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Edizione n. 9

COPERTINA Cesare Lanza - Gianni Letta e il suo lettismo ecco un buon simbolo per il 2009

E’ il 25 novembre, pharmacy in una brutta, sick fredda, recipe nuvolosa giornata d’inverno mi accingo a scrivere questa nota che sarà inserita nell’ultimo numero – datato 2008, infelice anno bisestile – del nostro beneamato Attimo.

Di solito, in questo tipo di note di fine anno, si mescolano bilanci e previsioni. E anche auspici, troppo spesso dolciastri, mielosi, destinati a polverizzarsi nei primi giorni dell’anno che verrà.

Ho il vezzo di propormi come un pessimista globale, ma in questa occasione forse stupirò i miei amici o, comunque, chiunque creda di conoscermi bene. Il mio pessimismo, infatti, è molto moderato, se mi consentite velato da quell’ironia indispensabile, alla mia età, per sostenere la fatica di vivere. Vogliamo dire che le cose vanno già tanto male da rendere inaffidabile la previsione che, nell’immediato futuro, possano andare peggio? Più o meno, è ciò che penso.

Prendiamo i due temi che tanto hanno appassionato, coinvolto e preoccupato l’opinione pubblica: la crisi finanziaria e il nuovo ’68 nelle scuole.

Io credo che la crisi delle Borse non devasterà l’economia dei Paesi occidentali più di quanto già non lo sia, a pezzi. È una crisi finanziaria, che si gioca sopra le nostre teste, e che ci siano occulti e sapienti manovratori o che il terremoto dipenda da fattori ingovernabili, alla fine non succederà niente di diverso rispetto a quanto, storicamente e puntualmente, succede a coronamento di ogni crisi: i ricchi saranno più ricchi e i poveri più poveri – e qualche grande criminale della finanza, qualche avventuriero in agguato ne approfitterà, in stile far west, per arricchirsi indebitamente e rapidamente.

Pensate ad esempio alla caduta e alla frantumazione dell’Unione sovietica: milioni di russi erano poveri miserabili, sotto il tacco della nomenclatura comunista e miserabili sono rimasti dopo la svolta libertaria – una svolta storica che, se da una parte ha favorito l’ascesa al potere di politici intraprendenti e di sincera o finta buona intenzione democratica, dall’altra, quanto alla conquista del denaro, ha privilegiato non solo gli imprenditori lungimiranti, pronti a buttarsi nel libero mercato, ma ha dato via libera anche a mafie, organizzazioni criminali, manigoldi d’ogni risma.

Quanto alle ribellioni studentesche, penso che il ‘68 ebbe ben altra spinta, idealmente almeno, rivoluzionaria: provocò ingenti danni, ma alla radice si leggeva una purezza, un’innocenza di sentimenti, e anche una fantasia utopistica, una determinazione sgangherata, ma ammirevole, di cambiare le cose, grandi scenari che certo non si intravedono nel malessere e nelle schermaglie di oggi, inquinate dalle strumentalizzazioni politiche.

Che altro?

I sogni di Obama (la sua elezione è un altro evento straordinario dell’anno che va ad estinguersi) si arrenderanno ben presto di fronte a difficoltà oggettivamente insormontabili, quando si troverà di fronte alla possibilità, e non più solo al desiderio, di pigiare i bottoni del comando. E delle due l’una: o il nuovo Presidente si avventurerà in temerari rinnovamenti, con conseguenze non immaginabili, ma probabilmente infauste; o si rifugerà nella prudenza e nel buon senso degli opportunismi, con la conseguenza di provocare delusione e sconforto in chi l’ha votato, confidando in una svolta di sapore kennediano.

E poi?

Provo a dare uno sguardo alle prime pagine dei giornali di oggi. La Chiesa attacca la Spagna, a causa della decisione di far rimuovere i crocifissi dalle aule di una scuola pubblica di Valladolid. E l’“Osservatore romano” scrive: “Che si giunga a considerare un crocifisso offensivo in Occidente si può solo interpretare come un sintomo allarmante di amnesia o necrosi culturale”. Oh, ecco un punto fermo – tra i dubbi e le incertezze di una società sempre più povera di riferimenti sicuri: la Chiesa c’è. A prescindere da questa vicenda (un liberale assoluto come me la pensa in questo modo: che il crocifisso stia pure appeso a quei muri scolastici, chi ci crede ne sarà gratificato, chi non ci crede non certo di questo simbolo può aver fastidio!), una previsione è certa: la Chiesa c’è e ci sarà, e questo sarà anche un dato rassicurante per miliardi di fedeli, ma non può mettere di buon umore né chi, privo del conforto della fede in Dio, avversa le chiese di ogni genere, che siano religiose, ideologiche o politiche, né chi, con il conforto di Dio, comunque consideri inopportune e inaccettabili le ingerenze, le invadenze, le violenze, comunque i poteri, poco spirituali, della smisurata organizzazione clericale nel mondo.

Altro tema preoccupante è la violenza. E una notizia sui giornali di oggi riguarda quattro ragazzi di Rimini che hanno confessato, tranquillamente, di aver dato fuoco ad un barbone “solo per divertimento”. Quali auspici ottimistici si possano trarre da notizie di questo tipo, proprio non saprei. Sono anche ragazzi incensurati: intorno allo spaventoso delitto si delinea (leggo i titoli) la normalità del male, un’ “Arancia meccanica” di provincia, l’assenza di ideali, di comune sensibilità. Dicono le madri: “Sono ragazzi bravissimi”. Da cosa allora sono mossi, a cosa s’ispirano? Si rafforza la mia idea, di fronte a episodi di scellerata barbarie come questo, che la vita sia assolutamente priva di senso. E, al di là dell’orrore, mi dispiace che perfino i grandi giornali possano definire “barbone” un uomo che ha fatto, o è stato obbligato a fare, una scelta di vita diversa. E a cui, cionondimeno, è dovuto “il rispetto della persona”, previsto anche per legge.

Penso con amarezza che proprio nella scuola, nell’istruzione, potremmo trovare la chiave per dare ai nostri figli e ai nostri nipoti la possibilità di costruire una società più civile. Ma quanto stiano a cuore la scuola e l’istruzione alle classi dirigenti che hanno governato l’Italia negli ultimi lustri si evince da un’altra notizia orribile di qualche giorno fa: in una scuola torinese è crollato un soffitto, un ragazzo è morto, altri venti sono rimasti feriti. Nei giorni seguenti (le inchieste sono sempre tardive) i giornali hanno avviato indagini e approfondimenti nelle scuole di tutta Italia: si è capito così che quella notizia di cronaca non si riferisce ad un episodio isolato, ma quasi dovunque esistono situazioni di analoga insicurezza, da Milano (leggo su “La Repubblica” di oggi) ad Anzio, da Napoli a Cerveteri, da Rivoli a Torre del Greco, da Trieste a Roma… In molti casi ci sarebbero perfino fondi disponibili per intervenire e migliorare lo stato delle cose, ma gli interventi sono bloccati dall’altra brutta bestia – dopo la corruzione delle classi dirigenti – che affligge la società italiana, l’inetta burocrazia.

Vorrei concludere con qualche parola positiva, almeno di speranza. La situazione italiana è di emergenza: come ho scritto, non prevedo rovine e catastrofi, ma la situazione sarà sempre, lentamente e inesorabilmente, più deprimente.

La via di uscita non sta in “svolte” improbabili, in provvedimenti drastici e rivoluzionari: difficili da immaginare, impossibili da realizzare. Si potranno raddrizzare molte storture, solo se si riuscirà a ristabilire un clima di moderazione e di dialogo in un Paese spaccato in due metà apparentemente inconciliabili.

Che il governo di Berlusconi (che ne ha le possibilità, i numeri) governi cercando di cambiare, migliorare, innovare; e che l’opposizione faccia, e abbia la possibilità, di fare il dover suo. L’auspicio è che le parti riescano a trovare, anche autocriticamente, il buon senso pragmatico di parlarsi, capirsi, intendersi e collaborare. Utopie? Forse. Ma senza quest’indispensabile approccio alla mediazione non sarà possibile alcun reale, e duraturo, passo avanti. I miracoli sono impossibili. Dunque l’unica onesta e possibile speranza oggi è che maggioranza e opposizione, senza rinunciare mai alle loro convinzioni, sappiano trovare punti di intesa e conquistare la stima, reciprocamente, degli avversari.

Perciò, come simbolo di quest’augurio, abbiamo scelto per la nostra copertina di fine anno Gianni Letta. È l’immagine di un uomo onesto, che conosce la politica e la burocrazia, conosce a fondo il Potere, ma non ne è mai rimasto corrotto, ed ha imparato – lavorando tenacemente – a mediare ogni volta che sia possibile, ottenendo per sé il rispetto da parte degli altri e per gli altri esprimendo concretamente, a sua volta, rispetto e considerazione.

Letta non è certo l’uomo, nessuno potrebbe esserlo, in grado di decidere da solo. È, semplicemente, un simbolo di ciò che chiunque, nel suo piccolo angolo, potrebbe fare, giorno per giorno, lavorando per mandare avanti le proprie idee e mai disprezzando o rifiutando, pregiudizialmente, quelle degli altri (mi piacerebbe lanciare uno slogan: il “lettismo”). Per questo motivo, negli attimi fuggenti delle obbligate speranze alla vigilia di un anno nuovo, lo indichiamo, senza enfasi, come il personaggio, popolare e autorevole, di riferimento del 2009.

Cesare Lanza

LUCA EVANGELISTA

Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide,

dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea e alla città di

Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con

Maria sua sposa, che era incinta.

Ora, mentre si trovavano in quel luogo,

si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio

primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia,

perchè non c’era posto per loro nell’albergo.

(Da “Vangelo di Luca”, II, vv. 4-6).

Corrado Calabrò - Avvento

CORRADO CALABRO’

AVVENTO
Occhioni sgranati d’una bimba
che asciugo di un’ingiustizia taciuta…
“Hai capito tutto” – mi sussurra –
e sembra ch’abbia trent’anni, non tre.
Un sorriso, con l’ultimo singhiozzo,
mi rende felice e mi sgomenta
alla vigilia d’un altro Natale.
PROFILI Giulio Andreotti - Alcide De Gasperi, uomo super partes
Era netta la convinzione che credesse profondamente in quel che enunciava. Ma, ancor più, si sapeva che la sua vita era conforme agli ideali di cui egli era autenticamente un apostolo

Giulio Andreotti*

Può darsi che nel vivissimo e affettuoso ricordo che ho del Presidente De Gasperi vi sia anche una componente di nostalgia per un periodo così straordinario sotto tutti i profili. Ma la persona del Presidente era comunque ed in tutto super partes. Nei discorsi pubblici, pur essendo del tutto privi di qualunque accentuazione di captatio benevolentiae, creava una “comunione” con gli interlocutori, che lo seguivano con grande attenzione senza mostrare mai stanchezza, come di regola avveniva ed avviene per tutti. Era netta e comunicativa la convinzione che credesse profondamente in quel che enunciava. Ma, ancor di più, si sapeva che la sua vita era perfettamente conforme agli ideali di cui egli era autenticamente un apostolo. Lavorare al suo immediato contatto comportava grande precisione e coerenza, ma si avvertiva il privilegio e non si conosceva stanchezza. Nelle pratiche religiose aveva grande riservatezza, non ostentandole mai. Ricordo con emozione – gli ero accanto – quando il Papa proclamò il dogma dell’Assunzione della Madonna, commentò con un filo di voce: “Speriamo che questo non ostacoli la riconciliazione con i protestanti”. Avrei capito più tardi il significato di questo. A delineare la fisionomia politica di De Gasperi penso sia utile rimarcare che, pur non avendo una particolare formazione economico-finanziaria, in tutte le sue proposte politiche questi aspetti erano impliciti e salvaguardati. Non a caso valorizzò al massimo la collaborazione sia di Pella che di Vanoni. Dominante comunque fu la sua attenzione per i problemi della politica estera. Si definì un giorno come “uomo di frontiera”; e dell’attenzione che da trentino aveva imparato ad avere fin dagli inizi della sua vita politica fece sempre un cardine d’inquadramento e di indirizzo. Certamente molti problemi sono oggi diversi da allora. Ma il metodo per comprendere e tracciare strade nuove non è cambiato. C’è tanto bisogno di autentico degasperismo.

*Dice di sé.

Giulio Andreotti. “Mi considero un uomo medio. In giro ci sono tanti meglio di me, ma anche tanti peggio”

 

GIACOMO PUCCINICome? …pranzare in casa? Pranzare in casa è male.

Oggi ch’è la vigilia di Natale! Mentre il quartiere latino le sue vie

addobba di salsicce e leccornie? Mentre un olezzo di frittelle

imbalsama le vecchie strade? È il dì della vigilia!

Là le ragazze cantano contente ed han per eco ognuna uno

studente! Un po’ di religione, o miei signori: si beva in casa,

ma si pranzi fuori.

(Da “La bohème”, 1896)

 

CHARLES DICKENSCamminando con le mani dietro, Scrooge guardava a tutti con

un sorriso di soddisfazione. Era così allegro, così irresistibile nella

sua allegria, che tre o quattro capi ameni lo salutarono:

“Buon giorno, signore! Buon Natale!” E Scrooge affermò spesso

in seguito che di tutti i suoni giocondi uditi in vita sua,

i più giocondi, senz’altro, erano stati quelli.

(Da “Cantico di Natale”, 1843)

 

PROTAGONISTI Clemente Mastella - Ho una gran voglia di tornare in politica
“In giro non vedo giganti e la mia presenza può essere utile, specie per il Mezzogiorno che, come le piccole isole dell’oceano, rischia di sprofondare”1

Clemente Mastella*

16 gennaio 2008

“Voglio dire subito che ho parlato al Presidente Prodi e confermo le mie dimissioni. Le confermo per la mia dignità, per la mia onorabilità, perché non voglio sentirmi uno della casta”.

È la mia esperienza più drammatica. La fine di una storia personale e l’inizio di un’altra. Da quel momento non porto più l’orologio: è come se il tempo si fosse fermato per un attimo, un istante… qualcosa che non immaginavo.

Un conto è se prevedi che qualcosa possa caderti addosso, un conto è se arriva all’improvviso. Finisci per essere schiacciato moralmente, psicologicamente e in questo caso anche politicamente. Politicamente tutto sommato si può superare, ma il resto è ben più difficile.

Le dimissioni

“Sono stato vittima di una trappola, mediatica prima e giudiziaria dopo, tesa in modo vile e ignobile.

Così come altrettanto vile è stato prendere in ostaggio mia moglie, cui voglio un mondo di bene e alla quale rinnovo il mio affetto, che si esalta nella vita in comune e sperimenta, anche nella sofferenza, il valore della famiglia. Mi dimetto dunque, onorevoli colleghi, mi dimetto perché tra l’amore per la mia famiglia e il potere scelgo il primo. Io questo onnipotente Mastella, scelgo il primo”.

Per come sono stato effigiato nell’opinione pubblica – legato al potere, a strani meccanismi di potere, a crogiolarmi nel potere, io che ero il leader del partito più piccolo del Parlamento – sono diventato il leader della casta. Quest’anno nessuno parla più della casta. L’anno scorso per fregar me tutti ne parlavano, e il capo della casta ero io. Oggi di questo nessuno parla più, né nelle consegne giornalistiche né nei nuclei familiari. La casta ero soltanto io.

Perché dimettermi? Non toccava a me. In Francia la mia collega ministro della Giustizia, pur avendo avuto i propri familiari condannati in prima istanza, non si è dimessa. Però per me era importante.

La donna che era stata accanto a me per tanti anni… mi sembrava l’unico modo per stare accanto a lei. Era giusto così.

Un nuovo inizio

Oggi vivo un momento di maggior riflessione. Avendo iniziato a far politica da giovanissimo, forse non ho avuto neppure il tempo di pensare alla mia vita. Ritenevo che il lavoro venisse prima di tutto. La politica innanzitutto, soprattutto. Forse anche rendendo un po’ marginali gli affetti e la famiglia.

Ricordo che dopo essere stato eletto deputato, quando telefonavo a casa – i miei figli erano piccoli – la prima domanda che mi facevano non era: “Come stai?”, ma “quando vieni?”. Questo è stato un leit motiv che mi ha tormentato a lungo.

Oggi, posso dedicare molto più tempo alla mia famiglia. C’è una bella frase di sant’Agostino, su quando muore una persona cara: “Io ti ringrazio non perché ce l’hai tolto, ma perché ce l’hai dato”. Così io ringrazio sempre, nonostante tutto. Sono stato parlamentare per 32 anni. Sono contento di quello che mi è accaduto nel passato!

Democrazia cristiana

Lo sono stato per una vita. La mia esperienza umana politica lì si è corroborata. Come dimenticarlo? Sarò sempre impastato di questo mio esser democristiano. Molti non me lo perdonano, ma non perdonerei a me stesso di dimenticare di essere stato democristiano. Vedo che sono in molti, ormai, ad abbandonare le esperienze precedenti. Io sono stato democristiano.

Lo scudo crociato

Francamente mi emoziona ancora. L’ho votato tante volte! Non potrei non esserlo. Per lo scudo crociato e per quelle esperienze che, la storia ormai racconta, sono importanti per la storia del nostro Paese.

San Valentino

È il giorno in cui mi sono fidanzato con mia moglie. Lei era emigrata negli Stati uniti con i genitori. Io ero arrivato lì perché a 22 anni, dopo la laurea in filosofia, avevo ricevuto un viaggio regalo dai miei genitori.

E vidi questa bellissima ragazza. Ho fatto pure un po’ fatica a conquistarla, perché lei all’inizio non ne voleva sapere. Poi sì. Dagli Stati uniti mi scriveva una lettera al giorno e io le rispondevo.

Parole d’amore

Francamente non ricordo le parole della mia dichiarazione a Sandra. Forse le ricorda più lei. L’intensità è stata forte per entrambi, ma credo più forte per lei all’inizio. Abbandonò i genitori e venne in Italia, con l’intenzione di vivere e restare con me, e da 33 anni ormai siamo insieme.

Alti e bassi come sempre, ma spero che il nostro amore regga all’usura del tempo.

Anno zero

Ci sono andato come si va nelle trasmissioni dove sai di giocare fuori casa, però non mi aspettavo di essere trattato in maniera irriguardosa, senza rispetto per le mie opinioni.

Quando ho visto che c’era un pregiudizio, ho preferito lasciare, anziché farmi martirizzare da tutti quelli che tentavano di mettere non me in difficoltà, ma le idee alle quali sono affezionato. Mettere in difficoltà me è normale e naturale, un giornalista si diverte anche. Però malmenare le mie idee non era possibile.

Così mi sono consegnato all’uscita, sapendo che tutto questo avrebbe provocato dissensi, una forma variegata di contumelie nei miei riguardi. Li ho accettati perché era giusto, mi sembrava giusto così.

Amici & nemici

Molti ti saranno amici quando sarà bel tempo, ma quando verrà il brutto tempo resterai solo. (Ovidio)

Non ho vissuto questa esperienza perché molti amici, selezionati, mi sono rimasti accanto, e li ringrazio molto. Nemici? Non ho mai identificato la mia attività politica e umana nell’avversione degli altri. Ho sempre considerato gli altri come avversari politici, persone con le quali se non ero sintonia, non le frequentavo. Come per gli aerei: ognuno fa la sua rotta e puoi anche non incontrarti. Invece ho visto che spesso sono stato additato come nemico, anzi come capobanda della casta, capobanda da eliminare a tutti i costi.

Forse, in questo caso, ci sono anche riusciti per quanto mi riguarda. E se era questo il disegno, sono stati molto bravi quelli che hanno determinato questa condizione, che non esiste in una democrazia vera. Mettere fuori squadra una persona in maniera ingiusta è un modo selvaggio di appellarsi alla democrazia e alla libera concorrenza tra partiti, o tra istituzioni e nelle istituzioni. Però la prendo così.

Testimonianza di Carlo Rossella

“Un pomeriggio dello scorso inverno Clemente mi telefonò e mi disse “Vieni che ho un problema”. Mi sono precipitato a casa sua, su lungotevere Flaminio. Il problema era il mandato di arresto per la moglie Sandra. Lo trovai in lacrime. Ritengo sia stata commessa un’ingiustizia nei confronti di Mastella, un grande uomo politico che meriterebbe di tornare in scena. Lo vedrei bene come sindaco di Napoli”.

Napoli

Un sindaco ora c’è, anche se non gode della mia fiducia, dunque è inutile allarmare. Io sono come quei calciatori che tutti dicono di volere in campo, ma poi ne temono la concorrenza. Se entro in campo, qualcuno immagina debba uscire qualcun altro. Non sapessi giocare sul piano politico, già mi avrebbero messo nel quadrato. Invece, ritenendo che ancora rimanga in me qualche capacità politica, tutti fan finta che io debba ritornare. Però o ritorno da me, con un consenso popolare, o pazienza. Non mi infliggerò sacrifici o umiliazioni laddove questo non avvenisse.

Indulto

Questa è stata una delle tante cose assurde, un’ipocrisia giornalistica. Sul “Corriere” Ostellino, in un fondo, ha detto che forse l’indulto non era ingiusto. L’indulto non è materia del ministro della Giustizia. L’ho condiviso come ministro; conoscevo la situazione drammatica delle carceri italiane. Ma l’indulto è stato votato da 800 parlamentari su 900.

Attribuirlo a me come se fosse stato un editto monocratico, imperiale, francamente è stata un’ingiustizia. E ogni volta che qualcuno, in virtù dell’indulto, usciva e commetteva un altro reato, la colpa non era di quegli 800, ma sempre mia. L’indulto è una di quelle materie, a norma costituzionale, che non può essere semplicemente proposta dal ministro della Giustizia. Il ministro può condividerlo o esprimere anche parere difforme.

Certamente non era giusto liberare quelli che risultavano recidivi. Però si tenga conto che questi reati erano commessi anche prima del 2006 e 2007. Non è che, in mancanza dell’indulto, c’erano meno reati. Poco fa ho letto la notizia di un’insegnante di 31 anni, ammazzata in un bosco e non si sa chi è stato. Questo non dipende dall’indulto. Che ogni episodio venga, invece, accreditato, cinicamente sul piano giornalistico, non solo all’indulto, ma a me… Ribadisco, l’abbiamo votato in 800. Dovrei risultare responsabile come uno su 800. Considerarmi responsabile 800 volte su 800 è troppo.

Oggi, rivolterei l’indulto depurato di alcuni elementi. Dalle relazioni del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria risultano mille nuovi ingressi nelle carceri italiane. Siamo arrivati a 60-65 mila unità. Una cosa terribile. E voglio dire a chi è contrario a questi provvedimenti di immaginare se, in Italia, come ci informavano i servizi, si fossero verificati, nelle carceri, sommosse, incendi, disordini, che figura avremmo fatto? Forse si poteva agire in maniera diversa. Ma l’indulto, si sa, viene deciso nei grandi partiti, che l’hanno messo sulla dirittura d’arrivo, anche nell’esito in cui si è configurato.

Elio, Pellegrino e Sasha

Elio e Pellegrino sono i miei due figli maschi, Sasha è una ragazza adottiva. Viene dalla Bielorussia ed è con noi da diversi anni. Prima andava e tornava, come in tante famiglie italiane che accolgono più di trentamila bielorussi ogni anno. Lei è arrivata così, all’improvviso e ci siamo davvero affezionati a lei.

Essere padre

Mi ha fatto piacere che Elio abbia detto che sono stato un buon papà, spero valga anche per l’altro. Anche se la distanza è stata difficile per me e per loro. È caratteristico dei politici. La lontananza dalla famiglia si sente, ma la avvertono soprattutto i figli. E quando mi chiedono: “Perché hai lasciato tutto per tua moglie?”, rispondo che devo ringraziare mia moglie – così come altri le loro compagne e mogli –, perché ha cresciuto i nostri figli riuscendo a colmare, con un grande affetto, la mia assenza.

Squadra del cuore

Il Napoli sta vincendo. Una delle cose che ricordo con maggiore affetto è Maradona, di cui sono amico. Quando Ciro Ferrara giocò la partita di addio al Napoli, negli spogliatoi c’erano il sindaco di Napoli e tanti altri. Arrivai negli spogliatoi e il capoufficio stampa della squadra – ero stato consigliere e vicepresidente del Napoli – disse: “Diego, c’è Mastella!”. E lui: “Mastella, io vedere te sempre su televisione argentina!”. Mi ha fatto molto piacere. Sono stato sempre tifoso del Napoli.

I tifosi sono molto scaramantici. Quando sono andato l’anno scorso a vedere la partita del Napoli, eravamo De Laurentiis, io e il cardinale di Napoli. Il Napoli perdeva in casa col Cagliari 2 a 0. Allora a tutti i tifosi ho detto: “Ragazzi, non guardate me, è il Cardinale semmai che è venuto per la prima volta”. Dopodiché, non siamo più andati: né io, né il Cardinale Sepe, che pure è un grandissimo tifoso; ho grande stima e apprezzamento per lui, per ciò che fa nella realtà drammatica di Napoli.

Sandra

È mia moglie, colei che mi è stata vicina nei momenti difficili, non solo nell’ultimo periodo. È stata sempre il mio sostegno. Mi sento di ringraziarla per quello che ha fatto, come le tante Sandra che sono in Italia: persone che ti sono vicine nei momenti drammatici.

Quello che ci è capitato non lo augurerei a nessuno. Ho visto come hanno reagito altri miei colleghi, parlamentari, politici. Purtroppo quando accadono queste cose, per cui ritieni che ci sia qualche bizzarria giudiziaria – a Catanzaro è stato verificato che sono stato intercettato in maniera irregolare, irregolarissima – allora capisci che un’ingiustizia è stata commessa nei tuoi riguardi.

Poi, in altre sedi, dimostrerò che non c’entravo nulla con quello che mi è stato ingiustamente addebitato. Ma il rischio è di tanti altri che sono morti, miei colleghi, per gravi malattie o caduti in depressione. Io ho tentato di darmi una ragione di vita, per me e la mia famiglia – più per loro che per me – quella di mettere tra parentesi questa esperienza, e l’ho fatto.

Oggi guardo avanti con serenità. Se le cose andranno bene, ringrazio la provvidenza. Se si riterrà, invece, che non debba entrare più nel campo politico, ringrazio lo stesso la provvidenza per quello che è stato.

Partire da un paesino di 600 abitanti – io mi do delle arie dicendo che sono nato a Ceppaloni, in realtà sono nato in una frazione, a San Giovanni, di 600 e meno abitanti – ed esser arrivato, bene o male, dove sono arrivato, questo per me è già molto confortante. Di questo sono grato.

Gelosia

Credo che si dica sempre dei meridionali che sono gelosi. Poi scopri che questa meridionalità non ha latitudini né longitudini, è un po’ ovunque.

Certo c’è grande affetto, maturato in tanti anni. Poi credo che quando una coppia nasce, come noi, praticamente da ragazzini, allora, un compendio anche modesto di gelosia ci sta tutto. Spero che anche lei sia un po’ gelosa di me. Anzi, credo che lo sia. Ma nessuno di noi due dà ad intenderlo.

Canzone per Sandra2
Tu sì ‘na cosa grande

Tu sì ‘na cosa grande per me

na cosa ca mi fà ‘nnamurà

‘na cosa che si tu guarda a me

me ne moro accussì guardanno a te.

Vurria sapè ‘na cosa da tè

pecchè cuanno te guardo accussì

si pure tu te siente morì

nom me o dice a nun me fai capì

ma pecchè.

E dille ‘na vota sola

che pure tu stai tremmanno

dimmi ca me vuò bene

comm’io, comm’io, comm’io voglio bene a te.

Tu sì ‘na cosa grande pe’me

‘na cosa ca tu stessa non saie

‘na cosa ca nun aggio avuto maie

‘nu bene accussì, accussì grande.

R. Gigli – D. Modugno



1) Le riflessioni di Clemente Mastella sono tratte da un’intervista andata in onda a “Questa domenica”, programma di Canale 5 condotto da Paola Perego, nell’ottobre del 2008.

2) Clemente Mastella, a conclusione della sua intervista a “Questa domenica”, ha dedicato alla moglie Sandra la canzone “Tu si ‘na cosa grande”, accompagnato dal maestro Roberto Tucciarelli.

*Dice di sé. Clemente Mastella. Ex parlamentare di centro, spera momentaneamente, con una gran voglia di tornare a fare politica, anche perché non vede in giro giganti e la sua appassionata presenza politica ci può stare, specie per il Mezzogiorno, che come le piccole isole dell’oceano, rischia di sprofondare. Oggi è più sereno di prima, tant’è vero che ringrazia l’ingiustizia della giustizia perché gli ha consentito di distinguere gli amici veri da quelli falsi.

DINO BUZZATI

E se ci ritirassimo un poco in disparte? suggerì il bovino.

Ho ormai la testa che è un pallone…

Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti?

No, no. È semplicemente Natale.

Ce n’è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme,

la capanna, i pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì,

eppure c’era una pace, una soddisfazione. Come era diverso.

(Da “Milano nostra”)

INTERVISTE Antonella Parmentola - Anna Maria Artoni, l’azienda era il mio sogno da bambina
Aprendosi al futuro le città italiane possono divenire luoghi nei quali giovani talenti si sentano incoraggiati ad operare e a vivere in condizioni ideali per attuare ricerca e innovazione

Antonella Parmentola*

Anna Maria Artoni, 40 anni, punto di riferimento per il mondo imprenditoriale, ha ricoperto, infatti, la carica di presidente di giovani imprenditori di Confindustria, è oggi vicepresidente dell’Artoni Group, azienda di famiglia, fondata dal nonno nel 1933 e presidente di Confindustria Emilia Romagna. Nota al grande pubblico per certe importanti prese di posizione (come quando da presidente dei giovani imprenditori sostenne che gli immigrati sono il futuro dell’Italia), è molto schiva e riservata per quel che riguarda il suo privato.

“Non dicevo esattamente così, ma che certamente l’immigrazione di qualità rappresenta una forza necessaria per lo sviluppo delle economie occidentali. Negli ultimi decenni l’immigrazione è stata utilizzata da alcuni stati, tra i quali Usa, Canada e Australia, come leva dello sviluppo industriale. Oggi questi stessi Paesi ne stanno facendo un elemento strategico per accrescere la propria competitività sul piano internazionale, incentivando l’immigrazione qualificata, l’arrivo dei cervelli. L’Europa dovrebbe imboccare la stessa strada, se vuole davvero diventare quell’economia “basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo” che si è posta come obiettivo in occasione del consiglio europeo di Lisbona”.

Signora Artoni, digitando su un motore di ricerca il suo nome, appaiono soltanto pagine professionali o di sue interviste. Della sua vita privata nemmeno una riga. Una scelta precisa o un caso?

“È stata una scelta precisa”.

La sua famiglia è, praticamente, da sempre dedita all’impresa fondata da suo nonno. Che ricordi ha di lui?

“Mio nonno paterno morì nel 1972 dopo lunga malattia. Ero troppo piccola e – purtroppo – non ho ricordi diretti, ma solo racconti di familiari ed amici che hanno avuto la fortuna di conoscerlo”.

Da bambina avrebbe mai immaginato per lei questo futuro?

“Fin da piccola ho sempre immaginato il mio futuro nella azienda di famiglia”.

Quali erano i suoi giochi preferiti?

“Quelli di tutte le bambine. E poi amavo molto dipingere”.

 

Quando ha deciso o sentito che il suo posto era in azienda?

“Come le dicevo prima, è ciò che desidero da sempre. Nel tempo l’ho realizzato”.

Oggi ricopre la carica di vicepresidente dell’Artoni Group. Suo padre ne è il  presidente. Come sono i vostri rapporti? Il padre e la figlia hanno la meglio su presidente e vicepresidente?

“I nostri rapporti sono molto buoni e costruttivi. È evidente che – di tanto in tanto – il rapporto familiare prevale su quello professionale”.

Le è mai capitato di essere profondamente contraria ad una scelta di suo padre, o viceversa? E in questo caso come agisce?

“Certo, anche se non siamo mai stati in disaccordo su questioni fondamentali. Si discute e si cerca di trovare una soluzione, come in tutte le aziende”.

Nel maggio di quest’anno suo padre è stato nominato cavaliere del lavoro dal Presidente Giorgio Napolitano. Come ricorda quel giorno?

“Una grandissima emozione; sono di parte, ma credo che mio padre abbia meritato fino in fondo quell’onorificenza, per l’amore e la dedizione profusi nel lavoro e nella azienda, che ha fatto crescere in questi anni. È stato un grande onore per lui, ma anche per me, la mia famiglia e per tutti i collaboratori della nostra azienda”.

C’è una donna, non necessariamente un’imprenditrice, che costituisce per lei un modello di riferimento?

“Mia madre. È stata ed è un grande esempio per me”.

 A proposito di donne imprenditrici: nonostante un discreto incremento, non riescono ancora ad affermarsi appieno. Quali gli ostacoli maggiori?

“Se la condizione complessiva delle donne sul nostro mercato del lavoro sconta ancora gravi deficit, il mondo dell’imprenditoria femminile rappresenta invece – in Italia – un’isola felice. Il trend di crescita dell’impresa in rosa negli ultimi anni è così forte da non avere eguali in altri ambiti e da coinvolgere l’intero territorio nazionale, senza differenze di rilievo tra nord e sud.

Oggi quasi un’impresa su quattro, in Italia, è guidata da una donna. Il numero delle donne imprenditrici è poi, particolarmente, alto nelle generazioni più giovani, oltre il 40% sotto i quarant’anni. Ormai prevale in tutta Europa un nuovo approccio culturale: non più politiche per la parità dei sessi, ma politiche capaci di valorizzare le differenze tra i sessi. Nonostante ciò l’Italia è ancora lontanissima dall’obiettivo, fissato a Lisbona, di un tasso di occupazione femminile pari al 60%: siamo all’ultimo posto nella classifica dell’occupazione femminile in Europa.

Tra l’altro, il fenomeno più grave riguarda le donne che abbandonano l’occupazione alla nascita del primo figlio. Ciò accade perché in Italia, più che in altri Paesi, la conciliazione tra responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro continua ad essere considerata una questione privata. Se vogliamo raggiungere gli obiettivi di Lisbona, occorre mettere in campo una strategia organica e azioni forti per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Il cuore del problema è dotare l’Italia di adeguati strumenti di supporto alla donna che sceglie di conciliare il lavoro con la maternità”.

Secondo recenti statistiche, le ragazze del sud hanno un grado d’istruzione superiore a quelle del nord, eppure il loro livello di occupazione resta basso. Come invertire la tendenza?

“Non è solo un problema femminile, ma generale. Il nostro è un Paese bloccato: siamo tutti vittime, imprenditori e lavoratori, di un deficit culturale. Ritengo già da tempo necessaria una riforma degli assetti contrattuali, che renda sempre più leggero – tendenzialmente normativo – il contratto nazionale, garanzia di uno zoccolo duro di diritti e di doveri, e attribuisca maggior peso al contratto aziendale.

Sarebbe la naturale evoluzione dell’accordo del 1993. Da promuovere con meccanismi di mercato: rendendo conveniente per le imprese l’uso del contratto di secondo livello. Una riforma di questo tipo renderebbe più flessibile il mercato del lavoro, favorendo l’incontro tra domanda e offerta, senza toccare però i diritti dei lavoratori. Aiuterebbe il rilancio economico e l’assorbimento della disoccupazione nel Mezzogiorno, che diverrebbe più attraente per le imprese italiane e straniere”.

Anche la politica non è un campo in cui le donne possono dirsi pienamente protagoniste. Lei sarebbe favorevole all’inserimento delle quote rosa o la ritiene una forma di ghettizzazione?

“Sono sempre stata contraria al meccanismo delle quote, perché credo fermamente – anche in politica – nel principio del libero mercato e quindi del merito. Ma è così profondo in quest’ambito il gap tra l’Italia e il resto d’Europa, che vale la pena l’introduzione di quote per le candidature femminili nei vari momenti elettorali. Ottenuto il risultato che tutti auspichiamo – molte più donne candidate, più donne elette – è ragionevole sperare che non sia più necessario adottare un meccanismo del genere e che si possa tornare al “libero mercato” della politica, con più donne protagoniste”.

È stata mai tentata dal mondo della politica?

“Ho passione civile e mi piace svolgere attività di rappresentanza, ma l’impresa è la mia priorità”.

Scuola e università sono scosse da un’onda di malcontento. Cosa, secondo lei, i ragazzi dovrebbero pretendere dal mondo della formazione?

“L’università è la sede decisiva in cui investire per una società più dinamica. Ma la vera strozzatura alla costruzione di una società dei talenti è il modello e la capacità di finanziamento dei nostri atenei. È necessario liberalizzare le tasse universitarie e al tempo stesso varare programmi finanziari su larga scala a sostegno degli studenti meritevoli. Prendiamo esempio dalla Gran Bretagna di Tony Blair, che fissò in un libro bianco sull’università due obiettivi strategici, che dovrebbero diventare anche i nostri: garantire che i giovani più dotati potessero accedere all’università, garantire che le migliori università nazionali potessero competere con i migliori atenei del mondo.

Da qui nacque la decisione di incrementare le borse di studio e i prestiti per i migliori studenti bisognosi e, al tempo stesso, di aumentare i contributi che gli studenti dovevano pagare alle università migliori. Tutto ciò accompagnato da un sistema di valutazione su scala nazionale degli studenti più meritevoli, con esami di ammissione alle università nazionali fortemente competitivi.

Per poter realizzare la riforma, il governo britannico moltiplicò le risorse a disposizione del sistema universitario: in particolare, aumentò del 30% in tre anni gli stanziamenti a favore della ricerca”.

Suo padre ha fatto della trasparenza e dell’innovazione i valori cardine della vostra azienda. Crede che il sistema Italia debba investire maggiormente nell’innovazione, anche riuscendo a trattenere i cosiddetti cervelli in perenne fuga?

“Nel disegnare la strategia di crescita del nostro sistema economico, l’Italia deve puntare sull’uomo ponendolo al centro dello sviluppo: liberando energie nascoste, dando vita ad un miracolo scientifico e tecnologico. Investire sull’uomo vuol dire, anzitutto, valorizzare e supportare chi dedica gran parte della propria vita alla ricerca e all’innovazione, alla scoperta delle nuove frontiere.

L’Italia, piuttosto che inseguire ricercatori che probabilmente non torneranno più, può attrarne di nuovi. Spesso dimentichiamo che il nostro Paese è un luogo unico al mondo per bellezza, clima, ricchezza di arte e cultura.

Riscoprendo le loro radici e aprendosi al futuro, le città italiane potrebbero divenire i luoghi nei quali i giovani talenti si sentano stimolati e incoraggiati ad operare e a vivere. Grazie ad una qualità della vita più alta, nel grande mercato della formazione globale, l’Italia potrebbe proporsi come luogo ideale per la ricerca e l’innovazione”.

La crisi finanziaria che ha investito i mercati europei e d’oltre oceano ha dimostrato che il capitalismo, così come era inteso, ha vistose lacune. Da dove ripartire?

“Ho sempre creduto e credo profondamente nel mercato. Ma il mercato ha bisogno di regole. Il mondo è cambiato – ormai è globale –, ma le regole sono rimaste locali e frammentate. Occorre rivederle per garantire trasparenza e un mercato corretto”.

Gli Stati uniti hanno eletto come loro presidente Barak Obama, il primo afroamericano alla guida della più grande potenza occidentale. Confida che prima o poi sarà anche il turno di una donna?  Considerando la sconfitta di Hillary Clinton, i pregiudizi verso i neri si sono dimostrati inferiori a quelli verso le donne?

“Penso che in America abbia vinto la democrazia. L’America ha dimostrato – anche questa volta – di essere un Paese in cui non conta il genere, il colore, l’età, la religione, ma il merito e le capacità per realizzare il sogno”.

*Dice di sé.

Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso originale e della successiva evoluzione. È profondamente convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la differenza.

EDUARDO DE FILIPPO

Tu scendi dalle stelle, o mia Concetta, e i’ t’aggio comprato

sta borzetta / Tu scendi dalle stelle, Concetta bella,

e ‘i t’aggio accattato chist’ ombrella.

(Da “Natale in casa Cupiello”, 1931)

Matteo Lo Presti - Franco Nobili: La democrazia in Italia è forte e ben radicata
Solidarietà, giustizia sociale, lavoro, sono gli effetti che il capitalismo moderno deve offrire. Il mondo diviso tra ricchi e poveri non potrà andare avanti per molto

Matteo Lo Presti*

Ospitiamo l’ultima intervista rilasciata da Franco Nobili,

prima della sua scomparsa nel novembre 2008.

Le sue dichiarazioni, lette oggi,

assumono la valenza di un testamento politico e morale.

Franco Nobili, classe 1925, ha una storia personale e professionale che s’intreccia profondamente con la storia della rinascita del nostro Paese. Cavaliere del lavoro dal giugno 1977, ha presieduto l’istituto Luigi Sturzo e l’associazione per la valorizzazione della democrazia in Italia, che coordina ventuno fondazioni social-cristiane.

Direttore della rivista “Civitas”, che fu di Meda, De Gasperi, Taviani, ha ricoperto cariche direttive in numerose associazioni e fondazioni culturali in ambito nazionale ed internazionale, e nel management del settore della finanza e delle costruzioni. Dal novembre 1989 al maggio 1993 ha ricoperto la carica di presidente dell’Iri, istituto per la ricostruzione industriale.

 

Lei è stato uno dei più noti e affermati protagonisti della vita pubblica italiana, attore dei successi della ricostruzione economica nel dopoguerra. Quali virtù animavano allora gli imprenditori?

“La guerra aveva distrutto il sistema imprenditoriale italiano, che negli ultimi anni si era concentrato più sulle esigenze belliche del Paese che su quelle di una società civile in sviluppo. L’Iri fu la mossa scelta da De Gasperi per porre mano ai problemi nuovi sorti al termine del secondo conflitto mondiale.

L’istituto dovette programmare non soltanto il salvataggio di ciò che di buono e di utilizzabile era rimasto in piedi, ma anche e soprattutto la selezione e la formazione di una nuova classe manageriale, in grado di assicurare non solo la vita e il successo delle aziende ricostruite, ma la loro attiva presenza nel nuovo prevedibile, già in parte in corso, che avanzava nel mondo occidentale. Tutte le virtù necessarie per questi compiti furono messe in campo con successo”.

Oggi, polemicamente, qualcuno sostiene che in Italia più che di imprenditori bisognerebbe parlare di impresari: siamo scesi così in basso?

“Non sono d’accordo. Il sistema imprenditoriale italiano è solido: sia il capitale investito sia il lavoro che sorregge le imprese; gli imprenditori sono coscienti del mercato e delle sue nuove regole, così come sono consapevoli della parte di valore sociale che assume ogni impresa moderna”.

L’economia mondiale sembra riscoprire la bontà degli interventi statali e ripercorrere, per esempio, le strade teoriche del sempre giovane Keynes e gli itinerari pratici dell’Iri. Lei dell’Iri è stato presidente per quattro anni, come ricorda quella stagione?

“Stato e privato sono elementi inscindibili di un sistema di imprese. Il primo con leggi che potenziano la capacità di produrre ricchezza per il Paese, il secondo sentendosi parte importante del sistema stesso.

L’intervento statale può essere necessario specialmente per alcuni settori di maggiore sevizio pubblico e sociale, e soltanto un correttivo per gli altri. Con questo principio l’Iri rimise in piedi i pilastri del nuovo sistema imprenditoriale produttivo italiano”.

La Democrazia cristiana governò il paese in mezzo a tante difficoltà, eppure oggi se ne ha un flebile ricordo, almeno tra le nuove generazioni. Come è potuto accadere?

“Sono convinto, e non sono il solo, che la Dc sia uscita di scena, pur fra tanti meriti, non per questioni di moralità legata ai noti fatti definiti tangentopoli, ma per il progressivo allentamento della sua forza ideale, dovuto soprattutto all’inaridimento delle fonti di approvvigionamento di materiale umano. In sostanza da un momento in poi, nessuno (o quasi) si è preoccupato di selezionare, ricercare e preparare le nuove leve del pensiero sociale cristiano.

E l’ideale si è disperso e addirittura, per alcuni aspetti, inquinato e confuso.

Ogni speranza di ripresa passa, a mio avviso, per le strade di una nuova selezione e formazione – nella continuità ideale – delle nuove generazioni. Lo ha detto e chiesto anche il Papa. E ciò non presuppone per forza la costituzione o ricostruzione di forme di partito”.

È noto il suo lungo sodalizio con Giulio Andreotti e immagino che i legami di amicizia siano antichi e forti: ha mai avuto discussioni accese, divisione di opinioni con il Divo Giulio?

“È difficile dire qualcosa di nuovo su Giulio Andreotti. Il nostro sodalizio è stato sempre stretto e mai disturbato da differenze di opinioni.

La vita lunga che Dio gli concede è un regalo a tutti coloro che vedono strettamente uniti il passato, il presente e il futuro del Paese e della politica intesa come funzione prettamente sociale, votata unicamente al bene comune”.

Da anni si chiede un impegno concreto per realizzare infrastrutture che consentano l’ammodernamento del nostro Paese; un esempio per tutti la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Alcuni sostengono che forse sarebbe più opportuno dotare una regione ostaggio della mafia di migliori acquedotti e di una migliore rete ferroviaria.

