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Edizione n. 3

INTRODUZIONE. Cesare Lanza - Se il Festival di Venezia ci portasse nuovi linguaggi

Scrivo questa nota nel giorno dell’inaugurazione della Mostra di Venezia, treatment la nostra rivista vi arriverà quando la manifestazione sarà finita, non posso saper nulla dunque di che cosa succederà in questa settantaquattresima edizione. E tuttavia desidero parlarne, indotto non solo dal diffuso, dilagante interesse, ma anche, più o meno inconsciamente, dalla mia costante passione per il cinema, diventata folle, come spesso le passioni diventano sulla base di imprevedibili impulsi, dal mio primo film – che ho deciso di scrivere e, ahivoi, di dirigere, per la prima volta e alla mia quasi venerabile età, da regista.
Trattengo però la tentazione, umanissima quanto meschina, di imporvi qualche riflessione sulla mia senile scoperta del set e vi propongo il mio spunto di partenza: in Italia esistono pochissimi eventi di interesse nazionalpopolare, capaci, come si suol dire con un orribile, ma efficace termine, di raccogliere l’attenzione “trasversale” delle più diverse categorie di persone, assai lontane le une dall’altra per il reddito, la cultura, le quotidiani abitudini, i prioritari interessi. Il Festival di Sanremo. La Nazionale di calcio, in particolare quando sia impegnata nei campionati europei e ancor meglio mondiali. Una volta c’era il Giro d’Italia e anche, incentrato sulla partecipazione dei nostri campioni, il Tour de France: al punto che in qualche modo si inventò la verosimile frottola che, dopo l’attentato a Togliatti, nel ‘48 la rivoluzione fu scongiurata da un importante successo di Gino Bartali. Vogliamo aggiungere le rare e strategiche esibizioni in tivù di due ipnotizzatori dello show come Adriano Celentano e Roberto Benigni? Non c’è altro, direi. Forse, la riapertura dell’anno scolastico e anche l’appuntamento con le assurdità anacronistiche dell’esame di maturità.
Aggiungerei, nonostante il differente impatto e la qualità culturale indiscutibilmente rivolta a un target più ristretto, anche il Festival di Venezia. All’indubbia valenza culturale si è aggiunto, da sempre, un mix intrigante: la curiosità “per chi vincerà”, il pettegolezzo, da qualche anno definito gossip (quest’anno, alla vigilia, nel mirino, è entrata la brava Ambra Angiolini, prescelta come madrina dell’evento: nei prossimi giorni chissà), l’attrazione delle manifestazioni mondane congiunte, improvvisate e comunque collaterali, i retroscena sui conflitti dei vari poteri, politici e imprenditoriali, che vi sono legati.
Mi pongo una semplice domanda, consapevole che il mio lettore disporrà di quasi tutte le risposte quando avrà in mano il nostro “attimo”.
Che cosa ci si aspetta dalla Mostra di Venezia?
In ordine, non necessariamente d’importanza, le mie personali aspettative sono le seguenti.
Mi piacerebbe che la Mostra fosse molto aderente  alla realtà aspra e drammatica, e spesso grottesca, della società di oggi. Che ci aiutasse a capirne i limiti, a tradurne le incomprensibilità e le contraddizioni. So che questa aderenza, artisticamente, non è affatto indispensabile. Ma è nel mio dna e, come giornalista e come autore televisivo (e, chiedo venia, anche nel mio primo film) non riesco a immaginare una proposta creativa di un’opera della fantasia, che non tenga conto dell’attualità in cui sia collocata.
Mi piacerebbe che la Mostra ci proponesse impulsi innovativi. Un pericolo mortale per l’intelletto è la noia. Se la Mostra riuscisse a non essere noiosa e a proporre opere in grado di sollevare confronti forti e veri, di scuotere schemi tradizionali, di aprire prospettive, io (anche per combattere le insidie di un’età che si incrosta, per non dire che si incarognisce, nel lardo pigro delle abitudini) ne sarei felice, e di più. Qualcosa di nuovo, di diverso, di insolito, di imprevedibile!
Mi piacerebbe che la Mostra aprisse le sue, spesso, inaccessibili frontiere al cinema emergente. Alla vigilia, la buona premessa c’è. Per limitarmi ai registi italiani, ha avuto accoglienza Paolo Franchi, al suo secondo film. Ne sono felice anche perché al primo, “La spettatrice”, ottima storia, collaborò insieme con altri, per la scrittura, anche il giovane attore che ho scelto come protagonista del mio film, “La perfezionista”: Rinaldo Rocco. Un ragazzo adorabile e un po’ snob, che accetta di lavorare solo nei film che gli piacciono, e in cui di volta in volta si impegna non solo come attore, ma anche come sceneggiatore o regista. Insieme con Franchi sono stati invitati anche Vincenzo Marra, al terzo film, e Andrea Porporati, al secondo.
Mi piacerebbe che i giudizi della giuria non fossero il frutto di oscuri, ma certi seppur poco decifrabili, intrighi. Anche a questo proposito la premessa è buona: la giuria è composta per lo più da registi. Tra gli altri, il mio adorato Ozpetek (ho visto quattro volte il suo ultimo “Saturno contro”!).
Mi piacerebbe infine che, quest’anno, il verdetto finale premiasse un film comprensibile a livello popolare, non confinato in territori che illuminino i salotti di pochi esperti, ma con significati divulgabili e accettabili dalle masse.
Non c’è cultura, che possa incidere sulla società, e migliorarla scuotendone la coscienza, se il suo linguaggio non sia   in grado di arrivare, potenzialmente, a tutti. In questo concordo    con quanto ha scritto, in un bell’articolo su “La Repubblica”, Carlo Lizzani [1]: il neorealismo, ad esempio, che ha poi assunto un’importanza storica nel cinema di tutto il mondo, non deve la sua forza alla pur indiscutibile importanza dei significati politici e sociali a cui storicamente fu legata nel secondo Dopoguerra, ma soprattutto al “linguaggio” rivoluzionario – e solo così segnò una svolta stilistica autentica, raggiungendo con le immagini una straordinaria incisività popolare. Lizzani, per essere persuasivo sulla indispensabilità del “linguaggio”, non esita a proporre, e ne sono rimasto affascinato, un pindarico collegamento con la svolta, nella letteratura, dovuta ad Alessandro Manzoni: pur egli, ricorda Lizzani, legato a correnti ideologiche dominanti nell’Ottocento, ma passato alla storia per la grandezza di aver trovato una lingua “italiana” per gli umili. Con eleganza, Lizzani ricorda che noi italiani di potenziali identità ne abbiamo almeno due, fondamentali: quella nazionalpopolare e quella cosmopolita, legata al Rinascimento. E ricorda a questo proposito un gustoso aneddoto. Una volta chiese a Sergio Leone: “Come e perché sei riuscito a inserirti in un mondo così lontano dal nostro”, quel grande regista rispose: “E allora Ariosto, con la chanson de geste?”.
Ecco tutto questo mi piacerebbe e di tutto questo, forse, neanche parleremo insieme quando tutto si sarà appreso, e sarà molto distante, nel prossimo appuntamento  bimestrale, con l’Attimo – a novembre. Ma, se qualcuno vorrà tornare su questi argomenti, rimpolpati da ciò che sarà successo non solo a Venezia, ma nel nuovo appuntamento antagonistico che si consolida via via a Roma con un Festival altrettanto interessante, sarò felice di pubblicare interventi, approfondimenti, obiezioni…
Per ultimo, ricordo che il direttore generale Müller è a fine mandato e, al momento in cui scrivo, non è chiaro se sarà riconfermato o no. Per me, ha fatto bene e la riconferma sarebbe positiva. Ma non entro nei circuiti ufficiali e nella penombra decisiva dei retroscena che determineranno un’agognata nomina. Tra i possibili candidati alla successione, ho letto il nome di due donne che stimo molto. Liliana Cavani e Irene Bignardi. Se Muller dovesse lasciare, mi piacerebbe – tutti qui – che fosse un libero e radioso talento femminile a stabilire gli orientamenti di una manifestazione complessa, e spesso anche strutturalmente impura, come quella di Venezia.

Cesare Lanza

P.S. Segnalo ai lettori il primo articolo del mio grande amico Andrea D’Angelo, non soltanto perché è un amico e non c’è piacere maggiore che ricevere a casa propria gli amici, e “L’attimo fuggente” è aperto a tutti gli amici, ma anche perché il suo debutto in questa rivista è dedicato a una preziosa raffinatezza: l’analisi degli aforismi di Marcel Proust, di cui è tra i maggiori, e discreti, conoscitori e studiosi.

[1] Di Carlo Lizzani desidero segnalare ai lettori il suo ultimo, bellissimo libro: “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”.
COPERTINA. Andrea D'Angelo - Aforismi Proustiani

In molti passi dell’opera di Proust si scorge l’intento di stabilire nell’esperienza degli uomini delle “leggi”

Andrea D’Angelo *

Estrarre aforismi dall’opera di Marcel Proust è un po’ tradirlo. Altri tradimenti, del resto, sono stati, e continuano ad essere, consumati dagli studiosi e dagli appassionati di Proust. La conoscenza dei fatti della sua vita esercita da sempre un’attrazione invincibile e induce alla ricerca insaziabile di corrispondenze tra di essi e quelli che sono raccontati nella sua opera, tra le persone che Proust conobbe e frequentò e i personaggi della “Recherche”, tra Marcel e il Narratore. Eppure egli condannò quel metodo di critica letteraria – praticato e, in certo senso, personificato da Sainte-Beuve – “che consiste nel non separare l’uomo e l’opera; nel premunirsi di tutti i ragguagli possibili su di lui, nel collazionare i suoi carteggi, nell’interrogare le persone che lo conobbero, conversando con loro, se sono ancora vive, leggendo quanto possono aver scritto di lui, se sono morte», e decretò che «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi” (“Contre Sainte-Beuve”).
Ma è un tradimento – sia pure meno clamoroso e paradossale – anche quello che ci accingiamo a consumare: l’estrapolazione di massime proustiane dal loro contesto. Esse non sono mai affermazioni di verità assiomatiche, perché tratte da un’esperienza extratestuale dell’autore, inespressa, non trasmessa al lettore, come accade nelle opere concepite e composte come raccolte di massime. Nella “Recherche” esse nascono dal racconto e dal discorso speculativo che è con esso compenetrato. Gli aforismi proustiani sono generalizzazioni di un’esperienza che, irretita nel tessuto narrativo, lo stesso lettore vive. Separare le massime dalla concretezza delle vicende narrate, dai caratteri dei personaggi, dalle vive voci dei dialoghi, dall’autoanalisi del Narratore, è, dunque, un’arbitraria mutilazione.
L’estrazione di aforismi proustiani comporta un altro rischio di tradimento: quello di conferire loro una perentorietà, un’assolutezza, un’inderogabilità, che sono estranee al pensiero di Proust, alla sua stessa “mentalità” (per usare un termine che egli usa, ironicamente, come neologismo ai suoi tempi in voga nei salotti).
Al contrario, egli ha voluto indagare e rappresentare gli aspetti contraddittori della realtà, le sue apparenze mutevoli, le ambiguità dei personaggi, la varietà di interpretazioni di una vicenda, di un comportamento, la fallacia delle stesse percezioni dei nostri sensi. Ed è significativo che le sue massime siano spesso sfumate da un  “peut-être” o da un “parfois”. Egli stesso enuncia una proposizione che rappresenta, in un certo senso, l’anti-massima:

Che cosa mai si può affermare, se quel che dapprima si era creduto probabile si è poi dimostrato falso e, in una terza fase, è risultato vero?
“Guermantes” 361[2]

E, ancora:

Non c’è idea che non porti in se stessa la sua possibile confutazione”.
“La fuggitive” 602

Perché allora consumare questo tradimento e tentare una raccolta di aforismi proustiani?
Innanzitutto, è la stessa ricchezza di interpolazioni aforistiche disseminate nella “Recherche” a indurre in tentazione. Ed è lo stesso Proust a rivelarci, in molti passi della sua opera, il suo intento di stabilire, nell’esperienza degli uomini e dell’esistenza, delle “leggi”, delle costanti; “leggi psicologiche” che hanno, “come le leggi fisiche”, “una certa generalità”; quelle “grandi leggi” che il Narratore ci dice di aver ricercate guardando la realtà attraverso un telescopio che rivelava in ogni cosa un mondo. Inoltre, se l’estrapolazione dal contesto della narrazione e del discorso speculativo costituisce un’infedele amputazione, essa però consente di attribuire risalto alle massime e, in questo senso, di valorizzarle.
Infine, e comunque, l’amante di Proust non può resistere alla tentazione di cercare nuove vie di proselitismo, anche a rischio di qualche eresia. E gli aforismi proustiani hanno una forza suggestiva, un particolare carattere di allusività, che possono favorire la cattura di nuovi fedeli, indurre neofiti a penetrare nell’universo della “Recherche”. Crediamo che questi intenti ci varrebbero l’indulgenza di Marcel Proust, e del Narratore, quell’indulgenza alla quale entrambi hanno così spesso mostrato di essere inclini.

Lavoriamo di continuo a dare una forma alla nostra vita, ma nel farlo copiamo senza volerlo, come si copia un disegno, i tratti della persona che siamo e non di quella che ci piacerebbe essere.
“Guermantes 188

Ci capita a volte di dire cose nelle quali non vi è nulla di quella verità che nel contempo manifestiamo mediante delle confidenze involontarie del nostro corpo e dei nostri atti.
“Guermantes” 66

A volte, nella vita, sotto l’effetto di una eccezionale emozione, si dice quel che si pensa.
Guermantes” 506

Una verità più profonda di quella che diremmo se fossimo sinceri può talvolta essere espressa e annunciata per una via diversa da quella della sincerità.
“La prisonnière” 121

Forse, come le papilionacee prendono forma dal loro seme, così noi prendiamo dalla nostra famiglia tanto le idee di cui viviamo quanto le malattie di cui morremo.
“A l’ombre” 1078

Quando ragioniamo sulla morte siamo nell’impossibilità di rappresentarci altra cosa che la vita.
“La fuggitive” 520

Il nostro amore della vita non è che un vecchio legame del quale non sappiamo sbarazzarci. La sua forza è nella persistenza. Ma la morte che lo rompe ci guarirà del desiderio dell’immortalità.
“La fuggitive” 645

La resurrezione del risveglio – dopo quel benefico accesso di alienazione mentale che è il sonno – assomiglia in fondo a ciò che accade quando si ritrova un nome, un verso, un motivo dimenticato. E forse la risurrezione dell’anima dopo la morte è concepibile come un fenomeno della memoria.
Guermantes” 88

Coloro che credono che le loro opere siano destinate a durare prendono l’abitudine di situarle in un’epoca in cui essi non saranno più che polvere. E così, costringendoli a riflettere sul nulla, l’idea della gloria li rattrista perché è inseparabile dall’idea della morte.
“A l’ombre” 843

Sono latenti nel nostro intelletto certe nozioni che non hanno equivalente, come quelle della luce, del suono, del rilievo, del piacere fisico, ricchi possessi nei quali si diversifica e dei quali si fregia il nostro regno interiore. Forse li perderemo, forse si cancelleranno, se è vero che torniamo al nulla. Ma, finché viviamo, non possiamo comportarci come se non li conoscessimo più di quanto ce lo consentano gli oggetti reali, più di quanto, per esempio, possiamo dubitare della luce della lampada che viene accesa davanti agli oggetti trasformati della nostra camera da cui è svanito persino il ricordo dell’oscurità. Forse, l’unica verità è il nulla, e tutto il nostro sogno è inesistente, ma se è così noi sentiamo che anche queste nozioni, che esistono in quanto esso esiste, dovranno non esser più nulla. Periremo, ma teniamo in ostaggio queste divine prigioniere che seguiranno la nostra stessa sorte. E congiunta a loro la morte ha qualcosa di meno amaro, di meno inglorioso, forse di meno probabile.
“Swann” 350

È solo nella malattia che ci rendiamo conto di non vivere soli, ma incatenati a un essere di un altro regno, da cui ci separa un abisso, che non ci conosce e dal quale è impossibile farci comprendere: il nostro corpo.
Guermantes 298

Siamo tutti costretti, per renderci sopportabile la realtà, a coltivare in noi qualche piccola follia.
“A l’ombre” 591

Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico; le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispiriamo lo restringono e l’abitudine lo riempie.
“A l’ombre” 612

Nel genere umano, la frequenza delle virtù identiche per tutti non è meno prodigiosa della molteplicità dei difetti particolari a ciascuno.
“A l’ombre” 741

Se qualche volta, per innamorarci di una donna, basta che lei ci guardi con disprezzo, facendoci pensare che non potrà mai essere nostra, a volte può bastare che ci guardi con bontà, facendoci pensare che potrà essere nostra.
“Swann” 177

Quello che crediamo essere il nostro amore, la nostra gelosia, non è un’unica passione continua, indivisibile. Amore, gelosia sono composti da un’infinità di amori successivi, di gelosie diverse, che, quantunque effimeri, grazie alla loro molteplicità ininterrotta suscitano l’impressione della continuità, l’illusione dell’unità.
“Swann” 372

È proprio dell’amore renderci al tempo stesso più diffidenti e più creduli, farci sospettare di colei che amiamo più prontamente che di un’altra, e prestare fede più facilmente ai suoi dinieghi.
“Sodomie” 833

Si dovrebbe scegliere se smettere di soffrire o smettere di amare.
“La Prisonnière” 106

Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione.
“La fuggitive” 440

Certo, è più ragionevole sacrificare la propria vita alle donne che non ai francobolli, alle vecchie tabacchiere, persino ai quadri e alla sculture. Ma l’esempio delle altre collezioni dovrebbe avvertirci di cambiare, di non avere una sola donna, ma molte.
Guermantes 352

I sadici [di una certa specie] sono esseri così puramente sentimentali, così naturalmente virtuosi, che persino il piacere sensuale appare loro come qualcosa di malvagio, come il privilegio dei cattivi. E quando si concedono di indulgervi per un momento, è nella pelle dei cattivi che si sforzano di entrare e di far entrare il loro complice, così da avere per un poco l’illusione di evadere dalla loro anima tenera e scrupolosa per penetrare nel mondo inumano del piacere.
“Swann” 164

Non esistono forse giornate della nostra infanzia che abbiamo vissute tanto pienamente come quelle che abbiamo creduto di aver trascorse senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto.
“Pastiches et Mélanges” (Giornate di lettura)

Noi non abbiamo del mondo che delle visioni informi, frammentate e che noi completiamo mediante associazioni di idee arbitrarie, creatrici di pericolose suggestioni.
“La fuggitive” 574

Sono i desideri che generano le credenze, e se solitamente non ce ne rendiamo conto è perché la maggior parte dei desideri creatori di credenze non finiscono che con noi stessi.
“La fuggitive” 609

Ciò che avvicina non è la comunanza delle opinioni, ma la consanguineità delle menti.
“A l’ombre” 436

Si può essere illetterati, fare degli insulsi calembours, e possedere un dono particolare al quale non c’è cultura generale che possa supplire, come il talento del grande stratega o quello del grande clinico.
“A l’ombre” 433

Teorie e scuole, come i microbi e i globuli, si divorano a vicenda, assicurando con la loro lotta la continuità della vita.
“Sodomie” 815

La tirannia della rima forza i buoni poeti a trovare le loro più grandi bellezze.
“Swann” 24

Gli scrittori giungono spesso ad un potere di concentrazione, dal quale un regime di libertà politica o di anarchia letteraria li avrebbe dispensati, quando essi sono incatenati dalla tirannia di un monarca o di una poetica, o dai rigori della prosodia o d’una religione di Stato.
Guermantes 359

Gli sciocchi si figurano che le vaste dimensioni dei fenomeni sociali forniscano un’eccellente occasione per penetrare più a fondo nell’animo umano; dovrebbero al contrario comprendere che è discendendo in profondità in una singola individualità che essi avrebbero l’opportunità di capire questi fenomeni.
Guermantes 330

I princìpi di una certa saggezza politica, applicandosi solo a problemi di forma, di procedura, di opportunità, sono impotenti a risolvere le questioni di sostanza così come in filosofia, la logica pura a dirimere le questioni esistenziali.
“Guermantes 241

Poiché la medicina è un compendio di errori successivi e contrastanti commessi dai medici, è molto probabile che, rivolgendoci ai migliori tra loro, ci troviamo a invocare una verità che, pochi anni dopo, sarà riconosciuta falsa. Credere alla medicina sarebbe dunque la suprema tra le follie se non ce ne fosse una ancora più grave, quella di non credervi, giacché da quell’inanellarsi di errori è pur scaturita, alla lunga, qualche verità.
Guermantes 298

Nei preti come negli alienisti c’è sempre qualcosa del giudice istruttore.
Guermantes 339

Chi più d’un nervoso può essere snervante?
“La prisonnière” 110

Non vi è amico, pur caro, nel passato del quale, comune al nostro, non vi siano dei momenti che troviamo più comodo credere che egli abbia dimenticati.
Guermantes 339

La menzogna è essenziale all’umanità. Vi gioca forse un ruolo tanto grande quanto la ricerca del piacere. Si mente per proteggere il proprio piacere, o il proprio onore se la divulgazione del piacere è contraria all’onore. Si mente tutta la vita, anche, soprattutto, a coloro che ci amano. Questi ci fanno temere per il nostro piacere e per il desiderio della loro stima.
“La fuggitive” 609

Più il desiderio avanza, più l’autentico possesso si allontana. E così, se la felicità, o almeno l’assenza di sofferenza, può essere trovata, non è nella soddisfazione, ma nella riduzione progressiva e nell’estinzione finale del desiderio che bisogna trovarla.
“La fuggitive” 450

* Dice di sé:
Andrea D’Angelo. Nato a Cagliari nel 1946, è avvocato e professore ordinario nella Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Genova, dove insegna Istituzioni di diritto privato e Diritto civile. È bibliofilo, genoano e proustista.

KHALED HOSSEINI

Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

(da Il cacciatore di aquiloni, 2004)

ATTUALITÁ. Corrado Calabrò - Autorità per le comunicazioni, decennio in crescita

Proponiamo, di seguito, una sintesi della relazione del Presidente Calabrò in occasione dell’importante anniversario: “La tutela dei consumatori è il cardine della nuova strategia”.

Ricorre quest’anno il decennale dell’istituzione di questa Autorità[3]. Il percorso dell’Autorità è partito decisamente in salita. L’Italia, infatti, era maglia nera dell’allora nascente processo di liberalizzazione delle telecomunicazioni in Europa. Oggi l’Italia è uno dei mercati più liberalizzati d’Europa, il quinto mercato al mondo nelle telecomunicazioni in termini di fatturato pro-capite e il secondo per quanto riguarda i servizi voce della telefonia mobile, nella quale l’Italia presenta la più alta percentuale di penetrazione (il 140%). Siamo il primo Paese d’Europa come numero di utenze mobili di terza generazione (17 milioni di utenti UMTS) e il secondo al mondo dopo il Giappone.
Tale primato fa il paio con la diffusione dei servizi di televisione in mobilità: l’Italia è stato il primo paese in Europa a lanciare commercialmente il servizio (in tecnica DVB-H). I Paesi che vedono la maggiore crescita di offerte convergenti basate su VOIP (voice over internet protocol) e IPTV (internet protocol television) sono Francia, Italia e Giappone.[4] In questo quadro di cambiamento tecnologico e di sviluppato assetto di mercato, anche la regolamentazione deve compiere un passo avanti.

Le telecomunicazioni e la tutela dei consumatori 

Sostenere la crescita della domanda di servizi di telecomunicazione è un obiettivo che non può prescindere dal rispetto che le imprese devono ai diritti dei cittadini. La delusione delle aspettative di trasparenza e di qualità dell’offerta genera un danno non solo ai consumatori ma a tutto il sistema produttivo. La valanga di segnalazioni di disservizi, di ritardi nella riparazione dei guasti, di attivazione di servizi non richiesti e di addebiti telefonici impropri, che l’Autorità riceve, assume le dimensioni di un primario problema sociale.
La nuova consiliatura dell’Autorità ha fatto della tutela dei consumatori sotto ogni aspetto un elemento cardine della propria strategia.
L’enforcement della regolamentazione a tutela degli interessi dei consumatori è stato basato su due pilastri organizzativi: il riassetto delle attività interne ed il decentramento decisionale.
In questi due ultimi anni l’efficienza dell’Autorità è aumentata, come riconosciuto dalla Commissione europea[5]. È stata istituita un’apposita Direzione a tutela dei consumatori ed è stato potenziato il Servizio ispettivo. Nell’ultimo anno abbiamo analizzato circa 5.000 segnalazioni di consumatori, con oltre 1.100 segnalazioni verificate direttamente sul campo, e abbiamo sanzionato gli operatori per diversi milioni di euro, per infrazioni nei confronti degli utenti. Sono state altresì rese più puntuali le previsioni di sospensione del servizio in caso di morosità: la semplice contestazione di voci della bolletta telefonica non può portare alla totale sospensione del servizio.
Nel contempo siamo impegnati a migliorare la qualità del rapporto fra cittadini e imprese di telecomunicazioni.Sono state dettate norme più stringenti per combattere la piaga delle attivazioni non richieste. Vogliamo stabilire standard qualitativi per i call center.
Crescente e prezioso è il contributo fornito dai Co.Re.Com. (i Comitati regionali delle comunicazioni), sia per quanto riguarda la tutela del pluralismo informativo sia per la loro attività di vigilanza e di risoluzione delle controversie tra operatori e utenti. Con la riforma del sistema di gestione stragiudiziale delle controversie, ch’è stata varata quest’anno, intendiamo decentralizzare tutte le materie che comportano un presidio sul territorio.
Importante il rapporto con le Associazioni dei consumatori, con le quali è stato istituito un tavolo permanente di consultazione. Nell’ottica della semplificazione, l’Autorità ha anche riconosciuto le procedure di “conciliazione paritetica”, definite mediante accordi da Associazioni di consumatori, e la possibilità della conciliazione on-line. (…)
In conseguenza dell’azione regolatoria dell’Autorità, dal momento della sua entrata in funzione alla fine del 2006, i prezzi dei servizi di telecomunicazione sono scesi del 18%, a fronte di un aumento di oltre il 20% dell’inflazione: al contenimento di questa quindi – caso unico tra i settori oggetto di regolamentazione – le telecomunicazioni hanno dato un significativo contributo. (…)
Lo scorso anno ho invitato, proprio in questa sede, Telecom Italia, sulla base delle prime esperienze europee (allora la Gran Bretagna, ma oggi anche la Svezia), a dare la propria disponibilità ad un processo che andasse “sulla strada della separazione tra servizi regolati e non regolati, agendo sulla funzione di governance e di controllo indipendente”.
Da allora abbiamo proceduto coerentemente in questa direzione, prima istituendo, nel settembre 2006, una Task Force che ha avviato un proficuo confronto con la società, poi, il 2 maggio 2007, aprendo una consultazione pubblica che si è appena conclusa e che ha visto la partecipazione di imprese, parti sociali, associazioni dei consumatori, università.
Stiamo esaminando adesso le osservazioni pervenute. Il percorso è delicato e complesso; da esso vogliamo venire a capo entro l’anno dialogando con tutti – Telecom in primis  in un confronto aperto che entri fin nei dettagli.
Non si è ancora perfezionato il nuovo assetto proprietario di Telecom; e questo allunga i tempi di interlocuzione. Ma la separazione della rete è nell’interesse di tutti gli operatori e della stessa Telecom. Quel che importa di più, è nell’interesse generale. La separazione funzionale, in un mercato come il nostro, caratterizzato da un deficit competitivo di natura strutturale, è il rimedio più efficace per risolvere i problemi concorrenziali, di accesso al mercato, di trasparenza, di abbattimento del contenzioso, e – al tempo stesso – di sviluppo del settore, anche in vista della realizzazione delle reti di nuova generazione. La separazione funzionale della rete di accesso – se proporzionata e calibrata – è una soluzione win-win, un gioco a somma positiva.
Non lo pensiamo solo noi, lo dimostrano gli effetti fortemente pro-concorrenziali che la misura ha avuto in Inghilterra; e lo ritiene anche il mercato finanziario, se è vero che il titolo di BT ha decisamente battuto il settore da quando la società ha proceduto a scorporare la rete d’accesso in una divisione separata (Openreach).

I nuovi scenari

In questi ultimi dieci anni il mondo dei media e dell’audiovisivo ha subito mutamenti profondi. La pervasività del modello Internet ha mutato anche i rapporti sociali, soprattutto tra i giovani, mentre l’offerta televisiva si è arricchita di centinaia di canali tramite l’offerta multi-piattaforma (satellite, digitale terrestre, ADSL).
L’influenza della televisione sul costume e sulle opinioni è tuttavia ancora enorme. Per parecchi rappresenta una forma di validazione della realtà; per non pochi è la vera realtà, sostitutiva di quella vissuta, come dimostra il successo dei reality show (che sono la caricatura della realtà).
Per una larga fascia della popolazione la televisione è ancora il principale, se non l’unico, mezzo di informazione. Questo giustifica il mantenimento di una legislazione speciale con limiti ex-ante a garanzia del pluralismo, nel rispetto comunque dei principi di proporzionalità e di libera iniziativa garantiti dall’ordinamento comunitario e nazionale.
In un panorama diversificato in cui operano più piattaforme trasmissive, una corretta rilevazione dell’audiencecostituisce una pre-condizione per il dispiegarsi della concorrenza e per la tutela del pluralismo. Noi siamo intervenuti sull’Auditel avviando un processo di riforma che ha già dato risultati consistenti: tutti i canali satellitari vengono da quest’anno monitorati e la società rilevatrice ha modificato il proprio statuto nel segno dell’indipendenza dell’attività tecnica di rilevazione e dell’apertura del capitale sociale a tutte le imprese rappresentative del settore.
Ma alla pervasività della televisione non corrisponde la sua qualità, ch’è andata sempre più scadendo, per il presupposto – falso se guardiamo al di là dell’effimero – che quanto più si abbassa il livello di una trasmissione tanto più sia allarga il target dei telespettatori: ed è all’audience, e all’audience soltanto che guardano i pubblicitari (e i bambini se ne stanno per ore sul divano a guardare la televisione bevendo bibite dolci e sgranocchiando merendine, patate, biscotti, bersagliati dalla pubblicità che ne stimola in modo accattivante il desiderio di mangiare …).
Il Consiglio nazionale degli utenti e il Comitato TV e minori svolgono con passione ed efficacia il loro compito di segnalazione. Forte è la preoccupazione che possa esservi un qualche nesso causale fra comportamenti antisociali e cattiva televisione. Abbiamo sanzionato la TV volgare e, in particolare, le trasmissioni lesive dei diritti dei minori.
La missione di servizio pubblico della RAI è indeclinabile. Missione di servizio pubblico significa qualità della programmazione e diffusione di stimoli culturali adatti    alla grande platea televisiva. Riteniamo che completezza dell’informazione significhi anche divulgazione e sensibilizzazione culturale. E anche utilizzazione delle nuove tecnologie per rinnovate modalità di produzione e distribuzione dei contenuti, con un rafforzamento delle possibilità di accesso. È questo che abbiamo chiesto alla RAI nel formulare le linee-guida sugli obblighi di servizio pubblico: più qualità, più cultura, più innovazione e un indice che misuri la qualità dei programmi offerti.
Nel passaggio alle tecnologie digitali sta emergendo sempre più – a partire dai mercati americani – una questione che nei prossimi anni diverrà centrale: l’accesso ai contenuti audiovisivi. Le nuove piattaforme digitali spingono verso offerte di contenuti a pagamento; il possesso dei diritti diventa sempre più strategico, come dimostra l’esperienza del calcio.
Occorre avviare una seria riflessione sul fatto che una parte dei contenuti resti liberamente accessibile a tutti, indipendentemente dalla piattaforma di trasmissione e dalla scelta a pagamento.
Bisogna riconoscere che, a tutt’oggi, assistiamo a una diffusa stagnazione della creatività. Per recuperare il ruolo di apporto originale e creativo della produzione indipendente, l’Autorità aprirà un tavolo di confronto con i produttori, la RAI e gli altri broadcasters sulle quote di investimento a favore della produzione europea ed indipendente. L’Autorità si propone di rivedere la regolamentazione per assicurare ai produttori indipendenti una maggiore tutela nella negoziazione dei relativi diritti.
La stampa appare caratterizzata da assetti di mercato competitivi e da limiti ex ante – tuttora validi – che ne assicurano uno svolgimento pluralistico. Un riordino della materia appare però opportuno nel segno della semplificazione amministrativa, dell’innovazione tecnologica e dell’intervento sulle strozzature che ne condizionano la distribuzione.
Il mutamento profondo realizzatosi nell’ecosistema dei media evoca un cambiamento così radicale da far pensare che i media tradizionali saranno soppiantati da nuove forme policentriche di informazione, intolleranti di qualsiasi forma di mediazione culturale.
Noi non crediamo a queste previsioni apocalittiche. Il ruolo della formazione culturale, della stampa e del giornalismo professionale è, e rimarrà, un fondamentale presidio della vera libertà di informazione, intesa come comunicazione sostanziale. Non bisogna confondere infatti la quantità dell’informazione accessibile con il processo di cognizione: quest’ultimo presuppone la capacità di selezionare, ordinare, valutare, elaborare la massa dei dati, finalizzandola a un risultato conoscitivo.
Il ruolo e la funzione del giornalista permangono con tutta la loro importanza, non solo nei settori tradizionali della comunicazione ma anche nei nuovi mezzi di comunicazione. Il giornalista continua ad essere il mediatore dell’informazione, il primo garante della notizia; e non esistono mezzi tecnologici che possano sostituirlo. La difesa attiva della libertà d’informazione è un principio fondante dell’Unione europea.

Il ruolo di un’Autorità regolatrice indipendente. Conclusioni

La libera concorrenza è una sorta di religione laica del nostro tempo. Ma come ogni religione ha bisogno di precetti così il mercato ha bisogno di regole. Che solo quando il mercato è maturo possono essere quelle generali che presidiano la libertà raggiunta.
Fin allora ci vogliono regole che promuovano la competizione e lo sviluppo. Quando poi si tratti di un settore in evoluzione tecnologica e commerciale rapidissima, le regole – ancor più necessarie per evitare la compressione o l’emarginazione delle nuove iniziative – devono essere dinamiche, così da adeguarsi tempestivamente alle innovazioni.
È questa la ragione principale dell’istituzione delle Autorità regolatrici, che fonda sulle direttive comunitarie. Per una siffatta azione regolatrice – pronta, costante, dinamica, modulata – la legge è strumento non appropriato, dati i tempi necessariamente lunghi del relativo procedimento formativo e l’attitudine del legislatore più a dettare norme di principio che disposizioni di dettaglio. La regolazione richiede invece un’attività continuativa e di fine tuning: il diavolo sta nei dettagli.
Non solo: i principi comunitari impongono altresì un determinato modo di procedere nell’elaborazione delle regole: una preventiva, approfondita esplorazione del mercato che si va a regolare mediante apposita analisi; la costante consultazione dei destinatari sulle linee d’intervento che ci si propone, così che ogni aspetto e ogni riflesso vengano previamente considerati; la valutazione dei costi/benefici della regolamentazione.
Solo così si evitano scossoni che, anche se sul momento determinano riduzioni dei prezzi, provocano ripercussioni che possono alterare le condizioni concorrenziali di medio-lungo periodo. Le regole, cioè, devono nascere dal di dentro del mercato, non da interventi esogeni.
L’Autorità – come ho esposto – ha proceduto a predisporre le condizioni ed a dettare regole chiare, dando certezza giuridica e regolamentare agli operatori. Le nostre regole si conformano ai migliori standard comunitari e sono uguali per tutti, italiani e stranieri: le preoccupazioni che sono state espresse al riguardo in relazione all’ingresso di azionisti stranieri in Telecom Italia sono del tutto fuori luogo e fuorviate da esternazioni non pertinenti. In Italia abbiamo imprenditori inglesi, svizzeri, egiziani, cinesi, australiani, fondi multinazionali. E per tutti valgono le stesse regole.[6] L’Autorità è altamente sensibile all’innovazione tecnologica e l’ha dimostrato favorendone lo sviluppo attraverso la definizione di alcune semplici regole pro-concorrenziali, in modo da dare certezza giuridica agli operatori e coniugare la tutela della concorrenza con l’incentivo agli investimenti: così è stato per il Voip, il WiMax, il DVB-H, le offerte broadband su rame e quelle integrate fisso-mobile.
Il confronto e la verifica dei risultati di quest’attività avvengono, in Europa, in seno all’ERG (il Gruppo delle 34 Autorità indipendenti dell’Unione europea e Paesi contermini), dove vengono esaminati le best practices, le quali vengono in genere autonomamente assunte dalle singole Autorità come esempi da seguire. Il riconoscimento della qualità – a livello comunitario – dell’azione regolatoria da noi svolta è venuto con l’elezione dell’Autorità italiana alla presidenza, quest’anno, dell’ERG.
L’Autorità continuerà su questa strada. Porteremo a compimento la separazione funzionale della rete di accesso di Telecom Italia. Più in generale, andremo avanti nella regolamentazione della garanzia dell’ accesso, declinato a tutto tondo in quattro categorie: accesso alle reti fisse e mobili – vecchie e nuove – ; accesso alle reti trasmissive degli operatori di broadcasting; accesso dei cittadini ad un’informazione pluralista; accesso dei consumatori ai servizi e prodotti di comunicazione.
È l’accesso l’ago magnetico della nostra bussola. Lavoriamo per creare le condizioni per un settore delle comunicazioni che sia strutturalmente e durevolmente concorrenziale, innovativo e pluralista. Ma più in là l’Autorità non può spingersi, perché invaderebbe la sfera che l’art. 41 della Cost. riserva alla libertà d’iniziativa economica privata.
Lo dico chiaramente, la regolamentazione da sola non basta. Da lì in avanti è l’iniziativa imprenditoriale che deve spingersi oltre. E a me sembra irragionevole che non lo faccia, una volta che sia assicurata la giusta remunerazione agli investimenti nelle reti di nuova generazione. Nel mondo, il mercato finanziario sembra premiare proprio quelle aziende che più stanno investendo nello sviluppo di nuove reti e di servizi a larga e larghissima banda (è questo il caso, ad esempio, dei grandi operatori statunitensi o di KPN in Olanda).
I prossimi dieci anni si annunciano con una sfida molto dura per il nostro Paese. In questo quadro, le reti di nuova generazione sono le autostrade dello sviluppo tecnico, economico e sociale del Paese, le spine dorsali in cui s’innerva la fruizione della galoppante innovazione, ch’è la dimensione in cui si proietta il mondo dei giovani.
Siamo in una fase di passaggio paragonabile a quella che negli anni 60 ha visto la trasformazione socio-economica del nostro Paese con la realizzazione delle grandi dorsali autostradali che hanno unito l’Italia, e l’Italia all’Europa. Lo stesso sforzo industriale ci attende ora.
Serve – come ho detto – il contributo di tutti: Imprese, Parlamento, Governo, Amministrazioni locali. Solo in questo modo l’Italia sarà in grado di reggere alle sfide competitive connesse all’affermazione del nuovo scenario. Uno scenario che si evolve incessantemente, un treno di iniziative sul quale o si sale subito o si resta a terra. I nostri figli hanno diritto di pensarsi al futuro. Non possiamo guardare all’avvenire con l’occhio nello specchietto retrovisore.

* Dice di sé:
Corrado Calabrò. Nato a Reggio Calabria, vive a Roma. Magistrato, Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, poeta e scrittore. Dal 1960 al 2006 ha pubblicato diciotto libri di poesia (con Guanda, Mondadori, Crocetti e altri editori, tra cui dieci stranieri). È anche autore di un romanzo di successo: “Ricorda di dimenticarla”, Newton & Compton, 1999, finalista al Premio Strega, dal quale stato tratto il film “Il mercante di pietre”, regista Renzo Martinelli. Le sue poesie sono tradotte in sedici lingue.

HERBERT GEORGE WELLSSuppongo che il suicida mentre appoggia alla tempia la canna della pistola provi per ciò che succederà l’attimo seguente quello che in quel momento provai io: un sentimento di curiosità.(da La macchina del tempo, 1895)
ATTUALITÁ. Mimmo Càndito - La parola pace ha due significati, per Israele sicurezza, per i palestinesi giustizia

Gerusalemme sta sprofondata nel cuore oscuro di queste accezioni distanti

Mimmo Càndito *

In un’intervista di qualche tempo fa, durante una delle ultime crisi nel conflitto tra Israele e i palestinesi, Abraham Yehoshua mi disse: “Sì, la pace… La pace…Tutti vogliamo la pace, tutti. E però non riusciamo a ottenerla, e sa perché? Perché “pace” è una parola che ha significati diversi, anche se il suono di chi la pronuncia è sempre uno stesso. Per noi israeliani, quel suono ci dice la parola “sicurezza”, mentre i palestinesi – quando dicono “pace” – il suono ch’essi pronunciano dice alle loro orecchie e al loro cuore la parola “giustizia”“.
Tra “sicurezza” e “giustizia” la storia del Medio Oriente ha scavato un baratro di speranze, aspettative, processi politici, guerre sanguinose; non è facile colmare, ora, questo baratro, dopo che il tempo ha approfondito, tragicamente, la distanza tra quei due suoni, allontanando sempre più le prospettive d’una possibile soluzione.
Gerusalemme, la città santa, desiderio mistico e capitale politica dei due mondi, sta sprofondata nel cuore oscuro di questa distanza di significati, con un valore simbolico di tanta elevata intensità da diventare la dimensione unificatrice di tutti i problemi  che il lungo conflitto ha aperto e poi radicato. La spartizione della città tra un territorio a sovranità israeliana e un territorio a bandiera palestinese è uno dei possibili elementi di negoziazione in una fase concreta di trattative (trattative che, tuttavia, appaiono ancora lontane). La spartizione porterebbe comunque con sé come corollario pregiudiziale e inevitabile il riconoscimento di un’autorità nazionale palestinese, e dunque affermerebbe la consistenza politica di quel valore simbolico che più su si attribuiva alla città.
Non sarebbe l’unica ipotesi d’un lavoro diplomatico che,  già oggi, sta saggiando posizioni e soluzioni; un’alternativa è la “internazionalizzazione” della città, cioè la sua sottrazione alla sovranità di entrambi i fronti che si combattono in Palestina, e la sua consegna a uno statuto speciale garantito dall’accordo tra le parti, sotto una supervisione assegnata presumibilmente alle Nazioni Unite. Ma non v’è dubbio che, se già la prima ipotesi incontra resistenze aspre sia in Israele sia nel mondo palestinese, perché presuppone una rinuncia che Israele e ancor più i palestinesi (condizionati dalle pressioni dell’intera galassia dell’Islam) non paiono ancora capaci di accettare, la seconda ipotesi – questa della “internazionalizzazione” – finirebbe per denunciare una sconfitta politica di entrambi i contendenti, rivelando la loro inadeguatezza a proporsi come attori credibili, e responsabili, d’una soluzione della guerra.
La vittoria di Hamas nelle elezioni politiche palestinesi, per quanto Hamas affermi di non aver nulla a che fare con il terrorismo fondamentalista, segnala comunque l’introduzione d’un nuovo fattore critico nello scontro, poiché apre una sorta di mutazione genetica nella lotta dei palestinesi, lotta ch’è stata fino all’altro ieri una lotta puramente nazionalista (lotta di liberazione nazionale, si sarebbe detto con il vocabolario degli anni Sessanta) e oggi, invece,  scivola sempre più nel drammatico coagulo della guerra dell’integralismo islamico contro i “crociati” dell’Occidente.
Nella crisi attuale di leadership che Israele sta vivendo – crisi che rende ancor più difficile ogni percorso di pacificazione – il destino di Gerusalemme, città dove la contaminazione di popoli, di religioni, di storia, si è fatta un percorso obbligato di convivenza, può essere benissimo consegnata alle parole che recentemente ha pronunciato David Grossman, sulla necessità di dare riconoscimento e identità al “nemico”. “Quando avremo conosciuto l’ “altro” dall’interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori”.

* Dice di sé: 
Mimmo Càndito. Giornalista de La Stampa. Inviato speciale, commentatore di politica internazionale, corrispondente di guerra. Presidente italiano di Reporters sans frontières. Insegna Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico all’Università di Torino. Direttore de L’indice dei libri. Ha scritto molti libri, collabora con la Rai.

