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Edizione n. 2

Si fa presto a dire liberal, online ho scritto nell’introduzione del primo numero dell’Attimo, per spiegare chi e cosa vorremmo essere e fare. Ho pensato che fosse doveroso dichiarare, subito, la nostra ostilità verso qualsiasi illiberalismo. Ma poi ho cominciato a rimuginarci su, e peraltro sono cinquant’anni almeno, dall’età dell’adolescenza, che rimugino su questa magica, maledetta, tormentata, opinabile parola, libertà. Ma non vi tedierò, almeno per questa volta, sulla disciplina, la tolleranza e anche la pazienza, e insomma, in una sola parola, sui doveri che s’hanno da esercitare, e mai possibilmente trasgredire, per rispettare la libertà e i diritti degli altri.

Vi infliggo una più sopportabile lettura, volendo coinvolgervi in un’analisi personale e confidenziale – che, se volete, potrete proiettare su voi stessi. Con un minimo d’autoironia, se ci riuscirò, e, temo, una maggior dose di autocommiserazione. Condimenti preziosi che vi consiglio, se davvero avrete voglia di seguirmi e darmi attenzione, pensando, però, anche ai casi vostri.

La domanda è semplice… Sapete ormai che mi definisco, con evidente compiacimento, come tanti di voi, un liberale assoluto. Ma dove sta questo “assoluto”, per quanto mi (ci) riguarda? Forse sono (siamo) riusciti a creare quella condizione di libertà quotidiana, che mi (ci) consenta di avvertire – in virtù della libertà – un particolare, stabile stato di grazia? Uno stato di grazia tale da poter indurmi (indurci), certo spericolatamente, a parlare di serenità, appagamento, felicità?

Per quanto mi riguarda, e stavolta parlerò di un solo aspetto della mia vita, debbo confessare di non esserci riuscito. Dall’età dell’adolescenza, e a quanto ricordo perfino da un’età ancor più tenera, anche se non ho mai letto insulse fiabe e dolciastri racconti per bambini, c’è qualcosa che mi porta a quel succitato   stato di grazia, mi appaga, mi dà serenità: leggere. Leggere, leggere, leggere (soprattutto romanzi e poesie). Ebbene, nell’età dell’adolescenza, e fino a trent’anni, ho letto molto, moltissimo. Poi, sempre meno e meno meno, come si scrive nei voti di scarsa sufficienza. E forse anche per questa insufficienza sono diventato, come si dice con un termine un po’ sussiegoso, un appassionato bibliofilo. Non potendo leggere tutti i libri che mi piacerebbero, infatti, li raccolgo, li colleziono, li faccio rilegare, li sfoglio, ne compro a volte varie copie e le regalo… e ne assaporo maniacalmente il profumo, che sia quello inebriante della carta appena stampata, o quello della carta umidiccia, proveniente dalle cantine o dalle soffitte.

Li inseguo nei mercatini, cerco le prime edizioni, con la vocazione di un cane da riporto, adoro i titoli fuori mercato; corro in libreria appena è annunciata qualche novità di pur minimo interesse; apro con brividi di delizia i pacchetti che arrivano dalle case editrici e dagli autori, o da amici e nemici che gradirebbero una recensione. La mia casa è invasa dai libri: in cucina e nei bagni; su una panca all’ingresso ci sono gli innumerevoli doppioni che vorrei regalare a chi davvero fosse capace di apprezzarli; i corridoi sono scanditi dalle librerie ricolme, nel mio studio i libri si affollano fin sopra il computer, il televisore, insidiano la stabilità delle sedie; in salotto riempiono le pareti, si accumulano sulle poltrone, si mescolano allegramente con i dvd (cinema, altra inesauribile passione); il tavolone da pranzo, nonostante le mie debolezze per la gastronomia, non è più utilizzabile per la sua finalità primaria giacché sostiene pile di libri, libelli e libroni, quelli delle più recenti provenienze. Ho preso in affitto una modesta casa in campagna allo scopo prioritario di accogliere tutto ciò, giornali e carte, ma soprattutto quei libri, libri, libri che non riesco ad ospitare in città. E sto meditando di aprire una biblioteca pubblica in un paese o nella periferia di Roma, là dove ci fosse qualcuno che ne avesse sincero piacere, per poter condividere (sempre meno) e regalare ad altri il piacere della lettura dei miei libri.

Ecco, vi ho confessato quale sia ormai il mio rapporto con i libri: una sfrenata, incontenibile voglia di collezionismo. Ma, purtroppo, poi riesco a leggere sempre meno. Una volta, riuscivo a leggere due o tre libri la settimana, e anche più. Adesso, e da anni, non più di due o tre ogni mese.

E ogni giorno mi chiedo: ma perché non riesco a realizzare per me la libertà – di tempo – per dedicarmi a ciò che mi interessa tanto? Ho lottato per una vita per battermi e schierarmi, a favore mio e degli altri, contro schiavitù, pregiudizi, complessi, soggezioni psicologiche, prepotenze, arroganze, mode, tendenze, capricci, futilità… E, oggi, chi mi impedisce di leggere quanto vorrei, se non io stesso, con una mal regolata amministrazione del mio tempo, invaso dal lavoro e da obblighi di relazioni verso famiglia, amici, rapporti vari, spesso poco importanti e non indispensabili? Cosa mi obbliga a una disordinata gestione del lavoro, che mi porta, tra l’altro, a leggere posta e proposte che trasudano noia e scempiaggini fin dalla busta, dai biglietti da visita, dai titoli, dalle intestazioni del mittente? Poesie, racconti, copioni e progetti orripilanti? Perché mai, se non per la dannata curiosità che caratterizza la mia vita, non respingo immediatamente tutto ciò al mittente, o non delego l’insopportabile lettura a qualche infelice, volenteroso, collaboratore? Perché non dedico quel prezioso tempo a una rilettura di “Guerra e pace”, o di Proust, o dell’adorato Dostoevskij?

Da anni sono perdente, in questa battaglia. E perciò, come tutti i perdenti, mi sono inventato due espedienti autoconsolatori.

Il primo espediente è la lettura a schiaffo o a fiuto, o come preferite definirla. Prendo in mano il libro, lo sfoglio, lo annuso, lo apro a metà, leggo qualche riga, o qualche pagina – se la fortuna mi assiste e il telefono non squilla, le riunioni si accorciano, i seccatori non insistono. Leggo voracemente la seconda, terza e quarta di copertina, e l’indice… e assai spesso questo mi sazia… o, con l’ansietà frenetica di colui che vorrebbe, ma non può, divoro qualche altra pagina, a caso. Poi, il libro appena annusato sparisce tra le montagne e le valli dei suoi amati, ma non consumati, fratelli. Libri, forse, anche frettolosamente deflorati, ma sostanzialmente vergini, intatti, inesplorati. Non li rivedrò mai più, è certo l’addio. Ma su di loro ho acquisito quelle informazioni minime, che mi permettono di bocciarli o difenderli, nelle discussioni con gli amici. Chiedo perdono a loro e ai fortunati che ancora riescono a leggere, come si dovrebbe leggere. È una devastante autodistruzione intellettuale, quella che compio (e, mi risulta, come me, centinaia e migliaia di addetti ai lavori nel mondo… che però debbono leggere per dovere di lavoro, mentre io, disgraziato, avrei l’ambizione di leggere, solo per il mio piacere). Questa rude frettolosità induce, infatti, la mente a comportarsi come mai un liberale dovrebbe consentirsi di approcciare il prossimo suo, a giudicare drasticamente secondo schemi e categorie, in superficie: questo è un discreto noir, questa un’abborracciata biografia, questo l’ennesimo romanzo commerciale, questo un racconto che rivela un certo talento… Ma sarà attendibile, sarà giusto un giudizio siffatto, nella sua fragile e rudimentale strutturazione? E non sarà stato, forse, per colpa di queste semplificazioni che “Il Gattopardo” fu a lungo rifiutato dagli editori e Moravia costretto a pubblicare a sue spese il suo buon romanzo di esordio?

La seconda autoconsolazione è tanto istintiva, astuta, quanto avvilente. Certamente tutti voi ricordate quel bel film di Massimo Troisi, in cui il grande attore napoletano nel suo ruolo dice presso a poco: “…Leggere, perché? Mentre io leggo un libro, ne stanno scrivendo, stampando e distribuendo milioni di altri… Come potrei tenere quel ritmo?…”. Questo è, nei momenti di smarrimento almeno, il mio espediente psicologico. Serve, davvero, leggere? O la vita vera non s’impara piuttosto, al di là dei libri, per strada, da ciò che succede e non da ciò che si legge? Insinuante e seduttiva questa malizia mi fornisce una precaria e illusoria soddisfazione, simile a quella che, a quanto ricordo, procura la masturbazione. Un lieve diversivo, ecco, e perché negarselo? – ma l’orgasmo vero si raggiunge solo con una piena, assorta, completa lettura. In poltrona davanti a un caminetto acceso, sul tavolino un bicchiere di Porto rosso, un segnalibro non volgare per ricordare le pagine, un Labrador fedele e accucciato ai piedi, e per sottofondo la musica, secondo le preferenze e la qualità del libro, non solo Mozart e Beethoven o Verdi e Rossini, ma anche le più amate rockstar o cantanti per me intramontabili, Elvis e gli Abba, Celentano e i Beatles. Quale goduria, quale distillato di piacere, che ahimè sempre meno mi concederò anche se del loro ricordo, di attimi fuggenti, mi inebrierò. E perciò ho inserito nella sceneggiatura del film che sto preparando una scena assurda di questo sapore, un colto libraio che chiede a due imbarazzate studentesse “Ma a cosa vi serve, leggere? La vita è altrove!…”. Però vergognandomi un po’, e anche di più che un po’, come succede quando nella vita si fugge di fronte a una difficoltà e si sceglie di consolarsi con giustificazioni inadeguate, per sopportare il peso della propria impotenza.

Masochista come sono, qualche giorno fa mi sono avvicinato a un bel tomo, imponente, dal titolo affascinante, “1001 libri da leggere prima di morire” (Atlante editore). Ecco uno specchio intrigante per la mia condizione esistenziale, mi sono detto: ecco i libri che ho letto e quelli che dovrò affrettarmi a leggere, per non sfigurare di fronte alla morte, anche se dovesse arrivare improvvisamente, ora che sto percorrendo l’ultimo segmento. Ma ecco che l’istinto della sopravvivenza prevale sul masochismo. Apro quel grande librone e scopro che è semplicistico aver titolato “libri”: in realtà si tratta di “una rassegna completa dei capolavori della narrativa mondiale”, quindi non c’è la poesia, il teatro non c’è. Ma si può morire serenamente senza aver letto né Dante né Shakespeare? Mah. Sfoglio l’indice e, orrore!, Casanova, maestro di narrativa, non c’è. Insorgono così i miei impulsi polemici… C’è Margaret Mazzantini e non ci sono i miei adorati e indimenticabili Giuseppe Marotta e Luciano Bianciardi, Piero Chiara e Lucio Mastronardi? C’è Andrea Camilleri e non c’è Caldwell? E che dire di Calvino, che ha più titoli di Bellow ed Hemingway? Sto sfogliando l’indice: di questi 1001 libri ne ho letti molti, altri non avrei mai voluto leggerne, e tanti altri ne ho letto – che pure dovrebbero essere indicati qui, in questa severa e ambiziosa selezione!

Con questo decente bilancio, potrò forse addormentarmi tranquillo – prima di morire. Ma, nell’attesa, ho impugnato un pennarello e su un foglio ho scritto uno slogan per me galvanizzante: “Devi conquistare la libertà di leggere. Un libro al giorno! Oppure non scrivere più che sei libero…”

Ce la farò?

E come potrei mai farcela, se da tempo non leggo neanche più i giornali con attenzione, ma mi rifugio in quella flebo medicamentosa e veloce, di puro nutrimento, che sono le algide rassegne-stampa?

Cesare Lanza

RACCONTI INEDITI. Corrado Calabrò - Il telefonino

Con gli occhi ancora quasi chiusi tastò accanto a sé il letto matrimoniale. Nel dormiveglia aveva avuto l’impressione che ci fosse qualcuno nel letto, o almeno la sua impronta. Aprì gli occhi, accese la luce, fermò la sveglia: non c’era nessuno, naturalmente.

Già alzarsi alle sei e mezza era una violenza; da qualche tempo, poi, si aggiungeva quel senso di contrarietà, l’impressione di dover sempre remare contro. Andò nel bagno, si lavò la faccia e fece per darsi una ravviata  ai capelli. Ma dov’era la spazzola? E i pettini?

“Maledetta Lourdes!” stava per esclamare ma si trattenne, accorgendosi che suonava come una bestemmia. Solo lei poteva tenere una donna come Lourdes. Era fidata, certo, ed era una comodità lasciarle le chiavi di casa. Veniva a fare i servizi ad ore quando poteva, o meglio quando voleva. Puliva più a fondo di quanto non facciano di solito le cameriere lasciate sole in casa. Ma dove passava Lourdes era come se fosse passato un tornado. Spostava ogni cosa; e non si ritrovava un solo oggetto al suo posto. Qualche volta che Fiamma l’aveva incrociata e gliel’aveva detto, Lourdes se l’era presa a male, quasi come se l’avesse accusata di rubare.

In cucina la finestra era aperta ma l’aria ristagnava già a quell’ora del mattino. Il cortile del condominio era poco più che un pozzo. L’attendeva un’altra giornata pesante. Il profumo del caffè la rinfrancò. Ne bevve una tazzina nero e versò il resto in mezza tazza di latte. Alzò gli occhi, sentendosi guardata. Dalla finestra di fronte, un piano più su, una donna anziana l’osservava con i gomiti sul davanzale. Fiamma si ricordò di essere senza slip. A Giulio piaceva che facesse colazione così – in camiciola e senza mutandine -, anche se lui, la mattina, andava via di corsa più di lei. Ma qualche volta…

“Che ci avrà da guardare quella stronza?”. Quando c’era Giulio non passava giorno senza che se ne stesse appollaiata alla finestra. Poi l’aveva vista sbirciare stando un po’ discosta. Perché la gente ama tanto spiare nella vita degli altri? Che c’è nel quotidiano altrui che ci possa attrarre, incuriosire? Non è tutto così usuale, così risaputo? Che gusto c’è a vedere una coppia prendere il caffellatte, questionare?

Discutevano spesso, lei e Giulio, ma senza acredine. Finché non era insorta la questione. Era stata intempestiva, impaziente? Dopo sei anni di convivenza… Certo avrebbero anche potuto continuare così. Avrebbero potuto? E per quanto tempo? E se un giorno, all’improvviso? Ma che DICO? Perché, se fossero stati sposati non sarebbe stato lo stesso? Un bel dì, all’improvviso, un fil di fumo…

Il fatto è che ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di certezze, di qualche punto fermo di riferimento nella nostra vita. Erano quattro mesi che il posto era vacante. E Fiamma ne aveva tenuto la reggenza. Poi, all’improvviso, avevano nominato un altro. Forse non era stato il momento migliore per porre la questione a Giulio. Soprattutto non era stato il modo migliore. Era troppo tesa. In amore non si pongono ultimatum. E in ufficio? Nemmeno, se non si hanno alternative.

A Giulio quella vecchia dava fastidio. Ma per Fiamma era stata una presenza non sgradita, per qualche tempo. A Roma non aveva parenti. Quella donna negli anni, interessata al loro rapporto di coppia, era un po’ come una vecchia zia. E le era sembrato un segno di discrezione che si fosse scostata dalla finestra quando Giulio se n’era andato. Quella mattina però si era rimessa al davanzale. C’era qualcosa di arrogante, di maligno, di soddisfatto nel modo in cui teneva poggiati i gomiti sul davanzale. Che fosse stata lasciata anche lei dal marito o dal compagno?

È incredibile quanta soddisfazione prova la gente quando due si lasciano. Non c’è niente che li gratifichi di più, nemmeno il fatto che lui le faccia le corna. Le sue amiche non parlavano d’altro. Che una coppia abbia un rapporto intenso, anche conflittuale magari, ma con interscambio, con interazione di personalità, non gliene importa niente a nessuno. Veramente c’è un’altra cosa che dà un’enorme soddisfazione alle amiche: che un uomo ti freghi in carriera.

Andò a mettere la tazza sotto l’acqua corrente. Ecco cos’era che svegliandosi aveva cercato, tastando, accanto a sé nel letto: il feticcio del matrimonio!

Era ottobre, ma faceva caldo come in agosto. Ma almeno poteva andare in ufficio in bicicletta. Di solito metteva i pantaloni ma quella mattina indossò una gonna; anche un po’ corta, non cortissima, si capisce. Prese dal cassetto un paio di collant ma poi li ripose; faceva un tale caldo! Del resto aveva le gambe ancora abbronzate. Le gambe, lunghe, scattanti, perfettamente modellate, erano la cosa più bella di lei, insieme con i lunghi capelli rossi.

Le piaceva pedalare, con la chioma rossa svolazzante. Quella mattina, però, aveva raccolto i capelli; no, non era giornata. Il traffico – come sempre, più di sempre – era impegnativo. Le macchine subiscono i motorini ma si rifanno con le biciclette. I motorini, poi, si fanno la legge a loro uso ed abuso: una prevaricazione continua. Fece un paio di frenate a rotta di collo. Mettendo bruscamente piede a terra, la gonna salì. Dalle macchine guardavano, un motorino fece una giravolta. Pedalando cercava di tenere le ginocchia accostate; ma non era così semplice. Doveva fare un po’ l’equilibrista. No, non era il modo migliore di affrontare una giornata di lavoro.

Tirò dritta passando avanti alla stanza del capo, quella che aveva occupato lei fino a qualche settimana prima. Ma la porta era aperta e il dottor Finocchiaro si alzò a metà sulla sedia e salutò con esagerata cortesia: “Dottoressa!”. “Fanculo” rispose Fiamma mentalmente, facendo tuttavia un cenno col capo. Anche se – ammise – lui non aveva colpa. Solo che era un mediocre, un conformista, un meticoloso; un opportunista – figuriamoci! –, ma più che altro un melenso. Da lui non veniva mai un’espressione fuori posto. Ma neanche un’opinione che non fosse scontata.

Forse Fiamma si era lasciata sfuggire con le amiche qualche parola di troppo nei confronti del direttore generale, che non era neanche lui un fulmine di guerra. E – puoi stare sicura – gliel’avevano riferita, altroché se gliel’avevano riferita! Forse, anche, aveva inciso quella vacanza. Erano ferie dell’anno prima, era suo diritto prenderle, e però quando si ha un posto di responsabilità i diritti, nella prassi, diventano condizionati, anzi subordinati. Ma Giulio aveva solo in quel periodo le due settimane che occorrevano per il Tibet. E il Tibet era diventato per Giulio una fissazione. Era partita senza aver ricevuto risposta scritta alla sua domanda di ferie. Così aveva perduto l’incarico dirigenziale e Giulio. Come non ci si rende conto dei passaggi chiave della nostra vita! In Tibet la vita era così rallentata, l’aria ti riempiva i polmoni, la vista spaziava così lontano, così dall’alto…

“Fanculo” ripeté. Provò a immergersi nel lavoro ma si sentiva alterata. Non riusciva a mandarla giù. Certo pagare un avvocato… “Posso fare ricorso straordinario” pensò. Si mise a scriverlo. Ebbe l’impressione che non venisse male. Ma doveva farlo vedere a qualcuno del mestiere. Un avvocato, no. Altrimenti tanto sarebbe valso fare ricorso giurisdizionale. A qualcuno che se n’intendesse. “Squinzio!” le venne in mente. Era stato collega di suo zio, il famoso presidente Perassi. Era stato in Sezione con lui. Lo incontrava di tanto in tanto, anche dal giornalaio, perché abitava vicino casa. Si mostrava pieno di riguardi. Gli telefonò ed ebbe la fortuna di trovarlo. Gentilmente le fissò un appuntamento per quello stesso pomeriggio, sul tardi.

L’appartamento di S.E. Squinzio era al primo piano ed era piuttosto buio. Lo studio benché grande, era sommerso di fascicoli, fascicoli e libri, nelle scaffalature, sulla scrivania, su un tavolino basso, sulla consolle, sul divano, sulle sedie, persino per terra. Fiamma si sedette su un angolino di sedia, ingombra di fascicoli, con un quarto del sedere. “Oh, scusi, scusi” fece tutto manierato S.E. Squinzio. “Le carte ci fanno la guerra. E spesso la vincono.” Mentre l’ascoltava Squinzio diede una scorsa rapidissima alla bozza di ricorso straordinario. “Certo può farlo. Ogni cittadino… Le probabilità? Difficile dirlo. C’è la discrezionalità… L’importante in questo momento è dare sfogo a questo suo stato emotivo. Spesso si fa ricorso anche per liberarsi di un risentimento – per carità sacrosanto –  ma che può diventare un’ossessione. Poi, parecchi interessati il loro ricorso nemmeno lo coltivano. Il suo ricorso? Può andare; nel ricorso straordinario si tira un po’ via, non si pretende più che tanto. Lo chiamano il ricorso dei poveri… Una volta anch’io feci ricorso; sì proprio ricorso straordinario. Non per un interesse pratico, per carità. Per una questione di principio. Tanto che lo feci sotto falso nome; per cui lo vinsi ma non potei giovarmene. Metterci le mani? No, questo no. Sa, la sacralità della funzione… No, non occorre pagare la tassa: si tratta di pubblico impiego.”

Fiamma scese le scale più perplessa di quanto non le avesse salite. Inforcò la bicicletta. Che tartufo! Ce l’aveva con Squinzio non tanto perché aveva declinato di darle una mano, quanto per gli argomenti del cavolo che aveva tirato fuori; e per l’affettazione con cui glieli aveva conditi. Il ricorso dei poveri… E quella storia del suo ricorso straordinario! Come poteva essere? Fare ricorso sotto falso nome?! A quale scopo? E poi non era fare un falso, non era commettere un reato? L’aveva presa per i fondelli. Ma che, credeva che fosse proprio una cretina?

Che stronzo, pensava. “Stronzi!” urlò: due ragazzi in motorino l’avevano stretta e quasi la facevano cadere. “Ah, ah” sghignazzarono, vedendo che s’era scomposta. Che figli di puttana! Non erano nemmeno tanto ragazzi. Continuarono a farle serpentine davanti e di lato, stringendola all’improvviso. Per fortuna casa sua era proprio vicina; l’ultimo tratto lo fece pedalando sul marciapiedi.

Aprì, rimise le chiavi in borsa, introdusse la bicicletta e fece per richiudere il portone. Ma una spallata lo spalancò. Si ritrovò nell’androne con i due giovinastri. Interpose la bicicletta; uno dei due l’afferrò dal telaio e cominciò a tirare; Fiamma la teneva dal manubrio. Intervenne l’altro tirando e storcendo la bici e con essa i polsi di Fiamma; dovette mollarla. In due le vennero addosso; uno cercò di afferrarla per un braccio, l’altro le infilò la mano sotto la gonna. Fiamma gli rifilò un ceffone che quello ricambiò. Spostando il busto riuscì a scansarselo; non del tutto, però: il colpo la prese di striscio tra il collo e la nuca. Si mise a correre verso la scala. La rincorsero, le si aggrapparono addosso cercando di trascinarla a terra. Si mise a gridare. Era convinta che si sarebbero aperte immediatamente le porte su tutti i pianerottoli; a quell’ora la gente era in casa. Ma non una porta si aprì.

“Sta zitta” le sibilò il più grosso e le appioppò un pugno in bocca. Questa volta il colpo giunse a segno; non proprio in bocca perché Fiamma aveva girato la testa, ma sulla guancia. L’altro intanto l’aveva afferrata dal collo, e ficcandosi dietro la sua schiena, l’aveva fatta cadere e ora cercava di trattenerla mentre Fiamma si divincolava. Quello grosso  tirò giù la cerniera dei pantaloni, ma poi non procedette oltre. Forse non era in condizioni di esibirsi. La strattonavano in tutte le maniere, cercando di strapparle le mutandine. Ma Fiamma scalciava di brutto. Le serviva aver fatto kick boxing in palestra. Fu quello smilzo a farsi sotto col sesso protruso. Fulmineamente Fiamma gli sferrò un calcio proprio lì. Francamente provò un vero piacere a colpirlo nel sesso; lui per tutti i maschi prevaricatori come lui. Aveva però perduto le scarpe per cui il colpo risultò meno efficace. Bastò comunque perché il teppista si ritrasse torcendosi e bestemmiando.

Fiamma fece per rialzarsi e per correre su per la scala. “Aiuto” gridò con quanto fiato poté cavare. Un pugno pesante come una mazzata le si abbatté sulla  bocca. Cadde e cadendo batté la nuca contro lo scalino. Sentì in bocca il sapore del sangue. Aveva quasi pensato di farcela ma ora constatava la differenza tra un combattimento ritualizzato in palestra e una colluttazione selvaggia con due teppisti.

Adesso era quello grosso a tenerla mentre l’altro cercava di divaricarle le gambe. Fiamma, però, era tutt’altro che doma: mentre quello si chinava su di lei, gli piazzò una ginocchiata nel mento. Un altro pugno le si stampò in faccia. Poi  due, tre, quattro schiaffoni la stordirono. Il grosso la teneva, ma goffamente, tutto preso com’era dal tifo per la foga bestiale del suo compagno. Fiamma si sentì sopraffatta. Il ragazzotto le stava addosso e l’incalzava da presso mentre quello grosso le teneva le braccia inchiodate per terra.

In quel momento squillò il cellulare. Fiamma non ci fece caso ma il grosso si mise a frugare freneticamente nella tasca di dietro; non riusciva a tirarlo fuori. Il telefonino continuava a squillare. Usando entrambe le mani il bestione lo trasse dalla tasca appena in tempo prima che cadesse la comunicazione. Fu un attimo. Fiamma guizzò via e balzò su per le scale. Al primo piano suonò e bussò in tutte e tre le porte. Niente. Continuò di corsa per la rampa successiva. “Giulio, Giulio!” gridava, picchiando e suonando alle porte mentre il suo assaltatore l’inseguiva. Ne sentiva l’ansimare alle calcagna. L’altro, quello più grosso, stava parlando al telefono e veniva su lentamente.

Finalmente una porta si aprì al piano di sotto. Lo smilzo esitò, poi si ricompose e prese a discendere le scale, con indifferenza.

Con le ginocchia che le tremavano Fiamma fece ancora una rampa. Sentiva la bocca impastata di sangue e un gran male alla nuca; per fortuna i capelli avevano attutito un po’ il colpo. “Mi hanno sfigurata” si disse.

La finestra sul pianerottolo era aperta: comodamente appoggiata sul davanzale con tutti gli avambracci, la spiona stava a osservare. Il suo sguardo ficcante si soffermò sul volto tumefatto di Fiamma. Di chiamare la polizia non le era  passato nemmeno nei paraggi del cervello.

* Dice di sé:
Corrado Calabrò. Convivono in me due gemelli siamesi uniti dalla schiena che tirano in direzione opposta: uno verso la logica teutonica, l’altro verso la trasgressione dionisiaca. La logica è un cavatappi che avvitiamo dentro di noi per estrarre dal flusso indistinto e logorroico del pensare  i concetti. Ma è la trasgressione che ci spinge oltre noi stessi, verso l’inquietante altro-da-sé ch’è in noi, oltrepassando la soglia rassicurante del déjà-vu, del déjà-vecu. Quando Dioniso pulsa dentro, io quella soglia sono indotto ad attraversarla. Ma non sono un abusivo: ho la licenza, la licenza poetica.

ATTIMI FUGGENTIVorrei essere libero, libero come un uomo. Vorrei essere libero come un uomo. Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura, sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale, incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. Vorrei essere libero, libero come un uomo.Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia, che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.(da La libertà, Giorgio Gaber – Dialogo tra un impegnato e un non so,1972)

 

AMARCORD. Sandro Sechi - Oriana Fallaci

“Combatto dispotismo e tirannia con la stessa passione con cui combatto il conformismo e l’ipocrisia”

Sandro Sechi *

Era il 28 dicembre 2004, pomeriggio, bufera di neve, vento gelido, New York City. Mi trovavo di fronte a lei, lei, la giornalista più famosa al mondo, lei, Oriana Fallaci che mi fissava con due laser, analizzando ogni minimo movimento del corpo e del viso per leggerne i messaggi. Ero appena entrato nel suo regno, il suo castello sulla sessantunesima strada a Manhattan, luogo sacro, utopia per molti, moltissimi, piacevole alcova d’amicizia per pochi, pochissimi. A stento reggevo il suo sguardo, quei due occhi erano troppo familiari, per me come penso per la maggior parte degli italiani, ed erano lì che mi fissavano. Essendo il più piccolo di cinque figli avevo avuto il vantaggio di vivere di rendita su molte cose, la musica, il cinema, la letteratura, assorbivo tutto dai miei fratelli maggiori, cercavo di imitare i loro gusti e loro passioni. Mia sorella era una appassionata di Oriana Fallaci, fu così che, di riflesso, vissi da giovanissimo il mito di Oriana. La immaginavo gigantesca, mi incuteva rispetto.

Adesso lei era lì e mi fissava, diffidente, piccolissima, le braccia come due ramoscelli, piedi lunghi e sottili infilati in un paio di scarpe blu bassissime, visibilmente larghe. La gonna marrone faceva fatica a stare su, tanto era stretta la sua vita, e il maglioncino largo e deformato nascondeva ogni accenno di forme. Del volto immortalato da Scavullo rimanevano solo gli occhi. I capelli, raccolti in una piccola crocchia sulla nuca, erano nerissimi e ciò, come più tardi mi avrebbe confessato, era un complesso, li avrebbe voluti bianchi per avere quel tocco di autorità. Le mani curatissime erano ingiallite dal fumo della sigaretta perennemente accesa. Da quel giorno, per mesi, sarei stato al suo fianco, assorbendo ogni sua parola, movimento, urlo, insegnamento, scoprendo così un’Oriana inedita sorprendente che è capace in pochi secondi di cambiare registro a seconda di una tua parola o un tuo impercettibile movimento del viso, passando dalla risata più fragorosa all’urlo più agghiacciante in un battito di ciglia. E come in natura il carbonio si presenta sotto forma di diamante o di grafite, Oriana allo stesso modo si mostrava a seconda di chi aveva davanti: poteva apparire un prezioso diamante, luminoso resistente e cristallino o una ruvida nera grafite che lasciava il nero ovunque passava.

Portavo ogni giorno per lei Corriere e Repubblica, gli unici quotidiani italiani reperibili a New York; un altro, La Stampa, che per il curioso ritardo con cui arrivava nei punti vendita si era guadagnato il nomignolo “il giornale del giorno prima”, non era ovviamente ammesso in casa Fallaci. Sperimentai, immediatamente, il suo temperamento quando mi chiese, appunto, quali quotidiani arrivassero in città, sperando che qualcosa fosse cambiato rispetto a 18 mesi prima, tanto era durata la sua assenza da New York per le ovvie ragioni di salute che tutti conoscono. Alla mia risposta che oltre ai due quotidiani citati arrivava La Stampa, mi mostrò un bel dito medio e mi supplicò di trovarle Il Foglio. Amava pochissime persone, una di queste era Giuliano Ferrara, per cui Il Foglio, per lei, era una priorità e ogni giorno per poterglielo far leggere stampavo i testi via internet e dopo vari ingrandimenti e collage confezionavo una versione artigianale del giornale di Ferrara: gioiva nel vedermi arrivare.

Diffidava di tutto e io, suo aspirante assistente, avrei dovuto superare la durissima prova del suo interrogatorio prima di poter accedere alla sua vita. Una delle prime domande che mi pose fu: “Lei non sarà mica un giornalista?”. Oriana, nata giornalista, voleva morire scrittrice e io, a quella domanda, incautamente, le ricordai che lei, soprattutto in America, era nota come giornalista più che come autrice; la sua risposta mi travolse come un fiume dicendomi che lei sì, aveva iniziato come giornalista da giovanissima, lavorando per Il Mattino dell’Italia Centrale di Firenze per potersi pagare gli studi di medicina, che aveva iniziato spinta dallo zio Bruno, ma che odiava il giornalismo per il cinismo di molti di essi, l’irresponsabilità di alcuni che, scrivendo il falso, compiono danni irreprabili, e lo odiava soprattutto perchè l’aveva distolta dal suo vero amore che era la letteratura. Tuttavia si diceva grata al giornalismo per la possibilità che esso offriva di scrivere la storia nel preciso istante in cui la storia si svolgeva, perchè le aveva permesso di informare la gente, di aiutarla a sapere, a giudicare. Perchè le aveva permesso di vedere cose che non avrebbe mai potuto vedere. Gli era grata soprattutto perchè le aveva permesso di rompere le barriere imposte alle donne ancora nella seconda metà del Novecento.

Oriana si sentiva una scrittrice che, come molti altri, aveva prestato il suo talento al giornalismo, lusingata dalla sua caratteristica di immediatezza e dalle avventure che ti offre. Si diceva triste del fatto che proprio nel Paese dove aveva scelto di vivere fosse riconosciuta solo per le sue interviste e non per i suoi romanzi o le corrispondenze di guerra. Stringendomi il braccio aggiunse che comunque in America era stato pubblicato da Abrams un libro dal titolo “Gli Italiani – Storia, arte e genio di un popolo”, dove raccontava la nostra storia dall’Impero romano ai giorni nostri, nel quale le uniche due donne citate erano Eleonora Duse e lei, definita come colei che aveva portato il giornalismo politico del dopoguerra ad un altro livello.

Da quella reazione mi accorsi quanto fosse orgogliosa e quanta passione mettesse in tutto quello che faceva. Non mi fu difficile immaginarla a quattordici anni quando, col nome di battaglia Emilia, si unì ai partigiani nella lotta contro i fascisti. Il padre Edoardo era già da tempo un militante del movimento Giustizia e Libertà, fondato da Carlo e Nello Rosselli, e lei portava messaggi e armi per loro, distribuiva volantini e nascondeva gli ebrei in pericolo. Per quello ricevette il ringraziamento ufficiale da parte del Generale Alexander, il capo delle forze alleate in Italia.

Era una vera guerriera e i suoi racconti preferiti eran appunto quelli di storie vissute durante le sue corrispondenze di guerra. Aveva debuttato in Vietnam nel 1967, e vi era rimasta sino alla caduta di Saigon, descrivendo tutte le principali battaglie vissute in prima linea con lo zaino sulle spalle e quel terribile elmetto di metallo che  faceva friggere il cervello tanto si scaldava al sole. Era andata anche nel nord per testimoniare gli orrori del regime stalinista di Hanoi dove, per aver scritto quelle terribili verità, non le fu mai più concesso rientrare. Raccontava spesso della guerra del Libano e della guerra del Golfo: in quest’ultima andò quando aveva ormai sessant’anni e, a suo dire, le orribili nuvole nere, dovute ai pozzi di petrolio in fiamme, le avrebbero causato il cancro ai polmoni.

L’episodio che raccontava più di ogni altro, occorso in una delle sue corrispondenze, restava comunque il fattaccio avvenuto a Città del Messico nel 1968. Quando iniziava i suoi occhi si riempivano di odio e incredulità, una sera mi mostrò le cicatrici provocate dalle raffiche di mitra che la colpirono. “Ero a Città del Messico per documentare la rivolta studentesca, nel 1968.  Gli studenti stavano protestando, pacificamente, contro il governo nella Piazza delle tre Culture. Io, insieme con altri studenti e giornalisti, ero su una terrazza, così potevo vedere bene la manifestazione. Improvvisamente l’intera piazza venne circondata da centinaia di carri armati della polizia che, ad un cenno, iniziò a sparare sulla folla inerme, su tutti indistintamente, donne e bambini compresi. Vidi con i miei occhi un bambino spaccato in due da una mitragliata. Fu orribile.

Stavamo assistendo a quel massacro dalla terrazza, quando un elicottero iniziò a volare sopra di noi, dopo due o tre avanti e indietro cominciò a spararci, sentii una lama penetrarmi nella schiena e svenni. In quella terrazza morirono tutti tranne me e altri due. Mi gettarono in mezzo a centinaia di corpi, mi credevano morta. Un poliziotto mi strappò l’orologio dal polso. Quando arrivò un prete a benedire i corpi mi svegliai, quello si avvicinò e iniziò a pregare e io ad urlare, “bastardi, fascisti, assassini” e il prete, “è viva, è viva”. La cosa che la sconvolse di più fu che in Italia dissero che si era fatta pubblicità, che praticamente era fortunata, non per il fatto di essere sopravissuta, ma perché dopo quell’incidente la sua carriera sarebbe decollata, un po’ come due anni fa si disse per la Sgrena.

Mi resi presto conto di quanto adorasse i libri, in particolare quelli antichi, ne aveva moltissimi in diverse lingue, di ogni epoca: per il resto le sue librerie traboccavano di suoi libri, tradotti in tutte le lingue. Questo la rendeva molto fiera, ma allo stesso tempo si infuriava con i paesi arabi o la Cina che traducevano le sue opere senza pagare un soldo di diritti d’autore. Di libri Oriana ne ha venduti tanti, si parla di venti milioni di copie in tutto il mondo. La sua prima opera fu “Il sesso inutile”, pubblicato negli anni Cinquanta, un libro dove si descriveva la situazione della donna nel mondo. Tecnicamente, non lo considerava un buon libro. Poi “Penelope alla guerra”, di questo ne andava fiera perchè, nonostante lei non si fosse mai ritenuta una femminista militante, lo considerava un precursore del femminismo. Il libro successivo fu “Se il sole muore”, un reportage sugli astronauti e la conquista dello spazio, scritto dopo due anni di ricerche nelle basi spaziali americane, dove strinse amicizia con i cosmonauti riuscendo a farsi portare una sua foto di lei da bambina, sulla Luna, foto che poi conservava come una reliquia. Poi un libro per le scuole “Quel giorno sulla luna”, quindi “Gli egoisti”.

Dopo le sue corrispondenze di guerra in Vietnam, pubblicò “Niente e così sia” il primo vero successo, seguito dal libro di Oriana più venduto al mondo “Lettera a un bambino mai nato”, testo controverso e biografico che infiammò il dibattito sull’aborto. Oriana di aborti spontanei ne aveva avuto più di uno, questo la addolorava moltissimo, avrebbe voluto avere un figlio. Poi arrivò “Un uomo” altro successo, sul poeta rivoluzionario greco Alekos Panagulis. “Anche i rivoluzionari sanno essere dolci – affermava spesso – Alekos non voleva uccidere un uomo, voleva sopprimere un tiranno”. Finalmente arrivò “Intervista con la storia”, libro che la rese celebre negli Stati Uniti e dove ancora oggi, nelle università di giornalismo, viene citato come manuale indispensabile. Delle ventisei interviste ai personaggi più influenti della terra in quell’epoca, l’intervista che scosse di più l’opinione pubblica americana fu quella a Henry Kissinger, intervista che ancora oggi Kissinger considera la più disastrosa conversazione avuta con la stampa. Fallaci riuscì a strappare a Kissinger l’affermazione che la Guerra in Vietnam era assolutamente inutile!

“Inshallah” fu l’ultimo dei suoi libri, prima di dedicarsi al misterioso romanzo storico mai pubblicato. I fatti dell’11 settembre e la conseguente pubblicazione della Trilogia hanno impedito l’uscita del lunghissimo romanzo storico con lei ancora in vita. Considerava quel romanzo l’ultimo dei suoi bambini, lo coccolava e lo custodiva gelosissimamente. Prima di concedermi l’onore di poterlo vedere e lavorarci insieme, dovettero passare almeno due mesi. Ricordo quel giorno con emozione, Oriana con una solennità regale mi dischiuse i fascicoli del suo bambino.

La pubblicazione de “La rabbia e l’orgoglio” a seguito degli attentati dell’11 settembre, segna l’inizio di una nuova fase che si completerà con la “Forza della ragione” e quindi l’ “Apocalisse”. Con questa trilogia Oriana dichiara esplicitamente le sue posizioni contro il mondo islamico da lei, indistintamente, definito terrorista. Per cinque anni sarà il centro di una furiosa polemica che la vedrà contrapposta a movimenti politici di tutta Europa. In Francia tenteranno di bloccare l’uscita del libro, in Svizzera ne chiederanno l’estradizione per processarla, sino al processo subito in Italia con l’accusa di vilipendio alla religione. Oriana non si piega neanche alle minacce di morte che numerose le indirizzano. Ma in privato sbanda, ha bisogno di ottimismo e insieme passiamo pomeriggi interi a leggere le lettere che i suoi estimatori le inviano da tutto il mondo, in molte lingue, le leggiamo e rileggiamo per assorbire ottimismo e incoraggiamento. Ne aveva bisogno. “La Francia brucia le sinagoghe – diceva – e scatena una campagna contro il mio articolo sull’antisemitismo e il mio libro lì appena uscito”. L’Occidente, diceva, si stava arrendendo, l’Europa suicidando, nei momenti di sconforto pensava che combattere sarebbe solo servito a morire in piedi.

Ma poi lo sconforto passava e ritornava battagliera più che mai aiutata anche dalle conferme ricevute in America sul suo attacco all’Islam. Era fierissima del fatto che il Wall Street Journal l’avesse definita “la coscienza d’Europa” o che il New York Post la considerasse l’unica voce in Europa ad essersi levata in difesa degli ebrei. A chi la tacciasse di tradimento della sinistra italiana rispondeva che i comunisti erano più fascisti dei fascisti e si definiva una rivoluzionaria che odiava la sinistra proprio come, a suo dire, Papa Benedetto XVI, lo stesso Papa che la ricevette alla fine dell’agosto 2005, grazie all’intermediazione di Paolo Mieli. Solo quattro mesi prima di quell’incontro vidi Oriana inginocchiarsi davanti al televisore durante l’elezione di Benedetto XVI, la sentii urlare di gioia giurando che si sarebbe pure convertita se questi le avesse guarito gli occhi intaccati dal cancro. La sentii urlare che finalmente, dopo Giovanni Paolo II, che accusava di essere sceso a compromessi con l’Islam, era stato scelto un rivoluzionario come lei, un suo estimatore, “l’unico prete al quale abbia inviato un libro (“L’Apocalisse”, per Natale) con questa dedica: “Con tanto affetto sua Oriana Fallaci”.

Già dall’inizio del 2005 aveva ben chiara una cosa: non le restava molto da vivere. Si prefissò pertanto due obiettivi, combattere con tutte le sue forze la malattia e cercare di diffondere il più possibile il suo credo espresso attraverso la Trilogia. “L’unico privilegio – diceva – di cui si gode a quest’età, è il fatto che non si abbia più niente da perdere, posso dire tutto quello che voglio, nel modo che voglio!”. La malattia la combatteva quotidianamente, oltre che con la sua tenacia, che ha sicuramente contribuito alla sua, straordinariamente lunga, sopravvivenza, sottoponendosi a terapie giornaliere, corredandole, continuamente, con insulti ai medici italiani rei di non averla curata prontamente o peggio di non averla curata affatto.

Per favorire la diffusione delle idee espresse con la Trilogia, premeva sistematicamente sui dirigenti della Rizzoli e sul Corriere della Sera. Non passava giorno senza che mi dettasse una lettera di fuoco rivolta a Mieli e Marchetti. Il Corriere, a suo dire, era reo di farle ostruzionismo in tutti i modi. Citava, giornalmente, la parola Eurabia senza mai nominare il suo nome, non menzionando mai la Trilogia. Si sentiva odiata dagli “squallidi comitati di redazione” dai giornalisti che definiva pessimi e dagli editorialisti che definiva ambigui. Si sentiva temuta perché disturbava la fascistica sinistra. Decise così di entrare in guerra con la Rizzoli, sempre secondo la sua teoria che a quell’età non si avesse più niente da perdere, la Rizzoli invece, a suo dire, da perdere, con lei, ne aveva parecchio. I milioni che con i suoi libri si incassavano erano molti, e poi c’era in ballo un grande progetto di ripubblicare, allegata al Corriere, tutta l’opera della Fallaci aggiungendovi due inediti: “Niente e così sia numero due”, nel quale si raccoglievano le corrispondenze dal Vietnam del Nord e dalla Cambogia e sulla caduta di Saigon, e “Intervista con la Storia numero Due” nel quale si raccoglievano nuove interviste, mai pubblicate su volume, come quella a Khomeini e a Deng Xiaoping. Un progetto molto appetitoso che Oriana usava come arma di ricatto. Minacciando di cambiare editore, facendo pubblicare le sue opere magari alla concorrenza, chiedeva in cambio ampia copertura della Trilogia sia sul Corriere sia su tutte le pubblicazioni Rizzoli. Mieli e Colao capirono che faceva sul serio quando il 13 aprile 2005 Oriana pubblicò il famoso articolo sull’assassinio di Terry Schiavo, nientemeno che su Il Foglio, tradendo così, forse per la prima volta, il Corriere.

A quel punto Colao si precipitò a New York e Mieli inviò lettere di suppliche, dandole carta bianca sul progetto della pubblicazione della sua opera completa. Oriana aveva vinto ancora una volta. Ma non si fermò e continuò a prendersi gioco del suo editore. Ricordo che una volta dovetti scrivere due righe a Milano riguardo una traduzione: “…la Signora Fallaci non è mai stata informata se in codesta casa editrice che ormai giudica una calzoleria e non una casa editrice ci si è occupati della traduzione del terzo libro…”; per non parlare degli appellativi ai vari direttori: “Ponzio Pilato”, per sottolineare il fatto che sull’argomento Fallaci il Corriere se ne lavasse sempre le mani, o “Molotov-Culo-di-Pietra” per indicare un personaggio che resta a galla in mezzo a qualsiasi tempesta. Ma l’episodio più divertente resta per me quello del regalo di Pasqua da parte di Mieli, Marchetti e Colao. Si avvicinano le festività pasquali e dall’Italia mi fanno sapere che il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, il presidente della Rizzoli Marchetti e l’amministratore delegato Colao, desiderano che io acquisti per loro dei fiori da fare avere alla Fallaci come augurio di buona Pasqua. Le chiedo quali fiori preferisce. “Fioriii, ma che fioriii, non li voglio!”, sbatte la mano sul tavolo. “Che non si azzardino a mandarmi fiori!”, “Va bene signora, riferirò… anzi vado subito in ufficio per telefonare”. Ho già la mano sulla maniglia della porta quando mi ferma. “Aspetti!”. Mi volto, Oriana ha un curioso sguardo furbesco. “Ma quanto vogliono spendere?”. Le dico la cifra pattuita. “Be’, ma se non si dice nulla e con quei soldi si compra dello champagne?”. E così inebriati dal profumo dello champagne celebrammo la Pasqua.

L’incontro con Benedetto XVI segnò per Oriana l’inizio di un cammino che l’avrebbe condotta serenamente alla fine del proprio percorso terreno. L’ultimo anno trovava conforto nella corrispondenza col Mons. Fisichella e dalle sue visite a New York. Pensava spesso alla scommessa di Blaise Pascal sull’esistenza di Dio: “E se ci fosse veramente? Che fregatura prenderei, quasi quasi…”.

Quando un giorno le chiesi chi avrebbe portato con sé su una barca in caso di un diluvio universale, mi rispose senza esitazione: “Feltri, Giuliano, Selma e Sophia Loren”. Un ultimo ricordo di Oriana. Il suo motto: “Non appartengo a nessun partito, la mia indipendenza politica è assoluta e combatto qualsiasi dispotismo e tirannia con la stessa passione con cui combatto il conformismo e l’ipocrisia del cosiddetto politicamente corretto”.

