENZI ANDREA 
GELPI ENRICO 
GERONZI CESARE 
GHIRARDI TOMMASO 
GHIZZONI FEDERICO 
GIACOMAZZI MARIO 
GIANNINI SANDRO 
GILMOUR DAVID 
GIORDANO PIETRO 
GIORDO GIUSEPPE 
GIORGETTI SIMONA 
GIORGIA 
GIOVANNI PAOLO II 
GIOVENALE 
GIRALDI LUIGI 
GIRELLI GIORGIO ANGELO 
GIULIO CESARE 
GNUDI PIERO 
GORBACIOV MICHAIL 
GORI FRANCESCO 
GRANDE STEVENS FRANZO 
GRANDI EDOARDO 
GRANDI IRENE 
GRAPPIOLO GUIDO 
GRASSI FEDERICO 
GRASSO GIUSEPPE 
GRASSO RENATO 
GRECO JULIETTE 
GREPPI FABRIZIA 
GRILLO GIUSEPPE 
GUARALDI ALBANO 
GUARGUAGLINI PIER FRANCESCO 
GUBITOSI LUIGI 
GUCCI 
GUCCINI FRANCESCO 
GUERRA ANDREA 
GUERRIERO STEFANO 
GUEVARA CHE 
GUIDI CHANTAL 
GUSTIN DIDIER 
GATTUSO RINO 
HANEKE MIKAEL 
HARAZI DROR 
HARLOW JEAN 
HARVIE WATT ISABELLE 
HEFNER HUGH 
HEMINGWAY ERNEST 
HENDRIX JIMI 
HERMES 
HITLER ADOLF 
HOFFMANN BANESH 
HORNBY LESLEY 
HOSSEIN SHADO 
HUDSON ROCK 
HUSSEIN AAMER 
HUXLEY ALDOUS 
IACONA RICCARDO 
IGLESIAS JULIO 
ILLY ANDREA 
IMPERIALI ANDREA 
IOTTI ROBERTO 
ISEPPI FRANCO 
JACKSON MICHAEL 
JAMIROQUAI 
JEFFERSON AIRPLANE 
JOHN ELTON 
JONES JENIFFER 
JONG ERICA 
JOVANOTTI 
JULLIAN PHILIPPE 
JUNG FRANZ 
KAPOOR A. 
KENNEDY JOHN FITZGERALD 
KING HENRY 
KLAUßNER BURGHART 
KNOPFLER MARK (DIRE STRAITS) 
KRON MANUELA 
KUNZE CONCEWITZ BOB 
LA LEPRE EDIZIONI 
LAI STEFANO 
LAJOLO GUIDO 
LANZA TOMASI GIOACCHINO 
LANZA CESARE 
LANZA ELDA 
LANZA GIORGIA 
LANZONI PAOLO 
LARSSON STIEG 
LATEGAN BARRY 
LAZAROV YEHEZKEL 
LE ORME 
LEBON FRÉDÉRIC 
LEI LORENZA 
LEIGH MIKE 
LEON MICKEY 
LEOPARDI GIACOMO 
LÉOST JACQUES 
LIGABUE 
LIGRESTI GIOACCHINO PAOLO 
LIGRESTI GIULIA MARIA 
LIGRESTI JONELLA 
LIMINA EDIZIONI 
LITTLE TONY 
LIUTPRANDO DA CREMONA 
LIVRAGHI GIANCARLO 
LOCATELLI GIANNI 
LOGROSCINO CARLO AMBROGIO 
LOLLOBRIGIDA GINA 
LONGO GIANFRANCO 
LOREN SOPHIA 
LORENZETTO STEFANO 
LOTHAR S. 
LOTITO CLAUDIO 
LOU REED 
LOUIS VUITTON 
LUCCHINI ROBERTO 
LUCCHINI STEFANO 
LUCIANI LUCA 
LUNELLI CAMILLA 
LUTHER KING MARTIN 
MACARIO LUCA 
MADONNA 
MAGNASCHI PIERLUIGI 
MALACARNE CARLO 
MALAPARTE CURZIO 
MALECI GIULIO 
MALORI GIORGIO 
MAMELI GOFFREDO 
MANARA LUCIANO 
MANARESI ENRICO 
MANCONE FABIO 
MANGANO SILVANA 
MANGINI C. 