ATTUALITÁ. Andrea Margelletti - Gerusalemme, non una città qualsiasi

Cuore delle tre grandi religioni monoteiste, per questo a lungo contesa e spesso anche “sbranata”

Andrea Margelletti *

Una città, millenni di storia, infinito sangue versato, tanti interessi politici, tre religioni, simboli a non finire. Non c’è uguale a Gerusalemme sulla terra. Un intrico di passioni, rivendicazioni, stimoli, speranze, idee. Il simbolo stesso delle convivenze impossibili, ma necessarie.
Gerusalemme era sacra prima ancora di Abramo, e sulle sue cime sacrificava Melchisedech, modello di sacerdote. Poi, conquistata da Davide, è divenuta l’unica vera città santa dell’ebraismo, capitale dell’antica Israele, sede del tempio di Salomone, unica casa di Dio sulla terra. Alcuni dicono che la roccia su cui Abramo preparò il sacrificio di Isacco è la stessa su cui venne costruito il Santo dei Santi (e che oggi, secondo altri, è la base della Moschea nota come la Cupola della Roccia).
Poi venne l’impero romano, e presso Gerusalemme nacque Gesù, che nella capitale della regione predicò, fu perseguitato fino ad essere ucciso per poi risorgere. Per questo la città è disseminata di luoghi sacri ai cristiani, mai obliati in duemila anni di storia dalle altalenanti fortune.
Per completare la sintesi del quadro religioso, Gerusalemme è sacra anche all’islam, terza città santa dopo Mecca e Medina. Sembra che all’inizio il profeta Maometto orientasse la direzione della preghiera verso Gerusalemme, e pare che dalla stessa roccia di cui sopra ebbe la sua ascesa in cielo, e lì sotto esiste una specie di passaggio per il paradiso.
Determinante quindi la sacralità della città, cuore delle tre grandi religioni monoteiste, per questo a lungo contesa e spesso anche “sbranata”, ma allo stesso tempo punto di incontro e di possibile dialogo.
Ma come spesso accade, la pura fede religiosa, che quando è sincera è aperta alla tolleranza e all’incontro con gli altri, viene inquinata da interessi economici e politici. E Gerusalemme è sempre stata un coacervo di problematiche di questo genere, tanto per la sua posizione strategica quanto per la sua valenza simbolica.
Per venire subito ai giorni nostri, nel 1949, l’Assemblea Generale delle Nazioni Uniteproclamò l’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristianimusulmani ed ebrei. Tuttavia Israele e Giordania, non riconoscendo tale proclamazione, occuparono Gerusalemme: Israele occupò il settore occidentale della città e la Giordania la parte orientale. Nel 1950 Gerusalemme fu scelta quale capitale del nuovo Stato israeliano. Nel corso della guerra dei sei giorni gli israeliani occuparono anche il settore giordano. Con un decreto approvato dal Parlamento israeliano (Knesset) si dichiarò, il 30 luglio del       1980, l’ufficiale annessione del settore arabo e la proclamazione di Gerusalemme capitale “unita e indivisibile” di Israele. Proclamazione a tutt’oggi non riconosciuta ufficialmente né dall’Onu né dai Paesi occidentali, Italia compresa. Una curiosità quanto mai esemplificativa: ai diplomatici ancor oggi non è lecito salutare formalmente il sindaco israeliano di Gerusalemme.
Politicamente Gerusalemme è ancora un nodo fondamentale intorno a cui ruota la crisi mediorientale. Per la maggior parte degli israeliani il suo possesso è irrinunciabile, in qualche modo anche come simbolo della loro affermazione nell’area. Altrettanto ferme le rivendicazioni dei palestinesi, che considerano la città il loro cuore che invocano in ogni occasione (“al-Quds”, “la santa”, mentre “al-Aqsa” è la moschea principale, la parte che indica il tutto”). E per gli arabi in generale la città è anche un simbolo di nazionalismo fin dal tempo della rivolta di Lawrence, come per i musulmani ha il citato valore sacro.
Per il mondo cristiano la valenza politica della città è scemato, e anzi forse è più che altro un grattacapo per l’Occidente. Resta comunque importante la tutela dei Luoghi Santi non solo per il Vaticano e per le altre confessioni cristiane, ma anche per i tanti elettori europei e americani che sono credenti. Oltre il fatto che il ruolo di Gerusalemme resta il perno della crisi mediorientale e la cartina di tornasole di come stiano andando le cose da quelle parti anche sotto il profilo della democratizzazione e del rispetto dei diritti.
Quale quindi la possibile soluzione? Senz’altro per Gerusalemme ci vorrebbe uno status speciale, con una responsabilità condivisa ai più alti livelli. Qualcosa di realizzabile solo in un quadro regionale risolto, come certamente adesso non è. Gerusalemme può sembrare la chiave della pace in Medio Oriente, ma forse più prosaicamente ne è il sintomo e il risultato, che potrà essere risolto solo se saranno sciolti altri nodi più politici ed economici, tra i quali non va dimenticato quello della gestione delle risorse idriche.
La soluzione di Gerusalemme comunque dovrà rispettare la dignità e l’orgoglio di tutte le parti in causa, israeliani e palestinesi, così come i fedeli di tutte e tre le religioni del Libro. Perché Gerusalemme non è una città qualsiasi.

* Dice di sé:
Andrea Margelletti. Genovese. Presidente del Ce.S.I (Centro Studi Internazionali), esperto in relazioni internazionali, in terrorismo e intelligence. Viaggia, costantemente, in Medio Oriente e nelle aree di crisi. Più che un esperto si considera un viaggiatore privilegiato.

TRILUSSALa libbertà, sicura e persuasa
d’esse stata capita veramente,
una matina se n’uscì da casa:
ma se trovò con un fottìo de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j’impedì d’annà libberamente.
E tutti je chiedeveno: – Che fai? –
E tutti je chiedeveno: – Chi sei?
Esci sola? a quest’ora? e come mai?…
– Io so’ la Libbertà! – rispose lei –
Per esse vostra ciò sudato assai,
e mó che je l’ho fatta spererei…
– Dunque potemo fa’ quer che ce pare…-
fece allora un ometto: e ner di’ questo
volle attastalla in un particolare…
Però la Libbertà che vidde er gesto
scappò strillanno: – Ancora nun è affare,
se vede che so’ uscita troppo presto!(La libbertà, 1950)
ATTUALITÁ. Luciano Frigerio - La fede amica della ragione

Nella teologia cattolica non c’è e non ci può essere disistima verso l’uomo che pensa con la sua testa

Luciano Frigerio *

“Avete attaccato la ragione. Questa è cattiva teologia”. E la risposta data da Padre Brown – nel primo dei racconti polizieschi di Chesterton – ad uno stupefatto Flambeau (ladro di fama internazionale) che si domandava come mai il suo perfetto travestimento clericale e la sua conversazione esemplarmente devota non fossero riusciti ad ingannare il piccolo prete: “Avete attaccato la ragione”. L’abbaglio di Flambeau è ancora molto diffuso. Ed è il primo equivoco da dissipare, se si vuole discutere con qualche risultato di “conoscenza”, di “razionalità”, di “scienza”. Contrariamente ad una persuasione che è ancora di molti, i veri credenti sono lontanissimi dal pensare che per un’affermazione o un rilancio della fede sia necessario o almeno utile un deprezzamento della ragione.
Chi denuncia l’inconciliabilità tra ragione e fede, mostra, nei fatti, di non avere ben inteso i significati di entrambe. Non solo: è evidente che non avverte – a causa di pre-convinzioni che troppo spesso si danno irrevocabilmente per acquisite – l’istanza esattamente opposta che attraversa le domande culturali del nostro tempo. Quell’istanza che, Benedetto XVI ha espresso dicendo che il compito che oggi ci sta di fronte e che investe – senz’altro in modi differenti – la cultura cristiana e la cultura d’ispirazione laica è quello di un “nuovo incontro tra fede e logos”. Per eseguire tale compito in modo pertinente e nel reciproco rispetto, è chiaro che occorre prima di tutto accordarsi sul significato che si attribuisce alla fede e alla ragione”.
Nella fede cristiana e quindi anche nella teologia cattolica – che altro non è se non la stessa fede in quanto è accolta, vive, si sviluppa in una intelligenza adulta, matura, e perciò instancabilmente indagatrice e contemplativa – non c’è e non ci può essere disistima o sospetto verso l’uomo che pensa con la sua testa, che si attiene alle leggi intrinseche della logica, che rispetta le corrette metodologie proprie di ogni singola disciplina.
Al contrario. La dimensione teologica del conoscere, non solo non deprime l’uomo, ma ne fonda più solidamente il valore (asserendolo immagine somigliante di Dio): di conseguenza ne esalta anche l’ingenita disponibilità all’attività razionale e la connaturalità verso il “vero”; tutto il “vero”, nella sua veste multiforme e fin nei suoi angoli più remoti.
Nessuna verità che sia effettivamente tale può per se stessa infliggere qualche disagio al credente meritevole di questa qualifica. Nessuna verità che sia effettivamente tale – quale che sia il campo del sapere nel quale essa è emersa o il percorso euristico ed ermeneutico del suo conseguimento – può essere ritenuta incompatibile con il patrimonio della Rivelazione. Anzi, essendo oggettivamente sempre un riflesso del Logos divino, vale a dire della “luce che illumina ogni uomo” (cf Gv 1,9), ogni verità è sempre “santa” e almeno indirettamente salvifica.
Ad un anno di distanza dal celebre discorso di papa Benedetto XVI (era il 12 settembre 2006) all’università di Regensburg ritorniamo sul tema “Fede e Ragione”. Questo straordinario testo è stato ampiamente discusso, ma ancor più ampiamente frainteso. Tralasciando gli strascichi in campo musulmano  ed alcune prese di posizione negative anche da parte di esponenti del mondo cattolico,sottolineo, a titolo di esempio, l’articolo del New York Times dal titolo “Il Papa attacca il laicismo, con una postilla sulla Jihad”. Ora, la parola laicismo non compare nemmeno una volta nel discorso di Benedetto XVI, il quale non attacca la modernità o l’illuminismo, ma al contrario afferma chiaramente di voler fare una “critica della ragione moderna partendo dall’interno”. Chiede cioè a tutti coloro che “condividono la responsabilità per l’uso della ragione” di tornare ad una forma di esame autocritico delle proprie concezioni, che è il segno caratteristico del pensiero filosofico dell’antica Grecia.
È il principio illuminante e liberatorio, espresso già nel IV secolo da un autore non identificato, che Erasmo da Rotterdam ha convenzionalmente chiamato “Ambrosiaster”: “Quidquid verum a quocumque dicitur, a Sancto dicitur Spiritu” (“In primam ad Cor.” XII,123); principio particolarmente caro a san Tommaso d’Aquino che lo cita ben quattro volte in questa forma: “Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est” (I-II, q. 109, a.1, ad 1um; “In Johan.” c.8, lect. 1; “In primam ad Cor.” c.12, lect. 1; “In secundam ad Tim.” c. 3, lect. 3).
Il cristiano non si rallegra affatto di una ragione psicologicamente sfiduciata; allo stesso modo che non approva chi, per le ripetute delusioni patite, arriva a un pessimismo sconsolato a proposito dei suoi simili. Condivide pertanto il giudizio che Platone mette in bocca a Socrate: “Che non ci càpiti il guaio di diventare nemici dei ragionamenti, misologoi come ci sono i misantropoi, giacché non c’è peggior guaio per l’uomo che prendere in odio il ragionare. E l’odio contro i ragionamenti e quello contro gli uomini nascono nella stessa maniera” (“Fedone” 39).
A molti potrebbe sembrare paradossale che il pontefice romano abbia invocato lo spirito di Socrate. In realtà, il filosofo, per spingere la gente a pensare, usava con grande abilità la tecnica del paradosso. Benedetto XVI è senza dubbio perfettamente consapevole di questo paradosso, e quindi dobbiamo ritenere che anche lui lo stia usando nello stesso modo di Socrate e per la stessa ragione: stupire i suoi ascoltatori e spingerli a riconsiderare ciò che pensavano di sapere.
Il cristiano – e a maggior ragione il teologo – quindi non si compiace di una ragione teoreticamente “depressa”, che si limiti a contestare la nostra radicale capacità di “conoscere le cose come stanno”; o che svigorisca l’idea stessa di “verità” fino a ridurla programmaticamente a semplice “ipotesi” o a fragile e cangiante “opinione”. Qui – a ben guardare – è in gioco la stessa dignità inalienabile dell’uomo, la quale, primariamente, consiste appunto nell’autonoma facoltà di ricercare, raggiungere e dire la verità. Ed è implicitamente in gioco lo stesso religioso ossequio che si deve a colui che è la fonte di tutto l’essere, perché – nota san Tommaso – “detrahere perfectioni creaturarum est detrahere perfectioni divinae virtutis” (“Summa contra Gentiles” III,69).
D’altra parte, alla dignità del Creatore l’uomo attenta anche per la strada contraria di un’autoesaltazione che lo induca a pensarsi lui come l’assoluto e l’incondizionato, non riconoscendo nessuno sopra di sé; o quantomeno che gli suggerisca l’auspicio che Dio stia confinato oltre la zona del nostro concreto esistere e dei nostri interessi.
Il contraccolpo gnoseologico di questa specie di “arroganza metafisica” è di supporre che non ci sia, o non sia attingibile, altra verità che quella attinta dalla ragione con le sole sue forze; o quantomeno di negare “a priori” la possibilità stessa di una divina Rivelazione, contestando, cioè, un po’ comicamente a Dio quel diritto a parlare nei modi e nelle forme da lui liberamente scelte, che egli fieramente rivendica per sé.
Questa è una tentazione che, almeno in maniera implicita, si insinua con qualche facilità negli uomini di pensiero, perché è innegabile il fascino che esercita sull’uomo la prospettiva di possedere l’unica luce di conoscenza, di essere lui il “signore della verità”, di potersi ritenere la “misura di tutte le cose” (come diceva Protagora). È il guaio – opposto a quello della ragione “depressa” – della “presunzione intellettuale”, “quae mater est omnis erroris” (per citare ancora una volta san Tommaso d’Aquino).
Depressione e prevaricazione sono rischi diversi e antitetici nei quali può incorrere la ragione naturale. Sono diversi e antitetici, ma ambedue portano a uno stato invalicabile di alienazione, perché ci precludono il senso ultimo della realtà e ogni speranza esistenziale che non sia effimera. La nostra aspirazione è che tra fede e ragione cessino finalmente i malintesi, e anzi si addivenga a un loro stabile matrimonio; un matrimonio che, se riuscirà a superare le ricorrenti crisi per incompatibilità di carattere tra i nubendi, certamente gratificherà la conoscenza integrale dell’uomo di una nuova fecondità.
Questo obiettivo non va inteso come un passo indietro rispetto al Vaticano II (come qua e là si teme), ma come un coerente e necessario passo in avanti. Infatti, l’ultimo concilio, prendendo coraggiosamente atto della svolta epocale che oggi ci investe, ha orientato la Chiesa cattolica a imboccare la strada del dià-logos. L’invito di Benedetto XVI ci orienta a tirare le estreme conseguenze della strategia conciliare. Si tratta, infatti, di far scaturire dal dna della fede cristiana, custodito e trasmesso dalla grande tradizione ecclesiale, l’energia intellettuale e morale capace d’inserire il contributo trainante della fede stessa nel pubblico dibattito del nostro tempo: un “areopago” allo stesso tempo inedito, improvviso e indeciso.
Mi piace concludere con un testo mirabile di un credente, Newmann: “La fede è in se stessa un atto intellettuale, e trae il proprio carattere dallo stato morale del soggetto… È … una presunzione, ma la presunzione di uno spirito serio, misurato, riflessivo, puro, affettuoso, e devoto” [ibid. pag. 651]. E di un grande sapiente pagano: “Chi non spera, non troverà l’insperabile, perché è introvabile ed inaccessibile” [Eraclito, Fr.18 DK].
La storia culturale e spirituale d’Italia – se ripercorsa senza censure o alterazioni ideologiche – ci può offrire a questo proposito qualche speranza, dal momento che le sue epoche più splendenti sono contrassegnate appunto da quegli auspicati sponsali. È stato, autorevolmente, notato che, se le cattedrali di pietra sono una gloria soprattutto francese, le cattedrali del pensiero sono segnatamente un vanto italiano: Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Dante Alighieri – ispirati da una forte e limpida fede in Cristo e nel suo Vangelo – hanno innalzato monumenti alla verità, al rigore speculativo, alla bellezza, che non temono confronti. Il dialogo tra pensiero secolare e pensiero religioso rimane, anche in Occidente un crocevia permanente, coniugato secondo forme che vanno dall’estremo della totale separazione ed estraneità a quello di un’intima collaborazione. Da alcuni lustri sono in crescita i paradigmi di una qualche concordia che vedono le due ragioni chiamate a collaborare a scopo di intesa civile, nonché di freno contro un eccesso di autodestituzione della ragione.
Nel suo discorso Benedetto XVI ha “recitato” la parte di Socrate per stuzzicarci con domande stimolanti: dobbiamo abbandonare la tradizione filosofica greca? Dobbiamo rassegnarci a veder estenuarsi il logos? Dobbiamo accontentarci di verità soggettive? Dobbiamo rifiutare una idea di verità oggettiva? Dobbiamo rassegnarci ad una contrapposizione preconcetta tra fede e ragione? Infine: dobbiamo accontentarci di una vita che rifiutiamo di indagare a fondo, perché una tale indagine ci impone di porre questioni alle quali la scienza non è in grado di dare una risposta definitiva? Occorre quindi mobilitare la ragione moderna contro il disfattismo che le cova dentro”, rintracciabile tanto nella postmoderna “dialettica dell’illuminismo” quanto nello scientismo positivistico.

* Dice di sé:
Luciano Frigerio. Nato a Milano nel 1957 è sacerdote diocesano dal 1981. Dottore in Teologia. Pubblicista dal 1987. Vice direttore del settimanale della diocesi di Milano “Città Nostra” nel 1988. Cappellano di S. Santità dal 2000. Direttore settimanale della diocesi di Milano “Luce” dal 1993. Membro della federazione italiana settimanali cattolici (FISC) dal 1988. Membro comitato di redazione della rivista ufficiale del Giubileo 2000 “Tertium Millennium”. Collabora con la Rai dal 2001.

GUSTAVE FLAUBERT

A volte si diceva che questi sarebbero dovuti essere i giorni più felici della sua vita, la cosiddetta luna di miele. Per poterne gustare davvero la dolcezza, senza dubbio, bisognava partire per quei paesi dai nomi altisonanti, dove i primi giorni di matrimonio hanno più soavi pigrizie. (…)
Al tramonto, sulla riva dei golfi marini, ci si può inebriare con la fragranza dei limoni; la sera, sulla terrazza di una villa, soli, le mani dell’uno intrecciate con le mani dell’altra, si possono fare progetti guardando le stelle. Secondo lei, taluni luoghi sulla terra possedevano la peculiarità di produrre la felicità, quasi essa fosse stata una pianta alla quale è necessario un particolare terreno, una pianta che cresce male in qualunque altro luogo.
(da Madame Bovary, 1857)

 

BELPAESE? Federico Filippo Oriana - L’Italia è più divertente della Svizzera

Valori costituzionali e principi fondamentali buttati nel cestino perché “non gliene frega a nessuno”

Federico Filippo Oriana *

Seguendo il circo mediatico di questi giorni (ma quello di un anno fa o di dieci anni fa era diverso?), le intercettazioni, i Sismi, le Potenza, i Catanzaro, i furbetti e i quartierini, i millionaire e i Billionaire del nostro Belpaese sorgono spontanee (il mio stesso linguaggio ne è, evidentemente, condizionato) alcune domande: 1) Questa è l’Italia o, almeno, questa è l’Italia che conta? 2) Ci crediamo davvero nell’importanza dell’ultimo scandalo? 3) Il nostro è un Paese divertente? Ovvero, sono la giustizia, la verità, l’informazione, lo “ius condendum” che ci muovono ad un interesse spasmodico per tutte le vicende che, a ondate, affannano i media italiani o è lo spirito con il quale, dodicenni, cercavamo di guardare a turno da una fessura l’interno di una cabina al mare dove una diciottenne si stava cambiando il costume? Ovvero ancora siamo – come soggetto collettivo –  affetti da una sindrome di meschinità morale tipo “anche i ricchi piangano” (copyright Rifondazione), per la quale siamo sollevati nella nostra amara quotidianità post-euro (e sopportiamo meglio la moglie mentre ci ripete che il ventuno del mese – come negli anni  ‘50 – quello che doveva essere il mensile è già finito) venendo a conoscere che anche la Signora Tronchetti Provera ha i suoi bravi problemi?
Mentre gli aspiranti ricchi/Vip le sparano sempre più grosse per rallentare la (inevitabile) uscita dagli schermi TV, l’unica sanzione sociale-etica-giuridica che fa male davvero, come il parroco che ti impediva di andare a messa negli anni ’50 perché svergognato/a, ma su presupposti morali esattamente rovesciati (perché non abbastanza svergognato/a).  Insomma, una versione alla Luhmann (villaggio globale con media tecnologici) del classico Feste, Farina e Forche del sistema borbonico.
La risposta alla prima domanda credo che sia affermativa: questa è l’Italia, fatta sì degli onesti milioni di lavoratori, casalinghe, artigiani, commercianti, professionisti e imprenditori che alla mattina (io sono tra questi) si alzano sempre e presto, anche quando non ne avrebbero voglia, e vanno a portare la loro croce quotidiana. Ma che vogliono, però, la sera partecipare al grande gioco (per commentarlo la mattina dopo al bar o in ufficio) e, via talk-show televisivo, (ma sempre più anche via internet) sentirsi parte del mondo, quello vero, fatto di potenti finalmente caduti con relativi retroscena, di magistrati capelloni in motorino  (modello Capitan America in “Easy Rider”), di bonazze e divani ministeriali, di politici che chiedono informazioni stradali ai trans, di supposte ruberie e abusi di potere (ma queste sono attività superate, retrò) e, soprattutto, intercettazioni, la vera passione nazionale, l’attività che ci dà più calorie.
C’è qualcosa che merita una riflessione nello strepitoso successo del testo di intercettazione telefonica riportato dai giornali: non vi sarà una componente di ricerca della verità e di sfiducia nei media e nei giornalisti (nel loro ruolo appunto di intermediari dell’informazione) da parte della gente che, bombardata di notizie nelle quali crede fino a un certo punto e di immagini di personaggi molto lavorate, trova nell’intercettazione la verità vera perché non mediata? Il resto lo fa lo spirito del “buco della serratura” di cui si diceva.
“Oportet ut scandala eveniant” asseriva il Vangelo, ma – si sa – poi passano. È questa è la storia italiana che riesco meno ad accettare. La mia mentalità liberale di scuola anglosassone vede il costo sociale ed economico delle fratture che lo scandalo determina, le accetta come un male necessario, ma pretende che almeno non sia trattato come un fatterello divertente di cui nessuno più parla quando è passato e, soprattutto, del cui esito giudiziario a nessuno cale. In questo caso è la base stessa della mia formazione di giurista che si ribella: valori costituzionali e principi fondamentali del diritto – come la presunzione di innocenza, prima, e la certezza del diritto, poi, per cui l’innocente avrebbe diritto a sentirselo riconoscere e sul colpevole la società avrebbe il diritto/dovere di rivalersi – buttati nel cestino perché (non lo sai, caro mio?) di come va a finire non gliene frega niente a nessuno e, poi, si sa, di notte tutti i gatti sono bigi….
È divertente il nostro Paese? Dipende dai gusti e dai momenti. Io stesso, a seconda di come sono in quel momento, mi appassiono un po’ di più o un po’ di meno all’Unipol di turno. Magari nella circostanza – ma solo perché addetto ai lavori di lungo corso – mi pongo domande diverse da quelle correnti sui media, tipo: 1) Perché era così importante per i DS che l’Unipol comprasse la BNL a un anno dalle elezioni? 2) Perché un segretario nazionale di un primario partito ritiene suo dovere mettersi a completa disposizione di un manager di un’azienda?
Ma questo non centra, l’Italia è probabilmente più divertente della vicina Svizzera; non so, però, quanto questo le faccia bene guardando al futuro per le nuove generazioni, quando nel mondo sta avanzando (a orde) chi agisce, maledettamente, sul serio. Temo che i nostri ragazzi, resi superficiali, vanesi e un po’ frilli da questo sistema da paese-dei-balocchi, da noi creato, possano trovarsi molto, ma molto impreparati di fronte alle nuove minacce che il mondo sta sviluppando. Che non sono solo l’effetto-serra e il buco nell’ozono come le loro mamme gli hanno raccontato negli anni ’90 quando erano piccoli o piccolissimi, ma anche pericoli militari e di sicurezza internazionale, alquanto sgradevoli da percepire, accettare e organizzarsi di conseguenza, ma non per questo meno reali. Qualcosa della loro debolezza di condizione si trova anche nei loro coetanei europei e americani, ma qualcosa di solo e tipicamente italiano, dopo tanto ecologismo e politically correct, resta una connotazione (negativa) in esclusiva italiana.
Se questo, a grandi linee, è lo stato complessivo del dibattito italiano perché stupirsi se il confronto politico si fa a Porta a Porta o a Matrix e non in Parlamento? Se delle grandi questioni nazionali e internazionali quello che interessa è solo il profilo spettacolare, è giusto che vengano trattate nelle sedi spettacolari. Se del futuro delle telecomunicazioni o della giustizia o della sicurezza interessa solo il gossip, che gossip sia! Fabrizio Corona interpreta esattamente l’Italia del 2007; non prendetevela con me, sono uno come voi che torna la sera a casa in famiglia, ma nel lavoro questo mi chiedevano e questo io gli davo: la foto presa a tradimento. Longanesi diceva che il vero motto nazionale è “Tengo famiglia!”: è arrivata Internet, ma non è cambiato molto. Che tu ti chiami Pompa o Corona o, magari, Prodi, Tronchetti Provera, un sottile, ma infrangibile filo di sano interesse personale, in piccolo o in grande, ti guida e ti fa superare i momenti difficili. Cosa c’è al fondo di questo? Non posso dire la parola che apra nuovi mondi, quella definitiva sulla questione italiana sulla quale si esercitano da generazioni penne e menti, non solo italiane, ben più elevate della mia. Ma credo che nella storia italica vi sia la risposta: la mancanza di uno stato unitario fino a tempi troppo recenti che ha lasciato sino all’ultimo gli italiani in balia di staterelli assoluti e privi di istituzioni moderne – tra i quali quello della Chiesa -, le vicende postunitarie non fortunate, in primis con il fascismo, l’anomalia democristiana di questo dopoguerra. Tutto ciò ha indotto una sfiducia nelle istituzioni (e quindi la mancanza di senso dello Stato che ne costituisce il gradino successivo) e una mentalità dominante tutta introiettata verso il particulare, cioè il piccolo interesse economico e la famiglia (non dimentichiamo che de Gaulle in anni recenti ebbe a dire che l’Italia non è un paese povero, ma un povero paese: vero e fulminante, ma è stata per tanto tempo anche un paese povero).
In certi momenti (8 settembre) questa mentalità ha salvato il popolo italiano che (solo) nella famiglia ha potuto trovare rifugio, ma in genere le varie P2 italiane sono state nient’altro che l’aspirazione a una sicurezza economica da parte di persone con la psicologia (storicamente) da poveri (gli agenti segreti italiani in Svizzera durante la prima guerra mondiale venivano individuati perché erano gli unici a chiedere la ricevuta al bar, episodio che spiega bene il misto di burocratismo e di piccolo interesse economico-familiare che caratterizza il funzionario-tipo del sistema italico sino ai fondi Sisde – a proposito, se ne è più saputo niente? – e oltre). Come se ne esce? Non se ne esce, perché un’evoluzione culturale tanto profonda, quale quella che occorrerebbe, richiederà generazioni e, se davvero riusciremo a diventare anglosassoni – o almeno francesi, spero non si debba dire spagnoli, ma temo di sì –  non è questione di questo secolo.

BELPAESE? Nancy Cacchiarelli - Dallo stadio al teatro, alla ricerca di sogni perduti

Una società di spettatori è migrata dalle “curve” alle “poltronissime”, per un differente tipo di emozioni

Nancy Cacchiarelli *

La società contemporanea, è per certi aspetti una società della comunicazione.
La presenza, oggi, di mezzi di diffusione è talmente rilevante da fare di questa ultima la principale attività umana. Esistono diverse forme specifiche nell’interazione umana: comunicare si può attraverso il linguaggio, l’esibizione intesa come forma di spettacolo e con lo sport, tutte con il fine comune di scambio tra chi suscita emozioni e chi le riceve.
È in questo ambiente che si inseriscono delle dimensioni di scambievolezza con finalità artistiche, estetiche ed espressive come potrebbero essere il cinema o il teatro, e delle attività sportive fatte di regole e di risultati condivisi socialmente, concentrate, per esempio, nello stadio al momento della partita, entrambe con lo scopo prioritario di migliorare la comunicazione psicofisica tra individui o gruppi.
Teatro e stadio, un binomio atipico nell’evoluzione del concetto di comunicazione, una combinazione che ha ragione di esistere dal momento che “il calcio sporco” ha generato un emisfero in crisi di identità intorno al senso radicale della vita, una società di spettatori migrata dalle “curve” alle “poltronissime”, per un differente tipo di emozione, dallo stadio al teatro alla ricerca di una logica etica e collettiva. Due universi separati, ma comunicanti, due emisferi uno caldo e l’altro glaciale.
Il teatro, il sipario che si alza su un rituale antico e presente, le luci calde che invitano al silenzio fino a raffinarsi in un’arte che non consente repliche dal vivo mentre lo spettacolo è in corso. Inaccessibile per chi guarda.
Teatro per filosofi, per intellettuali, varietà, spettacoli comici, da Shakespeare a Gigi Proietti. Palcoscenici e platee, luoghi di incontro vivo del corpo che entra in risonanza con un altro corpo, sul filo della rappresentazione, condividendo con lo spettatore lo spazio e il tempo in empatia vigile. Dove ogni battuta farsesca, dove ogni pensiero grave e tormentato, si fanno impalpabili e gratuiti, si addolciscono e svolazzano da una parte all’altra del palco. La messa in scena non ha lo scopo di cambiare il mondo, ma di dispensare qualcosa di intrinseco, intrattenere avvincendo, relazionando culture e linguaggi.
Lo stadio il movimento frenetico dei calciatori in cerca di risultati, lo star svegli nel corpo e nell’anima, la trepidazione che si traveste in nichilismo, scrollando dal torpore il pubblico incitandolo all’azione, il tifo con le animate e variopinte bandiere, le bandiere tricolori.
Erano proprio quei drappi vivaci che ci facevano compagnia ieri. Quando, abbiamo vinto il campionato del mondo di calcio. Non abbiamo fatto in tempo a fissarli sul terrazzo, che da gioiosi e colorati sono diventati mesti e indecenti, erano sfavillanti, ora sono scoloriti, sfilacciati e sporcati dalla pioggia. Le bandiere si consumano, è l’allegoria della cose materiali, tutto si deteriora, sembra una maledizione, ma tutto invecchia, tramonta e decade, ma esiste una sola cosa che non si consuma mai e che si intervalla con il giorno e poi ritorna, il sogno.
Sembra paradossale, ma il teatro e lo stadio ingemmano la realtà in fata morgana, trasmettono il batticuore per un pubblico di spettatori che scelgono una o l’altra forma di comunicazione. La differenza è in chi guarda e nelle emozioni che prova. Esiste il teatro lo specchio dei sogni. Esiste lo stadio l’isola dei sogni che ballano a corpo libero. Uno rappresenta i sogni l’altro i sogni perduti.
Una divisione speculare con un unico comune denominatore: proseguire il cammino onirico nella realtà; la differenza è che nel teatro l’esibizione diventa festa di una risorsa fatta d’immagine, movimento e suono, alla quale attingere, al fine di combaciare la propria vita con il proprio sogno.
Nello stadio a volte il sogno diventa incubo che non s’interiorizza nella fantasia, ma esplode nella realtà concreta, contrapponendo un ludo attivo da parte di chi guarda che trasfigura il calcio in una religione, che svincola ancestrali indoli e violenze in un esaltazione di massa, che concepisce ore di televisione, modificando personalità di sprovveduti incapaci di parlare italiano, in divi glorificati e strapagati.
Lo stadio non è soltanto questo. Se lo è diventato tanto da ridursi in arena, è grazie alla violenza che trae forza dai miti che nascono e si rafforzano con la palestra di una vita troppo spesso repressa.
Se qualcuno ha cambiato rotta approdando nel teatro è perché la condivisione di un sogno non può confluire in tragedia umana. Quando a Catania il poliziotto Filippo Raciti fu ucciso alla fine di una partita di cartello, il mondo del calcio cadde in ginocchio con uno stato di sconforto senza sbocchi che si prolungò per molto tempo. L’indignazione spicciola degli italiani reclamava un colpevole, presto e subito. Non la giustezza: bastava un capro espiatorio con il quale tutti potessero tornare serenamente a scontrarsi su “siluri” di mercato e finte moviole.
Il deserto morale che scorre sul campo sportivo non nasce lì dentro, ma dalla vita reale. In senso metaforico, lo stadio fomenta i bassi istinti che si agitano dentro ciascuno di noi. È ciò che ogni uomo ha fatto per anni: svincolare i tumulti dei cittadini medi e dar loro la validità di reali lotte. Il calcio, quello irrequieto, quello artificiale, ha soltanto trovato un pubblico che non aspettava altro.
Il calcio pulito, invece, quello in cerca di emozioni vere che non rivendica il diritto di essere uomo, padre o figlio in uno stadio, passa oltre e non riesce più a sedersi in curva se è a conoscenza dei ricatti, degli intrighi, perché la reciprocità dei ruoli non esiste più e la forma di comunicazione fra giocatore e spettatore è soltanto un apparenza. Un gioco diventato ingannevole che genera la tempesta dello “Sturm und drang” lo sconvolgimento e impeto, non nei cieli tedeschi, ma nei campi italiani, non c’è più idealità. Il regno del “pallone” non è più il regno degli dei e chi lo abita non è immortale come pensavamo che fosse.
Il tempio del teatro diventa una scelta sensata, uno strumento creativo per vivere la realtà, non per combatterla. L’antidoto contro l’indifferenza e la noia, contro l’individualismo generato da un fanatismo esasperato. Non si tratta di banalizzare e travestire di filosofia il campetto verde e quell’aria bollente al momento del punto segnato: niente potrà mai sostituire l’emozione unica dei goal disperati e bramati, dei rigori sbagliati, la sofferenza che ti entra dentro, che si dimena fino a che un’altra emozione o qualcosa la riporti in superficie. Tutto acquista senso e al contempo lo perde. Troppi disastri hanno compiuto il calcio ed hanno fatto la sua storia. Se qualcuno si è arreso e ha deciso di dare luce e vicinanza ai sogni perduti ecco che il sipario si alza in uno spazio lento e dilatato dove osservare il mondo ti rende immune dalla bassezza degli animi.
Abbiamo nostalgia del calcio pulito, del calcio spettacolo, quello del riso e del pianto, senza inghippi e vittime; quella rappresentazione liturgica, l’espressione piena dello stupore sincero di chi vola a testa alta nel campo verde e chi applaude con le lacrime agli occhi in cerca di trattenere un sogno perduto, il filo conduttore che apre e chiude il segreto di ogni esistenza.

* Dice di sé:
Nancy Cacchiarelli. È la giusta simmetria di un equilibrio che razzola in un cielo azzurro è l’irrazionalità che naviga in un mare in tempesta. È l’immediatezza e la sensibilità nell’unico paradiso perduto della scrittura che è raggiungibile a tutti.

SALVADOR DALÍTutte le volte che, dal fondo della mia solitudine, riesco a far sgorgare un’idea geniale, o a dare un colpo di pennello arcangelicamente miracoloso, sento sempre la voce rauca e dolcemente soffocata di  Federico Garcìa Lorca che mi grida: Olé!(da Diario di un genio, 1 Novembre 1952)
LETTURE. Stefano Bigazzi, Vincenzo Guerrazzi - Il compagno sbagliato

Cosa accadde negli anni immediatamente successivi alla difficile stagione del ’68? Come si arrivò ai terribili anni di piombo, che insanguinarono l’Italia  per più di un decennio e le cui conseguenze avvertiamo ancora oggi?
“Il compagno sbagliato” fotografa un momento di passaggio del terrorismo, quando, a metà degli anni settanta, cercò di compiere, se possibile, un salto di qualità.
Stefano Bigazzi e Vincenzo Guerrazzi riescono, con una scrittura veloce e immediata, a coinvolgere il lettore in un’atmosfera che, sebbene ancora avvolta da mistero, risulta reale e credibile. Qui di seguito vi proponiamo la lettura del capitolo XXX. (a.p.) 

Il commissario durante tutta la settimana aveva lavorato assiduamente sui fascicoli che riguardavano Comino e il suo gruppo. Aveva seguito anche alcune manifestazioni dei movimenti che si preannunciavano interessanti. Ma che fatica gli era costato quel compito difficile di andare dietro a dei cortei, evitando il più possibile di mettersi in mostra! Appuntava e memorizzava visi e situazioni.
A volte dentro di sé provava persino simpatia per certi slogan, tanto che nei suoi appunti gli era persino sfuggito qualche leggendario… Poi ripensava ai giochi che c’erano dietro e rifletteva sull’onorevole avvocato che muoveva le sue amicizie per tenere lontana la figlia dai guai, i capi dei vari partitini rivoluzionari che sentivano con fastidio la polizia indagare sulle loro attività, i suoi superiori e i suoi sottoposti che… Pensò che stava esagerando, decise di approfittare della solitudine dello scompartimento e mettere nero su bianco quei suoi pensieri disordinati, sotto forma di lettera a un amico, senza identità.
Questa, mio caro, non è una guerra tra bande, non sono criminali comuni, a meno che non ci sia dietro qualche storia di droga, ma i colleghi della Narcotici lo avrebbero saputo. C’è un gruppo che si sta sbarazzando di testimoni pericolosi, scomodi, e nessuno ha sinora dato un nome e una fisionomia a questo gruppo. Diciamo che si tratta di una realtà nuova e ben organizzata. Hanno armi, le sanno usare, non hanno scrupoli, agiscono come dei professionisti del crimine. Mi domando: chi veramente erano le vittime e cosa hanno fatto? Hanno forse visto qualcosa di troppo? Sono venuti a conoscenza di qualcosa che non dovevano conoscere?
Un nostro informatore ci ha segnalato che Luca Quartullo, testimone per il delitto Comino a Genova, è stato sottoposto a un interrogatorio da parte del gruppo dirigente di Milano. Gli hanno fatto una specie di processo politico. Del morto di Venezia sappiamo che qualcuno gli ha sparato e poi lo ha derubato di qualcosa, forse di un portafogli, ma il suo, quello con la carta d’identità e un po’ di soldi, non è stato toccato; la polizia l’ha trovato nella tasca interna della giacca.
E poi c’è stato il finto incidente stradale alle porte di Vicenza. La vittima era stata investita e poi finita con tre colpi di pistola. L’unico testimone oculare, messo sotto pressione, ha dichiarato che, mentre era intento a lavorare nel suo campo, ha notato sulla strada che passa a pochi metri dal suo terreno uno strano movimento di mezzi. Un furgone seguito da una macchina; di questa non ha saputo o voluto dare notizie né sulla marca né sul tipo. Improvvisamente ha visto il furgone investire l’uomo e fuggire.
La macchina che era dietro si è fermata, sono usciti due individui, uno sembrava un frate, con una specie di saio scuro e un cappuccio; l’altro si è avvicinato all’uomo investito e invece di soccorrerlo gli ha sparato. L’agricoltore dice di non aver sentito nessun botto perché sicuramente la pistola aveva il silenziatore. Poi dice di aver visto il frate, o quello che era, chinarsi sull’uomo sparato e derubarlo. E sono subito scappati.
Non riesco a capire però la dinamica di questo delitto. Perché hanno rischiato tanto? Ucciderlo su una strada spesso molto trafficata. Forse non avevano altra scelta. Forse hanno deciso all’ultimo momento di farlo fuori. E come mai non hanno notato la presenza del contadino ch’era lì a pochi metri? E se per caso il contadino agiva da faro? In questo contadino ci sono delle… Per adesso è meglio non avanzare nessuna supposizione. È meglio ragionare sulle cose concrete.
Il treno stava per arrivare alla Stazione Centrale di Milano. Il commissario Sita mise a posto le carte, tirò giù dalla reticella i bagagli e intascò il giornale che non aveva ancora aperto. Scese sul marciapiedi e si diresse verso la grande banchina delle partenze. Si fermò davanti a un tabellone degli orari per cercare il binario del treno per Venezia. A una decina di metri un carretto-bar attirò la sua attenzione: un caffè era quel che ci voleva, ma preferì cercare un bar. Nel locale, pieno di gente e di fumo, scorse un giovane intabarrato in un eskimo grigioverde e gli venne in mente l’interrogatorio in questura di Quartullo. Il barista gli servì il caffé e si liberò subito da questi ricordi.
Il treno per Venezia aveva ancora venticinque minuti di tempo prima della partenza. Il commissario nell’attesa girellò curiosando tra le edicole e i chioschi della stazione, poi si diresse al binario. Il giovane intabarrato lo seguiva a una quindicina di metri di distanza. Il commissario lo notò e fece finta di niente. Disse tra sé: “Forse la mia è una deformazione professionale, quel ragazzo segue se stesso”.
Posò i bagagli, diede un’occhiata all’orologio e ritornò sui suoi passi. Il giovane camminava lentamente: “E dove vuole andare ora questo bel tipo? Ha perso l’orientamento o pensa che sia un coglione?” rifletté quasi a voce alta il commissario. Il carretto-bar si era spostato. Il ragazzo lo raggiunse e acquistò un panino e una birra.
Con naturalezza, come fosse insicuro, il commissario tornò davanti al tabellone delle partenze, cercò il primo treno per il Sud. Un rapido per Roma Termini. Partiva dal binario 11 cinque minuti prima del treno per Venezia ch’era già pronto al binario 10. “Uno vicino all’altro, proprio quello che ci vuole. Bene, vediamo cosa fa questo bel tipo”.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’Editore, il capitolo XXX del romanzo “Il compagno sbagliato”, di Stefano Bigazzi e Vincenzo Guerrazzi (Mursia 2007). Riproduzione riservata.

GIUSEPPE UNGARETTIE per la luce giusta,
cadendo solo un’ombra viola
sopra il giogo meno alto,
la lontananza aperta alla misura,
ogni mio palpito, come usa il cuore,
ma ora l’ascolto,
t’affretta, tempo, a pormi sulle labbra
le tue labbra ultime.
(da Il sentimento del tempo, Inni – 1931)
LETTURE. Mauro della Porta Raffo - Albergo a ore

Parte prima

Capitolo 1

Proprio quello che cercavo. Un posto tranquillo, in periferia. Il classico scannatoio. Stamattina, appena sveglio, ho letto sul giornale: “Cercasi portiere d’albergo esperto addetto al ricevimento della clientela” e poi il numero di telefono da chiamare. Uno squillo e mi sono precipitato subito per il colloquio.
Come al solito la mia “bella presenza” ha fatto il resto ed ho avuto il lavoro. La paga? Beh, decisamente non molto e naturalmente in nero, ma da troppo tempo sono a spasso senza vedere un quattrino che sia uno. Va bene così e i pasti sono compresi! Che si può volere di più? Prendo servizio domani.
“Ci vediamo alle otto precise”, mi ha detto la proprietaria nel congedarmi.
È un tipino piccolo e formoso che deve aver visto tempi migliori, ma si tiene su. Capelli scuri con qualche traccia di grigio, occhi marroni che ti guardano sorridendo, belle manine curate e un corpo mica male. Si chiama Gilda e da come mi ha guardato penso abbia fatto un qualche pensierino su di me. Staremo a vedere…
Mi ha portato a visitare l’albergo: quindici stanze distribuite su tre piani e non poi da buttare se si riesce a non far caso alle macchie sulla tappezzeria e alle tende di plastica, decisamente da sostituire. L’ascensore è di quel tipo vecchio, sistemato all’interno delle scale che gli girano intorno, circondato da un’inferriata e con le porte ai piani che si devono aprire a mano. All’ingresso nelle camere qualche pianta finta con fiori anch’essi di plastica e, alle pareti, le solite stampe.
Durante il colloquio ho cercato naturalmente di stare sul vago per quanto possibile e sono riuscito a non farle capire che di esperienza specifica non ne ho neanche un’ombra. Ho accennato a qualche altro precedente lavoro inventato lì, sul momento: rappresentante, produttore di assicurazioni e così via… Ma non mi stava quasi a sentire. Per me (e l’ho pensato subito), aveva deciso che gli andavo bene come mi aveva visto. Adesso si tratta di passare in qualche modo la nottata. Non le ho voluto dire subito che sono a spasso, senza fissa dimora da quando ho dovuto andarmene da casa. Domani vedrò cosa si può fare per risolvere il problema.

Capitolo 2

“Eccomi qua, signora”. Sono le otto meno dieci. Arrivo sempre in anticipo agli appuntamenti, se appena posso. Non l’ho fatto perché abbia una buona impressione di me, no. È solo che non sopporto di farmi aspettare o di attendere, in ogni caso. “Signora?… Non mi chiami così. Il mio nome è Gilda, mi sembrava di averglielo già detto” e sorride. “Va bene, Gilda, che ne dice di insegnarmi qualcosa?”.
Mi prende in parola e, così, passiamo un po’ di tempo a vedere come funzionano i citofoni, come si passano le comunicazioni telefoniche con le camere, ad esaminare i registri che stanno negli scomparti del bancone, ecc. “Senta”, mi fa ad un certo punto, “venga sul retro che le faccio conoscere la cameriera” e si avvia verso il fondo del locale facendomi strada. Una gran bella ragazza! Si chiama Francesca ed è di origine calabrese: proprio il tipo moro e tutto curve che mi piace.
“Non si faccia venire cattive idee”, mi fa Gilda come leggendomi nel pensiero, “la nostra Francesca ha un marito gelosissimo ed è fedele… meglio lasciar perdere”. Dico due o tre frasi di circostanza e, sempre preceduto dalla padrona, me ne torno all’ingresso e mi infilo dietro al bancone.
“Si ricordi, quando arriva qualche cliente si faccia dare subito i documenti, ancora prima di passargli la chiave della camera e, poi, aspetti ad annotarne la presenza sul registro. Se si tratta di coppiette in cerca di intimità è inutile scrivere. Non vogliamo certo pagare le tasse se si può evitarlo, no? Con il tempo, vedrà, sarà in grado di capire subito il tipo di cliente. Comunque, se ci fossero problemi, io sono sempre a portata di voce, nella stanza accanto, e così…”.
Va bene, nulla di veramente difficile. In due minuti mi sono impadronito del mestiere, o almeno mi pare. “La lascio solo, ci vediamo più tardi. Tanto a quest’ora di solito c’è calma. Imparerà che la gente segue degli orari fissi” e sparisce. Mi siedo sullo sgabello ed aspetto guardando ogni tanto fuori attraverso la porta a vetri. La strada è già affollata, piena di macchine in coda tutte dirette verso il centro cittadino. “Beh”, penso, “con tutto quello che mi ha detto e con le spiegazioni che non ho potuto fare a meno di chiederle è certo che si è accorta che non ho nessuna esperienza, ma è anche sicuro che le vado bene così”.