* Dice di sé:
Sandro Sechi. Sono nato a Sassari trentotto anni fa dove ho completato il liceo classico. A 18 anni mi sono trasferito a Milano per frequentare la Facoltà di letteratura russa. Dopo la laurea ho collaborato per qualche anno con il canale satellitare Tele+. Spinto dalla mia insostenibile curiosità mi sono trasferito a New York, dove è avvenuto l’incontro con Oriana Fallaci. Nel novembre 2006 ho pubblicato il libro “Gli occhi di Oriana” nel quale racconto l’incredibile esperienza vissuta con la scrittrice. Ho appena concluso la sceneggiatura per l’adattamento cinematografico de “Gli occhi di Oriana”. In cantiere ho un libro sulla pena capitale negli Stati Uniti.

CALEIDOSCOPIO. Anna Bogo - L'attimo fuggente: Rendete straordinaria la vostra vita

(c.lan)  Nella infelicità e nel non senso della vita, come io la vedo, esiste la possibilità di carpire attimi fuggenti di piacere, di estasi, di irresistibili emozioni e vitali sentimenti. E questo è, forse, l’unico senso salvifico che io possa dare agli anni che mi passano dentro e accanto. Non potevo scegliere altro titolo per questa rivista, come il più adatto ad anticiparne i contenuti, anzi la libertà che intendiamo raccogliere e trasmettere. Nella scelta del titolo “l’attimo fuggente” è chiaro – e molti giornali l’hanno evidenziato – che mi ha ispirato un film che adoro, “L’Attimo Fuggente” di Peter Weir, che in molti avrete visto, con Robin Williams interprete meraviglioso del personaggio del professor Keating. Tutto il film fornisce impulsi e ispirazione, incentrato com’è sul “carpe diem”, frase chiave nel film e nella mia vita, collegata all’immagine persuasiva e ineluttabile del “panta rei”.

Grande fu il successo di critica e ancor più di pubblico all’uscita de “L’Attimo fuggente”: film americano del 1989, è stato, e continua ad essere, lo scrigno di un tesoro. Dentro lo scrigno, il tributo alla riscoperta e rivalutazione passionale e istintiva dell’uomo, che deve tenersi lontano da ogni restrizione ideologica e sociale. E qui, in questo attimo, deve concentrarsi la sua azione, cercando di cogliere occasioni e gioie.

L’attimo fuggente è ormai una frase magica… Ma quando una frase è capace di emanciparsi dal proprio contesto, prendere vita propria e diventare meritevole di essere ricordata e citata? Certo, deve avere caratteristiche di brevità, per esempio, o di concisione, ma soprattutto ciò che la rende patrimonio universale è semplice, deve lasciarci stupefatti, incantati per quanto riassume di intelligente e arguto, di eterno e vero.

Estratti dal film L’Attimo Fuggente

 

È il professor Keating che parla…

* “Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”

* “Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso, da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”

* “Ma, se ascoltate con attenzione, li sentirete sussurrare il loro monito. Avanti, avvicinatevi. Ascoltate, lo sentite? – Carpe – lo sentite? – Carpe, carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita.”

L’Attimo Fuggente (Dead Poets Society)

Usa 1989

Regia di Peter Weir

Soggetto di Tom Schulman

Sceneggiatura di Tom Schulman (Oscar 1990 per questo film)

Musiche di Maurice Jarre

Protagonista Robin Williams nella parte del professor John Keating

 

La trama:

Per gli studenti della Welton Academy, elitario, severo college sulle colline del Vermont (disciplina, obbedienza, tradizione ed eccellenza sono i diktat), nell’autunno del 1959 inizia un nuovo semestre, e nella cerimonia d’apertura il preside Nolan presenta loro il nuovo professore di letteratura.

Il professor Keating (Robin Williams), che è stato studente nella stesso college, si rivela subito diverso dagli altri, insegnando ai ragazzi, attraverso la poesia, la forza anarchica e creativa della libertà.

La libertà intellettiva è la vera arte di questo nostro mondo e la dialettica il suo perfetto strumento. Non ci sono spesso risposte alle nostre domande, ma la vita va vissuta per la sua bellezza nelle piccole cose e nella continua ricerca del sapere. Non aspettate chissà quale giorno per agire, insegna Keating, se qualcosa potete farla fatela adesso, non esitate: cogliete l’attimo… “Carpe Diem”.

Gli studenti di Keating scoprono che quando il professore era uno studente dello stesso college faceva parte della Società dei Poeti Estinti, (Dead Poets Society), un circolo romantico di ragazzi che si riuniva la sera in una grotta per recitare poesie. Decidono di fare lo stesso, e Keating dà loro il vecchio libro che usava ai suoi tempi. Nella prima pagina c’era scritta una frase che dovranno ripetere all’inizio di ogni riunione: “…bisogna succhiare il midollo della vita, per non ritrovarsi alla fine senza aver fatto niente”. Proprio il “Carpe diem” diventa il motto della nuova rifondata Società dei Poeti Estinti alla quale partecipano sette studenti di Keating.

I ragazzi, via via liberandosi attraverso la creatività dal conformismo, si scontrano inevitabilmente con la durezza delle aspettative familiari e con le rigide regole della scuola. Dopo il suicidio di uno di loro, quello che per primo ha avuto l’idea di rifondare la “società dei poeti estinti”, il preside, già allarmato dal tipo di lezioni, decide di cacciare Keating. Ma prima che il professore esca definitivamente di scena, i ragazzi dimostrano di essere ancora con lui. Non abbandonano chi ha mostrato loro la possibilità di essere veramente liberi. La grandiosità emotiva del film sta proprio nel finale, quando i “poeti estinti” ringraziano Keating per le lezioni di vita e di poesia.

Nell’ultima scena, Keating, ritirando nell’aula i suoi libri – quelli dei poeti che ama e che ha insegnato ad amare – vede il piccolo gruppo dei sette fedelissimi (che hanno “dovuto” accusarlo, testimoniando) che, saliti in piedi sui banchi, recitano versi e lo guardano intensamente, salutandolo per sempre.

Il film termina proprio con Todd, lo studente timido, quasi disadattato, riuscito a sbloccarsi grazie al professore, seguito dagli altri, che insieme, in piedi sui banchi, acclamano il professore con gli ormai famosi versi del poeta Walt Whitman: “O capitano, mio capitano”.

Dalla sceneggiatura:

Fischiettando, il professor Keating entra in aula, si avvicina agli studenti, gira tra i banchi e si dirige verso il fondo dell’aula, guadagnando l’uscita, poi, sporgendo la testa dentro, invita gli studenti a seguirlo.

Keating: “Su, andiamo!”

Risatine ironiche da parte dei ragazzi.

Uno studente: “Dov’è andato?”

Un altro: “E chi lo sa!”

Molti: “Dai, andiamo, su forza!”

(Nell’atrio)

Keating: “O Capitano, mio capitano!”. Chi conosce questi versi? Non lo sapete? È una poesia di Walt Whitman, che parla di Abramo Lincoln. Ecco, in questa classe potete chiamarmi professor Keating o se siete un po’ più audaci, “O Capitano, mio Capitano”.

“Ora dissiperò alcune voci affinché non inquinino i fatti. Certo, anch’io ho frequentato la Welton e sopravvivo. Comunque, a quel tempo, non ero la mente eletta che avete di fronte. Ero l’equivalente intellettuale di un gracile corpicino.

Andavo sulla spiaggia e tutti mi tiravano i libri di Byron in piena faccia. Dunque, vediamo, Pitts, da qualcuno bisogna cominciare, dunque, chi di voi è Pitts? Molto bene, Pitts, vuole aprire il suo libro a pagina 503?”

Pitts: “O vergine cogli l’attimo che fugge?”

Keating: “Sì, proprio quella, è appropriata, no?”

Pitts: “Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà”.

Keating: “Grazie mille, Pitts. Cogli la rosa quando è il momento” in latino, invece, si dice “Carpe diem”. Chi lo sa che cosa significa?”

Maeks alza il dito e risponde: “Carpe diem, cioè cogli l’attimo”.

Keating: “Molto bene, signor…?”

Maeks: “Maeks”.

Keating: “Maeks, mi ricorderò il suo nome. Cogli l’attimo, cogli la rosa quando è il momento. Perché il poeta usa questi versi?”

Charlie: “Perché va di fretta!”

Keating: “No! Grazie per aver partecipato al nostro gioco. Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi! Ognuno di noi, un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà. Adesso, avvicinatevi tutti e guardate questi visi del passato – e indica le foto di classe del passato esposte insieme ai trofei e alle coppe nella vetreria dell’Accademia – Lì avete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati, non sono molto diversi da voi: stesso taglio di capelli, pieni di ormoni come voi, invincibili come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi cose, come molti di voi, i loro occhi, pieni di speranza, proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi, ora, sono concime per i fiori, ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi, sentite? “Carpe diem, carpe diem…” cogliete l’attimo, ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita”.

Carpe diem

 

Carpe diem è una locuzione tratta dai Carmina del poeta latino Orazio (Carm. 1, 11, 8). Viene di solito citata in questa forma breve, anche se sarebbe opportuno completarla con il seguito del verso: “quam minimum, credula postero” (“confidando il meno possibile nel domani”).

Il Carpe Diem di Orazio si fonda sulla considerazione che all’uomo non è dato di conoscere il futuro, né tanto meno di determinarlo. Solo sul presente l’uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi il suo agire, che, in ogni sua manifestazione, deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro.

“Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te

quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,

o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:

se molti inverni Giove ancor ti conceda

o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde

del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino

– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo

e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.”

Panta rei

 

Diceva Eraclito, o per lo meno gli è stato attribuito, più di duemila anni fa, che non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume. Dicevano i Greci, sempre più di duemila anni fa, che l’ “adunaton”, l’impossibile per eccellenza, è che ciò che è avvenuto possa non essere avvenuto. Ogni nostro istante non è mai uguale all’altro e noi non siamo mai gli stessi da un istante all’altro, da un tempo all’altro. In noi nasce e muore qualcosa in ogni momento della nostra esistenza ed in ogni momento noi non siamo più quello che eravamo un momento prima, il nostro corpo è cambiato, la nostra mente è cambiata, il nostro pensiero è un altro pensiero.

Panta rei, tradotto come “tutto scorre” è il tema del divenire in contrapposizione all’ “essere” di Parmenide.

O Capitano! Mio Capitano!

(In memoria del Presidente Lincoln)

di Walt Whitman

O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato,

la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato,

vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta,

occhi seguono l’invitto scafo, la nave arcigna e intrepida;

ma o cuore! Cuore! Cuore!

O gocce rosse di sangue,

là sul ponte dove giace il Capitano,

caduto, gelido, morto.

O Capitano! Mio Capitano! Risorgi, odi le campane;

risorgo – per te è issata la bandiera – per te squillano le trombe,

per te fiori e ghirlande ornate di nastri – per te le coste affollate,

te invoca la massa ondeggiante, a te volgono i volti ansiosi;

ecco Capitano! O amato padre!

Questo braccio sotto il tuo capo!

È solo un sogno che sul ponte

sei caduto, gelido, morto.

Non risponde il mio Capitano, le sue labbra sono pallide e immobili,

non sente il padre il mio braccio, non ha più energia né volontà,

la nave è all’àncora sana e salva, il suo viaggio concluso, finito,

la nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo, la meta è raggiunta;

esultate coste, suonate campane!

Mentre io con funebre passo

percorro il ponte dove giace il mio Capitano,

caduto, gelido, morto.

Recensioni scelte, casualmente, cogliendo attimi sul web

di Roberto Escobar 

“Cosa si usa dire, da noi, quando un film americano ci stupisce per la sua struttura classica, per la sua narratività serrata, per la sua recitazione intensa, e anche per l’immediatezza dei temi, per l’ “ingenuità” delle emozioni? Si usa dire “hollywoodiano”: con questo aggettivo tutto torna al suo posto, e noi ci tranquillizziamo. Hollywoodiano, appunto, sta per “ben girato, ma sempliciotto”, “coinvolgente, ma di maniera”.

“Favola hollywoodiana” è la definizione sprezzante-bonaria con cui di recente è stato liquidato “L’attimo fuggente”, che di certo è classico, serrato, intenso, immediato e ingenuo. Lo è soprattutto se messo a confronto con il nostro cinema, quasi sempre troppo sgrammaticato per essere classico, troppo afasico per essere serrato, troppo vuoto per essere intenso, troppo stentato per essere immediato, troppo maneggione per essere ingenuo.

E così, con “favola hollywoodiana”, a qualcuno non è parso vero di evitare il confronto, di tranquillizzarsi. O forse, più semplicemente, la nostra critica cinematografica è frequentata da allievi del Professore Emerito Prichard, quello ricordato nel film, l’inventore del grafico misura-poesia (o misura-cinema). Il fatto è che Peter Weir, ancora una volta e ora più che mai, predilige i grandi temi, quelli che un tempo si chiamavano “esistenziali”. E, per di più, ama farlo con generosità, anche e soprattutto con generosità espressiva, parlando un linguaggio da grandi platee, per quanto raffinato: un linguaggio classico, appunto, a tutto tondo, che non teme di cadere in quello che Pier Paolo Pasolini chiamava “fallo di ingenuità”. Verso l’inizio, il film usa addirittura una fra le più tradizionali figure retoriche, la metafora: uno stormo sconfinato di uccelli prende il volo nel cielo autunnale, riempiendo per intero lo schermo che, nell’inquadratura seguente, è subito colmo di un nugolo di studenti egualmente fitto.

Questi – ecco la metafora – sono quelli: individui annullati nel gruppo, persi nella sua anonimità collettiva. Un etologo forse userebbe l’espressione “schiera anonima” o “branco egoista”, intendendo una particolare forma di associazione, tipica degli animali gregari (e anche dell’uomo). Nella schiera anonima e nel branco egoista, dunque, l’individuo rinuncia a se stesso, alla propria fragile libertà, per lucrare della maggior forza del gruppo. E nel gruppo trova regole ferree, “tradizioni” finalizzate alla sua conservazione. La perdita di libertà è ampiamente compensata dalla difesa collettiva, dalla sicurezza offerta dalla possibilità di confondersi e omologarsi. Il tutto ha un prezzo, ma si tratta di un prezzo di cui la schiera anonima neppure s’accorge: il sacrificio degli individui che ne stanno ai margini. Uno stormo d’uccelli attaccato da un falco sopravvivrà quasi per intero, a parte uno o due trascurabili “marginali”.

Questo è il compito del collegio raccontato da Weir (un collegio che, più che Hollywood, ricorda il Free Cinema inglese degli anni 60): educare gli individui alla visione del mondo della schiera anonima, e alle sue virtù del gregge. La tradizione, l’obbedienza, l’onore e l’eccellenza soni i confini della sicurezza collettiva. Rispetto a essi nulla conta il sacrificio di libertà marginali. Così il gruppo funziona e si conserva, garantendo la sopravvivenza soddisfatta della gran maggioranza. Ma cosa succede quando la marginalità è consapevole di se stessa? Quando l’individuo si avverte come tale, e come tale vuol vivere, non solo sopravvivere? Succede che la passione si scontra con la tradizione, l’ironia con l’onore, la leggerezza con l’obbedienza, l’amore con l’eccellenza. E infatti passione, ironia, leggerezza e amore sono le novità sovversive portate nel collegio da John Keating. Piccole cose a fronte della solennità dei riti, della solidità delle architetture, della sicurezza delle norme, dell’imponenza della stupidità pomposa. Eppure cose esplosive, perché legate alla più esplosiva delle consapevolezze, la più necessariamente occultata dall’ideologia della schiera anonima: quella della morte individuale.

È un tema romantico, anzi decadente, questo della morte individuale: nel grafico misura-poesia del Professore Emerito Prichard, otterrebbe un punteggio irrisorio. Ma è anche l’unico capace di confutare alla radice l’ideologia soddisfatta della schiera anonima, di opporsi alla sua menzogna collettiva e possente. Non è la straordinarietà che soprattutto teme la schiera anonima. I suoi nemici non sono i geni e gli eroi, i poeti. Proprio perché straordinari, geni eroi e poeti non ne mettono in crisi le regole. I suoi nemici veri sono gli uomini ordinari che, nonostante la loro ordinarietà, pretendono autonomia. John Keating spinge i suoi studenti a essere uomini quotidiani e insieme individui liberi, leggeri: il peggio del peggio, per il gruppo egoista. Così la pensa Peter Weir. Ma niente paura: si tratta di una favola hollywoodiana.

(da “Il Sole 24 Ore”, 15 ottobre 1989)

 

di Luigi Paini

L’aria è irrespirabile alla Welton Academy, nel Vermont: la disciplina è rigidissima e le materie sono affrontate in modo arido e pedante. Siamo sul finire degli anni 50: inizia un nuovo anno scolastico, con la certezza che nulla cambierà. Le autorità accademiche non hanno però fatto i conti con il nuovo insegnante di letteratura inglese (Robin Williams): le sue parole e i suoi gesti (fa strappare le ammuffite pagine introduttive dell’antologia) dapprima sconcertano, poi conquistano gran parte degli allievi. Alcuni di loro, spinti dall’entusiasmo, si riuniscono in un gruppo che si autodefinisce “Dead Poets Society” (“La società dei poeti estinti”, che è anche il titolo originale di “L’attimo fuggente”): per luogo di ritrovo scelgono una grotta segreta, sorta di utero in cui germoglia una nuova generazione destinata a mettere in discussione i valori dei padri.

(da “Il Sole 24 Ore”, 15 ottobre 1989)

 

di Laura e Morando Morandini

John Keating, giovane insegnante di letteratura inglese, arriva nel 1959 alla Welton Academy, di cui era stato allievo, dove regnano Onore, Disciplina, Tradizione e ne sconvolge l’ordine imbalsamato insegnando ai ragazzi, attraverso la poesia, la forza creativa della libertà e dell’anticonformismo. Coraggioso nella scelta tematica, discutibile nella sua poco critica esaltazione dell’individualismo e con qualche forzatura retorica, è una macchina narrativa perfettamente oliata che non perde un colpo sino al finale che scalda il cuore, inumidisce gli occhi e strappa l’applauso. Di suo l’australiano P. Weir ci mette l’abituale misticismo e la sapiente guida nella recitazione dei ragazzi inesperti tra cui spicca R.S. Leonard sebbene solo E. Hawke abbia fatto carriera. Eccellente R. Williams. Oscar per la sceneggiatura di Tom Schulman. Inatteso campione d’incassi 1989-90.

(da “Telesette”)

 

di Walter Veltroni

L’Attimo fuggente sperava un Sessantotto che non c’è stato. I ragazzi che lo vedevano si commuovevano quando gli alunni del professor Robin Williams salgono sui banchi a declamare: “O, capitano, mio capitano”. Tutti ci siamo commossi ed emozionati, rispondendo, come d’altronde si deve fare, alla intelligente sollecitazione del regista. Abbiamo conosciuto quella emozione che fornisce il moto collettivo, sentimento diverso dalla vibrazione per una condizione individuale. Solo che fuori dal cinema i ragazzi che uscivano trovavano un muro di gomma, una società, quella della fine degli anni Ottanta, priva di spigoli, lucida e tesa come una palla da biliardo.

Il film è invece una astuta ricostruzione di un clima ferocemente autoritario in un college inglese degli anni Cinquanta. La rabbia e la contestazione salivano da due parti: dal professore, un po’ leader e un po’ poeta; dagli studenti, stanchi di subire le angherie dell’istituzione scuola o quelle della famiglia. Peter Weir è bravissimo a raccontare quel tempo della vita, lo aveva fatto magistralmente in “Gli anni spezzati” (Gallipoli). Qui costruisce un film compatto e teso, facile e onestamente schierato.

(da “Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film”, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994)

 

Un bouquet di recensioni: quindici ragazzi nell’età ideale per cambiare la propria vita dopo questo film

Laly – Cogliamo l’attimo

Come si fa a non rimanere affascinati da questo film? Più storie in una sola, una società conformista, dura e severa, senza libertà di pensiero neanche fra genitori e figli. Sogni segreti che rimangono ancora troppo severi per dei giovani ragazzi che in un college inglese molto prestigioso cercano di scoprirsi, cercano di scoprire cosa c’è dentro di loro con l’aiuto del professore…il loro “capitano”. La fine incredula e inevitabile sconvolge tutti…ma sarà valsa la pena? Carpe diem, cogli l’attimo! ABBIAMO SOLO UNA VITA… è giusto che SCEGLIAMO e se sbagliamo lo facciamo noi, con la nostra testa! Quello che il regista ci fa capire, è che noi abbiamo un cervello e siamo in grado di usarlo…e allora perchè ci facciamo scappare via la vita così?

Tom – Capolavoro

Come fare a non rimanere sbalorditi d’innanzi a un tale capolavoro? Un film che ti entra dentro e lì ci resta a lungo, forse anche per sempre con i suoi “oh capitano, mio capitano…” , “voglio succhiare il midollo della vita”, con una fotografia perfetta, una sceneggiatura magistrale, interpretazioni dal primo all’ultimo attore ispiratissime… capolavoro assoluto!!!

Emotiv – CARPE DIEM, CAPITANO MIO CAPITANO

Carpe diem!!! cogliete l’attimo e vedetelo!!!

CAPITANO MIO CAPITANOOOOOOOOOOOO… qst film è il più bel film che io abbia mai visto… le regole del conformismo bruciate dal grandissimo Robin Williams… poki film mi hanno colpito come questo… e mentre scrivo qst recensione sto ankora piangendo… lo so, forse nn c’è niente di commovente, ma quel “CAPITANO, MIO CAPITANO” dei ragazzi sui banki mentre il loro prof li saluta per sempre mi emoziona…tanto…CARPE DIEM, CAPITANO MIO CAPITANO.

 

Jake – Carpe diem

Se si potesse dare un giudizio da uno a dieci verrebbe da dire undici. personaggi credibili, colonna sonora emozionante (come pure la sceneggiatura) e un Robin Williams al massimo delle sue energie, capace di trasportarci in un mondo che a molti non piace, ma che tutti hanno apprezzato in questo film: la poesia. In realtà la poesia è dentro di noi, solamente che non tutti riescono a tirarla fuori e il professor Keating in questo è un guru ad insegnarlo ai suoi alunni. poi c’è il mes. principale del film: vivere! Non è un grido “vascorossiano”, ma un vero inno alla gioia di vivere spensieratamente e sperare ke il giorno dopo sia migliore di quello passato! Standing ovation.

Federico – Patetico

Film furbo per raccattare consensi anche tra i muli. Ruffiano e scontato. Lo si capisce fin dalla scena in cui il prof fa strappare la pagina col grafico per la comprensione della poesia. Andiamo, aprite gli occhi! Film fatto a posta col proposito di trovare tutti d’accordo. Con cattivi e improbabili precettori che neanche Pinocchio ha mai avuto. Didascalico, tedioso, insulso, calcolato. Se amate qs regista, guardate “Picnic a Hanging Rock”, un capolavoro, oppure “The Truman Show,” o ancora “Witness, il testimone”. Robin Williams è insopportabile nel compiacere il pubblico insegnando che la poesia non si misura ….col metro. Bravo! È giusto sostenere simili e difficili scelte in nome dell’etica! Mi vengono i brividi quando sento commenti del tipo “qs film mi ha fatto aprire gli occhi”.

Marco 91 – Non facciamoci comandare

Gran bel film, soprattutto per il messaggio. Siamo noi che dobbiamo decidere il nostro futuro, non gli altri. Bellissima la scena finale.

Seth89 – Keating, il mio professore preferito!

Se c’è un film da vedere, soprattutto per i giovani , questo è l’ATTIMO FUGGENTE. Una storia Fantastica con la “F” maiuscola. La scena finale è una delle più belle mai mostrate sul grande schermo. Un Peter Weir mostruoso, un Robin Williams geniale e tutta la Setta dei Poeti estinti meravigliosi. È uno dei pochi film che ti fanno riflettere veramente, soprattutto per la triste conclusione. Ne “L’attimo fuggente”, infatti, si parla di Amore, di Amicizia, del rapporto genitori-figli, della Scuola, della Poesia, ma soprattutto della Vita. La colonna sonora è la ciliegina sulla torta. Se vale la pena spendere dei soldi per comprare un dvd, il mio consiglio sarebbe questo film. Vana poi la speranza di “Mona Lisa smile” di imitare questo grande capolavoro e successo. Insomma, dopo aver visto questo film, non puoi far altro che pensare “Voglio succhiare il midollo della vita, per non capire in punto di morte, di non aver vissuto”, poiché quel John Keating (Robin Williams), non ha insegnato solo a quei ragazzi, ma ha insegnato a tutti coloro che lo hanno visto parlare. Quindi, professor Keating, “O Capitano, Mio Capitano”.

Annadt – Capolavoro

Adoro questo film, e lo adorerò per tutta la mia vita. È un film pieno di significato: carpe diem, cogli l’attimo, ma anche non seguire sempre il gruppo, fatti notare. Per fare un esempio con il film, non fare lezioni seguendo sempre ciò che c’è nei libri, ma pensa con la tua testa, ragiona e dì la tua. Quando vedo questo film, mi commuovo sempre alla fine, quando Neil muore, ma soprattutto vedendo il dolore di Todd: Neil era l’unico che gli è stato accanto, facendolo partecipare alle attività della “setta dei poeti estinti”. Poi, il momento in cui salgono sui banchi rimarrà sempre dentro di me: hanno dimostrato di aver capito gli insegnamenti del prof Keating! rispondetemi pure, accetto anche critiche!! Ciao!!!!!!

Butterfly – L’attimo fuggente

Mi ha donato il coraggio di amare.

Hadaly – Capitano mio capitano

Vermont, autunno 1959. Nella severissima accademia maschile Welton arriva un nuovo docente di lettere: John Keating. Ex studente della stessa scuola, l’insegnate sembra tuttavia non condividerne lo stile severo e tradizionale. Inizia per gli studenti un percorso di crescita che, attraverso la poesie di W. Withman (ma non solo), porterà i ragazzi a percepire per la prima volta il bisbiglio che scandisce la vita di ogni individuo, quel carpe diem che, dai tempi di Orazio, insegna a cogliere in tempo quanto la vita ha da offrire. Il tragico gesto di uno degli studenti di Keating viene attribuito alle metodologie dell’insegnante, che viene invitato a lasciare la scuola. Ma non tutti i ragazzi riescono a dimenticarsi di essere liberi. E quel “capitano, mio capitano” rimane indelebile vittoria morale sull’ipocrisia dell’ambiente, sull’assurdo oscurantismo della sensibilità.

 

Leonardo – L’attimo fuggente

Il film racconta di Welton, un severo collegio maschile nel quale 7 ragazzi vivono una spesima stagione che cambierà la loro vita. Ognuno di loro ha delle ambizioni per il futuro e una soffocante famiglia alle spalle, ma un giorno entra nella loro vita un professore, John Keating, che insegnerà a ciascuno di loro cosa vuol dire scrivere una poesia e cos’è una poesia, ma soprattutto insegna loro a vivere al di fuori degli schemi, a rischiare per poterne essere fieri. Tra pittoresche lezioni in cortile e i versi di famosi poeti questo gruppo di 17enni fonda la “società dei poeti estinti” e di notte lasciano spesso e volentieri l’accademia per riunirsi in una grotta per meglio recitare versi di poesie proprie ed altrui. Il signor Anderson, uno del gruppo, imparerà a rivelarsi davanti agli altri e si scoprirà poeta e scrittore con tanto da raccontare. Tra storie d’amore e poesie i ragazzi imparano molto più di una semplice pagina di un libro, ma i loro comportamenti hanno una tragica conseguenza; Neil, aspirante attore contrastato dalla famiglia, si toglie la vita nella casa paterna, dopo una recita scolastica che lo ha visto protagonista, avendo appreso che i suoi lo toglieranno da Welton a causa della sua ribellione.

Il preside Nolan comincia così un’accurata indagine dalla quale viene allo scoperto la setta dei poeti estinti e i suoi componenti; i ragazzi vengono minacciati di espulsione e obbligati a denunciare il professor Keating, ritenuto il vero responsabile della tragedia e costretto quindi a lasciare la sua cattedra, quando egli, va a ritirare i suoi libri in quella che è ormai divenuta la sua ex classe vede il gruppo di fedelissimi ragazzi salire sui banchi e chiamandolo capitano lo salutano per sempre.

Fabian T. -Perfetto, unico, imprescindibile capolavoro

Per capire quanto sia riduttivo denominare “film” un simile capolavoro è necessaria una sola cosa: vederlo! Anzi, meglio, viverlo. È un’opera che attraversa le normali cognizioni sensoriali per arrivare dritto al cuore, all’anima, all’essenza di ciascuno di noi. Perfetto, sobrio, vero, modesto, affascinante, emozionante, semplice e sublime, è un “must” della cinematografia mondiale che eleva lo spirito con eleganza e drammaticità. E non si lascia più dimenticare.

Roby87 – Ne ho visti tanti. E dico:

Per me un film deve semplicemente farti provare emozioni. Che siano rabbia, frustrazione, gioia, tristezza, commozione…e deve fare riflettere. E, aggiungo, anche sognare se possibile. Magari, come ho letto in qualche commento, non sarà il massimo dell’originalità il messaggio di Weir, probabilmente banale e retorico, dato che quasi tutti ci facciamo sostenitori di quanto viene affermato da John Keating/Robin Williams. Ma non è ciò che conta. Ciò che conta è che scatena, appunto (e mi chiedo come non sia potuto accadere anche ai più critici), quel qualcosa dentro di noi che ci fa dire “Peccato che ciò non possa accadere nella realtà! Peccato che un simile conformismo non si possa debellare anche nel grigiore quotidiano”.

Morale retorica dite, banale? finale scontato? forse. Ma come si può resistere al fascino e all’attrazione a cui diverse volte, una su tutte nell’ultima sequenza, siamo molto volentieri piegati? Come si può non commuoversi di fronte all’utopia, perché così è, specie ai giorni nostri, proposta da un Williams ben calato nella parte, e ribadita da questo gagliardo gruppo di giovani in cui è difficile non rispecchiarsi? A me resterà nel cuore, e non esagero. Piccolo cenno a parte, ma di fondamentale importanza per farci apprezzare il film: la colonna sonora, sulle cui note sembra ascoltare l’eco di libertà che i protagonisti seguono disperatamente e, tirando alla fine il bilancio della vicenda, possiamo dire anche con successo.

Elena – Carpe diem: il potere di realizzare i propri sogni

Anni ’50, Stati Uniti. In un severissimo collegio maschile è chiamato un nuovo docente: John Keating. Questo professore inizia a sovvertire l’ordine di insegnamento tradizionale (nella sua prima lezione farà strappare delle pagine di un libro ritenute superflue), suscitando l’ovvio stupore degli studenti, fin troppo abituati ad un ambiente asfittico, e agli scetticismi degli insigni professori dell’accademia. Ma soprattutto Keating si fa portatore del celebre messaggio oraziano sintetizzato nella formula “carpe diem” ovvero saper cogliere l’attimo delle cose, non farci sfuggire niente nel continuo fluire delle contingenze. Insegna ai propri allievi anche tramite i versi di famose poesie a coltivare l’anticonformismo, a combattere l’ipocrisia e ad assecondare i propri sogni. È come se i suoi “discepoli” fossero dei piccoli uccelli che devono abbandonare il proprio nido per imparare a volare da soli.

Prendendo spunto da un iter pedagogico del tutto originale i ragazzi arrivano a fondare la cosiddetta “Setta dei poeti estinti” la cui sede sarà in una grotta del bosco, limitrofo all’accademia. Qui i ragazzi si riuniranno segretamente di notte a recitare versi e a scambiarsi visioni sulla vita; la setta rappresenta per loro l’ultimo baluardo di salvezza da un mondo adulto ostile e farà emergere un tenace attaccamento a quello spirito puro e infantile che la rigida disciplina dell’accademia sembra soffocare. Ma alle volte cavalcare l’onda dei propri sogni può portare a conseguenze drammatiche. Il Professor Keating incentiva un allievo a coltivare la sua passione per la recitazione teatrale contro il volere del padre. Lo studente finirà suicida solo per aver inseguito un sogno tanto osteggiato da un genitore che forse ha proiettato sul figlio tutti i suoi personali fallimenti di persona e di padre. Paradossalmente la colpa del tragico accaduto ricade sul professor Keating ritenuto responsabile di un metodo di insegnamento non ortodosso. Un documento firmato dagli studenti su pressione del preside ne decreterà l’immediata espulsione.

La fine emblematica con gli studenti che salgono sui banchi al coro di “Capitano o mio capitano” sancisce il riscatto del docente per il torto subito e soprattutto la certezza che i suoi insegnamenti permarranno eternamente nel cuore dei suoi ragazzi. È una pellicola che fa riflettere e commuovere proprio perché pone l’accento su certi meccanismi perversi che albergano in certi istituti scolastici che spesso portano a dicotomie profonde tra allievi e maestri. Il docente non è solo un impartitore di nozioni, ma è anzitutto un maestro di vita, colui che inizia a tracciare la strada per il futuro. La società è fin troppo spesso accecata e rintraccia capri espiatori inutili diventando matrice di disvalori.

Al di là di tutto bisogna mantenere in noi quella fonte di umanità che ci permette ancora di saper sognare. La ricchezza risiede nel pozzo della nostra anima da cui possiamo attingere risorse in ogni singolo istante della nostra vita. La pellicola è una condanna radicale all’ipocrisia dei benpensanti e di un ambiente che tarpa le ali ai propri figli. In sostanza una critica alla società tout court costretta a rimettere in discussione tutti i suoi modelli educativi.

Berny_lady16 – Ciò che ne vale la pena di capire

Il senso delle parole in sé, le poesie e la dedizione di cosa significhi vivere e sognare, fino a che il cuore non cessi di vivere, anche se ciò superi ogni limite da ogni aspettativa è importante! ciò porta a capire quanto è davvero importante seguire il proprio cuore fino a succhiarne il midollo, è lì che sta al centro delle parole, in quel film…cogliere l’attimo in sé senza esitazione…così è il giro del mondo e della nostra vita che continua!

(recensioni dal forum di mymovies.it)

Frasi memorabili

 

L’AFI, l’American Film Institute ha redatto la classifica delle frasi più famose del cinema hollywoodiano. In testa “Francamente, mia cara, me ne infischio”, pronunciata da Clark Gable/Rhett Butler in “Via col vento”.

Tra gli esclusi eccellenti dalla top ten:

“Mi piace l’odore del napalm la mattina” (da “Apocalypse now”, undicesimo posto);

“Amore significa non dover mai dire mi dispiace” (da “Love story”, dodicesima);

“E.T. telefono casa'”(da “E.T.”, tredicesima);

“Louis, penso che questo sia l’inizio di una meravigliosa amicizia” e “Suonala ancora, Sam” (da “Casablanca”, rispettivamente ventesima e ventottesima);

“Bond. James Bond” (da tutti i film di “007”, ventiduesima);

“Dopotutto, domani è un altro giorno” (ancora “Via col vento”, trentunesima);

“La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita”(da “Forrest Gump”, quarantesima):

“Houston, abbiamo un problema” (da “Apollo 13”, cinquantesima),

“Elementare, Watson” (da molti film su “Sherlock Holmes”, sessantacinquesima),

“Carpe diem” (da “L’attimo fuggente”, novantacinquesima).

La classifica dei primi dieci:

1. “Francamente, mia cara, me ne infischio” (“Via col vento”)

2. “Sto per fargli un’offerta che non potrà rifiutare” (“Il padrino”)

3. “Tu non capisci! Avrei potuto essere rispettato, avrei potuto essere un lottatore. Avrei potuto essere qualcuno invece di essere un buono a nulla che è quello che sono!” (“Fronte del porto”)

4. “Toto, credo che non siamo più in Kansas” (“Il mago di Oz”)

5. “Buona fortuna, bambina” (“Casablanca”)

6. “Coraggio, fatti ammazzare” (“Coraggio, fatti ammazzare”)

7. “Eccomi, De Mille, sono pronta per il primo piano” (“Il viale del tramonto”)

8. “Che la forza sia con te” (“Guerre stellari”)

9. “Allacciate le cinture, stasera si balla!” (“Eva contro Eva”)
10. “Stai parlando con me?” (“Taxi driver”).

* Dice di sé: 
Anna Bogo.
Il forcipe mi ha morso dentro mia madre
la testa svitata per sempre.

PROSPETTIVE. Rachele Zinzocchi - Gesù di Nazaret, mito necessario

Un nuovo linguaggio per scommettere su Dio oggi: tra Gesù storico, Cristo della fede, e un Nuovo Testamento che non pare più credibile

Rachele Zinzocchi *

 

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra.

E in Gesù Cristo, suo unico Figlio e nostro Signore.

Ecco le due frasi che scandiscono l’atto di fede del credente. Aprono il Credo, un pronunciamento del proprio esser cristiani che il fedele ribadisce, o dovrebbe ribadire, sempre: quando va a Messa, nella comunità dei fedeli, intimamente, quando da solo prega Dio, o nella vita quotidiana, mentre lavora, cammina per strada, ma sa e ripete in sé di esser cristiano.

In quelle stesse due frasi, invece, non crede colui che si proclama ateo, agnostico, privo della fede. Il punto è lo stesso. Non credere in Dio, come il fedele invece fa. Non credere in Gesù Cristo nostro Signore: come il credente fa.

Tutto semplice, lineare, si direbbe: come se a entrambe le parti fosse perfettamente chiaro di chi, o cosa, stanno parlando. Ma il credente sa che cosa intende parlando di Dio, di Gesù Cristo? E l’ateo sa chi è questo Dio che rifiuta, questo Gesù Cristo salvatore che per lui, evidentemente, non salva?

Certo, si dirà: è un po’ difficile definire Dio, per credenti e non. La divinità contro l’umanità: un bel problema. Concentriamoci allora su Gesù Cristo. Almeno lui dovrebbe esserci più vicino: la divinità fattasi uomo, la Parola di Dio venuta alla luce sulla terra un giorno, tanto tempo fa – esattamente come noi, o quasi. Sapremo chi è Gesù Cristo: almeno per noi, nella nostra coscienza.

Lo sappiamo?

Si accettano scommesse. “Gesù Cristo”: che significano queste due paroline messe insieme così, che ripetiamo automaticamente? In questi due termini c’è tutto. Ma questo tutto ci appartiene, pur nei limiti della nostra mente umana? O siamo solo abituati a darlo per scontato?

Le parole sono tutt’uno con le nostre scelte di vita. Cerchiamo di capirci, allora.

Gesù: parlando di lui, in genere, ci si riferisce alla figura descritta nei Vangeli come il Figlio di Dio, mandato in terra per comunicare il messaggio di salvezza, la resurrezione dopo la morte per fede e grazia. Quella figura di cui Giovanni scrive:

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi [1].

Il Verbo, la Parola di Dio, cioè il suo annuncio di salvezza, si sarebbero fatte corpo, carne e sangue, uomo tra gli uomini: per parlare attraverso quel corpo e far capire a tutti che la morte si sarebbe potuta vincere, nella fede. Attenzione, dunque: Dio sarebbe divenuto, né più né meno, uomo tra gli uomini. Come tradizione cattolica vuole, Gesù è figura assolutamente umana: persona storicamente esistita, con una sua nascita, una vita, una morte a 33 anni, e innumerevoli vicende. Tanto umano, questo Gesù, che i Vangeli ne descrivono nel dettaglio già la venuta al mondo, come fatto preciso:

Giuseppe […] prese con sé la sua sposa, la quale […] partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode [2].

Tutta la vita di Gesù è raccontata nei particolari: il suo battesimo, le sue tentazioni, l’inizio della sua predicazione. Ancora: i suoi miracoli. Fino alla sua morte: seguita, però, da una resurrezione dopo tre giorni.

L’Angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto […]. Andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea: là lo vedrete [3].

Se le cose stanno così, l’uomo Gesù non è comunque esattamente come gli altri uomini. Sarebbe nato da una vergine, Maria; la sua vita sarebbe stata costellata di miracoli. E alla sua morte sarebbe seguita una rinascita: la sconfitta della fine suprema, che si fa annuncio per gli altri della stessa possibilità di riscatto.

Perciò Gesù non può più essere chiamato solo Gesù. La sua dimensione umana deve richiamare al contempo quella divina. Così, per fare riferimento a lui, al termine Gesù si aggiunge presto quello di “Cristo”. Dal greco “Christòs”: l“unto”, il benedetto dall’olio che salva. Il salvo, che con il suo esser messaggio vivente di salvezza, porta salvezza al mondo.

D’un tratto ci ritroviamo dinanzi a “Gesù Cristo”: le due parole da cui siamo partiti. La situazione è più chiara ora? Gesù Cristo ci è più comprensibile, più vicina la sua figura?

Ne dubitiamo. Forse queste indicazioni hanno alleggerito il campo: ma troppo facile sarebbe il gioco, se la questione della fede fosse già risolta.

Abbiamo a che fare con un Gesù Cristo nato (non si sa come) per immacolata concezione, vissuto un paio di millenni fa, la cui storia ci sarebbe più o meno esattamente tramandata dal Nuovo Testamento, e che un giorno, storicamente collocabile, sarebbe morto in croce. Per poi risorgere, però, neanche 72 ore dopo: manifestandosi quale Parola del Dio che sta in Cielo e non si può vedere, e comunicando per tutti la sconfitta – realizzata però da lui solo – di ciò che è invincibile per ogni uomo.

È credibile?

Per certi aspetti, qui c’è in gioco la scommessa della fede:

Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete tutto, se perdete non perdete nulla. Scommettete, dunque, che Dio esiste, senza esitare [4].

In questione c’è il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti”: una fede che non si basa su razionalismi, ma sul superamento del dubbio nell’abbandono a una devozione. Che non chiede più di tanto, nonostante tutto.

È il cuore che sente Dio, e non la ragione. Ed ecco che cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, e non alla ragione [5].

Non a caso si parla di “mistero della fede”. Ma quanti, oggi, sono disposti a un abbandono consapevole verso ciò che è mistero? Se da un lato gli irrazionalismi dilagano, dall’altro il nostro scientismo non può non renderci difficile un atto del genere. Specie perché la fede cristiana non vuole essere irrazionale: semmai, arazionale. Capace di arrivare a un punto di chiarificazione dell’oggetto della fede: per poi fermarsi, rimettendosi al dono di ciò che è destinato a restare per sempre, in qualche misura, inesplicabile.

Una comprensione però deve esserci. Torniamo allora a chiederci: quanti di noi possono capire e credere, credere e capire, quell’immagine sopra descritta di Gesù Cristo?

Occorre andare più a fondo dei ricordi evanescenti di un adolescenziale catechismo, metter più a fuoco una foto sbiadita della cosiddetta dottrina. Bisogna riflettere sul punctum dolens, specie per l’uomo del XXI secolo: questo Dio fattosi uomo, Gesù di Nazaret, quest’uomo che è però anche Dio. Un Gesù nominato Cristo che nascerebbe da una vergine, verrebbe crocifisso e poi rinascerebbe, farebbe miracoli per cui noi oggi pagheremmo – glieli chiediamo ancora ma, quasi sempre, nulla da fare.

Questo Gesù, che in certo modo non ci quadra, è detto anche in teologia “Gesù storico”: il Gesù di Nazaret, la  persona storicamente esistita, descrittaci nelle sue vicende dai Vangeli. Per tentare di capire, dobbiamo ripartire dalla sua figura, nel rapporto col suo essere Cristo, divino salvatore, il “Cristo della fede”, cui mi rivolgo nelle mie preghiere. Soprattutto perché, secondo la dottrina cattolica, proprio il Gesù storico costituirebbe il fondamento del Cristo della fede: l’esistenza storica di un uomo chiamato Gesù sarebbe il principio da cui partire per accedere alla portata salvifica di quel Dio fattosi carne. A quell’uomo la Chiesa cattolica mi rimanda, se voglio dirmi cristiano. E se oso porre in discussione qualcosa del Gesù storico e delle sue incredibili vicende, addio a tutta la fede, per la Chiesa.

Ma credere alla presunta vita di un presunto Gesù, non è facile come credere all’esistenza di Giulio Cesare o Napoleone. Perciò bisogna riflettere su di lui. Come credere, comprendendolo e accettandolo, che il mio Dio sia un giorno nato sulla terra come un uomo – ma non proprio come nascono gli uomini? Sia morto – ma non come muoiono gli uomini che ho davanti, finendo in cenere?

Forse è solo un problema di linguaggio. Forse quel Verbo, quella Parola di Dio che annuncia salvezza chiede soltanto, oggi, di essere compresa in maniera diversa da come, per oltre duemila anni, ci è stata presentata: di provare a pensare e interpretare quanto il Nuovo Testamento ci ha detto sulla vita di Gesù in modo nuovo, ma non incoerente. Si potrebbe entrare così, forse, in un circuito capace di rendere la fede più accettabile anche agli scettici. Pur non arrivando mai alla chiarezza definitiva.

Da sempre il Gesù storico è stato al centro di roventi polemiche: da quando (presumibilmente) è esistito. C’è un problema preliminare: l’attendibilità delle fonti. Vale in generale, per ogni personaggio di cui si voglia ricostruire la vita: figuriamoci per Gesù Cristo. Le nostre fonti, in questo caso, sono i Vangeli, il Nuovo Testamento. Così decise Santa Madre Chiesa. Ci sarebbe, a dire il vero, molto altro materiale: attestante situazioni ben diverse riguardo la vita di Gesù. Recenti fenomeni in stile “Codice da Vinci” (o, prima, “Il pendolo di Foucault”, di Umberto Eco) hanno reso nuovamente attuali secoli di dibattiti mai cessati, tra storie di Templari, Santo Graal e, ad esempio, un Gesù molto, troppo vicino a Maria Maddalena. Racconti diversi, di altri evangelisti: che la Chiesa ha rifiutato, stigmatizzandoli come falsi, “vangeli apocrifi”. Ha potuto farlo sulla base dell’infallibile ispirazione dello Spirito Santo (o con la scusa di quell’ispirazione, direbbe chi non crede). Di fatto, le fonti per noi devono essere quelle “politicamente corrette”: non altre. Una bella batosta per il libero pensiero.

Eppure, proprio la fede cattolica ha una parola d’ordine, inequivocabile: libero arbitrio. Alla coscienza di ognuno la scelta. Tanto il problema resta. Non ci sarà più facile credere a un Gesù che ha ceduto a una tentazione di troppo, piuttosto che ad uno totalmente integerrimo. A roderci resterà sempre l’immagine di quella croce: chiodi infissi nella carne di un uomo, sangue versato fino a spirare. E poi, un sepolcro vuoto: perché il morto si è rialzato.

Specie dal secolo scorso teologi (cattolici e protestanti), filosofi, hanno tentato di avvicinarsi al Gesù storico, interpretando in modo nuovo il racconto evangelico della sua vita. Iniziò Karl Barth, nel primo Novecento: proseguì Rudolf Bultmann. Che aveva un amico sulla sponda filosofica: Martin Heidegger, colui che nei primi tre quarti del XX secolo diede il contributo più notevole – tuttora insuperato – alla teorizzazione del pensiero umano, muovendo anche dalla riflessione teologica.