“Non è la mafia o altro che deve impedire al nostro Paese di fare grandi opere pubbliche, oggi ancora più essenziali: siamo in un’epoca di globalizzazione e di mercati in grande movimento. Decisivo è l’impegno dei governi nel dare all’Italia tutti gli strumenti moderni necessari al progresso civile, economico, cultu­rale”.

Da sempre si impegna per stabilire vincoli di amicizia tra Italia e Turchia, tanto da essere stato presidente dell’associazione che lega i due paesi. Perché questo interesse verso la Turchia, che anela da tanto tempo di entrare in Europa?

“Sono convinto, e resto del mio parere, che la Turchia debba entrare a far parte dell’Unione europea per la sua storia e per la sua posizione strategica”.

Lei riveste una posizione di rilievo nell’Ucid (Unione cattolica imprenditori e dirigenti di azienda). Quali sono i confini tra l’economia moderna, l’accumulo di profitti, il mito del denaro e la predicazione evangelica?

“Il magistero della Chiesa ha sempre dato indicazioni chiare sui comportamenti dell’economia collegata alla socialità della sua funzione.

Solidarietà, giustizia sociale, benessere, lavoro, sono gli effetti che il capitalismo moderno deve saper offrire alla società di oggi.

Il mondo diviso tra capitalisti (ricchi) e diseredati (poveri) non potrà andare avanti ancora per molto tempo.

I poveri non vogliono più essere tali, e la globalizzazione dei mezzi di comunicazione ha fatto capire anche a loro che c’è una parte di mondo dove regnano benessere e ricchezza.

E ne reclamano una parte. Non sono quindi più disposti a rimanere “poveri”. A mio parere è questa una delle emergenze più pericolose dell’umanità.

Occorre non dimenticarlo. Specialmente noi cattolici laici credenti e impegnati nel sociale”.

Impossibile non chiederle una valutazione sulla situazione politica italiana: i cattolici dispersi in tutti i partiti e Papa Benedetto XVI lancia appelli per la formazione di una classe politica cattolica. Cosa ne pensa?

“Che i cattolici siano dispersi non è una questione di fondo. Lo è invece se siano davvero cattolici, convinti a restare sempre tali dovunque operino.

Ciò vale anche per la politica. Dipende, ovviamente, dalla forza con la quale sanno rispondere coerentemente e senza radicati fini personali, all’impatto del confronto e al pericolo dell’inquinamento delle coscienze”.

I politici italiani rappresentano una casta? Quali dovrebbero essere le regole comportamentali di un rappresentante del popolo?

“Il comportamento di un rappresentante del popolo, che voglia rimanere coerente, testimone di un nuovo tempo e missionario di una fede, deve soltanto essere quello per cui si è offerto e per il quale la Chiesa ha dato fiducia e mandato. La morale e l’etica del corretto comportamento debbono presiedere le azioni anche di rappresentanti e amministratori non praticanti o non credenti.

La morale vale per tutti. Visto che la politica – per dirla con Sturzo – è l’arte di fare il bene della gente”.

Dare consigli è la cosa più facile del mondo. Sarebbe, però, certamente utile e interessante se, in virtù della sua esperienza, aiutasse i giovani con qualche opportuna riflessione perché possano guardare al futuro con meno ansie.

“I giovani devono essere indotti a credere in loro. Non sempre il comportamento dei grandi è conseguente. Serpeggia nelle nuove generazioni il sospetto (a volte provato) che i grandi vogliano ancora e sempre occupare i loro spazi.

È questo a mio avviso l’errore più grande. Non è facile, ma occorre che gli anziani sappiano, ad un certo punto della loro vita e della loro esperienza, diventare maestri, educatori delle nuove generazioni. È una speranza e un auspicio”.

Sui libri di storia si legge che negli anni della guerra, lei fu testimone della strage di via Rasella e della tragica vicenda delle fosse Ardeatine. Quale è lo stato di salute della nostra democrazia nel contesto europeo. Dica la verità, è preoccupato?

“È vero. Mi trovai nel momento più difficile e pericoloso dell’avvenimento.

Da tempo portavo, clandestinamente, giornali e volantini della resistenza e quel giorno mi trovai proprio in via Rasella. Ne uscii vivo per miracolo, ma ebbi la prova che la mia fede era solida e che nessun sacrificio e rischio mi avrebbe fermato. Crebbe cioè la mia fede nella democrazia e nella libertà.

Non sono preoccupato per le sorti della democrazia italiana: la ritengo radicata e forte.

È entrata nel dna degli italiani.

Occorre però nutrirla continuamente e vigilare perché non subisca devianze. E questi sono compiti impegnativi di tutti”.

*Dice di sé.

Matteo Lo Presti. Nato a Spilimbergo (Pordenone) nel 1944: dal padre siciliano ha ereditato il gusto prepotente per la libertà e dalla madre friulana il sapore onesto per il rigore e la solidarietà umana. Cresciuto a Genova ha studiato al liceo Colombo lo stesso frequentato da Fabrizio De Andrè ed Enzo Tortora. Laureato in filosofia, ha imparato da Pietro Nenni e Sandro Pertini cosa valgano nella vita giustizia e libertà. Giornalista da tanti anni: Cesare Lanza suo direttore al quotidiano “Il Lavoro” gli ha insegnato a non avere paura delle notizie e del potere.

LEV TOLSTOJ


Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là

dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: “Ebbi fame

e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero

e mi accoglieste”. In fondo alla pagina lesse: “Quanto avete

fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui

quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

(Da “Il Natale di Martin”, 1892)

 

LUIGI PIRANDELLO

Uscimmo dalla chiesa e Gesù, ritornato innanzi a me

come prima posandomi una mano sul petto riprese:

“Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto

per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare

ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo

angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante

cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel

che perderai, seguendomi e abbandonando

quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi”.

(Da “Sogno di Natale”, 1896)

ATTUALITÀ Nicolò Costa - Brambilla e il turismo, consigli non richiesti
Ciò che conta è un’alleanza tra istituzioni nazionali e operatori turistici locali per attrarre visitatori con capacità di spesa medio-alta

Nicolò Costa*

Il sottosegretario al turismo Brambilla si lamenta: ha a disposizione soltanto 50 milioni di euro per sviluppare il turismo nazionale, mentre le regioni spendono ogni anno 7 miliardi, destinati prevalentemente alla promozione.

Purtroppo, gli esperti del settore e molti politici appartenenti a tutti gli schieramenti riconoscono che la promozione delle regioni è frammentata e inconcludente: ognuna si propone da sola nei mercati internazionali, senza un coordinamento nazionale. E i risultati sono negativi: da parecchi anni diminuiscono gli arrivi o crescono meno della media internazionale, mentre le spese sono concentrate in alcune aree, soprattutto del centro-nord. Minimi sono anche i benefici per i comuni minori. E con tutti quei soldi non si è avviato, per vaste aree, un turismo a ciclo continuo, che duri tutto l’anno, l’unico a stabilizzare l’occupazione e a definire una moderna industria dell’ospitalità.

Se si cerca di capire a cosa servano i 7 miliardi, si scoprono viaggi della casta per promuovere all’estero provinciali sagre enogastronomiche, oppure costose pubblicità generaliste, senza misurarne gli impatti economici perché la pubblicità non è accompagnata dalla vendita di prodotti. L’ex-ministro ai Beni culturali, Francesco Rutelli, aveva avocata la delega al turismo e puntato al rafforzamento dell’Enit (Ente nazionale per il turismo). Rutelli aveva creduto che il problema principale fosse quello dell’immagine ed aveva pubblicato un bando da 100 mila euro per inventare un nuovo marchio nazionale: il vincitore aveva copiato il logo da quello di Esquierda unita, il partito spagnolo di estrema sinistra, e così avevamo fatto ridere il mondo per mancanza di originalità, sin dalla presentazione durante la Bit (Borsa internazionale del turismo) di Milano nel 2007. Rutelli è stato sconfitto dal proprio pressappochismo, dall’assenza di una strategia della qualità. Ma anche le regioni ignorano il marketing turistico perché, spesso, tutto si riduce ad immagine (brochure, filmati, fiere). Non vi è integrazione tra spese per la promozione e vendita di prodotti innovativi. Di conseguenza, il costo medio per turista in Italia è il triplo della Francia e il quadruplo della Spagna.

Portiamo il caso della Sicilia, ma il discorso è valido per tutte le regioni, escluso il Trentino, che invece è all’avanguardia perché sta cercando di integrare pubblicità e vendita di prodotti turistici attraverso un portale dedicato. La Sicilia è già conosciutissima nel mondo, ha però bisogno di una pubblicità che, attraverso un call center o un portale, consenta a chi osserva il messaggio visivo di procedere ad un contatto e prenotare i servizi che si adattino al tipo di vacanza preferita (marketing diretto).

Se invece c’è pubblicità senza vendita, come succede, allora il turista compra il pacchetto in agenzia ed è il tour operator, esterno all’area, a ricavarne i profitti maggiori. Invece, gli operatori dell’incoming, coordinati dall’assessorato regionale al turismo, dovrebbero inventare nuovi prodotti – ad esempio, una crociera per visitare l’isola dal mare circumnavigandola – perché la novità spingerebbe i tour operator ad inserirla come prodotto nei loro cataloghi: l’unicità, la qualità e l’appeal della crociera in Sicilia è superiore o eguale a quella sul Nilo, ed è questa novità che andrebbe comunicata ai turisti e agli intermediari commerciali.

La crisi del turismo italiano è dovuta soprattutto alla mancanza di innovazioni, di nuovi prodotti creati dal basso e rivolti a precisi segmenti della domanda di viaggi.

In generale, le regioni dovrebbero sviluppare una politica dell’offerta, inventare nuovi prodotti e poi, con la regia nazionale, promuoverli e commercializzarli come esempi del made in Italy, come rafforzativi di una speciale accoglienza italiana. Non c’è fumo senza arrosto, non c’è immagine senza innovazione.

Sul piano della politica turistica, il deficit turistico italiano consiste nell’assenza di partnership collaborative a vari livelli istituzionali, che integrino i progetti pubblici con le iniziative private. L’Italia è indietro rispetto alla Francia e alla Spagna nella graduatoria dei paesi turistici perché manca l’innovazione di prodotto, basata sul prestigio sociale dei luoghi e la loro re-interpretazione con proposte originali.

E manca il regista nazionale. La responsabilità di questa anomalia tutta italiana, cioè la mancanza di un ministero per il turismo, è dovuta ad un referendum del 1993, con il quale gli italiani hanno deciso, sciaguratamente, di abolirlo e poi alla decisione (legge Bassanini) di attuare il titolo V° della Costituzione con la delega esclusiva del turismo alle regioni. E le regioni non si sono impegnate nel realizzare servizi di qualità omogenei su tutto il territorio nazionale, rendendo sicure ed ospitali le nostre città (nel turismo, luogo di produzione e luogo di consumo coincidono). Gli alberghi a 3 o a 4 stelle del Trentino non certificano una qualità uguale o simile a quelli della Puglia. Non riescono ad andare d’accordo a livello di conferenza stato-regioni.

In tale contesto, la Brambilla non può fare molto. È impensabile che le regioni siano disponibili a farsi coordinare da un sottosegretario al turismo. Brambilla non si illuda, ormai il danno è fatto. Ma quel poco che può fare poco, lo può fare bene.

È importante tentare di realizzare qualcosa di strategico e di unitario; ad esempio, un portale del turismo che, in sintonia con quanto realizzato dal Trentino, integri promozione e commercializzazione, nuove proposte provenienti dal basso (modello bottom up) con schemi progettuali nazionali (modello top down).

Più in generale, dovrebbe puntare a collegare il livello nazionale con la vitalità degli attori locali. Ciò che conta è un’alleanza tra istituzioni nazionali e operatori turistici locali per attrarre turisti con capacità di spesa medio-alta, mettendoli al centro della programmazione turistica. Un’alleanza guidata dai valori di eccellenza, di raffinatezza, come succede con il festival della letteratura a Mantova o con il festival di Ravello, attraendo in particolare il nuovo ceto medio internazionale di professional (gli informatici finlandesi, i pubblicitari parigini, la gente dello spettacolo, i biotecnologi, i medici, gli avvocati o gli ingegneri con studi internazionali) e i nuovi ricchi provenienti dalla Russia, dall’India, dalla Cina e dal Brasile.

Nonostante la grave crisi finanziaria internazionale, che ha ridimensionato la capacità di spesa degli alchimisti bancari, la domanda internazionale di viaggi per business, congressi o piacere è in continua crescita perché la globalizzazione sta premiando le formiche asiatiche e del sud America e perché molti dei nuovi professionisti del ceto medio internazionale sono ben ancorati all’economia reale, al terziario avanzato, che non mostra alcuna crisi produttiva. Sono questi ceti sociali ad alto contenuto di professionalizzazione, di cosmopolitismo e di intellettualizzazione ad aver alimentato formule come il fly & drive (volo aereo più auto a noleggio), gli short break (prolungamento dei weekend abbinati a feste secolari o religiose), i low cost (viaggio rapido in una capitale europea), l’agriturismo (i gastronauti e i foodtrotter che girano alla ricerca di prodotti tipici), il successo di molte agenzie di viaggi on line (prenotazioni dirette dei servizi, comparando le offerte) oppure il nuovo associazionismo del turismo tematico (amanti delle auto storiche e nuovi musei dello sport, appassionati di fiere spetiche e del modernariato, fan dello spettacolo che vanno a visitare la casa di nascita dei loro divi).

Brambilla ha nominato l’industriale Marzotto presidente dell’Enit. In tal modo ha istituito un positivo collegamento strategico tra turismo e made in Italy. Purtroppo, anche Marzotto ha ribadito che potenzierà l’immagine Italia, ignorando qual è il vero problema: creare a livello locale nuovi prodotti, veramente competitivi per prezzo e qualità, nei vari settori del turismo, dal marino al termale, dal montano a quello culturale, inseriti in una strategia nazionale di penetrazione dei mercati internazionali, puntando a far venire i benestanti residenti nelle metropoli del capitalismo avanzato e che attualmente prediligono Barcellona a Milano, le isole greche a quelle italiane, Parigi o Londra a Roma.

Speriamo che Marzotto si circondi di manager dell’innovazione il cui stipendio sia collegato al talento e ai risultati. Ancora una volta: fare turismo non è fare immagine, relazioni pubbliche, viaggi promozionali, ma innovare con prodotti originali, di successo, mettendo a lavorare gli amministratori locali e gli imprenditori dell’incoming per far crescere gli arrivi e soprattutto le spese turistiche durante tutto l’arco dell’anno e nel maggior numero possibile di città, grandi e piccole.

Brambilla ha un vantaggio: proviene dalla Confcommercio, associazione che esprime il maggior numero di operatori turistici (albergatori, ristoratori, agenti di viaggio, ecc.). Sa, per esperienza diretta, che molti di loro hanno maturato l’idea che la competitività non si gioca più a livello di singola azienda, ma a livello di destinazione e che sono disponibili ad avviare partnership collaborative per inventare nuovi prodotti di qualità. Gli operatori turistici chiedono di essere messi alla prova, di essere incoraggiati, facilitati, incentivati.

Anche nel turismo si richiede una politica liberale basata su idee-guida molto chiare, su valori in cui credere con coerenza e fermezza. Brambilla abbia coraggio e premi gli eccellenti, come sta facendo Brunetta per i dipendenti della pubblica amministrazione. Introduca rigore e serietà come sta facendo la Gelmini con la scuola. Punti sugli imprenditori italiani come Berlusconi ha fatto con Alitalia. Non c’è bisogno di grandi riforme, ma di recuperare i valori collegati all’iniziativa privata, all’innovazione, alla ricerca del successo economico.

Lo strumento legislativo c’è, occorre attivarlo. Investa nel realizzare un bando nazionale per finanziare alcuni sistemi turistici locali, previsti dall’art. 5 della legge 135/2001, secondo criteri meritocratici. Un bando rigoroso negli obiettivi e nelle procedure, che non dia finanziamenti a pioggia, ma premi in modo trasparente i progetti migliori, chi è pronto ad investire risorse proprie nel generare prodotti turistici a rete. Un bando ispirato da principi liberali e non assistenziali.

Utilizzi questi miserrimi 50 milioni per sostenere progetti di eccellenza, incentrati sulle iniziative dei privati impegnati nella destagionalizzazione dei flussi o nel creare reti territoriali, disponibili ad attuare piani tattici, ad un anno, inseriti in strategie triennali. Premi coloro che sanno lavorare in gruppo, i patti territoriali tra ristoratori e gestori di musei, tra albergatori e gestori dei trasporti locali, coloro che sono pronti ad investire nello sviluppo locale e chiedono soltanto di essere facilitati dagli enti pubblici con interventi pre-competitivi.

Crei un contesto favorevole alla libera iniziativa di chi vuol avere successo imprenditoriale e, contemporaneamente, sa che il business turistico è legato al territorio e all’azione collettiva.

Sostenga le iniziative che integrino marketing territoriale e marketing di prodotto, aiuti coloro che sono pronti a farsi valutare in termini di risultati conseguiti con il lavoro. Destini una parte delle risorse ad incoraggiare i giovani imprenditori che si sono laureati in scienze del turismo (laurea triennale) o in progettazione e gestione dei sistemi turistici (laurea spetica o magistrale): sono entusiasti, hanno nuove idee, sono il futuro, meritano che un politico si occupi di loro, fornendo concrete opportunità.

Prima di impegnarsi in progetti strategici di riforma dall’incerto risultato, decida una politica liberale del turismo puntando sulla creatività della società civile e sugli spiriti animali degli imprenditori.

Se il centro valorizza la periferia, Brambilla dimostri di voler invertire la tendenza al pressappochismo e alla mediocrità, dia un segnale chiaro e forte: il turismo è un fenomeno economico e come tale va valutato e spetta ai privati coordinarsi per vincere nella competizione internazionale, progettando destinazioni turistiche di successo. E Brambilla stia dalla parte della cultura del fare, di chi ha fiducia nelle partnership collaborative, di chi sa innovare senza sbrodolarsi in chiacchiere perché sa organizzare e rendere produttivi i sistemi turistici locali.

*Dice di sé.

Nicolò Costa. Professore associato di sociologia del turismo e di sociologia della comunicazione per il turismo, università di Roma Tor Vergata. Consulente per enti locali e aziende del turismo incoming. Ha pubblicato, “I professionisti dello sviluppo turistico locale”, Milano, Hoepli, 2005 e “La città ospitale”, Milano, B. Mondadori, 2008.

PRIMO MAZZOLARI

Se Egli viene, se niente lo ferma, perché io che, in fondo,

non sono che una voce che grida nel deserto,

non dovrei gridarlo alla mia gente, che il Salvatore, proprio

questa notte, viene per Dolfo in galera, per l’Argia la morente,

per Braccio di ferro il fariseo, e per un povero prete

di poca fede?

(Da “Per chi viene”, 1941)

Pina Bevilacqua - Obama, vittoria storica. E adesso?
Lucio Caputo, presidente dell’International trade center, ne è certo: “Dalla crisi economica alle guerre in Iraq  e Afghanistan, mai un presidente americano si è trovato di fronte così tanti problemi”

Pina Bevilacqua*

Ha battuto l’avversario repubblicano, il 72enne senatore dell’Arizona ex-veterano del Vietnam John McCain. Una svolta politica, se si considera la lunga egemonia repubblicana alla Casa bianca – interrotta solo da Bill Clinton e da Jimmy Carter, ma per un solo mandato – e la netta vittoria del partito dell’Asinello anche nel rinnovo del congresso (tutta la camera ed un terzo del senato) e di 11 governatori su 50, ora i democratici controlleranno contemporaneamente Casa bianca, senato e camera.

Una svolta anche sociale e culturale, perchè il primo presidente afroamericano Barack Obama, nato nel 1961, senatore dell’Illinois dal 2004, sposato con Michelle Robinson, avvocato come lui, due figlie, Malia, 8 anni, e Natasha, 5, è espressione della nuova maggioranza multicolore statunitense.

Da tempo si parla di due Americhe, quella degli immigrati di prima e seconda generazione e quella che vuole difendersene, anche a costo di alzare un lungo muro al sud per rendere impenetrabili California, Texas, Arizona. All’election day più seguito della storia ha prevalso la prima, mentre la peggiore crisi economica del dopoguerra ha spinto gli indecisi a votare, come era prevedibile, contro il governo e gli otto anni di leadership di Bush. E così, in queste elezioni, in cui il dibattito tra i due vicepresidenti (l’esperto Joe Biden per Obama e la debuttante Sarah Palin, vice di McCain) ha assunto un peso mai avuto prima – così come il ruolo di blogger e finanziatori on-line, ossessionati dalla questione dei mutui, che rischia di far perdere la casa a decine di migliaia di persone e che ha progressivamente offuscato quella dell’Iraq –, ha vinto Obama. Una sfida tiratissima tanto che nessuno dei due contendenti si è visto al prestigioso gala annuale del Niaf (la più importante associazione italoamericana negli Usa), lo scorso ottobre, a Washington.

Obama evoca i successi dell’amministrazione Clinton, ricorda J.F. Kennedy per i due attentati a cui è scampato. Obama il sota, per via di quel suo slogan spread the wealth, letteralmente “spalmata dei debiti”, interpretato come una redistribuzione della ricchezza.

Obama, quello della svolta verde, tanto attesa dalla rampante Green collar economy, sulla scia della riforma Al Gore (mentre McCain, agli States sconvolti dall’aumento eccessivo dei prezzi della benzina, proponeva nuove trivellazioni, anche offshore e l’incremento del nucleare).

Obama il personaggio, sostenuto da un’organizzazione di milioni di persone, partita tre anni fa, e da circa 55 quotidiani come il “Ny Times”, il “La Times”, il “Washington Post”. Tanta gente lo ha festeggiato, e non solo negli Stati uniti. Lui ha promesso in campagna elettorale l’assicurazione sanitaria ai 47 milioni di americani che ne sono sprovvisti, il miglioramento del sistema scolastico, aiuti per i disoccupati. E anche se ufficialmente s’insedierà alla Casa bianca solo il 20 gennaio, inaugurando, secondo indiscrezioni, un’amministrazione bipartisan, al suo predecessore ha chiesto da subito una transizione rapida e un segnale forte sulla questione economica.

Molti leader nel mondo hanno salutato con favore la sua vittoria, auspicando una più stretta cooperazione con Washington e un’America sempre meno vicina alle amicizie di Bush (dalla Russia all’Iran, ai gruppi islamici del Medio oriente), a seconda dei casi. E comunque Obama dovrà dare, al più presto, un segnale anche sulla guerra in Iraq, alla quale è stato sempre contrario, mentre Hillary Clinton (battuta nelle primarie) aveva votato a favore.

Il seguito sarà tutto da scrivere, perché il piano Paulson da 700 miliardi di dollari (il 5% del Pil americano), per acquistare titoli-spazzatura dalle banche, vorrà dire aumento di tasse e sacrifici, misure impopolari e improrogabili per tutti.

Annuisce a queste parole Lucio Caputo, presidente dell’International trade center di New York, società di promotion e di relazioni pubbliche creata per migliorare l’immagine dell’Italia e dei suoi prodotti negli Stati uniti, fondatore e presidente dell’Italian wine & food institute, nonché tra i fondatori del Gei, il prestigiosissimo ed autorevole gruppo che raccoglie i più importanti rappresentati delle maggiori organizzazioni italiane presenti negli Usa. Un osservatore privilegiato.

“Obama ha vinto essenzialmente per la crisi finanziaria ed economica che ha colpito gli Stati uniti, facendo passare in secondo piano tutti gli altri problemi fra cui il terrorismo e la sicurezza, che erano il punto di maggior forza di McCain. In un recentissimo sondaggio il 68% degli americani ha messo al primo posto fra i problemi la crisi economica, mentre terrorismo e sicurezza sono stati considerati rilevanti solo dal 10% degli intervistati. Tutto questo si è aggiunto nella fase finale di una poderosa campagna elettorale, nella quale Obama è riuscito a mobilitare la gente di colore, gli ispanici, i giovani e coloro che hanno votato per la prima volta, creando un formidabile movimento in suo favore”.

E McCain?

“McCain ha perso anche perché si è venuto a trovare nella difficilissima posizione di dover fare una campagna elettorale prendendo le distanze e criticando il suo stesso partito, per non essere associato al bassissimo tasso di popolarità ed alla politica del presidente Bush.

L’età, non certo giovanissima ed alcuni ondeggiamenti nel corso della campagna hanno dato il colpo finale”.

Chi ha votato Obama?

“Obama è stato votato, con percentuali altissime, da tutte le minoranze e, principalmente, da neri, ispanici ed ebrei. Hanno votato in massa per lui i giovani, la maggior parte di coloro che votavano per la prima volta ed una buona percentuale delle donne. Non si è, invece, avuto l’effetto Bradley (il sindaco democratico di colore di Los Angeles che, favoritissimo nei sondaggi preelettorali, nell’elezione a governatore venne, poi, largamente sconfitto al voto) e non si è verificato un massiccio voto contrario delle sostenitrici di Hillary Clinton”.

E gli italoamericani per chi hanno votato?

“In genere gli italoamericani hanno votato per McCain. Sia perché la maggioranza degli italoamericani é di tendenze repubblicane, sia per una certa difficoltà ad accettare un candidato di colore”.

Un mandato impegnativo per il 44° presidente degli Stati uniti.

Obama, ma sarebbe stato lo stesso per qualsiasi altro presidente, avrà un compito difficilissimo. Si insedia alla Casa bianca nel mezzo di una gravissima crisi che non accenna ad attenuarsi, deve fronteggiare due guerre, rilanciare l’economia ed, in aggiunta, dovrebbe, non si sa come, far fronte alle moltissime promesse elettorali fatte ed alle elevatissime attese che si son venute a creare”.

Che atteggiamento avrà con i leader occidentali?

“Probabilmente tutti coloro che, presi dall’entusiasmo, si stanno creando delle eccessive aspettative saranno presto delusi. Obama, come qualsiasi suo predecessore, sarà un presidente americano che risponde al suo datore di lavoro, che sono gli elettori. Gli interessi americani avranno, quindi, la priorità e questo lo porterà a chiedere ai leader occidentali, forse molto di più di quanto non abbia fatto Bush. Tanti attuali entusiasmi subiranno, quindi, delle docce fredde quando questi osannanti leader si troveranno nella difficile situazione di dover rispondere alle richieste del nuovo presidente Usa, sia in campo militare, con maggiori coinvolgimenti, sia economico (a parte un maggiore protezionismo)”.

E con le questioni calde come l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan, la Corea del Nord e la Russia?

“Si sa già che vi sarà un graduale ritiro dall’Iraq ed una presenza rafforzata in Afghanistan, (essenzialmente tramite un maggior coinvolgimento degli alleati). Sarà forse attenuata la posizione sullo scudo spaziale, per migliorare le relazioni con la Russia, e sarà continuata la politica condotta con la Corea del Nord che, finora, ha dato buoni risultati. Più complessa la posizione con l’Iran, con il cui governo si cercherà un dialogo, che, però, non includerà permessi ad andare avanti con il nucleare. E comunque le migliori prospettive si avranno nel tentativo di trovare una soluzione al conflitto fra israeliani e palestinesi”.

*Dice di lei.

Laura Cosenza Bevilacqua. Troppi libri, giornali e discorsi seri a tavola sin da piccola. Mia figlia Pina è venuta fuori uno tsunami. Da adolescente, con le sue ballate, ha vinto premi di poesia. Ha scritto per quasi tutti i giornali, dal “Corriere della sera” a “Cosmopolitan” passando per “La Settimana enigmistica” (cruciverba, rebus e sciarade), dall’intervista esclusiva a Raffaele Cutolo al film-documento sulle stragi insolute, ai primi reportage italiani sugli “scambisti” e sul sadomaso (pubblicati anche negli Stati uniti). È diventata avvocato, ma poi si è data alla televisione.

Matteo Spilimbergo - Il ruolo del sindacato nell’era della globalizzazione
Walter Galbusera, segretario generale della Uil Milano e Lombardia, delinea le nuove sfide del mondo che tutela  i lavoratori. O che almeno dovrebbe

Matteo Spilimbergo

Una vita trascorsa tra i turbinii del mondo sindacale. Cosa ha determinato questa scelta? È difficile pensare che un bambino sogni di fare da adulto il sindacalista.

“Era facile nell’Italia di 50 anni fa prendere coscienza, sui banchi di scuola, delle profonde differenze economiche, sociali e culturali che si manifestavano in condizioni di vita diseguali, che non potevano non colpire soprattutto i più giovani. Questo si traduceva nella convinzione di un’ingiustizia diffusa e nel desiderio di cambiamento anche attraverso un’affermazione individuale. Ma si creavano anche i presupposti per una risposta collettiva quando il contesto lo consentiva, come avvenne negli anni ’60 quando partiti e sindacati costituivano un momento importante di partecipazione e di emancipazione popolare”.

Quali i personaggi che l’hanno aiutata a crescere nella professione?

“Nel sindacato iniziai a collaborare con Giulio Polotti, segretario e fondatore della Uil di Milano, poi lavorai con il sindacato degli edili, di cui era segretario Luciano Rufino, poi iniziò il rapporto con Giorgio Benvenuto prima a Milano poi a Roma. Gli uomini politici che considero più importanti sono stati prima Riccardo Lombardi e poi Bettino Craxi”.

Una vita di impegno e di lotte: più le battaglie vinte o perse? Può farcene un rendiconto?

“C’è amarezza nel registrare ancora ritardi nella lotta agli infortuni sul lavoro. C’è il rammarico di non essere riuscito a costruire un moderno sistema partecipativo per i lavoratori a livello di impresa.

Per il resto è normale che si sommino vittorie e sconfitte, ma anche una sconfitta può essere utile”.

Quali sono le qualità di un buon sindacalista?

“Capacità di studio, di approfondimento dei problemi, flessibilità, capacità di comprendere la gerarchia di interessi del proprio interlocutore”.

Assodato che il capitalismo vive, secondo quanto ha spiegato Schumpeter, eternamente tra fasi di crisi e di sviluppo, il mondo del lavoro è più utile che sia antagonista o collaborativo con il sistema per tutelare salari e diritti?

“Se antagonismo, come nella vulgata marxista-leninista, significa che uno dei due interlocutori deve scomparire, non c’è dubbio che un approccio collaborativo, consapevole di un fisiologico conflitto di interessi, sia da privilegiare”.

Lei da sempre ha sviluppato comportamenti e scelte legate al mondo del riformismo sota: giustizia sociale e democrazia, nel nostro Paese, camminano di pari passo oppure siamo ancorati a lentezze troppo gravi nel contesto europeo?

“Siamo in ritardo, come su molti temi rispetto all’Europa. Ma i ritardi sono spesso imputabili anche all’arretratezza culturale della sinistra e di una parte importante del sindacato”.

La crisi finanziaria del mondo bancario Usa ha riproposto antiche ricette di intervento statale nel sistema economico non solo americano. Lei come giudica questa sconfitta delle strategie liberiste?

“Tutte le strategie integraliste, quelle stataliste e quelle liberiste sono foriere di sciagure. Serve un giusto equilibrio in funzione delle differenti realtà economiche”.

L’Italia sembra soffrire della mancanza di una classe dirigente giovane e moderna, capace di decisioni responsabili e non eternamente sottoposte ad estenuanti mediazioni. Il suo punto di vista?

“Se manca un ricambio vuol dire che non funziona la formazione dei nuovi gruppi dirigenti. E questo è imputabile a chi comanda. D’altra parte anche un ricambio violento della classe politica, come quello avviato nel 1992, non sembra aver dato risultati eccezionali”.

Quanto e come è cambiato il ruolo del sindacato nel mondo moderno?

“Una volta aveva un compito prevalentemente difensivo; con la globalizzazione deve essere anche in grado di determinare le scelte strategiche dei governi e delle imprese e di gestire con strumenti istituzionali, d’intesa con gli imprenditori, una rete di servizi che garantiscano prestazioni socio assistenziali e sanitarie a favore dei lavoratori”.

Ma dell’unità sindacale non si parla più?

“L’unità sindacale organica non è all’ordine del giorno. Anzi le ragioni della scissione del 1948 sono ancora attuali. Più realistico è costruire l’unità di azione”.

I rapporti tra i pochi partiti politici rimasti in parlamento e il mondo del lavoro sono solo alimentati da ostilità e da furbizie tattiche?

“I rapporti più che alimentati da ostilità sono deboli; il confronto non è particolarmente efficace, perché non produce effetti fra gli interlocutori e, quando esiste, si limita spesso ad un rapporto diplomatico”.

Come mai sempre così tante lungaggini nel rinnovo dei contratti?

“Spesso veri e propri riti e procedure complesse rallentano i tempi contrattuali. Ma le ragioni di fondo dei ritardi stanno nell’incapacità di individuare gli obiettivi con un buon grado di selettività. Naturalmente pesano anche i rapporti di forza che oggi non sembrano troppo favorevoli ai lavoratori”.

Lei è uno dei pochi sindacalisti di rilievo, che non ha mai ambito andare a Montecitorio. Come mai?

“Onestamente, dopo il tracollo del sistema tradizionale dei partiti, le possibilità per i dirigenti sindacali di passare alla politica ad ogni livello si è nettamente ridimensionata e soprattutto in questi anni si sono distinti nettamente i ruoli tra politica e sindacato rendendo più difficile il passaggio di dirigenti sindacali a ruoli politici. Poi spesso bisogna anche fare di necessità virtù”.

Con la lampada di Aladino in mano, tre desideri per vedere realizzate riforme prioritarie, utili per il Paese.

“Federalismo fiscale, democrazia economica, riforma scolastica improntata al merito”.

Esistono strategie utili alla sinistra per tornare a governare? Oppure occorrerà aspettare anni? In quale direzione lavorare?

“La sinistra deve essere concreta e gradualista; se si fa condizionare dalle componenti massimaliste o da quelle populiste non ha molte speranze di proporsi come forza di governo. Non è una questione di persone, che spesso peraltro cambiano opinione. Occorre prima di tutto tenere una linea politica chiara”.

Perché la parola somo in Italia fa più paura della parola fascismo e/o comunismo?

“Se ci riferiamo al somo riformista, la risposta è secondo me chiara: il fascismo e il comunismo forniscono ricette semplici, fondate sulla demagogia e sull’autoritarismo. Il somo riformista è assai più impegnativo perché implica l’onere di individuare non solo gli obiettivi, ma anche gli strumenti, accetta il principio della gradualità e considera bene assoluto la garanzia delle libertà democratiche borghesi”.

Ma un sindacalista come trascorre il tempo libero?

“Il tempo libero non è moltissimo, ma ci si può dedicare alla lettura o al riordino degli archivi del sindacato. Personalmente sono stato sempre affascinato dall’archeologia”.

ACHILLE CAMPANILE

Approssimandosi il Natale, riacciuffava la spianatoia

della pasta, ma senza la balda combattività d’una volta.

Si capiva che ormai lo faceva a freddo. Ritirava fuori i vecchi

pupazzi e li disponeva in fretta, a caso, tanto per non saltare

un’annata, sempre per quella storia dei temuti sette anni di

guai. E si videro, talvolta, strani accostamenti:

gallinelle nel chiuso e pecore nel pollaio,

l’eremita che spuntava dal pozzo, un cammello all’osteria,

il mendicante sul tetto, l’arrotino sul balcone

e i re Magi nel torrente.

(Da “Il presepio dei sette anni”, 1933)

BELPAESE Federico Oriana - Stato e laicità, questione ancora aperta
Per fare ordine bisogna partire dalle ragioni di chi può rivendicare il tema della laicità per averlo sostenuto  quando perfino gli intellettuali ignoravano la parola

Federico Filippo Oriana*

Ha ancora un senso essere laici in un’Italia completamente secolarizzata? Ovvero, ha un significato reale la laicità in un Paese come l’Italia? E se sì quale? Per tentare di rispondere a questa domanda occorrono alcuni antefatti, ad uso anche di noi stessi e della nostra memoria, ma in particolare dei più giovani. Nell’Italia degli anni ’50 – e, in misura più attenuata, fino al 1968 e dintorni – esisteva da noi una situazione particolare, diversa da quella di tutti i paesi dell’Occidente (eccetto la Spagna franchista, il Portogallo salazarista e, in misura minore, la democratica Irlanda), che faceva dell’Italia un Paese cattolico. In che senso? Non di una confessione religiosa di fatto numericamente dominante, come in Francia, Austria o nella pur comunista Polonia, ma di un blocco di potere con sostanziale controllo delle istituzioni – e, quindi, di parte della società – avente come epicentro la Chiesa cattolica. La Democrazia cristiana – partito di maggioranza relativa, ma, per la costituzione materiale della Repubblica, che imponeva una sorta di patto di sindacato tra i partiti democratici anticomunisti, sostanzialmente di maggioranza assoluta – aveva sempre vantato la natura laica della sua esperienza e questo poteva essere anche vero nel senso della propria autonomia gestionale rispetto alla Chiesa. La Dc era, insomma, una sorta di management con il controllo operativo di un’azienda (l’Italia) per conto di un azionista (la Chiesa) lontano e (apparentemente) distratto dalle cose politiche (politica economica, politica estera, politica militare ecc.), ma molto interessato (ed è normale essendo una religione) al corpo sociale in tutte le sue manifestazioni dirette (religiose, culturali, educative, insomma, come si direbbe oggi, valoriali). L’intreccio italiano diventava così molto curioso, oltre che particolare: la Chiesa influiva sul popolo che, a sua volta, delegava un gestore delle cose terrene, la Democrazia cristiana, che puntava tutti i giorni i piedi per non essere condizionato dalla Chiesa nella propria azione mondana. Il potere era, quindi, binario e mai s’incontrava direttamente (la Dc aveva rinunciato alla comunità lasciata alla Chiesa e la Chiesa alle istituzioni – anche locali – e al governo lasciati alla Dc) se non il giorno delle elezioni. Quel momento vedeva magicamente ricomporsi il quadro e i distinti ricongiungersi sulla base di una perenne emergenza (il fattore K, dove K sta per Kommunism) che stimolava in entrambi (ma solo in periodo elettorale) il senso di sopravvivenza (simul stabunt, simul cadent). La mancanza di laicità di cui soffrivano gli spiriti liberali negli anni ’50 e nei primi ’60 – e successivamente i movimenti di massa maturati dalla seconda metà degli anni ’60, che avrebbero poi fatto saltare il banco – non era legata di per sé al governo del Paese, perché il blocco di potere che guidava lo Stato – centrismo e poi centro-sinistra – non era molto diverso da quelli di altre neodemocrazie come il Giappone, la Germania e l’Austria che pure erano prive dell’elemento religioso. La sofferenza era per il condizionamento sociale, ossia per l’angustia culturale sul territorio (sostanzialmente del livello prebellico, soprattutto in ambito contadino) e per il forte moralismo dominante anche nel contesto urbano, che trovava nei ministri del culto dei veri e propri soggetti attivi di un controllo sociale, rispetto al quale le istituzioni si ponevano come garanti, totalmente a prescindere dalla pur lodatissima costituzione. Faccio un esempio, banale per i più grandicelli come me, ma suppongo del tutto sorprendente per chi ha meno di 50 anni: per accedere a qualsiasi posto pubblico occorreva un certificato di buona condotta morale, concetto giuridicamente indefinito e indefinibile perchè contrario ai principi di libertà fissati dalla costituzione. I carabinieri, che erano incaricati delle verifiche propedeutiche al rilascio, non avendo tempo da perdere e per consolidata prassi andavano a richiedere informazioni dal parroco: così se la persona non andava a messa la domenica o non era sposata in chiesa o, peggio ancora, era separata o, Dio non voglia, addirittura conviveva il certificato non veniva rilasciato ed era preclusa la partecipazione ai vari concorsi pubblici. Naturalmente questo significava che prima di andare a convivere con una senza sposarti ci pensavi non una, ma quattro volte perché poteva significare non avere nessun lavoro (e se lo avevi perderlo per quello che oggi si chiamerebbe mobbing). Altro che pacs o dico! Attraverso questi meccanismi di controllo sociale la religione riusciva a diventare legge dello Stato sotto il distratto sguardo della laica Dc, la cui unica funzione era di garantire questo assetto dominante: alla Chiesa cattolica la società italiana, alla Democrazia cristiana la Repubblica. Naturalmente non mancavano i sussurri, le critiche private degli esponenti di un’istituzione all’altra, dei sacerdoti alla Dc per come gestiva, e dei democristiani ai preti per come rompevano…. Ma anche i taxisti di Madrid dicevano peste e corna del regime e il franchismo non è caduto per questo. La vera incognita nel giudizio su un sistema complessivo incontrastato dal 1948 al 1968 è costituita piuttosto dal posizionamento del partito comunista: dov’era e che faceva il più grande partito comunista dell’Occidente, il partito delle adunate oceaniche e delle masse, rispetto ad un potere che, apparentemente, lo escludeva del tutto e nel profondo, sia a livello politico sia di società civile? Molte cose vanno dette su questo tema essenziale per cercare di ricostruire la storia repubblicana e anche di comprendere l’Italia di oggi. Intanto la dirigenza – nazionale e locale – del Pci non si trovava poi così a disagio con il soffocante moralismo dominante l’Italia di allora: la moralità sota nella sfera privata (basti pensare alla vicenda della convivenza di Togliatti con la Iotti e delle persecuzioni che perfino il “Migliore” aveva dovuto subire per questo dai suoi cari compagni di partito) non era molto diversa da quella cattolica: i principi laico-liberali (nessun reato senza vittima, lo Stato non può entrare nella camera da letto dei cittadini, la libera ricerca della felicità purché non vi sia lesione di diritti altrui ecc.) non facevano parte minimamente della weltanschauung comunista.I diritti civili – ammesso anche che nell’establishment comunista conoscessero questa espressione di matrice anglosassone – erano considerati diritti borghesi. Si consideri che il Pci arrivò ad appoggiare la legge sul divorzio per ultimo, dopo aver fatto di tutto per rallentarne l’iter parlamentare e che il suo slogan prima del referendum sul divorzio (sì, proprio quello su cui costruirà le proprie fortune politiche ed elettorali fino alla sua scomparsa) era “No al referendum” e non “No all’abrogazione del divorzio”: molti ricorderanno la storia di “non dividere le masse dei lavoratori” (in effetti in una certa misura, contemporaneamente cattolici e comunisti…!). Ricordo personalmente il fastidio – direi fisico – dei comunisti verso noi laico-liberali, ritenuti espressione del più pericoloso tipo di borghesia, quella illuminata che ingannando i lavoratori con il riformismo ritardava la rivoluzione sota, solo evento in grado di liberare veramente le masse lavoratrici. Cito un episodio per tutti: un fondo sull’Unità del 1973 sulla “noiosa religione del sesso”.

Continuo a pensare che il sesso non fosse il problema principale dell’Italia degli anni di piombo.

Un altro e diverso fattore, più politico, concorreva a far stare il Pci all’interno di quel quadro socio-istituzionale anni ’50 – così lontano dalla Costituzione del 1948 alla quale il Pci aveva tanto concorso e che costituiva il vero compromesso storico della pacifica convivenza nell’assetto italiano tra forze opposte: il consociativismo del quale molto si è detto rispetto alle aule parlamentari, ma che, invece, era diffuso largamente anche sul territorio.

Non mi riferisco alle regioni rosse che costituiscono, semmai, un esempio di esperimento di gestione del potere comunista in ambiente capitalista, ma al ruolo capillare degli esponenti comunisti nelle fabbriche e negli enti locali.

Detta più chiaramente, se i comunisti non potevano entrare nelle forze armate e di polizia (è una realtà storica), avevano di converso accessi privilegiati alla componente operaia delle fabbriche, nelle quali venivano organizzati (da tutti i punti di vista, accessi, formazione, organizzazione del lavoro, carriere) dalla Cgil attraverso il controllo delle allora commissioni interne (poi divenute consigli di fabbrica).

Quindi il potere italiano era, per grandi linee, spartito in proporzione sostanzialmente pari ai pesi elettorali: stato e pubblica amministrazione alla Dc, finanza ai partiti liberali (Pli e Pri), fabbriche e parte degli enti locali al Pci (e in misura minore all’alleato Psi).

Non va dimenticata neppure l’egemonia che veniva lasciata alla cultura marxista-comunista – sostanzialmente egemonizzata dal Pci fino almeno al 1968 – in tutti i diversi campi, dal cinema alla letteratura alle arti (ambienti dominati da intellettuali ex-fascisti passati in blocco al Pci).

In una situazione di mondo diviso in due, all’interno di un paese dello schieramento occidentale, la dirigenza comunista era cosciente di non potere avere di più e alla fine Paris vaut bien une messe! Non a caso si parlava di due chiese, la bianca e la rossa, espressione ancora usata oggi, come evidenzia un recentissimo articolo di Massimo Teodori, intellettuale – ed allora militante – radicale.

La reazione laica all’arretratezza catto-comunista del Paese era affidata a forze minoritarie e di taglio più intellettuale che politico: radicali, liberali (come il sottoscritto), e – sia pure più distrattamente – ai repubblicani, in particolare di appartenenza massonica.