Capitolo 3

La prima sera. Sono quasi le otto. Una bella tirata e una noia mortale. Ho conosciuto i quattro o cinque clienti abitualmente residenti, ho visto partire una coppia in lite furibonda e basta. Un sacco di tempi morti.
Verso le cinque del pomeriggio, sono entrati due ragazzini, pieni di paura, preoccupati. Gli ho fatto un sorriso (mi andava di incoraggiarli) e gli ho dato la chiave del ventuno. Per una sua qualche ragione, Gilda mi ha detto che quella è la prima stanza per quelli che vengono “per una scopata e via”, come si è espressa un po’ volgarmente. Di certo non mi sono sbagliato: i due non avevano bagaglio e poi il loro atteggiamento diceva tutto. Infatti, un’ora dopo se ne sono andati e così non li ho segnati per niente sul registro.
In questi casi l’ordine è di far pagare il settanta per cento del prezzo della camera. Soldi buoni, comunque, incassati senza che lo sappia nessuno. Mi sa che se capita spesso dovrò chiedere una percentuale. Non mi pare una cattiva idea. Mentre quei due erano di sopra, affaccendati, ho dato una bella occhiata alle loro carte d’identità. Niente di speciale: impiegati. Non avranno saputo dove andare e così…
“Gilda, io me ne vado. Mangio un boccone da Amilcare e ci vediamo domattina. Buonanotte”.
Esce dall’altra stanza per rispondere al saluto, mi sorride ancora e ciao. “Amilcare” è una specie di trattoria scalcinata, lì, a due passi dall’albergo, dove i dipendenti di Gilda mangiano pranzo e cena, se vogliono. Il proprietario, che si chiama davvero Amilcare, è un bel trippone milanese, con baffi a manubrio come non ne vedevo più da secoli e ha fatto una specie di accordo con l’albergo.
Abbiamo diritto a un piatto di pasta o di riso, a una fettina di carne trasparente, a due patate o a un po’ di verdura. Niente vino, solo acqua naturale in una brocca, niente formaggio ed una mela per frutta. Sembra si sopravviva anche così! Bisogna che mi decida a chiedere a Gilda se mi fa dormire nello scantinato dell’albergo. Ho visto che ci posso sistemare una branda e con due coperte… Sempre meglio che sdraiarmi su qualche panchina in una stazione per passare la notte. Bene… tra qualche giorno, quando saremo più in confidenza… 

Capitolo 4

Sono allo Splendor da una settimana, oramai. Ah, già, si chiama così l’albergo: Splendor, e ci vuole un bel coraggio ad avergli dato quel nome. Le cose vanno abbastanza bene e devo solo cercare di far fronte alla noia. Buoni i rapporti con la padrona, formali e distanti (purtroppo) con Francesca con la quale al massimo sono riuscito a scambiare qualche sorriso da lontano, simpatia con i clienti abituali, cordialità di facciata con le coppiette che continuano ad arrivare numerose.
Una sola cosa mi dà veramente fastidio. L’altro giorno, purtroppo, si è presentata una coppia di gay. Ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco, come si dice, ma queste cose mi disgustano. Sarò un retrogrado, ma spero che non si facciano più vedere.
Dopo, quando ho detto della cosa a Gilda, mi sono sentito rispondere che “capita, molto raramente, ma capita. E, d’altronde, dove dovrebbero andare?”. “Da ogni altra parte ma non qui”, le ho risposto e lei si è messa a ridere. Guardo sempre con attenzione i documenti degli “scopatori” ed annoto mentalmente le professioni. Niente di speciale, per ora. Di tanto in tanto, arrivano quelli della polizia che sono vecchi amici di Gilda. Danno un’occhiata pro forma al registro, controllano qualche nome stancamente e se ne vanno.
Oramai, li conosco bene anch’io: sono sempre gli stessi due. Dimenticavo: dal terzo giorno o, meglio, dalla terza notte, dormo nello scantinato. Meglio così! Ho rimediato un lettino di quelli pieghevoli ed uso un paio di scatoloni come armadio. Tanto, per quel poco che mi è rimasto…

Capitolo 5

Ho fatto amicizia con Amilcare e con il cameriere che   lo aiuta. Discutiamo di calcio e di politica, naturalmente, e litighiamo bonariamente su tutto. Lui è per la Lega, neanche a dirlo. Io, quelli non li posso soffrire. Lui, poveraccio, fa il tifo per l’Inter. A me del calcio non interessa praticamente un bel nulla in realtà, ma soffro di antipatie e quella squadra, chissà perché, mi sta proprio sullo stomaco.
Danilo, l’aiutante factotum, è siciliano e se ne sta zitto zitto quando il suo capo inneggia alla Lega. So ben io cosa gli frulla per la testa! È tifoso del Palermo e questo non dà fastidio  a nessuno. Da Amilcare mi fermo tutte le sere fin verso mezzanotte.  Guardo la televisione per passare il tempo finché non è uscito l’ultimo cliente e, poi, magari, facciamo qualche partitina a scopa o a briscola, testa a testa. Gli pelo qualche lira. Non ha una buona memoria e quando si arriva alle ultime carte so quello che ha in mano e non ci sono santi per lui. Ieri mi sono giocato una bistecca. “Di quelle buone”, gli ho detto prima della partita e così oggi sono un po’ più sazio.
I clienti di Amilcare sono i nostri. Se non proprio gli stessi, del medesimo tipo e ceto. Gente che gira per lavoro con quattro soldi in tasca. Ma gli va bene così. Le mura sono sue (me l’ha confidato subito, orgogliosamente, quando fra noi si era appena creato un minimo di feeling) e cosa vuoi che spenda per la gestione? Due lire.
Non dà nell’occhio a nessuno e sta benone. Ha una moglie grassa come lui e sempre pronta alla risata. O, almeno, con me ride le poche volte che la vedo. Mi sto creando una nuova vita, nuove abitudini in un ambiente totalmente diverso da quelli ai quali ero precedentemente assuefatto. Studio come sopravvivere e per il momento sembra che mi riesca.  

Parte seconda

Capitolo 1

Oggi sono quindici giorni che lavoro allo Splendor e ho preso la mia prima paga, diminuita di quel po’ che mi ero fatto anticipare quasi subito con una scusa. Mi sa che li metto via questi soldi: sembra che non ne abbia proprio bisogno se non per la tintoria dove porto, ogni tanto, le mie poche cose a lavare. Per il resto, niente.
Non ho donne da mantenere, non più famiglia, nessun vizio residuo dopo averli provati tutti se si escludono droghe ed alcool. Un paio di notti fa, seguendo il più classico dei copioni, Gilda facendo finta di avere qualcosa da cercare in cantina è venuta a trovarmi. Si deve essere fatta forza per vincere una certa timidezza che ho scoperto in lei e che contrasta con quanto avevo supposto quando l’avevo vista la prima volta.
“Cosa si aspetta da me?”, le ho chiesto cercando di usare un tono gentile ma di chiarire, nel contempo, la situazione. Oramai sono così. Preferisco sapere cosa vuole la gente. Non mi va più di immaginare, di supporre. No, meglio chiedere, anche se in questo modo rischio di apparire brutale. “Niente”, mi ha detto non poco sorpresa dalla mia domanda, “devo andare in cantina e allora…” e poi è scesa davvero e non l’ho vista se non una decina di minuti dopo.
“Non è stato affatto gentile, lo sa?”, mi ha detto tutta sostenuta. Improvvisamente mi ha fatto un poco di pena e allora mi sono avvicinato e l’ho abbracciata. Nessuna resistenza, naturalmente, come prevedevo. Anzi, è stata lei a baciarmi. Dopo, alzandosi dal letto per tornare in camera sua, mi ha dato un altro bacio. Speriamo bene. Non ho più voglia di complicazioni e sono già pentito. Sarebbe stato meglio mantenere un certo distacco, un diverso rapporto. Non sento proprio la necessità di un nuovo legame. Bastano e avanzano quelli che ho già avuto.
E così, il giorno dopo ho cercato di porre un freno alla cosa senza ferirla. Alto equilibrismo! Ho accennato a delusioni, alla mia insicurezza… Le ho detto che sarebbe stato meglio per lei non avere per me quel tipo di sentimento: “Non sono affidabile, sai? Un giorno sono qui e domani, magari, sparisco. Meglio non prendermi sul serio. È stato bello ma non proviamoci più”, eccetera, eccetera, eccetera. Ho il tono giusto per queste cose, lo so, ed anche stavolta sembra aver funzionato.

Capitolo 2

È passato un mese e mezzo. La noia è sempre più insopportabile! Non sapendo che fare per ammazzare il tempo, ho comprato un mucchio di libri gialli e tutte le riviste di giochi enigmistici in circolazione. Da qualche giorno, ho cominciato a fare le fotocopie delle carte d’identità delle coppiette.
Mi sa che inizio una collezione e intanto stendo delle statistiche. Finora, nel poco tempo trascorso, operai, impiegati, casalinghe, un dirigente d’azienda e tre studentesse. Quattro residenti in città e gli altri, quasi tutti, di paesi della provincia. Luogo di nascita prevalente: Milano. Sono tornati i due gay. Uno è di Varese (quello alto, magro con la barbetta) e l’altro è di Roma (grassottello e imberbe).
Naturalmente, ho fotocopiato anche i loro documenti e sto studiando cosa farne. Mica male se ne mandassi copia ai loro familiari, così, tanto per sputtanarli. È certo che si nascondono. Non sono dichiarati. Se no non si incontrerebbero in questa semistamberga. Ci devo pensare… Con Gilda tutto bene. Mi lancia, ogni tanto, qualche occhiatina ma faccio finta di nulla. La brevissima storia che abbiamo avuto non sembra aver lasciato traccia nel nostro rapporto. Molto meglio così.

Capitolo 3

Ieri, mercoledì, giorno di chiusura di Amilcare per il risposo settimanale, sono andato un po’ in giro per la città. Giusto per vedere il centro e per mangiare un boccone da qualche altra parte. “Quattro passi fanno sempre bene”, mi sono detto ed ho subito maledetto la mania che ho delle frasi fatte. Difficile, però, non usarle. Bene, comunque dopo poco più di un’ora ero bello e stufo della città e me ne sono tornato verso la mia periferia. Man mano che procedevo, sempre peggio. Puttane di tutte le razze, travestiti, prostituti e mezzani, spacciatori. Proprio un bell’ambientino.
E le macchine, poi. Non saprei dire quante, ferme a contrattare, con gli occupanti fuori dal finestrino. Gente di ogni tipo. Non sono mai andato a puttane in vita mia, per non parlare del resto, e sono sempre più convinto che non ci andrò mai. Pagare una donna? Prostituirsi? Come è possibile cadere tanto in basso? “Ma dov’è la polizia?”, ho pensato. “Come mai buona parte della città è in mano a questa gente? Qui non ci torno più e amen”.
Mi è sembrato di intravedere Danilo, su una vecchia cinquecento scassata, che cercava compagnia. “Poveraccio”, mi sono detto e, poi, subito “Macché: somaro, non poveraccio! Non è capace di trovarsi uno straccio di donna?” E così sono tornato allo Splendor abbastanza sul presto. La porta era ancora aperta e Gilda sedeva dietro al bancone, come fa ogni sera quando smonto io.
“Ciao”, le ho detto avviandomi verso il sottoscala. “Senti”, mi ha fatto lei, “fermati a farmi compagnia, almeno un minuto, no?”. Va bene, siamo stati circa un’oretta a chiacchierare ed ho brillantemente resistito alla sua opera di investigazione. Vuol sapere cosa ho fatto prima nella mia vita, se sono stato sposato e se ho figli, come mai conosco un sacco di roba (anche se ho cercato di star sempre sulle mie, qualcosa viene per forza fuori e lei scava) e così di seguito.
In questi momenti seguo la trama di un film e racconto la vita del protagonista arricchendola un po’. È un buon sistema perché si conosce la storia e basta ricordarsi di che film si tratta. Così nessuno si accorge che sono tutte balle. A me la sua vita precedente non interessa per nulla, ma, insomma, dopo il nostro colloquio, ne sapevo molto più io su di lei che il contrario. È vedova, naturalmente, suo marito le ha lasciato lo Splendor… Alla fine, però, ho ceduto e mi sono fatto accompagnare nella mia branda. “Che ci posso fare?”, ho pensato, “mi fa quasi pena e, in fondo, non è neanche male”. Ma gliel’ho ripetuto che non deve farci l’abitudine.

Parte terza

Capitolo 1

La cartella nella quale sistemo le fotocopie dei documenti dei clienti dello Splendor è alta così. Visto che spesso sono gli stessi che ritornano, ho anche preso un quaderno sul quale segno le date di tutte le loro visite. Si è aggiunto qualche personaggio più interessante che ho incluso nel mio “casellario”: un paio di professionisti mica male a giudicare dai vestiti e dal rotolo di banconote che tirano fuori di tasca quando devono pagare, uno di quegli industrialotti della Brianza che sembrano usciti da una barzelletta.
Delle donne, solo un paio meritano una seconda e, forse, una terza occhiata. Le ho annotate a parte e le seguo con interesse. Una è già tornata tre volte con il suo accompagnatore. Giurerei che si tratti della segretaria anche se sul suo documento c’è scritto ancora “studente”. Insomma, vado sul classico pensando al rapporto che c’è tra i due.
La seconda è una signora di quarant’anni, di Milano. La sua carta d’identità riporta un indirizzo tra i migliori in città. Veste molto bene e incrocia, ogni volta, proprio sulla porta dell’albergo, un bel giovanotto che decisamente invidio molto. La tratto con molta gentilezza: non si sa mai.

Capitolo 2

Ho già pensato a come comportarmi se per caso all’albergo si presentasse qualcuno che mi conosce anche se so benissimo che la cosa è molto, molto difficile considerando che mi trovo lontano abbastanza da casa. Ma bisogna essere preparati. Beh, intanto, se si trattasse di uno venuto solo per scopare, mi troverei psicologicamente io in vantaggio. Non gli converrebbe mai far segno di avermi riconosciuto, né poi raccontare a qualcuno dove mi ha visto. Se fosse un cliente, diciamo così, normale – cosa decisamente impossibile visto il livello dello Splendor e il ceto sociale dei miei vecchi sodali – dovrei semplicemente chiedergli di tacere, di tenermi bordone. Credo che capirebbe.
Lo so lo so, è difficile che accada, ma passo il tempo ad immaginare ogni possibilità. Anche le frasi da dire, così da non essere mai sorpreso del tutto. Intanto, ho cominciato a far crescere la barba, come ai tempi dell’università, mi sono messo a dieta, sono dimagrito un quattro, cinque chili. Mi sento anche meglio fisicamente.

Capitolo 3

Ieri mi sono deciso. Dopo che, per la quarta volta, a distanza regolare di quindici giorni, sono ritornati i due omosessuali, ho fatto un’altra fotocopia dei loro documenti nonché una brevissima relazione scritta in stampatello, cercando di alterare la mia grafia il più possibile per renderla difficilmente riconoscibile, e ho spedito il tutto indirizzando ai “familiari di…”. “Speriamo che qualcuno gli faccia un didietro così!”, mi sono detto, sorridendo tra me, mentre imbucavo le due lettere.
Questa storia, nel frattempo, mi ha fatto maturare qualche altra idea che riguarda gli scopatori più in grana. Può essere soltanto, diciamo così, un’ipotesi letteraria da non mettere in pratica, ma ci devo ragionare sopra un po’ meglio. Mi sa che se mi comporto nel modo giusto, c’è da alzare qualche lira.

Parte quarta

Capitolo 1

Negli ultimi giorni, ho cercato di dedicarmi a Francesca. Senza parere, le capito d’attorno mentre sbriga le faccende, le faccio qualche complimento elaborato. Tutto un lavoro di fino. Lei ride, arrossisce, a volte sembra non capire fino in fondo. A pensarci bene, non so neppure perché ci sto perdendo tempo. Forse soltanto per ammazzare la noia.
Certo che a Francesca posso parlare solo quando Gilda è fuori. Altrimenti, è meglio non provarci neppure perché, davanti alla padrona, fa finta di non sentire. Fiato sprecato e, poi, naturalmente, anche per me è meglio che Gilda non si inquieti. Stiamo a vedere cosa succede (mi rendo conto solo adesso che dico sempre così!) e lasciamo maturare le cose.
Certo, quel che bisogna assolutamente evitare è il dramma. Perciò, chiaramente, niente amore, niente sospiri, niente passioni… Anzi tutto è da impostare esclusivamente sul piano fisico. Magari, con qualche tenerezza di quando in quando. Quella non fa male. Se trovi la persona giusta, è il rapporto migliore: quasi del tutto privo di problemi e di successive tensioni.

Capitolo 2

È tornata la “quarantenne in carriera di magnifico aspetto e di grande stile” (così l’ho ribattezzata, ma si chiama Veronica F.). Come avevo programmato, ho cercato di farle capire quanto mi abbia colpito e sono stato galante, quasi ignorando il suo accompagnatore, il quale, per quel che ne penso, deve essere un gigolo o qualcosa di simile.
Non so se ho fatto bene. Certo, ho visto, il mio atteggiamento le è piaciuto ma adesso può anche capitare che non si faccia più vedere. Già in una situazione normale, troppa intimità con il portiere dell’albergo non va certo bene per donne di quel tipo e figurarsi quindi se frequentano l’hotel solo per fare l’amore… Quando se n’è andata mi è sembrato che mi lanciasse un’ultima occhiata.
Vedendola così, di profilo, verso la porta, chissà come, per un attimo, sono stato sicuro di averla conosciuta già prima, come in un altro mondo. Sto almanaccando su di lei e sul suo comportamento e, quasi quasi, sono arrivato alla conclusione che anche lei, malgrado il mio travestimento, si stia chiedendo dove mi abbia visto.

Capitolo 3 

Uno dei cinque clienti abituali (li chiamo “i residenti”) è uno scrittore o, almeno così appare dal suo passaporto e se ne sta chiuso in camera quasi tutto il giorno. Francesca mi dice che batte continuamente a macchina e ho visto dalle lettere che mi lascia da spedire e da quelle che riceve, che ha una fitta corrispondenza con diverse case editrici e qualche rivista.
Si chiama Alvaro S. ed è di origine friulana. Ha trentasette anni e ancora si illude, poverino. Ho cercato di fargli capire come vanno le cose nel mondo editoriale, ma, nello stesso tempo, non ho voluto essere troppo brusco. Si meraviglia delle mie competenze e da quando, scherzando, gli ho detto che “so tutto sulla letteratura e sulla storia”, mi mette spesso alla prova. Si prepara le domande cercando prima le risposte per controllare bene quel che gli dico.
Per giustificare le mie conoscenze, gli ho raccontato che sono il frutto di una vita passata a leggere per usare in qualche modo il molto tempo a disposizione e mi sono inventato anni di lavoro come portiere di notte senza quasi nulla da fare se non, appunto, leggere. L’ha bevuta o ha fatto finta e da allora mi chiama “professore”. Gli altri residenti non hanno nulla di speciale. Tutti scompaiono nel fine settimana. Penso se ne tornino a casa.
Alvaro, invece, è sempre qui e ad ogni fine mese riceve una raccomandata da suo padre (ho letto il nome del mittente) e, subito dopo, lo vedo molto più in grana. Le lettere provengono da Vienna e ho cercato di fargli raccontare qualcosa al riguardo ma glissa. Ci sarà sotto qualche storia di liti familiari e di incomprensioni? 

Parte quinta

Capitolo 1

Oggi è il mio compleanno e capita proprio di mercoledì. Ieri sera, Amilcare, la moglie e Danilo hanno voluto festeggiarmi anticipatamente, prima della chiusura serale del locale. Una bella crostata con la canonica candelina, un bicchiere di spumante dolce che non potevo sopportare ma che ho assaggiato per gentilezza.
Verso le venti, smontato dal lavoro ed avendo resistito all’invito di Gilda “per una seratina insieme”, ho preso il tram per il centro. Sono passati almeno due mesi dall’ultima volta che ci ho messo piede e così ho pensato di festeggiarmi là, magari con una cenetta ed un cinemino. Mi è bastato non guardarmi d’attorno durante il tragitto e far finta che le puttane con tutto il loro codazzo non esistessero.
Eccomi qui all’Excelsior. Danno un film dei bei tempi (è un cinema d’éssai vicino all’università) e me lo sto godendo quando, nel buio, mi sembra proprio di vedere Veronica. È insieme ad un tipo molto più anziano di lei. Il marito? Beh, se fosse così, anche per lei saremmo sul classico. Una storia comune, come ce ne sono tante. Aspetto che ci sia un po’ più di luce per controllare. Come arriva l’intervallo, facendo finta di nulla mi avvio verso la toilette e la vedo ben bene. È proprio Veronica e, naturalmente, finge di non conoscermi.
Torno al mio posto e la guardo proprio in viso. Magnifica! e tiene la mano sul braccio del suo vicino con molta tenerezza. Chissà? Mi viene voglia di saperne di più e, seduto, non seguo più che distrattamente quel che avviene sullo schermo. Sto riflettendo: devo trovare il modo di frequentarla. Ma ci vuole delicatezza.

Capitolo 2

Figurarsi se non lo so che certe cose vanno fatte con estrema attenzione, con circospezione, saggiando in anticipo il terreno e cercando di prevedere ogni possibile evoluzione. Come reagirà Tizio? Che dirà o che farà Caio? E così via. Con tutte le esperienze che ho avuto, con tutti i film visti, con tutti i libri che ho letto! Da giorni mi sto arrovellando: devo trovare il modo di sfruttare le notizie in mio possesso e soprattutto le copie dei documenti per tirare su un po’ di soldi. No, non è che sia avido e non sono neppure un ricattatore di professione. Ma, diamine, non approfittare della situazione sarebbe proprio da fessi. Allora, facciamo un breve riepilogo.
“Elenco degli scopatori abituali”:
Veronica F.: ho deciso di andarla a trovare con il solo intento di portarmela a letto. Troppo bella ed interessante.
Roberto C.: è l’industriale brianzolo. Dal documento risulta coniugato e con figli minorenni. Per quel che riguarda le sue abitudini, preferisce le prostitute e ogni volta ha una compagna diversa.
Franco P.: piccolo, paffuto, mi ricorda un amico d’infanzia. È gentile e pieno di premure verso la sua amichetta fissa. Libero professionista, entra ed esce sorridendo. Mi sta simpatico.
Antonio Q.: di origine argentina. Manager, per quel che questa abusata parola vuol dire. Comunque, pieno di soldi che mi piacerebbe fargli sparire di tasca. Anche lui ha un donna fissa, una casalinga.
Carmelo V.: il classico boss meridionale con disponibilità economiche decisamente elevate. Gusti orribili, assoluta ineleganza, ma pericoloso, molto pericoloso. Meglio scordarselo questo.
Eccetera, eccetera, eccetera. Devo riconoscerlo, da tutte quelle fotocopie ed annotazioni, non molto di interessante e qualcosa di assai poco manovrabile. Quattrini facili in vista con la spesa, piccola piccola, di un qualche ricattuccio? Sembra proprio di no.
Alla fine, l’occasione migliore me l’avevano data i due gay, ma me la sono bruciata subito. Insomma, avrei potuto architettare qualche cosa di meglio e di più vantaggioso piuttosto che cedere al ribrezzo ed alla voglia di nuocergli. A proposito, dopo la spedizione di quei brevi rapporti “ai familiari di…”, non si sono più fatti vedere allo Splendor. Almeno, questo risultato l’ho ottenuto.
Piano di lavoro (ogni esame di situazione va concluso così, con un piano di lavoro. Fosse pure per decidere di lasciar perdere il tutto): da adesso in poi, anche per occupare il mio giorno di libertà settimanale, investigazioni a tappeto su quei tali e, fra qualche tempo, un nuovo bilancio.

Capitolo 3 

Devo proprio dirlo: se la mia intenzione era quella di crearmi una diversa vita, un nuovo tran tran, una differente monotonia, sembra che ci sia riuscito. Oramai, sono qui da un sacco di tempo. Mesi e mesi e, a parte qualche “incontro” con Gilda (per ricordarmi che sono vivo, dopotutto), niente di straordinario. Giornate tutte uguali tra loro… Mi chiedo se era proprio questo che volevo. 

Parte sesta

Capitolo 1

Mai lamentarsi perché “non succede niente di nuovo” e ci si annoia. Dopo quasi una settimana, ho ripreso in mano queste mie note e, alla luce di quanto successo, ho riletto scuotendo la testa le righe con le quali avevo chiuso il precedente capitolo.
Bene, le ultime giornate sono state tutto meno che monotone e, in qualche modo, preoccupanti.  Può darsi che si sia vicini a una svolta. Ci sono tutti gli indizi che la pace nella quale abbiamo vissuto per mesi stia per finire. Ho finalmente conosciuto il dottor Beltrame – ma in un contesto che mi ha lasciato alquanto perplesso – ed è comparso una specie di Dick Foley.

Capitolo 2 

Dal primo momento, Gilda mi aveva fatto notare che, dietro il bancone su un fogliettino appeso alla parete, c’erano tre o quattro numeri telefonici da chiamare in caso di necessità e d’urgenza. Fra gli altri, appunto quello del Beltrame: un medico generico, a quel che avevo capito, che abitava vicino all’hotel e pronto ad intervenire senza fare troppe storie in caso qualcuno allo Splendor stesse male.
La preoccupazione di Gilda (ed anche mia, da quando mi occupavo della reception) era che un poveraccio, per non parlare di una coppietta come quella cantata dalla Vanoni, scegliesse proprio una delle camere dell’albergo per tagliarsi i polsi o ingurgitare qualche veleno e cercare di andarsene all’altro mondo. A parte il dispiacere e lo spavento, un mucchio grosso così di conseguenti problemi e, prima di tutto, l’inevitabile e sgraditissimo intervento della polizia che – regola del gioco non scritta ma a tutti nota nell’ambiente – è sempre bene non venga chiamata (ed ecco la necessità di avere un dottorino veloce e soprattutto “amico” al punto di accettare di chiudere un occhio e di non denunciare l’accaduto), almeno nel caso in cui all’atto non faccia seguito la morte.
Beh, alla fine si era sentito male un tale arrivato da poche ore. Dai documenti, un agente di commercio che, e mi era parso ben strano, al momento di chiedere una camera non aveva però con sé nessuna valigetta contenente il campionario. Sembrava fosse già fuori combattimento nel pomeriggio. Lo stomaco, secondo quanto farfugliato a Gilda, dopo. L’aveva chiamata con il citofono per avere una camomilla e una pillola purchessia. Il peggio, poi, di notte, al buio: è allora che la solitudine più violentemente ti opprime e i dolori diventano davvero insopportabili.
Beltrame è arrivato in pochi minuti. È di mezza età e media statura, nervosetto mi è parso (ma forse lo scocciava il fatto di essersi dovuto alzare in piena notte), con un forte accento meridionale. Mi ha guardato di traverso, quasi gli stessi in qualche modo sulle scatole, e poi ha chiesto se sapevamo chi fosse il malato. Al nostro diniego, si è avviato verso l’ascensore borbottando tra sé.
Meno di un’ora ed eccolo ridisceso. Si è appartato con Gilda per confabulare alquanto animatamente. Alla fine, dopo avermi rivolto appena un cenno di saluto con la testa ed avere strappato alla stessa Gilda – che, sulle prime, sembrava non ne volesse proprio sapere – un paio di centoni “per il disturbo”, se n’è andato. “Tutto bene?”, ho chiesto alla padrona. “Sembra di sì. Quel tale sta meglio. Il dottore dice che gli ha fatto un’iniezione antidolorifica. Adesso sarà bene cercare di riposare un po’ anche noi”. Mi è sembrata preoccupata, oltre che infastidita, per un qualche motivo ma non ho insistito.  C’è qualcosa che non va e che vuole tenere per sé: faccia pure.

Capitolo 3

Il giorno dopo (evento straordinario: non era mai successo) ecco un secondo, nuovo cliente che intende fermarsi “qualche tempo” come ha detto, senza che nessuno glielo chiedesse, nel prendere una camera. Mi ha dato la patente, così non so che mestiere faccia, ma, a naso, scommetterei che si tratti di un ex poliziotto o di un ex carabiniere. È stato via per gran parte della prima giornata.
La mattina di poi è sceso verso le nove e – altra novità assoluta visto che non mi ricordavo di nessun altro che lo avesse fatto mai me presente – si è seduto nella poltroncina che sta di fronte al bancone della reception, a leggere un giornale. Da lì può controllare (non saprei quale altro verbo usare: mi pare proprio una specie di spione) sia l’ascensore che l’entrata. L’ho guardato con una qualche riprovazione, ma non mi è riuscito di metterlo a disagio e di farlo sloggiare.
Fra l’altro, se una delle “nostre” coppiette decide di mettere dentro la testa e lo vede, addio… gira i tacchi subito e se ne va! Male, molto male per gli affari. In qualche modo, mi ha ricordato uno dei personaggi minori di Dashiell Hammett, un detective privato di nome e cognome Dick Foley. Come lui è piccolino, scattante, pieno di verve. Ho sperato (invano, l’ho costatato subito dopo) che fosse anche altrettanto taciturno. Mi ero appena detto: “Va bene, lo soprannominerò Dick”, che mi ha rivolto la parola. “Mi chiamo Mirko”, ha cominciato poggiando il giornale per terra e cercando di mettere in piedi un discorso.
Avrei potuto rispondergli che lo sapevo visto che così stava scritto sul documento, ma non ho reagito se non guardandolo interrogativamente e così è andato avanti. Si vede lontano un miglio che cerca notizie su qualcuno o qualcosa. A meno che non sia molto, ma molto furbo, non su di me (mi pare sicuro) altrimenti non mi avrebbe preso di petto come sta facendo. Ha cominciato a sondarmi facendo finta di niente, come se stesse cercando il modo di ammazzare il tempo. Naturalmente, gli è andata buca. Gli ho risposto solo a gesti, a smorfie e a monosillabi: “Si, no, mah…”.
Alla fine si è accorto che non cavava un ragno da un buco e, con la delusione dipinta in faccia, ha ripreso il giornale in mano. Gilda… Ecco, Gilda ogni volta che gli è capitato di passare lo ha guardato con evidente fastidio. Avrà pensato anche lei che collocato com’era quel Mirko ci rovinava la giornata lavorativa, o almeno così ho immaginato che fosse.

Capitolo 4

Quel Mirko./.Dick Foley me lo sono ritrovato a cena da Amilcare. Entro ed eccolo lì che parla col baffone come se si conoscessero da sempre. Evidentemente con quel pacioccone del ristoratore gli è andata bene e scommetto che sono ore ed ore che lo fa chiacchierare.
Ho fatto finta di niente, ho salutato con un “Ciao” Amilcare, la moglie e Danilo e mi sono seduto al solito tavolino. “Che c’è da mangiare stasera?”, ho chiesto. “Minestrone”, mi ha risposto sorridendo proprio Mirko, “l’ho ordinato anch’io”. Ha fatto due passi e mi si è seduto di fronte: “Non ti dispiace, vero?”
Una brutta serata: non voglio che mi si dia del tu senza il mio consenso, non mi piaceva la situazione, odio il minestrone con tutto me stesso! Non mi restava altro da fare che cercare io di carpirgli le ragioni della sua improvvisa comparsa. Chissà: proprio il fatto che volesse tanto ardentemente parlare con me lo avrebbe forse portato a sbottonarsi… Nel frattempo, almeno: “Ehi, Amilcare, scusa, ma non potresti dire a tua moglie di prepararmi qualcos’altro? Magari anche solo due fette di prosciutto. Preferisco stare leggero”.

Epilogo?

Capitolo 1

Un treno, sempre meglio prendere un treno. Ti perdi tra i viaggiatori, dormicchi in un angolo senza parlare con i compagni di viaggio, quasi ti nascondi e nessuno, salvo casi eccezionali, ti nota. Forte di questa ispirata conclusione, da almeno tre ore bivacco nel bar della stazione, quella centrale da dove partono i convogli verso il sud. Ho deciso infatti che, prima di salire in una qualsiasi carrozza e filarmela, devo finire di scrivere: è necessario che il dottor Berlucchi sia informato di quel che penso a proposito di quanto accaduto l’altro ieri allo Splendor. Anzi, meglio, del come mai, alla fine, tutto sia andato a farsi benedire.
In nessun caso, prima d’ora, ho pensato che queste mie memorie potessero finire nelle mani di un magistrato per cercare di chiarire le ragioni, le cause di quello che ha tutta l’aria di essere un duplice tentativo di omicidio, per fortuna fallito.

Capitolo 2

Caro dottore,
le allego, come può constatare, le annotazioni che ho iniziato a vergare praticamente dal momento in cui, oramai molto tempo fa, ho preso a lavorare allo Splendor nonché le famigerate fotocopie dei documenti dei frequentatori non abituali delle quali parlo a più riprese nel testo (e non mi chieda come mai le une e le altre siano ancora in mio possesso perché non potrei rispondere a tale quesito se non tradendo un amico che è stato così gentile da prelevarle per me dal nascondiglio nel quale le celavo all’hotel).
Non ho apportato alcuna variazione all’originale perché mi sembra giusto che lei abbia un quadro il più possibile veritiero della situazione che, mano mano, è andata maturando e in conseguenza della quale, a mio modo di vedere, si è arrivati al patatrac. Le aggiungo, però, quel che ho pensato, arrovellandomi il cervello, nelle ultime trentasei ore.
Da quando, l’altra sera sul tardi, rientrando da uno dei miei rari giretti in centro città, ho visto che davanti all’albergo c’erano ben due ambulanze e una pantera della polizia, come sa considerando che non riesce a trovarmi, mi sono fatto uccel di bosco. A ragione, temo, e non solo per i miei trascorsi dei quali preferisco non parlare e in particolare con lei.
Uno dei presenti (al solito e malgrado l’ora, si era radunata una piccola folla), al quale, come fossi capitato lì per puro caso, ho chiesto cosa diavolo era successo, mi ha detto che la proprietaria dell’hotel e uno dei clienti erano stati trovati poco prima, feriti e in gravi condizioni, nello scantinato.
Ho subito pensato ad un errore, che l’obiettivo dovessi essere io considerando che, salvo pochissime occasioni, dalle dieci di sera in poi sono sempre nell’albergo e, per di più, che proprio in quel locale è sistemato il mio lettuccio. Per una qualche ragione che non mi è chiara, Gilda e quell’altro poveraccio ci sono andati di mezzo. Ho letto poi, ieri mattina e stamani sui giornali che il ferito è Alvaro, lo scrittorello. Che si è in parte ripreso tanto da essere dichiarato fuori pericolo e che, interrogato da lei in ospedale, ha detto di essere stato colpito alle spalle e di non ricordare altro.
Gilda, per ora, non ha potuto parlare, ma dubito molto che possa esserle di aiuto. Vedrà che anche lei è stata presa alla sprovvista e soprattutto in modo che non potesse individuare l’assalitore. Come avrà capito, penso a un vero professionista. Nutro infiniti sospetti (così come, ho altresì letto, voi inquirenti ne nutrite, naturalmente, anche nei miei riguardi) che vanno in mille direzioni ma, se davvero il mancato assassino si dovesse rivelare un sicario a pagamento, assai più specificamente in una che mi sembra quella maggiormente razionale.
Prima di parlargliene, mi permetta di dirle che io, con quanto accaduto, non c’entro un bel nulla. Lo vedrà lei stesso, investigando come di certo farà. Ero lontano, in centro città a quell’ora e posso dimostrarlo. Ma, con ogni probabilità (gliel’ho già detto, penso ad uno scambio di persona e che l’obiettivo fossi io), ne sono la causa. Come ovvio, tocca a lei raccapezzarsi, ma ritengo sia opportuno, anzi necessario da parte mia indicarle la pista che, avendo io escluso una vendetta nei miei riguardi per i miei trascorsi (sarebbe un andare ben sopra le righe, per quanto poco commendevoli possano essere stati, le assicuro) mi pare più probabile e per ciò stesso, per così dire, percorribile e che è quella dei due ex clienti da me sempre ritenuti gay.
Scrivo, come vede, “ritenuti” perché, adesso, ripensandoci, mi vado chiedendo se invece non fossero tutt’altro. Se sotto l’apparente omosessualità, o, eventualmente, in aggiunta, non nascondessero chissà quali traffici che il mio intervento può aver mandato in malora. Che so? Potrebbero essere stati due trafficanti di valuta come di stupefacenti, due corrieri di un qualsiasi tipo di bene in qualche modo proibito o di losca provenienza…
Tipi del genere sanno a chi rivolgersi per la bisogna in casi come quello che ci riguarda. Al momento in cui lei avrà modo di leggere questa lettera i loro dati anagrafici entreranno in suo possesso e potrà fare le indagini del caso. Al fine di farle pervenire il più velocemente possibile queste righe e gli allegati, affido il plico che le contiene a una persona che mi ha promesso di consegnarle il tutto in serata.
Le telefonerò nei prossimi giorni,
Suo…

Capitolo 3

Sono le nove di sera. In un vagone semivuoto, viaggio verso sud. Neppure io so bene dove sto andando. A Napoli, domattina, deciderò se fermarmi o proseguire. Ancora una volta mi allontano per non aver saputo, ma soprattutto voluto affrontare una situazione complicata e contraria alla quale, forse, con un po’ di grinta, sarebbe stato possibile porre rimedio. Chissà quando e se sarò mai capace di fermarmi da qualche parte pronto finalmente ad affrontare le conseguenze del vivere.

Capitolo 4

Altre ventiquattro ore. È mattina. Una stazioncina. Scendo dal treno e compro il Corriere della Sera. Lo apro alla prima di cronaca e rimango senza parole. Come sempre ho sottovalutato la forza dirompente dei sentimenti.
“IL MEDICO HA CONFESSATO, RESTA IL MISTERO DEL PORTIERE SCOMPARSO”.
Improvvisa svolta nelle indagini a proposito del duplice tentato omicidio all’hotel Splendor, dello scorso 18 giugno. Nell’ambito di un’affollata e movimentata conferenza stampa, il giudice istruttore Berlucchi ha reso noto che, messo alle strette, il dottor Beltrame, medico dell’albergo, ha confessato di essere il solo responsabile dell’efferato delitto. A guidarne la mano la gelosia.
A quanto dichiarato, Beltrame aveva da tempo una relazione con la proprietaria dell’hotel. Negli ultimi mesi, l’amante, lo aveva praticamente scaricato. Il medico aveva fatto in un primo momento buon viso a cattivo gioco. Poi, chiamato allo Splendor per un’emergenza pochi giorni orsono, aveva avuto modo di conoscere il rivale: il nuovo portiere. La circostanza e l’evidente disinteresse nei suoi riguardi ribaditagli dalla signora Gilda ** l’hanno indotto ad agire. Suo intendimento, l’eliminazione della stessa e del suo amante.
Entrato nell’albergo verso la mezzanotte e penetrato nello scantinato dove sapeva che il portiere normalmente dormiva, Beltrame, sconvolto altresì per avervi incontrato anche la stessa Gilda, ha sparato due colpi entrambi andati a segno. Probabilmente a causa dell’oscurità, non si è accorto che l’uomo ferito non era il rivale. Il giudice Berlucchi ha riferito che da subito i sospetti si erano concentrati sul dottore, ma non ne ha spiegato i motivi. La signora Gilda ha ripreso oggi conoscenza e si avvia fortunatamente alla guarigione.
Nulla a carico del portiere che si era dileguato subito dopo il fattaccio e di cui si sono perse le tracce. Personaggio inquietante, del quale sono ignoti i trascorsi considerando che il nome fornito al momento dell’assunzione allo Splendor è risultato falso, è ricercato per essere ascoltato in qualità di testimone. Su di lui la magistratura intende comunque indagare”. Una ragione di più per restare uccel di bosco! Compro il giornale locale e leggo le offerte di lavoro.  Cercano anche un portiere d’albergo.
Per carità, alla larga!

* Dice di sé:
Mauro della Porta Raffo. Narratore e saggista, classe 1944, svolti più o meno svogliatamente mille diversi mestieri, ha cominciato a scrivere nel 1996 su sollecitazione di Giuliano Ferrara, che lo ha ribattezzato “il Gran Pignolo” per la sua curiosità onnivora, per la propensione alla cultura erudita e la precisione dimostrata. Per lo stile asciutto al servizio di un’informazione che di una notizia premia l’originalità e l’inedito, della Porta Raffo è collaboratore passato e presente di tutte le principali testate nazionali (“Corriere della Sera”, “Il Sole 24 Ore”, “La Stampa”, “Il Giornale”, “Il Foglio”, “Panorama”, “Oggi”, “Gente”, “Capital”, “La Gazzetta dello Sport”, “Vanity Fair”, “Il Giorno”, “Il Tempo”, “La Provincia”, “La Prealpina”). Ha partecipato su Rai 3 alla trasmissione “È la stampa, bellezza!” ed è stato consulente al “Quiz Show” e a “Ritorno al presente” di Rai 1. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: “Sale, Tabacchi e…” (1999), “Tato fuma” (2001), “Vecchi barbieri, antiche barberie” (2003), “Dodici giorni in un’altra città” (2005), “Piero Chiara” (2005), “Eminenti varesini” (2006), la raccolta di racconti “Prendere la vita di petto e guadagnarci in salute” (2002) e i saggi “Obiettivo Casa Bianca, come si elegge un presidente” (2002), “I Signori della Casa Bianca” in due edizioni (2004 e 2005) e “Dieci anni di Pignolerie” (2006). Ha almeno un altro milione di storie da raccontare e tutte maledettamente buone!