MANNOIA FIORELLA 
MANO JEANYVES 
MANOJLOVIC MIKI 
MANVILLE LESLEY 
MANZI ALBERTO 
MARCEGAGLIA ANTONIO 
MARCEGAGLIA EMMA 
MARCHETTI PIER GAETANO 
MARCHIONNE SERGIO 
MARCHIONNI FAUSTO 
MARCO ANTONIO 
MARINI GIAN RICCARDO 
MARLEY BOB 
MARONI ROBERTO 
MARRA MARILAG 
MARSON FABIO 
MARTINI MIA 
MARZOTTO MATTEO 
MASI MAURO 
MATARRESE VINCENZO 
MATTEI ENRICO 
MAZZIA ALDO 
MAZZINI GIUSEPPE 
MAZZONI ERMINIA 
MAZZULLO DOMENICO 
M’BARKA BEN TALEB 
MEANTI LUIGI 
MECUCCI GABRIELLA 
MELE GAETANO 
MELONI VITTORIO 
MENOTTI CIRO 
MERCURI MARIO 
MEZZALAMA DONATELLA 
MEZZAROMA MARCO 
MEZZAROMA MASSIMO 
MICCICHÈ GAETANO 
MICHELI FRANCESCO 
MICHELOZZI PAOLO 
MIGLIARINO SIMONE 
MIGNANEGO STEFANO 
MILLER HENRY 
MINA 
MINNELLI LIZA 
MINOIA CARLO 
MIRIANO COSTANZA 
MIRRA ROBERTA 
MISSONI 
MITCHELL JONI 
MOCKRIDGE TOM 
MODUGNO DOMENICO 
MOGOL 
MOLINA ALFRED 
MONDADORI 
MONDADORI ARNOLDO 
MONDARDINI MONICA 
MONDINI BRANZI ALESSANDRO 
MONROE MARILYN 
MONTALE EUGENIO 
MONTANARI LEONIDA 
MONTANELLI INDRO 
MOORE DEMI 
MORANDI GIANNI 
MORATTI GIANMARCO 
MORATTI MASSIMO 
MORETTI POLEGATO MARIO 
MORETTI MAURO 
MORISSETTE ALANIS 
MORO ALDO 
MORRISON VAN 
MOSCATI DONATO 
MOSCETTI FRANCO 
MOSHONOV M. 
MOZART WOLFGANG AMADEUS 
MULLIGAN CAREY 
MUSSARI GIUSEPPE 
MUSSOLINI BENITO 
MUSTARI VANESSA 
NAGEL ALBERTO 
NANÀ AICHÈ 
NEW TROLLS 
NEWTON ISAAC 
NIRVANA 
NOMADI 
NOTO FILIPPO 
OBAMA BARACK 
OBAMA MICHELLE 
OCCHETTO ACHILLE 
OLCESE ANDREA 
OLIOSI GIANNI 
ORLANDI ALESSANDRO 
ORLANDI SABINA 
ORLANDO FRANCESCO 
ORSI GIUSEPPE 
ORSINI GERARDO 
ORWELL GORGE 
P.F.M. 
PACCHIONI ALBERTO 
PACE NICOLA 
PAGLIA GUIDO 
PAGLIARO RENATO 
PALENZONA FABRIZIO 
PAMPANINI SILVANA 
PAOLI GINO 
PARMANTÒ 
PARMEGGIANO GAETANO 
PARMENTOLA ANTONELLA 
PARRINI MASSIMO 
PASCARELLA RAFFAELE 
PASSERA CORRADO 
PASTORE GIANLUCA 
PATEL D. 
PATUANO MARCO 
PAUSINI LAURA 
PELLEGRINO DOMENICO 
PERCASSI ANTONIO 
PERISSINOTTO GIOVANNI 
PERRICONE ANTONELLO 
PESENTI GIAMPIERO 
PETRIGNANI RINALDO 
PETRUCCI GIOVANNI 
PETTA ADRIANO 
PIANAROLI GUIDO 
PICCOLO LUCIO 
PICKFORD MARY 
PIERI STEFANO 
PIETRA ITALO 
PIGOZZI LORENZA 
PINI MASSIMO 
PINK FLOYD 
PINNA ANNA MARIA 
PINTO F. 
PIO XII 
PISACANE CARLO 
PITAGORA 
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PLAZZOTTA CLAUDIO 
PLUTARCO 
POLET ROBERT 
POLETTI MARINA 
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POOH 
PORTA MARIKA 
POTECCHI LORENZO 
POTENZA MASSIMO 
POUND EZRA 
POWER TYRONE 
POZZO GIAMPAOLO 
PRADA 
PRANDI ANDREA 
PRASTAMBURGO DOMENICO 
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PREZIOSI ENRICO 
PRINCE 
PROFUMO ALESSANDRO 
PRUNOTTO SIMONETTA 
PUGLIESI GUIDO 
PULVIRENTI ANTONINO 
QUADRINO UMBERTO 
QUANT MARY 
QUASIMODO SALVATORE 
QUEEN (FREDDY MERCURY) 
R.E.M. 