Quel gruppo fece esplodere il problema della storia e della vita di Gesù, della sua valenza per la fede. La domanda poteva suonare così: “Per credere in Cristo Salvatore, è necessario credere che un uomo chiamato Gesù abbia davvero, storicamente, realizzato tutte le opere che di lui narrano i Vangeli?”. Con l’ulteriore passaggio: “Quegli episodi, a prescindere dalla loro storicità, non rappresenteranno piuttosto un simbolo, una metafora con cui una comunità miracolosamente toccata dalla fede ha potuto comunicare un messaggio di salvezza?”.

Aspettiamo a rivelare che risposta diedero loro. Si ricordi intanto che il dibattito suscitò un polverone nella Chiesa: divisa da secoli, ma ora minata ancor più nella sua presunta unità poiché, a porsi certi interrogativi, erano i cattolici stessi. Tanto attuale era ed è, oggi, la questione, che proprio a quelle discussioni si riferisce Papa Benedetto XVI, quando nel suo libro “Gesù di Nazaret” scrive:

Dagli anni ’50, i progressi della ricerca storico-critica condussero a distinzioni sempre più sottili tra i diversi strati della tradizione […]. Si è andati dal rivoluzionario antiromano al mite moralista. Sono molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di una icona fattasi sbiadita.

Continua Ratzinger:

Io ho fiducia nei Vangeli. Sono convinto che la figura di Gesù che ne emerge è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni. […] I peggiori libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori della fede, sono stati intessuti con presunti risultati delle esegesi.

Ogni discussione è liquidata da Ratzinger come seguita da risultati solo presunti: idee non credibili, prive di fondamento, contro cui il Pontefice riafferma la completa validità della figura di Gesù riportata dai Vangeli, quanto ad attendibilità storica e al suo essere fondamento per la fede. Il Papa ricostruisce puntualmente la vita di Gesù a partire dal racconto biblico: questo per lui è “il Gesù reale, il Gesù storico in senso vero e proprio”, consegnato ai lettori perché si riavvicinino a lui. Costui è non solo il vero e unico Gesù, ma soprattutto quel Cristo Figlio di Dio che può comprendersi solo a partire dalla straordinarietà della vita storica di Gesù di Nazaret. Quei fatti, proprio perché incredibili, sono qui la base, quasi la prova dell’esistenza di Dio: del fatto che Gesù sia Gesù Cristo. La fede si fonderebbe “sulla storia che è accaduta sulla superficie di questa terra”. Altrimenti “la fede cristiana viene eliminata e trasformata in un’altra religione”.

Il volume è uscito ad aprile: ma è “frutto di un lungo cammino interiore”, iniziato nell’estate 2003. Per dedicarsi a un lavoro così, Ratzinger deve aver ritenuto urgente affrontare ciò che ancora, evidentemente, è irrisolto e problematico. E che tale resta, a nostro avviso, dopo il suo libro. Benedetto XVI fa sembrare tutto semplice: per lui “proprio questo Gesù, quello dei Vangeli”, sarebbe “una figura storicamente sensata e convincente”, e il pensiero che in un tempo preciso qualcuno sia morto in croce e resuscitato dovrebbe costituire la rassicurante prova dell’autenticità della fede.

Riusciamo ad accettare tutto ciò come un dato quasi scientificamente provato, imprescindibile?

La domanda resta.

Torniamo a Bultmann, sopra evocato. Nel 1941 scrisse “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”. Cosa pensava del Gesù storico e della narrazione dei Vangeli?

La raffigurazione neotestamentaria dell’universo è mitica.

La rappresentazione dell’evento della salvezza […] è espressa in un linguaggio mitico.

Quello neotestamentario è tutto un discorso mitologico… La contemporanea mitologia dell’apocalittica giudaica e del mito gnostico della redenzione. Ora, in quanto discorso mitologico, non è credibile dagli uomini di oggi, giacché per costoro la figura mitica del mondo è dissolta [6].

Bultmann parrebbe rispondere alla nostra domanda. Chi vive nel mondo attuale presenta alla fede una nuova scommessa: rendere credibile, ad esempio, un Gesù che sarebbe nato da una vergine. Mistero tanto più grande oggi che la scienza ha da tempo squarciato ogni velo su concepimento e parto. Ma quella immagine, e tante altre della vita di Gesù, possono intendersi diversamente: non come verità più o meno scientifiche, ma come “mito”.

Che significa? Dal greco “mythos”: un racconto, una storia, contrapposta al “lògos”, al razionalismo del discorso scientifico, dai tempi di Platone. Una favola anche, ma non perciò falsa: piuttosto una narrazione, in cui il mondo di allora fissava concetti non semplici per renderli attingibili a tutti. Nella cristallina oggettività di quel discorso, si celava il messaggio più profondo, poco esprimibile in sé, ma che così si comunicava indirettamente. Un esempio grossolano: si voleva narrare il concetto dell’amore di sé, con i rischi che comporta? Ecco il mito di Narciso. Poco importa se Narciso sia realmente esistito: conta il messaggio tramandato con la sua figura.

Ben altro è in gioco con il “mito” di Gesù di Nazaret: ma potremmo avvicinarci nello stesso modo alla narrazione della sua vita. Quella che oggi chiamiamo la prima comunità evangelica (un gruppo di persone vissute millenni fa) avrebbe inteso trasmettere un messaggio al mondo: e lo avrebbe scritto nel Nuovo Testamento, traducendolo nelle figure espressive adeguate per quel tempo. Forme narrative fatte di immagini chiare, affermazioni oggettivanti e (apparentemente) esaustive: le sole abili ad entrare nella testa di uomini che, per il loro modo di pensare e una cultura non così diffusa, necessitavano di rappresentazioni definite, da toccare con mano. Quella prima comunità sarebbe stata raggiunta da un annuncio – miracolosamente e misteriosamente, sì, per grazia divina: presupposto da accettare o no, in libertà di scelta. Il messaggio di un Dio che, per fede, poteva liberare tutti gli uomini dal male, compreso quello supremo e in apparenza insuperabile: la morte. Quegli uomini, per la comunicazione comune, avrebbero tradotto tale difficile messaggio (il “kèrygma”) nella figura di un uomo crocifisso e poi risorto, asceso al cielo. Immagine semplice e serena per le persone di allora, un pane che potevano mangiare. Non più masticabile, invece, per noi oggi: e da ritradursi dunque alla luce del significato originario cui rinvia, il messaggio di salvezza.

Che resta allora della vita di Gesù? Per Ratzinger è il fondamento della fede: noi qui abbiamo osato quasi definirla favola. Ma sarebbe forse meno importante, come “favola”?

Se l’annuncio del Nuovo Testamento deve conservare una sua validità, non si dà altra via che quella di demitizzarlo [7].

Bultmann parla di demitizzazione: che intende? De-mitizzare implica un tagliare, rimuovere da noi le immagini mitiche della vita di Gesù. Perché, scrive, “che senso possono avere oggi professioni di fede come queste: disceso agli inferi asceso al cielo, se chi le emette non condivide la mitica visione d’un mondo articolato in tre piani”? A una prima lettura, parrebbe che per Bultmann quelle immagini non abbiano valore: e vadano superate, conservandone solo il significato cui la comunità cristiana voleva che rinviassero, l’annuncio di salvezza tout court.

Tanti hanno interpretato così la demitizzazione: quasi che Bultmann avesse esortato a disinteressarci del Nuovo Testamento. C’è chi ha scritto che, per lui, “ciò che rimane valido nell’annuncio cristiano sono la riflessione e l’analisi dell’esistenza, l’angoscia dell’uomo per il futuro, la miseria del presente”. Un po’ poco per l’identità della fede.

Siamo certi che Bultmann intendesse questo?

No, a nostro avviso. Ma in questione non v’è qui una ricostruzione filologica del suo pensiero: bensì una riflessione che, muovendo da certi concetti, vada anche oltre. Perciò la bultmanniana demitizzazione è per noi, più esattamente, da ribattezzare e intendere come “transmitizzazione”. Sostituire “de-” con “trans-“, indicante un passaggio, un tramite imprescindibile e costante, è la chiave per approdare a un Gesù storico più accettabile, e anche per scoprire, da qui, una nuova visione del pensiero e dell’uomo.

Il Nuovo Testamento […] non proclama in senso primario Gesù come il maestro che abbia detto qualcosa di veramente essenziale e decisivo […]. Annuncia proprio la sua persona come l’evento decisivo. Di essa parla mitologicamente: ma possiamo perciò eliminare quel che nell’annuncio la riguarda, come se fosse pura e semplice mitologia? [8]

Le immagini evangeliche della vita di Gesù sono state riconosciute come favole simboliche: necessarie duemila anni fa, difficilmente accettabili per noi. Ma ancora oggi necessarie.

Se infatti fossimo colti dalla luciferina tentazione di recidere ogni contatto con Gesù di Nazaret, se rigettassimo il nostro simbolo come immagine inattuale e assurda, commetteremmo lo stesso errore di chi contestiamo: di chi intende basare la fede sui presunti fatti storici di Gesù, cioè su definizioni oggettive. Ci troveremmo a fare i conti “solo” con l’annuncio salvifico di fede: un messaggio astratto, che dovremmo pur con qualche parola esprimere. E tenteremmo di racchiuderlo in un’altra definizione, una nuova immagine: magari più moderna, ma con la stessa pretesa di assolutezza, di dire tutto, finalmente e correttamente, sulla fede. Esprimeremmo il messaggio di salvezza dalla morte e da ogni male, non con l’immagine di un uomo che muore e poi risorge: ma con altre parole ugualmente oggettivanti, che dipingerebbero ancora un Dio “umano troppo umano”. Doppio errore, perché stavolta, invece, ci riterremmo liberi da ogni inesattezza.

Ora, l’errore è ineliminabile: la finitezza è il senso più profondo che possiamo attingere di noi stessi. Tutto sta nell’avere consapevolezza della nostra fallibilità. Questa è la chiave.

Così, i possibili errori insiti nell’immagine narrata di Gesù – e in tutte quelle che potremmo dipingere oggi della fede – sono un destino per l’uomo. Col limite dobbiamo fare i conti. Ma il limite delle nostre immagini, vecchie e nuove, si riscatta vedendolo come simbolo, metafora. Gesù di Nazaret è “metafora”: per definizione imprescindibile. Dall’incredibile immagine della croce e del sangue versato – di un sepolcro vuoto e un uomo risorto, a prescindere dalla sua attendibilità e fondatezza storica – da lì dobbiamo partire, per comprendere il messaggio cristologico della fede: “Dio vi libererà alla fine da tutto ciò che è male, anche se dal male dovrete passare”. Un versetto che suona più attuale: ma certo, non definitivo. Anch’esso, come il Gesù storico, è solo un simbolo, rinviante a qualcosa mai del tutto esplicabile. Altri, in futuro, riterranno questa frase nuovamente improponibile. Ma da qui ripartiranno, in una ulteriore analisi di queste espressioni e delle immagini di Gesù, per approfondire il messaggio di fede. In un circolo infinito, virtuoso e non vizioso, ove la sola certezza è la nostra finitezza, e la necessità di esprimerci per immagini limitate, benché diverse a seconda dei secoli.

Non solo la croce, mito cristiano per eccellenza, ma tutti i fatti della vita di Gesù possono essere guardati ora in questa nuova ottica. Gesù nasce da una vergine? Sappiamo come funziona il parto. Ma forse chi ha descritto quell’immagine voleva esprimere la straordinarietà di una nascita che, se fosse stata narrata normalmente, non avrebbe fatto capire l’eccezionalità della persona che veniva alla luce. Oggi non si tratterebbe di credere alla verità storica di quella immacolata concezione: bensì, sospendendo il giudizio su ciò, di capire il significato che quella figura voleva esprimere, scegliendo se accettarlo o meno.

Gesù di Nazaret si affaccia così più sommessamente alla nostra porta, e sembra dirci: “Non sapete se io sono vissuto, se ho fatto ciò che di me è stato detto. Non potrete mai provarlo. Ora siete consapevoli di questa inconsapevolezza. Ma sapete che io sono la cifra, il segno di un messaggio ulteriore a cui rimando tramite la mia immagine, oggi più debole, ma imprescindibile”.

A questo Gesù possiamo credere, se vogliamo. Ciò è rimesso alla libertà di ognuno. Ma la fede è comunque un dono – neppure Ratzinger potrebbe negarlo. La fede che ciascuno può vivere nel proprio cuore è il residuo inoggettivabile che resta sempre, nonostante gli infiniti tentativi di darne espressione oggettiva. Ma in questo circolo continuo, emerge l’unica certezza: la nostra finitezza, il nostro non-senso quale unico senso accessibile, la (quasi-)sicurezza di non poter scoprire alcunché di definitivo su noi o su Dio. Se c’è: cosa che ora, forse, possiamo credere e magari anche un po’ comprendere.

[1] Vangelo secondo Giovanni, 1, 14.
[2] Vangelo secondo Matteo, 1, 24-25; 2, 1.
[3] Vangelo secondo Matteo, 28, 5-7.
[4] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[5] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[6] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, pp. 103-106.
[7] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, p. 118.
[8] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, p. 125.

* Dice di sé:
Rachele Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa – sulla metafisica e la finitezza umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa “pensare”: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.

ATTIMI FUGGENTIParlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà.
(Giacomo 2,12)
CONFRONTI.Su Papa e Gesù, tra l'Espresso e sostenitori

IL SENSO DELLA LIBERTÀ 

Questo libro non è magisteriale perciò ognuno è libero di contraddirmi”, ha scritto Benedetto XVI nella prefazione al suo libro “Gesù di Nazaret”. Ma, nonostante la precisazione, numerose sono state le polemiche e le discussioni suscitate da quelle pagine, in merito alla veridicità ed esattezza di alcuni passaggi storici, come anche di riferimenti geografici. Di seguito riportiamo l’articolo di Marco Damilano, pubblicato l’otto giugno 2007 su “L’espresso” e la replica di don Silvio Barbaglia, docente di scienze bibliche al seminario vescovile di Novara, pubblicata sul sito www.ilregno.it e ripresa nel blog del giornalista Sandro Magister (sempre dell’Espresso) “Settimo Cielo”. 

CRISTO, QUANTI ERRORI 

di Marco Damilano

Sbaglia il monte di Abramo. Anticipa di secoli la domenica delle Palme. E poi: citazioni imprecise, parole mal tradotte. Ecco gli sbagli di papa Ratzinger nel suo libro su Gesù

Abramo fu chiamato a sacrificare il figlio Isacco sul monte Oreb? Macché, era il monte Moria. Gesù entrò a Gerusalemme il giorno della domenica delle Palme? Impossibile: ai tempi di Gesù la festività non esisteva, non esisteva neppure la domenica, in verità. Chissà cosa avrebbe fatto un docente di teologia con un allievo che nella sua tesi di laurea fosse incappato in simili errori. E chissà come li avrebbe giudicati, ai tempi in cui insegnava a Münster, Tubinga e Ratisbona, il professor Joseph Ratzinger.

Ma in questo caso impugnare la matita rossa e blu è più complicato. Perché l’autore del testo in questione non è uno studentello alle prime armi, ma il teologo tedesco famoso in tutto il mondo, la cui opera si compone di “seicento articoli e un centinaio di libri tradotti in tutte le lingue”, come vanta la quarta di copertina del suo ultimo volume. Proprio lui: Ratzinger, papa Benedetto XVI.

Il suo libro “Gesù di Nazaret”, edito da Rizzoli, in poco più di un mese ha raggiunto la tiratura di un milione e mezzo di copie (con edizioni in Italia, Germania, Slovenia, Grecia, Polonia, Stati Uniti e Gran Bretagna e con traduzioni in corso in 30 lingue). Un successo enorme di pubblico, accompagnato dall’applauso dei fan: “Ha l’aria di avere in pugno la storia più interessante in circolazione della storia del mondo”, si è commosso Giuliano Ferrara.Gli speti, gli esperti di Scrittura, però, non condividono tanto entusiasmo. E forse pensava a loro, il collega Ratzinger, quando ha scritto l’introduzione: “Questo libro non è magisteriale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione”. Quasi un invito alla clemenza, con l’ansia dell’intellettuale che teme il giudizio dei critici su ciò che gli è più caro: l’opera del suo ingegno.

Altro che simpatia. Dagli esegeti arrivano stroncature impietose. Segnalazioni di errori che “L’espresso” ha raccolto con l’assicurazione dell’anonimato. Sviste, confusioni sintattiche, anacronismi, luoghi comuni. E qualche autentico strafalcione. A pagina 51, per esempio, Ratzinger parla del racconto rabbinico secondo cui “Abramo, sulla strada per il monte Oreb dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio, non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti”. Ma qui il papa fa confusione tra due episodi biblici: nel capitolo 22 del libro della Genesi il monte indicato per il sacrificio di Isacco è il Moria. E Abramo arriva nel luogo dell’olocausto il terzo giorno. Mentre, in effetti, c’è un altro personaggio fondamentale che digiuna per quaranta giorni camminando verso il monte Oreb: ma è il profeta Elia, come racconta il capitolo 19 del libro dei Re. Scambiare Abramo con Elia è da “non possumus”. Ma a pagina 356, il papa tedesco scivola sull’Oreb, per la seconda volta. Parlando dei “monti della rivelazione” ne indica tre: il Sinai, l’Oreb e il Moria. Ma il Sinai e l’Oreb nel linguaggio della Bibbia sono la stessa cosa, simboleggiano il monte dove Dio parla al suo popolo.

C’è poi l’equivoco per cui Ratzinger scrive che Gesù entrò a Gerusalemme durante la festa della domenica delle Palme: il papa lo ripete quattro volte, a pagina 213, 272, 315, 335. Ma si tratta di un evidente anacronismo: la domenica delle Palme, come è ovvio, all’epoca era una festività inesistente. La benedizione dei ramoscelli d’ulivo che ricorda quel giorno fu istituita molti secoli dopo.

A voler essere pignoli, poi, e solo Dio e Ratzinger sanno quanto possono esserlo certi teologi, si scova di tutto. Scambi di genere: a pagina 362 la parola ebraica sukkot (capanne) viene utilizzata al maschile, e invece è femminile. Scambi di declinazione: l’ “epistàta” di cui si legge a pagina 348, che in greco significa presidente, capo, maestro, è un vocativo, il nominativo è “epistàtes”. Luoghi comuni: l’asina “cavalcatura dei poveri”, di cui si parla a pagina 105, sa un po’ di fiaba bavarese. Si può aggiungere che “malkut” è una parola ebraica, e non una radice come afferma il papa a pagina 79. E ancora: a pagina 62 Benedetto XVI traduce il termine “doxa” in gloria, ma nel greco classico in realtà la parola significa opinione, solo nel Nuovo testamento, nei Vangeli, assume un nuovo significato.

Discussioni sul sesso degli angeli? Mica tanto. Come si è visto la settimana scorsa a Parigi quando alla caccia all’errore nel testo del professor Ratzinger si è aggregato un lettore d’eccezione: Carlo Maria Martini. Recensendo il libro del papa nella sede dell’Unesco il cardinale gesuita, ex rettore dell’Università Gregoriana, raffinato studioso delle Scritture, ha soavemente scagliato qualche bel pietrone. Prima ha fatto notare che l’assenza di note non consente di capire a cosa si riferisca Ratzinger quando parla di versioni recenti della Scrittura: “Il testo ebraico non è una versione”, ha commentato l’arcivescovo emerito di Milano. Segnalando, en passant, che il primo libro dei Re di cui si parla nell’edizione francese, in quella italiana viene citato come il secondo. Poi si è dedicato a gettare un’ombra sulla preparazione dell’autore: “Egli non è esegeta, ma teologo, e sebbene si muova agilmente nella letteratura esegetica del suo tempo non ha fatto studi di prima mano per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento”. Come dire che il papa è rimasto alla teologia dei primi anni Settanta, non ha studiato oltre. Detto a un dottor sottile come Ratzinger, è una bacchettata niente male.

Qualcuno attribuisce gli errori alla stesura accidentata del testo, cominciata nell’estate del 2003, quando Ratzinger era un cardinale in vista della pensione, e terminata, stando alla data della prefazione, il 30 settembre 2006, nel pieno delle polemiche seguite alla lectio magistralis di Benedetto XVI nell’Università di Ratisbona, il più grave cortocircuito comunicativo del suo pontificato. Un testo scritto nei “momenti liberi”, e questo può giustificare qualche imprecisione. Qualcun altro, invece, se la prende con l’imperizia dei curatori dell’edizione italiana: Ingrid Stampa, la signora che da quindici anni fa da governante a Ratzinger e oggi è integrata nella sezione tedesca della segreteria di Stato, ed Elio Guerriero, irpino di Capriglia, responsabile di “Communio”, la rivista teologica internazionale fondata nel 1972 da Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e dallo stesso Ratzinger per fare da contraltare a “Concilium”, la voce dei teologi progressisti negli anni dell’immediato post Concilio su cui scrivevano Hans Kung, Johann-Baptist Metz e Karl Rahner.

Anche il gioco delle interpretazioni sul “Gesù” di Ratzinger ripropone l’antica divisione tra progressisti e conservatori. In ballo, al di là di dispute fin troppo sofisticate, c’è il metodo storico-critico di interpretazione dei Vangeli, che si è affermato nel secolo scorso ed è considerato essenziale dai principali esegeti. Mentre Benedetto XVI lo elegge a suo bersaglio polemico, lo smantella fin dall’introduzione, lo accusa addirittura di essere tra i principali responsabili dell’indebolimento della fede cristiana negli ultimi decenni. “Chi legge alcune ricostruzioni”, scrive il papa, “può constatare che esse sono molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di un’icona fattasi sbiadita. In conseguenza di ciò, la figura di Cristo si è ancora più allontanata da noi”. E così mezzo secolo di ricerche sui testi evangelici e sulla storicità di Gesù sono serviti. Martini ha preferito sorvolare sull’attacco. Ma nella presentazione parigina ha declassato il testo del papa al rango di meditazione personale: “Questa opera è una grande e ardente testimonianza su Gesù di Nazaret”, ha detto il cardinale con apparente benevolenza. Aggiungendo, con una certa dose di malizia: “È sempre confortante leggere testimonianze come questa”.

Una bella testimonianza, insomma, e ci mancherebbe, ma nulla di più: non certo la parola definitiva sulla figura di Gesù. E il successo popolare del testo ratzingeriano? “Tutto sommato non è un indice particolarmente significativo del valore del libro”, ha concluso Martini. E questa suona come la più perfida delle critiche.

LA BIBBIA AVEVA RAGIONE. E ANCHE IL PAPA

Don Silvio Barbaglia, docente di scienze bibliche al seminario vescovile di Novara, contesta punto per punto che gli “errori” individuati nel libro di Benedetto XVI “Gesù di Nazaret” da Marco Damilano (in un articolo su “L’espresso” dell’8 giugno 2007, ndr), siano veri errori.

Degli otto “errori” contestati, scrive, “se ne salva al massimo uno”: quello di p. 79 dove si afferma erroneamente sul piano filologico che “malkut”, sostantivo femminile ebraico che significa “regno, regalità, signoria”, è una “radice”.

Più che Damilano, però, don Barbaglia contesta Piero Stefani, noto biblista ed ebraista. È stato infatti Stefani a elencare per primo gli “errori” poi riportati da “L’espresso”. L’ha fatto sul numero del 15 aprile 2007 della rivista cattolica progressista “Il Regno”, in una nota in calce a un suo commento al libro del papa.

Ecco il testo integrale della nota di Piero Stefani:

“Vanno inoltre segnalate, a motivo di un lavoro non esemplare dei due curatori dell’edizione italiana, Ingrid Stampa ed Elio Guerriero, varie imprecisioni, specie di carattere documentario e filologico, le quali tuttavia non comportano problemi interpretativi: confusione tra il monte Oreb e il monte Moria (o, in alternativa, tra Abramo ed Elia) a p. 51; sospetta non coincidenza tra Oreb e Sinai (p. 356); mancata distinzione tra il greco classico e quello della koinè a proposito della parola doxa (p. 62); la parola ebraica malkut presentata come una radice (p. 79); scelta di rendere più volte equivalenti le parole Dio e Signore (cf. per esempio «la regalità di Dio [YHWH]», p. 80 o «servo di Dio» per «servo del Signore», p. 381; si veda anche il caso particolarmente significativo di p. 368); uso di anacronismi come quello secondo cui Gesù entrò a Gerusalemme la «domenica delle palme» (p. 213; 272; 315; 335); scambio di un vocativo per un nominativo (p. 348, a proposito della parola epistàta); luoghi comuni, «un’asina – la cavalcatura dei poveri» (p. 105); confusione tra giudeo-cristiani e giudaizzanti (pp. 126, 145); sbaglio di genere per la parola sukkot presa come un maschile, p. 362; ecc.”.

Ed ecco la replica di don Barbaglia:

Lo svarione più eclatante sarebbe a p. 51, dove il papa avrebbe confuso il monte di Abramo, il monte Moria, con il monte di Mosè, l’Oreb. Il testo del Papa dice: “Il ricordo può estendersi poi al racconto rabbinico secondo cui Abramo, sulla strada per il monte Oreb dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio, non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti, nutrendosi dello sguardo e delle parole dell’angelo che lo accompagnava” (pp. 51-52). Damilano si mostra allibito per la confusione papale tra l’episodio di Genesi 22, il sacrificio di Isacco, e la storia di Elia che cammina per quaranta giorni verso il monte di Dio, l’Oreb in 1 Re 19. Che Abramo possa essere salito sull’Oreb in effetti pare cosa strana a tutti, ma non alla tradizione che ha redatto il testo originariamente ebraico dell’Apocalisse di Abramo, verso la fine del I sec. d.C., giunta a noi dalla testimonianza dell’antica Chiesa slava. Si tratta di un racconto midrashico che fonde insieme l’alleanza di Gen 15, il racconto del sacrificio di Genesi 22, il ciclo di Mosè al Sinai e il ciclo di Elia all’Oreb. L’angelo del Signore accompagna per il sacrificio Abramo fin sul monte Oreb lungo il cammino di quaranta giorni senza cibo e bevande (cfr. cap. 12). Quindi Abramo, secondo questa tradizione ebraica, va veramente sull’Oreb!

A p. 356, secondo Damilano, “il papa tedesco scivola sull’Oreb, per la seconda volta”. Infatti, papa Ratzinger, in riferimento ad una sorta di teologia sui monti nella Bibbia, afferma: “Sullo sfondo si stagliano però anche il Sinai, l’Oreb, il Moria – i monti della rivelazione dell’Antico Testamento, che sono tutti al tempo stesso monti della passione e monti della rivelazione e, dal canto loro, rimandano anche al monte del tempio su cui la rivelazione diventa liturgia”.

Damilano ricorda a chi fosse ignorante in materia che, nella Bibbia, Sinai e Oreb sono lo stesso monte della rivelazione che ha due nomi diversi per diverse tradizioni, mentre il papa penserebbe che siano due monti diversi! Ma se si legge con attenzione il testo del papa egli non sta dicendo che con il Moria questi sono tre monti in tutto, in senso assoluto, ma che sono “i monti” che tengono insieme, da un punto di vista teologico, il significato della passione e della rivelazione e che rimandano anche al monte del tempio. L’Oreb è per Mosè solo il monte della rivelazione del nome (Esodo 3,12ss.) mentre sarà il Sinai a divenire per Mosè il monte della rivelazione e della passione (il dono della Legge e il peccato del popolo e la fatica dell’alleanza). Per Elia sarà l’Oreb il monte della passione e della rivelazione. Per Abramo sarà il Moria il suo monte della passione e della rivelazione. Ma la tradizione biblica in 2 Corinti 3,1 identificherà il monte del tempio (di solito il Sion) con il monte Moria, quello del sacrificio di Abramo. Nel tempio, inoltre, si legge ogni sabato la Torah di Mosè che è stata data sull’Oreb/Sinai, e per questo, nella liturgia, si ricollegano tutti e tre i monti (anche se erano fisicamente due) nelle figure di Abramo, Mosè ed Elia. L’approccio simbolico e teologico alle Scritture richiede una conoscenza profonda del testo che papa Ratzinger mostra di avere.

Alle pp. 213, 272, 315, 335 del libro, Damilano segnala che il testo del papa per ben quattro volte usa l’espressione “domenica delle Palme” quando dovrebbe essere risaputo che questa festa fu istituita dal cristianesimo parecchi secoli dopo. In tutti i testi richiamati il papa fa sempre riferimento al vangelo di Giovanni e, in specie al cap. 12. Solo il quarto evangelista ci permette di definire quel giorno in cui Gesù entrò in Gerusalemme mentre la folla con “rami di palme” gli veniva incontro gridando: “Osanna…”. Infatti, in Giovanni 12,1 si dice: “Sei giorni prima della Pasqua”. Ora poiché la Pasqua per Giovanni è collocata tra il venerdì sera e il sabato, l’indicazione cronologica di “sei giorni prima” cade tra la sera del sabato e la domenica, momento in cui è contestualizzata la cena a Betania in casa di Marta, Maria e Lazzaro. In Giovanni 12,12, introducendo la scena delle Palme si dice: “Il giorno dopo”, ovvero quella domenica! Quindi era davvero domenica.

Al tempo di Gesù i giorni della settimana erano denominati tutti in relazione al sabato: primo giorno dopo il sabato (domenica), secondo giorno dopo il sabato (lunedì)… fino al venerdì che era chiamato invece “parasceve” del sabato, ovvero preparazione. Il papa per farsi capire anche da un lettore non ebreo, stando al testo di Giovanni, chiama quel giorno “domenica” e la determina per l’episodio noto con il segno delle palme. Il fatto poi che non vi sia la maiuscola in “domenica delle Palme” mostra con chiarezza la volontà di segnalare non la solennità liturgica del cristianesimo, bensì l’evento decisivo di carattere messianico simbolizzato anche dalle “Palme” stesse.

Scambi di genere: a p. 362 si dice che la parola ebraica “sukkot” (capanne) è femminile e invece il papa la tratta come un maschile. A ben vedere il papa sta citando Daniélou che a sua volta cita Riesenfeld. Quindi occorrerebbe risalire alle fonti per vedere dove stia l’errore: nella versione italiana o nella citazione di Daniélou o nella citazione di Riesenfeld.

Scambi di declinazione: a p. 348 papa Ratzinger riporta il vocativo “epistàta” (maestro, insegnante, rabbino) invece del nominativo “epistàtes”. Se si va a controllare il testo si vede con chiarezza che il papa voleva citare esattamente il vocativo e lo fa usando virgolette e corsivo diversamente dai casi in cui vuole citare il nominativo, solo con virgolette. Il perché di questa eccezione è dato dal fatto che il termine ricorre nel Nuovo Testamento soltanto nel Vangelo di Luca e in tutto 7 volte e sempre al vocativo! Per sottolineare questo aspetto particolare, papa Ratzinger l’ha posto tra virgolette in corsivo. Il termine “Kyrios” (Signore) che Ratzinger richiama appena oltre è al nominativo (quindi senza virgolette) e ricorre 717 volte nel testo neotestamentario e di queste solo 124 al caso vocativo.

Luoghi comuni: a p. 105 ci sarebbe un’espressione da “fiaba bavarese” perché, commentando la citazione profetica di Zaccaria 9,9ss. il papa afferma: “Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un’asina – la cavalcatura dei poveri, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude”. L’espressione “cavalcatura dei poveri” appare quindi “bavarese” per Damilano. Ma basta conoscere la letteratura esegetica al riguardo per verificare quanto il papa abbia fatto una scelta interpretativa molto attestata, che coglie il contrasto, nell’immagine, con la logica della potenza e della guerra. Cosa ci sia di “bavarese” in tutto questo proprio non si capisce.

A p. 62 del libro il termine “doxa” è tradotto con “gloria” che invece nel greco classico significa “opinione”. Vediamo cosa dice papa Benedetto XVI: “Questa gloria è, come indica il significato della parola greca dóxa, splendore che si dissolve”. Se si va a consultare gli studi di settore ci si rende conto che accanto ai significati di “opinione, stima, fama”, il termine dóxa, secondo gli studi di A. Deissmann e soprattutto di J. Schneider, può significare nel greco classico anche: “luce, splendore”. Il papa mostra evidentemente di conoscere più di altri questo significato.

A proposito di errori, nel libro del papa ce n’è comunque uno, incontestabile, non rilevato né da Stefani né da Damilano, ma indicato in questo post di “Settimo Cielo” già il giorno dopo l’uscita di “Gesù di Nazaret” nelle librerie: “Il papa non è infallibile: nel suo ultimo libro c’è un errorino”.

CLASSICI. Luciano Frigerio - Il paesaggio manzoniano, specchio dell'anima

Ogni linea di monte o di piano, ogni valle, ogni correr d’acque, in tanta assenza di voci umane, parlano di Dio

Luciano Frigerio *

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere o del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, a restringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia, per ripigliare poi il nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. (…)

Per un buon pezzo, la costa sale con un pendio lento e continuo; poi si rompe in paggi e valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle  a qualche marito, a qualche padre; e sul finir dell’estate, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia.

Dall’una all’altra di quelle terre, dalle alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e svariato specchio d’acqua; di qua il lago, chiuso all’estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montane, e di mano in mano più allargato tra altri monti che spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che lo accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte.

Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di queste falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.

Chi di noi non ha risonanze legate a questa pagina? Alcuni ricorderanno la fatica della lettura ginnasiale (è proprio l’età giusta per affrontare opere così impegnative?), molti altri sentiranno la profondità di una rilettura in età adulta. Tutti  sentiranno, simultaneamente, repulsione e attrazione. Vinta la prima si troveranno immersi in un mondo dove si respira la profondità e la ricchezza di una visione forte dei destini umani e della storia. [9]

Manzoni aveva già dipinto tratti di paesaggio prima di questo testo. Già nella “Risurrezione”, la foresta,che dà una foglia all’immagine del miracolo divino, e poi quell’alba, che vide commossa la pendice di Gerusalemme [10]; nel “Natale”, la valle e, indovinato più che scorto, il cielo di notte, colmo di volo [11]; nel “Nome di Maria”, lamagion felice, a cui la Vergine sale, e le lande selvagge, in cui si colgon fiori dal  barbaro nome, e la vicenda del dì segnata dal sole e dal bronzo [12]; nella “Pentecoste”, la luce che piove a suscitar colori [13]. E anche nel “Marzo 1821”, l’accorrer dei fiumi nel fiume [14]; nel “Cinque maggio”, l’andar veloce di Napoleone per una varietà di luoghi e l’onda che toglie la visione di prode remote e i campi eterni che superano i desideri [15]; nel Coro del “Conte di Carmagnola”, attraverso lo sguardo impassibile del villano, i campi lontani sotto la furia del nembo [16].

Al disegno vario e complesso del  primo coro dell’ “Adelchi” – gli atri muscosi, i Fori cadenti, i boschi, l’arse fucine stridenti, i solchi bagnati di servo sudor; i torti sentieri che portano alle note latebre del covo, il ponte, che suona cupo; i dolci castelli, le valli petrose, i balzi dirotti, le gelide notti, i campi cruenti [17] – precede un’ampia geografia religiosa nella parlata di Martino [18] con la stessa interpretazione intima dell’addio di Lucia e dell’alba dell’Innominato: cioè con il “sentimento del divino presente e parlante agli uomini nella maestà della natura [19]”. E si trova pur anticipata la poesia dei viaggi del romanzo, se almeno rammentiamo le fughe di Renzo.

Il “coro” del Diacono Martino

Il diacono Martino, rivelando allo sfiduciato Carlo Magno la via per giungere in Italia superando l’ostacolo gigantesco delle Alpi, rappresenta non solo le speranze degli Italiani nelle liberazione dai Longobardi, ma pure – e forse di più – l’immagine viva del gran tema della “diseroizzazione della storia”: di quella storia che è costruita anche dagli “umili” (e, a volte, soprattutto da loro: come sarà costruita, rifatta, la storia del lecchese da Lucia quando si inserirà, con parole divine, nella cupa vicenda dell’Innominato [20]. Martino rende con religioso senso la narrazione dei suoi passi; sperduti, all’apparenza; guidati dall’Alto, in realtà. Ogni linea di monte o di piano, ogni valle, ogni correr d’acque, in tanta assenza di voci umane, parlano di Dio. Tutto il paesaggio è saturo d’aura religiosa.

L’avvio è da Dio: Dio gli accecò, Dio mi guidò.

E poi i passi dell’uomo:  dal campo

inosservato uscii; l’orme ripresi

poco innanzi calcate; indi alla manca

piegai verso aquilone, e abbandonando

i battuti sentieri, in un’angusta

oscura valle m’internai; ma quanto

più il passo procedea, tanto allo sguardo

più spaziosa ella si fea:

l’indefinito spaziare, senza limiti, la fantasia in visioni potenti e delicate delle vette, degli orizzonti infiniti – pagine d’un libro che par senza capitolo finale, dei pascoli di cobalto, dei custodi di quella silenziosa e segreta natura che vagano per i pendii con le greggi:

Qui scorsi

greggi erranti e tuguri: era codesta

l’ultima stanza de’ mortali:

al di là stanno soltanto la natura e Dio:

Entrai

presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra

lanose pelli riposai la notte.

Sorto all’aurora, al buon pastor la via

addimandai di Francia. Oltre quei monti

sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;

e lontano lontan Francia; ma via

non avvi; e mille son quei monti, e tutti

erti, nudi, tremendi, inabitati,

se non da spirti, ed uom mortal giammai

non li varcò:

il pastore segna – con ampio gesto: ampio quanto può – il meraviglioso andirivieni, nell’infinito, delle cime. Come nelle fiabe: “… monti… altri monti… altri ancora…”. E nota quel lontano lontan.

Martino non crede ad una solitudine rotta da vaghe storie di spiriti, bensì sente la presenza di Dio e trascina nel suo “credo” pure il pastore:

Le vie di Dio son molte,

più assai di quelle del mortal, risposi;

e Dio mi manda. E Dio ti scorga, ei disse:

linguaggio semplice e immediato: non c’è ombra di dubbio in Martino perché Dio lo manda; scompare ogni dubbio nel pastore perché avverte la guida di Dio. Sotto questa illuminazione divina e tocco della grazia il gesto della carità sorge spontaneo. Il pastore quindi

tra i pani che teneva in serbo,

tanti pigliò di quanti un pellegrino

puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,

ne gravò le mie spalle: il guiderdone

io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.

Religiosità quasi rituale. Fa ricordare il tema del pane nell’opera del Manzoni (ad esempio il pane del perdono nei “Promessi Sposi”) [21]. E, senza parere, come spesso usa fare il grande lombardo, dà una regola dell’amore: la quantità di pani non è fissata da un calcolo personale del pastore, ma dalla capacità di “portare” di Martino. La misura dell’amore cristiano è l’altro a cui lo devo donare.

La manifestazione eminentemente lirica della montagna

Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,

e in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla

traccia d’uomo apparia, solo foreste

d’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli

senza sentier: tutto tacea; null’altro

che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora

lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso

stridir del falco, o l’aquila, dall’erto

nido spiccata sul mattin, rombando

passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,

tocchi dal sole, crepitar del pino

silvestre i coni. Andai così tre giorni;

e sotto l’alte piante, o ne’ burroni

posai tre notti

è offerta con quei silenzi, vivi e profondi ancor più per le voci delle cose. Silenzio dei picchi: grande cattedrale, con i cori d’acque, con gli sperduti passi del pellegrino tra le immense navate. I suoni della natura fan percepire il tacere di ogni voce, come per Renzo, giunto tutto tacendo intorno a lui alla boscaglia presso l’Adda, e per Lucia, quando vicino a lei tutto tacque la notte nel castello dell’Innominato, al quale anche le tenebre, anche il silenzio facean vedere nella morte qualcosa di più tristo e di più spaventevole [22]. Tre silenzi. Ma colmi. Pieni di una Presenza.

L’idillio con la luce:

era mia guida il sole:

io sorgeva con esso, e il suo viaggio

seguia, rivolto al suo tramonto:

Il sole, per dirla con Dante “che mena dritto altrui per ogni calle” [23]. L’immensità di quel tempio è qualcosa che solo una sintesi d’eccezione può racchiudere e fermare, secondo un principio d’intima poesia, sublimata dai significati segreti, che divengono rivelazione nell’incontro tra due mondi,  dello spirito e dell’alpe. Pienamente lo spirito si immedesima in quella ascesa e le cose acquistano levità, in una trasformazione misteriosa di luci, colori, impressioni:

Incerto

pur del cammin io già di valle in valle

trapassando mai sempre; o se talvolta

d’accessibil pendio sorgermi innanzi

vedeva un giogo, e n’attingea la cima,

altre più eccelse cime, innanzi, intorno

sosvrastavami ancora; altre, di neve

da sommo ad imo biancheggianti, e quasi

ripidi, acuti padiglioni, al suolo

confitti; altre ferrigne, erette a guisa

di mura, insuperabili.

Dopo tre giorni di cammino e di brevi soste

Cadeva

il terzo sol quando un gran monte io scorsi,

che sovra gli altri ergea la fronte, ed era

tutto una verde china, e la sua vetta

coronata di piante. A quella parte

tosto il passo io rivolsi. Era la costa

oriental di questo monte istesso,

a cui, di contro al sol cadente, il tuo

campo s’appoggia, o sire. In su le falde

mi colsero le tenebre: le secche

lubriche spoglie degli abeti, ond’era

il suo gremito, mi fur letto, e sponda

gli antichissimi tronchi.

Un lieto risveglio: negli occhi di Martino, con il vivace color dell’alpe vestita a festa, è rimasto il colore del cielo, senza un bioccolo di nube:

Una ridente

speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno

di novello vigor la costa ascesi:

“Ad ascoltarlo, si direbbe che Martino non abbia incontrato fatica; dopo i convenevoli, non ne fa parola, perché tutte le potenze del suo animo erano allora entusiasticamente rivolte verso quella vetta da dove gli si sarebbe offerta la vista delle tende cristiane, come ora vi ha fitto il ricordo: in mezzo a una selva di picchi rocciosi e gelati s’erge più alto, in virtù della rifrazione sentimentale che quella visione ha subita, il monte miracoloso” [24], la vetta coronata di piante.

L’alba. Un’alba diversa. E il guardar giù alle prime luci par l’anticipo dell’affacciarsi dell’Innominato sulla valle:

Appena il sommo ne toccai, l’orecchio

mi percosse un ronzio che di lontano

parea venir, cupo, incessante; io stetti,

ed immoto ascoltai. Non eran l’acque

rotte fra i sassi in giù, non era il vento

che investia le foreste, e, sibilando,

d’una in altra scorrea, ma veramente

un rumor di viventi, un indistinto

suon di favelle e d’opre e di pedate

brulicanti da lungi, un agitarsi

d’uomini immenso:

La coralità si è arricchita di voci preziose. E aumenta il ritmo del cuore e dei passi:

Il cor balzommi; e il passo

Alla ripida corsa segue la gioiosa sorpresa del portento divino e, quasi, la sospensione, il tirar del respiro lungo lungo, prima di consacrare con il grazie a Dio il cammino percorso in tanta fausta solennità:

Su questa, o re, che a noi

sembra di qui lunga e acuta cima

fendere il ciel, quasi affilata scure,

giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta

non mai calcate in pria. Presi di quella

il più breve tragitto: ad ogni istante

si fea il rumor più presso: divorai

l’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo

lanciai giù nella valle, e vidi…eh! Vidi

le tende d’Israello, i sospirati

padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,

Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

Dio, tra vette, prati e dirupi, conosce le vie – anche quelle non segnate – e le insegna. Il silenzio è colmo della Sua presenza che accompagna. Di tre silenzi abbiam detto, e si risolvono allo stesso modo. Per Martino l’indistinto suon di favelle indica le tende d’Israello, cioè il campo di Carlo Magno. Per Renzo in fuga il mormorio d’acqua corrente è l’Adda, il ritrovamento di un amico, d’un fratello, d’un salvatore. Per l’Innominato l’onda di suonoporta a Federico Borromeo. Suoni improvvisi per tutti. E per tutti la scoperta della meta salvatrice. Dio aveva aperto il racconto, Dio lo chiude. Quei monti stanno lì ad esaltare l’immensa potenza di Dio, anzi della fede in Lui, intrepida superatrice di ogni difficoltà, datrice sovrumana di energia. E questo senso del divino, del prodigioso non è semplicemente l’occasione o la condizione della poesia per cui  da essa si liberi il canto solenne e religioso della montagna, ma è esso stesso la sostanza della poesia.

Perché come la terribilità dei monti, così quel che essi hanno di augusto e di sovrumano stanno lì non a rappresentare un grandioso idillio religioso, ma a rendere palpitante e attuale la presenza e l’opera di Dio. Voglio dire che non il canto della solitudine montana si leva come improvviso inno lirico in occasione della narrazione compiuta o della “parte” di Martino, ma ne è parte integrante e si configura a quel modo proprio perché è penetrato dall’esaltazione religiosa che caratterizza l’episodio nella sua totalità [25]. Per questo la “parlata del diacono va letta con animo diverso, non come una descrizione (il Manzoni raramente è uno scrittore descrittivo), ma come rappresentazione lirica di uno stato d’animo religioso; qui non sono descritte le Alpi, ma il sentimento dell’uomo sperduto in mezzo ad esse e pur vigilato dallo sguardo di Dio. Anche qui, come nel romanzo, si descrive il cielo foscamente intento sul lazzaretto, a cogliere il terrore religioso degli uomini e della stessa natura sotto l’imminente minaccia divina. In ogni caso, poesia della fede e non mera descrizione paesaggistica”. [26] Al Manzoni la “bella” pagina o i “miti della parola” non sono di casa. Rime e ritmi, certo, ma che cercano l’anima.

E così va goduto il racconto, “uno degli squarci lirici più potenti” dell’ “Adelchi”. Anzi “potrebbe considerarsi – ancora il Russo – come il suo terzo Coro, come l’addio di Lucia è un coro del romanzo” [27]. Dove però la “lirica” è da intendere in quella composta complessità, che, mentre evita il facile ricorso all’espressione – sentimento, dà ai tratti un gusto saporoso d’uomo. Il Manzoni non si schiuse quasi mai a quel sentimento dell’ambiente nel senso propriamente emozionale e naturalistico che avrebbe contraddistinto tanti romantici, e da mani romantici sarebbe passato tra breve a mani decadenti. Le fogge esterne non cesseranno di mantenere un contatto stretto, anche se via via più sottile, con l’uomo morale e religioso. E anche quando l’artista maturo saprà effigiare come nessun altro il sentimento di un paesaggio e di un ora della vita, non sarà difficile constatare come la rispettiva colorazione e “tonalità” non sia la folgorazione dell’attimo fuggente, ma abbia sempre un rapporto con l’anima di chi lo contempla, e il misterioso alone che circonda le cose risalga, attraverso meati profondi, all’interiore moralità dei personaggi che vi si installano [28].

La capacità di leggere dentro la fugacità delle cose          e delle situazioni la presenza di una intenzionalità profonda       che guida e sorregge l’uomo e il mondo. Potremmo dire, absit iniuria verbis, che le descrizioni del paesaggio in Manzoni sono analisi teologiche. Lo strumento per leggere la geografia manzoniana non è l’atlante ma la Rivelazione che fa trasparire come la fede in Dio – così come racchiude nel sugo della storia – non ci toglie le fatiche e gli affanni dell’esistenza, ma ci dà la forza per renderla meno gravosa.