LETTURE. Marzia De Giuli - Robert Wang, l’imperatore

Il prezzo della libertà per un giovane cinese

Marzia De Giuli *

L’insetto uscì dalla penombra della stanza, scorrendo sulla linea d’angolo della porta. Rimase immobile per qualche secondo sulla superficie liscia delle mattonelle, poi riprese a correre disorientato, come consapevole del proprio destino. “Lascialo andare, ormai è uscito”, gridò la ragazza spingendosi a gattoni fuori dalla stanza. L’inseguito zampettò leggero per qualche ultimo secondo, come nuotando in cerca di un riparo inesistente.
La scena si svolgeva a rallentatore, mentre lei osservava il braccio sollevarsi deciso e la scarpa battere con un tonfo sul pavimento. Un cenno d’orgoglio negli occhi sottili, poi l’esplosione di un sorriso aperto, brillante, il sorriso raggiante della vittoria; i piedi nudi fecero due passi indietro e la porta della stanza si richiuse. L’imperatore la prese con dolcezza per mano e la invitò a sedersi sul cuscino azzurro di seta. Più tardi il vento avrebbe portato via, insieme ai piumini primaverili, l’insetto schiacciato. Fuori faceva freddo, le biciclette erano rovesciate a terra e centinaia di foglie roteavano come impazzite nell’aria.
Christine aveva conosciuto Robert, “l’imperatore”, a una festa in discoteca in uno dei locali moderni del quartiere universitario di Wudaokou, a Pechino. “Hi, where are you from?” Con quella voce dal tono simpatico, dall’accento americano, non poteva che voltarsi interessata. Capelli nerissimi e lisci, occhi a mandorla. Un cinese. Robert trascorreva i pomeriggi giocando a scacchi sugli scalini del dormitorio degli studenti stranieri. Nato a Pechino e cresciuto negli Stati Uniti, studiava business e management alla Qinghua di Pechino, la migliore università scientifica della Cina, giocava a ping pong e organizzava feste in discoteca. Tra le luci psichedeliche, alternava un sorriso americano spavaldo a un sorriso cinese indecifrabile. Intorno a lui, visi multietnici intrecciavano strette di mani e storie. I rampolli della nuova società cinese si divertivano al ritmo di note elettroniche, incantevoli e gelide. “Ti posso baciare?” “No, torno a casa, prendo un taxi”. “Dai, vieni a ballare con me, per favore…”. La storia era iniziata così.
I genitori di Robert abitavano in un lussuoso appartamento nel centro della capitale. Lui tornava a casa raramente, preferiva dormire nel campus, dove aveva molti amici. Era orgoglioso di essere uno studente della famosa Qinghua. “Un master alla Qinghua è un biglietto da visita” aveva detto a Christine una ragazza cineseincontrata al Kai cafè. “Scusami, devo andare, è tardi”. La Coca-Cola lasciata a metà, era uscita di corsa a prendere la bicicletta.
Il campus si riaddormentava ogni sera alle undici, quando centinaia di studenti, “le teste migliori della Cina”, parcheggiavano le biciclette in fila sotto la tettoia. Rientravano nei dormitori a passo veloce con gli occhi segnati dalle ore di studio. Per essere ammessi alla Qinghua avevano superato un esame di Stato difficilissimo ed estremamente selettivo. L’obiettivo era trovare un lavoro da “colletto bianco”, per soddisfare le aspettative dei genitori e ripagarli dello sforzo economico. Gli studenti mangiavano in mensa frettolosamente, con lo sguardo basso, già concentrato sulle future ore di studio. Sedevano in silenzio, oppure scambiavano qualche parola tra un boccone e l’altro. Erano vestiti semplicemente, le ragazze con i capelli raccolti. All’uscita andavano a prendere la bicicletta, che riconoscevano al volo fra le centinaia tutte uguali.
L’imperatore non arrivava mai in bicicletta. Lui rientrava a notte fonda, a luci spente, con le labbra serrate, i capelli perfettamente ingellati, lo sguardo da sfinge, la pelle di seta. Gli piacevano soprattutto le straniere bionde e indipendenti, che conquistava con un solo sorriso. Le invitava a sedersi con lui sul cuscino azzurro di seta, ricamato dalla madre. La sua camera era pulita e ordinata, sulla mensola bianca c’era un tubetto di gel. Mostrava di vivere spensierato, senza inutili gelosie, senza le responsabilità che rendono i cinesi schiavi di tradizioni millenarie: libero, una “tartaruga di mare”, come sono chiamati i cinesi cresciuti all’estero, il risultato perfetto dell’incontro di due culture agli antipodi.
Robert andava da Christine ogni due o tre giorni. Tutto nel campus era impregnato dell’inconfondibile odore della cucina cinese, le aule, le biblioteche, i dormitori e perfino i vestiti. Ma l’imperatore arrivava sempre sorridente e fresco come appena uscito da un negozio alla moda. Quando i suoi genitori erano a casa, si fermava da lei. All’alba, al primo raggio di luce, l’abbracciava in penombra, il profilo immobile. Poi raccoglieva la felpa Nike, l’orologio, il cellulare, il portafoglio di coccodrillo, la cintura firmata, e se ne andava in silenzio come era arrivato. Esitava un istante sulla porta, guardava Christine e diceva “bye” così seriamente da darle l’impressione che non sarebbe tornato. C’era sempre qualcosa a ricordarle che in fondo anche l’imperatore, come tutti i cinesi, era intimamente legato alla tradizione. Il suo cognome, Wang, che significa “Re”; il Buddha di giada verde appeso al collo fin dalla nascita, che non toglieva mai.
Giorno e notte, Robert sembrava animato da due personalità sempre in lotta fra loro. Come quando, una sera limpida e piena di stelle, erano rientrati di corsa nel dormitorio. La strada era deserta e a Christine sembrava di vivere in un film. I soldati ai posti di blocco che salutano seri e controllano, prima di aprire il cancello, che tutto sia in regola, li avevano fermati: nel dormitorio degli stranieri, possono entrare solo gli stranieri. “Tu sei cinese”. Robert aveva dovuto mostrare la carta d’identità, statunitense, e solo dopo una lunga ispezione i guardiani avevano aperto. Un’altra sera, lui aveva sorpreso Christine mentre tentava di decifrare l’etichetta di uno shampoo. “Te la leggo io”. Ma non ricordava alcuni caratteri e, imbarazzato, aveva iniziato a sfogliare nervosamente il vocabolario.
E un giorno, prima della Festa della Repubblica, quando è tradizione fare una gita con gli amici, le aveva chiesto con chi avesse scalato la Montagna della fragranza profumata. “Con Wu Wenling”. “E chi è?” “Quel cinese che abbiamo conosciuto a lezione!”. “Quale cinese? Siamo tutti cinesi a lezione, anche io!” E aveva iniziato a ridere con quel sorriso aperto, da americano, battendo la testa sul muro per scherzo e ridendo, ridendo, ridendo. Alla fine si era voltato: “Voi due soli?” e aveva cambiato di colpo espressione. Per la prima volta Christine aveva capito che un ragazzo così bello e apparentemente libero viveva in realtà in un paradiso carico di conflitti.
La doppia anima dell’imperatore cresceva in equilibrio instabile, come Pechino, la sua città, dove grattacieli avveniristici, simbolo del benessere, spuntano ogni giorno accanto alle casette degli hutong, i vecchi quartieri della capitale. L’imperatore, il figlio viziato della Cina che cambia, si nutriva delle contraddizioni che lo rendevano spavaldo, moderno, e allo stesso tempo delicato e impalpabile come la cultura millenaria cinese.
Spesso cambiava stato d’animo all’improvviso e involontariamente, come travolto dalla corrente di modernità  che investe la Cina senza riuscire a soffocarne la tradizione. Per questo rispondeva ostinatamente in inglese alla madre che gli parlava in cinese, ma non osava contraddirla, e ascoltava fino all’ultima parola le sue continue telefonate. Anche se viveva già da solo, senza orari né obblighi, diversamente dai suoi coetanei, aveva stampato dentro di sé, come un’effigie, il codice della pietà filiale. Sapeva di appartenere all’elite di rampolli della nuova borghesia educati all’estero, la futura classe dirigente della Cina. Lo sapeva quando sfidava, al videogioco di guerra, il suo migliore amico Daniel. Combattevano concentratissimi, ognuno nel proprio stile; Daniel, capelli biondi e occhi azzurri,  nervoso e teso verso il computer, masticando una gomma e muovendosi a scatti. Robert impassibile e lucido, seduto comodamente sul letto, immobile con lo sguardo fisso sullo schermo. Intimamente conosceva il prezzo della sua libertà: sapeva che un giorno, di fronte a battaglie più difficili, avrebbe dovuto reagire con la stessa freddezza e impassibilità, da sempre le armi vincenti della strategia cinese. Anche nel campo dei sentimenti.
Così la storia con Christine era continuata fino alla notte in cui l’imperatore arrivò di fretta, con una giacca sportiva, i capelli non perfettamente ingellati come al solito, inquieto come se qualcuno lo seguisse. Fuori tirava vento e nell’aria c’erano i primi piumini di primavera. “Stasera torno a casa”, le disse, per la prima volta con tono imbarazzato, come se fosse un addio.  Ma poi la baciò. “I miei sono in Giappone”. La invitò nell’appartamento e la fece accomodare, come sempre, sul cuscino di seta. Alle prime luci dell’alba, parlarono di ideali, di culture, di libertà, della Cina che cambia. Le confidò di essere confuso, di non sentirsi a proprio agio nel suo Paese, né compreso a fondo dai “troppo superficiali amici occidentali”. Parlava scuotendo la testa. “E poi, mia madre vuole che io sposi una ragazza cinese…”.
Nel salotto, ci sono fiori colorati, tre televisori con megaschermo e un mobile intarsiato pieno di bottiglie di vini italiani e francesi, e di liquori dai nomi esotici. In una foto, in bianco e nero, una giovane sorride nel giorno del suo matrimonio. Ha i capelli raccolti all’indietro e indossa il qipao – vestito tradizionale cinese. Lo sposo è di spalle e la guarda. “Sono i miei genitori”. L’imperatore si è laureato, lavora per una multinazionale e mostra per la prima volta la sua stanza a Qingxue, una giovane cinese figlia di amici. Il suono del pianoforte ricorda salotti oltremare. “Un giorno faremo un viaggio negli Stati Uniti, dove sono cresciuto. Ma i miei desiderano che prima ci sposiamo”. Solo ora può prenderle la mano, non aveva mai osato prima.

* Dice di sé:
Marzia De Giuli. 28 anni, laureata in Lingue e Civiltà Orientali a Venezia. Sulla Cina c’è moltissimo da dire, da scoprire, da raccontare. Ha vissuto quattro anni a Pechino, Shanghai e Hong Kong, dove ha avviato e coordinato progetti editoriali e collaborato con diverse testate italiane – Libero, Geo, Internazionale. Parla e legge correntemente il mandarino e conosce bene la cultura cinese: le sue carte vincenti. La Cina è come un adolescente, cresce rapidamente, in modo improvviso e irrazionale. Per capirla a fondo servono tempo, pazienza e profonda vicinanza. Se si comprende il popolo cinese, non si può che amarlo.

L’UDO ZÙBEKSe i sentimenti umani fossero così chiari come è chiaro il giorno pieno di sole e così scuro come è scura la notte senza luna, sarebbe facile determinare, subito e per certo, quali siano buoni e quali cattivi. Ma come determinare sicuramente un sentimento che si trova in mezzo a due estremità e che ci sembra, per un attimo, chiaro come gli occhi di un bambino innocente e, dopo un attimo, scuro come lo sguardo dell’assassino?

(da La sorgente nascosta)

 

INTERVISTE. Massimo Cotto - Bernardo Bertolucci

Roma, 2003

 

Nel ‘68 lei girava “Partner”, da “Il Sosia” di Dostoevskij. Da Parigi arrivavano notizie. A Valle Giulia vi furono scontri fra i poliziotti e gli studenti di architettura, con appendice controversa la famigerata poesia di Pasolini a favore delle forze dell’ordine.
Che Sessantotto fu quel ‘68?

“Il ‘68 fu la massima espressione degli anni Sessanta, che non cominciarono il primo gennaio 1960 ma, simbolicamente, con le morti di Marilyn Monroe e John Fitzgerald Kennedy, per terminare ben oltre il tramonto del decennio, nel 1978, con l’uccisione di Aldo Moro. Fu lì che si capì che il sogno era finito. I Sessanta furono scoperta e utopia, meraviglia continua per chi era giovane allora. Si andava a dormire sapendo che ci saremmo svegliati non l’indomani ma nel futuro. Il futuro è una sensazione, un concetto, una proiezione che oggi manca, come fosse stata rubata. Il futuro, per noi, era credere di poter cambiare il mondo, alimentati dalla fantasia e dalle pulsioni del vivere guardando non solo al nostro fianco, ma avanti”.

Perché ha capovolto il finale di “The Holy Innocents” di Gilbert Adair, il romanzo da cui ha tratto “The Dreamers?” Là Matthew moriva, diventando la statua di se stesso nel tentativo di soccorrere gli amici; qui Matthew lascia le barricate e torna sui suoi passi. 

“Non esiste ricordo di un morto durante gli accadimenti del Maggio parigino. Capisco la licenza poetica del romanzo, ma nel film ho voluto prendere le distanze dalla finzione. Quando i due ragazzi lasciano la stanza ed entrano nella realtà, nella vita e diciamo pure nella Storia, avviene quel confronto che è stato rimandato a lungo tra Matthew e Théo, i due ragazzi persi dietro a Isabelle. Chi ha vissuto quegli anni ricorda bene come i giovani hippie americani fossero apostoli della non violenza e ha stampati nella memoria, attraverso le nostre televisioni in bianco e nero, le cartoline precetto bruciate in mille falò al confine fra Canada e Stati Uniti. Non potevo ammazzare uno di loro”.

È stato difficile spiegare ai tre attori che cos’erano gli anni Sessanta? La bellezza del film giace anche nel confronto fra due generazioni, quella reale degli attori e quella dei personaggi che interpretavano. 

“Non mi interessava illustrare, ricostruire. Ogni volta che ho realizzato film di ambientazione storica, ho sempre pensato fosse giusto mantenere aperto il contatto con il presente, con i giorni delle riprese. Lei ha usato una parola molto giusta: confronto. I tre ragazzi si confrontano. Ho mostrato loro molto materiale d’archivio sul Maggio, ma al di là di alcuni frammenti – Matthew e Isabelle che, fermi davanti a una vetrina, vedono scorrere immagini in bianco e nero – ho evitato la riproposta filologica, il documento. Non ho chiesto loro la postura e la fisicità degli anni Sessanta, non volevo camminassero come si faceva allora. No. Volevo proiettare la realtà di tre ragazzi di oggi in un momento magico di ieri, mantenendo un invisibile scollamento”.

Immagino lei avesse un’idea chiara del film prima di girarlo. Il film che è uscito nelle sale è lo stesso che lei aveva in mente o la storia e i personaggi sono scivolati lungo strade loro?

“Capita sempre, in tutti i miei film. La sceneggiatura è solo una piattaforma di lancio. Esistesse un controllorecostretto a bacchettarmi a ogni cambio di passo, avrebbe molto lavoro. La libertà del regista è un dono dell’arte. Mi eccita cogliere al volo le occasioni che un volto, un corpo, una nuova cadenza imprimono alla mia idea. Sangue e carne valgono mille storie sulla carta. Molti anni fa incontrai Jean Renoir a Los Angeles. Stavo allestendo il cast per “Novecento”. Pochi giorni dopo avrei incontrato De Niro e Depardieu, all’epoca poco più che sconosciuti. Furono loro, indirettamente, a farmi capire che la realtà è davanti alla macchina da presa, non nella sceneggiatura, che è sempre dietro. Un regista dev’essere servitore della realtà, non di un’idea, per quanto suadente e meravigliosa”.

Dietro al trio Matthew-Isabelle-Théo sembrano nascondersi altri terzetti: quello di “Gioventù Bruciata”, quello di “Jules e Jim”. La differenza è che, in “The Dreamers”, esiste una causa per cui ribellarsi?

“Assolutamente sì. Il film di Nicholas Ray fotografava una realtà che ancora non contemplava l’energia del ‘68. La causa esisteva, ma non era ancora stata compresa, nemmeno dai ribelli, che sapevano solo di dover reagire allo stato delle cose, all’immobilità del precostituito. Era, il loro, un malessere esistenziale, non sociale e politico. Ha ragione anche riguardo “Jules e Jim”, ma è stato un prodotto dell’inconscio.
Solo a riprese iniziate mi sono accorto che i tre ragazzi che avevo scelto erano fisicamente molto simili ai tre attori del film di Truffaut, uno dei più straordinari ménage à trois della storia del cinema”.

Se nel ‘68 lei avesse pensato al 2003, lo avrebbe immaginato com’è ora? 

Proprio no. Se ripenso a quello che io pensavo fosse il futuro, mi sento ingenuo, forse ridicolo. Ma quelli erano i tempi, quelli eravamo noi. Quando qualcuno, con foga revisionistica, mi ha rimproverato di aver idealizzato un fallimento, ho replicato che si trattava di errore storico e di potente ingiustizia. Il ‘68 non è stato un fallimento. Il nostro modo di porci oggi agli altri, la condizione della donna, i diritti delle minoranze sono stati conquistati nel ‘68. Il modello di vita di oggi fu disegnato allora. Chi non c’era deve capire, chi c’era deve ricordare”.

La scoperta della sessualità è anche scoperta della libertà dove ogni cosa è concessa, anche l’incesto?

“Sì. Si leggeva Marcuse, soprattutto “Eros e Civiltà”. Non eravamo in pochi a pensare che il sesso potesse essere rivoluzionario”.

Mi ha stupito che alcuni critici abbiano accostato “The Dreamers” a “Ultimo Tango a Parigi”, dove aleggiava un continuo senso di morte.

“Giustissimo. “Ultimo Tango” fu girato solamente quattro anni dopo il ‘68, nel ‘72, ma era già tutto cambiato. In comune hanno soltanto Parigi e l’erotismo come finestra attraverso cui guardare il mondo. La differenza è enorme. Il film con Brando è Eros e Thanatos, una danza di morte; “The Dreamers” è iniziazione alla vita”. 

La pietra che, scagliata dai manifestanti, entra dalla finestra e distoglie Isa dai propositi di suicidio è metafora della realtà che entra e sveglia dal sogno?

“Lo è. È il pavé, quasi un oggetto simbolico del Maggio. Si facevano le barricate, con quelle pietre. C’era anche un bellissimo slogan: “Sous le pavé, la plage”, sotto il pavé, la spiaggia. Che belli, gli slogan di allora: “Siate realisti, domandate l’impossibile”, “Proibito proibire”. Il gusto del paradosso è insito nella cultura francese. La pietra interrompe l’attrazione tragica di Isa per la morte e rompe il sogno. Quando Théo le domanda che cosa accade, lei dice: “La strada è entrata nella camera”. E, di fronte al richiamo della strada, sono pronti a perdersi tra loro e poi ritrovarsi nella Storia”.

Parliamo della colonna sonora. Perché Charles Trenet e Edith Piaf e non un maledetto come Léo Ferré? 

“Frequentavo molto Parigi, che mi aveva adottato, mentre il cinema italiano mi ignorava. I critici avevano apprezzato molto “Prima della Rivoluzione”. I giovani riscoprivano Trenet e Piaf, mentre Ferrè era un contemporaneo. E io, di contemporaneo, ho usato l’America di un altro sogno, quello di Woodstock. Poi, mi piaceva che i due gemelli, così crudeli verso i loro genitori, stendessero un immaginario ponte tra passato e presente, con la chanson di Francia. E quel titolo, “Je ne Regrette Rien”, è come se lo pronunciassi io: non rimpiango nulla, di quegli anni e nemmeno degli anni a venire”.

Con quale musica è cresciuto? 

“Con una piccola collezione di 78 giri. Vivevo a cinque chilometri da Parma, con i miei genitori, mio fratello e il nonno. Mi sono nutrito del jazz degli anni Trenta, per poi passare, negli anni Sessanta, a un altro jazz, quello di Miles Davis, Coltrane e Monk. Ho amato anche il melodramma. Ricordo uno dei miei primi amori, naturalmente infelice, che rivivevo con il commento sonoro del “Ballo in Maschera” o del “Trovatore”. Senza dimenticare il rock”.

Lei ha detto che una delle ragioni per cui la Storia si ripete è che chi ha vent’anni tende, per fattori anche ormonali, a ostentare posizioni estreme. A vent’anni non esiste la mediazione, solo l’assoluto. 

“Pensi ai fatti di piazza Tien an Men. Per un mese, gli studenti cinesi hanno occupato, attirando l’attenzione dei media nel mondo, senza essere fermati dalla polizia né dal governo. Alla fine, il segretario del partito comunista cinese li raggiunse in piazza, il giorno prima del massacro. Lo vidi in televisione, con le lacrime agli occhi, scongiurare i ragazzi di abbandonare la piazza. Diceva: “Avete vinto, andatevene. Io domani non riuscirò a fermare l’esercito. Le cose mi stanno sfuggendo di mano”. Non lo ascoltarono. A vent’anni non capisci. Gli ormoni non dormono mai e conducono a sublimi, ma terribili errori”.

Bertolucci, lei crede nel destino?

“Non più. Seguo il buddhismo tibetano. Il destino è la sceneggiatura della nostra vita che ci scriviamo da soli”.

Non un film sul Sessantotto ma un film nel Sessantotto. Non un film sulla musica, ma che musica i nostri sogni. Gli anni di “The Dreamers” sono irripetibili o capiterà di sognare gli stessi sogni? 

“Il film ha anche questa funzione: invitare, quasi incitare al sogno. I ragazzi di Seattle, i no global e poi i nu global sono la prova che il sogno non è finito, che si può rifiutare la stanchezza dei politici della sinistra di oggi. Penso al grido lacerante di Nanni Moretti. Sembrava perdersi nel deserto, invece è stato raccolto. Era un Moretti in stato di grazia assoluta. Ha dato una scossa, risvegliato le coscienze che si erano troppo rapidamente rassegnate. La rassegnazione non fa parte del sogno. E di sogni si può anche morire, perché i sogni sono la vita”.

Pubblichiamo, per gentile concessione di Aliberti editore, l’intervista a Bernardo Bertolucci tratta dal libro “Everybody’s talking – 50 interviste alle Leggende Rock” di Massimo Cotto, Aliberti editore 2007, pag. 528, Euro 19,00

WILLIAM SHAKESPEAREMa la tua eterna estate non potrà mai svanire
né perdere il possesso delle tue bellezze,
né la Morte vantarsi di averti nell’ombra sua,
poiché tu crescerai nel tempo in versi eterni.
Sin che respireranno uomini, e occhi vedranno
di altrettanto vivranno queste rime, se a te daranno vita.(da Sonetto XVIII, I sonetti – 1609)
INTERVISTE. Cristina Calzecchi Onesti - Omosessualità e laicità, il perché di un binomio inscindibile

Incontro con Franco Grillini, uno degli onorevoli più anticonvenzionali del nostro Parlamento

Cristina Calzecchi Onesti *

Nel panorama dei nostri attuali rappresentanti istituzionali, in qualche anno di giornalismo tra i politici, l’onorevole Franco Grillini è quello che mi ha incuriosita di più, che mi ha spinto a conoscerlo meglio. Non certo per l’eccentricità, sarebbe riduttivo e tanto meno per la trasgressività, perché ormai l’omosessualità non può essere più considerata oltre la normalità. Direi piuttosto perché, pur avendo una preparazione culturale e politica invidiabile, pur avendo intrapreso iniziative serissime, di portata nazionale, come la fondazione della Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS, pur interpretando con responsabilità anche il suo secondo mandato alla Camera attraverso molteplici iniziative parlamentari (attualmente è membro della Commissione Giustizia della Camera), è sempre sorridente, disponibile, incline all’ironia e soprattutto all’autoironia. Psicologo, psicoteraupeta, giornalista, forse ha imparato a conoscere bene l’animo umano, riuscendo a dissacrare senza offendere, schernire senza ferire. Senza prendersi troppo sul serio.

Franco, se dovessi scrivere una tua breve presentazione, poco ingessata, libero nell’eloquio?

“Io nacqui a Pianoro (Bologna) il 14 marzo 55, giorno della morte di Karl Marx e della nascita di Bach. Il posto è suggestivo, si chiama Monte delle Formiche e lì l’otto settembre di ogni anno vanno a morire le formiche alate, che vengono date in sacchetti portafortuna a chi vi si reca per la relativa festa. Figlio di contadini prima e operai poi, mi sono laureato in pedagogia studiando di giorno e lavorando di notte, dopo aver conseguito il diploma in agraria. Per coerenza e per auto-aiuto, mi sono iscritto all’Ordine degli psicologi e a quello dei giornalisti-pubblicisti. In quest’ultima qualità dirigo il quotidiano on line “gaynews.it”. Scopertomi gay, ho ideato e fondato “Arcigay nazionale”. Non contento ho dato vita alla “LILA”, Lega Italiana Lotta all’Aids, poi alla LIFF, Lega Italiana Famiglie di Fatto (ora LINFA, Lega Italiana Nuove Famiglie), facendo molto arrabbiare un bel po’ di clericali. Sono stato eletto alla Camera nel 2001 e poi nel 2006. L’ultima impresa è il “Diritti e Libertà”, associazione laica e libertaria. Last but not least”. 

Ironico e autoironico e soprattutto caustico verso la Chiesa, che per te rappresenta un vero e proprio ostacolo alle libertà individuali…  

“Il vocabolario Zingarelli definisce la morale come ciò che “concerne le forme e i modi della vita pubblica e privata, in relazione alla categoria del bene e del male”, mentre “la relazione tra ciò che è bene e ciò che è male è tipica dell’etica”, che è quella “parte della filosofia che studia i problemi e i valori connessi all’agire umano”. Ora, si dà il caso che, spesso, le religioni monoteiste pretendano di essere depositarie della morale e naturalmente dell’etica attraverso i loro “ministri”, siano essi preti, cardinali, papi, imam, mullah, rabbini ultraortodossi, pastori evangelicali (i predicatori televisivi americani, per esempio). In particolare, per restare a casa nostra, i gerarchi romano-cattolici tirano in ballo, quando si parla di omosessualità, oltre alla morale, anche il concetto di “natura” che sarebbe “iscritta da Dio nel cuore degli uomini”, ab aeterno. Evidentemente, gay e lesbiche devono avere qualche problema cardiaco serio se è vero che continuano ad essere definiti se non proprio “contronatura” (questo ormai lo fanno soltanto i libercoli del fanatismo italiano e Radio Maria, vera e propria tromba     del clericalismo estremista militante) almeno decisamente “disordinati”, come recita la “pastorale” di Ratzinger del 1986 (ma possibile che nessuno ragioni mai sull’utilizzo della metafora delle pecore in campo cattolico?).
“Disordinati” rispetto a chi e rispetto a che cosa? Ma all’ordine naturale voluto da Dio, of course, ordine di cui si fanno interpreti diretti, senza tema di essere smentiti, i nostri bravi moralisti dell’ecclesia romano-cattolica. E che cosa mai prevede ‘sto benedetto ordine? Che gli esseri umani facciano sesso solo tra uomo e donna, che lo facciano solo se sono regolarmente sposati (qui si concede una certa tolleranza persino per i matrimoni civili celebrati nei municipi, anche se diversi consiglieri comunali di CL, a cui appartiene anche Formigoni, si rifiutano di celebrarli), che si copuli solo per far figli. Dal che discende che non si può far sesso prima del matrimonio, che non si può far sesso per il semplice godimento di farlo, che “non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio”, che, orrore orrore!, non lo si può fare tra “sodomiti” (le lesbiche sono abbastanza trascurate dagli strali vaticani e pare che alcune suore traggano qualche vantaggio da questa distrazione, come talvolta raccontano le cronache), che non si può tollerare la masturbazione, figuriamoci poi il sadomasochismo o altre inenarrabili perversioni. Insomma, extra ecclesiam nulla salus. Non si scappa. E, naturalmente, è proprio il caso di dirlo, l’unica morale plausibile, l’unica etica possibile è quella di Ratzinger-Ruini-Bagnasco-Betori-Bertone-Sgreccia-Caffarra-Tonini-Maggiolini e, scusate se dimentico qualche nome tra quelli che invadono il video, mattina pomeriggio e sera, telegiornali inclusi, senza la benché minima possibilità di replica da parte dei “sodomiti”, come si evince dalle numerose lettere di protesta inviate al prima Presidente della Vigilanza Rai e poi Presidente Rai Petruccioli, rimaste tutte senza esito alcuno”. 

Ne consegue che altre forme di famiglia rischierebbero di rappresentare qualcosa di più che un’espressione di libertà?

“Secondo la logica di cui sopra, gli omosessuali fanno sesso per il gusto di farlo, anzi, vengono definiti come copulatori seriali – francamente a me pare il contrario, purtroppo, ma queste sono le fantasie vaticane -, pretendono persino di rientrare nella “normalità”, peggio ancora, si innamorano tra di loro e vorrebbero che queste unioni contronatura fossero persino riconosciute dallo Stato attraverso diritti che sono pertinenti solo al matrimonio tra un uomo e una donna, ovvero la famiglia naturale sancita dall’art. 29 della Costituzione, ecc., ecc., ecc. – vi ricordate un tempo i dischi di vinile quando si incantavano sempre sullo stesso brano? A questo punto mi consento una digressione, sperando di non perdere il filo. Abbiamo più volte spiegato che l’art. 29 della Costituzione non vieta affatto il riconoscimento di altre forme familiari, che gli articoli 2 e 3 (che, a differenza dell’art. 29, pongono principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale) vietano discriminazioni basate sulle “condizioni personali” dei cittadini e tutelano i diritti inviolabili della persona nelle “formazioni sociali ove si svolge la loro personalità”.
Nell’art. 29 non si parla neppure di matrimonio fra uomo e donna (quei pirla dei costituenti se ne sono dimenticati), si usa persino la parola ambigua di “coniugi”, esattamente quella usata da Zapatero, quando ha varato la legge sul matrimonio uguale per tutti. Non a caso il fu purtroppo Ministro delle presunte riforme, il “sospetto” Calderoli, ha presentato una proposta di riforma costituzionale per chiarire che il matrimonio è tra un uomo e una donna. Vorrei però far notare a Camillo Ruini, ex presidente della Conferenza Episcopale Italia, in sigla Cei, autore della pregevole (per la chiarezza) relazione ai vescovi stessi del 19 settembre 2006, che quando si parla di quattrini alle scuole confessionali (vale a dire una valanga di danaro pubblico che Parlamento, comuni, regioni, province hanno versato negli ultimi anni nella casse delle scuole private cattoliche) la Costituzione è “interpretabile”. Eppure l’art. 33 è inequivocabile, come dicono moltissime sentenze dei Tar e della Consulta, le scuole private sono equiparate a quelle pubbliche: “senza oneri per lo Stato”, mi sembra chiaro no? Eppure l’art. 33 non è un ostacolo per battere cassa a spese dei contribuenti, per finanziare scuole di parte che più di parte non si può (si pensi alla propaganda omofobica e misogina, che è parte integrante del processo educativo delle scuole confessionali). Invece, le infondate interpretazioni clericali dell’art. 29, quelle non sono interpretabili e devono prevalere sulla lettera di quel articolo”. 

In cosa gli omosessuali e l’omosessualità possono essere compatibili con la morale romano-cattolica? 

“Così come espressa da Ruini & co.? Praticamente in nulla, una contraddizione radicale, un conflitto insanabile. Ed è per questo che laddove le religioni monoteiste si trasformano in religioni di Stato, laddove, per esempio, il Corano sostituisce lo Stato di diritto, ma anche laddove la gerarchia romano-cattolica mantiene una forte presa sulla cosa pubblica, le leggi sono generalmente e violentemente antigay. Non è un caso che nei sette Paesi dove vige ancora la pena di morte per gli omosessuali la shar?’a (la legge divina contenuta nel Corano) sia la legge dello Stato. O che in Polonia il governo abbia proposto il licenziamento degli insegnanti gay e in Nicaragua Pastora per diventare presidente abbia “concesso” alla locale conferenza episcopale la criminalizzazione dell’omosessualità, unico paese dell’America latina”. 

Quindi le maggiori aspettative auspicano il più alto grado di indipendenza delle istituzioni civili?  

“È del tutto evidente che la laicità dello Stato, l’indipendenza del potere politico da quello religioso, la sovranità piena degli organismi statuali rispetto al potere ecclesiastico, diventano per lesbiche e gay una necessità vitale, un fatto “naturale”, pena l’irrilevanza, l’obbligo alla doppia vita, alla clandestinità, alla sofferenza di una vita quotidiana fatta di terrore e infelicità. Ed è proprio per questo che ormai buona parte dell’opinione pubblica democratica, non solo sostiene le battaglie del movimento glbt (gay, lesbico, transessuale e bisessuale), ma vi si riconosce e vi si identifica. Perché la libertà, per la quale si battono gli omosessuali, è esattamente la libertà dei moderni: quella libertà che prende anche il nome di “diritto universale alla propria identità personale” e alla “pari dignità sociale”.
Essere “diversi” non è più appannaggio e metafora dell’omosessualità, ma il diritto di ciascuno ad un proprio originale percorso di vita, legato a relazioni significative basate sull’amore e sulla libera ricerca della felicità. La grande simpatia popolare, checché ne dicano i sondaggi taroccati per ammissione degli stessi autori, verso la battaglia sul Pacs, sta proprio qui, vale a dire nell’idea di uno Stato laico che legifera secondo principi liberali e non secondo la ruiniana “etica dei principi”, dogmatici e indimostrabili. La laicità dello Stato entra nelle case delle nuove famiglie come pre-requisito essenziale per la conquista dei diritti delle coppie di fatto, delle persone conviventi, siano esse omo o eterosessuali, siano esse dello stesso sesso o di sesso diverso”.  

In parole semplici, come si può illustrare, in questo senso, un’etica laica? 

“Secondo l’etica laica della responsabilità, se il mio compagno o la mia compagna è in ospedale, io ho il diritto-dovere di assisterlo/a; se perdo il mio partner ho il sacrosanto, è il caso di dire, diritto a subentrare nel contratto d’affitto, di avere la pensione di reversibilità, di ereditare i suoi beni; se vivo in coppia da almeno due anni ho il diritto alle facilitazioni fiscali di cui godono le famiglie sposate, a non deporre in tribunale contro il mio partner, ad assisterlo in caso di detenzione. Secondo “l’etica dei principi” di Ruini & Co. tutto ciò non deve essere possibile. Anzi!
In una nota dell’agenzia Sir, l’organo di stampa dei vescovi romano-cattolici, quando si citano i casi raccolti nel “dossier sulle discriminazioni”, che le coppie di fatto subiscono a causa della mancanza di una legge di tutela, si arriva addirittura a parlare di “melassa pietistica dei casi individuali”, con un linguaggio violento, inumano e crudele, totalmente irrispettoso verso le persone che subiscono soprusi e sofferenze proprio per la mancanza di una legge come il Pacs. Ci sono persino casi di persone sotto processo penale per “violazione della legge cimiteriale”, perché andavano a mettere un fiore sulla tomba del proprio compagno”.  

Dicevi che questo appello agli aspetti più umani che sessuali della questione hanno attirato la simpatia anche di persone etero? 

“Se si tiene conto della crudele assurdità dei niet vaticani in materia di diritto di famiglia, se si considerano le statistiche sulla totale inosservanza della precettistica ufficiale cattolica in materia di morale sessuale da parte dei cattolici stessi, persino dei cattolici praticanti, si capisce bene la saldatura che finalmente è avvenuta tra movimento gay “laicista” e un sentimento più generale di rifiuto del fanatismo religioso e della sua acritica applicazione alle leggi dello Stato. Nel 2000, anno del giubileo cattolico, l’allora papa polacco Wojtyla pretendeva la sospensione della libertà costituzionale di manifestazione e di riunione, per impedire che si tenesse nella città di Roma il “World gay pride”. Rutelli ritirò il patrocinio del Comune di Roma alla manifestazione, Amato disse in Parlamento che “purtroppo c’era la Costituzione”. Per un anno intero non si parlò d’altro e l’8 luglio mezzo milione di persone sfilarono attorno al Colosseo. Qualche tempo fa, a Roma, si è tenuto il Pride il cui slogan è stato “parità, dignità laicità”. Era volutamente la risposta al Family day di Pezzotta & Co. La sfida è stata vinta, eravamo in un milione di persone e abbiamo dato vita alla più grande manifestazione per i diritti civili e le libertà della storia dell’Italia unita dimostrando che l’Italia è ancora quella del divorzio e dell’aborto, a maggioranza laica e secolarizzata. In quel momento gli omosessuali hanno interpretato e incarnato la stessa idea liberale della libertà. E la laicità dello Stato ha camminato sulla felicità e sull’entusiasmo della modernità”.

* Dice di sé:
Cristina Calzecchi Onesti. Nel 1962 è nata casualmente ad Ascoli Piceno e la casualità ha caratterizzato un po’ tutta la sua vita. Laurea in Lettere moderne mentre sognava Fisica alla Normale di Pisa e master biennale in “Giornalismo e comunicazione di massa”. Da qui la passione per la comunicazione tout court. Diversi anni nelle relazioni esterne e nei rapporti istituzionali l’hanno invece spinta, nell’ultimo decennio, a diventare giornalista della carta stampata, web e tv. In mezzo, uno splendido figlio, oggi perfetto ribelle adolescente di 15 anni. Sempre alla ricerca del miglior mondo possibile si lascia guidare solo dalla curiosità.

INTERVISTE. Rachele Zinzocchi - Mass media: specchio della violenza o cultura del male?

Viaggio tra accusa e difesa dei mezzi di comunicazione

Rachele Zinzocchi *

A che servono i poeti in tempo di povertà?

Così Friedrich Hölderlin, nell’elegia Brot und Wein, rappresentava poeticamente due secoli fa l’immagine di un mondo ove non vedeva che “povertà”: la dürftiger Zeit, il tempo magro e scarno in cui egli e i suoi contemporanei vivevano. Una povertà non certo solo materiale, ma anzitutto spirituale, dominata dal pensiero tecnologico, dallo scientismo – dalla globalizzazione, diremmo oggi: l’epoca “della scienza e della tecnica”, fatta d’immagini chiare e oggettive, protagoniste della scena da sole.
Non dissimile è il contesto odierno. Oggi più che mai viviamo l’epoca “della scienza e della tecnica”: un tempo di smarrimento e decadenza, da Tardo Romano Impero, innervato da uno spirito di violenza, forse espressione geneticamente modificata di una fantasia e un’immaginazione incapaci di muoversi sui consueti canali espressivi, e che emergono esplodendo. Così si va dal “giorno di ordinaria follia”, frequente nella nostra quotidianità, alla criminalità fatta di omicidi e stragi: una violenza vissuta spesso, purtroppo, come normale, cui i nostri occhi sono abituati. Anche perché i mass media rappresentano tutti i giorni per noi questa realtà: grazie a quotidiani, riviste e libri, ma anche e soprattutto tv, telegiornali, programmi d’approfondimento. Senza contare i film, le fiction, che dettagliatamente ci informano su come certi delitti (veri o ispirati dalla fantasia) si realizzano. E, ancora, il potenziale dominus della nostra informazione, Internet, con siti e testate giornalisticheon line aggiornate minuto per minuto. E, se siamo fuori, anche i telefonini possono inviarci notizie a qualsiasi ora. Il soggetto sa tutto, sempre. Soprattutto della violenza che lo circonda.
Sapere troppo può far male? Può spingere a passare dalla consapevolezza del fatto all’istinto, più o meno inconscio, di realizzare un giorno qualcosa di simile? L’accusa, spesso rivolta ai mass media, è infatti quella di aver operato un salto indebito: dal diritto di cronaca e di rappresentazione accurata della notizia, all’incentivazione verso i comportamenti violenti raccontati. I mass media scenderebbero tanto precisamente nei dettagli, narrando i fatti di sangue all’ordine del giorno, da arrivar quasi (magari involontariamente) ad educare alla realizzazione del crimine. “Sbattere il mostro in prima pagina”, ricostruirne gli atti, in modo per taluni morboso, finirebbe per trasformare il mostro in un mito, un eroe: di cui non si narrano più i gesti, ma le gesta da emulare.
Tale è il potere e la colpa dei mass media? Sono i crimini a ispirare scrittori, giornalisti, autori tv e registi che, con i loro prodotti, si limitano a rispecchiare la realtà, o è la comunicazione stessa oggi a ispirare violenza? La risposta è impegnativa. In gioco c’è la nostra libertà di giudizio: la capacità di agire liberamente, secondo coscienza, a prescindere dal bombardamento dei mezzi di comunicazione. Abbiamo girato la domanda a un pool di esperti: e i pareri sono stati tutt’altro che univoci.

“I mass media sono più che capaci di incidere nella realtà di oggi”, afferma Domenico De Masi, noto sociologo e professore alla Sapienza di Roma. “Oggi la comunicazione, con la sua forza, rappresenta un mezzo persuasivo più che espressivo. Altrimenti non si spenderebbero tanti soldi in pubblicità. I mass media hanno vero potere”.

Un potere negativo? 

“Come in ogni cosa, tutto dipende dal modo in cui un argomento viene trattato. Ma già la parola incide moltissimo sulle coscienze. Figuriamoci quando è accompagnata, come in tv o sul grande schermo, dalle immagini in movimento e dalla musica”.

Una potenza persuasiva e induttiva – del piccolo o grande schermo, ma anche dello schermo del computer, da cui passano le immagini e i video di Internet – ribadita anche da Maria Rita Parsi, psicopedagogista, psicoterapeuta e scrittrice, da sempre sensibile al tema della violenza, specie verso le donne e i bambini. Per lei, la forza delle immagini è un punto fermo: “Quella delle immagini è una potenza incredibile. Un tempo solo pochi potevano accostarsi ad esse, utilizzarle. Poi di punto in bianco, in una decina d’anni, siamo passati all’opposto. Oggi le immagini sono patrimonio di tutti: direi anzitutto delle persone più pericolose, che ne conoscono bene il potenziale, anche distruttivo. I talebani, ad esempio, le utilizzano strumentalmente più di noi quando, con le loro videoregistrazioni fatte anche col semplice telefonino, fanno girare in tutto il mondo riprese agghiaccianti. Le immagini più aberranti le abbiamo avute da loro”.  

È l’esempio più clamoroso della potenza della comunicazione, anche nell’ispirare violenza? 

“Certo. Proprio da queste realtà estreme si evince la forza e la potenziale ferocia delle immagini: che funzionano da sole, anche senza parole. Se su uno schermo vengono proiettate immagini drammatiche, esse sono in grado di comunicarci sensazioni ancora più drammatiche, innestando in noi tendenze comportamentali potenzialmente feroci”.

La tv ha una responsabilità particolare? 

“La tv è penetrata in maniera capillare nella nostra società: ma il problema sta nel potenziale delle immagini come tali. Con la loro intrinseca forza comunicativa, possono ispirare in chi guarda lo stesso istinto criminale che rappresentano. Pensiamo al web, al fenomeno YouTube, a tutti i siti che in questi mesi hanno proiettato video choc: di handicappati picchiati, di studenti che allungavano le mani su professoresse. Queste immagini bastano da sole a colpire chiunque, ed essere bombardati da tante rappresentazioni violente finisce con il farle apparire come fatti qualunque, facendo cadere infiniti tabù. I ragazzi che crescono con una simile educazione possono pensare che certe violenze facciano davvero parte della normalità quotidiana. I giovani poi sono ben più abituati di noi al mondo virtuale. Usano le nuove tecnologie come un’appendice del loro braccio, e la loro mente funziona per immagini: istantanee e frammenti che ritraggono realtà sempre eclatanti – da successo e soldi facili, a scandali, delitti. Da qui possono trarre l’idea di un quotidiano fittizio, da fabbricare per eccessi: fatto di visibilità e affermazione, di gesti sopra le righe, potenzialmente dannosi”.

Quale sarebbe la soluzione? 

“Dobbiamo imparare a capire come ragionano i ragazzi, il danno che un certo mondo può creare su di loro: superando il gap generazionale per cui i vecchi, meno abituati alla tecnologia, non hanno idea del potere delle immagini. Si deve cercare di mitigarne la ferocia: con un’educazione al loro uso, un’alfabetizzazione tecnologica. È la formazione dei formatori. Gli operatori della comunicazione vanno sensibilizzati e preparati, con un’attenzione che vada aldilà di tutto”.

Diversi i presupposti di colui che, proprio con un’immagine choc, fece parlare a lungo l’Italia: Luigi Bacialli, direttore di “Canale Italia” e già direttore de “Il Gazzettino”, ove poco più di un anno fa scelse di pubblicare la foto di Hevan, il “bambino mai nato”, il feto – vestito come un bimbo vero – che portava in grembo Jennifer Zacconi, massacrata dal fidanzato Lucio Niero quando, di lì a pochi giorni, avrebbe dato alla luce il piccolo. La foto fu pubblicata su esplicita richiesta della madre di Jennifer, Annamaria Giannone, per dimostrare come l’uomo le avesse strappato non una vita sola, ma due. Si scatenò un polverone. Chi rivendicava il diritto di cronaca e il motivo giudiziario alla base del gesto; chi accusava di morbosità, inutile e dannosa.

Difende ancora la sua scelta? 

“Certo. Direi anzi che quello è l’esempio di come i media dovrebbero comportarsi sempre di fronte a una notizia cruda, grave: noi trattammo la cosa in un modo che non poteva turbare nessuno. La foto era tenerissima, oltre che motivata da una precisa esigenza. Gestimmo tutto con delicatezza estrema: venendo incontro alle richieste della madre di Jennifer, senza recare offesa ad alcuno né creare alcun danno. Lo stesso principio va seguito in generale. Il diritto di cronaca è inalienabile: per mestiere abbiamo il dovere di raccontare ciò che accade, per filo e per segno, senza omissioni e senza guardare in faccia nessuno. Ma fondamentale è sempre il modo con cui la notizia è affrontata. Dobbiamo rispettare il diritto di chi legge o guarda a non venire molestato con un eccesso di dettagli, un’informazione strillata o esagerata: mai infierire sulla sensibilità del pubblico. Le notizie che diffondiamo hanno un impatto fortissimo: ma, se si lavora con attenzione nei toni e nei modi, tutto si può fare, tutto è informazione. Con la giusta misura, tutto è pubblicabile”.

Analoga la linea di Pino Belleri, direttore del settimanale “Oggi”, che di recente dal suo editoriale ha detto la sua sui processi fatti a “noi giornalisti, sia della carta stampata sia della Tv, accusati di spettacolarizzare senza ritegno i grandi casi di cronaca (da Cogne a Vallettopoli), di rimestare nel sangue e nella vita di chi è coinvolto e nella morbosità del pubblico per qualche copia e qualche punto di share in più”. Chiara la sua posizione: “So che occorre stare attenti, rispettare i bambini, avendo temperanza nel trattare certi argomenti. Ma so anche che è difficile resistere alla tentazione di mettere Annamaria Franzoni in copertina: il fatto di Cogne è unico, ha segnato uno spartiacque storico. Dopo è venuta la strage di Erba: ora anche con Rignano sarà lo stesso”.

I media hanno dunque responsabilità? 

“Attenzione. Se da parte nostra ci vuole continenza, dall’altro occorre anche ricordare che a darci le notizie – e con una velocità impressionante – sono gli altri. Noi giornalisti non facciamo tutto da soli: se, come nel caso Rignano, neanche c’era stato il tempo di chiudere la seduta con gli interrogatori delle bambine che subito gli avvocati avevano già detto di tutto e di più, è chiaro che poi noi scriviamo. Le responsabilità, insomma, sono di qualcun altro: solo in parte possono attribuirsi alla stampa. L’avv. Taormina, per esempio: io non ho nulla contro di lui ma, guarda caso, dopo aver lasciato Cogne ora ha iniziato a seguire il caso Rignano. Smania per fare il protagonista: basterebbe lui per diffondere le notizie. La cronaca nera attira: ma c’è anche un bel po’ di snobismo in chi fa queste critiche. Poi, come si dice per la tv, esiste il telecomando: si può usare e cambiare, se si ritiene dannoso o non piacevole ciò che si vede o si legge”.

“Sono i media che vanno alla ricerca della notizia negativa, mai di quella positiva”, afferma invece l’avvocato Maurizio Paniz, onorevole di Forza Italia e legale dell’ingegner Zornitta, in passato al centro del caso “Unabomber”. “È la cronaca nera che si cerca: e i mezzi di comunicazione esercitano un grande condizionamento. La società è molto più sana di quanto non venga presentata, ma la sua bellezza non è mai messa in evidenza: non sarebbe messaggio mediatico abbastanza d’impatto”.
Anche nel mondo politico, però, i pareri non sono concordi. A liberare i mezzi di comunicazione da colpe e responsabilità è, anzitutto, l’On. Daniela Santanchè: “L’informazione non enfatizza. Il vero problema siamo noi. Ci stiamo trasformando in struzzi che non vogliono vedere la realtà. Un tempo avevamo una tensione ideologica che rappresentava le nostre scelte di comportamento. Oggi non c’è alcuna tensione etica. Ci siamo abituati a tutto: a violenze, atti criminali più o meno piccoli, come il racket dell’elemosina ai semafori, o anche solo una signora benvestita che butta il pacchetto delle sigarette per terra. Ma questo degrado generazionale facilita l’accesso ad atti molto più gravi, ritenendoli magari normali”.

La violenza sta dunque anzitutto nella società come tale?  

“Sì, e la colpa è nostra: mia e di tutti noi, di tutte le madri o i genitori che non educhiamo bene i nostri figli a una crescita sana. Io, nel mio piccolo, cerco di avere coraggio, di portare avanti le mie battaglie. Ma forse non sappiamo più educare come dovremmo”.

Non troppo distante l’On. Publio Fiori, leader di Rifondazione Democristiana: “Lo Stato ha rinunciato al principio di legalità. C’è il delitto e non c’è più il castigo”, afferma. “È vero che la tv è divenuta modello di sviluppo e di vita, con un Corona che fa scuola e rende eroi quelli come lui. Ma attribuire la colpa di tutto ai mass media è fuori luogo. Il vero problema sta nel nichilismo della nostra epoca, nella politica che non ha più riferimenti morali. Certo, talora i mezzi di comunicazione sono al servizio della politica, delle grandi centrali finanziarie. Ma il problema è altrove”.

