Barra delle Notizie

Edizione n. 8

A ottobre uscirà in sala il mio film “La perfezionista”. Posso ingombrare questo spazio con un misero articolo promozionale dedicato a un lavoro a cui sono molto affezionato? Certamente no, anche se la carne è debole e la tentazione è forte. Scherzi a parte, il riferimento è ad alcuni temi (argomenti del film o, per me non meno importanti, relativi alle fatiche incontrate per la sua realizzazione), che mi sono molto cari e che, spesso, sono trattati nell’Attimo, sotto vari aspetti. Lascio per ultimo il più importante, quello della libertà – che è poi la linea portante e irrinunciabile della nostra rivista.

Il primo tema è quello dell’amicizia. Sfortunata e disperata sarebbe la mia vita se dovessi scoprire, in età senile, il valore dell’amicizia. Per mia buona sorte l’ho scoperta da ragazzo (en passant, visto che parliamo di cinema, vorrei rievocare uno stupendo film sull’amicizia del regista Franco Rossi “Amici per la pelle”, degli anni cinquanta, che mi turbò profondamente) e me la sono portata in cuore prima ancora che nella mente per tutta la vita: felice di darla, commosso ed emozionato nel riceverla. Ebbene, per la realizzazione del film, di cui desideravo essere produttore, autore e regista, al fine di poter prendere decisioni grandi e piccole a modo mio, ho avuto bisogno di molti amici.

E puntualmente tanti amici mi sono trovato intorno, pronti ad offrirmi la loro collaborazione e il loro sostegno: come succede a tutte le persone stupidamente orgogliose, ma giustamente testarde (e un calabro-ligure come me potrebbe proporre – su questa ossessione dell’orgoglio e della tenacia – riflessioni, confidenze e autoironie di qualche valenza psicologica), non mi piace chiedere. Ma è bastata qualche parola, sono stati sufficienti uno sguardo, qualche cauto accenno, per trovarmi intorno una piccola folla di professionisti e dilettanti, vicini al cinema o fino a quel giorno del tutto estranei, disposti, con entusiasmo, a sacrifici anche pesanti, pur di darmi una mano. Segno che il progetto, almeno sulla carta, non era malvagio, ma segno anche che in tanti anni di lavoro avevo saputo meritarmi un po’ di affetto, di simpatia e di stima.

Posso confessarlo ora: è stata la spinta decisiva, quella che mi ha galvanizzato. Tutti sanno – in particolare i giovani che lodevolmente ci provano – quante difficoltà spuntino a ogni respiro o, meglio, sospiro, per mandare avanti un’autoproduzione, la realizzazione di un film non sostenuto alla base da un’azienda importante. Allora, mi sono detto, vale la pena di affrontare questa avventura: quanto meno ci divertiremo e sarà un’esperienza importante, per l’affiatamento del gruppo di lavoro che riunirà amici vecchi e nuovi.

E così è stato. Il simbolo di questa valenza dell’amicizia è stato Lucio Presta. Da imprenditore e manager, ha capito al volo la consistenza dei problemi economici e le difficoltà prevedibili dei vari ostacoli. Gliel’ho letto negli occhi, quando gli ho parlato della mia pazza idea… (pazza perché, questo gli leggevo negli occhi, avendo io un’identità precisa come autore televisivo e come giornalista, considerato a torto o ragione soprattutto uno speta dell’intrattenimento, chi me lo faceva fare di andare a cercare guai, cimentandomi nella mia prima regia cinematografica, per di più in un film di contenuti aspri, difficili?). E tuttavia, spontaneamente, ha voluto condividere con me l’investimento economico.

Di più, ben sapendo che volevo produrre il film in prima persona per evitare la solita via crucis delle pressioni per ingaggiare questo o quell’attore, o per modificare il racconto, e via dicendo, Lucio non è mai entrato, neanche per un istante, nel merito di ciò che andavo facendo. Un amico, ma anche il socio ideale! E dunque libertà assoluta, per me, di scegliere e sbagliare. Nella nostra amicizia e nel nostro rapporto professionale, nessuno dei due è abituato a guardare sui piatti della bilancia (peraltro lo facciamo anche con chi non ci è amico…). Ma in questo caso sono consapevole di aver assunto un debito, morale, non facilmente ricambiabile.

Altro tema importante, già delineato in quanto ho scritto, è l’importanza di credere in ciò che si fa. All’età che ho più o meno faticosamente raggiunto, mi capita spesso di rivolgere questa predichetta ai giovani di oggi, giustamente spaventati o intimiditi dai problemi della società orribile che stiamo lasciando loro in eredità. E tuttavia penso che, quali che siano i problemi, bisognerebbe sempre – vale per tutti – battersi per realizzare non solo i progetti, ma anche i sogni che, onestamente, il cuore e la mente, il raziocinio e le fantasie portano sulla nostra strada. Per questo film “La perfezionista”, mi sono ritrovato con l’entusiasmo e la determinazione dei vent’anni, l’età in cui tutto ti sembra possibile.

Infine, la libertà. Nel film è trattato il tema dell’eutanasia: oserei dire in maniera non giuridicamente o scientificamente tenebrosa, ma umanamente coinvolgente, attraverso il racconto di una storia d’amore. Chi mi segue, conosce le mie idee, ma in questa occasione vale la pena di sintetizzarle. In una società giusta, sostengo, nessuno può negarmi il diritto di morire quando e come io voglia decidere; e questo è tutto, non ci vogliono poi molte parole, per dirlo. L’essenza della giustizia e dei diritti dell’individuo è molto semplice, sono le elucubrazioni degli azzeccagarbugli a rendere disordinato e confuso tutto ciò che potrebbe essere molto chiaro. Punto.

Aggiungo che, se si perde la dignità e il controllo delle proprie capacità fisiche e mentali, a me sembra anche giusto – al di là del diritto, che mi pare ovvio – porre fine allo strazio di una vita che non è più vita. E, in conclusione, da una parte rispetto profondamente ciò che pensano e scelgono persone che, soprattutto per motivi religiosi, e comunque di fede (che mi sono, purtroppo, estranei) la pensano diversamente da me, ma dall’altra esigo che anche il mio diritto sia riconosciuto e rispettato. Abbiamo già tante gabbie feroci, camicie di forza, censure, trappole, impedimenti nella vita di ogni giorno…! Volete almeno lasciarmi la libertà di decidere quando e come morire?

Forse i lettori si chiederanno: ma cos’è alla fine questo film e quanto vale?

Non spetta a me dirlo. Andate a vederlo, vi dico, e qui sto cedendo – la carne è debole – alla tentazione di promuoverlo, in qualche modo, anche qui. Mi conforta che la prima uscita, al Festival di Ischia a luglio, il film sia stato accolto con attenzione dal pubblico. Sala piena: risate quando era il momento di sorridere o ridere, tensione e concentrazione nei momenti drammatici. Un buon test. Per un giornalista e autore di caratura popolare, come me, non ci sarebbe maggior soddisfazione, se il test fosse confermato: che un film “difficile”, disperato, incentrato su temi non semplici, possa essere seguito senza noia da un pubblico di solito più benevolmente predisposto verso proposte più lievi e divertenti.

Cesare Lanza

 


INGMAR BERGMAN

Non c’é nessuna forma d’arte come il cinemaper colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungerele stanze segrete dell’anima.(Da “La lanterna magica”, 1987)
Corrado Calabrò - Gemellaggio

CORRADO CALABRO’

GEMELLAGGIO*
Stamani– esattamente all’ora non segnatacoincidente con l’ora in cui è accaduto –ho fatto appena in tempo ad abbassarele palpebre: una prima e poi la seconda.Riaprendole – prima ancora di guardare –ho visto fino al livello del mareuna finestra di cielo spalancata.
Stamani:e due su tre non sapevamoch’era la mattina di domanie un po’ alla volta avremmo confessatoche noi siamo quelli chesaranno detti testimoni oculari:abbiamo visto e quindi c’eravamo.
No, non alziamo gli occhi: è per terra che dobbiamotutti e ciascuno cercare in noi stessidove sia scomparsa la loro ombra.
Da stamani colombi disossaticercano goffamente un nuovo appoggio.Come decapitatis’aggirano in una clessidra di polverepompieri col casco sottobraccio.Stamani – in questa sbiancata mattinachifa domande non s’aspetta risposta.
Dal volo degli aerei presagia misura di naso circospettinel mondo ancora telestupefatto.D’oggi in poi, a partire da domani,ogni corpo si guarderà dalla propria ombra;essa sarà il nostro lato oscurola nostra stessa latente figura,con essa è il nostro nuovo gemellaggio.
(*in ricordo dell’11 settembre 2001

 

PROTAGONISTI Antonella Parmentola - Guglielmo Marchetti
Cinema di qualità e business, questo è il dilemma

L’amministratore delegato di Moviemax Italia riconosce che le priorità della produzione cinematografica italiana sono fare sistema e puntare a coproduzioni internazionali. “Dino De Laurentiis è un grande, non dimenticherò mai le sue parole”

Antonella Parmentola*

Manager fra i più quotati in Italia, della sua vita privata si sa poco o niente. Dopo aver lavorato nel gruppo Perugina Nestlé, nel 1991 approda in “Buena Vista home entertainment” con l’incarico di responsabile vendita del canale tradizionale. I successi ottenuti gli consentono di ampliare ulteriormente la sua esperienza. Nel dicembre del 2001 assume la responsabilità di direttore generale della neonata Mondo H.E., distributore di prodotti home video e di diritti video on demand, organizzando e gestendone lo start-up. Il successo è suggellato dalla successiva quotazione in borsa della società.

Dall’ottobre 2004, alla carica di direttore generale affianca quella di amministratore delegato di Mondo H.E.: gli ottimi risultati conseguiti permettono alla società di diventare, in pochi anni, una delle principali realtà del settore.

Nel 2005 Mondo H.E. è primo azionista di Moviemax Italia, ed entra così a fare parte, direttamente, del mondo della distribuzione, presidiando sia la distribuzione cinematografica sia quella televisiva.

 

Lei sembra molto attento a voler tutelare la sua privacy… esprimo solo una curiosità: cosa sognava di fare da bambino?

 

“Quando ero bambino, alla fine degli anni sessanta, lo sbarco sulla luna è stato il fenomeno mediatico di maggiore rilevanza. Un bambino a quel tempo non poteva che sognare di fare l’astronauta. Poi qualche anno dopo, ho avuto la fortuna di avere un compagno di classe alle medie che aveva il padre che gli procurava biglietti gratuiti per andare al cinema. Da quel momento è nata una grande passione …”.

 

La sua carriera parte con un ruolo di responsabilità nella Perugina Nestlè: come da una delle più grandi multinazionali dolciarie è passato ad una delle più grandi multinazionali dell’entertainment?

 

“Ecco la grande fortuna non si è esaurita alle medie. Una società di consulenza per la ricerca di figure professionali specializzate insomma un cacciatore di teste, tramite un annuncio ricercava un’area manager per il centro-sud Italia. L’annuncio era generico solo al terzo di sette colloqui ho saputo che era la “Walt Disney Company”. Era il 1990, in Italia la “Buena Vista H.E.” ancora non esisteva, la Disney cercava un manager nel commerciale per la sua divisione home video. Per me un sogno che si realizzava”.

 

Che idea aveva del mondo del cinema prima che diventasse oggetto del suo lavoro?

 

“Come dicevo una grande passione che negli anni non si è mai affievolita… anzi. Al tempo, come oggi, prediligevo un certo tipo di cinema “impegnato”, in particolare quello italiano. Mi ricordo che non perdevo un film di Moretti o di Nuti, poi sono arrivati grandi riconoscimenti a registi straordinari come Salvatores e Tornatore, un periodo meraviglioso.

Ho sempre riconosciuto al cinema un grande valore artistico, al tempo capivo che esisteva una produzione commerciale, non solo oltre oceano, e una di “qualità” meno ricca, ma straordinariamente bella. La mia idea era che qualunque genere di film doveva avere la sua dignità, e non sempre era così”.

 

Lei ha l’opportunità di osservarlo da una prospettiva privilegiata. È molto diverso da come appare?

 

“No, non ci sono grandi differenze rispetto alla percezione di un non addetto ai lavori. Rimangono sempre due grandi filoni, quello commerciale, per lo più delle grandi produzioni americane, tutto effetti speciali, grandi star, moda, eventi e poi il lavoro meno roboante di una cinematografia più discreta del cinema “d’autore”. Entrambi, attraverso la comunicazione globale dei vari media, riescono ad arrivare al grande pubblico rappresentandosi per quello che sono, né più né meno”.

 

Il cinema negli Stati Uniti è considerato una vera e propria industria, dalla produzione alla distribuzione. In Italia qual è lo stato dell’arte?

 

“In Italia non è un’industria e non è un male. Sarebbe un grande errore cercare di emulare gli States. La vela non sarà mai lo sport nazionale italiano come per la Nuova Zelanda, però amiamo andare in vela e abbiamo anche delle eccellenze in questo campo. Anche nel cinema italiano ci sono delle eccellenze e da sempre ci siamo distinti più per la qualità creativa che per quella industriale.

Dal neorealismo in avanti il cinema italiano ha saputo sempre crearsi uno spazio di successo importante, delimitato il più delle volte ai confini nazionali. Tutto il mondo ha guardato, sbirciato e imparato dai nostri cineasti, ma l’industria è un’altra cosa. Oggi il passo che la produzione italiana deve fare è quello di guardare sempre più a coproduzioni internazionali per dare al cinema un respiro commerciale maggiore, vale a dire fuori dai nostri confini”.

 

Quali sono, al momento, gli obiettivi prioritari della Moviemax?

 

“Moviemax vuole consolidare la propria posizione nel mercato italiano. Abbiamo lavorato sodo negli ultimi due anni e i risultati sono arrivati. Moviemax è una società di distribuzione, acquisiamo film per tutti i diritti, per lo più da produttori nord americani. La nostra ambizione è quella di coniugare il business con la qualità. Vorremmo avere film che hanno buone performance al botteghino, ma che allo stesso tempo facciano emozionare chi va a vederli. Devo dire che ci stiamo riuscendo”.

 

Nel 2007 la Moviemax si cimenta, per la priva volta, nella produzione cinematografica, co-producendo “Piano 17” dei Manetti Bros e producendo interamente “Nero bifamiliare”, esordio alla regia del cantautore Federico Zampaglione. Come giudica i risultati ottenuti? E cosa, eventualmente, bisogna migliorare?

 

“Sono state due ottime esperienze, il bilancio è positivo. Il cinema ha bisogno di storie: per migliorare è necessario avere una grande attenzione ai contenuti. Trovare dei soggetti originali, quindi un lavoro di scouting è la vera chiave del successo”.

Come sceglie un film da distribuire (o da produrre)? Con quali criteri?

 

“Per i film di produzione, come dicevo, prima di tutto le storie. Quanto ai film di acquisizione leggiamo più di trecento sceneggiature all’anno. Gli elementi che consideriamo per la selezione sono diversi, tra i più importanti: chi lo produce, quale sarà la sua distribuzione in U.S.A, il periodo di release, il cast artistico, il budget di produzione, il prezzo”.

 

La Mondo H.E. vanta prestigiosi sodalizi, quello con l’Istituto Luce è un po’ il fiore all’occhiello… Come nascono queste collaborazioni?

 

“È una mia personale battaglia, vinta ormai quattro anni fa. Volevo a tutti i costi distribuire in home video quello che ritengo l’archivio documentaristico più ricco e straordinario al mondo. Quando l’allora amministratore delegato dell’Istituto Luce, Luciano Sovena, ha visto che mi brillavano gli occhi all’idea, non ha potuto dire di no, anche in considerazione dell’offerta, che ha fatto brillare gli occhi a lui…”.

 

C’è un film del passato che le sarebbe piaciuto produrre o distribuire?

 

“Più di uno, gliene ne cito tre: “C’era una volta in America”, “La vita è bella” e “Un Americano a Roma”. Tre capolavori”.

 

E in anni più recenti?

 

“Uno americano per par condicio: “Forrest Gump”.

 

C’è un produttore cinematografico a cui guarda con ammirazione e perché?

 

“Ultimamente ho avuto un’enorme fortuna, e forse ancora non l’ho colta a pieno. Lo scorso anno ero a Los Angeles, arrivo ad un appuntamento, mi siedo davanti al mio interlocutore che mi guarda e dice: “Guagliò, tengo solo cinque minuti di che parliamo?”. Io gli ho risposto: “Me ne bastano tre”. Non scorderò mai le oltre due ore di piacevole chiacchierata, durante le quali ho avuto davanti a me un uomo, credo di oltre ottanta anni, segnato dal tempo, ma con una lucidità, un’energia, una passione davvero fuori dal comune. Ho incontrato nel suo ufficio Dino De Laurentiis. Ecco, lo ammiro più di ogni altro, perché ha capito che l’industria del cinema non puoi farla in Italia”.

Molti film validi non arrivano al grande pubblico perché incontrano difficoltà nella distribuzione. È proprio inevitabile?

 

“Si è inevitabile, gli americani dicono “Business is business”!”.

 

In Italia esistono festival importanti. Come li giudica? Possono essere un buon volano per la crescita del cinemamade in Italy?

 

“I festival sono importanti, ma la crescita del cinema italiano passa per altre strade. È necessario fare “sistema” tra istituzioni, film commission, associazioni di categoria, autori, compratori di contenuti. I produttori devono fare gli imprenditori, lo Stato deve metterli in condizione di farlo, non con aiuti una tantum, ma con leggi che favoriscano lo sviluppo dell’impresa cinema.

Ci sono tanti produttori capaci e seri in Italia che conoscono bene le regole d’impresa, è necessario metterli in condizione di immaginare un futuro chiaro nel medio e lungo periodo. Fino ad oggi siamo andati avanti con il day by day. Così è difficile. Tuttavia il tax-shelter, recentemente approvato, è un importante segnale positivo che va nella giusta direzione”.

 

Cosa pensa dei famigerati “cinepanettoni”?

 

“Il meglio possibile. Tengono incollati in sala milioni di persone. Sono veramente come il panettone a Natale, immancabili. Prima o poi ne vedrò uno”.

 

Su cosa, in particolare, il cinema italiano dovrebbe puntare per acquisire un livello di maggior prestigio internazionale?

 

“Dovrebbe saper unire la sua riconosciuta creatività alla capacità di dargli un valore più ampio in termini produttivi, creare un prodotto che possa varcare quindi i confini nazionali. Per questo serve fare coproduzioni internazionali”.

 

La tecnologia oggi consente di vedere un film sullo schermo di un cellulare o del proprio Ipod. Quali sono i nuovi scenari?

 

“Non credo molto a queste modalità di fruizione, la magia di un film è in sala. Tuttavia la tecnologia non possiamo fermarla e sono sicuro continuerà a stupirci”.

Televisione, home video, cinema. Tre ambiti differenti che, però, sono sempre più collegati. Secondo lei si va verso un’interconnessione totale?

 

“Certamente, l’avvento del digitale in tutti i media porterà sempre più la possibilità di interconnessione e soprattutto le finestre di fruizione, tra un media e l’altro, presto spariranno”.

 

Cosa vede nel futuro della Moviemax?

 

“Un film che incasserà dieci milioni di euro! Scherzi a parte Moviemax è la Cenerentola della distribuzione italiana, abbiamo davanti a noi importanti sfide che ci danno una grande carica, siamo pronti ad affrontarle per consolidare la nostra posizione sul mercato”.

 

E nel suo futuro personale?

 

“Sempre un film da dieci milioni di euro!!”.

 

 

 

 

*Dice di sé.

Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza.

 

 

SABRINA FERILLI

Io sono innamorata del cinema e il cinema è innamorato di me.

Ed ho anche nella mia testa una figura definita e chiara

del cinema, un cavaliere bellissimo.

(Da “Il Tempo”, 2007)

INTERVISTE Antonio Eustor - Ennio Doris, storia di un sogno italiano

Dalla rinuncia all’università per aiutare la famiglia all’incontro fondamentale con Silvio Berlusconi. Per il futuro  il sogno è creare una struttura che rappresenti, anche all’estero,  l’eccellenza dell’Italia nel settore dei servizi bancari

Antonio Eustor*

Fondatore e capo esecutivo della Mediolanum S.p.a., il cui patrimonio stimato ammonta a oltre 2,5 miliardi in dollari Usa, Ennio Doris nel 1969 inizia a lavorare nel campo della consulenza finanziaria come impiegato per la Fideuram. Nel 1971 entra a far parte della Dival (gruppo RAS), dove diventa il capo di un gruppo di 700 promotori finanziari. Nel 1982 fonda la società “Programma Italia” e convince un giovane imprenditore, che risponde al nome Silvio Berlusconi, ad investire una cifra pari agli attuali 250.000 euro, in cambio della comproprietà del 50% della società.

La sua strategia è di specializzarsi nel rapporto con il cliente, mentre subappalta la gestione dei fondi ad altre società. Sotto la sua guida carismatica la sua rete di promotori cresce rapidamente, come d’altronde il fatturato dell’azienda.

Aggiunge all’attività originaria, quelle di assicurazione (vita e danni) e di banca e rinomina l’azienda stessa in Mediolanum. Nel giugno del 1996 l’azienda viene quotata in Borsa. Nel 2002 Doris viene nominato cavaliere del lavoro.

 

Partiamo dalle origini. La sua che tipo di famiglia era?

 

“La mia era una di quelle famiglie che pur nella povertà era ricca di valori e molto unita. Eravamo in quattro, i miei genitori, mia sorella ed io, ma la nostra casa era inserita in un caseggiato dove, in altre tre case, vivevano altrettante famiglie per cui, come accadeva spesso una volta, la vicinanza e l’amicizia trasformavano i vicini di casa in “quasi parenti”.

Ricordo con piacere quei tempi e soprattutto ricordo la dolcezza di mia madre e gli insegnamenti morali e materiali che mio padre riusciva a darmi dialogando con me e con il suo esempio”.

 

Che tipo di studi ha fatto e come è entrato nel mondo del lavoro?

 

“Per rispondere a questa domanda devo raccontare un po’ la storia del mio paese. Sono nato a Tombolo, in provincia di Padova, un territorio oggi decisamente benestante, ma negli anni ’40 al centro di una zona contadina abbastanza depressa. In particolare Tombolo, per ragioni storiche che neanche conosco, ha avuto poca terra rispetto al numero degli abitanti, nonostante una cultura strettamente legata ai frutti dell’agricoltura e dell’allevamento; non c’erano risorse sufficienti per tutti e gli uomini si sono inventati la professione del mediatore di bestiame, che andava all’alba nei mercati dei paesi vicini ad intraprendere “trattative per conto terzi”.

Questa era la professione di mio padre e, chissà, forse sarebbe stata anche la mia. Andavo a scuola, alle elementari, quando purtroppo mi ammalai di nefrite, allora malattia molto grave e curabile solo con la penicillina; rimasi a letto per un anno e mi appassionai alla lettura e allo studio, non potendo fare altro. Una volta guarito continuai la scuola e scoprii una propensione per la matematica. Mi diplomai in ragioneria e fui subito ad un bivio in quanto mi si presentò la possibilità di lavorare in banca o, sponsor la mia professoressa di matematica, di andare all’università. Optai per la prima soluzione, anche perché non vedevo l’ora di poter portare un aiuto concreto alla mia famiglia, dopo tutti i sacrifici che aveva fatto per me. Quindi entrai come impiegato alla Banca Antoniana e vi restai per otto anni”.

 

C’è stato un momento preciso in cui ha capito che desiderava più di ciò che le offriva la sua attività?

 

“Già dall’inizio fui un bancario atipico in quanto, conoscendo molto bene le reali necessità dei miei compaesani che, alzandosi all’alba per andare ai mercati, non potevano di certo recarsi in banca durante l’orario di apertura, avevo creato, d’accordo con il direttore della filiale, un servizio di ritiro o consegna di assegni “porta a porta”, cioè al domicilio del cliente, al termine dell’orario di lavoro.

Dopo otto anni di banca divenni direttore generale di una piccola azienda metalmeccanica, la Talin di Cittadella, e mi sentivo quasi arrivato. Un giorno però salii sul sedile posteriore dell’auto del proprietario dell’azienda, una Citroen Pallas, bellissima per quei tempi, e di colpo ebbi una folgorazione dicendo a me stesso: “Quest’uomo sta guidando l’auto che mi piacerebbe avere, anzi, sta guidando la mia vita” e capii in un lampo che non ero più soddisfatto del mio lavoro e che dovevo trovare un’attività in proprio, che mi consentisse di prendere in mano le redini del mio futuro.

L’occasione arrivò qualche mese dopo, quando un mio compagno di studi mi propose di intraprendere l’attività del “consulente finanziario”, allora si chiamavano così, l’unica attività imprenditoriale che avrei potuto avviare senza disporre di un capitale. Mi buttai a testa bassa in questo nuovo impegno e, grazie anche all’aiuto di mia moglie che mi affiancò e sostenne moltissimo soprattutto in queste prime fasi facendomi da autista, segretaria, telefonista, ottenni subito ottimi risultati. Ricordo che nel solo primo mese guadagnai in commissioni l’equivalente di un anno di banca. Iniziò per me un periodo nel quale non stetti fermo un attimo. Lavoravo 364 giorni l’anno, escluso il Natale, con orari che andavano dalle otto del mattino sino a quasi mezzanotte”.

 

Il 1982 è l’anno della svolta. Fonda “Programma Italia” e incontra Silvio Berlusconi, dando vita a Mediolanum. Che ricordi ha di quella successione di eventi?

 

“La nuova attività andò talmente bene che nel 1980, dopo un passaggio in Fideuram, lavoravo in Dival del Gruppo Ras, avevo sotto di me un gruppo di circa ottocento agenti e guadagnavo già un centinaio di milioni di lire al mese. Il mio sogno però era quello di riuscire a realizzare una struttura con figure professionali che fossero in grado di gestire le esigenze del cliente, che per me è sempre stato identificato nella famiglia, dal punto di vista del risparmio, della previdenza, della casa e dei servizi bancari: tutti comparti che nel mercato italiano non dialogavano tra di loro. Per fare ciò avrei dovuto trovare un socio in grado di fornirmi la struttura aziendale che io non avevo e che fosse sufficientemente attento e innovativo da sposare l’idea della “consulenza globale”.

Questo socio lo identificai in Silvio Berlusconi, che incontrai quasi per caso a Portofino e subito gli sottoposi l’idea di costruire un’azienda che avesse l’obiettivo di diventare il punto di riferimento delle famiglie italiane per tutto ciò che riguardasse il risparmio, la previdenza e la casa. Dopo quindici giorni Berlusconi mi chiamò e da lì nacque un sodalizio che continua ancora”.

Del Presidente Berlusconi si sa tutto o quasi. Cosa si ignora che invece si dovrebbe sapere?

 

“L’ha detto lei, si sa quasi tutto e si ignora pochissimo e, per quanto mi riguarda, due delle sue caratteristiche che maggiormente colpiscono l’interlocutore sono la capacità e la velocità di entrare in un settore non suo durante una discussione e di capirne immediatamente le problematicità, i punti di forza e quelli di debolezza. Veramente una mente non comune. La mia fortuna, a pensarci bene, non è stata tanto averlo come alleato quanto non averlo come concorrente”.

 

Come è cambiato nel tempo il vostro rapporto?

 

“Da sempre ho avuto, in quanto operativo ed esperto del settore, la massima indipendenza, accollandomi direttamente la responsabilità di iniziative di rilievo nell’economia aziendale, come ad esempio l’acquisto di Mediolanum assicurazioni e Mediolanum vita nel 1984. Comunque Silvio era sempre presente ed era un punto di riferimento al quale facevo ricorso e con il quale decidevo le strategie di massima. Da quando è entrato in politica, purtroppo, lo vedo molto poco, un paio di cene all’anno, e in quelle occasioni parliamo di tutto tranne che di lavoro. Spesso rimpiango i suoi consigli e la sua lucidità”.

 

Umanità, tecnologia, tradizione e futuro sono i punti cardine della sua mission aziendale. Come è possibile conciliare questi aspetti?

 

“Non è per niente difficile in quanto questi punti non sono il risultato di un processo, ma la fotografia di una realtà. Non dobbiamo mettere insieme umanità, tecnologia, tradizione e futuro e quindi porci il problema di come farli convivere, ma questi quattro elementi sono l’essenza stessa di Banca Mediolanum, inscindibili nell’immagine esterna, nei rapporti interni e per l’insieme della community di manager, dipendenti, agenti e clienti. Grazie all’esistenza di queste caratteristiche siamo immediatamente riconoscibili e comprensibili da qualunque tipologia di cliente, dalla casalinga di Voghera che può contattare la banca anche solo utilizzando il telefono e la televisione di casa, al giovane tecnologicamente evoluto che usa solo Internet, al grande imprenditore che tratta direttamente da casa le sue questioni, di successione aziendale ad esempio, con il proprio private banker”.

Che cosa l’ha spinta ad essere testimonial nelle pubblicità Banca Mediolanum, con la famosa poltrona rossa sul lago salato?

 

“Veramente non pensavo che le nostre campagne pubblicitarie potessero arrivare a darmi una tale notorietà. Tutto è nato dalla necessità di rafforzare l’immagine e di dare grande credibilità ad una azienda che si presentava priva di strutture materiali, visto che non abbiamo filiali, e che trattava un argomento delicato per le famiglie, quale il risparmio. Abbiamo fatto un parallelismo con la pubblicità di prodotti alimentari: l’esempio è l’amico Giovanni Rana il quale mi ha raccontato di aver avuto lo stesso problema di credibilità. Lui doveva esporsi in prima persona per garantire la qualità dei propri prodotti alimentari, settore anch’esso molto delicato.

Io ho fatto la stessa cosa mettendo in gioco la mia reputazione come presidente della banca, che parla direttamente ai propri clienti. In più la mia presenza come protagonista dello spot aveva anche la funzione di alimentare le prospettive dei nostri agenti che potevano vedere in me la realizzazione di un sogno e un modello da seguire con obiettivi senza limiti”.

 

Le persone fanno la differenza. È solo uno slogan o qualcosa in cui crede?

 

“Ci credo, anzi tutta l’azienda ci crede fortemente, tanto che le posizioni chiave della mia rete di vendita hanno, da sempre, un turn over pari allo zero e questa nei fatti è la dimostrazione di quanto l’azienda conti sui rapporti umani”.

 

La parola famiglia ricorre spesso nelle sue attività. Lo stesso family banker è un professionista che ha nelle famiglie il suo target principale. Ci spiega perché?

 

La famiglia è il nucleo principale su cui si basa l’organizzazione civile. La famiglia per me è stata ed è importantissima. L’azienda è, sarà anche banale, una grande famiglia – a questo proposito sono orgoglioso di dire che abbiamo, nella nostra sede di Milano3, un eccellente asilo nido per i figli dei nostri dipendenti –-, e da famiglie è formata tutta la nostra clientela. Il family banker, evoluzione del consulente globale degli esordi, è il direttore di banca del terzo millennio, che svolge la sua professione affiancando direttamente la famiglia, raggiungendola anche a casa, con un rapporto diretto e umano, tutta la professionalità e la tecnologia adeguate ai nostri tempi. A questo punto la famiglia non poteva che essere al centro di tutta la nostra attività”.

 

A proposito di famiglia, c’è un episodio di quando incontrò per la prima volta i parenti della sua futura moglie, che merita di essere raccontato…

 

“La prima volta che vidi mia moglie, lavoravo in banca e stavo recandomi da un suo zio per consegnare degli assegni, ne rimasi fulminato e decisi immediatamente che l’avrei sposata. Non persi tempo e dopo pochi giorni, d’accordo con lei, mi presentai a casa sua chiedendone la mano. Rimasero tutti un po’ stupiti, ma la mia determinazione fu tale che alla fine accettarono. È stata la migliore decisione della mia vita”.

 

I suoi figli sono dei privilegiati. Quali insegnamenti ha passato loro?

 

“Certamente i miei figli possono essere considerati dei privilegiati, ma i loro privilegi, proprio perché conoscono bene la storia della famiglia, entro certi limiti se li sono dovuti conquistare. Sara e Massimo sono stati e sono due bravi ragazzi, molto vicini a noi e tra di loro. Mi stanno dando molte soddisfazioni e mi hanno dato sei nipotini, quattro femmine sono figlie di Sara e un maschio e una femmina figli di Massimo. Posso dire con certezza che siamo riusciti a trasmettere loro tutti i valori delle famiglie mia e di mia moglie e sono sicuro che continueranno la tradizione con i miei nipotini”.

 

E nella loro vita professionale, hanno seguito la sua strada o hanno preferito dedicarsi ad attività diverse?

 

“Mio figlio Massimo, che oggi ha 40 anni, è entrato presto nel consiglio d’amministrazione. Appena laureato è stato per un anno e mezzo in Inghilterra per fare esperienza in alcune tra le maggiori case di investimento. Rientrato in Italia, dopo aver fatto anche il promotore finanziario, ha lavorato nei settori più importanti e strategici della banca, dal controllo di gestione al marketing, sino a diventare il responsabile della formazione della rete e infine capo degli allora cinquemila agenti di Banca Mediolanum. Negli ultimi tre anni è stato in Spagna, in qualità di amministratore delegato di Fibanc Mediolanum, la nostra controllata spagnola, e dal 30 luglio è tornato in Italia come amministratore delegato e direttore generale di Banca Mediolanum.

Una bella carriera tutta meritata. Certo è mio figlio, ma proprio per questo per arrivare dove è arrivato ha dovuto dimostrare le sue doti più di chiunque altro. Mia figlia Sara è anche lei da sempre in azienda, oggi si occupa, oltre che delle sue quattro bambine, di tutti gli asset non tangibili del gruppo e in particolare della Fondazione Mediolanum”.

 

Nel 2001 lei ha lanciato Mediolanum channel, il cui palinsesto prevede una programmazione basata su auto-produzioni riguardanti finanza, cinema, teatro, tecnologia e viaggi. Vuol fare concorrenza al suo socio?

 

“No, assolutamente. L’obiettivo di Mediolanum channel è quello di essere un punto di incontro per la community che gravita attorno alla banca, cioè i clienti, gli agenti e i dipendenti. I risultati di ascolto, di gradimento e di ricordo ci gratificano molto perché testimoniano la qualità del prodotto che realizziamo. Certamente non vogliamo fare concorrenza alle reti Mediaset, anzi non vogliamo fare concorrenza a nessuno, vogliamo comunicare bene e in modo corretto”.

 

Come valuta, nel complesso, l’offerta della tv generalista?

 

“Ogni tv, anche quella generalista, ha un suo target. Non la si può prendere nel suo insieme, ma la sua offerta va valutata in funzione del target al quale si rivolge e pertanto ogni canale, servizio pubblico incluso, rispecchia esattamente ciò che il suo pubblico richiede. Senza questa premessa non si può dare un giudizio e grazie a questa premessa non si può dare un giudizio.

Nel caso di Mediolanum channel riteniamo di avere realizzato non tanto una tv generalista, ma una tv delle tv di nicchia. Cioè possiamo permetterci, non essendo assillati da necessità di audience e pubblicitarie, di dedicare ampi spazi ad argomenti e settori che le altre tv non possono approfondire e questo porta grandi soddisfazioni”.

 

A proposito di concorrenza, i grandi gruppi bancari costituiscono, per alcuni, il vero centro del potere. La Mediolanum come si inserisce in questo scenario?

 

“Banca Mediolanum è il nuovo. Banca Mediolanum è snella. Banca Mediolanum è vicina alla gente. Banca Mediolanum è alla portata di tutti. Tragga lei le conclusioni”.

Inflazione, aumento dei prezzi, mutui a tassi di interesse fissi e variabili. Come può un piccolo risparmiatore sopravvivere in questa giungla?

 

“Bisogna distinguere prima di tutto tra un risparmiatore, anche piccolo, che ha un capitale da proteggere e da incrementare e chi purtroppo non ha assolutamente armi finanziarie per difendersi dall’aumento dei prezzi e dall’inflazione. Nel primo caso, dopo aver fatto una attenta analisi dei propri bisogni futuri, se si riesce a superare il naturale “istinto di sopravvienza”, che tiene lontani dalle borse quando scendono mentre sarebbe proprio quello il periodo ideale per approfittarne, investire una parte del proprio risparmio, quella parte che si può lasciare investita almeno per dieci anni, in un investimento azionario il più possibile diversificato sia geograficamente sia settorialmente. In questo caso non bisogna far altro che attendere e i risultati arriveranno.

Diversa è la situazione di chi alla terza o quarta settimana del mese ha esaurito lo stipendio e non riesce più a pagare la rata del mutuo. Noi di Banca Mediolanum abbiamo cercato di venire incontro ai nostri clienti con due iniziative importanti: la prima è la riduzione unilaterale dello spread sulla rata dei mutui, abbassandolo mediamente dello 0,66%, con un mancato guadagno calcolato per l’azienda di 65 milioni di euro in 22 anni, che è la durata media del nostro portafoglio mutui in essere. Inoltre, affinchè nessun nostro cliente debba mai perdere la casa per un grave infortunio o grave malattia, abbiamo istituito, a spese della banca, un fondo di solidarietà per proteggere i nostri clienti da questi gravi eventi che, oltre al danno diretto, potrebbero causare anche la perdita della casa”.

 

Lei risiede a Milano, ma ogni fine settimana torna a Tombolo, suo paese d’origine. Le serve come ricarica?

 

“Certamente, sono legatissimo alla mia terra e appena posso torno a casa, purtroppo sempre meno di frequente, faccio anche una partita a carte, con i “soci” di sempre. Giochiamo a “briscolon” e tutti i segnali sono leciti”.

 

Forbes, ogni anno, stila la graduatoria degli uomini più ricchi d’Italia. Nel 2007 lei risulta 11°. È una classifica che aspetta o non le interessa?

 

“Non mi interessa più di tanto, certo può far piacere, ma tutto sommato mi lascia quasi indifferente”.

Due grandi passioni la caratterizzano da sempre: l’amore per il ciclismo e per il buon vino. Conferma?

 

“Non del tutto. Sicuramente l’amore per il ciclismo lo ribadisco, anche se rimango solo un “coppista”; il vino non è una passione specifica, certo a tavola se bevo, preferisco un buon bicchiere di vino di qualità, ma non lo considero tra i miei bisogni primari”.

 

Il doping nel ciclismo e la contraffazione enologica incidono, pesantemente, in questi due settori. Cosa sarebbe necessario fare?

 

“Per quanto riguarda il ciclismo ho sentito delle teorie pazzesche che dicono che dal momento che tutti fanno uso di sostanze dopanti, i pochi che non ne fanno uso sarebbero svantaggiati e quindi viene cercata una giustificazione all’Epo o altre schifezze del genere. Pazzesco! Stanno ammazzando uno sport tra i più belli e spettacolari che siano mai esistiti. L’unica soluzione sarebbe cambiare la mentalità dei giovani e condannare pesantemente, molto pesantemente, allenatori e maneggioni che forniscono le sostanze proibite. Qualcosa si sta facendo, ma non è ancora abbastanza.

Per quanto attiene la sofisticazione del vino, c’è poco da dire, purtroppo i disonesti ci sono e, anche se molto pochi, mettono a repentaglio la salute pubblica e l’immagine della stragrande maggioranza dei produttori onesti e seri che contribuiscono con il loro lavoro a creare e sviluppare un’immagine positiva e fattiva dell’Italia nel mondo. Anche qui il pugno deve essere molto duro”.

 

E la passione politica l’ha mai tentata al punto da farle prendere in considerazione un impegno in prima persona?

 

“No. La fa già il mio socio e se entro anch’io in politica chi si occupa dell’azienda? A parte gli scherzi, da giovane un po’ di politica l’ho fatta, ma sempre con moderazione e durante la prima campagna elettorale di Forza Italia, data la mia esperienza nel parlare in pubblico, ho dato una mano tenendo comizi per conto dei candidati che non avevano tale esperienza. Null’altro. E poi mi diverto troppo mandando avanti il mio gruppo”.

 

Ripensando alla sua attività: quando è partito sperava di arrivare dove è arrivato?

“Non sono arrivato, sono solo all’inizio. Sono partito con una visione di massima che era l’idea del “consulente globale”, affiancata al concetto di imprenditorialità per tutti i collaboratori. Via via l’idea si è affinata, aggiungendo tasselli e concetti che hanno oggi la loro totale fotografia nell’essenza stessa della banca multicanale integrata com’è Mediolanum e nella figura del family banker. Lo sviluppo all’estero è l’evoluzione, ma il sogno è quello di creare una struttura che rappresenti in tutto il mondo il concetto di eccellenza dell’Italia anche nel settore dei servizi bancari, finanziari e della consulenza alle famiglie come “Ferrari” per le automobili e le grandi firme per la moda.

 

Ennio Doris, ma cosa vuol fare da grande?

 

“Non so, c’è ancora tempo”.

*Dice di sé.

Antonio Eustor. Un americano a Roma: ha studiato e a lungo vissuto a New York, con preziose esperienze manageriali. Poi, in Italia, è da trent’anni il braccio destro di Cesare Lanza. In Rai per sette anni consulente di “Domenica in” e di altri programmi. Dal 2005, a Canale 5, segue in particolare, come uno degli autori, il programma di Paolo Bonolis “Il senso della vita”.

GÉRARD DEPARDIEUSofia Loren è la madre di tutti gli attori,

la santa patrona degli attori, un’intelligenza fuori dal comune,

un saper vivere e una discrezione unici.

(Da “Amo la vita”, 2005)

Francesco Canino - Candida Morvillo, la Novella ti intriga di più

Sapiente mix di spigolosità e dolcezza a trentaquattro anni ha conquistato  da pochi mesi la direzione dello storico settimanale fabbrica del gossip. E spiega i segreti del suo lavoro

Francesco Canino*

Intrigante. Come la voce nasale che camuffa un accento indefinito. Precisa. Come le parole che escono sempre pensate e misurate dalla sua bocca carnosa. Ironica. Come le situazioni al limite del tragicomico che racconta, torturando la chiavetta del caffè e mostrando, il minimo indispensabile, all’interlocutore i grandi occhi da imperterrita scrutatrice dell’animo umano (due segnali d’indiscutibile timidezza, direbbe qualcuno).

