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Lettere

Caro Direttore,
ultimamente non si fa che parlare di “clima antipolitico” o di “emergenza democratica” come se i cittadini italiani, all’unisono, avessero cominciato a ribellarsi e a protestare… così… da un giorno all’altro, magari spinti da inchieste giornaliste contingenti. A mio parere non è così.

Gli italiani, che Massimo Fini nel titolo del suo libro, chiama “Sudditi” ed i politici che Stella e Rizzo chiamano “Casta” sono ormai in conflitto da molti anni. Non è una questione di tasse, sprechi, malasanità, burocrazia, lentezza del sistema giudiziario, corruzione e di altre cento belle cose di cui sentiamo parlare ogni sera al telegiornale. O almeno non è “solo” questo. C’è qualcosa di più.

Noi italiani stiamo, lentamente, ma inesorabilmente, perdendo la sovranità sul nostro territorio. Stiamo perdendo la sovranità sulle nostre vite!! Il processo, badi bene, non riguarda solo il popolo del Belpaese. Riguarda decine di popolazioni che vivono in paesi così detti “democratici”, paesi cioè dove il bene collettivo dovrebbe coincidere con il volere della maggioranza. Sì perché a me questo è stato insegnato: si dice “democrazia” un sistema sociale dove la distinzione tra bene e male, tra cosa non si può fare è cosa invece è consentito, la fa la maggioranza. Se 51 persone su 100 pensano che un certo comportamento sia giusto, questo comportamento è legale. Se una maggioranza di persone prende una certa decisione, questa scelta vale per tutti. Non è un sistema perfetto, ma almeno questi principi dovrebbero essere chiari a tutti.
Purtroppo non è così. Purtroppo le nostre vite sono influenzate tutti i gironi da leggi, regole, scelte che in nessun modo hanno a che fare con la democrazia. Tralascio la regola per eccellenza degli stati “democratici”: pagare le tasse. Se domani mattina facessimo un referendum sulle tasse secondo lei che percentuale di italiani si schiererebbe a favore di queste tasse… o delle tasse in genere? Ma di fisco è vietato parlarne perché lì la democrazia non vale. Pensi che persino la Costituzione sancisce che… sulle tasse non si vota.

Parliamo di Europa allora. Siamo entrati in Europa sulla base di decisioni prese da politici eletti dai nostri genitori e dai nostri nonni. Una decisione importante direi…la rinuncia dei cittadini italiani ad una parte della propria sovranità in favore di un altro “superstato”, l’Europa appunto. Non si tratta solo di avere lo stesso codice della strada o lo stesso sistema metrico. Basti pensare che un magistrato di un altro paese (eletto o assunto con regole non votate da noi, può indagare su di noi e persino farci arrestare). Ma no… su questa decisione non si vota. Non si è votato allora e non si vota adesso quando, ancor più a ragione, forse sarebbe stato utile un referendum. Non solo l’ingresso in Europa, ma anche l’introduzione dell’euro o la stessa costituzione europea. Neanche qui ci è concesso votare perché la nostra “democraticissima” costituzione, anche per i trattati internazionali, non prevede l’istituto referendario. Ma certo… se si chiama “trattato” la rinuncia alla sovranità da parte di un popolo, potremmo anche chiamare la pena di morte “suicidio”, le imposte (cioè frutto di imposizione) “contributo volontario” e via dicendo.

La stessa cosa poi la potremmo dire per la perdita della nostra sovranità “in casa” dove, invece, potremmo esprimerci, ma ancora una volta non ci viene concesso. Paghiamo l’ICI ed il bollo auto per tutto l’anno, ma in centro non ci fanno entrare ed una ventina di giorni l’anno ci fanno lasciare l’auto a casa per ragioni ambientaliste. Non è questa una limitazione di sovranità? Non è una limitazione di sovranità la tassa di soggiorno voluta da Soru in Sardegna (che nutre il 47% di sardi che hanno un pubblico impiego con i soldi di tutti gli italiani, ma vuole gratis in Sardegna solo i sardi)?

Saltiamo quindi questi temi troppo aulici per noi cittadini ignoranti, sui quali non ci è concesso dire la nostra, e guardiamo al resto della nostra vita. Respiriamo a pieni polmoni la democrazia in ogni ambito delle nostre giornate! Maggioranze felici di automultarsi perché procedevano in automobile a 60 km/h su strade statali, masse sterminate di persone che fanno la fila per pagare i contributi a badanti e governanti, milioni di italiani che godono pagando l’assicurazione automobilistica, centinaia di migliaia di cittadini che a maggioranza premono per l’istituzione del certificato di esistenza in vita, lo studio di settore, il canone Rai. Mi sembra quasi di vederlo questo popolo così compatto nella sua democratica maggioranza quando si esprime a favore degli espropri immobiliari “per esigenze dello stato”, quando richiede a gran voce le accise sul gasolio e sulla benzina, quando vota compatto per andare in Iraq.