Diversa la visione di Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani:“Penso che ognuno di noi abbia più o meno coscienza della parte di violenza che ci abita. Ci facciamo i conti ogni giorno cercando di convertirla da energia distruttiva e/o autodistruttiva a forza positiva e di crescita umana. È indubbio però che qualcosa ci sfugga, o perché non la riconosciamo come negativa o perché non riusciamo a dominarla. È così che consumiamo i nostri piccoli (ahinoi, a volte grandi!) atti di violenza quotidiana. Ciò che offende e che trovo estremamente pericoloso in buona parte di ciò che viene trasmesso dai mass media non è la rappresentazione o la documentazione della violenza che c’è, che esiste, ma la superficialità con la quale si affrontano i fatti della vita, spesso impartendo lezioncine di morale che lasciano indifferenti gli spettatori.

Non mirando alle immense capacità umane, alla curiosità e alla voglia di conoscenza, al bisogno di ricerca che è connaturato con l’essere umano, si finisce per assecondare o passività e pigrizia o aggressività fine a se stessa. D’altra parte”, continua “cosa ci può aspettare da mass media pubblici (o parapubblici con proventi privati) che nel 2007 sono ancora lottizzati da partiti (e sindacati) che perdendo ogni giorno di più consenso sociale cercano di distrarre il pubblico con banalità, superstizioni, dosi massicce di confessionalismo? Nonostante ciò, sono molto ottimista per il futuro. I vecchi modi di fare comunicazione di potere saranno presto soppiantati dalla libertà che offre il mezzo Internet: libertà di ricerca, di conoscenza, di crescita umana che si realizza ogni volta che si accetta e governa il conflitto, l’asimmetria, la dissonanza, la diversità”.

E i pareri dal mondo dello spettacolo? 

Anche in questo caso, sfaccettati. “I media hanno una loro responsabilità”, afferma Irene Pivetti, già conduttrice di “Tempi moderni” su Rete 4. “Scelgono bene cosa raccontare e plasmano la notizia. Perciò serve una deontologia che eviti la morbosità, per rispetto dei minori. Ma non dobbiamo scandalizzarci se la tv, che deve fare i conti coi grandi numeri, è più sensibile alla “spettacolarizzazione”. E comunque non è la tv il primo responsabile. Può ispessire la nostra pelle, ma ad istigare alla violenza è la degenerazione presente nel nostro mondo: un diffuso senso di inadeguatezza, l’idea che per forza si debba essere vincenti, di successo, che per essere qualcuno nella vita si debba fare i gradassi il sabato notte con la macchina. Di questo i media non hanno colpa”.

Vicina Dalila Di Lazzaro: “Il crimine rappresentato in tv può costituire un imprinting negativo. Fiction, film o anche programmi lo rendono popolare: sino quasi a farlo diventare un atto comune. Ciò è gravissimo: può costituire una spinta alla violenza. Ma la radice della criminalità sta nel nostro sistema giudiziario. Da noi non c’è giustizia: se commetti un crimine, il giorno dopo vieni liberato. Se vi fosse reale certezza della pena – con leggi vere, senza condoni – allora sì che i criminali si metterebbero paura, e forse la violenza diminuirebbe. Uno Stato severo dovrebbe proteggerci”.

Pupi Avati ricorda: “Fino a qualche decennio fa, il cinema ha inciso sul vivere sociale, ma si trattava di un’incidenza anche in positivo. Per quei tempi, qualche responsabilità – nel male, ma anche nel bene – si può attribuire al grande schermo. Ultimamente però il cinema è diventato elitario: ha perso ogni ascendente e non influisce sulle coscienze”.

E il piccolo schermo? 

Ne parla Paola Gassman, figlia del celebre Vittorio, attrice e scrittrice: “La violenza esiste, forse predomina sugli aspetti positivi della realtà. Ma sembra quasi che i mezzi di comunicazione provino un sottile piacere nel fare emergere proprio questa violenza. E il rischio è di fomentare certi istinti”.

Più deciso contro tv e mass media è Claudio Martelli: “L’influenza della comunicazione sulla violenza nella società c’è eccome. Il cinema americano è quello che più ha rappresentato la violenza: dalla “ordinaria follia” dell’uomo comune alla violenza sulle donne. Un Quentin Tarantino, apogeo di questa tendenza, si difende dicendo di limitarsi a rappresentare la violenza già presente nella realtà: la stessa giustificazione rivendicata oggi da tanti giornalisti e conduttori che danno spazio alla violenza. Ma al fondo c’è una grande ipocrisia. È inutile far finta di occuparsi dei fatti di violenza per un dovere di informazione, o perché si deve dar voce a tutti gli aspetti della realtà. La violenza è merce che in tv si vende bene: carpisce come il sesso. Si tratta di istinti primordiali, crudi, che fanno parte della mente umana: perciò attraggono.

La letteratura che tira di più è quella giallistica, criminale. Da qui una speculazione diffusa che arriva a mettere in scena, come in una fiction, gli atti di violenza, gli assassini, leggendo e sceneggiando persino i verbali della polizia: come è accaduto con Cogne o la strage di Erba. Senza contare lo spettacolo offerto dai tg, pieni di violenza mostrata in primo piano. Molti si difendono proprio dicendo che i telegiornali per primi mostrano fatti criminosi a qualsiasi ora: che è la realtà che offre violenza. Ma è davvero utile metterla in scena, aggiungerci poi elementi di morbosità acuta, quasi malata? Non credo proprio. Si può tranquillamente farne a meno, attraverso un sano autocontrollo”.

I mass media possono dunque essere pericolosi? 

“Sì, soprattutto quando si rischia di andare a colpire le menti di bambini e adolescenti, che hanno meno strumenti di auto-tutela. Qui lo scandalo si fa grave. I giovani hanno meno marcato il senso del limite. Dinanzi a certe rappresentazioni, possono superare facilmente il limite. Vogliono sperimentare e sperimentarsi: e sono attratti da quanto viene loro mostrato. Perciò non possiamo stupirci se poi accadono fenomeni come il bullismo nelle scuole, gli eccessi tra gli ultras del calcio. Ci vorrebbe più disciplina: dal latino discere, imparare a rispettare le regole”.

La nostra ricerca non sembra far emergere una risposta predominante. E i media restano in bilico, sul banco degli imputati. “D’altronde la questione è vecchia come il mondo”, commenta Paolo Graldi, già direttore de Il Messaggero. “Sta nella letteratura di tutti i tempi. Persino la Divina Commedia ci racconta che il mondo è cattivo: rappresenta la società dell’epoca. Oggi i media sono specchio della violenza o la ispirano? Se l’intento è malevolo, compiaciuto, si rischia che la rappresentazione si trasformi in un modello negativo da emulare. Altrimenti, se l’intento è finalizzato a indicare un pericolo, può essere utile. La responsabilità del giornalista consiste nell’avere caratura culturale, nell’essere critico e documentato nel rappresentare il male. Così potrà fare un buon uso dello strumento che ha in mano, con misura e competenza, maneggiando con delicatezza la sensibile materia da affrontare. Noi infatti lanciamo messaggi, ma non sappiamo chi li riceve dall’altra parte, né l’effetto che possono produrre”.

Oggi i mass media tendono a ispirare violenza? 

“Gli strumenti in nostro possesso non sempre vengono usati bene. Internet, per esempio, spesso è al servizio di fini addirittura criminali, come la pedofilia. Il crimine è già un male endemico: ma l’uomo è attratto da ciò che è male, e la rappresentazione della trasgressione può attirarlo in modo morboso. Perciò la stampa non deve farsi guidare da un malinteso senso di libertà: occorrono regole, per adeguarsi a questo tumultuoso cambio del pianeta”.

Pessimista un emerito rappresentante dei diritti dei cittadini, l’avv. Carlo Rienzi, presidente del Codacons: “I media vanno sempre alla ricerca della notizia estremizzata, di uno spunto che faccia clamore. Sembrano godere quando possono dire che tutti sono stati in silenzio dinanzi a una ragazza stuprata. È terrificante che il giornalista chieda subito dov’è la notizia, se si possa spingere un po’ su certi aspetti”.

Incalza Gigi Vesigna, illustre firma di “Famiglia Cristiana”. “Stanno tutti esagerando. Non dico che certe notizie non vadano date: sarebbe una prospettiva quasi fascista, ingiusta. Ma taluni soffrono di un inconscio senso di protagonismo, privo di un solido pensiero etico: dare a loro tanta pubblicità di fatti di sangue, come i sassi lanciati dal cavalcavia, gli stupri, la violenza nelle scuole, può essere dannoso. I media dovrebbero piuttosto educare, senza dare questi esempi. Vale anche per i telegiornali. Ce ne sono un paio che hanno due filoni: il gossip esasperato e l’esibizione del dolore. Non c’è morto ammazzato per cui non si corra subito a prendere le prime dichiarazioni dei parenti. È un modo per sbattere il mostro in prima pagina. Il caso Corona, seppur si tratti di ben altra vicenda, lo dimostra. Non è un crimine, ma c’è una specie di elegia quando si parla di lui. Così diventa facilmente il modello da emulare”.

L’accusa verso i mass media, dunque, è sempre presente: nel mirino, anche i telegiornali. Come si è visto, non mancano però i difensori. E, quasi a sorpresa, a togliere almeno in parte qualche responsabilità ai mezzi di comunicazione è Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori che pur tante volte ha stigmatizzato la tv e certi suoi messaggi. “I mass media si limitano a rappresentare la realtà, fanno cronaca”, dice. “Nessuna imputazione preventiva deve essere mossa verso di loro. È vero che oggi le immagini hanno una forza particolare e sono facilissime da realizzare: basta un videofonino per riprendere tutto. La cronaca è sempre più videocronaca, i mass media audiovisivi, al punto che per molti un caso come l’impiccagione di Saddam, se non fosse stata ripresa dalle immagini, quasi non sarebbe esistita. Dalla violenza rappresentata nella sua crudezza si può, talora, arrivare anche a forme di voyeurismo, con immagini che spaventano, incutono ansia, hanno effetti emotivi forti: come la metabolizzazione e normalizzazione della violenza stessa, un’anestesia nell’elaborazione del dolore, con conseguenze gravi per le menti fragili e possibile spinta all’emulazione. È già successo con fatti di sangue come Cogne o Novi Ligure: danno l’avvio a fenomeni di emulazione, che poi si smorzano con lo smorzarsi della attenzione dei media”. Detto questo, però, “un simile fenomeno riguarda solo una piccola parte di persone e di pubblico. Non bisogna fare di ogni erba un fascio. La violenza c’è nella società, prima di tutto”. Ma anche in questo caso, non manca l’attacco: “Semmai qualche responsabilità diamola non tanto ai reality o alla cosiddetta tv trash, bensì ai tg, in onda in fascia protetta. Molti videogiornalisti sono andati oltre i loro limiti. Ricordiamo una sentenza della Cassazione: il diritto della tutela del minore viene prima del diritto di cronaca”.

* Dice di sé:
Rachele Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa – sulla metafisica e la finitezza umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa “pensare”: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.

MICHAEL ENDE“Tutto ciò che accade, tu lo scrivi”, disse. “Tutto ciò che io scrivo accade”, fu la risposta.

(da La storia infinita, 1979)

AMARCORD. Ottavio Rossani - Mario Tobino, il ricordo di un incontro

Abituati a definire migliore o peggiore un libro, ci si dimentica che lo stile di uno scrittore è un fatto complesso

Ottavio Rossani *

Ho incontrato Mario Tobino per caso, un giorno del lontano 1988. Era settembre, e a Montalcino la famiglia Cinelli Colombini, a ridosso della vendemmia, celebrava i fasti della Fattoria dei Barbi e del celeberrimo Brunello (una delle bottiglie centenarie era stata aperta al Quirinale, davanti a Pertini, e all’assaggio il nettare era risultato perfettamente conservato, con grande gioia del Presidente che amava il vino buono, soprattutto quello d’annata), attribuendo come ogni anno i Premi Colombini per la letteratura e per il giornalismo.
Per la narrativa il riconoscimento quell’anno (in occasione della settima edizione) è andato appunto a Mario Tobino, per tutta la sua opera che celebra, dove più dove meno, la campagna, la vite, il vino, la Toscana (questi requisiti erano necessari per essere selezionati dalla Giuria). La mecenate che ospitava intellettuali, giornalisti, politici, operatori del mondo vitivinicolo, era Francesca Cinelli Colombini, titolare dell’azienda e presidente del Premio.Oggi lei non si occupa più della produzione. Ha lasciato tutto in mano ai figli, che si sono divisi l’azienda. Il maschio, Stefano, è rimasto alla Fattoria dei Barbi, la donna, Donatella, ha ereditato invece i poderi di Trequanda (fuori dalla zona di produzione del Brunello) che si chiamano Fattoria del Colle e ha ricevuto anche il Casato, un podere accanto alla Fattoria dei Barbi, dal quale produce un Brunello del Casato Prime Donne. Oggi quel premio non c’è più. È stato però sostituito dal Premio internazionale “Prime Donne”, di cui è presidente onorario ancora Francesca Colombini, organizzato, però, totalmente dalla figlia Benedetta Cinelli Colombini, la quale ha imparato dalla madre a fare l’imprenditrice, ma anche l’arte della promozione dei prodotti (vini, salumi, formaggi).
Quel settembre, 1988, ho avuto la fortuna di essere invitato alla tre giorni di soggiorno, degustazione e consegna dei premi, nello scenario delle cantine della Fattoria, che si snodano sotterranee per un paio di chilometri. In quell’ occasione sono stato ospitato nella foresteria, una palazzina in cui c’era un appartamento con due camere da letto e una cucina-soggiorno molto grande in mezzo, con un bel camino, all’uso delle case rustiche della campagna toscana.
E in quell’appartamento l’altro ospite era proprio lui, lo scrittore Mario Tobino. Poiché io avevo l’auto e la casa padronale distava dalla dependance due o tre chilometri, la signora Francesca mi aveva pregato di accompagnare lo scrittore, ormai anziano (allora aveva 78 anni). Perciò, non solo ho fatto la conoscenza dello scrittore, ma ne sono diventato, per tre notti, coinquilino e in pratica l’ho scarrozzato avanti e indietro dalla casa dove si svolgevano le cerimonie del Premio. Durante quei brevi viaggi, ma soprattutto durante le pause di riposo nell’appartamento, ho avuto la ventura di parlare a lungo con lui: della sua vita, delle sue opere, delle sue gioie e delle sue delusioni.
L’anno prima aveva pubblicato “Tre amici” (Mondadori): è stato l’ultimo suo libro. Ma nelle nostre conversazioni, soprattutto notturne, perché lui non riusciva a prendere sonno e passava dalla camera da letto al bagno e al soggiorno, tornava la sua avventura in Libia, le sue esperienze negli ultimi anni del fascismo, la Resistenza, il dopoguerra, la direzione del manicomio di Lucca, la famiglia, la scrittura, la buona cucina,    il buon vino, le difficoltà della vecchiaia.
Mi resta impressa nella mente la sua necessità di parlare per sconfiggere i fantasmi dell’insonnia. Non era solo la letteratura ad interessarlo, ma tutto. Raccontava episodi della sua vita, ma faceva anche molte domande. Ha voluto sapere tutto di me, della professione giornalistica, della mia famiglia, delle mie aspettative, dei libri che avevo pubblicato e di quello che stavo progettando (una biografia critica di Leonardo Sciascia, poi uscita nel 1990 con l’editore Luisé). Il risultato è stato, oltre ad un’amicizia che è durata fino alla sua morte, l’11 dicembre 1991, un articolo che ho pubblicato sul “Corriere Medico”. Lo riporto qui, con la consapevolezza che non è esaustivo né del personaggio, né dello scrittore, né dell’intensità del rapporto amichevole nato da quel primo incontro fortunoso e casuale.

“Mario Tobino, 78 anni, scrittore. Ma, per 40 anni, psichiatra. La biografia si riduce a questo. Del resto, nella vita di altri scrittori ci sono forse meno cose. In alcuni, come per esempio Mario Soldati, ce ne sono forse troppe. Tutto questo comunque è relativo: serve per presentare una carta d’identità. Sarebbe facile ora concludere che Mario Tobino ha cominciato con le pazze e sta finendo con le sue ex-pazze, sempre nello stesso luogo, l’ex manicomio di Maggiano, sempre nelle due stanze che occupava finché ne è stato direttore. Adesso però le occupa come ospite “speciale”, perché così ha deciso il consiglio d’amministrazione quando egli è andato in pensione. È stato il modo di dirgli grazie.
Quando Tobino è lì ha diritto di vitto, alloggio, stiratura e assistenza. In questa Italia piena di contrasti e di trascuratezze verso gli anziani, il provvedimento dell’ospedale psichiatrico di Lucca resta un fatto di rilievo, di grande umanità, un segnale di gratitudine da parte di una pubblica amministrazione per un suo efficace servitore. Una prova che, se gli uomini vogliono, possono anche non dimenticare il valore e le tracce lasciati da una persona. Basti pensare che solo da poco è stata approvata per gli scrittori e gli intellettuali indigenti, ma “di grande lustro”, la cosiddetta “legge Bacchelli”, che prevede uno stipendio e un’assistenza gratuita. La legge è stata promulgata per l’autore de “Il mulino del Po” che, gravemente malato, non aveva alcuna risorsa per curarsi. Da allora hanno usufruito del beneficio scrittori come Anna Maria Ortese e Mario La Cava. Attualmente ne gode la poetessa Alda Merini (aggiornamento all’oggi dell’A.).
Mario Tobino è all’apice della sua creatività e della sua notorietà. Forse meritava anche di più sia nella storia letteraria sia nel riconoscimento umano della sua opera culturale. Comunque ha avuto molto: tutti i premi importanti in Italia. Per esempio, il premio Strega per “Il clandestino”, uno dei suoi romanzi più famosi, ma forse non il migliore. Sul piano critico c’è sempre da discutere. Abituati a definire migliore o peggiore un libro, ci si dimentica che lo stile di uno scrittore è un fatto complesso, con un prima e un dopo; che scrivere è un percorso sempre in evoluzione; che l’attività di uno scrittore cambia ogni giorno e, di conseguenza, si modifica lo spessore, l’asprezza o la dolcezza delle sue espressioni, e si distilla la sua vena inventiva. Perciò dire che “La brace dei Biassoli” è il libro più bello di Tobino è inutile, perché assolutamente soggettivo. Il lettore e il critico sono liberi di esprimere preferenze, secondo gli strumenti di valutazione di cui dispongono, ma stilare graduatorie come si fa ormai tutte le settimane è solo un gioco e non ha alcun valore sul piano critico.
Solo il tempo stabilisce quale libro ha una vitalità al di là del suo tempo di uscita. Il Machiavelli, tanto amato da Tobino, oggi è ancora venerato per “Il Principe”le altre opere sono corollari a quell’unica grande intuizione che la politica è un ferreo teorema del potere, che ad esso tutto sacrifica e strumentalizza, primi tra tutti i sentimenti.
Tuttavia bisogna ammettere che per Mario Tobino l’età della pensione è stata una terza giovinezza, dopo la campagna di Libia e la lunga esperienza come psichiatra. E i libri che ha via via pubblicato negli ultimi dieci anni sono nitidi, efficaci, perfino più fantasiosi dei primi. Per esempio “La ladra” (1984), “Zita dei fiori (1986), “La verità viene a galla” (1987) e infine “Tre amici” (1987). Il penultimo “La verità viene a galla” sembra lo slogan conclusivo della sua carriera di psichiatra e di scrittore. Quale verità? Quella che dimostra la sua aderenza ai problemi “di testa” delle persone che vanno a curarsi (e lasciamo stare se è colpa di qualcuno o perfino di tutti; Tobino non era d’accordo sulla legge Basaglia, che nel 1980 ha chiuso i manicomi) oppure quella che dimostra come il suo raccontare entra sempre più dentro le ombre dell’anima umana. Come dire: se c’è la sostanza, prima o poi il risultato si può vedere. E nella sua vita, ospedaliera o letteraria, la sostanza c’era, c’è. Quindi il risultato, per quanto lo riguarda, si vede, eccome.
Quando ho letto alcuni anni fa “Il perduto amore” ho provato emozioni più articolate rispetto alle altre situazioni, pure drammatiche, descritte nei libri precedenti e più famosi come “Per le antiche scale” o “Le libere donne di Magliano”, libro nel quale esprime una vis polemica verso la legge 180 (detta Basaglia) che dissolvendo il sistema dei manicomi non aveva risolto il problema di dove e come curare i “malati di mente”. Un fatto gravissimo di “rimozione sociale”, dice Tobino. Ancora oggi una piaga italiana irrisolta.
E tuttavia lo psichiatra Tobino, in un modo strettamente personale, il problema l’aveva risolto: con una dedizione assoluta verso le sue pazienti, vivendo insieme con loro nello stesso luogo; scrivendone le storie nelle lunghe notti in quelle due stanzette, riuscendo così a ripercorrere, sia pure in chiave fantastica, il dilemma esistenziale di chi ragionava o non ragionava in altro modo. Un centro, quello diretto da Tobino, non come il “nido del cuculo”, reso torvamente famoso dal film con Jack Nicholson, ma una casa di ricovero per donne disadattate, che riuscivano a trovare una condizione di vita all’interno di un equilibrio architettato dalla presenza di “Mario” o di “Tubino”. Alcune di quelle ospiti sono ancora lì; egli le incontra ogni volta che va a trascorrervi qualche giorno, sempre più spesso, da quando la sua compagna è morta. La Paola prima lo aspettava nella casa di Fiesole, dove aveva apprestato uno studio per lui e dove per ore non gli rivolgeva la parola lasciandolo nel suo creativo silenzio, finché la penna non avesse sciolto il grumo di un racconto, non avesse annotato l’idea che lo incatenava da un’ora o da un giorno.
Tutto, quindi, nella vita degli uomini ha senso se è collegato alle emozioni. La storia del soldato che, finita la guerra, torna in Italia e qui perde l’amore della crocerossina-contessina, a causa delle loro differenze sociali – in Africa invece contava, durante la guerra, soltanto il contatto umano – mi ha provocato una gamma di sensazioniimportanti, anche se mi rendevo conto che quella scrittura era meno raffinata, meno distillata di altre. Anche per Tobino quella storia de “Il perduto amore” è molto viva, forse più amata di tante altre: in quelle pagine c’è l’abbandono, c’è il ricordo di un’esperienza, c’è la ferita della guerra che non si è mai rimarginata. “Ho indagato molti umani misteri – racconta –, ma i miei soldati mi sono rimasti dentro più di tutto il resto. Perciò mi devo fare fretta, perché devo ancora scrivere di loro. Li rivedo, mi parlano, mi chiedono. E io devo ancora loro rispondere”.
Si comprende dai suoi ricordi, dalle sue parole, dai suoi incubi notturni, che quei soldati sono ancora lì a combattere senza sapere perché, a morire per una causa che non capiscono, e lui che si è salvato sente in sé la colpa di non averli protetti. In realtà non è colpa sua, ma intanto sono morti. Ed egli se li sente addosso, attorno, con voci strozzate, e vorrebbe confortarli. Ma non c’è conforto per loro. Di conseguenza, nemmeno per lui. Non è stato sufficiente scrivere “Il deserto della Libia”, quel romanzo da Spoon River italiana collocata in Libia (da questo libro sono stati recentemente tratti addirittura due films: il primo “Scemo di guerra” di Dino Risi e il secondo “Le rose del deserto” di Mario Monicelli. Nota postuma dell’A.).
Incontrare Mario Tobino non è difficile. Non dice quasi mai di no. È disponibile quasi con tutti. Se poi si tratta di amici, li aspetta. Sarà la solitudine della vecchiaia, ineliminabile; saranno i suoi fantasmi giovanili, guerreschi, o demenziali, che lo rincorrono di giorno o di notte; il fatto è che se non scrive conversa; se non parla osserva; se non guarda sogna, e se si trova in un salotto, ad un pranzo, ad una festa, si può scommettere che viene attorniato subito da belle dame. Perché lui ha sempre una frase poetica per ognuna di loro, regala sempre un ricordo dolce, romantico, avventuroso: insomma è un uomo di charme.
Quando l’ho incontrato a Montalcino, nella Fattoria dei Barbi, nella casa della signora del vino, il gran Brunello, la contessa Francesca Colombini, che presiede la giuria del premio Colombini, l’ho visto in questa luce di seduzione. Era lì per essere premiato come narratore di ambienti vinicoli/agricoli in cui la vita è quella terragna della campagna. La motivazione è stata chiara: perché è uno scrittore “ispirato a temi, problemi, e aspetti della campagna toscana”. Non è il primo riconoscimento letterario che Tobino si aggiudica, ma questo è diverso: nessuno è profeta in patria, soprattutto in Toscana, e invece il premio Barbi Colombini ha voluto invertire la tendenza e proporre all’attenzione proprio quegli scrittori che della Toscana, cioè “della patria”, hanno parlato rendendola illustre e famosa.  Chi più di Tobino ha parlato della Toscana e della sua Viareggio? Egli è chiamato addirittura il “poeta di Viareggio” per quelle pagine sottilmente eleganti di “Sulla spiaggia e di là del molo”, nelle quali aleggia un lirismo che altrove egli ha scarnamente centellinato.
Nella foresteria della Fattoria m’è capitato di fargli da “bastone”: dopo le cene con gustosi menù rinascimentali, dopo   i Brunelli d’annata, dopo le grappe, Mario Tobino aveva abbandonato il suo abituale aplomb, pur sempre esuberante. L’ho accompagnato “a casa” (la foresteria), mentre saltava da una citazione dantesca a Pascoli, da Virgilio ad Orazio, da Manzoni a Giusti. Finché non ha deciso di andare a letto – e per qualche tempo l’ho sentito borbottare prima di cadere nel sonno, come se fosse aggredito e dovesse difendersi – non ha fatto altro che rievocare episodi tristi o allegri. “La mia Paola. Trent’anni insieme. Non c’era ragione di sposarsi. Lei aveva avuto già un marito e aveva già due figli. Per me è stata importante – ha raccontato. – Arrivavo a casa sua e cominciavo a scrivere. Non mi domandava niente. Faceva il vuoto attorno a me. Poi, al momento giusto, era una perfetta lettrice dei miei libri. Bella, intelligente e colta. Dopo il successo de “Il clandestino” sono diventato abbastanza ricco e potei ripagarla, ma solo in qualche cosa…”.
Di palo in frasca. Da Fiesole in Libia. “Arrivò nella tenda un soldato sfracellato. Mi chiese: “Sto per morire?”. Lo guardai e decisi di dirgli la verità: “Sì”. Allora lui: “Sono romagnolo. Non mi hanno battezzato. Vorrei essere battezzato”, mandai a chiamare il tenente cappellano, ma non venne. Gli aerei inglesi stavano bombardando il nostro campo. Ebbe paura. Allora ordinai a un soldato: “Ghezzi, la borraccia!”. Con quell’acqua recitai al moribondo: “Io ti battezzo nel nome del Padre…”. Mi sorrise, puro. Dopo tre minuti spirò. Ero furente. Presi la pistola e uscii dalla tenda a cercare il cappuccino, che era ancora nascosto nella buca. Come mi vide si gettò in ginocchio e implorò: “Perdonami, fratello. Ho avuto paura”. Non mi venne nemmeno una parola contro di lui. Con gli occhi gli mandai il mio disprezzo, ma anche la mia pietà, e me ne tornai nella mia tenda”.
E ancora, un altro ricordo/incubo notturno. “Volevo iscrivermi a lettere. Mio padre mi disse: “Aspetta un giorno. Rifletti. Se sarai medico, sarai più libero, anche di scrivere”. Ascoltai il consiglio e mi iscrissi a medicina, a Bologna. Divenni psichiatra, per caso, perché c’era un posto libero e io volevo lavorare subito. A Lucca, ogni volta che finivo un libro, mi dicevo: ora faccio come gli altri, mi sposo, avrò dei figli, una casa. E invece no. In manicomio i matti diventano dei familiari. Non si può abbandonarli perché è finito l’orario di lavoro e bisogna tornare a casa. Così ricominciavo un altro libro, e restavo lì, sempre a disposizione di quelle matte che mi stavano attorno”.
Per percorrere in 40 anni di vita professionale “le antiche scale” del manicomio, Tobino ha sentito il bisogno di scrivere alcuni libri. Proprio con il romanzo “Per le antiche scale” nel 1972 ha vinto il Premio Campiello. Le risalite e le discese su e giù per i gradini della follia potrebbero essere tuttavia infinite, le più varie. Quel che Tobino non ha scritto lo racconta a voce. Il flusso dei suoi ricordi è una vita intera. Non basta un articolo a renderne conto. Ce ne vorrebbero altri, magari un intero libro. Per ora posso dare questa breve testimonianza. Solo un affettuoso incontro. Perciò, fine”.

Sono venuti poi altri colloqui. Ma non ho trascritto più le nuove conversazioni, i suoi nuovi “vecchi” ricordi. Ora me ne pento. A quest’ora avrebbero potuto formare veramente un libro. La vita però è tumultuosa. E dopo Tobino sono seguiti altri scrittori in Italia e in giro per il mondo. Mi ritrovo quindi nell’età in cui, come è accaduto a Tobino con me, si comincia a raccontare cose viste, persone avvicinate, luoghi mitici. Perciò quest’incontro con Tobino rivive qui. Con commozione..

* Dice di sé:
Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della Sera”. Laurea in Scienze politiche e sociali. Come inviato speciale, ha viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto in America Latina, firmando reportage, interviste, analisi su questioni e personaggi della politica, del costume, della letteratura. Ha pubblicato una decina di libri. Poesia: tra gli altri, “Le deformazioni” (Campironi, 1976), “Falsi confini” (Xenia, 1989), “Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992), “L’ignota battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo: “Servitore vostro humilissimo et devotissimo” (Bonanno, 1995). Saggi: tra gli altri, “L’industria dei sequestri” (Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé, 1990), “Le parole dei pentiti” (Datanews,  2000), “Stato società e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibro, 2003). Ha curato alcune regie teatrali e diverse mostre personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in Italia e all’estero. Da ottobre 2007 è responsabile del blog dedicato alla Poesia sul “Corriere della Sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano elettronico.

WOODY ALLEN

Ho 12 anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico.

(da Zelig, 1979)

AMARCORD. Roberto Sangiorgi Colangelo - Un sogno, gli Abba!

Ci legava ai quattro svedesi un sincero affetto, una rara devozione musicale

Roberto Sangiorgi Colangelo *

Sono passati quasi trent’anni, eppure sembra ieri; eravamo a dir poco elettrizzati, avevamo cominciato a preparare i bagagli già una settimana prima, con quel pizzico di ansia, unita ad una buona dose di adolescenziale incoscienza, che ci prendeva al pensiero dell’avventura che ci si prospettava: una settimana a Londra, e ancor più, il concerto dei “nostri” Abba alla Wembley Arena, per quella che, nel novembre del 1979, sarebbe stata poi la loro ultima tournée europea.
Tramite una fitta rete di riviste musicali, fanzine specializzate, amici di penna sparsi un po’ in tutta Europa, eravamo riusciti a prenotare, ed ottenere, due biglietti per il concerto del 6 novembre, già nella primavera precedente. Ma in quei momenti, tutto sembrava ancora lontano, ovattato: c’era la scuola da finire, gli esami di maturità che, spauracchio di tutti gli studenti, ci aspettavano, il lavoro  estivo come camerieri nelle località balneari alla moda per mettere da parte i soldi del viaggio, l’iscrizione all’università… E tutto questo passò rapidamente, allegramente, con quella leggerezza che solo i 19 anni sanno dare.
Le mamme, ovviamente, erano preoccupate: sette giorni a Londra, così lontano, e per di più da soli, unicamente per vedere quei quattro svedesi che già da qualche anno ossessionavano gentilmente i nostri sogni musicali?! In più, erano ancora i tempi in cui i contatti e-mail non esistevano certamente, e tanto meno i cellulari… Ma la passione poté più di ogni indugio.
E avevamo ragione, i miei amici ed io, di essere emozionati: si trattava, in assoluto, del nostro primo viaggio all’estero, lontano da questa provincia sonnolenta e limitata, il primo viaggio in aereo, il primo contatto con un’Europa di cui potevamo soltanto intuire la grandezza.
Il viaggio andò bene: ci imbarcammo a Pisa, con “solo” tre ore di ritardo, su uno sgangherato charter che però a noi sembrava l’“Enterprise” di Star Trek: con quel senso di timore che prende i neofiti del volo al momento del decollo. In quella serata autunnale, tutto era magico: l’atmosfera della cabina, le hostess (non così belle come si vedeva nei film) che ci servivano l’aranciata e le noccioline, la vista delle Alpi dall’alto… e all’arrivo, la spettacolarità dell’aeroporto di Heathrow, con le sue formalità da adempiere, alle quali ci sottomettemmo con entusiasmo. Il nostro inglese era scolastico, ma ce la cavavamo, e fu facile arrivare, con un taxi, nel centro di Londra, che, ci rendemmo conto subito, non era esattamente Grosseto.
Avevamo prenotato una camera “bed and breakfast”, presso una coppia di anziani inglesi, suggeritami da una mia amica che lavorava nella capitale, e che risiedevano nel tranquillo quartiere di Finchley: già, appunto, ma Londra non era Grosseto. L’autista del taxi, ci spiegò, o almeno credemmo di capire, che l’indirizzo da noi richiesto non era nella zona di sua pertinenza, e che perciò ci avrebbe accompagnato solo fino ad un determinato punto. Giunti là, ci salutò molto cortesemente e se ne andò, lasciandoci nel buio piovigginoso di un anonimo quartiere. Ricordo che mi prese una crisi di panico, improvvisa: e adesso? Per quanto ne sapevamo, avremmo potuto essere anche a chilometri di distanza dalla nostra meta! Fortunatamente, Renzo, l’amico che era con me, mantenne il suo sangue freddo, con un’idea scontatissima, ma che in quel momento mi parve geniale: perché non telefonare a Mr. Monshin, il nostro ospite, per chiedergli aiuto?
C’era un pub con telefono pubblico, lì vicino… Ma anche i telefoni in Inghilterra sono così diversi da quelli italiani… Comunque, ce la facemmo, e dopo un quarto d’ora eravamo nell’auto di mr. Monshin, un distinto signore, già attempato, che ci stava finalmente portando al sicuro; ripresi coraggio, quasi baldanza.  E finalmente, nel giro di pochi minuti, eravamo a casa: calda accoglienza da parte di mrs. Monshin, tè con sandwich, moquette in tutta la casa, persino sui muri. E, meraviglia delle meraviglie, nel bagno, al piano superiore, le sbarre porta-asciugamani erano riscaldate!
I giorni che seguirono furono alla scoperta della città: i musei, le gallerie d’arte, i grandi magazzini, tanto famosi, le grandi strade del centro affollatissime ad ogni ora, i negozi di dischi a più piani (una vera ghiottoneria per noi, Londra era in piena “Abba-fever”).
E poi, la sera del concerto. Inutile dire che già dalla mattina, per somma precauzione, avevamo preso la metropolitana per il quartiere di Wembley, leggermente decentrato, e davanti all’Arena, rimanemmo ad occhi aperti:non solo per il grande cartellone con il logo dei nostri amati svedesi, ma anche per le dimensioni dell’edificio, per noi gigantesche. La giornata passò in febbrile attesa, e man mano che trascorrevano le ore, gruppi sempre più numerosi di fan si avvicinavano alle porte dell’Arena. Mi sentivo quasi ubriaco al vedere persone di ogni età ornate di sciarpe, cinture, distintivi e tutta la paccottiglia dell’occasione recante i visi dei nostri svedesi, o il nome del gruppo.
Dall’interno, l’arena sembrava ancora più gigantesca: forse per la semioscurità, forse per la marea di persone, forse per l’atmosfera febbrile che precedeva il concerto. Che poi iniziò. Un sogno. Frida, dagli occhio verde-fiordo, Agnetha, statuaria più che mai nella sua tutina bianca aderente, Benny e Bjorn ai loro strumenti. Per noi, che da anni li seguivamo solo sulle riviste specializzate, e sui dischi che, col contagocce, arrivavano in Italia, fu un’apoteosi di batticuore e musica, di canti, di emozione, di gioia quasi infantile. E in effetti, bisogna riconoscere, pur con tutta la obiettività possibile, e il sano distacco che il tempo crea, assistere ad un concerto degli Abba, allora ai vertici delle classifiche mondiali, non era cosa da tutti i giorni. E poi, c’era quel senso quasi di fratellanza con tutte le migliaia di persone che assistevano allo spettacolo, quella goduta ingenuità, il piacere di cullarsi su quei ritmi così orecchiabili, quella gioia di poter quasi interloquire coi nostri beniamini, a pochi metri da noi… grazie Abba, “thank you for the music!”.

Sindrome di… Stoccolma

Il nostro fanatismo era pressoché inestinguibile: passato il servizio militare, su cui l’istinto di conservazione mi impone di soprassedere, necessitava una sana vacanza per riappropriarmi della mia esistenza; i soldini c’erano, avevo potuto fare dei buoni risparmi sul mio stipendio di sottotenente di complemento, e in quell’estate del 1981, sapevo che, coi miei amici di Abba-follia, ci aspettava “necessariamente”, la Scandinavia. E magari, chissà, già fantasticavamo con inesaurita ingenuità sulla possibilità di incontrare davvero i nostri mitici beniamini, in quel di Stoccolma, o addirittura nella loro isola segreta, che poi tale non era assolutamente, dell’arcipelago.
Sempre tramite la fitta rete di “intelligence” tra fan europei, eravamo riusciti ad avere nientepopodimeno che i loro indirizzi privati, e naturalmente nel nostro cuore palpitava la speranza, meglio chiamarla illusione, di un incontro ravvicinato. Decidemmo di partire in treno, da Firenze, e per risparmiare le nostre finanze, scegliemmo di viaggiare “rigorosamente” senza alcuna prenotazione di cuccette o wagon-lit. L’audacia dei vent’anni, il nostro incosciente entusiasmo, erano imbattibili. Inutile dire che il viaggio fu, fisicamente, un tour de force: sulla carta era una cosa, ma trovarsi col caldo estivo a mangiare panini e scatolette  per due giorni, fu una vera impresa. Ma niente avrebbe potuto fermarci.
E poi, c’era la bellezza di quei paesaggi che scorrevano oltre i finestrini… la maestà delle Alpi tirolesi, le verdissime pianure della Germania, quei monasteri che si stagliavano all’orizzonte, le grandi stazioni internazionali come Monaco e poi, più su, Amburgo… Cosa importava se mangiavamo male, se non ci potevamo degnamente lavare, se ci facevano male le ossa a furia di stare seduti? Col treno, a bordo di un megalitico traghetto, arrivammo sul suolo svedese in piena notte: Stoccolma era lontana ancora cinque-sei ore di viaggio, ma già noi, suggestionati al massimo, ci convincevamo di riconoscere nei passeggeri che salivano, nei passanti oltre i finestrini, i volti dei nostri musicisti.
Il treno scorreva nella pianura svedese, tra foreste di conifere e fattorie ancora addormentate, ai margini di villaggi di campagna. Quella mattina, in prossimità della stazione centrale di Stoccolma, decidemmo, nel nostro scompartimento, di prepararci degnamente all’arrivo; e siccome in Svezia fa freddo, scendemmo dal treno, coi nostri ingombranti bagagli, imbacuccati in maglioni, cappelli di lana e pantaloni pesanti, bardati come Totò e Peppino al loro arrivo a Milano in ricerca della “malafemmina”, dal Sud; nel nostro entusiasmo, ignoravamo che anche l’estate scandinava ha le sue temperature, e in quella bella mattina, la capitale ci attendeva con un sole brillante, un cielo terso, e venticinque gradi all’ombra. La gente ci guardò con benevola comprensione, e noi, per niente imbarazzati, anzi, orgogliosi, con molta nonchalance ci rifugiammo finalmente nel nostro albergo, prenotato dall’Italia, dove ci attendeva finalmente un letto pulito, dopo due notti trascorse in treno.
I giorni che seguirono, furono ovviamente dedicati anche alla scoperta della città, da molti soprannominata la “Venezia del Nord”, ma dotata di un fascino meno solare, più gotico, in cui antico e moderno si fondono in architetture eleganti e spesso fiabesche. Rimangono nei nostri cuori la visita al palazzo reale, il più grande d’Europa, al parco folkloristico dello Skansen, a Gamla Stan, la città vecchia coi suoi monumenti e i suoi vicoli medievali, arroccata su uno sperone di roccia circondato dal mare, ai centri commerciali, allora nuovi per noi italiani ancora non abituati. Naturalmente, durante il lungo viaggio ci eravamo esercitati ad imparare frasi di sopravvivenza in svedese, tramite un manualetto turistico dal quale attingevamo, con improbabile pronuncia, per chiedere o dire cose assolutamente inutili o quasi: “Mi servirebbe un’aspirina”. “Vorrei un mazzo di tulipani”. “Quanto costa questo servizio da caffè per dodici persone?”. E, man mano che passava il tempo, eravamo orgogliosissimi dei nostri progressi : “Talar inte svenska!” “Iag ar italienare”, “Vad ar clockan?”, e addirittura, avevamo imparato che prugna si dice “gulaplumma” e “pagine gialle” “gula sidorna”. Tutte cose, ovviamente, molto utili. Ancora a distanza di molti anni, mi rimane il dubbio che, sopravvalutando le mie competenze linguistiche, scambiai, mangiandone, una scatoletta di cibo per gatti per una confezione di tonno.
Naturalmente, sapevamo, emozionantissimi, di essere lì anche per gli Abba. Già sapere di abitare per diversi giorni sotto lo stesso cielo ci faceva sentire quasi dei privilegiati, ma logicamente, dovevamo andare oltre. La gita a Lidingo, la loro “isoletta” di fronte alla capitale fu una maratona; innanzitutto, perché l’isoletta non era tale, uno scoglio in mezzo al mare come tanta stampa infatuata lasciava pensare, ma era grande quasi come metà isola d’Elba. Cercare poi le residenze private dei nostri quattro beniamini, pur muniti di indirizzo, si rivelò poi impresa pressoché insormontabile. Va detto che allora, in Svezia, gli Abba erano naturalmente conosciutissimi, ma il loro stile di vita, al riparo da ogni mondanità, e un sano “understatement” dei loro connazionali, per noi incomprensibile, faceva sì che venissero quasi totalmente ignorati e lasciati vivere nella loro privacy, quasi nell’indifferenza generale.
Nel corso del nostro vagare sull’ “isoletta”, ci ritrovammo nel mezzo di un campo da golf in pieno torneo, con palline minacciose che ci sfioravano a pochi centimetri dalla testa;  dei caddy vichinghi ci invitarono, con qualche frase che, fortunatamente non riuscimmo a capire, cortesemente, ma fermamente ad allontanarci. Finalmente, dopo aver percorso qualche chilometro a bordo di un trenino in legno, trovammo la casa della dolce Agnetha, una villetta per niente hollywoodiana, come invece ci saremmo aspettati dai mirabolanti guadagni del gruppo, in un tranquillo quartiere residenziale. Nessun muro di cinta, nessun sistema di allarme apparente, solo un piccolo, sommesso cartello che intimava “proprietà privata, vietato l’accesso”.
All’improvviso, una porta si aprì e ne uscì, davanti ai nostri occhi spalancati, l’allora compagno della cantante, un ispettore di polizia locale, che, senza neanche filarci di striscio, si allontanò con aria un po’ seccata a bordo di un fuoristrada. Da dietro le tendine delle finestre, nessun altro segno di vita. Retro della villa, un piccolo stendibiancheria con dei minuscoli slip femminili di pizzo rosa ad asciugare… Fui violentemente tentato di scavalcare la siepe ed appropriarmene, ma ricordo che mi trattenni all’ipotesi, forse non tanto lontana, di finire in qualche stazione di polizia accusato di feticismo. Sostammo davanti alla casa per circa mezz’ora, e lasciammo nella cassetta della posta dei bigliettini di saluto. Non eravamo per niente delusi di non aver visto Agnetha: per noi era naturale, era logico così, rispettavamo la sua privacy e già il fatto di aver visto la sua casa ci faceva sentire pienamente, ingenuamente, realizzati.
Stoccolma era piena di “Abba-luoghi”: innanzitutto, la sede della loro società musicale, in pieno centro, che potemmo visitare accolti da una segretaria misuratamente disponibile, la quale ci disse, tra l’altro, che, per esempio, in quei giorni Frida era a Parigi; ma le bugie hanno le gambe corte: sapemmo, mesi dopo, da un altro fan italiano, che la sera di quello stesso giorno Frida era stata vista uscire da quegli stessi uffici. Ma tant’è. Poi la casa di Benny, il tastierista, nell’elegante quartiere delle ambasciate; in quel tempo, Benny si era appena separato da Frida, per sposare una giornalista televisiva e sul marciapiede antistante la sua abitazione, campeggiavano scritte di rimprovero, più o meno colorite, per aver fatto tale affronto alla nostra osannata rossa. Visitammo anche i Polar Studios, la fucina magica da dove erano usciti gli ultimi album: “loro” ovviamente, non c’erano mai, ma ovunque aleggiava la loro “magica” presenza. E, col senno di poi, furono viaggi che andavano anche oltre l’obiettivo musicale: era estremamente formativo, per noi poco più che ventenni, visitare luoghi tanto lontani dalle mete turistiche abituali, conoscere nuove culture, avvicinare nuovi idiomi, aprirci, insomma, la mente. Gli Abba, un giorno, forse sarebbero passati, quei ricordi no.