Incontro Candida Morvillo al quarto piano della torre di ottanta metri che domina il nuovo quartier generale di Rcs, un’area di oltre 95 mila metri quadri a ridosso della storica sede Rizzoli, terminata appena qualche mese fa e progettata dal quotatissimo Stefano Boeri e dal suo staff di architetti. Classe 1974, sorrentina, Candida Morvillo ha iniziato a scrivere appena diciottenne su “Il Golfo”, allora quotidiano della città di Sorrento, per passare subito dopo a fare l’inviata dalla costiera per “Il Mattino”, raccontando tra l’altro gli effetti di Tangentopoli e il tracollo della Democrazia cristiana che considerava quelle zone un enorme serbatoio di voti. Arrivata a Milano poco più che ventenne entra all’istituto De Martino, la scuola per formazione al giornalismo dell’Ordine dei giornalisti, e, dopo un variegato percorso tra stage e contratti a tempo determinato, viene assunta al settimanale “Oggi”: merito non solo delle sue (innegabili) capacità, ma anche di quel pizzico di astuzia e di furbizia che la portarono ad intrufolarsi ad un matrimonio blindato e a fare uno degli scoop della sua carriera. Sapiente mix di spigolosità e dolcezza (proprio come la sua terra), a trentaquattro anni la Morvillo ha conquistato da pochi mesi la direzione di “Novella 2000”, fabbrica del gossip e storico settimanale pettegolo, che sotto la sua direzione sta cambiando pelle, raccontando non più solo gli amorazzi dei “soliti noti” di casa nostra, ma anche le storie, le vite e gli intrighi di quelli che contano: politici, imprenditori, manager (la “razza padrona” insomma), sono finiti sotto lo sguardo impertinente, frivolo e divertito della nuova “regina del gossip” italiano.

“La Repubblica delle veline” è il titolo di un libro che lei scrisse per Rizzoli e che fu pubblicato esattamente cinque anni fa. Una specie di saggio, accompagnato da non pochi mugugni, nel quale sollevò più di qualche dubbio sulla patinata vita dei cosiddetti “lavoratori dello spettacolo”. Mi racconta come nacque questa sua tragicomica e puntuta opera?

 

“L’idea a dire il vero non fu mia. Fu piuttosto un’intuizione intelligente di Franco Grassi, uno dei più importanti esperti di narrativa italiana della Rizzoli, che si era sempre occupato di cose molto più serie: non a caso era l’editor di Oriana Fallaci. Lui aveva capito che qualcosa stava cambiando, che c’era un nuovo fenomeno che si affacciava nella società italiana. Stava esplodendo la carica delle “ragazze spettacolo” che stavano diventando dei nuovi idoli, come una volta lo erano state le modelle. In quel periodo io lavoravo al settimanale “Oggi”, mi chiamò, mi raccontò quali erano le sue intenzioni e nacque questo saggio sociologico, ma anche pettegolo, sulle ragazze della tivù”.
Volendo raccontare in estrema sintesi le intenzioni del libro si potrebbe dire: ecco come sono cambiate le donne in tivù, dalle annunciatrici bon chic bon genre della tivù anni ’50 siamo passati alle “strappone” dei giorni nostri.

“In parte è vero. Perché erano gli anni del boom del “veliname” vario, in cui registravamo un’invasione di veline, letterine, ereditiere, meteorine e via dicendo. Quando ho scritto “La Repubblica delle veline” nasceva un fenomeno che avevo l’esigenza di raccontare, ma quello che poi m’interessava dimostrare, e penso di esserci riuscita, è che dietro il luccichio c’erano e ci sono, i compromessi, un mondo finto e costruito a tavolino, dove quello che sembra essere vero è in realtà molto spesso solo verosimile. Adesso tutti sanno che è così”.

Anche perché nel frattempo è successo un po’ di tutto tra scandali, inchieste ed intercettazioni varie. Sarà per questo che il suo libro resta attualissimo. Cos’è cambiato in questi ultimi 60 mesi?

 

“Fondamentalmente rispetto a cinque anni fa il pubblico ha più consapevolezza di quella che è la verità di quest’ambiente… cioè sa che lo spettacolo è un mondo patinato in superficie e che basta andare appena oltre l’apparenza per scoprire cose molto più torbide. Questo essere consapevoli credo derivi anche dal gran polverone sollevato dalle intercettazioni telefoniche e dall’inchiesta denominata “Vallettopoli”, quella del pm di Potenza Henry John Woodcock per intenderci, che sta finendo, e in parte è finita, in una bolla di sapone e che ha squarciato il velo su quello che c’era dietro le quinte. Di quell’inchiesta per altro c’era già molto ne “La Repubblica delle veline” dove avevo proposto quantomeno un affresco d’ambiente che si è rivelato molto veritiero”.
Ha mai pensato ad un aggiornamento?

 

“Ci penso sempre da cinque anni, ma se non lo faccio mai è perché sono sempre superata dalla realtà (e sorride ironica). Diciamo che ci vorrebbe un aggiornamento continuo”.
A proposito di “Vallettopoli”, lei che idea si è fatta di quell’inchiesta?

 

“Non vorrei peccare di presunzione, ma sono stata per molto tempo una delle poche a criticare quel mondo fatto di lustrini, di feste e di lusso dove tutto sembrava potesse essere concesso. Sono stata l’unica voce fuori dal coro quando “la repubblica delle veline” veniva descritto come il migliore dei mondi possibili. Proprio perché quell’ambiente lo conosco bene e l’ho lungamente raccontato, mi sono resa conto che si stava facendo mediaticamente carne da macello di episodi che non erano reati, tanto che poi molte vicende sono state archiviate o posizioni minori stralciate dall’inchiesta principale e sono poi finite in un nulla di fatto. Io non accuso nè giustifico, sia chiaro, però specie da certi quotidiani e da molte trasmissioni tivù Vallettopoli è stata trattata con poca conoscenza dell’ambiente e dei meccanismi di questo lavoro, scandalizzandosi per cose tutto sommato banali”.

 

“Il pettegolezzo è l’unica forma di giornalismo. E di letteratura. Arbasino è stato un grande scrittore di gossip. “Fratelli d’Italia” è un libro di pettegolezzi. Come la “Ricerca del tempo perduto”…”. L’ha detto uno dei grandi maestri del genere gossipparo, Roberto D’Agostino. Lei concorda?

 

“Una volta con Gene Gnocchi abbiamo fatto una tavola rotonda ad “Artù”, il programma che il comico conduce su Rai Due, sostenendo ironicamente che il giornalismo scandalistico è l’unica forma di giornalismo veramente libera: più o meno quello che dice D’Agostino. Non starei a scomodare Schopenhauer… noi al massimo abbiamo scomodato le vallette di Gene Gnocchi!”.

 

Da qualche mese lei è sulla plancia di comando della più famosa “bibbia” dell’italico pettegolezzo, “Novella 2000”, da più di mezzo secolo una vera e propria fabbrica del gossip. Come sempre anticipa i tempi e ha rimodellato il giornale spostando l’obiettivo: nel mirino non ci sono più solo veline, calciatori e tronisti, ma anche il cosiddetto “potere”.

 

“C’è un po’ di tutto, a dire il vero. Visto che le storie dei personaggi dello spettacolo un po’ annoiano perché sono sempre uguali, noi andiamo a pescare in un ambito che ai lettori interessa sempre di più e dunque sotto la lente d’ingrandimento del gossip finiscono adesso anche gli imprenditori, i manager, gli scrittori di successo e i politici. In questo momento il potere piace molto e sembra convincere i lettori, che si divertono scoprendo aneddoti e storie di volti magari ancora poco conosciuti”.

 

Questo cambiamento di rotta si è visto sin dal numero primo del “Novella” dell’“era morvilliana”, quando ha messo in copertina le bollenti effusioni tra il Presidente della camera Gianfranco Fini e la compagna Elisabetta Tulliani. Foto che hanno fatto molto discutere e che sono costate al suo giornale una querela da parte della terza carica dello Stato. Secondo lei si può pubblicare tutto?

 

“Tutto quello che la legge ti consente di pubblicare, in primo luogo. E poi tutto quello che la coscienza mi consente di pubblicare”.

Verrebbe da aggiungere: tutto quello che l’editore le consente di pubblicare…

 

“Qualcuno pensa che l’editore vieti la pubblicazione di qualche cosa, ma credo che questo non accada mai, o meglio, a me non è mai successo. C’è piuttosto un linea editoriale concordata prima, questo certamente, ma l’editore non dice mai cosa pubblicare e cosa no. Oltretutto in una società come Rcs in cui l’editore non è unico, ma ce ne sono almeno venti tutti importanti, se dovessi dare retta solo ad uno farei un torto a tutti gli altri (dice ridendo)”.
Ma le reazioni dei protagonisti non la spaventano?

 

“Io ho sempre la coscienza tranquilla, sia dal punto di vista legale che umano. Certo, se devo pubblicare qualcosa inerente alla salute di una persona o qualcosa che può provocare la rottura di una famiglia, allora mi metto lì e ci penso mille volte. Tutto il resto m’intimorisce molto poco”.
Le “larghe intese” di Fini con la Tulliani ad esempio non l’hanno spaventata?

 

“Per niente”.
Vorrei due nomi: quello del miglior giornalista “gossipparo” in circolazione e quello del peggiore.

 

“Il migliore è sicuramente Roberto D’Agostino. Il peggiore non saprei… fondamentalmente dei peggiori dimentico le firme”.
Raccontiamo un po’ di lei. Sorrentina, nata nel 1974, ha iniziato a scrivere subito dopo la maturità e non ha più smesso. Tra collaborazioni varie, stage, scuola di giornalismo e contratti a tempo la sua poteva sembrare la storia di un qualunque aspirante giornalista. Finché un bel giorno la mandano al blindatissimo matrimonio di Anna Oxa e lì la sua carriera decolla.

 

“Era il 1999 e lavoravo al settimanale “Oggi”. C’era il matrimonio di Anna Oxa, quell’anno vincitrice del Festival di San Remo, con Behgjet Pacolli, un miliardario kosovaro molto discusso e conosciuto per essere implicato nell’inchiesta “Russia gate”. I due organizzano un matrimonio in stile kosovaro nel cuore della Brianza, era l’evento dell’anno e ovviamente per tenere alla larga giornalisti e fotografi ingaggiano un’agguerrita truppa di body guard: anche perchè “Tv Sorrisi e Canzoni” aveva pagato l’esclusiva fotografica 60 milioni di lire. Era una domenica e nessuno dei colleghi aveva voglia di andare a seguire un servizio che sarebbe andato quasi sicuramente a buca visto che la cerimonia era superblindata. Ovviamente scelgono me che ero l’ultima arrivata e mi tenevo stretta il mio contratto di sostituzione estiva. Quando mi mandano a questo matrimonio penso sinceramente che la mia carriera è finita perché succede il putiferio. Sono l’unica che riesce ad entrare nella villa dove si celebra il matrimonio assieme ad un gruppetto di fotografi”.

 

Il “Corriere della Sera” scrisse che vi eravate calati dagli elicotteri per rimanere arrampicati sugli alberi per paura di essere azzannati dai cani da guardia. Quasi una scena da film dei Vanzina.

 

“Più o meno accadde proprio così. Solo che loro erano in mimetica, arrampicati sugli alberi, io invece ero vestita da matrimonio. E a differenza dei fotografi entrai banalmente dal cancello, anche se le guardie del corpo dopo sostennero che era impossibile e che avevo scavalcato. In ogni modo una volta entrata faccio le foto con la macchinetta che mi ero opportunamente nascosta dentro i pantaloni e continuo ad aggirarmi per il matrimonio come se niente fosse. Rido ancora adesso a pensarci perché gli altri ospiti, scambiandomi per un’invitata, mi raccontavano un sacco di cose, che teoricamente non avrei dovuto sapere, tipo quanto era costato, dove sarebbero andati in viaggio di nozze, eccetera. La scena memorabile è quella col collega di “Tv Sorrisi e Canzoni”che scambiandomi per una parente involontariamente mi diede un sacco di informazioni preziosissime per il mio pezzo. Io ero lì con mio cocktail, faccio le foto identiche a quelle che erano state concordate per l’esclusiva e tranquilla sto per andarmene. Ad un certo punto però i colleghi che erano rimasti fuori fanno una soffiata ai gorilla e vengo avvicinata dal manager della Oxa che mi dice: “Lei è Candida Morvillo!”. Siccome non mi conosceva nessuno era impossibile che sapesse il mio nome. Comunque mi accusa di violazione di domicilio e chiama i carabinieri”.
Ma lei era entrata dal cancello, quindi era difficile sostenere la violazione di domicilio. O sbaglio?

 

“Esatto. Lì poi succede di tutto. Prima le guardie del corpo che si parlano e concordano la stessa versione, dicendo di avermi vista scavalcare, cosa non vera. Poi l’organizzazione dà l’ordine tassativo di non farmi uscire, ma poi arrivano i carabinieri e ci autodenunciamo a vicenda: loro per violazione di domicilio, io per sequestro di persona. In questo parapiglia arrivo al cancello, ma questi non mi vogliono fare uscire: a quel punto sono in lacrime, disperata perché non so come venirne fuori e nel frattempo scoppia una mega rissa tra body guard, giornalisti e fotografi… una scena memorabile! Colgo la palla al balzo e mi allontano disperata, ma sempre con la mia macchinetta nei pantaloni: e la prima cosa che faccio è chiamare il vice direttore del giornale convinta di essere licenziata in tronco… invece tre giorni dopo venni assunta”.
Scusi ma la Oxa e Pacolli si erano accorti di tutto quel trambusto durante il matrimonio?

 

“Credo se ne siano accorti soprattutto quando “Tv Sorrisi e Canzoni” non gli ha pagato l’esclusiva (ride). Però ho sempre pensato che alla fine anche quando fai delle cose indiscrete o scomode per un personaggio, se hai una tua lealtà alla fine ti viene riconosciuta. Nel caso del matrimonio della Oxa io avevo fatto il mio mestiere, non ero andata a togliere 60 milioni a due poveracci che stentavano ad arrivare alla fine del mese. Immaginavano certamente che qualcuno avrebbe potuto violare l’esclusiva”.
C’è qualcuno che la detesta?

 

“Penso di si. Mi arrivano delle voci ogni tanto, ma non ho “nemici”. Se qualcuno mi detesta sono fatti suoi!”.
Immagino che la Oxa e l’ex marito saranno tra i suoi peggiori nemici…

 

“A dire il vero sono stata la prima ad intervistarli quando si separarono. E per lungo tempo hanno parlato solo con me”.
C’è qualcuno che non fa mistero di non amarla particolarmente: Lele Mora, agente di molte celebrità, al centro delle cronache giudiziarie per Vallettopoli.

 

“Era lui che lo raccontava in giro. Forse all’inizio era vero che non gli stavo simpatica, quando ci siamo conosciuti posso avergli fatto un’impressione sbagliata. Ma abbiamo sempre avuto rapporti di grande rispetto nella reciprocità dei nostri ruoli professionali. E non mi vergogno di dire che nonostante io sia sempre passata per essere una delle sue prime nemiche, sono una delle poche ad averlo chiamato nel giorno del suo primo interrogatorio a Potenza sempre per l’inchiesta di Woodcock”.
“Confessione” piuttosto curiosa se si pensa che quasi tutti hanno cercato di smarcarsi da certi personaggi e da certi ambienti.

“Ripeto: quell’ambiente l’ho raccontato e mi rendevo conto che molte cose sono state travisate. Nel caso di Mora c’è stato un polverone ingiusto su una persona che tutto sommato è risultata poi essere estranea a determinati fatti. Che abbia fatto degli errori è fuori di discussione, ma da lì a giudicarlo un mostro credo ce ne passi”.

 

Torniamo al suo lavoro. Prima su “Vanity Fair” poi sul settimanale “A”, le sue interviste a metà strada tra amichevoli confidenze e una seduta di psicanalisi hanno fatto molto parlare e sono diventate un “cult”. Arti seduttive o poteri mistici: perché i personaggi con lei si aprono e si raccontano come fanno con pochi altri suoi colleghi?

 

“Credo che le persone si accorgano quando ti avvicini a loro con rispetto. Senza voler dare consigli o suggerimenti, perché ci sono colleghi mille volte più bravi e capaci di me, ci sono però delle accortezze fondamentali per portare a casa un’intervista efficace e non una robetta qualsiasi. Intanto arrivare preparato: leggere, documentarsi sul personaggio, telefonare a tutte le persone che lo conoscono. Se chi hai di fronte capisce che sta parlando con una persona preparata, che ha idea del suo lavoro, che non sta facendo una chiacchierata improvvisata, è sicuramente più disposto ad aprirsi. Non per ruffianeria, ma proprio perché capisce che di fronte ha un professionista. Un obiettivo fondamentale è quello trovare il coraggio di fare tutte le domande che ci vengono in mente, anche quello più scomode, e questa capacità spesso non è un dono di natura… per me ad esempio è del tutto innaturale”.
Mi vuol dire che la grintosa, caparbia e puntuta Morvillo in fondo è timida?

 

“Proprio così. Di mio, per indole e per carattere, non chiederei niente a nessuno. Poi siccome faccio questo mestiere m’impongo di essere una che fa le domande, anche quelle non farebbe mai. Ci sono colleghi che fanno parlare anche i sassi, gli riesce con una facilità tale che vanno avanti con le domande anche quando sono ormai al limite di qualunque imbarazzo e più che un’intervista sembra un interrogatorio. Io resto assolutamente stupefatta davanti a queste persone che fanno con naturalezza delle cose che io faccio con una fatica enorme. Per questo studio, lavoro su me stessa… ma, ripeto, per me non è un dono di natura”.

Sarà, ma lei appare un’ottima scrutatrice dell’animo umano e il risultato sono sempre interviste, per usare un’espressione vecchio stile, a “cuore aperto”. Tra le più clamorose impossibile non citare quella con Alessandro Cecchi Paone, che non ebbe alcun timore nel raccontarle di essere bisessuale.

 

“Le persone che hanno voluto aprirsi e raccontarmi cose particolarmente private probabilmente lo fanno perché riconoscono che mi muovo con professionalità e con grande empatia, cercando di capire chi ho di fronte e non di scrutare o rubare. E poi c’è un altro aspetto fondamentale: sono sempre molto chiara rispetto agli obiettivi dell’intervista. Molto più importante dell’intervista è quello che viene prima”.
Quello che i metodologi chiamano il “gioco della proposta”, cioè la fase preliminare, che avviene al momento della richiesta dell’intervista.

 

“Esatto. Nel momento in cui concordo l’intervista e la fisso, gioco a carte scoperte, dico fino a che punto vorrei potermi spingere. Nel caso di Cecchi Paone, ad esempio, l’ho chiamato perché volevo il coming out e per quanto non ci conoscessimo gli avevo fatto capire di che cosa volevo arrivasse a parlare. Credo che il personaggio tema soprattutto l’agguato, quindi se metto le cose in chiaro e mi pongo in un determinato modo, serio, da professionista, è più facile che decida di aprirsi. Certamente tutto questo è più facile se il giornalista si trova in una posizione di forza e dunque conta anche molto il prestigio della testata”.
Qualche altra sfumatura che il “perfetto intervistatore” deve saper cogliere per fare una buona intervista?

 

“Secondo me non bisogna mai snaturare troppo il senso di cioè che viene detto: ci vuole rispetto per quello che ti dicono. E poi rispetto per il lettore. Sforzarsi di fare le domande significa anche pensare a quello che il lettore vuole sapere. Mai risposte sospese: in sostanza, se una mi dice che ha avuto un dolore terribile e ha lasciato il marito, io devo chiederle, perché non posso sapere, quale sia questo terribile dolore, perché chi compra il giornale vuole saperlo”.

 

Lo sa che molti personaggi dello show-business ambiscono ad essere intervistati da lei?

 

“Diciamo che ci sono quelli che non vogliono assolutamente essere intervistati da me e quelli che invece lo vogliono. Scherzando dico spesso che se devo scegliere, in un’intervista preferisco sempre la “circonvenzione di capace”. Perché trovo molto più interessante “estorcere” le cose ad una persona intelligente che non alla “squinzia” di turno che ci casca, non se ne accorge e inizia a parlare senza riflettere su quello che dice. La persona intelligente invece ti riconosce l’onore delle armi. La squinzia nel temere me in realtà teme se stessa, perché non sa quello che le potrebbe uscire di bocca”.
Dunque le “squinzie” esistono…

 

“Certo che esistono e secondo me sono delle figure antropologicamente ben definite: la squinzia è consapevole di esserlo, volutamente ammiccante e gatta morta, pronta ad imboccare la prima scorciatoia a portata di mano. Poi esistono le vallette o le aspiranti show girls che invece sono ingenue, ci cascano, ci restano male, sbattono contro i muri. E per fortuna poi però ci sono anche le vie di mezzo”.
Lei ha fama di essere un’intervistatrice particolarmente cattiva. Pare che le “squinzie” letteralmente la temano.

 

“Così mi hanno riferito. Non perché io sia una “mangiavallette”, ma semplicemente perché non sono la balia di nessuno e penso che ognuna vada trattata per come si merita. Ci sono quelle che si credono furbe e tentano di proporre un’immagine di sé che alcuni giornali facilmente accettano. Ma da quelle non mi faccio fregare: meritano di essere “maltrattate”, sempre in maniera bonaria intendo. Le squinzie non solo temono quello che potrebbero dire, ma sono pronte a negare quello che hanno detto: io però le frego perché registro sempre tutto”.
È da pochi mesi alla direzione di “Novella 2000” quindi è troppo presto per tentare di fare un bilancio di questa esperienza. Le manca la scrittura?

 

“No, perché fare un giornale è come scrivere un pezzo all’ennesima potenza. Per me è molto meno ansiogeno dirigere e fare il giornale piuttosto che scrivere un pezzo. Non mi chieda il perché: è un mistero che non ho ancora risolto”.

*Dice di sé.

Francesco Canino. Nato a Torino ventisei anni fa, laureando (per la gioia della mamma) in scienze politiche, con una tesi sulla “metamorfosi dell’intervista”. Amerebbe scrivere un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella comunicazione politica italiana. Collabora con i settimanali “Tu” e “Confidenze”.

ANNA MAGNANI 

Ho capito che ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo

nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno.

(Da “Si è detto tutto sulla Magnani”)

SOCIETÀ Dionigi Tettamanzi - Riflessioni sulle contraddizioni della famiglia di oggi

Per apprezzare fino in fondo la realtà familiare occorre  riconoscerla come comunità originaria, primo luogo  in cui la società stessa sorge, si sviluppa e si rigenera*

Dionigi Tettamanzi*

Nel contesto della vita di oggi la famiglia è insieme molto amata e molto discussa. È molto amata perché nell’esperienza della famiglia si riconosce la propria esperienza affettiva fondamentale. Anche tra gli adolescenti e i giovani – che sono per molti aspetti critici con il mondo adulto e con le strutture sociali – troviamo un ampio apprezzamento della famiglia: è sentita come l’ambiente di riferimento, dove ci si sente accolti e amati, il rifugio sempre possibile nelle fatiche e nelle sconfitte.

L’apprezzamento è frutto, a volte, anche di una certa idealizzazione un po’ semplicistica, per cui la famiglia viene immaginata e descritta come un’oasi di relazioni affettive autentiche dentro il deserto di una società anonima e fredda. Vi è infine una considerazione positiva del ruolo educativo ed assistenziale svolto in modo ampio e capillare dalle famiglie: un bambino, un giovane, un anziano, un ammalato difficilmente troveranno cura più amorevole e tenace che nella propria famiglia. Da molte parti tuttavia nascono critiche radicali alla fisionomia e alla vita della famiglia. Si contesta il modello della cosiddetta famiglia tradizionale, ritenuto un modello sociale che si concentra sul ruolo degli adulti e degli anziani, a scapito dei giovani o che viene giudicato discriminante nei confronti di chi non intende vivere il matrimonio.

Anche il modello della famiglia nucleare, che si è progressivamente imposto nel dopoguerra ed è stato il protagonista del “boom” economico e demografico degli anni ’60, viene, ora, considerato superato. Il calo dei matrimoni religiosi e, poi, anche civili, a partire dagli anni ’80, e l’esplosione delle convivenze negli ultimi 10-15 anni manifestano con chiarezza la crisi di questo modello.

Una critica alla famiglia viene anche da chi la ritiene responsabile di impedire la libertà dei singoli che vogliono essere sciolti da legami relazionali vincolanti. Anche i legami familiari – si dice – sono divenuti irrimediabilmente fragili, liquidi, precari: non è più precario solo il lavoro, ma anche gli affetti sono in balia della precarietà.

Di fronte a questo scenario, ci è chiesto innanzitutto di saper osservare e verificare la realtà in cui viviamo. È particolarmente urgente una riflessione sapiente e coraggiosa per leggere nelle differenti situazioni le cause che possono scoraggiare e le motivazioni che ancora oggi, nonostante tutto, possono favorire la scelta di amare in modo unico e incondizionato per tutta la vita. Il primo passo da compiere è quello di comprendere il senso e di spiegare le ragioni per cui la famiglia deve ritenersi ancora fondata sull’unione stabile di un uomo e di una donna che decidono di amarsi per sempre e di aprirsi alla vita. E bisogna far vedere che ciò continua ad essere plausibile, anzi altamente significativo anche nell’attuale contesto sociale e culturale. Si tratta non di difendere un modello “tradizionale” di famiglia, ma di annunciare la possibilità di una vita familiare “autentica”, che sia davvero all’altezza della capacità di amore di un uomo e di una donna e che divenga sorgente di vita e di educazione, ponendosi così al servizio del bene di tutti e del futuro dell’umanità.

Solo a partire da una riflessione razionale approfondita e condivisa e da un assiduo e sempre rinnovato ascolto della parola di Dio possiamo acquisire quello sguardo perennemente nuovo che è in grado di vedere nella giusta luce, senza enfatizzazioni o riduttività, tutta la comune e straordinaria ricchezza presente nel vissuto familiare di oggi.

Non è sufficiente, però, il solo sguardo della ragione, anche se illuminata e purificata dalla fede, per arrivare a cogliere e a far cogliere il senso profondo della famiglia e la sua perenne validità. In un contesto come quello attuale, così poco razionale e fortemente legato alle emozioni e alle sensazioni, è del tutto necessario e decisivo offrire esperienze concrete e umanamente persuasive di vita familiare riuscita.

La Chiesa, nel suo essere insieme madre e maestra, ci guida e ci sostiene nel cogliere la verità e la bellezza e, insieme, i compiti irrinunciabili della famiglia secondo il disegno sapiente e amoroso di Dio, da lui impresso nelle aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo e della donna. È un magistero che per noi costituisce una grande grazia e una grave responsabilità, diventando un prezioso punto di riferimento in una stagione sociale e culturale come quella attuale, così spesso confusa circa il vero volto del matrimonio e della famiglia.

Dobbiamo allora, con rinnovato servizio alla persona umana, impegnarci con la riflessione, la proposta e la testimonianza a restituire alla famiglia la sua immagine vera e autentica anche nel contesto della società di oggi.

La famiglia, infatti, non deve essere idealizzata né considerata luogo in cui l’amore agirebbe di per sé, in forza di una pura spontaneità. Voi – sposi, genitori, figli – sapete bene che anche nella famiglia l’amore agisce dove c’è la pratica del dono di se stessi, dove si affrontano fatiche e sacrifici per donarsi reciprocamente, dove si traduce in concretezza di servizio quotidiano il sentimento che lega gli uni agli altri. Ma, d’altra parte, la famiglia non può neppure essere sminuita, considerandola al pari di una qualsiasi aggregazione sociale, istituita allo scopo di dare ordine e solidità alle diverse istituzioni esistenti e operanti nella società.

Per apprezzare fino in fondo la realtà familiare occorre invece riconoscerla come comunità “originaria”, cioè primo luogo in cui la società stessa sorge, si sviluppa e si rigenera di continuo. In questo senso nella famiglia gli affetti personali e i legami sociali si uniscono e si compongono tra loro. È proprio in famiglia che si impara a non contrapporre mai gli aspetti comunitari, personali e affettivi, a quelli istituzionali che ci fanno entrare in relazione con la società al di là degli affetti e dei legami di sangue, perché di entrambi ha bisogno la vita dell’uomo. In tal senso la famiglia viene definita a ragione primo “soggetto sociale”.

La famiglia, quindi, esiste prima di qualsiasi suo riconoscimento sociale perché scaturisce dalla “esigenza profonda” dell’amore dell’uomo e della donna: un amore che desidera essere autentico e totale, che trova la sua pienezza nel donarsi reciprocamente in modo definitivo, stabile e pubblico, quando cioè si offre alla persona amata non una parte di se stessi e della propria esistenza, ma una comunione di vita che abbraccia tutte le dimensioni del proprio esistere, anche quelle pratiche del vivere quotidiano, quelle pubbliche del collocarsi in una società e quelle che attraversano il tempo in una dedizione che vuole abbracciare anche il futuro.

Per questo il legame matrimoniale che unisce l’uomo e la donna, costituendoli “coppia” in forza della loro differenza, reciprocità e complementarietà, è del tutto “singolare” e non può essere assimilato a nessun’altra esperienza di relazioni tra le persone: né l’amicizia, né altre forme di unione affettiva possono essere equiparate all’intensità e profondità, alla fedeltà e comunanza di vita, di intenti, di decisioni che si possono realizzare tra due sposi.

Un amore così, da cui nasce la comunità familiare, segna in modo indelebile coloro che ne entrano a far parte. La vita dei membri di una famiglia trova la propria identità in questo legame d’amore per cui ciascuno sa di esistere grazie a questa stessa esperienza di amore. Essere sposo, genitore, figlio, fratello non è un caso, una convenzione sociale, un ruolo o una funzione temporanea. È piuttosto la propria originaria identità, che niente potrà cancellare.

Sono i legami di amore inscritti in noi a renderci consapevoli di noi stessi. E da questi legami originari noi possiamo partire all’avventura della vita come capaci di relazione con altri, di presenza attiva nel mondo, di protagonismo nella società.

Già in quanto comunità interpersonale “originaria e singolare”, la famiglia si manifesta realmente come nativa, unica e insostituibile anima del mondo.

Il riconoscimento di ciò che costituisce il contenuto essenziale del vissuto familiare ci dà la possibilità non solo di dare piena valorizzazione alla famiglia, ma anche di cogliere la relazione reciproca che esiste tra la famiglia, la comunità cristiana e la società.

La famiglia, infatti, è al tempo stesso soggetto ecclesiale e sociale; è ambito privilegiato in cui la Chiesa e la società si incontrano, si esprimono e si realizzano. L’una e l’altra, in famiglia e attraverso la famiglia, possono crescere e svilupparsi insieme. E questo perché la famiglia è la prima scuola viva in cui si impara a stare insieme e perché ha molto da dire e da testimoniare circa la qualità delle relazioni tra le persone; come pure perché la famiglia stessa impara a ricevere e a portare al di fuori – in particolare nella società e nella Chiesa – la ricchezza e la bellezza delle relazioni che in essa nascono, senza però esaurirsi al suo interno.

La famiglia, anzitutto, offre un apporto decisivo alle relazioni ecclesiali. Dalla famiglia la comunità cristiana può attingere quello stile di accoglienza e ascolto, di prossimità e solidarietà, che è caratteristico del vissuto familiare. A loro volta le famiglie sono chiamate a vivere e ad apprendere dal vissuto della comunità cristiana altre e sempre nuove forme espressive della fede, che la famiglia da se stessa non può realizzare. Così la famiglia e tutte le forme di vita ecclesiale – comunità, associazioni, movimenti, gruppi, ecc. – sono sollecitate a questa stessa importante reciprocità: una vera e propria “alleanza”. In questo senso la famiglia è detta “piccola Chiesa domestica” e la comunità cristiana viene talvolta chiamata “famiglia di famiglie”.

Numerose e molto positive potrebbero essere le implicazioni per una pastorale di Chiesa che si facesse carico della prospettiva familiare in tutti i suoi aspetti, assumendo i ritmi, i tempi, le modalità relazionali di una famiglia come criterio ordinario del proprio vivere e operare. Credo che da qui possa davvero scaturire un autentico ripensamento della nostra pastorale, innanzitutto a partire dalle nostre parrocchie. Una pastorale “a misura di famiglia” si rivelerebbe infatti una pastorale concretissima, capace di incontrare il reale vissuto della gente e si arricchirebbe dell’apporto originale e unico delle persone, tutte riconosciute autentici soggetti attivi, “protagonisti” nella comunità ecclesiale. Si tratta dunque di assumere seriamente le ricchezze e di promuovere le responsabilitàpossibili nell’ambito dell’intero popolo di Dio e in particolare delle famiglie. La modalità della celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, l’annuncio della Parola e la catechesi, le responsabilità nei confronti degli oratori e della pastorale giovanile, i gruppi parrocchiali, i rapporti con il territorio e con le altre realtà civili e sociali possono essere ampiamente ripensati tenendo realmente conto di una generosa e responsabile partecipazione familiare. La pastorale parrocchiale nei suoi vari ambiti potrebbe venire modificata e rinnovata nell’ottica della famiglia, stimata e amata nella sua piena soggettività, nel suo essere “viva immagine e storica ripresentazione del mistero stesso della Chiesa” (“Familiaris consortio”, n. 49).

Così la famiglia potrà essere “il soggetto centrale della vita ecclesiale, grembo vitale di educazione alla fede e cellula fondante e ineguagliabile della vita sociale. Ciò richiede un’attenzione pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale, insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze” (Nota pastorale dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona “Rigenerati per una speranza viva”, n. 12).

Una rinnovata considerazione della famiglia, che il Concilio definisce “prima e vitale cellula della società” (“Apostolicam actuositatem”, n. 11), potrebbe inoltre costituire una grande forza rinnovatrice per tutto il tessuto sociale. Una più forte centratura sulla famiglia rifluirebbe beneficamente sulla società che, da un lato, potrebbe fruire di legami forti, solidi e autentici, e che, dall’altro lato, riceverebbe un forte impulso al superamento delle solitudini, dei particolarismi e delle emarginazioni che in molti modi affliggono la nostra vita sociale.

Senza indulgere in alcun modo ad una sorta di familismo, ovvero di assolutizzazione della famiglia, occorre ribadire che, nel contesto delle attuali difficoltà a ricreare un tessuto di solidarietà sociale, la famiglia può rappresentare non soltanto una risorsa, ma un modello sempre nuovo e fecondo al quale ispirarsi: è l’umanesimo familiare. La vita familiare può realmente guarire da quel ripiegamento su se stessi che troppe volte minaccia la vita dell’uomo d’oggi, e può restituire a ciascuno un’apertura serena agli altri e al mondo, e ancor più a Dio e al suo amore. Nel soggetto familiare è agevolmente riconoscibile il primo anello di congiunzione tra la persona e la società, la prima delle realtà basilari di ogni tessuto sociale. Ciò significa che non dobbiamo parlare – come abitualmente avviene – solo di persona e di società, ma sempre di persona, famiglia e vita sociale. In questo senso diventa importante il riferimento alla persona non solo in quanto tale, ma anche in quanto persona cristiana, con le implicazioni sociali che ne derivano. Così, pur sapendo che anche la famiglia non è realtà “ultima” perché è relativa al regno di Dio, essa tuttavia è chiamata a vivere un “anticipo” del Regno nella comunità umana dei discepoli del Vangelo che “fanno la volontà del Padre”, attraverso quei legami tra “fratello, sorella e madre” (Matteo 12,50) che vengono generati non dalla carne e dal sangue, ma da Dio stesso (cfr Giovanni 1,13). Per questa via, le famiglie cristiane possono presentare all’interno della nostra società la testimonianza di un’autentica “umanità” attraverso la “novità” che viene dal Vangelo: è quella novità che vivifica e sostiene uno stile di vita umana ispirato alle beatitudini di Cristo e pertanto “alternativo” alla proposta culturale del “mondo”.

Il magistero della Chiesa ha sottolineato la singolare ricchezza che le relazioni proprie della famiglia possono apportare al bene della società. A titolo d’esempio, basti una citazione tratta dal “Compendio della dottrina sociale della Chiesa”, là dove si afferma che “La famiglia, comunità naturale in cui si sperimenta la socialità umana, contribuisce in modo unico e insostituibile al bene della società. La comunità familiare, infatti, nasce dalla comunione delle persone… Una società a misura di famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualista o collettivista, perché in essa la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo. È del tutto evidente che il bene delle persone e il buon funzionamento della società sono strettamente connessi “con una felice collocazione della comunità coniugale e familiare” (“Gaudium et spes”, n. 47). Senza famiglie forti nella comunione e stabili nell’impegno, i popoli si indeboliscono. Nella famiglia vengono inculcati fin dai primi anni di vita i valori morali, si trasmette il patrimonio spirituale della comunità religiosa e quello culturale della nazione. In essa si fa l’apprendistato delle responsabilità sociali e della solidarietà” (n. 213). Ogni famiglia a suo modo, può “diventare” anima del mondo, perchè secondo il disegno efficace di Dio “è” anima del mondo!

*Dice di sé.

Dionigi Tettamanzi. Cardinale Arcivescovo di Milano. Nato a Renate, in Diocesi di Milano, il 14 marzo del 1934. Ordinato presbitero dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini il 28 giugno del 1957. Docente di teologia morale nei seminari milanesi. Eletto Arcivescovo di Ancona-Osimo nel 1989, nominato Segretario Generale della CEI nel 1991, trasferito a Genova nel 1995, trasferito a Milano nel 2002.

Fiammetta Jori - Ma Cristo è sempre fermo a Eboli

Al Sud niente sembra cambiare: il popolo napoletano vive le sue giornate da eterno reduce, con fatalismo ed entusiasmo, tra inedia e vivacità

Fiammetta Jori*

La possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta:

una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza.

Arrotoliamo i secoli, i millenni, e forse ne troveremo l’origine

nelle convulsioni del suolo, negli sbuffi di mortifero vapore

che erompevano improvvisi, nelle onde che scavalcavano le colline,

in tutti i pericoli che qui insediavano la vita umana;

è l’oro di Napoli questa pazienza.

(da “L’oro di Napoli”, Giuseppe Marotta)

Un’altra invasione a Napoli, una ennesima dominazione, più di tutte le altre “fetente” (è il caso di dirlo), una nuova dittatura senza ideologie né tanto meno idealismi ad innescarla. Solo, purtroppo, malgoverno, impegni disattesi, cattiva organizzazione, assenteismi più o meno dolosi. Tanti “nodi” per un solo pettine!

Al di là di tutte le sacrosante recriminazioni e i furor di popolo, qualcuno ha ironizzato: “A Napoli non si butta niente, neanche la spazzatura!” (parola di Achille Bonito Oliva) e qualcun altro, come un sempre lucido Adriano Sofri, ha visto in questa orrenda massa di rifiuti che sommergeva la capitale campana, fino a pochissimi giorni fa, l’ineluttabile contrappasso della civiltà di questi, non proprio rosei, albori del terzo millennio; “l’ombra” inquietante che ci lasciamo dietro vivendo. La scia maleodorante di un popolo, ormai globale, di planetari “consigli per gli acquisti”.

Vane elucubrazioni, forse, ma in questo moderno catechismo pro raccolta differenziata sarà previsto un cassonetto per le speranze a pezzi, per i sogni dismessi di tanti giovani, per i brandelli di valori che con le quotazioni in borsa non hanno nulla a che fare!?

Eccola, allora, dopo i longobardi, i saraceni, i normanni, gli svevi, dopo le monarchie angioina e aragonese, la dominazione spagnola, i Borboni, l’occupazione tedesca, e quella anglo-americana, ecco “Sua Maestà ‘a munnezza” – questa il grande Eduardo se l’è persa – una fetida regina, senza re né discendenze, di un reame, Napoli, splendido e nei secoli conteso, un po’ da tutti.

Disperata e irridente, Napoli, eroica e vile, gloriosa e pezzente, tragica e comica; un teatro impareggiabile, unlandscape da cartolina, lo scenario perfetto per l’ultima “scena” da girare in questa italica fiction, purtroppo in mondovisione, che tutti ci vede coprotagonisti (Lega compresa). Il set è perfetto, la location divina: è Napoli, baby!

Così, discettando di termovalorizzatori ed inceneritori, ciò che marcisce, alla faccia del biodegradabile, è l’immagine non di Napoli e basta, non del sud dell’Italia e basta, non del sud del sud dell’Europa (che è poi, comunque, il nord di qualcun altro), ma è l’immagine stessa di un’umanità usa e getta, fagocitata dai suoi rifiuti.

Metafora (mica tanto!) che ultimamente è stata anche messa in scena in alcune rappresentazioni teatrali quali un “Mozart e Pulcinella”, opera musicale di Gianni Aversano, proposta con successo a Napoli (con tanto di sacchetti di spazzatura sul proscenio) e uno splendido allestimento del “Re muore” di Eugène Ionesco, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, al teatro Eliseo di Roma.

Protagonista del titolo, era, peraltro, l’attore napoletano Nello Mascia che in un’intervista ad Emilia Costantini, dello scorso marzo, sottolineava quanto Ionesco fosse stato profetico nel voler rappresentare l’estinzione dell’umanità come coincidente con la crisi di tutto il sistema della civiltà occidentale.

E il regista, Pietro Carriglio, nella sua rilettura della pièce, denuncia un re morente nella “spazzatura”, ultimo ricordo che di sé l’uomo lascerà sulla terra.

L’homo erectus resterà sapiens ancora un po’? Albert Einstein, a cui non mancava un certo sense of humor, sentenziava: “Non so se ci sarà la terza guerra mondiale, ma sicuramente la quarta si combatterà con sassi e fionde…”. Dunque, questo nostro sofisticato futuro tutto web, tutto net, tanto cyber, fiero delle sue derive on-line –ça va sans dire – ritornerà, tra siti, blog ed email, al vecchio sillabario, emblematico incipit di una “età scolare” da palingenesi universale prossima ventura? Non a caso è la stessa cinematografia americana a propinarci terrificantiday after, ottimi per il box office.

Del resto, viviamo un tempo di negatività alla ribalta, grandi ascolti per stupri, omicidi e riti satanici ripassati alla “moviola”; i più romantici rimpiangono, forse, il vecchio adagio “sesso, droga e rock’n roll”.

Bei tempi! Recente grande successo ed “eccesso” d’attenzione, infatti, per un libro (e consecutivo film) quale “Gomorra”. Confesso che mi aspetto “Sodoma” da un momento all’altro…

Stiamo sollevando la pietra e, come in campagna, quando si alza un sasso anche bellissimo, si trova un microcosmo non certo appetitoso – vermi, formiche, serpi – che, però ha, geologicamente, diritto a vivere.

Altre specie, più o meno vertebrate, (sempre meglio delle “bestie di Satana”), striscianti e brulicanti, esponenti dell’immenso ordine entomologico che numericamente ci batte e forse ci sopravviverà, libero finalmente da umane tirannie. (Un buon plot per Dario Argento, se non altro).

“Per fortuna, niente può offenderci. Questo è il solo vantaggio di Napoli” – ritrovo nella memoria questa lapidaria affermazione, dolce e amara insieme, pronunciata da non so chi, nel sublime “Il mare non bagna Napoli”, discussa opera del ’53, della troppo trascurata Anna Maria Ortese.

Pagine impregnate, nel bene e nel male, della Napoli martoriata del dopoguerra che, forse, alla scrittrice non perdonò allora tanto “realismo”.

Ma Napoli lo sa bene, ed è la sua forza e la sua grandezza, che in essa si respira sempre un’aria da scampato pericolo, perché il popolo napoletano vive le sue giornate da eterno reduce, quindi con fatalismo ed entusiasmo, tra inedia e vivacità; l’inalienabile chiaroscuro che dell’esistere è la cifra più autentica.