Realtà talvolta pregevoli per disinteresse personale, generosità di impegno e qualità intellettuale, ma che mai sarebbero state in grado di cambiare uno stato di cose ben radicato nel profondo della storia e della realtà italiana se altri, ben più potenti meccanismi, non si fossero messi in movimento totalmente a prescindere da noi, dai nostri convincimenti, dalle nostre valutazioni e dalle nostre azioni. Il 1968 era alle porte.

Fatto è che l’arretratezza italiana non era funzionale allo sviluppo capitalistico, che necessitava di consumatori disponibili e moderni, come nel resto d’Europa e dell’Occidente: Pier Paolo Pasolini intuì molto bene la piega presa dagli eventi in quei brevi anni che cambiarono d’un tratto equilibri secolari, se non mille­nari.

Si realizzò in Italia, a partire dal 1966, la convergenza oggettiva tra due spinte di matrice diversissima, se non opposta: da un lato un clima politico di sinistra, nato dalla guerra del Vietnam e ben presto tradottosi in un movimento internazionale senza precedenti che investì sia il mondo occidentale sia i paesi comunisti dell’est europeo – movimento a sfondo libertario, universalista e pacifista che segnò irreversibilmente la cultura della mia generazione, dall’altro, nei paesi più tradizionalisti come l’Italia il mondo delle imprese, locali e multinazionali, investì sull’esplosione dei consumi necessaria per dare sbocchi a un sistema produttivo asfittico: ma i consumi di massa richiedono la proposizione, attraverso la pubblicità e la comunicazione, di modelli di comportamento aperti e innovativi, di uno stile di vita completamente diverso da quello tradizionale.

Si cominciarono a proporre attraverso la televisione viaggi, automobili, weekend fuori città, vestiti, cosmetici, trattamenti estetici e salutistici, tutti modelli mutuati dal comportamento dei ricchi e, in particolare, dei divi, con la neppure tanto velata idea che chiunque – in particolare la donna – potesse raggiungerne attraverso gli acquisti lo splendore di vita.

La convergenza tra due opposti progressismi – quello di sinistra, movimentista e sindacale con aumento dei redditi dei lavoratori dipendenti, e quello di destra consumista e capitalista – fu totale sia a livello giovanile (cioè i grandi dei decenni successivi) sia di adulti, perché il nuovo benessere, reso disponibile dalle lotte sindacali, fu investito in gran parte in consumi non durevoli funzionali allo sviluppo capitalistico interno e internazionale. Le donne, in particolare, uscirono da un secolare stato di subalternità e si convinsero di essere libere, ossia pari agli uomini quantomeno nel comportamento privato.

Si ebbe in questo modo la completa secolarizzazione della società italiana.

Questa rivoluzione copernicana della società si approfondì ed estese nei decenni successivi, travalicando dal piano etico e culturale a quello propriamente religioso, con un effetto imprevisto di scristianizzazione del nostro Paese: nella nazione che ospita la santa sede il numero dei praticanti si è ridotto drasticamente, con un esito di eccesso di chiese difficili da mantenere aperte, di crisi delle vocazioni religiose e dei matrimoni concordatari, di ridotta influenza della dottrina della Chiesa sui comportamenti individuali, in particolare dei giovani e delle famiglie (ad esempio la questione degli anticoncezionali).

Oggi i cattolici osservanti e praticanti in Italia sono una robusta minoranza; vi è poi un’ampia fascia di popolazione genericamente cristiana, a mio giudizio maggioranza della popolazione, non del tutto insensibile ai richiami del Papa, ma tendente a regolarsi secondo un proprio personale convincimento in tutti i campi dell’etica e perfino del rapporto con Dio; vi è, infine, un’altra consistente minoranza antireligiosa, del tutto atea o agnostica, in genere simpatizzante per la sinistra politica. In un quadro sociale, culturale, antropologico e religioso così profondamente mutato rispetto a cinquant’anni orsono, dove i veri seguaci della Chiesa sono una minoranza, come si pone la questione della laicità, cioè dei rapporti Stato-Chiesa (meglio sarebbe dire Repubblica-Chiesa)?

Molte sciocchezze si sono lette e sentite sul tema in questi ultimi anni, da sinistra e da destra, innescate in genere dagli interventi della Chiesa su tematiche eticamente sensibili.

Per fare un po’ d’ordine nella questione bisogna partire dalla ricostruzione delle ragioni di noi laici di allora, cioè di coloro che possono a buon diritto rivendicare il tema della laicità per averlo propugnato quando la gente, e perfino il ceto intellettuale, neppure conosceva il significato della parola (giuro che era proprio così), e farlo significava essere guardati male dai i poteri forti di allora, politici, economici e culturali (proiettati ciascuno sui rispettivi obiettivi, fare la rivoluzione, la restaurazione o semplicemente i soldi…), se non addirittura essere emarginati come inutili e presuntuosi ragazzini.

Lo spirito che ci accomunava – pur nelle diverse collocazioni partitiche e di classe sociale – era non già l’avversione alla Chiesa, ma l’opposizione ad un sistema per il quale una particolare (per quanto legittima) visione del mondo, attraverso moltiplicatori politico-istituzionali, diveniva valore fondante generale della società.

Non ad una visione del mondo ci opponevamo, ma ad un potere; neppure ad un’influenza, legittima in democrazia, ma ad un processo – sostanzialmente extraparlamentare e quindi non trasparente – di formazione della normativa materiale (cioè effettiva), incurante dei diritti delle minoranze e lesivo dei diritti civili e, quindi, del principio costituzionale di libertà.

Ebbene credo che questo problema non esista più perché tutti gli equilibri legati a quegli assetti di allora sono saltati e gli stessi attori del percorso di formazione della legislazione e della normativa secondaria sono completamente cambiati.

Quello che il dibattito recente sugli interventi della Conferenza episcopale italiana mostra di non comprendere è che nell’Italia di oggi la corretta categoria di valutazione è quella del pluralismo.

Quando il presidente della Cei esprime la sua opinione su – che so? – la pillola del giorno dopo, la reazione è di tipo nazionalistico, come se lo stato del Vaticano avesse dichiarato guerra all’Italia.

Questo è doppiamente sbagliato: intanto non è un organismo internazionale come il Vaticano che parla, ma un corpo sociale intermedio della società italiana, quale la Cei, ad esprimersi. La Cei, da un punto di vista istituzionale, si colloca allo stesso modo della Confindustria, della Cgil o dell’Abi e non si comprende perché un sindacato dovrebbe poter dire la sua su tutto l’universo mondo (compresa, ad esempio, la politica scolastica dello stato) e l’associazione del mondo cattolico italiano no.

Una società pluralistica è tale in quanto non si limita a tollerare, ma promuove non solo l’esistenza, ma l’aperta espressione di idee, valori e proposte da parte di un numero ampio e crescente di corpi intermedi. In questo sta il vero superamento dell’elitismo liberale ottocentesco – fondato sul rapporto diretto ed esclusivo tra eletto e singolo elettore, attraverso il meccanismo del voto – in favore di una moderna ed ampia liberaldemocrazia arricchita dalla diversità delle sue componenti, anche organizzate.

E proprio l’aperta e insistita espressione dei propri convincimenti da parte del mondo cattolico italiano evidenzia il successo definitivo della battaglia laicista che avevamo allora combattuto con tanta passione: all’epoca, infatti, la Chiesa non parlava e otteneva quello che voleva, non aveva alcun bisogno di proporre, disponeva direttamente attraverso i meccanismi di potere descritti in esordio.

Ora parla, anche alzando la voce, dimostrando con questo un disagio tipico di chi non comanda e deve quindi convincere. Il potere non parla dispone; se si parla, o anche si grida, è democrazia e società aperta, perché occorrono argomenti e ragionamenti, ai quali potranno contrapporsi (come di fatto è avvenuto, pensiamo ai temi dell’embrione e delle cellule staminali) altri argomenti e ragionamenti: attraverso il confronto – anche deciso, ma non violento – tra diversi il livello del dibattito si alza, la riflessione e l’approfondimento crescono, la decisione finale (che sarà presa in Parlamento non in qualche sacristia) avrà più probabilità di essere quella giusta e se anche così non fosse, il livello di partecipazione del popolo alle decisioni sul proprio futuro sarà più alto e più qualificato con un esito educativo, in particolare per le nuove generazioni, da non sottovalutare.

Quello che, invece, si osserva nel teatrino della politica sono reazioni che prescindono dal merito delle questioni poste, di rabbiosa reazione alle indebite interferenze della Chiesa o di incondizionata e pregiudiziale adesione – verosimilmente sperando di intercettare un presunto voto cattolico – alle idee prospettate da parte della Cei (magari neppure capite): nessuno si confronta sul merito, non in chiave religiosa, ma di bene per il popolo italiano. Un altro aspetto, infatti, si omette di comprendere: le proposte della Cei, giuste o sbagliate che siano, non sono religiose, ma di politica sociale, dal momento che non si ripromettono la salvezza della nostra anima, bensì il nostro bene in questo mondo.

Il messaggio religioso, universale per sua stessa natura, è formulato e indirizzato in altre sedi, che vanno dal confessionale al pulpito di san Pietro; quando i vescovi italiani si esprimono sui cosiddetti temi eticamente sensibili parlano alla società, alla cultura, al Parlamento italiani.

Vorrei fare un esempio che mi pare chiarificativo: un esponente di primissimo piano (e di grande valore) della Chiesa di oggi, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato del Vaticano (cioè primo ministro della Chiesa e non ministro degli esteri come per ignoranza i giornalisti spesso scrivono) quando era arcivescovo della mia città (Genova), mentre era in corso il dibattito sulle unioni di fatto, ebbe ad esortare sui giornali i giovani, con una certa vivacità, a sposarsi civilmente.

Può sulle prime fare un certo effetto che un principe di santa romana Chiesa esorti pubblicamente a commettere un peccato, in quanto il matrimonio civile non è riconosciuto dalla Chiesa (è ai suoi occhi poco più di una convivenza), ma questo stupore cade di fronte alla constatazione che, appunto, i vescovi italiani quando si esprimono pubblicamente non mandano messaggi religiosi, ma sociali: il cardinale intendeva far presente ad opinione pubblica e decisori politico-istituzionali italiani il valore per la società italiana, non per la fede, del matrimonio come elemento fondante della stabilità familiare e, quindi, sociale.

L’unica possibile conclusione sul tema del perdurante valore o meno della laicità nell’odierna Italia secolarizzata è, quindi, che vale e ha un senso non nei confronti della Chiesa cattolica – problema, a mio giudizio, superato da decenni – bensì della capacità dei meccanismi di formazione del consenso politico e di decisione istituzionale di saper agire sulla base non di influenze e poteri occulti, ma sempre di un confronto ampio.

Anche tra diversi – anzi meglio se tra diversi o anche opposti – purché non violento, teso al merito dei problemi e non alla contrapposizione tra persone e/o forze in campo e, auspicabilmente, del livello più alto possibile.

*Dice di sé.

Federico Filippo Oriana. Avvocato immobiliarista, presidente dell’Aspesi, associazione nazionale società immobiliari, operatore giuridico-economico nel comparto immobiliare, appassionato di problemi istituzionali, internazionali e della difesa. Non è sportivo e non ha hobby, se non leggere e scrivere (non per épater le bourgeois, ma perché è vero…).

GREGORIO NAZIANZENO

A Natale: colui che è nasce, colui che è incomprensibile viene

compreso, colui che arricchisce conosce la povertà,

colui che è pienezza diviene vuoto.

(Da “I sermoni liturgici”, 370 ca.)

ARTHUR RIMBAUD

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi

stanchi si destano alla stella d’argento, sempre, senza che si

commuovano i Re della vita, i tre magi, cuore, anima, spirito.

Quando ce ne andremo di là dalle rive e dai monti,

a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza nuova,

la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione,

ad adorare – per primi! Natale sulla terra!

(Da “Natale sulla terra”, 1871)

AMARCORD Ottavio Rossani - Paul Ricoeur, infiniti sono i livelli di interpretazione della realtà
Non c’è comportamento che sia veramente umano se non c’è dietro un’etica, parametro fondamentale per la politica, per l’economia, per la vita stessa dell’uomo

Ottavio Rossani*

Conoscere Paul Ricoeur, il grande filosofo francese morto il 20 maggio 2005 alla rispettabile età di novantadue anni, è stato per me un privilegio. Non posso dire di aver imparato da lui qualcosa di preciso e nemmeno di aver avuto una frequentazione da allievo o dacompagnon, come dicono i francesi. Nemmeno una cena insieme, né in Italia, né a Berna, dove ci siamo incontrati la prima volta per un’intervista, né a Parigi dove poi ho potuto trascorrere con lui un’oretta ogni tanto.

Soltanto una volta sono riuscito a convincerlo ad uscire fuori dalla comunità, in cui aveva deciso di rifugiarsi, per andare a sederci nel pomeriggio a prendere un tè al Cafè deux magots, a Saint Germain, quello dove per anni Sartre e la Beauvoir hanno trascorso i pomeriggi conversando o scrivendo. Ormai non usa più fare vita da caffè, come negli anni fastosi e melanconici dell’esistenzialismo, durante i quali se uno voleva incontrare un intellettuale a Parigi sapeva dove andare. Negli ultimi due decenni, poi, la vita relazionale tra letterati e artisti è completamente scomparsa nelle capitali europee, quindi anche il costume di frequentarsi nei caffè.

Di solito, si tiene di mira qualche mostra importante e si va in galleria o al museo, si fa la posta se arriva qualcuno d’importante e si tenta di avvicinarlo, ma quanta fatica! Anche perché se bisogna così conoscere scrittori, poeti o artisti, in mezzo ad una folla di curiosi più che lettori o cultori, meglio andarsene. Non ne vale la pena. Mancano del tutto oggi le occasioni di confronto, come c’erano una volta nei caffè viennesi o nei bistrot parigini o nei bar/caffè romani (Caffè Greco) o fiorentini (Giubbe Rosse) o milanesi (Caffè Cova).

Digressione questa, sì, ma utile. Per dire che Paul Ricoeur – pur conscio della sua enciclopedica opera spesso anche molto complicata da decifrare (tanto che è quasi nata e si è consolidata una materia adiacente alla sua filosofia, e cioè l’interpretazione del significato complessivo dell’opera unitaria del filosofo) – è stato un uomo schivo, a suo modo difficile, anche se molto attento e vigile, protestante con fine sensibilità religiosa, e che come studioso ha influenzato una grande parte degli studi filosofici contemporanei in Europa e nel mondo. Si confronti, se si è proprio interessati, l’imponente studio condotto in Italia da Oreste Aime, docente di filosofia contemporanea e filosofia della religione nella Facoltà teologica di Torino, dal titolo “La filosofia riflessiva” di Paul Ricoeur (Cittadella, 2007). Per non parlare degli analisti francesi che stanno scandagliando a fondo il suo pensiero nel tentativo di coordinarlo in un unicum.

Cito lo studio più recente che si è mosso in tale direzione di ricerca: “Paul Ricoeur. De l’homme faillible à l’homme capable”. (Puf, Paris, 2008, pp. 178). Si tratta di un volume miscellaneo a cura di Gaëlle Fiasse. Del resto lo stesso Ricoeur ha fatto a suo tempo un primo tentativo di sistemazione del proprio pensiero, disperso in almeno trenta libri teorici, ma ognuno finalizzato alla decodificazione di un concetto chiave della contemporaneità. Per esempio, il senso della storia, della memoria e dell’oblio: ed ecco il libro “La memoire, l’histoire, l’oubli” (Seuil, Paris, 2001, pagg. 682, tradotto in italiano come “La memoria, la storia, l’oblio”, Raffaello Cortina, 2003), che ha suscitato consensi per la scrittura accattivante e per la logica interna del ragionamento, ma anche molte critiche per le inesattezze rilevate su cose e fatti, utilizzati come strumenti e momenti della riflessione.

Tutto il suo argomentare, al di là dei singoli temi, ha avuto come fine quello di dimostrare la necessità di ricordare il passato per poter identificare il bisogno di libertà profondo negli uomini e cominciare finalmente a realizzarlo davvero. Come? Non solo ragionando sugli eventi, non solo prospettando progetti di sviluppo, ma con l’“agire”.

E agire significa che l’uomo può intervenire per modificare l’indirizzo del destino personale e comune. Quindi prima teorizzare, ma poi agire. Ed ecco un altro libro proprio sull’action sociale, sulla necessità di agire dentro la realtà sociale. E poi mille altri argomenti: l’ermeneutica come indagine sugli aspetti profondi della realtà e della personalità umana, la questione del metodo nella ricerca filosofica, l’approccio interdisciplinare dei suoi studi. Ogni suo libro è un tassello di un pensiero che si dipana in senso orizzontale, confondendo quindi le acque, per così dire, ma che nella sua mente corrisponde al progetto complesso del sistema filosofico diretto alla decodificazione delle incertezze contemporanee.

Inutile che io qui faccia l’elenco dei suoi libri e dei suoi argomenti. Se si legge il libro di Oreste Aime e se si va sul sito Internet dedicato a Paul Ricoeur, ci si documenta con facilità sulla sua vasta bibliografia. In particolare sarebbe di grande aiuto, per capire l’esigenza di rielaborare in un quadro di unicità il pensiero di Ricoeur, non solo da parte degli studiosi, ma da parte dello stesso filosofo, come abbiamo accennato sopra, la lettura del libro “Sé”.

Paul Ricoeur quindi ha lavorato su tutte le sollecitazioni culturali che come un altro (1990; titolo originale: “Soi-même come un autre”, Seuil). Perché? Ce lo spiega lui stesso: “ Mi si era posto il problema di rintracciare una certa unità – se non sistematica, almeno tematica – della mia opera, a distanza di quarant’anni dalle mie prime pubblicazioni. La questione era tanto più critica per me in quanto ero colpito, forse molto più dei miei lettori, dalla diversità dei miei temi affrontati. Ciascun libro, in effetti, era nato da un problema determinato: la volontà, l’inconscio, la metafora, il racconto. In un certo modo, io credo a una sorta di dispersione del campo della riflessione filosofica, in funzione di una pluralità di questioni determinate, che richiedono ogni volta un trattamento distinto, in vista di conclusioni limitate, ma precise.

Da questo punto di vista, non rimpiango di aver dedicato la maggior parte della mia opera a indagare la questione o le questioni che delimitano uno spazio finito d’interrogazione, salvo aprire ogni volta la ricerca su un orizzonte di senso che, in compenso, esercita la sua funzione di apertura solo ai margini del problema trattato. Muovendomi quindi controcorrente rispetto alle mie preferenze consolidate, dovevo proporre una chiave di lettura al mio uditore. Da questa sfida è nato “Soi-même comme un autre. (Brano tratto dal libro di Domenico Jervolino “Introduzione all’ermeneutica di Ricoeur”, Morcelliana, 2003, pagg. 131-132).

Paul Ricoeur ha quindi lavorato su tutte le sollecitazioni culturali che gli arrivavano dalla lettura degli studi del novecento, riguardanti gli innumerevoli aspetti della realtà contemporanea, dalla storia all’antropologia, dalla linguistica alla sociologia, dalla letteratura alla psicanalisi. Tanto per fare un altro esempio, singolare e chiarificatore cito un suo libro dedicato a Freud: “De l’interpretation. Essai sur Freud”, Seuil, 1966).

A 90 anni, nel 2003, gli sono arrivati una serie di riconoscimenti: il premio “Paolo VI” per gli studi filosofici; la cittadinanza onoraria di Napoli, dove in molte occasioni ha tenuto corsi e conferenze soprattutto all’Istituto di studi filosofici suor Orsola Benincasa. Ma il premio al quale ha tenuto di più è stato il “Balzan”, la cui dotazione era nel 1999 di 600 milioni di lire (col vincolo che la metà della somma fosse spesa in attività formative per giovani studiosi; ed, infatti, Ricoeur ha sostenuto con quel denaro la comunità “personalista” di Chatenay-Malabry di cui faceva parte, impostando un programma di ricerche filosofiche per ricercatori giovani). Il nucleo centrale del suo pensiero era, è, infatti, la “persona”.

Il linguaggio, una volta strutturato nell’opera/processo di conoscenza, influisce sull’evoluzione della persona, disvela il senso della vita, della condizione umana, quindi della storia. I nuovi studi da lui finanziati dovrebbero spiegare come avvengono tali passaggi dall’elaborazione teorica alla pratica di vita. Dalla persona al pensiero, perciò, e non dal pensiero alla persona, come nelle precedenti teorie filosofiche. E dentro questa dualità, la possibilità per l’uomo di agire, di determinare il proprio luogo e il proprio modo di essere/esserci.

Quando sono arrivato a Berna il 16 novembre 1999, era ancora mezzogiorno. Un sole tiepido prometteva allegria, ma dopo un po’ il cielo è diventato grigio. Non ha piovuto, i premi “Balzan” non sono stati annacquati. La cerimonia di consegna era prevista per la mattina dopo. Avevo appuntamento con Ricoeur alle 17 nella hall del lussuoso hotel Bellevue Palace. Il viaggio in auto, mi aveva un po’ stancato, arrivavo da Milano. Era l’unico modo per raggiungere la capitale svizzera, perché essa non era collegata per via aerea. Oggi funziona un aeroporto soprattutto per voli charter, ma anche per compagnie low cost. Ma allora, mi sembra di ricordare che c’era un piccolo scalo utilizzato solo come base militare.

Comunque fosse la situazione, ricordo che mi ero informato se ci fosse un volo da Milano a Berna, ma per prender un aereo bisognava fare scalo a Zurigo e poi noleggiare un’auto. Allora decisi che tanto valeva farmi un viaggetto. Almeno avrei visto paesaggi, mi sarei fermato a bere un caffè in qualche stazione di servizio. Le autostrade in Svizzera non erano quasi mai affollate, tranne però sulla deviazione che da Zurigo porta a Berna. Lì per circa una settantina di chilometri il traffico diventava intenso. Ma mai come sulle autostrade italiane. Credo che ancora adesso la situazione non sia cambiata. Quando sono arrivato nel lussuoso ed elegante albergo stile belle epoque nella Kochergasse, la strada centrale su cui sorge anche il parlamento svizzero, espletate le formalità per l’accreditamento, sono subito salito in camera per uno spuntino leggero e per un riposino.

Poco dopo, puntuale all’appuntamento, mi sono trovato davanti un anziano signore alto e magro, con la pancetta un po’ visibile, ma solido, tranquillo. Un vestito grigio, sotto la giaccia un gilet in tono, una cravatta a righine rosse e blu. Un paio di scarpe a stringhe nere, abbastanza pulite. La barba appena fatta. Ci siamo seduti in un angolo appartato dell’immensa hall, su due poltrone di cuoio, ho estratto il mio taccuino nero, di piccola dimensione, tipo Moleskine mignon(ne posseggo ormai circa tremila; documentazione di una vita di viaggi e incontri in Italia e nel mondo) e abbiamo cominciato a conversare.

Non ho fatto subito le domande che mi interessavano, ma ho spaziato un po’ sull’attualità, sulla sua vita, sulla sua biografia, sull’università di Nanterre, alla cui affermazione internazionale aveva contribuito sia con il suo insegnamento sia diventandone il rettore. Quindi abbiamo parlato delle sue amicizie giovanili da Sartre a Lévinas, della rivista “Esprit” e del suo direttore Emanuel Mounier, avvicinandosi al cosiddetto “protestantesimo sociale”.

Nato a Valence il 27 febbraio 1913, Ricoeur ha dedicato la sua vita all’insegnamento. Prima all’università di Strasburgo, poi alla Sorbona; è stato anche in Germania; infine è andato a Nanterre, e lì è rimasto fino al pensionamento. Negli anni successivi, si è trasferito negli Stati uniti, chiamato dalla Divinity school of Chicago.

Dopo aver vissuto un’amicizia intellettuale e personale con Emanuel Mounier nella rivista “Esprit”Ricoeur si è occupato di volta in volta delle più rilevanti correnti filosofiche del secolo ventesimo. In modo particolare ha studiato e scritto sulla fenomenologia, sull’esistenzialismo, sulla filosofia del linguaggio, che intendeva come strumento di rivelazione. La sua sensibilità religiosa, poi, è stata sempre alla base delle sue elaborazioni teoriche. Tra i libri più importanti, alcuni li dobbiamo proprio ricordare: “La metafora viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di rivelazione”, “Tempo e racconto”, “Il conflitto delle interpretazioni”.

La motivazione del premio Balzan recitava così: “Per aver saputo raccogliere in unità tutti i temi e i suggerimenti più importanti della filosofia del novecento, e in una sintesi originale, che fa del linguaggio – in particolare poetico-metaforico – il luogo della rivelazione di una realtà non manipolabile da noi, bensì interpretabile in modi diversi e tuttavia coerenti. Attraverso la metafora il linguaggio attinge a quella verità che fa di noi ciò che siamo, nella profondità del nostro essere”.

Sul Corriere della sera del 23 novembre 1999 venne pubblicata la mia intervista a Paul Ricoeur con questo titolo “Paul Ricoeur: non cercate il futuro in un chip e con il sommario. Solo la comprensione del prossimo ci può salvare dai guasti del progresso”. Ecco il testo della conversazione:

Dal nostro inviato a Berna – “Comincerò dalla morte”. Dalla morte? “Sì, perché la mia infanzia è stata segnata dalla morte. Di mio padre, ucciso nella prima guerra mondiale. Mi convinsi subito della profonda ingiustizia del trattato di Versailles. È da lì che si generarono i due drammi dell’Europa: il nazismo in Germania e lo stalinismo in Unione sovietica. Intesi mio padre come vittima ingiusta di un conflitto irrazionale. Sentii l’urgenza della riconciliazione. Cominciai così ad occuparmi delle grandi questioni dell’esistenza”.

Il filosofo Paul Ricoeur a 86 anni gode di una popolarità mai avuta prima. Ha insegnato per 50 anni nelle università, in Francia, Germania e Stati uniti. Ora è in pensione, ma continua a lavorare intensamente. Secondo la sua definizione, fa “l’assistente per le argomentazioni” di medici, psicologi, giudici, storici e politologi. Ha appena ricevuto il premio Balzan per la filosofia (600 milioni). Dice: “Non so cosa ne farò; alla mia età non ho bisogno di tanti soldi”. Gentile e disponibile, è dimesso nell’aspetto, solido nel fisico, parco nel mangiare. I suoi testi sono conosciuti più all’estero che in Francia, dov’è nato. Le sue teorie suscitano un interesse crescente. Soprattutto l’ermeneutica, come scienza dell’interpretazione. Ha attraversato i vari campi del sapere: storia, teologia, psicanalisi, letteratura, per costruire il sistema filosofico che si riassume nella necessità di interpretare il linguaggio.

Qual è il filo conduttore nel suo pensiero?

“I grandi pensatori del secolo hanno segnato la mia formazione. Aver partecipato all’elaborazione della rivista “Esprit” di Mounier, per me che appartengo alla tradizione cristiana riformata, è stato fondamentale. L’incontro e l’amicizia con Gabriel Marcel, MerleauPonty e Jean Paul Sartre mi hanno permesso di dire che non c’è una verità oggettiva e che l’esperienza soggettiva non si legittima se non rapportata agli altri”.

Quando il suo pensiero divenne creativo?

“Quando dal 1940 al 1945 fui prigioniero in Germania. Lessi tutto Karl Jaspers e mi si aprì un orizzonte di ricerca illimitato. Da una parte c’era il pensiero, dall’altra c’erano i lager”.

Gli storici revisionisti sostengono che i lager non siano esistiti.

“Sono negazionisti: dell’evidenza. I campi di concentramento li ho visti con i miei occhi. Quando gli alleati aprirono le porte, io vidi uscire di là delle larve. Ho visto morire molta gente. Come si possono negare le testimonianze dirette?”.

Lei dice: la vita è un racconto, non un teorema…

“Press’a poco, ma la questione è più complessa e vi ho dedicato la lunga ricerca di “Tempo e racconto”. Le interpretazioni sono in conflitto, però si possono confrontare e mediare col dialogo”.

Ha risentimenti per qualcosa che meritava e non ha avuto?

“Non ho recriminazioni da fare. La mia vita è stata studio e pensiero. Università, pubblicazioni e attività politica. Ho partecipato ai gruppi di discussione del partito sota, l’unico movimento che ha sostenuto la realizzazione di una giustizia sociale. Anche il partito comunista sosteneva l’eguaglianza, ma in Francia esso era completamente asservito alle direttive di Mosca. L’invasione dell’Armata rossa a Budapest nel 1956 fu il discrimine tra i due partiti di sinistra”.

In che senso?

“Da quel momento entrarono in competizione. Fu evidente la perversione del sistema sovietico. Marx aveva dato al movimento sociale le armi delle analisi economiche. Ma sul piano politico, tutto il sistema di pensiero del marxismo conduce a proteggere il sistema di potere. Da qui i gulag. Per questo diventai anticomunista”.

Torniamo al suo pensiero. Il nucleo è il linguaggio?

“Il linguaggio è preesistente ai comportamenti: bisogna solo estrarlo e identificarsi nei significati delle parole. Studiando Freud, ho affrontato la questione della colpa, del male, della morte. Il linguaggio trasforma il desiderio, prima condizionato dalla libido. La creatività del linguaggio è semantica della creazione, attraverso la metafora. Da qui nasce l’azione. Ma al di sopra c’è l’utopia come immaginazione dell’istanza sociale”.

Tutto è legato al tempo?

“Il tempo è la storia della società, il cambiamento fondato sulla tradizione. Si tratta di distruggere e ricostruire”.

Anche con la metafora. Più realtà o finzione?

“La finzione ci permette di scoprire la specificità della realtà. Il linguaggio poetico, per esempio, è esplorazione della comprensione, è scoperta della parte sommersa del linguaggio”.

Cosa persegue la scienza dell’interpretazione?

“La filosofia del confronto per l’accettazione dell’altro, che permette la lettura di sé”.

Qual è il suo giudizio sul Novecento?

“Un secolo di scelte e di scoperte. Ci sono stati progressi indiscutibili. Ma è anche stato il secolo dell’ingiustizia e dei gulag”.

Ha vinto il capitalismo. È un bene?

“Il capitalismo è l’unico sistema che crea ricchezza, ma aumenta le disuguaglianze e le ripartisce male geograficamente. È giudicato negativo. In realtà è contraddittorio”.

Che cosa ci riserva il futuro?

“Vedo sperimentazioni, clonazioni. Temo che si produrranno altri Balcani. La rivoluzione informatica mi sembra viziosa”.

Con la filosofia si possono migliorare i rapporti nel mondo?

“È la specialità dell’Occidente. Può mettersi al servizio dell’etica e della politica”.

Qual è il destino dell’uomo?

“Comprendersi e non accusare. Non ammirare la forza. Non condannare i nemici. Non disprezzare gli infelici”.

Alla fine del testo, una nota specificava che:

            Le opere di Ricoeur sono state pubblicate in Italia quasi tutte da Jaca Book. Eccone alcune: “Filosofia della volontà” (3 volumi); “Storia e verità”, “Il conflitto delle interpretazioni”, “La metafora viva”, “Tempo e racconto”, “Ideologia e utopia”, “La natura e la regola”, “Pensare la Bibbia”.

            Per una questione di spazio – come sempre accade nei giornali in cui da tempo ormai non conta molto il contenuto di un servizio, di un’intervista, di un’indagine, quanto il criterio con cui si “confezionano” le pagine – anche questo incontro con Ricoeur è stato per forza di cose sacrificato. La conversazione era durata più di due ore. La stesura completa dell’intervista mi aveva preso una decina di cartelle. Ma era impossibile che potesse essere accolta nella sua integrità. Quindi ho tagliato brutalmente blocchi di testo. Non ho conservato quell’articolo nella sua interezza.

            Tuttavia posso percorrere nel taccuino le varie stazioni del nostro dialogo. E aggiungo qui, non importa se disordinatamente, altri particolari.

            “Sono stato prigioniero in un campo di concentramento per quasi cinque anni. La mia giovinezza è stata segnata, nei primissimi anni, dall’indignazione, per esempio, in occasione dell’esecuzione in America di Sacco e Vanzetti, considerati due terroristi italiani ed erano invece due immigrati innocui, innocenti”.

Su Marx e il marxismo:

            “Il sistema di pensiero marxista è alla base della politica della forza messa in atto nell’Unione sovietica; è stato il passaggio ideologico che ha permesso di proteggere il potere esistente, inamovibile con metodi pacifici”.

Ancora sul linguaggio:WebSpades Ads

            “La creatività del linguaggio è l’utopia, la grande immaginazione dell’istanza sociale. Dalle parole tutto il resto prende significato. Infatti, la prima difficoltà dell’uomo è parlare, ma poi qualsiasi cosa passa attraverso la parola, i nomi esistono in quanto sono significati delle parole. Nei regimi totalitari si verifica, in pratica, un chiaro abuso di linguaggio. Chi abusa delle parole abusa delle persone”.

Sul Novecento:

            “La chiave di volta del Novecento è nella Grande guerra del 1914, nell’inizio di una guerra che doveva essere locale ed è diventata mondiale. Quel conflitto è stato il suicidio dell’Europa, intesa come un complesso di identità e indipendenze in equilibrio. La guerra ha capovolto valori e parametri. Se pensiamo alla decolonizzazione rapida e disastrosa, ci rendiamo conto che le cose avrebbero dovuto essere fatte in modo progressivo e intelligente. Le nazioni dominanti si sono ritirate dai territori occupati, soprattutto in Africa, in modo repentino, davanti alle difficoltà sorte con le rivendicazioni armate delle varie indipendenze.

            Gli occupanti sono fuggiti, non si sono preoccupati di preparare gli indigeni a sapersi governare. Una responsabilità in più oltre a quella di aver occupato in tempi remoti quei territori. Questo è stato il massacro del cosiddetto “terzo mondo”, massacro dal quale l’Africa in particolare ancora non riesce a riprendersi. Ed è stato anche il motivo della proliferazione delle cosiddette guerre locali.

Sulle scoperte scientifiche:

            “Il Novecento è stato anche il secolo delle grandi scoperte. Tante, troppe scoperte. Oggi abbiamo un’economia dominata dalle scoperte scientifiche. Il mondo però è diventato più complesso. Abbiamo avuto molte scoperte, ma non è aumentato il benessere delle persone nel mondo. La redistribuzione delle ricchezze non è avvenuta, e chissà quando sarà possibile. È indegno di popoli civili, come ritengono di essere gli occidentali, guardare altre popolazioni morire di fame e di malattie e non fare nulla – alludo a progetti che prevedono assunzioni di responsabilità, per risolvere i problemi e per prevenirne altri. Il progresso scientifico è irreversibile, ma l’intelligenza degli uomini si giocherà sulla capacità e la competenza di saper controllare l’uso dei mezzi.

            La scoperta dell’atomo si è rivelata distruttiva; tuttavia sappiamo che potrebbe essere utilizzata in modo costruttivo per tutta l’umanità. Non deve prevalere l’egoismo, il desiderio di potenza, l’indifferenza verso gli altri. Come ho già detto, ho scritto un intero libro per dimostrare che il sé esiste e si misura solo in rapporto con l’altro. Il sé è l’altro”.

Sul futuro:

            “Non so dire niente. Ma so una cosa semplice: non c’è comportamento umano che sia veramente umano se non c’è dietro un’etica. L’etica è il parametro fondamentale per la politica, per l’economia, per la vita stessa dell’uomo. C’è una bellissima frase di Simone Veil che ricordo sempre: “Mai ammirare la forza”. Prima regola dell’uomo deve essere: non disprezzare gli infelici”.

Ancora sul Novecento:

            “Il Novecento è stato il secolo delle rivoluzioni. Questa parola era in bocca a tutti i governanti e contemporaneamente agli oppositori. L’hanno pronunciata Hitler, Stalin e perfino Petain. E poi più avanti anche Perón e tanti altri.

            Ogni volta che si è invocata la rivoluzione, che la si è fatta, il risultato è stato una dittatura, sia essa bonapartista dopo il Terrore, sia essa nazismo, fascismo, comunismo, franchismo, peronismo, e per arrivare più vicino a noi, komeinismo, eccetera. Io ormai preferisco non pronunciare la parola rivoluzione, e non mi piace nemmeno più sentirla utilizzare. Le parole che preferisco sono tradizione e innovazione, sulle quali ritengo importante lavorare.

            Da quando si sono scoperte le riforme il mondo è migliorato, si intuisce che ci sono le possibilità di modificare i sistemi senza l’uso della violenza”.

            Tutti concetti che poi, sia pure in modo frammentario, mi ha sempre più chiarito quelle poche volte in cui riuscivamo a rivederci. Ma ogni volta è stato come bere un bicchiere d’acqua fresca. La sua lucidità nel parlare era molto, molto più lineare che nella sua scrittura. Benché la scrittura dei suoi libri – di filosofia, quindi altamente spetici – sia di per sé chiara, esemplificativa.

            Il fatto è che – come spesso ha sottolineato – dietro le parole, dietro la realtà, dietro le cose evidenti, c’è sempre una zona d’ombra, qualcosa di enigmatico, che deve essere interpretato, indagato, chiarito. Ed è per questo che l’analisi del mondo non finisce mai, e gli studi di Ricoeur finché è stato vivo sono diventati sempre più vasti, sempre più profondi. Talmente profondi che ora in realtà i filosofi e perfino i poeti sentono la necessità di riscoprire il suo pensiero. Come cerchi concentrici, i suoi libri sono da leggere e rileggere, perché ogni volta comunicano che esiste un livello più “sotto”, più nascosto, da analizzare. Per questo Paul Ricoeur diventa ogni giorno più famoso e più vivo.

*Dice di sé.

Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della sera”. Laurea in Scienze politiche e sociali. Come inviato speciale, ha viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto in America latina, firmando reportage, interviste, analisi su questioni e personaggi della politica, del costume, della letteratura. Ha pubblicato una decina di libri. Poesia: tra gli altri, “Le deformazioni” (Campironi, 1976), “Falsi confini” (Xenia, 1989), “Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992), “L’ignota battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo: “Servitore vostro humilissimo et devotissimo” (Bonanno, 1995). Saggi: tra gli altri, “L’industria dei sequestri” (Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé, 1990), “Le parole dei pentiti” (Datanews, 2000), “Stato società e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibro, 2003).

Ha curato alcune regie teatrali e diverse mostre personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in Italia e all’estero. Da ottobre 2007 è responsabile del blog dedicato alla poesia sul “Corriere della sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano elettronico.

WILLIAM SHAKESPEARE

Dicono che il gallo, questo pennuto araldo dell’aurora,

nella stagion dell’anno che s’appressa il Natale del nostro

Salvatore, non cessa di cantar tutta la notte, e allora, dicono,

nessuno spirito osa andar più vagando sulla terra;

in quel tempo le notti son salubri, nessun pianeta emana

mali influssi, nessuna fata pratica incantesimi,

nessuna strega ordisce sortilegi, tanto santificato

e benedetto è quel tempo dell’anno.

(Da “Amleto”, 1600)

Michele Caprini - Pensieri sotto la mattonella, appunti su Fabrizio De Andrè
Le cose che ha cantato erano grandi e profonde, ma lui poteva dirle, quando ad altri non sarebbero state perdonate

Michele Caprini*

Diciamola tutta, poche volte Genova ha trovato modo di dividere qualcuno con l’Italia o il mondo intero, e questo qualcuno non è quasi mai stato profeta in patria: se fosse stato per la mia città, Colombo se ne sarebbe rimasto a casa, e te la do io l’America, poi, però si arrabbiano se oltre oceano pensano che il Navigatore sia Cristobal e non Cristoforo.

Fabrizio De Andrè non è andato a convincere nessuna regina di Spagna della bontà dei suoi progetti, perché nessuno gli credeva neppure in famiglia e certo sarebbe stato cacciato a pedate, ma ha comunque pensato bene di andarsene da Genova, la città che ti manca appena sei finalmente riuscito a lasciarla, per vivere in Sardegna e lavorare a Milano. Inoltre, per motivi ai più incomprensibili, l’organizzazione, lo studio e la diffusione del suo ricordo e del suo patrimonio artistico, resi istituzionali nella fondazione a lui intitolata, è affare dell’università di Siena. Nulla di cui stupirvi dunque se a Pegli non troverete una via dedicata a, come in altri luoghi d’Italia e vi dovrete accontentare di una graziosa quanto piccola mattonella che, apposta al muro del palazzo di via De Nicolay 12, recita:

“Qui è nato Fabrizio De Andrè

Pegli lo ricorda per il suo talento

per il suo spirito solidale

per avere dato risalto universale

alla lingua di Genova

14 luglio 2001”

A ricordare che il 18 febbraio del ’40 venne al mondo un poeta e un musicista tra i più grandi del nostro Novecento. Fabrizio Cristiano De Andrè, “Bicio” all’inizio della sua vita, solo “Fabrizio” quando incominciò a stupirci, e “Faber” in ultimo (nonostante il nomignolo gli fosse stato confezionato molto tempo prima da Paolo Villaggio), quando l’autobus su cui viaggiava già stava andando verso la rimessa.

Quella mattonella segna il posto in cui vivo, al punto di diventare un riferimento imprescindibile per le prime mappe della delegazione (Pegli non è un quartiere di Genova perché fino al ventennio faceva comune a sé) costruite da mia figlia, che a sette anni la prende a misura delle distanze dal lungomare, dal parco dei suoi giochi, dalla casa di una sua compagna di scuola. La mattonella di De Andrè. Non una via, non il supermercato lì vicino, né l’adiacente piccolo ponte sulla ferrovia. Tre mesi fa, circa, mentre scendevo per via De Nicolay ho incontrato due ragazzi che stavano facendo la fotografia alla mattonella; abbiamo iniziato a scambiare due parole, e lui (divertito dalla diversità del luogo rispetto a ciò che immaginava: “ti aspettavi la casa di via Del Campo?”, gli ho detto) mi ha confidato che stava scrivendo la sua tesi di laurea sull’estetica di De Andrè. Consolante, ho pensato.

Faber era evidentemente nel mio destino, confezionato dal caso che mi volle bambino a cento metri da quella mattonella, quando questa ancora non esisteva e lui era solo un giovane cantautore genovese abbastanza sospetto. Eppure il mio viaggio nella musica, che avevo appena iniziato masticando i quarantacinque giri dei Beatles portati in casa da mia sorella, fu irrimediabilmente segnato dalla sua “Guerra di Piero”, ascoltata ossessivamente quando ancora dovevo compiere 10 anni e lui era lontano dalla celebrità degli anni successivi. Da allora, tre ricordi si stagliano netti sugli altri: lo stupore e l’orgoglio di trovarlo più volte materia di studio e di programma per gli alunni di mia madre, insegnante di lettere al liceo (a duecento metri dalla mattonella che ancora non esisteva), il retro della busta di “Non al denaro, né all’amore, né al cielo”, con l’intervista a Fernanda Pivano, nel 1971, e la prima volta che ascoltai le note di “Creuza de Ma’” in un lungo viaggio di lavoro, lontano da Genova, nel 1984.

Mi capita di pensarci quando passo davanti a quella mattonella – quasi ogni giorno – così come spesso, guardando il mare subito sotto, sono tentato dal pensare che la genesi di quell’imperdibile capolavoro appena citato fosse in qualche modo scritta proprio nel posto in cui Faber venne al mondo. Questo perchè a circa trecento metri, verso ponente, poche parole incise su una pietra austera ricordano i pescatori che centinaia d’anni fa da Pegli partirono per fondare le “colonie” del mediterraneo, e segnatamente Carloforte, sull’isola di San Pietro, nelle propaggini di sud-ovest della Sardegna. Andate a visitare il luogo, che merita l’attenzione del naturalista e del glottologo: sarà quest’ultimo a dovervi anticipare alla lingua locale che a me, per quanto ne fossi ben avvertito, risultò quanto di più strano si potesse ascoltare così lontano da casa, il dialetto genovese pronunciato con la cadenza sarda. “Contaminazione”, vorrebbe la vulgata odierna, per me invece ben di più, la lingua e forse la vita universale indicata dagli anonimi, inconsapevoli marinai di “Creuza de Ma’”.

Condivido con Faber alcuni luoghi e situazioni: ho fatto il suo stesso liceo 15 anni dopo di lui, e spesso me ne è stato raccontato da chi gli viveva accanto tutti i giorni e io e lui abbiamo condiviso, credo con una contraddittorietà di sentimenti molto simile, lo stesso professore di religione, Don Giacomo Piana, detto “Don Birillo”, uomo di chiesa tra i pochi per cui mi levai il cappello, che assunse per entrambi la stessa coraggiosa difesa. Prima, alla fine degli anni cinquanta salvò il giovane, lavativo De Andrè dalle furie del padre – così per lo meno mi fu raccontato – per la sua non impeccabile applicazione agli studi, che Fabrizio peraltro continuò a tradire anche nel periodo universitario (medicina, lettere, giurisprudenza prima della resa, se mai da parte sua vi fu battaglia).

Poi Don Birillo si mise in mezzo, in compagnia di un’altra professoressa di pari coraggio o incoscienza, tra il sottoscritto ed il consiglio d’istituto, non perfettamente convinto della compatibilità tra l’austerità dell’insegnamento classico e la mia pervicace convinzione che i destini del paese e del pianeta si giocassero fuori del liceo. Tutto questo avvenne senza che mai io avessi lasciato intuire a Don Birillo la possibilità di un credito anche minimo alla fede che informava la sua vita. Né, penso, che lui avesse maggiori speranze sulla rettitudine di Faber: partite perse in partenza, proprio quelle giudicate imperdibili da un prete come lui, preoccupato della redenzione più che del castigo. Uno di quelli, insomma, che non potevano non piacere a chi fece del “cristianesimo non credente” premessa del suo scrivere e musicare.