Verso l’autunno

Gli anni trascorrevano, e i nostri beniamini svedesi, ci avevano abituati alla loro strenna più o meno natalizia: ogni anno, all’inizio dell’inverno, usciva un album che ci entusiasmava sempre più del precedente, ed erano nuovi successi, nuove recensioni, nuovi programmi televisivi europei, nuovi sogni. Va detto che per noi fan italiani, tutto questo era vissuto, nostro malgrado, un po’ in sordina; gli Abba non ebbero mai grandi trionfi in Italia, a dispetto del resto del mondo e anche la stampa, quando raramente se ne occupava, non lesinava critiche alla loro musica definita “commerciale” e alla loro presunta mancanza di impegno.
In Italia bisognava quasi vergognarsi di seguire questo gruppo, si era considerati delle mosche bianche e comunque, soprattutto da parte di una certa ideologia, dei superficiali. Ma a noi poco importava: ci legava a quei quattro svedesi un sincero affetto, una devozione musicale raramente vista presso altri gruppi musicali. Ma qualcosa stava, lentamente, cambiando. Dieci anni erano trascorsi dai loro primi exploit europei, una carriera mirabolante, certamente, e più volte, in quei primi anni ’80, i  componenti del gruppo cominciavano a parlare, nelle interviste, del bisogno di una pausa, un momento di vero e proprio riposo, che noi ammiratori certo riconoscevamo loro come meritatissimo, ma al quale guardavamo con una sottile, sotterranea apprensione.
Il loro ultimo album, “The Visitors” era stato riconosciuto dalla stampa specializzata come maturo, nelle melodie e nei testi, e aveva ovviamente scalato le classifiche; era ovviamente diverso dai precedenti, e forse lontane erano canzoni come “Mamma mia”, “Dancing queen”, “Fernando”, “Chiquitita”. In queste nuove canzoni si parlava di autunno, di guerre, di notti invernali, di tramonti, di nemici in arrivo. Poi, era uscita la loro raccolta di single, intitolata “The first ten years”: bene, ci dicevamo noi, se si parla di “primi dieci anni”, dobbiamo prepararci almeno ai prossimi dieci in loro compagnia, e volevamo tranquillizzarci. Sulla copertina del disco loro sorridevano in eleganti abiti da sera, ma quelle nubi michelangiolesche sullo sfondo lasciavano presagire una sottile inquietudine.
Poi vennero i progetti solisti: la prima a proporsi con un lavoro extra- Abba, fu Frida. La produzione di Phil Collins, coi suoi ritmi ieratici e suggestivi, la presentava agli occhi di noi fans in una veste nuova, forse più aggressiva, ma certo più emozionante. Nel febbraio del 1983, Frida venne in Italia, come guest-star al Festival di Sanremo, a presentare appunto il suo nuovo disco; avevamo saputo che sarebbe atterrata a Milano in compagnia della sua segretaria, e che poi avrebbe registrato un paio di interventi, come ospite di una popolare trasmissione televisiva negli studi di quella che allora era una nascente Finivest, per poi trasferirsi in Riviera.
Noi, fedelissimi, dovevamo esserci, e sempre grazie ad una sempre più fitta rete di conoscenze con alcuni disponibili impiegati e responsabili della casa discografica, riuscimmo ad essere presenti al suo arrivo all’aeroporto. Emozionantissimi, col cuore che batteva all’impazzata e un gigantesco mazzo di rose rosse, la vedemmo scendere dall’aereo e la precedemmo ad accoglierla. Frida fu gentilissima con noi: scambiò qualche battuta in inglese, posò pazientemente per alcune foto, accettò sorridendo i fiori. Eravamo al settimo cielo: dopo migliaia di chilometri macinati in tutta Europa, viaggi, spostamenti e attese di ogni genere, ecco la nostra “divina” ad intrattenersi con noi: e, ironia della sorte, tutto questo accadeva in Italia, a casa nostra.
Nei giorni che seguirono, sostammo a Milano, praticamente bivaccando nei pressi degli studi dove Frida registrava il programma. E sempre con pazienza quasi materna, o forse più probabilmente, compassione, alla fine delle giornate lei si sottoponeva alle nostre interviste, parlando dei suoi progetti, dei suoi interessi, tranquillizzandoci, e in quel momento lo faceva sinceramente, sul futuro del gruppo. A Sanremo, dove la seguimmo, la sua apparizione come ospite internazionale fu un trionfo, e nei giorni che seguirono, anche la stampa italiana non poté ignorarla: “Il rock europeo ha una nuova signora …”, “Frida ha classe da vendere!”, sentenziò in un paio di recensioni un’allora autorevole rivista musicale. Noi ridevamo sotto i baffi: qualcuno sembrava scoprire allora la professionalità e le doti artistiche di chi noi conoscevamo da quasi dieci anni!
La mattina che lasciò Sanremo l’aspettavamo fuori dall’hotel Londra, da dove lei sarebbe partita per Nizza. Ci salutò con quel suo sguardo luminoso, infilandosi velocemente in auto e canticchiando “I know there’s something going on…”. Già, stava succedendo qualcosa, ma noi forse non ne eravamo ancora consapevoli.
Alla fine dell’estate seguente, fu la volta di Agnetha di venire in Italia per presentare il suo nuovissimo album solista “Wrap your arms around me”, “Abbracciami”. In quegli anni, ricordo, c’era un’importante manifestazione canora a Riva del Garda, se non sbaglio si intitolava “La vela d’Argento”, o qualcosa del genere, ed Agnetha era una degli ospiti d’onore. In quell’occasione, tra noi, Mauro, disck-jockey di una radio libera di Pisa, era il più informato e il più intraprendente, grazie anche ad una notevole dose di faccia tosta che in certe occasioni fa sempre bene.
Tramite alcuni suoi amici a Milano, presso la casa discografica che aveva pubblicato in Italia il disco della biondissima svedese, aveva saputo che da Londra lei avrebbe viaggiato in treno sino a Milano. “la signorina Agnetha, terrorizzata dall’aereo, si farà quasi un giorno e una notte di viaggio in treno…” disse il  nostro amico con affettuosa ironia. E così fu. Il giorno dell’arrivo, eravamo alla stazione di Milano armati di macchine fotografiche, registratori e, ovviamente, un enorme mazzo di rose per il quale ci eravamo debitamente autotassati.
Agnetha era la più schiva del gruppo: amava molto cantare, ma era terrorizzata dai viaggi e dai lunghi spostamenti che la sua professione le imponeva, così come dagli aerei e dall’eccessivo entusiasmo dei fan. Perciò, cercammo di essere il più discreti possibile quando, emozionantissimi, la vedemmo scendere dalla carrozza. Qualche passante intorno a noi ci guardava incuriosito “Cosa succede? Chi sta arrivando?” “Agnetha, degli Abba!”, rispondevamo con aria compiaciuta e misteriosa, dirigendoci verso la bionda star che, a dire il vero, dietro i grandi occhiali da sole, sembrava una qualsiasi turista del Nord Europa.
Accettò con un sorriso i nostri fiori, si fermò cortesemente per un paio di foto, e velocemente, si diresse, accompagnata da un manager e da una segretaria, verso l’uscita della stazione dove l’attendeva una macchina che l’avrebbe portata a Riva del Garda. Che era ovviamente la nostra successiva tappa. Arrivati lì, il giorno seguente, dopo esserci sistemati in albergo, ci dirigemmo subito verso il palazzo che accoglieva lo spettacolo, in registrazione. Mauro, sventolando la sua apparentemente anonima e inutile tesserina di Radio Incontro Pisa, riuscì a farsi largo tra gli addetti ai lavori e, con molta disinvoltura, si fece “accreditare” per l’intervista ad Agnetha, prevista per la tarda mattinata. Noi ovviamente non eravamo ammessi, ma ci sentivamo sovraeccitati dalla contentezza, dandoci arie di giornalisti quasi-professionisti ed invidiando un po’, in cuor nostro, l’amico che avrebbe potuto interloquire a tu per tu con la nostra cantante, da tanto tempo ammirata solo in tv e sui giornali.
Dopo circa un’ora, Mauro uscì dal piccolo salotto dove, assieme ad altri reporter, era stato ammesso; ricordo ancora la sua aria trasognata: “È bellissima, ragazzi… incredibile!”. Ci raccontò, una volta calmatosi, della chiacchierata svoltasi con Agnetha, dei suoi progetti per il futuro, dei suoi appena trascorsi impegni cinematografici (aveva appena girato, come coprotagonista, un film in Svezia), dei suoi amati figli, del giornalista maldestro che, per farsi avanti tra i colleghi, le aveva sbattuto il microfono sui denti… Noi ascoltavamo in trance.
Quella sera ci fu la registrazione definitiva del programma. Noi eravamo in sala, un po’ lontani dal palco, ma c’eravamo. Dopo i vari artisti italiani, dopo l’esibizione di Teresa De Sio, fu annunciata Agnetha. Apparve sulla scena con un sofisticato abito nero a ricami d’oro, e una chioma lucentissima e vaporosa che la faceva somigliare ad una scandinava medusa. Cantò in play-back due brani dal suo album, e ricevette molti applausi, compresi le nostre urla di estrema ammirazione, che, nel loro piccolo, contribuirono a rendere più caloroso l’accoglienza della nostra diva. La mattina dopo, ripartì per Milano; mi rimane in mente il ricordo di quella testolina bionda che spuntava dal lunotto posteriore dell’elegante auto che la riportava lontano.

The way we were

Poi, vennero altri anni, altri progetti musicali dei singoli componenti del gruppo, altri dischi solisti, il silenzio su di loro. Non ci fu mai un vero e proprio annuncio di scioglimento degli Abba, ma ormai, col tempo, avevamo imparato a leggere le loro dichiarazioni rilasciate, di tanto in tanto, a qualche giornale europeo, per capire che qualcosa era accaduto all’interno del gruppo, e che perciò il magico equilibrio umano-professionale che li aveva portati all’apice del successo per più di dieci anni, si era inevitabilmente dissolto. Lo stress, i viaggi intorno al mondo, i due divorzi, tutto questo aveva, forse, pesantemente contribuito ad incidere sui loro rapporti, e comprendevamo che adesso, i quattro svedesi desideravano probabilmente solo scomparire dalla scena. Gli ultimi anni ottanta videro calare definitivamente il sipario su quella straordinaria avventura musicale.
Tutto taceva, dalla lontana e silenziosa Svezia. Noi, quaggiù, crescevamo, ci spostavamo, iniziavamo a lavorare, a mettere sù famiglia, ognuno con la propria storia, le proprie vittorie, le proprie sconfitte. Poco dopo l’inizio degli anni ’90, assistemmo ad un vero e proprio revival della musica degli Abba, sul mercato apparvero compilation di ogni genere, le trasmissioni musicali europee ne riparlavano, su internet fioccavano, e presenziano tuttora, i siti loro dedicati. Fu una nuova giovinezza, e tale lo è al giorno d’oggi.
Agnetha, Frida, Benny e Bjorn, naturalmente, sono invecchiati, è logico, il tempo passa per tutti; i due uomini si dedicano alla produzione di mega-musical, alcuni dei quali hanno letteralmente sbancato il botteghino dei più importanti teatri mondiali, Agnetha ha recentemente pubblicato un cd dedicato alla musica degli anni ’60, Frida partecipa, di tanto in tanto, a prestigiosi programmi musicali, con qualche sua nuova canzone, e ad attività caritatevoli. Si può dire che siano dei signori maturi che ancora sanno incantarci con la loro musica, e che ora vivono in un ritiro quasi bergmaniano nel silenzio del loro arcipelago. Hanno avuto moltissimo: fama, calore del pubblico, denaro, ma la vita non ha risparmiato niente neppure a loro: crisi sentimentali, divorzi, pesanti lutti personali, che li hanno, ovviamente, provati. Per questo vanno rispettati, come merita chiunque passi tra gli ingranaggi della vita.
Gli Abba ci hanno dato molto: la loro musica ha accompagnato le nostre adolescenze e le nostre giovinezze contribuendo a renderle più armoniose e spensierate, ed è come a dei vecchi amici che adesso noi, fan di un tempo, pensiamo a loro. Scrivere queste pagine è stato piacevole, ma anche un po’ triste: quel tempo è lontano, e irrimediabilmente trascorso… ma noi c’eravamo, è questo che conta! E adesso, come dicevano loro in una delle ultime canzoni, “…I let the music speak…”.

ANTONIO FOGAZZARO

Franco tacque. Lavorare! Anche quella lì era una parola che gli mordeva il cuore. Sapeva di condurre una vita oziosa perché la musica, la lettura, i fiori, qualche verso di tempo in tempo, cos’erano se non vanità e perditempi? (…)

Non vedeva salute che in una rivoluzione, in una guerra, nella libertà della patria. Ah quando l’Italia fosse libera, come la servirebbe, con che forza, con che gioia! Queste poesie nel cuore le aveva bene, ma il proposito e la costanza di prepararsi con gli studi a un tale avvenire, no.

(da La sonata del chiaro di luna e delle nuvole, Piccolo mondo antico – 1895)

 

SANT’AGOSTINO

Ma in qual modo diminuisce, o si consuma, il futuro, che non è ancora, o cresce il passato che non è più, se non perché nell’anima che è la causa del fatto, esistono tre stati? (…) Ora nessuno nega che il futuro non è ancora. Ciò non pertanto esiste nell’anima l’aspettazione del futuro. E nessuno nega che il passato non è più. Ciò non pertanto esiste ancora nell’anima il ricordo del passato.

E nessuno nega che il presente è privo di estensione, giacché il suo trascorrere è un punto. Ciò non pertanto dura l’attenzione, attraverso la quale ciò che sarà presente si affretta verso l’essere assente. Non dunque è lungo il tempo futuro che non esiste, ma il futuro lungo è l’attesa lunga del futuro. Né è lungo il tempo passato che nemmeno esiste, ma il passato lungo è il ricordo lungo del passato

(da Le confessioni, cap. XXVIII)

FISIOGNOMICA. Domenico Mazzullo - Dalle teorie di Lombroso un ritratto di Papa Ratzinger

L’opera lombrosiana, mossa sempre da aneliti di libertà, incarna lo spirito di un’epoca

Domenico Mazzullo *

Vi hanno degli uomini che hanno troppo genio per
essere o parere grandi, e questi sono seppelliti o nelle
biblioteche o nei manicomi.
(Cesare Lombroso, Osservazioni sul mondo e l’Io, 1855) 

La mia vera passione è di nuocere ai miei interessi.
(Cesare Lombroso, L’Uomo di genio, 1888) 

Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa,in quegli occhi torbidi, che tiene quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni, per punzecchiare i vicini…
(Edmondo De Amicis, Cuore, 1886) 

Brutto, deforme, destava un senso di ribrezzo al primo vederlo. Era basso di statura, capelli lunghi, cresputi, incolti, occhi torbidi, sanguigni, il naso schiacciato, i labbri sporgenti, le gote quasi interamente nascoste da peli ispidissimi e folti, l’accento breve e rauco…
(Carolina Invernicio, Il bacio d’una morta, 1889)

Il nostro discorso sulla Fisiognomica, sulla sua storia e sulla sua evoluzione, sul suo sviluppo, sul suo trasformarsi da pura e semplice constatazione empirica, a vera e propria scienza, anche se tuttora e ancora non le è stato tributato il ruolo di scienza come le altre, ma è stata relegata al limbo delle pseudoscienze, non potrebbe concludersi, se non vi abbiamo ancora annoiato, senza dedicare uno spazio opportuno e dovuto a Cesare Lombroso, lo scienziato italiano del secolo scorso, psichiatra di fama mondiale e padre della attuale e moderna criminologia e della antropologia criminale.
Il suo nome è legato, indissolubilmente, alla  sua opera maggiore e più conosciuta, quella a cui è dovuta la sua fama mondiale, ma anche quella che maggiormente è stata criticata e avversata, quella contro la quale si sono appuntati e diretti gli strali delle critiche, delle opposizioni, delle mistificazioni e ignoranti incomprensioni: “L’Uomo delinquente”.
La produzione scientifica, però, di Cesare Lombroso, non si esaurisce certo con quest’opera che lo ha reso famoso, ma è ricca e copiosa ed esprime appieno, nella sua molteplicità e prolificità, l’animo geniale di quest’uomo che incarnò mirabilmente in vita, con le sue scelte coraggiose e personali, con la sua curiosità, con la sua capacità di mettersi da solo in discussione, con la sua attitudine all’osservazione e alla deduzione logica, con la sua eclettica cultura, con la sua solitudine esistenziale, tormentata e tormentosa, infine con un insopprimibile anelito di libertà di pensiero, lo spirito di un’epoca, di un tempo e periodo storico in cui si realizzò un meraviglioso e forse irripetibile, equilibrato connubio, tra progresso scientifico, legittima aspirazione dell’uomo, e un’attenzione e comprensione delle esigenze umane, che purtroppo ormai è solo memoria di un passato trascorso e forse non più ripetibile.
Gli interessi di Lombroso spaziarono, infatti, nella sua vita, dagli studi strettamente medici a temi ed argomenti ad essi lontani, quali ad esempio lo spiritismo ed i fenomeni che oggi sarebbero detti paranormali. Mirabili, tra i primi quelli sulla pellagra, malattia ora quasi sconosciuta, ma che in quei tempi rappresentava una vera e propria piaga, sanitaria, ma anche sociale, interessando essa gli strati più poveri della popolazione, legata com’era, ma allora la causa, era sconosciuta, ad una carenza alimentare, nello specifico di una vitamina, la vitamina PP. Questa malattia che rappresentò per Lombroso un quesito, un lancinante interrogativo, un’angoscia che lo accompagnò per tutta la vita, non fu studiata dal giovane studente e poi medico Lombroso, nel chiuso di un laboratorio o di una comoda aula universitaria, ma piuttosto “sul campo” come si dice ora, evocando eroismi clinici oggi risibili.
Ai tempi di Lombroso questo significava visitare le campagne, frequentare gli ambienti più poveri e derelitti di un’Italia contadina che stentava a nascere e la cui popolazione, per la maggior parte faceva fatica a sopravvivere. Proprio questi studi e queste frequentazioni offrirono a Lombroso, medico attento, curioso e disponibile, l’opportunità di conoscere e comprendere, anche e soprattutto, gli aspetti sociali della malattia, cui fu sempre attento e sensibile, anche quando, più tardi, si occupò di patologia mentale, specificatamente in ambito criminale.
E con questo voglio confutare la prima delle tante accuse che ingiustamente furono mosse a Lombroso, frutto di una miope ignoranza e non comprensione, o ancor peggio di pregiudizio derivante da mancata conoscenza delle sue opere e del suo pensiero, ossia la presunta sua disattenzione agli aspetti sociali della malattia e dei malati, lo fossero nel fisico o nella psiche. Nulla di più falso e più ingiusto nei suoi confronti. Lombroso, infatti, figlio di un secolo, di un momento culturale e di una società che vedeva nella scienza, nei progressi da essa forniti, nella ricerca, spesso spasmodica ed esasperata di riscontri obbiettivi, una nuova religione laica e agnostica, una fonte di certezze terrene e materiali, da contrapporre alle certezze fideistiche e non comprovabili della religione tradizionale, un secolo che dette i natali a Charles Darwin e a Karl Marx, un secolo che dopo i fulgori ed i palpiti romantici, si chiudeva con un freddo e razionale positivismo, Lombroso, dicevo, incarnò in sé la figura dello scienziato ottocentesco positivista e razionalista, ma anche dell’uomo romantico, attento e sensibile alle esigenze delle classi meno abbienti, più povere e derelitte, emarginate e misconosciute, tanto da non aver mai occultato, o nascosto la propria fede sota, che non pochi problemi gli procurò, specialmente in ambito accademico.
Ma torniamo a “L’uomo delinquente”, l’opera che rese Lombroso celebre in tutto il mondo, che fu tradotta in tutte le lingue, compreso il giapponese, che tributò al suo autore una fama e una notorietà, all’estero, mai cercata, ma che sempre gli era stata negata nel suo paese, da una miope e retriva invidia e ostilità dei suoi colleghi, fama che però fu di breve durata e si trasformò dopo la sua morte, in un coro unanime e crudele di critiche, di invettive, di misconoscimenti della sua opera e del suo pensiero, di travisamenti, a mio vedere dolosi, per dimostrare una tesi negativa e sfavorevole, che però tuttora continua ad essere legata al suo nome.
Quando, infatti, ancora oggi si pensa a Lombroso, ricorre alla mente l’immagine macchiettistica ed irriverente di uno pseudoscienziato, di uno psichiatra, ben corrispondente alla iconografia allusiva che vuole questi, anch’egli affetto dalla stessa malattia che pretende di curare negli altri, armato nel caso specifico di compasso, centimetro e squadra e intento a misurare crani, orecchie, nasi, bocche e altri organi di delinquenti e criminali, per scoprire in esse misurazioni, per riscontrare in essi dati matematici inconfutabili, i segni inequivocabili, le prove inappellabili della loro criminalità e della loro congenita tendenza ed inclinazione a delinquere, con un meccanicismo ed un determinismo impressionante, quasi che l’aspetto fisico, anatomico fosse un destino inappellabile cui non ci si potesse in alcun modo sottrarre, un destino di delinquere, naturalmente.
Ne scaturisce da questa falsa e pretestuosa interpretazione l’immagine di Lombroso come antesignano inconsapevole delle teorie di miglioramento e difesa della razza, con inevitabile eliminazione dei peggiori, che videro la loro migliore e più estesa espressione nel nazismo, di lì a pochi anni. Ma Cesare Lombroso, per sua fortuna era già morto nel 1909, senza conoscere ciò che sarebbe accaduto e cosa si sarebbe detto e pensato di lui.
Per chi abbia, come me, la fortuna di leggere “L’uomo delinquente” integralmente, nella sua ultima edizione, la più estesa e completa, del 1897, ora introvabile, ma che verrà presto ristampata ad opera meritoria di un coraggioso editore ed a mia cura, è evidente che la fatica dell’autore non si riassume e non si compendia in un pedissequo elenco di caratteristiche fisiognomiche di personaggi delinquenti e nel conseguente fallace e fallito tentativo di risalire, attraverso queste, ad un paradigma fisico della tendenza a delinquere, come una facile e superficiale critica vorrebbe far credere; ma la vera novità e grandezza di Lombroso consiste nell’aver spostato il polo di interesse e di attenzione, dal crimine, fino a quel momento elemento centrale di ogni studio in materia, al criminale, indagando di questi le origini sociali e personali, culturali, la famiglia di provenienza, l’ambiente nel quale è cresciuto e si è formato, gli aspetti più reconditi del carattere e dello sviluppo della personalità, le modalità con le quali il crimine è stato commesso, le sue peculiarità, rappresentanti quasi la firma del criminale stesso, le reazioni del criminale dopo aver commesso il crimine e la vita carceraria dopo l’arresto.
Da quanto detto si può evincere e mi sembra che a tutto diritto spetti a Cesare Lombroso l’indubbio merito di aver gettato le basi e aver fondato la moderna criminologia e la vicina antropologia criminale, merito che i coevi stentarono molto a riconoscergli e i posteri non gli riconoscono, offuscati come sono dal pregiudizio figlio di ignoranza.
La teoria di Lombroso non nasce come frutto di un pensiero solitario o dell’intuizione peregrina del medico nel chiuso isolamento del proprio studio, come è invece avvenuto per un suo coevo viennese che ebbe ed ha tuttora, immeritatamente a mio parere, migliore e più grande fama, ma dalla acuta, giornaliera, faticosa e pericolosa osservazione, per anni ed anni, di criminali rinchiusi nelle carceri e nei manicomi criminali.
Attraverso queste osservazioni Lombroso arrivò a distinguere diversi tipi di criminali: il “delinquente nato” per il quale la criminalità è insita nella propria natura e che è considerato soggetto non recuperabile, da rinchiudere, in nome del diritto della difesa della società, che in questi casi si sostituisce al diritto di punizione; il “criminale epilettico”, il “delinquente per impeto passionale” (forza irresistibile), il “delinquente pazzo” (criminale pazzo e debole di mente) e il “delinquente occasionale” portato al delitto da fattori causali diversi da quelli del delinquente nato. Su questi ultimi, ben diversi dal delinquente nato, deve essere svolta un’opera di rieducazione in istituti carcerari ben organizzati.
È evidente che la grande evoluzione e rivoluzione del pensiero lombrosiano è rappresentata dal riconoscimento e teorizzazione della prima categoria di delinquenti, il “delinquente nato”, nei quali egli riconosce una tendenza intrinseca a delinquere, ben diversa e distinguibile dal delinquere occasionale o per altre, specifiche motivazioni.
Da questa ipotetica esistenza del delinquente nato, scaturiscono due importanti corollari, ben riconosciuti e descritti dall’autore: la grande pericolosità sociale di questa categoria che delinque quasi, o soprattutto per il gusto di delinquere, per la quale il crimine è fine a se stesso e spesso compiuto rispondendo ad un impulso irresistibile; la ridotta imputabilità per questi criminali i quali sarebbero meno liberi di scegliere, ma sarebbero invece più condizionati degli altri dalla loro natura, in questo caso deviata.
Lombroso indicò anche ed ebbe ben chiare le conseguenze giuridiche della propria dottrina: poiché il crimine non è il frutto di una libera scelta, ma piuttosto la manifestazione di una anomalia della personalità, allora la pena deve essere intesa, non come punizione (non ha senso punire chi non ha agito liberamente), ma semplicemente come strumento di tutela della società.
Ma in cosa consiste, in cosa si ravvisa questa tendenza innata a delinquere? Lombroso, precorrendo addirittura le idee di Darwin, e successivamente in totale consonanza con la di lui teoria dell’evoluzione, formulò, nell’ambito di sua competenza, la teoria dell’atavismo, per cui certi comportamenti che oggi chiamiamo criminali e suscitano orrore e riprovazione nell’uomo evoluto rappresentavano e rappresentano comportamenti assolutamente normali nei primitivi e che poi sono stati via via abbandonati con il lento, progressivo progredire della civiltà e il sorgere di un’etica individuale e sociale.
Si deve sempre a Lombroso l’assioma secondo cui l’ontogenesi, ossia lo sviluppo embrionale dell’uomo, ripercorre la filogenesi, ossia l’origine e lo sviluppo delle specie secondo Darwin. Secondo questa teoria il delinquente nato, a questo punto possiamo dire “atavico”, rappresenterebbe un individuo nel quale lo sviluppo individuale si sarebbe arrestato a fasi inferiori e più primitive di evoluzione, di cui il comportamento criminale sarebbe l’espressione precipua.
Qualcosa di esattamente opposto a quanto sostenuto dall’ingenuo e ottimista J.J. Rousseau che nella sua “teoria del buon selvaggio” asserì, non conosco con quali prove, che solo il progresso e l’evoluzione potevano corrompere veramente l’innocenza primitiva dell’uomo.
La vita di Cesare Lombroso fu spesa e consumata, in gran parte, nella raccolta di materiale anatomico, autoptico, fotografico, descrittivo, teso a comprovare con dati empirici la veridicità della sua teoria, alla ricerca di quelle stimmate fisiche, di quelle caratteristiche peculiari che denotassero e dichiarassero inconfutabilmente questo atavismo, questa primitività, questa tendenza a delinquere, frutto non di intenzionalità moralmente perversa, ma di un impulso e una tendenza irresistibile.
E proprio, ahimè, quest’ultimo aspetto della vita e della produzione scientifica di Lombroso ha maggiormente richiamato l’attenzione dei contemporanei e soprattutto dei posteri, che prescindendo e sorvolando sulla validità intrinseca delle sue teorie, hanno appuntato le loro critiche sui mezzi e sulle modalità adottate dallo studioso per dimostrarle, dimenticando e tralasciando di considerare che Lombroso è un medico e scienziato di fine ‘800, fedele ad un procedere e ad una metodologia positivista e scientifica, che da Cartesio in poi e tuttora rappresenta il metodo adoperato da chi si occupa di scienza ed è come tale alieno dai voli pindarici di altre discipline, forse più affascinanti, ma non per questo più attendibili.
Ma forse, e azzardo una ipotesi, l’avversione e lo sdegno che le teorie di Lombroso suscitarono presso i contemporanei, ma soprattutto i posteri, hanno un’altra e più subdola ragione: il determinismo da lui sostenuto, il geneticamente determinato si direbbe oggi con termini più moderni, il condizionato irrimediabilmente dalla nostra intrinseca natura, mal si accorda, in tutte le epoche, con quella idea di libertà assoluta, che l’essere umano orgogliosamente ha e nutre di sé.
L’idea solo sfiorata che il comportamento umano (criminale, ma non solo) possa essere non così assolutamente e totalmente libero, ma piuttosto condizionato e determinato dalla nostra stessa natura, fa inorridire chi vuol sentirsi orgogliosamente libero. E che fine farebbero le categorie di “bene e di “male”, così ben definite e codificate? Che fine farebbe il “libero arbitrio” così caro alla cultura e tradizione cristiana? Ma Cesare Lombroso, pochi lo sanno, era ebreo.
Ecco spiegata forse la maggiore, universale, incomprensibile fortuna, che arrise e arride tuttora a Sigmund Freud, il quale, senza alcuna prova scientifica, senza alcun riscontro empirico, costruì ed inventò di sana pianta, nel chiuso del suo studio viennese, con l’osservazione di un numero scarsissimo di pazienti, risibile a confronto di quelli osservati da Lombroso, una teoria assolutamente fantastica e fantasiosa, nemmeno originale, saccheggiando come fece, a piene mani la mitologia ed il pensiero classico,  impossibile da comprovare…, ma certamente più gradita e gradevole, appetibile, facilmente comprensibile, adattabile a tutte le situazioni e a tutti i casi, come d’altronde fece per primo lo stesso Freud, che utilizzò la sua casistica, forzandola, per avvalorare, a posteriori la sua stessa teoria.
Lombroso ebbe la sfortuna, io penso così, di dire cose vere, ma sgradevoli, Freud invece la fortuna di dire cose non vere, ma certo più gradevoli e si sa bene che l’umanità tra il linguaggio fantastico della poesia e quello scientifico della prosa, preferisce certamente il primo.
Si chiude così il nostro discorso storico sulla fisiognomica, una “pseudoscienza” che aspira ad essere ed essere considerata una scienza vera. Come le volte precedenti mi permetto di fornire un esempio pratico del modo di procedere della fisiognomica scegliendo un personaggio conosciuto.
Confesso che il personaggio prescelto, da sottoporre inconsapevolmente all’analisi sarebbe stato un altro, ma la pubblicazione sulla copertina, nello scorso numero della rivista, dell’immagine di Benedetto XVI non mi ha permesso di sottrarmi alla velleità di cimentarmi con la sua figura. I lettori rigidamente religiosi mi scuseranno.
Il volto di Papa Ratzinger rimanda l’immagine di un’intelligenza acuta e sottile, di una capacità intellettuale non indifferente, di una volontà ferrea e tenace, disposta anche a sacrifici estremi pur di perseguire i propri scopi e raggiungere i propri obbiettivi. Si tratta di un’intelligenza lungimirante e dai lontani orizzonti, più strategica che tattica e per rimanere in ambito militare, da generale di Stato maggiore che guarda la battaglia dall’alto, comandando gli spostamenti delle proprie truppe, piuttosto che da generale che in sella al suo cavallo guida la carica alla testa dei suoi uomini.
Papa Ratzinger è, infatti, un uomo freddo, certo non passionale, o meglio abituato a contenere e frenare le sue passioni, in ogni modo modeste e non certo sanguigne, come quelle di alcuni suoi predecessori. È un uomo da scrivania piuttosto che da pulpito, studiato, misurato, ragionatore, estremamente logico e coerente. Sicuramente un perfezionista con altissime richieste di prestazioni, verso se stesso e verso gli altri, con i quali è certamente parco di elogi, ma non di rampogne e sottili stilettate che lasciano un segno duraturo e doloroso.
Rigido, intransigente, poco incline all’autocritica e ad accettare consigli e suggerimenti. Orgoglioso oltre misura e chiuso in un freddo isolamento intellettuale, impenetrabile e impermeabile. Permaloso, non sopporta le critiche ed i pareri contrari che considera come offese personali. Solitario e misantropo, non è a suo agio, quando riceve manifestazioni d’affetto che non comprende e non riesce a ricambiare.
Dotato di una memoria prodigiosa, di notevole capacità organizzativa e altrettanto notevole attitudine al comando è rispettato dai suoi sottoposti, ma non amato, incapace com’è di suscitare emozioni e passioni. Forse nel suo intimo è invidioso e geloso delle simpatie e delle passioni suscitate dal suo predecessore. Molto attento ai particolari anche nelle piccole cose, attentissimo alla forma, oltre che naturalmente alla sostanza, cultore dell’immagine fornita, che deve essere perfetta e inattaccabile. In alcuni aspetti anche vanitoso, soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento, famoso ormai il particolare delle scarpe rosse di pelle firmate Prada, che spuntano e risaltano sotto le candide vesti forse leggermente troppo corte e la ripristinata berretta invernale bordata d’ermellino.
Per natura conservatore e timoroso delle novità che guarda con diffidenza, ma che non disdegna di conoscere. Aristocratico si sforza, senza riuscirci, di apparire democratico e popolare, ma il forte accento germanico certo non lo aiuta. Voglio precisare, da laico e agnostico, che quanto detto sopra si riferisce a Papa Ratzinger in quanto persona umana, senza per nulla entrare in merito alla sua figura religiosa. Spero che i credenti non me ne vogliano.

* Dice di sé:
Domenico Mazzullo. Medico-Chirurgo, speta in Psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.

GIANNI AMELIO

Prima di raccontare, osserva. Prima di comunicare qualcosa agli altri con immagini e parole, fai in modo che quelle immagini e quelle parole ti suonino familiari. Prima di muovere la fantasia, afferra le cose che hai intorno.

PROFILI. Giuseppe Marotta - Piazza del Duomo

Del giorno in cui vennero a Milano molti di noi parlano come   di una loro seconda nascita; magari le loro madri, nei paesi d’origine sdraiati presso il mare o in ginocchio sulle montagne, soffrirono dolori non meno fitti e crudeli di quando li misero al mondo: scrivi, telegrafa, dicci se hai trovato, gridavano da lontano. Trovare che cosa? Lavoro, fortuna, oppure il contrario. Milano non ha altro da dare. C’è un Duomo con tante guglie appunto perché ogni immigrato ne scelga una e vi alzi o vi ammaini la sua bandiera.
Io così feci, la mia era una guglia nana, secondaria, verso il corso Vittorio Emanuele, ma agì come qualsiasi altra e Milano mi trattenne, eccomi qua. Chi avrà ora la mia guglia, un manovale di Pontassieve o un baroncino di Catania? Tieni duro, amico: è una cara vecchia guglia, che in principio sta sulle sue, ma poi cede, ma poi si scalda. Mettiti all’angolo di via Pattari, lasciati vedere e guardala, sembra un dito puntato sui santi per dirgli tirate a sorte fra voi ma il designato si spicci, aiuti questo ragazzo che ha i giorni di pensione contati, che ci state a fare lassù?
Nei pensieri di chi l’ha lasciata, Milano comincia e finisce in piazza del Duomo. Sotto il cuscino della sposa di Udine che visitò la città in viaggio di nozze nel 1938, si accende ogni notte il semaforo all’angolo di via Carlo Alberto; questa donna vede soltanto un improvviso scorrere di gente, ruote ferme sulla linea dei chiodi, l’elmetto del vigile; sospira e pensa: Milano. Quanta gente, nei villaggi di tutta Italia, ha la memoria piena, se fantastica sul passato, del momento in cui svoltò in   via Torino o da via Mengoni nella Piazza: il forestiero vide il Duomo come in una cartolina, disse ah e sbagliò il passo, oppure si fermò domandandosi come doveva meravigliarsi; da più punti i venditori di “ricordi di Milano” si slanciarono su di lui e quasi lo misero in fuga. Che ricordo di Milano vendete, venditori? A me datemi tutte le volte che sono passato di qui contento. O anche furioso contro qualcuno e qualche cosa. O distratto. Ecco il punto preciso in cui litigai con un vecchio amico, quasi vi scorgo l’impronta delle mie scarpe. Non so chi mi tenga da… dissi, e alzai una mano.
Ora sorrido, ripensandoci, ora quel mio gesto occupa l’intera piazza e non fa male a nessuno. Venditori di ricordi, spostiamoci a sinistra verso la Galleria. Qui una sera parlavo come Renzo Ricci, anzi come Annibale Ninchi a una ragazza: volevo ottenere da le non so che grosse prove d’amore, ero suadente. D’improvviso una vecchietta le toccò il braccio, senza che la notassimo aveva ascoltato tutto, disse in dialetto: “Non  dia retta, figlia mia, alle parole dei giovani”, e se ne andò lasciandoci assai perplessi, Di qui passai giovane e meno giovane, indugiando e correndo, d’estate e d’inverno: l’attuale aspetto della piazza è per me la risultante di tutti quei momenti, così come, facendo girare un disco a zone di vari colori lo si vede bianco. Autentici o d’accatto, i milanesi a un certo punto finiscono, cessano di esistere mentre la piazza del Duomo continua: ma possiamo ragionare con questa mentalità di inquilini? è meglio che ciascuno di noi dica: forestieri, spicciatevi a visitare Milano prima che io muoia, altrimenti chi sa che piazza del Duomo vedrete.
Pensavo di raccontarmi bene questa nostra piazza, mi ero proposto, recentemente, di trascorrervi un’intera giornata per farle il ritratto. All’alba mi sedetti sullo zoccolo del monumento, c’era già un vecchietto che si accarezzava le ginocchia come     se le avesse miracolosamente recuperate in quell’istante. Un pugliese, mi disse, che aveva dormito da certi conterranei, ogni tanto estraeva sassolini dalla piega dei pantaloni e li gettava via con dignità, doveva essere piena di ghiaia la camera per gli ospiti nell’appartamento dei suoi amici.
Il sole stava per mostrarsi. La piazza era deserta e quieta. Sul Sagrato, nitido come un tappeto appena svolto, i primi colombi disegnarono qualche fregio, subito scomposto da passanti nei quali era fin troppo facile riconoscere i camerieri del Biffi e del Campari: costoro arrivarono in piazza del Duomo portando il giorno su un vassoio, col primo raggio di sole sul braccio come una salvietta. I caffè si aprivano: il grembiule nero e gli occhi pieni di sonno delle cassiere venivano per un momento sulla soglia, la luce si concentrava sulle macchine-espresso e sugli specchi che i garzoni lucidavano con lo straccio, sbuffi di aromatico vapore raggiungevano i giornalai presso i loro chioschi e lenivano i loro sbadigli.
Arrivò il primo autobus dalla stazione, due o tre viaggiatori con pesanti valigie si avviarono verso l’albergo diurno, sui loro volti era intensa la nausea delle ruote. Per ultima discese una ragazza che si guardò intorno e poi quasi si mise a correre verso le straducce dietro i Portici meridionali, aveva tutta l’aria di chi disubbidisce al foglio di via. Un metropolitano in divisa bianca affiorò dalla penombra del Passaggio Duomo: così ben delineato fra due botteghe, col grande orologio sul capo, sembrò voler suggerire un nuovo e più attuale stemma di Milano.
Come a un segnale la piazza si annerì di gente e di veicoli e di fatti. Questa piazza del Duomo è il bussolotto che Milano agita freneticamente prima di gettare i suoi dadi. In ogni momento avviene qualche cosa. L’immensa automobile che corre verso l’autostrada e fra poco varcherà la frontiera sfiora il giovanissimo fattorino ciclista che è atteso in via Plinio per la grossa scatola di medicinali che porta sul manubrio: i due uomini che quasi a contatto di gomito salgono il marciapiede per entrare nello stesso bar non si conoscono e ignorano che non avranno mai più occasione di incontrarsi, né qui né altrove, finché vivranno; il giovane che si volta a guardare la bella ragazza, e che dopo un attimo di esitazione la segue, non immagina certo che diventerà suo marito e che avrà quattro figli da lei. Un giorno moriremo e ripenseremo disperatamente a tutto quello che ci capitò o che poteva capitarci in piazza del Duomo; non sarà che un semplice capovolgimento, avremo le nuvole sotto i piedi e la piazza del Duomo per cielo.
Io volevo farle il ritratto, a questa piazza, ma non ci riuscii. Dopo qualche ora trascorsa sulla zattera nel Sagrato, sempre a guardare quei flutti di gente, di ruote, sentii dolermi gli occhi e la mente, e mi alzai. Entrai indisturbato (i venditori di “ricordi” distinguono a colpo sicuro il cittadino dal forestiero, sembrano aver imparato a memoria i registri dell’Anagrafe) nella cattedrale.
Il Duomo è una montagna vuota. Ogni tanto qualche luce guizza e va a nascondersi sotto i confessionali come una gatto. D’istinto il visitatore occasionale rievoca il tempio del proprio paese e sceglie nel Duomo di Milano un angolo per sistemarlo. Sperduti fili di incenso si aggrappano ai baobab delle colonne ma estenuati ricadono. Invisibili cartelli indicatori guidano le preghiere che debbono uscire dal Duomo e trovare i loro divini destinatari: per il Signore, per Sant’Antonio, per le Anime del Purgatorio, seguire la freccia. Nella grandi acquasantiere i pesci, simboli della prima cristianità possono nuotare finché ne hanno voglia; forse anche la balena di Giona vi appare ogni tanto. Immagino che San Bernardino da Siena discenda qualche volta ad ammirare gli altoparlanti che diffondono nel Duomo di Milano la voce del predicatore: non si lascerà vincere da una vaga e celeste invidia pensando alla forza di cui sarebbero caricate qui le sue parole?
Io entrai dunque nel tempio deserto a quell’ora e i miei peccati si contorsero in me come più fanno (salvo a riaversi fuori) quanto più solenne è la chiesa in cui li trascino. Raggiungi lentamente il tabernacolo presso l’altare maggiore, dove elargisce le sue grazie una Madonna che io chiamo dei brutti momenti e che mi conosce. Di solito chiedo una candela, non mi muovo di là finché non l’hanno collocata in buona posizione e accesa. Mettiamo che il sacrista se ne dimentichi: l’offerta è perduta, lassù, o basta il pensiero? Mi credevo solo ma un amarissimo sospiro mi disingannò. Addossato al muro c’era un uomo enorme, una specie di gigante, che piangeva con incontenibile strazio. Istintivamente proporzionai quel dolore non soltanto alla eccezionale statura di chi lo conteneva, ma al Duomo e alla piazza e alla stessa Milano; spero che la Madonna dei brutti momenti non abbia poi respinto la strana preghiera che le rivolsi, di attribuire a quel colossale infelice la mia candela.

(da A Milano non fa freddo di Giuseppe Marotta, 1949)

PAUL DAVIES

La rotazione del nostro pianeta, considerata per generazioni e generazioni sufficientemente precisa da poter essere degnamente utilizzata come orologio, non rappresenta più un cronometro affidabile. In un’epoca in cui la tecnica offre strumenti di grandissima precisione per la registrazione del tempo, la povera vecchia Terra non tiene il passo. (…) Dopotutto gli orologi sono stati inventati per segnare il tempo per scopi esclusivamente umani. Ma gli uomini sentono tutti il tempo allo stesso modo?