“Miseria e nobiltà” di una commedia scevra da copioni, ma ostaggio di tiranniche regie, libera da qualunque cliché; a Napoli ogni giorno si recita “a soggetto”, unica scena aperta al mondo senza mai sipario o finale.

Come la vita, insondabile, che sempre ci sorprende e ci smaschera, laddove, quasi in un’immagine all’infinito, anche la morte non sarà che l’azzardo, forse, di un’altra vita, in un mondo “altro”. Impasto sapiente di filosofia, fede, superstizione, eroismo, rassegnazione… Seduttivo mélange è Napoli, anzi la “napoletanità”, misterioso quid che sa stregare il mondo!

Ora, grazie al “B-factor” (Berlusconi+Bertolaso, riarruolato sottosegretario per l’emergenza rifiuti) il Governo, con giustificata enfasi, ha dichiarato che il pericolo è passato (18 luglio 2008). Tutto è rientrato nella norma, le vie “ripulite”, i vicoli riaperti, la gente riprende a sorridere.

E un’altra “nuttata” è passata. Tace il coro dolente dei numerosi napoletani affranti: l’imprenditore Marinella che temeva di chiudere per sempre (le sue cravatte sono ricercatissime), intellettuali e scrittori come Erri De Luca, Raffaele La Capria (furente per le cristallizzazioni popolari che hanno generato un falsato “stereotipo” di Napoli) e ancora Ermanno Rea, Sophia Loren e Peppino di Capri, Renzo Arbore (napoletano in pectore) e tanti, tanti altri.

Sulle opinioni di tutti, ha prevalso per me uno speciale bellissimo, trasmesso in aprile dalla Rai, a firma della grande Lina Wertmüller.

Il titolo, un ossimoro che è già una morale “Monnezza e bellezza”. Perfetto il dosaggio delle immagini filmate, tristi cumuli di immondizia e squarci di sontuosa bellezza.

Un documento “d’autore” che resterà quale denuncia di una vergogna collettiva, italiana, esposta a cielo aperto per le vie di Napoli, tra la sua gente, come una ferita purulenta sulla pelle di tutti noi.

E sapiente, quanto eloquente, il contrappunto, in un montaggio calibrato ed emotivamente memorabile del visivo e del sonoro.

Nessuna “carrellata” superflua o banale, con affondi descrittivi, di un luogo o di un incontro, sempre funzionali alla dimostrazione della tesi implicita e inferibile da ogni inquadratura. L’occhio di Lina indugia sul brutto e sul bello, e non sono mai “pari”!

Le ineffabili poetiche estetiche ed architettoniche di Napoli, i musei, i grandi dell’arte, gli spazi impregnati di voci, una cultura millenaria, la forza della “luce” partenopea; quell’intreccio unico, irripetibile di vita, arte e storia che ha reso questa città, il suo golfo straordinario un patrimonio inestimabile, per ogni cittadino del mondo.

Ma mondo significa anche “pulito”, dunque non può, lessicalmente, prevalere chò che, invece, è “immondo”: sarebbe una contraddizione in termini. Impari la lotta, allora, provocatoriamente enunciata nella rima baciata del titolo “Monnezza e bellezza”, e scontato l’esito di un match improbabile. Quale arbitro migliore della nostrana Lina Wertmüller Job (che io ricordo di un’esplosiva simpativa, quando anni fa mi concesse un’intervista-fiume per l’“Avanti”) per decretare che di Napoli non può che “vincere” la bellezza?

“Il mare è a due passi, assorto e solenne davanti a questo martirio come un’acquasantiera” – è l’epilogo del racconto “L’oro di Napoli”, e Marotta così conclude: “Non appena il cielo sarà sgombro di minacce – pensavo nel 1943 – i napoletani intingeranno le dita in questa cara acqua benigna, e fattisi il segno della croce ricominceranno a lavorare e a ridere”.

Sacro e profano che sia, il mare che bagna Napoli, continua a compiere i suoi prodigi. Materica, laica presenza di un’azzurra divinità che del miracolo ha tutta la bellezza. Ieri oggi e domani… tre avverbi di tempo che sono una involontaria citazione di un film-cult, ed è una chiusura perfetta, per questo mio pezzo d’amore per Napoli.

Imprevista, folgorante: un bacio, alto tra le stelle, al grandissimo Vittorio De Sica, da una Napoli in festa!! (Chiudi gli occhi, lettore, e sentirai scoppi di mortaretti, lunghi fischi di razzi e l’esplosione di fuochi d’artificio, da gran soirée). Napoli è così, paisà.

 

 

 

*Post scriptum

Non sono napoletana, ma una “sudista” convinta. Di napoletano verace ho avuto uno zio molto amato, marito di una sorella di mio padre. Anche una cugina paterna ha avuto due mariti, entrambi napoletani. Quanto a me, nel mio piccolo, posso vantarmi di qualche flirt (qualcuno prolongé) e forse un grande amore? E pensare che avrei potuto chiamarmi Fiammetta Jori Di Giacomo, sì, proprio un discendente del poeta…

Ma amavo di più il mio attuale, unico, marito che, essendo siriano, è molto più a sud di Napoli!

Comunque sono pronta a testimoniare che non esiste sulla terra nulla di più charmant ed indimenticabile di un napoletano “innammorato” (sul serio o per gioco) che ti corteggi, possibilmente sul mare e au clair de lune!! Provare per credere.

Inoltre, ed è un ricordo bellissimo, struggente: nel 1979 lessi con Dario Bellezza ed altri poeti, le mie poesie al San Ferdinando di Napoli. Ci furono grandi applausi, anche per me, nel “tempio” di Eduardo! Dario ed io dividemmo il grande letto matrimoniale di Serana Vitale al Vomero (non si fidava il mio dolce Dario di lasciarmi dormire con altri…).

Forse “napoletani” lo si può anche diventare, almeno nel cuore.

EDGAR MORINCome la musica, il cinema racchiude in sé la percezioneimmediata dell’anima. Come la poesia,esso si sviluppa nel campo dell’immaginario.

(Da “Il cinema o dell’immaginario”, 1962)

Anna Maria Ortese - Il mare non bagna Napoli

Natura e ragione, forze grandi e inconciliabili, governano le terre de nostro meridione e ne impongono le condizioni

Anna Maria Ortese

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Anna Maria Ortese e circa cinquantacinque dalla prima pubblicazione, nel 1953, de “Il mare non bagna Napoli”1. Come delineato da Fiammetta Jori, nel suo appassionato articolo sulla capitale partenopea, la Ortese fu tra le primissime scrittrici a fotografare, con estrema oggettività, la realtà complessa di questa complicata città. Il brano che segue, tratto dal racconto “Il silenzio della ragione”, vuol essere un omaggio alla Ortese, autrice troppo spesso trascurata, e, allo stesso tempo, una dimostrazione di come solo intelletti ispirati possano cogliere la verità dietro le apparenze. (a.p.)

Esiste, nelle estreme e più lucenti regioni del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione; un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni. Se solo un attimo quella difesa si allentasse, se le voci dolci e fredde della ragione umana potessero penetrare quella natura, essa ne rimarrebbe fulminata.
A questa incompatibilità di due forze ugualmente grandi e non affatto conciliabili, come pensano gli ottimisti, a questa spaventosa quanto segreta difesa di un territorio – la vaga natura coi suoi canti, i suoi dolori, la sua sorda innocenza – e non a un accanirsi della storia, che qui è più che altro “regolata”, sono dovute le condizioni di questa terra, e la fine miseranda che vi fa, ogni volta che organizza una spedizione o invia i suoi guastatori più arditi, la ragione dell’uomo.
Qui il pensiero non può essere che servo della natura, suo contemplatore in qualsiasi libro o nell’arte. Se appena accenna un qualche sviluppo critico, o manifesta qualche tendenza a correggere la celeste conformazione di queste terre, a vedere nel mare soltanto acqua, nei vulcani altri composti chimici, nell’uomo delle viscere, è ucciso.
Buona parte di questa natura, di questo genio materno e conservatore, occupa la stessa specie dell’uomo, e la tiene oppressa nel sonno; e giorno e notte veglia il suo suo sonno, attenta che esso non si affini; straziata dai lamenti che la chiusa coscienza del figlio leva di quando in quando, ma pronta a soffocare il dormiente se esso mostri di muoversi, e accenni sguardi e parole che non siano precisamente quelle di un sonnambulo.
Alla immobilità di queste regioni sono state attribuite altre causa, ma ciò non ha rapporti con il vero. È la natura che regola la vita e organizza i dolori di queste regioni. Il disastro economico non ha altra causa. Il moltiplicarsi dei re, dei viceré, la muraglia interminabile di preti, l’infittirsi delle chiese come dei parchi di divertimento, non ha un motivo diverso. È qui, dove si è rifugiata l’antica natura, già madre di estasi, che la ragione dell’uomo, quanto in essa vi è di pericoloso pel regno di lei, deve morire.

Pubblichiamo uno stralcio dal racconto “Il silenzio della ragione”, da “Il mare non bagna Napoli”, di Anna Maria Ortese (Decima riedizione, Adelphi 2004)

 


MARIO MONICELLI

 

Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire:

morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo

non mi frega niente.

(Da “Discorso consegna Leone d’oro”, 1991)

 

CLINT EASTWOOD

Ho sempre avuto la convinzione che gli attori

che implorano il pubblico di amarli… siano sempre peggiori

di quelli che dicono: “Andate al diavolo, se non vi piaccio

non venite a vedermi”.

(Da “Clint Eastwood – L’uomo dalla cravatta di cuoio”, 1997)

 

ATTUALITÀ Clap - Rondi vuole Roma come capitale del cinema

Venezia punta sull’arte del film, il festival capitolino si occuperà sempre di più del cinema come spettacolo, sempre all’insegna, naturalmente, della qualità

Clap*

Gian Luigi Rondi nasce a Tirano il 20 dicembre 1921. Decano dei critici cinematografici, dopo la presidenza dell’ente David di Donatello, nel giugno 2008 è nominato presidente della Fondazione cinema per Roma, che sovrintende alla Festa del cinema, alla quale apporta diverse ed importanti novità, la prima delle quali riguarda il nome della manifestazione che diventa “Festival internazionale del film di Roma”. Il cambiamento coinvolge anche i nomi delle singole sezioni, quasi a sottolineare il desiderio di una più forte impronta di “italianità”.
Dalla carriera ineguagliabile Rondi fonda nel 1946 i Nastri d’argento, insieme con i critici Mario Gromo, Vinicio Marinucci, Gaetano Carancini e Filippo Sacchi. Dieci anni dopo propone all’allora presidente dell’Agis Italo Gemini, di creare un premio che avesse nella sua giuria gli addetti ai lavori e venisse perciò dato dalle categorie cinematografiche, come avveniva già per gli Oscar. L’idea piace e nella prima edizione del luglio 1956, quando ricopre l’incarico di addetto alle relazioni con la stampa, sono consegnati i premi (le statuette del “David di Donatello” che per 5 anni realizzò Bulgari) a Vittorio De Sica per “Pane, amore e…”, a Gina Lollobrigida per “Venere imperiale” e a Walt Disney per “Lilly il vagabondo”. Da allora il premio si sposta a Messina fino al 1978, poi a Firenze e infine nel 1981, quando Rondi ne diventa presidente, si stabilisce definitivamente a Roma1.
Nel 1949 è per la prima volta membro della giuria alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Negli anni cinquanta si concentra la sua attività di sceneggiatore e nel decennio successivo inizia la sua collaborazione anche per la televisione, curando diversi cicli cinematografici dedicati a grandi registi. La sua fama e autorevolezza sono sempre più internazionali come testimoniano la partecipazione alle giurie dei più grandi festival di tutto il mondo: Berlino, Cannes, Rio de Janeiro, San Sebastian.
Nel 1970 fonda il Festival delle nazioni di Taormina del quale è anche il primo direttore artistico. Commissario alla biennale di Venezia nel 1971, vi ritorna nel 1983 e nei quattro anni nei quali è direttore della mostra, ridà grande smalto alla manifestazione, riavvicinando i grandi autori a Venezia. Dopo essere stato presidente di giuria al festival di Locarno, Rondi nel 1988 è nominato, dalla Presidenza del consiglio dei ministri, membro del consiglio direttivo della biennale di Venezia, con incarico quadriennale.

 

Sceneggiatore, critico cinematografico, scrittore. Cosa sognava di diventare da bambino?

 

“Scrittore”.

 

Nel 1949 lei è membro della giuria di Venezia. Che Italia era descritta?

 

“L’Italia che si ricostruiva”.

 

Il nostro paese è mutato in questi 60 anni. Il cinema ha saputo adeguarsi? Come è cambiato?

 

“Si é fatto determinare dai mutamenti”.

 

C’è un’attrice, o perché no, un attore che ha sottovalutato e sul quale poi si è ricreduto?

 

“No”.

 

E un regista?

 

“Pasolini”

 

Sul Celentano di “Yuppi Du” scrisse: “È nato un nuovo Charlie Chaplin”, ma stracciò “Tristana” di Buñuel. È ancora dello stesso parere?

“Yuppi Du” viene riproposto quest’anno alla mostra di Venezia e per “Tristana” non so come sia nata una così sciocca leggenda a riguardo. Basta leggere la mia recensione su “Il Tempo” del 30 giugno 1970. Cominciava così: “Un film limpidissimo, lineare, addirittura casto” … e avanti seguitando”.

 

Pasolini, Fellini, De Sica. Ci confida, se ne ha, qualche aneddoto su di loro?

 

“Troppi per una sola intervista”.

 

La supremazia delle pellicole americane è un dato di fatto. Dipende solo dai maggiori capitali investiti nel cinema o da maggiore professionalità?

 

“Il cinema americano conosce e applica meglio di altri i segreti per avere successo in platea”.

 

Di recente, lo sciopero degli sceneggiatori ha messo in ginocchio Holliwood, sia nella produzione dei serial televisivi, sia in quella dei film. In Italia gli sceneggiatori hanno lo stesso peso?

 

“Basterebbe dimostrarlo con uno sciopero analogo qui da noi”.

 

Se dovesse azzardare un bilancio, la situazione del cinema italiano è in pareggio, guadagno o perdita?

 

“Decisamente in guadagno, specie di recente”.

 

Il Vaticano ha dato parere contrario all’utilizzo delle chiese romane per le riprese del film “Angeli e demoni”. Da cattolico, lei è d’accordo?

 

“Certo”.

 

Gli aiuti economici al cinema sono spesso oggetto di polemica. Lei come li valuta?

 

“Sono importanti e spesso necessari”.

 

Il cinema è solo evasione o può far passare messaggi importanti?

“Tutte e due le cose”.

 

Il “Divo” e “Gomorra” hanno diviso pubblico e critica per aver offerto un’immagine non edificante dell’Italia e di alcuni suoi rappresentanti. Lei cosa ne pensa?

 

“Gomorra” è un’opera maggiore, “Il Divo” cinematograficamente ha dei valori, ma dedicato a una persona reale, con nome e cognome, ha il torto di falsarne i contorni”.

 

Ha creato e presieduto tanti premi, dai Nastri d’argento ai David di Donatello. Quali sono state le occasioni più utili per il cinema?

 

“Tutti i premi sono utili al cinema”.

 

Berlino, Locarno, Taormina, Venezia, Roma, Cannes: qual è il suo giudizio su questi festival?

 

“Tutti i festival favoriscono il cinema”.

 

In cosa la Festa di Roma può distinguersi dalla Biennale di Venezia?

 

“La mostra di Venezia, dalla sua istituzione nel 1932, punta sull’arte del film, il festival di Roma si occuperà sempre di più del cinema come spettacolo, sempre all’insegna, naturalmente, della qualità”.

 

Quali saranno i punti essenziali del suo programma per Roma? E il più significativo cambiamento?

 

“Innanzitutto la “Festa del cinema di Roma” ha cambiato nome. La terza edizione della manifestazione, in programma del 22 al 31 ottobre, diventa “Festival internazionale del film di Roma”. Alla base ci sarà nuovamente il connubio fra vocazione popolare e qualità della proposta culturale.

Un mix in grado di coinvolgere, all’interno dello stesso evento, i grandi appassionati di cinema, ma anche coloro che non hanno mai partecipato ad un festival”.

 

La critica cinematografica a volte assomiglia ad un passatempo collettivo. Cosa, invece, deve e non deve fare un buon critico?

“Il critico deve sempre giudicare con obiettività. Mettendo a servizio dei suoi giudizi la sua conoscenza delle tecniche del cinema e il suo gusto”.

 

I film, oltre che in tv, sono ormai visibili anche su computer e telefonini. Esiste ancora il fascino del grande schermo, in sala?

 

“Naturalmente”.

 

I titoli di tre film che bisogna, assolutamente, vedere?

 

“Ce ne sono molti di più. Possiamo provare: “La grande illusione” di Renoir, “Paisà” di Rossellini, “Otto e mezzo” di Fellini”.

 

Glossario essenziale del “Festival internazionale del cinema di Roma”2

 

Anteprima – Première: insieme a “Cinema 2008”, “Anteprima – Première” compone la selezione ufficiale del “Festival internazionale del film di Roma”. La sezione conferma la propria vocazione spettacolare, ma intercetta con forza i segnali del nuovo impegno del cinema internazionale, in particolare hollywoodiano.

 

Cinema 2008: 14 film in anteprima internazionale ed europea, il miglior cinema indipendente da tutto il mondo, l’eccellenza creativa degli autori, l’originalità e l’innovazione espressiva. Tutto questo è “Cinema 2008” che compone la selezione ufficiale assieme ad “Anteprima – Première”.

 

L’altro cinema – Extra: è la sezione ideata per gettare uno sguardo multiplo sulle nuove frontiere aperte da chi sta creando qualcosa di nuovo e diverso nel territorio dell’audiovisivo.

 

Alice nella città: raccoglie nel suo programma una selezione internazionale dedicata al cinema per e dei ragazzi.

 

L’Occhio sul mondo – Focus: musica, arte, incontri, letteratura e naturalmente cinema. La sezione “Focus” coglie frammenti significativi della cultura di un paese attraverso una serie di eventi trasversali che ne illustrano la vitalità, la creatività e la contemporaneità.

 

Luoghi

 

La scenografia della manifestazione sarà l’intera città di Roma. Come cuore pulsante, l’Auditorium Parco della Musica – progettato da Renzo Piano – ed il Villaggio del Cinema.

 

Da non perdere

 

Focus sul Brasile, con film, musica, mostre e incontri. Ci sarà poi una giornata dedicata alla cinematografia e documentaristica tibetana. All’evento parteciperà anche il Dalai Lama.

 

*Dice di sé.

Clap. La sua vita è in un battito d’ali, nell’applauso del pubblico.

1) Da “Cinecittà News”, intervista a Gianluigi Rondi di Dina D’Isa, 2882006

2) Le informazioni sono tratte dal sito ww.romacinemafest.it

 

 

CRISTINA COMENCINIL’Oscar in fondo è una cosa da sogno, no?Forse una favola, ma gli americani fanno diventare tutto,nel bene e nel male, una favola.

(Da “Il Secolo XIX”, 2006)

Matteo Lo Presti - Le banche italiane sono virtuose, parola di Corrado Faissola

Il presidente dell’Abi fa il punto sulla situazione economico-finanziaria del Paese, sottolineando la necessità di garantire  una sempre maggiore chiarezza e trasparenza ai clienti

Matteo Lo Presti*

Presidente dell’Associazione bancaria italiana dal luglio 2006, vice presidente della Federazione ABI-ANIA dal maggio 2008. Dottor Faissola, può brevemente raccontare il suo viaggio di avvicinamento a così importanti incarichi?

 

“Il mio è un percorso a tappe iniziato e proseguito in banca. Dall’assunzione presso l’istituto bancario Sanpaolo di Torino nel 1960 alla promozione a direttore centrale nel 1979, la mia carriera si è poi sviluppata presso altri istituti: amministratore delegato e direttore generale della Banca provinciale lombarda dal 1984 al 1987, consigliere delegato del Cab fino al 1998, e consigliere delegato della Banca lombarda e piemontese fino al marzo 2007. Al momento, presiedo il consiglio di sorveglianza di Ubi Banca, nata dalla fusione tra Banca lombarda e piemontese e Banche popolari unite. Insomma, crescendo la passione per il mio lavoro, sono cresciute le responsabilità”.

 

Nel nostro paese, votato più alla cultura umanistica, i giovani sono facilitati ad intraprendere la carriera finanziaria?

 

“L’impegno delle banche va in tale direzione. In particolare con la promozione di iniziative quali “Diamogli credito”, l’Abi vuole contribuire a limitare la fuga delle menti migliori per carenza di mezzi finanziari. Ricordo anche gli interventi per semplificare le procedure di prestito agevolato per frequentare master e università”.

 

Il sistema bancario italiano, rispetto non solo alle banche europee, ma confrontato con il sistema bancario mondiale, quale livello di efficienza e di funzionalità presenta rispetto alla clientela?

“Le banche italiane sono tra le più virtuose sia sul fronte delle informazioni al mercato, sia nella capacità di gestione dei crediti: conferma è che la crisi finanziaria che viviamo ha toccato il settore in maniera non profonda. Da ciò lo stimolo a migliorare ulteriormente le relazioni con la clientela, garantendo standard di trasparenza e chiarezza sempre più elevati anche attraverso la collaborazione con le associazioni dei consumatori e le autorità di controllo. Risultati importanti li abbiamo già ottenuti per quanto riguarda la competitività e l’abbassamento dei costi: rispetto al 2004 il prezzo dei conti correnti presenti nel sito di PattiChiari è diminuito di oltre il 30% in termini reali”.

 

Lei, cliente ipotetico, come sogna di vedere modificato il sistema bancario italiano?

 

“Più che sogno è già realtà un sistema dove le banche concorrono sempre di più per aumentare la loro quota di mercato con offerte centrate al miglioramento della qualità dei servizi e dove la semplificazione dei rapporti tra banca e clientela sia massima. Abi si sta impegnando affinché le informazioni siano sempre più il mezzo per aiutare il cliente al confronto delle offerte per fare scelte adeguate alle proprie esigenze”.

 

Ma esiste davvero la concorrenza tra le banche italiane per conquistare i clienti, oppure come per le società petrolifere o per le società di assicurazione, è più facile trovare accordi di cartello?

 

“La concorrenza è fortissima. Siamo passati da un sistema di banche pubbliche ad un’industria costituita da imprese private in reale concorrenza tra loro. L’attività del settore bancario è regolata da leggi precise che le banche seguono scrupolosamente. In più la presenza sul campo di Banca d’Italia, Antitrust e Consob, serve ad assicurare la neutralità e l’oggettività delle informazioni finanziarie, quindi a favorire lo sviluppo di dinamiche competitive piene e a garantire servizi di qualità al cliente”.

 

Nei film americani spesso si vede un lavoratore che si presenta davanti al direttore di una banca, gli illustra un progetto imprenditoriale e subito il direttore gli finanzia l’idea. In Italia non si vedono mai film in cui si rappresenta questa realtà: le banche italiane finanziano solo chi ha già i soldi?

“Le banche in tutta Italia servono 3.500.000 clienti ogni giorno. Questo si chiama fiducia e non esclusiva nei confronti di uno o di un altro. Cito anche alcuni dei dati di una nostra recente indagine su “Banche e inclusione finanziaria”: la diffusione della microfinanza nel sistema bancario italiano è in crescita, gli istituti di credito che promuovono servizi per l’inclusione finanziaria di persone a basso reddito o in situazione di disagio sociale rappresentano il 70% del totale attivo e circa il 73% degli sportelli. Nei prossimi 5 anni oltre il 90% delle banche ha intenzione di aumentare il credito e i servizi di pagamento e risparmio”.

 

Il nostro paese era famoso nel mondo per le buone capacità che gli italiani avevano nel risparmiare. Questa virtù sembra andata persa: quali secondo Lei le cause? Possibili rimedi?

 

“Gli italiani risparmiano ancora: la dinamica della raccolta bancaria continua ad accelerare a giugno (+10,7% annuo). Quindi non è un problema di virtù. Naturalmente la situazione economica generale è difficile e bisogna fare i conti con questo problema”.

 

Si discute molto sul grave problema del “massimo scoperto” che i clienti devono pagare alle banche e che viene considerato a livello vessatorio. È così?

 

“Ribadisco la posizione espressa all’assemblea annuale di Abi: è necessario un ripensamento, garantendo maggiore chiarezza e trasparenza ai clienti. La commissione ha più di mezzo secolo di vita e l’introito derivante è molto consistente per il sistema bancario. I tempi però sono oramai maturi per trovare un’altra formula, più simile a quelle presenti in altri Paesi. Spetta comunque esclusivamente alle singole banche definire i rapporti con la clientela”.

 

Il processo di integrazione bancaria a suo giudizio non ha creato vuoti territoriali di rapporti con la clientela che preferisce rivolgersi alle piccole banche meglio posizionate sul territorio?

 

“Negli ultimi due anni il settore bancario italiano ha registrato un’ulteriore fase di trasformazione. Le banche italiane oggi sono più forti in Italia e all’estero. Ciò tuttavia non ha creato problemi sul territorio, anzi l’ingresso di grandi gruppi, per esempio, nella proprietà delle banche meridionali ha accresciuto la capacità di prestare denaro alle imprese del Mezzogiorno e ha contribuito decisamente ad arricchire prodotti e servizi. Le banche locali rappresentano una ricchezza per il Paese, sono radicate nel territorio e svolgono con competitività ed efficacia la loro attività. Tutto ciò, naturalmente, va coniugato con la capacità di innovarsi, di adeguarsi ai tempi e alle nuove esigenze dei propri interlocutori”.

 

Giovani, studenti, ricercatori universitari, giovani coppie che mettono su famiglia e in cerca di casa: dottor Faissola i protagonisti dell’Italia del futuro cosa si devono aspettare dall’intreccio tra economia e politica?

 

“Le banche continuano a cambiare, a cambiare in meglio, e cercando di rispondere alle esigenze che via via si manifestano, si adeguano ai tempi. Il mio auspicio è un sistema paese rivolto sempre di più verso standard elevati di efficienza, competitività, meritocrazia e impegno sociale che non lasci indietro nessuno”.

 

*Dice di sé.

Matteo Lo Presti. Nato a Spilimbergo (Pordenone) nel 1944: dal padre siciliano ha ereditato il gusto prepotente per la libertà e dalla madre friulana il sapore onesto per il rigore e la solidarietà umana. Cresciuto a Genova ha studiato al Liceo Colombo, lo stesso frequentato da Fabrizio De Andrè ed Enzo Tortora. Laureato in filosofia, ha imparato da Pietro Nenni e Sandro Pertini cosa valgano nella vita giustizia e libertà. Giornalista da tanti anni: Cesare Lanza suo direttore al quotidiano “Il Lavoro” gli ha insegnato a non avere paura delle notizie e del potere.

 

 

CARLO VERDONECompagni di scuola resterà nei miei ricordi come il più bel setdella mia vita. Erano 17 attori, ma non avvenne un litigio,

una competizione… Più di una volta temetti di non farcela,

tanto era complesso il racconto. E un giorno, in piena crisi,

pregai Sergio Leone di aiutarmi dal cielo… Suppongo l’abbia fatto.

(Da “www.carloverdone.it”)

COSTUME Pina Bevilacqua - Fabrizio Coscione: Free press, cuore pulsante delle metropoli

Nell’epoca della crisi della carta stampata e della globalizzazione la stampa libera è la nuova sfida di Fabrizio Coscione, imprenditore passato all’editoria per passione

Pina Bevilacqua*

E’ un momentaccio per l’editoria su carta, costretta a fare i conti con le immediate e globali internet news, e, per ciò, a mantenere costosissimi siti aggiornati 24 ore su 24, senza risolvere molto. Perché con internet aumentano i lettori del web (nel 2007, secondo una recente indagine della Scarborough Research, +15%), ma calano le vendite della carta stampata, anche per il “Los Angeles Times” – che, per arginare le perdite, ha appena annunciato una riduzione di pagine (-15%) e organico (-250 posti di lavoro) – , e per il New York Times, che in primavera ha tagliato dell’8% il personale… Ma “lui” si mette a fare riviste… per giunta free press. E in piena globalizzazione, persino city magazine.

“Lui” è Fabrizio Coscione, brillante imprenditore romano, editore di “FlemingRoma”, il principale free magazine della capitale. Ora affiancato da “FlemingMilano” e “FlemingNapoli”, distribuito anche a Capri e in costiera amalfitana. Mensile d’informazione, cultura, sport, spettacolo, ma anche canale privilegiato e diretto per dialogare con gli abitanti dei quartieri, e soprattutto guida esclusiva di stile, sempre attenta alle ultime novità. 160 pagine di carta patinata, una stampa di alta qualità, una fotografia impeccabile, una sciccheria.

Alla base di “Fleming” c’è la passione per la comunicazione, la voglia di sperimentare, il desiderio di poter abbattere le barriere, persino di fare qualcosa di buono per questa società. Un’avventura affascinante, quasi una sfida.

 

Molti la conoscono. Può presentarsi per tutti gli altri?

 

“Sono nato a Roma, 35 anni fa. Non ho fratelli. Mio padre è un dirigente d’azienda, mia madre un avvocato. Educazione molto rigida. Studi in materie giuridiche. Ho un cane, Caio, uno dei pochi che mi sopporta, e che mi rilassa nei momenti di stress. Una vita piena di lavoro. Poco tempo libero per il resto. Una grande passione per i viaggi, che mi distendono e mi arricchiscono, specie per il contatto con la gente. Tutto è iniziato nel ’95, con un piccolissimo aiuto iniziale dei miei genitori”.

 

Perché un giovane imprenditore si mette a fare l’editore?

 

“Per passione. A 28 anni ho rilevato una televisione privata, “Tele In”, che trasmette in provincia di Roma e Latina. Ma anche per motivi, ­diciamo così, di giustizia sociale: credo molto nella forza della comunicazione! Mi spiego. Avvertivo il decadimento, anche morale, della società e per tentare di cambiare un po’ le cose, ho voluto creare una voce libera sul territorio, che si mettesse al servizio del cittadino, che desse spazio alle opinioni e a quelle notizie che difficilmente trovano posto sugli altri media. Tre anni fa, poi, ho rilevato la storica testata “Fleming Roma”. Ci ho investito, ci ho lavorato molto, ed ho creato un prodotto totalmente ­diverso nei contenuti e nella grafica, trasformando un giornale di quartiere in strumento di comunicazione che si può proiettare al di fuori”.

 

Già, al di fuori, per esempio, a Milano, Napoli…

 

“FlemingNapoli” sta per partire, è uscito solo episodicamente. “FlemingMilano”, invece, è già stato sufficientemente sperimentato ed è, ormai, in fase d’avviamento. Nonostante tutto, i cambiamenti sono stati radicali. Il cuore pulsante è rimasto ad Aprilia, ma da una redazione si è passate a tre, quella di Roma, e poi Milano e Napoli, per seguire da vicino le realtà che, poi, vengono riportate.

La mission di “Fleming” è, infatti, raccontare il territorio, cogliendone gli aspetti più nuovi o inesplorati. Oltre che trovare un filo conduttore, quei fattori comuni tra le tre città emblematiche del nord, centro e sud Italia, socialmente diverse, ma solo apparentemente, e comunicarli per integrarle. Tutto questo nella prima parte della rivista, che nasce dalla collaborazione delle tre redazioni. Nella seconda parte, chiamata Cocktail, sono riportati feste ed eventi legati al territorio, con un occhio sempre attento a tutte le possibili novità”.

 

Praticamente sta costruendo un network! Dove vuole arrivare?

 

“Dove mi porterà la voglia di raccontare altre realtà altrettanto vivaci, nella loro continua mutazione. Intanto, sto rilevando una rivista presente da almeno 5 anni sul territorio milanese, da affiancare alla neonata “FlemingMilano”, dalla quale si distinguerà per contenuti e forma più di tendenza. Inoltre, dopo un anno di significativo lavoro, tra poco, sul sito www.flemingpress.it, si potrà linkare sia “FlemingRoma” che “FlemingMilano”. Ho cercato di fare un sito diverso dalla rivista. Meno elegante, ma più rapido e comunicativo. E soprattutto interattivo, per creare un dialogo continuo con i lettori. Sarà una sorpresa!”.

 

La grafica è molto curata.

 

“Si. Ci sono due grafici e un art director che lavorano per fare in modo che il progetto grafico di base venga rispettato. Ma altrettanta importanza si riserva ai contenuti… Insomma, il prodotto è frutto dell’equilibrio tra contenuto e contenitore”.

 

“Fleming” di cosa tratta?

 

“C’è moda, costume, tempo libero, benessere, lifestyle di lusso, arte, spettacolo, interviste a personaggi famosi e ancora tutti da scoprire, eventi, feste… Una grande attenzione per fenomeni sociali e nuove tendenze, per rappresentare al meglio la realtà e i suoi continui cambiamenti. Lasciando da parte gli aspetti troppo impegnativi, perché “Fleming”, senza diventare leggero, vuole essere un piacevole riparo dai bombardamenti della cronaca in senso stretto”.

 

Dove si può trovare?

 

“Nei punti più socialmente rappresentativi della città, municipi, banche, bar, alberghi, ristoranti, palestre, circoli sportivi, centri commerciali, cinema, teatri, locali notturni… dove viene distribuito gratuitamente ai primi del mese”.

 

Il target della rivista?

 

“Essendo distribuita in luoghi alla moda e allineandosi con prestigiosi brand, è destinata ad un lettore di alto profilo, dai 25 ai 45/50 anni, che ultimamente ci chiede contenuti più impegnativi, senza, però, stravolgere l’idea iniziale di una rivista che informa e intrattiene. Naturalmente, stiamo lavorando molto anche su questo”.

 

A quante copie è arrivato?

 

“A Roma a 80 mila copie. Mi bastano. Magari averne altrettante a Napoli e a Milano, dove siamo già a 50.000. Più 30.000 di distribuzione estiva (a Porto Cervo, Capri, Milano Marittima, Ponza, Panarea, Porto Ercole) e 20.000 di distribuzione invernale (Cortina, Madonna di Campiglio.)”.

 

Un bilancio generale dell’operazione?

 

“Difficilmente si riesce a fare utili da strumenti editoriali, specie in questo periodo in cui gli operatori economici, che poi sono i sostenitori della carta stampata, cercano di tagliare i costi, tra cui quelli della pubblicità. Ma sono soddisfatto di essere riuscito a raggiungere lo stesso un pareggio di conto economico, che, poi, riporta un utile significativo: l’arricchimento umano e la soddisfazione professionale che giornalmente traggo dal mio giornale. Infine, la mia sfida era quella di passare dalla televisione alla carta stampata, e credo di esserci riuscito”.

 

Oltre ad essere editore, è anche direttore editoriale di “Fleming”. Solo sulla carta, come tanti, o lo è sul serio?

 

“Supervisiono tutto, anche la grafica e poi mi occupo, personalmente, della selezione delle feste, degli eventi e della scelta del personaggio di copertina. Puntando sui personaggi più significativi della televisione, del cinema, della moda, ma anche sui volti nuovi, anzi, sempre più su questi, coerentemente con la scelta iniziale di voler essere una voce libera”.

 

Mi risulta che dopo una certa copertina la sua rivista sia sparita dal Senato?

 

“Sono stato criticato per una copertina un po’ osé di Linda Batista. Che poi non era nemmeno così spinta… Una cosa che, forse, non avrei dovuto fare, ma che rifarei. Perché i falsi moralismi non mi piacciono. E perché è meglio vivere di rimorsi che di rimpianti”.

La critica che l’ha turbata di più?

 

“Le critiche non mi infastidiscono, anzi, mi aiutano a migliorare. E poi, l’apprezzamento dei lettori, che mi dimostrano giorno dopo giorno il loro affetto e la loro vicinanza, mi spingono ad andare avanti, ad andare oltre.

Possono solo turbarmi le critiche infondatamente distruttive, che a livello economico e sociale producono i disastri che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni”.

Perché un mensile?

 

“Perché il processo che si crea è affascinante… Il lettore della rivista è attivo, nel senso che fa propri i contenuti, li sviluppa, li divulga, e non perché è stato sapientemente fidelizzato, come succede per i quotidiani, ma quasi per una forma di innamoramento, come avviene per i libri”.

 

Perché proprio un free city magazine?

 

“In Italia è un fenomeno recente, che sta crescendo. Uno strumento editoriale a basso costo, nato da imprenditori medio-piccoli, che si pone come libera alternativa a quelli tradizionali. Anche perché è un efficace strumento promozionale che, attraverso il suo sistema distributivo, mirato e capillare, e la vicinanza al territorio, offre alle aziende maggiore visibilità (cioè un’ideale copertura del territorio di riferimento e la possibilità di raggiungere il target prefissato) a costi inferiori rispetto a quelli dei media tradizionali. Questo consente di ridurre la catena delle speculazioni pubblicitarie. Una bella sfida, che io ed altri editori del settore abbiamo colto”.

 

Nell’era della globalizzazione ha ancora senso parlare del “cortile di casa”?

 

“Ancora di più, perché proprio per esserci troppo globalizzati abbiamo perso di vista il “cortile di casa”, e questo ci ha spersonalizzati, ci ha fatto perdere le radici. In questo senso “Fleming” vuole proprio essere la rivista del “cortile di casa”, anche se sempre integrata in un contesto più ampio”.

 

“Video killed the radio star” cantavano nel 1980 i Buggles… A quando l’assassinio della carta stampata ad opera del video… E il video morirà mai per mano della famigerata rete?

 

“Nessuno distruggerà nessuno. Ma si deve mirare ad una comunicazione integrata tra televisione, carta stampata e rete telematica, che nel mio piccolo ho cercato di costruire. Ogni strumento deve adattarsi il più rapidamente possibile alle nuove istanze, per ricreare l’equilibrio del momento tra le varie forme di comunicazione, equilibrio che cambia di continuo, inseguendo la realtà. Uno squilibrio prolungato tra internet, stampa e tivù potrebbe essere letale. Ma se ci sarà questo continuo aggiornamento degli equilibri, nessuno mangerà nessuno!”.

I rapporti con i suoi collaboratori?

 

“Quando si impegnano, c’è un rapporto quasi idilliaco, altrimenti il rapporto è conflittuale, come in tutte le realtà imprenditoriali”.

 

E con il tempo?

 

“Con il tempo ho il rapporto peggiore. Dormo pochissimo, eppure non mi basta mai, e questo mi angoscia. Taglio, purtroppo, sulla vita privata e personale, ultimamente anche sui viaggi, l’ultima cosa che mi era rimasta”.

 

Protagonista del gossip (sempre in compagnia di belle ragazze, in feste e locali alla moda) e poi capace di firmare progetti di idee intellettuali?

 

“È la mia duplice e contraddittoria natura, criticata da alcuni, apprezzata da altri… tra la tesi e l’antitesi c’è sempre la sintesi… e la sintesi è work in progress”.

 

Da bambino cosa sognava di diventare?

 

“Il notaio. Ma i miei mi volevano magistrato”.

 

Cosa farà da grande?

 

“Il sognatore. Voglio continuare ad immaginare una realtà migliore e lavorare per questo”.

 

Ha ancora tanti sogni nel cassetto…

 

“Tanti, ancora tanti, ma, preso dagli impegni giornalieri, non ho neanche il tempo di tirarli fuori!”.

*La mamma dice di lei.

Laura Cosenza Bevilacqua. Troppi libri, giornali e discorsi seri a tavola sin da piccola… Mia figlia Pina è venuta fuori uno tsunami. Da adolescente, con le sue ballate, ha vinto premi di poesia. Ha scritto per quasi tutti i giornali, dal “Corriere della Sera” a “Cosmopolitan” passando per “La Settimana Enigmistica” (cruciverba, rebus e sciarade), dall’intervista esclusiva a Raffaele Cutolo al film-documento sulle stragi insolute, ai primi reportage italiani sugli “scambisti” e sul sadomaso (pubblicati anche negli Stati Uniti). È diventata avvocato, ma poi si è data alla televisione.

Matteo Spilimbergo - Giulio Giorello: Noi scienziati non sopportiamo il comando

Il filosofo Giulio Giorello ammette: “Il vero problema nel nostro  Paese non è la contrapposizione tra atei e credenti, ma tra coloro  che sono atei o credenti in una prospettiva aperta alla critica e quelli che restano attaccati ai loro dogmi, religiosi o scientistici che siano”

Matteo Spilimbergo

Professor Giorello, lei da sempre si batte per fissare corretti rapporti nella cultura italiana tra scienza e laicità. Perché nel nostro Paese si deve sempre partire dalle fondamenta, mentre in altri paesi europei le costrizioni intellettuali non conoscono rigidità?

 

“Non sono certo quei laici che, non riconoscendosi in alcuna chiesa, finiscono poi per operare in difesa di qualsiasi chiesa, nonché di coloro che sono atei o agnostici, che insistono sui fondamenti di un qualche tipo! Chi è poi educato alla dinamica del pensiero tecnico scientifico sa bene che, per dirla con il matematico Bruno de Finetti, si “costruisce non su roccia, ma su sabbia”, anche se ovviamente… non tutta la sabbia è uguale. Certo, nel nostro Paese, c’è il vizio di richiamarsi di continuo a principi generali senza alcun rispetto per la realtà dei fatti. Avremmo bisogno di un sano empirismo, di un empirismo senza dogmi. Invece, ci tocca sopportare i dogmatici nostalgici del fascismo, del comunismo o magari del potere temporale dei papi”.

 

Pensa che la cultura di papa Benedetto XVI condizioni certe arretratezze interpretative delle scoperte scientifiche nel mondo contemporaneo?

 

“Ritengo che questo Papa abbia una concezione piuttosto rétro dell’impresa scientifica, come mostrano alcune sue osservazioni sull’evoluzionismo darwiniano. Per Joseph Ratzinger le idee di Darwin circa la trasmutazione delle specie per selezione dovuta alla pressione ambientale si riferiscono ad un ambito temporale troppo vasto perché ci siano le opportune “verifiche”. Ma questo è un criterio rigidamente positivistico! A maggior ragione sarebbero ridotte a speculazioni non controllabili geologia e cosmologia! La migliore filosofia della scienza è andata oltre questo astratto schematismo”.

 

Sempre il Papa ha la pretesa di considerare non credenti, atei, agnostici “credenti stonati”. Che cosa rispondere?

 

“Il vero problema nel nostro Paese non è la contrapposizione tra atei e credenti, ma tra coloro che sono atei, agnostici o credenti in una prospettiva fallabilistica, cioè aperta alla critica o alla revisione, e quelli che invece restano tenacemente attaccati ai loro dogmi preferiti, religiosi o scientistici che siano”.

 

Se dovesse spiegare ad un giovane liceale il termine “teologia” userebbe quale linguaggio: quello degli artifici, della poesia, della scienza?