Il liceo “Cristoforo Colombo” è appena sopra la città vecchia, quella, per capirci, dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, teatro di alcune tra le figure che hanno consegnato a De Andrè il credito illimitato dei suoi primi successi: se uscivo da scuola prima del dovuto, o non ci entravo affatto, chiunque fossero i miei compagni del momento non veniva mai messo in discussione l’obbligo morale della focaccia in via del Campo, a non più di trenta metri dal portone della “graziosa” della canzone. Sia detto, tra l’altro, che costei in realtà sulla carta d’identità faceva di nome Giuseppe, come raccontò poi lo stesso De Andrè ma, si sa, ad andare tra via del Campo, piazzetta dei Fregoso e vico Croce Bianca, questa è la sorpresa minima da mettere in preventivo, oggi come allora.

Il profumo della focaccia riusciva ad imporsi su quello dei coloniali venduti nella bottega immediatamente a fianco e ad altre arie decisamente meno nobili, ed arrivava da un forno molto vicino al negozio di dischi del compianto Gianni Tassio che, per alcuni anni dopo la morte di Faber, ne fece un museo aperto a chiunque volesse ritrovare tracce della vita del suo amico magari sfuggite ai tanti biografi, ufficiali e no, che dal ’99 cercano di dare forma finita ad un profilo troppo complesso per poter essere ricondotto ad alcuni, apparentemente, saggi e definitivi punti fermi che sembrano ormai segnare la coscienza popolare del personaggio.

Tra questi, i più diffusi riguardano il tentativo, dichiarato o meno, di sublimare in un’onnicomprensiva e polivalente umanità, qualsiasi tratto della vita e del lavoro di Faber, cosa che non condivido affatto. L’agiografia non riesce mai a spiegarti compiutamente un personaggio, tantomeno uno della sua complessità. Chi ha mai detto che per apprezzare un artista ne devi pensare comunque tutto il bene possibile? Gran parte dei miei punti fermi in musica erano o sono dei soggetti di cui almeno su qualcosa sarebbe giusto stendere un pietoso velo (penso a Miles Davis, ad esempio): nel caso di Faber non ho mai compreso il superficiale e, per molti versi, sciocco bisogno di beatificazione di cui lui stesso, ne sono sicuro, avrebbe riso fino a non poterne più. Credo invece che un’interpretazione corretta dell’opera di un grande, e lui lo è, abbia bisogno a supporto tanto delle positività che solitamente finiscono per caratterizzare il suo ricordo quanto delle contraddizioni e ambiguità, che nel suo caso hanno dato frutti impagabili.

La sua trasversalità, ad esempio. Mia moglie partecipò con altri amici al suo funerale – io purtroppo ero dall’altra parte d’Italia – e lo ricorda come una delle cose più trasversali a cui abbia mai assistito: tutte le età, tutte le classi, le provenienze più lontane, i gruppi sociali più disparati (dall’alta borghesia ai disperati delle sue ballate), etnie assortite (tra cui indio americani, gitani, immigrati di ogni sorta), musicisti apparentemente inconciliabili (trallalero genovesi, vocalisti sardi, esponenti del conservatorio e della musica colta, rocker, cantautori, sa Dio cos’altro ancora), gente di teatro e una moltitudine di chissà chi.

Di solito, da chi partecipa ad un funerale, anche un passante può immaginare qualcosa della vita di chi se ne è andato; la trasversalità che ho citato nell’episodio di mia moglie avrebbe invece indotto alla confusione chiunque, se non si fosse trattato di Faber. Ora, sono molti ad affermare la trasversalità come certificazione della grandezza del personaggio, e si spingono più in là, chiedendosi se questa non sia stato il frutto irripetibile delle idee di Fabrizio e del suo modo di metterle in (grandissima) musica.

Dico che è vero, ma solo in parte: le cose che ha cantato erano grandi e profonde, ma lui poteva dirle, quando ad altri non sarebbero state perdonate. Dipende dal valore, obietterebbero alcuni. Vero, ma posso garantirvi che il suo ambiente originario, la borghesia cittadina, ha sempre considerato benevolmente le sue mattane, che per molti erano il classico dei classici della jeunesse dorée: la voglia trasgressiva di scendere agli inferi (qui a Genova il centro storico, epicentro cittadino del peccato) per offendere i genitori (di solito), per curiosità giovanile verso altri modelli sociali, per fare qualcosa di più divertente o emozionante che in certe famiglie proprio non è possibile.

Mediamente, questa fase rientra dopo qualche anno, e molti miei compagni del nostro stesso liceo erano esattamente così: forse erano già vecchi a 18 anni, perché la follia giovanile che avrebbe caratterizzato una piccola parte della loro vita era inevitabile quanto il rientro nei ranghi dopo la maturità. È gioventù con il freno a mano tirato, perché non ne hai le prerogative essenziali, il rischio e l’incognita. La grande differenza tra Faber e i tanti sta proprio qui: queste mattane – normalmente “a scadenza” – per lui sono state invece viatico e premessa alla comprensione di mondi e persone che teoricamente gli erano inibiti, diventando maturazione definitiva e codice artistico che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera.

In breve: da un impunito come tanti altri (molti a scuola ricordavano i suoi anni giovanili così, ma senza doversi rifare alla memoria orale è ben sufficiente leggere i libri che alla sua vita sono stati dedicati per accorgersi, tra testimonianze dirette e le sue divertite, se non orgogliose, ammissioni, che era proprio così) al gigante che conosciamo. E sono convinto che Fabrizio ne fosse ben cosciente e ci giocasse sopra.

Da trent’anni a questa parte ho fatto da tramite a Faber per molti amici, parlandone o scrivendone, e ricordo ad esempio quando a Firenze, la città dove lavoravo, introdussi con le traduzioni del caso “Creuza de Ma’”, appena uscito, ai colleghi di allora o quando qualche anno dopo, a Bologna, detti la lettura di “Coda di lupo” ad un gruppo di “gucciniani ortodossi” (la definizione vale all’opposto per me, che sono stato bollato da alcuni amici quale “faberiano dissidente”): e in quell’occasione – più che in altre, proprio perché costretto a paragonarlo a Guccini – mi convinsi di quanto potesse valere la pena spostare l’attenzione da Faber al suo pubblico, e allora la cosa si fa complessa, perché una parte di questo era ed è la vittima stessa della sua lirica. I tanti motivi positivi della sua trasversalità li conosciamo tutti, è così anche per le contraddizioni?

Credo di no: Faber assegna la sua poesia ad una persona/emblema, a volte calata in tempi e luoghi diversi e lontani, e spesso non cosciente dell’origine dei suoi guai e di ciò che rappresenta nella società. È lui, grandissimo, che sa chi sono i suoi rapitori, quando loro non lo sanno di se stessi. Ritratti unici, da completarsi con l’intelligenza e l’onestà di chi ascolta, traducendo le valenze senza tempo nel nostro tempo, ma qui la sua grandezza diviene trasversale non solo per ciò che è in sé, ma anche perché alcuni la possono cauterizzare, chi non capendo, chi in malafede.

Una buona parte dell’ambiente originario di Fabrizio può, infatti, continuare a godere della sua opera senza troppe contraddizioni, recuperando un anarchico romantico ed elegante, non un gruppo scomodo: bene i gitani di “Anime salve”, insomma, ma non parlatemi di extracomunitari! La raffinatezza di Faber diventa ciò che lui non avrebbe voluto: un passaporto per quel pubblico che ama i suoi personaggi, ma non chi ti ricorda che li hai sotto casa. Parlo di un poveraccio e mi commuovo, ne vedo tre insieme e chiamo la polizia.

Chi mai potrebbe avere paura di Marinella, di Piero, di Miché, di Andrea? Nessuno, sono personaggi ai margini del nostro vivere, sui quali esercitare una naturale pietas, non così per altri autori della canzone italiana e internazionale dove mancano a volte i nomi e i cognomi, ma gli eroi e le situazioni del nostro triste tempo presente sono riconoscibili uno ad uno. Faber non lo avrebbe mai fatto, avrebbe decontestualizzato tutto e utilizzato qualcuna delle sue geniali astrazioni poetiche per chiamarsi fuori parlando delle stesse cose. Non per opportunismo, ma semplicemente perché la sua trasversalità gli consentiva solo la via morale e non lo schieramento di campo. E meno male, mi viene da dire: non avesse fatto così, magari non sarebbe stato lo stesso.

Sulla grandezza della naturale ambiguità di Faber ci sarebbe da scrivere per dei mesi: la sua valenza è sempre multipla – la quantità di gente che si può riconoscere nelle sue canzoni è enorme – ed è spontanea, non costruita. È nel suo modo d’essere, nel suo ambiente, nei suoi testi. Lui non sta truffando nessuno, è così. Scrive e canta da anarchico e laico in un quadro ripetutamente cristiano, ad esempio (chi ricorda la discussione eterna sull’identità de “Il pescatore”? Io in facoltà, una volta, ci feci notte con non meno di venti assatanati e le maledizioni del custode). Ma non per questo la giudico negativamente: anzi, con il tramite di quella ambiguità lui riesce a vedere cose e figure che a nessun altro, o quasi, è dato di vedere.

Il suo respiro è diverso, e permette un’identificazione più agevole ai molti. Se poi aggiungiamo chi ha voluto vicino a sé (Reverberi, Piovani, De Gregori, Bubola, Pagani, solo a citare i primi che occorrono alla mente) a indirizzarlo su strade musicali a lui sconosciute o di difficile declinazione, la distribuzione della sua opera è avvenuta anche su gruppi di ascoltatori che con le sue sole metriche non sarebbe riuscito a raggiungere.

Questo è un altro dei motivi per cui penso che Faber non sia semplicemente un’individualità di valore adatta a sensibilità e preferenze diverse, ma un vero ecosistema artistico di squisita fattura che ha integrato in un’espressione unica moltissime componenti “altre”, anche se questo ha finito per penalizzare proprio i suoi collaboratori, che a buon diritto potevano vantare, in alcuni casi, meriti maggiori del dovere accettare il solo nome suo sulla copertina del disco.

Giusto nove anni fa, tra le sette e mezza e le otto del mattino, la telefonata di un amico mi raggiungeva, mentre ero in auto, per informarmi della morte di Fabrizio. Di solito vivo la morte delle celebrità con il naturale distacco verso persone con le quali la tua vita nulla condivide e spesso con il sospetto delle sciocchezze e degli inganni che possono essere premessi dal culto della figura. Pochi sono venuti meno a questa regola: penso a Mastroianni, a Troisi, e soprattutto a De Andrè. Quando succede questo, non ci sono spiegazioni diverse al fatto che il loro lavoro ha inevitabilmente colto il bersaglio di qualcosa che già sei, anche senza loro, ma che da loro ti arriva più forte, più chiaro, arricchito dalla narrazione, dalla musica, dalla recitazione fino ad assumere un valore universale che tu partecipi, lieto che non sia più soltanto tuo, nobilitato dalla condivisione di molti.

Pochi giorni fa sono passato sotto la mattonella e mi sono avviato al battello che mi porta in centro. Sono sceso al porto antico, ho attraversato la piazza dove una volta erano caricate le merci da parte di qualche strano, incomprensibile figlio di puttana che lui avrà certo cantato, e prima di arrivare in ufficio ho incrociato via del Campo: chissà se qualcuna di quelle graziose, attive già dal mattino, magari a recuperare una notte povera, ha mai sentito parlare di lui. Nove anni dopo, mi manca più di prima, ho pensato. Subito dopo, però, mi sono detto: ma quale mancanza, sono nove anni che Faber se n’è andato e io sono solo uno tra i tantissimi che continuano a usarlo a metro del proprio sentire, come e più di prima. Però qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarmi perché a casa mia, a casa sua, non esiste una strada col suo nome. Ah, già, siamo a Pegi, Zena.

*Dice di sé.

Michele Caprini. Genovese, 54 anni, si occupa da molto tempo, e probabilmente “lui stesso nonostante”, di information technology per l’industria. Laureato in lettere moderne, con particolare indirizzo alla storia e alla filosofia del pensiero scientifico, ha subito in ancor giovane età un impatto traumatico con computer e dintorni che ne hanno segnato il successivo percorso professionale. Riesce però a mantenere saldamente nelle sue mani le passioni originali – la storia, la letteratura, la musica – e ovviamente ciò che ha di più caro dopo queste e la sua famiglia, il Genoa: ambito esistenziale nobile e rischiosissimo, almeno parzialmente incomprensibile ai più, che condivide con Cesare Lanza. E con De Andrè, appunto.

ALBERTO MORAVIA

Gli animali del presepe si vedono tuttora per le straducce di

Betlemme: gli asini bianchi dai grandi occhi neri, i buoi striminziti,

le magre vaccherelle di questo paese sassoso, le pecore,

le capre. La tradizione anche qui è perfettamente credibile:

Gesù nacque sulla paglia che serviva da letto ai pochi animali

di questa piccola stalla; appena nato,

fu deposto nella mangiatoia ricavata nella roccia;

e gli animali che sporgevano il loro muso verso questa mangiatoia

lo riscaldarono così, naturalmente, con il loro fiato.

(Da “Questo freddo di Betlemme lo sentì il bambino”, 1972)

GIOVANNINO GUARESCHI

“L’anno venturo prepareremo ogni cosa in tempo”.

Ma, ogni volta, il Natale ci coglie di sorpresa e noi dobbiamo rimediare

a tutto in fretta e furia e alla bell’e meglio.

Ma, ogni volta, il Natale ci porta una nuova favola da raccontare

a noi stessi per consolarci del Natale che ci è sfuggito ed è

caduto nell’abisso del tempo assieme a un altro

degli anni che Dio ci ha concesso.

(Da “La favola di Natale”, 1944)

SOCIETÀ Giancarlo Livraghi - L’arte di comunicare, così antica e così nuova
Per capire i complessi sviluppi della comunicazione  dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana

Giancarlo Livraghi*

La comunicazione, le sue evoluzioni e trasformazioni sono argomento di non facile sintesi. Vi proponiamo, di seguito, il primo di due articoli-saggio attraverso i quali sarà possibile ripercorrere  i suoi molteplici mutamenti, allo scopo di fotografare la situazione odierna. E’ spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse1. L’intenzione è chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma anche di idee, identità e pensiero.

Quando si tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è necessario, ma per vivere occorre comunicare (e viceversa). I vocabolari ci dicono che in latino communicarevuol dire “mettere in comune, condividere, rendere partecipe”. Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza delle persone e delle comunità umane. Ciò che conta non è il latinorum, ma il fatto che la comunicazione è essenziale alla vita, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire comunicare.

Il nuovo e l’antico: che cosa non cambia?

Aldous Huxley diceva: Che gli uomini non imparano molto dalle lezioni della storia è una delle più importanti lezioni della storia”. In questo caso, non si tratta solo della storia, ma anche della preistoria.

Lo studio serio dell’antropologia è uno sviluppo recente. Ha preso forma da circa un secolo e si sta evolvendo in modo molto interessante grazie a nuovi e più precisi metodi di ricerca, compresa l’analisi del Dna. Più si approfondisce, più si scoprono nelle culture “primitive” strutture sociali e capacità di comunicazione molto più ricche di ciò che sembra nella visione convenzionale e barzellettistica di un cavernicolo armato solo di clava che trascina per i capelli una povera donna assoggettata.

Poiché ciò che in uno scavo archeologico distingue un uomo da un altro antropoide è soprattutto il ritrovamento di “manufatti”, è ovvio che prevalga la definizione homo faber. E saper fabbricare strumenti è davvero una caratteristica essenziale della nostra specie. Ma ne derivano considerazioni che non sono solo tecnologiche. C’è necessariamente un sistema di conoscenze che deve essere condiviso, insegnato, tramandato da una generazione all’altra. Cioè una cultura.

Come siamo “da sempre”

Questa non è una risorsa esclusiva dell’umanità. Sappiamo che esistono culture organizzate anche in altre specie. Ma ciò che ci interessa, in questo ragionamento, è il particolare sviluppo della comunicazione come risorsa indispensabile di ogni essere che si possa definire umano.

Ovviamente la parola, cioè la lingua. Una risorsa particolarmente evoluta e strutturata, per vocabolario e sintassi, come per modi di esprimersi, ritmi e tonalità. Ma si tratta anche di espressione artistica. Rappresentazioni simboliche e rituali, che sono pittura e scultura, ma al tempo stesso una forma di comunicazione scritta, anche se non testuale. Oggetti non solo praticamente utili, ma pensati e realizzati con gusto estetico.

Non è pensabile alcuna comunità umana in cui non ci siano anche la musica (ogni suono modulato è musicale) e l’architettura (che c’è anche in una capanna, in una struttura di palafitte o nell’arredo di una caverna). Anche la danza, lo spettacolo, la poesia, la letteratura (narrativa e non) e l’abbigliamento (che non è mai stato solo funzionale: il più “nudo” degli umani si addobba con vesti, accessori o colori che sono contemporaneamente espressioni estetiche e codici di identità o di appartenenza)2. Per tutte queste cose non possiamo indicare una data di nascita, una fase che ne segni l’inizio. Sono, semplicemente, antiche quanto l’umanità. Possono esistere cultura, comunicazione, valori estetici e cerimoniali, linguaggi, suddivisione di ruoli, usanze e tradizioni, anche in specie diverse dalla nostra. Ma non può esistere umanità senza uno sviluppo, ricco e complesso, di tutte queste risorse. E in nessun’altra specie c’è quella particolare combinazione di tecnica ed estetica, di funzionale e simbolico, che si riassume nella tradizionale, quanto chiara, definizione arti e mestieri.

Capire le radici

Abbiamo l’impressione di vivere in un’epoca di continuo cambiamento. In parte, è vero. Ma non tutto è nuovo – e non sempre ciò che è (o sembra) innovazione è un miglioramento. Ci sono cose che abbiamo dimenticato e che dobbiamo riscoprire, come ci sono errori e nefandezze di cui ci eravamo liberati (o così sembrava) e in cui stiamo ricadendo.

Se dovessimo cercare di capire la turbolenta complessità in cui ci troviamo basandoci solo sulle esperienze di oggi, sarebbe difficile, confuso, sconcertante e superficiale. Per fortuna non è così. Gli strumenti cambiano, l’umanità resta. La natura fondamentale di un essere umano non è cambiata in decine di millenni – e l’essenza della vita è la stessa fin dalle più remote origini dell’evoluzione.

La vita è comunicazione

L’argomento è complesso, ma (se ci azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che la vita è comunicazione. Un essere vivente non è un oggetto materiale, è un’idea. È un disegno strutturale che governa l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua capacità di riprodursi, che continuamente modifica l’ambiente e ne è modificato.

La vita, se non comunica, non esiste. Più che badare alla vecchia (e un po’ insulsa) domanda sull’uovo o la gallina, potremmo chiederci se è nato prima un protozoo o il “concetto” (vogliamo chiamarlo algoritmo?) che è la sua identità biologica, la sua ragione di essere.

L’evoluzione ha portato molte specie di esseri viventi a forme complesse di relazione e comunicazione, necessarie alla loro sopravvivenza.

Continua a crescere, con conseguenze spesso illuminanti, lo studio della sociologia che è presente in tanta parte della biologia (e viceversa). Ma ciò che ci interessa, qui, è il particolare ruolo della comunicazione nelle società e civiltà umane.

Communicare humanum

La comunicazione è particolarmente importante per la nostra specie. Non può esistere un essere umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare. Che, di base, è un istinto, una caratteristica genetica. Ma in gran parte è apprendimento. Un bambino comincia a percepire ancora prima di nascere.

Ma poi deve affrontare un lungo e impegnativo percorso per distinguere la sua identità e quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare.

Se è così per ognuno di noi come persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione, ambiente culturale. Una “navigazione” basata su una chiara idea di dove si sta andando e perché, insieme all’esplorazione di percorsi verso l’ignoto, per scoprire ciò che ancora non si sa o non si è sufficientemente capito.

È sempre stato così fin dalle origini – e non c’è in vista alcun orizzonte che non debba essere superato per poter vedere ciò che si nasconde al di là del suo apparente limite. Navigare necesse est, nelle acque non sempre tranquille della conoscenza. Anche se, così facendo, non si rischia la vita, dobbiamo essere pronti a sacrificare qualche pregiudizio o preconcetto, a scoprire che quando la Fenice delle idee rinasce dalle sue ceneri non è mai del tutto uguale a com’era prima. Ma il nuovo non ha senso se non sappiamo capire quanto contiene di antico.

Che cosa è cambiato, nei secoli e nei millenni? Molto, ma non le basi fondamentali del nostro esistere e pensare. Senza mai dimenticare i valori di continuità, credo che sia importante capire come alcuni cambiamenti abbiano avuto un effetto particolarmente importante. Con una semplificazione un po’ riassuntiva, ne possiamo elencare sei3.

La scrittura – cinquemila anni fa

Non c’è mai stata un’epoca in cui la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra rappresentazione visiva e linguaggio, che aveva portato a sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole, suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di scoprire le origini della “lingua scritta” ed è probabile che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa.

Possiamo chiamarla la nascita della storia. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i sumeri, gli egizi o i fenici (cui si attribuisce la definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un cambiamento fondamentale. Che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero.

Insomma la scrittura è uno strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.

La stampa – cinquecento anni fa

La stampa non è nata con Gutenberg. Nella più grande biblioteca del mondo, la Library of Congress a Washington, che contiene 138 milioni di libri e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.).

Ma è vero che c’è stato un profondo cambiamento nel quindicesimo secolo. Dovuto all’incontro (o convergenza) fra risorse tecniche ed esigenze culturali. Ma forse nessuno si sarebbe impegnato a scoprire come diverse tecniche si potessero mettere insieme nella stampa se non fosse stato spinto dalla crescente richiesta di un metodo per produrre più libri e in un maggior numero di copie.

Lo sviluppo dell’umanesimo aveva bisogno di risorse per una maggiore diffusione della parola scritta. Le fiorenti università volevano riproduzioni esatte, in molte copie, di testi uguali (c’erano botteghe di copisti in cui uno dettava e gli altri scrivevano).

Nella seconda metà del quindicesimo secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma di fare libri.

Si inventarono nuovi caratteri, stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi classici, eccetera. Gli italiani ebbero un ruolo importante in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come la qualità delle cartiere di Fabriano, ma soprattutto per opera degli umanisti – in particolare Aldo Manuzio.

La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia precedente. Nel cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di “un’orribile massa di libri che cresce incessantemente”.

Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica). Con le tecnologie molte cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Il concetto di editoria sarebbe migliore oggi se si ragionasse come ai tempi di Aldo Manuzio.

“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel seicento – e nel settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà dell’ottocento). Ciò che mancava era una diffusa alfabetizzazione.

La lettura era un privilegio di pochi. Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due terzi della popolazione italiana abbiano “competenze alfabetiche molto modeste”.

Del ruolo della stampa, e in generale della parola scritta, nella situazione di oggi parleremo nella seconda parte di questa analisi, che uscirà nel prossimo numero.

La rivoluzione copernicana – quando?

Non è vero che un concetto eliocentrico sia stato proposto per la prima volta da Copernico o da Galileo. L’avevano pensato anche alcuni filosofi greci e altre culture antiche. Ma la visione tolemaica, con la terra al centro dell’universo (se non addirittura piatta, come molti credevano) aveva avuto il sopravvento in tutto il Medioevo.

È vero, invece, che il tema divenne di attualità, e suscitò molto scandalo, fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Non si tratta solo di astronomia. Si sconvolge un enorme errore di prospettiva. Crolla la millenaria presunzione umana di essere in una posizione privilegiata.

Non è certo l’unico, fra gli sviluppi del processo scientifico, a cambiare la prospettiva in cui si colloca la nostra specie (è stata, e in parte è ancora, altrettanto sconvolgente la scoperta dell’evoluzione). Ma è un fatto che, in molti modi, le percezioni più diffuse sono ancora sostanzialmente tolemaiche – non solo in senso astronomico4.

Questo è un processo ancora in divenire. Solo nel ventesimo secolo abbiamo cominciato a capire che l’intero sistema solare è una minuscola particella di un sistema smisuratamente più esteso, con miliardi di galassie. Per quanto possa sembrare una nozione acquisita, poche generazioni non bastano per capirla. Non si tratta di sentirci piccoli. L’impegno è molto più profondo: è il “sapere di non sapere”. Chi pensa di aver capito il senso dell’universo o è stupidamente presuntuoso – o dev’essere pronto ad avere grossi dubbi la prossima volta che l’esplorazione del cosmo, strettamente imparentata con la fisica dell’infinitamente piccolo, metterà di nuovo in discussione le teorie che finora siamo stati capaci di elaborare.

Possiamo trovare, anche a questo proposito, pensieri interessanti nelle filosofie di tremila anni fa o nelle più antiche tradizioni di tutte le culture. Ma, per quanto paurosamente diffusa sia ancora l’ignoranza, insieme al pregiudizio e al dogmatismo, non siamo più in una situazione in cui il sapere possa essere il privilegio di pochi. La perdita di certezze apparenti, di percezioni abituali, di orizzonti ristretti può fare paura. Ma la curiosità della conoscenza può essere molto più forte. La rivoluzione del conoscere è cominciata da poco ed è ancora agli inizi. Il cambiamento di prospettiva è la più grande evoluzione culturale nella storia dell’umanità. Se le generazioni future saranno o no più sapiens di tutte quelle precedenti dipenderà soprattutto dal capire le conseguenze di quello stiamo tentando di imparare.

La libertà di stampa – da duecento anni

Può sembrare che questo non sia un cambiamento profondo nella comunicazione paragonabile agli altri che sto elencando. Forse non lo è in questo specifico modo. Saranno gli storici dei secoli futuri a capire se l’evoluzione è segnata in modo particolare da ciò che è accaduto alla fine del diciottesimo secolo o se andrà vista in una prospettiva diversa. Ma in questo momento della nostra storia stiamo ancora imparando come convivere con un concetto che ci sembra ovvio, ma non ha ancora avuto il tempo di sviluppare radici abbastanza robuste.

Il concetto di libertà aveva scarso spazio per potersi affermare nelle culture umane delle origini. È vero che la struttura intrinseca (genetica e culturale) della nostra specie è un’inscindibile mescolanza di individuale e sociale, ma non è mai stato facile conciliare i diritti personali con le esigenze collettive. Non siamo api, né formiche.

Ma non possiamo neppure essere del tutto homo homini lupus. Una complessa interazione di individuale e collettivo (con tutte le complicazioni che ne derivano) è essenziale alla sopravvivenza e all’evoluzione dell’umanità. Le cronache e i dibattiti di oggi dimostrano quanto siamo ancora confusi nel cercare un efficace equilibrio fra le due necessità.

Quando è nato il concetto di libertà di stampa, cioè il diritto di esprimere liberamente e pubblicamente, con qualsiasi mezzo o strumento, le proprie opinioni, di comunicare informazioni a tutti anziché a pochi privilegiati? Da “solo” 232 anni si è cominciato a definire formalmente questo diritto – e ancora oggi esiste solo in una parte del mondo.

La ricerca della libertà c’era anche in culture antiche, ma il fatto è che la conoscenza era concentrata nelle mani di pochi. Il mito di Prometeo e il vaso di Pandora sono solo due fra tanti esempi di quanto il sapere fosse considerato empio e pericoloso. Benché ci siano state anche migliaia di anni fa forme di democrazia, la struttura del potere è sempre stata concentrata in due modi: quello della forza (prevalentemente maschile) e quello della conoscenza (spesso femminile – non solo divinità e sacerdotesse, ma anche le sibille, le pizie, la Sfinge e tante altre).

Il terzo, ovviamente, è il denaro – ma nel breve spazio di questo articolo possiamo solo accennare al fatto che è molto pericolosa la mescolanza del potere economico con il potere politico e con il controllo della comunicazione. Come era chiaramente noto anche in tempi antichi, ma è vistosamente palese nella situazione di oggi.

La libertà di stampa fu definita come diritto, per la prima volta nella storia, dal Bill of rights della Virginia nel 1776 e poi dalla costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la censura fu abolita nel 1795. La legge si diffuse poi, gradualmente, in altri paesi. In Italia fu stabilita dallo Statuto albertino del 1848 e poi dalla costituzione del Regno nel 1861. (Nella storia del Risorgimento non è sempre rilevato il fatto che, oltre ad altre risorse come forze militari piccole, ma bene addestrate – vedi il caso della guerra di Crimea – e a un gioco efficace di alleanze, fra le abilità di Cavour ci fu quella di offrire a Torino e a Genova libertà di stampa a giornali e riviste sottoposte a censura in altre parti d’Italia).

E oggi? In una larga parte del mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro. Anche questo è un tema su cui ritorneremo nel prossimo articolo.

La contemporaneità – da “non molto”

Sono sempre esistite forme di comunicazione a distanza e in tempo reale. Tamburi, campane, trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte – compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse che oggi ci sono abituali.

Ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco) che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie.

Più veloce di quanto sia, ancora oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.

Le date di nascita sono più di una. Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877. Il telegrafo senza fili dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta.

C’entrano, ovviamente, anche la fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887) con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione. E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e comunicare. Contrariamente a ciò che si usa dire, Marconi non aveva inventato la radio e non pensava di usare in quel modo le onde hertziane5. Ma era inevitabile che dal “telegrafo senza fili”, e da altre risorse che si erano sviluppate, derivasse una forma diversa di comunicazione (quasi) immediata, non solo “da uno a uno”, ma diffusa a tutti coloro che potevano avere un apparecchio ricevente. Si sviluppò così, nel ventesimo secolo, il broadcasting – cioè la radio e la televisione.Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924). La televisione esisteva dal 1936 (a livello sperimentale dal 1925, ma fu sviluppata in modo esteso dopo la seconda guerra mondiale (in Italia nel 1954). Di sviluppi più recenti parleremo nel prossimo articolo6. È difficile per noi, oggi, immaginare un mondo in cui non esista la contemporaneità, cioè la possibilità di comunicazione a distanze sempre più grandi e in tempi sempre più brevi, fino ad arrivare alla situazione attuale, che ci permette (quando e dove i sistemi funzionano) di comunicare quasi subito, quasi con tutti e quasi dovunque. (Ma, ancora oggi, nei quasi si nascondono vaste aree di privazione – e non poche distonie di funzionamento).

Il fatto è che, per quanto normale ci possa sembrare, è uno sviluppo molto recente rispetto alla storia dell’umanità. E non abbiamo ancora capito bene come orientarci in questa situazione.

La globalità – “lavori in corso”

Il mare di chiacchiere sulla globalità o globalizzazione è assordante. Quanto inconcludente, pretestuoso e confuso. Il fatto è semplice: i sistemi di comunicazione non hanno reso piccolo il mondo, ma enormemente aumentato la nostra capacità di conoscerlo. Nessuno può pensare che sia possibile, o desiderabile, tornare indietro, richiuderci nella culla del villaggio o della microcultura, sperando di poter restare isolati quando ciò non è mai stato possibile, perché da inaspettate provenienze potevano sempre arrivare sorprese, spesso amare e crudeli quanto impreviste.

Non abbiamo altra scelta che imparare a vivere in un mondo più aperto, che ci può offrire esperienze affascinanti, ma contiene anche pericoli di cui è giusto avere paura. Una cosa che, pur avendo cercato di studiarla, fatico a capire, è come facessero, migliaia di anni fa, a essere così profondamente collegate culture fisicamente molto remote. Anche prima di Alessandro Magno, di Marco Polo o di Vasco da Gama, quando si andava a piedi, a cavallo, a dorso di cammello o su fragili imbarcazioni senza bussola, c’era più comunicazione fra culture lontane di quanto, nella percezione di oggi, può sembrare possibile.

I motivi, probabilmente, sono due. Il desiderio di conoscere – e perciò di comunicare – che (almeno per alcuni, i più curiosi e consapevoli) è sempre stato più forte degli ostacoli. E le radici comuni, anche culturali, che nella diaspora originaria della specie sono state portate in ogni angolo del mondo. Probabilmente è un insieme delle due cose – e avremo ancora molto da imparare dalle scoperte dell’antropologia e della paletnologia.

Insomma la globalità non è nuova. Ma oggi è più diretta, immediata, incombente. È comprensibile che ci faccia paura – ma in realtà è una risorsa molto più di quanto sia un problema. Non sapere che cosa accade in terre lontane vuol dire essere esposti a ogni sorta di pericoli e di problemi senza accorgercene fino all’inevitabile momento in cui ne subiamo le conseguenze.

Anche questo è uno sviluppo troppo nuovo per poter aver imparato come governarlo. Ma non c’è altra strada che un miglioramento della conoscenza. È disperatamente stupido non badare a cose che sembrano remote solo perché non sono nel nostro piccolo vicinato. Essere meglio informati, e soprattutto capire di più, è impegnativo. Ma è indispensabile se vogliamo che le complesse e molteplici risorse di comunicazione, invece di darci un preoccupante spettacolo di confusione e sgomento, diventino strumenti per migliorare un habitat che non possiamo più immaginare circoscritto nel minuscolo orizzonte della nostra esperienza quotidiana.

È un’evoluzione accelerata?

Un gioco noto, e forse un po’ banale, è definire un’epoca come se fosse una giornata. Le origini della specie umana risalgono a circa un milione di anni fa. Ma possiamo limitarci a un periodo molto più breve. Se collochiamo, pressappoco, l’inizio dell’era paleolitica a 40 mila anni fa, e da lì facciamo cominciare la giornata, troviamo la fusione dei metalli dopo le nove di sera – e poco prima la scrittura. La grande fioritura della cultura ellenistica è circa alle 22,30 – il Rinascimento un’ora dopo, cioè circa venti minuti prima della mezzanotte. La scienza moderna, cioè il predominio del metodo sperimentale, nell’ultimo quarto d’ora.

Il metodo di Gutenberg per la stampa compare alle 23,40. Le macchine a vapore alle 23,51. Le lampadine e i motori elettrici quattro o cinque minuti dopo. Il telegrafo nasce 6 minuti prima della mezzanotte. Il telefono, il cinema, l’automobile e l’aeroplano intorno ai 4 minuti, la radio 3, l’energia atomica e la televisione 2. Il prototipo degli elaboratori elettronici si realizza due minuti prima del momento in cui siamo, l’internet uno (venti secondi da quando la rete è diventata diffusamente accessibile). La telefonia mobile esiste da due minuti, la sua ossessiva diffusione da dieci secondi7.

La sindrome della gatta frettolosa

Qualcosa, davvero, sta accelerando. Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso lasciarsi travolgere dalla fretta. Ciò che non abbiamo trovato il tempo di capire quando avevamo la possibilità di pensarci si trasforma in un pericoloso errore quando viene il momento in cui, davvero, occorre una decisione veloce.

Ernest Hemingway definiva la fretta come quella esaltante perversione di vita, la necessità di fare qualcosa in un tempo minore di quanto ne occorre”. È vero che talvolta è necessario. E, se ci si riesce, può essere entusiasmante. Ma la mania della fretta senza motivo è pericolosamente stupida8. Il proverbio della gatta frettolosa e l’antico apologo della lepre e della tartaruga sono validi quanto erano migliaia di anni fa. Oggi come allora, si perde molto più tempo a ritrovare la strada perduta che a organizzare il percorso prima di partire. Chi sa davvero capire e decidere in fretta, quando è il momento di farlo, non è il frettoloso. È chi è preparato a farlo bene, perché ha costruito negli anni, con pazienza e disciplina, un patrimonio di esperienza e competenza.

La fretta non è velocità, spesso è il contrario. E le scelte affrettate possono provocare conseguenze irrimediabili – o, nella migliore delle ipotesi, generare problemi ingarbugliati che sarebbe stato molto più semplice (e veloce) evitare “pensandoci prima”.

Hic sunt leones

C’era saggezza in quegli antichi cartografi che indicavano con sincerità ciò che sapevano di non sapere. Nelle mappe di oggi nessuno scrive hic sunt leones o più semplicemente “lì non sappiamo che cosa ci sia”. È vero che abbiamo sistemi di rilevazione molto più precisi, satelliti che fotografano, sonde che esplorano le profondità della terra e le remote distanze dello spazio, eccetera. Ma sono troppo diffuse le rappresentazioni che ci danno la falsa sensazione di sapere tutto.

Dalla mappa di una città, spesso male aggiornata per le regole del traffico e i percorsi meno disagevoli, fino alle descrizioni dell’universo che tentano di dare per certe conoscenze che l’astrofisica continua a mettere in discussione, dobbiamo smettere di “fingere di sapere” e ammettere con chiarezza quante e quali sono le cose che non sappiamo o che non abbiamo capito bene.

Nossignori, quella che propongo non è umiltà – e tantomeno rassegnazione. Per quanto possa essere rischiosa e scomoda, è irrinunciabile l’arroganza di Prometeo. Può essere solo disprezzata (e comunque corre gravi rischi) una misera umanità che rinunci a essere Ulisse (non lo sventurato Odisseo di Omero, che stava solo cercando di tornare a casa, ma l’Ulisse di Dante “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”). Se le ricerche sulle “capacità cognitive” continuano a confermare che un’estesa ricerca delle conoscenza è una caratteristica del genere umano, diversa da ogni altra forma di vita conosciuta, non possiamo suicidare il nostro sviluppo, anzi il senso sostanziale della nostra esistenza, fingendo di sapere ciò che non sappiamo. È molto più importante, e interessante, badare all’immensa vastità (nel “grande” come nel “piccolo”) di ciò che ancora possiamo scoprire.

Per capire il nuovo, riscoprire l’antico

Oggi abbiamo strumenti che, pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli. Crediamo di essere padroni di queste evoluzioni, ma in realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa. Può aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura e musica, spettacolo e teatro. Ci siamo sempre espressi per segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione.

Ci sono più somiglianze che differenze fra il frastornato homo cosiddetto sapiens nell’era dell’elettronica e quei remoti progenitori che l’antropologia ci sta aiutando a capire un po’ meglio.

Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire.

1) Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile). 2) C’era la moda? Ovviamente si. E anche la cosmesi. Ma non cambiavano a ogni stagione. 3) Una descrizione più estesa di questi sviluppi si trova in “Cenni di storia dei sistemi di informazione e di comunicazione”, http://gandalf.it/storia/ 4) Un articolo su “Il potere dell’oscurantismo” (capitolo 23 di “Il potere della stupidità”) è uscito nel numero 7 – luglio 2008 – de “L’attimo fuggente”. Si trova anche online cliccando qui 5) Marconi era preoccupato della riservatezza – un problema oggi imperversante. Perché i telegrammi personali, trasmessi “senza fili”, potevano essere più facilmente intercettati. 6) Una “cronologia” delle risorse di informazione e comunicazione, dal 1700 a oggi, è online inhttp://gandalf.it/uman/crono.htm . 7) Sull’esattezza numerica di questi calcoli non scommetterei un centesimo, ma ciò che conta non è la precisione matematica, è il senso generale dei tempi di evoluzione. 8) Vedi “La stupidità e la fretta”, capitolo 16 di “Il potere della stupidità”, che si trova anche online inhttp://gandalf.it/stupid/cap16.htm

* Dice di sé.

Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, ha anche scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere della stupidità”). Il suo sito online è http://gandalf.it

ITALO CALVINO

Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte,

affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e

cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e

tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e

venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne

sul tondo fornello nero ardente. E la città sembrava più

piccola, raccolta in un’ampolla luminosa, sepolta nel cuore

buio d’un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni

e un infinito manto di neve.

(Da “Racconto di Natale”)

PROVOCAZIONI Barbara Alberti - Non ho niente contro l’esibizionismo, purché si abbia qualcosa da esibire
 

Mick Jagger è stato un grande precursore. Ha saputo meglio di chiunque altro che l’unica infanzia è il successo

Barbara Alberti*

Parentele angeliche

L’esibizionista da cornicione si apparenta agli angeli, con le ali spiegate, l’indice che segna un punto. Cherubini, serafini o troni, l’assoluto si addice a chi vola sulla furbesca modestia, e si libra sulle sciocchezze del mondo ad asta (vela, astro) spiegata.

Lecito e illecito

L’esibizionismo è lecito, purché si abbia qualcosa da esibire. Deprecabile l’autolesionismo di scrittori e intellettuali che, non avendo nulla da dire, riempiono vanamente di sé cartiere, librerie, tv, e poi case, e infine menti.

Occupazione abusiva del suolo mentale. L’esibizionismo non va sprecato, è cosa sacra. Come la segretezza, estremo ugualmente anarchico e delittuoso.

Riti

V’è un locale a Tokyo, anzi più d’uno, ove uomini che sarebbero stati anni addietro bastonati o multati o quantomeno vituperati, oggi con soli 60 dollari, consumazione inclusa, possono possedere sul palco la spogliarellista, davanti a tutti, mentre gli spettatori delle prime file vengono coralmente portati al godimento dalle mani imparziali di ragazze di piacere impropriamente chiamate geishe, per attirare il turista occidentale, contando sulla sua ignoranza.

Esibizionismo della droga

Vi fu un tempo, prima che l’eroina venisse soppiantata da droghe chimiche ugualmente perniciose, che impazzava ad ogni passo la crudeltà della siringa, abbandonata dovunque. La furia di lasciar tracce. La non volontà, l’incapacità di contenere il segreto: alla fine la “spada” la si lasciava bene in vista. Se ne tappezzavano i giardini pubblici, le vie. Restavano queste scie, come la barba finta di un attore che ha dovuto a malincuore abbandonare la scena, ma lascia un segno che dica tutto il suo rimpianto.

Pionieri

Adesso che il sesso è in gran parte virtuale, anni di scienza, di ricerche, di tecnologia, di invenzioni mirabili – e tutto per eliminare il partner, onanismo superstar -, una parola su due pionieri storici, oggi ingiustamente dimenticati: i due oscuri sposini di Ravenna, grandi fondatori.

Agirono all’inizio degli anni ’90, e qui li ricordiamo; usi a riprendersi con la telecamera durante l’amplesso, entrarono fortuitamente in circuito con tutto il condominio, ampliando per accidente il loro grande desiderio: rendere spettacolare ed eterno il loro piacere.

Mick Jagger

E come non ricordare Mick Jagger, il grande precursore? Sia d’insegnamento come egli seppe vivere il successo quale esibizionismo elementare, come indiscutibile ingresso nell’irresponsabile. Egli seppe meglio di chiunque che l’unica infanzia è il successo. Giunse, infatti, a menarselo davanti a migliaia di persone, lì convenute perché aprisse il tabernacolo dei pantaloni, accompagnandosi con la voce – casualmente, la voce: da effetto rimpicciolita a causa, con evidenza.

Don Giovanni e donna Anna

Don Giovanni, fuggendo da donna Anna, dopo che si è giaciuto con lei fingendo di essere il suo fidanzato, nel buio:

Donna folle indarno gridi,

chi son io tu non saprai.

E non è questa la felicità, quando un voyeur incontra un esibizionista?

(Il voyeurismo del carabiniere)

Il carabiniere a cavallo, preposto alla sorveglianza della decenza nei recessi del parco pubblico, nei lontani anni sessanta. Col primo innamorato andavamo a Gianicolo. Sebbene astutamente infrattati, dove peraltro nessuno ci vedeva e sarebbe stato ben difficile dare scandalo, lui, appostato tra le frasche, ci trovava sempre. Era abile come un pellerossa. Dopo i primi baci, come un fulmine geloso sbucava dal folto, piombando in mezzo a noi, minacciandoci di multa.

Lui, dall’alto della sella.

Noi, minimi, sulla panchina.

Gli pulsava in faccia la gioia infantile del potere, di interrompere il piacere, di castigare lo slancio.

Esibizionismo e tv

La tv ha reso necessario l’esibizionismo: farsi vedere, esistere. E gli altri? Tutti voyeur. Pubblico: autorizzato a spiare. Fra guardoni ed esibizionisti, uno squisito problema di domanda-offerta. Difficile che possano mai equilibrarsi. La gran moda degli ultimi anni è mostrare invece dell’eccellenza la pochezza. La volgarità è diventata un blasone. Ma ancora più pubblicizzata è l’ignoranza. Un tronista, durante un reality, dice di una concorrente esclusa dal gruppo:

“E chi la capiva? parlava complicato”, (cioè parlava l’italiano).

Applauso oceanico.

Intervista alla donna che vendette la figlia per comprarsi la tv

Ma perché l’ha fatto?

Per finirci dentro.

Vetro di rara fattura…

L’esibizionista elementare (senza telecamere) è punito col ridicolo. Più onorevole è il rischio dello stupro o dell’adulterio. Meglio uccisi che derisi. Più fragile di chiunque, e più generoso, l’esibizionista si offre mani e piedi allo spettatore.

Vetro di rara fattura, basta uno sguardo a romperlo. V’è un solo modo per rendere complice chi guarda, per farsi prendere sul serio: ancora una volta, il cornicione. Mettere paura. Le folle d’oggi, lo specchio magico televisivo, consentono con soddisfazione di volgere da comico in tragico lo spettacolo dell’esibizionista che proprio volesse inerpicarsi per dieci piani, e di lì stupire il mondo.