[1] Vangelo secondo Giovanni, 1, 14.
[2] Vangelo secondo Matteo, 1, 24-25; 2, 1.
[3] Vangelo secondo Matteo, 28, 5-7.
[4] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[5] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[6] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, pp. 103-106.
[7] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, p. 118.
[8] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, p. 125.
[9] Fin dai tempi del ginnasio sono stato introdotto – come tutti – alla lettura del Manzoni. Ma, diversamente da altri  miei compagni di studio, sono stato attratto dalla profondità del testo e dalla non comune analisi psicologica dei personaggi. Certamente ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori. L’essere nato a Milano mi ha facilitato l’incontro con il grande romanziere. Ma la “provvidenza”, per dirla con il Nostro, ha posto sulla mia strada di giovane studente ginnasiale un maestro che mi ha fatto “innamorare” del grande lombardo. Questo indimenticato maestro – velocemente scomparso alcuni anni or sono – era don Umberto Colombo. Sacerdote ambrosiano, docente di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea e conservatore del Centro Nazionale Studi Manzoniani. Il testo qui presentato risale al 1976, quando allora diciannovenne ho cominciato a cimentarmi con la critica letteraria. L’impianto risente della  spontaneità giovanile, corretta e temperata dagli incontri con il maestro sopra citato che ha corretto le bozze del testo – presentato come ricerca per l’esame di maturità – con indulgenza, ma anche con la sua proverbiale impaziente pazienza. Ai suoi numerosi scritti sono largamente debitore in queste pagine che sono state riviste e parzialmente rielaborate in occasione della  presente pubblicazione. Al compianto maestro dedico questo  scritto come piccolo segno di  grande riconoscenza.
[10] La risurrezione vv. 15-21 e 57-63
[11] Natale vv. 1-14 e 78-81
[12] Nome di Maria vv. 1-4, 33-36 e 41-44.
[13] Pentecoste vv 41-44. Quella luce non è generata “da ricordi sensistici” (Ferruccio Ulivi, Dal Manzoni ai decadenti. Caltanisetta – Roma, Sciascia, 1963, p.146), bensì da una pagina scritturistica (accennata in Sulla morale cattolica), che, infine, diverrà l’avvio del cap. IV dei Promessi Sposi (cfr. Umberto Colombo, Manzoni e gli umili. Storia interna e fortuna critica, Milano, ed. Paoline, 1972, pp. 115-118).
[14] Marzo 1821 vv 17-24.
[15] Cinque maggio vv 25-30, 61-66 e 91-96.
[16] Conte di Carmagnola, A. II, Coro, vv. 41-48.
[17] Conte di Carmagnola, A. III, vv 1-3, 14, 19-21, 42, 43-48, 65.
[18] Conte di Carmagnola, A. II, vv 167-256.
[19] Aurelia Accame Bobbio, La formazione del linguaggio lirico manzoniano, Roma, edizioni di Storia  e Letteratura, 1963, p.41.
[20] cfr il cit. Manzoni e gli umili. Storia interna e fortuna critica, pp.131 ss.
[21] Ibid. p.124, n. 73.
[22] I Promessi Sposi, capp.XVII, c.17; XXI, cc.34 e 52 ( i commi sono citati secondo l’edizione curata da Michele Barbi e Fausto Ghisalberti, Milano, Casa del Manzoni, 1942).
[23] Inferno, I, v.18
[24] Renzo Negri
[25] Mario Sansone, L’opera poetica di Alessandro Manzoni, Milano, Principato, 1947, p. 144.
[26] Luigi Russo, Liriche e tragedie del Manzoni (commento alle), Firenze, Sansoni, IV ed. 1947, p 180.
[27] Ibidem [28] Ferruccio Ulivi, op.cit., pp.147-148.

* Dice di sé:
Luciano Frigerio. Nato a Milano nel 1957 è sacerdote diocesano dal 1981. Dottore in Teologia. Pubblicista dal 1987. Vice direttore del settimanale della diocesi di Milano “Città Nostra” nel 1988. Cappellano di S. Santità dal 2000. Direttore settimanale della diocesi di Milano “Luce” dal 1993. Membro della federazione italiana settimanali cattolici (FISC) dal 1988. Membro comitato di redazione della rivista ufficiale del Giubileo 2000 “Tertium Millennium”. Collabora con la Rai dal 2001.

ATTIMI FUGGENTINon nel profondo sta nascosta la forza vitale e certamente non la si deve trarre fuori con il ferro; non con una ferita impressa in profondità bisogna scrutare i precordi: vicina è la morte. Non un luogo preciso per questi colpi ho destinato: per dovunque tu voglia, c’è un passaggio.Persino quell’atto che è chiamato morire, per cui l’anima si allontana dal corpo, è troppo breve perché sia possibile avvertirne così grande velocità: sia che il cappio abbia spezzato la gola, sia che l’acqua abbia ostruito la trachea, sia che la durezza del terreno sottostante abbia frantumato coloro che sono scivolati a testa in giù, sia che il fuoco inghiottito abbia spezzato a metà la corsa del respiro ritornante: di qualunque cosa si tratti, agisce in fretta. Non arrossite dunque? Di ciò che tanto velocemente avviene, voi avete paura per lungo tempo?(da Della provvidenza, Lucio Anneo Seneca)

 

ATTIMI FUGGENTIIl processo durò tre anni, nientemeno! Tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia – ché capponi davvero si diventava là dentro! (…) Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. (…)Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell’uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!…Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la liberta…!(da Novelle rusticane, Libertà, Giovanni Verga, 1882)

 

DALLA MEMORIA. Fiammetta Jori - Il mio Alberto Moravia

Sul Bianco e Nero dei ricordi, una lunga dissolvenza rosa

Fiammetta Jori *

“Ho dimenticato la parola che
volevo dire, e
il mio pensiero, incorporeo,
ritorna nel libro delle ombre”

(Osip Mandel’štam)

“Mi manca molto Alberto, ogni giorno di più, la sua telefonata quotidiana…” – sono parole di Dario Bellezza, grande dolcissimo Dario – grande poeta, dolcissimo amico-scomparso, ma non per me, il 31 marzo del ’96.

Era diventato il suo lamento, quasi un malinconico refrain, a chiusura di un lungo sospiro, ogni volta che lo sentivo al telefono o lo incontravo. Un’ecolalia disancorata dal contesto, ossessivamente ripetuta anche lungo la scia dolorosa dei suoi ultimi tremendi giorni. Così come, oggi, potrei dire: “Mi manca molto Dario e con lui, certo, anche Alberto”.

L’avevo conosciuto un anno prima di conoscere Moravia; nel ’77 Dario venne a casa mia, da me invitato, con un giornalista siriano e aiuto-regista di Pasolini, Nabil Mahaini, ottimo amico del mio futuro marito. Gli diedi delle mie poesie, lui mi portò in regalo un suo libro e poteva finire lì, ma così non fu… (peraltro Dario ho voluto fosse mio testimone quando nell’81 Hassan ed io ci sposammo).

Adesso che, faticosamente, cerco, nel buio groviglio dei tanti ricordi, di ricomporre con emozione gli incastri perfetti e le intersezioni bellissime della mia vita con quella di Alberto Moravia, non posso non testimoniare, grata, che proprio a Dario, alla sua preziosa insistenza, debbo l’aver rivisto Alberto un’ultima volta. Loro due, accadeva spesso, si vedevano a colazione o a cena, in alcune trattorie di rito, a Testaccio o al Flaminio, dove erano habitué (“nei posti dove si spende poco, si mangia meglio” – era lo slogan di Alberto. E non aveva torto.); così, anche quel giorno del settembre ’90, sentendosi la mattina al telefono, avevano deciso di stare insieme a cena e Alberto gli chiese di dirmelo, gli avrebbe fatto piacere vedermi, rifare “trio”. Del resto abbastanza spesso Dario ed io facevamo coppia, in varie occasioni letterarie o mondane (o ahimè entrambe le cose; e quando gli attributi coesistono, la mistura è quasi sempre un cocktail micidiale!). Essendo pigra, almeno in pectore – perché nella vita ne ho fatte abbastanza, due lauree incluse – stavo per non andare, quella sera fatidica, quando Dario mi comunicò il desiderio di Alberto, anche per la lontananza. Abitavo all’EUR, a via Eufrate (la strada di Pier Paolo Pasolini) e con Moravia saremmo andati in un restaurant vicino casa sua, dalle parti dello stadio Flaminio. Quindi avrei dovuto attraversare Roma e non ne avevo voglia, forse un po’ di spleen; a volte mi rintanavo nella mia mansarda, come Jane Eyre nella torre!

E poi, Alberto e Dario chissà in quante altre occasioni avrei potuto vederli! Nonostante questo pensiero, decisi di andare, anche per assecondare Dario a cui volevo molto bene. Fui davvero felice quella serata, Alberto mi coccolò a tavola, arrabbiandosi, con le sue stizza imperiose, quando furtivamente facevo scivolare nel piatto di Dario parte delle mie porzioni troppo abbondanti. E felice sembrava anche Dario, per avermi persuaso facendo leva sul sentimento di amicizia reciproca. “Sei uscita dalla tana, hai visto?!” – mi disse, “L’ho fatto anche per vedere Alberto!” – gli risposi di getto, come a voler smussare la sua fierezza, ma non mentivo.

Solo pochi giorni dopo, ricordo che ero al telefono con la sorella di mio padre, cui mi legano ancestrali affinità elettive, parlando molto probabilmente di amabili familiari “amarcord” con qualche svolazzo su Sartre, pivot delle nostre affabulazioni, quando lei mi azzittì perché la radio trasmetteva la notizia della morte improvvisa di Alberto Moravia. Rivivo il flash nero che oscurò quella mattinata di fine estate, lasciai mia zia dicendole che sarei corsa lì, a Lungotevere della Vittoria, dove tante volte mi ero recata con amici o da sola, per alcune interviste fatte ad Alberto, nel corso degli anni, per i diversi giornali in cui avevo lavorato.

Mi accolse all’ingresso Enzo Siciliano, amico-ombra di Alberto da sempre; “Che dolore!!” – mi sussurrò abbracciandomi e già dall’inizio del lungo corridoio incrociai gli sguardi attoniti di tutta quella folla di amici, giornalisti, artisti e personalità che, in qualche modo e per ragioni diverse, avevano conosciuto, frequentato ed amato Moravia.

Le sorelle Adriana, pittrice, arrivata da Firenze, ed Elena, tutto il “vertice” Bompiani, sua casa editrice storica; ricordo defilati in un angolo Rada Rassimov e il marito, il regista Andrea Andermann con cui Alberto aveva girato tutti i suoi splendidi documentari africani; tanti volti che conoscevo. Tutti erano lì, unica grande assente proprio Carmen, il suo ultimo amore; la terza moglie. “Nella vita non si può amare più di due o tre volte, davvero!” – così si era espresso, in una mia intervista, a proposito dell’amore. Una delle sue apodittiche affermazioni, tranchant come era sua abitudine e, forse, virtù. Elsa, Dacia, Carmen: era stato coerente Alberto.

Un silenzio commosso accolse, più tardi, l’arrivo dell’on. Giovanni Spadolini, allora Presidente del Consiglio, che disse qualcosa che non riuscii a sentire ed in ultimo fece il suo ingresso, trafelato, Alain Elkann che da Parigi aveva preso il primo volo, appresa la notizia.

Ironia del destino, sulla scrivania di Alberto, tristemente, troneggiava una copia, fresca di stampa, dell’intervista autobiografica con Alain Elkann: era arrivata quella mattina. Ed era inquietante vedere quella “Vita di Moravia”, dalla copertina immacolata da cui un Moravia, in un intenso primo piano, ritratto con una delle sue inappuntabili camicie rosa, accigliato scrutava chi forse avrebbe voluto sfogliare quel libro, come è ovvio fare con ogni attesissima novità editoriale, senza invece avere il coraggio neanche di prenderlo tra le mani. Dario, in Versilia ad un convegno, lo seppe molto tardi, verso sera e il dolore quasi lo travolse, fisicamente.

Mi affacciai, ma solo per un attimo, nella sua stanza. Alberto sembrava riposare, elegantissimo, come sempre, ça va sans dire, con una camicia rosa a righine; si sarebbe alzato, nel balzo agile che faceva apparire l’onnipresenza del suo bastone soltanto un vezzo ormai irrinunciabile? Lui, eterno ragazzo, un po’ dandy, stravagante e scontroso, frivolo di quella frivolezza che suppone la vittoria su una tragedia del proprio vissuto, si sottraeva per sempre all’assillo forzato, quotidiano, amato e disperato della letteratura e della vita, binomio inscindibile solo per pochi. I più grandi.

Amore e morte, è un balançe antico e di successo. Ecco forse perché fa da pendant all’angoscia di questo ricordo l’amena levità di un “quadretto” più lontano nel tempo. Del resto, nel mio “ritrovare” Alberto, non sono in grado, né forse lo vorrei, di ordinare i tanti ricordi nelle polverose scansie dello spazio e del tempo. Dunque, al di là delle date e delle circostanze, rivedo in flashback la sua impacciata malizia in un memorabile pomeriggio invernale, in cui invitava per un the a casa sua, dove anche Dario doveva raggiungermi (ma non arrivò mai; e sospettai un “accordo” tra loro), Alberto, dopo una divagante conversazione – lo conoscevo da poco e ancor meno lui conosceva me – cercò, come fosse improvvisamente preda di un raptus erotico, di sollevarmi il lembo del kilt che indossavo per scoprirmi le gambe ed io, pur imbarazzata più per lui che per me, cercavo con gran nonchalance di non deviare dall’argomento su cui verteva la mia risposta a una sua domanda e viceversa, continuando, come nulla fosse a tenere la mia tazza di the, ormai vuota, in grembo e fingendo di sorseggiare un the inesistente, da vera diva del muto, per ostacolare con olimpica indifferenza le sue goliardiche manovre! Ero affascinata dall’assoluta “innocenza” di un gesto che compiuto da un altro uomo sarebbe stato volgare e magari preoccupante, invece in questa “scenetta” vagamente alla Buñuel, cui talvolta ripenso divertita, non c’erano né morbosità, né laide supposizioni in cui indagare, per insano amor di gossip o imbecilli manie da Grande Fratello; Alberto mi confessò candidamente, con disarmante na?veté, di voler “guardare” (“L’uomo che guarda”, il titolo di un suo libro) il colore della mia biancheria intima. “Indosso slip neri” – gli dissi prontamente, per anticipare il suo ennesimo tentativo che ormai rasentava il gioco; “Li immaginavo bianchi, come la tua pelle. Il bianco nella lingerie è più intrigante!”.

Non ho mai raccontato questo episodio perché non “frainteso” da lettori da 4 soldi e comunque questa conversazione, forse allettante per i cultori dei tanti “hairdresser magazine”, fu interrotta dalla governante di Alberto che entrò, ignara e giuliva, a ritirare teiera e tazzine; anche la mia, ormai incollata sulle mie ginocchia, per salvare quello stupido senso del pudore, malsano retaggio di ascendenze borghesi! Tutto finì lì, con una buona pace delle “commères” nostrane, Giacobini e/o Signorini (potenza della rima!); non seguirono scabrosi corollari, né sequenze hard. Era la curiosità viva, semplice del più grande scrittore del ‘900 e non credo scandalizzi nessuno questo delizioso “frammento” da pochade, con un primo attore d’eccezione, tanto più oggi, che un certo Corona, con un cattivo gusto sublime, fa audience gettando, al popolino di bocca buona, le sue griffate mutande dal balcone della sua casa, previo sventolamento uso-bandiera (ma sarà monarchico?!).

Cementata una amicizia più profonda e magari una sua qualche stima nei miei confronti – così spero – Alberto ha spesso affrontato, in privato o nell’ambito più intercluso di un’intervista, il tema dell’eros, nelle sue variegate accezioni; il valore della coppia che lui riteneva più grande rispetto a quello scaduto di famiglia; il pianeta-donna, “altra metà del cielo” o l’amore, unica dilatazione dell’individuo. “Sai, essere sexy, per una donna, può essere una condanna” – Alberto mi confortava con questo commento che supponeva, per contro, un complimento alla mia intelligenza, il cui appeal è certo più segreto e non a tutti accessibile.

Incontrai Moravia la prima volta un pomeriggio d’autunno del ’78 a Corso Vittorio, io ero con Dario e lui con lo psicoanalista Umberto Silva, suo assiduo amico e confidente. Dario il giorno dopo mi chiamò di volata per dirmi, maliziosamente lapidario, come solo lui sapeva: “Sei piaciuta molto ad Alberto!” Ero sua amica, rivendicava una sorta di copyright sentimentale. Anche questo era Dario!

Ho dei ricordi a stralci, ma la memoria possiede un misterioso fil rouge. Molto spesso, Alberto cercava di convincermi ad andare con lui a trovare Guttuso, suo ottimo amico, nello studio di Palazzo del Grillo. “Vedrai, sono sicuro che ti farà un ritratto; ama le donne seduttive, dai capelli rossi…”.

Non andai mai da Guttuso – e dunque non posseggo un ritratto firmato dal Maestro – così come mai telefonai, allora, ad Enzo Siciliano, che peraltro conoscevo bene, avendo passato da lui e Flaminia qualche piacevole serata, in compagnia di Alberto e Dario. Avrei infatti dovuto chiamarlo, nella redazione di “Nuovi Argomenti”, per decidere con lui i modi e i tempi per pubblicare alcune mie poesie, piaciute a Moravia. Ero lusingata dell’ok di Alberto, vera conditio sine qua non, ma assolutamente refrattaria all’iter da seguire, per accedere alla esecuzione, strettamente redazionale, che prevedeva “d’ufficio” una mia semplice telefonata a Enzo. Detesto le “istruzioni per l’uso”!

Adoro, invece, le cose non perfettamente compiute, la leggerezza dell’inatteso; fatalmente il “gioco” è quasi tutto deciso dal destino, dalla fortuna, dal caso che almeno, a fine corsa, si possa rubare l’illusione, con un ultimo gesto mancato, di far saltare il castello di carte. Anche se è il nostro! Eccitante è mandare tutto all’aria, contraddire l’ovvio, spiazzare chi si arroga il diritto di capire, deviare il corso del fiume; insomma fregarsene di Internet! Rientra nel mio “pacchetto”, insieme ai capelli rossi. Forse anche questo amava di me Alberto; anzi, è una certezza che non voglio.

“Come sta il tuo bel marito siriano?” – me lo chiedeva spesso Moravia. Hassan gli piaceva e lo appassionava il Medio Oriente; Siria, Libano, Palestina e così Gerusalemme, Israele (senza enfatizzare gli “Evviva” per divaricare i due lembi di una ferita unica, caro Magdi Allam!). Moravia era cittadino del mondo, ha operato per la pace, era invitato ovunque ed ovunque accolto “tapis rouge”. È successo spesso che ci incontrassimo a pranzi o cocktail all’Ambasciata araba, siriana o egiziana; lui era con Carmen, io con Hassan. E mio marito gli aveva cucinato molte volte, se veniva chez nous, dei piatti siriani raffinati e da gran gourmet.

Era coinvolgente sentirlo parlare dell’Africa e nessuno più di lui ha meglio descritto l’incanto, anche minimo, nei dettagli, di questo continente-madre, “monumento della natura”, culla del mondo. Ho il rimpianto di non aver visto l’Africa con Moravia e Pasolini, mio grande amore letterario, ma le coordinate anagrafiche e il plot misterioso del destino sono i nostri veri carcerieri.

Avendo vissuto con mio marito architetto, dall’81 all’85, a Jeddah, sul Mar Rosso, ad ogni ritorno, chiamavo Alberto per raccontargli ciò che, forse, già sapeva e che lui, con avidità intellettuale, continuava a chiedermi, come per rinnovare una sorpresa. Suggello al racconto era la luce nei suoi occhi, come una felicità di bambino esaudito! Una favola letteraria il suo essere “engagé”, presenzialista impegnato ovunque esistesse un fermento d’arte, cinema, avanguardie: “L’impegno è una rottura di scatole. Non bisogna impegnarsi, bisogna esprimersi.” – è una sua frase che è un manifesto!

Ricordi automobilistici, il côte maschile della mia femminilità: ci scambiavamo i passaggi in macchina. O lo passavo a prendere io, con la gloriosa mia Flavia coupé oppure, raggiunta la sua casa, salivo sulla sua Lancia Delta. In macchina c’è chi muta, passando da Dottor Jekyll a Mr. Hyde in un attimo; così Alberto. La guida spericolata (ebbe infatti un incidente molto grave) lo rendeva ebbro e le curve, con l’acceleratore a tavoletta, non le affrontava, le sfidava! “Hai paura?” – mi chiedeva sarcastico. “No, affatto!” – rispondevo senza muovere un muscolo, per poi vendicarmi quando era lui a salire sul mio bolide bluette, sfidando il vento. Certo due fanatici “lancisti” che Dario doveva sopportare, sicuro però che l’avrei riportato a casa sano e salvo!

Altri tempi, altra Roma. Bellissimi errori, splendidi rimorsi, nessuno stupido rimpianto, almeno sul piano cosciente. Ripensandoci, a polvere posata, Moravia fece gesti importanti per me, senza che gli chiedessi nulla. Mi presentò all’amico Guarini, redattore capo-cultura al Messaggero, dove poi collaborai un breve periodo (ma non grazie a Guarini); mi furono girate, anche traduzioni di importanti sceneggiature dalla Gaumont, giacché il francese lingua che adoro, costituiva un’altra liaison tra me ed Alberto. Ricordo con simpatia Corinne, la sua traduttrice in Francia, che talora frequentavo con lui. So che Alberto, abituato a scrutare dentro gli altri, come ogni romanziere di alto profilo, ha “visto” il colore della mia anima, oltre il rosso dei capelli e tutto il resto. Bien au-delà!

Così si chiude “Vita di Moravia” – biografia raccolta da Alain Elkann, ed è uno sguardo al futuro attualissimo:

Insomma, come si devono preparare alla loro vita futura i ragazzi di oggi?

È difficile rispondere, il fatto che spesso la loro risposta consista nell’uso della droga ci fa capire che le giovani generazioni potrebbero semplicemente voltar le spalle alla verità. Io mi auguro che questo non avvenga e che venga trovato un nuovo rapporto tra la conoscenza e la vita.

In che senso?

Nel senso che la conoscenza serva non già alla morte ma alla vita.

Con questa frase consideri che il libro sulla tua vita sia finito?

Sì.

Gli chiese una volta un giornalista: “Perché nei tuoi racconti ogni tanto c’è la frase: “Quando tutto è stato detto…” e Moravia rispose: “Mah, forse perché quando tutto è stato detto, c’è sempre qualcos’altro da dire!”.

E allora non si chiude qui il “libro” di Moravia. E continua il ricordo, risento alcuni suoi motti: “Scrivo per sapere perché scrivo – Una vita ne vale un’altra- I miei libri sono i miei figli, più di tutti si ama l’ultimo” (…) “La disperazione bisogna viverla, non morirne” – la ritrovo in una intervista che mi diede per La Notte, quando uscì “1934”, suo bellissimo romanzo dell’82.

Risento, con i brividi, la sua orazione funebre per Pasolini, morto come in “Una scena di Accattone”, in una livida Campo de’ Fiori, davanti a una folla muta. “Non si può uccidere un poeta!” – gridava Alberto Moravia; fu indimenticabile e vero. Non era letteratura, era la vita; novembre ’75.

Su tutto, “quando tutto è stato detto”, sulle tante immagini che ho nel cuore – un lungo emozionante “film” che, forse, si ricomporrà in un montaggio immediato di accelerate sequenze, appena un attimo prima di morire, come diceva Pasolini – prevale un fotogramma, in cui appare Alberto, in piena luce che, sulla spiaggia di Sabaudia, si allontana con Arancio, il cane che gli regalò Cerami, al suo fianco. Poi la macchina da ripresa si avvicina, lo rincorre veloce, in uno scatto il campo visivo si stringe sulle spalle di Moravia, inchioda sulla sua camicia rosa, l’immagine si sgrana, và in fuori fuoco, si spande il grumo di rosa intenso, lentamente trascolora … Dissolvenza…

* Dice di sé:

Fiammetta Jori.
Restano della Fiamma
il rosso nel ricordo
e il suo calore.
Ma se fossero entrambi
una bugia?
Sarà una verità soltanto mia.

ATTIMI FUGGENTIMille anni al mondo, mille ancora, che bell’inganno sei anima mia, e che bello il mio tempo, che bella compagnia. Sono giorni di finestre adornate, canti di stagione, anime salve in terra e in mare. Sono state giornate furibonde, senza atti d’amore, senza calma di vento, solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo. Ore infinite come costellazioni e onde, spietate come gli occhi della memoria, altra memoria e non basta ancora, cose svanite, facce, e poi il futuro. I futuri incontri di belle amanti scellerate saranno scontri, saranno cacce coi cani e coi cinghiali, saranno rincorse, morsi e affanni, per mille anni, mille anni al mondo, mille ancora; che bell’inganno sei anima mia, e che grande il mio tempo, che bella compagnia. Mi sono spiato illudermi e fallire, abortire i figli come i sogni, mi sono guardato piangere in uno specchio di neve, mi sono visto che ridevo, mi sono visto di spalle che partivo; ti saluto dai paesi di domani, che sono visioni di anime contadine, in volo per il mondo.
Mille anni al mondo, mille ancora, che bell’inganno sei anima mia e che grande questo tempo, che solitudine, che bella compagnia.(Anime salve, Fabrizio De Andrè – Anime Salve, 1996)
PERSONAGGI. Mauro della Porta Raffo - Pisciò, ovvero parlar male di Garibaldi nel bicentenario della nascita

Egli non assomiglia a nessuno, ed è in lui tale sorta di mistero che fa meditare

Mauro della Porta Raffo *

Intollerante della pubblica e, apparentemente, intangibile esaltazione popolare dell’ “Eroe dei due mondi” e indispettito a fronte dei mille e mille episodi e casi di fanatica adorazione (si pensi, per fare solo due esempi, al quartiere di quel paese sul Lago Maggiore che per decenni venne denominato “Pisciò” nel ricordo, appunto, del fatto che colà il Generale si era fermato per espletare un bisogno corporale o a quella lapide, tra le infinite un tempo apposte “ad imperitura memoria”, che recitava: “In questa casa avrebbe dovuto dormire Giuseppe Garibaldi la sera del… se improvvida notizia non l’avesse costretto a proseguire”), l’ottimo e cinico narratore luinese Piero Chiara, in vista del primo centenario della morte (1982), d’accordo con l’editore Vanni Scheiwiller, pensò fosse giunto il momento di raccogliere tutto quanto era stato scritto contro l’Eroe (con la maiuscola per definizione) in un volume che avrebbe dovuto essere intitolato “Hanno parlato male di Garibaldi”.

Aiutato da Giuseppe Siccardi, cominciò a catalogare il materiale di tal fatta esistente, incredibilmente cospicuo, ove si consideri l’idolatria per il Nostro. Fra l’altro, da un maniaco di storia garibaldina, Chiara – che già di suo del “povero” nizzardo diceva tutto il male possibile (ricordo di avergli sentito sostenere come Cavour ogni qual volta gli occorreva di citare Garibaldi lo definisse invariabilmente “l’eroico ciula” dimostrando così di non tenerlo in grande considerazione almeno per le doti intellettuali) – raccolse una “perla”, “da prendere, però, con le pinze”, come ebbe a vergare in seguito nella rubrica “Sale & Tabacchi”, sul Corriere del Ticino nel 1984.

Garibaldi sarebbe stato privo di entrambi i padiglioni auricolari e questo non per difetto di nascita ma a seguito di una mutilazione. Nei primi tempi del suo soggiorno in Sud America, sorpreso e catturato nel corso di una azione tesa a razziare cavalli, gli furono tagliate le orecchie perché tale era, all’epoca e in quelle bande, la punizione in uso per i ladri di bestiame.

Di qui, la necessità di far crescere fino alle spalle i biondi capelli che, incorniciandogli il volto, con la fluente barba, tanto contribuirono poi alla creazione del suo mito. Di più, maggiormente infamante e macabra, nota, ma trascurata dagli storici a disagio nel ricordarla, la voce che, in fuga nelle paludi di Comacchio e in pericolo d’essere catturato, Garibaldi, deceduta l’amatissima Anita, incinta per la quinta volta, la seppellì affrettatamente sotto pochissima sabbia lasciando che una mano sporgesse dal suolo, mano che di lì a poco sarebbe stata rosicchiata dai cani randagi che pure avrebbero provocato, scavando e mordendo, lesioni ed ecchimosi alla gola della poveretta tanto da far credere che la stessa fosse venuta a morte per strangolamento!

Tramontata l’idea del volume chiariano, fin troppo iconoclasta, ecco, all’incirca un ventennio più tardi, un altro grande scrittore interessarsi, da ben differente punto di vista e con l’arguzia che da sempre lo contraddistingue, a Giuseppe Garibaldi.

Si tratta di Luca Goldoni che in “L’amante dei due mondi” (ebbe a confessarmi che in un primo momento avrebbe voluto intitolare significativamente la sua fatica “Le mille”) passa in rassegna le moltissime donne che al fascino, decisamente irresistibile del Nostro, non seppero dire di no.

Un fascino del tutto particolare, però, se è vero come è vero che l’Eroe, lungi dall’essere raffinato, galante e salottiero come Giacomo Casanova – al quale, peraltro, sostiene Goldoni, lo accomunava il grande rispetto che entrambi nutrivano nei confronti del gentil sesso – “era un vero orso, ruvido, maldestro e genuino fino allo sgarbo”.

Guardando alla ufficialità, Garibaldi ha avuto la bellezza di tre mogli, anche se una rimase tale per all’incirca dieci minuti.

La prima, la mitica e ardente Anita Ribeiro da Silva, gli fu compagna nel periodo maggiormente drammatico e avventuroso della vita, scomparve a soli ventotto anni e gli diede quattro figli: due maschi, Menotti e Ricciotti (aveva, Giuseppe, spesso, il vezzo di affibbiare ai neonati del sesso forte come nome proprio il cognome di un patriota morto), e due femmine, Rosita e Teresita.

La seconda, la marchesina comasca Giuseppina Raimondi, sposata dal Nostro oramai cinquantaduenne, aveva cercato di turlupinarlo. Gli disse “sì”, infatti, incinta di un altro.  Il generale fu informato della questione pochi momenti dopo, la schiaffeggiò come meritava e l’abbandonò sul sagrato.

La terza, Francesca Armosino, era una serva (oggi si direbbe “una colf”) trapiantata da Asti a Caprera, che Giuseppe impalmò in tarda età e che gli diede tre figli: Clelia, Rosa e Manlio.

Tra la prima e la seconda, non “ufficiale”, ma molto, molto vicina ad esserlo, una quarta “signora”, Battistina Ravello, nizzarda come lui, anch’essa a servizio a Caprera, genitrice della bella Anita, chiamata in cotal modo in memoria della amatissima Ribeiro.

Lungi dall’essere simile ad Elizabeth Taylor (che, anni orsono, spiegando il motivo dei suoi numerosi matrimoni, ebbe a dire: “Non posso andare a letto con un uomo se non sono sposata con lui”), Garibaldi seppe “farsi catturare” – da vero conquistatore in tutt’altri campi, in amore lasciava che fossero le donne a conquistarlo tanto che, rifletteva ancora Luca Goldoni, forse sarebbe stato meglio intitolare il libro sopra citato “L’amato dei due mondi” – in molteplici, differenti occasioni da baronesse, contadine, scrittrici, lavandaie e chi più ne ha più ne metta.

Del magnetismo del Nostro, della sua sincerità, del totale disinteresse personale in battaglia come in amore, del suo candore quasi infantile si occupa la celebre scrittrice francese George Sand che fra l’altro afferma: “Egli non assomiglia a nessuno, ed è in lui tale sorta di mistero che fa meditare. Garibaldi non saprebbe imperare che su uomini liberi e su di essi non ha che i diritti sacri della parola data e della parola ricevuta… È uno dei casi più strani del nostro tempo, in cui la guerra è sempre ispirata da calcoli precisi”.

Passando in rassegna le più importanti tra le “volontarie” (si dedicavano a lui con tutta l’anima, senza nulla pretendere ed alcune arrivarono ad accudirlo anche a Caprera e fino alla vecchiaia chiedendo in cambio, magari, un ciuffo di capelli. Scriverà ad una signora “Mi stanno crescendo e appena possibile ne taglierò una ciocca per voi”), ecco la contessa Maria Martini della Torre – per il vero, talmente ardente e impetuosa da dover essere tenuta ad una certa distanza – che lascia marito e figli e lo segue combattendo nella spedizione dei Mille.

La poetessa e gran dama francese Louise Colet che vuole conoscerlo e gli si presenta a Napoli nel 1860. Conquistata, gli dedica un’ode e poi si arruola. Sarà tra quelle che lo andranno a trovare nella sua isoletta e, malata di tisi, verrà assistita dal Nostro con una stranissima cura a base di latte di mucca che mungerà appositamente per lei.

La moglie di Lord Byron, Anne Isabelle, ricchissima di suo e molto influente nei salotti londinesi, riuscirà a procurargli parecchio denaro per finanziare l’avventura dei Mille e gli sarà vicina con soldi, viveri e gli adorati sigari anche dopo, nei tristi anni del declino. Sempre a Caprera lo raggiungerà un’altra gentildonna inglese che, pur di stargli accanto, si incarica di educare i suoi figli piccoli e scatenati.

Ancora Luca Goldoni, a dimostrazione di quanto l’Eroe possa conquistare, irrimediabilmente, una donna, riporta la lettera che Mrs. Mary Sally, moglie di un influente deputato d’oltremanica, gli invia dopo averlo ospitato nelle villa che possiede sull’isola di Wight:

“Amato generale, quando, ahimè, ieri mi lasciaste, il mio cuore era colmo di angoscia. Piena di emozione andai a rivedere il vostro piccolo letto dove non si sarebbe più posato il vostro nobile capo. Stavo mesta a contemplarlo quando scoprii, vicino al capezzale, il fazzoletto grigio che portavate al collo a Brook House e col quale ho coperto la vostra cara testa quando il vento soffiava forte. Non avevo osato chiedervelo come ricordo. Ora esso è qui! Deh! Ditemi che me lo donate!”

Verrebbe da dire: “Amen”.

* Dice di sé:
Mauro della Porta Raffo. Semplicemente bellissimo, aspiro, e mi manca poco, a poter ripetere quel che a suo tempo affermava il maestro ebanista di Karl Popper: “Mi chieda pure quello che vuole, io so tutto!”.

ATTIMI FUGGENTIE un oratore disse: parlaci della Libertà. E lui rispose: “Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà, così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide. (…) E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento. In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze. Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli. (…)E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto. E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute. In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio. Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi e quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce. E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande”.

(da Il profeta, Sulla libertà, Kahlil Gibran, 1923)

 

PROFILI. Oscar Orefici - Enzo Ferrari, una vita in corsa

Imprenditore coraggioso, ha vissuto asserragliato nel suo feudo tra Modena e Maranello

Oscar Orefici *

Ricorre quest’anno il sessantesimo anniversario del debutto della Ferrari nelle competizioni, avvenuto l’undici maggio 1947 al Circuito di Piacenza, gara nazionale riservata alle vetture Sport. Una data davvero significativa che la Casa di Maranello ha celebrato degnamente con svariate iniziative, di cui, però, neppure una che sia una dedicata al mitico fondatore dell’azienda, Enzo Ferrari, quasi a voler sottacere che si deve a lui, a questo gigante del Novecento, se la marca gode di fama universale, circonfusa dall’aureola della leggenda. Eppure Enzo Ferrari, la sua fabbrica, le sue auto sono quanto di meglio il nostro Paese sia riuscito ad esportare nel mondo dalla metà del secolo scorso.

Ferrari è senza dubbio uno dei padri della patria rinata dalle ceneri della guerra, raro simbolo di un’Italia operosa, tenace, creativa e, soprattutto, vincente: un antesignano del “made in Italy”. Ma non deve stupire più di tanto che sia stato dimenticato, nonostante la Ferrari abbia in Luca Cordero di Montezemolo un presidente dalla notevole caratura, che ha imparato il mestiere proprio dal Drake, negli anni giovanili in cui ha lavorato al suo fianco. La memoria corta, infatti, è un vizio nazionale, in particolare quando ci si riferisce a personaggi scomodi, capaci di ragionare con la propria testa, di evitare i compromessi: un razza rara che in definitiva ha preferito “essere” anziché “apparire”. L’esatto contrario, quindi, dei modesti protagonisti che oggi vengono proposti dalle cronache politiche, imprenditoriali e culturali. Meglio, quindi, l’oblio invece di paragoni perlomeno imbarazzanti.

Enzo Ferrari, imprenditore coraggioso, ha vissuto asserragliato nel suo feudo, Modena e Maranello, e menava vanto di essere stato per l’ultima volta a Roma nel 1930, in occasione del Gran Premio delle Tre Fontane: un modo per sottolineare la sua lontananza dai Palazzi del potere. Anche quando ad invitarlo nella capitale sarebbero stati influenti uomini politici, da Folchi ad Andreotti, con il quale ha intrattenuto un interessante rapporto epistolare, rifiutava sempre con la stessa, banale scusa: malesseri ondivaghi.

Del resto, da buon emiliano, un po’ anarcoide, aborriva la politica. Né voleva saperne di piegarsi alle regole del protocollo se riteneva di essere stato offeso. Basta ricordare a questo proposito l’episodio tragicomico avvenuto all’inizio degli anni Ottanta quando Sandro Pertini, allora presidente della Repubblica, si recò a Maranello a fargli visita.

Pertini, a bordo di una Maserati quattroporte, allora macchina di rappresentanza del Quirinale, arriva davanti all’ingresso della palazzina direzionale della fabbrica, convinto di trovare sulla porta il padrone di casa ad accoglierlo. Ma Ferrari non c’è. È rimasto nel suo ufficio, ritenendo un gesto scortese il fatto che l’autorevole ospite si sia presentato con una vettura della concorrenza. Il presidente, dal canto suo, indispettito per la mancanza di riguardo, si rifiuta di scendere dall’automobile. Sta maturando un incidente diplomatico fra i due grandi vecchi. A quel punto Franco Gozzi, addetto stampa di Enzo Ferrari di nome, ma di fatto una sorta di ministro della real casa, cerca di convincere il costruttore a recedere dalla sua posizione intransigente.

“Lo accompagni lei da me”, gli intima Ferrari. “Non credo che sia opportuno. Che vada lei è un atto dovuto nei riguardi del capo dello Stato”, replica Gozzi. Ferrari s’impunta: “Io non l’ho invitato. È lui che ha desiderato venire a farmi visita. Ne sono onorato, ma sono io a decidere come riceverlo”.

Gozzi suda freddo, ma in pochi minuti trova le parole idonee a piegare le resistenze del signore di Maranello. L’incontro sulla porta d’ingresso, come se nulla fosse accaduto, è una recita da consumati attori. Appena scorge la sagoma del costruttore, Pertini scende dalla Maserati ed esclama stentoreo: “Caro Ferrari …”. E l’altro, stringendogli la mano: “Presidente, quale onore”.

Anche durante il fascismo, quando negli anni Trenta il giovane Enzo era il boss della Scuderia Ferrari, in pratica il reparto corse dell’Alfa Romeo, la Casa automobilistica prediletta da Mussolini, non aveva mai intessuto rapporti con esponenti del regime che avrebbero potuto agevolare la sua attività. Con il Duce si era intrattenuto brevemente una sola volta, a Modena, nel ‘24. Certamente è stato amico di Leandro Arpinati, il ras di Bologna, nel periodo in cui era consigliere del Modena Calcio e l’altro presidente della Federazione, che allora aveva sede nel capoluogo emiliano. Un’amicizia sincera, senza secondi fini, tanto che quando il Partito fascista decise l’epurazione di Arpinati, relegandolo al confino, si occupò di vendere al meglio la sua Alfa Romeo per alleviare la famiglia dalle ristrettezze economiche in cui era precipitata. Era stato anche colpito  – e non lo ho mai nascosto – dalla straripante personalità di Italo Balbo, cliente dell’Alfa, incontrato in fugaci occasioni. Ovvio, poi, che fra le sue frequentazioni ci fosse quella con Giacomo Acerbo, ministro e professore universitario, che organizzava nella natia Pescara la corsa intitolata al fratello Tito, medaglia d’oro della Prima guerra mondiale.

Neppure con i dirigenti dell’Alfa Romeo, divenuta un’azienda di Stato già prima del 1933 quando sarebbe stata inglobata nell’IRI, si è mai genuflesso. Indispettito dal fatto che nel ’32, solo in due corse, era sta messa a disposizione della Scuderia Ferrari la P3,  monoposto da Grand Prix pressoché imbattibile, non aveva esitato a recarsi a Milano per battere i pugni sul tavolo: “In tre stagioni ho acquistato da voi macchine e materiali per oltre 1.600.000 lire. Bella maniera di ripagarmi!”.

Il Ferrari patron della scuderia che aveva fondato nel 1929 era già un uomo coriaceo quanto stimato nell’ambiente dell’automobile, ma non godeva ancora del prestigio che avrebbe acquisito solo nel dopoguerra. Comunque sin da allora aveva difeso le sue idee, la sua piccola azienda con coraggio leonino. Basta pensare alla clamorosa rottura che ebbe con Tazio Nuvolari, lo spavaldo eroe cantato da D’Annunzio e caro a Mussolini. Nel 1933 il “mantovano volante” era considerato il migliore pilota del mondo e tale era la sua autostima da pretendere che la scuderia cambiasse nome in Nuvolari-Ferrari. Per non parlare del trattamento economico. Le oltre 700.000 lire che aveva guadagnato la stagione precedente non gli sembravano adeguate al suo valore. Enzo Ferrari, però, non si piega alle richieste del campione, che reputa prive di logica, nonostante gli siano chiari anche i risvolti politici della vicenda. Da qui il divorzio, seguito dalla contromossa di ingaggiare Achille Varzi, il rivale per eccellenza di Nuvolari, che lascia la francese Bugatti sedotto dalle lusinghe di Ferrari.

Alla fine del ’34, però, Varzi decide di abbandonare la Scuderia Ferrari, attratto dal ricco contratto che gli viene proposto dalla tedesca Auto Union. I giornali si scatenano e accusano il pilota di tradimento: l’asse Roma-Berlino è ancora di là da venire. Varzi affida la sua risposta alla “Gazzetta dello Sport”. È un attacco frontale a Enzo Ferrari, imputato di volergli ridurre gli emolumenti e di non rispettare il suo ruolo di caposquadra. Ferrari reagisce con altrettanta aggressività: le condizioni riservate a Varzi sarebbero state identiche a quelle della stagione appena conclusa; i suoi compensi superiori alle retribuzioni di tutti gli altri piloti della scuderia messi assieme. Ma non contento di avere sbugiardato l’ombroso campione, rende pure note le fatture saldate all’Alfa Romeo nei cinque anni di attività dell’azienda, circa 4.600.000 lire. Il sottinteso è chiaro. Io metto i soldi, io rischio, perciò non mi piego alle bizze dei piloti, né alle pressioni politiche. Una presa di posizione temeraria nel clima del ventennio, anche se va detto che Ferrari, come la maggioranza degli italiani, si era adeguato alla situazione, tanto che nelle pubblicazioni da lui edite per celebrare l’attività della sua scuderia non mancavano accenti retorici inneggianti al fascismo.

Il carattere determinato, l’essere un sanguigno individualista e un imprenditore per vocazione avrebbero poi spinto Enzo Ferrari a un passo che pochi altri avrebbero avuto la spavalderia di compiere, quello di dimettersi, nell’autunno del 1939, da direttore dell’Alfa Corse. Un ruolo prestigioso e ben remunerato che gli era stato affidato per le capacità, ma anche per risarcirlo della liquidazione della Scuderia Ferrari, in quanto il regime aveva imposto che la Casa milanese, ritenuta una sua “creatura”, partecipasse direttamente alle competizioni.

Ma quell’incarico non può appagare Ferrari. Da lavoratore dipendente il suo raggio d’azione è limitato. “L’ambiente – ha scritto nelle sue memorie – si discostava troppo dal mio pensiero e dalla conduzione che, in base all’esperienza maturata nella Scuderia Ferrari, valutavo necessaria per un’attività sportiva vincente”.

Giorno dopo giorno emergono, di conseguenza, i suoi contrasti con Ugo Gobbato, il direttore generale dell’Alfa Romeo, indubbiamente un grande manager, il quale però fatica a sopportare un collaboratore, sia pure prezioso, che non accetta le gerarchie. “Assieme alla liquidazione della Scuderia Ferrari non ho abdicato anche al mio modo di pensare”, dice il quarantenne Enzo a Gobbato, anche se il licenziamento verrà determinato da futili controversie tra lo stesso Ferrari e Wilfredo Ricart, un ingegnere spagnolo che il direttore generale dell’Alfa Romeo teneva in palmo di mano. “Lasciai l’Alfa per dimostrare a quelli dell’Alfa chi io fossi: un proposito ambizioso, tale da rovinare un uomo!”, avrebbe riportato Ferrari nei suoi memoriali ricordando quei giorni.

Il suo progetto, Enzo Ferrari, lo ha già ben chiaro in mente. Vuole diventare un costruttore di automobili, sfidare proprio l’Alfa Romeo, considerata all’epoca quella che è oggi la Ferrari, un concentrato di meccanica raffinata dalle prestazioni estreme. Così, in piena guerra, nel dicembre del 1942, con parte della sontuosa buonuscita ricevuta dall’Alfa, acquista a Maranello per 78.000 lire un terreno di 20.000 metri quadrati, dove dalla primavera dell’anno successivo iniziano i lavori per la costruzione della sua fabbrica. Quell’iniziativa, avviata in un periodo così drammatico della storia d’Italia, è la dimostrazione di quanto fosse al limite della follia la passione di Ferrari per l’automobile, una vera ossessione.

“Se avessi dato retta a mia moglie – avrebbe ricordato – avrei fatto l’impiegato delle ferrovie”. “Nel dopoguerra l’Italia, dopo un minimo di incertezza, si lanciò da un lato a ricostruire e dall’altro a dar vita a una nazione che doveva riguadagnare lo sviluppo che nel passato non aveva potuto avere. In questo senso Maranello, bombardata e distrutta, diventa un simbolo, con la creazione di una iniziativa che si imporrà anche a livello internazionale”. Lo ha detto Giulio Andreotti e meglio non avrebbe potuto sintetizzare quel “miracolo” avvenuto nella Bassa Padana per merito di un uomo, una sorta di cavaliere solitario, che ha perseguito il suo scopo – costruire le più belle, le più perfette, le più veloci automobili del mondo – inerpicandosi su una strada che sarebbe stata impervia in tutte le stagioni della sua lunga esistenza, pure quando avrebbe toccato l’apice del successo.

Non ha mai avuto, né chiesto sussidi statali. Per mentalità, per quell’indipendenza che gli era necessaria quanto l’aria che respirava. Perciò rinunziò a concludere la cessione della sua azienda alla Ford, nonostante i 18 milioni di dollari che avrebbe incassato dalla Casa americana nel 1963 e, sei anni dopo, sarebbe arrivato all’accordo con la Fiat, solo perché gli era stata garantita la più completa autonomia per quanto concerneva il reparto corse.

Da amante dell’azzardo e fidandosi del suo fiuto che, raramente, lo ha tradito, anche nella scelta dei piloti, dei tecnici, dei collaboratori ha sempre fatto di testa sua, spesso puntando su giovani sconosciuti. In ogni caso non ha mai ceduto a una linea di condotta lineare. Prima di tutto, anche a costo di dolorose rinunce, gli interessi dell’azienda. Né ha mai sprecato una parola per convincere qualcuno a restare alla sua corte.