RADETZKY JOSEF 
RADIOHEAD 
RALPH LAUREN 
RAMAZZOTTI EROS 
RANIERI MASSIMO 
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RASCEL RENATO 
RAVANELLI RENATO 
RAVEL EMILIO 
RAZZI ANTONIO 
RECCHI GIUSEPPE 
RENNA ROSARIA 
RESTELLI GIORGIO 
RICCI ADOLFO 
RICCO SALVATORE 
RICHMOND 
RIGGIO VITO 
RIPA DI MEANA MARINA 
RIVA FABIO 
RIVOLA CLAUDIA 
RIZZACASA D’ORSOGNA COSTANZA 
ROCCA GUIDO 
ROCKEFELLER DAVID 
RODI SABINA 
RODOTÀ MARIA LAURA 
RODRIGUEZ BELEN 
ROLLING STONES 
ROMANÒ ANGELO 
ROMITI DANIELE 
ROMOLI VENTURI RAOUL 
RONDI GIAN LUIGI 
ROSATI LOREDANA 
ROSSI DAVID 
ROSSI EMILIA 
ROSSI PAOLO 
ROSSI VASCO 
ROTH LUIGI 
RUELLA CRISTIANA 
RUGGERI ENRICO 
RUMORI GIANLUCA 
RUSCA MAX 
RUTIGLIANO PATRIZIA 
SABELLI ROCCO 
SALA GABRIEL 
SALEM ALESSANDRO 
SALVI MAURIZIO 
SAMONÀ GIUSEPPE PAOLO 
SAN PAOLO 
SANGALLI CARLO 
SANTANA CARLOS 
SARACCHI MASSIMO 
SARMI MASSIMO 
SARSGAAARD PERTER 
SARTOR FEDERICO 
SARTOREL GEORGE 
SAVARESE NINO 
SAVIANO ROBERTO 
SAVINO NICOLA 
SCAGLIONE MICHELANGELO 
SCALFARI EUGENIO 
SCALPELLI SERGIO 
SCANDELLARI MARIO 
SCARONI PAOLO 
SCARPA GABRIELLA 
SCARPINO SALVATORE 
SCHELL ROLAND 
SCHERFIG LONE 
SCHIAFFINO ROSANNA 
SCHOT BRAM 
SCIESA AMATORE 
SCILIPOTI DOMENICO 
SCIONE EDITORE 
SCIPPA ROBERTO 
SCORSESE MARTIN 
SCOTT FITZGERALD FRANCIS 
SEMERARO PIERANDREA 
SENESE JAMES 
SENNI CLEMENTE 
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SEYMOUR CARA 
SHEEN RUTH 
SHTRAUSS Z. 
SIMPLY RED 
SINATRA FRANK 
SIVAN ORI 
SMITH PATTY 
SOLDATI FRANCO 
SOVENA LUCIANO 
SPRINGSTEEN BRUCE 
STADERINI MARCO 
STADIO 
STANCIULESCU ANTONELA 
STEIN GERTRUDE 
STING (POLICE) 
STRAUSS MAOZ 
STURGESS JIM 
SUPERTRAMP 
SURACE PATRIZIO 
TALARICO ANTONIO 
TALI PIETRO FRANCO 
TALLEYRAND CHARLES 
TARGHINI ANGELO 
TARTAGLIONE GIUSEPPE 
TATÒ FRANCO 
TAYMOR JULIE 
TELESE LUCA 
TELLINI MONICA 
TESTA MARCO 
THE WHO 
THOREL GAETANO 
TOLOMEO XII 
TOMASI DI LAMPEDUSA GIUSEPPE 
TONDATO GIANMARIO 
TONFI SERGIO 
TONIOLO RENATO MARIA 
TOQUINHO 
TORELLI SERGIO 
TOSCA T. 
TOSCANI OLIVIERO 
TOSTI CARLO 
TOSTING CECILIA 
TOTTI FRANCESCO 
TRACY SPENCER 
TRANQUILLI LEALI PAOLO 
TRAPANI FRANCESCO 
TRONCHETTI PROVERA MARCO 
TUKUR U. 
TURNER TINA 
TURTURRO JOHN 
U2
UGHI MAURIZIO 
VAGO PIERFRANCESCO 
VAIENTI ENRICO 
VALENTINI ANTONELLO 
VALENTINI CARLO 
VALENTINO 
VALLECCHI EDITORE 
VANDELLI MAURIZIO (EQUIPE ) 
VANONI EZIO 
VANONI ORNELLA 
VANZINA ENRICO 
VARSALONA ROBERTO 
VEDOVOTTO ROBERTO 
VEGAS GIUSEPPE 
VENDITTI ANTONELLO 
VENEZIANO BROCCIA MASSIMO 
VERSACE 
VIANELLO LUIGI 
VICHI RENATO 
VILLORESI GIULIA 
VIRGINIO LUCA 
VISCONTI LUCHINO 
VITELLO ANDREA 
VITTORINI ELIO 
VITTORIO EMANUELE III 
VIVIANI CORRADICERVI MARIA ¬ALBERTA 
VIVIENNE WESTWOOD 
VON KUROWSKY AGNES 
WEATHER REPORT 
WENCEL LEO 
WHITE BARRY 
WILDE OSCAR 
WINTELER DANIEL JOHN 
WOLFF KARL 
WONDER STEVIE 
WOOD EVA RACHEL 
YOURCENAR MARGHERITE 
YVES SAINT LAURENT 
ZAGAMI ANDREA 
ZAMPARINI MAURIZIO 
ZANETTI MASSIMO 
ZANETTI MATTEO 
ZANGGER HEINRICH 
ZANICHELLI MARCO 
ZAPATA ALFONSO 
ZAPPA FRANK 
ZAPPALÀ VITO 
ZATTI GIANNI 
ZERO RENATO 
ZEVON WARREN 
ZUCCHERO 
ZUCCOLI GIULIANO 
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