Altri esibizionismi

Vi sono forme più sommesse, e non punibili: la beneficenza o la bicicletta.

Tenerezze

C’è una barzelletta sulla sensibilità dell’esibizionista che mi fa venire le lacrime agli occhi.

Uno di quegli esibizionisti arcaici, con l’impermeabile, lo spalanca improvvisamente davanti ad una signora, rivelando la propria nudità. Lei caccia un urlo e si copre gli occhi.

E lui, mortificato, ferito, col tono di chi parla di un cucciolo, che è il nostro orgoglio, o di un bambino:

– E lo guardi, almeno!

Dice di sé.

Barbara Alberti. Nata in Umbria, fra angeli e diavoli. È grata alla pessima educazione cattolica, cui deve la sua ispirazione. Alcuni titoli: i romanzi “Delirio”, “Donna di piacere”, “Buonanotte Angelo”, “Povera bambina”, (Mondadori), “Memorie malvagie”, “Dispetti divini”, “Gelosa di Majakovskij”, (Marsilio), “Gianna Nannini da Siena, biografie comparate della cantante e di Santa Caterina” (Mondadori), “Il promesso sposo, biografia di Vittorio Sgarbi”, Sonzogno, “Il principe volante, biografia di Antoine de Saint Exupéry” (Playground), i saggi “Parliamo d’amore” (Mondadori), “Vocabolario dell’amore” (Rizzoli). Sceneggiatrice di cinema, il suo primo film è stato “Portiere di notte” di Liliana Cavani, l’ultimo “Melissa P” di Luca Guadagnino. Dal 1984 tiene una rubrica di posta del cuore, prima su Amica, poi su “A”. È madre, nonna, e casalinga. Nella mano destra porta i segni delle sue attività: il callo della penna e quello della scopa.

Elda Lanza - Quanto dura l’amore eterno?

Le tentazioni non sono soltanto bionde o brune, ma carriera, appartenenza, prestigio, comando

 Elda Lanza*

M’incantò la rima fiore amore,

la più antica e difficile del mondo.

Umberto Saba

L’argomento è complicato e la domanda, temo, senza risposte. Cercherò di traghettare pensieri e opinioni di amici che stimo e parole di persone che amo, con un minimo di ostinazione. Io credo nella passione, e non capisco se sia la stessa cosa.

Che cosa s’intende per amore eterno?

Suppongo quel sentimento – possiamo definirlo totale per capirci? – che lega due persone dal momento in cui si manifesta fino al momento… quale? Finché morte non li separa? Fino alla prima lite con porta sbattuta e cambio d’indirizzo? Fino al primo torto subito – o inferto?

Un amico filosofo, Giancarlo Livraghi1, mi ha risposto: “L’amore è sempre eterno, finché dura. Se non è eterno non è amore”. Io adoro i suoi paradossi. Ho capito che quando nasce un amore non bisogna chiedersi quanto durerà. Ma comedurerà.

L’amore richiede pazienza

Sul “Corriere della sera” del 29 settembre scorso, il professor Francesco Alberoni ci fornisce la sua ricetta: “L’amore richiede pazienza”.

No, professore. Io non voglio avere pazienza. Non in un progetto che coinvolge la mia vita, i miei sentimenti e le mie certezze. Perché dovrei avere pazienza e rassegnazione, come se fossi perdente e colpevole, e dovessi salvare ad ogni costo i miei sogni? Io non voglio avere pazienza, io voglio vincere. Lei scrive ancora che “un solo errore può distruggere l’amore”.

Se fosse vero avremmo un mondo di single. Sono sposata da oltre cinquant’anni e mi sono separata da mio marito tre volte: perché io non volevo avere pazienza e magari lui commetteva qualche errore.

Ha ragione Livraghi, non ci siamo mai chiesti quanto sarebbe durato; è durato malgrado noi. Per assurdo che possa sembrare, è amore. Lo diceva anche Euripide: Non c’è amante che non ami per sempre”. Io forse son di quelli.

Il professor Alberoni conclude paragonando l’amore al diamante: durissimo e fragile. L’amore, perché il diamante è pietra durissima e non fragile. In tempi non recenti il fidanzamento riuniva in un solo anello un diamante e una perla: la forza del maschio e la purezza della fanciulla. Poi si è deciso di puntare sulla forza, essendo la purezza non più richiesta.

Quando l’amore ti costringe a scelte difficili, non per te, ma per chi ti guarda e non capisce, ti giudica e non sa, l’amore diventa eroico, più forte che mai. E un poeta che io amo molto, Sandro Penna, nella sua ostinata diversità, ha scritto in quattro parole uno straordinario poema d’amore e di sofferenza: “Amore, amore – Lieto disonore”.

Ecco, professore: chi ama forse è fragile. L’amore, no.

La stagione incerta

La maggior parte delle persone di ambo i sessi, arriva al traguardo del matrimonio per impiantare un’azienda familiare con l’impegno di farla funzionare. Per sempre.

Entusiasmo, amore, sesso, casa nuova, viaggio di nozze il più lontano ed esotico possibile (tanto quando ci si torna?), lavoro magari precario, ma promettente, i figli dopo l’euforia della novità. E dopo la passione.

I figli arrivano. Si sommano le preoccupazioni, il tempo che passa (e non è galantuomo come si vorrebbe), i malanni che diventano malattie, la noia.

Quanto dura quell’amore eterno nelle lunghe pause, nelle risposte rugginose? Nei silenzi che diventano sempre più lunghi. Nella reciproca mancanza di interesse, di comprensione, di condivisione. Quanto dura? Le statistiche ci indicano che oltre il trenta per cento dei matrimoni fallisce.

Perché un matrimonio, o un qualunque modo di convivere, così spesso non resiste alla prova dei fatti?

Le cause possono essere diverse e le lascio alla sociologia e alle statistiche. Credo tuttavia che molto sia dovuto alla pressione di fare e di avere. Le tentazioni, che non sono soltanto bionde o brune, ma carriera, appartenenza, accumulo, prestigio, comando sono alla portata di chiunque abbia tempo e energie da dedicarle. Spesso sottraendoli a quell’amore che si voleva eterno.

Il settanta per cento di coniugati che resistono e continuano “finché morte non li separa”, quale vita si sono riservati? Quale futuro al loro amore?

Due anni fa ho pubblicato con l’editore Marsilio il romanzo: “Una stagione incerta”, che ha aperto una corrente di conferenze, dibattiti, articoli sull’amore delle persone anziane.

La protagonista del romanzo a un tratto si chiede: “Che cosa sa una donna di quarant’anni di quali sentimenti si è capaci a settanta? La mia vecchiaia è stata capace di sentimenti. Di energia. Di emozioni. Di sogni. Di progetti.

Come si poteva definire vecchiaia quella stagione incerta che stavo vivendo?”.

La stagione incerta della nostra vita è quella terra di nessuno in cui un uomo (sta per umanità, non per genere maschile) non più giovane sa di non essere già vecchio. In cui un uomo non accetta il ruolo passivo che gli è destinato. L’apologia dei nonni credo dipenda da cattiva coscienza.

Pensionato, due chiacchiere in piazza, pennichella, qualche impegno con i nipoti per aiutare i genitori che lavorano, visite programmate dal medico di famiglia perché la salute è tutto, il giornale per discutere di calcio, sedute davanti alla televisione, la messa e la preghiera perché l’ora si avvicina, il gioco delle carte al bar. Siamo sicuri che sia questa la vita che un uomo (sempre inteso come umanità) pretende tra i sessanta e settant’anni?

Una famiglia di silenzi, poche parole e pochi gesti, tenerezze dimenticate, pudore, ruggine, impazienza, conti da pagare, poche responsabilità. Siamo sicuri?

Viviamo in una società giovanilista in cui non soltanto si invecchia più tardi e meglio, ma si è sollecitati a impegnarci per restare più giovani a lungo, ad ogni costo, non soltanto nell’aspetto.

Sappiamo che uomini e donne frequentano ormai in ugual misura palestre, istituti di bellezza, spa, piscine, corsi di ballo, sedute per mantenere il corpo ed elevare lo spirito. Per esercitare il cervello si producono e si vendono decine di giochi d’intelligenza che ti cancellano l’età anagrafica. Si sollecita la mente con “La settimana enigmistica”.

Alcuni ci provano con la televisione e con l’internet, ma i risultati non sono stati ancora codificati e resi pubblici.

Naturalmente nessuno trascura il sesso. Stiamo discutendo da anni sugli effetti collaterali delle pillole blu, ma intanto ci provano, sono vivi e persino allegri. Avete provato qualche volta a chiedere ad un uomo di settant’anni se è ancora innamorato di sua moglie? Io, sì.

Un pensionato mi ha risposto testualmente: “Innamorato… beh, è mia moglie. Stiamo insieme da tanti anni. Le voglio bene…”. Mi ha parlato con più entusiasmo del suo cane da caccia. Fate ancora l’amore? Ho chiesto.

E quest’uomo sano, ancora di bell’aspetto, che si è sposato giurando sull’amore eterno, si confonde. Parole farfugliate a mezza bocca, lo sguardo a terra, persino un leggero rossore. A settant’anni l’amore si vive o come una prova extraconiugale di cui vantarsi o come una colpa.

La normalità diventa una colpa da difendere, e di cui vergognarsi persino a parlarne, dietro una cortina di pregiudizi, falsi pudori, peccati e confessioni.

Jeanne Moreau, attrice, ha detto: “L’età non ti protegge dall’amore. Ma l’amore un po’ ti protegge dall’età”.

Difficile per i figli – ormai adulti e accasati – e persino per gli amici, accettare che un settantenne desideri fare l’amore con una sua coetanea, magari sposata quarant’anni prima. Tanti anni passati insieme e ancora il gesto, qualche fantasia, una complicità da condividere.

La voglia di avere qualche certezza. La voglia di partecipare alla vita che ti sfugge. L’amore.
Ha ragione Max Damioli2, la felicità degli anziani si costruisce da giovani. Tutelare la salute: è più facile prevenire a trent’anni che guarire a settanta. Stimolare il cervello: ponendosi domande e pretendendo risposte. Allenare il cuore all’amore.

Di parere diverso due autori, Haville Hendrix e Helen Hunt, terapeuti americani, che hanno pubblicato (in Italia da Sonzogno) un corposo volume dal titolo: “Come essere felici insieme per tutta la vita. Meditazioni e esercizi per far crescere l’amore giorno dopo giorno”.

Non l’ho letto, soltanto sfogliato. Un amore che ha bisogno di crescere giorno dopo giorno, mi spaventa. Anche le meditazioni e gli esercizi. Le ricette servono in cucina, la vita non è un minestrone con ingredienti variabili.

La banalizzazione di questi manuali svilisce la nostra intelligenza, e anche l’amore.

Dante, Petrarca e Jacques Prévert

Un amico, mio coetaneo, a proposito di amore eterno, maliziosamente, mi cita due dei padri della letteratura italiana: Dante e Petrarca.

Francesco Petrarca poetava in modo sublime di una certa Laura, forse mai davvero esistita, mentre sappiamo che ha avuto due figli, riconosciuti, da una donna che non ha sposato e di cui non si conosce il nome.

Dante Alighieri, che ha professato eterno e purissimo amore per Beatrice Portinari, nei fatti ha sposato tale Gemma di Manetto Donati, con la quale ha avuto quattro figli. E si divertiva con altre, come confessa nel suo bel sonetto a Guido Cavalcanti:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento,

e messi in un vasel ch’ad ogni vento

per mare andasse al voler vostro e mio,

si’ che fortuna od altro tempo rio

non ci potesse dare impedimento,

anzi, vivendo sempre in un talento,

di stare insieme crescesse ‘l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi

con quella ch’e’ sul numer de le trenta

con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,

e ciascuna di lor fosse contenta,

so’ come i’ credo che saremmo noi.

Una mia allieva di vent’anni, invece, mi mostra timorosa la sua poesia del cuore: “Cet amour” di Jacques Prévert. Qui c’è tutto quello che lei crede di sapere sull’amore eterno.

Cet amour

Si violent

Si fragile

Si tendre

Si désespéré

Cet amour

Beau comme le jour

Et mauvais comme le temps

Quand le temps est mauvais…

Beaucoup plus tard au coin d’un bois

Dans la foret de la mémoire

Surgis soudain

Tends-nous la main

Et sauve-nous.

Ho trascritto soltanto l’inizio e la fine di questa lunga poesia che celebra l’amore anche nei suoi lati più oscuri e controversi. L’ultima frase è il messaggio di Prévert: “Tendici la mano e salvaci”.

L’amore può davvero salvarci: se non ci fa paura. A vent’anni e a ottanta, forse sì: l’amore fa paura.

La ferita dei non amati

Una pubblicità apparsa in questi giorni in televisione recita “la felicità è un viaggio che comincia da bambini”.

Dopo aver indagato sugli amori dei sessantenni, e averne tratto conclusioni a volte stupefacenti, in un altro romanzo ho considerato il dolore di una bambina di tre anni.

Per accorgermi che tutto quello che ci capita da piccoli, all’inizio di quel viaggio, condiziona il nostro carattere, le nostre scelte, i nostri amori. Eterni e no.

Il timore dell’abbandono se i genitori si separano; i sensi di colpa se i genitori litigano o se il ragazzino ti lascia e l’amica che credevi tua per sempre preferisce una compagna diversa da te. Più tardi sarà il fidanzato a lasciarti, il marito a tradirti, la persona che ti è più cara a morire, un altro abbandono.

Il dolore dell’abbandono, che ti segna come una ferita, la ferita dei non amati, è l’inizio di quel viaggio. Verso amori sostitutivi e scelte sbagliate, che si ripetono identiche nel tempo, con la stessa sofferenza. Perché il dolore e la colpa sono parte di noi. È quella ferita che ci fa deboli, di fronte all’amore, e ci confonde.

La felicità è un viaggio che comincia da bambini. Anche il dolore.

L’amore eterno

C’è una ricetta perché l’amore duri in eterno? Probabilmente, sì. Io non ne ho.

Ne aveva certamente Eugenio Montale3, che ho conosciuto diversi anni prima che morisse. Nella sua casa di Milano, lui in poltrona con un vecchio plaid sulle ginocchia, e accanto, su una sedia più alta, sua moglie, la donna che gli è stata accanto tutta la vita (“Esterina, i vent’anni ti minacciano…”). Che gli appoggia una mano protettiva sul braccio e lo incita a rispondere alle mie domande, mentre approva compunta con un cenno del capo ogni cosa che lui dice.

Parliamo d’amore. Cita a memoria la strofa di una poesia provenzale di Bernard de Ventadorn:

Ai, las! Tan cuidava saber

D’amor, e tan petit en sai…4

Gli piace la mia voce, e prima di salutarmi mi chiede di leggergli una delle sue poesie. La trova aprendo il piccolo volume dalla copertina marrone: a colpo sicuro, come se si aspettasse di doverne parlare.

Avevamo scelto per l’aldilà

un fischio, un segno di riconoscimento…

Mi provo a modularlo nella speranza

che tutti siamo già morti senza saperlo.

Ecco: è questo l’amore eterno?

1) Giancarlo Livraghi, www.gandalf.it.

2) Massimo Damioli, “ Il Massimo del respiro”, Edizioni Skills.

3) Eugenio Montale, “Ossi di seppia”, Mondadori.

4) Ahi, me infelice tanto credevo di sapere/d’amore e tanto poco ne so.

Dice di sé.

Elda Lanza. Scrittrice e giornalista, esperta di comunicazione, storica del costume. Ha pubblicato romanzi e testi professionali con Mondadori, Sperling e Marsilio. L’ultimo romanzo “L’altra faccia della luna”, l’ha pubblicato da sola su Lulu.com, tanto per vedere che effetto fa. Il primo volto della televisione in Italia, cinquant’anni fa – con lo stesso entusiasmo e la stessa consapevolezza – esplora oggi, a oltre ottant’anni, la tecnologia del terzo millennio.

 

 

JOHANN WOLFGANG VON GOETHELo stesso giorno in cui Werther aveva scritto al suo amico

l’ultima lettera qui riferita, era la domenica prima di Natale;

andò la sera da Carlotta, e la trovò sola. Era occupata

a mettere in ordine dei giocattoli che aveva destinato ai fratellini

come doni di Natale. Egli parlò del piacere che avrebbero

goduto i bambini, e del momento in cui all’inaspettata apertura

di una porta sarebbe apparso l’alloro illuminato, ornato di dolci

e di mele, facendo provare ai fanciulli gioie paradisìache.

(Da “I dolori del giovane Werther”, 1774)

Fiammetta Jori - Il suicidio, estrema ratio ultima follia?

Bisogna per una seria prevenzione tener conto dei fattori relazionali, della storia personologica e della personalità

Fiammetta Jori*

Sento che in Irlanda potrò

ritrovare la mia anima,

a Londra la mia mente

e, forse, in cielo ciò che
era il mio cuore.

Sylvia Plath

 

Era il 28 dicembre del 1925, quando in una stanza dell’albergo Angleterre di Leningrado il grande poeta russo Sergèj Esenin si uccise, impiccandosi con la cinghia della sua valigia. La notte prima aveva scritto, con il proprio sangue, per mancanza d’inchiostro, due quartine d’addio al suo amico scrittore Ehrlich e di questo suo congedo resteranno tragicamente famosi i versi finali: “O caro amico addio, senza parole/senza versare lacrime o sorridere. Morire non è nuovo sotto il sole,/ma più nuovo non è nemmeno vivere”.

A questa apodittica sentenza risponderà, più tardi, Majakovskij nella chiusura di un’aspra e tormentata poesia dedicata appunto ad Esenin: “In questa vita non è difficile morire,/vivere è di gran lunga più difficile”. Nella positiva sfida che in essi si sente vibrare in nome della vita, c’è la volontà furente di contrastare quell’ultima rassegnata dichiarazione di Esenin che, inerme, si consegnava alla morte; ma il grido di Majakovskij non insorgeva contro quel suicidio commesso quanto piuttosto contro la sua stessa lacerante ossessione di commetterlo, forse anche per ragioni opposte a quelle del giovane Esenin. Nel 1930, infatti, anche il poeta Vladimir Majakovskij si ucciderà sparandosi un colpo di rivoltella, quasi un ultimo gesto di coraggiosa spavalderia, l’estrema provocazione alla vita di un irriducibile titano.

Scriveva Majakovskij: “Spero, credo non verrà mai per me l’infame buonsenso”, ci si può togliere la vita anche per questo? Forse. E sono da sempre i forse, non le certezze, che incombono su tutti quelli che tentano di scandagliare l’oscuro abisso delle motivazioni infinite che continuano a portare l’uomo al suicidio, che resta, peraltro, la forma più inquietante di omicidio, poiché in esso assassino e vittima coincidono.

Nell’affrontare le numerose e spesso dibattute problematiche che, in spire misteriose, avvolgono il nucleo dell’evento suicidario, ho voluto premettere a quanto di più scientifico seguirà, l’emblematico frammento di cronaca di due suicidi ormai storici, poiché ritengo che, al di là del pathos letterario che li accomuna, si possa cogliere la precipua identità delle diverse matrici di un identico gesto, proprio in quanto compiuto da individui così platealmente vicini, quali Esenin e Majakovskij, poeti entrambi nonché figli della stessa terra e dello stesso tempo.

Nella storia della letteratura russa essi sono in qualche modo un binomio, nella casistica psichiatrica relativa al suicidio, invece, l’unico item che potrebbe correlarli sarebbe il sesso, qualora il criterio adottato lo contemplasse fra le variabili prese in considerazione. Infatti, come sentenzia la medicina più dotta non c’è la malattia bensì il malato, ed altrettanto vero dunque che non esiste il suicidio in astratto, ma piuttosto il suicida o l’aspirante tale, forse latente in tutti come un malefico fantasma in agguato in ogni uomo che arrivi ad essere sopraffatto dalla vita, trafitto dai molti orrori che possono attraversare la talora impietosa, parabola umana.

Nell’acclarata assenza di un paradigma suicidario, di un suicidio-tipo da cui partire, alla psichiatria, che per antonomasia è scienza preposta allo studio e consequenzialmente alla prevenzione di tale fenomeno, non rimane che studiare sul campo tutte le possibili costellazioni delle diverse variabili, psicologiche, organiche e socio culturali, che scatenano l’eventuale evento suicidario e comunque ne incrementano il rischio.

Tante possono essere le chiavi di lettura di questo estremo gesto umano agito, in taluni casi, dopo lunga e capziosa premeditazione oppure per un impulso improvviso, ed all’ottica psichiatrica, fondamentalmente clinica, si affiancano, con teorizzazioni diverse e tutte estremamente interessanti la psicologia, la psicanalisi, la sociologia. Anzi, proprio guardando alla globalità dei rispettivi approcci, ognuno con la sua plausibile verità ed il suo rigore scientifico, è auspicabile che nel futuro si possa delineare la giusta via per una comprensione a tutto tondo del fenomeno suicidio che infine consenta, realisticamente, di riuscire a prevenirlo.

Tralasciamo, quale sorta di epifenomeno, il verificarsi sporadico del suicidio a macchia d’olio o a catena, soggiacente ad un’evidente logica di mimesi sociale e di costume talora ascrivibile, nel quadro di una psicopatologia delle masse, a fanatismo obnubilante o isteria, quando non semplice imbecillità collettiva (basterà citare per tutti il gran numero di suicidi giovanili che seguirono, su una scia di suggestione culturale, la pubblicazione del “Werther” goethiano e, di tutt’altro segno, il suicidio a grappolo di 36 donne ed un solo uomo verificatosi nello stesso giorno in America alla notizia della morte di Rodolfo Valentino), fenomeni questi talmente macro da ritenersi, ancorché inquietanti, sicuramente più intellegibili eziologicamente e dunque, almeno epistemologicamente, molto più negligeable della grande massa di suicidi dasingle, covati e perpetrati nell’immane silenzio del proprio io ed è, appunto, il suicidio individuale il nodo più difficile da sciogliere.

Un nodo doloroso e complesso sul quale, nell’instaurarsi del rapporto terapeuta-paziente, qualora si tratti di un individuo la cui anamnesi presenti uno o più tentativi di suicidio, anche il medico-psichiatra o psicoterapeuta dovrà investire, al di là dell’impegno etico e professionale, parte del dolore che comunque un coinvolgimento emotivo, anche minimo, inevitabilmente implica.

“Nessuno come lo psichiatra sa quanto lo sconvolga e lo colpevolizzi la morte del suo paziente suicida, al di là di ogni ragionamento sull’essersi ben comportato professionalmente, secondo scienza e coscienza”, sono le parole del professor Gaspare Vella, decano della Prima clinica psichiatrica dell’università di Roma, e sono tratte dalla sua entusiasta e partecipe prefazione ad una delle più esaurienti monografie sulle problematiche suicidarie “Suicidio, psicopatologia e prevenzione”15 del professor Roberto Tatarelli16, che da anni si dedica alle tematiche del suicidio, essendo altresì membro dell’associazione per lo studio del suicidio, presieduta dal professor Pavan dell’università di Padova, dove l’associazione ha sede.

In questo volume, di grande pregio letterario oltrechè scientifico, il professor Tatarelli – così chiaramente avverte la presentazione del professor Vella – “affronta l’argomento da clinico, colto al confine dei diversi ordini di conoscenze. Da clinico, non trascura nessuna delle possibilità suicidarie nelle diverse evenienze cliniche; e dimostra la sua cultura, che correla ed integra, analizzando, sul confine delle attuali conoscenze, le diverse ottiche che hanno ipotizzato le genesi diverse delle condotte suicidarie”.

Vorrei continuare a citare le parole autorevoli e precise con cui il professor Vella, maestro dell’autore nelle varie accezioni del termine, evidenzia le conclusioni scientifiche dell’attento studio sul suicidio che il libro rigorosamente espone: “Dal suo argomento, a parer mio, derivano due considerazioni fondamentali: la prima è che il suicidio è un fenomeno trans-nosologico, la seconda è che la patologia mentale è il momento ultimo dello scatenamento dell’atto suicida il quale, a sua volta, è il momento ultimo di due possibili vie patogeniche.

Quella introversiva, legata alla struttura della personalità psico-biologicamente fondata e quella estroversiva, legata alla situazione eo condizione relazionale. Ambedue le vie possono essere facilitate nel loro evolversi e concludersi nell’atto suicida, da determinati fattori di rischio, da stress ed eventi psico-traumatici”.

Su questa accademica sintesi che, senza sbavature o divagazioni, ci consegna con estrema chiarezza le teorizzazioni essenziali analizzate ed argomentate in questo libro, che sicuramente corona e completa l’enorme bibliografia esistente sul tema del suicidio (ed un lungo prologo sempre aiuta il lettore a metabolizzare l’impatto con un tema impegnativo quanto emotivamente incisivo), su quanto premesso pure prevale, urgente, il bisogno di chiedersi altro; di chiedere, noi profani, altro all’uomo che lo psichiatra, comunque, suppone.

Del resto, l’interrogativo chiave per tutti, psichiatri e non, credo sia pur sempre dove collocare quel nebuloso crinale su cui forse cammina ogni uomo, quel margine invisibile ed ineffabile tra la normalità e la patologia, soprattutto quando in gioco c’è la scelta amletica “essere o non essere”. È ancora questo il problema!

Così finalmente incontro il professor Tatarelli, di cui vorrei sottolineare la cortese simpatia, nel suo studio romano per porgli alcune domande che mi sembrano inevitabili e più che mai urgenti oggi, alla sinistra luce di una cronaca invasa dalle notizie relative a suicidi tutt’altro che sporadici3.

Professor Tatarelli, vorrei poter fugare un mio dubbio antico ed ostinato circa il libero arbitrio di chi decide di porre fine alla sua vita, in una supposta integrità delle sue facoltà mentali. Si usa spesso il termine di logica suicida e sicuramente esiste una logica, ancorché aberrante, nell’ideazione e nelle strategie di chi medita il suicidio. Allora, deontologicamente, uno psichiatra deve sempre e comunque contrastare l’idea suicidaria anche laddove, in determinati casi, essa soggiace ad una logica non patologica, bensì ispirata da un vissuto, da contingenze esistenziali che, talora, devono forse preludere ad un gesto estremo e drammatico?

“C’è un discorso deontologico che impone che il medico si ponga sempre dal versante della vita; nel mio libro citavo anche Hillman che nel suo “Suicide and the soul” sottolinea che il dovere fondamentale del medico, la sua metafora, il suo archetipo è primun nihil nocere. Poi c’è un discorso clinico per quanto riguarda la patologicità o meno del comportamento e della messa in atto del suicidio.

Il mio punto di vista è che nel suicidio esiste sempre un nucleo patologico, direi di alienità. E se questa è la mia convinzione prevalente, non esisterebbero in realtà dei veri e proprio suicidi razionali o normali come, per esempio, il suicidio filosofico o d’onore – vedi il caso emblematico di Catone che si uccide con coraggio, con virilità perché sconfitto da Cesare -, ebbene anche in questi casi c’è sempre un nucleo delirante, benché la realtà sembri smentirlo.

Quando uso il termine delirante mi esprimo in un lessico clinico, del resto lei mi è stata presentata prima come psicologa che come giornalista”.

Già, questo pericoloso binomio mi ha favorito nel leggere la sua monografia sul suicidio con religiosa attenzione; attenzione non avulsa, confesso, da una certa nostalgia per i fascinosi anni universitari della mia vecchia laurea anni ’70.

Come notazione romantica aggiungo che sostenni l’esame di psichiatria proprio con il professor Vella, suo maestro e prefatore, e dunque posso condividere la stima e l’ammirazione da lei dichiarata nei suoi confronti.

Mi perdoni l’inciso personale. Professore, lei dice delirante e a questo proposito leggo proprio dal suo libro un passo che vorrei chiarire “Nel parlare di morte e/o suicidio il paziente esprime le sue convinzioni spesso incontrollabili ed inconfutabili, tanto da poter assumere i caratteri di vere idee deliranti”. Ecco, le chiedo perché questa equazione idee inconfutabili come idee deliranti? Anche il nazismo era per certi versi un’idea delirante! In altri termini, perché sembra essere teoretica certezza che corrisponde a delirante e perciò ascritta dalla patologia tout-court un’idea sostanzialmente inconfutabile per chi evidentemente la propone e la espone? Io potrei avere un’idea inconfutabile, ma non per questo delirare…

“Ho usato il termine delirio erroneamente, cioè da un punto di vista clinico; perché l’incrollabilità, la non criticabilità di una certa idea va poi correlata al contesto, alla storia dell’individuo. Forse è meglio dire che c’è un nucleo di alienità piuttosto che delirante”.

Questa alienità è però sempre fatale, dal momento che comunque un paziente si pone diversamente ed in opposizione al terapeuta. C’è inesorabilmente una dualità, come dice Bowlby. È nel gioco dei ruoli: io ti curo e tu sei da me curato. È un rapporto di per sé perverso, intendo “perverso” in senso affettivo, infatti, emotivamente io-paziente mi porrò automaticamente un gradino sotto rispetto a chi, per definizione, dovrà curarmi. Non è allora un’alienità per certi versi scontata e coartata?

“Diciamo, intanto, che il rapporto non è perverso bensì asimmetrico e questo è, di fondo, un grosso problema. In ogni rapporto duale terapeutico, anche gruppale, la relazione deve, infatti, essere asimmetrica, tant’è vero che nel codice deontologico degli psicoanalisti si dice che, quando la relazione diventa simmetrica, non è più una relazione terapeutica e pertanto è deontologicamente scorretta.

Comunque dei punti di contatto ci devono necessariamente essere tra terapeuta e paziente ed in tutti i casi il paziente vuole essere assolutamente preso in cura, vuol mettere in comune certe sue sofferenze, certe sue rabbie, certi momenti di odio, di aggressività, ma non paritariamente, non simmetricamente. Egli desidera, inconsciamente, che tali esperienze dolorose gli siano restituite con minor quota di sofferenza ed una maggiore controllabilità; questo è il progetto di chiunque si rivolga ad una relazione analitica o psichiatrica e questa è la parte positiva del rapporto.

Poi c’è quasi sempre un’altra parte più distruttiva, però noi abbiamo bisogno di una parte che vuol collaborare e questa è la cosiddetta alleanza terapeutica, quando cioè il paziente vuole essere preso in cura ed io lo prendo in cura. In questa area positiva possiamo elaborare l’area malata”.

Esistono occasioni in cui si fa marcia indietro, in cui lo psichiatra o il paziente sentono che il rapporto è sbagliato, negativo; chi dei due più spesso tende a chiudere il rapporto?

“Spesso, molto più spesso e indirettamente è lo psichiatra che lo chiude, e la colpa, volendo usare questo termine, è del terapeuta”.

Certo, c’è la frustrazione dell’analista o dello psichiatra, il senso della sconfitta se un proprio paziente si uccide. Esiste nella sua carriera un caso particolarmente tragico, che più degli altri le brucia nella memoria?

“Eh, un cimitero! Se uno è onesto ha sempre delle sconfitte, dei casi in cui poteva fare delle cose che invece non è riuscito a fare, per motivi suoi. Per quanto riguarda il suicidio sono stato abbastanza fortunato, circa le “rotture” con pazienti non lo sono stato altrettanto”.

In questo suo apprezzabile sdrammatizzare con un sorriso quel “cimitero” così esclamativo, c’è la grande saggezza dell’ironia, del saper ironizzare e quindi ridimensionare anche, e soprattutto, le proprie sconfitte; forse non sono ironici i suicidi, e lo dico senza ironia! Esiste in generale un sense of humor, nella sua più britannica accezione, nella connotazione mentale di chi medita o tenta il suicidio?

“Assolutamente no. Direi che è proprio quello che gli manca”.

Per contro, professore, possiede tra i suoi ricordi la certezza di aver salvato qualcuno dal suicidio? Una certezza intima riscontrata evidentemente a posteriori.

È possibile in qualche modo che un suicidio probabile non è stato invece commesso?

“Beh, la certezza non c’è mai. Noi combattiamo con i dubbi. Qui è importante aggiungere che certe volte il suicidio accade perché accadono fatti che sembrano irrilevanti ed invece sono quelli che determinano l’atto. Sì, ho un ricordo personale, anche se dei particolari mi sfuggono, però rammento benissimo che quando un paziente uscì dalla terapia, ero convinto, delirantemente, che sarebbe andato con la macchina a buttarsi in una scarpata vicina al mio studio di allora.

Lo seguii dalla finestra e invece non successe nulla; riesaminando in seguito le ultime sedute, capii che certi miei interventi erano potuti servire. Vorrei precisare, per esempio, che in questo caso avevo provato dei sentimenti intensissimi di odio verso questa persona ed avevo deciso di interrompere la terapia, ma non l’ho fatto. Anzi, ancora la seguo. È un paziente che soffre di un grave disturbo di personalità, di tipo narcisistico e crede che sia stato elemento fondamentale che lui capisse che io volevo continuare a prendermi cura di lui, malgrado avesse capito bene i miei sentimenti negativi di rifiuto, di disprezzo, di odio.

Il fatto che io avessi controllato questi sentimenti e fossi riuscito a non mettere in atto il proposito di interrompere la terapia, e farlo seguire da un altro collega, è stato molto importante”.

Lei, professore, si sofferma nella prima parte del libro a delineare le varie interpretazioni storico-filosofiche del suicidio nel passato ed in diverse culture. Ciò mi incoraggia a chiedere se il concetto di entelechia, nella sua accezione aristotelica, secondo cui è già inscritto in ognuno il proprio destino (un po’ il maktub degli arabi, ossia il “tutto è scritto”), può negare in nuce il principio di terapia e perciò anche di prevenzione. Le è mai successo di avvertire l’impossibilità della terapia? E comunque può sussistere questa impotenza, come posizione ideologica, filosofica, direi etica, a forzare un destino?

“Dipende dall’obiettivo e dal progetto terapeutico. Dire che per una certa persona non è possibile alcuna terapia è sicuramente un’attestazione che non riesco a tollerare. Credo che il problema, al di là di tutto, è che in ogni contratto terapeutico ci deve essere un’area condivisa, anche implicita, anche non comunicata, e se c’è questa area qualcosa si può fare”.

Esistono tante lenti per guardare il suicidio e tutte sono plausibili: c’è l’ottica fenomenico-clinica, che costruisce una nostalgia del suicidio – vedi i disturbi dell’umore, l’isteria, la psicopatia, la schizofrenia –, quella psicodinamico-psicoanalitica in cui il perno delle tante diverse teorizzazioni è la “valutazione del peso relativo del mondo fantastico interno e di quello esterno nel loro dinamico interagire”, ed infine l’ottica relazionale che ingloba tutti i teoretici orientati allo studio degli aspetti interpersonali, contrastando così il totale individualismo della psicanalisi.

Ora nella globale prospettiva teorica, per cui certamente ha senso tener conto di tante diverse voci come la natura della predisposizione genetica, la personalità preombrosa, le difficoltà affettive o la depressione – che è la condizione più comunemente correlata al suicidio –, quanta parte si lascia all’umano libero arbitrio? È davvero sempre folle chi si uccide, visto che si fa un gran parlare di eutanasia, forse si potrà ammettere, con i dovuti distinguo, anche l’auto-eutanasia?

“È chiaro che sono difficili i confini tra suicidio folle ed auto-eutanasia, difficile distinguerli…”.

Anche perché, purtroppo, a suicidio avvenuto, non c’è più possibilità di un riscontro dialettico con chi si è ucciso. Tutto è compiuto! Esiste, insomma, un suicidio normale?

“Shneidman e Farberow, ad esempio, che hanno fatto studi importantissimi su questo tema, classificavano come suicidio normale soltanto i cosiddetti suicidi di “cessazione”, cioè quelli di certi vecchi o malati terminali che, appunto, attuavano una sorta di eutanasia.

In tutti i suicidi esiste, subliminale, la speranza della rigenerazione, questo aspetto iniziatico, come un rito d’iniziazione in cui c’è la negazione della morte e nello stesso tempo un’idealizzazione della morte – paradigmatico è il suicidio per acqua, poiché l’acqua era già per gli antichi la “patria della morte” più totale e nel contempo metafora di rinascita; ecco, anche nel più chiaro suicidio di cessazione c’è, secondo me, questa sorta di errore di giudizio in cui in realtà io non vado a cercare un’altra morte, ma cerco un’altra vita. “La vita umana è breve, ma io la vorrei vivere per sempre”, ha scritto lo scrittore Mishima subito prima di suicidarsi”.

Di certo, professore, il suicidio è un gesto estremo che sembra essere l’acme di un tragitto, un approdo e dunque una fine, poiché, oggettivamente coincide con la fine della vita; eppure, talora, si può evincere, come per Mishima, che esso vuol coincidere con un inizio. E quell’inizio ha, probabilmente, un significato solo per chi attua il suicidio, non per chi cerca di interpretarlo. Anche il suicidio, come il cuore, ha delle ragioni che la ragione non conosce, non è così?

“Questo è l’aspetto delirante, perché quasi mai per chi si uccide quella è la fine! C’è una testimonianza ampia in quei suicidi che lasciano messaggi e quindi comunicano; del resto il suicidio è una comunicazione con l’altro esplicita, o con se stessi o con entrambi”.

Esiste uno studio che correli l’i.q. (quoziente intellettivo) al suicidio o al tentato suicidio? Che rapporto si evince tra intelligenza ed incidenza dell’evento suicidario?

“In genere, se c’è un’insufficienza mentale, un deficit intellettivo, questo aumenta il rischio. Infatti, uno dei pericoli maggiori nel suicidio è proprio l’imprevedibilità dell’acting out, questa facilità di passaggio all’atto e quindi questo difetto di elaborazione intrapsichica. Ne parlavano già gli psichiatri dell’800”.

Dal punto di vista terapeutico, presumo, sia più difficile discutere e smontare le convinzioni di chi ha costruito con logica deduzione il proprio ragionamento fino ad arrivare, essendo dotato di intelligenza, a conclusioni intelligenti.

“Sì, chi è molto intelligente è un paziente difficile, perché è più difficile contattare, prendere in esame, elaborare questo nucleo, anche piccolo, alienato dalla nostra personalità, alienato rispetto a me stesso e rispetto al mondo”.

Una cosa che non posso che chiedere allo psichiatra e quindi all’uomo che lo sottende: l’uomo e lo psichiatra dove convergono e dove invece si allontanano? Ci sono dei punti di frattura sul campo, nell’esercizio del proprio ruolo, tra l’essere uomo e l’agire da psichiatra?

“C’è una frattura tra uomo e psichiatra in un certo modo di fare psichiatria. Se uno psichiatra ha conosciuto se stesso attraverso un iter di introspezione psicoanalitico, che è uno dei tanti, allora non c’è frattura tra l’uomo e lo psichiatra. Io capisco l’altro in quanto posso aver sperimentato quello che l’altro sperimenta. Ad esempio, io ho un lunghissimo iter psicanalitico. Psicanalisi doc!”.

Non è obbligatorio, però, questo passaggio introspettivo per gli psichiatri, è vero?

“Purtroppo no. Se non c’è stato questo iter, questa formazione anche personale, anche privata, allora c’è il rischio che l’altro possa venir trattato come un oggetto, non come una persona. Non deve esserci frattura tra l’uomo e lo psichiatra. Mai”.

Le risulta che invece ci sia questo scollamento?

“Sì, ma questo riguarda tutti i campi della medicina, non solo la psichiatria”.

È interessante che lei abbia iniziato il suo percorso professionale proprio con un traumatizzante percorso di suicidio, anzi due, e forse ciò spiega la sua sensibilità verso questo problema. Inoltre, come afferma il professor Vella “ci vuole molto amore per l’uomo e per la disciplina che si professa per affrontare la problematica del suicidio”. Lei non nasce psichiatra bensì genetista, ed è un iter desueto rispetto alla norma.

“Infatti, sono nato come genetista. Ho fatto la tesi in genetica medica e poi mi sono interessato di psicofarmacologia, per qualche anno della fenomenologia in psichiatria e in fine sono approdato alla psicanalisi. Non per fare paragoni, ma anche Freud è partito come medico”.

Professore, si uccide lo psichiatra?

“Il rischio è elevatissimo, anzi lo psichiatra è al primo posto. Nel rischio di suicidio correlato alle professioni i medici sono al primo posto, e nell’ambito dei medici, il primato è degli psichiatri. Questo, peraltro, deporrebbe a favore dell’ipotesi della follia, del suicidio per follia.

C’è chi definisce lo psichiatra un “inquinato”; e comunque tra le motivazioni a fare lo psichiatra esistono delle radici di psicopatologia personale che si tenta di superare con una manovra, direi, controfobica.

Come il pilota che aveva paura di volare! Possiamo ricordare, per esempio, il suicidio di Bruno Bettelheim, famosissimo psicanalista infantile, soffocatosi con un sacchetto di plastica”.

Lei ha mai pensato di suicidarsi nell’arco della sua vita?

“No, mai. Sono anomalo, perché mi dicono che quasi tutti hanno avuto un passaggio di questo pensiero”.

Finalmente un’anomalia positiva! Lo scrittore Cesare Pavese, suicidatosi nel 1950, ingerendo barbiturici, scrisse che “i suicidi sono omicidi timidi”, anticipando la definizione più tecnica di Schneidman che, nel ’68 definì il suicidio “un assassino a 180°”. Già Freud, del resto, riteneva che qualsiasi suicidio fosse l’espressione di un antico e represso desiderio di compiere un omicidio. L’aggressività, che entrambi i gesti suppongono, è più normale se autodiretta o se eterodiretta, laddove debba comunque sussistere?

 

“È splendida quella definizione di Pavese! C’è un rapporto abbastanza stretto, in ogni caso, cioè l’aggressività resta il comune denominatore sia del suicidio sia dell’omicidio”.

 

Esistono, però, anche suicidi buoni, in cui il primum movens non ha investimenti aggressivi?

 

“Sì, certo”.

 

De Fleury nel suo studio “L’angoisse humaine” definisce l’angoscia come alterazione dell’umore – verstimmung, termine che in tedesco significa anche scordatura di uno strumento musicale – nel senso di una perturbazione dell’equilibrio psicofisico; ma non è questa una soluzione troppo semplice? Probabilmente chi è angosciato ha valide ragioni per esserlo ed allora anche l’umore ovviamente alterato è un effetto, non una causa!

 

“Ogni individuo è un infinito e l’infinito non può essere esaurito”, diceva il grande sociologo Durkheim; certo spesso clinicamente si deve tratteggiare una tipologia, un quadro di riferimento e da un punto di vista scientifico è normale classificare, siglare, come quando si parla di hopelessness (disperazione) o helplessness (inaiutabilità) o ancora di condizione broken home (focolare infranto, alias deprivazione parentale) – lapidarie sigle d’oltreoceano che danno l’illusione che ad una tale chiarezza lessicale possa corrispondere un’uguale chiarezza diagnostica e quindi terapeutica; però catalogare in tal modo l’angoscia, un sentimento umano così complesso e profondo, non è semplicistico e lesivo di certe realtà forse disattese?

 

“De Fleury è una scoperta, una chicca; certo le classificazioni rigide e nette non servono a niente, rassicurano forse solo il terapeuta, non certo il paziente. Mi riaggancio a quanto dicevo prima: se c’è quell’area condivisa in cui, più o meno consciamente, c’è l’idea di quale sofferenza voglio eliminare, allora questo problema viene eliminato. Anzi, una quota d’ansia o di angoscia può essere positiva, può aiutare a farmi vedere meglio le cose e, comunque, la maggior parte di fronte a questi sentimenti o stati d’animo non si suicida. Così pure nel campo della depressione grave.

Il tasso di suicidio nei depressi è pressappoco sul 15%, si può arrivare al 20-25%, quindi ce ne sono 80 che non si suicidano pur avendo la stessa dolorosa esperienza depressiva. È perciò un grave errore dire depressione uguale suicidio; il problema, semmai, è sapere quali depressi lo faranno!”.

 

Esiste una pericolosità, ai fini della terapia, che può scaturire dall’eventualità che sia lo psichiatra a fissarsi sull’idea che il suo paziente si uccida? È dunque controproducente la paura del terapeuta?

 

“Sì, quelli sono problemi del terapeuta. Ci possono essere anche sentimenti di rabbia, di odio contro il paziente e il terapeuta può preoccuparsi e “manifestare”, il paziente se ne accorge sempre. È importante, però, che il paziente senta che la preoccupazione del terapeuta sia contenibile, elaborabile, evolutivamente vivibile; è come il rapporto tra un bambino e la mamma “buon contenitore”: anche la mamma di un bambino violento può avere delle reazioni, ma sia il bambino sia il paziente devono sentire che mamma e terapeuta, rispettivamente, sono in grado di sopportare questa rabbia, questi sentimenti violenti. Insomma, il fatto che il paziente capisca che il suo terapeuta sa quello che sta succedendo è il più grande fattore terapeutico. La sicurezza del terapeuta si trasmette al paziente”.

 

Quanto è alto il rischio iatrogeno4 di suicidio?

“È difficilmente quantificabile, però c’è. Tutti quei farmaci che provocano un’instabilità dell’umore da una parte e una disinibizione psicomotoria dall’altra, hanno un valore altamente iatrogeno per quanto riguarda l’atto suicidario, per esempio gli antidepressivi. Questo è confermato anche dal dato clinico che il maggior rischio suicidario accade proprio nei depressi nel momento in cui riescono a star meglio, nella fase in cui c’è un miglioramento clinico”.