Un mese dopo la sua morte, avvenuta il 14 agosto del 1988, Enzo Ferrari era già stato cancellato dalla memoria collettiva. Ormai è – e lo sarà ogni giorno di più –  un ricordo lontano, una foto in bianco e nero ingiallita dal tempo. Lo si era potuto costatare nella messa officiata nel Duomo di Modena in occasione del trigesimo, una cerimonia solenne voluta dal figlio Piero in quanto le esequie del costruttore si erano svolte in forma privata proprio per suo volere. Ma a quel commiato pubblico erano accorsi soltanto qualche pilota di un passato remoto, come Phil Hill e Gigi Villoresi; Alboreto e Berger, i suoi ultmi campioni; Gianni Agnelli, Sergio Pininfarina, Cesare Romiti, Luca di Montezemolo, Bernie Ecclestone: queste ultime presenze obbligate dalle convenzioni sociali. La chiesa, infatti, era tutt’altro che gremita e si avvertiva la mancanza dell’abbraccio corale della sua città.

Quello dell’oblio è, del resto, l’amaro destino che accomuna i pochi, autentici eroi italiani.

* Dice di sé:
Oscar Orefici. Editorialista di Sky Sport e di Sky TG24, oltre che dei quotidiani Il Messaggero, Il Mattino e il Gazzettino, è l’autore del libro “Ferrari. Romanzo di una vita” (Cairo Editore).

FISIOGNOMICA. Domenico Mazzullo - Sotto i baffi di D'Alema

Uno scaltro giocatore, che con freddezza e lungimiranza studia e progetta le proprie mosse

Domenico Mazzullo *

Non è certo possibile leggere e immaginare la Storia con i “se” e con le ipotesi su cosa sarebbe accaduto se Hitler avesse vinto la guerra, se Cesare non avesse traversato il Rubicone, se Pilato non si fosse “lavato le mani” e avesse preso invece una precisa posizione, ma non trattandosi di Storia vissuta, bensì solo di un’opera letteraria, possiamo permetterci la libertà di giocare di fantasia e chiederci, non senza una certa curiosità e malizia, cosa sarebbe accaduto se la bellissima Rossana, la fanciulla che fece innamorare ed ammaliò con il suo volto ed il suo sorriso ben tre uomini contemporaneamente, non si fosse fermata alla bellezza statica e inespressiva del bel Cristiano, ma edotta di fisiognomica, avesse letto dietro il volto, certo esteticamente non troppo accattivante, del cugino Cyrano, la sua anima nobile, la sua sensibilità, la sua generosità pronta al sacrificio estremo, il suo coraggio e il suo anelito di libertà.

Certo il capolavoro di Edmond Rostand, il “Cyrano di Bergerac”, non avrebbe visto la luce; certo noi non avremmo potuto godere della lettura delle sue pagine toccanti e commoventi, certo tante riproduzioni teatrali e poi anche cinematografiche non avrebbero mai visto la gloria del palcoscenico e le lacrime degli spettatori, me compreso, davanti alla morte di Cyrano, o alla scena della lettera, non letta, ma recitata a memoria, quando la scarsa luce del tramonto si era fatta troppo fioca per consentire a chiunque di leggere, o alla scena del balcone che ha fatto impallidire di invidia anche l’analogo balcone di “Giulietta e Romeo” di Shakespeare; ma è anche certo che, se Cyrano fosse stato compreso, al di là e al di sopra delle apparenze, nella sua essenza e per questo amato da Rossana, non avrebbe sofferto, come invece ha sofferto, anche se solo nella fantasia di Edmond Rostand.

Forse e purtroppo, non tutti ricordano l’amara, triste vicenda di Cyrano, ma certo tutti ricordano ed identificano Cyrano per il suo lungo naso spropositato:

Enorme il mio naso?

Vilissimo camuso, siate ben persuaso

che di quest’appendice mi glorio e mi delizio;

avvenga che un gran naso sia il vero e proprio indizio

di un uomo buono, affabile, cortese, liberale,

di coraggio e di spirito, qual io mi sono e quale

non vi sarà mai lecito di credervi, marrano!

Cyrano, però, è ben oltre e molto di più: è l’eroe romantico, che si sacrifica per amore, è l’antesignano del “Werther” di Goethe, che fa un passo indietro, per un amore oblativo e disinteressatamente generoso, è l’uomo moderno, che conscio della propria finitezza e dei propri umani limiti, soffre di questa cosmica solitudine, è l’uomo che non scende e non si abbassa a compromessi con gli altri e men che meno con la propria coscienza, alla quale non concede sconti né oblio; è l’uomo solo che lotta strenuamente per la propria libertà e la propria dignità, è l’uomo che di fronte alla invincibile, inesorabile nemica, la morte, vuole affrontarla tuttavia coraggiosamente in piedi, a viso aperto.

Ella viene. I miei piedi già son di marmo.

Già ho di piombo le mani.

Ma poi ch’è per la strada, voglio aspettarla in piedi…

E con in man la spada!

Ma Cyrano, purtroppo, è irrimediabilmente brutto, e tuttavia, disperatamente innamorato, così descrive la bella e irraggiungibile cugina Rossana:

Una calamità

mortal senza che voglia squisita e non lo sa;

un’insidia vivente, una rosa moscata

tra le cui foglie amore s’asconde in imboscata.

Chi la vide sorridere conobbe l’Ideale.

Ella fa della grazia con un niente: ella è tale

Che pon tutto il divino nel minor dei suoi gesti.

Né tu montare in conca, Madre d’Amor, sapresti,

né tra i boschi fioriti camminar tu Lucina,

com’ella monta in seggiola, e com’ella cammina!…

Ma Rossana, ahimè, pur senza conoscerlo ancora, ma avendolo solamente visto di lontano, ama invece Cristiano, ammaliata superficialmente dalla sua bellezza:

Brilla

Nel suo volto lo spirito eletto, la scintilla

Del genio. È fiero, nobile, giovine, forte, bello…

Per chi conosce la vicenda il resto è noto, con il suo triste epilogo, ma la grandezza di Cyrano, non si compendia e si esaurisce solamente nel generoso e coraggioso sacrificio della sua persona a favore di Cristiano per amore di Rossana. Egli è il campione dello spirito libero, è il prototipo dell’uomo che non si piega a compromessi con altri e con se stesso, per ottenere favori e vantaggi dalla vita:

Orsù che dovrei fare?…

Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,

e dell’ellera a guisa, che dell’olmo tutore

accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,

arrampicarmi, invece di salire per forza?

No, grazie! Dedicare, com’usa ogni ghiottone,

dei versi ai finanzieri? Far l’arte del buffone

pur di vedere alfine le labbra di un potente

atteggiarsi a un sorriso benigno e promettente?

No, grazie! Saziarsi di rospi? Digerire

lo stomaco per forza dell’andare e venire?

Consumar le ginocchia? Misurar le altrui scale?

Far continui prodigi di agilità dorsale?

No, grazie! Accarezzare con mano abile e scaltra

la capra e intanto il cavolo innaffiare con l’altra?

E aver sempre il turibolo sotto dell’altrui mento

per la divina gioia del mutuo incensamento?

No, grazie! Progredire di girone in girone,

diventare un grand’uomo tra cinquanta persone,

e navigar con remi di madrigali, e avere

per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?

No, grazie! Pubblicare presso un buon editore,

pagando, i propri versi! No, grazie dell’onore!

Brigar per farsi eleggere papa nei concistori

che per entro le bettole tengono i ciurmatori?

Sudar per farsi un nome su di un picciol sonetto

Anzi che scriverne altri? Scoprire ingegno eletto

agli incapaci, ai grulli; alle talpe dar ali,

lasciarsi sbigottire dal romor dei giornali?

E sempre sospirare, pregare a mani tese:

– Pur che il mio nome appaia nel Mercurio francese?

No, grazie! Calcolare, tremar tutta la vita,

far più tosto una visita che una strofa tornita,

scriver suppliche, farsi qua e là presentare?…

Grazie, no! Grazie no! Grazie no! Ma…cantare,

sognar sereno e gaio, libero, indipendente,

aver l’occhio sicuro e la voce possente,

mettersi quando piaccia il feltro di traverso,

per un sì, per un no, battersi o fare un verso!

Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,

a qual sia più gradito viaggio, nella luna!

Nulla che sia farina d’altri scrivere, e poi

modestamente dirsi: ragazzo mio, tu puoi

tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia

pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccogli a!

Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,

non dover darne a Cesare la più piccola parte,

aver tutta la palma della meta competa,

e, disdegnando d’essere l’ellera parassita,

pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto

salir anche non alto, ma salir senza aiuto!

E quando ormai è prossimo a morire, di fronte a Rossana, finalmente consapevole, ma ormai troppo tardi, del generoso e silente amore del cugino, lo stesso Cyrano recita il suo epitaffio:

Ecco il destino mio:

far da suggeritore, – e meritar l’oblio!

Ricordate la sera in cui nell’ombra nera

Cristiano vi parlò? È tutta in quella sera

la mia vita. Ed intanto che io son restato,

altri a cogliere il bacio della gloria è montato!

È giusto, ed io consento sull’orlo dell’avello

che Molière ha genio, che Cristiano era bello!

Ma perché, per ammissione universale e consapevolezza di tutti, Rossana e Cristiano sono belli, mentre Cyrano è irrimediabilmente brutto? Cosa ci fa affermare che un volto è bello, mentre un altro è brutto?

Sembrerebbe una domanda mal posta, una domanda alla quale si potrebbero fornire molteplici risposte, equivalenti quindi a nessuna risposta. Si potrebbero invocare fattori soggettivi, storici, culturali, di gusto personale e quindi non codificabile né quantificabile, si potrebbero evocare fattori estetici legati ai tempi, alle mode, ai costumi di epoche diverse, si potrebbe far ricorso al solito luogo comune secondo cui “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”, eppure se vogliamo uscire dall’ambito della facile aneddotica e utilizzare un ragionamento più propriamente scientifico, una risposta chiara, precisa ed esaustiva ci proviene da una delle più antiche e forse odiate discipline: la matematica. Appartiene a questa, infatti, e sin da epoche antichissime il concetto e la definizione di Sezione Aurea, termine introdotto nel 1835 e che ha sostituito quelli precedenti ed equivalenti di rapporto aureo, numero aureo, numero di Fidia, costante di Fidia e in fine di proporzione divina.

La data di nascita di questo concetto è precisa e conosciuta, il 300 a.C. e spetta ad Euclide, il noto matematico di Alessandria d’Egitto, la sua paternità. Egli descrisse per la prima volta il rapporto, da allora identificato con la lettera greca phi, chiamandolo proporzione estrema e media e corrispondente al numero irrazionale 1,618033…. Egli ne fornì anche una rappresentazione grafica più evidente e comprensibile: “Un segmento diviso in due parti a e b tali che il rapporto tra l’intero segmento a+b e la parte più lunga sia uguale al rapporto tra la parte più lunga e la parte più corta b”.

Euclide descrisse anche un rettangolo aureo, i cui lati e b sono in proporzione aurea. L’incauto lettore che ci ha seguiti fin qui si tranquillizzi. Non intendo, infatti, assolutamente trascinarlo in uno scosceso ed infido discorso matematico, fatto di formule algebriche e astruse costruzioni geometriche, incomprensibili ai più, me compreso e che certamente esulerebbe dagli scopi e dai modi di quest’articolo, ma mi preme solamente far rilevare come questa semplice formuletta, questo numero magico frutto di un semplice rapporto geometrico, rappresenti la struttura portante, la modalità attraverso la quale noi umani percepiamo l’armonia delle cose, sia nell’ambito di ciò che esiste in natura, sia di ciò che è prodotto dall’essere umano, in tutte le sue espressioni.

Se ad Euclide va l’indubbio merito di aver scoperto e descritto, matematicamente,  questa proporzione, alla luce di quanto conosciamo oggi, dobbiamo pensare che essa fosse ben nota e utilizzata, anche in epoche precedenti. Una straordinaria applicazione della Sezione Aurea la riscontriamo, per esempio, inaspettatamente, nei Megaliti di Stonehenge, nei quali il rapporto tra gli elementi, sempre di 1,6 fa sì che ci sia una giusta proporzione, tra la larghezza e l’altezza delle aperture, o tra un cerchio di pietre e l’altro. In tal modo, stando dentro al monumento ci si sente a proprio agio e non si avverte l’incombenza della struttura.

Anche gli antichi Egizi dovevano essere ben a conoscenza del concetto di Sezione Aurea, se è vero che una sua applicazione inconfutabile la riscontriamo nella Stele del re Get, proveniente da Abido (antica capitale dell’Egitto nel periodo predinastico) ed oggi al Louvre. Essa è costituita da un rettangolo aureo, nella cui parte bassa il quadrato costruito sul lato più corto, Sezione Aurea di quello più lungo, contiene la città, mentre nella parte restante, che è ancora un rettangolo aureo, è riportato il serpente simbolo del re. Il reperto risalirebbe a quasi 5000 anni fa.

La Sezione Aurea fu anche applicata nella costruzione delle piramidi: la piramide di Cheope, per esempio, ha una base di 230 metri ed un’altezza di 145; il rapporto base/altezza corrisponde a 1,58, molto vicino quindi a 1,6. Ma spetta certamente ai Greci, il merito indubbio di aver meglio studiato ed applicato i principi di quest’aurea proporzione. In ambito matematico essa fu studiata dai Pitagorici, i quali, geometricamente, scoprirono che il lato del decagono regolare inscritto in una circonferenza di raggio è la Sezione Aurea del raggio e congiungendo un vertice sì ed uno no, di esso decagono, costruirono, sempre inscritto nella medesima circonferenza, il pentagono regolare intrecciato, o stellato, o stella a cinque punte, pentagramma, considerato simbolo dell’armonia e adottato come loro segno di riconoscimento.

Ma è nell’architettura e nella scultura greca che la Sezione Aurea mostra il meglio di se stessa, se pensiamo solamente al Partenone costruito secondo i principi della suddetta proporzione, o numero di Fidia e alle statue in esso presenti, quali le Korai dell’Eretteo.

Più vicino a noi, i romani, grandi architetti e costruttori di strutture monumentali che è superfluo ricordare, utilizzarono con dovizia il rapporto di proporzioni che abbiamo descritto. Per tutti e perché in esso è più evidente citiamo solamente l’Arco di Costantino, il più importante degli archi trionfali romani, costruito nel 313 d.C. per celebrare la vittoria dell’imperatore Costantino su Massenzio. L’altezza dell’arco centrale divide l’altezza totale secondo le proporzioni della Sezione Aurea, mentre i due archi più piccoli, laterali, giocano lo stesso ruolo nella distanza tra la base e il listello inferiore.

E per terminare questa breve carrellata sull’applicazione della Sezione Aurea nell’architettura, non possiamo dimenticare la cattedrale di Notre Dame di Parigi, interamente progettata e costruita secondo le proporzioni del rettangolo aureo.

Con un piccolo salto temporale, solo di alcuni secoli,     nel 1509 il matematico italiano Luca Pacioli, pubblicò a     Venezia, un compendioso trattato, “De Divina Proporzione”,     nel quale, analizzando, minuziosamente e puntigliosamente, le caratteristiche architettoniche del passato, il corpo umano e le strutture biologiche allora conosciute, dimostrò come in tutte queste fosse presente il rapporto di proporzioni per primo descritto da Euclide, cui dette, religiosamente, nello spirito del tempo, il nome di “Divina Proporzione”e che oggi, laicamente, chiamiamo Sezione Aureasostenendo che proprio alla presenza di questo rapporto fosse da attribuirsi l’armonia, la gradevolezza per l’occhio umano e quindi, in ultima analisi, la bellezza di tali opere di natura o frutto dell’attività umana.

Particolare non del tutto irrilevante: il matematico Pacioli si avvalse, per la stesura del suo lavoro, della sostanziale collaborazione dell’amico Leonardo da Vinci, il quale partecipò alla costruzione e all’elaborazione dell’opera teorica con ben sessanta illustrazioni, che fornivano e sostanziavano la dimostrazione figurativa delle tesi matematiche dell’amico. Il libro e le tesi di Pacioli ebbero una rilevanza e risonanza grandissima presso i contemporanei ed i posteri, artisti e non, che si avvalsero delle sue intuizioni e conclusioni. Cito solo a modello esemplificativo, tra i più famosi Botticelli, Piero della Francesca, Bernardino Luini, Dürer, Mondrian.

Nell’articolo dello scorso numero, abbiamo preso in considerazione Leonardo in qualità di acuto cultore di studi fisiognomici e plausibile autore di un trattato sull’argomento, purtroppo andato perduto, di fruitore della fisiognomica, come strumento principe per investigare i “moti dell’animo”, di autore della teoria dell’occhio, cioè della pittura come “finestra dell’anima”. Proprio a questa pittura leonardesca, torniamo oggi a far riferimento, in quanto in essa troviamo, indiscutibilmente, le migliori e più specifiche testimonianze dell’interesse dello eclettico scienziato vinciano, per il nostro concetto di “divina proporzione” come elemento chiave dell’armonia e dell’ordine nelle umane cose, naturali e dall’uomo prodotte.

Nella mia personale ricerca sulla Sezione Aurea, mi sono, fortunosamente e fortunatamente, imbattuto in un illuminante, quanto interessante articolo di Marco Bussagli, “Geometrie del sorriso”, che mi sembra opportuno riportare, nelle sue parti essenziali, perché può, a mio parere, contribuire grandemente al nostro discorso:

Sarà di certo capitato anche a voi di farvi ammaliare dal fascino della Gioconda di Leonardo. Nel momento in cui la si guarda, a dispetto del vetro di protezione che la custodisce, Monna Lisa sembra volerti parlare e pare guardare te solo in un rapporto dialogico esclusivo, capace di essere inteso anche senza parole. Un simile effetto Leonardo dovette ottenerlo non soltanto con la magia dei toni e del celebre “sfumato leonardesco”, che rende l’atmosfera brumosa e soffusa, ma prima di tutto, dosando sapientemente quegli elementi che costituiscono lo schema della composizione.

Questione di rettangoli.

Il motivo di tale coinvolgimento è da imputarsi, se non esclusivamente, certo in buona parte, al fatto che l’occhio sinistro della Gioconda, ossia il destro guardando la figura, giace esattamente sulla linea mediana dell’intera composizione. In altre parole: se si divide a metà il ritratto con una riga verticale, essa passerà per il centro della pupilla sinistra. Questo vuol dire che l’occhio dipinto si avvantaggia d’una simile posizione privilegiata e chi osserva monna Lisa negli occhi finisce per trovarsi, con lo sguardo, al centro del quadro. Non è tutto. Se si avrà l’accortezza di prendere in considerazione il lato lungo della tavola come se si trattasse di un segmento AB, e di ricavarvi la Sezione Aurea secondo il semplice metodo di costruzione geometrica che individuerà il punto X, sicché AB : AX = AX : XB, non sarà difficile constatare che quella, ossia AX, copre la distanza fra il margine superiore della tavola e il muro che si eleva alle spalle della figura. Se poi si avrà cura di spostare il segmento AB in modo che questo sia tangente all’angolo di quel che rimane della base di una delle due colonnine che, simmetricamente, dovevano inquadrare lo sfondo e la donna, si vedrà che su detto segmento è possibile costruire un rettangolo aureo che comprende l’intero dipinto, fino alla base dell’altra colonnina scomparsa.

Si noti che, nella costruzione del rettangolo, il passaggio tecnico che vede l’individuazione della linea mediana che segna a metà il quadrato costruito sul segmento aureo, passa esattamente per la bocca di monna Lisa contribuendo a segnare giusto il punto nel quale Leonardo dipingerà l’enigmatico sorriso. In ogni modo, con la realizzazione del rettangolo aureo, la figura della donna è, in pratica, tutta contenuta all’interno della nuova figura geometrica. La costruzione del rettangolo aureo spiega anche l’inclinazione e la collocazione delle mani di Monna Lisa. Le diagonali del rettangolo che eccedono il quadrato costruito sul segmento aureo segnano, infatti, le posizioni delle mani della donna. Ma l’immagine nasconde anche altri segreti compositivi impostati sull’impiego di opportune figure geometriche. Considerando la linea mediana della tavola, già individuata in precedenza, si possono disegnare, entro i lati lunghi del rettangolo aureo, due circonferenze d’identico raggio i cui perimetri siano, a loro volta, reciprocamente tangenti a livello della scollatura dell’abito della donna che viene così disegnata dal cerchio superiore il quale, a sua volta, ha il centro nell’occhio della figura.

Ancora: dal punto d’intersezione della linea mediana della tavola con il cerchio superiore, è possibile far discendere un triangolo isoscele la cui base giace sulla linea d’angolo del muro che fa da sfondo a mona Lisa. In questo modo la parte superiore della figura è completamente contenuta dal triangolo stesso. Poi, prendendo in considerazione soltanto il cerchio superiore, non sarà difficile constatare che, all’interno di questo, è possibile individuarne un altro, concentrico, che segna l’ingombro della testa della Gioconda definendone così l’altezza (visto che è tangente all’angolo del mento) e la curva del cranio coperta dai capelli scriminati. Tenuto conto dei punti di tangenza fra la testa della donna e il cerchio appena disegnato, sarà abbastanza facile intuire che la figura geometrica che ha guidato le scelte di Leonardo deve essere stata quella dell’ottagono. Iscritto nella circonferenza e orientato opportunamente questo sarà infatti tangente all’angolo inferiore del mento, al margine inferiore della mandibola, a parte del velo, a due punti della calotta cranica e al velo che scende lungo il collo per un totale di cinque punti su otto che denomineremo con altrettante lettere. Allora, se si avrà l’accortezza di unire l’angolo in C con quello in F con un segmento, per farlo intersecare dalla linea mediana del volto che passa per la scriminatura della fronte, il dorso del naso e il tubercolo del labbro superiore, s’individuerà un punto O, che giace al centro della fronte. Da qui, aprendo il compasso con lo stesso raggio della circonferenza in cui è iscritta la testa della figura, si potrà tracciare il cerchio che sottende all’andamento enigmatico del sorriso di monna Lisa. Si otterranno così due cerchi uguali, con i rispettivi centri sul medesimo asse, ma eccentrici fra loro di poco meno della metà del raggio.

Coincidenze evidenti.

Io stesso, nonostante la mia scarsissima attitudine per    la geometria e per il disegno, mi sono cimentato, munito diligentemente di matita, compasso e righello nell’operazione che Marco Bussagli suggerisce, scempiando una fotografia della Gioconda, tratta da un vecchio libro di Storia dell’arte del liceo e nonostante i miei gravosissimi limiti ho potuto rigorosamente riscontrare quanto da Bussagli detto. Certamente un critico cinico e sussiegoso, quanto diffidente, potrebbe obiettare che siamo noi, a posteriori, a voler riscontrare e trovare nell’opera d’arte certe coincidenze e certi riscontri che potrebbero, invece, essere solo frutto del caso e, in verità, questa obiezione sarebbe possibile e verisimile se l’autore della Gioconda non fosse Leonardo, proprio quel Leonardo che, come abbiamo visto collaborò molto attivamente alla stesura del libro di Luca Pacioli, “De divina proportione”disegnando le sessanta tavole di solidi geometrici che illustravano e spiegavano le teorie del matematico sulla Sezione Aurea e sulla intrinseca armonia dalla sua proporzione attribuita alle cose. Una tale collaborazione è di per sé più che sufficiente a dimostrare che per Leonardo la geometria  descrittiva e in particolare l’impiego della Sezione Aurea non dovessero avere misteri di sorta.

Un’ulteriore conferma di ciò la traiamo facilmente da un’analisi “geometrica” delle altre opere di Leonardo, nelle quali è immediatamente ravvisabile la stessa identica ricerca proporzionale. Ne “L’Ultima cena”Gesù, il solo personaggio veramente divino, è dipinto con le proporzioni divine, essendo racchiuso in un rettangolo aureo. Ne “L’Annunciazione” la figura e la postura dell’angelo sono in proporzione aurea rispetto alla sua distanza dalla Vergine. Nella “Donna scapigliata” la testa è racchiusa in un rettangolo aureo e il volto è in proporzione aurea rispetto al fascio dei capelli. Anche l’inclinazione del capo non è casuale, ma segue la diagonale del quadrato. E cito per ultima la più geometrica delle opere di Leonardo, “L’Uomo”nella quale l’artista studia le proporzioni della Sezione Aurea, secondo i dettami del “De Architectura” di Vitruvio che obbediscono ai rapporti del numero aureo.

Nella famosa rappresentazione di Leonardo dell’Uomo di Vitruvio, come tutti ben ricordiamo, la figura umana è inscritta in un quadrato e in un cerchio. Nel quadrato l’altezza dell’uomo a-b è pari alla distanza b-c tra le estremità delle mani con le braccia distese. La retta orizzontale x-y passante per l’ombelico divide i lati AB e CDesattamente in rapporto aureo tra loro. Lo stesso ombelico è anche il centro del cerchio che inscrive la persona umana con le braccia e gambe aperte. La posizione corrispondente all’ombelico è, infatti, ritenuta il baricentro del corpo umano.

Nel “De Architectura” Vitruvio scrive:

Il centro del corpo umano è inoltre, per natura, l’ombelico: infatti, se si sdraia un uomo sul dorso, mani e piedi allargati, e si punta un compasso sul suo ombelico, si toccherà tangenzialmente, descrivendo un cerchio, l’estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi.

Certamente meno famosa, ma non per questo meno importante e affascinante, è la figura dell’uomo di Rutilio il Vecchio, nel quale invece, la figura umana è inscritta in una stella a cinque punte, che come abbiamo già visto è un simbolo tipico caro ai pitagorici.

Una famosa rappresentazione della figura umana, secondo le proporzioni della Sezione Aurea è rappresentata dalla “Venere” di Botticelli, nella quale è aureo il rapporto tra l’altezza complessiva di Venere e la distanza dell’ombelico da terra. Ma tutto questo non deve stupirci, in quanto l’artista nulla fa di altro, che riproporre e riprodurre ciò che vede in natura. E, in natura, il rapporto aureo è riscontrabile in molte dimensioni del corpo umano.

Se moltiplichiamo, infatti, per 1,618 la distanza che, in una persona adulta e proporzionata, va dai piedi all’ombelico, otteniamo la sua statura. Così anche la distanza dal gomito alla mano, con le dita tese, moltiplicata per 1,618, dà la lunghezza totale del braccio. La distanza che va dal ginocchio all’anca, moltiplicata, sempre per 1,618, dà la lunghezza totale della gamba, dall’anca al malleolo. Infine anche nella mano, i rapporti tra le falangi delle dita medio e anulare sono aurei e per quanto ci riguarda più da vicino, anche il volto umano è interamente scomponibile in una griglia i cui rettangoli hanno i lati in rapporto aureo.

La prova più eclatante ed evidente di come il rapporto aureo possa influenzare e condizionare il nostro occhio è fornita proprio dal volto umano, dal quale abbiamo preso le mosse ed al quale ora torniamo. L’uomo, infatti, ha acquisito e formulato, nel corso della sua evoluzione, un concetto di bellezza che si credeva fosse legato a canoni estetici soggettivi e secondari alla cultura del tempo, e quindi mutevoli, come certamente a prima vista può apparire a chi osservi il fenomeno dal punto di vista storico ed estetico. Se questo è vero certamente in superficie, ci si sta, invece, orientando sempre di più verso un concetto di bellezza meno mutevole e fisicamente, direi addirittura neurologicamente determinato, conseguente alla proprietà e capacità del nostro cervello di percepire e registrare l’armonia, o viceversa disarmonia, nei rapporti, nelle proporzioni esistenti e sussistenti tra le varie parti del nostro corpo, in special modo nel viso e, naturalmente, anche in tutto ciò che esiste in natura spontaneamente, o prodotto dall’uomo stesso.

Senza addentrarmi troppo in spiegazioni neurologiche, non del tutto definite e che potrebbero essere noiose, posso accennare che ad oggi sembra che il cervello rappresenti entro di sé i volti che gli occhi vedono, per mezzo di uno schema di attivazione in un’area specifica della corteccia (la regione parietale-temporale) situata quindi più “a valle” nella complessa organizzazione visiva. Gli elementi di tale schema corrispondono a varie caratteristiche canoniche o “dimensioni” astratte dei volti osservati. Ogni qual volta vediamo un volto reale, il nostro cervello confronta il volto reale che “vede” con un volto ideale in lui rappresentato e che potremmo chiamare “volto standard”, valutando e catalogando quanto il volto reale si discosti dal volto umano ideale, identificandolo quindi sulla base di tali “differenze”. Non si sa esattamente quante siano queste “dimensioni” astratte e neppure se il loro numero sia eguale per tutti. Si sa, però, che nella discriminazione facciale le varie caratteristiche degli occhi e delle loro immediate vicinanze hanno un’importanza predominante, seguite dalle varie caratteristiche della bocca e poi della forma complessiva del viso. Il naso parrebbe avere scarsa importanza, almeno nelle visioni frontali.

Se il nostro povero Cyrano fosse vissuto, soltanto alcuni secoli più tardi e fosse stato a conoscenza di tali ipotesi neurologiche, forse sarebbe stato meno tormentato e meno infelice. Va da sé che, probabilmente, il cervello sia anche in grado di cogliere e riconoscere l’armonia insita in ciò che vede e viceversa la disarmonia, reagendo positivamente alla prima e negativamente alla seconda. Forse proprio in questa sottesa armonia è racchiuso il segreto di ciò che chiamiamo bello. E con questa armonia torniamo alla Sezione Aurea da cui abbiamo preso le mosse.

Esula purtroppo dallo specifico di questo discorso e dai limiti che ci siamo proposti la disanima di come tutta la natura e anche le cose dall’uomo prodotte siano permeate, pervase da questa divina proporzione e dalla armonia ad essa sottesa. È sufficiente pensare che la botanica, la fisica, la zoologia, l’astronomia, la musica, tutte in maniera diversa, sono permeate e regolate da questa divina proporzione, responsabile dell’armonia in esse contenuta. La Sezione Aurea è l’espressione matematica della bellezza della natura: dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, tutto sembra regolato da perfezioni matematiche, da precisi calcoli predefiniti, applicati dalla piccola chiocciola che vive nel sottobosco all’immensa galassia a spirale che contiene miliardi di stelle. Non può esistere però l’armonia, senza il suo opposto e contrario, la disarmonia. E proprio in questa disarmonia, Cesare Lombroso, il grande scienziato italiano, padre della moderna criminologia, cercò di individuare il segno distintivo della criminalità. Ma questo fa parte del prossimo articolo, se avrete la bontà di continuare a leggerci. Nella attesa vi forniamo un ulteriore esempio di come la fisiognomica, lo studio del volto, possa aiutarci a scoprire il carattere di una persona, prendendo in esame, questa volta Massimo D’Alema.

Massimo D’Alema

Dall’esame del volto di Massimo D’Alema, la prima caratteristica che si coglie, immediatamente, e che salta subito agli occhi è l’acuta intelligenza, dotata di un sottile senso logico ed analitico. Purtroppo questa, ripeto, acuta intelligenza, non è accompagnata da un altrettanto acuto senso critico e soprattutto autocritico che permetta una percezione dei propri limiti. Ne consegue un tratto di personalità sicuramente interessante, per quanto riguarda l’indiscussa capacità di fredda analisi dei fatti, ma priva di quel sentimento umano, indispensabile per la più profonda comprensione di questi.

D’Alema è una persona fredda sul piano affettivo, con una razionalità che domina grandemente su un quasi inesistente versante emotivo. Quei pochi sentimenti, comunque forse esistenti e presenti in lui, sono trattenuti e ritenuti, per cui essi già pochi e poco espressi, non compaiono nella sua vita, soprattutto pubblica e poco anche in quella privata.

Definirei la sua, una personalità “stitica” sul piano affettivo ed emotivo. Da medico non mi stupirei, se soffrisse di patologie a carico dell’apparato digerente, ulcera duodenale, colon irritabile, stipsi cronica. La vivida intelligenza, non corroborata e suffragata da un altrettanto vivido apporto emotivo, fa di lui una persona che ai più, e non a torto, appare fredda, senza emozioni, a tratti addirittura cinica, nel freddo perseguire dei propri scopi e nella realizzazione dei propri progetti. A questo proposito D’Alema è una persona capace di aspettare, di mettersi da parte e addirittura scomparire temporaneamente, se ciò può essere utile per raggiungere il proprio obiettivo.

È un giocatore di scacchi, nella vita, che con freddezza e acutezza, ma soprattutto lungimiranza, studia e progetta le proprie mosse con largo anticipo, non disdegnando di sacrificare una torre o un cavallo, se questo può essere utile a dare, imprevedibilmente ed inaspettatamente, scacco matto al proprio avversario. In altre parole una persona che è capace di “entrare in sonno”, come dicono i massoni, anche per lungo tempo, se questo serve alla causa.

È una persona disciplinata, molto attenta alle gerarchie, quando si trova in una posizione subordinata, che sa stare al proprio posto, senza sgomitare, ma che utilizza questa disciplina ed autodisciplina, mirando a conseguire il potere, unica sua vera e fondamentale aspirazione. Vero uomo di “apparato”, capace di salire pazientemente uno ad uno tutti gli scalini gerarchici, senza mettersi troppo in mostra, senza troppo apparire, senza offuscare gli altri, senza costituire, superficialmente un pericolo, ma pronto ad esprimere tutto se stesso, sempre con freddezza, però, una volta che abbia raggiunto il vertice della gerarchia.

In questo, naturalmente e grandemente, facilitato dal proprio carattere fondamentalmente freddo e capace di un assoluto dominio sulle proprie scarse passioni. Uomo dalla forte ideologia, abbracciata, però, anche questa, non con una fede emotiva e passionale, ma con logico calcolo (opportunistico?). In virtù ed in difesa di questa forte ideologia ed in funzione di “un bene superiore”, caratterizzato dal trionfo di questa, sarebbe pronto a sacrificare e trascurare aspetti umani, che invece fermerebbero altri, o comunque li farebbero esitare, ponendosi dubbi ed interrogativi morali, che invece non credo possano sfiorare il nostro soggetto ed interferire con il suo agire. Non disdegna gli utili per sé, ma è soprattutto interessato a quelli della causa.

Non lo definirei un uomo etico, ma piuttosto un moralista, per gli altri, ove la “morale” può e deve essere intesa, piuttosto come una disciplina atta a tenere a freno le intemperanze dei singoli, che potrebbero essere disturbanti per la causa. Una morale, comunque, assolutamente laica e priva di implicazioni con il trascendente, rispetto al quale, ritengo, il rapporto è non di ostilità, ma di un distaccato agnosticismo.

Non disdegna il lusso, ed è da questo gratificato, ma non da esso distolto nel perseguire i propri obiettivi di potere. Ossequioso e disciplinato con i superiori, può essere sprezzante con i subordinati, di cui disprezza il servilismo, ma dai quali pretende obbedienza assoluta e incondizionata. Rigido anche con se stesso, nella puntigliosa ed ossessiva osservanza di programmi e progetti a lunga scadenza, ma anche nella minima scansione della propria quotidianità, fatta anche di piccoli gesti e di rituali ripetitivi ed anche essi ossessivi, dai quali non riesce a liberarsi.

Stabile dal punto di vista emotivo, non conosce ampie oscillazioni dello stato d’animo, dalla gioia alla profonda tristezza. Non si coinvolge facilmente, o quasi mai, riservandosi il ruolo di acuto, quanto freddo e distaccato osservatore, attratto più dai “grandi numeri”, che dalle singole ed umili vicende umane, spesso anche misere. Un sociologo, piuttosto che uno psicologo, affascinato ed utilizzatore, piuttosto della statistica, rispetto alle vibrazioni del cuore, o dell’animo.

Fedele, probabilmente, in famiglia, ma più per forma che per reale e sentito attaccamento. Predilige una famiglia di struttura tradizionale, che offre senso di ordine e sicurezza, almeno esteriore. Non disdegnerebbe “avventure”, purché non andassero ad intaccare, o mettere in pericolo la tranquilla solidità familiare e che comunque sarebbero vissute senza eccessiva partecipazione, o coinvolgimento emotivo. Molto caparbio, disposto a grandi sacrifici materiali, anche per lunghi tempi, pur di conseguire i propri obiettivi, non soffre grandemente di privazioni fisiche, pur non disdegnando il lusso, se queste sono funzionali ai propri scopi.

Buona cultura, o piuttosto erudizione, acquisita, ma non interiorizzata. Lo definirei un critico teatrale, piuttosto che un commediografo, un critico letterario, piuttosto che un poeta o uno scrittore, non un pittore, ma anche nelle arti figurative, un critico. Secondo l’acutissima definizione di Norberto Bobbio di “Destra e sinistra”, nel suo aureo ed omonimo libretto, D’Alema è un uomo di sinistra fin nelle midolla, in una neutrale e non partitica distinzione. In questo senso non lo potrei definire certo un libertario, attento, come mi sembra possa essere, più ai fenomeni sociali, che alla difesa della libertà del singolo.

La sua sfortuna? Essere nato e vivere in un paese come l’Italia, approssimativo e improvvisatore, iperemotivo e dai grandi e fugaci entusiasmi, passionale e ben poco razionale e in un’epoca storica come la nostra, di grandi cambiamenti, di crollo e di assenza di forti ideologie, in cui quelle ancora presenti si sono annacquate, snaturate e denaturate, e non sono neppure state sostituite da altre, lasciandoci in un disturbante vuoto ideologico, orfani di fedi in cui credere fermamente.

Peccato. Lo avrei visto più a suo agio e forse anche moderatamente felice, nella Unione Sovietica di Stalin, di Nikita Khrushchev, o di Brežnev, della guerra fredda e dei blocchi contrapposti, nella protettiva e confortante certezza di un apparato di partito gerarchico e gerarchizzato, alle prese con una miope burocrazia sovietica. A mio parere vive il dramma interiore, ma neppure questo troppo sentito, di essersi formato ideologicamente e culturalmente, di appartenere ad un partito che, strada facendo, ha dovuto cambiare, almeno apparentemente, forma ed aspetto esteriore, adattandosi al mutare dei tempi e non piuttosto adattare i tempi a se stesso.

Sul piano personale è introverso e in alcuni aspetti anche timido, molto geloso dei suoi pensieri e della sua vita interiore; non si confida facilmente, forse mai. Egocentrico e con una buona dose di fiducia in se stesso, si sente di appartenere ad una élite intellettuale e culturale. Scarsamente comunicativo, può essere anche arrogante e crudele nella freddezza delle espressioni verbali. Assume spesso toni professorali e potrebbe anche trattare gli altri con sussiegosa sufficienza. Apodittico nei giudizi. Permaloso e non dotato di autoironia. La sua fisionomia e, conseguentemente, i suoi aspetti caratteriali, ad essa secondo me sottesi, lo fanno somigliare fortemente a Vladimir Putin. Che le comuni scelte ideologiche siano la conseguenza di comuni tratti caratteriali?

Quanto sopra è detto sine ira et studio.

Non credo che con Massimo D’Alema potrei essere amico, ma spero, sinceramente, che non me ne voglia per quanto ho scritto su di lui e che, leggendolo, possa sorridere sotto i baffi, che onorano il suo ed il mio labbro…ma i suoi sono più sottili.

* Dice di sé:
Domenico Mazzullo. Medico-Chirurgo, speta in Psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.

ATTIMI FUGGENTIIl presupposto della costituzione  democratica è la libertà, tanto che si dice che solo con questa costituzione è possibile godere della libertà, che si afferma essere il fine di ogni democrazia. Una delle caratteristiche della libertà è che le stesse persone in parte siano comandate e in parte comandino. (…)

Questi dunque sono i caratteri comuni a tutte le democrazie, e da quella che unanimemente si concorda essere la giustizia secondo i canoni democratici (cioè che tutti abbiano lo stesso secondo il numero) deriva quella che più di ogni altra sembra essere democrazia e governo di popolo. L’uguaglianza consiste nel fatto che non comandino più i poveri dei ricchi, che non siano sovrani i primi soltanto, ma tutti secondo rapporti numerici di uguaglianza. E questo sarebbe l’unico modo per ritenere realizzate l’uguaglianza e la libertà nella costituzione.

(da Politica, Aristotele)

 

ATTIMI FUGGENTIÈ da sperare che sia trascorsa l’epoca in cui era necessario difendere la “libertà di stampa” come una delle garanzie contro un governo corrotto o tirannico. Possiamo supporre che non sia più necessario dimostrare che non si può consentire a una legislatura o a un esecutivo, i cui interessi non si identifichino con quelli dei cittadini, di imporre loro delle opinioni e di stabilire quali dottrine o argomentazioni essi possano ascoltare. Inoltre, questo aspetto della questione è stato così spesso e con tale successo fatto valere da autori precedenti che è inutile insistervi particolarmente in questa sede.

(…) Supponiamo quindi che il governo concordi totalmente con i cittadini, e non sia mai tentato di esercitare alcun potere coercitivo che non corrisponda a quella che ritiene la loro opinione. Ma io nego il diritto del popolo a esercitare questa coercizione, sia da solo sia mediante il proprio governo. Il potere stesso è illegittimo: il migliore governo non vi ha più diritto del peggiore. È altrettanto, o forse più, dannoso quando lo si esercita seguendo l’opinione pubblica che contro di essa.

(da Saggio sulla libertà, Della libertà di pensiero e di discussione, John Stuart Mill, 1859)

 

CONTROCORRENTE. Cristina Calzecchi Onesti - Leopardi comico, audace e ribelle

Personalità dal carattere combattivo, molto meno metafisico di quanto la tradizione voglia tramandare

Cristina Calzecchi Onesti *

Il genio si manifesta dappertutto
(G. Leopardi – “Discorso sopra la Batracomiomachia”, 1815)

Sono passati esattamente 20 anni da quando dedicai la mia tesi di laurea a Giacomo Leopardi, eppure mi accorgo che nell’immaginario collettivo, cioè tra i più, non è cambiata granché l’idea che sopravvive di lui. Ineguagliabile lirico intimista, sensibile – anche troppo. Che fosse omosessuale? Beh, sulla storia con il Ranieri non l’hai mai contata giusta – e carismatico. Ma anche brutto, gobbo, malaticcio, insomma uno sfigato. Le battute più frequenti che sentivo allora come oggi: “Ti credo che è un pessimista, cosmico per giunta, reietto dal genere umano com’è – Madre natura una matrigna? In effetti con lui non è stata granché generosa – Che noioso, che angoscia”.

In parte è sicuramente colpa della scuola, che degli autori è costretta, per questioni temporali, a farci conoscere, annusare, solo la cosiddetta produzione maggiore. Ammesso che esistano parametri scientifici con cui catalogare in maggiori e minori le opere dei grandi della letteratura. Un’altra piccola responsabilità l’attribuirei a quella critica marxista anni ’60 che nella “social catena” della Ginestra ha visto strumentalmente un melenso vessillo di un somo reale ante litteram. Al pari dei contadini nei campi dipinti da Van Gogh. Chi ha frequentato la Facoltà di Lettere Moderne tra gli anni ’60 e ’80 se la ricorderà sicuramente. Analisi arbitraria del suo progressismo democratico laico, in netta opposizione con gli illuministi fideisti del suo tempo. Bisogna riconoscere che questa poteva rappresentare una posizione coraggiosa per un abitante dei territori papali, sotto l’egida del reazionario Monaldo, in un’epoca di ben pensanti e perbenisti. Lui di contro, nelle sue “Epistole”, si definirà un mal pensante.

Entrando un po’ più nella sua vita comincerei dal far notare ai delatori fisiognomici del Leopardi che non era affatto brutto. Ho avuto l’onore di abitare qualche tempo per i miei studi nella sua casa di Recanati dove esistono ritratti e busti migliori di lui. La sua proverbiale gobba è riducibile ad una ipercifosi molto alta, limitata direi solo al tratto cervicale, di fronte alla quale, per esempio, il senatore Andreotti, che non ci permetteremmo mai di definire sfigato, appare il Gobbo di Notre Dame. Per il resto, i tratti del viso erano estremamente regolari e aggraziati. Caratterialmente il padre lo definisce un introverso “…ma mai burbero e scortese, e quando se gli dirigeva il discorso o rispondeva con brevi e cortesi parole, sorrideva…” (dalla lettera memoriale di Monaldo ad Antonio Ranieri).

Per conoscerne, poi, lo spirito ribelle, audace, anticlericale e rivoluzionario basterebbe leggere le sue lettere private, dove il linguaggio qualche volta trascende anche nel greve e nel triviale e i pensieri scorrono liberi. Altro che quel bacchettone del Manzoni. Quando finalmente riesce a raggiungere Roma, per esempio, dopo un primo tentativo di fuga da quella prigione dorata della sua casa avita dove lo vogliono a tutti costi prete, scrive al fratello Carlo: “…una donna in Roma come in Recanati, anzi molto più […] non la dà, credetemi, se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche…” (Epistolario, 222, 6 dicembre 1822). Sì, dice proprio “non la dà” anzi per l’esattezza “non la danno” perché in quel punto il soggetto sono le “bestie femminine”, le donne ipocrite e frivole che nelle grandi città amano solo girare e mostrarsi, senza interessarsi di nulla. Non rimangono, quindi, che le prostitute, “le donne pubbliche”, un po’ pericolose però per i suoi gusti. Per lui si profila, quindi, una vera e propria scelta di campo e di gusto: piuttosto che rincorrere le fatue donnine dei salotti buoni, che lo avrebbero esibito come un trofeo letterario, preferisce la riservatezza.

Nulla questio. La contessa Teresa Carniani Malvezzi il Leopardi la epiteta con un “puttana” (Ep. 519,21 maggio 1827), l’abate Cancellieri è un “coglione” (Ep. 219, 25 novembre 1922), monsignor Angelo Mai è “compiacentissimo” in parole, politico in fatti […], fa in ultimo il suo comodo (Ep. 223, 9 dicembre 1822), un opportunista dunque. In occasione del primo incontro di persona con il Monti volle “propriamente sputar sangue per parlargli in modo che egli mi potesse intendere” (Ep. 357, 17 settembre 1825). Quando gli fu offerta l’opportunità di diventare Cancelliere di Censo come lui desiderava ma a patto che intraprendesse la carriera prelatizia, al fratello Carlo scrive: “…io ho fatto questa deliberazione che la mia vita debba essere più indipendente che sia possibile…” (Ep. 260, 22 marzo 1823). E sul tema del rapporto conflittuale  con il clero prosegue, dimostrando di essere pronto a pagare tutte le conseguenze delle sue scelte senza cambiare rotta: “…ho un grandissimo vizio, ed è che non domando licenza ai Frati quando penso né quando scrivo, e da questo viene che quando poi voglio stampare, i Frati non mi danno licenza di farlo” (Ep. 299, 3 aprile 1824).

Insomma a sfogliare il suo Epistolario si scopre un carattere molto più combattivo e molto meno metafisico e lamentevole di quanto la tradizione voglia continuare a tramandare. Eppure Leopardi scende anche in campo riguardo l’impegno civile, non filosofeggia soltanto, brandendo la spada, tra le più infuocate, della satira politica. Tracce  se ne trovano nello “Zibaldone”, nelle “Operette morali”, ne i “Nuovi credenti” ma soprattutto nei “Paralipomeni”, poema eroicomico di ispirazione pseudomerica sulla guerra dei topi e delle rane, ossia liberali e legittimisti contrapposti, tutto ammantato di religioso materialismo.