 

“Userei la stessa definizione di Borges: un ramo della letteratura fantastica”.

 

Perché è sempre viva la polemica tra scienziati seguaci delle teorie di Darwin e i creazionisti?

 

“Si tratta di una contrapposizione che ha radici abbastanza antiche, nel senso che il letteralismo nell’interpretazione della Genesi e la teoria del disegno intelligente erano presenti ben prima che Darwin pubblicasse “L’origine delle specie”. Non si tratta però di una contrapposizione intellettuale, bensì di uno scontro politico, come hanno mostrato storici e filosofi attenti come Pietro Corsi e Telmo Pievani. Detto molto in breve: i preti vogliono comandare anche in campo scientifico. E noi scienziati non vogliamo essere comandati”.

 

Il suo amico Timothy Hunt, premio nobel in fisiologia e medicina (2001) in un dialogo avuto con lei spiegava che non c’è nessun bisogno di invocare un disegno intelligente, né tanto meno provvidenziale nello studio della biologia: deriva da qui tanta ossessiva paura per le scienze?

 

“Di certo Darwin ha sostituito alla “teologia naturale” la “selezione naturale”. Lui stesso ne era ben consapevole, come mostrano le pagine più belle della sua autobiografia. I neofondamentalisti protestanti non gliel’hanno mai perdonata. Certi cattolici non sono da meno – a riprova che la madre degli imbecilli è sempre gravida”.

 

Quali sono i confini etici per uno scienziato?

 

“Quelli di qualunque cittadina o cittadino: il non recare danno ad altri. Come diceva Thomas Jefferson, “non mi importa quel che crede il mio vicino, l’importante è che non mi ammazzi o mi derubi”.

 

Il nostro Paese pare in grande difficoltà per drammatiche e colpevoli arretratezze culturali. Se fosse ministro della Pubblica istruzione dove interverrebbe immediatamente?

 

“In moltissimi settori, a cominciare da un più ampio finanziamento per la ricerca scientifica. Sostituirei l’ora di religione con un’ora di cunicultura (allevamento scientifico dei conigli)”.

 

Nepotismo, inadeguatezze politiche, mancanza di investimenti nella ricerca: queste e altre le piaghe dell’università italiana.

 

“Sì, ma anche una struttura burocratica pesante. Applicazioni banali e sbagliate del peggior sindacalismo. (Si vedano alcune proposte del signor Fabio Mussi, oggi meritatamente buttato fuori dal Parlamento)”.

 

Tutti sanno che lei ama molto Giordano Bruno: che cosa l’attrae di questo grande genio filosofico? La profondità del pensiero, il rogo sul quale fu bruciato? E delle scuse formulate qualche secolo dopo “in memoria” da Giovanni Paolo II?

 

“A parte il suo tragico destino, Bruno, come a suo tempo ebbe a scrivere James Joyce, costituisce la grande apertura della modernità, in cosmologia come in etica. La sua domanda è ancora la nostra: quale morale per chi abita in un universo senza confini? Quanto poi alle tardive scuse di qualche pontefice, non so che farmene”.

 

Si leggono spesso notizie sul suo cordiale rapporto con il cardinale Martini, gesuita tormentato, capace di dure, profonde analisi sul ruolo della testimonianza cristiana nel mondo contemporaneo: cosa vi divide, cosa vi unisce?

 

“Martini dà prova che anche tra le gerarchie della chiesa cattolica romana si possono trovare persone serie e appassionate. Abbiamo in comune, credo, lo stesso amore per la verità e per la vita. Per il resto, ci sono piccole differenze”.

 

Lei coltiva anche grande passione per i personaggi dei fumetti. Uno su tutti: Zorro. Perché questo eroe solitario, ma anche ambiguo nella sua doppiezza esistenziale?

 

“Zorro non è esattamente un personaggio dei fumetti, anche se qualche volta si è espresso mediante le celebri “nuvolette”. Il mio eroe preferito è il Micky Mouse (Topolino) degli anni trenta e quaranta, o ancora degli anni cinquanta, l’Irish american capace di audaci intuizioni e coraggiose linee di azione. Quanto al fumetto in generale, come ho mostrato nel mio libro “La scienza tra le nuvole”, scritto insieme con Pier Luigi Gaspa (Raffaello Cortina, Milano 2007), esso rappresenta un bellissimo esempio di come si possano coniugare insieme figura, parola e sequenza temporale. Ciò ne fa uno strumento impagabile, anche per la comprensione del pensiero scientifico”.

 

Le sue lezioni appassionano il pubblico per la concretezza metodologica e l’ironia serena e accattivante. In che modo la fantasia ha aiutato la storia della scienza?

 

“Per rispondere a questa domanda bisognerebbe scrivere un intero trattato! Limitiamoci alla battuta di William Blake: “Quello che oggi date per provato, un tempo fu solo immaginato”.

 

Eccessi demografici, mutazioni climatiche, fame nel mondo, carenza d’acqua. Analisi catastrofiche per il futuro dell’umanità. Professor Giorello a cosa e a chi credere? Il futuro è davvero così minaccioso?

 

“Le attuali crisi demografiche ed ecologiche si affrontano non con meno, ma con più scienza.

Questa è la discriminante che mi separa da coloro che rimpiangono la natura selvaggia, ma anche da coloro che pensano che allo tsunami si resista… con le preghiere”.

Paolo Taggi - Fenomenologia delle regole nel mondo televisivo

Valgono solo al suo interno. Ma è un cerchio sempre più esteso. I cui confini, ormai, non sono più quelli del piccolo/grande schermo, ma quelli del mondo. Come sempre avviene nei mondi inventati, ci sono leggi ufficiali e regole mai scritte, che nessuno mette in discussione. Come queste

Paolo Taggi*

A La casta del casting

 

1a) Ognuno è stato almeno una volta in tv

 

Quando la gente aspettava che i personaggi della tv uscissero dal retro del piccolo schermo, entrare in un programma era un sogno impossibile. Condannato a rimanere fuori, ad adorare i piccoli dei catodici, lo spettatore si domandava: che cosa si proverà nel paradiso della tv? O semplicemente: come funzionerà?

Cinquant’anni dopo, attraverso le sue porte troppo spalancate, milioni di italiani sono stati protagonisti di almeno un programma. Conseguenza naturale: non ci sono più solo spettatori. A forza di lanciare messaggi in mare sono rimaste solo bottiglie. Quando saranno finite le scorte di reclute di ogni età, quando non ci saranno più protagonisti “per la prima volta sul piccolo schermo”, svanirà con loro l’emozione primaria che li ha caratterizzati: la sensazione ineguagliabile di tutto quello che accade per la prima volta. È andata così anche con il cinema: quando l’attore una tantum di un film neorealista si iscriveva all’accademia la sua carriera automaticamente finiva. Perché quello che contava, il motivo per cui era stato scelto tra tanti era proprio il suo essere (stato, ormai) un outsider.

Se sommiamo le ragioni della spontaneità necessaria con quelle della casta del casting le scorte di spettatori vergini da incanalare nei vari generi televisivi stanno per esaurirsi. La domanda conseguente sorge spontanea: quale sarà la nuova meta universalmente sognata quando tutti almeno una volta saranno stati protagonisti in tv?

 

Corollario: lo spettatore puro è il reperto archeologico di una perduta età dell’oro.

 

2a) La prima volta in tv non si nega mai (la seconda sempre)

 

Fiorello è stato ospite, un giorno, di uno dei primi talk show “Lo specchio della vita”, condotto da Nino Castelnuovo. Accompagnava, come testimone quasi muto, la direttrice di una catena di villaggi turistici e rappresentava la categoria degli animatori. Dopo quell’apparizione secondaria ha impiegato diversi anni per riuscire a ritornare in scena, dove si è imposto con merito ed un po’ di ritardo.

La prima volta in tv non si nega a nessuno, anzi. La seconda, però, è tassativamente vietata, con tanto di legge marziale, imposta dalla dittatura del casting. Se la prima volta è un’eccezione necessaria, come abbiamo visto, la seconda potrebbe diventare una legittimata abitudine. E questo gli inquilini privilegiati della tv, la tribù degli ospiti d’onore con tanto di patentino non lo possono permettere. Solo loro hanno facce da televisione, acquisite con meriti dimenticati o con presenze progressive, nelle quali consumano tristemente contratti artistici firmati in giorni fortunati.

L’esposizione televisiva è un meccanismo esponenziale: più appari, più sei presentabile. La seconda volta ti colloca automaticamente sul nastro di partenza nel gruppone degli invitabili, una zona affollata come lo start della maratona di New York, ma pur sempre un luogo dove i riflettori e le telecamere sono comunque accesi. La casta del casting è molto attenta ad evitare che il gruppo si infoltisca troppo e che qualcuno si infili nelle maglie larghe di un momento di distrazione collettiva per imporsi come nuovo ospite potenziale. Certe specie inutili concentrano tutte le loro risorse e attenzioni sull’autoprotezione, perché sanno che l’ospitabilità è un fenomeno virale.

Dopo la seconda volta il rischio di esponibilità dell’intruso si fa pericolosamente alto, meglio evitarlo con ogni mezzo. La seconda volta è la soglia critica oltre la quale una faccia sconosciuta diventa riconoscibile e quindi la possibilità di (onni)presenza sugli schermi diventa esponenziale. Sei invitabile perché riconoscibile. Sei riconoscibile perchè ti hanno già visto in qualche altro programma. Gli invitabili non hanno niente da dire né da dare, tantomeno uno spettacolo da offrire. Non si esibiscono, ma esibiscono la loro presenza, esattamente come la gran parte di quelli che passano il tempo ad impedirglielo, almeno fino a quando sono arrivati i reality.

 

Corollario 1: chi riesce ad andare in onda due volte, non ne esce più.

Corollario 2: in tv va chi ha qualcosa da dire. Ma non sempre e non troppo.

 

3a) Archiviati i cinque minuti da protagonista in scena, il pubblico avrà i suoi dieci da autore

 

Steven Johnson descrive nel suo libro “La nuova scienza dei sistemi emergenti” (Garzanti 2004) uno spot andato in onda negli Stati Uniti nell’estate del duemila. Immaginiamoci un sovraffollato open space, dove qualcuno finge di fare qualcosa come i figuranti di sfondo in un film, qualcuno cancella decisioni altrui e altri pensano ad una scusa credibile per invitare a cena le segretarie senza compromettersi. La voce fuori campo ci informa che ci troviamo nel centro decisionale di un network e quelli che vediamo ne sono i programmatori, cioè coloro che decidono “che cosa guardiamo e quando lo guardiamo”. La camera a mano attraversa una serie di porte, fino a raggiungere l’oasi di pace in cui un dirigente coltiva altri interessi. Non si accorge, il malcapitato, che due body guard in T-shirt lo stanno per afferrare e non ha tempo di reagire quando si ritrova a volare fuori dalla finestra, senza ricevere una spiegazione. Sempre la voce fuori campo chiarisce al pubblico il perché della condanna appena eseguita: “chi ha bisogno di loro?”.

Nella regola n. 1a ci chiedevamo che cosa sarebbe successo alla tv (e al mondo) quando tutti fossero stati almeno una volta protagonisti in tv. La risposta ce la offre probabilmente questa profezia ravvicinata: la nuova frontiera è l’essere tutti autori. Il pubblico di You tube e di Current ha scelto l’autoproduzione, più spontanea, più diretta, più reale. Lo è davvero? Non più di quanto lo sia l’improvvisazione, in teatro come nella vita sociale. John Kennedy, diventato famoso anche per le sue doti di improvvisatore, passava ore a provare con registi dell’Actor’s Studio le sue presunte uscite estemporanee.

Gran parte dei filmati di Current è realizzata da autori raffinati, che lavorano i loro servizi e programmi come se fossero autentici prodotti amatoriali. A questo punto, come accade spesso, nasce una nuova domanda/corollario: se You TubeCurrent e similari indicano una nuova strada, chi mette i cartelli indicatori? Chi guida le scelte: il programmatore occulto o l’utilizzatore illuso?


4a) L’ospite in tv è prima di tutto lo spettatore di se stesso

 

In una puntata di “Affari tuoi” del 2007 il protagonista è entrato in scena stringendo in pugno una telecamera digitale, puntata sul proprio profilo migliore, ad una distanza opportunamente studiata. Ogni tanto l’obiettivo si spostava sui compagni d’avventura, che lo avevano seguito fin in lì, e poi sul pubblico, ma non verso le altre telecamere (cioè verso gli spettatori che lo stavano seguendo da casa).

È la conferma che cercavamo alla regola n. 3a. Questa.

Quando una persona comune va in tv ha finalmente rovesciato il campo di ripresa, ma rimane saldamente legata al suo statuto precedente e a quello futuro, che già intravede. Spettattore. Dieci per cento futuro protagonista, dieci per cento ex protagonista, ottanta per cento semplice destinatario di programmi pensati per lui. Lo spettatore che entra trionfalmente nel piccolo schermo non dimentica – una volta in scena – di essere stato per anni seduto in poltrona in attesa di essere ripreso. E contemporaneamente immagina già il suo ritorno a casa, quando il suo essere stato protagonista sarà un ricordo da ravvivare continuamente. Il più importante della sua vita. È per questo che è lì, prima ancora che per vincere e molto più che per partecipare. È lì per fabbricarsi il ricordo destinato a diventare la pietra miliare, la boa a partire dalla quale ricostruire il percorso della propria esistenza: prima dell’apparizione, dopo l’apparizione.

Quando entra in scena, lo spettattore non è più davanti al piccolo schermo, ma sta di fronte alla poltrona vuota dove ha passato tutto il suo tempo in compagnia della tv. Dall’inedita posizione il suo ego spettatore (di solito molto esigente) gli detta gli atteggiamenti giusti da tenere, gli stessi che ha amato, approvato, ammirato seduto dall’altra parte. La sua componente sopravvissuta di spettatore gli indica gli accorgimenti da adottare per compiacere a quella parte di sè che è rimasta idealmente sul divano consumato, dove il gatto è rimasto solo a guardare il programma preferito e cerca di raggiungerlo senza riuscirci.

 

Corollario: ci sono solo spettattori

 

5a) La tv parla ad una sola persona per volta (e a tutti gli altri per conoscenza)

 

Ormai è una storia stanca. Quando gli spettatori del primo film dei Lumière videro arrivare la sbuffante locomotiva, si gettarono sotto le sedie del cinema, per paura di essere travolti. Quando lo spettatore televisivo era una creatura naif, ancora più ingenua della televisione nascente, in molti si sentivano chiamati in causa in prima persona e credevano che nell’appartamento a fianco non avvenisse lo stesso miracolo. Quando il Mario Riva della situazione diceva con il sorriso rimasto negli archivi degli anni ‘50 “Buonasera”, rispondevano con un cenno del capo, per educazione. Ma quando passava al tu, sentivano il dovere di rispondergli personalmente, come se li stesse guardando, uno per uno. Uno per volta. L’illusione che la tv conosca bene ogni singolo spettatore, che e preveda le mosse e le reazioni, e persino i comportamenti in quel momento non è finita con l’età dell’oro. La tv la alimenta, negli spot e con i programmi, con frasi mirate e ammiccamenti sottili.

La tv non è più da tempo qualcosa che si guarda, ma un universo intero che ti guarda e lo ha dimostrato inserendo telecamere scoperte fin dentro i pensieri. Basta un’ipotesi simile a quella che formulano astrologhi e cartomanti (“in questo momento sei sospeso tra felicità e infelicità”; “hai avuto diversi amori”; “qualcosa ti preoccupa…”) per rafforzare nello spettatore la sensazione che la tv stia parlando davvero a lui, che lo conosca perfettamente, come dice la Rai dei suoi abbonati. Il programma, quel programma è indirizzato solo a me, pensa. Certo, arriva anche ad altri, ma con una minore intensità. Tutti gli altri sono solo intrusi momentanei, informati per conoscenza.

 

B Le regole del fare

 

1b) La tv si impara solo con l’esperienza

 

È doloroso dirlo, ma va detto. Alle migliaia di giovani che studiano comunicazione perché è l’unica strada che conoscono per avvicinarsi al mondo della tv. Ai tanti che provano ad insegnarla, perché il loro privilegio non resti tale. C’è una strisciante certezza che percorre la tv italiana: per fare tv occorre solo accumulare esperienza. Ogni altra via, compreso lo studiarla, può avere conseguenze fortemente negative. Addirittura letali. Ci sono dei motivi, se questa è la situazione.

Intanto aver studiato la tv insospettisce i compagni di stanza e d’avventura. E soprattutto i capi messi lì da fuori. La competenza teorica spaventa chi in tv ci è entrato per diritto divino, per la forza di un cognome (magari senza verificare l’effettiva parentela), un colpo di fortuna, una botta di sfortuna, un equivoco non verificato in tempo, un’abitudine improvvisa, una richiesta di compagnia, la volontà di un partito, l’appropriazione indebita di un’idea altrui…

Per tutte queste persone (e molte altre, che si sono accomodate nei titoli di testa con diverse sfumature di spudoratezza e merito) la tv non si impara sui banchi di scuola, non si conquista con i concorsi, non si scala grazie ai risultati. Per loro la tv è rimasta una forma di artigianato, che si crede parte dell’industria culturale, ma è soltanto una sua illusione (che sia industria magari no, ma culturale certamente si). Per tutte queste persone chi ha studiato la teoria della tv non fa altro che tentare di giustificarsi con citazioni astratte, formule che funzionano solo altrove, presuntuose ipotesi di classificazione che fanno a pugni con la magia. Se la tv si impara solo con l’esperienza chi già la fa decide a chi trasmettere la propria, senza doversi giustificare con nessuno, e soprattutto senza doversi chiedere se fino a quel momento il suo essere lì non è il vero miracolo della tv. Per fortuna, qualcuno va oltre i fuochi di sbarramento e si accorge che si tratta di una falsa notizia, di una voce messa in giro ad arte per evitare l’affollamento eccessivo, o di un alibi preventivo. Studiare tv non basta per farla (per arrivare a farla e per saperla fare). Ma aiuta. Con qualche controindicazione che è utile sottolineare.

Primo: non dare troppo spazio allo spirito critico.

Secondo: non dichiarare mai la teoria come enunciato, ma tentare di tradurla in pratica.

Terzo: evitare le spiegazioni.

Quarto: viaggiare sottotraccia per un po’.

Quinto: premettere ad ogni idea esposta la formula di rito: “Probabilmente non sarà una buona idea… ma la dico lo stesso” e – se per caso viene approvata concludere con: “In realtà questa idea era la tua – riferito al conduttore o all’autore più importante – io ve l’ho solo ricordata…”

 

Corollario 1: prima di studiarla studiate bene le controindicazioni

 

Corollario 2: se qualcuno fa tv in famiglia, continuare sulla sua strada è un dovere etico, più che un privilegio.

 

Corollario 3: chi ha troppa esperienza della tv è pronto per la rottamazione

 

2b) Non si vive di sola televisione

 

Chiariamolo subito: non è una questione di soldi. Quelli, ancora per poco tempo, in tv continuano a scorrere lungo fiumi sempre più in secca. Per pochi, non certo per tutti, la tv è ancora il mitico Eldorado. Qualcosa di troppo concreto per essere anche una fantasia. E allora di che cosa parliamo dicendo che non si vive di sola televisione?. Di qualcosa che ha che fare con l’impalpabile concetto dell’ “immagine” di sé dentro la società delle immagini.

Chi fa solo televisione è vissuto (e di conseguenza spesso si sente davvero) come una specie di paria della società. In fondo, confeziona l’effimero, il transitorio, produce un bene di consumo che non lascia quasi mai tracce durevoli (le uniche che restano sono le scorie, con tutta la loro valenza negativa). Sarebbe tutto logico, persino coerente, se non ci fosse un corollario che qualcuno dovrà pur spiegare.

 

Corollario: chi fa anche televisione è invece un vincente ed ha una marcia in più.

 

Questa affermazione è in totale contraddizione con la norma di cui è il provocatorio corollario. Chi fa solo televisione è un personaggio minore, un illusionista o un venditore di miracoli a poco prezzo. Se ha letto qualche libro in più, lo ha fatto per errore e comunque è meglio che li dimentichi. Se usa musiche colte o utilizza paradigmi narrativi riconoscibili è per uno scherzo del caso o un’involontaria invasione di campo. Se un giornalista, un intellettuale, un regista cinematografico fanno anche televisione, allora si tratta di un evento da celebrare e ricordare a priori, come quando un capo di stato visita un sperduto villaggio nei fiordi. Chiunque faccia anche televisione può vantarsene nei salotti bene, nelle interviste esclusive e sulle quarte di copertina dei suoi libri impegnati. La sua preziosa incursione nel regno del significato zero gli dà una patina ulteriormente luminosa, destinata a durare nel tempo.

 

3b) Il pubblico della tv odia il nuovo, ma adora la parlola novità

 

Il nuovo attrae, ma fa paura. Il nuovo si invoca, ma si evita. Almeno fino a quando rimane tale. Tutti gli spettatori a parole esigono nuovi programmi, e quando uno ogni cento giorni si insinua nei palinsesti fatica a farsi scegliere, perché nessuno lo conosce ancora.

Il pubblico della tv, in realtà, ha paura del nuovo e adora farsi cullare dal suono suadente della parola novità. La blandisce come si fa con i propositi che non devono necessariamente trasformarsi in realtà. Il nuovo è un bagliore lontano. Se si avvicina rappresenta un pericolo, come i tartari per la fortezza di Bastiano. Se dovesse davvero arrivare, sarebbe l’inizio della fine: delle abitudini, dei lamenti ripetuti come litanie, della noia a dosaggio controllato (funzionale ad un ascolto distratto e non esclusivo). Il nuovo assoluto è un pericolo mai abbastanza segnalato. Per definizione, non ci si può preparare ad affrontarlo e questo il pubblico non lo può accettare. Il giorno dopo – quando la proposta troppo innovativa verrà demolita dagli indici d’ascolto – troppe lacrime di coccodrillo si sprecheranno al pensiero di non aver avuto il tempo di farsene un’idea. Meglio così, in fondo. Negli altri linguaggi, il nuovo si inserisce, si fa conoscere e si impone a partire dalle cosiddette zone periferiche: i teatri off Broadway, le case editrici spregiudicate, alcune pagine in corsivo in un libro monstre. La tv dispone di canali alternativi ed orari meno combattuti, nei quali mandare in onda senza rischio i programmi nuovi, ma l’insignificanza numerica o la diversità nella composizione dei loro pubblici renderebbe poco significativo ogni test. E allora? Se un programma non è nuovo, si può sempre appoggiare un post it su uno già consolidato e annunciarne la “novità”. È una strada molto più sicura. Tanto da giustificare un corollario che è la continuazione/precisazione della regola che lo ispira:

 

Corollario 1: non bisogna fare nuovi programmi, ma saperli raccontare come se lo fossero

 

Corollario 2: il nuovo in tv si presenta travestito, dentro programmi già conosciuti. Pronto a gettare la maschera, ma solo in caso di vittoria.

 

4b) Regola derivata: al nuovo assoluto il pubblico preferisce le repliche

 

La stagione delle repliche comincia ogni anno quindici giorni prima, come il Ramadan, ma finisce sempre più in là. (Oggi occupa un buon terzo dell’anno). Le repliche hanno sempre un pubblico significativo, mentre il nuovo quasi mai. Chi guarda le repliche? Quelli che si erano persi la prima (o la seconda, la terza, la quarta) messa in onda; quelli che non avevano ancora l’età: quelli (e sono la maggioranza) che cercano nella replica la riedizione della piacevole sensazione che hanno provato la prima volta; quelli che trovano inebriante o almeno rassicurante il piacere della ripetizione.

Nella replica, quello che in un primo momento hanno immaginato, ipotizzato, intuito si trasforma in un sottile gioco di conferme e di memoria (e di conferma della propria memoria). Non c’è più il fascino del non sapere come va a finire, ma la soddisfazione di constatare che non poteva che finire così. È la logica di Biancaneve, il primo cartoon (la prima fiction compiuta) che guardano i bambini. Ogni volta tremano quando Biancaneve è portata nel bosco dall’uomo incaricato dalla regina di ucciderla, e si angosciano quando lui mostra alla regina stessa un cuore (che non è quello della piccola principessa).

Ogni volta che arrivano alla fine del film tutti i bambini del mondo la rimettono dall’inizio, per riprovare le stesse emozioni, che in realtà sono sempre un po’ diverse, fino al giorno in cui si sentiranno grandi. E allora cominciano ad aspettare il momento in cui lo rivedranno con i loro figli ( e un giorno più lontano con i loro nipotini).

 

Corollario: forse è venuto il momento di fermarsi e ripetere tutto quello che c’è già stato

 

5b) Troppi canali riducono le scelte

 

Siete tra quelli che preferiscono le piccole librerie dove il proprietario attento ha scelto per voi ciò che ritiene migliore e tra le poche proposte che espone vi indica la novità gli è piaciuta di più o tra quelli che si infilano in librerie cattedrale, e amano trovare il titolo giusto come se ogni volta si trattasse di una nuova scoperta dell’America o di una vittoria alla caccia al tesoro? O, ancora, siete tra quelli che entrano nell’immensa libreria con un foglietto dove avete appuntato un titolo, uno solo, che vi è stato consigliato in tv? (Peggio, che ha scritto un personaggio televisivo?)

Se appartenete alla prima o alla terza categoria, per voi questa regola è più di un’ipotesi. È un incubo prossimo venturo. Scegliere tra mille canali a disposizione significa letteralmente avere a disposizione ore intere per leggere tutte le proposte, documentarsi e valutarle. I troppi canali hanno fatto la fortuna dei primi invenduti cataloghi dei film (all’inizio gli spettatori li consultavano per decidere il film della serata). Ma non esistono guide approfondite su tutto il resto della programmazione (tutti gli illustrati dei quotidiani sono depliant pubblicitari con allegati frammenti di comunicati stampa). Gli spettatori amano la possibilità di scegliere, come amano l’idea del nuovo.

Rassicurati dalle mille reti di protezione che non useranno mai, continuano a vedere pochi canali, sempre gli stessi, come luoghi comuni irrinunciabili.Troppi canali producono l’effetto opposto. Convogliano le masse su pochi riferimenti riconoscibili (come le pile di libri all’ingresso della libreria attraggono il lettore debole, che alimenta la catena).

Una catena giapponese ha inventato il supermercato con solo quattro referenze per prodotto. È stato un successo. Qualcun altro ha proposto una memory card che infilata nel carrello lo fa fermare o lo illumina davanti agli articoli che il cliente acquista abitualmente. Le troppe scelte riducono il telecomando a una slot machine. Alla fine decide il caso (o i gestori del gioco).

Domanda insinuante: se non ci fossero tanti canali e gli sforzi produttivi si concentrassero su pochi prodotti, la tv sarebbe migliore?

 

6b) I programmi sono la confezione regalo degli spot pubblicitari

 

Certe regole non richiedono troppe parole per essere spiegate. Questa, meno di altre. Per verificarla basta una semplice controprova: togliere a molti programmi di successo gli spot pubblicitari e vedere l’effetto che fa. Molti, crollerebbero come il tendone di un circo senza le impalcature che lo reggono. Gli spot interrompono i programmi, ma ne sono anche le colonne portanti, come i piloni per i ponti a lunga campata. Se il fulcro dei programmi sono le attese, i breack le giustificano, le ampliano, le rendono naturali.

 

7b) La tv ha inventato i segreti ad orologeria

 

Ogni volta che un vip pubblica la propria rinunciabilissima biografia, la notizia dell’uscita si diffonde per via indiretta. La motrice che la porta su tutte le pagine dei giornali (e nelle appendici dei Tg) è un annuncio dotato di molto piùappeal: la rivelazione di un segreto gelosamente custodito fino a quel momento; un figlio oscurato, una violenza subita nell’infanzia, un senso di colpa che non vuole andar via, un amore inconfessabile fino a quel momento. La tv è avidissima di segreti da svelare pubblicamente. Il meccanismo è semplice, l’effetto sicuro. Quando ne individua uno, in grado di rianimare in modo insperato un ospite ormai consumato, lo coltiva come un fiore raro. Uffici stampa ed autori lavorano insieme per dargli il massimo risalto e fare in modo che la rivelazione di quanto di più intimo ci sia avvenga di fronte al maggior numero di testimoni stupiti (ed emozionati di essere presenti in quel momento indimenticabile).

Il vip che decide di rivelare il segreto più segreto della sua vita ha diversi motivi per farlo: pubblicizzare una tournèe, creare glamour intorno alla sua figura, rivalutare il cachet fermo da anni, rientrare nella compagnia di giro degli ospitabili dall’ingresso principale, liberarsi di un peso troppo grande, attaccare qualcun altro fingendo di svelare se stesso. In genere il segreto si affida ad un agente, che ne valuta il valore come si fa con un tartufo bianco o una pietra preziosa.

Spesso il segreto grezzo viene raffinato, ripulito, arricchito di dettagli intriganti e soprattutto affidato ad un buon narratore, in grado di dare alla semplice cronaca degli eventi la struttura romanzesca che altrimenti non avrebbe. A quel punto si lascia filtrare la notizia della possibilità di una rivelazione clamorosa da parte del personaggio – a determinate condizioni e con certe garanzie – e si testa la reazione dei possibili interessati, la cui scala di importanza è legata alla tipologia del segreto e alla popolarità del titolare che sta per cederne i diritti.

Una volta che il programma si è assicurato l’esclusiva (magari dividendo l’investimento con un giornale gradito all’editore) scatta la fase più delicata, la rivelazione ad orologeria. Si inizia dal cerchio più esterno, accennando vagamente a una rosa di possibili rivelanti; all’àmbito ad un periodo e a una stagione, fino ad accennare ad eventuali altre figure coinvolte. A quel punto il cerchio si stringe fino alla messa a fuoco progressiva del nucleo centrale dello svelamento imminente, collocato inevitabilmente verso la fine del programma, e tra due affollatissimibreak pubblicitari. I vantaggi della rivelazione di un segreto sono tali da oscurare in ogni caso i piccoli inconvenienti che un segreto diventato di dominio pubblico potrebbe comportare. Per questo i segreti si coltivano in serra, in vivaio, in zone biologiche protette. Chi non ne trova uno, pur rovistando impietosamente negli angoli più oscuri del suo passato incerto, se ne fa raccontare uno e lo sogna in notti agitate fino a sentirlo suo fino in fondo. Almeno fino a quando non riuscirà a liberarsene, dietro lauto compenso, sciogliendo un nodo che diventava insopportabile in comunione con il pubblico, in un’ emozionante confessione in diretta.

 

Corollario: se vuoi andare in tv costruisciti un passato compromettente da rivelare al momento più opportuno

 

8b) Variante: il segreto in pubblicità è un valore aggiunto, chissà per chi.

 

L’attrice che ha bisogno di didascalia per essere riconosciuta, lo sportivo plurigriffato, lo zainetto per le elementari hanno spesso un segreto da nascondere mentre lo rivelano al maggior numero di persone possibili. Consapevoli dell’etimologia della parola e della contraddizione in termini che deriva dal presentarlo in uno spot lo sussurrano, lo accennano, lo confidano come se si trattasse di un consiglio mirato, confezionato su misura per…

 

9b) Quando annunci un nuovo programma preparati la descrizione di quello successivo

 

Se non c’è, inventalo pure. Almeno nelle linee generali. La tv è vittima della sua stessa nevrosi. Come i programmi inseguono l’attimo successivo, così i giornali non amano parlare di quello che sta per accadere, perché in teoria lo fanno già tutti. Per dimostrarsi ancora una volta migliori, per fare uno scatto in più rispetto alla concorrenza al giornalista pressato dal caposervizio spietato non resta che chiedere l’anticipazione in esclusiva (che escluderebbe la partecipazione di tutti gli altri giornalisti ad una conferenza stampa su di una notizia ormai bruciata).

Se viene negata – avviene spesso, ma non sempre, qualche volta “La Repubblica” e “Il Corriere della sera” ce la fanno – al conduttore che non trascura nessun particolare non resta che prepararsi all’incontro con la compagnia di giro che lo attende (sempre gli stessi, sempre più invecchiati) anticipando il loro bisogno/desiderio di sentirsi dire qualcosa di diverso, naturalmente una volta finita la parte ufficiale, in cui domande e risposte sono condivise.

Dato che la domanda ricorrente, irrinunciabile, unica sarà: “E dopo questo, che altro programma farai/farà?” meglio prepararsi una risposta convincente.

Non così clamorosa da annullare totalmente l’importanza del programma per il quale i giornalisti sono stati convocati (altrimenti sarà completamente ignorato), ma neppure così vaga da indurre il giornalista stesso – spesso dotato del fiuto pessimistico di Marlowe – a credere che il futuro dell’intervistato sia piuttosto vago, incerto, magari legato all’esito di un programma, quello di cui non ha voluto parlare, che senza dubbio lo lascia perplesso, e con lui i dirigenti della rete che con tanto entusiasmo lo hanno invece presentato.

Già, quell’entusiasmo doveva essere sospetto. Se il programma futuro non c’è, meglio inventarne uno, magari ispirandosi ai successi che si annunciano sui mercati. Per male che vada, sarà un’autocandidatura, e forse un suggerimento per i direttori più pigri o disattenti.

10b) Il momento più bello di un programma è sempre quello che sta per arrivare

 

Non è così. Non è come credevi. O come ti hanno fatto credere fino ad un secondo prima. Il meglio del programma che stai guardando non è quello che si è appena concluso, ma quello che deve ancora arrivare. Condannati a supplicare il pubblico di non cambiare canale, costretti a misurarsi in ogni momento con la paura dell’abbandono i programmi aggiungono promesse a promesse. Il momento successivo è sempre il migliore, senza lasciare il tempo allo spettatore di pensare che quello appena trascorso non era altro che il meglio promesso un secondo prima.

Da un annuncio all’altro, da un’attesa all’altra la tv sfugge continuamente all’appuntamento con l’adesso. Anche se tutte le emozioni accadono qui e ora, non c’è mai un presente presente. Spesso si reimmerge nel passato, sotto la superficie batte il cuore del futuro. Muovendosi su di un piano inclinato, non può mai trovare una posizione di riposo.

 

11b) Il bello della diretta è fare le stesse cose in un quarto di tempo

 

Le barzellette si possono imporre anche in assenza di genitori certi. Le frasi celebri no, hanno bisogno di un testimonial pronto a rivendicarle. Come “Presto che è tardi”. È stato Ezio Greggio a renderla famosa, ma si sussurra nell’ambiente che la frase è stata pronunciata per la prima volta agli albori della tv commerciale italiana, da una delle colonne degli studi Mediaset di Cologno Monzese: Enrico Roma (o suo fratello Alan, su questo dettaglio le testimonianze sono discordanti).

Erano i tempi in cui registrare una puntata dei primi varietà del sabato sera si rivelava un’impresa titanica, che iniziava nel pomeriggio e finiva la mattina dopo. Erano i tempi in cui Mediaset lanciava il guanto della sfida che sembrava impossibile, sottraendo alla concorrenza personaggi che avevano fatto la storia della tv. Sconsolate, consapevoli dell’importanza dell’impresa, ma non altrettanto dei risultati (che poi sarebbero venuti) le maestranze milanesi del Biscione si rincuoravano a vicenda con uno slogan che si rilanciavano l’uno l’altro come un grido di battaglia, sperando che risvegliasse le loro ultime forze, scuotesse i riflessi ormai appannati da ore e ore di lavoro, imprimesse lo scatto decisivo agli ultimi minuti di ripresa (che come nello sport sono sempre i più difficili).

“Presto che è tardi”, perché l’assenza della diretta era una garanzia di fronte agli errori, ma una condanna da scontare giorno dopo giorno. I dipendenti di Mediaset non sapevano, allora, che la maledizione della tv registrata non sarebbe mai finita. E non solo per loro, ma per tutti quelli che fanno tv.

Per motivi misteriosi, che appartengono all’essenza più sfuggente della tv, i programmi registrati sono uno straordinario magnete di problemi, un catalizzatore di errori evitabili, un parafulmine sempre attivo, bersagliato dalle intemperie.

C’è chi pensa che la diretta sia l’essenza della tv. Molto più semplicemente l’unica cosa bella della diretta è il fatto che una puntata in diretta si esaurisce in un tempo rigidamente stabilito. Magari il percorso sarà pieno di penalità (che il pubblico tende a perdonare), ma non si andrà mai fuori tempo.

Il bello della diretta è nella media diversa con la quale si realizzano gli stessi minuti di televisione. Registrare, equivale a consumare un tempo molto più lungo. Colpa della mancata concentrazione? Dell’assenza di nevrosi, della rete di protezione che diventa ossessione della perfezione?

E se la spiegazione fosse un’altra, tutta interna alla tv stessa: se la registrazione fosse un’irrinunciabile fonte di alimentazione dei programmi vampiro, che si nutrono di papere ed errori altrui?

Controindicazioni: il secondo aspetto positivo della diretta – il primo per chi guarda – è il fatto che aggiunge adrenalina (al conduttore, all’apparato produttivo, agli spettatori, sempre attratti dal fascino dell’incidente imprevisto).

Il suo lato negativo è nel fatto che gli uffici stampa non possono amplificare l’eventuale, spettacolare evento clamoroso (una rissa, un duello rusticano, una rivelazione inaspettata, un proclama alle nazioni,la vincita del jackpot) che si è verificato in un istante fuggitivo. Se fosse accaduto in fase di registrazione, invece, ci sarebbe stato tutto il tempo per annunciarlo ai quattro venti.

 

12b) La tv non ha smesso di insegnare: solo ha cambiato materia

 

La tv ama ancora insegnare, anche se in molti la considerano una cattiva maestra. La tv adora insegnare, ma cambia spesso disciplina. Prima ha spiegato come leggere e scrivere, poi l’educazione civica ed oggi l’alfabeto dei sentimenti universali. Che poi sia un alfabeto particolare – il suo – è un discorso diverso, che va oltre i nostri confini.

I manuali pratici insegnano a coltivare le rose d’inverno e a ridipingere la credenza con vernici intermittenti, ma quello che la gente vuole è capire chi siamo. Non sempre i manuali lo dicono. C’è chi dice che il compito sia troppo difficile. Ma la tv adora le imprese impossibili ed è questa la materia che ha scelto per i prossimi anni. Per tutti coloro che sono alla perenne ricerca di consigli da mettere in pratica nella quotidiana vita di relazioni, la tv si propone come una continua fonte di ispirazione. Espone modelli. Racconta di scelte vissute e delle loro conseguenze dichiarate. Se è vero che gli esseri umani sono lettori innati della mente, la tv fornisce a ogni ora i lasciapassare per leggere dentro le menti altrui. E se intuire è ancora troppo faticoso, spinge i suoi protagonisti a rendere pubblici i propri pensieri interiori.

Perché chi guarda non fatichi troppo, e soprattutto non ci siano margini di fraintendimento (a meno che siano funzionali alla formula). Se è vero che siamo coscienti dei nostri pensieri e delle nostre azioni solo perché sappiamo immaginare quelli degli altri, la tv è una vera enciclopedia permanente del vivere qui e ora. Propone agli spettatori interi cataloghi di comportamenti specchio, sui quali modellarsi o rispetto ai quali ritagliare le differenze, con un surplus di coraggio che non è facile avere.

 

C Le regole generali

 

1c) Molti vedono la tv, ma nessuno guarda davvero un programma

 

Tradotta in termini più diretti, questa regola potrebbe suonare così: inutile farsi illusioni. Guai a lasciarsi accarezzare dall’ingenua speranza di poter scrivere un programma che richiede una forte complicità da parte di chi guarda. Lo spettatore televisivo non è una figura reale, quindi non contate su di lui. Non esistono lo spettatore tipo, né quello ideale, né quello medio. Lo spettatore di un programma è solo una media aritmetica, un’astrazione statistica – come il fatto che la famiglia media italiana è composta da una persona e tre quarti. Se leggete che gli italiani mangiano in media due torte all’anno sapete bene cosa significa: che qualcuno ne mangia venti e in tanti nessuna. Se il reddito medio è di 5.000 euro, in molti sono nullatenenti e qualcuno guadagna milioni di euro.

Se un programma sbandiera quattro milioni di spettatori (è il valore assoluto che appare sul Televideo) può voler dire che in venti milioni ne hanno visto un quinto o che in cinque milioni lo hanno visto quasi tutto. La differenza è fondamentale: in un caso ci saranno stati molti contatti: tante persone hanno assaggiato il programma per almeno un minuto (e non gli è piaciuto o lo hanno fatto quando la cucina stava chiudendo-in quel caso ritorneranno); nell’altro caso sono stati in pochi a subirne l’attrazione iniziale, ma ne sono stati conquistati, facendo scattare un’alta permanenza. Con un pubblico così, un autore potrebbe anche tentare di costruire il suo programma come fa un regista con un film o uno scrittore con un libro. Ma è un caso raro. Che sfugge alle previsioni come un temporale sul lago Maggiore quando il meteo ha previsto il sereno sull’Italia del nord.

 

Corollario 1: nessun programma può essere troppo costruito

 

Chi mai guarderebbe in partenza un quinto di uno spettacolo teatrale, un sesto di un musical o si accontenterebbe di leggere un capitolo centrale di un romanzo, convinto di averlo letto tutto? È quello che fa normalmente lo spettatore televisivo. I quattro milioni di persone che statisticamente hanno seguito un programma di prima serata non sono una platea attenta, ma una carovana errante, incerta ed incostante, aperta a mille sollecitazioni e in cerca di sempre nuove distrazioni (magari da rifiutare), incapace di scegliere solo un programma e decisa (o costretta dalle sue stesse abitudini) a inventarsene uno proprio, assemblaggio di molti frammenti dispersi e raccolti qua e là.

Il programma che ognuno ha visto non è quello che l’autore ha pensato, ma quello che il singolo spettatore si è trovato a vedere. Somma, moltiplicazione, sottrazione di momenti culminanti persi e di pause insignificanti intercettate per caso; di emozioni perdute e di altre lasciate a malincuore. La tv declina ogni responsabilità dovuta ai suoi limiti iniziali. La vittima di un delitto annunciato può mai essere (anche) il colpevole?

 

Corollario 2: i programmi di successo fanno prigionieri gli spettatori per il loro bene

 

Se non esiste lo spettatore di un programma, ma molti spettatori di frammenti di un programma, la conseguenza necessaria (e dolorosa) è che nessuna trasmissione può essere un testo omogeneo, costruito con troppa cura, che confida sulla volontà partecipe dello spettatore che lavora a completarlo o a decodificarlo. Se ciascuno ne vede una parte, nessuna può essere essenziale per la comprensione del senso finale, e l’unica strada possibile è la progressione nella ridondanza. Traduzione in termini meno spottistici: i programmi avanzano aggiungendo elementi (informazioni, emozioni) con un occhio sempre rivolto al passato, per non escludere i ritardatari e i distratti.