Non si è trovata una soluzione alternativa al litio, agli psicofarmaci che pure si continuano a prescrivere connonchalance? Insomma, con le sbrigative pillole non si depauperizzano la volontà o le altre riserve reattive che pure ci sono sempre nell’uomo, anche disperato? Vorrei citare Pasolini “non c’è mai disperazione senza un po’ di speranza!”.

“In certi casi, sì. Però quando in primo piano c’è un asse veramente delirante in cui sono totalmente minime le parti buone, valide di una persona non se ne può fare a meno. Allora, sì, sarebbe davvero iatrogeno non dare farmaci!”.

Mi pare che lei appoggi, ognuna con il suo bene e con i suoi limiti, le varie ottiche d’approccio allo studio del suicidio, ma c’è una regina di tutte queste teorie e una sua relativa strategia terapeutica?

“C’è necessità di integrare queste ottiche. L’ottica puramente intrapsichica ci dà pochi strumenti per una vera prevenzione del comportamento suicidario. È assolutamente necessario tener conto di tanti altri fatti relazionali, cioè del rapporto del paziente con l’ambiente ed anche nella nostra piccola “ricerca sul campo” – che chiude il mio libro al quale si è spesso riferita – questo viene fuori abbastanza chiaramente. Insomma, è un grave errore fermarsi a considerare la patologia a maggior rischio suicidario; bisogna per una seria prevenzione tener conto dei fattori relazionali, soprattutto della storia personologica e della personalità. Questi sono tre elementi sostanziali”.

Fondamentalmente la suicidologia conclude che bisogna entrare nella logica suicidaria, quale che sia, per controbatterla. So che in Svezia esiste una clinica specializzata dove si aiuta a morire chi ha deciso di suicidarsi e qualcuno, in itinere, cambia idea. Quindi è paradossalmente una terapia il fatto di appoggiare l’ideazione suicidaria piuttosto che contrastarla!

“Questo dimostra che è possibile una prevenzione e noi lo facciamo quotidianamente, noi che lavoriamo in psicoterapia, benché su basi opposte a quelle svedesi da lei ricordate”

Ci sono reali correlazioni, su basi concordate di ricerca e prevenzione, tra le varie associazioni europee che si occupano del suicidio?

“Sì, c’è un’associazione europea, un’associazione internazionale ed anche un’associazione italiana per lo studio e la prevenzione del suicidio di cui faccio parte, ance se non mi sono interessato di studi di epidemiologia. Esiste anche una rivista curata dalla nostra associazione. Nel mondo, comunque, i centri migliori sono negli Stati uniti e in Inghilterra”.

Nella sua ipotesi tassonomica lei delinea nettamente due diversi itinerari clinico-esistenziali verso il suicidio: la via introversiva e la via estroversiva. Sono sempre così separate queste due vie o sono un po’ come le parallele che all’infinito si incontrano?

“Per quanto riguarda la patologia, per la schizofrenia, per esempio, si può considerare l’una via e l’altra. Nella via estroversiva, anche la più paradossale, c’è sempre una modalità comunicativa, manipolativa; c’è in primo piano l’altro. Nel libro volevo mettere dei punti fermi, delle basi di riflessione, delle ipotesi in un’ottica veramente clinica, da un punto di vista soprattutto psicopatologico-preventivo. Le variabili sono certo tantissime”.

Lei ha in cura molti adolescenti?

“No, per fortuna. Sono i casi più difficili e sicuramente c’è un evidentissimo aumento del suicidio nei giovani, dipendente al di là di certe confusioni di tipo adolescenziale, anche da questo ritiro dei contenitori familiari, da questa ipertrofia del successo, dalla eccessiva competizione che per i giovani costituisce un pressing terribile, per taluni insostenibile”.

In conclusione, il suicidio è un sintomo e quindi viene visto solo come un atto oppure è un comportamento inscritto in una sindrome? È un momento o un cammino?

“No, è senz’altro una sindrome, è la fine di una storia. Senza dubbio”.

Non è sempre folle chi si uccide. D’altro canto esistono anche delle scelte di vita che in fondo sono dei lunghi, lenti suicidi. Ritengo che troppo spesso l’ipotesi patologica esautori ed elimini ogni umana volontà, fosse anche quella drammatica di interrompere la propria esistenza, nel pieno possesso delle famose facoltà mentali che, burocraticamente, bisogna dichiarare integre anche facendo testamento, ammesso e non concesso che sia possibile autocertificarsi in grado di intendere e di volere!

“Credo che anche in chi non è folle c’è un nucleo in cui esiste un errore di giudizio.

Oppure c’è un errore paleologico o semantico, come dicevano Shneidman e Farberow, ed è assolutamente vero. La personalità, la storia personale, la patologia e la strutturazione relazionale sono gli elementi fondamentalmente in gioco.

C’è anche un discorso transculturale, per esempio ebrei e musulmani si suicidano meno, perché per loro il suicidio è il massimo dei peccati.

Da noi la religione cattolica è stata più evoluta culturalmente, ha accettato tanti aspetti psicologici, cambiando la sua posizione rispetto al suicidio – prima al suicida era negata, infatti, la benedizione, così come la sepoltura in terra consacrata.

Ora la chiesa non lo condanna e per me è corretto. Però questo ha tolto una protezione, uno stop, un deterrente. Per quanto riguarda le scelte di vita suicidarie occorrerebbe un discorso a parte. Vorrei ribadire che ogni trattamento psicoterapico, analitico, deve cercare di risolvere quella scissione, sempre presente, tra il male e il bene ed integrare le due parti”.

Questa scissione è posta, mi sembra, come assiomatica e quindi la vita è sempre migliore della morte. C’è un dogma filosofico-etico a monte che non consente scelta, anche in quel rarissimo suicidio solipsistico5, che non vuole comunicare od esternare nulla, di una personalità integra, matura e forse esente da scissioni intrapsichiche.

Al di là di una plausibile deformazione professionale dello psichiatra, non è una posizione estremista e troppo rigida, ancorché clinica?

“Vede, io non mi pongo neanche il problema della vita o della morte, bensì il problema che questa persona, secondo me chiunque, quando si suicida “uccide” la sua parte sgradita, quella parte noiosa o annoiata, aggressiva che è scissa e che non riesce ad integrare nella sua vita.

Si uccide, insomma, quella parte di sé che non si riesce ad accettare”.

Le mie residue elucubrazioni esistenzialistiche e vagamente sartriane si arrendono di fronte alla convinzione delle argomentazioni derivate dall’indiscussa esperienza e dall’accademica saggezza del professor Tatarelli, ma chissà perché mi ostino – e non certo per contraddirlo – a salvare la libertà dell’uomo di scegliere.

De Montaigne diceva: “Non è nulla la morte, il morire è tutto”. A noi uomini, allora, può appartenere solo l’azione che il verbo esprime, soltanto quell’estremo agire, non la morte in sé, sostantivo che dall’uomo è altro, è lontano.

“Ma comunque vada,/la morte è sempre morte. È spaventoso non amare,/ terribile non osare più./ C’è per tutti un colpo,/ per tutti un coltello./ Ma per cosa? E quando?”.

Ancora Majakovskij: in questi suoi splendidi versi c’è, chiaroscurale, contro la passione del vivere l’ombra di un’indefinita, atterrante attesa della fine, il tormento per ognuno diverso, dell’esiziale mistero che per tutti è in agguato. Qualcuno non ha la forza di attendere, e decide forse di scrivere e firmare con il proprio sangue l’ultima pagina della sua storia.

A queste mie esplicite riserve mentali il Professore, considerandomi probabilmente incurabile, mi guarda con occhio clinico e sorride bonario mentre, ringraziandolo, prendo da lui congedo. Ma di certo so che è lui ad avere ragione! Bisogna con coraggio ed ironia rassegnarsi a vivere!

Il suicidio è l’assassinio di un innocente6.

Ennio Cavalli

1) I ed. 1992 – Il pensiero scientifico editore.
2) Direttore della II scuola di specializzazione in psichiatria e professore ordinario di psichiatria “La sapienza” di Roma; Direttore dipartimento di neuro-scienze ospedale Sant’Andrea, II facoltà di medicina e chirurgia “La sapienza” di Roma.
3) Secondo un articolo di Manuela Perrino, apparso su Vanity Fair lo scorso 1° ottobre, il suicidio in Cina è la prima causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 34 anni e la media cinese è tre volte superiore alla media mondiale. Le statistiche fanno registrare un tentativo di uccidersi ogni due minuti e 250mila morti ogni anno.
4) Che può avere effetti collaterali o complicanze dovute a trattamenti medici.
5) Esasperatamente egoista o egocentrico.
6) (Da “L’imperfetto del lutto” – Nino Ragno editore, 2008)

*Dice di sé.

Fiammetta Jori. Forse non sono giornalista (visto che appartengo alla mia testa, mai ad una testata), ma psicologa sì, almeno sulla carta, giacché dopo una prima laurea in filosofia (Roma-1974), seguita da un anno alla facoltà di medicina, avrei amato approdare a psichiatria. Mi sono arresa alla mia stupida emotività, virando verso psicologia e laureandomi nel 1979 (La Sapienza). Errare humanum est, sed…

Comunque il suicidio, purtroppo mai demodé, mi ha sempre affascinato, se non altro per quell’ultimo fatale impeto di libertà che suppone, e che all’uomo nessuna teoria potrà mai negare quale legittimo diritto estremo. Talora anche morire può essere un’opera d’arte, così come sempre lo è la vita, naturalmente.


LOUISA MAY ALCOTT

“Natale non è Natale senza regali”, si lamentò Jo,

sdraiata sulla coperta.

“È così spiacevole essere poveri!” sospirò Meg,

abbassando lo sguardo sul suo vecchio vestito…

“Ma abbiamo il papà e la mamma, e la compagnia

una dell’altra”, disse Beth compiaciuta dal suo angolo.

(Da “Piccole donne”, 1868-1869)

 

JOSEPH RATZINGER


Dio si è fatto uomo. Si è fatto bambino.

In questo modo adempie la grande e misteriosa promessa secondo

la quale Egli sarà “Emanuele, un Dio con noi”.

Si è fatto così vicino a noi, così semplice, che ognuno

può parlargli dandogli del tu. Dio ci propone di dargli

del tu facendosi bambino.

(Da “Sul Natale”, 2005)

 

 

COSTUME Paolo Taggi - Fenomenologia delle regole nel mondo televisivo (2° parte)

Proponiamo la seconda parte dell’articolato saggio sulle norme, spesso non scritte, che disciplinano la tv. Riprendiamo dal capitolo “Le regole generali”, partendo dal punto 7

Paolo Taggi*

C) Le regole generali

7c) Nella tv generalista la concorrenza nuoce gravemente alla qualità dei programmi

Questa regola viaggia insieme alla sua parziale smentita. La regola completa sarebbe: nella tv generalista la concorrenza nuoce gravemente alla qualità dei programmi. Nella tv in assoluto no.

Ma, ammettetelo, senza la frase finale fa più effetto.

Tutti sono concordi nel sostenere che la concorrenza migliora la qualità dell’offerta, se anche per la tv fosse davvero così, dove sarebbe la specificità? Sta, appunto, nel fatto che una legge riconosciuta universalmente in questo caso non è uguale per la tv nel suo complesso. Lo diciamo anche in altre pagine di questo saggio. L’avvento delle tv satellitari ha prodotto un notevole cambiamento, in positivo, del linguaggio televisivo. Ha migliorato il pubblico, che oggi è più dinamico e disposto a seguire trame più complesse. In questo senso la concorrenza ha prodotto una tv migliore. (Anche se si misura con una progressiva riduzione delle risorse, disperse in migliaia di proposte, che devono necessariamente contenere i costi per produrre vantaggi economici. Le ristrettezze economiche aguzzano l’ingegno, ma fino a che punto? Raggiunto un certo limite, lo sacrificano).

Intanto la maggior parte degli spettatori continua a guardare la tv generalista. Dove la concorrenza (tra le reti che ne fanno parte e tra tutte loro e le altre) spesso si rivela un fattore molto negativo. La paura della fuga degli spettatori (e del loro riversarsi su una proposta concorrente) spinge autori ed editori a ritornare sui propri passi, ad insistere su proposte consolidate, a cercare la conferma degli spettatori sicuri del passato piuttosto che inseguire quelli potenziali del futuro. La pressione della concorrenza, soprattutto in serate molto combattute, produce un automatico abbassamento della proposta complessiva. Funziona come per le crociere. Controllandosi a distanza, le avversarie giocano in difesa. Ingrandiscono le navi, riducono la velocità di crociera, aumentano i porti di imbarco e diminuiscono le mete pure. Risparmiano sulla qualità del cibo e dei servizi ed investono in promozione. Facile riportare le stesse strategie alla tv generalista. I canali principali non corrono rischi e abbassano sempre di più la soglia di accessibilità delle loro proposte

8c) Anche i programmi distribuiscono regali, ma non per tutti (quello lo fanno già i giornali)

…poi ci hanno fatto un intero programma (“Usa la testa!”, RaiUno, estate 2008), condotto da Caterina Balivo. Prima, era solo un trucco neanche tanto nascosto per trattenere il pubblico nei momenti di maggior debolezza di una trasmissione: una canzone, un balletto, un’intervista “obbligata”. Allora scattava un premio in palio: “ascoltate bene questo brano e poi vi faremo una domanda…”. Detto in altri termini, se rimani a guardare sarai ricompensato. Chi? Non certo tutti gli spettatori attenti, ma uno su qualche milione. Eppure per anni ha funzionato abbastanza. Strano il suo destino, quello di un ospite che è pagato per dare valore aggiunto al programma e deve essere puntellato con la promessa di un premio fedeltà finale, perché l’esodo del pubblico si mantenga entro limiti accettabili.

Strano destino quello della tv, che si è trovata negli ultimi anni a dover evitare la fuga dei telespettatori dai momenti di spettacolo, che un tempo erano i suoi punti di forza. Ma il premio a pioggia non è una deriva solo televisiva. Non c’è giornale che non si presenti in edicola senza un gadget che vale, sulla carta, più del prezzo del giornale stesso. I “lettori” chiedono in edicola un profumo o un materassino senza neppure chiedersi a che rivista sono abbinati. L’extra è diventato il giornale, appendice accettabile, che non fa la differenza. Al confronto, la “generosità” di certi programmi è irrisoria, persino ingenua. Almeno fino a quando una trasmissione non potrà garantire ad ogni spettatore una confezione di vera crema, il telo mare o uno zaino portasegreti con i colori dell’estate la lotta sarà impari. A favore dei giornali.

Corollario: se verrà il giorno in cui ogni spettatore in grado di dimostrare la sua fedeltà ad una trasmissione riceverà un regalo a casa, chi si potrà scandalizzare?

9c) I programmi non distribuiscono copie omaggio

Tra le poche certezze di chi fa tv una è universalmente condivisa: le critiche che appaiono sui quotidiani non hanno nessun riflesso sulle scelte del pubblico.

Perché chi guarda la tv non legge i giornali? O perché i giornali hanno sempre meno lettori? Entrambe le domande, retoriche, vanno lette come affermazioni sussurrate – forse anche mimetizzate – per non incorrere nel peccato di eccessiva presunzione. Chi frequenta hotel, aeroporti e altri luoghi di aggregazione collettiva sa che in ognuno di questinonluoghi le copie omaggio dei quotidiani più importanti si distribuiscono generosamente con il timbro “Omaggio” che campeggia vicino alla testata. Sa che molti giornali si vendono con la formula 1×2 o 2×3 e che la sera ne rimangono comunque decine di migliaia da mandare al macero, da sommare idealmente alle colonne di invenduti che vengono resi dalle edicole e dalle librerie.

Quanti sono, allora, i lettori effettivi di un quotidiano? Quali sono? Quelli che lo sfogliano distrattamente avendolo avuto in regalo o i pochi che lo acquistano regolarmente?

Quanto alla tv, molti canali sono gratuiti, ma nessun programma lo è fino in fondo. Sceglierne uno significa pagare il prezzo della rinuncia a tutti gli altri in onda in quel momento (tranne che per i pochi che dispongono di “MySKY” o utilizzano il videoregistratore, che si addice solo ad alcuni generi televisivi. Si può vedere registrato un film, ma solo rivedere una partita di calcio). I programmi televisivi non si vendono abbinati (per natura sono alternativi ed in concorrenza tra loro). Non si vedono uno dopo l’altro, ma uno al posto dell’altro. I programmi non si offrono a grappoli: mentre ne scegli uno ti perdi tutti gli altri (e quei minuti dedicati agli altri pesano sul risultato complessivo). I 3 milioni e 600 mila lettori della “Gazzetta dello sport” possono anche essere compresi nei più di 3 de “La Repubblica” e del “Corriere della sera” e nei 100 mila di un grande quotidiano locale.

Se ne leggi uno (ricevuto o acquistato che sia) puoi leggere anche gli altri. Se guardi un programma, non vedi in quel momento anche gli altri. E quando sei libero, quelli che hai perso non sono più disponibili.

Corollario: i dati d’ascolto dei programmi per quanto incredibili sono sempre più veritieri del numero dei lettori effettivi dei giornali

Spesso ci si interroga, sulla carta stampata, circa la veridicità dei dati d’ascolto dei programmi televisivi. Ma viste le premesse, quanto lo sono i dati sulla tiratura dei giornali? Quanto pesano le copie omaggio prima citate sul totale delle copie stampate? Chi conteggia i resi? In tv molti programmi sono gratuiti, ma sceglierne uno – abbiamo visto – comporta la rinuncia a tutti gli altri, almeno momentanea. E quanto ai resi televisivi, che potrebbero corrispondere agli spettatori delusi che abbandonano subito il programma che hanno scelto inizialmente, l’Auditel li registra immediatamente. Fanno numero, ma in negativo: pesano come macigni, le loro fughe e le presenze mancate.

Ps: siamo consapevoli che queste due regole possono esserci costate qualche recensione di giornali poco sportivi. Contiamo sulla benevolenza degli altri.

D) Dei delitti e delle pene: i reality show

1d) La tv è il nuovo armadio di Houdini: chiunque ne entri, ne esce trasformato

Un giorno, non molto lontano, l’Olimpo dei nuovi dèi mediatici ha perso la sua magia. Ma la tv dalle mille risorse non si è persa d’animo ed è diventata qualcos’altro: la versione più attuale dell’armadio di Houdini. Riportati a dimensione umana gli dèi rimasti ad abitarla, la tv ha scelto Proteo come nume tutelare (da non confondere con la sua santa patrona, che come vedremo è santa Chiara).

Proteo era un dio marino, in grado di trasformarsi in qualunque cosa. Houdini, pare, lo aveva scelto per dare il nome ad un armadio capace di restituire completamente cambiato, chiunque avesse il coraggio di entrarci.

Esattamente quello che accade alla gente comune che varca la soglia di uno studio televisivo. La promessa dichiarata (per i protagonisti e per lo spettatore che si accinge a guardare un programma) è sempre la stessa: tra qualche minuto questa persona uscirà trasformata. Come accadeva agli zingari parigini, quando si liberavano delle finte menomazioni nella corte dei Miracoli. Un buon protagonista è qualcuno che si presta a un evidente cambiamento. Le trasformazioni esteriori sono le più lampanti: stupefacenti, ma leggere, come nel “Brutto anatroccolo”, rabbrividenti e radicali come in “Bisturi”.

Quelle artistiche più appassionanti (e più spettacolari da raccontare nel loro evolversi): “Star Academy”, “X Factor”, “Amici”…; quelle materiali sconvolgenti ed immediate (la vincita del jackpot in un quiz o in un game); quelle interiori più coinvolgenti, ma anche sfuggenti. Quando le parole non bastano ad esprimere fino in fondo il cambiamento invisibile, la tv si inventa un codice, un gesto, un’azione rituale capace di condensarlo in un’immagine forte: la firma di un assegno, la celebrazione di un matrimonio, una porta che non si apre.

L’attimo fatidico, il momento culminante è l’istante proteico, quando la trasformazione avvenuta si rivela. I protagonisti della trasformazione fisica si guardano allo specchio solo davanti alle telecamere: lo spettatore riceve una doppia emozione. Non solo la crisalide è diventata farfalla, ma scopre in diretta le sue ali colorate.

2d) Nei reality l’uovo e la gallina nascono insieme

L’uovo: gli odiati, perseguitati, sottovalutati reality, qualche merito ce l’hanno. Ad esempio, hanno abituato il pubblico alla simultaneità, a seguire più storie contemporaneamente, ad interpretare e scegliere le linee narrative da seguire tra le molte che vengono proposte, mentre prima il pubblico chiedeva di essere guidato, diretto lungo uno schema semplificato di racconto, continuamente riassunto, anticipato, ricordato, riannodato. Grazie all’effetto propedeutico dei reality, oggi c’è un pubblico più vasto in grado di seguire, appassionatamente, serie televisive costruite su molteplici livelli di racconto e su una pluralità di storie che si svolgono simultaneamente.

La gallina: sono le serie televisive come “24”, “Lost” ed altre, che hanno coltivato un nuovo pubblico, oggi in grado di apprezzare la complessità dei loro intrecci, contrariamente a quanto accadeva quando era “prigioniero” dello schema storia principale/storia secondaria (plot e subplot) che si alternavano con uno schema talmente semplice da risultare elementare: quando la prima, temporaneamente, si inabissava riaffiorava la seconda e alla fine magicamente si ricongiungevano in un unico finale.

È stato il successo di queste serie a far crescere il pubblico, aprendo la strada a quei vivai di storie in divenire che sono (anche) i reality di nuova generazione.

3d) Nei reality i protagonisti sono figure degli scacchi che cambiano le mosse

La casa del “Grande fratello”, l’isola che raccoglie naufraghi famosi, la barca della “Talpa” sono altrettante scacchiere dove regine bianche e pedoni neri giocano, ognuno per conto proprio, la loro partita, anche se spesso danno l’impressione (non del tutto ingiustificata) di essere giocati da molti altri, non tutti riconoscibili. Ognuno ha più scopi e più obiettivi, e al centro c’è sempre e solo il singolo, anche quando sono (come nella prima parte di “Survival”, o di “The Bar”) divisi in squadre. Li muovono l’ambizione, il desiderio di popolarità, il miraggio del montepremi, ma nessuna motivazione può aiutarli nella lotta impari tra le loro volontà e quelle superiori ed occulte che li guidano nell’avventura.

Volontà, al plurale, perché nel reality le mosse di ogni pedina non le decide nessuno in particolare, ma una reazione a catena di impulsi, che alla fine un autore raccoglie, interpreta, trasmette in maniera obliqua, sotterranea, sottintesa. L’autore inteso come produttore, apparato, romanziere, programmatore, creatore di simulazioni, etologo, magari studioso della complessità. I suoi personaggi si muovono tra l’illusione del libero arbitrio ed il totale controllo di un nido per l’infanzia. Non ci sono punti ciechi, nei reality. L’occhio di una troupe supplisce l’altra. Le telecamere remotate il giorno dopo riempiono gli spazi rimasti scoperti. I logger elencano tutte le azioni e le parole che i reporter non hanno considerato importanti. La macchina del reality ricompone, continuamente, il racconto complessivo, dà ai singoli istanti – in assoluto non sempre significativi – un senso nuovo e diverso, ricollocandoli nel flusso di quanto è già accaduto e probabilmente accadrà.

Quello che interessa all’autore non sono i singoli caratteri, ma le dinamiche che nasceranno dalle loro relazioni profonde, che non potrà mai raccontare. Il suo racconto sarà sempre la cronaca di un fallimento annunciato.

All’inizio dei reality ogni personaggio ha un ruolo e una serie di mosse previste, proprio come le pedine degli scacchi. Ma si tratta di pedine particolari. Che cambiano le loro caratteristiche (e le mosse consentite) a seconda degli incontri, della posizione nella scacchiera, delle volontà del pubblico, della puntata in cui avvengono. Possono essere “cosa” e quindi muoversi dentro ambiti rigidi o “chi”, e quindi sfuggire al controllo o tentare di farlo, rendendo sempre più dinamico il gioco delle loro relazioni.

4d) I reality sono (stati) fabbriche di visibilità

Rispetto alle invidie della casta del casting e ai timori di perdita di spontaneità (che impongono alla tv un continuo ricambio di protagonisti inediti e irripetibili) i reality hanno segnato una svolta e un’eccezione. Importante, ma forse non ripetibile.

Gli sconosciuti entrati nella prima casa del “Grande fratello” (così come in tutte le edizioni del fortunato format nel mondo) hanno conquistato una popolarità assoluta e improvvisa. La loro prima volta si è dilatata nel tempo, in un modo che nessuno aveva immaginato: in tre mesi di esposizione totale hanno accumulato un monte ore televisivo superiore a quello di gran parte dei suoi abitanti abituali.

Il teorema della prima e ultima volta si è autosmentito, ed i reality sono diventati (conseguenza imprevista, ma rivelatasi tutt’altro che secondaria) delle vere e proprie fabbriche di ospitabilità. I personaggi in uscita sono diventati la preda contesa di tutti i programmi-satellite, e le reti hanno previsto per loro contratti pluriennali prima ancora che entrassero nelle case mediatiche, isole abbandonate o fattorie esotiche.

Come nelle favole, tutto andava per il meglio quando… Quando le remore già citate per i nip, il bisogno di un salto di qualità dopo la novità assoluta del genere, le pressioni sotterranee dei televisivi con pedigree hanno virato i reality verso le versioni celebrity. Così le fabbriche della visibilità hanno chiuso i battenti, ed è rimasto solo “Big brother” ad indicare che non è stato solo un miraggio.

5d) Nei reality le regole esistono fino a prova contraria (del pubblico)

Presupposto numero uno: le regole, tutte le regole, sono anche un antidoto al caos. Presupposto numero due: il reality è un sistema la cui organizzazione non è mai emergente, perché tende a nasconderla, come se fosse la figlia preferita del caos.

Nei reality esistono regolamenti dichiarati (che caratterizzano il format) e disposizioni nascoste, che ne costituiscono la forza motrice. La dialettica tra le due rende intrecciato il gioco, crea percorsi, scatena le dinamiche irrinunciabili che lo spettatore ha imparato ad aspettarsi.

In un primo momento, i concorrenti ed il pubblico esplorano le regole sconosciute e testano quelle riconoscibili. E viceversa. All’inizio si inventano le regole assenti e gli obiettivi secondari, che nessuno gli ha indicato. In realtà i concorrenti esplorano i margini di violazione di entrambe, regole occulte e dichiarate, che non sono state ancora decise. Le regole sono regolazioni, attraverso le quali gli autori azionano il reostato delle emozioni. Una bestemmia nel reality è punita con l’espulsione, se il colpevole è più utile fuori dal programma che al suo interno. Viene nascosta dal montaggio, e dunque non è mai esistita, se il personaggio è fondamentale in quel momento all’interno del programma stesso.

La casa inviolabile del “Grande fratello” può diventare la hall affollata di un albergo; l’eliminato può ritornare nel luogo dove si è consumata la sua inappellabile eliminazione; il vincitore finale può essere entrato in gara una puntata prima della fine. Sarebbe pensabile che nella maratona il vincitore si inserisse nel percorso a un chilometro dalla fine? O che in un campionato del mondo di calcio una squadra eliminata fosse ripescata con il televoto? Nel reality sì, perché disegna un proprio mondo, nel quale anche le regole sono ad personam. Il loro trasformismo è una caratteristica essenziale. Le regole del Monopoli non cambiano da ottant’anni. Quelle di un reality cambiano ogni giorno e le decidono gli indici d’ascolto.

E) Vizi privati e pubbliche virtù

1e) La tv è autolesionista e in molti ne approfittano (anche la tv stessa)

La tv sa benissimo cosa potrebbe urtare la sensibilità degli apocalittici e la violenta reazione delle associazioni che promettono il silenzio solo se vengono integrate nell’apparato (una consulenza non si nega a nessuno e magicamente fuga tutti i dubbi di amoralità di un reality, o i sospetti di poca trasparenza di un game). Se continua a provocare gli uni e gli altri, con la determinazione di un caterpillar non è per una sottovalutazione dei sicuri nemici, di cui conosce perfettamente vizi e pregiudizi.

Al contrario. Sfidandoli sul loro stesso terreno li trasforma in complici loro malgrado. Le accuse alla tv, molto spesso, producono un effetto curiosità che si traduce in un aumento degli spettatori in entrata, attratti dalla curiosità, dal desiderio di farsi una propria opinione, dalla morbosità latente in ognuno di noi. Ma non sono solo gli ascolti ad interessare i programmi consapevolmente deprecabili (ammesso che l’editore glielo consenta). Quando gli autori di un programma si rendono conto di non poter raggiungere tutto il pubblico, allora decidono di sfidare il conformismo generalizzato, di “spaccare” il pubblico, di costruirsi una propria platea alternativa, che non ha paura di fare scelte ritenute sconvenienti.

Anzi. Dal momento che qualcuno disposto a prendere le distanze i programmi più “forti” lo trovano sempre, tanto vale cercare chi è disposto a difenderli o meglio ancora a sceglierli solo perché la maggioranza degli spettatori li ritiene sgradevoli. È la legge dei “Simpson”, se ci pensate. Il tempo dirà se nella sabbia del fiume c’erano anche pagliuzze d’oro. Intanto la tv si gode l’arrivo di masse di nuovi cercatori.

Corollario 1: se vuoi andare in tv basta che ne parli malissimo

Alcuni casi sono sotto gli occhi di tutti. Riguardano critici feroci e ringhianti, studiosi del costume impietosi, sociologi preoccupati per i destini dell’umanità che la tv può ancora influenzare. Spesso la violenza con la quale si scagliano contro i programmi è direttamente proporzionale al desiderio di essere invitati a passare dall’altra parte. All’inizio, sventolando una motivazione tipo: “vorrei vedere come funzionano certi programmi orrendi dall’interno”, oppure “io sono un inviato dentro l’occhio del ciclone”. Poi l’alibi ipocrita scivola via (e comunque la reiterazione della presenza in tv lo renderebbe improponibile) e il trucco si svela in tutta la sua ingenuità.

Alcuni casi sono meno lampanti. Ma sono comunque visibili per un osservatore attento. Basta leggere con attenzione i titoli di coda o notare sfumature come l’irruzione di fantomatici rappresentanti di genitori e consumatori in quei programmi che fino al giorno prima hanno tenuto nel mirino, e poi, magicamente, rivalutano con la loro presenza.

Corollario 2: i più feroci nemici della tv sono solo impazienti di farla

Nb. Per fortuna non tutti i critici si comportano così. Aldo Grasso e Roberto Levi, ad esempio, passano il tempo a rifiutare inviti e questo gli fa onore.

2e) La tv è il capro espiatorio della società ed è felice di esserlo

Che cosa colpisce e lascia un segno nello scorrere della vita quotidiana? La sporgenza, la scossa tellurica, l’incidente, il momento di rottura che scuote la quiete fino a quel momento. Tutto il resto scivola via, in un’apparente normalità, che per alcuni è noia e per altri tranquillità.

Che cosa colpisce nel fluire quotidiano della tv elettrodomestico? La sporgenza pianificata, lo tsunami annunciato e non per questo meno distruttivo, l’incidente cercato, il sasso gettato sulla superficie piatta della stagione in corso. È necessario che se ne parli male, perché se ne parli. Il bene non fa notizia in tv. Tantomeno se riguarda la tv. Che ne è consapevole e lo accetta come una condizione necessaria, che favorisce come può. Cioè con le notevoli forze che ha a sua disposizione. Non è una provocazione gratuita, sfidare le polemiche e neppure un’ulteriore dimostrazione di superbia. Piuttosto la dimostrazione di un’acquisita capacità di trasformare a proprio vantaggio un handicap insormontabile. Se tutto ciò che di negativo accade nel mondo è sempre colpa della tv, perché non trasformare i propri delitti da preterintenzionali a volontari? Se il pregiudizio è più forte della ragione perché non scegliere il pregiudizio come arma nell’eterno duello con la cosiddetta opinione pubblica?

Corollario: è necessario che se ne parli male perché se ne parli

Domanda successiva: chi o che cosa sarà il nuovo capro espiatorio quando la tv non ci sarà più?

Se davvero la tv è destinata ad estinguersi, come i dinosauri sulla terra, quando succederà? Come succederà? Chi sarà il nuovo capro espiatorio universale, altrettanto disponibile, altrettanto capace di assorbire tutti i colpi con la sua impressionante pazienza?

Se la consequenzialità fosse rovesciata, e cioè la tv potrà scomparire solo quando il mondo avrà trovato un nuovo capro espiatorio universale?

P.s. Prima di stabilire se la tv sia destinata a ripetere la fine dei dinosauri, non sarebbe il caso di stabilire con certezza perché si sono estinti?

Regola derivata:

F) La prima pietra nella costruzione di un successo annunciato è la posa dello scandalo che verrà

1f) La tv ha una coscienza in leasing

In parte, è una conseguenza naturale (o un approfondimento laterale) delle regole precedenti. C’è sempre qualcuno pronto a prestare una coscienza malleabile alla tv. I prezzi variano, ma in genere si paga in minuti di visibilità.

Tra i tanti soggetti che si propongono di educare la tv (o per dettarle pochi, ma sicuri riferimenti morali) ci sono il cinema, la carta stampata, i circoli intellettuali, i movimenti di opinione, gli alternativi per principio a tutto ciò che aggrega le masse e suscita vasti consensi. Una simile mobilitazione di coscienze non è mai disinteressata. Da nessuna delle due parti. La tv è così sensibile ai dibattiti su di lei che finisce per provocarli.

I film che attaccano spietatamente la tv possono contare sull’arena della domenica pomeriggio per arrivare al grande pubblico. Chi critica la tv sa che prima o poi ne sarà ospite. Da parte sua la tv sa che la morale della sua favola si può sempre manipolare a proprio favore. Esportando la coscienza eo affittandola in leasing la tv dribbla i rimorsi improbabili, evita di inciampare in sensi di colpa preventivi, dimentica i freni inibitori. Basta aspettare qualche giorno, o qualche puntata ed il polverone suscitato dagli scandalizzati di turno intorno alla sua nuova malefatta si trasformerà in un investimento sicuro. Un assegno in bianco, pagabile al portatore.

Corollario: non avendo una sua morale, preferisce farsi prestare quelle altrui (con alti tassi di interesse)

2f) Non è necessario che un programma esista perché se ne parli molto (male)

È successo con “Il grande donatore”, ideato dalla Endemol nel 2007. Ideato è la parola giusta? Perché la multinazionale olandese ha concepito il format dopo aver immaginato qualcos’altro: una notizia in grado di riportare l’attenzione dei media sul proprio laboratorio creativo. Spostare l’accento dalle vicende industriali del gruppo (ceduto in quel periodo a Mediaset e al suo fondatore) agli aspetti creativi. Stabilita l’esigenza comunicativa, dopo è nato il concept del programma, destinato a suscitare le auspicate (e scontate) polemiche. Un programma che, tecnicamente, non avrebbe potuto funzionare, ma si trattava di un dettaglio. Perché il programma non c’è mai stato e nessuno aveva davvero pensato di realizzarlo. Dopo migliaia di articoli, dibattiti, servizi sui principali telegiornali del mondo, finalmente l’annuncio: si era trattato solo di una provocazione. Come era successo quindici anni prima con “La voce della coscienza”, provocazione di Gianni Ippoliti e Paolo Vasile, per Italia1. Un programma sulle delazioni, che ha raccolto la più ricca rassegna stampa mai registrata nella tv italiana, ma che nessuno aveva pensato di produrre davvero. Un giochino facile facile, che funziona se si ripete con una giusta frequenza. Se il vostro obiettivo è ritrovarvi sulle pagine dei giornali, basta annunciare un programma discutibile, anzi discutibilissimo. La via d’uscita c’è sempre: basta dire che era solo una provocazione.

3f) Chi fa tv è sempre colpevole, ma cambia sempre il delitto di cui è accusato

Prima di farla (ammesso che ti si presenti l’occasione) leggi attentamente le avvertenze e le modalità d’uso. Se dopo aver valutato, attentamente, le conseguenze secondarie e le controindicazioni obbligatorie per legge decidi comunque di farla, preparati un alibi indistruttibile e ripassalo ogni tanto, aggiornandolo nel tempo. Procurati testimoni credibili (maggiorenni e non legati a te da alcuna parentela), che possano dichiarare che al momento del fatto incriminato eri altrove, quindi non potevi agire direttamente. E che non l’hai neppure ispirato. Muoviti con circospezione, non lasciare tracce rilevabili con il più avanzato luminol, ma fai in modo che se la colpa presunta si dovesse trasformare in merito emerga con chiarezza che la mente occulta era la tua. Non è facile, ma puoi riuscirci. Molte firme oggi prestigiose della tv italiana hanno fatto così.

Corollario: se decidi comunque di farla, preparati un alibi indistruttibile.

Se tutti conoscono la regola appena descritta, il presunto delitto rischia di rimanere irrisolto. Se tutti erano altrove, quando è stata presa la decisione fatale, se il conduttore era molto perplesso, il produttore contrarissimo, l’editore si dichiara stupito e minaccia provvedimenti a carico di ignoti, il capostruttura è allibito, persino il pubblico non ha gradito, allora la colpa di chi può essere? Quando, come, dove, come e perché le cose hanno preso la piega che nessuno avrebbe voluto? Chi ha progettato il delitto, su quali complicità occulte ha potuto contare? Si tratta di un programmicidio volontario o di un incidente di percorso che ad un certo punto ha reso la macchina incontrollabile?

Non basterebbero decine di serate di “Porta a porta” per risolvere i delitti perfetti che portano alla nascita di programmi ampiamente imperfetti. Tutto quello che possono dire i suoi illustri criminologi è che i colpevoli potrebbero essere nell’ordine: gli autori sfiancati, il conduttore in fuorigioco, il produttore troppo rigido (o troppo poco), gli ospiti sbagliati, il pubblico che ha frainteso. Forse il test del dna risolverebbe il caso, almeno fino a quando una controperizia di parte (opportunamente pagata) metterà in dubbio l’oggettività della scienza e dissolverà le certezze che sembravano acquisite.

Non resta che scegliere la strada dei primi gialli televisivi italiani: per sorprendere tutti (e per non scontentare nessuno): il colpevole era qualcuno che veniva da fuori. È così anche per i programmi. Il colpevole è un insospettabile. Quindi non individuabile. Qualcuno che ha agito senza lasciare tracce dove chiunque altro ne avrebbe lasciate. Forse una spia dell’est, rimasta disoccupata. O un emissario della concorrenza, ammesso che in Italia la concorrenza televisiva esista davvero.

Corollario: in tv, come nei pessimi gialli, il colpevole è sempre qualcuno che viene da fuori

4f) La tv svolge la funzione clorofilliana per conto della società

La tv non è peggio della società che la esprime. E neppure la condiziona. È una balena ingorda, che inghiotte il meglio e il peggio del mondo in cui vive, tra uno spruzzo e l’altro. Non sceglie, ma assorbe, come una spugna, e qualcosa trattiene, senza distinzioni. Dire che la televisione ha portato violenza nella società, o che ha sovvertito i valori, o creato nuove forme di solitudine significa dimenticarsi della storia.

Il diritto di vita e di morte che il singolo spettatore esercita tramite il televoto su un concorrente di reality è meno cruento di quanto fossero i pollici alzati o rovesciati con i quali al Colosseo i romani decidevano le sorti di cristiani e gladiatori. Si riflette su un mondo di finzione, le sue sentenze sono comunque reversibili. Gli intrighi dei dating del pomeriggio sono molto più ingenui ed innocui di quelli delle corti delle grandi dinastie. La tv è come gli alberi, svolge una particolare funzione clorofilliana: inspira, trasforma, espira. Filtra e separa. Quello che restituisce è una realtà disinnescata: se la vedi dentro i giusti confini, non è più realtà.

Corollario: il peggio del mondo è il suo plancton

5f) La tv non mente mai, perché ha inventato una sua sincerità

Maria De Filippi di fronte a una precisa domanda sulla verità dei casi portati a “Uomini e donne”: “Mi chiedete se è vero o falso? È televisione.”

Non mi ricordo se tra il verbo e il sostantivo c’era anche un solo. Avrebbe attenuato o accentuato la portata della risposta? Avrebbe significato – l’introduzione dell’avverbio solo – che si trattava di un fatto comunque minimo rispetto ai grandi enigmi irrisolti del mondo o che la tv è un porto franco dove vigono leggi valide solo dentro i propri confini ed una di queste è che la sua verità è zuccherata, la sua sincerità una convenzione accettata in partenza da tutte le parti in causa?

La tv, probabilmente, è il terzo elemento che da tempo cercano i teorici, da inserire tra medium e messaggio. La sua particolare declinazione e interpretazione del termine sincerità le consente di simulare sorprese, di autenticare stupori, di certificare profezie destinate ad autoconfermarsi, di accogliere con lo sguardo che Colombo deve avere avuto trovandosi di fronte ai primi gabbiani, dalle parti dell’America un ospite incontrato nel promo.

È il suo navigare costeggiando termini come verità, autenticità, realtà che le consente di mandare in onda, senza vergognarsene, dialoghi preconfezionati come questo, segnalato al “Premio Caruso”, su RaiUno l’8 settembre 2004. “C’è una canzone, Maestro, che vorrebbe risentire?”, chiede Vincenzo Mollica a Claudio Mattone, fingendo di aspettare con molta curiosità la risposta.

“Certo, è “Ancora”, risponde il musicista – quell’estate pregiatissimo – chissà per quale influsso astrale. Guarda caso due cantanti ospiti hanno preparato proprio quella sera una versione molto particolare di quel pezzo, che eseguono senza esitazioni. Quale sincerità può avere una domanda la cui risposta è obbligata?

Corollario: la tv autocertifica le proprie verità e per restare credibile fa in modo che lo diventino dopo averle inventate

6f) I migliori programmi televisivi si vedono al cinema

Hanno a cuore soltanto se stessi, i film che parlano di tv. Ma per amor proprio, in genere, inventano buoni programmi. Senza tempi morti. Interpretati perfettamente. Con un ritmo invidiabile. Anche quando l’obiettivo è affondare la tv. I migliori programmi televisivi si trovano nei film, anche se il cinema nell’inventarli è mosso in genere da un rancore tenue, da un’invidia sottile, che il motivato senso di superiorità attenua, ma non cancella. I programmi migliori si trovano nei film, perché sono comunque cinema: qualcosa di più pensato, compiuto, costruito di quanto la miglior trasmissione televisiva si possa permettere, per i limiti endemici della tv.
Anche se lo scopo è ironizzare, denunciare, esorcizzare il peggio della tv e delle sue derive, nei film quei programmi che probabilmente non vedremo sono tecnicamente perfetti, perché ne scorgiamo solo gli 
highlights, perché sono interpretati da attori straordinari, perché hanno sempre i dialoghi giusti (anche quando vogliono indicare scelte sbagliate), perché hanno tempi perfetti, scenografie stupende, musiche – guarda caso – da film. Il fenomeno è così eclatante da suggerire due corollari possibili, da valutare con cautela, forse troppo ottimistici.

 

Corollario 1: il cinema non odia davvero la tv. Non fino in fondo

Se i film, nonostante tutto, contengono buona tv (lo ripetiamo, sul piano formale) allora non è del tutto vero che il cinema odia la tv. Non fino in fondo, non senza una venatura di dubbio. D’altra parte l’odio del cinema per la tv è solo una constatazione dettata dall’esperienza che il diretto interessato non ha mai ammesso. Se lo avesse fatto, avrebbe dovuto concedere alla tv la dignità di sfidante ufficiale, che il cinema (settima arte, colta, aristocratica, capace di generare culti e passioni per le proprie opere) non vorrà mai riconoscere.

Ha sempre preferito il cinema porsi di fronte alla tv come il grillo parlante di Pinocchio, la ventriloqua voce di una coscienza distratta, lo zio d’America che annega tra le monete d’oro e non capisce come i suoi parenti lontani lottino per la sopravvivenza quotidiana. Il cinema non può odiare la tv, perché si odia un simile, e la tv non lo è. Per questo si diverte a parodiarla, assimilarne i linguaggi almeno quanto la nuova tv si ispira al cinema, magari ad inventarla. Migliore di quanto non sia, perché – in fondo – non è davvero tv.

Corollario 2: i film che inventano i programmi più belli non hanno successo in tv

Forse è perché sono troppo perfetti. O perché sono costruiti per uno spettatore diverso, qual è, appunto, quello che sceglie la sala cinematografica (anche se la stragrande maggioranza degli spettatori un film li raccoglie in tv). O ancora perché vedere in televisione un film che racconta un programma crea un effetto matrioska, una specie di riedizione della fuga di monitor che stupiva il pubblico dei primi tempi. In attesa di una risposta convincente, il dato di fatto rimane. Inequivocabile. I film che reinventano la tv non funzionano in tv. Un caso per tutti, il più eclatante: “The Truman show”, di Peter Weir.

Il più citato, imitato, ammirato film sulla televisione dell’ultimo decennio. In onda più volte sulla tv italiana è stato surclassato da varietà mediocri e da discreti programmi di informazione. La curva d’ascolto – fatto inedito per un film – è risultata calante man mano che ci si avvicinava allo straordinario finale. Aggiungiamo due ipotesi a quelle già formulate. La prima: forse quando arrivano in tv i film che la reinventano e la mettono in discussione sono già stati analizzati, interpretati, descritti, vivisezionati, svelati, in qualche modo “bruciati” fino all’ultimo fotogramma.