Il poema eroicomico tratta un soggetto futile e leggero con tono e linguaggio da poema epico, in modo che dal contrasto nasca la comicità. È un genere che si sviluppò in Italia molto tempo prima come reazione ai poemi epico-cavallereschi, espressione della definitiva e radicale dissoluzione dell’ideale cavalleresco e insieme della sazietà di una forma letteraria ormai abusata. Ma che poi cadde in disuso molto presto. Lo riscoprì il settecento inglese, secolo estremamente logico e razionale, per questo predisposto a manifestazioni satiriche contro tutta la cultura contemporanea. Grandi interpreti furono il Parnell, Swift e Pope. Recenti studi hanno dimostrato che il Leopardi, permeato sicuramente della cultura francese come tutti sanno, fu invece affascinato anche da quel circolo anglosassone così come poi dal Byron.

La satira inglese è aperta e accompagna la disputa pro e contro la nuova scienza, legata si alla contingenza ideologica ma insieme ricca di implicazioni letterarie, di genere e di stile. Punta, cioè, a liberare la satira dal pregiudizio, sorretta da un’ispirazione purista, che darà molta rilevanza alla ricerca di una lingua colta, perifrastica, artificiosa, tesa a sviluppare tutte le potenzialità dei significati. Anche Leopardi si sente autorizzato, contro la prevenzione di cui ancora il genere gode, a difenderlo, quasi manifestazione necessaria del genio poetico. Plaude infatti alla lezione del Pope secondo cui i grandi ingegni possono avere accanto alla capacità d’immaginazione una naturale inclinazione allo scherzo, “vene di mercurio in miniere d’oro” (Discorso sopra la Batracomiomachia, 1815 – I-II).

Il poeta recanatese è attratto dall’eroicomico fin dalle prime esperienze giovanili ma sarà il suo impegno sociale degli ultimi anni a dare la spinta decisiva verso le consimili produzioni popiane e byroniane. Analoga la lotta all’invariata attitudine della nuova cultura borghese a confidare nel progresso tecnologico e nella religione, con soluzioni pseudoattivistiche in politica e letteratura. Un’irrisione dell’uomo cittadino, fotografato nel suo quotidiano, in definitiva solo frivolo e mondano, speso in conversazioni dalle pretese intellettuali e politiche nei salotti e nei caffè. Una denuncia dei limiti e dei vizi, del presente come del passato, della parte pedantesca, immobile, antiquaria della tradizione letteraria. Quello che stimola la creatività dell’ultimo Leopardi è la vitalità, la passionalità e la profondità di pensiero con il quale il Byron aveva riempito queste strutture retoriche. Sembra proprio che il nostro poeta reputi la satira politica idonea ad esprimere meglio di altro il suo attivismo, l’impegno politico-umanitario degli anni residui della sua vita, parallelamente all’attività lirica di sempre. L’unica arma in mano ad uomo minato nel fisico, che difficilmente avrebbe potuto imbracciare un fucile. Insomma un Leopardi comico e dissidente quanto sconosciuto e ignorato. Difficile non rimanere impressionati dal pathos e dal coraggio di quest’uomo, fragile fisicamente ma potente nello spirito libero dalle convenzioni, che, sotto una forma o un’altra, ci lascia in eredità a modello morale.

* Dice di sé:
Cristina Calzecchi Onesti. Nel 1962 sono nata casualmente ad Ascoli Piceno e la casualità ha caratterizzato un po’ tutta la mia vita. Laurea in Lettere Moderne mentre sognavo Fisica alla Normale di Pisa e master biennale in “Giornalismo e comunicazione di massa”. Da qui la passione per la comunicazione tout court. Diversi anni nelle relazioni esterne e nei rapporti istituzionali mi hanno invece spinta, nell’ultimo decennio, a diventare giornalista della carta stampata, web e tv. In mezzo, uno splendido figlio, oggi perfetto ribelle adolescente di 15 anni. Sempre alla ricerca del miglior mondo possibile mi son lasciata guidare solo dalla curiosità che spesso mi ha permesso di conoscere l’altra faccia della medaglia. Come nel caso di Giacomo Leopardi.

INTERVISTE. Paola Harris - Il testimone di Roswell

4 luglio 2007: 60° anniversario del ritrovamento di Roswell. La famiglia di Jesse Marcel entra nella storia

Paola Harris *

Nel 1947 qualcosa che non era di questo mondo cadde a Roswell nel Nuovo Messico. Inizialmente l’Esercito annunciò che un disco volante era caduto nella proprietà dell’allevatore Mac Brazel e che quest’ultimo era andato in città a denunciare la caduta di detriti nel proprio campo. Di conseguenza, Jesse Marcel, ufficiale dei Servizi di Intelligence dell’Esercito, si recò sul luogo e raccolse parte dei rottami, tra cui spiccavano degli elementi strutturali divenuti in seguito noti come “I-beams” (travi a forma di “I” n.d.T) e che recavano degli strani geroglifici. Li portò a casa, svegliò la moglie e il figlio di undici anni, Jesse Marcel jr, per far vedere loro quegli strani manufatti e definendoli “qualcosa che non era di questo mondo”.

Quel materiale era leggero e resistente e non era possibile scalfirlo. Subito dopo l’Esercito minacciò Marcel e la sua famiglia, ordinandogli di non parlare mai più di quei fatti       e obbligò l’ufficiale a mistificare la storia: quei rottami appartenevano, semplicemente, ad un pallone meteorologico – spia nell’ambito del Progetto Mogul. L’imposizione di quel segreto rattristò il maggiore Marcel, così negli ultimi anni di vita, decise di dire la verità, poiché sapeva di essere perfettamente in grado di distinguere i rottami di un disco volante da quelli di un pallone sonda.

Quella che segue è l’intervista con suo figlio Jesse Marcel jr, che all’epoca dei fatti era un bambino e su quei ricordi ha scritto un libro intitolato “L’eredità di Roswell”.

Quando ebbero luogo quei fatti, tuo padre obbligò te e tua madre a non parlare mai più di quella storia. Pensi che, se tuo padre fosse vivo, sarebbe contento di sentirti parlare di quell’incidente? Alla fine della sua vita egli ammise di aver taciuto e raccontò quanto era accaduto.

Il fatto che ora si parli di questo, in tutto il mondo, gli avrebbe fatto certamente  piacere. E sarebbe anche molto sorpreso nel vedere quanto sia cresciuto l’interesse per l’incidente di Roswell, soprattutto comparando l’attuale situazione con quella del 1978, quando lui incominciò a dire che era caduto un disco volante e che i rottami ritrovati non erano quelli di un pallone sonda.

I ricercatori italiani e quelli di tutto il mondo ammirano         il  tuo coraggio;  in luglio cade il sessantesimo anniversario dell’incidente di Roswell e tu hai deciso di farlo coincidere con l’uscita del tuo libro. Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Ho iniziato a scriverlo un paio di anni fa, mentre ero chirurgo in Iraq. Dapprima ho buttato giù delle brevi note su quei giorni lontani, a Roswell, e mi sono reso conto che all’epoca dei fatti ero soltanto un bambino di undici anni. Il libro riguarderà la storia della mia famiglia, sarà un contributo sull’evento di Roswell.

Ma anche la tua testimonianza è importante perché tu hai visto i rottami.

Sì! Ho visto i rottami e sapevo benissimo che erano cose uniche e irripetibili, che non erano state certo costruite dall’uomo. Da quel momento in poi ho saputo che non siamo soli, che c’è gente lassù e che quella gente è molto più abile di noi perché è stata capace, da qualunque parte provenga, di arrivare fino a noi.

In seguito ti sei anche reso conto che tutta quella storia era stata messa a tacere. Ti sei mai preoccupato o spaventato all’idea di parlarne prima che lo facesse tuo padre?

Per molti anni non affrontammo quella vicenda neanche in famiglia, perché ci era stato ordinato di non farlo. Quando mio padre iniziò a parlarne, alla fine del 1978, io provavo disagio nell’affrontare l’argomento in pubblico; lui era piuttosto anziano ed io in quel periodo non ero a casa. Cominciai a parlarne ufficialmente solo dopo la morte di mio padre.

Tu e tuo padre ne avete mai discusso approfonditamente, faccia e faccia?

Abbiamo confrontato i nostri appunti su quel che avevamo visto, su quegli strani simboli, sul loro colore, sulla forma di quei materiali e su cosa significassero per noi!

Quindi da tutta la tua vita sai che non siamo soli?

So che non siamo soli dal 1947.

Passi molto tempo ad osservare il cielo?

Mi appassionano la cosmologia e le foto del telescopio Hubble. Là fuori ci sono stelle e pianeti abitabili e c’è gente.

Mi piace il fatto che usi la parola “gente”. Il Colonnello Philip Corso scrisse, nel suo libro “Il Giorno Dopo Roswell”, che al Pentagono esiste un elenco di molte razze di extraterrestri. Non ci sono soltanto i cloni ma anche quelli che li controllano.

Sono certo che esistano molte civiltà e che devono essere bendisposte nei nostri confronti, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Se avessero voluto, ci avrebbero già eliminato.

Quindi ritieni che queste visite extraterrestri siano, probabilmente, indifferenti, né buone né cattive.

Penso che gli extraterrestri siano sostanzialmente neutrali. Verosimilmente vengono in missioni di studio, proprio come faremmo noi. Ma noi progettiamo ancora di inviare sonde e satelliti verso altri sistemi planetari, mentre loro sono molto più avanti. Non si sono limitati ad esplorare il loro sistema stellare, sono giunti fino al nostro.

Il che vuol dire che ci stanno studiando!

Se avessero voluto distruggerci, ribadisco, avrebbero potuto farlo benissimo; anche perché non siamo una specie esattamente piacevole, visto quello che stiamo facendo al nostro pianeta. Penso che siano molto contrariati dal nostro antiquato sistema di società tribale basata sulla guerra, sistema che è, purtroppo, ancora il più diffuso. Non possiamo fare a meno di combatterci l’un l’altro.

Pensi che siano preoccupati dal nostro arsenale nucleare?

Credo che il poligono per i test di White Sands, nel Nuovo Messico, abbia attirato la loro attenzione. Hanno scoperto che disponevamo di armi nucleari. Non so se si preoccupino o meno, ma è certo che sono molto interessati ai danni che stiamo facendo a noi stessi.

L’energia nucleare è potenzialmente pericolosa.

Bene, essa rappresenta il potere più spaventoso che si sia mai trovato nelle mani di noi uomini. Se dovessero considerarci una minaccia, ci troveremmo in guai seri.

Credi che ci permetterebbero di portare l’energia nucleare nello spazio esterno?

Se fosse per fini pacifici sì, ma per scopi militari no! Non credo che ci permetterebbero di portare il nucleare nello spazio.

Hai detto che non ce lo permetterebbero, vuoi dire che essi  non vogliono che portiamo il nucleare nello spazio?

Se ci vedessero come una minaccia per qualsivoglia cosa ci sia là fuori, allora, ripeto, ci troveremmo in guai seri.

Adesso sei in pensione, con più tempo libero ed un libro in uscita. Ti senti obbligato a parlare del fatto che  sei stato testimone di quegli eventi?

Sì, non so quanto tempo mi rimane su questa terra e mi piacerebbe diffondere il mio messaggio quanto più possibile, prima di andarmene. Sarei felice che la gente sapesse quello che so io.

Ora la gente sa in Europa, in Italia, nel mondo.

Il mondo, sì! Noi non siamo italiani, americani o giapponesi, siamo cittadini di questo pianeta.

In altre parole, la razza umana. Che messaggio hai per le giovani generazioni che verranno dopo di noi?

Guardate il cielo perché lì c’è vita e io credo sia importante comprendere che siamo tutti cittadini della Galassia.

Hai confidato che ti piace Roma perché ami la storia antica.

Si! È una bellissima città e qui ogni pietra racconta un pezzo della nostra storia.

Pensi mai che anche la tua testimonianza è una parte della storia?

Io ho visto quello che ho visto. Mi ritengo molto fortunato per essere stato presente a quei fatti nel 1947 e mi sento privilegiato per l’essere divenuto parte di quella grande storia.

* Dice di sé:
Paola Harris. Giornalista italo-americana, reporter investigativa nel settore della ricerca dei fenomeni extraterrestri.

SCOPERTE. Tiziana Stallone - Quando lo scienziato fa da cavia a se stesso

Goldberger e la sua battaglia contro la pellagra per fornire una cura a milioni di ammalati

Tiziana Stallone *

Avevo 25 anni quando scrissi il primo lavoro scientifico, risultato di un anno di ricerca sull’ovaio fetale umano e centinaia di ore trascorse per lo più in una angusta stanzetta del laboratorio di microscopia elettronica a tagliare, raccogliere, colorare ed osservare esilissime sezioni di tessuto, a mala pena intercettabili ad occhio nudo. Consideravo ognuna di quelle delicatissime fettine di tessuto un piccolo tesoro, poiché ottenuta da ovaie di bambine, purtroppo, mai nate e che i genitori avevano deciso di donare alla scienza. Piccoli campioni di tessuto che dalla città giapponese di Toho erano giunti a Roma, nelle mie mani di giovane dottoranda, affinché ne ricavassi qualcosa di utile per gli altri. Da quello studio, da quelle miriadi di osservazioni, da quelle delicate micromanipolazioni, allenandomi ad un pensiero rigorosamente scientifico, elaborai entusiasticamente, con passione delle ipotesi, allo scopo di ricostruire la complicata architettura dell’ovaio umano nel corso del suo sviluppo fetale.

Consegnato il risultato delle mie ricerche al direttore del dipartimento per una supervisione, il lavoro mi fu restituito corredato da brevi annotazioni, riportate rispettosamente a matita (particolare che non mi sfuggì, e che, mi piacque pensare, fosse volto a non ferire, attraverso la risolutezza del tratto indelebile di penna, l’entusiasmo di una ricercatrice in erba ed a consentirmi, inoltre, un margine di discussione). Le osservazioni del direttore non scardinavano le mie ipotesi nella sostanza, ma le ammorbidivano nella forma e le smussavano nei toni, per renderle meno enfatiche, più probabilistiche e meno assolutistiche. “Sei convinta che le cose stiano davvero così?”, disse con tono calmo, “Proveresti ciò che scrivi nel lavoro su te stessa?” Ed io tradii un’esitazione…

Mi è servito qualche anno per comprendere la prudenza dell’ormai compianto direttore, scomparso prematuramente, e per metabolizzare che la verità scientifica non ammette insicurezze, non si costruisce solamente sull’entusiasmo di un ricercatore appassionato, su una buona intuizione, su uno studio responsabile e meticoloso, sulla dialettica di un lavoro ben scritto, ma si consolida e matura all’ombra di continue, variegate sperimentazioni, trova conferma sui fatti che sostengano le tesi nel tempo, sulle quali lo stesso ricercatore dovrebbe essere in prima persona pronto a scommettere.

La storia a ragione ricorda la determinazione, il coraggio, ma soprattutto l’esasperazione e la frustrazione, di ricercatori i quali, per difendere nella piena libertà le loro idee, confermate da anni di sperimentazione, sopravvissute alle lotte estenuanti contro l’elefantiaca inerzia delle istituzioni, l’invidia sterile e la grettezza dei colleghi, hanno scelto di sperimentare su loro stessi davvero, ed in alcuni casi oltre che su se stessi, anche sui propri cari che li sostenevano e che di loro si fidavano.

Questa è la storia, ad esempio, di Jesse William Lazear (1866-1900) che, durante i suoi esperimenti sulla febbre gialla, diciassette giorni prima di morire all’età di 34 anni per aver contratto egli stesso il virus, da Cuba scrisse alla moglie “penso di essere quasi sulle tracce del vero germe….”; di Fred Prescott che nel 1946 si auto-iniettò dosi crescenti di curaro, non trovando l’appoggio dei colleghi per l’evidente pericolosità dell’esperimento, al fine verificare la progressione della paralisi, constatando che essa è preceduta da crisi ipertensive, sensazione di paura e panico; di Victor Herbert (1927-2002), che nel 1961 si auto-indusse una anemia megaloblastica e la semi-infermità delle gambe, seguendo per 5 mesi una dieta rigidamente priva di acido folico.

Quella degli scienziati che si sacrificano come cavie è anche la storia di imprecisioni storiche, che è importante annotare, come quella che accompagna la figura di Edward Jenner (1749-1823), il padre della vaccinazione, che nel 1746 praticò una inoculazione in un bambino di 8 anni, James Pipps, da una pustola di vaiolo bovino. Il ragazzo contrasse la forma di vaiolo animale per rimettersi completamente dopo sei settimane. Alla seconda inoculazione di siero di pustole, questa volta di vaiolo umano, e nessun sintomo della malattia, Jenner dimostrò che l’immunizzazione con vaiolo bovino conferiva l’immunità verso il vaiolo umano. È forse per riscattarlo dall’incauto gesto di aver sperimentato sul piccolo James, presumibilmente senza informare i suoi genitori, o ancora per oscurare le innumerevoli critiche livide di gelosia dei colleghi di Jenner che, non potendosi rivolgere verso l’indiscutibile genio, si scagliarono sulla modalità di sperimentazione, che a tutt’oggi, anche in rispettabilissimi consessi accademici, è diffusa la credenza che Jenner da eroe, invece del piccolo James, utilizzò il suo stesso figlio come cavia.

Questa, però, è anche la storia d’inquietanti insuccessi e di tanti errori, come quelli di John Hunter (1728-1793), che si inoculò la sifilide pensando che fosse gonorrea e morì tra atroci tormenti; di William Stark (1747-1770), che per isolare e definire l’apporto tra i vari nutrienti si affamò quasi fino alla morte, provando i dolorosissimi sintomi dello scorbuto; e ancora del chimico Max Joseph von Pettenkofer (1818-1901), il quale per dimostrare che il suo rivale Robert Koch (peraltro già in antagonismo con Louis Pasteur) aveva torto, bevve assieme al suo collaboratore una fialetta di acqua contaminata con vibrioni del colera, dopo aver neutralizzato gli acidi gastrici bevendo bicarbonato. Rimasero entrambi provvidenzialmente illesi e      se la cavarono con qualche giorno di dissenteria, traendo la conclusione erronea, che l’agente patogeno del colera fosse un altro. Von Pettenkofer morì anni dopo, purtroppo, suicida.

Questa storia arriva fino ai nostri giorni per terminare nell’aprile del 1982 con l’esperimento dell’allora giovane specializzando in medicina interna, l’australiano Barry Marshall che, sotto la supervisione del suo maestro John Robin Warren, bevve una fiala del batterio helicobacter pilori, contraendo un’ulcera gastrica e dimostrando, a dispetto dello scetticismo che i loro studi avevano trovato nel soffocante ambiente accademico, l’origine batterica di questa diffusissima patologia. Oggi la maggior parte dei casi di ulcera si risolvono con una terapia antibiotica ed inibitori della secrezione acida, ed anche per questo Warren e Marshall sono stati insigniti del premio nobel per la medicina nel 2005.

Ci auguriamo, romanticamente, che i successivi capitoli della storia di liberi scienziati, che mettono il loro corpo a servizio del prossimo e della scienza, siano ancora scritti, anche se, razionalmente, vorremmo fossero più vicini al provocatorio, ma sicuro esperimento di Warren e Marshall, piuttosto che allo stato di scoramento, rabbia, alienazione provati ed al rischio corso dai loro colleghi antesignani. Questo è più o meno quanto accadde agli inizi del 1900 al medico Joseph Goldberger (1874 – 1929), non per svista assente tra gli esempi poc’anzi citati, ma per il piacere del tutto personale di spendere qualche parola di più per uno scienziato inspiegabilmente poco noto in Italia, un uomo libero, un premio Nobel solo formalmente mai assegnato, seppur già in sostanza attribuito, a causa di un incomprensibile disegno del destino o, forse, di un non senso dell’esistenza, poiché un male fulminante lo sottrasse alla vita nel momento di sua maggiore notorietà.

Non fu certo un compito semplice quello che il ministro della sanità degli Stati Uniti, Rupert Blue, affidò al suo epidemiologo più importante Joseph Goldberger nel 1914: risolvere il drammatico problema della pellagra, una malattia che aveva raggiunto proporzioni epidemiche tra i raccoglitori di cotone dell’America del sud, ma che era diventata diffusissima anche presso altre popolazioni rurali, quali quelle della Spagna e del nord Italia. Secondo un censimento del 1830 nella sola provincia di Bergamo si contavano 6.071 malati di pellagra, pari al 30% della popolazione della Lombardia; nel 1856 i malati erano saliti a 8.522. Nell’America del sud la situazione era ancora più critica, nel 1912 la sola Carolina contava 30.000 pellagrosi. La pellagra, oltre che malattia devastante, era diventata un enigma clinico, che nel 1735 iniziò a decifrare il medico spagnolo Don Gaspar, pur credendo, erroneamente, di avere a che fare con una variante della lebbra, da lui denominata mal de la rosa. Egli, infatti, ebbe la brillante intuizione di associare la pellagra al consumo crescente di mais, prodotto d’esportazione di elezione del nord America, senza dare però una spiegazione del perché, tra i numerosi consumatori di mais, la pellagra selezionasse solamente quelli più poveri. I benestanti erano misteriosamente immuni. Alla vigilia dell’incarico assegnato a Goldberger era opinione comune che, alla base della pellagra, vi fosse l’ingestione di mais avariato o un germe trasmissibile in esso annidato e le scarse condizioni igieniche. I malati manifestavano inizialmente una violenta dermatite, che gli impediva di esporsi alla luce del sole, seguivano disturbi gastro-intestinali, diarrea, insonnia, aggressività, ansia, vertigini, fenomeni neurodegenerativi, demenza poi, nel giro di quattro, cinque anni dall’insorgenza della malattia, la morte. Per questo la pellagra divenne tristemente nota come malattia delle quattro D: dermatite, diarrea, demenza e morte (death dall’inglese). Giacomo Facheris, medico bergamasco, in un trattato datato 1804, descriveva pellagra come: “una lesione particolare al sistema nervoso, per cui gli ammalati deboli dapprincipio e quasi paralitici passavano ad una sorta di melanconia che può dirsi pavida e quasi religiosa”. I pazienti trascorrevano le fasi terminali della malattia internati nei manicomi, al buio, questo probabilmente nutrì dal ’700 in poi, tra la popolazione decimata e terrorizzata, le credenze popolari e leggende sui vampiri, costretti a fuggire dal sole per preservare la loro forza vitale ed impedire la decomposizione.

Chissà se nell’immaginario di studente universitario, Goldberger fantasticò mai di diventare l’assegnatario di un compito di così gran responsabilità, lui che era timidissimo e che aveva provato davvero la povertà, quando ultimo di sei figli, ancora bambino, emigrò con la sua famiglia di religione ebraica dall’Ungheria, allora parte dell’impero austro-ungarico, negli Stati Uniti, a seguito della decimazione per una malattia del loro gregge di pecore. Si formò in una modesta scuola pubblica, per poi riuscire grazie ai sacrifici dei genitori, alla sua spiccata attitudine allo studio, ed una buona dose di fortuna, a frequentare il Collegio Universitario di New York, confidando in una futura carriera da ingegnere. La passione per la medicina, originò da una conferenza folgorante, tenuta dal fisiologo Austin Flint, che lo convinse a cambiare facoltà. Neolaureato, esercitò la libera professione per pochi anni, poiché “remunerativa, ma noiosa”, come affermò lui stesso in seguito. A dispetto della notevole perdita economica, che lo costrinse a nuove ristrettezze, egli accettò un incarico pubblico, da medico della marina militare, un ambiente che scoprì ostile e carico di sentimenti anti-semiti. Ironia della sorte, Goldberger iniziò nel 1899 a lavorare proprio come medico di frontiera ad accogliere gli immigrati, molti dei quali ebrei, che dall’Europa Centrale sbarcavano nel porto di New York. Dal 1906 si formò come epidemiologo, sul campo, prestando servizio in paesi dimenticati come Messico, Puerto Rico, Mississippi e Louisiana, curando malati di malattie rischiosissime quali: tifo, febbre gialla e febbre dengue, fino a contrarre egli stesso il virus della febbre gialla, rimanendo però illeso. Attraverso quest’esperienza, Goldberger era divenuto negli anni il maggior esperto americano di malattie infettive, aveva ricevuto una promozione, acquisito notorietà, era stato introdotto nell’ambiente dei vertici della politica, dove aveva conosciuto Mary Farrar, la sua futura, fedele, moglie, figlia di una delle più importanti famiglie episcopali di New Orleans. Matrimonio che si celebrò a dispetto degli accesi contrasti religiosi tra le due famiglie. Nel 1908 Goldberger durante i suoi studi contrasse la febbre tifoide e la febbre dengue.

Per le ricerche sulla pellagra Goldberger partì proprio dai manicomi, dove egli rilevò subito una contraddizione: benché numerosi degenti avessero i sintomi della malattia, essa non si trasmetteva mai ai medici, agli infermieri, né agli inservienti. Lo studio si spostò poi in due orfanotrofi diversi, in Jackson e Mississippi, dove molti bambini sviluppavano la malattia, ma mai il personale. Un tipo di trasmissione del genere era incompatibile con una malattia infettiva, poiché nessun tipo di germe può distinguere i poveri dai ricchi, particolare che proprio a lui non poteva sfuggire. Così Goldberger iniziò a riflettere sulle differenze dello stile di vita tra i degenti di manicomi e orfanotrofi ed i membri del personale, a riflettere sulla loro dieta. Egli notò così che personale e degenti ricevevano cibo in abbondanza ma, mentre i primi potevano scegliere una dieta variegata a base di latte, burro, legumi, uova, carne e cereali, frutta e verdura, i malati di mente e gli orfani dovevano accontentarsi di farina di mais e polenta.

Goldberger iniziò a sospettare che fosse qualche carenza nella dieta a causare la pellagra, idea rivoluzionaria e completamente controcorrente. Dagli orfanotrofi, però ancora un’incoerenza: sviluppavano la pellagra solamente i bambini    tra i 6 e i 12 anni, mentre gli adolescenti spesso guarivano spontaneamente, in realtà, poi si scoprì che questi ultimi riuscivano ad integrare la loro dieta con del cibo che trafugavano in cucina.

Ottenuti dei finanziamenti governativi per implementare la dieta dei degenti sotto osservazione, nel giro di un anno i risultati furono strabilianti, nessun nuovo caso di pellagra, e la remissione dei sintomi per quasi tutti i malati. I primi risultati degli studi di Goldberger furono però accolti con diffidenza. Per confermare l’ipotesi che a causare la pellagra fosse una qualche carenza nella dieta, Goldberger doveva dimostrare anche il contrario, ovvero che passando da una dieta varia, ad una a base esclusivamente di farina di mais ci si ammalasse di pellagra.

Reclutò i volontari per il nuovo studio in prigione, dopo aver avvicinato il direttore della Rankin Prison Farm, nel Mississippi, ed avergli esposto la sua idea. I detenuti avrebbero fatto qualsiasi cosa per poter uscire dal carcere. Il direttore accettò, promettendo di liberare i detenuti che si sottoponevano all’esperimento. La sperimentazione dovette sembrare una passeggiata per gli undici selezionati, dei tanti che fecero a gara per sottoporsi all’esperimento nella speranza della libertà. Potevano avere cibo a volontà, limitato però a biscotti di farina di mais, polenta, pane di mais, foglie di cavolo e caffè. Dopo 5 mesi l’euforia si spense e i detenuti divennero astenici, apatici, sei di questi incominciarono a soffrire di mal di stomaco, lingua infiammata e lesioni della pelle. Esperti dermatologi, esterni all’esperimento, attribuirono questi sintomi alla pellagra.

Goldberger aveva dimostrato la sua tesi, il problema di milioni di malati di pellagra si sarebbe potuto risolvere, predisponendo dei finanziamenti governativi per implementare la dieta dei più poveri. Gli avversatori, tuttavia, erano tanti; alcuni consideravano l’esperimento incompleto, altri una truffa. Nessuno lo appoggiò, se non i pochi collaboratori, nella sua opera di persuasione verso le istituzioni, che d’altro canto ritenevano la terapia proposta da Goldberger troppo costosa. In una lettera alla moglie, furibondo, egli appellò i colleghi oppositori come: “asini ciechi, egoisti, gelosi, pieni di pregiudizi”. Goldberger, in un vicolo cieco, convinto delle sue ragioni e del dovere morale di fornire una cura a milioni di ammalati, non sapeva come andare avanti, purtroppo non aveva nemmeno la possibilità di curare i suoi volontari ex carcerati, e dimostrare la remissione dei sintomi modificandone la dieta, poiché conquistata la libertà, essi si dileguarono rapidamente.

Esasperato, arrabbiato, frustrato, sfidò gli oppositori con un ultimo, drammatico esperimento. Il 26 aprile del 1916, in quello che Goldberger stesso definì filth party ovvero festa delle oscenità, iniettò cinque centimetri cubi di sangue di un pellagroso, nella vena del braccio del suo assistente, il dottor George Wheeler, il quale a sua volta fece lo stesso con Goldberger. In seguito, assieme alla moglie Mary, si auto-introdussero nella gola e nel naso preparati fatti con espettorato e secrezioni nasali di altri ammalati, dei quali deglutirono anche capsule riempite con urina e feci ed estratti di pustole. Nessuno si ammalò.

Passarono venticinque anni dalla scoperta di Goldberger    e dieci dalla sua morte, perché la comunità scientifica si convincesse delle sue ragioni, e la pellagra fosse completamente e definitivamente debellata. Durante questi anni i coltivatori di cotone dell’America del sud videro andare in rovina le loro coltivazioni di cotone a causa del boll weevils, un voracissimo parassita che li indusse a diversificare i raccolti con nuove fonti alimentari quali ad esempio i cereali, e li portò inconsapevolmente a cambiare la loro dieta ed ammalarsi meno di pellagra.

Goldberger fece un’altra preziosa scoperta, mentre era alla ricerca del fattore antipellagroso, di cui il mais era carente: si accorse che bastava del lievito di birra disidratato, per prevenire l’insorgenza della pellagra, lasciando generosamente in eredità agli ammalati una terapia più economica e sostenibile, dell’integrazione di latte fresco, carne e vegetali. Morì poco dopo, il 17 gennaio del 1929 di una rara forma di cancro al rene. Unico rammarico prima di morire, non essere riuscito ad individuare il fattore carente nell’alimentazione dei malati di pellagra.

Dieci anni dopo la sua morte, Conrad Elvehjem, scoprì il fattore antipellagroso, la vitamina del gruppo B niacina o acido nicotinico, soprannominata anche vitamina PP, da pellagra preventing, ovvero che previene la pellagra.

* Dice di sé:
Tiziana Stallone. Biologo e dottore di ricerca in anatomia umana, svolgo la libera professione di nutrizionista clinico. Le mie passioni: lavoro, musica, cinema, viaggi, alberi e cimiteri. tiziana.stallone@virgilio.it

DIVERTISSEMENT. Barbara Leone - Il vero gatto parla napoletano!

Curioso, impertinente, misterioso e sensuale: viaggio nell’affascinante mondo del più libero degli animali

Barbara Leone *

Sotto forma di ventaglio. Stavano stesi sul fondo del baule nella forma del ventaglio aperto. Fogli ingialliti di una carta spessa, tipo pergamena. L’inchiostro era di china, sbiadito e sbavato. Lo scritto di difficile lettura in un francese arcaico, talvolta indecifrabile. Cercai di dare un ordine a quel marasma di carte compreso nell’acquisto della cassa di vecchia libri. Era un documento del Sant’Uffizio scritto da un Prevosto di Renoys, un remoto paese ai confini con la Vandea, la Francia remota, bigotta e un po’ arcigna. Lo trascrivo di seguito, per quel che sono riuscita a capire.

“L’anno di grazia 1647, la Santità di Nostro Signore Innocenzo X Principe Pamphili Giovambattista (romanus) felicemente regnante, l’umile sottoscritto Jean Pierre Rochefort d’Olèron, canonico della cattedrale di Bordeaux, baccelliere dello Studio di Reims, Prevosto della Prepositura di Renoys, sottopone questi avvenimenti all’intelligenza degli Eminentissimi Signori Cardinali dell’Illustre Tribunale della Santa Romana Inquisizione per le pratiche ulteriori a perseguirsi a maggior gloria di Dio e del Signor Nostro Gesù Cristo. Già dal cominciamento di quest’anno, infausti presagi trassero dal cielo i dotti e il popolo minuto sicché tridui e novene furono innalzati nella Chiesa Madre perché l’ombra nefasta di Satana fosse discacciata dalle nostre felici terre. Noi allora, dedicammo il nostro studio all’esercizio costante del Sacramento della Confessione perché, ovunque fosse nascosto, il Demonio si appalesasse. È non senza nostro profondo rammarico che notammo come, mentre pie donne, villici e bifolchi compuntamente si accostassero all’Ostia Consacrata, una vedovella giunta appena da Parigi non solo negligesse i Sacramenti, ma si esprimesse con frasi di scherno e di dileggio verso le genti che con contrita convinzione si pentivano dei peccati loro. Tale vedovella – mi fu riferito in confessione – aveva condotto vita dissoluta nella prima giovinezza, indi si era maritata, ma il suo ventre non era stato benedetto da Dio talché quando per accidente il suo sposo venne a mancare pensò di poter peccaminosamente godere di quel suo ventre sterile di condurre un’esistenza libera d’ogni decoro e decenza. Possedendo la malvagia donna – al secolo Marie Laure Trouncellion – alcune pertiche di terra dalle parti di Rochefort, pensò di ritirarsi nei suoi possessi e prese stanza presso di noi senza di aver smesso di abbigliarsi come la sua malefica astuzia le consigliava sprezzando ogni modestia e qualsiasi verecondia. Al suo seguito la sciagurata aveva menato una gatta femmina cui aveva conferito il nome di Cleopatre, una bestia nera e sfrontata oltre ogni dire nel cui sembiante il Demonio aveva trasferito le sue male arti.

Non ho certo io bisogno di ricordare alle Vostre Signorie Illustrissime e Sapientissime come quest’animale libertino e luciferino sia associato nelle scritture dell’Evo Alto alla persona del falso profeta Malcometto. Ho potuto io stesso apprendere, nel leggere le loro memorie, che alcuni santi cavalieri crociati, menarono grande scandalo nel vedere questi gatti baldanzosi procedere ai loro comodi nei templi degli infedeli e tutto ciò perché il loro profeta fu salvato da questa bestia misteriosa e sfuggente proprio mentre un serpente stava per morderlo. Non sono io, umile prete a dirlo, ma gli studiosi e sapienti cultori della Patristica a stabilire che il gatto, misterioso animale venuto dall’Oriente lontano, specie se è femmina, si accompagna a streghe, mavane e fattucchiere nelle orge di sabbah. E per venire a tempi più vicini al nostro Evo, proprio nel 1600, il teologo domenicano di origine iberica, Dom Francisco Xavier de la Cruz stabilì una volta per tutte, nel suo trattato ‘De Rectitudine Aeterna’ che spesso Belzebù per confondere la vigilanza degli Angeli assume forma e veste di gatto e diventa in tal modo così periglioso averlo in casa che se ne sconsiglia il possesso a tutti i cristiani battezzati.

Ai presagi di ruina già annunciati, ai sospetti delle donne dabbene, fece riscontro obiettivo un pubblico scandalo che molto indignò tutte le persone timorate di Dio. E infatti in un giorno di sole d’estate la svergognata ebbe l’ardire di esporre le sue vestimenta intime e lubriche alla pubblica ammirazione, una camicia di notte di fine tela d’Olanda, sapientemente ricamata sul petto e sull’inguine, fornita, all’altezza dove si trova quel vaso in cui si fanno i figli, di un peccaminoso reticolo trasparente tale da suscitare i rossori delle fanciulle in boccio, i turbamenti delle donzelle da marito e le cupide, libidinose voglie delle donne accasate. Questa notizia m’indusse a vestire i paramenti sacri, cingermi di stola bianca, brandire l’aspersorio e, mentre il chierico reggeva la catinella dell’acqua santa, avviarmi verso il domicilio della strega invocando lo Spirito Santo. Ma il Maligno che si nascondeva sotto le sembianze della gatta Cleopatre, giaceva accucciato nel grembo della donna ed ella giocava con la gatta. Era impressionante vedere la sua mano bianca folleggiare nel folto e buio pelo del diabolico animale.

In nome di Dio, intimai, Satana maledetto abbandona il corpo di questa bestia e torna nel tuo inferno. E tu, oh donna, ritorna alla modestia. E fu allora che la gatta scossa da tremiti per tutto l’esser suo, emise lamenti e guaiti che non saprei definire meglio che impuri, suoni che contagiavano l’anima. La donna stessa, si avventò contro il rappresentante di Dio per intimargli con villanie e parole irripetibili e anche bestemmie del Santo Nome di abbandonare la sua casa. Mi contenni e invocando  l’Arcangelo Michele, mi allontanai da quella casa recitando litanie e giaculatorie di propiziazione. Il giorno che seguì, con il consiglio del capitano degli armigeri, stabilii di porre fine allo scandalo pubblico ordinando alla Guardia del Re di procedere alla riduzione in ceppi della strega sotto l’accusa di patente eresia, blasfemia ed esercizio di arti da fattucchiera e di catturare altresì la gatta perché fosse squartata non dissimilmente di quanto era accaduto a Siviglia, nella cristianissima Spagna dove per ordine e mandato del Tribunale della Santa Inquisizione, un gatto affatturato era stato abbruciato come posseduto dal demonio e complice di streghe.

Condotta in un isolato casolare di campagna e tenuta a pane secco e acqua, la malvagia creatura, privata della gatta messaggera del Demonio, perdette tutta la sua baldanza e si proclamò serva di Dio, ma il bovaro Dominique, che con lei si era giaciuto, rese testimonianza pro veritate davanti al Signor Notaio Jean Pierre Le Metre e a Noi Pievano, che la mala arte della seduzione era stata perpetrata proprio dal felino, animale al femminile, amato dalle donne, usato dalle medesime per esercitare le loro perfide arti poiché la natura, così retta negli uomini, si contorce e diventa indecifrabile e complessa negli esseri destinati alla riproduzione della specie. Il gatto e la donna riescono spesso a fondersi in un’anima sola. Non a caso San Tommaso disse: “Cercate di capire il gatto e capirete la donna”. Narrò dunque il bovaro che la gatta Cleopatre era comparsa miagolante e vogliosa davanti al pagliaio che gli serve da ricovero notturno e, strofinandosi in maniera immonda contro i suoi calzoni, lo aveva condotto con vezzi e moine, proprio come fa una donna invereconda, fino al giaciglio della sua padrona dove, là giunto, lui medesimo si era congiunto con lei traendone sollazzo e peccaminoso godimento anche con posture che i Sacri Canoni vietano a ogni sposa timorata.

La medesima strega, di poi, lo aveva trattenuto seco lei propinandogli filtri e pozioni magiche, sicché era evidente che la donna oltre al libertinaggio esercitava anche l’arte della stregoneria. Senz’altri indugi e sempre col consiglio del capitano degli armigeri armammo una carretta penitenziale perché, tra litanie e giaculatorie, l’indemoniata fosse condotta a Bordeaux e ivi rinchiusa nella segrete del Sant’Uffizio. Umilmente mi prostro ai vostri piedi Santissimi Padri perché, considerati gli accadimenti e la fondatezza delle accuse, vogliate intervenire con definitivo giudizio e, mancando il ravvedimento, affidare la strega al braccio secolare perché giustizia sia compiuta”.

La più grande fortuna che possa capitare a questo mondo è di nascere al momento giusto e il Prevosto bigotto “lo nacque” come diceva Totò. Piccolo nobile di provincia, probabilmente cadetto, lo avevano di certo fatto prete contro la sua volontà. L’astio, il rancore, la voglia di rivalsa, una naturale carica sessuale inespressa, avevano trovato una via di sfogo nell’esercizio di un modesto potere paesano e nella squallida arte della delazione che ben si conciliava con i pregiudizi del tempo e con l’occhiuta vigilanza della Santa Inquisizione. Povero Jean Pierre, che senza per nulla volerlo, aveva lasciato un documento prezioso sulla diffidenza che sempre la Chiesa aveva nutrito nei confronti del gatto che mai sarebbe stato animale penitente, come invece il cane. È vero che nei primordi ci fu il gatto Soriano consacrato alla Vergine Maria perché – secondo la leggenda – con la sua pelliccia avrebbe contribuito a scaldare il Bambinello Gesù. Ma si trattò appunto di una leggenda presto dimenticata quando l’equazione gatto-donna divenne teorema d’ingovernabilità e i Padri della Chiesa compresero che agli occhi dei gatti e delle donne, tutto appartiene al gatto e alle donne.

Tenero e furbo, veniva da lontano il gatto, dall’Egitto dei Faraoni dove era venerato come una divinità, la dea Baster raffigurata – e non a caso – come una formosa donna con la testa da gatta e con in mano uno strumento musicale, il Sistro, strumento sacro. Dunque donne, gatto e musica: e che altro si voleva? Il gatto non poteva essere posseduto dagli uomini (come l’animo delle donne), ma ospitato nelle case nelle ore e nei momenti in cui decideva di rientrare. Di notte il gatto egizio sonnecchiava nei granai del Faraoni, proteggeva dai topi i granai pubblici e chi si azzardava a molestarlo o, peggio, a ucciderlo, rischiava la condanna a morte. Grande onore a quest’animale indecifrabile e inafferrabile, anche onoranze postume perché quando il gatto moriva veniva imbalsamato e deposto nel mausoleo di famiglia.

Dovevano arrivare prima i Tolomei, di origine macedone, e poi i Romani perché finisse la cuccagna per i gatti egiziani. L’ultima gatta regina fu infatti quella di Cleopatra che la portò con sé quando sposò Cesare. Ma i Romani non amavano i gatti, affascinanti e sornioni. Nella Res Publica capitolina, il cavallo e il canis fidelis erano gli animali da trattare con riguardo. Il cane romano era grosso e cattivo, il suo erede naturale è l’attuale mastino napoletano. Mai romano, il gatto fu però greco e non a caso nella mitologia ellenica si dice che lo creò una donna, la dea Ecate, che lo mise in competizione con Apollo e ne rimase la protettrice e non solo del gatto, ma anche delle streghe, quant’è vero che gli accoppiamenti stabili non sono mai casuali. Le rituali litanie che intercorrono tra le donne e i gatti non potevano trovare spazi e spiragli nel buio e arcigno Medioevo, ossessionato dalla vicina fine del mondo e dalle dispute teologiche. Furono quelli secoli bui anche per i gatti. Il nobile animale scomparve dalla circolazione e dai focolari domestici, non si riaffacciò alla ribalta nemmeno durante il Rinascimento, non interessò i grandi Maestri del pennello e dello scalpello, finì insomma nel dimenticatoio e sembrò estinto. Solo un genio si ricordò di lui. Leonardo da Vinci definì il gatto “un piccolo capolavoro”. A lui dedicò studi e disegni raffigurandolo nei suoi atteggiamenti abituali, di lotta, di gioco, di caccia.

Uomini di eccezionale talento, dunque, patiti del gatto contro ogni moda, ma anche damerini vanitosi come il Petrarca. Quando si accorse che stava per varcare la soglia dell’Aldilà, il poeta delle “chiare, fresche e dolci acque” chiamò a sé i familiari e disse: “Voglio che il mio gatto mi segua per l’eternità. Non abbiate timore a sopprimerlo, ma poi imbalsamatelo e ponete il suo corpo in una nicchia che sovrasterà la mia tomba e sulla nicchia scrivete che nel cuore del poeta fu secondo solo a Laura”. Ma, come dicono i cinesi, il gatto conosce la discrezione e la meditazione e sopravvisse ai tormentosi secoli oscuri della persecuzione, quando i predicatori quaresimalisti lo indicavano alle plebi analfabete come un essere diabolico e malvagio, simbolo del peccato e della lussuria. “Dio vi guardi dal gatto quando fa le fusa”, tuonavano dai pulpiti quegli austeri savonarola.

“Con quel continuo, accattivante rumore, il diabolico animale invita le donne alla fornicazione e voi, con lei, al peccato della carne”. Non avevano capito, poveri frustrati, che donne e gatti ne sanno una più del diavolo. I micioni si rintanarono in campagna e lì attesero che per loro tornasse la buona stagione che fu quella delle saghe, dei racconti popolari, delle favole (vedi in proposito il “Gatto con gli stivali”, furbo e opportunista) per i bambini di tutto il mondo. Solo verso la fine del Cinquecento, quando nella pittura s’imposero i Manieristi, il gatto fu interamente riabilitato e, nuovamente tollerato, reintrodotto anche nelle case di città dove le dame, accarezzando il loro mantello, si fecero ritrarre nel languido e allusivo atteggiamento di chi è pronto a donarsi in nome di ideali di bellezza raffinata.

“La donna sciagurata tema la zingara e il gatto” dice un proverbio spagnolo. E dunque nel popolo minuto il gatto rimase quel ladro beffardo che era sempre stato e non aveva ritegno a esserlo, perché il gatto non ha padroni, non ha morale, è libero, strafottente, opportunista e cinico. E proprio per queste sue magagne da malandrino perpetuo il gatto è stato sempre amato dalle donne, da letterati, scapestrati, scrittori raffinati e bohemien di ogni risma, età e condizione. Colette in realtà si chiamava Sidonie Gabrielle e stupiva la Parigi brillante e leggera de fin de siècle perché si presentava nei salotti à la page vestita da uomo con frac e cilindro. Sàpida, perché ostentava quel suo accento campagnolo grasso e succoso, l’accento borgognone, era una donna eccentrica e raffinata. Giovane, esuberante e seducente, dal fascino aspro e un po’ perverso aveva modi e pose stravaganti. Eppure questa donna talentuosa e spregiudicata diventava tenera e fragile quando le si parlava di gatti. Il gatto era il centro della sua visione del suo mondo, legato alla natura e alla campagna. Il romanzo che la rese celebre, “La chatte”, è un inno alla femminilità trasposta nelle movenze, le imprese, le ribalderie della sua gatta. La gatta per Colette divenne il simbolo dell’emancipazione femminile, della conquista della libertà, dell’affrancamento dalla tutela maschile (prima il padre, poi il marito), dell’esibizione di valori fino a quel momento negletti o disprezzati. Era l’inizio della rivoluzione del sesso debole. “Le donne sono come i gatti. Le si possono costringere a fare solo ciò che vogliono”, diceva Colette e proprio a quell’epoca le prime suffragette inglesi innalzarono la figura del gatto a simbolo dell’emancipazione femminile.

“Stando col gatto – aveva scritto ancora Colette – si rischia solo di arricchirsi” e questa frase andò tanto a genio a quello snobbone di Charles Baudelaire che il celebre autore dei “Fiori del Male”, poeta maledetto, uso a dividere la sua vita tra le stravaganze e l’assenzio, si degnò di prendere penna e carta e volle dedicare all’amica e rivale questa poesia: “Vieni mio bel gatto / sul mio cuore innamorato / trattieni le unghie della tua zampa / e lascia ch’io mi perda nei tuoi begl’occhi / misti di metallo e d’agata”. Si era scatenata la moda, e i letterati francesi, sempre eccessivi e malati di grandeur stabilirono, con grande enfasi, che la nostra civiltà non è riuscita a corrompere l’indecifrabile animale perché lui ha già la sua. Amare un gatto, disse Paul Verlaine, altro poeta maledetto, è facilissimo, oppure impossibile. Se ami un gatto, lui ama te. Se lo disprezzi gli sarai indifferente. Il gatto non sprecherà certo la sua energia per opporsi a qualcuno.