Il paziente sulla poltrona del dentista e il pubblico che ascolta una sinfonia di Beethoven percepiscono in maniera assai differente un identico intervallo di tempo misurato dagli orologi atomici.
(da I misteri del tempo, 1997)

 

PROFILI. Rudy Tarantino - Giuseppe Marotta, un autore celato per sempre

“I critici? Seguitano ad ignorarmi. Il triste è che la cultura italiana è malata di accademismo” 

Rudy Tarantino *

“Sia sincero: che opinione ha, lei, di Giuseppe Marotta?”. Mah. Dico, di lui: non è bruno, ma non è biondo, non è alto, ma non è basso, non è brutto, ma non è bello, non è ricco, ma non è povero, non è stupido, ma non è intelligente… che diavolo è, quest’uomo che mi hanno dato da condurre passo passo alla morte?”[10].
Giuseppe Marotta è uno scrittore che seppur dimenticato o celato dalle moderne letterature, ha lasciato nel mondo delle lettere uno straordinario spaccato della Napoli e dell’Italia del secondo dopoguerra. Critico letterario e di costume egli stesso, ha saputo disegnare la neonata società italiana con uno squarcio incantevole e umoristico. L’humour marottiano sottolinea proprio la fame, la miseria e le macerie della seconda guerra mondiale, ma, allo stesso modo, fa emergere il sapersi rimboccare le maniche e l’affrontare con sollecitudine e coraggio la vita che imperterrita continua il suo corso. “Andate fuori, al sole / Teresa: quale papà? Nel vico San Liborio non ce n’è. / Don Ciccio: E con questo? Lo trovate a piazza Carità, lo trovate a Santa Lucia, in qualche parte lo trovate. Ecco l’odierna gioventù. Lo vorrebbe sul comodino il sole, in una guantiera d’argento. Alla vostra età io sentivo l’odore del sole, fiutavo e andavo. Un filo di sole, per me, c’era sempre”.
La luce è un’ironia che mette in burla gli aspetti della società dabbene puntando l’attenzione su un popolo che diventa saggio e audace, sagace e inventivo contro una terra arida dove padroneggia la miseria e la fame. Il pessimismo dovuto scompare grazie all’energia vitale dei personaggi inebriati dal sole e dal mare. Nonostante ciò, l’uomo che ha squarciato la Napoli del secondo dopoguerra e che la fece amare anche a coloro che non la conoscevano (così come scrisse una donna a Marotta dopo che aveva letto “L’oro di Napoli”: “Napoli mi è ignota, ma è come se ne fossi diventata una cittadina”[11]), fu accusato di essere solo uno scrittore locale sotto l’etichetta di “napoletanità” e declassato come tale: “Insomma: eviti soltanto i libri miei. Pensi che il barone Compagna, mio conterraneo, ha tenuto quasi una conferenza per dire che io sono, letterariamente, la vergogna di Napoli”.
Ebbene Marotta, allora, scrisse “A Milano non fa freddo”, una cartolina milanese dedicata alla città che lo apprezzava come narratore e giornalista: 1949. “Non fa freddo perché, a riscaldarci, c’è il focherello del cuore, dei ricordi, delle simpatie umane. E a consolarci c’è il largo suono delle campane, che di prima sera dondola e ridondola, sopra Piazza Fedele… Prendo questo tuo titolo come una dichiarazione d’amore alla città che ti ospita,o ti ha ospitato, e che tu guardi, descrivi, fai vivere con occhi innocenti: gli occhi della poesia”, così commentava Giuseppe Ravegnani, amico e critico di Giuseppe Marotta.
In “A Milano non fa freddo”, che ricorda la condizione degli emigrati, il protagonista è l’autore stesso, o meglio le sue memorie e le sue confessioni. L’autore incarna in questo libro l’immagine di un clown, che, senza una patria, viaggia per il mondo in cerca di fortuna. Lo stesso Marotta, non a caso, può definirsi un clown senza patria, per il semplice fatto che la sua Napoli, che portava da sempre nel cuore, era completamente cambiata: “…non stupì i miei amici a Napoli per il semplice fatto che essi s’erano tutti dispersi per il mondo e non ne ritrovai nessuno”. Raccontava Ravegnani: “In fondo questi tuoi libri sudano d’ogni parte di malinconia… malinconia, se vuoi, del ricordare; ma per l’appunto i ricordi, anche i più lieti, anche quelli dei cuori innamorati, quando rigalleggiano sull’onda della memoria, trascinano dietro a sé uno strascico di foglie morte, incoronandosi di un alone roseo e grigio. Battute dell’umorista, quasi a smentirmi, affiorano qua e là; ma sono battute di un umorismo amarognolo, dolente, angosciato: l’umorismo dell’uomo triste”.
L’autobiografia, non a caso, è saliente nelle opere di Giuseppe Marotta. Milano è descritta col suo paesaggio grigio, i suoi “barboni”, la sua frenetica operosità. Anche questo libro si collega ai due precedenti (“L’oro” e “San Gennaro”) nel “raggiungere, – come testimonia Vincenzo Paladino – nella ideazione dell’autore, la medesima unità strutturale e offrire, nel contempo, una visione di assieme della città nella successione dinamica degli “spaccati”, dei quadri, dei ritratti, dei flash”.
Nonostante ciò, Giuseppe Ravegnani ha sempre confermato nei suoi scritti l’accesa polemica anti-marottiana del mondo accademico: “Si diceva: Marotta per scrivere in punta di penna, toccante, persuasivo, ha bisogno di Napoli. Marotta è monocorde, radicato a un metro quadrato di terra. È come Alvaro e come Rèpaci con la Calabria, il povero Brancati con la Sicilia, Beltramelli con la Romagna, la Deledda con la Sardegna. Napoli per Marotta è come una sanguisuga: eppure se gliela strappi diventa vuoto: se lo porti lontano dal Vesuvio, da San Gennaro, da Chiaia, diventa miope o cieco completamente. La sua gente è quella dei “quartieri”, dei “bassi”: gente che sta sulle porte a godersi il sole come lucertole, cominciando dal lunedì a pensare ai numeri del lotto e alle cabale. Ma alle chiacchiere dei critici non hai creduto, e hai fatto bene”.
Marotta con “A Milano non fa freddo” ha dimostrato ancora una volta che i critici si sbagliavano completamente sul suo conto, come racconta ancora Paladino, “Marotta parve volersi scrollare di dosso l’etichetta di “napoletanità”, o per lo meno preferì non insistere sulla direttrice regionalistica, che pure lo aveva fatto scrittore di grosso successo, per spostarsi su un’altra area, cimentandosi con altri temi ricavati dalle sue dirette esperienze nella grande città del Settentrione, che fu la sua patria di adozione”.
Lo scrittore napoletano per dar prova di sé e della sua bravura, a dispetto delle incessanti accuse dei critici, scrivedi Milano, con il suo linguaggio giornalistico, di stampo elzeviristico con discontinuità di tono e di ispirazione. Però anche quando si parla di Milano, per lo scrittore non può mancare quella vena napoletana che lo contraddistingue da sempre e, ovviamente, l’autobiografia. Le sue disavventure milanesi diventano le disavventure di tutti e la sua vita intima diventa esperienza universale. Si potrebbe dire che Marotta parte da se stesso per raggiungere tutto lo scindibile. Il singolo diventa emblema della moltitudine. Le amarezze, le gioie del singolo diventano di tutti come esempi da imitare e da seguire.
La cosa straordinaria è che l’autobiografismo marottiano non cede mai alla banalità del quotidiano, bensì si tramuta in condizione ed esperienza in cui il lettore può prenderne atto e farne parte. Così facendo, Marotta in questo libro incarna l’ “esilio” dei meridionali che, in cerca di fortuna, erano costretti a lasciare la propria patria, il Meridione, e ad emigrare in nord Italia. Milano e le altre città del Nord diventavano delle terre straniere, da conquistare e conquistarsi. Marotta dopotutto a Milano incontrò numerosi scrittori e poeti meridionali come Leonardo Sinisgalli, Alfonso Gatto, Domenico Rea et alii che come lui erano partiti in cerca di fortuna. Lo stesso Marotta amava affermare ciò che lo spinse a puntare verso Milano: “Nel 1925 emigrai a Milano, dove avevo saputo che esisteva un professionismo giornalistico e letterario. La mia idea era di conquistare Milano con un pacco di manoscritti e trecento lire di capitale; Michele, mio compagno nell’impresa, pensava invece che le trecento lire fossero di troppo: secondo lui il solo pacco di manoscritti ci avrebbe resi padroni della città in due o tre giorni. Che tempi. C’era, a Milano, il caro-alloggi. Affittammo, io e il mio compagno d’avventura, una camera ammobiliata in corso Roma 66. Prezzo: trecento lire… al mese. “Gabinetto”? Sì, ma fuori di casa, annidato su un pianerottolo”.
Dopo le prime disavventure, pienamente raccontate nei suoi scritti giornalistici e narrativi, lo scrittore riesce a sistemarsi e sposarsi. La città milanese diventa la sua seconda patria, la sua casa di adozione. “[…] Sì, ho vissuto a Milano per venticinque anni, più brevi e tuttavia più distesi e abbaglianti di qualsiasi Marilyn Monroe. Sto a Napoli, adesso, ma con la giacca impigliata nei battenti di Milano. Ho la tristezza remota, nuvolosa, dei meticci. Non so mai, quando riapro gli occhi la mattina, se vedrò nella finestra una guglia del Duomo o una gobba del Vesuvio”.  Infatti la vita di Marotta si divise sempre tra Napoli e Milano.
Napoli è il luogo della sua infanzia, dei suoi ricordi, della sua “napoletanità”. Milano, per lo scrittore, non solo rappresenta il suo riscatto sociale, ma anche l’affermazione nel mondo lavorativo e, di conseguenza, nel mondo letterario. Milano aprì le porte a Marotta nel “fantastico” mondo delle lettere, tra i caffè lungo il Corso e le testate giornalistiche. Lì conobbe molti critici, anche se tanti altri lo ignoravano o lo declassavano come un semplice autore di rotocalco. Fu accusato spesso di scrivere elzeviri e non proprio libri, come egli stesso ammetteva: “Purtroppo la storia di tutti i miei libri è sempre la stessa: e tutti i miei racconti, prima di essere raccolti in volume, sono costretto a pubblicarli come elzeviri di quotidiani. Questa è una cosa che vorrei mettere bene in chiaro, per le influenze che ha sul nostro costume letterario. Lo scrittore, cioè, per poter vivere, è costretto a lavorare per i giornali. Chi può stare due anni attorno ad un libro, chi può stare, cioè, due anni senza guadagnare? Lo scrittore, oggi, nella maggior parte dei casi, può mettere insieme un libro solo dopo averlo pubblicato, qua e là, in elzeviri: è triste, ma è sintomatico dell’epoca”. Lo scrittore napoletano lamentava spesso che non poteva scrivere un libro senza che questo nascesse dagli elzeviri. Fu così che Marotta iniziò a cadere in oblio, come egli stesso lamentava: “Tutti abbiamo imparato a memoria questi ricorrenti, ossessivi temi della vigente critica; e non sappiamo, da essa, quasi niente di noi. Di importante non ho al mio attivo, qui, in vent’anni, che tre articoli di De Robertis, due di Falqui, uno di Flora, uno di Ravegnani, uno di Gargiulo, uno di Cecchi, poi più nulla”.
Nonostante la critica ufficiale lo ignorasse ebbe un grande successo di pubblico. “Grazie, grazie. Non so più nulla di quel mio romanzo giovanile chiamato “La scure d’argento”. L’Editore Ceschina, quattro o cinque anni fa, lo ristampò con “Mezzo Miliardo” e “Tutte a me” (altri due lavoretti comici della mia verde età) in un volume unico. Ignoro se anche in questa edizione “La scure d’argento” figuri, a Torino o dovunque, esaurita. Provi a domandarlo a Ceschina (via Castelmorrone 15, Milano). Perché non lo faccio io? Perché non mi va di sentirmi dire che la tiratura fu di tremila esemplari e che le copie invendute sono, computando l’originale, tremila e una. Ho 56 anni, lavoro da tempo immemorabile (come un cinese e meglio che so), faccio di tutto per non commettere gravi sbagli, ma innumerevoli e raffinati intenditori mi considerano tuttora un dilettante e uno sciocco. Questo è il mondo letterario: non si comincia mai ad entrarvi e non si finisce mai di esserne scacciati!”.
I critici, infatti, continuavano a considerarlo un autore provinciale, dilettante e locale, “I critici? C’è gente che seguita ad ignorarmi, come Flora, Bocelli, e qualche altro. Mi ignorano per i miei vizi di origine, perché lavoravo nel rotocalco e nel giornalismo umoristico. Ci sono invece scrittori che per il solo fatto di aver partecipato a un cenacolo, a un clan, o anche vagamente a un clima, hanno diritto di cittadinanza letteraria. Le classifiche cieche sono appunto il vizio di noi italiani: mentre c’erano, forse, nella “Acerba” e nella “Ronda” moltissime mediocrità. Ma se avrò vita e meriti, spero di convincere tutti i critici, come mi è accaduto con Cecchi[12]. Il triste è che la cultura italiana è malata di accademismo; la letteratura è dei professori, e purtroppo oggi siamo passati dal Prof. Carducci al licealista. Non è forse lecito avere gli inizi difficili? Anche lei batte sul chiodo letterario, con domande che riguardano me, e che perciò m’imbarazzano. D’accordo, io sono ignorato o quasi, dai critici. E Falqui… poi. Falqui non ha in mente che Dessì. Il motto defilippiano da impartire a Falqui dovrebbe essere: “Ditegli sempre Dessì”.
Non mancano attacchi da parte del mondo accademico verso la letteratura marottiana, una letteratura fatta di aneddoti, di elzeviri, parlata, linguacciuta e fuori dai canoni tradizionalisti di linguaggi corretti e pomposi, di tematiche discorsive e argomentative. La letteratura di Marotta è fatta come un puzzle, di tanti pezzi che messi a incastro rivelano un mondo tutto da scoprire, uno squarcio paesaggistico di realtà sociali e non, e soprattutto di uno sviscerato amore verso la vita. Gli ambienti, le figure, i personaggi marottiani emergono un po’ alla volta. Il lettore deve cercare di scoprirli tra le righe, di togliere quel velo parodistico quasi grottesco, di capire che tutto l’umorismo marottiano è intriso di filosofia.
Spesso la critica non ha voluto soffermarsi su questo autore solo perché lo ha sempre analizzato apparentemente, non lo approfondisce, non lo studia tra le righe e non toglie quel velo che come una nebbia copre l’incanto, il sogno, la gioia di vivere. La grandezza di Marotta sta proprio nell’analizzarlo attraverso le righe e nell’approfondirlo nella sua poetica umoristica. Un humour a volte scostante e dissacrante rivela il dramma di una società che cerca di emergere dalle macerie della guerra e di un popolo che si “arrangia” a vivere puntando al sole e alla vita. L’amore verso l’esistenza in qualsiasi forma essa fosse vissuta è il tema principale di tutte le opere marottiane. È un peccato che ancora oggi ignori un autore che è stato partecipe e grande interprete di un’epoca tanto discussa come la nostra.* Dice di sé:
Rudy Tarantino. Nato a Napoli il 15 ottobre 1981. Insegna latino, italiano, storia e geografia nelle scuole superiori dell’Is.eF. – Istruzione e Formazione – e collabora con “La Tribuna” di Poggiomarino (Na), giornale a tiratura regionale. Si è sempre occupato di critica letteraria e di politica vaticana.

PUBLIO VIRGILIO MARONE

Omnia vincit amor et nos cedamus amori.

(da Bucoliche X, 69)

PROFILI. Luisa Ricchi - Trotula de Ruggero. Una donna straordinaria

In un’epoca storica dominata dagli uomini, la più grande “magistra” nel campo medico

Luisa Ricchi *

In una notte buia e tempestosa, quattro pellegrini si erano rifugiati sotto gli archi dell’acquedotto di Arce. Non erano viandanti normali. C’era un greco, Pontus, un latino ferito, Salernus, un ebreo, Helinus ed un arabo, Adela. In comune avevano la conoscenza dell’arte medica, pur provenendo da scuole diverse. Salernus attirò ben presto l’attenzione degli altri tre con il suo modus medicandi. Decisero così di fermarsi a Salerno, di creare un sodalizio e fondare una scuola, per raccogliere e divulgare le comuni conoscenze in materia. Nacque così la Scuola salernitana.
La città di Salerno, attorno all’anno mille, era nota per    il suo fermento intellettuale e rappresentava la massima espressione della rinascita culturale dell’Italia meridionale. Ottimo terreno di coltura per un’idea innovativa. La scuola medica salernitana si distinse ben presto dalle altre, proprio perché raccoglieva, effettivamente, il meglio della tradizione medica latina, greca, araba ed ebrea. Divenne in poco tempo il più importante centro di studi medici teorici e pratici e conquistò una fama che varcò i confini non solo della regione, ma anche dello stato, diventando la prima università d’Europa.
La scuola, conosciuta anche come “Hippocratica civitas” (la città di Ippocrate), perché la terapia ippocratica stava alla base degli insegnamenti, fu il primo centro di cultura non controllato dalla Chiesa, cosa veramente eccezionale per l’epoca. Ma non si distingueva dalle altre solo per la sua laicità, ma anche perché era aperta alle donne, che la frequentavano sia come studentesse, le cosiddette “Damae salernitanae”, che come insegnanti. Questa è da considerarsi una parentesi, chiusa la quale, per parecchio tempo la medicina è tornata monopolio degli uomini. Occorre fare un piccolo passo indietro.
Nei secoli precedenti, in Europa dominava l’insegnamento galenico. I medici tramandavano gli aspetti filosofici, astratti della medicina, mentre i chirurghi erano considerati di rango inferiore e parificati agli altri che esercitavano attività manuali (barbieri, operatori di cataratta, norcini, oltre a varie tipologie di ciarlatani itineranti).
Alla donna per tradizione era assegnato il ruolo di ostetrica o di puericultrice. Le sue conoscenze erano tramandate di madre in figlia. Non poteva accedere a forme ufficializzate di sapere né agli insegnamenti accademici, e non era autorizzata ad esercitare la professione medica. In un periodo di oscurantismo, in cui la donna occupava una posizione subalterna, o comunque secondaria nella società, la presenza di donne medico nella Scuola Medica salernitana, in pieno medioevo, rappresentava un fenomeno veramente unico nella storia della medicina. Ma ancora più straordinario era che le donne venissero non solo accettate nei ranghi dell’organizzazione medica, ma anche tenute in grande considerazione dai colleghi uomini (cosa ancora non comune ai giorni nostri) e dall’intera comunità. Molte le doti che le caratterizzavano e che permisero loro di conquistare una notevole fama tra l’età dei Longobardi e quella dei Normanni. Erano attive, prudenti, coraggiose, combattive.
Uno storico salernitano, Antonio Mazza, priore della Scuola di medicina nel XVII secolo, riconobbe il loro prestigio e nel saggio “Historiarum epitome de rebus salernitanis” scrive “Abbiamo molte donne erudite, che in molti campi superarono o eguagliarono per ingegno e dottrina non pochi uomini e, come gli uomini, furono ragguardevoli nell’ambito della medicina”. Tra queste importanti presenze femminili, quella che ebbe più notorietà fu sicuramente Trotula de Ruggero (o de Ruggiero), detta anche Trocta o Trota; non si conosce con precisione né la sua data della sua nascita che si colloca tra il 1030-1040, né quella della sua morte, avvenuta presumibilmente verso la fine dell’undicesimo secolo.
Discendente da un’antica e ricca famiglia di origine longobarda, Trotula sposò Giovanni Plateario, illustre maestro della scuola, capostipite di una diretta discendenza di medici che divennero tutti notissimi, chi in un campo, chi in un altro, dando lustro alla città di Salerno per più di trecento anni. Trotula viene descritta di forme abbondanti, matronali, di aspetto volitivo, con fronte alta e spaziosa, bocca grande, occhi luminosi e penetranti. Molto sensibile e delicata nel modo di comportarsi. Ebbe due figli, Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.
Fu una “magistra” tanto stimata, da meritare la docenza presso la Scuola; un famoso medico dell’epoca, Raffaele Malacorona, in visita a Salerno affermò di non aver trovato nella città nessuno più esperto nell’arte medica di quanto lo fosse lui stesso, ad eccezione di una “sapiens matrona”, che non poteva essere che Trotula. Nessuna meraviglia se poi, a causa di questi riconoscimenti, fu persino negata l’esistenza stessa di Trotula e furono attribuiti ad altri medici, maschi, le sue opere (niente di nuovo sotto il sole!).
Le sue lezioni furono incluse nel “De agritudinum curatione”, una raccolta degli insegnamenti di sette grandi maestri dell’università. Collaborò con il marito ed i figli alla stesura del manuale di medicina “Practica brevis”. Precorse i tempi soprattutto nel campo della ginecologia, dell’ostetricia e della dermatologia e, cosa importantissima, le sue opere sono giunte, pur sezionate e ricomposte, fino a noi: possiamo così renderci conto del suo valore e della sua modernità, anche nel campo della salute in generale. Le sue idee erano veramente innovative: considerava che la prevenzione fosse un aspetto molto importante della medicina (concetto ripreso successivamente: prevenire è meglio che curare), divulgava metodi per l’epoca inusuali, evidenziando l’importanza che l’igiene, l’alimentazione equilibrata e l’attività fisica rivestono per la salute.
Contrariamente a tanti colleghi dell’epoca, non ricorse quasi mai a pratiche legate all’astrologia ed alla magia. Per curare molte patologie suggeriva trattamenti dolci che includevano bagni e massaggi, anziché avvalersi dei metodi drastici spesso utilizzati a quel tempo. I suoi consigli erano facili da seguire e alla portata anche delle persone meno abbienti.
Le sue conoscenze in campo ginecologico furono eccezionali. Nello studio dell’ostetricia e delle malattie sessuali fece importanti scoperte. Molte donne ricorrevano alle sue cure. Trotula sosteneva che “dal momento che tali malanni si manifestano nelle zone più intime, le donne non osano, per riserbo e per fragilità della loro condizione, rivelare al medico i tormenti provocati dal dolore…”. Cercò nuovi metodi per rendere il parto meno doloroso e per il controllo delle nascite. Temi ripresi pochi secoli fa, se non addirittura nella seconda metà del novecento. Il professor Leboyer, che diffuse la nascita senza violenza una quarantina di anni fa, non fu contestato solo per problemi di eventuali complicanze patologiche per mamma e bambino, ma anche perché era ancora diffuso il concetto “tu donna partorirai con dolore”.
Fino a pochi anni fa, molte ostetriche insensibili e sadiche, durante il travaglio, dicevano alle donne “non lamentarti, hai goduto prima e adesso paghi!” Trotula si occupò del problema dell’infertilità, cercandone le cause non soltanto nelle donne, ma anche negli uomini, in contrasto con le teorie mediche dell’epoca. Per la “medichessa” era basilare il benessere fisico della donna e del bambino, così come l’armonia della coppia e l’uso di metodi contraccettivi.
Piccola parentesi. Non dimentichiamoci che quasi un millennio dopo, era tassativamente vietato indicare sui bugiardini, inclusi nelle confezioni delle famose pillole, l’uso delle stesse come anticoncezionali. Venivano vendute ufficialmente come “regolatori del ciclo mestruale”. E questo per seguire una precisa indicazione della Chiesa, la cui longa manus arriva dappertutto, e soprattutto nelle camere da letto!
Nella sua opera più conosciuta, il “De passionibus mulierum curandarum” (Sulle malattie delle donne), divenuto successivamente famoso col nome di “Trotula Major”, quando venne pubblicato insieme al “De Ornatu Mulierum”, un trattato sulle malattie della pelle e sulla loro cura, detto “Trotula Minor”, parlava delle malattie delle donne con un linguaggio chiaro e lineare. (I due testi erano scritti in latino medievale, una lingua diffusa in tutta l’Europa). Il primo le fu richiesto da una nobildonna, anch’essa convinta che le donne non parlano volentieri delle loro malattie agli uomini, per un sentimento di pudore.
Come già detto, fino allora, le persone destinate a prendersi cura di quanto atteneva alla sfera genitale non erano medici o comunque persone istruite, ma vecchie donne, a volte solo praticone e ciarlatane, a volte molto sagge ed esperte, le cosiddette mammane, che, non solo nel medioevo, ma anche successivamente, si prendevano cura dei malanni delle altre donne, nel parto come in menopausa, e tutte le volte che si dovevano affrontare disturbi ginecologici. Il trattato risulta straordinario anche perché, per la prima volta, si parla esplicitamente di argomenti sessuali, senza nessun accento moralistico. Ed ancora un accenno a qualcosa di molto recente. Qualcuno si ricorda delle polemiche seguite all’uscita di quel piccolo testo ispirato alle strisce di Lupo Alberto, in cui si parlava di contraccezione e di sessualità? È stato criminalizzato e messo all’indice per evidente immoralità. E questo pochi, pochissimi anni fa. Il testo di Trotula inoltre, non si limita all’elaborazione teorica delle esperienze, ma vengono portati numerosi esempi pratici. Poiché Trotula conosceva gli insegnamenti di Ippocrate e di Galeno, vi faceva riferimento nelle sue diagnosi  e nei suoi trattamenti, non trascurando l’antica concezione ippocratica che legava le caratteristiche della persona all’intero cosmo: la teoria degli umori legati con gli elementi presenti nel cosmo, secondo la quale nel corpo umano circolano quattro umori: il sangue, il flegma, la bile gialla e la bile nera. Il prevalere di uno dei quattro umori sugli altri condizionerebbe il carattere degli individui e il temperamento. Inoltre affinché le persone godano di buona salute occorre che i quattro umori siano presenti nell’organismo in modo equilibrato; se tale equilibrio viene a mancare si ha l’insorgenza della malattia. Questa teoria è ritenuta valida, anche attualmente, da qualche branca della cosiddetta medicina alternativa.
Trotula ha affrontato il problema della menopausa, sui sintomi della quale vi è una grande scarsità di testimonianze. A quei tempi, gran parte delle patologie erano rappresentate dalle infezioni, dagli ascessi, dalle febbri, e dai dolori che ognuna di queste condizioni comportava. Malesseri così gravi, dolorosi e spesso incurabili che, a causa della mancanza di analgesici, anestetici ed antibiotici, rendevano trascurabili i sintomi della menopausa, o di piccole patologie ginecologiche.
Trotula conquistò un’immensa fama, anche sul campo, fama che durò anche nei secoli successivi, per l’enorme lavoro svolto. Nessun regalo. Niente su un piatto d’argento. Se non fu la prima, cronologicamente, delle Damae salernitanae, fu certo la più famosa. Nel “De ornatu mulierum” sono trattati temi riguardanti la cura e la bellezza con l’uso dei cosmetici. Vengono fornite ricette su come tingere i capelli, curare l’alitosi, sbiancare i denti, togliere le borse sotto gli occhi e le lentiggini, truccarsi il viso e le labbra. Sono descritte dettagliatamente le preparazioni di rimedi per la cura del corpo, l’uso di pomate ed erbe medicamentose per il viso ed i capelli e vengono dispensati consigli su come migliorare lo stato fisico con bagni e massaggi. Questo argomento non rappresenta un aspetto frivolo dei suoi testi, perché per Trotula occuparsi della bellezza di una donna aveva a che fare con la filosofia cui si ispira la sua arte medica: la bellezza è il segno di un corpo sano e dell’armonia con l’universo.
È simpatico leggere dei rimedi che suggeriva per contrastare le rughe (…prendi un gladiolo, cavane il succo e, con questo succo, spalmati mattina e sera il viso…), per schiarire il viso (…prendi un po’ di fave, stemperale in poca acqua fredda, stropicciando sempre le mani, e spalma la sostanza sul viso con le due mani, avendolo prima lavato con acqua e sapone…), per la depilazione (…e se vorrà togliersi la peluria dal viso… sciogliere colofonia e cera in un recipiente di terracotta… si spalmi con l’unguento…). Rimedi empirici, generalmente forse poco efficaci, ma che ben confermano una diffusa esigenza da parte delle donne di aiuto e di consigli competenti, finalizzati al raggiungimento di un benessere generale.
La Scuola salernitana rappresentò, come già detto, sicuramente un’isola felice. La medicina rimase comunque l’unico sbocco, per tutto il medioevo, per gli interessi scientifici delle donne. E qui si chiude l’epoca del successo delle donne medico. Si riaprirà molti secoli dopo. Nel XII e XIII secolo, con la nascita delle università ci fu una svolta: teologia, medicina e giurisprudenza divennero professioni che richiedevano un’educazione universitaria, ovunque, tassativamente, vietata alle donne. La professione medica era sempre più strutturata gerarchicamente: il dottore (maschio, uscito dall’università) era in cima alla piramide, sotto di lui farmaciste, cerusiche e chirurghe, istruite da mariti o genitori, organizzate in corporazioni, che preparavano ricette, praticavano salassi; vi erano anche donne che praticavano la professione abusivamente. Donne sagge, le cui ricette erano più semplici e più economiche, e stranamente simili ed efficaci quanto quelle dei medici usciti dagli atenei.
Nel XIII secolo le idee e gli studi di Trotula erano conosciuti in tutta l’Europa. I suoi scritti vennero utilizzati fino al XVI secolo come testi classici presso le Scuole di medicina più rinomate. Il “Trotula Maior”, in particolare, venne trascritto più volte nel corso del tempo, subendo numerose modifiche. Come in tante altre circostanze che vedevano protagonista una donna, tutta l’opera di Trotula fu, per secoli, al centro di una querelle. La paternità dei suoi lavori le venne disconosciuta. I suoi testi vennero impropriamente attribuiti ad autori di sesso maschile: a vari anonimi, al marito o ad un fantomatico medico, “Trottus”.
Ancora nel XIX secolo alcuni storici, tra cui il tedesco Karl Sudhoff, negarono la possibilità che una donna, essere inferiore che non da molto aveva conquistato il diritto a possedere un’anima, avesse potuto scrivere un’opera così importante e cancellarono la presenza di Trotula dalla storia della medicina. In un manoscritto scoperto nel 1837, che si fa risalire alla fine del XII o all’inizio del XIII secolo e che oggi è andato perduto, vengono riportate le opinioni di celebri esponenti della scuola salernitana, tra i quali figura il nome di Trotula, oltre che di Giovanni Plateario, Cofone, Petronio, Afflacio, Bartolomeo e Ferrario.
La sua “esistenza” fu definitivamente recuperata, con gli studi di fine Ottocento, dagli storici italiani per i quali l’autorità di Trotula e l’autenticità delle Mulieres salernitanae sono incontestabili. Anche se ci fossero ancora dubbi circa l’attribuzione a Trotula di alcune tra le opere citate, è indiscutibile che fu una figura di primo piano, di grande valore, riconosciuto, come già detto, in primis, stranamente, dai colleghi. Quasi per chiederle scusa, a suggellare la sua fama, contestata per tanti secoli e rivalutata relativamente da poco (possiamo dire: niente di nuovo sotto il sole!), verso la metà del XIX secolo fu coniata, in suo onore, una medaglia, sembra, di pregevole fattura artistica. Certo che qualche volta gli uomini credono che per gratificare noi donne, basti veramente poco! E il guaio è che spesso ci azzeccano.

* Dice di sé:
Luisa Ricchi. Curiosa, con una gran voglia di approfondire un’infinità di argomenti. Ha parecchie passioni. Quella che la accompagna da sempre è la fotografia, che l’aiuta a fissare e condividere sensazioni ed emozioni.

ARISTOTELE

(…) La tragedia poi è imitazione di un’azione e viene rap­presentata da persone che operano, che necessariamente devono avere certe qualità di carattere e di idea; per questo infatti diciamo che anche le azioni sono di un certo modo, poiché due sono le cause naturali delle azioni, il pensiero e il carattere, e secondo le azioni stesse tutti sono fortunati o sfor­tunati; così appunto il mito è l’imitazione dell’azione; infatti chiamo mito l’insieme delle azioni, caratteri ciò per cui diciamo che i personaggi hanno certe doti, pensiero infine quello con cui parlando rivelano qualcosa di particolare o an­che dicono una verità generale.
(da Poetica VI, 1)

SCIENZE. Tiziana Stallone - Chi ha paura di Mister Charles?

La discussione su Darwin, perseguitato dai detrattori, è – purtroppo – ancora in continua evoluzione 

Tiziana Stallone *

Voglio esporre un breve sunto dei progressi della dottrina sull’origine delle specie. La maggior parte dei naturalisti ammette che le specie siano produzioni immutabili, e che ogni specie sia stata creata separatamente. Questa tesi fu abilmente propugnata da molti autori. Solamente pochi credono che esse subiscano delle modificazioni, e che le forme viventi attuali discendano per mezzo di generazione regolare da forme preesistenti…
(“L’origine della specie”, Darwin, Murray, 1859)

Le 9:00 del mattino del 23 ottobre del 4004 a.C., questi erano l’ora, il giorno e l’anno in cui Dio aveva iniziato ad adoperarsi per la creazione del mondo, e la data era stata riportata sul frontespizio delle copie della Sacra Bibbia, distribuite a bordo del brigantino di nemmeno trenta metri, l’HMS Beagle, alla vigilia della sua partenza per il lungo viaggio, che avrebbe condotto il giovane, inesperto, appassionato, meticoloso, metodico naturalista Charles Darwin verso l’esplorazione di paradisi terrestri vergini, solcati da montagne, cordigliere, altipiani e attraversati da terreni dalla composizione minerale e rocciosa ignota, le cui forme di vita terrestre, acquatica ed aerea, vegetali ed animali, erano ancora sconosciute. Sud America, Patagonia, Terra del Fuoco, isole Falkland, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, terre popolate da indigeni, digiuni di civiltà; uomini e donne, dalle foltissime chiome e dalle mascelle prominenti, non sempre pacifici, coperti da pelli stracciate e a piedi nudi.
Nei primi difficilissimi mesi di viaggio, Darwin stringeva tra le mani una copia della Bibbia, alla quale si appellava di sovente rivolgendosi agli ufficiali del Beagle, in quanto considerava l’Antico Testamento “una autorità inconfutabile su certe questioni morali, come ebbe modo lui stesso di scrivere molto più avanti nella sua biografia, convinto allora, come altri scienziati del tempo, la cui opera è tuttora per noi di importante riferimento, del fatto che Dio avesse creato il mondo assieme a tutte le sue meravigliose creature. In realtà più che convinto creazionista, Darwin non si era ancora interrogato sull’argomento origine della specie. Di certo la Bibbia doveva essergli di gran conforto, poiché la lunga durata e la conseguente lontananza da casa, piuttosto che l’insita pericolosità di quel viaggio, il quale avrebbe rappresentato l’unica avventura della sua vita, dovevano suscitargli davvero molta ansia“ero anche preoccupato per certe palpitazioni e dolori al cuore, e ignorante com’ero… ero certo di avere una malattia cardiaca. Non consultai alcun dottore, perché ero sicuro di un verdetto che mi avrebbe dichiarato inabile al viaggio, e invece ero ben deciso a parteciparvi ad ogni costo”.
A dispetto di questi comprensibili timori, inquietudini, preoccupazioni, il viaggio sul Beagle era l’unica cosa sulla quale Darwin, per sua natura tormentato e dubbioso, non ebbe mai incertezze o ripensamenti, l’unica esperienza che fino allora avesse desiderato compiere. Tranne la travolgente passione per le scienze naturali, per l’entomologia e per il collezionismo di animali, piante e rocce, che perdurava sin dall’età di dodici anni ed iniziata poco dopo la morte della madre, passatempo pregustato nelle lunghe passeggiate solitarie, tutte le altre esperienze formative Darwin le aveva subite. Nel 1825, all’età di 16 anni, iniziò a frequentare la facoltà di medicina all’Università di Edimburgo, per compiacere il padre, l’illustre e facoltoso medico Robert Warig Darwin, a sua volta figlio di Erasmus Darwin, prestigioso letterato, medico e scienziato. Charles Darwin era, però, poco interessato agli studi, che portava avanti a fatica e senza coinvolgimento, era ossessionato dalla mole di nozioni dell’anatomia e frustrato dall’inettitudine al disegno, i suoi due gravi e irrimediabili difetti, terrorizzato dalla crudezza degli interventi chirurgici, a quei tempi condotti senza l’ausilio del cloroformio o di altri anestetici. “…mio padre capì…che non gradivo l’idea di diventare medico, e pensò di farmi pastore evangelico. Il pensiero che io diventassi un ozioso, interessato solo a qualche sport, come allora sembrava probabile, lo preoccupava giustamente…”; fu così che Darwin nel 1827 acconsentì di essere iscritto al Christ’s College di Cambridge per studiare teologia o meglio “teologia naturale”, disciplina molto vicina alle scienze naturali.
Fu il suo professore di botanica, John Stevens Henslow, a suggerirgli e poi a raccomandarlo per il viaggio sul Beagle, al seguito del ciclotimico, generoso e nobile rampollo, il capitano Fitz-Roy, ottimo ufficiale, sostenitore della frenologia e della fisionomica di Lavater ed alla ricerca di un giovane naturalista, con il quale condividere la cabina nel corso del suo viaggio di rilevazione scientifica lungo le coste del Sud del mondo e di misurazione della longitudine di diverse isole oceaniche. A causa del naso prominente, per cui Fitz-Roy credeva che egli non potesse avere l’energia e la determinazione sufficienti per quel viaggio”, Darwin stava rischiando di non partire. Decisiva fu la raccomandazione del nonno paterno, il quale intercesse anche con suo padre, fino allora reticente.
Era il 1831, cinque anni più tardi, nel 1836, a viaggio concluso, Darwin, era già un membro consacrato della comunità scientifica, senza bisogno di altre raccomandazioni e di intercessioni, grazie ai rilevamenti effettuati entro fitte foreste, su inerpicate montagne ed oscuri fondali marini, appostato sugli alberi ad osservare uccelli, accovacciato alla ricerca di insetti, o impietrito a fissare gli indigeni; grazie ai resoconti scientifici, minuziosi ed originali, al numerosissimo e variegatissimo materiale roccioso, botanico e animale che inviava periodicamente in Inghilterra. Non avvenne solo questo. Gli anni del Beagle non furono solo studio, catalogazione, classificazione, collezionismo, esplorazione e meticolosa osservazione della natura, ma un periodo di profondo e sofferto stravolgimento umano, di cogenti e combattuti dilemmi morali e spirituali, anni in cui a seguito di un assiduo lavoro logico, per Darwin iniziava a rischiararsi un orizzonte annebbiato. “Non mi assalì mai il pensiero di quanto fosse illogico affermare di credere in ciò che non potevo capire, anzi, che è per natura sua inintelligibile”, ebbe modo lui stesso di scrivere a proposito del non voler discutere dei dogmi religiosi, nel corso dei suoi studi per divenire pastore evangelico, prima dell’esperienza del Beagle, ma adesso la logica, la ragione, le deduzioni scaturite dall’osservazione della natura, iniziavano a far vacillarne la sua fede, la sua “ortodossia perfetta” poiché “quanto più conosciamo le leggi della natura, tanto è più difficile credere nei miracoli”.
Il creazionismo, ad esempio, e l’idea che Dio avesse dato vita agli esseri viventi, progettandoli con un disegno intelligente, preservandoli immutati ed immutabili, collocandoli in ambienti appropriati: ad ogni specie il suo compito e le sue peculiarità, il suo ambiente, il suo cibo, in una armonia meravigliosa, questo mal si conciliava con l’enorme pulsione alla varietà che Darwin aveva osservato anche nella stessa specie, e che rendeva i figli diversi dai propri genitori, riconoscibili, con la tendenza degli esseri viventi a riprodursi in maniera esponenziale a dispetto del cibo limitato, con la competizione per gli stessi spazi e le medesime risorse, con l’aggregazione ed il mutualismo, ma anche con l’isolamento o l’eliminazione del più debole, con una talvolta fredda crudeltà della natura, senza distinzione tra piante e animali: “Se si lascia crescere l’erba in un prato… si vedrà che gradualmente le piante più vigorose distruggono le più deboli, anche se queste sono già completamente sviluppate”… “le giovani pianticelle sono alla mercè di numerosi nemici… ho constatato che su 357 germogli non meno di 295 furono distrutti, soprattutto dalle lumache…”… e ancora a proposito della caccia “se nei prossimi venti anni non venisse ucciso in Inghilterra un solo capo di selvaggina e… non si distruggessero neanche i suoi nemici, probabilmente la selvaggina diventerebbe più rara di quanto non lo sia oggi, nonostante ogni anno ne vengano uccisi centinaia o migliaia di capi”.
Dinanzi alle prime teorie evoluzionistiche, che mettevano in dubbio la fissità della specie, come ad esempio quelle del contemporaneo ed illustre scienziato Lamarck, o ancora di Johann Friedrich Meckel, Franz Unger, Etienne Geoffroy Saint-Hilaire, Georges Leopold Cuvier, Darwin rimase indifferente, poiché per sua natura era immune ai facili entusiasmi, diffidente verso le novità, un conservatore. L’evoluzione della specie si dispiegò ai suoi occhi, senza che lui lo chiedesse o lo cercasse, fu così che lucido, minuzioso, scrupoloso, obbiettivo, egli cercò (forse) di opporsi ad essa, attraverso la spasmodica ricerca di prove.
A Darwin, dunque, non va il merito di aver scoperto l’evoluzione, ma di aver dato una spiegazione convincente al perché le specie mutassero o si generassero ex novo. Darwin fornì all’evoluzione un sostegno e una chiave di lettura rivoluzionaria: la variabilità e la selezione naturale, ovvero la naturale tendenza di un essere vivente ad essere diverso dai suoi genitori e la risposta dell’ambiente a questa diversità, risposta che può essere favorevole o avversa. Questo a digiuno di nozioni di ereditarietà di Gregorio Mendel e di Hunt Morgan, più di un secolo prima della scoperta del DNA e dei cromosomi, della mutazione e della ricombinazione genetica. Fu così che Darwin dimostrò la creazione senza Dio.
Era 1838, due anni dopo l’esperienza del Beagle, quando Darwin iniziò a parlare informalmente della sua teoria dell’evoluzione, attraverso una serrata corrispondenza ad amici e colleghi naturalisti, ma sempre con riserbo, con moderazione, frenato, combattuto non sul piano scientifico, ma morale, come se “avesse un delitto da confessare”, consapevole delle inevitabili ripercussioni che avrebbe generato la sua scoperta. Passò gli anni successivi ad accumulare, ossessivamente, prove mentre, come scrisse nella sua biografia, con parole amare e sofferte, “l’incredulità s’insinuò lentamente nel mio spirito, e finì col diventare totale”… “persi gradualmente la fede nella religione cristiana in quanto verità rivelata”… “ero pervenuto, gradualmente, a rendermi conto come il Vecchio Testamento, per la sua storia del mondo così manifestamente falsa… per la sua attribuzione a Dio dei sentimenti di un tiranno vendicativo, non meritasse più fede dei libri sacri degli indù o della credenza di qualsiasi barbaro”.
L’Origine della Specie, il manifesto della teoria dell’evoluzione e della selezione naturale di Darwin, fu pubblicata solo nel 1859, riscuotendo un clamoroso successo ed infiammando le polemiche tra i credenti: 1250 copie stampate ed esaurite in un giorno. Darwin fu costretto a pubblicare le sue teorie per non perdere la priorità per via di Alfred Russel Wallace, giovane naturalista, che era giunto alle sue medesime conclusioni e che, per altro, riconobbe sempre la precedenza di Darwin. Dopo la rivoluzione copernicana, un altro scacco matto all’egocentrismo dell’uomo.
Da allora, grazie a Darwin, si sono strutturate in chiave moderna la biologia dello sviluppo e della riproduzione, l’anatomia comparata, la genetica, la biologia molecolare e l’ingegneria genetica, l’antropologia, l’ecologia. Migliaia di conferme accumulate, di prove consolidate, di misteri svelati, di quesiti risolti, di conoscenze acquisite, di obbiettivi terapeutici raggiunti.

Primi di marzo, anno 2004. Gazzetta Ufficiale alla voce “Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati nella scuola secondaria di primo grado”, scompare interamente la voce ”Origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana”. Una svista? Un errore di battitura? Che fine ha fatto Darwin? Dov’è l’evoluzione? Il resto del documento, però, è pressoché integro. Possibile che la rimozione sia stata mirata, intenzionale?
Quella che segue, purtroppo, è storia di oggi e ci auguriamo, dopo il gran chiasso che ne è conseguito da questa vicenda, che i fatti siano noti a tutti, compreso chi ha avuto la pazienza di giungere fin qui nella lettura. Se così non fosse, importante è ricordare, raccontare, diffondere, rafforzare la consapevolezza di come si rischi di fare un tonfo intellettuale indietro con la rapidità di un tratto di penna, di compiere un crimine educativo pensando di passare inosservati, perché il provinmo culturale è sempre, pericolosamente, in   agguato e la scienza va sempre difesa strenuamente dalle strumentalizzazioni e gli insulti degli ignoranti.
Il depennamento di Darwin e della teoria dell’evoluzione dai programmi scolastici e, dunque, la volontà di celarla alle nuove generazioni, è stato intenzionale, ma in risposta alle petizioni di protesta di numerosi scienziati, invece di un rapido ripristino della voce scomparsa, al fine di risparmiare una grave lacuna agli studenti della scuola media alla vigilia del nuovo anno scolastico, con tanto di scuse annesse, si è pensato di nominare una commissione “per dare precise indicazioni che costituiscono la base di tutti i processi educativi” e stabilire se sia opportuno o meno insegnare Darwin a scuola. Mi chiedo allora perché assieme a Darwin questa commissione dai nomi altisonanti (Rita Levi Montalcini, presidente e Premio Nobel per la medicina, Carlo Rubbia Premio Nobel per la fisica, Vittorio Sgaramella, biologo molecolare, Don Roberto Colombo biologo e genetista umano), non si sia chiesta se fosse il caso di interrogarsi sull’opportunità di spiegare la teoria eliocentrica di copernico, la filosofia hegeliana, la storia del nazi-fascismo o le equazioni di primo grado?
Dopo circa otto mesi di lavoro il primo risultato della commissione ha prodotto sentenze lapalissiane come:“Trascurare l’insegnamento dell’evoluzione, in favore della quale esistono oggi molti fatti incontrovertibili e teorie molto chiare, probabilmente ignorati dagli estensori delle nuove norme ministeriali, sarebbe un errore intollerabile in una società che si ritiene civile”, suggerendo l’insegnamento di Darwin e della selezione naturale sin dalle scuole elementari. La conclusione di questa grottesca, assurda vicenda, tra le accese polemiche dei quotidiani ed il proliferare di libri sull’argomento, dopo ore di lavoro e stesure di resoconti che, invece di esser pubblici, sono stati celati per lunghissimo tempo, è stata in data 17 ottobre 2005, ancora una volta in ritardo per il nuovo anno scolastico, nei soli programmi di terza media la comparsa della voce “Interazioni reciproche tra geosfera e biosfera, loro co-evoluzione. Darwin”. Questo il risultato di due anni di lavoro. Il nome di Darwin recuperato e gettato lì dopo un punto.
Chi ha paura di Darwin? Gli esperti pedagoghi che nel 2004 hanno rivisitato i programmi ministeriali, bocciando l’evoluzione, con candore hanno spiegato che la teoria sarebbe stata affrontata meglio negli anni successivi, poiché per gli adolescenti l’insegnamento della selezione naturale potrebbe esser prematuro, potrebbe turbare le loro giovani coscienze e destabilizzarle, perché a quell’età non è facile distinguere tra evoluzione (scienza) ed evoluzionismo (filosofia che ne consegue). L’evoluzionismo, così pericoloso per i nostri ragazzi, perché gretto, laicista, materialista, dissacratore, senza Dio, che si serve di Darwin e per il quale Darwin diviene a scelta: il supporto ideologico del razzismo e del nazismo, dell’eugenetica o precursore dell’agnosticismo e del materialismo ateo e comunista. Rimuovere Darwin dai programmi, dunque, per depoliticizzare la cultura e liberarla dal demone del materialismo.
Dietro l’attacco a Darwin, e quest’episodio ce ne ha tristemente dato una prova, non ci sono isolati integralismi religiosi di grotteschi nostalgici, creazionisti, ma un movimento politico e ideologico illiberale, ignorante, ingerente e censore, che entra irrispettoso nelle questioni della scienza e devia pericolosamente le opinioni dei cittadini, agendo in primo luogo sui giovani.
Non è nelle mie intenzioni, né nelle mie competenze, entrare in merito alle discussioni politiche o ai timori dei teologi e dei chierici, e non vorrei, soprattutto, operare una distinzione manichea, tra buoni, i laici, e cattivi, i religiosi, ma solo rammentare che una teoria scientifica viene validata o confutata solamente da un’altra teoria scientifica e mai da una dottrina religiosa.
Infine, una lezione di umiltà per stemperare l’umana arroganza.