Sembra un paradosso ma non lo è; solo i programmi che ammaliano lo spettatore e contano sulla forza di un incantesimo che gli impedisce di abbandonarli possono in teoria permettersi una costruzione simile a quella di un film o di un romanzo: una struttura narrativa forte o tendente al poetico. La consapevolezza di poter contare su di un pubblico attento migliora i programmi. Una volta catturati, gli spettatori “magnetizzati” scopriranno che l’incantesimo di cui sono vittima in realtà gli regala un prodotto migliore.

 

2c) Un televisore in casa univa la famiglia, troppi televisori la dividono

 

Domanda consequenziale: le famiglie si assottigliano e le televisioni aumentano. C’è una relazione tra i due fatti ?

 

Quando le prime aziende hanno iniziato a pubblicizzare i televisori come un nuovo oggetto del desiderio, la domanda che si facevano gli americani sulle pagine del “Reader’s Digest” aveva una percentuale di ingenuità come tutto ciò che riguarda le origini della tv. Quale poteva essere – se c’era – la sua posizione ideale all’interno delle loro case accoglienti? Qualcuno proponeva uno spazio tra le piastre del gas, altri nella parte superiore del forno, in modo che le felici donne di casa potessero guardarla senza rinunciare ai loro gratificanti lavori domestici.

In fondo, i primi programmi contenevano consigli di cucina o matrimoniali, e qualche domanda a bruciapelo, che si poteva anche solo ascoltare mentre il tacchino rosolava in attesa del ripieno di castagne. Qualcun altro suggeriva gli ampi spazi intorno all’ingresso, altri il salone, magari appendendo il televisore in alto perché quando rimaneva spento non occupasse uno spazio inutile. Che mobile era, un televisore spento? Erano i tempi di Pleasentville, tutte le forme erano arrotondate, i colori vivaci e/o pastellati, i sorrisi aperti dalla colazione alla buona notte, come i primiSeven Eleven.

La tv era sola in casa ed in ogni casa ce n’era rigorosamente una sola, come le automobili. La famiglia si riuniva a guardarla, come un tempo succedeva intorno al fuoco. E chi non l’aveva si accomodava dai vicini, così la tv favoriva nuove relazioni. Poi gli apparecchi si sono moltiplicati. I nuclei monofamiliari aumentano, ma in ogni casa ci sono almeno due televisori. Spesso anche tre. C’è un televisore in ogni stanza, e magari anche in auto, nel cellulare e in una cintura. L’apparecchio televisivo non è più in grado di riunire le famiglie. Moltiplicarne la presenza le ha ancora più divise. Ma è colpa della tv se le persone guardano lo stesso programma in stanze diverse?

 

3c) In tv l’esclusiva è una forma avanzata di multiproprietà

 

Il vip stellare è appena sceso dall’aereo/arrivato sulla Laguna in motoscafo/uscito dal Parlamento. Una selva di microfoni lo accoglie, con gli adesivi delle varie testate che li identificano e pubblicizzano un po’. Il vip pronuncia qualche parola di getto e poi risponde a domande volanti, senza un soggetto riconoscibile, perché le telecamere sono tutte puntate verso di lui. Qualche minuto e qualche ora dopo, l’improvvisata conferenza stampa (o l’imboscata mediatica alla quale la star non è del tutto sfuggita) viene annunciata come una eccezionale esclusiva da ognuna delle emittenti presenti e rappresentate da un microfono volante.

Lo stesso vale per le prime immagini che riguardano eventi shock. Basta ingrandire un dettaglio, rimontarle in una diversa successione per gridare ai quattro venti il loro statuto di esclusiva assoluta. E che dire delle repliche estive “in esclusiva” su di un’altra rete rispetto a quella dove la serie è andata in onda le prime volte? La parola “esclusivo!”, sbandierata con un uso insistito della grafica è il manifesto che richiama lo spettatore a una speciale attenzione. Dal momento che ciascuno ne fa l’uso che crede, come in una multiproprietà impazzita, non è importante che sia vero. L’importante è poterlo annunciare.

 

4c) Se il successo è una forma virale, l’insuccesso lo è ancora di più

 

Nessuno decide di far parte di uno sciame. Ogni volta che facciamo una scelta (di una meta turistica, di una camicia, di un olio di semi) siamo convinti di aver esercitato il privilegio di scegliere, in base ai nostri gusti, ragione o emotività. Il fatto che qualcuno abbia studiato in partenza le nostre reazioni spontanee e pensi di prevederle ci lascia indifferenti (e comunque come combatterlo?).

L’aggregazione (virtuale) delle persone sulla base dei gusti e delle scelte avviene a posteriori, quando si analizzano i dati di vendita, le presenze turistiche, o – in tv – quando, alle dieci del mattino, arrivano i dati d’ascolto. Il legame che unisce gli spettatori che la sera prima hanno visto lo stesso programma è inizialmente un poco più forte di quello che potrebbe avvicinare i consumatori di uno stesso detersivo, ma non più preciso, resistente e consapevole di chi sceglie un giorno lo stesso film, o acquista un’auto con gli stessi optional (non è facile che accada, di fronte a centinaia di migliaia di combinazioni). Un riunirsi incerto, qualche volta imprevisto, in realtà virtuale. Ma quando l’Auditel gli conferma che la sua scelta è stata condivisa da molti altri spettatori, il singolo utente si sente “premiato dalla scelta premiata”.

Il consenso altrui non solo gli conferma di non avere sbagliato, ma gli consegna un attestato di buon gusto, la rassicurante assicurazione di avere avuto intùito, e di esseri mosso ancora una volta in favore e non contro la corrente.

Al contrario, l’insuccesso del day after di un programma che non gli era dispiaciuto lo preoccupa, amplifica i segnali di piccolo disagio che scopre di aver colpevolmente trascurato, lo convince di non aver amato fino in fondo quel programma, anzi di averlo disapprovato dopo pochi minuti. Magari si convince di aver scelto di restare lì “per vedere fino a che punto poteva spingersi un esempio di cattiva tv” o ingannato da una falsa attesa, o per pigrizia, per volontà di qualcun altro (la moglie, il marito, i bambini) o semplicemente per inerzia, distratto o comunque accompagnato da mille altri pensieri. Ma è un errore che non si ripeterà. La nuova puntata, il nuovo episodio, non lo vedranno certamente al via, perché nessuno è complice, e neppure testimone volontario, della parabola scritta di un insuccesso.

 

5c) La buona televisione sfiora sempre la banalità

 

La buona tv non è mai banale. Ma non ignora l’esistenza della banalità. Al contrario: la provoca, la evoca, la risveglia, la stimola. Le si avvicina cercando il limite massimo di prossimità, senza mai farsi raggiungere, né tantomeno colpire. Le si avvicina per dimostrare la sua capacità di schivarla, sfiorarla e farsi sfiorare. Il torero più bravo è quello che riduce sempre più la distanza tra lui e il toro. Che sincronizza i suoi movimenti con la musica che li accompagnano. Tra lui ed il pianista nessuno prevale, agiscono insieme. Lo spazio tra lui ed il pericolo si riducono man mano che la cerimonia avanza (o il massacro, fate voi), ed è questo l’esorcismo che il pubblico esige. La banalità (del bene, del male, della quotidianità, della norma, persino dell’eccezionale) è la materia prima di una parte della buona televisione. Il suo punto di partenza, e qualche volta quello d’arrivo.

 

6c) Il successo di un programma si ottiene dribblando le controprove

 

C’è un segreto per fare in modo che il successo di un programma risalti e risulti tale senza dubbi e ombre. Sfruttare al massimo le circostanze fortunate (? Vedi il corollario seguente) e soprattutto evitare i siluri delle contromosse avversarie, l’arrivo di altre trasmissioni più forti, insomma ogni controprova.

Se non fosse arrivata Antonella Clerici con “Ti lascio una canzone”, saremmo ancora convinti che “La Corrida” è una trasmissione imbattibile. Se “La Corrida” avesse cambiato serata prima di essere dimezzata dai bambini cantanti della bionda conduttrice legnanese continueremmo a pensarla come un programma inaffondabile. Se “Striscia la notizia” non fosse andata in onda una sola volta alle 22.30, (dopo una partita di calcio) non sapremmo che a quell’ora dimezza il suo share; se “Fatti vostri” anni fa non avesse fatto un’incursione alle 14 avremmo pensato che il 24% del compianto Alberto Castagna a quell’ora su Canale 5 era soltanto un risultato discreto. Se “Fantastica Italiana” dopo la prima puntata di “Big Brother” avesse chiuso i battenti adesso diremmo che era più forte del programma di John De Mol (che ha perso il primo scontro, ma nelle settimane successive ha ridotta in briciole la proposta di Rai 1). Senza le accidentali controprove, saremmo davanti a successi inconfutabili. La controprova li ha ridimensionati senza discussione. L’aura mediatica di certi successi rimane tale fino a che, per qualche circostanza sfortunata (per loro), le condizioni cambiano.

Perché comunque vada sia un successo occorre dunque dribblare gli agguati della controprogrammazione, evitare i programmi kamikaze, destinati ad esplodere all’interno dello stesso segmento di pubblico, senza possibilità di vincere, ma con buone probabilità di erodere una parte del pubblico elettivo del programma che hanno preso di mira.

Se evitarli con un agile slalom è davvero impossibile, se la controprova non si è potuta evitare (con tutte le conseguenze negative del caso) ecco una serie di strategie secondarie, pronte per l’uso:

a) trovare una somma di alibi e spiegazioni che ne attenuino o annullino la portata;

b) disporre di un ufficio stampa capace di negare la verità più evidente;

c) cancellare con la massima rapidità possibile ogni possibile traccia di un dubbio legittimo sull’effettiva entità del successo accreditato fino alla déblacle, prima che qualcuno arrivi a formularlo, magari solo tra sé.

 

Corollario 1: in tv comunque vada sarà sempre e solo un successo relativo

 

Corollario 2: per fare un programma di successo bisogna prima di tutto assicurarsi una programmazione spalla.

 

I programmi prima ancora di nascere cercano un pò di luce come le piante nel sottobosco, facendosi strada nelle nicchie di ascolto, studiando i flussi e capitalizzando gli sganci e le debolezze di quelli già esistenti.

I presupposti di un successo si creano molto prima di mandarlo in onda, e vanno in gran parte oltre la sua forza endemica. I migliori autori (e i più attenti, tra i conduttori, nel gestire la propria immagine) passano ore e giorni e mesi a studiare la controprogrammazione possibile. Cercano il mese giusto, l’occasione propizia, il punto di debolezza altrui, le abitudini del proprio pubblico, il momento in grado di mettere maggiormente in risalto le peculiarità della proposta che stanno per varare.

I continui spostamenti di serata di importanti programmi del prime time che non possono fallire dimostrano che il successo (o il minor insuccesso, l’insuccesso mediaticamente controllabile) si realizzano con programmazioni slalom, capaci di insinuarsi, settimana dopo settimana, negli interstizi lasciati liberi dall’offerta altrui. Ma i conduttori più attenti e potenti vanno oltre. Non si accontentano del male minore, e da una strategia difensiva passano all’attacco. Sono loro a suggerire (direttamente o indirettamente) e magari a determinare i palinsesti ideali per il successo del loro programma, almeno all’interno della stessa azienda. I televisivi più attenti (e potenti) si scelgono la controprogrammazione spalla, perfetta per esaltare le caratteristiche vincenti della trasmissione leader, cioè la loro.

Un rinnovo di contratto più volte rimandato, un “si” ad una proposta per la stagione successiva dipendono anche dal grado di collaboratività dimostrata dall’azienda al momento di decidere quando mandare in onda il loro programma, fino a che ora sgomberargli il palinsesto, contro chi si scontrerà. (Una telefonatina anche all’azienda “nemica” si può sempre fare…).

*Dice di sé.

Paolo Taggi. Ho passato gran parte della vita a realizzare cose che potessero finire in una quarta di copertina realistica e accattivante. Poi mi sono accorto che neanche questo mi avrebbe cambiato la vita. Ma è troppo tardi per tornare indietro: e poi, per fare che cosa?

Tutto quello che so fare è scrivere, insegnare a scrivere (cinema e televisione), fare fotografie, ideare programmi e realizzare documentari, cercando di dare un senso a tutto questo, anche se un senso non sempre ce l’ha. Me lo avevano detto quando ero adolescente, ma allora non credevo a niente di quello che mi dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non mi resta che aspettare: che gli editori mi paghino i diritti sui miei libri, che i programmi italiani si vendano all’estero e che il Novara torni in serie A.

1) Prima parte

 

 

FEDERICO FELLINIAd una prima lettura salta agli occhiche la mancanza di un’idea problematica, o se si vuole

di una premessa filosofica, rende il film una suite di episodi

assolutamente gratuiti… Mi perdoni, ma questa può essere

la dimostrazione più patetica che il cinema è irrimediabilmente

in ritardo di cinquant’anni su tutte le altre arti.

(Da “81/2”, 1963)

 STEVEN SPIELBERG

 

Il vizio più costoso nel mondo non è l’eroina ma la celluloide,

e io ho bisogno di una dose ogni due anni.

(Da “Time”, 1979)

PROFILISilvina Pratt - Il grande Hugo, con gli occhi di una figlia

Sento che è arrivato il momento di tornare ad essere sua figlia e di non avere più paura di affermarlo. Voglio uscire dal silenzio e rendergli omaggio con dignità

Silvina Pratt*

A tredici anni dalla morte del più celebre romanziere-vignettista italiano, Marsilio editore pubblica per l’Italia il libro testimonianza di Silvina Pratt “Con Hugo. Il creatore di Corto Maltese raccontato dalla figlia1”. Ricco di ricordi, foto familiari e creazioni inedite del grande Pratt, il libro è un percorso di pacificazione tra un padre ed una figlia che, in un modo sicuramente fuori dagli schemi, si sono amati moltissimo.

 

Radici

 

Che cosa sappiamo dei nostri genitori? Di come si sono incontrati? Del loro amore? Cresciamo insieme, al loro fianco, e pensiamo di conoscerne la storia, ma in fin dei conti sappiamo solo quello che hanno deciso di lasciar trapelare. E poi, quale figlio si interessa alla vita dei suoi genitori? Sono sempre già lì, nel presente, e allora per quale motivo farsi carico per giunta anche del loro passato? Eppure la loro vita è al tempo stesso parte della mia. Le mie radici. Ma quali radici? Qual è l’alchimia scattata tra due persone che ha presieduto alla mia nascita?

Che cosa so di Anne Frognier e di Hugo Pratt prima che diventassero i miei genitori?

 

Ugo

 

Che cosa non sappiamo della vita di Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese? Lui l’ha raccontata, a volte inventata, sempre mitizzata. Altri hanno cercato di stabilirne la cronologia puntigliosa o di diffonderne la leggenda avventurosa. Quello che so della vita di mio padre è nei miei ricordi – la profondità della memoria. Quello che ignoro della biografia di mio padre è nei libri – la superficie delle cose.

Hugo è davvero un amante della vita avventurosa o non è piuttosto l’avventura che gli corre continuamente dietro, contro la sua volontà? Credo che preferisse trascorrere tre giorni alla ricerca di aneddoti e storie nei suoi libri, piuttosto che partire per il giro del mondo. L’avventura e gli avventurieri si sono ricongiunti a lui nella sua leggenda. La realtà talvolta è più terra terra. Come quando si è recato sulla tomba di Stevenson sull’isola di Apia, nell’Oceano Pacifico. Mi ha raccontato che non ce la faceva, il sentiero era troppo ripido, gli mancava il fiato.

Ha finito per sorvolare la tomba dello scrittore in elicottero… Mio padre era uno con la parlantina sciolta, sempre pronto ad abbellire la verità. Voleva trasformare e correggere ogni cosa, il suo nome, il suo passato, la sua famiglia, le sue origini, i suoi figli. La realtà doveva apparirgli troppo scialba. La realtà della minuscola bottega di pedicure di suo nonno e l’odore di piedi. La realtà di tutti quegli adulti stipati nell’appartamento di famiglia a Venezia, tutte quelle donne, sua madre, le zie, la nonna, e tutti quegli uomini che vanno e vengono nelle loro uniformi militari.

A tavola, gli adulti e lui, il solo bambino, che si rifugia nel suo mondo grazie ai fumetti americani, un altro mondo, un mondo ancora da scoprire. La guerra non è ancora scoppiata, i fascisti non si prendono ancora gioco della sensibilità e degli artisti… Ma Hugo mi diceva che a quell’epoca, prima di Hitler, i fascisti erano diversi. Mi raccontava che un giorno sua madre aveva buttato nella spazzatura i suoi fumetti e i suoi disegni infantili.

Di fronte alla sua collera, gli aveva chiesto se preferisse essere piccolo nel mondo dei grandi o grande nel mondo dei piccoli. Hugo aveva risposto senza esitazioni: “Grande nel mondo dei piccoli!”.

A detta di Gilberto Fabiano, uno dei suoi migliori amici, Hugo si è sempre comportato come se fosse stato già famoso, come se fosse stato un personaggio ancora prima di diventarlo. Secondo Gilberto, per mio padre esisteva un solo rimedio contro la realtà. La solitudine.

 

Buenos Aires

 

Quando Hugo sbarca in Argentina ha ventidue anni. Come tutti gli emigranti va a cercare lavoro in quel paese “di cuccagna”. Non è il suo primo lungo viaggio. Ha vissuto cinque anni in Etiopia dove ha conosciuto la guerra, l’amicizia e le donne. Suo padre, fascista, è morto in un campo di prigionia sotto il sole d’Africa. Dal 1945, all’età didiciotto anni, si è lanciato nel fumetto con l’ “Asso di Picche”. Quando alla fine del 1949 arriva a Buenos Aires in compagnia di altri disegnatori italiani, non è solo il soffio dell’avventura a spingerlo in America latina, ma l’opportunità di lavorare per un editore argentino. Per Hugo l’Argentina è il paese della libertà. Di tutte le libertà. Mi ha raccontato che laggiù, a quell’epoca, non faceva che passare da una piscina all’altra, dalla casa di una a quella di un’altra, di “asado” in “asado”, da un barbecue all’altro. I commercianti chiudevano bottega quando usciva per strada lui, ubriaco, a torso nudo, con il calendario azteco appeso al collo. Cantava sui treni accompagnandosi con la chitarra e chiedeva l’elemosina.

Mi raccontava anche che accompagnava a scuola la figlia di alcuni vicini di origine belga, i Frognier. La piccola Anne aveva solo tredici anni. Anche se nel frattempo Hugo sposerà Gucky, con la quale avrà i suoi primi due figli – Lucas e Marina –, una decina d’anni più tardi quella ragazzina sarebbe diventata mia madre…

 

Ann

 

Maman. Mamma. Mia madre. Anne Frognier. Di origine belga, è nata in Argentina all’alba della Seconda guerra mondiale. I suoi genitori avevano lasciato Bruxelles nel 1933. Mio nonno aveva appena terminato le sue “due università”: chimica e filosofia. A ventitré anni, già padre di un’Albertine ancora piccola e ben presto di Isabelle, preoccupato per la piega che stavano prendendo le ostilità tra fiamminghi e valloni, risponde all’inserzione per un lavoro come chimico in una fonderia gestita da un belga… a Buenos Aires!

Fu così che la famiglia Frognier si stabilì al gran completo in Argentina e non ne volle più sapere di tornare in Belgio. Così facendo, mio nonno permise loro di evitare la guerra.

Oggi mia madre si divide tra Parigi, Venezia e Buenos Aires. Lei, rimasta confinata in casa così a lungo per crescerci aspettando il ritorno di Hugo, ormai viaggia continuamente. A volte non so dove trovarla, ma Internet ci permette di restare in contatto.

Sa che ho iniziato a scrivere questo libro. Ritiene che i ricordi puri e semplici non interessino a nessuno e che sia necessario inventare, come faceva lui, trasformando la realtà, quella verità alla quale non ha mai voluto credere; “sempre un po’ più lontano…”. Eppure, mi sembra che attraverso i miei ricordi sia proprio la verità che devo cercare. La mia verità. Mio padre è stato mio padre solo per come lo racconto io. Conosco i ritratti di Hugo scattati negli anni cinquanta. È magro, un viso che toglieva il fiato, lo sguardo profondo. Lo trovo davvero bello. Ma una fotografia non è altro che un attimo sottratto allo scorrere del tempo, un cliché, non ha rilievo. Io voglio raggiungere un’altra dimensione, ho bisogno di saperne di più. Anche la verità di mia madre mi interessa. E lei, accetterà di trasmettermi un po’ della sua memoria?

 

Venezia

 

Gli sbatto la porta in faccia!

Sono seduta sul seggiolone e Hugo cerca di entrare in cucina. Io non voglio che mi veda mangiare. A ogni suo tentativo, gli sbatto la porta in faccia. Una porta a vetri… Lui ride. È sicuramente offeso, ma il pasto è una faccenda privata, tra me e mia madre.

In quel periodo vivevamo in un appartamento al Lido, proprio davanti al mare. Ogni giorno vedo sorgere il sole, rosso come un pomodoro. Mio padre ha affittato l’appartamento qualche mese dopo la mia nascita a Buenos Aires.

Mia madre ha aspettato l’arrivo di mio fratello Jonas, quattordici mesi più tardi, per attraversare l’Atlantico e raggiungere Hugo a Venezia. I miei primi ricordi risalgono a quell’epoca. Hugo mi compra il mio primo vestitino, azzurro come il cielo, e un elefantino di peluche. La pancia gli esce dalla camicia. Quando si piega, gli si scoprono le natiche. Sotto i pantaloni non porta la biancheria. Non indossa nemmeno le calze. È a piedi nudi nelle sue Clarks.

Sono gli anni in cui i genitori non hanno il becco di un quattrino e vogliono far credere ai figli che tutto vada bene. Sono gli anni in cui i figli sono ancora delle piccole creature che vanno e vengono senza che i genitori li guardino troppo da vicino. Sono gli anni in cui i figli credono di poter salvare il mondo con un pezzo di spago. In quegli anni sono così piccola…

 

La casa

 

Un giorno ci trasferiamo a Malamocco, un villaggio di pescatori all’estremità del Lido di Venezia, tra il mare e la laguna. Il nostro è un appartamento in cima a un immobile bianco col tetto di mattoni rossi. Come giardino abbiamo un’immensa terrazza lastricata con pietre bianche.

La mamma ha piantato giganteschi girasoli gialli e delicate cosmee. A est l’edificio si affaccia sul mare dai colori cangianti e si sentono le onde che si infrangono sulle rocce notte e giorno. A ovest c’è la laguna. La sera, quando tramonta il sole, la sua superficie liscia si tinge di rosa, di violetto, d’arancione. Davanti alla terrazza, sull’altro lato della strada, campi di carciofi, prati e una siepe di bambù si frappongono tra mare e laguna. Dal terrazzo vedo gli arcobaleni spuntare dall’acqua e le rondini che volano tanto veloci. Non lo dimenticherò mai.

L’interno dell’abitazione è un insieme di pietre e legno. Il pavimento è di marmo, le travi a vista. Una larga colonna di pietra grezza nel centro del salone ne sostiene la struttura. Dal soffitto pende un dragone di cartone verde, la lingua rossa e fragile che gli spunta tra le zanne. Alla struttura in legno di una parete divisoria sono appese due chitarre e un liuto.

È stato mio padre a dipingere le finestre e gli armadi. Rosso carminio, turchese mischiato a un verde molto chiaro, bianco, nero e qua e là un tocco di giallo dorato. Sottile armonia di colori alla quale in seguito mi ispirerò per le mie collezioni d’abiti o le mie illustrazioni. I cassetti di un armadio sono pieni di diapositive: “i piccoli cimiteri…”, come li chiama Hugo. Sopra lo stesso armadio si trova anche un mistero, o un incubo. L’innominabile. In una scatola, una specie di bara di cartone blu, avvolta nella carta velina, riposa la testa rimpicciolita di un indio Jivaro. Le labbra sono cucite e i lunghi capelli neri sono spessi come crini di cavallo.

Davanti al televisore è sistemata una piccola poltrona in midollino. Una sola. Non appena mio fratello e io udiamo le prime note del Carosello, la pubblicità che segue il notiziario della sera, facciamo a gara per chi riesce a sedervisi per primo.

Hugo registra la musichetta sul magnetofono e ce la fa sentire in tutti i momenti della giornata per il semplice gusto di vederci correre come dei salami davanti allo schermo nero! In casa c’è sempre musica. Tango, jazz. I Beatles, Simon & Garfunkel, La Niña de los Peines, Joni Mitchell, Carly Simon… Mio padre suona la chitarra… alla spagnola, percuotendo la cassa con vigore. Gli piace cantare le ballate irlandesi. Balla pure.

A Malamocco gli amici sono sempre i benvenuti e gli riempiono la vita come dei personaggi. A volte li sceglie in base a criteri estetici, ma è soprattutto la gentilezza e la lealtà di alcuni di loro a commuoverlo. È sdoppiato, combattuto tra il desiderio di piacere e di far ridere e il suo grande bisogno di solitudine, di silenzio e di riflessione. Nel giro di pochi minuti può cambiare umore e piantare in asso chiunque. Solo coloro che sono in grado di accettare questo fatto senza esserne urtati gli resteranno vicini. Da piccola mi tengo un po’ alla larga dagli adulti. I grandi e i bambini hanno mondi e linguaggi diversi; i nostri incontri sono brevi e sfocati, ma ricordo le feste sulla terrazza. Mi ricordo di Guido e di sua moglie Mariolina che diventerà “Venexiana Stevenson” in “Corto Maltese”. Mi ricordo di Claude Moliterni che fa dei giochi di prestigio e aiuta Hugo a farsi conoscere in Francia. Mi ricordo di Gisela Dexter. So che è stata l’“amore” della sua vita in Argentina.

Mi regala un sacchettino fatto all’uncinetto. Hugo dice che avrei potuto essere sua figlia, mia mamma non gradisce troppo. In seguito non l’ha più rivista. Durante una mostra di Hugo a Buenos Aires, Gisela gli è restata accanto tutto il giorno senza che lui la riconoscesse. L’ha chiamato soltanto la sera per informarlo che era stata presente. Mi ricordo anche di Dizzy Gillespie.

Hugo mi porta ad un suo concerto al Lido, poi nel suo camerino. Il jazzman mi prende in braccio e mi regala un pallone firmato, il mio primo autografo. Prima di Dizzy Gillespie non avevo mai visto un uomo di colore. Ci sono anche delle “amiche” donne, parecchie: Patricia, Marie-France, Luisa, Noëlle…

Ci sono dei musicisti indù, si fanno gare per vedere chi inghiottirà più semi di zucca, la mamma prepara da mangiare per tutti, sotto lo sguardo attento di Hugo. Una sera i miei genitori fanno a pezzi il letto per alimentare il barbecue – tanto dormono per terra. Corto Maltese è nato lì: questa casa, sferzata dal vento, era la sua casa.

 

Le partenze

 

Dov’è Hugo? Le sue partenze fanno parte della mia vita con lui…

Quando mamma è incinta di me, alloggiata presso i suoi genitori a Buenos Aires, lo aspetterà per più di sei mesi. E lui riapparirà come per magia una settimana prima della mia nascita. Da bambina le sue partenze non mi rattristano, tanto lo so che torna sempre.

La notte in cui rientra dalla Lapponia – chissà mai cosa ci era andato a fare – la mamma ci sveglia, Jonas e me. Hugo ci ha portato dei regali. Per me una bambola con un costume tipico, molto carina, e un quarantacinque giri per il mio mangiadischi, “Casatchok”, un successo discografico russo, il mio primo disco. Prima di ogni partenza, mi stringe forte nelle sue grandi braccia e mi chiede se voglio bene al mio vecchio papà…

 

Malamocco

 

Alla fine degli anni Sessanta, lasceremo Venezia per Parigi, l’Italia per la Francia, dove risiedo tutt’ora. Ma l’abitazione di Malamocco resterà per molto tempo il nostro rifugio, la casa delle vacanze, la nostra vera casa. Hugo la abbandonerà a metà degli anni Ottanta, poco dopo la morte di sua madre, mia nonna Lina. Quella casa, la mia casa, esiste ancora ed è una specie di piccola arca di Noè su una palazzina guastata dal tempo, ma non è più nostra.

Adesso mia mamma ha un piccolo appartamento al Lido. Ci porto i miei tre figli, sulle tracce della mia infanzia. Ancora oggi ascolto i gabbiani e le onde. Mi ricordo anche del rumore del “refrigeration”, l’enorme apparecchio per l’aria condizionata acceso nel salone quando fuori faceva troppo caldo. Vedo mio padre, prende la mamma tra le braccia e le racconta delle barzellette. Li sento ridere insieme e c’è tanta gioia nelle loro risate.

 

Tradurre senza tradire

 

Quando ero piccola, a Malamocco e poi in rue de Lancry o a Losanna, ero ammessa accanto a Hugo mentre lui disegnava. Restavo in silenzio, intenta a leggere sul materasso appoggiato a terra o seduta al suo fianco. Potevo starmene lì per ore, non gli davo fastidio. Non cercavo di attirare la sua attenzione, mi bastava essere presente. Lui mi accettava nella sua “bolla”.

Qualche anno dopo Hugo mi ha concesso la parola all’interno di quella “bolla”. A partire dai miei diciotto anni fino alla sua morte ho tradotto la sua opera. Hugo in francese. All’inizio lavoravo con mia madre, che è stata la sua traduttrice per molto tempo, poi ho continuato da sola. Tradurre Pratt è un modo per guadagnarmi da vivere – pagata dagli editori – ma anche un’occasione per sentirmi in totale complicità con Hugo, per vivere nel suo universo e nei suoi sogni. Tradurre potrà anche significare tradire, ma è pur sempre una forma di scrittura. E giocare con le parole, per Hugo come per me, è sempre stato un piacere.

In questo modo mi coinvolgeva – per quanto infimo fosse il mio apporto – nel suo processo creativo. Nel corso del tempo ho lavorato alla traduzione di “Wheeling”, “Mu”, “La macumba del gringo”, “A ovest dell’Eden”, “La giovinezza di Corto Maltese”, “Favola di Venezia”, “Saint-Exupéry”…

La scelta di Hugo di lavorare prima con sua moglie e poi con sua figlia, non era tanto una sorta di favoritismo nepotistico, quanto piuttosto una necessità. Dal momento che inventava delle parole per metà veneziane, per metà non si sa che, sgorgate senza difficoltà dal suo cervello proprio per burlarsi del mondo, i dialoghi originali di Hugo erano infarciti di parole ed espressioni veneziane, o persino di neologismi: un vero rompicapo per un traduttore tradizionale e un rischio di perdita di tempo nonché di senso per Hugo. Quello che interessa a mio padre è essere tradotto da chi meglio conosce il suo uso della lingua, il suo fraseggio, le sue invenzioni verbali. Come rendere in francese il termine “sbrindolon” o “trombettin”? A volte è un vero tour de force. Queste traduzioni sono dunque il pretesto per un contatto costante. In seguito, quando Hugo si trasferirà in Svizzera e io in Spagna, saremo continuamente in collegamento telefonico. Al minimo dubbio lo chiamo. Ci telefoniamo a qualsiasi ora. Insieme, ci mettiamo alla ricerca del termine appropriato.

La sua buona conoscenza del francese gli permette di lavorare sulle sfumature, di sapere con esattezza quello che vuole. A volte conosce il suono e il senso di una parola francese, ma non sa come si scrive. Per questo sono ben attrezzata: mi ha regalato una sfilza di vocabolari – “Signorelli”, “Larousse”, “Encyclopediae Universalis”.

Per quanto lo riguarda, preferisce telefonarmi verso le cinque o le sei del mattino; sa che mi sveglio presto, ma non sempre. “Cosa! Dormi ancora? Non è possibile! Cosa combini?”. Queste conversazioni sono anche una scusa per parlare del più e del meno. “Hai visto Tina Turner?” mi chiede. “Visto che gambe? Alla sua età!”. O ancora: “Silvina, ma ti rendi conto? David Bowie si è sposato con una donna etiope che è alta il doppio di lui! Lo porta a spasso in braccio o cosa?”. Io sono felicissima quando Hugo mi sveglia alle ore più impensate per raccontarmi una storia qualsiasi. Desidero restare al telefono il più a lungo possibile. Forse all’altro capo del filo anche lui si sente solo. “Avevo un appuntamento” è l’ultima opera di Hugo che ho tradotto, poco prima della sua morte.

 

Arrivederci

 

Prima di sprofondare nel coma, le ultime parole che mi ha detto sono state: “Non ti preoccupare, tuo padre sarà sempre al tuo fianco…”. Questa frase è senza dubbio la cosa più importante e concreta che mi abbia lasciato, quella che mi permette di battermi ancora oggi, nonostante tutto. Arrivederci.

1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore alcuni stralci dal libro “Con Hugo, il creatore di Corto Maltese raccontato dalla figlia”, di Silvina Pratt (Marsilio editori 2008). Riproduzione riservata.

*Dice di sé.

Silvina Pratt è nata nel 1964 a Buenos Aires. Insieme alla madre, ha tradotto gran parte dell’opera di Hugo Pratt in francese. Vive attualmente a Pantin con i tre

Dario Salvatori - Burt Bacharach, magic moments per la musica

Compositore fra i più grandi del ventesimo secolo, ha saputo raffinare sempre più il suo stile aprendo anche a generi che poco hanno a che vedere con la storia

Dario Salvatori*

E’ passato quasi del tutto inosservato il compleanno di Burt Bacharach, uno dei più celebri compositori della nostra epoca. Non che un nome come il suo abbia bisogno di encomio ulteriore – bastano i tre Oscar e i seo Grammy – ma forse i suoi 80 anni potevano esser almeno ricordati degnamente.

Burt Bacharach è sicuramente uno dei compositori di musica popolare più importanti del ventesimo secolo, allo stesso livello di nomi quali George Gershwin o Irving Berlin. Le sue sofisticate produzioni toccano i più svariati generi, dal cool jazz al soul, dalla bossa nova al pop tradizionale, coprendo un arco di ben cinque decadi. Figlio di Irma e Bert Bacharach, discende da una famiglia di ebrei tedeschi, anche se è nato a Kansas City (Missouri). Quando era bambino la sua città era al centro di una vasta migrazione jazzistica. Grazie a talenti quali Benny Moten, Jimmy Rushing, Count Basie e Lester Young divenne la capitale del jazz degli anni Trenta, togliendo lo scettro a New Orleans e a Chicago (per poi consegnarlo a New York). Dopo aver studiato musica alla McGill University e alla Mannes School of Music (dove fu allievo di Darius Milhaud), si trasferì a New York, dove prese a frequentare lo “Spotlight”, noto jazz-club dove ebbe modo di conoscere molto bene Dizzy Gillespie, Charlie Parker e altri boppers dell’epoca.

Furono proprio loro ad incoraggiarlo verso la professione. Inizia a lavorare nei night insieme a Steve Lawrence, poi passa con gli Ames Brothers e, successivamente, con Paula Stewart, che sposa nel 1953. Effettua tour e collaborazioni con altri artisti, si esibisce in nord Africa e addirittura con gli Harlem Globetrotters.

Attratto dal mondo magico di Tin Pan Alley, il giovane Bacharach approda al Brill Building, il celebre edificio sforna-successi di New York, dove coglie la sua prima affermazione nel 1957 con “The story of my life”, scritta per Marty Robbins. È in questo periodo che avviene l’incontro più importante della sua vita, quello con Hal David, paroliere di sei anni più anziano.

Il feeling è immediato: a volte arriva prima il testo, a volte prima la musica, altre volte ancora simultaneamente. Fra i due compositori non c’è rivalità e in breve diventano una delle “ditte” di maggior successo del music business. Nel 1958 arriva “Magic moments” per Perry Como, una canzone tanto azzeccata e fortunata che proietta la sua vena compositiva in tutto il mondo.

Apprezzato come pianista e arrangiatore, Bacharach lavora anche come direttore musicale di Marlene Dietrich. Per la matura attrice tedesca è una spinta in alto, oltre che un prolungamento della sua carriera. Sul viale del tramonto come attrice, incide dischi e gira il mondo con il giovane e talentuoso maestro. Il loro rapporto andrà avanti fino al 1962, l’anno in cui Bacharach incontra un’altra figura chiave della sua carriera, Dionne Warwick.

Sarà proprio la grintosa interprete afro-americana a portare al successo brani indimenticabili quali “Don’t make me over”, “Walk on by”, “I say a little prayer” fino all’apoteosi pop di “That’s what friends are for”. Il loro rapporto stretto dura dieci anni, ma di fatto non si interromperà mai, considerando che nel frattempo i temi di Bacharach vengono richiesti o interpretati da tutti i più grandi, dai Beatles a Sergio Mendes, da Tom Jones ad Aretha Franklin, da Stevie Wonder a Woody Herman.

Per lui si aprono anche le porte del cinema e arrivano colonne sonore del calibro di “What’s new Pussycat?”, “Arthur’s theme”, “Butch Cassidy”, “Casino Royal”, “Il matrimonio del mio migliore amico”, “Alfie”,”Austin Powers” e altre ancora.

Negli anni lo stile del compositore si raffina sempre più, aprendo ad altri generi e non rifiutando collaborazioni che poco hanno a che vedere con la sua storia. È del 1998 la collaborazione con un poliedrico artista pop come Elvis Costello, con cui realizza l’album “Painted from memory”, destinato a diventare una collaborazione di culto.

Al 2005 risale invece la partnership con Dr.Dre, re dell’hip hop, con cui realizza il gustoso “At this time”. Sempre attratto dalla vocalità particolare – da anni la sua cantante preferita è Chrissy Hynde, ex Pretenders – persegue una linea personale, all’interno della quale il gusto e la ricerca conservano sempre un ruolo primario. Intensa e qualche volta problematica anche la sua vita privata, costellata da quattro matrimoni e da qualche dramma familiare. Come quello di sua figlia Lea Nikki, morta suicida lo scorso anno.

La donna, che aveva 40 anni, aveva lottato tutta la vita con una grave malattia, la sindrome di Asperger, una forma particolare di autismo. La menomazione aveva reso Nikki quasi cieca e il suo cervello era ipersensibile agli odori, ai suoni e ai sapori. Figlia del maestro e dell’attrice Angie Dickinson, aveva tentato di condurre una vita quasi normale, iscrivendosi alla facoltà di geologia, ma aveva rinunciato per colpa della sua quasi totale cecità. Il padre ha composto per lei una delle sue canzoni più intense, intitolata proprio “Nikki”.

Anche in questo Burt Bacharach è stato un grande.

 

*Dice di sé.

Dario Salvatori. Giornalista, conduttore radio-Tv, scrittore. È ideatore e coordinatore del progetto della divisione radiofonia Radioscrigno, per il recupero e la valorizzazione del patrimonio discografico della Rai. Possiede 60.000 dischi e otto milioni di figurine (top collezionista in Italia): unico a poter invitare una ragazza a veder la propria collezione di figurine senza rischio di venir equivocato. Il suo anagramma è: “Rovista la radio”.

Per celebrare gli ottant’anni di Burth Bacharach, riproponiamo i versi della
versione italiana della sua celebre canzone “Magic moments, attimi d’amore
(Bardotti, Gianco, Manfredi), interpretata da Ornella Vanoni.Magic moments
Attimi d’amore
Magic moments
Che non puoi scordare
Un giorno arrivó e si presentó
mi prese la mano
Io dissi non so ma dentro di me
volavo a Milano
Magic moments
Non è ancora amare
Magic moments
Ma è un gran bel viaggiare
Il tempo no
Non porta via te
Magic moments tra di noi
Telefonerai, non risponderó
Ma che batticuore
Il primo regalo uma poesia legata ad un fiore
Magic moments
Piccole antenzioni
Magic moments
Frasi di canzoni
Il tempo no
Non porta via te
Magic moments fra di noi
La luna e il falò facciamo follie
tiriamo mattina.
E poi a casa tua ma no a casa mia
saltiamo la cena
Magic moments
Ritagliati insieme
Magic moments
per volersi bene
Le storie così si sa sono guai
consumano i freni
Ma all’anniversario una poesia
Ancora ci tieni
Magic moments
Attimi d’amore magic moments
Che non puoi scordare
L’amore è fatto di momenti
Magic moments fra di noi
AUDREY HEPBURN

 

Il miglior pubblico che io abbia mai avuto

non faceva il minimo rumore alla fine del mio spettacolo.

(Da “Coronet”, 1955)

AMARCORD Elda Lanza - Gèrard Philipe: Inventare significa amare

Quando ci incontrammo e mi presentai, fu dapprima scontroso, annoiato poi, a poco a poco, si animò. Raccontava e recitava

Elda Lanza*

Ho scritto un romanzo – in cerca di editore – sulle ferite dei non amati. I bambini di genitori separati. “La bambina che non sapeva piangere” è il racconto doloroso di una bimba che si farà donna nel rimpianto dell’unico amore che le è stato negato, suo padre. Che nella ricerca dolorosa di un amore sostitutivo, nell’alternarsi di speranze e di rimpianti, di eroismi e frustrazioni, faticosamente, senza imbarazzo e senza pietà per se stessa, si racconta.
Non è comunque un’autobiografia. Anche se in questa storia ci sono le radici della mia storia personale, di quello che avrei voluto essere, comprese tutte le cose che non avrei mai voluto conoscere. Che pubblico soltanto ora perché finalmente mi riconosco senza dolore.

Poiché nella mia storia personale importante è stata l’esperienza televisiva, durata nella realtà vent’anni e nel romanzo pochi faticosissimi anni, mi è piaciuto raccontarla. Dagli inizi, da quel “primo volto della televisione italiana” agli incontri con personaggi speciali. Gérard Philipe era certamente di quelli.

Nel racconto che segue – un breve capitolo del romanzo – è la protagonista che lo intervista, non io. Sentimenti, fatti e parole appartengono a lei – e alla sua storia. Nella realtà io conoscevo Gérard molto prima di quella intervista, realmente realizzata in occasione della prima di Camus a Vicenza. Eravamo amici, come si può essere amici di un mito. Con molta pazienza, capaci di aspettare.

Io sono “la bambina che non sapeva piangere”: alla sua morte ho pianto.

 

Non era completamente vero che la televisione mi avesse cancellata dall’elenco dei collaboratori affidabili. Le produzioni più importanti erano realizzate nei nuovi studi di Roma; a Milano erano rimaste trasmissioni ormai collaudate e già assegnate a qualcuno. A volte, a distanza di molti mesi, quando avevano un vuoto mi richiamavano: ero a portata di mano, avevo esperienza e con un po’ di trucco reggevo ancora bene il video. Così era avvenuto per una trasmissione dedicata a Gabriele D’Annunzio, dal Museo Poldi e Pezzoli; per un lungo reportage su Mozart, da Salisburgo, che mi era valso anche un premio a Saint Vincent; per una divertente trasmissione sui cantastorie e gli artisti di strada e per una appassionante storia del cinema in sei puntate. Quando mi richiamavano, ero a disposizione. Due giorni di prove, la messa in onda come voce fuori campo o presentatrice in video, i testi: salutavo tutti, passavo alla cassa e tornavo a casa.