Lo spettatore ha la sensazione di averli già visti, ma non avverte il richiamo di quel “qualcos’altro” che altri film suscitano e solo personalmente può scoprire o provare (come ne “La passione” di Mel Gibson, ad esempio). La seconda ipotesi: forse i film che reinventano buoni programmi non sono abbastanza cinema (per chi ama i film in tv) e neppure del tutto tv (per chi detesta i film sacrificati nel piccolo schermo).

G) La maledizione degli ascolti

1g) Tutti vedono i programmi peggiori, ma sempre per caso

La fortuna è cieca, ma il caso, in tv, ci vede benissimo. E ha un intuito incredibile per le cose peggiori. O presunte tali. Sarà per una serie di circostanze destinate a ripetersi con una frequenza che non può che diventare – alla lunga – sospetta; sarà perché la cattiva tv è sempre un buon argomento di conversazione d’emergenza (da sfoderare quando gli altri non sembrano funzionare); sarà perché di un programma basta averne visto un minuto per sentirsi in grado di giudicarlo per intero. Sarà quel che sarà, ma quando si affaccia nei palinsesti un programma discutibile (bersaglio deputato della settimana, del mese, dell’anno) tutti hanno qualcosa da dire. Chiunque ha un’invettiva da scagliargli contro e una pietra per contribuire motivatamente alla pubblica lapidazione. Perché tutti l’hanno visto, anche se nessuno, singolarmente, saprebbe dire perché. La decisione di non rivederlo mai più risuona come doverosa premessa, e anticipa l’ammissione scomoda, il cui finale è comunque una solenne e definitiva rinuncia a rivederlo per tutto il tempo a venire.

La presa di distanza, sottolineata dai toni scandalizzati e da riflessioni prese in prestito da una pungente recensione radiofonica o da un titolo mal interpretato non implica che il solenne giuramento sarà mantenuto.

Se nonostante la violenza delle reazioni il programma bersaglio sopravvive per un gioco perverso del destino il giorno dopo (o la settimana successiva) saranno di nuovo lì, per caso, a guardarlo. Magari solo per vedere se davvero al peggio non c’è mai fine. Magari per lanciare nuovi anatemi, come un atto liberatorio e dovuto, capace di esorcizzare qualunque senso di colpa per essere stati spettatori (involontari e del tutto casuali) del precipitare della tv nei suoi abissi.

Corollario: i programmi più amati dai critici li hanno visti solo loro

…e siccome non può essere, anche questa volta, solo un caso la spiegazione più probabile è questa. I critici studiano sui dati Auditel i programmi più d’élite e li recensiscono con un duplice piacere: di essere ancora una volta fuori dal coro e di indirizzare il gusto collettivo (peraltro senza successo).

2g) La linea che separa il successo dall’insuccesso è solo una questione di tempo

L’importanza del condizionale. “Le iene” (adattamento di un format argentino, arrivato in Italia con scalo televisivo a Madrid) sarebbe già stato dimenticato da tempo, come accade ai discreti insuccessi – o agli insuccessi accolti con una certa discrezione – se… Testato prima il pomeriggio, poi in altre fasce orarie, con una rosa di conduttori pari per numero alla prima squadra dell’Inter (ma rigorosamente vestiti di nero come da format originale) ha lasciato indifferenti gli spettatori, fino a quando…

Un breve salto indietro e completiamo le frasi sospese per accentuare la curiosità: sarebbe uno dei tanti programmi scomparsi se non avesse trovato un direttore (Giorgio Gori) che ha deciso di crederci nonostante gli evidenti rifiuti iniziali. Si è imposto inesorabilmente quando, uno slittamento d’orario e di formula dopo l’altro, ha trovato un proprio spazio fino a diventare un vero e proprio prodotto di culto. È accaduta la stessa cosa con una fiction a lunga serialità come “Un posto al sole”, ma non succede a molte altre trasmissioni che vengono cancellate dopo la prima Waterloo. (Dopo Caporetto c’è stata la vittoriosa battaglia del Piave, dopo Waterloo l’esilio a Sant’Elena).

Perché alcuni programmi godono dei “se” e “quando” e altri no? Solo grazie a un direttore più sensibile o coraggioso di altri, all’ostinata volontà degli sponsor, la distrazione dei dirigenti, l’importanza contrattuale del conduttore e del produttore, la mancanza di alternative reali, il basso costo, le opinioni contrastanti di uno sparuto numero di persone riunite in un focus group, che lasciano trasparire un margine di speranza per rovesciare i risultati in futuro? Qualunque sia il motivo, se un nuovo programma sfugge alla decapitazione immediata e sopravvive per un po’ di tempo, proprio come avviene per la gente comune in tv, si autolegittima.

Il suo iniziale insuccesso si trasforma in un piccolo significativo successo o in una specie di consuetudine, che nessuno osa più mettere in discussione. La durata di un programma, la sua longevità nei palinsesti, dipende quindi soltanto dal tempo che gli è stato inizialmente concesso. Il meccanismo è esponenziale: la trasmissione notturna di Marzullo, i programmi di Guardì nel mezzogiorno di RaiDue si spiegano così: nessuno osa più toglierli, come non si toglie un albero secolare, o un monumento, anche se non è mai stato un simbolo della città.

3g) Gli indici di ascolto sono le nuove macchie di Rorschach

Corollario: non si dovrebbero leggere, ma solo interpretare.

Il corollario questa volta è all’inizio, perché ogni considerazione parte da lì. Gli spettatori hanno iniziato ad occuparsi degli indici di ascolto con la stessa passione con la quale seguono tutte le classifiche. Per un bisogno di sistematizzare il troppo che li circonda, per cercare indicazioni nelle scelte degli altri, per un innato gusto della competizione – proiettato su altri – per avidità di risultati (di qualunque risultato), per il bisogno di dividere il mondo tra vincitori e vinti, per non farsi trovare impreparati nelle conversazioni della pausa pranzo, per scegliere meglio nei giorni successivi, per un colossale equivoco di fondo.

Nell’orografia degli ascolti ideali esistono dossi, colline, rilievi, qualche cima da scalare e pochissime vette che, una volta raggiunte, ti consegnano al mito. Chi parte per una scampagnata in cerca di more, non si lascia tentare da una scalata improvvisata alla cima del Cervino. Certi programmi non hanno altra ambizione che raggiungere il loro obiettivo (che non è una vittoria assoluta, ma proporzionale ai mezzi, agli handicap iniziali, alle strategie aziendali che possono anche presupporre un sacrificio personale a qualcuno).

Ma questo lo spettatore che consulta pagina 533 del televideo Rai o si fa mandare i dati d’ascolto sul cellulare la mattina alle 10 non lo sa e non lo vuole sapere. Perché il gioco (al massacro) lo diverte e non può più rinunciarci. Anche se è basato su falsi presupposti e comunque su basi che non conosce (e sulle quali non ha alcuna possibilità di verifica).

Gli indici d’ascolto non esprimono valori assoluti, e le loro classifiche sono ancora meno indicative di quelle sui libri venduti o sui brani scaricati per le suonerie dei cellulari. Quello che i dati d’ascolto non dicono, per esempio, è il costo di un programma, il suo obiettivo aziendale, il suo valore aggiunto all’interno del palinsesto, il gradimento degli spot pubblicitari al suo interno, la sua importanza strategica…

Quello che dicono (ma lo spettatore medio non vi può accedere) è come sono maturati quei dati, se il trend è ascendente o discendente, quando e perché ha avuto i suoi picchi e chi o che cosa gli sottrae pubblico vitale.

4g) Gli indici d’ascolto televisivi non riconoscono la matematica

I dati d’ascolto arrivano la mattina presto, ma si interpretano, come un lontano episodio della storia. Nel senso che si possono sempre riscrivere, sulla base della scoperta di continui fatti nuovi. I dati d’ascolto si riferiscono a comportamenti appena accaduti, ma in molti tra gli addetti ai lavori hanno imparato a farli cambiare, pur senza poterli modificare. Si tratta soltanto di avere un po’ di fantasia, e di inventarsi un altro modo di leggerli, e di commentarli, ad uso dell’opinione pubblica, mediata dai giornali. I dati d’ascolto sono numeri, assoluti e in percentuale. Ma la loro somma, in tv, non è mai uguale a cento. È questo il trucco principale.

I programmi si spostano qua e là, si precedono di qualche minuto e si prolungano nel tempo per liberarsi dalla marcatura stretta dei loro concorrenti. I tg giocano su qualche secondo di anticipo, per vincere lo sprint delle notizie. Nelle battaglie domenicali i contenitori si sbriciolano come il tonno che si taglia con un grissino. Un unico titolo si suddivide in tanti frammenti diversi, uno dei quali vincerà pure la guerra degli ascolti (magari quando il competitor principale è in pubblicità). I programmi del prime time si avventurano nella notte (fagocitando la seconda e la terza serata) per fare il pieno di ascolti nel periodo in cui non sono in sovrapposizione, quindi in diretta competizione.

Di conseguenza le loro percentuali di ascolto, share, non danno mai cento come risultato finale, perché si riferiscono ad archi temporali diversi. I risultati, come in politica, non sono mai assoluti. Il partito che perde clamorosamente può sempre dire di aver vinto in un comune dove aveva sempre perso, o di aver ottenuto, in proporzione, più favori da chi votava per la prima volta in un giorno di pioggia. Lo stesso avviene in tv. È come se non ci fosse una sola classifica, ma mille. Quella dei risultati ottenuti nel primo quarto d’ora, quella dei risultati ottenuti nei minuti centrali, intervallo compreso, quella delle rimonte e quella dei soli minuti di recupero. In fondo, rispecchiano le dichiarazioni d’estate dei manager delle squadre di calcio: i posti in Europa sono 6 o 7, ma in agosto li ottengono tutti.

Corollario 1: la somma delle percentuali non sarà mai pari a cento

Corollario 2: in tv, come in politica, nessun risultato è mai assoluto

5g) La cosa migliore che può capitare a un programma è che gli spettatori si addormentino guardandolo

Sembra un paradosso, ma non lo è.

Purché gli spettatori in questione abbiano in casa l’apparecchio per la misurazione dell’Auditel. In quel caso (qualche migliaio di famiglie su trentatré milioni), se cala su di loro il sonno dei giusti, dopo che hanno fatto la loro scelta iniziale per il programma che stavano guardando in quel momento è come aver centrato il numero pieno alla roulette. Per ottenere l’assopimento programmato dello spettatore con Auditel un programma dovrebbe essere così accattivante da farsi scegliere in partenza e così poco adrenalinico da attenuare progressivamente i riflessi di chi lo guarda, annullando, gradualmente, in ogni membro della famiglia il desiderio di avventurarsi qua e là tra le altre proposte dell’etere. La fedeltà di uno spettatore addormentato davanti a un programma per l’Auditel appare il giorno dopo come convinta e assoluta ed incide non poco sui risultati della serata. Per chi guarda è sonno, per chi è guardato più di un sogno.

Corollario: se il sonno si protrae oltre i limiti, fino all’eternità a goderne non è un solo programma, ma la Rete (fino a quando il dormiente definitivo non viene ritrovato)

6g) In certi casi gli ascolti si sanno prima di inventare i programmi

Condizione necessaria: potersi scegliere i porti franchi dell’Auditel.

Fiorello, Sgarbi, Ferrara, l’ultimo Renzo Arbore. Che cosa unisce personaggi così diversi oltre al comune successo? Il successo inconsueto. Cioè il modo in cui hanno sfruttato l’Auditel e le sue indicazioni per collocarvi, idealmente, i loro programmi, prima di inventarli. Già, perché prima ancora di pensarli, hanno pensato a dove collocarli, identificando i porti franchi dell’Auditel e prenotandoli con l’autorità del loro indubitabile prestigio. Li hanno appoggiati in zone stranamente lasciate libere dalla controprogrammazione, appesi tra due altre trasmissioni vincenti come un’amaca leggera tra due solidi baobab. Li hanno modellati sulla tipologia di pubblico che in quella breve frazione di tempo non sceglieva, ma si accontentava, hanno inventato durate che la tv non conosceva per incastrarli perfettamente nell’intervallo che gli si offriva. (Nel caso di Fiorello, l’intervallo se lo è creato, spingendo via i break pubblicitari e stravolgendo il palinsesto del prime time di RaiUno).

Hanno sfruttato i loro successi precedenti per ottenerne altri, costruiti a tavolino. Stabilire prima lo spazio e poi decidere come riempirlo – ha scritto Marius Serra nel suo romanzo “Farsa” – non è giornalismo, è pubblicità. Scandagliare gli ascolti come fanno le navi da pesca per cercare i branchi è televisione privilegiata. L’Auditel spesso decide il destino dei programmi, si sa. Molto spesso li uccide in fasce. Qualche volta li fa nascere già grandi.

H) Il mito dei format

1h) I format sono programmi a taglia unica

Chi progetta i format zooma sempre più in profondità nel sentire delle persone, cercando l’elemento unificante mimetizzato dalle differenze vistose. In genere lo trova. I format sono prêt-à-porter a taglia unica. Una taglia trasformista, che varia da un paese all’altro, da una persona all’altra, così come ognuno la vorrebbe.

Sono modellati a priori, su misura di un ciascuno generico, pronti ad adattarsi alle sue esigenze senza perdere i pochi elementi caratterizzanti che li rendono unici. I format nascono da zoomate sempre più lunghe, che penetrano fin nei pensieri delle persone per offrire agli spettatori pochi macrocomportamenti universali: un addio, il riabbracciarsi dopo molti anni, la negazione di un perdono sono la conseguenza di una serie infinita e infinitamente variabile di micromotivazioni individuali, segrete e sfuggenti. Nessuno può descriverle e tantomeno controllarle, ma ad un certo punto emergono in un gesto chiaro, forte, in una decisione pubblica che spesso assume una forza rituale. I format creano, costruiscono i presupposti per la rivelazione dei sentimenti sottesi. Che appartengono a tutti, anche se in quel momento li vive solo qualcuno.

Corollario: i format sono come i colori

I format si ispirano ai colori. Parliamo di fraintendimenti, perdono, sorprese come se fossero un unico sentimento. Invece sono arcipelaghi di emozioni diverse, uniti da fili sempre più sottili. Parliamo di rosso, verde, giallo e blu, ma quanti rossi esistono nel rosso, e quanto sono diversi tra loro quelli che stanno ai due estremi, prima di sconfinare in un altro colore? (Tra alcuni esiste una quasi continuità, tra altri una netta rottura).

I format non eliminano queste diversità, ma le sfruttano a proprio vantaggio per ottenere la differenza nella ripetitività. Sanno che nella roulette tra il rosso ed il nero è l’unica casella verde che rende tutto più imprevedibile. Sanno che dentro un addio ci sono infinite sfumature, ma a definirlo è il fatto che non può essere nient’altro che un addio, anche se unico o comunque particolare. Come per un rosso, o un azzurro: a renderli tali, in fondo, è il fatto che non sono un altro colore.

2h) I format garantiscono anche l’insuccesso. Per questo danno sicurezza

Nessun singolo neurone è consapevole – ci dicono gli studiosi dei sistemi emergenti -, ma l’unione di milioni di neuroni crea la coscienza. Le formiche trovano sempre la strada più breve per tornare al formicaio, anche se è difficile capire come e perché lo fanno. Il fiocco di neve si auto-organizza, ma non sarà mai intelligente. È soltanto una configurazione congelata. Lo spettatore cerca la strada più diretta e semplice per raggiungere la soddisfazione delle sue attese.

I format tengono conto di tutto questo.

Nessun singolo spettatore avverte la responsabilità delle sue scelte, ma l’insieme dei comportamenti dei singoli (e la loro interpretazione successiva) crea la tendenza e condiziona le proposte successive. I format garantiscono, a chi li programma, ottimi, buoni o discreti risultati d’ascolto (la gradualità delle garanzie determina il loro prezzo d’acquisto). Ma i format fanno qualcosa di più: garantiscono anche l’insuccesso. Un milione di spettatori in meno alla seconda uscita non è un segnale di pericolo se il fenomeno è già accaduto a Taiwan, in Colombia e in una stazione regionale americana. Se accadesse a un semplice programma, senza il pedigree di un format, verrebbe chiuso. Se accade ad un format, è solo un fattore fisiologico, ampiamente previsto. Che non preoccupa e soprattutto lo lascia comunque acceso, perché la perdita di pubblico, paradossalmente, è in linea quello che è successo in altri paesi. Quindi conferma che il format prevede i propri ascolti con certezza, anche quando sono negativi. La parabola è discendente, d’accordo, ma almeno non è una caduta libera. Al contrario, è controllata, anzi garantita.

3h) I format riproducono il sistema feudale

I format si ispirano (involontariamente) al sistema feudale: più in alto di tutti c’è il programma feudatario, il cosiddettostrong format, quello che apre la strada: “Big brother”, “Star academy”, “Who wants to be a millionaire”?. Lo strong format è il meridiano di Greenwich, gli altri si collocano, via via, più distanti, e la distanza dal primo determina la loro posizione gerarchica. Lo strong format è il punto di riferimento perché piace alla gente, perchè sa cosa deve piacere al pubblico. Appena appare sui mercati e nei festival scatena aste e battaglie per strapparne le opzioni. Allora i suoi produttori creano immediatamente un programma vassallo del primo. È un po’ meno potente, sicuramente, meno coraggioso, ma nutre anche meno pretese nei confronti dei sudditi. Spesso, come avveniva per gli stemmi dei casati medioevali, contiene gli stessi colori del primo (intesi come sapori, sentimenti e sensazioni in gioco), semplicemente invertiti.

“Big brother”, programma statico, costruito sulla claustrofobia della casa impenetrabile ha avuto come sfortunato vassallo “The bus”, che si svolgeva (lo dice la parola stessa) su di un pullman itinerante.

Poi ci sono i vassalli ribelli, che non appartengono allo stesso casato, e dichiarano guerra al primo. Presentano qualche alternativa, promettono qualcosa di diverso, anche se sono cresciuti nella sua ombra: “Star academy” ha generato “Operaciòn triumpho”, “X Factor”, ecc. “Who wants to be”… centinaia di quiz a risposta multipla, rilanciando il vecchio concetto di “Lascia o raddoppia?” .

Valvassori e valvassini completano la piramide rovesciata: occupano i territori sempre più estesi, sui quali il feudatario vuole estendere il suo controllo, indirettamente. Gli assomigliano, lo rappresentano, gli sono fedeli e ne riproducono, in minore, le caratteristiche. Hanno minori ambizioni e vigilano su piccoli domini periferici (le tv satellitari).

4h) I format si dovrebbero guardare nello specchietto retrovisore

Aznalubma. Ormai lo sanno tutti, ma all’inizio in molti si chiedevano perché. Perché nelle ambulanze e sui mezzi di soccorso, in genere, le scritte si presentano al contrario. Perché viste dallo specchietto retrovisore si leggono correttamente.

La stessa legge vale per la tv. Per due motivi.

Il primo: i programmi, tutti i programmi, sono costruiti in funzione della forza del finale. Quindi sono costruiti al contrario. Stabilito il magnete in grado di attirare lo spettatore con la maggior forza di attrazione possibile, si dosano gli accorgimenti ed i modi che lo conducano naturalmente fino a lì. L’importante è che lo spettatore non si accorga che avrebbe potuto sintonizzarsi solo alla fine, senza registrare alcuna voce nella colonna dei costi o delle perdite.

Il secondo motivo è conseguenza diretta del primo: per trattenere il pubblico la tv costruisce una grande illusione progressiva, scandita da una serie di microinganni. Per questo tutto ciò che sembra definitivo è in realtà da leggere come provvisorio, l’improvvisazione è la raggiunta perfezione del previsto, lo scontato il travestimento della sorpresa che sta per scattare, il ricordo qualcosa che deve ancora succedere.

Corollario: tutto quello che passa in tv si legge in senso contrario

5h) Nei format ci vuole sempre un risultato

Se fosse davvero così, prepariamoci a festeggiare la scoperta del nuovo uovo di Colombo. Dopo anni passati a definire i format (archi voltaici che producono emozioni, macchine spettacolari costruite in funzione della replicabilità, meccanismi rigidi che producono risultati sicuri, prodotto dell’industria culturale nell’epoca della riproducibilità), ecco affacciarsi una piccola, timida regola dalla portata – se dimostrata – esplosiva. I format sono semplicemente programmi che garantiscono un risultato finale. Qualunque sia la formula precedente, ci sarà un momento nel quale si tireranno le somme: apoteosi, trionfo o elaborazione del lutto segneranno il passaggio alla storia successiva.

Come nella roulette: ad ogni giro, pari o dispari, rosso o nero, passe o manque. Più si punta più si rischia di vincere, (ma si rischia anche per vincere). Ci si può accontentare dell’amicizia, a volte, ma se si punta all’amore la porta di “Stranamore” emette una sentenza. Si può uscire da “Chi vuol essere milionario?” con un assegno di qualche migliaia di euro, ma se si punta al jackpot la tensione sale vertiginosamente. È già molto entrare nella casa del “Grande fratello”, ma una volta lì è difficile accettare di uscire prima della fine, che ti cambia l’esistenza. In tutti i casi citati (ma potremmo aggiungerci “L’isola dei famosi”, “Affari tuoi”, “Ballando con le stelle”) il fulcro è il risultato finale.

Materialmente importante. Emotivamente condivisibile. Rosso o nero, passe o manque. Dove la linea di demarcazione non è il numero diciotto, ma il morale del protagonista prima e dopo la prova. Prima di dichiararsi in “Stranamore” poteva sempre pensare che forse l’oggetto dei suoi desideri l’amava. E adesso? La certezza positiva porterà il suo morale alle stelle. Quella negativa, lo precipiterà al grado zero della felicità (o meglio, dell’infelicità). Non c’è lo zero, nei format, a sparigliare le possibilità. Sarebbe un non risultato. Come in quelli più deboli: che propongono scambi di esperienza o tate che provano a sostituirsi al fallimento dei genitori. Programmi interessanti, ma relegati in canali dove il pubblico è più attento e sensibile, incuriosito ed attratto dal percorso più che dal finale. Capace di appassionarsi al gioco più che al risultato.

Corollario: una volta rivelato il risultato, si alza all’orizzonte l’attesa di quello successivo per evitare che lo spettatore si accorga che del primo non gli importava nulla

6h) Nei format chi vince vale quanto chi perde

La tv non ha mai avuto un’infanzia felice, ma continua ad inventarsela. Quando andava in onda l’oggi mitico “Lascia o raddoppia?”, il primo critico televisivo italiano, Ugo Buzzolan, su “La Stampa” lanciava anatemi contro il quiz, colpevole di “costringere” i protagonisti a rischiare in scena una brutta figura in cambio di una manciata di lire (l’espressione “del vecchio conio” Bonolis non l’aveva ancora inventata perché non ancora nato).

Questa regola è figlia di quella precedente, intrecciata alla prima come le stelle filanti. Ormai sappiamo che nei programmi, in tutti i programmi, è il rischio della sconfitta, del disastro consumato in pubblico, della deriva inarrestabile, della delusione sempre in agguato che rende più appassionante l’attesa del risultato finale (tanto più alto è il rischio, tanto più credibile, autogiustificabile e sentita la partecipazione emotiva all’apoteosi per l’eventuale trionfo). Dal punto di vista del risultato d’ascolto, la possibilità di una sconfitta del protagonista vale molto di più della certezza della sua vittoria.

Se l’happy end fosse scontato, cesserebbe di essere interessante. Forse non sarebbe nemmeno più un happy end. Solo una burocratica conclusione positiva. In alcuni programmi, il perdente è addirittura la merce più preziosa: senza qualche rifiuto inaspettato, un programma come “Sposami subito!” cesserebbe di esistere. La sconfitta inaspettata (del concorrente preparatissimo, di un innamorato affascinante, di un favorito) è fondamentale per alimentare le incertezze di tutti gli episodi successivi. I popoli antichi sacrificavano sempre i guerrieri migliori (in genere nemici, ma non sempre) per propiziarsi il favore degli dèi. Se il fulcro dei programmi si è spostato sull’attesa per alimentarla, qualche sacrificio cruento non è solo necessario, ma indispensabile.

Anche se sembrano esserci tutti i presupposti perché il protagonista non ce la faccia a raggiungere il suo obiettivo (conquistare una ragazza, arrivare in fondo al percorso di “Chi vuol essere milionario?”, ottenere il perdono di qualcuno a cui ha negato un aiuto anni prima) il suo ruolo rimane vivo ed il suo destino appassionante fino a quando il programma non ha emesso il verdetto definitivo. Potrebbe esserci sempre l’imprevisto dietro l’angolo, l’indispensabile colpo di scena. Se non sarà così, il perdente morirà istantaneamente, perché non sarà più portatore di una possibilità. Fino a quel momento, sarà prezioso come il campione senza macchia e senza paura (del risultato finale).

Corollario: prima del finale, tutti i protagonisti sono vincenti. Un attimo dopo, sono tutti perdenti.

I) La via italiana alla televisione

1i) Nella tv italiana il conduttore è fondamentale (in tutte le altre, no)

Nella tv italiana il conduttore è fondamentale. Soprattutto per se stesso. In quella straniera (ovviamente, dato l’attacco) no. Per molti anni, i nuovi format prodotti negli studi di Hilversum della Endemol, la più grande azienda di programmi del mondo, erano condotti dalla sorella del titolare. Che non era una conduttrice professionista, ma semplicemente una professionista della tv.

Il significato della scelta editoriale è molto chiaro: la formula conta più di chi la applica. Il meccanismo del programma è più importante del volto al quale si lega. Tranne che nella tv italiana, appunto. Dove pochi conduttori – non sempre vincenti, ma sempre gli stessi – rivendicano la priorità del loro ruolo. Del tutto indimostrabile, naturalmente, dato che molto spesso quando viene rischiato un outsider ottiene risultati lusinghieri (definirli sorprendenti confermerebbe l’idea che si tratta di semplici eccezioni). Nel mondo dominato dai format c’è chi conduce un programma (come una voce narrante, come un inviato in un set, come un animatore festoso, come un autore in scena), ma esistono pochi conduttori in senso classico. (Diverso è il discorso per gli anchorman e woman dei talkshow che portano addirittura il loro nome: i Letterman, Donahue, Oprah Winfrey, uomini che hanno il polso dell’attualità, ai quali corrispondono i Costanzo, Vespa, Mentana, Ferrara, di casa nostra).

I conduttori italiani che fanno davvero la differenza sono pochissimi, meno delle dita di una mano. In genere sono autori di se stessi: come Baudo, Bonolis, D’Eusanio, De Filippi, Clerici, Perego. Gli altri sono il male minore, ma dominano la scena con inspiegabile importanza. Se la scelta di uno di loro per condurre un format d’importazione non è microscopicamente sbagliata, traghettano senza merito il programma loro affidato fino al successo scontato. Se il format non gli si adatta – e se loro non trovano la chiave per condurlo in porto senza incidenti – lo fanno colare a picco mettendosi in salvo per primi, come un vero comandante non farebbe mai.

2i) In tv la cornice e l’esposizione (mediatica) contano più del contenuto

Perché dovremmo stupirci? Succede anche per i quadri. Una cornice sbagliata rovina un capolavoro. Una perfetta valorizza un’opera discreta. Solo gli esperti, o i veri amanti dell’arte notano anche la cornice. Ma tutti avvertono – senza spiegarsi fino in fondo i perché – il leggero fastidio trasmesso da una non appropriata. Lo stesso si può dire per il modo in cui un’opera viene esposta in una mostra: le più riuscite, riescono a valorizzare qualunque oggetto; grazie all’illuminotecnica sempre più raffinata, all’inclinazione, alla distanza variabile a cui viene tenuto lo sguardo del visitatore. La televisione non produce (quasi) mai opere d’arte, raramente contiene oggetti di valore, ma la cornice, l’esposizione mediatica, l’illuminazione che riesce a dare ai suoi programmi sono altrettanto fondamentali, come spiegano i due corollari seguenti.

Corollario 1: il vero programma è la cornice

Un programma televisivo appartiene ad una rete (non a caso evitiamo il sostantivo canale) come un quadro dentro la cornice. La stessa trasmissione su RaiUno o Canale 5 viene vissuta per quello che risulta ad una prima, immediata lettura; su RaiTre o su Sky Show come un tentativo di parodia intelligente, una proposta che riprende i codici di un genere per tentare di rinnovarlo dall’interno. Nel primo caso se il programma non funziona sarà semplicemente un flop senza alibi; nel secondo un’impietosa denuncia dei limiti e delle debolezze di un modo di fare tv, ormai indifendibile.

La rete è una marca, che porta con sé il vissuto dei suoi spettatori e la memoria collettiva dei suoi programmi. Il marchio della rete sovrimpresso in un angolo dello schermo diventa il primo criterio di interpretazione di un programma, oltreché il discrimine decisivo rispetto alle potenzialità assolute di ascolto. Il marchio della rete è prima di tutto un’inconscia chiave di lettura. Può ispirare fiducia illimitata, ma anche una preventiva inappellabile condanna.

Corollario 2: gli autori di successo fabbricano bordi e contorni sempre più spettacolari

Dentro una confezione coloratissima di Smarties di solito ci aspettiamo di trovare pastiglie di cioccolato. Un giorno degli scienziati americani hanno sostituito alle caramelle delle matite e hanno consegnato le scatole a dei bambini di quattro anni. Che sono rimasti stupiti ed un po’ delusi. Ma quando hanno dovuto dire a degli adulti che cosa contenevano le confezioni hanno precisato che di solito contengono dolciumi. L’esperimento è stato ripetuto con dei bambini di tre anni. Quando è toccato a loro riferire del contenuto agli adulti hanno detto che le scatole di Smarties contenevano semplicemente matite.

Gli spettatori della tv sono incerti tra le due possibilità: sanno che le confezioni non sempre corrispondono al contenuto, ma non lo dicono neppure a se stessi. Aspirano a contenuti più forti, profondi, stimolanti, ma si lasciano attrarre soprattutto dalle confezioni più vistose. E dal modo di pubblicizzarle. Spesso gli autori si concentrano soprattutto sul lancio dei loro programmi. Costruiscono fatti spettacolo che li illuminino in maniera indiretta, lavorano sul packaging e sulle promozioni, sperando che l’effetto sia così forte da influire sulla percezione del contenuto. O da renderlo in qualche modo persino superfluo. Qualche volta accade. Che all’interno ci siano bottoni di cioccolato o matite, ha prevalso l’annuncio. E può anche bastare. Ma molto più spesso, scartata la confezione fantasmagorica, i programmi appaiono ancora più pallidi, esangui, incolori di quanto non sono.

3i) La riuscita di un programma dipende anche dalla qualità del rinfresco

Sono passati diciott’anni, ma le cose non sono cambiate. Per questo l’episodio continua a rimanere significativo. Mondiali di calcio Italia ’90. Una giornalista della carta stampata – non ancora famosa, lo diventerà in seguito, grazie all’imitazione che ne farà Teo Teocoli, ma già folkloristica per le sue uscite estemporanee – affronta la questione di petto e senza mezze misure. Nel villaggio allestito da Tmc per seguire da vicino le partite, quasi dentro la gigantesca macchina televisiva che le diffonde nel mondo – eleva una protesta ufficiale perché la pessima qualità dei tramezzini influisce sul lavoro suo e dei colleghi. Segue un invito perentorio: avete intenzione di fare qualcosa per migliorare la qualità dei vostri servizi? (Del rinfresco, non dei programmi sportivi).

Non è cambiato molto, credeteci. Sono aumentate soltanto le pretese, collegate all’inflazione. Un ottimo ufficio stampa non otterrà buoni ritagli se la presentazione di una nuova trasmissione non avviene in un luogo attraente, nel cuore di una gita arricchita da gadget e fuoriprogramma. Fin da settembre i giornalisti televisivi si informano sulla lista dei regali di Natale, la cui bontà non influisce sul tenore degli articoli, ma senza dubbio può cambiare l’umore con il quale si accingono a scriverli.

Corollario: i cronisti televisivi sono persone dal palato sensibile

4i) Le idee si affermano solo se hanno passaporto straniero (come per le show girl)

Questa regola vale esclusivamente per la tv italiana. Le idee del vicino sono sempre più verdi. Dove il termine “vicino” si può interpretare in modo elastico, persino spregiudicato. Si può tradurre con americano, inglese, svedese, norvegese, ma soprattutto olandese. Le idee migliori crescono tra le distese di tulipani ed il mare domato di Volendam. Gli eredi della compagnia delle Indie le hanno sostituite alle spezie e rese brillanti, durature e vantaggiose come il commercio dei diamanti. Se un format ha targa norvegese, francese, colombiana, turca, catalana o andalusa, se ha un profumo qualsiasi d’altrove le porte della tv italiana si spalancano da sole.

Se nasce in Italia, è obbligatorio inventargli un trisavolo straniero, esattamente al contrario di quanto succede per i calciatori argentini (c’è sempre una bella avvocatessa che trova da qualche parte un antenato italiano presunto, fino a quando non arriva la prova contraria). Se un’idea televisiva non si è bagnata (metaforicamente) nelle acque della Senna, del Tamigi o del Mississipi non sarà mai vincente per chi decide i palinsesti, come per le show girl.

Non è necessario che sia già stato un successo (questo avveniva per i primi format, negli anni ’90). Basta che si presenti con una targa estera, porti sottobraccio una bibbia scritta da tradurre dall’inglese, meglio ancora se scritta in una lingua esotica e per noi misteriosa.

Istruzioni per l’uso: se sei convinto di avere un’idea davvero nuova, prima di raccontarla procurale un’altra nazionalità.

Se credi davvero nella tua idea e all’estero non l’hanno ancora avuta, non presentarla comunque a nessuno in Italia. Sarebbe tempo sprecato. Offrila a qualcuno che la faccia sua e le dia un cognome più accattivante del tuo, come facevano i registi degli spaghetti western con gli pseudonimi americani. Mandala in onda in qualche tv dello Yucatan o delle Maldive, anche gratis, non importa. Altrimenti succederà così: che prima o poi all’estero qualcuno avrà la tua stessa idea. O la copierà semplicemente, raccogliendo una soffiata opportuna. Allora tutti si accorgeranno che la tua formula trascurata davvero non era malvagia, ma a quel punto compreranno la versione straniera, perché fa più chic. Quindi il meglio che ti possa capitare è che un canale acquisti a peso d’oro un’idea che assomiglia alla tua. Peccato che l’ammirazione che ti meriteresti sarà annullata dall’imbarazzo di chi non ti ha voluto capire.

5i) Grazie alla tv l’Italia è ancora la terra promessa (delle ballerine)

Quando sullo scenario internazionale si presenta un nuovo programma italiano la domanda dei funzionari stranieri sorge spontanea (e maliziosa): “quando arrivano le ballerine?” Se il bel Paese si è fatto meno accogliente (o addirittura ostile); se albanesi e maghrebini hanno ormai capito che lo Stivale non è il regno dei balocchi, per loro – le show girl senza troppi perché – continua ad essere l’oasi ideale, la riserva naturale destinata ad un specie sempre più bisognosa di particolari attenzioni e di molte protezioni. Perché nel resto della tv mondiale la categoria ballerine, che affolla i nostri schermi, si è estinta da tempo, senza che una sola associazione naturalistica muovesse un dito. Senza mobilitazioni di massa, imbavagliamenti di precari in nome della libertà dell’arte, senza assalti all’arma bianca, a sedi simbolo di tutti quei paesi in cui la tv le ha messe al bando.

Le ballerine, le show girl, le generiche bellezze da tv senza un ruolo preciso, ma con decise ambizioni non lasciano le impronte digitali per entrare nel nostro paese e neppure incidono le orme dei loro piedi preziosi su qualche viale senza tramonti. In genere non lasciano tracce delle loro apparizioni, anche se dall’alto c’è chi impone ai registi un certo numero di inquadrature in loro favore. Restano in video per qualche puntata, il tempo di sdebitarsi da parte di qualcuno che ha messo una buona parola per loro, e di acquisire lo status necessario per fare coppia sui settimanali di gossip con il fortunato malcapitato pescato nel mazzo delle figurine Panini dei calciatori. Il numero dei paesi esportatori aumenta, la qualità media diminuisce, i curricula si riducono a una frase: è nata a… In genere non godono del diritto di parola, nel paese accogliente della tv, ma in quel caso la sottile imperfezione linguistica fa l’ulteriore differenza.

6i) I programmi migliori nascono mentre gli autori sono impegnati ad impedirlo

Tutti si controllano a vicenda per paura che gli appigli messi da un altro non tengano e la cordata precipiti. Intanto qualcosa accade comunque ed il programma nasce come una pianta selvatica o un fagiolo nella bambagia nelle aule di scuola. Forse non è un errore di sistema, ma una strategia inevitabile.

Consumata la gran parte del tempo a controllarsi a vicenda, a stoppare le idee altrui per non concedere ai colleghi un vantaggio relativo nella scalata alla posizione di leader, evitata ogni decisione rinfacciabile al momento inopportuno, intanto i programmi lievitano, come le brioche ed i cracker, grazie ad una serie di scelte prese sottotraccia, prese in silenzio e con la raccomandazione che nessun altro lo sappia.

Quando la gran parte del tempo è trascorso inutilmente, e mancano pochi giorni alla messa in onda, magicamente tutto si sblocca, raffiche di decisioni prendono corpo, perché non c’è più un minuto da perdere. Nessuno si chiede come mai la scenografia era già impostata, e il progetto luci praticamente definito e la grafica già animata. Per fortuna, è così. E non avrebbe potuto essere altrimenti.

Corollario: chi fa tv ha assorbito l’eterna indecisione delle soap

La regola precedente chiarisce un assioma finora sfuggito ad ogni interpretazione: chi fa la tv ha bisogno di sentirsi sempre in ritardo. Detto in un altro modo, per quanto anticipo ti sia stato concesso, i programmi si decideranno solo in dirittura d’arrivo, quando lo striscione indica l’ultimo chilometro, che tradotto in tempo si legge due settimane. Solo allora inizia il conto alla rovescia e da quel momento ogni soluzione è definitiva, come i falli nel basket che si traducono in due tiri liberi. Prima, quando non è ancora scattata la fase di emergenza, senza la nevrosi del non farcela ad arrivare in tempo, i giorni trascorrono da un rimando a un rinvio, sollevando dubbi e calpestando le certezze faticosamente archiviate un attimo prima.

“Fino ad un minuto dalla messa in onda si può cambiare tutto” è il grido del professionista che ama il suo prodotto fino in fondo. Solo che ad un minuto dalla fine qualcosa si decide comunque, mentre prima l’unica vera attività (conscia o inconsapevole che sia) è la distruzione sistematica di tutto quello che il giorno prima, salutandosi nel cuore della notte, era stato ottimisticamente definito “un buon passo in avanti”.

7i) Anche se la tv la vedono in tanti, quelli che non la vedono sono molti di più

Legge obiettivo: conquistare i troppi che mancano

La domanda di partenza potrebbe essere: che cosa fanno gli altri trenta milioni di italiani, quando altrettanti (quasi, un po’ meno) guardano la tv? Diffidate, diffidiamo, dalla risposte scontate: leggono un libro (se ne vendono troppo pochi perché sia una tesi credibile), vanno al cinema o a teatro, navigano su Internet. Invece di lanciare profezie apocalittiche sulla perdita di qualche spettatore in annate dal clima particolarmente mite (o caratterizzate da proposte particolarmente deludenti), gli uomini del marketing televisivo dovrebbero cominciare a chiedersi dove va un esercito che comprende la metà degli italiani, cioè del pubblico potenziale della tv. Ci pensate cosa farebbe una ditta di gelati se scoprisse che in una città accaldata il cinquanta per cento degli abitanti non ha mai provato il brivido di un cono? O una fabbrica di automobili quando scopre un paese in cui l’ottanta per cento degli abitanti va ancora a piedi?

Come al solito, è più facile vedere i riflessi di una pagliuzza che la concretezza di una trave. Premesso che non c’è niente di male se la metà degli italiani di sera ha altro da fare che guardare la tv (anche se rimane il mistero su “cosa”: gioca a carte all’osteria, fa l’amore, va a dormire al tramonto, guarda il cielo stellato?) chi di tv si occupa, come noi in questo momento, ha il dovere di chiedersi come fare a riportare un esercito di indifferenti sulla strada maestra dei pixel luminosi. Invece di chiedersi perché i più giovani abbandonano la tv (ammesso che sia davvero così è comunque la pagliuzza) bisognerebbe scoprire perché in troppi la evitano da sempre, anche se – pensando alla sua influenza sociale – sembra davvero difficile credere che le cose vadano così (se lo fosse, sarebbe la trave).

8i) La tv italiana ha abolito la divisione capitalistica del lavoro

Guai a proporre ad un gruppo di autori di dividersi i compiti. In tv si viaggia in gruppo sempre compatto, legati gli uni agli altri come nel trenino per le volate ciclistiche per mancanza di coraggio, per una sopravvalutazione del concetto di gruppo, per volontà delle scuderie che propongono autori a grappoli, o con la formula del 7×10, magari in prestito oneroso con diritto di riscatto. La tv italiana convoca liste di firmatari per passare un po’ del troppo tempo che s’impiega a non decidere ciò che si potrebbe approvare (o disapprovare) in un attimo. In tv molti autori si sentono spettatori privilegiati, perché sono ad un passo dalla scena dove interpretano la parte del coro nella commedia greca. Con una differenza: che non rappresentano l’opinione pubblica, ma ripetono ad alta voce quello che il conduttore desidera sentire. Per fare un vero coro, bisogna essere in tanti, per questo nessuno può staccarsi dal gruppo e prendersi qualche minima precisa responsabilità. A tutto il resto, alla costruzione del programma fino ad un certo punto ci pensano gli sherpa (assistenti, redattori). Intanto gli alpinisti/autori salgono verso la vetta e pensano come e quando staccare i mollettoni per far precipitare il resto della spedizione, restando saldamente aggrappato alla roccia.

L) Del guardare

1l) Un tempo si guardava la tv in abito da sera. Adesso l’abito da sera lo indossa il divano

Diceva Pippo Baudo, nei primi anni ’90 ai suoi autori: “ricordatevi sempre che la gente alla sera vuole vedere qualcosa di diverso. È come se uscisse per andare a teatro. Si mette l’abito da sera e poi si siede sul divano del salotto, a guardare la tv. Dobbiamo offrirgli qualcosa di diverso dalla sua vita di ogni giorno”.

Da quella metaforica provocazione, brillante come il suo inventore, sono successe parecchie cose. La vita di ogni giorno ha alzato la sua temperatura spettacolare e chi si siede in poltrona a guardare la tv spesso la considera molto più attraente di ciò che un tempo faceva la differenza: cantanti, piccoli vip, giocolieri e ballerine. Sono i momenti di spettacolo che rischiano il difetto di appeal. Un vero rovesciamento di prospettiva, al punto che un’azienda di tessuti per l’arredamento ha lanciato un’idea, questa sì, sorprendente. Se chi guarda la tv della realtà non si mette più lo smoking come se andasse alla Scala, è il divano che indossa il suo mantello da sera. Perché è la vita quotidiana il vero spettacolo.



*Dice di sé.
Paolo Taggi. Ho passato gran parte della vita a realizzare cose che potessero finire in una quarta di copertina realistica e accattivante. Poi mi sono accorto che neanche questo mi avrebbe cambiato la vita. Ma è troppo tardi per tornare indietro: e poi, per fare che cosa?
Tutto quello che so fare è scrivere, insegnare a scrivere (cinema e televisione), fare fotografie, ideare programmi e realizzare documentari, cercando di dare un senso a tutto questo, anche se un senso non sempre ce l’ha. Me lo avevano detto quando ero adolescente, ma allora non credevo a niente di quello che mi dicevano gli altri. Oggi ancora meno. Non mi resta che aspettare: che gli editori mi paghino i diritti sui miei libri, che i programmi italiani si vendano all’estero e che il Novara torni in serie A.


ROBERT LOUIS STEVENSON

“Uno specchio” disse con voce fioca; quindi fece una pausa e

ripeté più distintamente: “Uno specchio? Per Natale?

Assolutamente no!”. “E perché no?” esclamò il negoziante.

“Perché non uno specchio?” Markheim lo osservava

con un’espressione indefinibile. “Mi domanda perché no?”

fece. “Ma come, guardi qui… guardi dentro… si guardi!

Le piace quel che vede? No! E… non piace a nessuno”.