“Femme et chatte” è la lirica in cui il poeta consegnò questi supremi pensieri. Théophile Gautier, nel libro “Il Serraglio Privato”, sostenne che non c’è da meravigliarsi se i gatti, in cuor loro, nutrono un bel complesso di superiorità, se è vero che in Egitto erano adorati come divinità. Fateci caso – osservava Gautier -, i cani ti guardano dal basso all’alto, i gatti dall’alto al basso. Solo i maiali ti guardano da eguali. Ma fu solo quando si scoprirono le essenziali bellezze delle pitture africane e le sublimi teorie dei pensatori orientali che si applicò il Taoismo ai gatti. Chi è più saggio del gatto? Esistono cani, ma non gatti nevrotici. I felini sono naturalmente equilibrati e naturalmente sereni.

Ci mancavano solo i pittori, e puntuali giunsero gli Impressionisti. Édouard Manet diceva che il gatto è un “animale fluido” e perciò è difficile fermarlo sulla tela e che lui aveva durato un’improba fatica a raffigurare un gatto ai piedi di Madame Olympia per simboleggiare la complessa sensualità della Signora. In verità da tanto tempo i giapponesi dipingevano un gatto ai piedi delle geishe. Per Auguste Renoir il gatto era giocoso e allegro e con l’intento di rendere la beata giovinezza delle jeunes filles en fleur dipinse due gatti birboni in due dipinti sullo stesso tema, “Ragazza con gatto” e “Ragazza che dorme col gatto”. Ma l’invenzione geniale l’ebbe Victor Hugo: l’autore de “I Miserabili” fece costruire un vero e proprio trono di legno dorato, con tanto di cuscini rossi, e su quel regale scranno istallò il suo amatissimo gatto.

Nemmeno mia mamma, che è una gattara illustre, ha mai concepito simili, ardimentose spavalderie. Eppure la signora Carmen fa girare per casa dodici gatti stanziali, possiede una gatta (Zazzà, che era mia) cui ha trasmesso il dono della parola. Senza contare i plotoni affiancati di randagi, di tutti i generi e le razze, che quotidianamente vanno provveduti di pappa, le gatte incinte che bisogna aiutare a partorire e i micetti da sistemare presso amici e conoscenti di sicura affidabilità. Bisogna pur dire che i gatti randagi, zingari pelosi della strada, possiedono un fascino ancor più fiero che s’incarna in quell’aria da ladro impenitente e saltimbanco cialtrone. Provate a prendere un gatto di strada: ne uscirete totalmente sconfitti, oltreché ineluttabilmente graffiati. Solo quel furbone di Picasso ci riuscì: pensate che un giorno, in un cortile di Parigi, vide un gattone maschio con la coda mozza e pieno di cicatrici, un gatto da combattimento, un guerriero spietato, padrone assoluto delle voglie delle gattine del circondario, il terrore dei concorrenti ai fuggevoli accoppiamenti da strada. Il pittore di Guernica ne rimase affascinato, lo fotografò e lo dipinse col pelo arruffato, nell’atto di correre come un diavolo e con la grinta di un pirata che va all’arrembaggio. Se lo portò a casa e, non per niente, lo chiamò Morgan.

“In questa città si entra dalla porta e spesso si esce dalla finestra”. Ero a Torino, con un mio arguto amico napoletano, intelligente e paradossale, che odiava Torino e la sua squadrata razionalità. Un’uggiosa pioggerellina ci costrinse, in un grigio giorno d’inverno, in un caffè di Piazza Castello. La conversazione sembrava esaurita. Lui sfogliava una rivista, io fumavo controvoglia una sigaretta. Nel “portfolio” del magazine lui si era fermato a guardare una foto retrò della peccaminosa e ambigua Marlene Dietrich: stola di volpe, lungo bocchino, calze nere e gatto. Il peccato e la carne. Il napoletano si animò, mi mostrò la foto, puntò l’indice e disse: “Non mi piace, non è così, è un falso, è un artificio”. Chiesi in che senso. “Nel senso che vanno bene il gatto e la donna, ma il vero gatto non è un ornamento, il gatto è ‘nu re perciò è ‘nu sfaticato. Perché il gatto è un signore e nisciuno signore fatica o ha mai faticato. Solo il cane, che è fesso, fatica: tira la slitta, accompagna i ciechi, porta il giornale al padrone. Il gatto si mette gli occhiali e legge il giornale. Il vero gatto è napoletano, se ne sta sdraiato, piglia ‘o sole, è persuaso che tutto gli sia dovuto, non attende niente e non vuole niente da nessuno. Il vero gatto non dipende da nessuno, si basta e basta. Senti a me, quando il gatto era ancora selvatico lo portarono a Napoli e lì da noi gli insegnarono a campà. Una lezione mai scordata”.

Credo che il mio ineffabile amico avesse ragione perché prima ancora di arrivare a Napoli (ovviamente clandestino), un gatto randagio che vagava per le foreste dell’India si ritrovò d’un tratto in una radura dove s’erano ammucchiati animali di tutte le specie, leoni, tigri, serpenti e tutti si lamentavano e piangevano. “Mamma – disse il gatto – che è successo, fratelli?”. “Ma come, non lo sai ? Buddha, l’Illuminato, sta morendo e noi siamo tristi”. Il gatto si avvicinò al moribondo, lo guardò senza versare una lacrima mentre con la coda dell’occhio teneva sotto controllo un topolino. Un attimo dopo il topo era in bocca al gatto. “Ma ti rendi conto di quel che hai fatto, ti rendi conto che il Buddha sta morendo?”, lo redarguì un discepolo. Il gatto lo guardò con aria tracotante e impertinente: “Ah sì, muore? E chissenefrega!”. Aveva ragione il mio amico: il gatto è napoletano, un vero strafottente.

* Dice di sé:
Barbara Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi e i poeti maledetti. Il mio compagno di vita e di avventure è un cane nero chiamato Maffino.

ATTIMI FUGGENTI

Mi ricordo che era dolce il tuo sorriso ed era mio, mi tremava dentro il cuore come un volo di farfalla, ma che strana sensazione che ora provo, come mai? Io soffrir per te, ma come mai? Se chiudo gli occhi pensa, vedo te di notte sento ancora il tuo calore, un volo di farfalla su di me vibrare forte e poi mi chiedi amore, amore, amore, amore, amore.

Mi corri nelle vene e non lo sai, così come un gran fiume corre al mare, e come il sangue tu mi corri al cuore, se chiudo gli occhi sento che mi chiedi amore, amore, amore, amore. L’impronta dei tuoi fianchi è rimasta nel letto, i tuoi seni bianchi qui, contro il mio petto e i segni di battaglie son sulla mia pelle, io li voglio, li voglio, li voglio…

(Un volo di farfalla, Don Backy, Vivendo Cantando, 1979)

 

MONDANITÀ. Tiziana Rocca - In fila, per il bagno, con DiCaprio e Cameron

A Hollywood, si beve e si beve, ma non si mangia nei ricevimenti che contano

Tiziana Rocca *

Dieci giorni alla scoperta di un pianeta che tutti pensano di conoscere alla perfezione, ma che, in realtà, regala continue sorprese. Parlo della mia avventura della scorsa primavera negli Stati Uniti o, per essere più precisi, a Hollywood in occasione dell’evento clou della stagione mondana a stelle e strisce, vale a dire la cerimonia di consegna degli Oscar.

Ero impegnata nell’organizzazione degli eventi del Los Angeles Film Art & Fashion Festival e dei party realizzati presso il Trastevere Restaurant all’interno dell’Hollywood & Highland Center. Devo dire che le prime sorprese me le hanno regalate proprio questi eventi. Nonostante il successo delle serate, mi sono resa conto che, a differenza di quanto avviene in Italia, in America non vengono presi in considerazione particolari come le decorazioni e il cibo. Ciò che veramente conta – e non è un buon segno – sono gli alcolici, tanto che la maggior parte degli ospiti, in particolare le signore, escono dalle feste abbastanza devastati.

Ciò che rende un evento davvero “in”, a Hollywood, sono proprio gli ospiti. Anche se si organizza il party più bello del mondo, se mancano i vip l’insuccesso è sicuro. Gli americani sono affamati di volti famosi ed ogni evento che si rispetti prevede all’ingresso un red carpet tra due ali di folla adorante. Un gioco cui le grandi stelle si prestano più che volentieri, dimostrando una disponibilità che alle nostre latitudini non è sempre possibile riscontrare. In relazione alla disponibilità, basterà citare un esempio: non esistono toilette separate per i “vip” e per la gente “normale”. Di conseguenza, è tutt’altro che difficile trovarsi in fila, per il bagno, accanto a personaggi come Sean Penn, Cameron Diaz, Leonardo DiCaprio e via dicendo.

A proposito di star, nei miei dieci giorni hollywoodiani mi è capitato di conoscerne parecchie. Alcuni, come DiCaprio, l’avevo già incontrato a Roma, città che l’attore italo-americano frequenta spesso addirittura in incognito. È sua abitudine girare sempre con il cappellino da baseball in testa, anche nelle occasione più eleganti, magari quando indossa uno smoking. Tutti conoscono questa sua piccola stravaganza e nessuno ormai ci fa caso. Certamente non è un trucco per passare inosservato, visto che il buon DiCaprio è così riconoscibile anche di spalle.

Molto attente all’eleganza sono, invece, Penelope e Monica Cruz. Tra la cerimonia di consegna degli Oscar e il party di festeggiamento, le due Cruz hanno, infatti, pensato bene di cambiarsi d’abito in limousine, passando da un vestito di altissima moda (probabilmente creato per l’occasione da qualche grande stilista italiano) a uno decisamente più easy. Non contente, le due attrici spagnole si sono portate dietro il coiffeur e, sempre in limousine, si sono rifatte l’acconciatura.

Una vera e piacevole sorpresa è stata Cameron Diaz.

La bellissima attrice di “Tutti pazzi per Mary”, che ci si aspetterebbe algida e distante, è, al contrario, simpatica e disponibile con tutti. Non se la tira, insomma. Anzi, si diverte a fare le imitazioni dei colleghi. La sua vittima preferita è una Paris Hilton alticcia, veramente somigliante.

* Dice di sé:
Tiziana Rocca, imprenditrice di grandi eventi, è titolare della  TRC (Tiziana Rocca Comunicazione), società specializzata nell’ideazione e organizzazione di eventi, si occupa dall’ideazione alla consulenza, all’organizzazione chiavi in mano di eventi e serate che sono diventati in questi anni un punto di riferimento per chiunque voglia organizzare una serata che abbia  successo. Viene definita in alcuni articoli che fanno parte della sua rassegna stampa la “Robin Hood del glamour”, “La Signora degli eventi”o la “Lady delle P.R.”
Il suo secondo libro “Come fare le PR Pubbliche Relazioni – Le nuove regole per comunicare con successo” edito dalla Sperling & Kupfer, già alla seconda edizione sta per sbarcare negli States con il titolo “Communicating Success: Public Relations with an Italian Flair”, uscirà a settembre.

TIPOLOGIE. Gaia Weissmann - Medici speti, il catalogo è questo

Un invisibile marchio di fabbrica contraddistingue le persone appartenenti alla stessa categoria, come il tatuaggio delle mucche che appartengono allo stesso gregge

Gaia Weissmann *

Avete mai notato come persone appartenenti alla stessa categoria abbiano spesso caratteri e caratteristiche, modi di pensare ed atteggiamenti peculiari e comuni, quasi come se avessero un “marchio di fabbrica”, un tatuaggio come quello che distingue le mucche della stessa mandria o le pecore dello stesso ovile? Ebbene, questo è un po’ quello che succede fra i medici. All’interno della varie branche della professione medica, intendo. Mille specializzazioni, cui corrispondono mille “tipi umani”.

Ed ecco allora il primo tipo umano, quello del medico anestesista-rianimatore. L’anestesista è quasi sempre una persona allegra, solare, piena di vita. Le donne sono in genere carine, tendenzialmente abbronzate anche fuori stagione. Sprintosissime, sempre pronte al sorriso. Anche abbastanza sboccate, direi. La battuta osé in sala operatoria ci scappa sempre, e sono proprio loro, le mie colleghe anestesiste, a spararne di continuo. Il linguaggio è spesso scurrile, le frasi spinte, ma mai troppo volgari perché pronunciate con ironia e leggerezza. La donna anestesista non ti lascia mai nelle grane, offre sempre il suo aiuto pratico e c’è sempre quando hai bisogno di lei. Dentro e fuori dall’ospedale.

L’anestesista maschio è, invece, un esemplare assai meno avvenente delle sue colleghe femmine, il suo corpo è spesso coperto da una percentuale di pelo fuori dal comune. Tendenzialmente timido e di poche parole, ma sempre e comunque disponibile. Abbastanza burbero, in genere bofonchia qualcosa di incomprensibile quando lo chiami per un aiuto od un consulto, ma poi arriva subito e ti offre tutto il suo supporto. Spesso s’imbarazza pure, se lo ringrazi troppo.

Di tutt’altro genere è il cardiologo. Vi è mai capitato di vedere ad altezza-occhi un paio di scarpe classiche di buona fattura camminare a mezz’aria? Ecco, verosimilmente sono i piedi di un cardiologo, rigorosamente maschio, che cammina ad un metro e mezzo/due da terra perché “lui” (il cardiologo) si occupa di quello, che secondo lui, è l’unico organo veramente nobile del nostro corpo: il cuore. Non so se dietro a ciò         possa esistere una spiegazione psicologica legata alla valenza che il cuore ha nell’immaginario collettivo (sede dei sentimenti? dell’amore?? della vita???). Mah… Sta di fatto che questi cardiologi se la tirano veramente, quasi tutti. E fra l’altro sono convinti che l’essere umano sia costituito da un’enorme massa miocardica pulsante, con sottile involucro di pelle intorno. Basta, null’altro conta. Bisognerebbe che qualcuno spiegasse loro che, anche senza polmoni o senza fegato, è molto difficile sopravvivere, parola di lupetto.

Anyway, se mai vi dovesse capitare di trovarvi nel bel mezzo di un congresso di cardiologi, notereste sicuramente, senza nemmeno dovervi concentrare troppo, che vi sono anche qui delle caratteristiche fisiche comuni: l’esemplare maschio è in genere alto, magro ed abbastanza emaciato. Sembra che il sole non tocchi i cardiologi (o forse se lo sono preso tutto gli anestesisti ed i chirurghi plastici, ma ne parleremo dopo…). È difficile strappar loro un sorriso e, se ci si riesce, lo sguardo è in genere più di compassione, soprattutto nei confronti dei colleghi, palesemente figli di un Dio minore. L’ironia? No, di solito non la capiscono. O non hanno tempo di soffermarsi su di una battuta. O, più semplicemente, non ne hanno voglia. Rispondono alle battute con sguardo languido e vuoto, come di fronte ad un mendicante che non hanno intenzione di aiutare. Se sei un po’ debole di carattere, di fronte a loro ti senti un deficiente. Della cardiologa femmina in compenso non ho nulla da dire: in genere si tratta di un personaggio totalmente marginale (alle mie amiche Anna, Patrizia e Marinella: dico in genere, non mi rivolgo sicuramente a voi…!).

Diversissimo è il pediatra. O meglio la pediatra, poiché il pediatra maschio appartiene ad una specie non protetta, in via d’estinzione. La pediatra è in genere (apparentemente) dolce e carina, con picchi non troppo rari di vera bellezza. Cura molto il suo aspetto fisico, anche se in maniera solitamente discreta, finta acqua e sapone. Non ama particolarmente portare la divisa sotto il camice, per cui non è raro vederla aggirarsi bella bella per i reparti ed i pronto soccorso pediatrici con la sua minigonna firmata e la scarpina in tinta (dotata spesso di tacchettino rumoroso), sotto un camice presumibilmente bianco, in genere non visibile perché addobbato da mille spillette e pupazzetti e pennine e giochini e chissà quanti altri tipi di aggeggi, veri ricettacoli di germi e fonte di innumerevoli epidemie intraospedaliere. È ovvio che a volte il vomitino del bambino carino sulla scarpina giallina-pulcina ci scappa, ma che ci vuoi fare? Un prezzo per essere tutte in tinta bisogna pure pagarlo… c’è solo da sperare che il piccolo abbia mangiato l’omogeneizzato di banana e non di fragola o prugna. Un’altra caratteristica del reparto è la presenza di argomenti tabù fra il personale medico: ogni battuta allusiva, ogni ammiccamento, ogni frase maliziosa è completamente bandita. Per non parlare delle torbide relazioni che si vocifera vengano consumate negli sgabuzzini degli ospedali: niente, nichts, nothing, rien, nada de nada. Il reparto di pediatria è davvero il mondo dei puffi. Anzi, delle puffette.

Completamente diversa è la figura del Chirurgo. Di qualunque tipo si tratti, dal chirurgo addominale al toracico, dall’urologo all’ortopedico (ommammamìa l’ortopedico!). Anche qui, caratteristiche comuni. Per la gran parte uomini (e non apro il dibattito sulla discriminazione in sala operatoria, perché qui sì che ci sarebbe da dire…), i chirurghi non fanno differenze. Loro aprono ed aprirebbero tutto. E tutte. Non si rendono conto di quello che li circonda, delle sensazioni che vive il mondo esterno. Per loro esistono solo le cose terrene, poco più delle funzioni fisiologiche. “Mangiare bere uomo donna”, si intitolava un film. Credo che il titolo fosse ispirato a loro, ai chirurghi. Una volta ho chiesto ad un collega chirurgo, che voleva operare mia madre in una casa di cura privata, sprovvista di rianimazione, se non fosse stato possibile farlo in ospedale, dove invece la rianimazione c’è, “just in case, you never know”. La sua risposta è stata: “Abbbbèllaaaaa, sai cosa ti dico? Io mi tocco i c…..oni!”. E ovviamente lo ha visibilmente fatto, davanti a due paia di occhi increduli, di mia madre, e rassegnati, miei. C.v.d., come volevasi dimostrare, mia madre per poco non  ci ha lasciato le penne dopo l’intervento, per una banale complicanza… Lui ovviamente, ha commentato l’accaduto dicendo che sono stata io a portargli iella.

E che dire dei ginecologi?? L’affetto e l’amicizia che mi legano a molti di loro non mi impedirà di esprimermi come credo… spero capiate, e credo anzi che converrete con me, amici porconi! Ebbene sì, perché nonostante il ginecologo “ne” veda dalla mattina alla sera, pare che non ne abbia mai abbastanza. Per lui l’approccio fisico nei confronti di qualunque essere vivente, respirante, di sesso femminile è inevitabile, necessario e quasi indispensabile per la sopravvivenza, come una bottiglia d’acqua dopo una settimana a secco nel deserto. Essendo poi anche chirurgo, vi lascio solo immaginare… Comunque simpatici i ginecologi, tanto simpatici. Di certo non si può dire che non ti facciano sentire importante, bella e desiderata: basta non considerare che si comportano allo stesso modo con tutte le tue colleghe, le infermiere, le ostetriche, le allieve, le donne   delle pulizie, le portinaie, ecc. ecc. ecc.… Chissà perché invece, tradizionalmente e tipicamente, la donna ginecologo simpatica proprio non lo è mai, non lo è mai stata e mai lo sarà. Non ce la può fare. Nonostante sia spesso di bell’aspetto, quasi sempre con una vita personale e familiare (apparentemente) soddisfacente, l’esemplare di ginecologa femmina morde e graffia chiunque le si avvicini, specie se dello stesso sesso. Pare si nutra esclusivamente di yogurt e di limoni, almeno credo, e questo spiegherebbe in parte la sua tenace acidità (Laura, perdonami!… lo so, tu sei dolcissima).

Ed eccoci infine all’apoteosi: il chirurgo plastico. Altrimenti detto “Il Plastico”. Si, perché le sue mosse sono tutte tattiche, le sue pose molto, mooooolto plastiche. Parliamo di chirurgia estetica, non ricostruttiva, intendiamoci. Chi ripara i danni da incidente stradale o da interventi demolitivi è tutta un’altra cosa. Il plastico-estetico invece si ama da morire, si piace, si guarda spesso. Si ammira proprio. Tu, anzi, gli fai anche un po’ schifo, se vuoi proprio saperlo. Lo incontri spesso in palestra, in orari in cui in genere gli altri medici stanno sputando sangue in reparti rumorosi, puzzolenti e disordinati. Lui no. Lui si prende i suoi tempi ed i suoi spazi, perché se lo può permettere, lui. La camicia in genere ha le iniziali ricamate, i gemelli sono d’oro, possibilmente bianco, l’orologio grosso e costoso. Il Plastico non è mai pallido, mai. Anche perché dopo la doccia vera, quella con l’acqua e il sapone, lui si fa anche quella solare. Non prima però di aver messo il deodorante, immerso in una nuvola di profumo, spalmato fino a completo assorbimento la crema per il corpo e picchiettato quella per il contorno occhi. Il tutto ovviamente nella pausa pranzo, fra la sala operatoria in casa di cura e prima dell’ambulatorio privato pomeridiano. Ambulatorio che dura fino alle 19.30, non di più: perché, dopo, scatta l’ora dell’aperitivo. Questo solo dal lunedì al giovedì però, perché durante il weekend (che inizia giovedì dopo l’aperitivo e finisce lunedì verso l’ora di pranzo), il chirurgo plastico si reca al mare, dove lo aspettano la sua barca, la sua fidanzata modella ed i figli avuti dalla ex moglie, e dove finalmente si riprenderà dalle immani fatiche della lunga e stressante settimana lavorativa.

La considerazione che spesso nasce spontanea di fronte a queste osservazioni, peraltro evidenti anche all’occhio più miope, è del tipo “Certo che l’ambiente proprio ti cambia il carattere!”. Quante volte mi sono sentita dire che a stare con lo zoppo s’impara a zoppicare…. E quante volte la gente si stupisce di come un certo ambiente di lavoro ti possa plasmare il carattere, cambiare le caratteristiche, facendo sì che tu ti uniformi e diventi simile ai tuoi colleghi. Beh, ogni volta io rimango allibita di fronte a queste riflessioni, perché a me sembra, invece, assolutamente evidente e palese l’esatto opposto: tu sei fatto in un certo modo, e di conseguenza scegli l’ambiente che più ti si confà. Magari nemmeno te ne rendi conto, magari certe tue caratteristiche non sono ancora emerse, ma sono comunque presenti in te come un germe, come il virus dell’herpes, che ti si annida nei gangli nervosi ed esplode in tutta la sua pienezza quando trova le condizioni favorevoli. Ed ecco che allora uno con la puzza sotto il naso non farà mai l’anestesista, un vanesio attaccato al denaro mai il pediatra, uno studente di medicina con l’hobby della poesia mai il chirurgo.

Non concordate? Siete scettici? Beh, pensate davvero che un militare di professione possa essere semplicemente un figlio dei fiori tipo “peace and love”, che una mattina si sveglia e, nell’indecisione fra fumarsi una canna e mettersi ad ascoltare Bob Dylan, sceglie come terza opzione quella di arruolarsi nell’esercito? Oppure pensate che chi sceglie la vita militare un tantinino ci si trovi bene, in quell’ambiente? Di esempi se ne potrebbero fare milioni, lascio a voi cercare fra i vostri colleghi, i vostri capi, quello che è il germe dell’abnegazione o del comando…. Ed infine vi pongo, ma soprattutto mi pongo, una domanda: se davvero scegliamo la nostra strada in base a come siamo fatti in partenza, siamo davvero “liberi” nelle scelte, come spesso ci vantiamo di essere?

* Dice di sé:
Gaia Weissmann. 33 anni (ancora per poco), medico pediatra e neonatologo. Sono nata e cresciuta a Bolzano, laureata in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Bologna, specializzata in Pediatria sempre a Bologna, un’esperienza come ricercatrice negli Stati Uniti, dove di tanto in tanto sogno di trasferirmi per sempre. All’età di due anni e mezzo mi innamorai pazzamente del mio pediatra, all’epoca ultraottantenne. Fu allora che decisi che cosa volevo fare da grande, ma soprattutto capii che in amore la differenza d’età non conta. Purtroppo non ho più provato nulla di così travolgente, infatti sono ancora single. In questo momento il mio sogno più grande è di fare la ballerina a New York. Nel frattempo vivo a Milano, dove lavoro in una Terapia Intensiva Neonatale ospedaliera.

ATTIMI FUGGENTI

Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.

(da Salmo 89)

 

PROFUMO DI DONNA. Ecate - Perché ogni donna, una volta nella vita, dovrebbe recitare in un film hard

È un’esperienza mistica, liberatoria, tutti i tabù crollano, puoi finalmente essere un’altra te stessa

Ecate *

Credo che molte donne non saranno d’accordo con quanto sto per affermare, ma credo anche che il motivo per cui, consciamente o inconsciamente, rifiuteranno questa mia posizione è l’ipocrisia dilagante in materia sessuale. Il sesso è un motore indiscusso nella vita di noi tutti. Un elemento che, nel bene o nel male, influenza relazioni, comportamenti e atteggiamenti. Tuttavia la maggior parte delle donne sono restie a parlare di sesso in modo veramente libero. E il rischio è la temuta etichetta. Nella nostra società c’è lo sgradevole vizio di etichettare tutto e tutti. Ma la vera libertà è poter essere tutto e il suo contrario, l’aver sperimentato e goduto di tutto ciò che esiste. Prima di tutto perché non si può giudicare senza aver provato sulla propria pelle, e poi perché la libertà individuale finisce dove comincia quella di un altro, ma fino a quel limite tanti, troppi atteggiamenti sono considerati depravati, e invece sono solo il frutto del libero arbitrio. E vengo ora al punto: ogni donna dovrebbe sperimentare una volta nella vita la partecipazione a un film pornografico.

Prima barriera da abbattere: attrice porno non coincide con prostituta. L’attrice porno è una donna che anziché usare gli arti per un lavoro impiegatizio o per svolgere faccende domestiche li usa per dare piacere. Mi si potrà obiettare che è la stessa cosa per la prostituta, ma il contesto è diverso. Un ambiente protetto, persone simpatiche, cordiali, un’atmosfera giocosa e quasi surreale. Un piccolo mondo a parte. Niente strade fredde, clienti occasionali e sconosciuti, col rischio di scoprire che quello che hai al tuo fianco è uno psicopatico. Gli uomini (attori, regista, e eventuali tecnici) saranno disponibili e gentili, ti verrà chiesto cosa vuoi e non vuoi fare e verrai messa in condizione di farlo al meglio. Mentalmente è una grandissima liberazione. Per una volta non ti dovrai preoccupare di cosa piace a lui, di quanto puoi osare senza scandalizzarlo e ti dimenticherai anche di quelle piccole imperfezioni fisiche, che potrebbero compromettere l’esito dell’incontro con l’uomo dei tuoi sogni, ma che qui non sono certo viste come ostacoli insormontabili. È un’esperienza mistica, liberatoria, tutti i tabù crollano, puoi finalmente essere un’altra te stessa. Chiedere e fare ciò che hai sempre sognato, con degli sconosciuti eccitati e in un contesto protetto e sicuro. Un’esperienza formativa che ti farà sentire al centro dell’attenzione, ma mai giudicata, bella e libera. Poi se il problema è essere riconosciuta ci sono le mascherine, ma in fondo se qualcuno ti riconosce vuol dire che è un fruitore di queste pellicole, quindi un porco, o no?

Non dico che si debba passare a fare l’attrice porno, il bello sta proprio qui: nell’essere un’impiegata, una seria professionista, con una vita serena e forse un po’ monotona, le certezze senza le quali non si può vivere, un compagno, dei figli, una casa con giardino e… un paio di partecipazioni a film hard. Alle volte mi domando se il mio sia esibizionismo o voglia di scandalizzare, ma la verità che la mia è solo voglia di libertà, di non essere costretta in schemi che mi sono sempre andati stretti. E poi ho sempre vissuto il sesso in modo giocoso e diretto, e vorrei davvero che fosse così per tutte le donne. Perché i rapporti devono essere sempre complicati da mille paure, ansie, timori, non posso approcciare un ragazzo che mi attrae chiedendogli: “Ti va di fare sesso?”. Non posso, perché se la risposta fosse negativa, crollerebbe la mia autostima e mi sentirei brutta e vecchia? Forse è il ragazzo che ha dei problemi se mi rifiuta. Intanto è risaputo che la donna non si accoppia solo con l’uomo della sua vita, ma si accoppia per noia, per solitudine, per tristezza, per allegria. Fare sesso vuol dire avere delle conferme, vuol dire sentirsi accettata, “copulo ergo sum”.
Il problema è che gli uomini non sono ancora pronti. Possono essere intrigati da una donna diretta, ma il passaggio successivo è quasi sempre la fuga. Questa storia dell’uomo cacciatore è veramente frustrante, se sei timida lo scoraggi, se sei aggressiva lo spaventi, e in genere colui che ti caccia non è mai quello di cui vorresti essere preda. Per non parlare dei rapporti a tre. Quante persone di sesso femminile di vostra conoscenza hanno ammesso in pubblico di averne avuti? E le esperienze omosessuali? Il vero tabù non è praticare sesso in tutte le sue forme, ma è ammetterlo.

* Dice di sé: 
Ecate. Sono un’irrequieta, adoro gli estremi e non ho vie di mezzo nella vita. Mi piace sperimentare, inseguo sempre nuovi obiettivi e sono un’insoddisfatta cronica. La mia personalità ha molteplici sfaccettature, e a chi mi incontra lungo il cammino dono piccole parti di me, senza mai svelarmi per intero.

HO COMINCIATO COSÌ. Sergio Fabi - Vorrei intraprendere la carriera artistica

Molte ragazze sognano di diventare veline, schedine… E i ragazzi? Desiderano recitare in fiction di successo

Sergio Fabi *

Chi non ha mai sognato di indossare un costume di scena, chi non ha mai chiesto un autografo al suo divo preferito e magari immaginato un giorno di recitare al suo fianco, chi non ha mai fantasticato di varcare gli studi di Cinecittà o quelli televisivi di Cologno Monzese, della Dear o di Via Teulada? Un sogno che per molti si è trasformato in realtà. Un sogno, però, da fare ad occhi bene aperti: tante le trappole, tanti i millantatori, tante le promesse e poche le certezze.

Se quello che sognate è la consacrazione nel mondo dello spettacolo, questo libro vi aiuterà a capire non solo chi conoscere, ma anche quando, dove e come conoscerlo. Il nostro viaggio alla scoperta delle porte di accesso allo star system si avvarrà anche dei consigli di numerosi esperti del settore, da me intervistati in questi anni per riviste e portali per i quali ho collaborato. Tutto questo avendo ben presente che la notorietà non ha nulla a che vedere con il successo, l’essere riconosciuti per strada non ha nulla a che vedere con l’affermazione in campo artistico. E che la cosa più difficile non è raggiungere il successo ma… mantenerlo.

Come per tutte le cose, si tratta di un lavoro a tempo pieno che non può essere improvvisato, occorrono determinazione, intuito, costanza, impegno e fatica. Bisogna avere ben chiari i propri obiettivi ed imparare in fretta i metodi migliori per avvicinarsi a un mondo così complesso come quello dello spettacolo, che per molti versi, soprattutto all’inizio, potrebbe risultare ostico e sconosciuto e che a volte in seguito si rivelerà pericoloso e pieno di insidie.

“Vorrei fare qualcosa nel mondo dello spettacolo, mi sento portato…”.

Ecco una frase che molti hanno pronunciato in passato e continuano a pronunciare anche oggi. Ma il primo passo, invece, è capire che cosa si vuol fare esattamente nel mondo dello spettacolo. Non esiste il “qualsiasi cosa”. Entrare a far parte di questo mondo, sicuramente affascinante, vuol dire comunque lavorare con un contratto in regola di durata variabile, da alcuni giorni a parecchi mesi o addirittura anni. Molte ragazze vogliono diventare veline, meteorine, schedine, microfonine, altre ancora sognano di trasformarsi in presentatrici, ci sono poi ragazzi che aspirano al ruolo di cabarettisti, altri invece desiderano recitare in una fiction di successo. Ma la prima domanda da farsi è: che cosa so fare realmente? Ho i requisiti giusti per quello che stanno cercando?

Questo volume è stato concepito come una guida, uno strumento utile per tutti gli artisti esordienti, un manuale per il conseguimento del successo, un prezioso alleato per imparare a muoversi in un ambiente fortemente competitivo e agguerrito. Il successo dei reality show ha creato falsi miti. Tempo fa si diceva: “Dustin Hoffman era un infermiere, Marilyn Monroe un’operaia, Jerry Lewis un fattorino e sono diventati dei miti soprattutto per il loro talento”, oggi si dice: “Vedi quella ragazza, ha vinto quel reality show e adesso è famosa. Allora anche io posso far parte del mondo dello spettacolo!”. Anche questo, però, è un mito che non corrisponde affatto alla realtà. A prima vista potrebbe sembrare, sorprendentemente, facile entrare a far parte del mondo dorato della consacrazione e del successo, ma attenzione, forse a volte sembra anche troppo facile. Quando vedete una meteora emergente, una nuova velina, una conduttrice in erba, un deejay lanciato, qualcuno che in qualche modo si è distinto per la partecipazione a un reality o a uno show e che vi sembra ormai predestinato a raggiungere il successo, la prima domanda che dovete imparare a porvi è: quanto durerà? Quanti di questi talenti, quante di queste promesse sono ancora sulla breccia e quante invece sono scomparse e dimenticate? Quante di queste figure saranno ancora inquadrate in un prossimo futuro da una telecamera?

L’immedesimazione, il fatto che per i reality vengano scelte persone che rappresentano i vizi e le attitudini più frequenti dei telespettatori ha creato in molti la falsa convinzione che il mondo dello spettacolo sia aperto a tutti: senza fatica e senza talento chiunque può avere una vita diversa, una vita da protagonista che lo riscatti dalla banalità di un’esistenza normale. Non c’è cosa più sbagliata! Lo spettacolo non solo è un mondo difficilissimo, ma in più, non è mai uguale per tutti, non ci sono regole da seguire, non ci sono strade certe da percorrere, non ci sono provini di massa per diventare i nuovi Marcello Mastroianni (per chi sogna il cinema), Pippo Baudo, Paolo Bonolis o Simona Ventura (per chi sogna la televisione). Quello che si vede attraverso i grandi e i piccoli schermi, in realtà, è il solo risultato di un lungo, lento e capillare lavoro di promozione.

Tutto passa attraverso provini o incontri su appuntamento

Nel cinema esistono due figure di riferimento: gli aiutoregisti e i casting director, che sono chiamati a formare il cast di un film, di una fiction o di una serie televisiva. A loro volta le agenzie di intermediazione artistica propongono i propri attori, secondo le richieste che arrivano ogni giorno nei loro uffici per email o per fax. Per chi sogna la tv ci sono gli impresari televisivi – molto pochi – i quali rispondono a capistruttura o ai direttori di rete delle emittenti televisive, nonché agli autori, che devono pensare al cast di una trasmissione già mesi prima della messa in onda. Si tratta insomma di una rete capillare e ramificata piuttosto particolare. Per promuoversi e presentare la propria candidatura bisogna sapere prima quali lavori stanno per andare in produzione, quali selezioni sono aperte, chi si occupa del casting e delle audizioni, che tipo di provini saranno predisposti, quali sono i personaggi che i produttori ricercano e quali sono le caratteristiche più indicate per soddisfare i requisiti richiesti.

Inoltre ogni selezionatore risponde a sua volta, in scala gerarchica, ad altri organi e deve rendere conto ai propri superiori del suo operato. Come in tutte le professioni, ognuno ha il suo supervisore, e per riuscire a superare tutti i difficili stadi di una selezione bisogna essere non solo preparatissimi, ma anche molto agguerriti.

La strada, come vedete, è lunga, ma affronteremo insieme ogni piccola tappa che può portare al successo. E comunque tenere alto il morale è sempre indispensabile per conseguire un buon risultato. A questo proposito vale la pena ricordare che anche i più celebri divi hollywoodiani, prima di essere scoperti, non erano “nessuno”. Dustin Hoffman, per esempio, era infermiere in un ospedale psichiatrico e Michelle Pfeiffer lavorava come commessa in un supermercato. E se questo ha fatto nascere in voi altre curiosità sui trascorsi lavorativi delle star, eccovi serviti.

Marilyn Monroe: operaia; Harrison Ford: falegname (si è fatto conoscere riparando il tetto di casa del produttore Fred Roos, caro amico di George Lucas. È stato così che ha preso parte ad “American Graffiti”) ; Pedro Almodóvar: centralinista presso una compagnia dei telefoni; Michelangelo Antonioni: critico cinematografico;Laura Antonelli: insegnante di educazione fisica; Fred Astaire: ballerino; Antonio Banderas: modello per servizi fotografici e cameriere; Brigitte Bardot: fotomodella; Jean-Paul Belmondo: pugile; Humphrey Bogart: marinaio (in quel periodo riportò la ferita che gli paralizzò il labbro superiore); Lucia Bosè: fattorina in uno studio di un avvocato, commessa in una pasticceria (dove fu scoperta da Luchino Visconti); Marlon Brando: ufficiale in una scuola militare (da cui si fece cacciare quasi subito); Tim Burton: animatore presso i Walt Disney Studios.

Michael Caine: operaio; Jim Carrey: barista e imitatore nei locali di James Stewart e Henry Fonda;Massimo Ceccherini: imbianchino; Cher: corista (prima ancora di formare il duo Sonny e Cher); Sean Connery: ufficiale di marina; Gary Cooper: disegnatore di fumetti; Joan Crawford: ballerina a Broadway e nei night club;Nino D’Angelo: vendeva gelati alla stazione di piazza Garibaldi a Napoli; Alain Delon: commesso in una macelleria; Gérard Depardieu: tutti i tipi di lavori, finì anche in carcere minorile dove gli imposero la recitazione come terapia educativa; Johnny Deep: faceva parte di un gruppo rock chiamato The Kids; Clint Eastwood: lavorava nel distributore di benzina del padre; Federico Fellini: vignettista per giornali satirici; Jean Gabin: ballerino e cantante; Greta Garbo: commessa; Vittorio Gassman: giocatore di pallacanestro (due campionati in serie A); Cary Grant: giocoliere; Alec Guinness: impiegato in un’agenzia pubblicitaria; Gene Hackman: lavorava nelle piccole radio locali. Durante il periodo militare (in Cina) sostituì l’annunciatore radio che era stato ferito; Rita Hayworth: ballerina; Charlton Heston: modello a New York, gestore di un cinema ad Ashville, North Carolina;Lauren Hutton: top model (record di 25 copertine su “Vogue”); Norman Jewison (regista): tassista; Charles Laughton: albergatore; Tommy Lee Jones: lavorava con il padre nei giacimenti petroliferi.

Stanley Kubrick: fotografo per la rivista “Look”; Martin Landau: disegnatore di strisce a fumetti su un quotidiano; John Landis: fattorino alla 20th Century Fox. Jerry Lewis: fattorino in un drugstore, magazziniere in una fabbrica di cappelli; Burt Lancaster: acrobata nei circhi; Steve Martin: sceneggiatore televisivo; Stefano Masciarelli: investigatore privato; Marcello Mastroianni: impiegato; Mariangela Melato: vetrinista alla Rinascente; Ricky Memphis: manovale; Tomas Milian: commesso in un supermarket a Miami; Matthew Modine: chef; Mario Monicelli: critico cinematografico; Enrico Montesano: geometra; Jack Nicholson: impiegato in uno studio di disegni animati; Al Pacino: maschera in un teatro; Michele Placido: poliziotto; Sidney Poitier: fisioterapista; Gigi Proietti: suonava nei locali romani e nelle feste private; Mickey Rourke: pugile dilettante;Arnold Schwarzenegger: body-builder (13 titoli mondiali).

Peter Sellers: cabarettista; Oliver Stone: insegnante, tassista, veterano nella guerra del Vietnam, durante la quale ha riportato due ferite nel corso di un’eroica azione che gli è valsa la medaglia di bronzo al valor militare; Sharon Stone: modella per spot; Patrick Swayze: atleta, ginnasta, ballerino; Quentin Tarantino: commesso in un video store; Uma Thurman: modella; Ugo Tognazzi: commesso in un salumificio; Cinzia TH Torrini (regista): fotografa; François Truffaut: manovale in un’officina; Liv Tyler: modella; Rodolfo Valentino: lavapiatti, giardiniere e ballerino; John Wayne: attrezzista alla 20th Century Fox; Denzel Washington: lavorava in un campeggio estivo; Billy Wilder: giornalista sportivo; Bruce Willis: barista nel New Jersey.

(da “Provini & audizioni – Come entrare nello star system”, Sergio Fabi, Gremese editore).

* Dice di sé:
Sergio Fabi. Ideatore e proprietario del sito internet Cinemotore, specializzato nel cinema, che ogni giorno con le sue newsletter arriva a trentamila persone tra addetti ai lavori e amanti del mondo dello spettacolo, della Settima Arte. Collabora per svariate riviste del settore.

ATTIMI FUGGENTI

L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società preindividualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente.

(da Fuga dalla libertà, Erich Fromm, 1941)

 

PROFILI HORROR. Federica Cresci - Erzsébet Bàthory, la contessa sanguinaria

Una donna indipendente, potente e ricca, ossessionata dal desiderio di prolungare la propria bellezza

Federica Cresci *

Le hanno dedicato saggi, romanzi e diversi film (tra i quali un indimenticabile episodio ne “I racconti immorali” di Walerian Borowczyk, interpretato da Paloma Picasso). Ma pochi ne conoscono la storia. Si chiamava Erzsébet (in occidente più comunemente Elizabeth) Báthory. Era nata nel 1560 in Ungheria e doveva rimanere famosa con appellativi terribili, come “la contessa sanguinaria” o addirittura “la contessa Dracula”. Perché Erzsébet Báthory venne accusata di una serie interminabile di delitti, soprattutto ai danni di ragazze torturate e dissanguate nella speranza di fornire con il loro sangue una sorta di elisir dell’eterna giovinezza.

La sua famiglia era nobile e molto ricca, di religione protestante, con ottimi rapporti con i reali ungheresi. Erzsébet bambina godette di un’educazione rara all’epoca per le sue coetanee, studiò ungherese e anche latino e greco. Si è ipotizzato che fin da piccola avesse un carattere difficile, forse che fosse addirittura malata di epilessia. Di certo visse in un’epoca violenta, lei stessa da ragazzina pare abbia assistito a brutali esecuzioni.

Già a 10 anni la sua famiglia la promise in moglie a un conte ben più anziano di lei, Ferencz Nádasdy, coraggioso e battagliero, ma non molto istruito. Cinque anni dopo Erzsébet lo dovette sposare, anche se la schiatta dei Nádasdy era meno prestigiosa, nonostante il titolo nobiliare, dei Báthory. Alle nozze presenziò persino una delegazione ufficiale dell’imperatore.

Dopo il matrimonio Erzsébet andò a vivere in un castello dei Nádasdy dove rimaneva a lungo sola, in compagnia dei domestici. Il conte Ferencz, infatti, era spesso lontano per combattere i turchi nelle continue guerre di allora e divenne anche un eroe nazionale ungherese. Naturalmente l’assenza del marito fece sorgere delle dicerie sul comportamento di Erzsébet, reputata una donna bellissima. Le si attribuirono molti giovani amanti e si vociferava che fosse addirittura fuggita, un giorno, con uno di quei giovani.

Per molti anni l’unione tra Erzsébet e Ferencz rimase senza progenie (anche se tra le tante voci su di lei c’era anche quella di una gravidanza segreta, nel 1574: il figlio concepito dalla relazione con un contadino sarebbe stato tolto alla madre per non creare scandali). Poi, dopo dieci anni dal matrimonio, nacquero uno dopo l’altro tre bambine e un maschietto.

Apparentemente Erzsébet era una madre modello, ma la balia dei suoi figli, Iloona Joo, aveva una pessima fama e un’altra amica della contessa in quel periodo, la contadina Dorothea Szentes detta Dorka, era in odore di stregoneria. Proprio in quegli anni si sarebbero manifestate le prime tendenze sadiche della contessa: si sosteneva che picchiasse duramente la servitù e che per punire le domestiche le facesse gettare nude nella neve.

Nel 1604, Ferenc Nádasdy morì in seguito a una ferita e Erzsébet si trasferì nel castello di Csejthe, in Ungheria. Adesso era definitivamente sola, le sue uniche amicizie erano alcune donne che in seguito saranno accusate di ogni efferatezza. Ora alla compagnia di Dorka si univa quella di Anna Darvulia, che aveva una grande influenza su Erzsébet e si diceva fosse sua amante. E accanto a loro c’era anche un servitore pronto a eseguire qualsiasi ordine, Johannes “Ficzko” Ujvary.

Ormai Erzsébet aveva 44 anni, sentiva la giovinezza sfiorire. E forse cominciò ad essere ossessionata dal desiderio di prolungare la propria bellezza. Una leggenda vuole che un giorno, per pura combinazione, Erzsébet scoprisse come il sangue fosse in grado di arrestare l’invecchiamento. Una serva che la stava pettinando le tirò involontariamente i capelli con la spazzola. Erzsébet ebbe uno scatto d’ira e la schiaffeggiò tanto violentemente che uno schizzo di sangue le bagnò una mano: quando la contessa si strofinò per togliere il sangue si convinse che la pelle fosse diventata più morbida e levigata. Sempre secondo la leggenda, da allora la contessa Báthory avrebbe preso l’abitudine di fare il bagno nel sangue di vergini per mantenersi giovane in eterno.

All’inizio i sacrifici umani riguardarono solo contadine o serve delle quali nessuno si preoccupava. Ma dopo la morte di Anna Darvulia, nel 1609, la nuova complice della contessa divenne una vedova senza scrupoli, Erzsi Majorova, che la spinse a uccidere anche ragazze di famiglia nobile. E fu un errore. Per anni le abitudini sanguinarie della contessa Báthory furono ignorate da tutti. Ma i parenti di Erzsébet, in particolare suo cugino, il conte Cuyorgy Thurzo, cominciarono ad avere dei sospetti e a temere che il nome della famiglia potesse risultarne infangato. Dopo l’ennesima morte di una ragazza di sangue aristocratico, il Conte Thurzo su ordine del re d’Ungheria guidò i suoi soldati verso il castello di Erzsébet. Quando fecero irruzione oltre le mura trovarono una ragazza morta nell’ingresso e altre vittime nelle celle del maniero. Tutto l’entourage della contessa venne arrestato: Iloona, Dorka, Erzsi e Ficzko finirono in catene. Erzsébet venne lasciata in una sorta di arresti domiciliari: non era imputata direttamente, ma non poteva fuggire.

Nel gennaio 1611 ebbe inizio così un processo sommario che ancora oggi viene analizzato dagli studiosi, alla ricerca della distinzione tra realtà e fantasia. Sottoposti certamente a torture, gli imputati confessarono una sequela di crimini allucinanti. Centinaia di ragazze sarebbero state rinchiuse abusivamente nelle segrete del castello, poi torturate a morte con forbici e coltelli per procurare sangue alla contessa. Spuntarono tantissimi testimoni che non avevano mai parlato prima. Una serva affermò di aver visto una lista di 650 vittime, stilata dalla contessa in persona.