La mia, evidentemente, è ironia. Queste masse non esistono. Questi milioni di cittadini così autolesionisti non esistono. E “Per fortuna” aggiungo! Entro nello specifico facendole un esempio banale, ma a mio parere calzante. Nonostante ci venga detto che è “reato” la maggior parte di noi ha in casa almeno un CD copiato o scaricato da internet o magari solamente un libro fotocopiato. Segno è che, forse, gli italiani non sentono la violazione del diritto d’autore come furto. Sono pochi quelli che la sera si mettono la mascherina e vanno a rubare nelle case di altri, mentre sono la maggioranza quelli che copiano. Cosa vuol dire questo?
Se fossimo veramente in democrazia, dato che la maggioranza ritiene giusto un certo comportamento (copiare opere autoriali di altri), tale comportamento dovrebbe essere legale. O no? Potrei andare avanti per ore caro Direttore. Potrei raccontarle con altri mille esempi che la democrazia non esiste. Potrei parlare della teoria della moneta (argomento che ogni tanto qualcuno accenna, ma nessun media sembra voler affrontare fino in fondo) dove scopriremmo come stiamo in realtà tutti giocando a Monopoli, ma con un banco che si stampa i soldi da solo. Potrei parlare dell’utilità della democrazia (se una maggioranza vuole una cosa… perché non farla e basta senza imporla anche alla minoranza). Per fare un esempio, perché vietare di vendere un prodotto “a maggioranza” quando basterebbe che la maggioranza non lo comprasse (e lo lasciasse acquistare alla minoranza)? Potrei parlare delle guerre nel mondo e scoprire che non ci sono mai stati tanti milioni di morti da quando esistono gli stati “democratici” (con le loro democraticissime leve obbligatorie e tutte le risorse che solo un prelievo forzoso delle tasse può dare).

Potrei, Le dicevo, ma chiudo qui, per ragioni di spazio e tempo. Chiudo però con una riflessione che vuole prendere spunto proprio dall’argomento delle guerre. Si dice che non si può imporre con la forza la democrazia ad un altro paese. Giustissimo. Ma come mai accettiamo che le stesse persone la impongano a noi… questa “democrazia”?

Marcello Mazzilli,
Roma
siroma@siroma.com

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Gentilissima Rachele Zinzocchi
finalmente ho finito di leggere il primo numero de “L’attimo fuggente”; di leggere e – come spesso accade nel caso di riviste a lunga periodicità – di rileggerne alcune parti. Spero quindi di darle una valutazione né affrettata né, almeno nell’intenzione, superficiale.

Partiamo dal titolo, come lei suggerisce. Perché no? In fondo tutti abbiamo in mente quello splendido film con Robin Williams e quel grido, compatto e univoco della classe, “o professore, o mio professore”, un grido di libertà riconosciuta e di dignità ritrovata.

Proseguiamo con la confezione e la grafica. A mio avviso né più né meno quello che mi sarei aspettata da una rivista che preferisce essere strapazzata, chiosata, portata con sé dal lettore ovunque senza temere di sgualcirla o di sporcarla; una rivista che vuol essere amata e non venerata, letta e non consultata, vissuta, digerita, metabolizzata e non conservata come un bel soprammobile colorato e patinato. Unico appunto: farei uno sforzo grafico per distinguere meglio gli articoli dalle rubriche.

Veniamo ai contenuti.
Ben venga una rivista che parla di libertà, in un periodo storico in cui conformismo e relativismo si mescolano e si fondono in un pericoloso connubio di indifferenza, sciatteria morale e maleducazione. Trovo anch’io che ci sia bisogno di rivalutare la libertà individuale per farne strumento di vera solidarietà in funzione di un’etica sociale ormai dai più trascurata. Quindi ben venga una rivista che sia occasione di riflessione e di discussione su questi temi.

Però preferirei – fermo restando questo filo rosso, questo trait d’union – dei numeri più monografici e meno saltellanti. Mi spiego. La qualità degli articoli era ineccepibile (anche i suoi, Rachele, davvero). Godibili sotto tutti i punti di vista. Funzionali alla riflessione e all’arricchimento culturale del lettore. Però l’insieme mi è parso fortuito, occasionale. A giustificazione del fatto che comparivano insieme in questo numero non ho ritrovato – ma sono disposta a riconoscere la mia ignoranza in merito – altro motivo che non fosse o la disponibilità del testo o la familiarità dell’autore con Cesare Lanza.

Nei prossimi numeri non mi dispiacerebbe trovare, invece, dei nuclei tematici attorno cui sviluppare un dibattito, esaminando quel dato aspetto della libertà dal punto di vista letterario, filosofico, economico, politico, mediatico, medico e scientifico… Se la mescolanza è bella nella vita, sulla carta occorre forse presentare con ordine la varietà.

Infine, due parole al e sul direttore. Innanzitutto gli auguri perché questa iniziativa abbia vita lunga e goda dell’interesse e dell’attenzione che merita. Quindi complimenti per il coraggio intellettuale e per la verve imprenditoriale dimostrate. Ovviamente grazie della stima e della fiducia, ossia grazie di avermi inserita tra i primi destinatari della rivista e di gradire il mio parere in merito. Però, nei prossimi numeri, freni l’entusiasmo celebrativo dei collaboratori nei suoi confronti. È giusto e doveroso che la apprezzino e la rispettino; però è anche un po’ scontato. Chi collaborerebbe a una rivista – tra l’altro una rivista “impegnata” – se non ne condividesse appieno la linea editoriale?
Cari saluti
Lionella Carpita