(Da Markheim”, 1886)

 

PALCOSCENICO Domenico Mazzullo - La magia (terapeutica) del teatro

Pazienti gravemente deteriorati nel corpo e nello spirito riescono a dimenticare in un attimo la loro malattia e si trasformano in attori provetti

Domenico Mazzullo*

Quando, oltre dieci anni addietro, assunsi la direzione di un “Istituto di riabilitazione per malati psichiatrici”, nome altisonante ed ottimistico, che in realtà nascondeva la triste e dolorosa situazione di pazienti psichiatrici gravi e molto gravi, che per le loro difficoltà non erano e non sono in condizione di poter vivere in famiglia, o che le famiglie non sono in grado di assistere adeguatamente – situazione resa ancor più acutamente grave dalla chiusura degli ospedali psichiatrici in virtù della legge Basaglia o 180, che dir si voglia -, ci si trovava in prossimità delle festività natalizie, attese e desiderate, dai pazienti e dal personale di assistenza, come una gioiosa e festosa novità, capace di rompere, o interrompere per un attimo la pedissequa monotonia della vita in un’istituzione di assistenza e custodia, ove i giorni si susseguono, uno dopo l’altro, uno eguale all’altro, ritmati e scanditi dalle tappe obbligate giornaliere: colazione in refettorio, pranzo in refettorio, cena in refettorio, rito della doccia mattutina e riposo notturno, non sempre così tranquillo. 
Tra queste tappe obbligate, si snoda il peso di lunghe giornate vuote per i pazienti, da riempire con attività riabilitative, che nella migliore delle ipotesi mi ricordavano i compiti che la maestra ci assegnava all’asilo infantile: colorare a piacere interminabili e giganteschi fogli di carta bianca, infilare perline per confezionare improponibili e patetiche collanine colorate, disporre uno sull’altro legnetti colorati per formare pile instabili ed informi; in casi particolarmente fortunati e per i più abili, confezionare cestini di paglia che mai nessuno si sarebbe sognato di utilizzare.

Mi soffermo a descrivere questi particolari perchè chi non ha vissuto e non ha visto almeno per una volta queste realtà profondamente e tristemente umane, non può neppure immaginare lo squallore e la malinconia di questi malati, di queste persone che, sofferenti nella psiche e spesso anche nel fisico, conducono esistenze che possono apparire inutili, senza una progettualità nel futuro, paralizzate ed inchiodate in un eterno presente sempre eguale a se stesso, fermo, immutabile; esistenze legate e dipendenti dagli altri per la propria sopravvivenza e per tutto ciò di cui un uomo possa aver bisogno per vivere, incluso in questo anche un’affettività che, negata o impossibilitata dai familiari, si affida a persone estranee, che, a onor del vero, cercano in tutti i modi di creare, attorno a questi simili meno fortunati, un calore affettivo e familiare che supplisca quello che non c’è più e forse non c’è mai stato.

Ho avuto la fortuna di assistere a gesti quotidiani e spontanei di grande e semplice affettività, che rincuorano e che lasciano ben sperare sulla sopravvivenza della umanità, finché sopravvivono tra noi realtà di tale semplice, spontanea, gratuita, quotidiana solidarietà e dedizione affettiva, da parte di chi si dedica, per quello che non è più un semplice lavoro, all’assistenza e cura di questi pazienti così particolari.

Pazienti schizofrenici gravemente deteriorati, pazienti Down, pazienti con gravi e gravissime cerebropatie dalla nascita, pazienti incapaci di provvedere a se stessi nelle necessità di tutti i giorni, anche le più elementari, pazienti che hanno rinunciato, non volontariamente, a quanto di più nobile l’umanità possieda, pazienti che sembrano aver rinunciato alla loro dignità.

Quando assunsi la direzione di questo istituto di riabilitazione, si era, come dicevo, in prossimità delle festività natalizie, attese e desiderate come ideale, annuale pausa ed interruzione di una monotonia quotidiana che ho solo sommariamente accennata e descritta. Momento culminante di tali festività era rappresentato dalla tradizionale, classica recita natalizia, composta di canti, musiche e piccole scene, o poesie recitate dai malati ed aventi, come ovvio e naturale soggetto, la natività con tutti gli annessi e connessi. Il tutto a beneficio e godimento di genitori e familiari dei malati stessi, memori di avere un parente meno fortunato, una volta l’anno e ben felici di dimenticarlo di nuovo fino al prossimo Natale.

Consapevole del mio ruolo e dei miei doveri istituzionali mi accingevo a presenziare a questa recita natalizia, sperando ed augurandomi che presto terminasse, inconsapevole che di lì a poco avrei ricevuto una lezione di vita e professionale, ben più importante, pregnante, istruttiva e definitiva di tutte quelle ricevute negli anni di preparazione universitaria.

Quegli stessi malati che ho cercato di descrivere precedentemente, che ero abituato a vedere quotidianamente, spesso urlanti, pronuncianti frasi senza senso e sconnesse, rinchiusi in un mutismo stuporoso e in un assoluto ed autistico negativismo, incapaci di provvedere a se stessi, in tutto dipendenti, inconsapevoli di se stessi, incapaci di programmare ogni attività autonomamente, apparentemente anaffettivi, apatici, abulici, confinati in una mimica e in una gestualità ripetitiva e afinalistica, nel momento stesso in cui salivano sull’improvvisato palcoscenico, per recitare la propria parte, le poche parole di una semplice filastrocca fortunosamente e faticosamente mandata a memoria in mesi di strenui e faticosi tentativi, improvvisamente, inaspettatamente e miracolosamente si trasformavano da oggetti quasi inanimati, in soggetti vivi ed autonomi, in persone vitali, dignitosamente e orgogliosamente comprese, immerse nella loro parte e nel loro ruolo, che recitavano con inimmaginabile maestria ed inaudita precisione, con piena e totale comprensione e determinazione, in protagonisti per un attimo della scena della vita, che così a lungo avevano disertato nei giorni normali.

Purtroppo l’incantesimo era di breve durata e presto terminava; non appena scendevano dal palcoscenico, abbandonando la scena, di cui, per un attimo erano stati protagonisti, quelle stesse persone tornavano ad essere dei malati, quegli stessi malati che avevo conosciuto e accudito, rinchiusi nel loro mondo impenetrabile ed incomprensibile per noi sani.

Ho visto questo incantesimo ripetersi più volte, ogni qual volta si presentava un’occasione analoga, tanto da desiderare di ripeterlo e ricrearlo sempre più spesso e più frequentemente, organizzando e promuovendo occasioni simili anche in periodi non specificatamente natalizi.

Il culmine fu raggiunto, quando organizzai e misi in scena un “presepe vivente”, con i malati vestiti con i costumi dell’epoca, confezionati opportunamente dal personale di assistenza, ed impersonificanti i pastori, i re Magi, san Giuseppe, la Madonna l’oste e gli avventori della taverna nella quale la santa famiglia chiese rifugio, persino il bue e l’asinello.

Tutto fu meravigliosamente perfetto ed il miracolo della natività, nonché quello attuale della rinascita dei malati ad una nuova dignità, si ripeté ogni volta con straordinaria, inimmaginabile, entusiasmante precisione, funestato solo un anno, da un piccolo e trascurabile, ma spiacevole incidente, quando la Madonna impersonificata da una splendida e dolcissima paziente schizofrenica, infastidita dal pianto del bambinello, per quella volta in carne ed ossa – generosamente fornito dal portiere dell’istituto la cui figlia aveva recentemente partorito -, tentò di strangolarlo, ma venne prontamente fermata, nel tentativo di matricidio, da san Giuseppe, accorso provvidenzialmente in difesa del figlio, seppur putativo. Cercai ad ogni Pasqua di riproporre l’esperienza, ma la proposta fallì ogni anno, in quanto nessuno si rendeva disponibile a recitare la parte di Gesù sulla croce.

Rimane, però dentro di me ben saldo il miracolo, la magia della transitoria guarigione dei pazienti nel momento in cui salivano sul palcoscenico e diventavano attori, per tornare poi ad essere pazienti, nel momento stesso in cui scendevano le scalette per indossare di nuovo i panni ed il ruolo di malati. Tutto ciò è rimasto ed è per me un mistero.

Avevo letto, in verità, sulle illuministiche esperienze dello psichiatra francese Pinel che, in piena rivoluzione francese – un Basaglia ante litteram – aveva liberato dalle catene i ricoverati nel manicomio di Parigi e li aveva fatti recitare; avevo letto della famosa rappresentazione teatrale messa in scena dal marchese De Sade, ospite dello stesso manicomio parigino, nella quale i pazienti ricoverati recitavano l’omicidio di Marat avvenuto nella famosa vasca da bagno, ricordata anche in un meraviglioso film degli anni ’70 di Wajda “Marat-Sade”; avevo studiato delle esperienze terapeutiche dello “psicodramma” di Moreno, ma si trattava sempre di esperienze indirette, di scarsa e libresca pregnanza, ben poca cosa sul piano emotivo ed emozionale rispetto al vedere i pazienti, in costume di scena, trasfigurarsi in attori, seri, preparati, professionali, perfettamente compresi nella parte loro assegnata, desiderosi di far bene, di accontentare il pubblico ed anche quel tanto emozionati che rende febbrile e ansiogeno l’attimo che precede l’alzarsi del sipario, il momento magico prima di andare in scena.

Ma come era mai possibile che pazienti così gravemente deteriorati nel corpo e nello spirito, riuscissero a dimenticare in un attimo e per un attimo la loro malattia, la loro grave insufficienza e si trasformassero in attori provetti, per tornare, subito dopo, finita la loro esibizione, ad essere dei malati come sempre, come prima?

Era e rimarrà sempre per me, come dicevo, un mistero, forse il frutto di una magia, la “magia del teatro”. Ma se questa magia si realizza in pazienti così gravi e infelici, perché non dovrebbe funzionare ed essere efficace, aiutare anche persone che così gravi e sofferenti, per loro fortuna non sono, ma che sono tuttavia vittime di condizioni psichiche che le fanno soffrire ed impediscono loro di essere serene e condurre in maniera appagante la loro vita?

Anche se non mi piace e non mi appare giusto parlare di casi personali, credo che questa volta possa essere opportuno e legittimo fare un’eccezione, rammentando le immagini lontane e ormai sbiadite dal tempo, di un giovane studente liceale e successivamente studente di medicina, che per vincere la propria inquietante e paralizzante timidezza, rapito e soggiogato anch’egli dalla magia del teatro, affascinato dalla figura di Pirandello – che condizionerà la sua scelta di essere psichiatra -, calcò le tavole del palcoscenico, prima come terapia e successivamente per passione.

La timidezza non fu mai vinta, ma divenne almeno più accettabile e meno paralizzante, meno inquietantemente invalidante. La stessa terapia che fu valida a suo tempo per me, la consiglio ora, sistematicamente e con maggiore esperienza e convinzione, a tutte quelle persone, sarebbe eccessivo chiamarle pazienti, che sono afflitte o semplicemente disturbate, da problemi di rapporto o di relazione con gli altri, che temono il contatto con il prossimo, problemi e difficoltà che a volte raggiungono i livelli di una vera e propria patologia, meglio nota oggi come “fobia sociale”.

In questi casi una scuola di recitazione può essere più utile, proficua e perché no, anche divertente di una lunga, dispendiosa ed impegnativa psicoterapia. A questo proposito, mi sento anche di aggiungere una considerazione tratta e scaturita dalla mia esperienza personale e professionale, riguardo alla consapevolezza di noi stessi, delle nostre più profonde emozioni e pulsioni, dei più reconditi meandri, oscuri, del nostro animo, fornitaci e permessa dalla possibilità e dalla necessità di uscire dalla nostra egocentrica soggettività, per entrare, immergerci, penetrare ed invadere la psicologia dei personaggi che siamo chiamati ad interpretare.

Si tratta di un meraviglioso, utilissimo e magico esercizio di spersonalizzazione ed immedesimazione in un altro da noi, in una prova di umiltà e di umana comprensione, utilissima sulla scena, ma ancor più nella vita, un’occasione unica ed irripetibile per abituarci, per educarci a comprendere le ragioni dell’altro, per abbandonare il nostro infantile egocentrismo e trasformarci in soggetti adulti e consapevoli, atti ad ascoltare ed accogliere chi pensa e sente differentemente da noi.

E mi piace chiudere questa piccola narrazione, questa personale rievocazione di un tempo che fu, ricordando per me e per voi, che incautamente mi avete seguito fin qui, la vicenda di una mia paziente che a me si era rivolta a causa di una depressione che l’aveva colpita, quando entrambi i figli, sposandosi, avevano lasciato la casa. “Sindrome del nido vuoto” la chiamiamo noi psichiatri, con scarsa fantasia.

Osservandola mentre mi raccontava i suoi dolori e notando in lei delle spiccate capacità recitative, le proposi, come terapia e per riempire il vuoto esistenziale che l’aveva colpita, così, spontaneamente e senza pensarci neppure troppo, di iscriversi ad un corso di recitazione. Sparì, ma alcuni mesi dopo mi giunse l’invito ad assistere al saggio finale di un’accademia teatrale.

Era la mia paziente che si esibiva in un’opera teatrale a me molto cara e che ben conosco avendola recitata anche io: “Lo zoo di vetro” di Tennessee Williams. Per l’età le era stato assegnato il ruolo della madre, parte difficile e non certo ispirante simpatia. Era perfetta, meravigliosa, sublime, superlativa. Un’attrice nata. Quando l’andai a salutare per complimentarmi con lei, visibilmente emozionato e commosso le dissi: “Grazie per avermi fatto sentire il profumo delle giunchiglie”. Mi guardò fisso negli occhi, dopo un attimo d’esitazione mi capì e si commosse anche lei.

 

*Dice di sé.

Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, speta in psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.

Giuseppe Pennisi - Il ritorno del belcanto

La maggiore enfasi posta sulla tecnica rispetto al volume fa sì che il cantante con una candela accesa davanti alla bocca potrebbe cantare senza far oscillare la fiamma

Giuseppe Pennisi*

La stagione lirica 2008-2009 appena iniziata (molti teatri hanno adottato la prassi di articolarla sull’anno solare) è cominciata all’insegna del “belcanto”. Ha dato il via la piccola Jesi, presentando in prima mondiale l’edizione originale de “La salustia”, prima opera di Pergolesi (mai rappresentata nel 1732, a ragione della morte del protagonista – un castrato allora di gran fama – e con riscrittura radicale degli aspetti vocali del lavoro per adattarlo ai cantanti disponibili nella compagnia).
Ha continuato l’accademia di Santa Cecilia con un Festival (12-29 settembre) di belcanto – una serie di concerti vocali ed una produzione di “Norma” di Vincenzo Bellini. Al Massimo di Palermo è andato in scena dal 21 al 28 settembre un nuovo allestimento del belliniano “I Puritani” (che sarà in scena a Bologna la prossima primavera, a Cagliari all’inizio dell’estate, al Festival di Savonlinna in Finlandia in luglio ed al Bunka Kaikan di Tokio nell’autunno 2009).
Con “I Puritani”, secondo la “Storia della Musica” di Giovanni Confalonieri, il belcanto tocca zone più inaccesse. Pergolesi è ai primordi del belcanto, “I Puritani” sono alla vigilia del suo superamento, con il melodramma donizettiano, pur ancora carico di belcanto e soprattutto con quello verdiano. Nel contempo, un’altra nuova produzione de “I Puritani” ha preso il via a Bergamo in ottobre per approdare a Sassari ed in altre città. A Napoli, dove il San Carlo è in restauro, il 2008 si è chiuso con la prima rappresentazione, il 27 settembre, de “L’Italiana in Algeri” di Rossini (altro esempio di belcanto) all’auditorium Rai; le repliche sono proseguite in ottobre.
Il melomane itinerante ha potuto avere una panoramica abbastanza completa di uno stile, piuttosto che di una scuola, di teatro in musica che ha caratterizzato oltre un secolo (dall’inizio del settecento alla seconda decade dell’ottocento), ma le cui caratteristiche permeano anche alcuni aspetti del melodramma ottocentesco. Dimenticato in gran misura sino al 1950 o giù di lì, è in corso una graduale rivalutazione, specialmente presso il pubblico più giovane: si pensi in Italia alla renaissance del Rossini “serio”, a Londra alle file di spettatori per gli spettacoli dell’Händel Society, a Zurigo al successo inaspettato (tra i trentenni) della messa in scena dell’händeliano “Il trionfo del tempo sul disinganno”, un oratorio quaresimale rappresentato come un dramma odierno di rapporti tra due giovani coppie, nonché all’applauso nel nord America ed in estremo Oriente.
Nel 2009, in Italia, si ascolterà belcanto alla Scala (dove viene presentato un altro vertice del belcantismo “Il Viaggio a Reims” di Rossini), a Firenze (“L’Elisir d’Amore” di Donizetti), a Venezia (“Maria Stuarda” di Donizetti), a Bologna (“La Gazza Ladra” di Rossini oltre a “I Puritani” già ricordati), a Bari (“Norma” di Bellini), a Catania (“Don Gregorio” di Donizetti), a Torino (“L’Italiana in Algeri” di Rossini, “Don Pasquale” di Donizetti, “Aci, Galateo e Poliremo” di Händel), a Parma (“Lucia di Lamermoor” di Donizetti). Questi sono unicamente alcuni titoli dei molti in programma. Si tenga presente che, al momento in cui viene scritta questa nota, alcune fondazioni liriche e quasi tutti i “teatri di tradizione” non hanno ancora presentato la loro programmazione per il 2009.
Se si scorre il principale sito internazionale dedicato alla lirica www.operabase.com (dove sono riportati i cartelloni di tutti i maggiori teatri d’opera al mondo) ci si accorge che il fenomeno non è unicamente italiano: anzi, è molto più diffuso in Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti e sta prendendo piede in estremo Oriente (specialmente in Giappone e in quella Corea da cui provengono molti belcantisti che negli ultimi anni hanno mietuto successo sui palcoscenici internazionali). In primo luogo, cosa s’intende per belcanto? È una tecnica di canto virtuosistico, caratterizzata dal passaggio omogeneo dalle note gravi alle acute e da agilità nell’ornamentazione e nel fraseggio. È contraddistinto dalla perfetta uniformità della voce, da un eccellente legato, da un registro lievemente più alto del consueto, da un’incredibile flessibilità e da un timbro morbido. La maggiore enfasi posta sulla tecnica rispetto al volume fa sì che il belcanto sia associato ad un esercizio atto a dimostrare la bravura: il cantante sarebbe in grado di reggere una candela accesa davanti alla bocca e di cantare senza far oscillare la fiamma.
Sparisce, anche se non completamente con il melodramma verdiano, ma, ancor prima, è travolto dal teatro in musica di Mozart – dalle stesse opere serie come “Idomeneo” e “La Clemenza di Tito” (il cui libretto era stato scritto da Metastasio cinquanta anni prima che il salisburghese ci mettesse le mani e che era già stato messo in musica più volte, nel settecento, da compositori belcantisti).
Perché l’autunno italiano 2008 all’insegna del belcanto è sintomo di una nuova primavera di questo stile di teatro in musica, che inizia con Maria Callas negli anni 50, si afferma negli anni 60 e 70 con cantanti americani – Marilyn Horne, Lella Cuberli, Beverly Sills, Chris Merritt, Rockwell Blake – e australiani – Joan Sutherland – rifiorisce con voci italiane negli anni 80 – Lucia Valentini Terrani, Cecilia Gasdia – si incardina in voci giovani – Juan Diego Flòrez, Daniela Barcellona, Francesco Meli, Maxim Mironov – nel primo scorcio di XXI secolo ed attira, utile consultare i blog spetici, nuove generazioni che spesso tengono a distanza altre forme di teatro in musica?
A mio avviso alla base dell’interesse del pubblico giovane ci sono due elementi. Il primo è socio-politico: il bel canto è connaturato ad un secolo, al tempo stesso, di trasformazioni e d’ambiguità: dall’inizio del settecento alla vigilia della formazione dello stato nazionale (in Italia), passando attraverso illuminismo e rivoluzioni. Lo coglie bene l’allestimento de “La salustia” (del francese Jean-Paul Scarpetta): una Roma (ma il riferimento è alla Napoli settecentesca) formalmente austera, dove s’intriga per il potere sotto la doccia ed i mariti più virtuosi non esitano ad amoreggiare, bisessualmente, con giovinetti. Trasformazioni ed ambiguità (intrise d’incertezza pure sulla propria sessualità) non sono molto distanti dal clima che le nuove generazioni respirano oggi. Il secondo elemento è probabilmente più tecnico: il virtuosismo del belcanto non è così lontano (i musicologi non si adombrino) da quello dei cantanti pop, ossia dalla musica giovane. Soffermiamoci sul nuovo allestimento de “I Puritani”, che – come si è detto – dopo Palermo andrà in altre città italiane, nonché in Finlandia e Giappone. È un’opera in cui la melodia belliniana rifulge in tutto il suo splendore e nella sua ricchezza di sfumature. È stata, per lustri, raramente rappresentata proprio per le difficoltà vocali (le acrobazie del soprano nella scena della pazzia, i do acuti ed i re maggiore del tenore, i duetti, terzetti e quartetti che scivolano in concertati).
Ultima opera di Bellini, “I Puritani” è basata su un libretto piuttosto improbabile in cui si intrecciano amori, intrighi, tradimenti (finti o presunti), e pazzia ai tempi delle guerre Cromwell, con colpo di scena e lieto fine. De Chirico ne firmò un allestimento (rivisto a Roma alla fine degli anni ottanta) in cui l’astrusa vicenda era trasformata in un gioco di carte – una fazione erano i “quadri” e l’altra i “cuori”- quasi a sottolineare l’irrilevanza del testo del conte Pepoli, patriota in esilio a Parigi. Trasformare in gioco di carte il conflitto tra i protestanti e i cattolici di Stuart vuole dire quasi ridurre la storia ad un computer game, di quelli che appassionano anche i più giovani.
L’allestimento di Pier’Alli non segue la lezione di De Chirico; concepito per una lunga tournée (e per un pubblico, come quello giapponese, che ama messe in scena tradizionali), nonché pensato all’insegna dell’economia dei costi e dell’ “esportar cantando” del made in Italy, il grigio di una Plymouth nebbiosa domina i primi due atti, mentre il verde e l’azzurro ne caratterizzano il terzo. Veloci siparietti e proiezioni facilitano l’adattamento a palcoscenici di varie dimensioni. Sotto il profilo musicale, la concertazione di Friedrich Haider (autore di una buona incisione dell’opera), dilata i tempi per dare risalto all’atmosfera melanconica (di un Bellini 35enne, ma già molto malato). Grande successo della protagonista – la bella e giovanissima Désirée Rancatore che debuttava nel ruolo e già da diversi anni è sulla scena internazionale tra gli astri del belcantismo della nuova generazione. Palermitana, il pubblico le concede più applausi a scena aperta di quelli che le attribuirebbe il critico. Sublime in certi momenti, ma un po’ sciatta in altri; sulla cresta dell’onda da quando aveva 20 anni (debuttò all’improvviso a Palermo nel “Rosenkavalier” nel 1998 ) dovrebbe contenere le offerte che le giungono da tutto il mondo ed evitare ruoli (quelli verdiani – è stata Gilda nel “Rigoletto” a Verona e riprenderà questo ruolo nel Festival dedicato da Parma al Cigno di Busseto) ancora poco adatti alla sua vocalità così delicatamente “belcantistica”. Ottimo il registro, la tessitura, il fraseggio e la sparata dei “do” e dei “re” di José Bros nel primo atto, ma una stecca nel duetto del terzo atto lo ha costretto a rifugiarsi nel falsetto, scontentando e scatenando il pubblico. Nelle repliche ed in tournée, senza lo stress della “prima”, dovrà evitare i numerosi trabocchetti di un ruolo terrificante. Carlo Colombara conferma di essere un basso di coloratura di livello. Marco De Felice di essere un baritono di cui si parlerà nei prossimi anni. Buoni gli altri, specialmente il coro guidato da Miguel Fabián Martínez. Chi ha perso lo spettacolo a Palermo potrà gustarlo a Bologna, a Cagliari. Oppure in Finlandia od in Giappone – prima che nel 2010 ritorni in Italia.

 

*Dice di sé.

Giuseppe Pennisi è docente stabile d’economia alla Scuola superione della pubblica amministrazione. Melomane da sempre collabora, in materia d’opera lirica, al mensile “Musica”, al settimanale “Il Domenicale”, al quotidiano “Milano Finanza” ed ai quotidiani telematici www.operaclick.comwww.ilvelino.it , www.loccidentale.it

Marzia Apice - Metti una sera a teatro

Gli attori, famosi o esordienti, fanno tutti parte di una razza strana e molto eterogenea. Una guida, con riflessioni e ricordi, sui locali più (e meno) attraenti di Roma

Marzia Apice*

Se qualcuno mi avesse detto che anche io un giorno avrei potuto girovagare indisturbata tra le quinte e i camerini di un teatro, proprio come un’addetta ai lavori, non ci avrei mai creduto.

Frequentare i teatri è un’abitudine che ha sempre fatto parte della mia vita, fin da quando, poco più che bambina, guardavo con curiosità ogni genere di spettacolo che tra famiglia e scuola mi capitava sotto mano.

Ricordo perfettamente il momento in cui capii che ero stata folgorata dal fascino del palcoscenico: erano gli anni ’90, ed ebbi l’occasione di assistere ad uno splendido “Edipo re – Edipo a Colono”, messo in scena al teatro Quirino dalla compagnia Mauri-Sturno. Non m’importava nulla se dopo due ore di spettacolo la recita non aveva ancora la minima intenzione di volgere al termine e se accanto a me decine delle teste dei miei compagni di classe sembravano essere state abbattute da una mazza da golf, tanto si erano abbandonate alle poltrone della platea e alle dolci braccia di Morfeo: ero rapita da quegli attori che si mostravano ai miei occhi come degli esseri soprannaturali.

Mi sembrava, infatti, impossibile che degli uomini qualunque fossero capaci di esprimere così bene quei sentimenti eterni e universali, che avevo avidamente letto sulle pagine di Sofocle. Il bello era che lo facevano con disinvoltura, con il corpo e con la voce, ma in un modo a volte così viscerale da riuscire a scuotermi non solo emotivamente, ma anche fisicamente.

Del resto quelli non erano umani, ma attori. Una categoria che, dopo qualche anno, avrei imparato a conoscere un po’ più da vicino. Devo ammettere che a quei tempi il solo pronunciare la parola attore mi dava i brividi, proprio perché era indissolubilmente connessa all’arte, un altro termine, ancora più importante, che era emblema di un concetto astratto e concreto insieme, madre universale di tutto ciò che di bello, secondo me, esisteva al mondo. Ebbene, il teatro sembrava proprio chiamarmi a gran voce: quel mondo parallelo era lì davanti a me, pur così distante dalla mia vita di anonima, giovane studentessa di liceo. Fu dunque allora, dopo la suddetta maratona dell’Edipo, che decisi (con ogni probabilità ancora ingenuamente) che quel microcosmo misterioso, fatto di attori, palcoscenici, sipari e applausi, prima o poi, l’avrei raccontato a modo mio.

Ed eccomi qui, trent’anni appena compiuti e lo stesso entusiasmo di quando ne avevo quindici, a raccontare non il teatro (chi potrebbe davvero farlo?), ma la mia esperienza di fruitrice. Sono, infatti, diversi anni che mi divido tra recensioni di spettacoli teatrali, interviste, e tutto ciò che concerne il mondo frenetico delle anteprime stampa: questo è oggi il mio lavoro, tra mille difficoltà e tanta passione.

Quando ho cominciato, l’emozione mi chiudeva lo stomaco, poi, lentamente, il timore di non farcela si è trasformato in vera e propria voglia di fare e di andare avanti. Eppure certe cose non cambiano mai: calpestare le tavole di un palcoscenico, aggirarsi curiosamente nelle viscere di un teatro, scoprire quanto sia fisico costruire uno spettacolo e quanto questa fisicità sia in realtà connessa all’inevitabilmente eterea e impalpabile atmosfera che si respira sulla scena è tuttora qualcosa che continua a sorprendermi, lasciandomi a bocca aperta, come una bambina di fronte ad un variopinto parco giochi.

Ma dicevamo degli attori. Eh già, non c’è teatro senza di loro, e sulla mia strada ne ho incontrati tanti. Famosi o esordienti, bravi o poco convincenti non importa: fanno tutti parte di una razza strana, e di sicuro molto eterogenea.

Innanzitutto ci sono quelli che, nonostante la notorietà, appaiono ansiosi di dimostrare ancora quello che valgono: come Natalie Caldonazzo, sempre pronta a scrollarsi di dosso e ad ogni costo la sua bellezza, Pino Quartullo, che sebbene abbia ormai raggiunto il mezzo secolo può ancora permettersi ruoli da attor giovane, Vladimir Luxuria, oggi sui discussi lidi dell’Isola dei famosi, da me conosciuta in epoca parlamentare, mentre era alle prese con impegnative prove d’attrice. Poi bisogna fare i conti con i comici, molti dei quali difficilmente riescono a separare la vita artistica da quella reale.

Penso, per esempio, a quando ho intervistato per telefono Maurizio Battista, il quale in un primo momento rispondeva alle mie domande mentre era in motorino, poi ha continuato facendo la spesa al supermercato, il tutto riuscendo a farmi ridere fino alle lacrime: lui si definisce uno che non fa il comico, ma che lo è veramente, nel quotidiano. E non stento a credergli.

Infine ci sono i grandi, quelli che, quando gli parli, ringrazi il cielo di fare questo lavoro. Come Gigi Proietti, che prima ti strappa una risata e un attimo dopo con una piccola frase ti offre mille spunti di riflessione. O come Ugo Pagliai, che, nonostante abbia vissuto le mille esperienze di una vita dedicata al teatro, ha ancora il coraggio di mettersi in discussione e di lavorare con i giovani, come è accaduto nel suo recente “Re Lear”, messo in scena in quel maestoso capolavoro di elisabettiana memoria che è il Globe theatre di villa Borghese. E ancora, il serissimo (nonostante il Trio!) Tullio Solenghi, l’originale Lina Wertmüller, l’affascinante Andrea Giordana e l’intenso Leo Gullotta, tutti incontrati nei camerini dell’Eliseo, teatro che nella mia esperienza rappresenta oggi una garanzia di qualità.

Per fortuna faccio questo lavoro a Roma: qui non ci si annoia mai. Ogni sera la città offre spettacoli per tutti i gusti (e per tutte le tasche). Per chi ritiene che anche l’occhio vuole la sua parte, che il classico a teatro non passa mai di moda e che le poltrone della platea devono essere rivestite morbidamente (e possibilmente di colore rosso), i posti giusti sono sicuramente il teatro Argentina, il Valle, il Sistina, il Quirino, il Brancaccio, il già citato Eliseo, la Sala Umberto. Insomma tutti i teatri storici della capitale. È vero che in questo caso si deve mettere in conto un certo investimento monetario, però, è proprio in questo tipo di teatri che molto spesso si ha anche l’occasione di incontrare i protagonisti di gran parte delle serate televisive nostrane, che di tanto in tanto non disdegnano di incontrare il pubblico dal vivo.

E, ammettiamolo, molte persone per uscire di casa e andare a teatro hanno davvero bisogno di una spintarella, ossia di essere sedotti da qualche nome famoso. In questo campo il re indiscusso dei teatri è il Sistina, capace di proporre sempre personaggi di altissimo livello (di fama e di bravura) come Enrico Montesano, Giorgio Panariello, Massimo Ranieri, Gigi Proietti, Enrico Brignano, Arturo Brachetti, insomma vere e proprie personalità, maestre nel varietà e nella commedia.

Ma al mondo non siamo tutti uguali e c’è anche qualcuno che vuole qualcosa di diverso. Tranquilli, perché a Roma c’è sempre l’imbarazzo della scelta: chi non desidera vedere i ragazzi di “Amici” anche a teatro, e magari è appassionato di nuove tendenze, di testi contemporanei, di spazi inediti (con l’intento di dare una chance agli attori poco famosi) non deve scoraggiarsi. La città è, infatti, una miniera inesauribile di continue sorprese, basta non arrendersi. Trovare piccoli teatri, i cosiddetti off, esclusi cioè dal circuito dei grandi, è divertente, può sembrare una caccia al tesoro.

Quando la fortuna gira bene, può capitare di assistere non a semplici spettacoli, ma a rappresentazioni che assumono il valore di autentici gioielli, magari grezzi, però pur sempre preziosi. In caso contrario la fregatura è dietro l’angolo, e, a volte, non la puoi evitare, salvo inscenare malanni improvvisi, magari alla fine del primo atto (sempre che ce ne sia più di uno!).

Come quella volta in cui, seduta al de’ Servi, grazioso teatro nei pressi di via del Tritone, dopo un’ora di supplizio, alla prima occasione scappai da una commedia noiosa: giunta al centesimo sbadiglio e dopo essere rimasta impassibile di fronte a battute stantie che illustravano quale fosse il modo migliore per uccidere una moglie o un marito insopportabili, mi alzai alla chetichella sperando di non dare nell’occhio. Del resto, cosa c’è di peggio di una commedia riuscita male?

Forse solamente quell’intellettualismo radical-chic fine a se stesso, che di questi tempi fa tanto cultura e va tanto di moda. Chissà. Ma per fortuna il teatro, quando è vero, è molto di più di questo. E poi, non c’è niente da fare, qualche incidente di percorso può sempre capitare: è il rovescio della medaglia, tutto sommato accettabile, di chi fa il mio mestiere.

Ma tornando a teatri per così dire diversi, a Monteverde, per esempio, c’è il Vascello, in perenne lotta con le varie amministrazioni per non essere chiuso, che oggi vuole essere un luogo di scambi culturali, in cui trovano spazio spettacoli teatrali ma anche cinema, danza, musica, dibattiti e rassegne, e, perché no, anche una piccola selezione di aperitivi da consumare nel foyer.

Oltre alla sala principale, molto grande e priva di qualunque orpello decorativo, il Vascello nasconde nei suoi sotterranei anche un altro spazio, di gran lunga più piccolo e un po’ troppo angusto a dir la verità, accessibile attraverso una ripida scala situata nei pressi del bar interno.

In quel teatro quasi improvvisato, in cui possono trovar posto non più di trenta persone, ho avuto la fortuna di vedere la scorsa stagione il bravo Duccio Camerini alle prese con “I sonetti di Shakespeare”, un testo originale e straordinariamente poetico, e non solo perché le parole utilizzate erano quelle del sempiterno drammaturgo inglese. Ricordo che quella sera ero distrutta dalla stanchezza della giornata, e anche leggermente indispettita per aver dovuto fare tanta strada alla scoperta di chissà che cosa. Il solito Shakespeare, pensavo, magari anche snaturato in una delle tante versioni contemporanee, spesso improbabili, a volte addirittura irrispettose.

Invece, ecco la piacevole sorpresa: intenso, suggestivo, profondo, Camerini correva sul filo della poesia, in bilico tra follia e realtà. Mi voltai a guardare lo sparuto pubblico presente: poco distante vidi Paola Cortellesi, anche lei come me molto coinvolta, ora commossa ora divertita dallo spettacolo, pronta ad applaudire il bravo attore.

Ma i teatri interessanti sono davvero a ogni angolo. Come non lasciarsi affascinare dal teatro della Cometa, da quello dell’Orologio o da quello dei Satiri? Sono così piccoli e curati, tutti in pieno centro storico a Roma, e offrono anche l’occasione di una bella passeggiata by night nei vicoli. Per non parlare dello spazio del teatro India, nei pressi di via Ostiense: qui davvero il pubblico più esigente può gustarsi spettacoli in grado di evidenziare nuove forme espressive, anche attraverso l’elaborazione di testi classici. O ancora, del teatro Greco, non lontano da viale Somalia: su quel palco vidi muoversi Donatella Pandimiglio, mentre, raffinata ed eclettica, cantava le canzoni di Barbra Streisand.
Forse ancora in pochi conosceranno il Moulin Rouge, nel quartiere Trieste (dove è possibile cenare a lume di candela prima dello spettacolo) o il teatro Arcobaleno, alle spalle di villa Torlonia. Proprio in questo teatro ho assistito nel mese di ottobre ad uno spettacolo davvero emozionante, che ripercorreva, attraverso lettere e poesie, la complessa e appassionante storia d’amore tra Eleonora Duse e il poeta vate, Gabriele D’Annunzio.

Insomma, tutta Roma è contaminata da una sorta di diffusa esigenza di teatralità.

C’è chi dice però che i teatri siano in numero superiore rispetto agli spettatori e che non ce la facciano a reggere l’urto della tv, maestra nel fagocitare il pubblico.

La scatola magica è potente, è vero, e rimanerci inchiodati è una scelta se non sempre condivisibile, sicuramente molto più comoda del teatro. Però vuoi mettere la straordinaria galleria di tipi umani che si incontrano in platea, con i loro vestiti spesso improbabili, i commenti fuori luogo, i giudizi da critici teatrali improvvisati e la gamma infinita di colpi di tosse che scattano sempre nei momenti clou dello spettacolo? Prima o poi qualcuno finirà addirittura per costruirci su un reality. Ma, fino ad allora, a noi non resta che goderci lo spettacolo.

 

*Dice di sé.

Marzia Apice. Romana, classe 1978, dopo la laurea al Dams diventa giornalista nel 2003. Odia chi è fazioso e poco umile, ama il mare e chi fa tanti sogni, purché sappia come realizzarli. È fermamente convinta che la vera arte, in ogni sua espressione, sia una cosa seria e non un gioco da ragazzi. Giudice inquisitore nei confronti di se stessa, esige molto anche dagli altri, e per questo è spesso delusa. Tra una pagina letta e un’altra scritta, attende ancora che il vento della leggerezza le scompigli la vita. A gennaio l’editore Bibliopolis pubblicherà il suo primo libro, “Le visioni di Pasolini”.







FEDERICO GARCÌA LORCA


E così, Dio scomparso, che voglio averti.
Piccolo cembalo di farina per il neonato. Brezza e materia unite

nell’espressione esatta per amor della carne che non sa il tuo

nome. E così, forma breve d’inefferabile rumore,

Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno, mille volte ripetuto,

morto, crocifisso, dall’impura parola dell’uomo che suda.

(Da “Dio in fasce”, 1937)

INDICE DEI NOMI

Aime, Oreste
Alberoni, Francesco
Alberti, Barbara
Alcott, Louisa May
Alessandro Magno
Alighieri, Dante
Andreotti, Giulio
Apice, Marzia
Arbore, Renzo
Artoni, Anna Maria
Balivo, Caterina
Barcellona, Daniela
Basaglia, Franco
Bassanini, Franco
Battista, Maurizio
Baudo, Pippo
Beatles
Bellini, Vincenzo
Benincasa, Orsola
Benvenuto, Giorgio
Benso, Camillo conte di Cavour
Berlusconi, Silvio
Bertone, Tarcisio
Bettelheim, Bruno
Bevilacqua, Pina
Bibliopolis
Biden, Joe
Blair, Tony
Blake, Rockwell
Bowlby, John
Brachetti, Arturo
Bradley, Tom
Brambilla, Michela Vittoria
Brignano, Enrico
Bros, José
Bonolis, Paolo
Brunetta, Renato
Bubola, Massimo
Bush, George W.
Buzzati, Dino
Buzzolan, Ugo
Caldonazzo, Natalie
Calabrò, Corrado
Callas, Maria
Calvino, Italo
Camerini, Duccio
Campanile, Achille
Caprini, Michele
Caputo, Lucio
Carter, Jimmy
Caruso, Enrico
Catone, Marco Porcio
Cavalcanti, Guido
Cavalli, Ennio
Cavani, Liliana
Clerici, Antonella
Clinton, Bill
Colombara, Carlo
Colombo, Cristoforo
Confalonieri, Giovanni
Copernico, Niccolò
Cortellesi, Paola
Cortina, Raffaello
Cosenza Bevilacqua, Laura
Costanzo, Maurizio
Costa, Niccolò
Craxi, Bettino
Cromwell, Oliver
Cuberli, Lella
Cutolo, Raffaele
Da Gama, Vasco
Damioli, Max
D’Annunzio, Gabriele
Davis, Miles
De Andrè, Fabrizio
de Beauvoir, Simone
De Chirico, Giorgio
D’Eusanio, Elda
De Felice, Marco
De Filippi, Maria
de Filippo, Eduardo
De Fleury, Maurice
De Gasperi, Alcide
De Gregori, Francesco
De Laurentiis, Aurelio
de Montaigne, Michel
de Sade, Donatien
de Saint Exupéry, Antoine
de Ventadorn, Bernard
Dickens, Charles 
di Manetto Donati, Gemma
Donahue, Phil
Donizetti, Gaetano
Duse, Eleonora
Ehrlich, Wolf
Esenin, Sergèj
Farberow, Norman
Ferrara, Ciro
Ferrara, Giuliano
Fiasse, Gaëlle
Fiorello, Rosario
Flòrez, Juan Diego
Freud, Sigmund
Gaio Giulio Cesare
Galbusera, Walter
Galileo Galilei
Garcìa Lorca, Federico
Gasdia, Cecilia
Gelmini, Maria Stella
Gibson, Mel
Giordana, Andrea
Gneo Pompeo Magno
Goethe, Johann Wolfgang (von)
Gore, Al
Gori, Giorgio
Grasso, Aldo
Guadagnino, Luca
Guardì, Michele
Guareschi, Giovannino 
Guccini, Francesco
Gullotta, Leo
Gutenberg, Johann
Haider, Friedrich
Händel, Georg Friedrich
Hemingway, Ernest
Hendrix, Haville
Hillman, James
Hitler, Adolf
Hoepli editore
Horne, Marilyn
Hunt, Helen
Iotti, Nilde
Ippoliti, Gianni
Jagger, Mick
Jaspers, Karl
Jervolino, Domenico
Jori, Fiammetta
Kennedy, J.F.
Keynes, John Maynard
Lanza, Cesare
Lanza, Elda
Leibniz, Gottfried
Letterman, David
Levi, Roberto
Lévinas, Emmanuel
Livraghi, Giancarlo
Lombardi, Riccardo
Lonardo Mastella, Sandra
Lo Presti, Matteo
Luca evangelista
Luxuria, Vladimir
McCain, John
Majakovskij, Vladimir
Manuzio, Aldo
Maradona, Diego Armando
Marat, Jean-Paul
Marcel, Gabriel
Marconi, Guglielmo
Marsilio editore
Martínez, Miguel Fabián
Marzotto, Matteo
Marzullo, Gigi
Marx, Karl
Mastella, Clemente
Mastella, Elio
Mastella, Pellegrino
Mastella, Sasha
Mastroianni, Marcello
Mattone, Claudio
Mauri, Glauco
Mazzolari, Primo
Mazzullo, Domenico
Meda, Filippo
Meli, Francesco
Mentana, Enrico
Merleau-Ponty, Maurice
Merritt, Chris
Mironov, Maxim
Mishima, Yukio
Mollica, Vincenzo
Mondadori
Montale, Eugenio
Montesano, Enrico
Moravia, Alberto
Moreau, Jeanne
Moreno, Jacob L. 
Mounier, Emanuel 
Mozart, Wolfgang Amadeus
Nannini, Gianna
Napolitano, Giorgio
Nazianzeno, Gregorio
Nenni, Pietro
Nino Ragno Editore
Nobili, Franco
Obama, Barak
Obama, Malia
Obama, Natasha
Ostellino, Piero
Ovidio
Pagani, Mauro
Pagliai, Ugo
Palin, Sarah
Panariello, Giorgio
Pandimiglio, Donatella
Paolo VI
Parmentola, Antonella
Pasolini, Pier Paolo
Paulson, Henry
Pavan, Luigi
Pavese, Cesare
Pella, Giuseppe
Penna, Sandro
Pennisi, Giuseppe
Perego, Paola
Pergolesi, Giovanni Battista
Perón, Juan Domingo
Perrino, Manuela
Pertini, Sandro
Pétain, Philippe
Petrarca, Francesco
Piana, Giacomo
Pier’Alli
Pinel, Philippe 
Piovani, Nicola
Pirandello, Luigi
Pivano, Fernanda
Playground
Plutarco
Polo, Marco
Polotti, Giulio
Portinari, Beatrice
Prévert, Jacques
Prodi, Romano
Proietti, Gigi
Puccini, Giacomo
Quartullo, Pino
Quasimodo, Salvatore
Rancatore, Désirée
Ranieri, Massimo
Ratzinger, Joseph (Papa Benedetto XVI)
Reverberi, Giampiero
Rimbaud, Arthur
Rizzoli
Robinson, Michelle
Rodham Clinton, Hillary
Rossella, Carlo
Rossini, Gioacchino
Rufino, Luciano
Rutelli, Francesco
Saba, Umberto
Sacco, Ferdinando Nicola
Sartre, Jean-Paul 
Scarpetta, Jean-Paul 
Sciascia, Leonardo 
Sgarbi, Vittorio 
Sepe, Crescenzio 
Serra, Marius 
Schumpeter, Joseph Alois 
Shakespeare, William
Shneidman, Edwin
Sills, Beverly 
Sofocle 
Solenghi, Tullio 
Sonzogno 
Stalin 
Stevenson, Robert Louis
Streisand, Barbra 
Sturno, Roberto 
Sturzo, Luigi 
Sutherland, Joan 
Taggi, Paolo
Tassio, Gianni 
Tatarelli, Roberto 
Taviani, Emilio 
Teocoli, Teo 
Teodori, Massimo 
Togliatti, Palmiro 
Tolstoj, Lev , 
Tortora, Enzo 
Troisi, Massimo 
Tucciarelli, Roberto 
Valentini Terrani, Lucia 
Valentino, Rodolfo 
Vanoni, Ezio 
Vanzetti, Bartolomeo 
Vasile, Paolo 
Veil, Simone 
Vella, Gaspare 
Vespa, Bruno 
Villaggio, Paolo 
Wajda, Andrzej 
Weir, Peter 
Wertmüller, Lina 
Williams, Tennessee (Thomas Lanier) 
Winfrey, Oprah 

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