“Se mi fosse dato vivere e lavorare per altri venti anni, quanto dovrei modificare l’Origine e quanto profondamente dovrei correggere ogni affermazione!
Intanto questo è un principio ed è già qualcosa…”.
(Charles Darwin a J.D. Hooker, 1869)

* Dice di sé:
Tiziana Stallone. Biologo e dottore di ricerca in anatomia umana, svolgo la libera professione di nutrizionista clinico. Le mie passioni: lavoro, musica, cinema, viaggi, alberi e cimiteri. tiziana.stallone@virgilio.it.

GIOVANNI PAOLO II

L’uomo è libero perché possiede la facoltà di autodeterminarsi in funzione del vero e del bene. Egli è libero perché possiede la facoltà di scegliere, “mosso e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna”. Essere libero significa potere e volere scegliere, significa vivere secondo la propria coscienza. (…) La libertà è la misura della maturità di un uomo e di una nazione.
(da Messaggio per la XIV giornata mondiale della pace, 1 Gennaio 1981)

 

FABRIZIO DE ANDRÉ

(…) Libertà, l’ho vista dormire, nei campi coltivati, a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Libertà, l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco.
(da Il suonatore Jones, Non al denaro, non all’amore, né al cielo – 1971)

PROVOCAZIONI. Daniela Brancati - Navarro, il veterofemminista

Lettera aperta a Joaquin Navarro-Valls

Daniela Brancati *

Caro Joaquin,

mi permetta di chiamarla così, con una nuova confidenza che le parrà strana dal momento che ci siamo incontrati solo due volte in vita nostra.
Sì, me lo permetta perché, come le spiegherò, lei ha fatto irruzione d’improvviso nel mio piccolo mondo antico. Un mondo fatto di ricordi che nella mente si trasformano, diventando gloriosi. Ricordi che però, si deteriorano a contatto con l’aria, come i graffiti del neolitico, come i dipinti di Raffaello, anche se risalgono appena a trent’anni fa. Ebbene, in questo mondo che tendo a preservare dalla perfida realtà che me lo sciuperebbe, improvvisamente si è insinuata una cruda certezza: lei, Joaquin Navarro-Valls, è un veterofemminista. Come me!
Lo so che tutti sanno, ma mi tocca scriverlo per quelli che l’avessero dimenticato: lei, Joaquin, è stato l’inossidabile portavoce Vaticano talmente a lungo da sembrare l’angelo custode dell’immagine e del verbo pontificio. Insomma tutti noi eravamo talmente abituati alla sua presenza, autorevole e discreta, che sono felice di poter rievocare oggi la sua immagine perché, lo confesso, ero ormai in crisi di astinenza dal suo volto e dal suo nome. Un nome che suona talmente bene, sa di nobile ispanico, di cavaliere senza macchia, una specie di Zorro, se mi perdona il paragone irriverente. Ma la prego mi perdoni, dal momento che Zorro è anch’egli parte di quel mio piccolo mondo antico tanto amato.
Ebbene Joaquin, non so descriverle la felicità nel vedere che proprio ora, libero dai supremi vincoli di distanza e riservatezza, ha deciso di fare un po’ lo Zorro di tutte noi donne. Ed ecco che dopo aver dato pubblicamente del maschilista ad Aristotele (nemmeno noi con le gonne a fiori ci avevamo mai pensato, sei forte Joaquin) e messo Platone nel ruolo di suo ispiratore (quindi deduco di maschilista senior) viene a parlarci del nudo di donna. Un nudo strumentalizzato al commercio. Mercificato avremmo detto noi. Sbattuto là in primo piano su ogni emittente televisiva, e su molti, moltissimi spot. Una cosa che non va, proprio non va.
Joaquin, le scrivo perché ha ragione da vendere, e se lo lasci dire da me che dico e scrivo queste cose da trent’anni. Confesso che l’articolo di luglio scorso del Financial Times “L’Italia, un paese di veline, dove le donne sono solo oggetti”, mi aveva lasciato davvero male. Intanto perché dell’Italia posso parlare male io, ma se lo fa qualcun altro, allora mi arrabbio. E poi anche il femminismo è parte di quel mio piccolo mondo antico, guai a chi me lo tocca. Mi sono sentita vittima di una grave ingiustizia. In patria quando io dico che la mercificazione del corpo femminile non rende giustizia alle donne, mi dicono con aria disgustata: “ma sei proprio una veterofemminista”. Mentre dalla mitica patria della minigonna mi arriva l’accusa: in Italia non esistono più le femministe e nessuno si ribella alla mercificazione del corpo di donna.
Meno male che è sceso in campo lei, le do il benvenuto nella schiera dei veterofemministi: potrò almeno dire di essere in buona compagnia. Ma non finisce qui. Perché lei Navarro, autorevolmente, comunica che quel nudo ci fa torto perché riproduce di noi donne un’immagine parziale, molto parziale, tralasciando tutto ciò che sappiamo fare d’altro: nel mondo delle professioni e in generale nella vita.
Come direbbe il tenente Colombo (un mito anche lui) sa che mi ha proprio convinto? Usare il corpo femminile per la pubblicità, la televisione, la vendita di un oggetto qualunque esso sia – l’audience televisiva come un’automobile – è disdicevole e sintomo di grave deficit culturale e creativo: se uno ha un’idea davvero buona per un programma tv o uno spot pubblicitario, non ha bisogno di attrarre l’attenzione col nudo.
Sono talmente d’accordo che diversi anni fa – sette se la memoria non mi tradisce – ho scritto un libro dal titolo: “La pubblicità è femmina, ma il pubblicitario è maschio”. Un libro che è ancora oggi letto e studiato in quanto è fra i pochi sul tema. In quel libro dimostravo (almeno credo) che la pubblicità e la televisione sono come uno specchio. Riproducono la realtà, ma solo una piccola parte di essa, spacciandola per la realtà tutt’intera. Dunque, come vede siamo in sintonia. Nella realtà ci sono anche donne nude, ma se la tv fa vedere solo quelle il rischio è che gli inglesi, che alla tv ci credono perché hanno la BBC (un altro mito), pensino che le donne italiane siano tutte così. Noi che non abbiamo la BBC siamo più vaccinati, e lo sappiamo che tanto è tutto un gioco e poi quando torni a casa la sera con o senza 4 Salti in padella il problema più che il sesso è organizzare la cena. E la mattina più che ammiccare da una macchina nuova e lucente a uno strafico di passaggio, ci troviamo alle prese con il caos quotidiano dei mezzi pubblici che non passano e il bambino fa tardi a scuola e noi al lavoro.
Siamo più vaccinati, è vero, più disincantati, ma vorrei segnalarle una mia curiosità. Queste cose che, pregevolmente, adesso scrive, le ha mai dette ai tanti dirigenti di Raiuno che si sono succeduti nel tempo, sempre e solo dopo aver ottenuto il placet di oltretevere, quindi probabilmente anche il suo?
Perché vede, non v’è chi non sappia che se non sei gradito al Vaticano non puoi fare il direttore della principale rete della Rai, quella destinata alle famiglie, quella che deve rassicurare e non turbare le coscienze. Ma è proprio Raiuno che in questi anni è scivolata sempre più verso la negazione del femminismo, direi delle corrette relazioni fra i generi, della corretta rappresentazione del genere femminile.
È proprio quella rete che ha inseguito le peggiori performance delle emittenti private. La rete dove il seno deve essere sempre adeguatamente sorretto e generosamente esibito da reggiseno a balconcino. La rete dove gli uomini sono sempre ipervestiti e le donne iperspogliate. La rete che un tempo esibiva castigate calzamaglie nere per il corpo di ballo e ora esibisce il corpo e basta in tutti i programmi di varietà e intrattenimento.
Allora, dico io, perché invece di preoccuparvi solo della loro fede-fedeltà alla causa non vi occupate un po’ anche della loro coscienza, della loro educazione sentimentale, del rispetto della dignità femminile e delle differenze fra i generi che non possono essere solo generi di abbigliamento differenti? Lo so, caro Joaquin che lei ora è impegnato in altro. Ma la prego, provi a spiegarglielo lei a Del Noce che la continua esibizione di uno stereotipo femminile detto “tette e culi” dalle parti più rilevanti, le ragioni autentiche per cui delle signore vengono chiamate alla sua rete, non è un buon segno. Non dimostra consapevolezza delle cose che lei, autorevolmente, illustra nei suoi editoriali. Glielo spieghi lei che è un’offesa alle donne. Ma è anche un’offesa agli uomini, che indirettamente vengono presi per quelli che ragionano con ciò che hanno dalla cintola in giù.
Certa che riuscirà a essere molto più convincente di me, le do nel frattempo il benvenuto nel club delle veterofemministe. Conto di vederla al prossimo raduno nazionale. Sinceramente grazie.

* Dice di sé:
Daniela Brancati. La gente la ama o la odia, spesso senza conoscerla. Chi fosse in grado di spiegarle perché è pregato di scriverle. Capirlo sarebbe per lei la cosa più interessante. Per quanto riguarda i dati ufficiali, è giornalista, imprenditrice, Commendatore della Repubblica e ha fatto mille cose, perfino insegnare all’Università. Sport preferito: camminare. Hobby preferito: leggere. Lavoro preferito: scrivere romanzi. Aspetta di andare in pensione per avere il tempo di dedicarsi a tutte e tre le cose.

ANDREA CAMILLERI

(…) È l’ora di cogliere il dolore degli altri in una mano
e portarsela in fronte a stamparvi croci e croci in rosso
udire il nostro grido nella bocca dell’uomo
che ci passa accanto per caso è l’ora di aprire
tutte le finestre tutte le porte abbattere i muri se occorre
per poterci guardare negli occhi trovare una parola
nuova che non sia preghiera ma urlo.
E l’ora che dalla morte nasca la vita.
(da Tempo, 1948)

 

GIOCHI & SPORT. Fabio Bruno - Fuggiti, stagnanti, feroci… quanti attimi negli scacchi!

Sedici pezzi bianchi e sedici neri, innumerevoli combinazioni per un gioco che è sport, scienza e arte insieme

Fabio Bruno *

Cogli l’attimo! Quante volte avrete sentito questa espressione e quante applicazioni può avere nella vita di tutti i giorni, nel lavoro e nello sport… sono davvero tante.
Noi parleremo però di quello che significa in riferimento al gioco degli scacchi. Quale sia l’esatta natura di questa disciplina, mi si permetta a questa punto di aprire una parentesi, è un argomento piuttosto vasto e discusso: gioco, sport, arte o scienza? Filosoficamente si potrebbe risolvere la questione dicendo che ciò che conta è la domanda, non la risposta, ma proverò comunque a dire la mia.
A mio avviso non è possibile cercare di collocarla in una soltanto di queste definizioni. Da una parte, è innegabile, gli scacchi nascono come gioco, un gioco antichissimo e affascinante, certo impegnativo e complesso, ma a cui tutti possono avvicinarsi, basta avere la pazienza di imparare poche regole di base, davvero semplici. Dall’altra, si può a buon diritto annoverarla tra gli sport, nella misura in cui milioni di giocatori in tutto il mondo la praticano a livello agonistico, attenendosi a regolamenti qualificati. La Federazione Scacchistica Italiana è affiliata al CONI. Come tutti gli sport richiede dedizione, impegno, disciplina, lealtà e non ultima cura della forma fisica. Può essere considerata una scienza, la sua complessità è tale che non sfigurerebbe nemmeno accanto alla fisica e alla matematica. Esige metodo, ricerca, sperimentazione e comparazione.
Certamente è un arte. Come l’arte è dare forma all’idea attraverso la fantasia ed il “mestiere”, così negli scacchi ogni mossa è, prima di tutto, ispirazione e poi realizzazione attraverso la tecnica del gioco. Seppure l’obiettivo finale è la vittoria, come nell’arte c’è la continua tensione a realizzare il nuovo ed il bello. Non sono pochi gli scacchisti che, nella storia, ci hanno lasciato capolavori fantastici per bellezza combinativa. Con una giocata straordinaria, si riesce a chiudere il Re avversario in una morsa mortale, quasi sempre a costo di sacrificare alcuni dei propri pezzi. Il rischio è alto per l’aspirante artista, se la “combinazione” risulta sbagliata, la partita sarà inevitabilmente perduta, con sommo gaudio del suo avversario… I loro nomi sono a volte sconosciuti, ma rimangono immortali grazie alla loro creatura, magari unica ma eccezionale!
Se, forse, solo negli scacchi è possibile qualcosa del genere lo dobbiamo alla straordinaria duttilità di questa disciplina. Un giocatore qualsiasi può diventare una star, basta che sia capace di cogliere “l’attimo fuggente” che gli si presenta davanti. Avrà allora l’opportunità di trasformarlo in una un’opera d’arte, che rimarrà nella storia e sarà ammirata da tutti in ogni tempo a venire. L’unico neo della nostra arte è che, se non si è minimamente introdotti al gioco, non si può apprezzarne la bellezza. Un quadro o una scultura possono piacere o meno, ma tutti siamo in grado di guardarli e dare il nostro personale giudizio, anche se profano e privo di conoscenza tecnica e storica. Possiamo vederne i contorni, i tratti, i colori. Ma una partita a scacchi, se non si conosce il gioco, non la si può apprezzare, quindi si resta insensibili al suo fascino. Non sarebbe una cattiva idea lasciare un piccolo spazio nella sezione cultura per insegnare il gioco degli scacchi a tutti e permettere quindi al mondo intero di ammirare, apprezzare e godere del fascino straordinario di una creazione artistica come  “l’immortale” di Anderssen, partita giocata a Londra nel 1851!!
Da allora i capolavori si sono moltiplicati e, come le opere tenute nei sotterranei dei musei, non sono liberamente accessibili a tutti. Con buona pace di chi non ne conosce nemmeno l’esistenza e vive tranquillo e sereno, inconsapevole di cosa sta involontariamente perdendo. Chiusa la parentesi.
In una partita a scacchi le possibilità e le varianti sono davvero tante, non infinite, ma di un numero così elevato da far rabbrividire. Quando qualcuno prova a calcolarle tutte, ad un certo punto ottiene cifre che vanno da XY alla “ tantissesima” (permettetemi l’espressione poco matematica!) ad un numero, cioè, che dovrebbe essere approssimativamente vicino (per eccesso o per difetto poco importa) alla quantità di atomi presenti in qualche universo più o meno conosciuto.
Se ho cercato di rendere l’idea della complessità dei calcoli in modo scherzoso, i matematici che molto ammiro (e un po’ invidio) non se la prendano, era un gioco! Ma quelli meno avvezzi ai più complicati calcoli matematici, sicuramente avranno capito che stiamo parlando di cifre con molti …“nove!”. (Un mio amico mi diceva sempre che non capiva perché, quando si parla di grosse cifre, si dice con tanti zeri… in effetti il nove è il numero ad una cifra più alto, quindi, se si vuole rendere l’idea di una quantità molto grande, sarebbe logico usare il 9 invece dello 0!).
Questa complessità rende il gioco estremamente affascinante. Ogni volta ci si troverà di fronte ad una situazione nuova. Cosa c’è di più stimolante di svolgere un’attività che ben si conosce, ma che ogni volta ti mette di fronte ad un nuovo scenario? Credo che quasi tutti nella vita vorrebbero che la loro routine fosse spezzata da qualcosa che la renda piacevole e imprevedibile.
Negli scacchi, basta cambiare la posizione di un semplice pedone, di una sola casella e, anche se in apparenza uguale a prima, la situazione si trasforma magicamente in nuovo mondo situato in nuovo universo ancora sconosciuto! Tutto da esplorare e con tante nuove opportunità per ognuno dei due contendenti. Queste nuove possibilità, che di volta in volta si presentano, possono diventare delle formidabili occasioni per cambiare il corso della partita a proprio vantaggio: esse fanno parte di una specie particolare di mosse a cui ho dato il nome di “attimi fuggenti”, suddivise a loro volta in tante altre sottospecie che vanno a formare una famiglia abbastanza numerosa di “attimi”, croce e delizia di ogni scacchista a qualsiasi livello, dal professionista all’ amatore.
La straordinaria difficoltà pratica di calcolare tutte le possibilità che si presentano durante una partita, rende il gioco molto imprevedibile, ecco perché oltre alla concentrazione, negli scacchi è utile avere una buona “attenzione”, comunque strettamente imparentata con la prima, per poter avere la chance di catturare al volo “l’attimo fuggente” che inevitabilmente si presenterà.
Come dicevamo, le possibilità sono tante e variano di molto con una piccola modifica della posizione. Quindi, se terremo il radar acceso e saremo ben disposti ad aprire la nostra mente anche alle impercettibili variazioni che si presentano, avremo delle buone possibilità di catturare se non tutti, almeno i più evidenti “attimi svolazzanti”. Essi imperverseranno sulla nostra partita, sbeffeggiandoci quando non ci mostreremo in grado di prenderli al volo o trasformandosi  in un vantaggio sufficiente a far girare la partita in nostro favore.
Tanti sono gli “attimi fuggenti”, quelli catturati invece sono un numero davvero esiguo. La caccia è sempre aperta, ma le difficoltà che gli scacchisti incontrano per catturarli sono tali che la specie è tutt’ altro che a rischio estinzione! Il loro moltiplicarsi è tale che il rapporto con quelli abbattuti farebbe la gioia di qualsiasi animalista o ambientalista. Così, un numero elevato di essi riesce a scamparla e si ripresenta con rinnovata foga, spesso insieme ad altri nuovi, giovani attimi, vogliosi di imparare dai più esperti l’arte di rovinare la giornata del povero malcapitato scacchista di turno.
Nessuno di noi può vantarsi di avere catturato ogni attimo che gli si è presentato sulla scacchiera, nemmeno i più acclamati campioni di ogni epoca. Anzi, i loro “ attimi persi” sono naturalmente i più famosi e danno un certo conforto a tutti noi, comuni mortali, che continuamente dobbiamo fare i conti con le occasioni inevitabilmente perdute. La grande quantità di “attimi fuggenti” che non viene catturata, ha suggerito il nome della triste specie, ormai tortura per le orecchie di ogni scacchista impegnato nei tornei di qualunque livello: “l’attimo… fuggito”.
Ma facciamo un passo indietro e proviamo a spiegare perché così tanti attimi favorevoli vanno persi nelle partite a scacchi. Abbiamo già parlato della gran quantità di possibili mosse e questa è già un’attenuante. Ma non la più importante. L’aspetto psicologico è un altro argomento fondamentale, comune a tutti gli sport e comprende l’importanza della posta in palio, l’emozione e l’avversario che abbiamo di fronte. Quest’ ultimo aspetto pesa negli scacchi molto di più che in qualsiasi altra disciplina. Se in un altro sport, avere un avversario blasonato davanti può condizionare nel rendimento, negli scacchi può addirittura farci pensare cose inesistenti e farci vedere i fantasmi!
Mi spiego. Non è raro vedere in una partita tra un giocatore di alto livello, ad esempio un Maestro, e un giocatore amatoriale che il giocatore più forte si trovi in una situazione di “svantaggio posizionale” (il termine è usato per definire una posizione in cui esiste l’equilibrio materiale, i pezzi presenti sulla scacchiera sono pari per quantità e importanza, ma la disposizione è chiaramente vantaggiosa per uno dei due). Questa situazione di svantaggio non significa che ha già perso la partita, significa che avrà delle difficoltà più o meno grandi per venirne fuori, mentre il suo avversario potrà disporre di un gioco più agevole per i suoi pezzi, ideale presupposto per contare sulla vittoria. In sostanza è un po’ come il Rugby: una squadra ha guadagnato dei metri verso la linea di meta. Questo agevolerà il compito degli attaccanti nel cercare di finalizzare gli sforzi di tutta la squadra per andare in meta. Ma il fatto che siano molto vicini all’obiettivo non è una garanzia di realizzazione;se gestiranno male la “mischia”, il gioco potrà passare nelle mani degli avversari, che potranno girare la situazione a loro vantaggio prendendo l’iniziativa e rendendosi a loro volta pericolosi in attacco.
Ecco, questo è quanto mi sia venuto in mente di più simile ad un vantaggio posizionale negli scacchi, come descrizione, la gestione è ben diversa. Ognuno deve far i conti con le proprie paure e con i propri limiti tecnici, nello specifico la capacità di calcolo delle varianti che si presentano. In questi casi, il professionista usa tutta la sua esperienza per cercare di creare una situazione la più complicata possibile, sperando che l’altro, meno esperto, si perda nel caos di varianti complesse e commetta un errore. Accade spesso che tutto questo sia un vero e proprio bluff!
Già, una finta per disorientare l’avversario. Quindi, se questi manterrà il sangue freddo e continuerà a giocare in modo corretto, potrà comunque portare a casa la vittoria. Ma non è così semplice e il peggior nemico in questi casi è la paura, la paura che il forte avversario abbia “visto e calcolato” chissà che cosa! Mentre egli non è in grado di calcolare tutte le mosse e varianti che gli si presentano davanti. Costretto comunque a fare una scelta che dovrà essere “ragionevole”, capita quasi sempre che scelga una continuazione troppo “timida”, preoccupato e intimorito dall’avversario. Attribuendo alle mosse dell’altro poteri soprannaturali, egli perde il senso della realtà e comincia a vedere delle mosse inesistenti (i fantasmi), e altre totalmente inefficaci, ma che nel suo delirio sembrerebbero dare facile vittoria al forte rivale.
In realtà, se potesse guardare la posizione con distacco, si accorgerebbe che non sta succedendo nulla di irreparabile, anzi, probabilmente un “attimo stagnante” (inevitabilmente generato dal gioco rischioso del suo avversario) sta penzolando sopra di lui in attesa di essere catturato e trasformato in vittoria. Ma la paura e l’emozione giocano brutti scherzi, quindi, tutto preso da problemi che sono solo nella sua testa, non solo lo ignora, ma con tutta probabilità la sua infelice scelta, dettata dal timore, sarà a sua volta generatrice di un “attimo rovesciante” (questa specie di attimi è molto presente nelle pratica dei tornei) che può essere anche molto veloce e passare con la rapidità del fulmine. Ma il professionista, che in quei momenti ha il livello di attenzione altissimo, non se lo lascia scappare quasi mai. Catturato l’attimo favorevole è poi in grado di trasformarlo in vittoria senza più lasciare all’ avversario altre chance di riprendersi. Ma non è tutto, l’avversario è solo una delle componenti che rendono difficile una partita. Negli scacchi dobbiamo fare i conti anche con il tempo, non parlo certo di quello meteorologico, ma del tempo limite che abbiamo per giocare una partita.
Molti di voi, anche non addetti ai lavori, avranno visto un orologio per giocare a scacchi. Ecco comunque una rapida descrizione: ha due quadranti e sopra ognuno un pulsante. Il giocatore che ha eseguito la mossa, schiaccia il pulsante fermando il proprio orologio e mettendo in moto quello dell’avversario. Questo meccanismo fa si che quando uno pensa lo farà con il tempo a sua disposizione, inoltre quando il tempo a disposizione scadrà, sarà solo uno dei due, anche solo per un secondo che lo avrà finito, con conseguente partita persa, indipendentemente da quello che stava succedendo sulla scacchiera. Fa eccezione il caso in cui uno dei due rimanga con il solo Re: anche se l’altro perdesse per il tempo, la partita sarebbe aggiudicata pari. Questa è un’altra differenza importante con gli altri sport regolati da un tempo limite. Allo scadere la partita viene aggiudicata secondo il punteggio, negli scacchi invece chi finisce il tempo perde. Ora sappiamo che per giocare una partita di torneo c’è, ovviamente, un tempo limite e faremo la conoscenza di quei giocatori che abitualmente gestiscono male il tempo a loro disposizione.
Esiste un termine tedesco, “ zeitnot”, usato dagli scacchisti di tutte le lingue per definire un giocatore in grave ristrettezza di tempo per terminare la partita. Nello zeitnot le scelte vanno fatte rapidamente, non ci si può soffermare a riflettere profondamente sulle mosse da fare. Potremmo pagare la lentezza con la perdita della partita. Pertanto meglio una mossa fatta di getto e d’intuito, anche se non la migliore, che finire il tempo a disposizione e perdere di colpo senza più lottare, magari in una situazione di chiaro vantaggio.
Questo è il momento preferito dai branchi di “attimi affamati”. Fino a quel momento soltanto qualcuno di loro si era avventurato in sala da gioco, in esplorazione, facendo qualche veloce picchiata qua e là, ma quando la partita arriva al limite delle quattro ore di gioco (il limite medio di una partita da torneo ufficiale), come le zanzare che aspettano il crepuscolo per arrivare in sciami e torturare i malcapitati con le loro punture, i branchi di “attimi feroci” si avventano sui giocatori in crisi di tempo (essendo la condizione di zeitnot la migliore per generare grosse quantità di “attimi” di ogni specie e sottospecie ). Li punzecchiano e torturano in ogni modo possibile, a volte inimmaginabile, facendo diventare la partita una sorta di arena, dove non si capisce più bene chi sia il toro, chi il torero e chi i picadores, lo stesso pubblico preso dall’evolversi improvviso e imprevisto degli eventi, partecipa come se fosse parte integrante della partita e soffre dei colpi e contro colpi che i due si scambiano in rapida successione, sotto una fantasiosa regia che sembra orchestrata dagli “attimi” stessi, ormai parte integrante della partita, desiderosi di diventare i protagonisti assoluti dell’evento. In queste caotiche situazioni, la maggior parte dei giocatori, indipendentemente dalla loro forza assoluta, perde la calma, diventa visibilmente nervosa, l’adrenalina dà alla testa e spesso commette gravi errori che costano punti preziosi nell’economia di un torneo.
Sono pochi quelli che riescono a mantenere il sangue freddo necessario per avere la lucidità e la rapidità di fare delle buone scelte, se non le migliori in assoluto, quelle che riescono a mettere in crisi l’avversario con problemi di non facile soluzione. Questi giocatori sono una razza a parte, li troviamo in ogni categoria, non sono necessariamente i più forti, ma sono certamente i migliori in quelle difficili situazioni. Spesso li vediamo in difficoltà contro avversari sulla carta più deboli, ma poi, improvvisamente, spesso quando il tempo comincia a scarseggiare, in situazione quindi ancora più pericolosa, riescono a creare situazioni complesse sulla scacchiera. Come uno stregone evoca gli spiriti, essi evocano quantità incredibili di “attimi rovescianti”, facendo impazzire il malcapitato avversario che fino a quel momento aveva tenuto la partita in pugno e pensava di avere tutto sotto controllo!
Gli evocatori, sono anche dei formidabili cacciatori di attimi. Mentre gli altri sono costretti a difendersi come meglio possono dai pericolosi attacchi degli “attimi infierenti”, i cacciatori invece si trovano perfettamente a loro agio e, dopo averli evocati, li catturano con una facilità disarmante, andando spesso a vincere partite che in condizioni normali (o che giocatori normali!) avrebbero perso. Una dote agonistica anche questa, con cui tutti i giocatori di torneo dallo stile classico devono fare i conti.
I peggiori nemici degli evocatori–cacciatori di attimi sono i giocatori “posizionali”. Il “posizionale” è un giocatore dallo stile solido, più tendente al difensivo che all’aggressivo, egli sistema il suo schieramento in modo tale da non lasciare varchi al nemico. Questi preferisce un evolversi della partita più lento, senza strappi e colpi spettacolari improvvisi, che presentino dei rischi. Si accontenta di un piccolo vantaggio di posizione. In tutta calma, cerca di aumentare questo minuscolo vantaggio, senza concedere all’avversario la possibilità di complicare il gioco e farlo diventare una rissa fuori controllo, dove i colpi bassi si sprecano. I due tipi di giocatori si odiano e detestano profondamente, ma forse alla base di questo odio c’è, semplicemente, un po’ di invidia per quello che l’altro sa fare. Uno “stile” in qualunque campo, è figlio delle nostre qualità, ma è strettamente imparentato con le qualità che non abbiamo. Dalle mie parti si usa dire: “ognuno fa tifo per quello che ha!”. Invidia che spesso cela una stima nascosta per le qualità dell’avversario!… Almeno in pubblico.
Da una parte i posizionali denigrano gli aggressivi perché rei di vincere molte delle loro partite per “caso”. Ma non credo sia giusto definire mera fortuna la ricerca costante di situazioni complesse e difficili, confidando nella propria capacità di essere più scaltri e rapaci degli altri nel cogliere al volo le occasioni che si presentano. Occasioni abilmente create da loro stessi, essendo per l’appunto “evocatori”. Se poi sono più abili a cacciare gli “attimi favorevoli” che si presentano, possiamo soltanto applaudire alla loro bravura: d’altronde i vari “attimi sconvolgenti” che improvvisamente scorrazzano sulla scacchiera, non sono un esclusiva di chi li ha evocati, ma sono “ a disposizione” di chi è capace di catturarli. Scaltrezza, velocità di calcolo, astuzia, rapidità d’esecuzione, sangue freddo, cattiveria, una buona dose di autostima e un po’ di faccia tosta sono tutte qualità indispensabili per essere un forte e rispettato “cacciatore d’attimi”. Si dice che gli attimi stessi siano ben disposti a farsi catturare da quelli che manifestano queste doti, ma forse è solo una leggenda scacchistica. Resta il fatto che costoro turbano i sonni e fanno arrabbiare non poco i giocatori più propensi verso una condotta di gioco lineare e tecnica.
Ma i “posizionali” non sono certo una razza da snobbare, sono dei formidabili giocatori, anche loro hanno delle straordinarie qualità e non solo tecniche. Tenere sotto controllo un’intera partita, credetemi, non è cosa semplice. Entrambi gli schieramenti (ben trentadue pezzi), cercano di venire continuamente a contatto per scambiarsi mazzate terrificanti. Questo stato di cose fa vivere il posizionale costantemente sull’orlo del baratro. La partita potrebbe trasformarsi in una battaglia senza quartiere in qualunque momento, il controllo della situazione sfuggirebbe con la rapidità della folgore e le conseguenze diventerebbero imprevedibili. Questo è quanto di meno si augura un posizionale.
I posizionali a loro volta sono denigrati dagli aggressivi, che li tacciano di essere degli assassini del gioco. Negli scacchi, come in altri sport, spesso l’idea di “bel gioco” è legata alla giocata spettacolare, e sotto questo punto di vista, i posizionali non ne producono molto, anzi! Ma si può godere di un piacevole spettacolo anche ammirando una giocata particolarmente “tecnica”. Perfettamente condotta può davvero trasformarsi in un capolavoro e, posso garantire che le difficoltà incontrate nel realizzare questo tipo di giocate, superano spesso quelle incontrate dai cacciatori, anche quando cercano di catturare i terribili “ velociattimus” (sottospecie degli “attimi sfreccianti”, arrivano improvvisamente a grandissima velocità, come gli stessi “attimi sfreccianti”, ma i “velociattimus” volano a mezza altezza e per questo motivo acchiapparli è un’ impresa davvero difficile, ma quando ci riescono, la loro soddisfazione è davvero grande e chiaramente visibile. Solo i migliori tra i “cacciatori” riescono a catturarli con una certa continuità, anche se le loro percentuali non vanno oltre il 50%).
Mentre la caccia richiede il massimo sforzo concentrato in un relativamente breve lasso di tempo, la condotta posizionale di una partita non ammette distrazioni. Essa si svolge sempre in una situazione di equilibrio dinamico, a volte molto instabile. La concentrazione e l’attenzione devono essere sempre ad un livello alto. Come un domatore di belve feroci, il posizionale non può distrarsi, neanche quando pensa di avere la situazione completamente sotto controllo. I pezzi avversari (e a volte inspiegabilmente anche i propri) improvvisamente potrebbero ribellarsi, come potrebbero ribellarsi le belve in gabbia, allora che ne sarebbe del povero domatore? Tenere sotto costante controllo una partita, senza che l’avversario abbia troppi sussulti e crei eccessivi problemi è compito difficile, il posizionale è come un “dittatore” che cerca di tenere tranquilla un’intera popolazione. Nel frattempo porta avanti i suoi piani e cerca di realizzare i suoi obiettivi, ma quando il popolo si ribella, le conseguenze sono sempre imprevedibili e i danni incalcolabili.
Queste sono le motivazioni del perché il giocatore aggressivo è più amato del posizionale. Anche gli avversari sembrano preferire il giocatore aggressivo; contro il posizionale li attende una lenta agonia,  fino all’ultimo si ha l’impressione di riuscire a cavarsela, poi il triste risveglio: nessuna via di scampo. Contro l’aggressivo, se le cose vanno male, un colpo secco e via, la sofferenza è breve, citando Schiller: “meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine”. Ma torniamo agli “attimi imperversanti”, anch’ essi sembrano temere il posizionale: egli con grande abilità riesce a tenerne lontani gli stormi. Quando si avvicinano alla scacchiera, appaiono come stregati e sembra vogliano volutamente  rimanere a debita distanza, come se una nube di gas soporifero stagnasse sopra il campo da gioco. In una partita tra un cacciatore e un posizionale, appare chiaramente la volontà del cacciatore di evocare continuamente “attimi complicanti”, mentre è altrettanto chiaro come il posizionale, molto abilmente, riesca a non farli nemmeno avvicinare: il suo scopo non è di catturarli o allontanarli, ma semplicemente di non averci a che fare!
La battaglia si snoda quasi interamente su questi binari. Chi dei due riesce a imporre il proprio stile, quasi sempre avrà partita vinta. Non è più soltanto una questione di capacità tattica o strategica, il terreno e le condizioni dove la sfida ha luogo, a volte assumono un’importanza assolutamente rilevante. La psicologia diventa padrona della situazione, soltanto chi manterrà il controllo e i nervi molto saldi potrà sperare di uscire indenne da una posizione a lui scomoda, per cercare poi di costruirne una più adeguata al proprio stile e quindi tentare di rovesciare un risultato che sembrava irrimediabilmente compromesso.
In queste difficili e, a volte, drammatiche situazioni è davvero interessante osservare come cambia il volto dei contendenti. La stessa mimica è un segnale chiaro ed inequivocabile di quello che sta succedendo sulla scacchiera: l’espressione del posizionale, quando si accorge che la partita sta sfuggendo al suo controllo, diventa triste e mesta, sembra quasi caduto in depressione e incapace di reagire. Appare rassegnato al triste destino, gli “attimi (da lui) repressi”, ora scatenati, attaccano da tutte le parti e la scarsa reattività della vittima, dovuta soprattutto alla perdita del controllo della partita, più che a una vera e propria inferiorità  tattica, è dovuta ad un fattore psicologico. Egli tende a bloccarsi davanti al caos! Il cacciatore lo sa, e spinge astutamente, con tutte le forze verso una situazione di gioco molto complessa. Egli prova visibilmente piacere, con espressioni e sguardi diabolici che rasentano la cattiveria pura, del manifesto smarrimento del suo avversario.
Non bisogna però per questo mal giudicare il cacciatore e compatire  troppo il posizionale. Infatti, quando i ruoli si invertono, ed è il posizionale ad avere la meglio, l’espressione del cacciatore appare come quella di un cane bastonato. A volte per un po’ sembra una fiera chiusa in gabbia, qualche ruggito (più un lamento che altro) e poi di nuovo giù, decisamente abbacchiato. Egli tenta di divincolarsi dalla morsa in tutti i modi, ma la stretta del posizionale assomiglia alla presa di una grossa piovra, i suoi tentacoli sembrano dappertutto, ogni tentativo di sfuggirgli è inutile, per la preda non c’è scampo è solo una questione di tempo, il suo destino è segnato. Il volto del posizionale diventa sicuro, lo sguardo deciso di chi ha la consapevolezza di essere il più forte, non guarda l’avversario dall’ alto in basso, non lo guarda proprio, come per dire: tu non esisti! Il suo atteggiamento è di superiorità quasi divina, di onnipotenza: “faccio di te quello che voglio, ti farò soffrire e poi chiuderò il conto quando mi sarò stancato del giocattolo”!. Il tutto, mentre gli “ attimi (ora) impotenti” possono soltanto fare da spettatori, tenuti abilmente a debita distanza da quell’ incantatore di serpenti (e attimi) che è il giocatore di posizione.
Ecco come un’ innocua partita a scacchi, un gioco appassionante, divertente ed utile per migliorare non che mantenere in gran forma le capacità intellettive di chiunque lo pratichi, dal bambino all’anziano nonno, può trasformarsi anche in tutto questo: una sfida incredibilmente violenta tra due menti che cercano continuamente di sopraffarsi. Lo scopo è di imporre la propria superiorità (scacchistica certo, ma piena di risvolti che non sempre terminano con la partita e sono limitati soltanto alla sede di gioco…), e dimostrare di essere migliori dell’altro, perché se è vero quanto sia importante partecipare, è anche vero che è molto bello vincere, non solo a scacchi naturalmente…

* Dice di sé: 
Fabio Bruno. Marchigiano, 47 anni. Da adolescente inizia a coltivare la passione per gli scacchi e nei primi anni ‘80 è tra i giocatori emergenti del mondo scacchistico italiano. Dopo una lunga parentesi legata al mondo della ristorazione, nel 2002 decide di ritornare a dedicarsi a tempo pieno alla sua passione, con ottimi risultati immediati e due obiettivi: diventare maestro internazionale e vincere un campionato italiano. Traguardi entrambi raggiunti: è maestro internazionale e campione italiano di scacchi 2004. Nel 2005 pubblica “Carpe diem, ovvero l’attimo fuggito” (Edizioni Ediscere): un libretto di partite commentate come nessuno prima era riuscito a fare, con una particolarità: non solo le partite sono tutte tratte dallo stesso torneo (e fin qui, nulla di nuovo), ma sono scandagliate ad una profondità tale da estrapolarne tutti gli “attimi fuggiti” da ambo le parti, fino a dimostrare come questi attimi microscopici, ma significativi, abbiano di fatto modificato la classifica del torneo.

INDICE DEI NOMI

Abba 115, 124, 126, 127, 128, 129, 130, 131, 133, 134, 135

Abramo 30

Adair, Gilbert 88

Afflacio, Giovanni 168

Aliberti 93

Alighieri, Dante 39

Allam, Khaled Fouad 36

Allen, Woody 114

Alvaro, Corrado 156

Amato, Giuliano 100

Anderssen, Adolf 189

Andersson, Benny 126, 130, 134

Angiolini, Ambra 5

Ariosto, Ludovico 7

Aristotele 182

Armida edizioni 154

Avati, Pupi 109

Bacchelli, Riccardo 118

Bach, Johann Sebastian 94

Bacialli, Luigi 105

Bagnasco, Angelo 96

Bartali, Gino 4

Bartolomeo 168

Basaglia, Franco 119

Belleri, Pino 106

Beltramelli, Antonio 156

Benigni, Roberto 4

Bernardini, Rita 108

Bertone, Tarcisio 96

Bertolucci, Bernardo 88, 93

Betori, Giuseppe 96

Bignardi, Irene 7

Bocelli, Arnaldo 159

Bonaventura da Bagnoregio 39

Brancati, Vitaliano 156

Brando, Marlon 91

Caffarra, Carlo 96

Calderoli, Roberto 97

Camilleri, Andrea 186

Carducci, Giosuè 160

Cartesio, Renato 144

Cavani, Liliana 7

Cecchi, Emilio 159, 160

Celentano, Adriano 4

Ceschina Editore 159

Chesterton, Gilbert Keith 34

Cinelli Colombini, Benedetta 116

Cinelli Colombini, Francesca 116, 117, 121

Cinelli Colombini, Donatella 116

Cinelli Colombini, Stefano 116

Cofone 168

Collins, Phil 131

Colombo, Roberto 177

Coltrane, John 92

Corona, Fabrizio 46, 108, 112

Cuvier, Georges Leopold 175

D’Angelo, Andrea 1, 2, 7, 8, 15

D’Aquino, Tommaso 37, 38, 39

Darwin, Charles 140, 143, 172, 173, 174, 175, 176, 177, 178, 179

Darwin, Erasmus 173

Darwin, Robert Warig 173

Davide 30

Davies, Paul 148

Davis, Miles 92

De Amicis, Edmondo 138

De Andrè, Fabrizio 180

de Gaulle, Charles 47

Deledda, Grazia 156

De Masi, Domenico 103

Del Noce, Fabrizio 184

De Niro, Robert 87, 90

Depardieu, Gérard 87, 90

De Robertis, Giuseppe 159

De Ruggero, Trotula 3, 162, 163

De Sio, Teresa 134

Dessì, Giuseppe 160

Di Lazzaro, Dalila 109

Dostoevskij, Fëdor Michajlovi? 88

Ende, Michael 41

Eraclito 39

Erasmo da Rotterdam 36

Falqui, Enrico 159, 160

Fältskog, Agnetha 126, 129, 132, 133, 134, 135

Ferrario 168

Ferré, Léo 92

Fiori, Publio 108

Fitz-Roy, Robert 174

Flaubert, Gustave 42

Flora, Francesco 159

Fogazzaro, Antonio 51

Formigoni, Roberto 96

Franchi, Paolo 5, 6

Franzoni, Annamaria 106

Freud, Sigmund 145

Galeno, Claudio 166

Gargiulo, Alfredo 159

Gassman, Paola 109

Gassman, Vittorio 109

Gatto, Alfonso 157

Geoffroy Saint-Hilaire, Etienne 175

Gesù 30

Giannone, Annamaria 105

Giusti, Giuseppe 122

Graldi, Paolo 111

Grillini, Franco 3, 94

Grossman, David 29

Habermas, Jürgen 40

Hegel, Georg Friedrich 40

Hölderlin, Friedrich 102

Hooker, Joseph Dalton 179

Hosseini, Khaled 16

Ippocrate 162, 166

Invernicio, Carolina 138

Isacco 30

Kennedy, John Fitzgerald 88

La Cava, Mario 118

Lamarck, Jean-Baptiste 175

Lavater, Johann Kaspar 174

Lawrence, Thomas Edward 32

Leboyer, Frédérick 165

Leone, Sergio 7

Levi Montalcini, Rita 177

Lizzani, Carlo 6

Lombroso, Cesare 3, 137, 138, 139, 140, 141, 142, 143, 144, 145

Longanesi Editore 123

Longanesi, Leo 46

Luhmann, Niklas 44

Luisé Editore 117, 123

Lyngstad,  Anni-Frid “Frida” 126, 129, 130, 131, 132, 134, 135

Maccanico, Antonio 18

Machiavelli, Niccolò 119

Maggiolini, Alessandro 96

Malacorona, Raffaele 164

Manzoni, Alessandro 6, 122

Maometto 31

Marcuse, Herbert 91

Marotta, Giuseppe 3, 150, 153, 154, 155, 156, 157, 158, 159, 160

Marra, Vincenzo 6

Martelli, Claudio 110

Marx, Karl 94, 140

Marziale, Antonio 112

Mazza, Antonio 163

Meckel, Johann Friedrich 175

Melchisedech 30

Mendel, Gregorio 176

Merini, Alda 118

Mondadori 27, 117

Monicelli, Mario 121

Monk, Thelonious 92

Monroe, Marilyn 88, 158

Moretti, Nanni 93

Morgan, Thomas Hunt 176

Moro, Aldo 88

Müller, Marco 7

Murray 172

Navarro-Valls, Joaquin 3, 182, 183, 184

Nayed, Aref Ali 36

Newman, John Henry 39

Niero, Lucio 105

Ortese, Anna Maria 118

Ozpetek, Ferzan 6

Paladino, Vincenzo 156

Paniz, Maurizio 107

Parsi, Maria Rita 104

Pascoli, Giovanni 122

Pasolini, Pier Paolo 88

Pastora, Edén 98

Pertini, Sandro 116

Petruccioli, Claudio 97

Pezzotta, Savino 101

Piaf, Edith 92

Pivetti, Irene 109

Plateario, Giovanni 164, 168

Plateario, Giovanni il giovane 164

Plateario, Matteo 164

Platone 37, 183

Petronio 168

Pompa, Pio 46

Porporati, Andrea 6

Prodi, Romano 46

Proietti, Gigi 49

Protagora 38

Proust, Marcel 1, 7, 8, 9, 10

Publio Virgilio Marone 122

Quinto Orazio Flacco 122

Raffaello 182

Ratzinger, Joseph (Benedetto XVI) 3, 34, 35, 36, 37, 39, 40, 41, 96, 138, 145, 146, 147

Ravegnani, Giuseppe 155, 156, 159

Ray, Nicholas 90

Rea, Domenico 157

Renoir, Jean 157

Rèpaci, Leonida 157

Rienzi, Carlo 111

Risi, Dino 121

Rocco, Rinaldo 6

Rousseau, Jean-Jacques 144

Rubbia, Carlo 177

Ruini, Camillo 96, 97, 98, 100

Rutelli, Francesco 100

Saddam Hussein 112

Sainte-Beuve, Charles-Augustin 8

Salomone 30

Sant’Agostino 136

Santanchè, Daniela 107

Schiller, Friedrich 197

Sciascia, Leonardo 117, 123

Sgaramella, Vittorio 177

Sgreccia, Elio 96

Shakespeare, William 49, 86

Sinisgalli, Leonardo 157

Socrate 37, 41

Soldati, Mario 118

Stevens Henslow, John 174

Sudhoff, Karl 168

Taormina, Carlo 107

Tarantino, Quentin 110

Tobino, Mario 3, 116, 117, 118, 119, 120, 121, 123

Togliatti, Palmiro 4

Tonini, Ersilio 96

Trenet, Charles 92

Tronchetti Provera, Afef 44

Tronchetti Provera, Marco 46

Truffaut, François 90

Ungaretti, Giuseppe 57

Unger, Franz 175

Vesigna, Gigi 111

Zacconi, Jennifer 105

Zapatero, José Luis Rodríguez 97

Zornitta, Elvo 107

Zùbek, L’udo 85

Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II) 100, 170

Wallace, Alfred Russel 176

Wells, Herbert Gorge 27

Yehoshua, Abraham 28

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