Si accusò Erzsébet di godere nel mordere a sangue guance, spalle e seni delle sue vittime. Una ragazza di 12 anni sarebbe stata rinchiusa in una gabbia dotata di un meccanismo che la trafisse con decine di ferri aguzzi. E in certi giorni le ragazze massacrate erano talmente numerose che il pavimento del castello diventava una enorme pozza di sangue.

A quel punto non ci fu più limite alle accuse contro la contessa. Si moltiplicarono le voci sul passato di Erzsébet, arrivando a mettere in discussione anche la figura del defunto marito, il conte Nádasdy: era violento con la servitù, si disse, e per la sua passione occultistica praticava riti satanici in compagnia della moglie. Cosa ci fosse di vero e cosa di inventato (o estorto con la tortura) in quell’elenco di atrocità non è certo. Indubbiamente c’era chi aveva interesse a togliere di mezzo una donna troppo indipendente, potente e ricca. Facevano gola i possedimenti di Erzsébet, sia quelli della famiglia Báthory che dei Nádasdy. E si aggiunga che il re in persona doveva ancora saldare dei vecchi debiti con il defunto marito di Erzsébet.

In pochi giorni si arrivò alla sentenza. Iloona e Dorka furono considerate streghe e bruciate vive. Ficzko venne decapitato e il suo corpo bruciato. La condanna a morte pochi giorni dopo venne comminata anche a Erzsi. La Báthory non presenziò al processo e non ci fu alcuna condanna formale per lei. Ma fu la sua famiglia a recluderla in una stanza del suo castello, murata viva, senza finestre o porte. C’era soltanto una feritoia per far passare il cibo. Dopo tre anni di prigionia, Erzsébet Báthory venne trovata morta nell’agosto 1614.

Nessuno l’aveva mai vista fare il bagno nel sangue, nemmeno tra i testimoni del processo. Ma la contessa Báthory rimase per sempre “la contessa sanguinaria”.

* Dice di sé:
Federica Cresci. Nata a Cremona nel 1974, laureata in Storia del cinema al Dams di Bologna con una tesi su Lucio Fulci, coltivo diverse passioni. Al primo posto il cinema, di cui sono bulimica, e a seguire gli animali, la lettura, il mezzopunto e il sudoku.

ATTIMI FUGGENTI

Tanto fervore, lo potessi vedere!
In una terra libera fra un popolo libero esistere!
Potrei dire a quell’attimo:
“Fermati, sei così bello!
Non potrà mai l’orma dei giorni miei terreni
per volgersi del tempo scomparire”.

(da Faust, Vol. II, Atto V, Johann Wolfgang Goethe)

 

ROMANZI. Pippo Russo - Il mio nome è Nedo Ludi

Il giorno dopo erano tutti a sudare su un campo verdissimo della Valtellina. I 22 giocatori convocati da Claudio Bersani seguivano in gruppo il nuovo preparatore atletico, Germano Rota. I convocati si presentarono tutti, nessuno tardò, e già alle 11:30 la lista era completa: i portieri Miglioccaro e Romualdi; i difensori – oltre a Nedo – Favrin, Vascotto, Vrenna e Bonazzi; i centrocampisti Monaldo, Piras, De Luca, Rinaldi e Holzmann; e gli attaccanti Reinaldo, D’Alessandro e Renzi. A loro si aggregò un sostanzioso gruppo di giocatori della Primavera: il portiere Sarni; i difensori Natali e Fiumi; i centrocampisti Mastrantonio e Cecchini; e gli attaccanti Magnani e Verricelli.

Era la prima volta che in ritiro andavano così tanti giocatori, convocandone ben 7 dalla Primavera. Se il nuovo mister voleva dare un segnale, c’era riuscito. Non c’erano gerarchie: tutti potevano essere utili, nessuno indispensabile. Soprattutto, stava per essere plasmata una squadra completamente nuova nella filosofia e nell’impostazione. Una buona riserva di forze fresche sarebbe tornata utile. Bersani si presentò alle 11 in punto. Era esattamente come Nedo l’aveva visto nelle foto. Un uomo che portava molto bene i suoi 42 anni, asciutto nel suo metro e 80 di altezza, con una capigliatura mora molto più folta di quella di Nedo. Si videro a distanza, si riconobbero, si andarono incontro dandosi una stretta di mano molto formale. Parole, il giusto. Poi Bersani raccolse il bagaglio e salì in camera.

Nedo sbuffava a metà del gruppo, e il ritmo regolare dei passi scandiva i pensieri che aveva lasciato sedimentare dal giorno precedente. Era stato un primo giorno di ritiro come tanti altri. Alle 12:30 il nuovo allenatore radunò il suo staff composto, oltre che da Rota, dall’allenatore in seconda Maggiani e dal fisioterapista Vendramin. Bersani non aveva voluto un allenatore dei portieri, non ritenendo fosse una figura indispensabile. In cambio aveva chiesto che la società mettesse sotto contratto uno psicologo. Dalla società gli risposero che non se ne parlava, ma l’argomento non era chiuso. C’era da giurarci che il nuovo tecnico sarebbe tornato alla carica, sottolineando che c’era un progetto da realizzare e la società doveva mettere lui nelle migliori condizioni per farlo.

Quella parola rimbombava ossessivamente nei pensieri di Nedo. Nel primo discorso che Bersani tenne ai convocati Il Progetto ricorse in modo ossessivo. Gli pareva di sentirlo pronunciare proprio così, con le maiuscole. Come se si stesse parlando di un’entità divinizzata, di una verità mitica da rivelare nel corso della stagione. L’Empoli 1989-90 era un progetto, la squadra era un progetto, il gioco era un progetto, il gruppo era un progetto, il campionato da disputare era un progetto, e tutto quanto era Il Progetto.

“Cosa cazzo sarà ‘sto progetto?” sussurrò Nedo a De Luca nel bel mezzo del discorso di Bersani. La voce era bassa abbastanza da non far sentire cosa fosse stato detto, ma non da impedire d’essere percepita. Tanto che Bersani interruppe per un attimo il monologo, proiettando lo sguardo verso la parte della sala in cui si trovava Nedo. L’allenatore non aveva capito chi fosse stato a molestare il suo discorso, ma il gesto carbonaro con cui Nedo portò la mano davanti alla bocca e riprese assorta attenzione risolse immediatamente l’interrogativo. Bersani impiegò un altro quarto d’ora per concludere, e ricevette dal gruppo dei giocatori un applauso nel quale a Nedo parve di riscontrare un entusiasmo maggiore di quanto s’aspettasse.

Non capiva cosa ci trovassero i compagni di così entusiasmante in quel discorso. Non gli pareva ci fosse ruffianeria in quell’applauso. Li aveva davvero conquistati Bersani. A Nedo pareva invece fosse confermata l’impressione che del nuovo allenatore aveva ricavato dalle interviste: quell’uomo parlava di parole. Sì, lo faceva bene e affascinava quanti lo ascoltavano. Era questo il suo segreto. Ma analizzando ciò che diceva, cosa c’era mai di così affascinante e memorabile? Nedo ebbe la tentazione di girare la domanda al suo compagno di camera. Che dopo quattro anni non era più Augusto Necci, ma Diego Favrin. Si astenne dal parlargliene perché quell’allampanato bassanese magnagatti era stato uno dei più entusiasti nell’ascoltare le parole di Bersani. Prima di intavolare certi discorsi è bene scegliersi con cura gli interlocutori.

Nedo sentiva scandita nella mente, tronca e ritmata dai passi da mezzofondista che scaricava per terra assieme al gruppo, la parola-chiave dell’Empoli di Bersani: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Era forse lui a non capire, a non essere in sintonia? Si chiese anche questo, e subito rispose che no, il problema non stava dentro di lui. Era proprio che quell’uomo parlava un linguaggio alieno, e che tutti si sforzavano di capirlo tranne lui, Nedo. Che continuava a farsi rimbalzare nella mente quella parola: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Cosa mai è un progetto nel calcio?, si chiedeva. E cosa mai avrebbe dovuto fare lui per essere funzionale al progetto? Si guardò intorno, pensandosi come qualcosa di diverso dal gruppo che correva dietro Rota, un 50enne bergamasco dal fisico esile e i capelli tinti d’un nero corvino. Gli interrogativi cominciarono a sciogliere il ritmo sincopato “Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét” che nell’ultimo quarto d’ora aveva occupato la mente di Nedo. Tuttiquelli che lo circondavano in gruppo erano un progetto? Quanta parte ciascuno di essi aveva nel Progetto? E ognuno di loro era a sua volta un progetto? Poco a poco Nedo si accorse come una semplice parola, Progetto, stesse smontando tutte le sue certezze. Sì, lui non era mai stato abile con le parole. Ma in nessun caso quella scarsa familiarità l’aveva spinto alla diffidenza verso il parlare.

Aveva studiato poco, e fin lì quel poco gli era bastato per districarsi in un mestiere che richiedeva anche un discreto impegno comunicativo. S’era pure fatto un’idea su tutta la questione. Un’idea rudimentale, ma sufficiente a rendergli domestico il rapporto con le parole. Per lui c’era un mondo dei discorsi diviso in due: una parte semplice e una parte complessa. In ogni ambito era possibile fare discorsi semplici e discorsi complessi, e i due tipi di discorso non erano in conflitto. Era così nel calcio. I discorsi complessi toccavano ai giornalisti, ai commentatori, e a quegli intellettualoidi che ci vedevano sempre qualcosa dietro. I discorsi semplici erano quelli del campo e riguardavano i giocatori, gli allenatori, gli staff tecnici.

Così l’aveva sempre vista Nedo: giocare, allenare e allenarsi, preparare tatticamente una partita e mettere in pratica le direttive, tutto ciò faceva parte del parlare semplice, di quella parte di mondo del calcio in cui le parole non gli trasmettevano diffidenza. Perché a ciascuna di esse corrispondeva una cosa. Marcare era una parola che corrispondeva a una cosa. Salvarci era una parola che corrispondeva a una cosa. Attacchiamo, difendiamoci, stendilo, teniamo palla, buttala lontano quando in due ti arrivano addosso erano parole che corrispondevano a delle cose. Invece all’improvviso era bastata una parola per demolire l’equilibrio che Nedo aveva costruito fraparlare semplice e parlare complesso. Gli era stato sufficiente sentir pronunciare il termine Progetto per scorgere come tracce di complesso stessero contaminando la parte semplice del mondo calcistico.

Quale cosa corrispondeva alla parola Progetto? Nulla che Nedo riuscisse a scorgere, nulla che i suoi compagni in gruppo fossero in grado di afferrare oltre la volontà di compiacere il loro nuovo allenatore. Chissà se anche in quelle teste che vedeva ondeggiare davanti a sé, come le foglie di un albero battuto dal maestrale, era scandito lo stesso ritmo – Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét – che aveva accompagnato i suoi passi.

Una parola sola: Progetto. Un elemento alieno che aveva invaso la parte semplice del calcio. Che poi, rifletté Nedo, il problema non era la parola in sé, ma l’uso che Bersani ne aveva fatto durante tutto il discorso del giorno precedente. Il nuovo allenatore parlava di progetto di gioco, progetto di squadra, progetto predisposto con la società. E gli obiettivi? Il progetto di una casa è costruirla; e alla fine si valuta dal risultato se quel progetto sia realizzato o no. Ma per la stagione 1989-90 qual era il Progetto dell’Empoli? Al primo giorno di ogni ritiro dei precedenti tre campionati di serie A si sapeva che s’aveva da salvarsi. Era un progetto, quello? Mah! Di sicuro era un risultato chiaro. Se un campionato è un progetto, le tre salvezze consecutive dell’Empoli erano tre progetti riusciti. E fin qui tutto filava. Il problema era che Bersani aveva usato la parola Progetto in modo molto più vago. Cosa intendeva per progetto di squadra? Per come Nedo la interpretava, quella formula rimandava all’idea di un cantiere aperto. Come può una squadra essere un progetto senza che a essa venga indicata una meta? Era Il Progetto qualcosa che doveva favorire la creazione di una squadra, o era la squadra che doveva affannarsi a rincorrere Il Progetto? E se l’obiettivo del Progetto non era il risultato, cos’altro poteva essere?

In quella confusione, le idee di Nedo cominciavano a chiarirsi. Per come lo vedeva, Il Progetto di Bersani era qualcosa che non riguardava il campionato, né i giocatori, forse nemmeno l’Empoli. Gli pareva quasi non riguardasse nemmeno Bersani. Era un’idea che avrebbe preso forma parziale, continuamente mutevole, non legata ai risultati della squadra. L’Empoli avrebbe potuto fare i punti necessari a tenersi in linea di galleggiamento, o piuttosto sprofondare giù in classifica, e in entrambi i casi Il Progetto poteva essere in buona fase di sviluppo o in via di ripensamento. I giocatori potevano dare il massimo o essere messi a margine della squadra e pronti a essere sostituiti da altri. E anche questi ultimi sarebbero passati nel Progetto. Poi sarebbe andato via anche Bersani, divorato dallo stesso mostro che lui aveva allevato e fatto crescere: Il Progetto.

Ma che cazzo c’entrava tutto questo col pallone? Nedo ebbe la tentazione di rallentare la corsa e mettersi in coda al gruppo a vedere se dal dondolare di teste davanti a sé fosse possibile capire se il mondo attorno fosse ancora al suo posto, o se non fosse cambiato in misura grande quanto aveva percepito durante quella mezzora di corsa. Non lo fece perché non voleva dare l’impressione di essere fra quelli tornati imbolsiti dalle vacanze. E anche perché non gli andava di essere il primo a mostrare segni di cedimento davanti al nuovo allenatore. I dubbi si moltiplicavano. Cosa pensavano in società del Progetto? Almeno loro sapevano in che direzione volevano andare? E con quali uomini, e per quanto tempo, e con che obiettivi?

Ripensò a un’intervista rilasciata ai primi di luglio dal presidente Magno alla Nazione. Il presidente parlava di una società che voleva entrare in una fase nuova, andare oltre la provvisorietà dei risultati. Lì per lì Nedo intese che l’obiettivo fosse quello di costruire una squadra più competitiva, che disputasse un campionato meno assillato dal rischio della retrocessione. Ripensandole in quel momento, Nedo trovava tutt’altro significato nelle dichiarazioni rilasciate dal presidente alla Nazione. Il riferimento alla fase nuova e all’andare oltre la provvisorietà dei risultati,evidentemente, era la premessa del Progetto.

Ma cosa stava succedendo? Una parola diabolica aveva cancellato il confine fra il parlare semplice e ilparlare complesso del calcio. E altre parole diaboliche erano pronte a irrompere nel territorio non più protetto da argini. Parole che aveva letto durante la settimana di vacanza a Cecina: intensità, cultura del gioco, lettura delle situazioni difensive, applicazione. E furore agonistico, valori morali, spirito di gruppo, mentalità. Dov’era in tutto ciò il pallone, e la necessità di sbatterlo nella porta avversaria o tenerlo il più possibile distante dalla propria? Erano parole; parole che parlavano di parole, e rimandavano a altre parole.

Sì, aveva visto giusto quando aveva detto al Merli che Bersani parlava di parole. E cominciava a valutare in modo diverso le sfuriate che il procuratore aveva fatto nei mesi precedenti a proposito del fanatico e dei suoi seguaci. Il nuovo allenatore dell’Empoli aveva proprio i connotati descritti da Merli quando parlava della banda dei sacchiani. Gente che parlava di calcio come dovesse predicarlo, e attraverso il calcio dovesse predicare un sistema di valori morali e un metodo di condotta quotidiana. Soprattutto, gente che sapeva parlare di tutto ciò, capace di rendere affascinante ciò che diceva benché nulla dicesse. Era proprio il fascino la cosa decisiva. Esattamente come la parola Progetto. Che diceva nulla, ma catturava l’attenzione e suscitava il fascino necessario a distogliere l’attenzione dal nulla che la parola diceva.

Allo scoccare dell’ora di corsa Germano Rota soffiò perentoriamente nel fischietto. Il gruppo si sgretolò come se il suono ne avesse sciolto il collante. Alcuni si fermarono di colpo portandosi le mani ai fianchi. Qualcun altro continuò per qualche metro in souplesse per forza d’inerzia, lasciando che il moto del corpo si smorzasse. Nedo andò avanti per una ventina di metri, fin quasi a fondocampo. Non si sentiva stanco, era pronto a continuare per un’altra mezzora e poi ancora un’altra. Avrebbe voluto darci dentro subito e affrontare le sue paure a viso aperto. Purtroppo erano quelle paure a non mostrarsi a viso aperto, nascondendosi dietro parole che parlavano di parole. Da stopper, era abituato a identificare un avversario e a battersi con lui per tutta la partita, e che poi fosse la contesa a stabilire un vinto e un vincitore. Quella mattina Nedo non riusciva a identificare l’avversario, e il compito, e i termini del duello. Fu in quell’istante che cominciò a chiedersi se un duello fosse ancora possibile, e se lui fosse ancora un duellante.

(dal romanzo “Il mio nome è Nedo Ludi” di Pippo Russo, capitolo 7, Baldini Castoldi Dalai).

* Dice di sé:
Pippo Russo. Vorrei sempre mettere nelle cose che faccio la stessa energia delle cose che vorrei fare.

VERSI. a.b. e f. j. - Una rosa bianca stia con una gialla. Se tanto. Italia, opposta riva

Stamane ero in Provenza,
un campo di lavanda si fondeva,
lontanissimamente,
alla fin dell’infinito, con un ciel azzurro pervinca.

I due piani d’orizzonte, al congiungimento,
inzuppavano i colori uno nell’altro,
e ne nasceva un terzo come un viola di Van Gogh.

E c’era, ma forse l’ho sognato,
abbacinata dal pomeriggio e dal pastis,
un sole rosso a spirale come occhio di ciclone
appeso malfermato a cerri blu.

Succede, a me succede – amore dove sei?
che la memoria spontanea si metta a lavorare
in questi casi qui.

E mi srotoli accanto varia mercanzia
nel dormiveglia, col calabrone che ronza
alla finestra.

Mi esplode nella testa il sorriso chiuso
di Piaf, il Passerotto – l’argot è parigino!
che canta una canzone
– Non, rien de rien. Non, je ne regrette rien.

Il caldo meridiano e un amore appena andato
fan questi scherzi.

Dell’altro ci attira ciò che ci assomiglia.
Ma ben vengano le differenze non fondamentali
– una rosa bianca stia con una gialla.

Il calabrone si suicida dentro il mio bicchiere.
Penserò se lasciarlo morire d’eutanasia,
o aiutarlo a volar via.

Oggi tutto è successo senza che sia successo niente.

a.b., luglio 2006

SE TANTO

Se tanto, l’adorato nostro niente,
restando niente,
s’è allargato ad arrosarmi il prato
di significato,

che avrebbe fatto, invece,
se riempito fino all’orlo,
dalla carne usato e consumato,
fosse tornato il niente ch’era
dopo che io ti avessi amato?

a.b., 2006

 

ATTIMI FUGGENTI

Sui miei quaderni di scolaro, sui miei banchi e sugli alberi, sulla sabbia e sulla neve, io scrivo il tuo nome. Su tutte le pagine lette, su tutte le pagine bianche, pietra sangue carta cenere, io scrivo il tuo nome. Sulle dorate immagini, sulle armi dei guerrieri, sulla corona dei re, io scrivo il tuo nome. (…)

Sul rinnovato vigore, sullo scomparso pericolo, sulla speranza senza ricordo, io scrivo il tuo nome. E per la forza di una parola, io ricomincio la mia vita, sono nato per conoscerti, per nominarti. Libertà.

(da Libertà, di Paul Éluard, 1942)

 

ITALIA OPPOSTA RIVA

In memoria di Bettino Craxi

Isole diverse da dimenticare
Sant’Elena, Caprera o Ponza
ma anche Hammamet va bene
se proprio ci vuole il mare
per la deriva dei trionfi.
Per annegare idee ed ideali
di uomini e di stagioni,
per insabbiare memorie disuguali,
per ormeggiare ogni civile speranza
di un uomo nell’uomo.

Alla fonda la vita,
quando la prua del destino s’incaglia
e fatale si abbassa la marea.
Dopo, sarà la ruggine dell’àncora.
Eppure, verso deriva estrema,
l’anima salpa, immenso scafo oscuro,
irridente presenza tra le nebbie
cieche dell’altrui ragione;
poiché la resa suppone l’impotenza,
come sa bene il vento.

Di rosso si tinge il mare “nostrum”,
Mediterraneo di coralli e vergogna,
di sangue, garofani e tramonti.
Ma non sarai, forse, migratore più solo
tra i tanti gabbiani ancora in volo.
E romperà così gli ormeggi
la tua bianca pietra,
come vela scolpita
sui marmi di tardive memorie.

Innocente geografia asservita
alla storia, la peggiore;
ultimo porto, allora, all’amarezza
è stato un continente antico, non un’isola
banale. Ma, neanche l’Africa è bastata
a poter archiviare un disincanto estremo,
l’implacata fierezza di un sogno,
l’orrendo ormai di chi muore,
mentre carezzavano gli occhi insonni
purpuree dissolvenze d’oltremare,
sfumato confine a superstiti illusioni.

Esilio da te adesso sconterà, davvero,
chi ti ha esiliato,
mentre naviga il tuo cuore
salvo e clandestino nel mistero
di altri più sublimi abissi,
di altre “giustizie”, meno vane.

All’orizzonte vicino, più vicino ora,
un lembo di terra… l’opposta riva,
sponda silente, battigia in calma,
ritrovato paese, vecchie case, vita…
Risarcimento alla negata attesa, finalmente,
si offre alla nostalgia felice approdo.
Un nome, una patria e,
irriducibile liaison, l’amore;
unici assiomi eterni dell’umana biografia.
Contro ed oltre il fato
Itaca e Ulisse, per sempre insieme.
“Bentornato Bettino!”

f.j., Roma 10 febbraio 2000

LETTERE

Caro Direttore,

ultimamente non si fa che parlare di “clima antipolitico” o di “emergenza democratica” come se i cittadini italiani, all’unisono, avessero cominciato a ribellarsi e a protestare… così… da un giorno all’altro, magari spinti da inchieste giornaliste contingenti. A mio parere non è così.

Gli italiani, che Massimo Fini nel titolo del suo libro, chiama “Sudditi” ed i politici che Stella e Rizzo chiamano “Casta” sono ormai in conflitto da molti anni. Non è una questione di tasse, sprechi, malasanità, burocrazia, lentezza del sistema giudiziario, corruzione e di altre cento belle cose di cui sentiamo parlare ogni sera al telegiornale. O almeno non è “solo” questo. C’è qualcosa di più.

Noi italiani stiamo, lentamente, ma inesorabilmente, perdendo la sovranità sul nostro territorio. Stiamo perdendo la sovranità sulle nostre vite!! Il processo, badi bene, non riguarda solo il popolo del Belpaese. Riguarda decine di popolazioni che vivono in paesi così detti “democratici”, paesi cioè dove il bene collettivo dovrebbe coincidere con il volere della maggioranza. Sì perché a me questo è stato insegnato: si dice “democrazia” un sistema sociale dove la distinzione tra bene e male, tra cosa non si può fare è cosa invece è consentito, la fa la maggioranza. Se 51 persone su 100 pensano che un certo comportamento sia giusto, questo comportamento è legale. Se una maggioranza di persone prende una certa decisione, questa scelta vale per tutti. Non è un sistema perfetto, ma almeno questi principi dovrebbero essere chiari a tutti.

Purtroppo non è così. Purtroppo le nostre vite sono influenzate tutti i gironi da leggi, regole, scelte che in nessun modo hanno a che fare con la democrazia. Tralascio la regola per eccellenza degli stati “democratici”: pagare le tasse. Se domani mattina facessimo un referendum sulle tasse secondo lei che percentuale di italiani si schiererebbe a favore di queste tasse… o delle tasse in genere? Ma di fisco è vietato parlarne perché lì la democrazia non vale. Pensi che persino la Costituzione sancisce che… sulle tasse non si vota.

Parliamo di Europa allora. Siamo entrati in Europa sulla base di decisioni prese da politici eletti dai nostri genitori e dai nostri nonni. Una decisione importante direi…la rinuncia dei cittadini italiani ad una parte della propria sovranità in favore di un altro “superstato”, l’Europa appunto. Non si tratta solo di avere lo stesso codice della strada o lo stesso sistema metrico. Basti pensare che un magistrato di un altro paese (eletto o assunto con regole non votate da noi, può indagare su di noi e persino farci arrestare). Ma no… su questa decisione non si vota. Non si è votato allora e non si vota adesso quando, ancor più a ragione, forse sarebbe stato utile un referendum. Non solo l’ingresso in Europa, ma anche l’introduzione dell’euro o la stessa costituzione europea. Neanche qui ci è concesso votare perché la nostra “democraticissima” costituzione, anche per i trattati internazionali, non prevede l’istituto referendario. Ma certo… se si chiama “trattato” la rinuncia alla sovranità da parte di un popolo, potremmo anche chiamare la pena di morte “suicidio”, le imposte (cioè frutto di imposizione) “contributo volontario” e via dicendo.

La stessa cosa poi la potremmo dire per la perdita della nostra sovranità “in casa” dove, invece, potremmo esprimerci, ma ancora una volta non ci viene concesso. Paghiamo l’ICI ed il bollo auto per tutto l’anno, ma in centro non ci fanno entrare ed una ventina di giorni l’anno ci fanno lasciare l’auto a casa per ragioni ambientaliste. Non è questa una limitazione di sovranità? Non è una limitazione di sovranità la tassa di soggiorno voluta da Soru in Sardegna (che nutre il 47% di sardi che hanno un pubblico impiego con i soldi di tutti gli italiani, ma vuole gratis in Sardegna solo i sardi)?

Saltiamo quindi questi temi troppo aulici per noi cittadini ignoranti, sui quali non ci è concesso dire la nostra, e guardiamo al resto della nostra vita. Respiriamo a pieni polmoni la democrazia in ogni ambito delle nostre giornate! Maggioranze felici di automultarsi perché procedevano in automobile a 60 km/h su strade statali, masse sterminate di persone che fanno la fila per pagare i contributi a badanti e governanti, milioni di italiani che godono pagando l’assicurazione automobilistica, centinaia di migliaia di cittadini che a maggioranza premono per l’istituzione del certificato di esistenza in vita, lo studio di settore, il canone Rai. Mi sembra quasi di vederlo questo popolo così compatto nella sua democratica maggioranza quando si esprime a favore degli espropri immobiliari “per esigenze dello stato”, quando richiede a gran voce le accise sul gasolio e sulla benzina, quando vota compatto per andare in Iraq.

La mia, evidentemente, è ironia. Queste masse non esistono. Questi milioni di cittadini così autolesionisti non esistono. E “Per fortuna” aggiungo! Entro nello specifico facendole un esempio banale, ma a mio parere calzante. Nonostante ci venga detto che è “reato” la maggior parte di noi ha in casa almeno un CD copiato o scaricato da internet o magari solamente un libro fotocopiato. Segno è che, forse, gli italiani non sentono la violazione del diritto d’autore come furto. Sono pochi quelli che la sera si mettono la mascherina e vanno a rubare nelle case di altri, mentre sono la maggioranza quelli che copiano. Cosa vuol dire questo?

Se fossimo veramente in democrazia, dato che la maggioranza ritiene giusto un certo comportamento (copiare opere autoriali di altri), tale comportamento dovrebbe essere legale. O no? Potrei andare avanti per ore caro Direttore. Potrei raccontarle con altri mille esempi che la democrazia non esiste. Potrei parlare della teoria della moneta (argomento che ogni tanto qualcuno accenna, ma nessun media sembra voler affrontare fino in fondo) dove scopriremmo come stiamo in realtà tutti giocando a Monopoli, ma con un banco che si stampa i soldi da solo. Potrei parlare dell’utilità della democrazia (se una maggioranza vuole una cosa… perché non farla e basta senza imporla anche alla minoranza). Per fare un esempio, perché vietare di vendere un prodotto “a maggioranza” quando basterebbe che la maggioranza non lo comprasse (e lo lasciasse acquistare alla minoranza)? Potrei parlare delle guerre nel mondo e scoprire che non ci sono mai stati tanti milioni di morti da quando esistono gli stati “democratici” (con le loro democraticissime leve obbligatorie e tutte le risorse che solo un prelievo forzoso delle tasse può dare).

Potrei, Le dicevo, ma chiudo qui, per ragioni di spazio e tempo. Chiudo però con una riflessione che vuole prendere spunto proprio dall’argomento delle guerre. Si dice che non si può imporre con la forza la democrazia ad un altro paese. Giustissimo. Ma come mai accettiamo che le stesse persone la impongano a noi… questa “democrazia”?

Marcello Mazzilli,

Roma

siroma@siroma.com

ATTIMI FUGGENTI

Accontentarmi di telefonare, sentire la tua voce e metter giù. Un gesto che la noia mi fa fare quasi per farmi male un po’ di più. E poi passare sotto casa tua come se non ci fossero altre vie purtroppo cerco ancora di trovare quello che non c’è più di tutti e due.

Attimi di malinconia, attimi che lentamente andranno via e lasciano un profumo che a pensare, ricorda un po’ una tazza di caffè.

Un giorno certo si dovrà scordare, chissà se farò prima io di te. Stavamo bene, solo fino a poco tempo fa, stavamo bene, ma il bene lascia tristi eredità, e a niente serve rimanere amici, è molto meglio non vederci più, paghiamo l’esser stati già felici, chi ama troppo soffre poi di più. Mi devo ribellare con la mente, anche se col pensiero sono là, accanto a noi lontani dal presente, con la nostra realtà.

(Attimi, di Franco Califano, Io Per Amarti, 1983)

 

Segue lettere

Gentilissima Rachele Zinzocchi

finalmente ho finito di leggere il primo numero de “L’attimo fuggente”; di leggere e – come spesso accade nel caso di riviste a lunga periodicità – di rileggerne alcune parti. Spero quindi di darle una valutazione né affrettata né, almeno nell’intenzione, superficiale.

Partiamo dal titolo, come lei suggerisce. Perché no? In fondo tutti abbiamo in mente quello splendido film con Robin Williams e quel grido, compatto e univoco della classe, “o professore, o mio professore”, un grido di libertà riconosciuta e di dignità ritrovata.

Proseguiamo con la confezione e la grafica. A mio avviso né più né meno quello che mi sarei aspettata da una rivista che preferisce essere strapazzata, chiosata, portata con sé dal lettore ovunque senza temere di sgualcirla o di sporcarla; una rivista che vuol essere amata e non venerata, letta e non consultata, vissuta, digerita, metabolizzata e non conservata come un bel soprammobile colorato e patinato. Unico appunto: farei uno sforzo grafico per distinguere meglio gli articoli dalle rubriche.

Veniamo ai contenuti.

Ben venga una rivista che parla di libertà, in un periodo storico in cui conformismo e relativismo si mescolano e si fondono in un pericoloso connubio di indifferenza, sciatteria morale e maleducazione. Trovo anch’io che ci sia bisogno di rivalutare la libertà individuale per farne strumento di vera solidarietà in funzione di un’etica sociale ormai dai più trascurata. Quindi ben venga una rivista che sia occasione di riflessione e di discussione su questi temi.

Però preferirei – fermo restando questo filo rosso, questo trait d’union – dei numeri più monografici e meno saltellanti. Mi spiego. La qualità degli articoli era ineccepibile (anche i suoi, Rachele, davvero). Godibili sotto tutti i punti di vista. Funzionali alla riflessione e all’arricchimento culturale del lettore. Però l’insieme mi è parso fortuito, occasionale. A giustificazione del fatto che comparivano insieme in questo numero non ho ritrovato – ma sono disposta a riconoscere la mia ignoranza in merito – altro motivo che non fosse o la disponibilità del testo o la familiarità dell’autore con Cesare Lanza.

Nei prossimi numeri non mi dispiacerebbe trovare, invece, dei nuclei tematici attorno cui sviluppare un dibattito, esaminando quel dato aspetto della libertà dal punto di vista letterario, filosofico, economico, politico, mediatico, medico e scientifico… Se la mescolanza è bella nella vita, sulla carta occorre forse presentare con ordine la varietà.

Infine, due parole al e sul direttore. Innanzitutto gli auguri perché questa iniziativa abbia vita lunga e goda dell’interesse e dell’attenzione che merita. Quindi complimenti per il coraggio intellettuale e per la verve imprenditoriale dimostrate. Ovviamente grazie della stima e della fiducia, ossia grazie di avermi inserita tra i primi destinatari della rivista e di gradire il mio parere in merito. Però, nei prossimi numeri, freni l’entusiasmo celebrativo dei collaboratori nei suoi confronti. È giusto e doveroso che la apprezzino e la rispettino; però è anche un po’ scontato. Chi collaborerebbe a una rivista – tra l’altro una rivista “impegnata” – se non ne condividesse appieno la linea editoriale?

Cari saluti

Lionella Carpita

ATTIMI FUGGENTI

La mia esistenza è incomprensibile e ridicola. Ma non ho mai potuto decidere liberamente di scegliermene un’altra. Uno resta quello che è. La libertà esiste solo nel futuro, nel passato non più. Nessuno può darsi un passato diverso. Tutto ciò che accade doveva avvenire così come è avvenuto. Dopo, tutto è ineluttabile, prima niente lo è. Si tratta soltanto di svegliarsi dal sogno. Ciò nonostante rincorriamo la libertà, non possiamo fare altrimenti, ma la libertà ci precede sempre di un passo come un miraggio, è sempre nell’attimo seguente, sempre nel futuro. E il futuro è oscuro, una parete nera e impenetrabile davanti ai nostri occhi. No, ci attraversa gli occhi, ci attraversa la testa. Siamo ciechi. Accecati dal futuro. Non vediamo mai quello che ci sta davanti, mai l’attimo seguente, finché non ci sbattiamo il naso. Vediamo soltanto quello che già abbiamo visto, cioè: niente.

(da Lo specchio nello specchio, Michael Ende, 1984)

 

INDICE DEI NOMI

Abba 7

Abramo 44, 54, 55, 58, 59, 60

Abrams 18

Accame Bobbio, Aurelia 65

Acerbo, Giacomo 94

Acerbo, Tito 94

Agnelli, Gianni 97

Alboreto, Michele 97

Alexander, Harold 18

Alighieri, Dante 7

Allam, Magdi 81

Almodóvar, Pedro 157

Armosino, Francesca 87

Andermann, Andrea 77

Andreotti, Giulio 92, 96, 118

Antonelli, Laura 157

Antonioni, Michelangelo 157

Aristotele 115

Arpinati, Leandro 93

Astaire, Fred 157

Atlante editore 7

Balbo, Italo 94

Baldini Castoldi Dalai 169

Banderas, Antonio 157

Barbaglia, Silvio 54, 57, 58

Barbi, Michele 68

Bardot, Brigitte 157

Barth, Karl 47

Báthory, Erzsébet 3, 160, 161, 162, 163

Baudelaire, Charles 140

Baudo, Pippo 156

Beatles 7

Beethoven, Ludwig van 7

Belmondo, Jean-Paul 157

Bellezza, Dario 76, 77, 78, 80, 81

Bellow, Saul 7

Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) 1, 21, 23, 47, 48, 50, 53, 54, 55, 56, 57, 59, 60, 61

Benso, Camillo conte di Cavour 86

Berger, Gerhard 97

Bianciardi, Luciano 7

Blue, Rupert 129

Bobbio, Norberto 114

Bogart, Humphrey 157

Bompiani Edizioni 77

Bono, Sonny 157

Bonolis, Paolo 156

Bosè, Lucia 157

Bonaparte, Napoleone 46, 64

Borowczyk, Walerian 160

Botticelli, Sandro 105, 109

Bultmann, Rudolf 47, 48, 49, 50, 51

Buñuel, Louis 79

Bussagli, Marco 105, 107

Brando, Marlon 157

Brazel, Mac 122

Brežnev, Leonid 114

Burton, Tim 157

Byron, Anne Isabelle 89

Byron, George Gordon 27, 89, 120, 121

Caine, Michael 157

Caio Giulio Cesare 46, 98, 138

Cairo Editore 97

Caldwell, Erskine Preston 7

Califano, Franco 177

Calvino, Italo 7

Camilleri, Andrea 7

Cancellieri, Francesco 119

Carlo Magno 65, 71

Carniani Malvezzi, Teresa 119

Carrey, Jim 157

Casa del Manzoni 68

Casanova, Giacomo 7, 87

Ceccherini, Massimo 157

Celentano, Adriano 7

Cerami, Vincenzo 83

Cesare, Giulio 46

Cheope 103

Cher 157

Chiara, Piero 7, 86

Cleopatra 138

Colao, Vittorio 22

Colet, Louise 88

Colette (Simonie Gabrielle) 139, 140

Colombo, Umberto 64

Connery, Sean 157

Cordero di Montezemolo, Luca 92, 97

Costantino, Gaio Flavio Valerio 104

Cooper, Gary 157

Corona, Fabrizio 79

Corso, Philip 124

Craxi, Bettino 171, 173

Crawford, Joan 157

Cruz, Monica 145

Cruz, Penelope 145

D’Alema, Massimo 3, 98, 111, 112, 114, 115

D’Angelo, Nino 157

D’Annunzio, Gabriele 94

Damilano, Marco 54, 58, 59, 61

Daniélou, Jean 60

Darvulia, Anna 161, 162

da Vinci, Leonardo 104, 105, 106, 107, 108, 138

De Andrè, Fabrizio 84

Deep, Johnny 157

Deissmann, Adolf 61

Deng Xiaoping 22

Della Francesca, Piero 105

Dell’Olio, Anselma 23

De Lubac, Henri 57

Delon, Alain 157

Depardieu, Gérard 157

Diaz, Cameron 3, 144, 145

DiCaprio, Leonardo 3, 144, 145

Dietrich, Marlene 142

Don Backy 143

Dostoevskij, Fëdor 6

Dürer, Albrecht 105

Duse, Eleonora 18

Dylan, Bob 150

Eastwood, Clint 157

Ecclestone, Bernie 97

Eco, Umberto 46

Edizioni di Storia e Letteratura 65

Edizioni Paoline 64

Elia 55, 58, 59, 60

Elkann, Alain 78, 82

Éluard, Paul 171

Elvehjem, Conrad 133

Ende, Michael 179

Eraclito 29

Erode 43

Escobar, Roberto 30

Euclide 102, 103, 104

Facheris, Giacomo 130

Fallaci, Edoardo 18

Fallaci, Oriana 2, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23

Farrar, Mary 131

Ferrara, Giuliano 17, 23

Ferrari, Enzo 2, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 97

Ferrari, Piero 97

Fellini, Federico 157

Feltri, Vittorio 23

Fidia 102, 104

Fini, Massimo 174

Fisichella, Rino 23

Flint, Austin 130

Folchi, Alberto 92

Fonda, Henry 157

Ford, Harrison 157

Fromm, Erich 159

Fulci, Lucio 163

Gaber, Giorgio 15

Gabin, Jean 158

Gable, Clark 40

Garbo, Greta 158

Garibaldi, Clelia 87

Garibaldi, Giuseppe 2, 85, 86, 87, 88

Garibaldi, Manlio 87

Garibaldi, Menotti 87

Garibaldi, Riciotti 87

Garibaldi, Rosita 87

Garibaldi, Rosa 87

Garibaldi, Teresita 87

Gaspar, Don 129

Gassman, Vittorio 158

Gaumont editore 82

Gautier, Théophile 140, 141

Gesù 2, 42, 43, 44, 45, 46, 47, 48, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 57, 58, 60, 61, 108, 134, 137

Ghisalberti, Fausto 68

Giacobbe 44

Giacobini, Silvana 79

Giacomo 53

Gibran, Kahlil 90

Giovanni evangelista 43, 60

Giovanni Paolo II 21

Giuseppe 43

Gobbato, Ugo 95

Goethe, Johann Wolfgang 99

Goldberger, Joseph 126, 129, 130, 131, 132, 133

Goldoni, Luca 87, 88, 89

Gozzi, Franco 93

Grant, Cary 158

Gremese editore 159

Guarini, Ruggero 82

Guerriero, Elio 57, 58

Guinness, Alec 158

Guttuso, Renato 80

Hackman, Gene 158

Hayworth, Rita 158

Hawke, Ethan 33

Heidegger, Martin 47

Hemingway, Ernest 7

Herbert, Victor 127

Heston, Charlton 158

Hill, Phil 97

Hilton, Paris 145

Hitler, Adolf 98

Hoffman, Dustin 155

Hugo, Victor 141

Hunter, John 128

Hutton, Lauren 158

Isacco 44, 54, 55, 59

Jarre, Maurice 25

Jenner, Edward 127, 128

Jewison, Norman 158

Jones, Tommy Lee 158

Joo, Iloona 161, 162, 163

Kissinger, Henry 20

Koch, Robert 128

Khomeini, Ruhullah Musavi 22

Khrushchev, Nikita 114

Kubrick, Stanley 158

Küng, Hans 57

Lancaster, Burt 158

Landau, Martin 158

Landis, John 158

Lanza, Cesare 178

Laughton, Charles 158

Lazear, Jesse William 127

Luini, Bernardino 105

Leonard, Robert Sean 33

Leopardi, Carlo 119

Leopardi, Giacomo 3, 117, 118, 119, 120

Leopardi, Monaldo 118, 119

Lewis, Jerry 155, 158

Lincoln, Abramo 27, 29

Llera, Carmen 77, 78, 81

Lombroso, Cesare 111

Loren, Sophia 23

Luca evangelista 61

Lucas, George 157

Luini, Bernardino 105

Mahaini, Nabil 76

Mai, Angelo 119

Magister, Sandro 54

Majorova, Erzsi 162

Mandel’štam, Osip 76

Manet, Édouard 141

Manzoni, Alessandro 64, 65, 67, 72, 73, 119

Marcel, Jesse 122

Marcel, Jesse jr. 122

Marchetti, Piergaetano 21, 22, 23

Maria 44, 137

Maria Maddalena 46

Maraini, Dacia 78

Marotta, Giuseppe 7

Marshall, Barry 128, 129

Martin, Steve 158

Martini, Carlo Maria 56, 57

Martini della Torre, Maria 88

Masciarelli, Stefano 158

Massenzio, Marco Aurelio 104

Mastroianni, Marcello 156, 158

Mastronardi, Lucio 7

Matteo evangelista 43

Mazzantini, Margaret 7

Melato, Mariangela 158

Memphis, Ricky 158

Metz, Johann-Baptist 52

Mieli, Paolo 21, 22, 23

Milian, Tomas 158

Modine, Matthew 158

Molière, Jean Baptiste Poquelin 102

Mondrian, Piet 105

Monicelli, Mario 158

Monroe, Marilyn 155, 157

Montesano, Enrico 158

Monti, Vincenzo 119

Morandini, Laura 33

Morandini, Morando 33

Morante, Elsa 78

Moravia, Adriana 77

Moravia, Alberto 2, 6, 75, 76, 77, 78, 79, 80, 81, 82, 83

Moravia, Elena 77

Mosè 58, 59, 60

Mozart, Wolfgang Amadeus

Mussolini, Benito 93

Nádasdy, Ferencz 160, 161, 162, 163

Negri, Renzo 70

Nicholson, Jack 158

Nuvolari, Tazio 94

Ojetti, Ugo 190

Pacioli, Luca 104, 105, 108

Pacino, Al 158

Paini, Luigi 32

Panagulis, Alekos 20

Parmenide 29

Parnell, Charles Stewart 120

Pascal, Blaise 23, 44, 45

Pasolini, Pier Paolo 30, 76, 81, 83

Pasteur, Luis 128

Penn, Sean 144

Pertini, Sandro 93

Petrarca, Francesco 139

Pettenkofer, Max Josef (von) 128

Pfeiffer, Michelle 157

Picasso, Pablo 141

Picasso, Palma 160

Pininfarina, Sergio 97

Pipps, James 127

Placido, Michele 158

Platone 49

Poitier, Sidney 158

Ponzio Pilato 98

Pope, Alexander 120

Poppert, Karl 89

Prescott, Fred 127

Presley, Elvis 7

Principato 72

Proietti, Gigi 158

Proust, Marcel 6

Putin, Vladimir 114

Queriniana edizioni 49, 50, 51

Quinto Orazio Flacco 28

Rahner, Karl 57

Raimondi, Giuseppina 87

Rassimov, Rada 77

Ranieri, Antonio 119

Ravello, Battistina 88

Renoir, Auguste 141

Ribeiro da Silva, Anita 87, 88

Ricart, Wilfredo 95

Riesenfeld, Harald 60

Rizzo, Sergio 174

Rizzoli Editore 22, 23

Romiti, Cesare 97

Rodolfo Valentino 158

Roos, Fred 157

Rosselli, Carlo 18

Rosselli, Nello 18

Rossini, Gioacchino 7

Rostand, Edmond 98

Rourke, Mickey 158

Russo, Luigi 72

Rutilio il Vecchio 109

Sally, Mary 89

Sand, Gorge 88

Sansone, Mario 72

Sansoni editore 72

Sartre, Jean-Paul 77

Scavullo, Francesco 16

Schiavo, Terry 22

Sciascia editore 64

Seneca, Lucio Anneo

Scheiwiller, Vanni 86

Schneider, J. 61

Schulman, Tom 25, 33

Schwarzenegger, Arnold 158

Sellers, Peter 158

Sgrena, Giuliana 19

Shakespeare, William 7, 98

Siccardi, Giuseppe 86

Siciliano, Enzo 77, 80

Signorini, Alfonso 79

Silva, Umberto 80

Soru, Renato 175

Spadolini, Giovanni 78

Sperling & Kupfer Editori 34, 145

Stalin (Josif Vissarionovi? Džugašvili) 114

Stampa, Ingrid 57

Stark, William 128

Stefani, Piero 58, 61

Stella, Gian Antonio 174

Stewart, James 157

Stone, Oliver 158

Stone, Sharon 158

Stuart Mill, John 116

Swayze, Patrick 158

Swift, Jonathan 120

Szentes, Dorothea 161, 162, 163

Tarantino, Quentin 158

Taylor, Elizabeth 88

Thurman, Uma 158

Thurzo, Cuyorgy 162

TH Torrini, Cinzia 158

Tognazzi, Ugo 158

Totò 137

Troisi, Massimo 6

Truffaut, François 158

Tyler, Liv 158

Ujvary, Johannes “Ficzko” 161, 162, 163

Ulivi, Ferruccio 64, 72

Van Gogh, Vincent 118

Varzi, Achille 94, 95

Ventura, Simona 156

Veltroni, Walter 33

Verdi, Giuseppe 7

Verga, Giovanni 74

Verlaine, Paul 140

Villoresi, Gigi 97

Visconti, Luchino 157

Vitruvio 108

Von Balthasar, Hans Urs 57

Warren, John Robin 128, 129

Washington, Denzel 158

Wayne, John 158

Weir, Peter 24, 25, 30, 31, 32, 33, 36

Wheeler, George 133

Whitman, Walt 26, 27, 29, 37

Wilder, Billy 159

Williams, Robin 24, 25, 32, 33, 34, 35, 36, 38, 178

Willis, Bruce 159

Zaccaria 61

Zerawi, Hassan 76, 80, 81

Zinzocchi, Rachele 178

ATTIMI FUGGENTI

Chi accumula libri, accumula desideri; e chi ha molti desideri è molto giovane, anche a ottant’anni.

(Ugo Ojetti)

 

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