Non era più la stessa cosa del tempo in cui la televisione ero soprattutto io; ma aveva ragione Argìa, bisognava resistere. In quello stato di cose io resistetti altri due anni. Verso la metà di febbraio la televisione mi affidò un’intervista a Gérard Philipe: interpretava Caligola di Camus al teatro di Vicenza con la Comedie française. Dal mattino alla sera. Tutti gli accordi erano stati presi; l’attore, che non amava essere intervistato soprattutto per la televisione, aveva acconsentito a tre minuti di domande.

Assistetti alle prove del mattino.

Quando ci incontrammo e mi presentai, fu dapprima scontroso, annoiato, come se fosse pentito di quell’accordo. Poi, a poco a poco, mentre parlavamo seduti su una panchina poco lontana dal teatro, si animò. Raccontava e recitava. Muoveva alte le braccia. Rideva, gettando indietro la testa, passandosi la mano tra i capelli. Mi guardava per sedurmi: non ero io a interessarlo, ma l’immagine di sé che io riflettevo.

Si sorprese del mio francese corretto. “Ho studiato a Ginevra. A casa parlavamo francese, mio nonno era nato a Parigi”.

“Ginevra, il miglior francese possibile. Io ho dovuto lottare, invece, con la dizione: vengo dalla costa, conosce la Costa Azzurra?”.

“Ci sono stata”.

“Bene. Parlano un patois incomprensibile”. Disse qualche parola che non compresi, e scoppiammo a ridere.

“Lei è sposato…”:

“Sì, ho due figli. Fantastici. Anche mia moglie è fantastica. Si chiama Nicole, ma io l’ho sempre chiamata Anne”.

“Perché? Nicole è un bel nome”.

“Sì. Ma ambiguo. Je suis tombé amoureux de Nicole. È un uomo o una donna?”.

“Perché la cosa dovrebbe imbarazzarla?”.

Non mi rispose, come se non lo avessi interrotto. “Anche mia madre ha contato molto, nella mia vita. Mia madre ha fatto di me un attore, mia moglie Anne ha fatto di me un uomo”.

“Non capisco: era molto giovane quando vi siete incontrati?”.

“In qualche modo, sì. Lei era partigiana, io un ragazzo che voleva fare del teatro. Avevo interpretato un film che avrebbero visto in pochi…”.

“Io sì”, lo interruppi. “L’idiota”. Lei prometteva già di diventare quello che è ora… peccato che quel film non abbia avuto successo”.

Sorrise, approvando. Si guardò a lungo le mani prima di proseguire.“Io pensavo che il teatro fosse l’unico modo di vivere. Anne mi ha insegnato la consapevolezza, la partecipazione. Essere presenti nel momento in cui si vive. Questo ho imparato da lei. Recitare non è tutto”.

“Lei ha fatto del cinema…”.

“Non mi piace, anche se devo a un film se mi conoscono: “Le diable au corps”, l’ha visto?”.

“Sì, anni fa, subito dopo la guerra. Stupendo, e lei straordinario… Nessuno avrebbe potuto rendere meglio quel personaggio”.

Acconsentì con un gesto del capo. “Non ero così giovane come il personaggio, ma fu un bel film con un grande regista. Ma il cinema non mi piace, sei in mano totalmente agli altri, al regista, al datore luci, al microfonista… Non sei padrone della scena, come in teatro”.

“È il teatro la sua vera passione?”.

“Sì, assolutamente. Mi rendo conto che il teatro non ti porta lontano, senza cinema io sarei conosciuto soltanto in Francia, e forse soltanto a Parigi”. Rise, gettando indietro la testa, per civetteria. “Invece, ora andremo in Russia…”.

“In America?”.

“No… l’America non mi attira”:

“L’Italia le piace?”.

“Molto. Gli italiani sono così…”. Rise, mostrandomi i suoi piccoli denti aguzzi. “…così italiani. Urlano, gridano, ti danno calore. Un pubblico stupendo. Verrò a Milano, al Piccolo. Spero. A Roma ho terminato “Fanfan la Tulipe” con la Lollobrigida e mi sono divertito davvero. Ecco, quello è un film in cui mi hanno lasciato fare”.

“Progetti?”.

“Sì, due film. Uno che inizierà tra poco sulle avventure di un eroe fiammingo… Till Eulenspieghel, ne ha sentito parlare?”.

“Sì, una storia che piaceva a mio nonno”:

“Davvero?”.

Sorrise di compiacimento, come se fosse importante affidarsi per un’intervista a una donna che conosceva il suo prossimo eroe. “Vedremo, una storia intrigante”. Mi guardò avvicinando il suo viso al mio, e mi accorsi del colore incredibile dei suoi occhi. Pervinca, grigi, scuri… Rideva con malizia. “Non starò annoiandola, vero, mademoiselle?”.

“Oh, no davvero!”.

“Bene, allora. L’altro lo girerò in Messico, con Buñuel, forse tra un anno. Due, non so… Ci tengo molto”.

“Amleto è tra i suoi progetti futuri?”.

Storse le labbra. “Presto, ma non subito. Devo farmela con un mostro sacro come Lawrence Oliver: una sfida che accetterò, magari tra un paio d’anni”.

“Che cosa legge?”.

“Euripide. Se lo ricorda?”. Accennai di sì con il capo. “Così grandioso e minuzioso nella perfezione. Un mito dal cuore umano”. Mi posò, leggera, una mano sulla spalla.“Come si chiama?”. Glielo dissi. “Complicato. La chiamerò Zoé…”.

“Chi è?”.

“Un personaggio inventato da me. Ho due figli, gliel’ho detto?”.

Accennai di sì, con il capo: era stata la prima domanda che gli avevo rivolto. Un lampo d’orgoglio gli attraversò lo sguardo. Rise. “Racconto ai miei figli, come faceva mia madre con me, le avventure di Zoé che combina sempre molti pasticci …”.

“Le sembra che io combini molti pasticci?”. Storse le labbra: aveva colpito nel segno, io ero come Zoé. “Anche mio padre” proseguii, per impedirgli di rispondere. “Mi raccontava storie che non trovavo in nessun libro. Le inventava…”.

“Significa che l’amava molto. Inventare per qualcuno significa dare amore, non crede?”.

“Suppongo di sì”.

“Si ferma questa sera per lo spettacolo?”.

Scossi il capo: a casa avevo Francesca che mi aspettava. “No, non può partire senza aver visto lo spettacolo. La prego, si fermi”. Trovai la scusa del lavoro, in televisione aspettavano l’intervista e la traduzione. Sbuffò, alzandosi. Non gli piaceva perdere, era suscettibile. Considerò una mancanza di attenzione nei suoi confronti rinunciare a sentirlo recitare. “Quando vuole la sua intervista?”.

“Quando lei è disponibile, anche subito”.

“Va bene, andiamo allora”.

Nella hall dell’albergo dove alloggiava, i tecnici che erano con me avevano allestito l’angolo per l’intervista. Ci accomodammo: io fuori campo, lui in piena luce. La camicia bianca ampia, con le maniche rimboccate. Dal colletto aperto il collo usciva esile. Fragile, come il collo di un bambino. La carnagione trasparente.

Tre minuti. Domande e risposte. Guardava la telecamera con un’espressione sorniona di sfida. I suoi occhi, in primo piano, erano irriverenti e magnetici. Le sue risposte gentili, quasi a sottolinearne la banalità.

Mi innamorai di lui. Me ne innamorai in modo così violento e inaspettato, che rendermene conto mi travolse. Telefonai a Federica e la pregai di badare a Francesca, io sarei tornata il mattino dopo.

“Perché? Io non posso fare la balia a tua figlia…”.

“Ti prego, Federica. Ti giuro che non accadrà mai più, ma ora non posso tornare. Domattina vado io a prenderla a scuola. Ti prego…”.

“Va bene, ma che non si ripeta. Era nei patti: a Francesca avresti sempre badato tu”.

“Sì, d’accordo, sì… grazie, sei un tesoro”.

Avevo deciso, mi sarei fermata e avrei visto lo spettacolo. Volevo restare, sentirlo parlare, guardarlo. Seguire i suoi gesti nel vuoto. Riappropriarmi, prima che mi sfuggisse ancora, di un amore che avevo perduto. Non mi accorsi di quanto somigliasse a mio padre: me ne innamorai e basta. Con un sentimento che mi tolse ogni energia.

Prima che il cameraman e il resto della troupe partissero, consegnai la traduzione delle domande e delle risposte.

“Tu non vieni?”.

“No, mi fermo. Vedo lo spettacolo e torno stanotte. Domattina vengo in moviola a registrare le mie domande”.

“Mi raccomando, va in onda domani sera”:

“Lo so, non sono incosciente”. Innamorata, ma vigile.

Andai da lui con il viso pentito. “Mi fermo”, dissi sottovoce.

Si illuminò di un sorriso. “Venga, le faccio avere un biglietto”:

“Io ho solo questo”, mormorai, accennando ai miei pantaloni di vigogna e al maglione blu. Mi puntò l’indice in mezzo alla fronte. “Tu hai qui tutto quello che ti serve. Vieni”. Mi prese per mano. Mi aggrappai a lui, avendo paura.

Ognuna delle persone presenti in teatro quella sera difficilmente avrà dimenticato quello che ha visto e sentito. Un uomo, un re, che si faceva piccolo e goffo, grande e dominatore, pazzo e lucido, insignificante e astuto, irriverente e pauroso. Docile e caparbio come un eroe furbo. Gérard Philipe, quella sera su quel palcoscenico nei panni di Caligola, fu l’uno e l’altro, continuamente incalzato dalle parole, dai gesti, dai silenzi.

Al termine dello spettacolo, in un applauso ininterrotto durato molti minuti, gli spettatori scesero dalle gradinate spintonandosi fino al palcoscenico, per sfiorargli la toga, una mano. Signore impellicciate, che nella corsa perdevano le scarpe, la veletta di traverso, la borsetta protesa in avanti per farsi notare da lui. Gérard Philipe, in apparenza indifferente a quel trionfo, guardava la folla spingendo lo sguardo più lontano, altrove da lì. Uno sguardo paziente, di consapevolezza. Serio, senza un sorriso. L’inchino profondo, ripetuto più volte. Un gesto verso i compagni. Sparito. Lasciando il palcoscenico completamente vuoto. Ritornato di cartapesta con le famose quinte in prospettiva nell’ottica di far apparire una profondità inesistente.

Io rimasi in piedi, ammutolita. Ero commossa. Non sapevo se avrei dovuto raggiungerlo in camerino, se mi fosse consentito, o se avessi dovuto seguire la folla fino all’uscita, per vederlo passare. Venne un usciere, a cercarmi; lui mi voleva in camerino. C’era molta gente nei corridoi. Molte voci. Odori, profumi. Parole ad alta voce. Sorrisi. Applausi. Attori truccati che sorridevano, donne in attesa.

Si scansavano per lasciarmi passare, forse qualcuno mi riconosceva. Io ero la televisione, priorità assoluta su tutti. Nel suo camerino lui era solo. Il viso stretto tra le mani, gli occhi chiusi. Non si mosse sentendomi entrare.

“Stanco?”.

“Non molto”. Alzò gli occhi e attraverso lo specchio mi diede un’occhiata di sfuggita. “Bene?”.

“Sì. Vorrei trovare parole adatte per dirti quello che provo…”.

“Allora, taci. Non dire niente. Ho recitato per te…”.

Cenammo da soli, in albergo. Mi raccontò episodi della sua vita, da quando era ragazzo con la passione del teatro fino al suo incontro con Jean Vilar e al successo. Di me seppe soltanto che avevo una figlia e non ero sposata. Speravo che non si stancasse, che non mi dicesse a un tratto: ora ho sonno, buonanotte. Volevo il regalo della sua presenza nella mia vita, con un’intensità persino dolorosa.

Saltava da un argomento all’altro, con leggerezza di gesti e di toni. “Proust… Hai letto Proust?”.

“Sì, voracemente”.

“Io, no. Annoiandomi a volte. Come ti può annoiare la perfezione: con invidia profonda. Si può descrivere il bacio della buonanotte alla madre in trentadue pagine? Ti rendi conto? Trentadue pagine di emozioni lievi, attesa, impazienza, desiderio… In fin dei conti era sua madre”.

“Tu dovresti saperlo, anche tu hai un amore speciale verso tua madre”.

“Tutti i miei amori sono speciali…”.

Volli farlo sorridere. “Angelo o diavolo?”.

“Non lo so, Zoé… Davvero, non lo so”. Era, all’improvviso, diventato triste. “Comunque è Charlus il mio personaggio preferito…”. Era tornato a parlare di Proust. “Se facessero un film de “La Recherche”, vorrei interpretare Charlus”.

“Ma è vecchio e grasso”, esclamai ridendo.

“E allora? Che attore sarei se non potessi interpretare un uomo vecchio e grasso? Ma è intelligente, malizioso, sublime…”. Mentre parlava muoveva le braccia e gonfiava le guance: era diventato Charlus, e io scoppiai a ridere.

Attraversammo la città, i vicoli, le strade, i portici seguendo i palazzi nell’armonia geometrica e grandiosa della piazza o nel disordine di strettoie senza uscita. Guidati da una luna lattiginosa che scompariva a tratti dietro i tetti. Tenendoci per mano, come se quel mondo che stavamo scoprendo insieme, dentro e fuori di noi, ci spaventasse. Un gatto. Un cane. Un viandante. Un’auto. Una bicicletta. Voci. Riflessi di una luce, di una stanza, attraverso una finestra.

Annotavo ogni particolare perché niente di quella notte andasse perduto. A ogni folata di vento nascondevamo il mento entro il bavero rialzato del cappotto. Il suo cappotto color cammello chiaro, ampio e lungo, accanto al mio impermeabile blu, il suo braccio sulla mia spalla, la sua voce sopra e dentro di me. Il nostro fiato che si confondeva con l’aria della notte.

Alle prime luci dell’alba, adagio per non svegliarlo, mi alzai dal divano dove avevamo trascorso gran parte della notte parlando e ascoltando: dormiva con il capo appoggiato al braccio piegato, all’altezza del gomito. Gli vedevo soltanto la nuca, così ben disegnata in quel gesto di abbandono. Mi allontanavo con la sensazione di aver rubato qualcosa.

Gli scrissi due volte: una volta qualche giorno dopo il nostro incontro; l’altra, qualche mese più tardi. Non mi ha mai risposto. Dei suoi progetti riuscì a realizzarne soltanto alcuni, e neppure i migliori. Morì tre anni dopo per un tumore allo stomaco.

Con il cuore addolorato seguii il suo funerale in televisione. Fu allora che mi accorsi di quanto somigliasse a mio padre. E di quanto lo avrei amato per quell’amore che mi era stato nuovamente tolto. Faticavo a distinguerlo da mio padre, attribuendo all’uno o all’altro gesti e parole che ormai appartenevano a me soltanto. Alla mia memoria corrotta dalle emozioni.

Nella mia camera appesi la foto che mi aveva regalato nel suo camerino. Lo sguardo severo, il sorriso imbronciato, la giacca di velluto a coste. E la dedica: “Pour Zoé, son ami G.

 

*Dice di sé.

Elda Lanza. Si considera un’autentica dilettante: il suo investimento è la passione.

Riccardo Bormioli - Incontri di una vita, da Sciascia a Terracini e Bufalino

Ci sono occasioni nelle quali il mestiere di giornalista consente di vivere emozioni che vanno oltre la professione

Riccardo Bormioli*

Lo vedevo incedere lentamente nel transatlantico di Montecitorio, la sigaretta nella mano sinistra, la destra che impugnava un elegante bastone dal manico d’argento. Non ho mai saputo se quel bastone fosse una necessità o un vezzo. Avvertivo però in quell’appoggiarsi l’eleganza tipica di una sicilianità colta e discreta. Leonardo Sciascia era colto, elegante, discreto, ma soprattutto siciliano. Quando l’ho conosciuto era appena stato eletto deputato nelle liste dei Radicali: un’esperienza che, ritengo, lo abbia deluso, forse mortificato intellettualmente. È una sensazione perché nei nostri incontri non abbiamo mai affrontato la questione.

Abituato a frequentare la Camera dei deputati per raccontare protagonisti e retroscena della battaglia politica di allora, gli incontri con Leonardo Sciascia avevano, almeno per me, qualcosa di magico, erano un tuffo nella dimensione onirica che solo la letteratura può regalare. Lo aspettavo, ogni mattina, poco prima delle nove davanti alla buvette di Montecitorio per un rito che lo scrittore amava molto, quello del caffè cui seguiva l’immancabile sigaretta.

La prima volta che approcciai Sciascia lo feci per congratularmi con lui per aver curato l’allora nascente collana “La Memoria” – edita da Elvira Sellerio – che si era aperta proprio con un libro dello scrittore siciliano “Dalle parti degli infedeli”. Mi rispose con un semplice “grazie” e mi offrì un caffè. Cominciammo a parlare di letteratura, e parlai soprattutto io. Sciascia annuiva, ogni tanto il suo sguardo si apriva in un timido sorriso e molto più raramente formulava qualche giudizio.

Solo una mattina, quando gli raccontai della mia passione per Dostoevskij si lasciò andare. “Non esiste solo il Dostoevskij tormentato – mi disse – prova a leggere i racconti umoristici. Sono straordinari”. Non li conoscevo e confessai il mio imbarazzo che lui capì e comprese. “Sono stati pubblicati molti anni fa e poi dimenticati; ora li abbiamo recuperati con Elvira Sellerio e stiamo per ripubblicarli”. Quei racconti uscirono pochi mesi dopo con il titolo “Il villaggio di Stepancikovo”. Li lessi e quando rincontrai lo scrittore siciliano per il solito caffè gli raccontai dello stupore che avevo provato immergendomi in quel Dostoevskij per me inedito.

Non era facile parlare con Leonardo Sciascia di Sicilia, sicilianità, mafia e quant’altro. Preferiva affidare i suoi pensieri alla parola scritta; solo una volta si lasciò andare ad una frase criptica, “la Sicilia non è”, mi disse, e fu tutto. Cercai di sollecitarlo, sostenendo che la lettura dei suoi romanzi mi aveva dato l’impressione che il suo scrivere e il suo raccontare fossero comunque venati da una sofferenza intima e profonda per la sua terra, come se si combattessero due pulsioni contrastanti: restare o andarsene.

D’altra parte Sciascia era un cosmopolita, come scrittore e come uomo. Amava la Francia, amava Parigi, amava gli scrittori d’oltralpe, ma ho sempre avuto la convinzione che quelle letture e quegli amori fossero funzionali alla sua straniante e straziante sicilianità. Le nostre chiacchierate, mai troppo lunghe e mai troppo confessorali, avevano il pregio, per me ovviamente, di non dover essere raccontate sotto la spinta del dovere professionale. Erano e sono rimaste per molti anni un patrimonio della mente; a Sciascia chiedevo senza pudore che mi consigliasse romanzi, racconti o anche saggi. Ho sempre seguito le sue indicazioni, sempre espresse con imbarazzo e una certa vergogna e devo a lui alcune scoperte, come quella del Simenon romanziere e non solo come il padre di Maigret che già conoscevo e frequentavo. Mi godevo quelle poche decine di minuti davanti al caffè come una sorta di lezione privata, che custodivo poi gelosamente. E come qualsivoglia allievo diligente davo conto di quel che avevo letto: ho sempre avuto la sensazione che seguire i suoi consigli, in fondo, lo inorgoglisse.

È giusto a questo punto aprire una parentesi sul mestiere del giornalista e su ciò che rimane delle tante conoscenze occasionali o approfondite che si fanno nel corso di una vita professionale. Per mestiere lo “scriba” prende soltanto e non da. Ascolta, racconta, ma al suo interlocutore non consegna nulla di se stesso: ecco perché non ho mai creduto più di tanto alle amicizie tra intervistato e intervistatore.

Ma ci sono comunque occasioni nelle quali il mestiere consente di vivere emozioni intellettuali ed umane che vanno oltre la professione: sono gli incontri fondamentali di una carriera, quelli che si ricordano, ma spesso non si raccontano sulla pagina. A me è capitato con Leonardo Sciascia e con Umberto Terracini.

Avevo chiesto all’anziano senatore un’intervista perché volevo sapere, da uno dei fondatori del partito comunista, cosa ne pensasse di un’intervista che in quei giorni -siamo alla fine degli anni settanta – il suo compagno di partito Giorgio Amendola aveva dato a “Rinascita”. Quell’intervista che affrontava i temi del nuovo partito, della contestatazione e del nascente terrorismo aveva sollevato polemiche e commenti.

Non avevo molte speranze che Terracini mi ricevesse anche se mi presentavo come redattore di un antico giornale genovese “Il Lavoro”, diretto per 18 anni da Sandro Pertini. E invece fui ricevuto a palazzo Giustiniani, in una tarda e soleggiata mattinata di giugno. La prima impressione che mi fece Terracini fu quella di uno “incazzoso”, un polemista nato, che non aveva peli sulla lingua. D’altra parte la sua storia politica e personale era quella di un uomo che non cedeva se non alla forza del suo pensiero e delle sue idee. Ci sedemmo su due poltroncine dell’ufficio che il Senato metteva a disposizione di Terracini e entrammo subito nel vivo dell’intervista. Per quel che ricordo Terracini la pensava esattamente al contrario di Amendola e non fece nulla per nascondere i suoi giudizi.

Forse fu una mia domanda, o al contrario il fluire dei pensieri fatto è che piano piano la discussione, o meglio il monologo di Terracini, scivolò sulla storia del partito comunista e sulla sua nascita in quel lontano 1921 a Livorno.

Come uno studentello un po’ ignorante feci una domanda che fece scattare Terracini sulla poltroncina: “Non mi racconti cose che ho vissuto direttamente – mi disse – io a Livorno c’ero e sono stato uno dei fondatori del partito comunista”.

Avrei nascosto la testa sotto la sabbia se me ne fosse stata data l’opportunità; cercai di blaterare qualche parola, ma fu proprio Terracini a salvarmi, cominciando a raccontare fatti e vicende che fino a quel giorno avevo letto soltanto sui libri di storia. Davanti a me scorrevano le polemiche tra Terracini e Rosa Luxemburg, gli scontri che l’allora giovane esponente del Pci aveva avuto con Lenin, il dramma dello stalinismo, la lotta di liberazione e il ritorno in Italia alla democrazia.

Ogni tanto interloquivo per chiedere qualche delucidazione. Era una lezione di vita e di storia insieme. Non riuscivo a staccarmi da quel racconto né volevo riportare il discorso all’attualità. Lo stesso Terracini ad un certo punto se ne rese conto e mi chiese: “Ma lei non è venuto per parlare dell’intervista di Amendola?”. “Sì” – risposi – “credo, però, che tutto quel che mi sta raccontando sia più interessante, almeno per me”. Restai ad ascoltare Terracini quasi tre ore, affascinato da questo vecchio di grande energia e di grande lucidità che mi parlava di sessanta anni di storia italiana e mondiale. Venne ovviamente il momento dei saluti.

Ci stringemmo la mano e lo ringraziai non senza avergli detto che non avrei scritto una riga per i miei lettori. “Perché?” mi chiese. “La prego di scusarmi” risposi, “ma come si fa a raccontare in un articolo di giornale una grande e affascinante lezione di storia. La tengo per me”. Non disse niente, mi ringraziò per la visita e mi accomiatò. Sono rimasto per circa trent’anni all’impegno preso con me stesso di non scrivere nulla di quell’incontro. Se ho tradito quell’impegno con me stesso è perchè qui si parla di emozioni.

Devo dire che fu appunto, con una certa emozione, che in vacanza nel ragusano nella casa di campagna di mia moglie, telefonai a Gesualdo Bufalino. Sapevo che abitava a Comiso e che il suo numero di telefono era sull’elenco. Avevo appena letto il suo primo romanzo “Argo e il cieco” e volevo conoscerlo. Sapevo della sua ritrosia a concedere interviste e dunque promisi che nulla avrei scritto di quel che ci saremmo detti: volevo conoscere lo scrittore e parlare con lui di letteratura e di Sicilia.

Fissammo l’appuntamento. Mi avrebbe ricevuto il giorno dopo alle 12, a casa sua, aggiungendo che non saremmo stati soli: aveva invitato anche un tenore siciliano con la moglie, una soprano di origini tedesche. Lo ringraziai e gli disse che avrei portato mia moglie. Ora bisogna dire che Comiso non ha nulla, ma proprio nulla di attraente: è un posto anonimo, con case anonime e un panorama anonimo. Ma soprattutto ci fa un caldo terribile, sembra di soffocare: ti manca l’aria, la testa ti scoppia.

Gesualdo Bufalino viveva in un anonimo caseggiato di sei piani frutto, probabilmente, di qualche speculazione edilizia tipica degli anni settanta-ottanta. L’appartamento era nello stile della piccola-medio borghesia italiana. Poteva abitarci un impiegato del catasto come un insegnante, cosa che per altro lo scrittore era stato. Nulla nell’ingresso o nel salotto poteva far pensare alla dimora di un intellettuale, un raffinato romanziere nonché cultore delle lettere, quale in fondo Bufalino era. Solo lo studio, con una grande libreria alle spalle di un tavolo da lavoro, poteva dirci che in quel luogo si pensava e si scriveva.

Più che i libri ciò che mi colpì era la sterminata collezione di videocassette (allora il dvd non aveva ancora fatto la sua comparsa), che con una precisione maniacale Bufalino aveva ordinato e catalogato. “Il cinema è la mia vera passione e passo le mie notti a vedere e rivedere pellicole” mi disse. Immaginai quell’uomo magro e pallido, seduto su una poltrona che viaggiava con la mente e con gli occhi nelle storie e nei mondi che il cinema gli regalava.

“Mi piace il cinema neorealista italiano e quello francese degli anni di Jean Gabin” mi spiegò. E colsi in quell’affermazione quasi il desiderio di tornare indietro nel tempo come se l’oggi non gli piacesse. Bufalino, come Sciascia, amava la Francia e la sua letteratura, ma al contrario del suo collega scrittore di Racalmuto, non portava dentro di sé lo stesso cosmopolitismo. Non mi azzardai a chiederlo, ma avevo l’impressione che uscire da quell’appartamento e da quel caseggiato lo impaurisse, lo sgomentasse. Si rinserrava nel suo mondo, lo stesso tormentato dei suoi romanzi, così come si rinserrava in quella casa dove non apriva mai le finestre, almeno di giorno. Ci raccontò che i suoi spostamenti erano molto limitati: “Vivo con mia madre, molto anziana e molto malata e non posso lasciarla” ci disse.

Viaggiava con la mente, la scrittura, le sue letture, ma soprattutto con il cinema. La sua era una Sicilia intimista, fatta di piccoli grandi drammi, quotidiani e personali, e non aveva nessuna vocazione, almeno così mi parve, pedagogica. Parlò molto di musica con gli altri due ospiti e soprattutto di pittura e di fotografia. Aveva una predilezione per un pittore locale per altro abbastanza famoso, Guccione e per alcuni fotografi siciliani che avevano raccontato la sua e la loro terra con immagini dove predominava una sottile tristezza. Restammo a chiacchierare per un paio d’ore “strangolati” da un caldo insopportabile in quell’appartamento con le finestre sprangate e il sole che batteva su mobili e pavimento con tutta la sua forza. Lo ringraziai della visita e credo che quelle due ore trascorse a parlare di libri, cinema e Sicilia gli abbiano fatto piacere.

Nelle settimane successive ho dedicato molte ore delle mie vacanze a rileggere i romanzi di Bufalino; volevo capire, attraverso le storie che raccontava, l’uomo che avevo incontrato, come si sposavano i sentimenti forti di alcuni suoi personaggi con quella ritrosia e quella timidezza che tanto mi avevano colpito. Mi sono dato una spiegazione nella solitudine di un uomo che facendosi scrittore vive molte vite quasi sempre molto diverse dalla sua.

 

*Dice di sé.

Riccardo Bormioli. Ligure, giornalista da fin troppi anni, ama profondamente Cristina, Giuliano, Carolina, Petronilla e Mara; cioè la moglie, i due figli e i due cani. Di tutto il resto ormai poco gli importa. Anzi non gli frega proprio nulla.

JEAN-LUC GODARDIl cinema non è un mestiere. È un’arte.

Non significa lavoro di gruppo. Si è sempre soli;

sul set così come prima la pagina bianca.

(Da “Cahiers du cinéma”, 1958)


 

DARIO ARGENTO

È il mondo del cinema che mi interessa. Nel mezzo di una scena

inventata da me c’è una citazione, un parallelo con una scena

che ho già visto, può provenire indifferentemente dall’espressionismo

tedesco o dal cinema sperimentale.

(Da “Il Manifesto”, 2005)

PROVOCAZIONIGiancarlo Livraghi - Contro la stupidità, la guerra è quotidiana

Non si può eliminarla del tutto, ma possiamo fare molto per contrastarne l’origine e gli effetti. Quando si capisce come funzionano gli antidoti, si scopre che non è un gioco, ma può essere molto divertente

Giancarlo Livraghi*

Che ci piaccia o no, è una guerra. Non è militare, ma ci sono strategie e tattiche. Quando si cerca di capire il problema della stupidità umana, come ho fatto per tutta la vita – e in particolare nei dodici anni di lavoro da cui nasce il libro “Il potere della stupidità” – ci si accorge che sono sottovalutate la sua gravità e le sue conseguenze. E perciò non la possiamo trascurare, dobbiamo imparare a combatterla. È un impegno quotidiano, che non finisce mai, perché non ci può essere una vittoria “definitiva”. Anche se riuscissimo (cosa difficile) a sradicare le origini di ognuna delle stupidità che ci affliggono, qualcuno ne inventerebbe subito una nuova. Ma arrendersi o rassegnarsi non è una soluzione. La stupidità non è eliminabile, perché fa parte della natura umana.

Ma non è invincibile. Il libro che ho scritto e i molti articoli che ho pubblicato sull’argomento non sono un “manuale di sopravvivenza”. Non credo nell’utilità di un “ricettario” che sarebbe inevitabilmente banale e che non potrebbe cogliere gli infiniti travestimenti con cui si manifesta continuamente la stupidità. Ma i fatti dimostrano che quanto meglio si riesce a capirla, tanto cresce la possibilità di evitare, prevenire o correggere le conseguenze della più grande forza distruttiva nella storia dell’umanità.

 

Il potere della stupidità

 

Un diffuso errore nel pensare alla stupidità è credere che sia innocua o trascurabile. Si ride degli stupidi e delle stupidaggini – ed è vero che spesso sono comiche. Ma credere di poter “esorcizzare” il problema con scherzi, burle e barzellette è un modo per allontanarsi da una realtà imbarazzante – e così lasciare troppo spazio all’insidioso, pericoloso, e onnipresente potere della stupidità.

Il concetto è efficacemente riassunto nel cosiddetto “Rasoio di Hanlon” (che prende il nome dal “Rasoio di Occam” e non è meno tagliente). “Non attribuire a consapevole malvagità ciò che può essere adeguatamente spiegato come stupidità”. Ribadito da Robert Heinlein anche in una frase più breve ed altrettanto incisiva. “Non sottovalutare mai il potere della stupidità umana”. Il fatto è ampiamente dimostrato dalla nostra esperienza quotidiana, dalle cronache antiche e moderne di piccoli e grandi eventi – e ci sono studi storici dedicati ai fattori “apparentemente casuali”, ma in realtà provocati dalla stupidità, che hanno cambiato la situazione in ogni sorta di eventi con conseguenze nei secoli e nei millenni1.

Fra gli esempi “classici” c’è il cavallo di Troia. Nell’Iliade si spiega che gli dei avevano volutamente “intontito” i troiani per farli cadere in trappola. Ma non occorre scomodare l’Olimpo per capire che la stupidità umana è capace di enormi misfatti – e chi cerca di prevenirli o contrastarli rischia la fine di Cassandra o di Laocoonte. Di cose analoghe sono piene non solo le saghe e le leggende di tutte le culture, ma anche le realtà dei fatti, come le conosciamo nello studio della storia e della preistoria, dall’età della pietra ai nostri giorni.

Un fatto sconcertante è che gli stessi errori continuano a ripetersi. Uno dei motivi è che non si dedica abbastanza studio o attenzione al problema della stupidità.

 

Chi è lo stupido?

 

Un altro errore molto diffuso è pensare che ci sia una netta divisione fra stupidi e non. In questa deformazione di prospettiva sono caduti anche autori che, per altri aspetti, hanno scritto cose interessanti sull’argomento. Il problema ha due conseguenze. Credere che esistano persone “totalmente stupide” o “totalmente intelligenti”. E pensare che lo stupido sia sempre qualcun altro. Così come il più ignorante degli ignoranti è chi crede di sapere tutto, il più stupido degli stupidi è chi crede di non esserlo mai. Una mia personale “consolazione” è che spesso mi accorgo di essere stupido. E da questo si deduce che non lo sono completamente.

Forse può esistere uno “stupido assoluto”, ma è un caso raro. Un fatto certo è che nessuno è immune dalla stupidità. La stessa persona può essere intelligente in alcune cose, stupida in altre. E capita a tutti di essere, imprevedibilmente, stupidi anche in materie o situazioni in cui abitualmente si è ben preparati.

Albert Einstein, per esempio, lo sapeva, come risulta da alcune sue osservazioni scritte in tono scherzoso, ma non per questo prive di serio significato. Una è abbastanza nota2. “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità. Sull’universo non sono sicuro”. L’altra è in una lettera scritta a Heinrich Zangger nel 19193. “Con la fama divento sempre più stupido, d’altronde è un fenomeno molto comune. C’è una tale sproporzione fra quello che uno è e gli altri pensano che sia, o almeno quello che dicono di pensare che sia. Ma bisogna prendere tutto con buonumore”.

Un valore dell’intelligenza è capire i propri limiti – e la propria stupidità. Con buonumore, perché nessuno ne è immune, ma chi la conosce la sa gestire meglio. Per combattere bene la guerra contro la stupidità dobbiamo capire la nostra, prima ancora di badare a quella degli altri. E se capiamo che tutti, in un modo o nell’altro, sono un po’ stupidi, evitiamo anche la deprimente sorpresa (e le perverse conseguenze) di comportamenti, inaspettatamente, stupidi da parte di persone che siamo abituati a considerare intelligenti.

Il problema non è solo che errare humanum o quandoque dormitat Homerus. Quando abbiamo capito che “tutti sbagliano” siamo al primo passo di quel processo mentale che ci aiuta a capire (e perciò a combattere) la stupidità. Ma non si tratta di farne un “sistema di regole” rigido, omogeneo e formale, che sarebbe pedante e noioso quanto inadatto a un universo disordinato, imprevedibile e più mutevole di un camaleonte.

 

La stupidità è imprevedibile

 

La stupidità è pericolosa perché è imprevedibile. La malvagità può essere terribile, ma (se non è contemporaneamente stupida, cosa che accade spesso) tende a comportarsi in modo da nuocere agli altri traendone un vantaggio – o almeno senza farsi del male. Perciò può essere prevedibile. La stupidità no. Fa danno a sé e anche agli altri. Questo è un motivo per cui è molto pericolosa. Tuttavia, come ogni cosa, anche la stupidità ha sintomi riconoscibili, percorsi ripetitivi. Più si impara a conoscerla, più diventa possibile, se non prevedere esattamente la sua prossima manifestazione, almeno capire come alcuni problemi si possano prevenire, altri attenuare sapendo che il rischio esiste e preparando prima ciò che occorre per ridurne le conseguenze.

 

La moltiplicazione della stupidità

 

La stupidità è contagiosa. È un fatto noto che le folle sono spesso più stupide delle persone che le compongono. La stupidità è incoerente – non ha bisogno di pensare, organizzarsi o progettare per produrre effetti combinati. Il trasferimento e il coordinamento dell’intelligenza è un processo meno semplice e spontaneo.

Le persone stupide possono aggregarsi istantaneamente in un gruppo o “massa” super-stupida, mentre le persone intelligenti funzionano come gruppo quando si conoscono bene e hanno esperienza nel lavorare insieme. Questo non vuol dire che la stupidità sia “più forte” dell’intelligenza, ma è un fatto ampiamente dimostrato che la stupidità cresce e si moltiplica come un microbo patogeno o un parassita, mentre contrastarla richiede metodo, impegno, consapevolezza e disciplina, come ogni efficace terapia.

Gruppi ben armonizzati che condividono intelligenza possono generare notevoli forze anti-stupidità, ma (contrariamente alle aggregazioni stupide) queste comunità hanno bisogno di essere organizzate e coltivate con cura. E possono perdere una parte della loro efficacia per l’infiltrazione di persone stupide o per inattese crisi di stupidità in persone abitualmente intelligenti.

La ricerca dell’armonia e della reciproca comprensione, in ogni rapporto umano, è in sé una cosa piacevole, attraente e stimolante. Ed è anche un efficace antidoto al potere della stupidità.

 

L’ossessione della stupidità

 

I biografi di Gustave Flaubert raccontano che era ossessionato dalla stupidità. Aveva dedicato molti anni a raccogliere migliaia di esempi, con l’intenzione di farne un’enciclopedia. Ma non riuscì mai a scriverla. Cercò di svolgere l’argomento in un romanzo “Bouvard et Pécuchet”, ma senza arrivare a finirlo (fu pubblicato, postumo e incompiuto, nel 1881)4.

Ci sono altri esempi dello stesso genere. Il tema è così vasto e preoccupante che può diventare ossessivo. Ma averne paura è un modo per esserne sconfitti. La stupidità non è la gorgone Medusa. Non ci impietrisce se la guardiamo. Al contrario, teme la luce, preferisce l’oscurità in cui si nascondono i suoi molteplici travestimenti. Quando riusciamo a smascherarla, spesso si sgretola come una pietra corrosa – o si scioglie come una medusa su una spiaggia.

 

La “legge di Murphy”

 

Nel mio libro ho citato varie “leggi”. Quelle, giustamente famose, di Carlo Cipolla sulla stupidità. La “legge di Parkinson” e il “principio di Peter” sui motivi per cui le cose non funzionano. E alcune altre. Ma ce n’è una che non è mai stata definita come “legge” nel senso scientifico della parola – tuttavia merita di essere presa molto sul serio, anche se è solo un modo di dire5.

La “legge di Murphy” dice che se qualcosa può andare storto lo farà, nel momento peggiore possibile6. È generalmente trattata come un tema umoristico, con un’infinità di varianti e corollari, di cui esistono varie collezioni. Ma ciò che sfugge è il suo valore pratico, che non è uno scherzo. Progetti, procedure e sistemi sono troppo spesso concepiti in modo da non tener conto degli “imprevisti” – che ci sono quasi sempre, provocati non solo da guasti o errori, ma anche da cambiamenti dell’ambiente e della situazione. Occorrono, perciò, strategie meno rigide, metodi più flessibili (i cosiddetti what if) che permettano di adattarsi alle circostanze senza eccessiva difficoltà.

Basarsi sulla “legge di Murphy” come metodo organizzativo è utile anche per evitare quelle condizioni di confusione (e perciò fonti di nuovi errori) in cui cadono inevitabilmente le organizzazioni rigide e impreparate all’imprevisto. Ma c’è di più. Fra gli infiniti “corollari di Murphy” ce n’è uno (mai citato nelle antologie sull’argomento) di fondamentale utilità. Se una cosa che si è guastata è in grado di aggiustarsi da sola, lo fa nel momento in cui si è avviato il processo per correggerla. Il marasma che ne consegue è solo la fonte di nuovi errori e pasticci.

Essere coscienti di questa “variante di Murphy” vuol dire non solo saper dare tempestivamente un “contrordine”, ma anche essere preparati a gestire una situazione confusa senza innervosirsi o perdere la trebisonda.

 

L’arte difficile della semplicità

 

Fin da quando ero un ragazzino, mi sentivo perseguitato da una perversa organizzazione a cui avevo dato il nome di U.C.C.S. – Ufficio complicazione cose semplici. Gli anni passano, ma la persecuzione continua. Assume spesso forme estreme nella burocrazia, ma è presente anche in altri aspetti delle comunità umane. Talvolta le complicazioni sono intenzionali, da parte di chi preferisce non rendersi troppo comprensibile o vuole assoggettare tutti al suo modo di essere e di pensare. Ma spesso sono involontarie, per una cronica incapacità di ascoltare e di “mettersi nei panni degli altri”.

Il problema è che complicare è facile, semplificare è difficile. Molte della più grandi innovazioni e scoperte sono semplificazioni di cose che sembravano complicate. La vera creatività sta spesso nelle sintesi che superano le apparenti complessità. È nota nelle organizzazioni, ma raramente applicata, la massima KISS: “keep it simple, stupid”. Molte soluzioni brillanti sono così semplici da sembrare ovvie – ma questo si scopre dopo averle trovate.

 

La stupidità della guerra

 

Anche se dobbiamo concedere, malvolentieri, che talvolta la violenza è necessaria, ci sono ampie conferme del fatto che la guerra è quasi sempre stupida. Non solo le grandi, sanguinarie guerre combattute con armi sempre più letali. Ma anche le “piccole guerre” che si scatenano nelle famiglie, fra gli amici, in minuscoli villaggi o in grandi città, nelle stanze del potere o nelle rivalità che infestano ogni genere di organizzazioni, dalle grandi o piccole imprese alle bocciofile o alle partite a carte o alle discussioni da “bar sport”. Uno dei modi per combattere la stupidità e le sue conseguenze è saper spegnere quei fuochi con un tocco di leggerezza. Ci sono persone che lo sanno fare – e meritano molta gratitudine7.

A metà del ventesimo secolo, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, aveva cominciato a diffondersi la convinzione che la guerra non è necessaria, né inevitabile (come si era sempre pensato nella precedente storia dell’umanità). Ma vediamo, purtroppo, che in pratica quella lezione non è stata sufficientemente imparata.

Abbiamo ancora meno imparato la lezione sull’inutilità dei conflitti, polemiche e astiosi contrasti che infettano troppo spesso la vita di tanta gente. Le cronache se ne occupano solo quando arrivano a conseguenze sanguinarie. Ma sarebbe meglio trovare un modo per evitarle prima che diventino acute o croniche. Senza false “bonomie” o inutili formalismi, ma con più sincero rispetto per le opinioni e le abitudini altrui – non solo di chi proviene da culture remote, ma anche del nostro vicino di casa o della zia di Poggibonsi. E questo è uno dei modi per combattere la stupidità.

Anche in quella che qui sto chiamando “guerra contro la stupidità” non si tratta di essere polemici, aggressivi o feroci. Al contrario, l’arma più efficace è la serenità (anche se è difficile averla quando qualche stupidaggine ci complica inutilmente la vita). Contro la stupidità dobbiamo essere spietati. Non lasciarle mai lo spazio per crescere e moltiplicarsi. Stroncarla sul nascere ogni volta che ne vediamo i primi sintomi. Ma senza rancore, senza rabbia, senza malumore. Più ci lasciamo innervosire, più rischiamo di concimare il terreno in cui cresce la malapianta della stupidità.

La comicità banale e ripetitiva sulle stupidità convenzionali non solo è inutile, ma è dannosa, perché distrae dalla vera natura del problema. Ma funziona bene una sana dose di umorismo – e, in particolare, di autoironia. Un po’ di buonumore, un guizzo di fantasia, un sorriso inaspettato, sono spesso armi vincenti nell’eterna lotta contro la stupidità.

 

L’arte allegra di questa guerra

 

Il problema della stupidità è serio e preoccupante. Ma l’arte di combatterla non è triste. Ogni vantaggio che si riesce ad ottenere, anche quando è (o sembra) piccolo, ogni riduzione della sua invadenza, è una soddisfazione. Porta non solo sollievo e distensione, ma anche buonumore. A differenza delle guerre che si combattono con le armi, o anche solo con astio e ostilità, questa è un’impresa allegra, piacevole, divertente.

Mentre l’esercizio fisico è fatto di monotone ripetizioni, quello della mente si nutre di continui cambiamenti di prospettiva. Scoprire i meandri in cui cresce la stupidità e decifrare i labirinti in cui si nasconde non è solo un percorso interessante. È anche un’efficace ginnastica mentale.

1) Giancarlo Livraghi “Il potere della stupidità”, Monti & Ambrosini editori, terza edizione 2008. Un capitolo di questo libro “Il potere dell’oscurantismo” è stato pubblicato sul numero 7 (luglio 2008) de “L’attimo fuggente”

2) “Hanlon” è Robert Heinlein, che aveva fatto quella constatazione in “Logic of empire”, (1941)

3) Per esempio “The march of folly – from Troy to Vietnam” di Barbara Tuchman (1984), “Der hinge-faktor” di Erik Durschmied (1998), “History’s worst decisions: an encyclopedia idiotica” di Stephen Weir (2005). E vari altri

4) Dopo la pubblicazione de “Il potere della stupidità” l’ho vista più spesso ripetuta, insieme ad altre cose prese dal mio libro. Ma non voglio essere troppo maligno su chi copia “senza citare la fonte”

5) Pubblicata da Helen Dukas e Banesh Hoffmann nell’interessante libro “Albert Einstein – Il lato umano”, (1979) edito in italiano da Einaudi 1980 (traduzione di Annamaria Gilberti)

6) Anche Emma Bovary era perseguitata dalla stupidità e dalla meschinità delle persone che la circondavano. Vedi “Flaubert e l’ossessione della stupidità” http://gandalf.it/stupid/flubert.htm

7) Nel libro “Il potere della stupidità” il quarto capitolo riguarda la legge di Murphy, il quinto la legge di Parkinson, il sesto il principio di Peter e il settimo le leggi di Cipolla. Sono citate anche alcune altre, come la “legge di Finagle” e gli ironici (ma più seri che buffi), il “principio di Dilbert” (Scott Adams) e il “principio di Natreb”

*Dice di sé.

Giancarlo Livraghi. I lettori dicono (bontà loro) che sa scrivere. Ma soprattutto spera di sapere leggere e ascoltare. Come diceva Socrate: “Più so, più so di non sapere”.

LUCA BARBAROSSANon è vero che non ho rimpianti e se potessi tornare indietro

come su una pellicola correggerei il passato,

riguarderei le scene che ho vissuto e tutto quello che non ho

capito, ripeterei le parti che non ho mai imparato.

(Da “E come dentro un film”, 1987)

LETTURE Domenico Mazzullo - Le scarpe

Racconto inedito ed insolito di una giornata particolare in grado di cambiare, per sempre, la vita di un uomo semplice

Domenico Mazzullo*

La giornata sembrava veramente “una giornata come tutte le altre”, il sole sorse come sempre all’alba, nel punto prefissato ed indicato dalla bussola come est, e le stelle e la luna andarono a dormire avendo ultimato il loro turno di notte; il signor M. si svegliò come al solito, puntualmente, alle 6 del mattino, e non richiamato al dovere dal brusco trillo delle due sveglie che teneva sul comodino, ambedue puntate alle 7 per un eccesso di sicurezza e che avrebbero suonato all’unisono se egli glielo avesse permesso, ma destato, irrimediabilmente, da una sorta di puntualissimo orologio interno, regolato un’ora avanti e che purtroppo non riconosceva natali, pasque, domeniche ed altri giorni festivi comandati, religiosi o laici, ma che richiamava, imperiosamente, ogni mattina il signor M. al proprio dovere quotidiano con teutonica quanto crudele determinatezza.

Anche quella mattina, come ormai da anni, il rituale si ripeté, costante, identico a se stesso, irrinunciabile ed immodificabile; l’orologio interno trillò nel capo del signor M., all’ora prefissata e questi con un balzo atletico, in stile olimpionico, si gettò giù dal letto completamente sveglio, pago di poter godere di un’ora in più sul programma dei doveri prefissati per la giornata; la felicità può essere anche rappresentata da una piccola, sparuta ora, una pausa di anticipo sui tempi costituiti.

Sembrava proprio una giornata come tutte le altre anche al signor M., rassicurato da questa continuità, da questa immutabilità, da questa pedissequa ripetitività; ogni mattina gli stessi gesti, le stesse azioni, gli stessi tempi, gli stessi intervalli tra l’uno e l’altro, le stesse pause, le stesse interruzioni; i vicini avevano confessato al signor M., non senza una certa punta di ironia, che i rumori che egli produceva in cucina e nel bagno – l’acqua scrosciante della doccia, il confortante ronzio del rasoio elettrico, lo scarico dell’acqua del water – erano così ritmici, così puntuali nella loro rassicurante prevedibilità, che era possibile rimettere a punto, basandosi su questi, gli orologi di casa, meglio e con maggiore precisione dello stesso segnale orario radiofonico. Questa affermazione, lungi dal disturbare od offendere il signor M., lo aveva al contrario inorgoglito e forse un po’ insuperbito, fornendogli il senso di uno scopo e di una precisa funzione all’interno del casamento; da quel giorno in poi il signor M. aveva, forse inconsapevolmente, cercato di fare un poco più di rumore, un po’ più di leggero e discreto chiasso, per farsi udire più chiaramente dai vicini e favorire il loro compito mattutino di appuntare gli orologi.

Quella mattina, però, c’era qualcosa nell’aria di non ancora definito, di non ancora chiarito e coscientemente percepito che disturbava il tranquillo risveglio del signor M. e creava nel suo animo sereno l’inquietudine tipica degli imprevisti, quando ancora non si sono verificati.

Il signor M. già mettendo sul fornello del gas la macchinetta del caffè, preparata con accuratezza e religiosa cura la sera prima, per averla già pronta e disponibile al mattino seguente, aveva percepito che quello appena cominciato, pur essendo nelle apparenze un inizio di giornata come tutti gli altri, lo era in realtà solo nelle apparenze. Mentre nel bagno si lavava i denti con lo spazzolino in setole naturali ripetendo ritmicamente ed uniformemente gli stessi, soliti gesti la cui lunghezza e durata era stata sperimentalmente misurata, nel corso di lunghi anni d’esperienza, in maniera tale che l’operazione denti avesse fine mentre il caffè cominciava ad uscire, profumando l’ambiente, il signor M. aveva percepito dentro di sé quell’inquietudine incresciosa che ogni inizio di primavera provocava ed evocava in lui, ritmicamente ed ineluttabilmente ogni anno, ogni qual volta questa stagione, da altri amata ed agognata, si affacciava sul bordo del calendario.

Agli inizi il signor M. aveva cercato di darsene una ragione; si era rivolto anche ad uno psicoanalista, ma dopo anni ed anni di lunghe ed estenuanti sedute disteso sul lettino, si era arrivati alla strabiliante conclusione che forse la primavera rappresentava per il nostro amico, qualcosa di simbolico, di nascosto tra le pieghe della memoria; forse essa evocava un trauma infantile vissuto dolorosamente e rimosso, ma con probabilità sarebbero stati necessari ancora anni ed anni per scavare più profondamente nell’inconscio del signor M. alla ricerca delle cause remote e ora occulte.

Il signor M. lo avrebbe fatto molto volentieri, ma erano finiti i soldi per continuare e la banca, di cui era cliente, si rifiutava di rinnovargli il mutuo che aveva acceso quando aveva iniziato il trattamento psicoanalitico.

Così il signor M. dovette accontentarsi della consapevolezza che la primavera era per lui simbolica di qualche altra cosa, e già questa gli sembrava una conquista più che soddisfacente. Quella mattina sentì che ciò che paventava da tempo era al fine giunto e con la primavera un lieve aumento della temperatura esigeva improrogabilmente un cambio di guardaroba che, per quanto minimo e graduale, purtuttavia sconvolgeva e turbava l’ordinata esistenza del signor M.

Questi, infatti, aveva costruito la propria vita su poche, succinte, ma ferree regole che, nella loro semplicità, ma rigida e pedissequa osservanza, fornivano un rassicurante quanto confortante binario rettilineo lungo il quale la vita del signor M. scorreva e viaggiava senza scosse. Una di queste regole riguardava l’abbigliamento costituito da giacche rigorosamente marina scuro, abbinate senza alcuna variazione a pantaloni grigi con risvolto, di foggia piuttosto antiquata nonché classica a costituire quel connubio serio, sobrio ed elegante che gli inglesi chiamanoblazer.

Unico elemento di imprevedibile quanto imperscrutabile variabilità, atto a rompere l’indissolubile continuità di questo connubio secolare, era rappresentato dalla cravatta che l’estro nascosto del signor M. non aveva concesso di foggia e taglio classico, ma aveva eletto piuttosto a proprio status simbol, un estroso e improbabile fiocco opapillon, che rompeva bruscamente la grigia monotonia dell’insieme, gettando un’ombra di follia rivoluzionaria ed anarchica sulla tranquilla immagine che il nostro amico forniva di sé stesso.

Egli non sapeva o non ricordava più come, quando o perché avesse deciso e si fosse concesso quest’imperdonabile stravaganza, ma sta di fatto che una volta ammessa nella modesta continuità della sua vita, essa aveva assunto un proprio spazio ed una propria funzione divenendo un elemento ed una caratteristica inalienabile dell’immagine che il signor M. forniva di sé agli altri.

I papillon che ormai possedeva erano tanti, innumerevoli, impossibili a contarsi e ordinarsi, ma tanto numero e tanta copia corrispondevano perfettamente all’esigenza e conseguente regola che il signor M. si era imposto con assoluta rigidità, consistente nell’inderogabile imperativo categorico di non indossare mai, a nessun costo, lo stesso papillon per due giorni consecutivi e si comprende bene come tale stretta osservanza obbligasse ad una copiosità senza pari.

Facevano da sfondo opportuno a questi stravaganti nastri di stoffa sagomati ad arte, che il signor M. avvolgeva con maestria ed avvedutezza attorno al collo, traendo da una semplice striscia di tessuto forme inimmaginabili, sobrie camicie di taglio inglese, ora a righine blu o azzurro chiaro per il mattino, ora di un azzurro pallido e rigorosamente di tessuto Oxford per il pomeriggio, ora, ma erano più rare e numericamente meno rappresentate, bianche di seta, per le serate fuori casa che molto raramente il sobrio signor M. si concedeva.

Vero tocco finale, ma di classe e di discreta sobria eleganza erano le scarpe, vera e propria passione del signor M. fin da quando era piccolo; nell’infanzia, infatti, già si incantava ammirato davanti alle vetrine dei negozi di scarpe, ove questi oggetti magici, indispensabili, che suscitavano fantasie irripetibili, facevano bella mostra di sé, allineate e in fila come soldati, l’una accanto all’altra, lucide e brillanti, in attesa di essere indossate, provate e comprate.

“La felicità”, – una volta il signor M. bambino aveva pensato – “è rappresentata da un bel paio di scarpe comode”, possibilmente con lo scrocchio, quando si cammina, tali e quali quelle del papà, la cui venuta era per l’appunto annunciata e presagita da quel caratteristico, inimitabile rumore che le scarpe producono quando sono adoperate, se sono di buona marca e fattura.

Tali erano quelle che il signor M. si concedeva, dopo inutili quanto estenuanti elucubrazioni sul prezzo di queste e sul dovere al risparmio, e non senza laceranti sensi di colpa al pensiero di tutti coloro i quali le scarpe non le possedevano e non potevano concedersele, neppure di cartone. Ciononostante, alla fine, il signor M. cedeva sempre alla tentazione e alla lusinga di possedere un paio di scarpe nuove e dopo lunghi tentennamenti, due volte l’anno, faceva ingresso nel negozio di scarpe, rigorosamente di stile inglese, ove si serviva, e compiva, con soddisfazione non disgiunta da infantile emozione, l’acquisto agognato.

Non che questo si notasse, né che desse i suoi frutti immediatamente e neppure visibilmente; il signor M., infatti, da quando aveva scoperto, lunghi anni addietro, che il suo piede non cresceva più e si era attestato su una classica misura di 42 e mezzo, aveva deciso di tesaurizzare i frutti dei suoi acquisti riponendo le scarpe nuove che via via comprava in un apposito scaffale, ove esse giacevano in bell’ordine, in attesa, speranzose, che quelle attualmente in uso si consumassero in maniera irreversibile e giungesse così finalmente il “loro turno” di essere indossate ed utilizzate.

Ciò, purtroppo per loro, non era ancora avvenuto; piuttosto il signor M. quello sfortunato mattino, solo apparentemente come tutti gli altri, si rese conto, non senza un notevole disappunto ed una malcelata stizza, che i mocassini estivi che aveva deciso di indossare e che avrebbe utilizzato per tutta la stagione a venire, ben conservati nell’aspetto esterno, erano stati colpiti da un’inequivocabile, evidentissima usura di ambedue i tacchi, naturalmente anche essa assolutamente simmetrica ed equanimamente distribuita su ambedue i soggetti.

Il signor M. si rese conto che non era assolutamente possibile procrastinare un intervento ricostruttivo, quanto mai necessario ed urgente; neppure naturalmente sarebbe stato possibile indossare un paio di scarpe nuove, tra quelle a disposizione e giacenti in bell’ordine, prima che fossero state completamente utilizzate, fino al disfacimento, quelle attualmente in uso in quanto fruibili; e neppure, a rendere ancora più complicata la questione, rimandare al giorno dopo il già deciso e determinato cambio delle scarpe, da quelle invernali a quelle estive, stabilito e fissato proprio per quel giorno.

Per uscire dall’impasse che la situazione comportava e dall’angosciante dilemma che turbava l’animo ordinato e rigoroso del signor M., questi decise, a malincuore e non senza un pesante turbamento, di optare per il male minore, ossia per la soluzione che offrisse meno rischi in assoluto e arrecasse minore turbativa alla propria vita regolata e sicura.

Decise di concedere qualcosa, di fare qualche timida apertura verso una modernità che considerava comunque minacciosa e incomprensibile; si recò in un grande magazzino, a pochi passi da casa, ove una volta, aggirandosi smarrito e sconcertato in un reparto del sottosuolo, alla ricerca, risultata poi infruttuosa, di bicchieri da acqua, si era imbattuto, non senza stupore e disappunto in uno strano minuscolo locale ove un uomo vestito di arancione e con una scarpa in mano pretendeva di essere capace di fornire riparazioni di preziosissimi capi di abbigliamento, istantaneamente e con consegna immediata, concedendosi al massimo tempi di attesa di un modesto quarto d’ora.

Il signor M. si era allontanato inorridito, come chi dotato di sincero e profondo spirito religioso, fugge da un’immagine sacrilega ed oltraggiosa della fede in cui confidiamo; e tale era, infatti, il sentimento religioso che il nostro eroe nutriva per le proprie scarpe e per tutte le scarpe in generale.

Ma, evidentemente, questa immagine era rimasta vivida: sepolta nei meandri della memoria, catalogata, ordinata e qualificata come inutile ed inservibile tornava ora in superficie, balzava in evidenza; ora e proprio ora che da inutile ed oltraggiosa si rilevava invece risolutoria e salvifica di una situazione altrimenti seriamente critica.

Con un sacchetto di carta biodegradabile in mano, che aveva contenuto ben altri oggetti, nella sua prima utilizzazione, e che ora custodiva e proteggeva le preziose scarpe mutilate nel tacco, il signor M. varcò, non senza timore e emozione vicina al panico, la porta a vetri del grande magazzino, ove, immediatamente dopo l’ingresso, si senti investito da un getto di aria refrigerata che lo fece rabbrividire e che gli avrebbe scompigliato i capelli sul capo se mai li avesse avuti; ma la sorte aveva voluto diversamente ed egli si era assoggettato di buon grado a questa; timido e rassegnato, con un intrinseco senso di colpa, il nostro amico si diresse, di malavoglia e con mille esitazioni, verso la scala mobile che recava al sottosuolo e che al signor M. apparve come un traghetto verso l’inferno, un ascensore all’inverso che lo avrebbe sprofondato al centro della terra.

Si sentiva anche in colpa il signor M. per essersi lasciato allettare dall’egoistica idea di ottenere le proprie scarpe riparate in pochi minuti, non tenendo minimamente conto della legittima e comprensibile esigenza da parte di queste, di sentirsi affidate a una persona di loro fiducia e non piuttosto ad uno sconosciuto vestito di arancione che non offriva alcuna garanzia se non quella della rapidità e della consegna immediata o quasi.

Il signor M. pensò con rammarico e rimpianto a Pasquale, il suo ciabattino di fiducia da tempo immemorabile, un punto di riferimento, quasi un amico per lui e per le sue scarpe; ma Pasquale l’anno addietro si era allontanato, era partito per il lungo viaggio senza ritorno che a tutti noi tocca intraprendere, una volta o l’altra, silenziosamente, in punta di piedi, come sempre era vissuto e come si addice ad un ciabattino, lasciando un gran vuoto dietro di sé e gettando nella disperazione il signor M. e le sue scarpe.

Ma, come si sa, la vita continua, così a malincuore e con la morte nell’animo anche il signor M. e le sue scarpe si erano dovuti assoggettare e rivolgersi all’uomo vestito di arancione del grande magazzino.

“Buon giorno”, disse il signor M., con voce timida ed esitante, come suo solito, “avrei bisogno, di far riparare queste scarpe; temo che si sia consumato il tacco”, e dicendo questo porse con mano tremante il sacchettino all’uomo vestito di arancione, che lo afferrò, invece, con brutalità e durezza, ignaro della preziosità e delicatezza del contenuto.

Una fitta profonda quanto repentina colse al cuore il nostro signor M. nel momento della separazione dalle sue compagne scarpe, per gli altri solamente oggetti, ma per lui, amiche confidenti, testimoni dei suoi momenti di malinconia e tristezza e delle sue gioie, sempre troppo poche rispetto ai primi.

Nell’attimo stesso in cui affidava le sue “compagne” all’uomo in arancione, provò la stessa emozione che – immaginava non avendolo mai potuto provare realmente da scapolo quale era – deve cogliere ed attanagliare un padre quando affida il proprio figliuolo alle mani di un chirurgo, che lo dovrà operare per salvarlo da una mortale malattia. Allora, il signor M. lo fece e immaginò lo facessero anche gli altri “padri”; scrutò il viso, le mani, gli occhi, l’espressione, l’abbigliamento, la voce dell’uomo a cui si affida con fiducia ciò che di più prezioso, irrinunciabile, assoluto possediamo nella vita: i figli per gli altri “padri”, le scarpe per il signor M.

“Torni tra un quarto dora”, disse l’uomo in arancione, con voce rozza e per nulla riguardosa del dramma interiore che stava vivendo in quegli attimi il signor M. al quale intanto, la fitta nel petto si era fatta vieppiù dolorosa e gli ricordava, nella intensità della sofferenza, quella che aveva provato quando egli, figlio unico, si era dovuto separare definitivamente dai suoi genitori, accompagnandoli, prima l’uno e poi l’altro, alla loro estrema dimora.

Credeva che non avrebbe mai più dovuto provare un dolore simile, uno strazio così forte, un’angoscia così profonda, e, forse inconsciamente, per proteggersi da questa aveva accuratamente e diligentemente evitato di crearsi nuovi legami affettivi, nuovi rapporti umani, la cui rottura eventuale lo avrebbe fatto soffrire troppo.

Barattava così una tranquillità, quasi un’assicurazione su un futuro di non sofferenza, con un presente di malinconica, dignitosa, sobria solitudine, difficile, ma non impossibile da tollerarsi e recare sulle spalle rese un po’ curve dagli anni e dai dispiaceri, con accurata e oscura forza interiore. Ma nel computo ragionieristico degli affetti, nella contabilità fredda dei sentimenti, il signor M. non aveva tenuto conto, incautamente, degli oggetti, delle cose, dei corollari inanimati della vita, di cui si era circondato, e che si erano trasformati, si erano sostituiti, nella sua scala emotiva, affettiva, agli esseri umani, della cui compagnia si era privato.

Ed allora una penna stilografica, un papillon, un libro cui era particolarmente legato, una bottiglietta di prezioso inchiostro nero indelebile dalla fattura e composizione misteriosa, un paio d’occhiali d’oro dalla foggia antiquata, erano divenuti silenziosamente, subdolamente i suoi affetti preziosi ed insostituibili, i destinatari dei suoi sentimenti, e si erano trasformati, nella sua immaginazione dell’animo e dello spirito in moglie, figli, amici sinceri, fratelli, cugini, nipoti, zii e zie, parenti tutti, vanificando in un sol colpo ogni tentativo, ogni desiderio di salvaguardia dalle sofferenze, attraverso un’attenta ed accurata deprivazione degli umani affetti.

Naturalmente al primo posto, in questa gerarchia dei valori affettivi ed emozionali risiedevano a tutto diritto le scarpe, cui spettava una collocazione di primus inter pares, come con dolore e sofferenza sincera dell’animo, il signor M. stava sperimentando in quei momenti di alta, drammatica tensione, quando esse venivano affidate, abbandonate all’altrui mano, estranea e straniera.

“Torni tra un quarto d’ora”, si andava intanto ripetendo il signor M. tra sé e sé; “un quarto d’ora”, un tempo breve, quasi un battere d’ali, per gli altri; ma non per lui, per il quale un quarto d’ora senza le sue scarpe, senza le sue scarpe affidate, abbandonate a mani estranee e straniere si sarebbe trasformato in un secolo, un tempo interminabile di sofferenza e di passione.

“Come riempire questo quarto d’ora?”, si chiedeva angosciato e trepidante, “come potrò impiegare questo breve, ma lunghissimo tempo?”, e si affollavano nella sua mente in fiamme mille consigli, mille soluzioni, che venivano scartate con la stessa velocità con la quale si presentavano.

Alla fine si risolse di recarsi al piano superiore, anzi al primo piano del magazzino ove ricordava di aver identificato il reparto di abbigliamento maschile, con la segreta e recondita speranza interiore di invenire un’ennesima giacca blu oppure, in alternativa, una camicia azzurro pallido che potessero, per un attimo, captare la sua attenzione di acquirente, distogliendola così dai foschi pensieri di padre trepidante per le sue scarpe affidate, incautamente, ma ormai irrevocabilmente a mani fino ad allora sconosciute.

Si arrischiò sulla “scala mobile” strumento ancora infernale per il signor M. che volentieri si sarebbe sottoposto alla fatica di salire a piedi gli scalini di una rassicurante e solidamente ferma scala, ma le esigenze di modernità di chi aveva progettato e costruito il magazzino avevano fatto sì che tali strumenti di un passato desueto fossero stati ricusati con sprezzo e susseguioso orgoglio.

Giunto al termine del breve viaggio in salita, ma trepidante per la novella avventura e ancora di più per il pensiero di “coloro” che aveva abbandonato a mani violentatrici, il nostro piccolo signor M. si avventurò a capo chino, per nulla disposto all’ottimismo, nei meandri labirintici del “reparto uomo” del grande magazzino.

Scartò in fretta l’abbigliamento casual, che non degnò neppure un’occhiata e attraverso una breve sosta interessata nello spazio riservato all’“intimo”, osservato sempre ed ancora con una qual pudica circospezione, approdò finalmente in prossimità di una lunghissima teoria di giacche rigorosamente blu marino, monopetto o doppio-petto con bottoni d’oro.

Forse attirato dal luccichio accattivante di detti bottoni, analoghi per lui come funzione, allo specchietto per allodole, il nostro compunto ed educato personaggio non si rese conto di essere oggetto di un’attenta quanto insolita osservazione da parte di una signorina, dalla divisa si sarebbe dedotto una commessa, la quale lo aveva notato da quando aveva preso terra, rischiando di inciampare, al termine del suo viaggio sulla scala mobile.

Ella lo aveva seguito con lo sguardo attraverso gli indumenti intimi, aveva sorriso tra sé e sé, comprendendo il suo imbarazzo, e infine le sembrava già di conoscerlo quando era finalmente giunto al suo reparto “giacche da uomo”. In cuor suo aveva sperato che proprio questa fosse la destinazione dell’omino misterioso vestito di blu e grigio, con uno strano fiocchetto al collo, che si aggirava con aria smarrita nei meandri oscuri, per lui, di questo moderno ed incomprensibile magazzino.

Forse era stata proprio l’aria smarrita e timorosa, insolita per questi tempi, che aveva attirato la sua curiosità, suscitando in lei un inconsapevole e non confessabile, né confessato, desiderio di proteggere, difendere, aiutare, forse chissà anche di amare l’ignoto e curioso personaggio apparsole dinanzi. Lei stessa, per prima, si stupiva e si sconcertava per questi sentimenti, certo più che semplici emozioni, insortile improvvisamente ed inaspettatamente, incomprensibili e forse insolite in una giovane donna, che solo da poco aveva cessato di essere una ragazza; una giovane donna abituata ad essere corteggiata, adulata, desiderata, circondata dall’affetto e dall’ammirazione degli amici, che in gran numero possedeva e che considerava ormai come un’insopprimibile abitudine.

Nonostante Francesca non potesse più fare a meno di questo alone adulatorio che la circondava, ormai, come una corona principesca, nonostante tutto si sentiva insoddisfatta, inappagata, quasi insicura, con un vago sentimento di inadeguatezza, d’incompiutezza, di inutilità e vacuità esistenziale che la faceva soffrire pur non raggiungendo l’intensità di un dolore pieno. Si sentiva come un vuoto nello stomaco, ma in uno stomaco non fisico, che non rispondeva a stimoli materiali quali i cibi solidi o liquidi, ma piuttosto, morali, psicologici, affettivi, esistenziali, avrebbe detto Francesca, se la parola stessa non le fosse apparsa troppo grossa ed impegnativa.

Era un vuoto che sentiva colmarsi solamente quando poteva essere utile ad un cliente in difficoltà, quando poteva aiutare un indeciso a prendere, finalmente, un’agognata decisione, quando poteva manifestare la sua presenza nella vita non come figura umana da guardare ed ammirare, ma piuttosto come essere umano che potesse fare qualcosa di utile ed opportuno per gli altri.

Solo allora quel senso di incompiutezza che attanagliava Francesca da qualche tempo, non lasciandola mai tranquilla a crogiolarsi nella sua bellezza, si placava per un attimo, si assopiva, ma non si addormentava, per risvegliarsi sempre puntuale e vigile ad un’ora prefissata.

Era con questi sentimenti e questi stati d’animo che Francesca aveva seguito con gli occhi il signor M. nel suo incerto incedere e procedere dalla scala mobile, attraverso la biancheria intima, fino ad approdare al suo reparto di “abbigliamento maschile”.

Aveva letto, intuito nei suoi occhi il bisogno, la richiesta, forse neppure consapevole, di aiuto e quest’aiuto Francesca voleva dare, voleva tributare, voleva regalare al pallido omino con i baffi e gli occhiali d’oro, vestito con una giacca blu e pantaloni grigi, entrambi di almeno due misure troppo grandi, come il suo occhio esperto ed abituato aveva immediatamente diagnosticato. “Perché si vestirà in modo così strano?”, Francesca si chiedeva, “e così abbondante, così eccessivamente ampio? Possibile che nessuno glielo dica?. “Possibile che la moglie, lo lasci andare in giro così?”.

Ma nel mentre Francesca formulava la domanda, già aveva scartato dentro di sé la possibilità e l’ipotesi; “l’ignoto omino con i baffi, non aveva moglie, non era sposato” aveva concluso, con un’ombra, un velo di tristezza e di malinconia, ma anche con un timido ed appena accennato e quasi inconfessabile sospiro di sollievo.

Si sarebbe sentita, infatti, disturbata, infastidita, forse anche un po’ gelosa della presenza di una moglie nella vita dell’ignoto personaggio al quale sì era già affezionata.

Ma per fortuna il suo intuito femminile, il suo sesto senso che mai finora l’avevano tradita, forse anche il suo desiderio nascosto la tranquillizzavano e rassicuravano; “no”, si convinceva, “l’omino coi baffi” non poteva essere spostato, perché altrimenti nessuna donna lo avrebbe mai fatto uscire così, nessuna donna gli avrebbe mai permesso di andare in giro con abiti così marcatamente abbondanti e fuori misura.

Questa constatazione, nel rassicurare Francesca, contemporaneamente accresceva in lei, inconsapevolmente l’attenzione, la cura, la quasi apprensione, l’affetto che aveva sentito nascere spontaneo e del tutto gratuito verso il timido omino vestito di scuro che intanto si era fermato avanti al reparto delle giacche maschili.

“Che originalità” pensò Francesca tra sé e sé con un certo disappunto, ma anche con la sicurezza o rassicurazione che ci deriva da ciò che è abituale; “naturalmente sta osservando le giacche blu, o forse penserà di acquistarne un’altra sempre di dimensioni eccessive”, quasi avesse letto nel pensiero del signor M. e ne avesse già interpretato e criticato anticipatamente le intenzioni che erano effettivamente quelle che lei supponeva e temeva.

L’unica cosa che Francesca non conosceva e non poteva conoscere, era il dramma interiore, la tragedia esistenziale che il signor M. stava vivendo nella propria interiorità, senza però che nulla riuscisse a trasparire, a fuoriuscire ed esplodere all’esterno: “le mie scarpe” – pensava egli con terrore che sfiorava l’intollerabilità del panico – “affidate, abbandonate ad un estraneo, con le mani grosse e ruvide”, come non aveva potuto fare a meno di notare, “che me le maltratteranno, me le sporcheranno, me le profaneranno con violenza e cattiveria”.

Questi drammatici pensieri si affollavano e si rincorrevano l’un l’altro nella mente del signor M. terrorizzato e così egli non si avvide né sentì, né avvertì l’avvicinarsi di Francesca dietro le sue spalle leggermente ricurve.

La voce dolce e leggermente sensuale della giovane donna lo fece trasalire e sobbalzare con un palpito nel cuore dovuto all’emozione improvvisa, ma anche alla sensazione, quasi un presentimento, che qualcosa di importante stesse per accadere, di essersi inserito o essere stato trasportato in una dimensione per lui nuova ed irreale ove tutto è già scritto, già determinato, già vissuto, già avvenuto; in una dimensione senza tempo ove il passato ed il futuro non esistono, ma è tutto costantemente presente. Già altre volte egli aveva provato questo medesimo stato d’animo, ma solamente accennato, abbozzato, insinuatosi subdolamente tra le pieghe di una coscienza sempre vigile, aggrappata ad una rassicurante quanto confortante logica razionalità; era stato quindi facile per il signor M. ricacciare e seppellire questi pericolosi ed inquietanti viaggi nel paranormale, queste irrazionali fughe verso l’ignoto e l’indominabile con un piccolo sforzo ed un richiamo rigido ed imperioso rivolto a se stesso a rimanere fedele ad un “principio di realtà”, che sempre aveva illuminato, fino ad ora, egregiamente la propria grigia esistenza terrena.

Ma questa volta era diverso, era tutt’altra cosa ed il signor M. aveva percepito, immediatamente, con inquietudine ed apprensione, ma anche con una certa qual curiosità, che l’ineluttabile e l’imponderabile stavano appropriandosi di lui, avvolgendolo nella voce suadente e musicale di Francesca, di cui ancora però egli non conosceva il nome.

“Posso esserle utile in qualche modo?” gli disse lei, con fare professionale, apparentemente distaccato, ma dal quale traspariva evidentemente un interesse personale, che il signor M. avrebbe colto immediatamente, se non fosse stato distratto, obnubilato dalla bellezza di Francesca, che finalmente era arrivato a vedere in volto, essendosi girato con una rigida mossa sui tacchi, verso di lei.

Il suo viso regolare, incorniciato dai lunghi capelli biondi, gli occhi, il naso, la bocca, gli sembrarono subito, nel loro insieme, una visione da sogno, un’immagine sacra, una pittura, un ritratto dipinto ad olio, da un artista sconosciuto di scuola fiamminga che aveva un giorno ammirato per ore in un museo, provando per questo, o forse per la donna raffiguratavi, un sentimento che egli credette si avvicinasse di molto a ciò che gli altri chiamano amore.

Il signor M. non aveva mai provato, prima di allora, un sentimento così forte, un’emozione così violenta, un palpito così impetuoso del cuore che dal petto sembrava volesse raggiungere al galoppo addirittura l’anima e seppure esso fosse suscitato solo da un dipinto, da una figura femminile di altri tempi, ritratta su una tela, ciononostante ne aveva provato un tale sgomento, un tale sovvertimento dei sensi, che non si era più concesso un tale palpitare dell’animo, un tale oscuro e terrifico viaggio, anche se piacevole, negli abissi degli umani sentimenti.

Si era proibito, da allora di osservare figure femminili, seppure ritratte su tela o in fotografia e di far sognare su di esse e per mezzo di esse le ali della fantasia e dei desideri mai confessati, rinchiudendosi, così, in una dignitosa, impenetrabile solitudine sentimentale ed affettiva.

Non che il signor M. non vedesse gente, persone, amici, conoscenti; questo no, non è possibile dirlo, anzi è vero il contrario; ma tutta questa moltitudine umana rimaneva come a distanza, come tenuta fuori dalla porta del suo animo, attendeva sulla soglia aspettando un invito ad entrare nel di lui cuore, che però non giungeva mai; la paura di un coinvolgimento emotivo troppo intenso teneva serrato, sbarrato, impenetrabile, l’accesso all’animo del signor M., il quale, invece, coscientemente lo avrebbe desiderato aperto, spalancato accogliente per tutti.

Quando vide Francesca il signor M. ebbe un sobbalzo, un tuffo imperioso nel cuore, che cominciò a battere all’impazzata, come uno squadrone di cavalleggeri lanciato al galoppo in una carica impetuosa a lance in resta e sciabole sguainate; il viso gli divenne pallido come un lenzuolo immacolato e piccole, minuscole goccioline di sudore cominciarono a raccogliersi impercettibilmente sulla fronte che si prolungava, senza soluzione di continuità nella incipiente, inarrestabile calvizie.

Se i suoi movimenti non fossero stati impediti, paralizzati, dall’improvviso sussulto emotivo, dalla tempesta dell’animo, che aveva congelato ogni suo muscolo, il signor M. avrebbe certamente e spontaneamente portato la mano destra, con gesto meccanico ed abituale alla corrispondente tasca dei pantaloni grigi ove risiedeva, naturalmente ben stirato e ben piegato, un fazzoletto immacolato di cotone con le iniziali ricamate a mano, allo scopo, manifesto, di detergersi il sudore dalla fronte e, misconosciuto, ma più veritiero, di creare una manovra diversiva per scaricare la tensione e distogliere l’attenzione.

Ma questa volta ogni strategia ben collaudata e sperimentata, non era possibile e nemmeno fu tentata. Francesca era bellissima agli occhi del signor M., ma soprattutto somigliava impressionantemente, era la copia, la sorella gemella, della donna misteriosa ritratta nel dipinto che tanto lo aveva emozionato e sconvolto fin nel più profondo dell’animo.

Egli non credeva ai suoi occhi. Era qui, avanti a lui, in carne ed ossa almeno così a lui appariva, la fantastica protagonista dei suoi sogni, la donna della memoria, vista solo una volta e mai più dimenticata, l’assidua visitatrice notturna ed onirica dei suoi sonni solitari, il fantasma muto ed immobile che stazionava ore ed ore, giorni, nell’animo martoriato di colui che già l’amava senza saperlo.

Il signor M. batté le palpebre più volte, muovendo gli unici muscoli che ancora rispondevano ai suoi comandi e agli imperativi impartiti dal suo cervello, nel tentativo di dirimere con se stesso l’annosa questione riguardante il dilemma se fosse sveglio o ancora addormentato; a trarlo d’impaccio giunse di nuovo la voce di Francesca, la quale fingendo di non aver già prima rivolto la stessa domanda rimasta senza risposta, chiese di nuovo e con fare ancora più dolce e suadente: “Posso esserle utile in qualche modo?”.

Non riuscendo a svegliare il pallido omino, fattosi ancora più cereo in volto, dal suo sonno di sbalordimento ad occhi aperti, Francesca prese nuovamente l’iniziativa e fattasi più ardita e decisa, cinse con il proprio braccio quello del signor M. che pencolava inerte e paralizzato lungo il fianco ed esercitando una modica, ma determinante pressione, allontanò dolcemente, amorevolmente e delicatamente il suo muto interlocutore dallo scaffale delle giacche blu marino, dicendogli, anzi mormorandogli quasi nell’orecchio: “Ma perché vuole comprare ancora una giacca blu? Chissà quante ne avrà uguali in casa. Venga con me; le mostrerò una bellissima sahariana gialla, che le piacerà senza dubbio, e sono certa le starà a pennello”.

Così facendo si incamminò verso un altro scaffale, sempre facente parte della sua giurisdizione e sempre tenendo dolcemente avvinto al suo il braccio del signor M. il quale, condotto come un automa, aveva rinunciato del tutto ad opporre qualsivoglia resistenza; ma forse non l’avrebbe mai neppure provato.

Pochi passi li separavano dal punto di arrivo, dall’approdo previsto e predeterminato da Francesca, passi che al signor M. apparvero eterni, infiniti, bellissimi: passi che egli avrebbe voluto non finissero mai, ma continuassero per sempre, per tutta intera la sua vita, fino alla morte; passi che al signor M. dettero in un istante tutta la gioia, tutta la felicità, di cui non aveva mai goduto fino ad allora, e di cui nemmeno si riteneva in diritto dì godere. Ma purtroppo quei passi terminarono ed al termine di questi Francesca si fermò e con lei il signor M., all’unisono.

Questi sarebbe stato contento di morire in quel momento, di concludere lì la sua esistenza terrena, di terminare la sua insulsa ed insignificante esistenza, tale ora gli appariva per la prima volta ed in tutto il suo squallore, al braccio di questa donna sconosciuta, ma da sempre conosciuta, vista una volta in un ritratto di altri tempi, mai più dimenticata, ed ora reincontrata, ritrovata, riconosciuta per la prima volta, e per la prima volta in carne ed ossa, viva e non dipinta sulla tela.

Rivolse in tali termini una preghiera al suo Dio particolare e personale, ma questi, per fortuna, era distratto e non sentì, o non volle sentire; o forse le Sue idee ed i suoi programmi a proposito erano diversi e dissimili dai desideri del signor M. Fatto sta che essi non si esaudirono minimamente, ma, al contrario, Francesca, tratta giù dallo scaffale una sgargiante sahariana gialla, che al signor M. apparve strettissima e paurosamente vistosa, lo costrinse a cavarsi di dosso la sua sobria e sovrabbondante giacchetta blu marino e lo obbligò dolcemente, ma decisamente ad indossarla.

“Le sta benissimo!” aggiunse subito con entusiasmo ed esaltazione; “è fatta su misura per lei”. “E poi”, continuò con voce più bassa, falsamente più timida e modesta, ma in realtà più suadentemente accattivante, “ho sempre sognato di essere invitata a cena da un uomo calvo coi baffi e gli occhiali d’oro, con un meraviglioso papillon annodato attorno al collo e con indosso una sahariana gialla. Vuole essere questa sera il mio cavaliere?”.

Il signor M. non tornò più a ritirare le sue preziose scarpe dall’uomo vestito di arancione, né pensò più ad esse.

 

*Dice di sé.

Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.


DIEGO ABATANTUONONei miei film non c’è mai il contrario di quello che penso:

questo è poco ma sicuro. Anche perché non sono sempre

sicuro di aver ragione, di aver capito tutto.

(Da “Il secolo XIX2002)

 

Ernesto Bis -Toni e Sheila, confusione e liberazione

Occorre incontrarsi sul terreno della buona fede, poiché coloro che liquidano la contestazione giovanile quale frutto di giovanile intemperanza o sono in malafede o affrontano il problema irriflessivamente

Ernesto Bis*

Questa è la prima parte della storia di Toni, benzinaio-filosofo-artista, concepita (la storia) nei primi anni settanta. Scritta in quegli anni, lontani nel tempo e soprattutto nel gusto, la storia è chiaramente “datata”: ad esempio l’appello alle mondane di tutto il mondo perché si uniscano a mutua difesa, se all’epoca poteva apparire grottescamente divertente, oggi ha lo stanco sapore del dejà-vu (benché testimoni come anche in una materia così apparentemente frivola la fantasia costumi precorrere i tempi.

Anche se, dunque, manifestamente datata, osiamo riproporre questa storia che ci riporta indietro nel tempo da noi vissuto, nella speranza che il cortese lettore voglia raccogliere almeno questo segnale: anche ciò che oggi diverte, domani potrà far solo sorridere1

 

 

 

Un po’ di politica teorica

 

La mattina del successivo giorno di chiusura del distributore di turno, Sheila condusse Toni all’università, a sentire il professore impegnato nel “seminario” che aveva per argomento le scienze politiche e per tema “Intellettuali e politica”. Il nostro uomo in verità recalcitrava, un po’ per la già esposta perplessità circa il vocabolario, un po’ per la sua onesta diffidenza verso gli intellettuali patentati e i loro discorsi, un po’ per la nota insicurezza delle aule universitarie.

“Ti piacerà, vedrai – lo aveva invogliato Sheila – il professore è un uomo di spirito, anche se non è a tutti chiaro da che parte stia”.

L’aula era qualche cosa di molto diverso da quello che Toni ricordava dei suoi anni di scuola: i muri erano tutti pieni di scritte nelle quali egli, nella sua ingenuità, ravvisava gli estremi di autentici reati, che andavano dalla ingiuria a ben specificati personaggi al vilipendio alla religione di stato e dal turpiloquio alle minacce; l’uditorio era composto da hippies, da gente in tuta da lavoro e da femmine in abbigliamenti e atteggiamenti che la sua esperienza (invero scarsissima, come si è visto) avrebbe collocato, più che nel tempio della cultura, in templi chiusi a suo tempo da una certa senatrice di cui al momento gli sfuggiva il nome.

Tutti vociavano e fumavano e nessuno si scompose quando entrò il professore, l’unico – oltre a Toni – in giacca e cravatta, che non si mostrò per nulla turbato e cominciò subito a parlare a voce alta, in modo da sovrastare il rumore di quell’assembramento, mentre Sheila tratteneva per la manica Toni che stava per alzarsi in piedi in segno di rispettoso saluto, come usava ai suoi tempi allorché l’insegnante entrava in classe.

“Vorrei essere molto sobrio, anche se non reticente, perché sono convinto che l’uomo riceva più messaggi di quanto non sia capace di elaborare e di archiviare nella mente sotto forma di informazioni; d’altra parte, temo che mi dilungherò, o mi ripeterò, ogni qual volta mi coglierà il dubbio di non essere stato in grado di puntualizzare compiutamente l’essenziale del tema, dato che l’argomento del seminario ha per me, insegnante, forti implicazioni morali.

Come ho accennato nel nostro precedente incontro, nei confronti dell’università taluni dei nostri politici si sono comportati come quegli uomini che, non avendo potuto ottenere le grazie di una certa signora, se ne vendicano sparlandone”.

Mentre Toni, stupefatto, incassava una gomitata di intesa da Sheila, il professore proseguì: “Non che l’università sia più una signorina illibata, anzi è già stata alquanto delibata, ma almeno non è adusa al rapporto con i politici, a differenza di altre strutture dello Stato, da costoro sedotte e poi non certo abbandonate, ma irreggimentate nelle proprie scuderie, come si verifica sulle pubbliche strade ad opera di certi intraprendenti personaggi”. Toni non poté trattenersi dal ridere, attirando su di sé sguardi di commiserazione.

“Il mondo è popolato da capaci e incapaci, meritevoli ed immeritevoli (il riferimento alla nostra Costituzione è trasparente), come vi sono grassi e magri, alti e bassi, belli e brutti, biondi e bruni, maschi e femmine. Orbene, se è nobile adoperarsi perché l’incapace e immeritevole divenga capace e meritevole, è demagogico adoperarsi semplicemente perché l’incapace e immeritevole… divenga dottore…”.

Toni era d’accordo, ma l’assemblea tumultò e con grandissima meraviglia del nostro volò addirittura qualche improperio. Per nulla intimidito il professore replicò. “Rispondere alle argomentazioni con ingiurie è mettersi sulla stessa strada che condusse l’inquisizione a rispondere a Giordano Bruno con il rogo ecclesiastico, che condusse il fascismo a rispondere ai fratelli Rosselli con l’omicidio su commissione, che condusse lo stalinismo a rispondere a Slansky con la forca di stato”.

Quando il boato che queste parole provocarono fu attutito, l’imperterrito oratore continuò: “Io però non mi sento toccato dalle offese di voi giovani: la mia personale età verde mi è, infatti, ancora così vicina da consentirmi di ricordare benissimo, come fosse ieri, l’entusiasmo, la fiducia e la foga che mi animavano. A quell’epoca – e non erano che gli anni cinquanta – usavano ancora vecchi Soloni i quali costumavano eventualmente offendere i giovani anziché esserne offesi: piuttosto che assomigliare a quelle cariatidi, preferirei scambiarmi contumelie con voi, anche se tale pratica mi è visceralmente estranea.

Cerco di dire che io comprendo benissimo la protesta – fresca, giovane appunto – di chi non vuole sentirsi corresponsabile di tante mancate innovazioni, disagio che può esplodere in forme particolarmente vistose; cerco anche di dire che l’ingiuria – specie se rivolta a chi non se la merita o se scagliata, come una bomba, a un’intera categoria di persone – suscita d’abitudine irritazione o irrigidimento, ciò ha un effetto opposto a quello programmato dall’entusiasmo che arma la laringe dell’offensore.

Cerco soprattutto di dire che occorre trovare al più presto un incontro sul terreno della buona fede, poiché coloro che liquidano frettolosamente la contestazione giovanile quale frutto di giovanile, appunto, intemperanza ovvero di irresponsabile immaturità, o sono in malafede o affrontano il problema emotivamente, irriflessivamente, cioè si pongono sullo stesso piano di coloro che lanciano ingiurie senza neppure prendere la mira, facendole piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Questo discorso non può, né deve, trovare consensi presso quelle minoranze – molto contenute come numero, anche se molto incontinenti come attività – che non hanno interesse alla distensione, quale che sia la loro collocazione: avanti o indietro, sopra o sotto, a destra o a sinistra ovvero in qualche altra dimensione non euclidea”.

Un crescente mormorio accolse queste parole, ma il professore continuò: “Tanto per tentare di spiegarmi fino in fondo, vorrei cercare di fare intendere che non sto neppure avvallando la cosiddetta teoria “degli opposti estremismi”, che chiamerei piuttosto “degli opposti isterismi”, avversando la quale taluno sembra voler distinguere – se ho ben capito – tra una violenza primigenia e un movimento di resistenza che vi si oppone. Io sono, infatti, dell’idea che l’identificazione di tale violenza, cioè la diagnosi della malattia sociale che ci affligge e la relativa terapia (magari chirurgica, non nego), debba venire solo dallo Stato”.

Ancora una volta, l’oratore fu interrotto da grida, ma non appena il clamore si attenuò, concitatamente proseguì: “E poiché lo Stato proditoriamente è stato precipitato nell’abisso di perduta credibilità nel quale stiamo annegando, sono anch’io dell’avviso che vi sia un urgente bisogno di un radicale ricambio delle persone fisiche sulle quali pesa questa responsabilità.

Tali persone, poche centinaia, hanno creato una rete di interessi, complicità, omertà e correità, che stimo coinvolga alcune centinaia di migliaia di italiani, includendo nel computo coniugi, prole, genitori, suoceri e altri stretti parenti dei titolari del legame mafioso con l’oligarchia detentrice del potere.

Tali titolari sono tutti coloro che, vivendo con i loro congiunti a spese del pabulum sottogovernativo messo a loro disposizione dall’oligarchia dominante, alle scadenze elettorali vengono massicciamente mobilitati onde persuadano tutti gli altri cittadini, cioè le vittime del loro parassitismo, a votare more solito, cioè in modo da mantenere l’establishment”.

Toni ormai non si stupiva più di nulla, circa il comportamento dell’uditorio; tuttavia provò una certa sensazione quando uno studente, per altro acconciato più propriamente degli altri, osò interrompere il professore per dire: “Senta, io provengo da una scuola alberghiera, cioè in pratica ho fatto il cameriere fino a ieri: ho studiato l’inglese e credo di sapere che establishment significa “situazione” o “potere costituito”, ma non so nulla di latino; quindi la prego di non usare più questa lingua, che ormai è morta anche per i preti, e di spiegarci cosa significano le espressioni che ha impiegato”.

Per nulla offeso, il professore precisò: “Pabulum significa “mensa” e si impiega nel linguaggio scientifico per indicare materiali nutritizi su cui si sviluppano esseri viventi, per lo più germi. More solito significa “secondo l’usuale costume” cioè “come al solito”: è una locuzione ormai entrata nell’uso comune. Riprendendo il filo del discorso, vorrei sottolineare che la persuasione a votare come al solito viene esercitata più o meno occultamente, attraverso i mezzi tecnici oggi a disposizione, cioè i mass media o “mezzi di comunicazione di massa” – precisò l’oratore rivolgendosi all’ex cameriere il cui titolo di studio consente oggi l’iscrizione all’università – dai quali mass media i prodotti della propaganda politica vengono confezionati e venduti al pubblico come quelli della campagne promozionali dei detersivi e dei deodoranti.

Naturalmente, la cosa comporta spese enormi, che vanno ad aggiungersi a quelle necessarie per il mantenimento dei mastodontici apparati dei partiti, spese che vengono affrontate grazie alle estorsioni e alle connivenze di cui sono piene le cronache, cronache che talora giungono agli atti delle competenti commissioni parlamentari, ove si fermano.

Vi è dunque un modo molto più efficace della violenza per rovesciare la situazione, un modo incruento che risulta congeniale a tutti coloro che preferiscono usare il cervello anziché le mani (a casaccio, cioè sui giusti e sugli ingiusti, come appunto fanno i terroristi)”.

A questo punto il clamore si fece assordante e Toni ebbe modo di obiettare che l’assemblea era grosso modo divisa in due fazioni, delle quali l’una sembrava concordare con il docente o quanto meno intendeva lasciarlo proseguire, mentre l’altra ne dissentiva ed esprimeva il suo dissenso con espressioni coinvolgenti la paternità degli interlocutori e insinuanti rapporti illegittimi di madri e sorelle nonché consimili irregolarità di cui Toni non udiva più parlare dai tempi del suo servizio militare, prestato in fanteria.

Si accennò persino qualche tafferuglio, fortunatamente abortito. Gradatamente, la voce tonante del docente superò il clamore: “Questa procedura comporta l’impegno di tutti coloro che hanno compreso i termini della questione (e in primo luogo, quindi, degli intellettuali, cioè di coloro che per definizione lavorano con il cervello).

Tale impegno deve essere volto a pretendere che dalle liste elettorali siano proscritti gli uomini compromessi e in subordine deve essere volto ad adoperarsi perché le preferenze siano accordate a uomini nuovi.

Bisognerebbe poi che i cittadini entrassero in massa nei partiti, riducessero al minimo la delega dei poteri ai vari capi (che tra l’altro, talora sono autentiche code!) e rendessero il mestiere di capo così impegnativo che i prescelti non solo non dovrebbero far nulla per essere confermati, ma al contrario dovrebbero veder l’ora di essere esonerati e di poter così passare la mano ad altri.

Oggi, invece, la scalata al potere scatena grosse guerre intestine nell’ambito dei singoli partiti e cosa vi sia nel grosso intestino, chiunque lo apprende dal proprio olfatto sin dalla nascita… La situazione è nel complesso tale da richiamare la definizione di Valery, secondo cui la politica è l’arte di impedire alla gente di immischiarsi nelle faccende che la riguardano…

È evidente che l’alternativa a questo estremo tentativo di salvataggio della democrazia non può essere che una dittatura, la quale avrebbe, è vero, un volto italiano, ma pur sempre dittatura sarebbe…”.

Come Toni da parecchio prevedeva, il “seminario” esitò in tumulto: il professore si ritirò, il clamore andò alle stelle, oggetti vari solcarono la rovente atmosfera dell’aula, gruppuscoli avversi cominciarono a dialogare manualmente.

Defilando Sheila dietro di sé, Toni riuscì a fatica a guadagnare l’uscita. “Non quelle del professore – fu il suo commento – ma quelle degli studenti, sono le scienze politiche che applicano i nostri politici”.

 

1) Pubblichiamo uno stralcio dal libro “Toni e Sheila (confusione e liberazione)”, di Ernesto Bis (Giardini Editori e Stampatori in Pisa, 1986). Riproduzione riservata.

*Dice di sé.

Ernesto Bis pseudonimo di  Francesco Candura, professore emerito di medicina all’Università di Pavia.

Rudy Tarantino - Sulpicia, la Saffo dell’antica Roma

Poetessa di carattere, emblematica, che si ispirava ai poeti neoteroi. I suoi versi sono una dichiarazione dell’uguaglianza sociale tra gli uomini

Rudy Tarantino*

Nella letteratura latina emergono, esclusivamente, figure di autori uomini, per cui si è sempre ritenuto che alle donne non fosse concesso scrivere, tanto meno leggere. Nonostante Tito Livio ed altri famosi storici antichi raffigurassero nelle loro opere donne colte e partecipi non solo dell’elite culturale del mondo antico, ma anche della società e della politica dei Cesari, già gli umanisti allontanarono l’idea che nel mondo classico potesse esserci un autrice, una poetessa o una scrittrice degna di nota.

Il tutto veniva spiegato semplicemente, avvalorando l’idea che la letteratura, come lo scrivere, era cosa da uomini e che le donne non avessero la giusta predisposizione d’animo al mondo delle lettere, al genio letterario. Questi pregiudizi erano rafforzati anche dal fatto che nel mondo antico alle donne non era concesso recitare a teatro e che, dunque, le parti femminili nelle opere teatrali classiche erano rappresentate dagli uomini. Si è venuta così a creare una letteratura e una visione del mondo antico completamente “al maschile” che, in realtà, mette in ombra uno dei veri aspetti della classicità: un mondo nel quale, infatti, esistevano tante poetesse, donne dall’animo sensibile che deliziavano con il loro canto un vasto e colto pubblico.

È inutile soffermarsi sulla celeberrima poetessa di Lesbo, Saffo, tanto decantata e imitata fino ai nostri giorni: la novità è che anche la letteratura latina, spesso imitatrice delle opere greche, può vantare nella sua lunghissima lista di autori, autrici famose e ricercate. È il caso di Sulpicia, poetessa dalla sorte, purtroppo, tragica. Caduto l’Impero romano, come molti altri autori del mondo antico, viene pressocchè dimenticata. Le sue opere non sono state mai ritrovate, se non accennate o citate da altri grandi autori latini, che la descrivevano come una cortigiana dell’imperatore Domiziano, scambiandola, però, con un’altra Sulpicia vissuta molto tempo dopo.

Di Sulpicia, la poetessa, oggi, non restano che pochi componimenti, desunti dal “Corpus” di Tibullo, poeta a lei contemporaneo. Si ritiene, appunto, che nelle opere attribuite a Tibullo dalla tradizione, siano confluite anche alcune poesie di Sulpicia e che ciò sia dovuto dal fatto che entrambi decantavano un amore non ricambiato. Analizzando accuratamente alcune elegie si evince una poetessa di carattere, emblematica, che si ispira ai poeti neoteroi e, in particolare, alle poesie amorose di Catullo, il maggior poeta d’amore del mondo classico. Ma chi era veramente Sulpicia? In quale ambiente socio-culturale aveva vissuto e dove aveva maturato la sua poetica d’ispirazione catulliana?.

Le prime notizie sull’esistenza di Sulpicia – nonchè la sua riscoperta – si devono all’americano Carol Merriam, che nel 1991 pubblicò un articolo sulla “scoperta” della poetessa romana. Visse a Roma, ai tempi di Augusto, ed era la nipote di Messalla, compagno di studi di Cicerone.

Messalla, al cui circolo, secondo fonti di poeti dell’epoca, Sulpicia apparteneva, era un grande generale che aveva combattuto a fianco di Ottaviano nella battaglia di Azio, nel 31 a.C. Divenuto sostenitore della politica augustea e intimo amico di Mecenate, fondò anch’egli un circolo che prese il suo nome. Il circolo di Messalla, appunto, raccoglieva numerosi poeti e pensatori del tempo. Tra i frequentatori di questo circolo è da ricordare proprio Tibullo nel cui corpus sarebbero confluite le poesie di Sulpicia. Le composizioni attribuibili alla poetessa sarebbero sei poesie (dalla settima alla dodicesima) del IV libro delle elegie di Tibullo.

In questi componimenti si evince un’appassionata storia d’amore tra Sulpicia e Cerinto. Non si sa chi sia Cerinto, anche se alcuni studiosi, come Eva Cantarella, suppongono si tratti di uno schiavo o comunque un uomo di bassa estrazione sociale. Ciò spiegherebbe sia il tono sempre drammatico usato dalla poetessa, sia il problema dell’amore contrastato, tematica saliente nelle elegie in questione. Si crede, non senza ragione, che Sulpicia fosse una donna colta e raffinata, la nipote dello stesso Messalla. Pertanto una fanciulla appartenente alla gens romana, al patriziato, non poteva assolutamente rivolgere il suo cuore a uno schiavo o a uno sconosciuto.

I suoi versi oltre a rivelare l’amore per un uomo di una classe inferiore, sono una dichiarazione poetica dell’uguaglianza sociale tra gli uomini e imitano, stilisticamente, Catullo e le sue nugae, o sciocchezze. È proprio attraverso queste “sciocchezze”, piccole elegie d’amore, versetti semplici e arditi che emerge tutta l’originale vena poetica di Sulpicia. Nelle le sue poesie, infatti, rivela uno stile inconfondibile e ricco di pathos che fa affiorire l’immagine di una donna tormentata per un amore irrealizzabile a causa della classe sociale inferiore di lui. At mihi quid prosit morbos evincere, quum tu / nostra potes lento pectore ferre mala? (Ma a me che cosa giova vincere i mali, quando tu tolleri i nostri mali con un cuore impassibile?), scriveva nell’undicesima elegia. Bisogna considerare che il tema dell’amore tormentato era molto caro ai poeti del tempo, tanto da arrivare dubitare non solo dell’esistenza di Sulpicia, ma anche di quella di Cerinto.

Numerosi studiosi, in realtà, ritennero che fosse lo stesso Tibullo a scrivere queste poesie per una fintio amoris, molto cara alla cultura del tempo. C’è stato anche chi, pur non dubitando dell’esistenza di Sulpicia, ha supposto che il suo destinatario, Cerinto, non fosse altro che Cornuto, amico di Tibullo. A nostro parere, invece, è giusto ipotizzare non solo l’esistenza di Sulpicia, ma anche di Cerinto e di non confonderlo con l’amico di Tibullo. Tale tesi è dimostrabile grazie agli stessi componimenti di Sulpicia, i quali sono stilisticamente molto differenti da quelli di Tibullo e l’immagine di Cerinto che ivi compare è troppo lontana da quella tradizionale di Cornuto, che emerge nelle elegie di Tibullo. Pertanto sono da considerarsi due persone differenti.

Inoltre, anche se non si conosce nulla di Cerinto, basandosi su alcune testimonianze dell’epoca, emerge che questi sia effettivamente esistito e che fosse, proprio, persona di bassa estrazione sociale o uno schiavo. Ciò, come detto, giustificherebbe l’amore tormentato della poetessa, in quanto lei, donna della buona società, non poteva amare, né tanto meno frequentare un uomo di una condizione sociale inferiore.

Cerinto ama perdutamente Sulpicia, ma nulla può contro le leggi di Roma: Sulpicia è troppo ricca e importante per lui. Questo dramma profondo ed intimo fra due amanti diverrà un topos molto caro alla letteratura mondiale. Ma Sulpicia, nonostante le sue poesie godessero, nell’antichità, di un notevole successo e sebbene appartenesse ad circolo culturale molto importante, sarà, purtroppo, pressocchè dimenticata per quell’errata idea, in voga soprattutto nel ‘400-500, secondo la quale ad una donna non poteva essere concesso un posto di riguardo nella letteratura del mondo antico. E in quello odierno?

 

*Dice di sé.

Rudy Tarantino. Nato a Napoli il 15 ottobre 1981. Insegna italiano, latino, storia, educazione civica e geografia nel Liceo Scientifico dell’Istituto Paritario “S. Lucia” di Napoli, Colli Aminei. Collabora con “la Tribuna” di Poggiomarino (Na). Tante passioni. La sua frase preferita, il detto memorabile del napoletano Giambattista Vico: “Ho uso di sempre o leggere o scrivere o meditare”.

MICHELE PLACIDOPiù che premiare l’ennesimo film di guerra…

preferirei attribuire il Leone a un film capace di indagare sui misteri

dell’esistenza e dell’uomo. Partendo dal privato si può

capire meglio il perché di tante cose che non funzionano.

(Da “Corriere della sera”, 2006)

 

 

 

LINA WERTMÜLLER

Come regista, ovviamente, ho pensato più di una volta a Mina,

perché mi piace moltissimo, soprattutto per la sua particolare

caratteristica di mettere insieme il freddo e il caldo.

(Da “Mina. I mille volti di una voce”, 1998)

 

SCIENZA Tiziana Stallone - Alimentazione, miti affidabili e false credenze

Metodi ammantati da credibilità scientifica continuano ad essere ritenuti veritieri e a distogliere l’attenzione dall’unica terapia per dimagrire: contenere le calorie ed aumentare il dispendio energetico

Tiziana Stallone*

La scienza dell’alimentazione è una disciplina giovane, che ha acquistato una sua dignità in senso clinico e terapeutico solamente negli anni quaranta, nell’immediato dopoguerra, grazie agli studi pionieristici, condotti dal biologo e fisiologo americano Ancel Keys, sulle virtù della dieta mediterranea, rispetto allo stile alimentare ricco di grassi animali di America e nord Europa.

Prima di allora, le ricerche in tema di nutrizione, si vantano pochi nomi di rilievo. Tra questi Santorio Santorio (1561-1636), medico e filosofo, nato in Slovenia, ma italiano per formazione ed esercizio della professione, fantasioso ideatore della stadera, una bilancia per lo studio dei fenomeni correlati alle variazioni del peso corporeo. L’attrezzatura consisteva in una struttura di legno sospesa ad un’enorme bilancia, nella quale trovavano posto una sedia, un letto ed una scrivania.

Per circa trenta anni lo scienziato dormì, mangiò, lavorò e svolse attività fisiche di vario tipo e natura sulla sua stadera, al fine di monitorare le oscillazioni del peso corporeo. Sulla stadera di Santorio trovò ospitalità anche Galileo Galilei. Santorio rilevò che il peso degli alimenti ingeriti era significativamente superiore a quello delle sostanze escrete. Dedusse così che il cibo non era eliminato solamente attraverso forme visibili (feci, urine o sudore), ma almeno una parte degli alimenti, e della loro potenziale energia, veniva liberata per altre vie, principalmente attraverso i pori cutanei, con un meccanismo ben noto ai fisiologi moderni e che egli stesso definì perspiratio insensibilis.

Fu poi il medico Joseph Goldberger (1874-1929), nel corso delle sue ricerche sulla pellagra, malattia che aveva raggiunto proporzioni epidemiche tra i raccoglitori di cotone dell’America del sud e tra le popolazioni rurali di Spagna e nord Italia, il primo a scoprire i risvolti patologici delle carenze nutrizionali, dando alla scienza dell’alimentazione un risvolto pratico-clinico.

La pellagra rappresentava allora un enigma poiché, seppure possedeva tutte le caratteristiche di una malattia infettiva per diffusione e letalità, essa non rispondeva ad alcuna terapia ed alla pratica dell’isolamento, contagiando impietosamente le classi meno abbienti della popolazione.

A Goldberger il merito di aver scoperto, tra le solite polemiche e le avversità che tutti gli studi di rottura comportano, che la causa della pellagra non risiedeva in un agente patogeno avverso agli umili, ma nella dieta che essi seguivano.

Dieta monotona a base di solo mais, priva di carne, derivati animali, frutta e verdure fresche.

Lo stesso Goldberger, resosi amaramente conto che arricchire la dieta dei poveri fosse il suo vero compito irrealizzabile, prima di morire lasciò in eredità un economico rimedio terapeutico: estratto secco di lievito di birra, che oggi sappiamo esser ricco di niacina, anche nota come vitamina PP, dall’inglese pellagra preventing.

Ad un secolo di distanza da Goldberger e dalla pellagra, le questioni alimentari che ci coinvolgono direttamente non sono più gli stati carenziali, piuttosto gli eccessi calorici e la loro ripercussione sul nostro stato di salute.

Nemmeno la frugale dieta mediterranea di Keys e dei contadini del cilento, tra i quali egli visse fino al 2004, anno in cui morì alla confortante età di 100 anni, è più in grado di esplicare il suo ruolo protettivo, poiché tale dieta è stata soppiantata da suadenti modelli alimentari ipercalorici ed appetibili, associati ad uno stile di vita sedentario, che talvolta rasenta, specie nei più giovani, la semi-immobilità.

Nuovi problemi di salute e nuove emergenze da affrontare, quali sovrappeso e obesità e con essi diabete, ipertensione, dislipidemie e cardiopatie: le nostre nuove epidemie.

Torno a tal proposito a ripetere che la scienza dell’alimentazione, a tutt’oggi, è una disciplina giovane, con nuovi, emergenti, inquietanti allarmi da affrontare verso i quali le armi a disposizione degli speti sono poche ed anche spuntate, poiché non esiste una terapia farmacologica risolutiva, ma solamente molecole che sono di supporto al paziente che desidera dimagrire. La stessa chirurgia bariatrica, che dovrebbe rappresentare il rimedio ultimo – dopo diverse diete fallite e nessuna risposta ai farmaci – per garantire una perdita efficace di peso e il miglioramento o la risoluzione delle patologie ad esso connesse; seppur salvavita in molti casi, non può essere millantata come una pratica risolutiva e non è assolutamente priva di rischi e rimane, comunque, vincolata alla collaborazione e alla forza di volontà del paziente.

In questo panorama poco confortante e di difficile soluzione, il paziente in sovrappeso è, continuamente, distolto e circuito da allettanti promesse di dimagrimenti indolori, grazie a questo o a quel metodo rivoluzionario e risolutivo.

Alcuni di questi metodi, ammantati da credibilità scientifica e sostenuti dalla pubblicazione di best-sellers letterari, continuano ancora ad essere ritenuti veritieri e a distogliere l’attenzione dall’unica terapia ad oggi nota per dimagrire: contenere le calorie ed aumentare il dispendio energetico.

Triste verità, che risulta spesso indigesta alle vittime del cibo.

Pertanto non è infrequente riscontrare, tra gli innumerevoli tentativi di dimagrimento di una persona, la presenza di diete incongrue e di false credenze nutrizionali, che proprio chi è avvezzo alle diete non dovrebbe avere. Le cause di questo dilagare di affabulatori e dispensatori di impropri consigli sono, a mio avviso, molteplici.

La prima risiede nell’ingerenza che molti professionisti di altre discipline esercitano in tema di diete. Piani dietetici sono comunemente somministrati da istruttori di palestre, erboristi, estetisti, naturopati e quant’altro, trasformando l’alimentazione in qualcosa di empirico e standardizzato, privo di radici consolidate da anni di studio dedicato.

Pertanto, senza nulla obiettare alla preparazione di questi professionisti nelle loro discipline, mi preme sottolineare che è doveroso ridimensionarne le competenze, poiché la prescrizione di una dieta spetta a poche figure professionali quali il dietologo, il nutrizionista (laureato in medicina, in biologia o in scienza della nutrizione umana) e al dietista, sotto supervisione medica.

Un’altra causa del dilagare di miti e false credenze in tema di alimentazione è di natura psicologica, per il fatto che con una dieta seria e sicura un paziente obeso impiega, per ritrovare la propria forma fisica, almeno un anno con impegno, dedizione e sacrificio. I miti e le credenze nutrizionali sono, invece, una confortante scorciatoia, una via di fuga dall’incapacità di sostenere una dieta con costanza, una piattaforma da cui farsi sostenere quando si è a corto di volontà e di pazienza.

Tuttavia, recarsi da un dietologo o da un nutrizionista, non ci dispensa dal poter incorrere in spiacevoli situazioni. Troppe sono le diete formalmente perfette, somministrate senza sondare a sufficienza i gusti e le abitudini.

Tante le prescrizioni frettolose, affidate al freddo calcolo di un programma, diete che ho avuto modo in prima persona di visionare e che non tengono conto nemmeno delle comuni porzioni dei supermercati.

Ricordo ad esempio una dieta che riportava 60g di yogurt come spuntino pomeridiano, quando i comuni vasetti sono tarati a 125g! Frequenti le diete prestampate, consegnate sul momento o le visite condotte con il cronografo al polso e la fila di clienti dietro la porta.

Il paziente obeso non ha bisogno di una dieta, ma di essere aiutato a sostenerla, di essere guidato in un percorso ipocalorico a lungo termine, aiutato a gestire le eccezioni e ad assecondare le proprie preferenze.

Paradossalmente, il nutrizionista è colui che aiuta a mangiare di più, liberando dai sensi di colpa, nei limiti di un’alimentazione ipocalorica e bilanciata.

Quella da cibo può essere considerata una reale dipendenza. Numerosi sono gli studi che confermano come cibi appetibili, in particolar modo i carboidrati, gli zuccheri semplici, i grassi e i cibi salati come patatine e simili sono in grado di innalzare i livelli di dopamina, un neurotrasmettitore a cui è associato uno stato di benessere, con meccanismi sovrapponibili a quelli messi in moto da alcol, droghe, fumo, da un acquisto gratificante o dal sesso.

A questo punto, potrebbe tornare utile citare alcune delle false credenze, che si sono diffuse negli anni, certa che in almeno una di queste possa essere incappato l’incauto lettore di questo articolo: le diete di sole verdure meglio note come “dieta del minestrone” o i digiuni talvolta sostenuti da litri di soluzioni zuccherine come il succo d’acero, sponsorizzati come funzionali ad una presunta disintossicazione. Queste diete in realtà promuovono, anziché inibire, la formazione di scorie metaboliche come ammonio e corpi chetonici, poiché, assieme alla lipolisi, causano la perdita di massa muscolare.

Tali diete sono pericolose se protratte nel tempo, poiché favoriscono ipoglicemia, ipotensione, perdita di muscolo e liquidi, anziché di massa grassa, con conseguente rallentamento del metabolismo.

Le diete iperproteiche, prive di pane e pasta. Tali diete sono accattivanti, poiché causano in breve tempo una significativa perdita di peso, che tuttavia ricompare a seguito dell’introduzione anche di un piccolo quantitativo di carboidrati.

La biochimica può smascherare il trucco del facile quanto labile calo ponderale. I chili persi in questo modo non sono dovuti al solo grasso, ma anche allo svuotamento del glicogeno epatico (la riserva di carboidrati nel fegato) che, assieme alla sua acqua di idratazione, ammonta a circa 2 chili.

Le riserve di glicogeno sono rapidamente ripristinate, a seguito della reintroduzione di zuccheri, con conseguente incremento ponderale. Le diete iperproteiche sono sbilanciate e nel tempo causano ipoglicemia, disidratazione, alterazioni del tono dell’umore, a causa dell’eliminazione dei carboidrati e sovra-affaticamento renale.

La dieta delle pseudo-intolleranze alimentari, quelle eseguite con test (anche con prelievo di sangue) la cui validità scientifica rimane dubbia. Quando si è affetti da un’intolleranza alimentare seria (come quella al glutine o al lattosio) si rischia di dimagrire e mai di ingrassare.

Le diete delle false intolleranze, invece, sono diete evitative abilmente camuffate. Tipica è la presunta diagnosi di intolleranza al lievito.

Da un lato questa diagnosi alleggerisce la coscienza del paziente in sovrappeso, che individua finalmente la causa del suo stato, dall’altro tale intolleranza diviene un espediente per eliminare dalla dieta del malcapitato pane, dolci, pizza, non a caso alimenti che, se assunti in eccesso, fanno ingrassare. La conseguenza principale di queste diete è quella di fornire un modello alimentare frustrante e non sostenibile, con l’inevitabile riaffiorare del peso in eccesso a seguito della reintroduzione degli alimenti banditi.

La dieta dissociata, che non è una dieta costruita appositamente per i pazienti psicotici, come sospettò erroneamente mio marito psichiatra, e per sua natura refrattario alle diete, ma quella che si basa sulla separazione degli alimenti: carboidrati e verdura a pranzo e proteine e verdure a cena.

Seppur tra le diete citate, quest’ultima, a meno che non ci si trovi di fronte a patologie quali diabete o insufficienza renale, non racchiude in sé rischi particolari per la salute, bisogna avere sempre l’onestà intellettuale di giustificare al paziente le motivazioni per le quali si somministra una dieta, senza ricercare a suo sostegno spiegazioni scientifiche infondate. Tale dieta si basa sul presupposto che dividere pasta (carboidrati) dalla carne, pesce o formaggi (proteine), agevoli la digestione e favorisca il dimagrimento.

In realtà, la composizione bromatologica della pasta contiene oltre ad una percentuale preponderante di carboidrati, anche una buona quota di proteine.

Così la mozzarella non è composta di sole proteine, ma anche di grassi e carboidrati.

Dividere il primo dal secondo non ha dunque alcun senso, se non quello di obbligare il paziente a servirsi di una sola portata, contenendo in questo modo le calorie. Il vantaggio è anche di chi somministra la dieta, che non ha bisogno di lavorare ulteriormente per elaborare una dieta personalizzata.

In più, quando un alimento, come ad esempio la pasta, dopo aver soggiornato nello stomaco, si riversa parzialmente digerito nel duodeno, gli enzimi pancreatici liberati per il completamento della sua digestione, sono una miscela in grado di digerire proteine, grassi e carboidrati.

Dunque il pancreas non è in grado di modulare il suo secreto in funzione del cibo ingerito. Pertanto, anche se un alimento fosse ipoteticamente mono-nutriente, la digestione sarebbe comunque attivata integralmente, senza semplificazioni o accelerazioni.

Per concludere, la dieta a zona quella che è forse la più in auge al momento o che, comunque, ancora non è stata soppiantata da altrettanto noti modelli nutrizionali.

Tale dieta, elaborata dal biochimico Berry Sears, racchiude in sé delle qualità. La prima è quella di aver riavvicinato le persone ai grassi, alimenti essenziali per un’alimentazione bilanciata, di aver promosso il consumo di pesce e di acidi grassi omega-3, dalle proprietà antiossidanti e cardio-protettive. In più la dieta a zona, a mio parere, ha giustamente ridimensionato e non eliminato le porzioni di carboidrati.

L’uomo è, infatti, in grado di sintetizzare grassi anche a partire dall’eccesso di zuccheri, se questi non sono neutralizzati da una corretta attività fisica. La pecca della dieta a zona sta nell’essere diventata un fenomeno commerciale e di aver assunto una sorta di “missione”, quella di raggiungere ad ogni pasto, il difficile 40, 30, 30, intendendo con questi numeri, il rapporto in percentuale tra carboidrati, proteine e grassi. Da qui il proliferare di snack ed alimenti confezionati per aiutare il raggiungimento della zona. In realtà la buona salute ed il dimagrimento non dipendono esclusivamente da questa miracolosa combinazione di multipli di dieci, e la concessione di un piatto di pasta o una pizza non dovrebbe rappresentare un pericolo o scaturire sensi di colpa in nessuno.

Per fortuna il nostro corpo è una macchina metabolica capace di adattarsi e tollerare, per breve tempo, un’alimentazione non equilibrata. Il metabolismo, e cioè l’andirivieni delle reazioni biochimiche che costruiscono (e demoliscono) il nostro corpo a partire dai nutrienti e gli permettono di funzionare, è un groviglio di circuiti molecolari ad incastro, che prevede vie alternative, di riserva, capaci di tamponare a breve termine possibili carenze o eccessi. Questo per ragioni squisitamente evolutive, le stesse che hanno consentito agli ominidi, nostri progenitori, di fronteggiare carestie e cataclismi.

Se ci paragonassimo ad un motore, potremmo affermare che siamo in grado di funzionare con diversi tipi di carburante (miscele di nutrienti), ma a diverse prestazioni. Così un’alimentazione sbilanciata, che non dà al nostro corpo la corretta energia, ci consente di funzionare, ma a mezzo servizio e non senza il rischio di danni. I problemi di un’alimentazione non corretta sono dunque e per fortuna a lungo termine, quando il corpo ne è provato oltremisura.

La prima insidia è l’insorgenza di danni organici come calo delle difese immunitarie, diminuzione della massa magra (muscolare) anziché grassa, riduzione del metabolismo basale, con correlata ridotta efficienza fisica ed intellettiva, scompensi elettrolitici e cardiocircolatori, danni renali. Per fortuna, le diete non equilibrate, assieme a miti e false credenze, si interrompono in media in tempi brevi, a causa della loro insostenibilità o della comparsa di sintomi iniziali quali astenia, ipotensione e ipoglicemia, prima di giungere a conseguenze estreme. In questo abbandono, tuttavia, si nasconde l’insidia più subdola, quella di far perdere tempo e la fiducia nel paziente nella possibilità di riuscire a dimagrire con successo.

Basterebbe sfogliare un album di foto di famiglia anni cinquanta, osservare i corpi agili dei nostri genitori e parenti e ragionare per capire che non è il lievito a farci ingrassare, allora il pane era il cibo che più di frequente ci si poteva permettere di portare in tavola, o gli eccessi di proteine ad aiutarci a dimagrire, poiché nel dopoguerra la carne o il pesce erano un lusso da concedersi alla domenica.

Per sfatare i miti, le false credenze ed altre leggende in tema di alimentazione basta, dunque, un po’ di buon senso. Per dimagrire, invece, molta pazienza e volontà.

 

*Dice di sé.

Tiziana Stallone. Biologo e dottore di ricerca in anatomia umana, svolge la libera professione di nutrizionista clinico. Le sue passioni: lavoro, musica, cinema, viaggi, alberi e cimiteri. tiziana.stallone@virgilio.it

 

EDWIGE FENECH
Se il Signore avesse voluto essere più generoso nei miei confrontimi avrebbe fatto incontrare Ingmar Bergman.E forse quei film erotici non li avrei mai fatti.Ma non mi posso lamentare.Se dovessi tornare indietro quei film io li rifarei.(Da “Corriere della sera”, 2001)

 

INDICE DEI NOMI

 

Abatantuono, Diego
Adams, Scott
Adelphi
Amendola, Giorgio
Arbore, Renzo
Argento, Dario
Augusto, Cesare Ottaviano
Aversano, Gianni
Bacharach, Bert
Bacharach, Burt
Bacharach, Irma
Bacharach, Lea Nikki
Barbarossa, Luca
Bardotti, Sergio
Basie, Count
Batista, Linda
Beatles
Bellezza, Dario
Berlin, Irving
Berlusconi, Silvio
Bertolaso, Guido
Blake, William
Borges, Jorge Luis
Benedetto XVI (Joseph Ratzinger)
Bergman, Ingmar
Bevilacqua, Pina
Bis, Ernesto
Boeri, Ernesto
Bonito Oliva, Achille
Bormioli, Riccardo
Bowie, David
Brothers, Ames
Bufalino, Gesualdo
Buggles (The)
Buñuel, Luis
Caligola
Camus, Albert
Canino, Francesco
Cantarella, Eva
Carancini, Gaetano
Carriglio, Pietro
Cassidy, Butch
Castelnuovo, Nino
Catullo, Gaio Valerio
Cecchi Paone, Alessandro
Celentano, Adriano
Chaplin, Charlie
Cicerone, Marco Tullio
Cipolla, Carlo
Clap
Clerici, Antonella
Comencini, Cristina
Como, Perry
Corsi, Pietro
Coscione, Fabrizio
Costantini, Emilia
Costello, Elvis
Craxi, Bettino
Cutolo, Raffaele
D’Agostino, Roberto
Dalai Lama
D’Annunzio, Gabriele
Darwin, Charles
David, Hal
De Andrè, Fabrizio
De Filippo, Eduardo
de Finetti, Bruno
De Laurentiis, Dino
De Luca, Erri
De Mol, John
Depardieu, Gérard
De Sica, Vittorio
Dexter, Gisela
Di Capri, Peppino
Dickinson, Angie
Dietrich, Marlene
D’Isa, Dina
Disney, Walt
Domiziano
Doris, Ennio
Doris, Massimo
Doris, Sara
Dostoevskij, Fëdor Michajlovi
Dr.Dre (André Romell Young)
Dukas, Helen
Durschmied, Erik
Eastwood, Clint
Einaudi
Einstein, Albert
Eustor, Antonio
Fabiano, Gilberto
Fallaci, Oriana
Fellini, Federico
Fenech, Edwige
Ferilli, Sabrina
Fini, Gianfranco
Fiorello, Rosario
Flaubert, Gustave
Franklin, Aretha
Frognier, Albertine
Frognier, Anne
Frognier, Isabelle
Gabin, Jean
Galilei, Galileo
Gaspa, Pier Luigi
Gemini, Italo
Gershwin, George
Gianco
Giardini editori e stampatori
Gilberti, Annamaria
Giordano Bruno
Giorello, Giulio
Giovanni Paolo II
Gillespie, Dizzy
Godard, Jean-Luc
Goldberger, Joseph
Gnocchi, Gene
Grassi, Franco
Greggio, Ezio
Gromo, Mario
Guccione, Piero
Hanlon, Robert J.
Heinlein, Robert
Hepburn, Audrey
Harlem Globetrotters
Herman, Woody
Hitler, Adolf
Hoffmann, Banesh
Hunt, Timothy
Hynde, Chrissy
Ionesco, Eugène
Jefferson, Thomas
Johnson, Steven
Jones, Tom
Jori, Fiammetta
Joyce, James
Keys, Ancel
Kennedy, John
Lanza, Cesare
Lanza, Elda
La Capria, Raffaele
La Niña de los Peines
Lawrence, Olivier
Lawrence, Steve
Lenin, Nikolaj
Livraghi, Giancarlo
Lollobrigida, Gina
Lo Presti, Matteo
Loren, Sophia
Luxemburg, Rosa
Magnani, Anna
Manetti Bros.
Manfredi
Marinella, Maurizio
Marinucci, Vinicio
Marotta, Giuseppe
Marsilio editori
Martini, Carlo Maria
Mascia, Nello
Mazzullo, Domenico
Mecenate, Gaio Cilnio
Mendes, Sergio
Merriam, Carol
Messalla, Marco Valerio
Milhaud, Darius
Mina (Anna Mazzini)
Mitchell, Joni
Moliterni, Claude
Monti & Ambrosini editori
Montini, Giovanni Battista
Mora, Lele
Moretti, Nanni
Moten, Benny
Mozart, Wolfgang Amadeus
Murphy, Edward
Mussi, Fabio
Monicelli, Mario
Morin, Edgar
Nenni, Pietro
Nuti, Francesco
Ortese, Anna Maria
Oxa, Anna
Pacolli, Behgjet
Parker, Charlie
Parmentola, Antonella
Pasolini, Pier Paolo
Pertini, Sandro
Pievani, Telmo
Philipe, Gérard
Placido, Michele
Pratt, Hugo
Pratt, Lucas
Pratt, Marina
Pratt, Silvina
Presta, Lucio
Raffaello Cortina Editore
Rana, Giovanni
Rcs
Rea, Ermanno
Renoir, Jean
Riva, Mario
Robbins, Marty
Roma, Alan
Roma, Enrico
Rondi, Gian Luigi
Rosselli, Carlo
Rosselli, Nello
Rossellini, Roberto
Rossi, Franco
Rushing, Jimmy
Sacchi, Filippo
Saffo
Salvatores, Gabriele
Salvatori, Dario
Sanguineti, Edoardo
Santorio, Santorio
Schopenhauer, Arthur
Sciascia, Leonardo
Sears, Berry
Sellerio, Elvira
Simon, Carly
Simon & Garfunkel
Slansky, Rudolf
Socrate
Sofri, Adriano
Sovena, Luciano
Spielberg, Steven
Stallone, Tiziana
Stevenson, Robert Louis
Stewart, Paula
Sulpicia
Taggi, Paolo
Tarantino, Rudy
Terracini, Umberto
Tettamanzi, Dionigi
Tibullo, Albio
Tin Pan Alley
Tito Livio
Tornatore, Giuseppe
Tortora, Enzo
Tulliani, Elisabetta
Tuchman, Barbara
Turner, Tina
Vitale, Serena
Verdone, Carlo
Vico, Giambattista
Warwick, Dionne
Weir, Stephen
Wertmüller, Lina
Wonder, Stevie
Woodcock, Henry John
Young, Lester
Zampaglione, Federico
Zangger, Heinrich

Scrivi un commento